La guerra europea alla privacy sta trovando un nuovo campo di battaglia nello scardinamento della crittografia. Grazie a essa infatti i risparmiatori possono avere ancora una possibilità di sfuggire ai controlli di capitali incalzanti sul continente, unico strumento rimasto alla classe dirigente europea (dopo la fine del carry trade sullo yen e il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro) per finanziare il suo attuale conflitto contro gli USA. Inutile dire che le autorità europee capitalizzeranno quanto più possibile sulla passività e inazione dei loro sottoposti, i contribuenti europei, addestrati a fidarsi dei dettami dall'alto: la disponibilità a barattare dignità, privacy e autonomia. Il sistema europeo è progettato in questo modo, non per caso. Sia chiaro: non si tratta di cambiamenti evolutivi, bensì eversivi, deliberatamente attuati per condizionarci ad accettare un trattamento sempre più disumanizzante. Non credo sia paranoico riconoscere schemi di controllo quando si presentano in modo così palese. La nostra obbedienza viene addestrata attraverso mille piccole umiliazioni e la demonizzazione della crittografia rappresenta forse l'esempio più emblematico di questo programma di addestramento. Impariamo a sottometterci a un'autorità arbitraria, a rinunciare ai nostri confini personali e a sopportare il disagio senza protestare: lezioni che ci sono di scarso aiuto come cittadini di quella che un tempo veniva chiamata una società libera. Ciò che mi preoccupa di più è la consapevolezza che questi cambiamenti servono a uno scopo che va oltre la “sicurezza”. C'è qualcosa di demoralizzante nell'essere trattati come merce e questo effetto cumulativo ci mantiene docili, remissivi e facilmente controllabili. Per molti aspetti, questo nuovo attacco alla crittografia rispecchia le stesse tendenze in ambito sanitario, educativo e nella vita pubblica: sistemi che non sono più al nostro servizio, ma che ci gestiscono. E come in una qualsiasi guerra che si rispetti, i sottoposti devono obbedire e i disertori essere passati per le armi.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-visione-dellue-sulla-crittografia)
Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha di recente mostrato un barlume di umanità in un mondo tecnologico che spesso promette troppo, troppo in fretta. Ha esortato gli utenti a non condividere con ChatGPT nulla che non vorrebbero che un essere umano vedesse. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha già iniziato a prendere atto della situazione.
La sua cautela mette in luce una verità più profonda che è alla base del nostro intero mondo digitale. In un ambito in cui non possiamo più essere certi di avere a che fare con una persona, è evidente che spesso è il software, e non le persone, a comunicare. Questa crescente incertezza è ben più di una semplice sfida tecnica: va a intaccare le fondamenta stesse della fiducia che tiene unita la società.
Ciò dovrebbe indurci a riflettere non solo sull'intelligenza artificiale, ma anche su qualcosa di ancora più critico, molto più antico, silenzioso e cruciale nel mondo digitale: la crittografia.
In un mondo sempre più plasmato da algoritmi e sistemi autonomi, la fiducia è più importante che mai.
La crittografia è il nostro fondamento
La crittografia non è solo un livello tecnico, è il fondamento della nostra vita digitale. Protegge ogni cosa, dalle conversazioni private ai sistemi finanziari globali, autentica l'identità e permette alla fiducia di estendersi oltre i confini e le istituzioni.
Non è qualcosa che si possa ricreare tramite regolamenti o sostituire con linee di politica. Quando la fiducia viene meno, quando le istituzioni falliscono o il potere viene abusato, la crittografia è ciò che rimane. È la rete di sicurezza che garantisce la protezione delle nostre informazioni più private, anche in assenza di fiducia.
Un sistema crittografico non è come una casa con porte e finestre. È un contratto matematico: preciso, rigoroso e concepito per essere inviolabile. In questo caso una “porta sul retro” non è solo un accesso segreto, ma una falla intrinseca alla logica del contratto, e basta una sola falla per distruggere l'intero accordo. Qualsiasi debolezza introdotta per un fine preciso potrebbe trasformarsi in una porta d'accesso per chiunque, dai criminali informatici ai regimi autoritari. Costruita interamente sulla fiducia, attraverso un codice robusto e inviolabile, l'intera struttura inizia a crollare non appena tale fiducia viene meno. E adesso questa fiducia è minacciata.
Un modello per il feudalesimo digitale
L'iniziativa ProtectEU della Commissione europea propone un meccanismo che obbliga i fornitori di servizi a scansionare le comunicazioni private direttamente sui dispositivi degli utenti prima di applicare la crittografia. Questo trasforma di fatto i dispositivi personali in strumenti di sorveglianza e compromette l'integrità della crittografia end-to-end. Sebbene gli enti statali non permetterebbero mai una simile vulnerabilità nei propri sistemi sicuri, questo obbligo crea uno standard di sicurezza separato e più debole per il pubblico.
In apparenza sembra un compromesso ragionevole: crittografia più forte per i governi, con il cosiddetto “accesso legale” ai dati dei cittadini. Tuttavia ciò che propone è uno squilibrio intrinseco, in cui lo stato crittografa e il pubblico decrittografa.
Questa non è una politica di sicurezza, è un progetto per il feudalesimo digitale: un futuro in cui la privacy diventa un privilegio riservato ai potenti, non un diritto garantito a tutti. La crittografia a due livelli sposta l'equilibrio di fiducia dalla responsabilità democratica e consolida una struttura di controllo che nessuna società libera dovrebbe accettare. Non fraintendetemi: questo dibattito non riguarda la sicurezza, riguarda il controllo.
Non dovremmo vivere in un mondo in cui solo i potenti hanno diritto alla privacy.
Nell'era dell'intelligenza artificiale onnipresente, degli attacchi informatici sponsorizzati dagli stati e della sorveglianza digitale di massa, indebolire la crittografia non è solo una scelta miope, ma una vera e propria imprudenza sistemica. Per noi che viviamo in un mondo decentralizzato, non si tratta di un dibattito astratto, bensì di una questione di vitale importanza. Una crittografia robusta e inviolabile è molto più di una semplice caratteristica tecnica: è il fondamento su cui si basa tutto il resto.
Verità attraverso la verifica
Ecco perché la missione del Web3 deve rimanere ancorata alla sua promessa fondamentale: la verità. Non la verità imposta dall'autorità, ma la verità verificata. Questo principio di un contratto auto-vincolante è il motivo per cui i veri sistemi decentralizzati sono costruiti senza un master delle chiavi o un'istituzione che le detenga. Introdurre una backdoor è una contraddizione; ristabilisce un punto di fallimento centrale, violando la premessa stessa di un sistema senza fiducia centralizzata. La sicurezza è uno stato binario: o è presente per tutti, o non è garantita a nessuno.
Fortunatamente questi principi non sono solo teorici. I sistemi crittografici primitivi che emergono da questo ambito – le prove a conoscenza zero che possono confermare i fatti senza esporre dati e i sistemi di prova di identità che resistono agli attacchi della sibilla senza compromettere la privacy – offrono un'alternativa reale e funzionante, dimostrando che non dobbiamo scegliere tra sicurezza e libertà.
L'ironia è lampante: lo stesso settore ora minacciato detiene gli strumenti necessari per costruire un futuro digitale più sicuro e aperto. Un futuro basato non sulla sorveglianza o sul controllo degli accessi, ma sull'innovazione senza permessi, sulla fiducia crittografica e sulla dignità individuale.
Se desideriamo un mondo digitale sicuro, inclusivo e resiliente, la crittografia deve rimanere robusta e standardizzata a livello universale per tutti.
Non perché abbiamo qualcosa da nascondere, ma perché tutti abbiamo qualcosa da proteggere.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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