venerdì 10 luglio 2026

Il più grande elefante nella stanza: la centralizzazione è vitale per la cricca di Davos/City di Londra, non per i NY Boys

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-piu-grande-elefante-nella-stanza)

Il CFR è il braccio estero della Chatham House, istituzione inglese che per decenni ha letteralmente influenzato pesantemente la politica estera degli Stati Uniti. Questo almeno fino a quando i NY Boys hanno introdotto Trump sulla scena politica e geopolitica per far sentire il loro “Basta!”. La facilità con cui i comunisti, o più in generale la sinistra, è riuscita a fare leva sulla psicologia delle folle deriva sostanzialmente da una fonte progressivamente crescente di finanziamenti che è maturata con l'evoluzione del mercato dell'eurodollaro. Inutile dire che la City di Londra è sempre stata in prime linea per alimentare questo flusso e se ne è servita per espandere la propria rete di influenze nel sottobosco dei rapporti tra stati. Marx era il trampolino di lancio di quella rivoluzione “culturale” che avrebbe permesso all'impero inglese di sopravvivere al tempo e alla storia. Gramsci sarebbe stato colui che attraverso la “rivoluzione culturale” avrebbe sancito il copione finale con cui effettuare una colonizzazione “invisibile” di interi Paesi. L'ideologia woke odierna non è altro che l'iterazione moderna della conquista culturale, e poi politica, di una nazione. Ma senza un flusso costante e crescente di fondi, è impossibile tenere in piedi una simile macchina di propaganda (ecco perché Marx aveva come padrini due capitalisti e industriali londinesi che lo finanziavano).

L'aspetto monetario è tanto importante quanto quello filosofico e sociologico. Ecco perché è stata venduta la Federal Reserve agli Stati Uniti dai cugini inglesi affinché fosse la copia sputata della Banca d'Inghilterra e operasse le sette fasi della “Catena finanziaria della morte”. Il modello strutturale dell'economia odierna, santificata da Keynes, è quello impostato su debito e tasse di matrice inglese. Chi, come Hayek, provò ad attaccare questa impostazione in divenire venne accuratamente silenziato. E non è un caso che Hayek, ingiustamente accusato da diversi Austriaci di codardia, quando invece capì davvero come stavano le cose, venne minacciato accademicamente da Sraffa (stretto amico di Gramsci). La rivoluzione comunista era l'esperimento iniziale per soggiogare culturalmente la Russia; la rivoluzione della controcultura negli anni '60 negli Stati Uniti era lo stesso esperimento indirizzato però agli Stati Uniti. Infatti, dove viveva negli anni '60 Roszak, il padre putativo del movimento della controcultura?

L'amministrazione Trump e i NY Boys hanno capito un fatto cruciale: tutte le strade conducono a Londra e tutti i suoi finanziamenti conducono all'eurodollaro. Agire per prosciugare questi affluenti causa effetti a catena che agli occhi dei profani, e a quelli che si lasciano fuorviare da operazioni di intelligence (es. Trump plays 47D chess), sembrano azioni su più livelli. In realtà il livello è uno solo e il CFR sta semplicemente cercando di tenere le redini salde in ambito culturale e preparandosi per tenere vivi quanti più rivoli possibile in modo da tenere gonfio il mercato dell'eurodollaro nel post-Trump.

Il concetto che deve essere chiaro è solo uno: se si vuole impedire lo scoppio di una guerra mondiale, allora bisogna distruggere tutte quelle risorse che potrebbero innescarla. La guerra di propaganda, in particolare quella per fratturare il movimento MAGA, è stata avviata 5 minuti dopo il fallito attentato a Butler. Non c'è nessun “mistero” o “giallo”, quindi, solo una psy-op per intorbidire le acque. Infatti quando si analizza il “balletto diplomatico” iraniano la domanda che bisogna porsi è semplicemente una:  QUALE Iran smentisce? La confusione smette di esserci nel momento in cui si pongono le domande giuste e si viene indirizzati verso ragionamenti coerenti e logici. La fazione “costruttiva” in Iran è in trattative con l'amministrazione Trump e lo scopo in questo frangente storico è , per loro, attraversare progressivamente tutte le linee rosse della cricca di Davos/City di Londra. “Facciamo questo, o quello, firmiamo questo o quell'accordo, vediamo come reagiscono”. Israele e il Libano concordano un cessate il fuoco? Il minuto successivo Hezbollah “si sveglia” dal suo torpore. E che dire di Ever Lovely che ignora consapevolmente gli accordi Iran-USA? Oppure vogliamo parlare delle basi americane in Medio Oriente “distrutte”? Se davvero avessero fatto una tale fine, la testa dell'ammiraglio Brad Cooper sarebbe già stata tagliata via dal comando di CENTCOM.

Dal punto di vista militare, poi, ci sono storie che non ottengono adeguata copertura mediatica, come ad esempio le truppe iraqene che portano avanti un'operazione speciale vicino all'ambasciata americana laddove molto probabilmente si nascondevano spie iraniane; oppure l'avanzata dei curdi a nord. In sintesi, Washington sta usando il “tira e molla” dell'IRGC nei negoziati per ritorcerglielo contro: dateci le coordinate GPS da bombardare e indeboliremo ulteriormente la loro resistenza.

Come ho scritto nel mio ultimo articolo, chi sta conducendo le danze è Bessent. Le sue osservazioni al New York Economic Club non si limitavano alla politica economica: delineavano un cambiamento di rotta nell'economia politica interna, ovvero ripristinare la creazione di credito privato, rilanciare il Sistema Americano e ridurre il ruolo della Federal Reserve. Il filo conduttore è chiaro: un'alternativa “America First” al sistema post-2008 caratterizzato da banche centrali dominanti, banche commerciali limitate e dipendenza dai mercati finanziari. Il parallelismo con Hamilton è innegabile: egli non considerava il credito come un semplice sistema di finanziamento; lo vedeva come uno strumento di sviluppo nazionale, in grado di indirizzare i capitali privati ​​verso l'industria e la produzione. Il quadro di Bessent riecheggia questa tradizione: allineare le politiche per premiare la produzione interna, ricostruire il credito produttivo e riorientare i capitali verso la manifattura, le catene di approvvigionamento e i settori strategici, anziché verso una continua ingegneria finanziaria. Inoltre invoca la necessità di un uso più mirato dei bilanci pubblici e delle istituzioni quasi pubbliche per catalizzare gli investimenti nella reindustrializzazione, nella produzione avanzata e nelle capacità strategiche.

Ciò rende la sua critica all'ordine post-crisi più rilevante dei consueti dibattiti sui tassi di interesse. Dalla crisi finanziaria globale, la FED si è evoluta da prestatore di ultima istanza a gestore di fatto della crescita, della psicologia del mercato e della determinazione dei prezzi del rischio. Allo stesso tempo la regolamentazione post-Dodd-Frank ha posto le banche commerciali in una situazione di vincolo strutturale, mentre il credito privato si è espanso principalmente come arbitraggio nei mercati finanziari piuttosto che come naturale espressione di un sistema economico sano.

La ricetta di Bessent non è l'eliminazione della FED, ma il suo ridimensionamento. Sì, Warsh condivide questa tesi. Infatti c'è anche un'eco jacksoniana. Il quadro di riferimento “America First” di Trump, come la campagna di Andrew Jackson contro la Seconda Banca degli Stati Uniti, riflette un profondo scetticismo nei confronti del potere finanziario concentrato e isolato dalla responsabilità democratica. In quest'ottica l'espansione dei canali di credito, sia pubblici che privati, diventa un modo per aggirare gli intermediari finanziari consolidati e reindirizzare i capitali verso le priorità nazionali.

L'obiettivo è un cambiamento di sistema: uno in cui la creazione di credito, incanalata attraverso mercati e istituzioni, sostenga la formazione di capitale produttivo anziché l'inflazione degli asset, e in cui la crescita sia trainata meno dall'ingegneria finanziaria e più dall'innovazione, dalla capacità industriale e dal progresso tecnologico. La scommessa di Trump e Bessent è semplice: l'America sarà più forte quando la FED interverrà di meno e il Paese costruirà di più. Il messaggio è chiaro, quindi: la globalizzazione ottimizzata per i costi ha reso gli Stati Uniti vulnerabili a interruzioni delle forniture, coercizione geopolitica e fughe tecnologiche. La dipendenza non è più una caratteristica benigna del commercio; è una vulnerabilità strategica. Non si tratta di autarchia, ma di una ridefinizione delle priorità. Semiconduttori, sistemi energetici, produzione avanzata e infrastrutture informatiche vengono riconsiderati come capacità sovrane. Le catene di approvvigionamento vengono valutate meno in base all'efficienza e più in base alla loro capacità di resistere agli shock e alle pressioni degli avversari.

Le implicazioni economiche sono meno rassicuranti. La resilienza implica costi più elevati, un sostegno fiscale costante e il rischio di un'inflazione più persistente... ma Washington è disposta a pagare. Per i mercati, il cambiamento è strutturale. I capitali seguiranno le linee di politica nei confronti dei settori strategici, mentre l'esposizione alle catene di approvvigionamento di Paesi avversari sarà sempre più penalizzata.

Questo riorientamento porta con sé un certo gradiente di incertezza, soprattutto all'estero, dato che l'accesso al dollaro inizia ad essere un privilegio esclusivamente interno. La presunta de-dollarizzazione, dal 2022 in poi, è semplicemente stata una narrativa che è rimasta in piedi solo sulla carta. Infatti la domanda di dollari a livello mondiale è più viva che mai, soprattutto alla luce del cambio di passo finora descritto in questo articolo nei confronti del settore industriale e ancora di più nei confronti del settore finanziario. Come ho avuto modo di scrivere in un pezzo del marzo scorso, la crisi di liquidità ha come sua origine principale la riduzione del rapporto di leva nei bilanci americani e la contrazione del sistema private credit/equity. Da allora la situazione non ha fatto altro che scalare la marcia, soprattutto in quest'ultimo ambito. Per un settore, come quello del private credit, che si è sostituito alle banche commerciali per oltre un decennio ormai, ciò significa che le reazioni del comparto industriale sono più sensibili. Ciò a sua volta significa inventari giù, difficoltà economiche montanti per le industrie, spesa per investimenti in contrazione, licenziamenti. La vera domanda è: chi è attrezzato a resistere a questa pressione di vendita e cambio di passo? Infatti la risposta è presto individuata se si osserva CHI sta correndo forsennatamente verso le uscite per ottenere dollari: il mercato estero.

Uno di questi mercati, ad esempio è la Svezia. Il conseguente rallentamento economico a livello mondiale costringe il resto delle nazioni, esclusi gli Stati Uniti, a dover far fronte ai propri oneri finanziari vendendo valuta locale e riserve in cambio di dollari. Ciò ha un impatto significativo sul Forex, ma soprattutto sul mercato del petrolio: nonostante la discesa di prezzo dell'asset, i prezzi alla pompa rimangono alti. Questo perché l'apprezzamento del dollaro equivale, per il meccanismo sopraccitato, a una discesa delle altre valute (i cui costi per accedere alla materia prima salgono). Per estensione importatori ed esportatori, esclusi quelli americani, si ritrovano in grossi guai: i primi per i costi maggiorati, i secondi per i costi maggiorati riguardo la copertura sul rischio monetario. Un ottimo strumento di pressione geopolitica, senza dubbio, soprattutto su Londra e Bruxelles.

Questa situazione, apparentemente vantaggiosa per gli USA, ha però anch'essa un aspetto negativo. Ogni valuta ha un suo range di negoziazione, l'abbiamo visto sin dalla Brexit, ad esempio, dove alla sterlina è stato impedito di svalutarsi in rapporto all'euro per punire la “Little Britain”. Essa è stata continuamente trattata in una fascia di 0.83-0.89 rispetto all'euro. Lo stesso discorso si applica ai differenziali di tassi tra il decennale inglese e quello americano (+60bps), o quello americano e quello tedesco, o il pair USD/JPY (+160bps), ecc. Il DXY non fa eccezione. Al di sotto degli 85 l'emissione di valuta e debito rischia di essere talmente tanto grande da creare successivamente incapacità di ripagare questi oneri in futuro; al di sopra dei 105 questa incapacità diventa manifesta e morde forte, rischiando di creare una spirale di inadempienze e, paradossalmente, una spirale deflazionistica incontrollata (distruzione della domanda).

A livello puramente meccanico, escludendo gli intenti geopolitici, si tratta di due carry trade, uno nella valuta locale e uno in dollari (se la valuta locale si apprezza “troppo” rispetto al dollaro i debiti denominati in essa diventano difficili da ripagare e le esportazioni rallentano; viceversa se il dollaro si apprezza “troppo” rispetto alle valute locali, i costi degli input industriali creano difficoltà industriali e quindi rallentamento economico)... e se si esce al di fuori di suddetta fascia uno dei due va contro chi li esegue.

In questo contesto il proverbiale “canarino nella miniera” è il dollaro di Hong Kong. Avamposto della City di Londra in Asia, è uno di quei principali centri finanziari in cui il raccordo dell'eurodollaro è più presente. Quando il mercato dell'eurodollaro non è stressato, capitali in entrata finiscono inizialmente nell'Hang Seng Index e successivamente in tutta una serie di derivati finanziari. Quando invece monta lo stress nel mercato dell'eurodollaro, l'indice di borsa di Hong Kong scende e con esso si diffonde una disinflazione in tutti quegli strumenti finanziari che popolano il mercato finanziario ombra. In sintesi, il più recente calo dell'Hang Seng Index ci notifica un prosciugamento della liquidità mondiale.

E perché si sta prosciugando? Questa domanda necessita di due risposte, ovvero la comprensione di cosa sia la City di Londra e il motivo per cui la FED viene rimossa dal monopolio di emissione di nuove unità monetarie. Iniziando da quest'ultimo punto, gli USA hanno vissuto per parecchio tempo in una bolla in cui la classe dirigente ha esercitato massimo danno e massimo vandalismo nei confronti delle istituzioni americane. Si è semplicemente arrivati al punto in cui la Legge dei rendimenti marginali decrescenti ha fatto il suo corso per quanto riguarda la distruzione del dollaro: non c'era più alcun beneficio rimasto nel devastare una valuta che viene usata per proiettare potere. Di conseguenza una parte della classe dirigente americana, i cosiddetti NY Boys, hanno dato mandato politico a Trump affinché si invertisse il trend. Il GENIUS Act, lo STABLE Act e il CLARITY Act sono tutti tasselli dello stesso mosaico che puntano a un disegno generale in cui il Dipartimento del Tesoro americano si occuperà di emissione di credito interna, mentre la FED si occuperà solamente di gestire il valore nominale del dollaro con l'estero.

Per anni ci è stata venduta la storia della soppressione del prezzo dell'oro come mezzo per abbellire il cadavere putrescente del dollaro. E non fraintendetemi, era vera ad esempio dal 2002 al 2009, quando se si comprava all'apertura della borsa di New York e si vendeva alla chiusura si perdeva il 70% (nonostante in quell'arco temporale l'oro sia salito del 700%). Poi i tassi a zero, la ZIRP, la coordinated central banks policy hanno fatto il resto. Ma questa situazione è cambiata nel 2022 e con l'entrata in scena del SOFR, inversione che ha richiesto alla FED di scegliere una delle due strada davanti alle quali si trovava: o avrebbe contratto il suo bilancio del 90%, o l'avrebbe contratto fino a un certo ammontare e poi lasciato salire i prezzi delle garanzie collaterali (oro, Bitcoin). La scelta è ricaduta su quest'ultima via, dove l'oro è salito di prezzo ed è stata introdotta l'idea di creare un fondo sovrano nazionale con una riserva di Bitcoin pari a 1 milione di unità.

Gli Stati Uniti hanno intenzione di diventare un'economia più hamiltoniana di quanto non fossero prima, come lo sono ad esempio le economie di Russia e Cina. Ha funzionato per la Norvegia, ha funzionato per l'Arabia Saudita e sta funzionando per la Russia nonostante tutte le angherie che ha sopportato sin dallo scoppio del conflitto in Ucraina. Comprare oro, costruire un fondo sovrano, tenere basse le imposte sul reddito, tenere un tetto alle prestazioni dello Stato sociale, incamerare azioni di società strategiche (es. Intel, Fannie/Freddie, ecc.)... e poi col fondo sovrano finanziare i vari aspetti del governo federale. Per la precisione, gli asset collaterali saranno un mix, non solo T-Bill a breve termine, e questo include anche Bitcoin. Breve digressione qui. Blackrock è una azienda di medie dimensioni. Per quanto venga raffigurata come qualcosa in possesso di tentacoli ovunque, ha un equity ridicolo. Per Dimon & Co. è stato un gioco da ragazzi piegarla. Dal discorso di Fink a Davos lo scorso gennaio, abbiamo appreso che, pur di salvare la sua compagnia, ha deciso di ripudiare tutte quelle idiozie partorite gli anni precedenti da quello stesso forum. Quanto credete ci possa volere per i NY Boys se volessero reiterare lo stesso meccanismo nei confronti di Saylor ad esempio? Perché lui è ancora un'incognita in questo gioco. Potrebbe benissimo essere un proxy del Dipartimento del Tesoro americano per arrivare alla famosa riserva da 1 milione di bitcoin; oppure potrebbe essere benissimo un agente della cricca di Davos/City di Londra che sta accumulando liquidità per loro; potrebbe essere benissimo un tizio che s'è ritrovato per caso in una situazione più grande di lui.

Pensiamo per un momento al meccanismo delle azioni privilegiate. Se non sono convertibili, sono essenzialmente perpetual bond. Se le azioni vanno a zero e non sono convertibili, non si acquisisce l'equity della società. Questo significa che se le azioni privilegiate di Strategy non sono convertibili, se dovesse andare in bancarotta chi le ha acquistate non vedrebbe nemmeno un satoshi. Se invece sono convertibili, il prezzo di Bitcoin viene crashato perché viene venduto tramite le conversioni e lui è fregato. Questa è una di quelle situazioni che va osservata attentamente, soprattutto dopo il rimbalzo marcato che hanno fatto registrare suddette azioni (es. È stato salvato? Ha stretto un accordo sottobanco dietro le quinte? Ha un santo in paradiso e chi è?).

Il dato certo che abbiamo finora è uno: lo zio Sam attualmente possiede circa 200.000 bitcoin e per arrivare a 1 milione ne mancherebbero circa 800.000... la stessa quantità posseduta attualmente da Strategy.

Torniamo adesso alle doppie risposte riguardo la crisi di liquidità e passiamo alla seconda: la City di Londra. Esiste il posto fisico, il famoso miglio quadrato, con le sue regole, le sue norme e la propria amministrazione; poi esiste la metafora che io utilizzo per racchiudere il centro nevralgico di tutti quegli antichi poteri finanziari, i quali nel tempo hanno spostato la loro “capitale” muovendola prima da Venezia, poi da Amsterdam e infine a Londra. Avevano l'intenzione di spostarla di nuovo, a Dubai, e hanno avamposti a Singapore, Hong Kong, Tokyo, Vancouver, Teheran, Ankara, Washington DC, New York. Si tratta, in sintesi, di quel meccanismo dei vecchi poteri dell'Europa colonialista attraverso cui proiettano controllo. Da un lato quello finanziario (City), dall'altro il tavolo decisionale e di impostazioni delle linee di politica socio-politiche (Davos). Non sono esattamente la stessa cosa, non sono sovrapponibili, bensì rappresentano una convergenza di interessi. Ecco perché la Brexit è stata combattuta così tanto e Bruxelles ha fatto di tutto per riassorbire il Regno Unito, così come ha fatto di tutto per far eleggere Primi ministri inglesi che fossero allineati coi suoi punti di vista e sbarazzarsi di quelli che volevano riaffermare la sovranità inglese.

La City di Londra è il modo in cui scorrono i soldi, in cui i dollari vengono sottoposti a re-hypothecation. In realtà è meglio dire “era”, dato che dal 2022 gli Stati Uniti sono tornati a essere i decisori del costo del biglietto verde. Il cuore di questa strategia è stato il mercato dei capitali, è lì che sono state indirizzati gli sforzi per riorientare i flussi finanziari che hanno reso la City il principale sbocco. È questo il più grande “segreto” in bella vista che pochi hanno afferrato: chi ha un dannato bisogno di centralizzazione è la cricca di Davos/City di Londra, invece i NY Boys possono benissimo sopravvivere con una dose maggiore di decentralizzazione negli Stati Uniti. Ecco perché il Senato americano ha approvato una legge che vieta la CBDC sul suolo americano, mentre invece in Europa questo strumento rappresenta la linfa vitale e la sopravvivenza dell'attuale sistema. Il tutto si riduce a un unico motivo: gli eurocrati sono consapevoli che Tether e le stablecoin ancorate al dollaro toglieranno grandi flussi di capitali a Bruxelles e a Londra, quindi il sistema di comando & controllo incalzante che avanza in entrambe le giurisdizioni è propedeutico affinché il Super stato europeo abbia la capacità e la giustificazione economica, sociale e politica affinché possa bloccare i flussi in uscita.

Non dimentichiamoci un aspetto fondamentale: quello americano è un processo, tutti i problemi che attanagliano l'economia statunitense non saranno aggiustati in questa iterazione. 


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giovedì 9 luglio 2026

Un mercato ribassista è una cosa positiva

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/un-mercato-ribassista-e-una-cosa)

Uno dei miei autori preferiti sul Wall Street Journal è Spencer Jakab, il quale di recente ha scritto un articolo in cui spiega perché un mercato ribassista non è necessariamente una cosa negativa. Inizia con una citazione tratta da Il Padrino.

Queste cose devono succedere ogni cinque anni circa, dieci anni. Aiutano a sbarazzarsi dei rancori... sono passati dieci anni dall'ultima volta.

Nei mercati odierni menzionare la parola “ribassista” vi farà etichettare immediatamente come un “pessimista cronico” e tutti penseranno subito alla fine del mondo: morte, disastri e distruzione. Purtroppo persino la Federal Reserve e il governo americano credono che i mercati ribassisti  siano “negativi”.  Per questo motivo hanno fatto di tutto per evitare mercati ribassisti e recessioni attraverso massicci interventi e linee di politica di tassi di interesse a zero.

Sì, i mercati ribassisti sono effettivamente distruttivi, poiché invertono l'“effetto ricchezza”. Le persone perdono il lavoro a causa del calo della domanda economica, le aziende deboli falliscono e la fiducia dei consumatori diminuisce. Tuttavia, a volte la distruzione è una  cosa “salutare” e ci sono molti esempi a cui possiamo fare riferimento, come gli incendi boschivi. Come un mercato ribassista, gli incendi boschivi sono una parte naturale del ciclo ambientale. Sono il modo in cui la natura ripulisce il suolo dalla lettiera morta, permettendo ai nutrienti essenziali di tornare al terreno. Man mano che il terreno si arricchisce, consente un nuovo e sano inizio per piante e animali. Gli incendi svolgono anche un ruolo vitale nella riproduzione di alcune piante.

Tuttavia, proprio come la Federal Reserve ha cercato di fermare i mercati ribassisti, la California ha ottenuto risultati negativi simili nel tentativo di prevenire gli incendi boschivi, come evidenziato dal MIT:

Decenni di tentativi di estirpare le fiamme che distruggono in modo naturale gli alberi più piccoli e il sottobosco hanno avuto conseguenze disastrose. Questo approccio fa sì che, quando scoppiano gli incendi, ci sia  spesso molto più materiale combustibile da bruciare, che funge da innesco, permettendo alle fiamme di risalire fino alle chiome e di abbattere alberi maturi altrimenti resistenti.

Sì, i mercati ribassisti hanno un impatto terribile a breve termine, ma permettono anche al sistema di riorganizzarsi per una crescita più sana in futuro.

Come abbiamo discusso in un altro pezzo, i mercati prosperano grazie a cicli di espansione e contrazione.

Nel corso della storia i cicli di mercato rialzista rappresentano solo la metà del ciclo di mercato completo. Questo perché durante ogni ciclo di mercato rialzista i mercati e l'economia accumulano eccessi che vengono poi annullati durante il successivo ciclo di mercato ribassista.

In altre parole, proprio come gli incendi ripristinano l'equilibrio nella foresta, un mercato ribassista inverte l'accumulo di eccessi della precedente fase rialzista. Quando le valutazioni accelerano senza controllo, l'eccesso speculativo prolifera. Come mostrato nel grafico qui sotto, quando le valutazioni aumentano senza controllo, il mercato supera di gran lunga il suo trend di crescita esponenziale a lungo termine, portando infine a un'inversione di tendenza.

Alla fine degli anni '90, ad esempio, le valutazioni delle società tecnologiche avevano poca attinenza con i loro profitti effettivi e la leva finanziaria si accumulava nei settori finanziari non bancari. Senza una contrazione significativa, gli eccessi si sono accumulati e amplificati. Un vero mercato ribassista costringe gli operatori a rivalutare le ipotesi, a contenere la leva finanziaria e, in definitiva, a ripristinare l'allineamento tra prezzo e fondamentali. Non è un caso che le più gravi calamità finanziarie siano seguite a periodi di correzioni deboli o assenti. Il crollo delle dot-com (2000-2002) e la crisi finanziaria globale (2007-2009) si sono verificati entrambi dopo lunghe fasi di espansione con scarsi aggiustamenti significativi. La crisi che ha seguito quei periodi è stata di gran lunga più dannosa delle correzioni stesse.

Ed è proprio per questo che un mercato ribassista può essere vantaggioso.


Ridurre il rischio di crisi maggiori

In qualità di investitori, dovremmo accogliere con favore le normali correzioni dei mercati ribassisti (del 20% o più), poiché contribuiscono a mantenere in salute il sistema di mercato. Una ricerca di Goldman Sachs identifica tre tipi di mercati ribassisti: quelli guidati da eventi specifici, quelli ciclici e quelli strutturali. Ognuno di essi funge essenzialmente da “sfogo” per gli eccessi in modi diversi. In altre parole, i mercati ribassisti non sono “incidenti” da temere, ma meccanismi attraverso i quali i mercati si autocorreggono.

Ancora più importante, la Federal Reserve e il governo NON dovrebbero intervenire durante questi processi correttivi, poiché i mercati ribassisti agiscono come un “meccanismo di pulizia” delle basi deboli. I mercati ribassisti scovano le aziende deboli, le allocazioni di capitale errate e i modelli di business insostenibili. Tuttavia quando la Federal Reserve o il governo intervengono per “salvare” tali debolezze, creano un ambiente che porta a una crisi più grave in futuro. Come ha affermato il leggendario investitore Warren Buffett: “Il mercato azionario è progettato per trasferire denaro dagli investitori attivi a quelli pazienti”. Questo capitale paziente funziona al meglio quando la bolla speculativa viene eliminata.

In breve, i mercati ribassisti fungono da igiene di mercato. Eliminano l'accumulo di rischio, correggono le distorsioni strutturali dei prezzi e aprono la strada a espansioni più sane. In questo modo, riducono le probabilità di un boom incontrollato e del conseguente crollo catastrofico. Come già accennato, il problema di lasciare che le espansioni procedano senza controllo è che il rischio si accumula, la leva finanziaria diventa eccessiva, le valutazioni si disconnettono dagli utili e la psicologia degli investitori diventa euforica. Possiamo constatarlo ora, data la quantità di leva finanziaria e speculazione attualmente presenti sul mercato.

L'euforia è pericolosa. Come ha osservato Scott Bessent, Segretario del Tesoro degli Stati Uniti:

Le correzioni sono sane. Sono normali. Ciò che non è sano è, senza mezzi termini, la creazione di questi mercati euforici.

Senza una correzione significativa, il sistema diventa fragile. Le ricerche dimostrano che i mercati ribassisti strutturali, la tipologia più grave, tendono a seguire fasi rialziste caratterizzate da eccessi generalizzati, bolle speculative e un elevato livello di indebitamento del settore privato.

Un buon esempio è stata la crisi finanziaria globale del 2008. I prezzi delle case sono saliti alle stelle, i derivati complessi si sono moltiplicati e molti investitori credevano che “questa volta sarebbe stato diverso”. Quando è iniziata la fase di liquidazione, il crollo è stato drastico, con i mercati statunitensi che hanno subito un calo di oltre il 50%. Tuttavia se la Federal Reserve avesse intrapreso qualche azione per ridurre i prestiti speculativi aumentando i requisiti di riserva o i tassi di interesse, tale azione avrebbe probabilmente causato un mercato ribassista più moderato in una fase precedente, il che avrebbe potuto sgonfiare l'eccesso di liquidità, evitare un collasso sistemico o almeno ridurre la portata dei danni.

Accogliendo i mercati ribassisti (o almeno accettandone l'inevitabilità), i mercati consentono agli operatori più deboli di uscire, di riallocare i capitali e di riallineare le valutazioni prima della successiva fase rialzista. Infatti un mercato ribassista riduce il “rischio di coda” di un evento catastrofico, forzando correzioni minori anziché un unico crollo massiccio. Gli studiosi hanno trovato prove di causalità asimmetrica: i mercati ribassisti possono causare recessioni, ma le recessioni non sempre causano mercati ribassisti.

In pratica ciò significa che l'investitore più accorto dovrebbe considerare un mercato ribassista non solo come un rischio, ma come un fattore di protezione del sistema nel lungo termine. Riduce l'accumulo di fragilità, sgonfia le bolle in modo più controllato e mitiga il rischio di un crollo di vasta portata. Sebbene un tale processo possa ridurre i rendimenti del mercato azionario, l'effetto netto è un minor numero di sconvolgimenti economici su larga scala, anche se il breve termine può risultare difficile.


Perché gli investitori dovrebbero accogliere i mercati ribassisti come un'opportunità

Sebbene i mercati ribassisti possano risultare scomodi, offrono un terreno fertile per rendimenti a lungo termine se si è preparati. I dati lo confermano: i mercati ribassisti sono una fase normale e, storicamente, gli investitori che rimangono investiti e acquistano asset di qualità a prezzi scontati hanno ottenuto rendimenti eccezionali nel tempo.

“La paura diffusa è vostra amica come investitori, perché vi offre occasioni di acquisto vantaggiose.” – Warren Buffett

Questa citazione riassume la situazione. In una profonda correzione di mercato, le aziende di qualità spesso vengono scambiate a sconti irrazionali. Chi non ha esperienza vende in preda al panico; chi è preparato acquista in modo selettivo.

Inoltre i mercati ribassisti rafforzano la disciplina. Molti giovani investitori, e persino molti professionisti di oggi, non hanno esperienza di un ciclo ribassista completo. Le correzioni superficiali hanno caratterizzato l'ultimo decennio, privando i mercati di veri e propri stress test. Senza questi test, molti giovani investitori sottovalutano il rischio che corrono inseguendo le mode e allocando male il capitale. Un mercato ribassista insegna l'umiltà, impone la conservazione del capitale, costringe a una rivalutazione dei modelli di business e delle valutazioni e distingue ciò che è duraturo da ciò che è effimero.

Infatti i mercati ribassisti vi offrono due vantaggi se li sfruttate bene:

  1. La possibilità di possedere asset di alta qualità a valutazioni inferiori;
  2. La capacità di generare, partendo da una base più bassa, rendimenti più consistenti nel tempo.

Con i mercati sopravvalutati, la speculazione alle stelle e le prospettive future probabilmente eccessivamente ottimistiche, gli investitori dovrebbero valutare l'opportunità di intraprendere alcune azioni oggi stesso per orientarsi nell'attuale contesto di mercato rialzista.

• Effettuate subito un'analisi fondamentale del vostro portafoglio. Assicuratevi che le aziende in cui detenete azioni abbiano una redditività duratura, vantaggi competitivi duraturi e un livello di indebitamento gestibile.

• Mantenete o create una riserva di liquidità. Dovreste avere a disposizione liquidità disponibile, contanti o equivalenti, pronti da impiegare quando le valutazioni diventano interessanti.

• Definite in anticipo le vostre valutazioni “obiettivo” o le caratteristiche aziendali. Sappiate quanto siete disposti a pagare per aziende di qualità quando il mercato si farà più timoroso.

• Evitate di inseguire temi speculativi quando le valutazioni sono elevate. Verificate gli utili, i bilanci e i modelli di business.

• Impostate dei controlli di allocazione. Ad esempio, determinate in anticipo la percentuale di esposizione azionaria che siete disposti ad aumentare in caso di recessione.

• Meglio rimanere investiti piuttosto che vendere in preda al panico. Uscire durante un calo drastico spesso significa consolidare le perdite e perdere l'occasione di una ripresa iniziale.

• Preparatevi emotivamente. I mercati ribassisti mettono alla prova i nervi, non l'intelligenza. La disciplina è più importante del tempismo.

• Mantenete una prospettiva a lungo termine. I mercati ribassisti sono capitoli di percorsi di investimento pluridecennali. Il valore composto deriva dal rimanere coinvolti durante tutto il ciclo.

• Utilizzate una watchlist di titoli di alta qualità che vorreste possedere qualora il loro valore subisse un calo significativo. Preparate la lista ora, in modo da poter passare da un approccio reattivo a uno proattivo quando si presenterà l'opportunità.

• Monitorate i segnali macroeconomici e le valutazioni, ma non lasciate che paralizzino l'azione. Il mercato non aspetterà una chiarezza assoluta.

Seguendo questo elenco di punti, vi metterete nelle condizioni di trarre vantaggio da un mercato ribassista anziché esserne sopraffatti. In definitiva, le fasi di ribasso del mercato fanno parte del processo di creazione di ricchezza a lungo termine, ma è fondamentale mantenere la disciplina.

I mercati ribassisti sono un meccanismo necessario per la salute dei mercati finanziari; riducono il rischio di eccessi sistemici e di crisi; permettono all'investitore accorto di acquisire asset di alta qualità a valutazioni interessanti e di partecipare più pienamente al prossimo ciclo di crescita.

Ma oggi è necessario prepararsi per sfruttare e accogliere l'inevitabile “mercato ribassista”, che però rappresenta un'opportunità, non una maledizione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 8 luglio 2026

Il declino della moneta fiat nelle nazioni sviluppate

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-declino-della-moneta-fiat-nelle)

I governi presumono di poter stampare tutta la moneta che vogliono e che verrà accettata con la forza. Tuttavia la storia delle valute fiat è sempre la stessa: prima i governi superano i limiti di credito, poi ignorano tutti i segnali di allarme e infine assistono al crollo della valuta.

Oggi assistiamo in tempo reale al declino delle valute fiat nelle economie sviluppate. Il sistema di riserva mondiale si sta lentamente ma inesorabilmente diversificando, allontanandosi da un ancoraggio basato esclusivamente sulle valute scoperte per orientarsi verso uno misto in cui l'oro gioca un ruolo dominante.

I dati COFER dell'FMI mostrano che, sebbene il dollaro continui a dominare, la sua quota di riserve dichiarate è scesa verso il 50%. L'oro ha superato il dollaro e l'euro come principale bene rifugio delle banche centrali per la prima volta in 40 anni.

C'è una ragione per questo cambiamento storico: le economie sviluppate hanno superato tutti i loro limiti di indebitamento.

Il debito pubblico è costituito da emissioni di valuta e la credibilità delle nazioni sviluppate come emittenti sta rapidamente svanendo. Tutto è iniziato quando la BCE, la FED e le principali banche centrali mondiali hanno fatto registrare ingenti perdite. I loro attivi generavano rendimenti negativi, mentre l'inflazione e i problemi di solvibilità diventavano evidenti. Gli economisti e i governi tradizionali hanno minimizzato queste perdite, considerandole insignificanti, eppure esse dimostravano l'estremo rischio associato agli acquisti di asset effettuati negli anni precedenti.

L'inflazione è una forma di default graduale sugli obblighi emessi, e le banche centrali stanno evitando il debito dei Paesi sviluppati perché prevedono un deterioramento delle prospettive fiscali e inflazionistiche. Il debito sovrano non è più un bene di riserva.

Il debito pubblico mondiale ha raggiunto circa $102.000 miliardi, un nuovo record storico, ben al di sopra dei livelli pre-pandemia e vicino ai picchi toccati durante la più aggressiva espansione monetaria. Il debito sovrano ha alimentato questa crescita fenomenale, con Paesi come la Francia e gli Stati Uniti che hanno fatto registrare enormi deficit annuali anche in periodi non di crisi. La politica economica statunitense, nota come “Bidenomics”, è stata la prova più evidente di una politica fiscale imprudente, con deficit record e un aumento della spesa di oltre $2.000 miliardi in un periodo di forte ripresa economica.

Come si è verificata questa perdita di fiducia? Le nazioni con una forte sovranità monetaria non hanno una capacità illimitata di emettere valuta e debito; hanno dei limiti ben precisi che, una volta superati, generano un'immediata perdita di fiducia a livello mondiale. Le economie sviluppate hanno oltrepassato questi tre limiti, soprattutto a partire dal 2021:

• Il limite economico viene raggiunto quando un debito sempre più elevato porta a una diminuzione della crescita marginale. La spesa pubblica ha gonfiato il PIL, ma la produttività è stagnante e i salari reali netti sono invariati o in calo.

• Il limite fiscale deriva dallo spiazzamento degli investimenti produttivi da parte degli oneri finanziari e della spesa per i servizi sociali. Nonostante la repressione finanziaria, i bassi tassi di interesse e gli stimoli monetari, gli oneri finanziari assorbono quote sempre maggiori dei bilanci dei Paesi sviluppati, rendendo più oneroso il finanziamento degli obblighi pubblici, anche se l'indice dei prezzi al consumo annuo si modera.

• Il limite inflazionistico viene raggiunto quando il ripetuto finanziamento monetario della spesa pubblica erode la fiducia nel potere d'acquisto della moneta fiduciaria e l'inflazione cumulativa supera i salari reali, creando una crisi di accessibilità economica.

La recente combinazione di elevato debito nominale, aumento degli oneri finanziari e deficit fiscali strutturali nelle principali economie avanzate dimostra il superamento di ogni limite.

Le banche centrali comprendono la natura della moneta fiat e sanno che il debito sovrano non rappresenta più l'asset sicuro in grado di garantire stabilità e rendimenti economici reali, pertanto hanno reagito con un'ondata senza precedenti di acquisti d'oro. Gli acquisti ufficiali netti hanno superato le 1.100 tonnellate nel 2022 e si sono mantenuti al di sopra delle 1.000 tonnellate sia nel 2023 che nel 2024, più del doppio della media annua registrata tra il 2010 e il 2021. Nel 2024 le banche centrali hanno acquistato ufficialmente 1.045 tonnellate d'oro, segnando il terzo anno consecutivo al di sopra delle 1.000 tonnellate e prolungando una serie di 15 anni di aumenti netti. Tuttavia si stima che gli acquisti non ufficiali siano significativamente maggiori. I sondaggi mostrano che circa un terzo delle banche centrali prevede di aumentare le proprie riserve auree nei prossimi anni e oltre quattro quinti si aspettano che le riserve auree ufficiali mondiali continuino a crescere a causa delle preoccupazioni per l'inflazione persistente, la stabilità finanziaria e i problemi di solvibilità.

La domanda record di oro è una risposta diretta alla mancanza di fiducia nella sostenibilità delle passività in valuta fiat emesse da stati eccessivamente indebitati. L'oro non presenta rischi di default e non è soggetto al controllo delle banche centrali, il che lo rende un investimento adatto quando le stesse banche centrali dubitano della credibilità a lungo termine delle valute dei grandi Paesi.

Molti gestori di riserve ritengono che il modo in cui i governi aumentano massicciamente l'offerta di moneta durante le crisi, unitamente al lento ritorno alle politiche normali, implichi che l'inflazione e il controllo finanziario siano ormai componenti permanenti del sistema, anziché semplici soluzioni temporanee; pertanto l'acquisto di riserve auree rappresenta una sorta di polizza assicurativa contro la graduale tassazione dei risparmiatori attraverso rendimenti reali negativi e inflazione.

Un simile esito non significa un imminente crollo del dollaro, né un processo di “de-dollarizzazione”, bensì un'indiscutibile perdita di fiducia nelle valute fiat in generale, dall'euro e dalla sterlina allo yen e al dollaro stesso. Quest'ultimo, però, rimane la valuta fiat dominante, rappresentando l'89% delle transazioni mondiali e detenendo il 57% delle riserve mondiali.

Investitori e banche centrali si stanno orientando verso un ordine di riserva ibrido in cui le valute fiat coesistono con un'allocazione strutturalmente più elevata nei confronti dell'oro, ma anche con un utilizzo crescente di crittovalute decentralizzate.

Alcune banche centrali sono nel panico. La BCE mira a imporre l'uso dell'euro attraverso l'introduzione di una valuta digitale emessa dalla banca centrale, ma questo approccio errato riflette sia la disperazione che il desiderio di controllo. La FED e il governo statunitense stanno incentivando le stablecoin coperte da titoli del Tesoro come mezzo per stimolare la domanda di dollari. È un'idea migliore rispetto all'imposizione e alla repressione, soprattutto considerando che il governo statunitense è concentrato sulla riduzione del deficit e del debito. Tuttavia se il governo statunitense non accelera le misure per ridurre il debito attraverso politiche di crescita e tagli alla spesa, la fiducia nella sua valuta potrebbe indebolirsi rapidamente.

Nessun governo nelle economie avanzate vuole tagliare la spesa pubblica, fatta eccezione per l'amministrazione statunitense, che lo sta facendo con moderazione. Con economie che si trovano ad affrontare rapporti debito pubblico/PIL superiori al 100%, persistenti disavanzi primari e resistenza politica a seri tagli alla spesa, è probabile che chi emette valuta fiat rimanga intrappolato oltre i limiti economici, fiscali e inflazionistici.

Stiamo vivendo un cambiamento monetario storico che avrà implicazioni a lungo termine. Le banche centrali di tutto il mondo hanno smesso di credere alle promesse sulla carta e richiedono moneta reale. La prima nazione ad adottare politiche monetarie e fiscali solide vincerà... le altre perderanno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 7 luglio 2026

Tsunami del debito: l'eredità di Alan Greenspan

La proposta di Judy Shelton sui Treasury Trust Bond incarna una classe speciale di debito pubblico pensata per ricollegare il dollaro all'oro pur tuttavia senza riportare formalmente gli Stati Uniti al classico gold standard. Il suo obiettivo dichiarato era quello di reintrodurre la disciplina di mercato nel sistema monetario, preservando al contempo un ruolo formale per il governo statunitense. La struttura è semplice, ma le implicazioni sono significative. Il Dipartimento del Tesoro emetterebbe un'obbligazione che non paga interessi periodici. L'investitore, invece, acquista lo strumento a sconto e riceve un pagamento predefinito alla scadenza. La caratteristica distintiva è l'opzione di riscatto: alla scadenza il detentore potrebbe scegliere tra il valore nominale in dollari o una quantità predefinita di oro. Questa scelta trasforma l'obbligazione in un referendum sul potere d'acquisto a lungo termine del dollaro. La Shelton ha presentato l'idea in una forma più simbolica: un titolo del Tesoro convertibile in oro con scadenza a 50 anni, emesso il 4 luglio 2026, in occasione del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, e con scadenza il 4 luglio 2076, in occasione del 300° anniversario. Ha anche fatto riferimento alle 261 milioni di once d'oro statunitensi, ancora registrate nei libri contabili a $42 l'oncia, mentre il valore di mercato è di gran lunga superiore. Secondo la sua impostazione l'oro non dovrebbe essere venduto, dovrebbe essere mobilitato come garanzia e strumento di credibilità. Questa distinzione è importante: la proposta non è quella di liquidare Fort Knox per finanziare il deficit, si tratta di utilizzare le riserve auree statunitensi come meccanismo di garanzia per uno specifico strumento. Un Treasury Trust Bond creerebbe un prezzo di mercato per la fiducia nel dollaro. Se gli investitori preferiscono i normali titoli del Tesoro, il segnale è che si fidano del dollaro, della FED e della politica fiscale; se invece preferiscono i titoli del Tesoro convertibili in oro, il segnale è diverso: il mercato desidera protezione contro il deprezzamento del dollaro, lo slittamento della politica fiscale o la discrezionalità monetaria. La FED continua ad esistere, ma il mercato riceve uno strumento in grado di misurare, in tempo reale, se gli investitori a lungo termine preferiscono il rimborso in valuta fiat o il rimborso indicizzato all'oro. L'implicazione sul dollaro è quindi sottile. Un Treasury Trust Bond non è anti-dollaro, è un tentativo di renderlo più credibile costringendolo a competere con l'oro all'interno della curva dei rendimenti dei titoli del Tesoro. Gli Stati Uniti non abbandonerebbero il dollaro, bensì affermerebbero piuttosto che è sufficientemente forte da poter essere misurato rispetto all'oro. Per il metallo giallo l'implicazione è ancora più diretta: passerebbe da riserva passiva a garanzia monetaria attiva. Questo rappresenterebbe un importante cambiamento psicologico: l'oro non sarebbe più una copertura contro l'inflazione e una riserva della banca centrale, diventerebbe un punto di riferimento per la disciplina del credito sovrano. L'inversione di tendenza definitiva dall'eredità Greenspan. Questa, infatti, è la vera innovazione: una tale obbligazione non si limiterebbe a raccogliere fondi, ma rappresenterebbe un termometro della fiducia.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/tsunami-del-debito-leredita-di-alan)

Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006, incarna una sorprendente svolta ideologica, passando da sostenitore del gold standard ad architetto del moderno sistema finanziario espansivo, alimentato dal debito. È scomparso all'età di 100 anni e questo rappresenta un buon momento per valutare la sua eredità e spiegarne l'importanza.

Negli anni Sessanta, da giovane economista influenzato da Ayn Rand e dall'Oggettivismo, Greenspan sostenne con forza il sistema aureo. Nel suo saggio del 1966, “Oro e libertà economica”, sostenne che la moneta coperta dall'oro fosse essenziale per il capitalismo. Essa impediva agli stati di inflazionare la valuta per finanziare lo Stato sociale o i deficit, prevenendo l'erosione dei risparmi e i cicli di boom & bust causati dalla manipolazione della moneta fiat. Considerava le banche centrali e la moneta scoperta come strumenti per la confisca occulta della ricchezza attraverso l'inflazione.

Fu proprio quel saggio a fargli guadagnare l'affetto di Ayn Rand. Divenne un membro stimato della sua cerchia ristretta in un periodo in cui tali circoli influenti dominavano la scena di Manhattan. Si guadagnò la sua fiducia mentre la sua società di consulenza acquisiva sempre maggiore influenza. I suoi clienti erano tra i più importanti di Wall Street. La sua vicinanza alla Rand e alla sua cerchia contribuì alla percezione, diffusa all'epoca, che le idee della stessa Rand fossero in ascesa, come dimostrava la costante crescita delle vendite dei suoi libri.

Una volta al potere, però, Greenspan operò all'interno del sistema che un tempo aveva criticato. Divenne noto per la sua politica monetaria discrezionale e flessibile, che privilegiava la stabilità e la crescita economica a breve termine rispetto a regole rigide.

Tra gli elementi chiave figurava la “Greenspan Put”.

I mercati si sono abituati ad aspettarsi che la FED riducesse i tassi di interesse e iniettasse liquidità durante le crisi per attutire il calo dei prezzi degli asset. Questo processo è iniziato con il crollo del mercato azionario del 1987 (Lunedì Nero), durante il quale Greenspan confermò la disponibilità della FED a fornire liquidità.

Questo fu l'inizio di quello che in seguito divenne noto come Quantitative Easing, o allentamento monetario quantitativo, come metodo per affrontare le turbolenze dei mercati. Rappresentò un ripudio totale delle linee di politica di Paul Volcker dal 1979 al 1982, l'ultima volta in cui questo Paese permise a una recessione economica di seguire il suo corso naturale anziché ricorrere a metodi artificiali di stimolo della domanda. Fu una prova della teoria della Scuola Austriaca, secondo la quale le recessioni servono a eliminare gli investimenti sbagliati e a preparare il terreno per una nuova prosperità.

Il test contribuì a creare le condizioni per il boom degli anni '80. Eppure, allo stesso tempo, abbiamo assistito a misure di deregolamentazione finanziaria e bancaria che avrebbero favorito nuove forme di finanziamento creditizio, offuscando le vecchie distinzioni tra risparmi e depositi a vista. Fu proprio questo cambiamento a modificare radicalmente il funzionamento del capitalismo.

Con una moneta solida e un libero mercato, il tasso di interesse rifletteva il tasso di risparmio. Gli investitori prendevano in prestito solo ciò che avevano a disposizione, mentre i risparmiatori venivano premiati per la loro parsimonia con alti tassi di interesse. Il tasso di rendimento del capitale finanziario tendeva a un equilibrio identico ai livelli di produzione industriale. Ciò significa che era sempre più conveniente risparmiare che assumersi rischi, a meno che non si avesse intenzione di intraprendere attività speculative imprenditoriali. Questo era l'equilibrio: risparmiare, investire, crescere.

Gli sforzi di Greenspan ribaltarono completamente la situazione. La Federal Reserve intraprese un nuovo esperimento che avrebbe premiato il debito più del risparmio attraverso un semplice stratagemma: abbassò i tassi d'interesse al punto che risparmiare rendesse meno che investire in azioni, in modo che chiunque potesse indebitarsi e investire, guadagnando di più sui mercati finanziari. Iniziò così quella che viene chiamata finanziarizzazione. Rovesciò i meccanismi tradizionali del capitalismo, introducendo un nuovo sistema di calcolo che smise di premiare il risparmio e iniziò a premiare la leva finanziaria al di sopra di ogni altra cosa.

Un risultato davvero notevole per un uomo che decenni prima aveva condannato proprio questo sistema!

Questa strategia fu riproposta in risposta alla crisi LTCM del 1998, al crollo delle dot-com (2000-2001) e al periodo successivo all'11 settembre. Gli investitori hanno incorporato nei prezzi questa protezione implicita contro i ribassi, come un'opzione put, incoraggiando una maggiore assunzione di rischi, l'utilizzo della leva finanziaria, il servizio del debito e una speculazione sfrenata.

Dopo lo scoppio della bolla delle dot-com e l'11 settembre, la Federal Reserve sotto la guida di Greenspan ridusse il tasso di riferimento a un minimo storico di circa l'1% tra il 2003 e il 2004, mantenendolo a quel livello. Ciò creò credito a bassissimo costo, alimentando i prestiti, la leva finanziaria e l'aumento dei prezzi degli asset (soprattutto degli immobili). Questo alimentò direttamente la bolla immobiliare di metà anni 2000, rendendo i mutui straordinariamente accessibili e incoraggiando i prestiti subprime.

Il risultato fu un azzardo morale e una cultura sfrenata di assunzione di rischi a scapito della prudenza finanziaria. La combinazione di salvataggi per i mercati (non necessariamente per le singole imprese) e tassi bassi alimentò la convinzione che la FED avrebbe sempre “ripulito” il mercato dopo le bolle speculative.

Ciò ha ridotto i rischi percepiti della speculazione, portando a una maggiore leva finanziaria, a mutui esotici e a una più ampia era di “finanziamento tramite debito” in cui l'espansione del credito ha superato la crescita produttiva. Lo stesso Greenspan parlò di “esuberanza irrazionale” nel 1996, ma non agì in modo decisivo per far scoppiare le bolle.

Il mandato di Greenspan ha coinciso con (e ha contribuito a favorire) un cambiamento strutturale verso livelli più elevati di debito pubblico-privato, la finanziarizzazione dell'economia e ripetute bolle speculative. La bolla immobiliare e la crisi del 2008 ne sono gli esempi più lampanti: la politica monetaria accomodante del periodo post-dot-com ha contribuito all'eccessivo indebitamento di famiglie e banche. Sebbene abbia difeso le sue azioni (sostenendo che le bolle sono difficili da individuare in tempo reale e che i bassi tassi di interesse non sono stati l'unica causa dei problemi del mercato immobiliare), le sue linee di politica hanno mascherato i crescenti rischi sistemici e hanno indirizzato gli Stati Uniti verso il disastro.

Negli anni successivi Greenspan espresse un giudizio favorevole sull'oro (ad esempio, definendolo la principale valuta mondiale e ammettendo, in conversazioni con Ron Paul, che la FED aveva cercato di imitare i segnali del gold standard). Riconobbe l'incompatibilità dello Stato sociale con la moneta forte, ma operò pragmaticamente all'interno del sistema.

Belle parole, ma guardate come si è comportato. I successori di Greenspan alla FED non hanno fatto altro che intensificare la sua apostasia, soprattutto Ben Bernanke, che è andato anche oltre, abbassando i tassi a zero e proteggendosi dalle conseguenze inflazionistiche riempiendo i caveau delle banche con denaro fasullo. Tutto questo ha creato innumerevoli istituzioni zombi, mentre la FED continuava a detenere nei propri bilanci questi asset fittizi e sopravvalutati.

Bernanke è stato succeduto da Janet Yellen, la quale ha cercato di attenuare i timori di inflazione all'inizio del 2021, poco prima che la svalutazione riducesse di un terzo il potere d'acquisto del dollaro. Non si tratta di un bilancio esemplare, per il quale Greenspan ha fatto da apripista.

Il giovane Greenspan vedeva l'oro come un freno agli eccessi dello stato e delle banche. Il Greenspan più anziano, esercitando un potere immenso alla FED, lo usò per appianare i cicli economici, con successo per un certo periodo (bassa inflazione, crescita stabile negli anni '90), ma al costo di costruire un'architettura finanziaria più fragile e dipendente dal debito.

Questa mentalità dell'“era Greenspan”, caratterizzata da politiche monetarie interventiste, ha influenzato i successori come Bernanke e continua a plasmare l'attuale contesto di elevato debito pubblico e bassi tassi di interesse (fino a poco tempo fa almeno), nonché le aspettative di interventi di salvataggio da parte della FED. Ha segnato un allontanamento decisivo dai principi di una moneta solida a favore di cicli di credito gestiti tramite la manipolazione della valuta fiat.

Stiamo ancora pagando un prezzo altissimo per questa cattiva gestione. Greenspan è la perfetta incarnazione del principio secondo cui le parole e i fatti devono coincidere, altrimenti si rischia di diventare uno strumento di ipocrisia e di una catastrofe che spazza via ogni convinzione intellettuale un tempo abbracciata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 6 luglio 2026

Trump ha smascherato il bluff dell'Europa

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Wolfgang Munchau

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trump-ha-smascherato-il-bluff-delleuropa)

Il piano in 28 punti negoziato dalla Casa Bianca con il Cremlino non è affatto definitivo. È ben lungi dall'esserlo. È solo una bozza, niente di più, niente di meno. In ogni caso, Trump è un personaggio imprevedibile: potrebbe tirarsi indietro da un momento all'altro, ma questa volta non credo che lo farà.

Il piano, inizialmente diffuso su un canale Telegram, non è certo una soluzione ideale per l'Ucraina, ma, allo stesso tempo, non è una “capitolazione” e chi lo ha definito tale in realtà non desidera un accordo. L'Ucraina potrà migliorarlo, ma, a dire il vero, non di molto. “Non hai le carte giuste in mano”, ha detto Trump a Zelensky. Purtroppo, dopo il recente scandalo di corruzione, la sua posizione è più debole che mai.

Negli ultimi tre anni i funzionari statunitensi mi hanno ripetutamente detto che l'Ucraina non aveva alcuna possibilità di vincere la guerra. E dopo che l'America ha ritirato il suo sostegno all'inizio dell'anno scorso, è apparso chiaro che avevano ragione: l'Europa non è in grado di colmare il vuoto. Gli europei potranno anche essere i paladini, con aria di superiorità morale, del rapido collasso dell'ordine mondiale multilaterale, ma la storia ricorderà che, al momento decisivo, non erano pronti a passare dalle parole ai fatti. In media il sostegno totale all'Ucraina si è aggirato intorno ai €4 miliardi al mese durante la prima metà dell'anno scorso. A luglio e agosto è crollato a meno di €1 miliardo al mese, secondo il Kiel Institute. Nessun grande Paese europeo si è dimostrato disposto a tagliare la spesa pubblica o ad aumentare le tasse per finanziare l'Ucraina in modo significativo. La strategia europea, per quanto limitata alle apparizioni fotografiche con Zelensky, era quella di tenere i russi impegnati in combattimento fino a quando non si fossero stancati.

Purtroppo l'America si è stancata per prima e l'Europa non aveva un piano B.

Ora l'Europa è a corto di soldi e di idee... e Trump ha un piano. Ha puntato sul lungo termine. Le sue dure parole contro Vladimir Putin erano solo tattiche, volte a mascherare una strategia a lungo termine per porre fine alla guerra. Come ha suggerito Phillips O'Brien nella sua analisi “Long Con”, anche le sanzioni secondarie sul petrolio imposte da Trump facevano parte di questa manovra. Queste avrebbero dovuto entrare in vigore il 21 novembre scorso, eppure non è successo nulla. India e Cina possono continuare ad acquistare petrolio russo impunemente; le sanzioni non sono mai state una cosa seria.

Trump ha una priorità assoluta: porre fine alla guerra, a qualunque costo. E in questa impresa ha due vantaggi principali. Il primo è la dipendenza militare dell'Ucraina e dell'Europa dagli Stati Uniti. Il secondo è lo status unico dell'America come unica potenza occidentale influente con canali diplomatici diretti con Mosca. Gli europei hanno commesso un enorme errore strategico quando hanno interrotto simultaneamente i colloqui con Vladimir Putin.

Il piano di Trump in 28 punti è stato quindi negoziato da Steve Witkoff con la sua controparte russa, Kirill Dmitriev. A dire il vero dà l'impressione di essere un lavoro in corso: la versione trapelata era scritta in russo e, tradotta in inglese, risulta goffa. È dettagliato, ma non è affatto un testo formalmente concordato.

Ci sono, tuttavia, alcuni elementi non negoziabili. Uno di questi è l'accordo territoriale che darebbe alla Russia una parte dell'Ucraina che non occupa ancora. La Russia controlla già quasi il 90% dell'intera regione del Donbass: tutta Luhansk e circa tre quarti di Donetsk. Il piano di pace di Trump consegnerebbe alla Russia il territorio rimanente di Donetsk, insieme ai 200.000 ucraini che risiedono ancora nelle zone dell'oblast controllate dall'Ucraina. Secondo il piano, il territorio verrebbe smilitarizzato e diventerebbe parte di una zona cuscinetto.

Il team di Trump ha accettato questa condizione perché ha concluso, a mio avviso correttamente, che senza di essa non ci sarebbe alcun accordo. Putin continuerebbe a combattere e alla fine conquisterebbe altro territorio. La Russia ha fatto progressi: è riuscita a occupare la città di Pokrovsk, in prima linea. Potrebbe volerci un altro anno prima che la Russia conquisti la parte restante di Donetsk, prima di puntare al premio più ambito: Zaporizhzhia, una città di circa 700.000 abitanti, capoluogo dell'omonima regione. A quel punto l'indipendenza futura dell'Ucraina non sarebbe più garantita.

Questo accordo di pace non è così unilaterale come sostengono i suoi critici. Riconosce formalmente la sovranità dell'Ucraina e il suo diritto ad aderire all'UE. Consente inoltre all'Ucraina di mantenere un esercito, con un limite ragionevole di 600.000 soldati. Non impedisce inoltre ai Paesi della NATO di fornire ulteriore assistenza, fatta eccezione per alcune categorie di armi come i missili a lungo raggio.

Ma ci sono delle vere e proprie sorprese. Sono quasi caduto dalla sedia quando ho letto il punto 14, che propone di investire $100 miliardi di beni congelati della Russia nella ricostruzione dell'Ucraina, con gli Stati Uniti che si intascherebbero metà dei profitti. Questo è il classico modus operandi di Trump: giocare a giochi commerciali che vanno oltre l'immaginazione dei nostri diplomatici europei. Inoltre l'Europa sarebbe obbligata a versare $100 miliardi in aiuti di tasca propria. Ci sarà un fondo di investimento russo-americano per finanziare progetti congiunti tra Stati Uniti e Russia, con profitti condivisi.

Ma soprattutto l'accordo obbliga l'Europa a sbloccare i $200 miliardi in asset russi attualmente detenuti in conti europei, principalmente in Belgio. Si tratta di una pillola amara; l'Europa sperava di poter utilizzare il denaro russo come garanzia per i prestiti all'Ucraina. Trump non ha l'autorità per costringere l'Europa a sbloccare i fondi – Friedrich Merz ha già respinto questa richiesta – ma potrebbe rendere le cose difficili in caso di rifiuto.

L'unica strategia semi-coerente dell'Europa nei confronti dell'Ucraina era stata quella di trattenere questi asset come leva per future riparazioni: un piano basato sulla finzione che l'Ucraina avrebbe vinto questa guerra.

Ma se Russia e Ucraina dovessero raggiungere un accordo, questo piano risulterebbe impraticabile, poiché costituirebbe uno strumento con cui gli europei potrebbero sabotare l'intesa.

Un altro punto fermo nell'accordo di pace è la graduale revoca delle sanzioni. Riammettere la Russia nel Gruppo dei Sette Paesi industrializzati avanzati – riportandolo alla denominazione di G8 – sarebbe doloroso per gli europei. La Russia fu espulsa nel 2014, dopo l'annessione della Crimea. Un G8 rinato sarebbe di fatto governato da Trump e Putin.

Non sorprende, quindi, se i leader dell'UE continuino a rilasciare dichiarazioni in cui affermano di voler presentare una controproposta, pensata principalmente per ostacolare il piano di Trump. Insistono per un cessate il fuoco, una richiesta inaccettabile.

L'Ucraina, al contrario, ha espresso pareri positivi su una nuova versione dell'accordo. Il Kyiv  Independent ha citato un alto funzionario statunitense secondo il quale il piano era stato elaborato con Rustem Umerov, segretario del Consiglio nazionale e di sicurezza dell'Ucraina e uno dei più stretti collaboratori di Zelensky. A quanto pare Umerov ha approvato la maggior parte dell'accordo, dopo aver apportato alcune modifiche, che ha poi presentato a Zelensky.

Anche gli atteggiamenti interni in Ucraina stanno cambiando. Ho notato un post di Iuliia Mendel, ex-addetta stampa di Zelensky e strenua sostenitrice dell'Ucraina: “Il mio Paese sta sanguinando. Molti di coloro che si oppongono istintivamente a ogni proposta di pace credono di difendere l'Ucraina. Con tutto il rispetto, questa è la prova più evidente che non hanno idea di cosa stia realmente accadendo in prima linea e all'interno del Paese in questo momento”. Ha assolutamente ragione nell'osservare che i più accesi sostenitori dell'Ucraina in Europa sono coloro che non comprendono minimamente la realtà militare sul campo.

Gli europei incoraggeranno quindi Zelensky a continuare a lottare? Sono sicuro che ci proveranno, ma non sono sicuro che ci riusciranno. Alla fine faranno marcia indietro.

Perché se l'Ucraina dovesse rifiutare l'accordo Trump interromperebbe formalmente gli aiuti militari e il supporto di intelligence rimanenti al Paese. L'Ucraina si affida a questi strumenti come sistema di allerta precoce per eventuali attacchi imminenti, nonché per guidare i propri attacchi contro le infrastrutture russe.

Trump potrebbe spingersi persino oltre e rinunciare alla responsabilità degli Stati Uniti per la sicurezza dell'Europa, sostenendo che il continente sta correndo rischi inaccettabili. Gli europei lo sanno, ovviamente. Sebbene esteriormente possano dare l'impressione di sfida, le loro azioni suggeriscono il contrario. Dopo che Trump ha imposto dazi sulle importazioni europee, l'UE ha ceduto e ha accettato un forte aumento della spesa militare. Se l'Europa avesse davvero voluto l'indipendenza dagli Stati Uniti, avrebbe creato un'unione per gli appalti della difesa, con un mandato “Compra europeo”, e avrebbe iniziato a riorganizzare le proprie forze armate. Nulla di tutto ciò è accaduto, né accadrà. Questo è il problema del multilateralismo: si preoccupa troppo delle procedure.

Nei prossimi mesi possiamo aspettarci molte proteste da parte delle capitali europee. I leader insisteranno sul fatto di voler mantenere la sovranità decisionale. Dal punto di vista giuridico, questo è vero. Gli Stati Uniti non hanno il diritto di decidere il destino degli asset russi detenuti in Europa.

Ma questa non è una disputa legale, bensì politica. L'Europa non ha mai avuto una strategia valida per la guerra, e ora sta diventando chiaro che non ne ha una nemmeno per la pace. Gli europei non hanno altra scelta che scendere a compromessi: non hanno più carte da giocare.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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