martedì 17 febbraio 2026

Quei cicli di mercato che potrebbero guidare i rendimenti nel 2026

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/quei-cicli-di-mercato-che-potrebbero)

I cicli di mercato sono di nuovo al centro della narrazione sugli investimenti mentre avanziamo nel 2026. L'ottimismo è consueto, con gli utili che hanno retto nel 2025, l'economia che ha evitato la recessione e le grandi aziende tecnologiche che hanno sostenuto gli indici. Mentre andiamo avanti nel 2026, con le valutazioni estese, il margine di errore si è ridotto. Sebbene gli analisti siano molto ottimisti per quest'anno, le ipotesi di un altro anno positivo si basano fortemente sui modelli storici.

Iniziamo con il ciclo presidenziale. I cicli di mercato legati al calendario presidenziale suggeriscono che il secondo anno di una nuova amministrazione è spesso più lento. Dal 1948 il terzo e il quarto anno di mandato presidenziale hanno prodotto i rendimenti più consistenti, mentre il secondo anno, ovvero l'anno post-elettorale, ha mostrato performance più deboli, con guadagni modesti e percentuali di vittoria inferiori. I dati sono riportati di seguito e, sebbene il 2025 abbia fatto registrare un andamento superiore alle medie storiche, il 2026 potrebbe non essere altrettanto fortunato.

Dal 1871 i mercati hanno fatto registrare guadagni in 30 di quegli anni, con perdite solo in 18, con un tasso di vincita di circa il 62%. Pur essendo migliore del lancio di una moneta, è ben al di sotto del tasso di vincita degli anni tre e quattro. Un altro potenziale ostacolo per i mercati nel 2026 sono le elezioni di medio termine che potrebbero potenzialmente comportare un cambio di controllo alla Camera o al Senato, con conseguente e ulteriore stallo a Washington.

Vale la pena notare che dal 1948 si sono verificati sette casi di perdite durante il secondo anno del ciclo presidenziale. Due di queste perdite si sono verificate in sequenza durante le ultime due amministrazioni, nel 2018 e nel 2022. Tuttavia le azioni hanno, in media, fatto registrare performance migliori durante i cicli di mercato rialzista rispetto a quelli ribassista. Il grafico seguente illustra il rendimento medio dei mercati durante i cicli di mercato rialzista e ribassista durante il secondo anno di un mandato presidenziale.

Con un “win ratio” del 62%, la stampa si è affrettata a dare per scontato che il mercato rialzista sarebbe continuato senza sosta. Tuttavia c'è una probabilità del 38% che si verifichi un mercato ribassista, il che non è da sottovalutare. Inoltre, dati gli attuali problemi di durata, entità e valutazione associati ai mercati, non bisogna dare per scontata l'assenza di eventuali sorprese.


Anno 6 del ciclo decennale

Poi c'è il trend decennale. I cicli di mercato costruiti attorno ai cambiamenti decennali mostrano che il sesto anno di ogni decennio tende a sottoperformare. Infatti solo il settimo e il decimo anno presentano rendimenti più deboli. Mentre il 2025, il quinto anno del ciclo, ha fatto registrare una performance in linea con le medie storiche, gli anni 6 e 7 (2026 e 2027) suggeriscono una certa cautela. I rendimenti medi sono rispettivamente del 4% e dell'1,2%, con un rapporto vincite/perdite appena migliore del “lancio di una moneta”.

Possiamo valutare ulteriormente il rischio potenziale esaminando la variazione media dei mercati per anno del ciclo decennale. Come notato, mentre il 2025 ha fatto registrare un andamento vicino ai valori storici, il rischio di un anno con rendimenti inferiori nel 2026 sembra essere elevato.

Sebbene i cicli presidenziali e decennali non garantiscano rendimenti inferiori o negativi nel 2026, l'analisi suggerisce che gli investitori dovrebbero almeno esercitare cautela nella gestione del rischio. Con valutazioni elevate, elevata propensione al rischio e alla speculazione, e un sentiment molto rialzista, il rischio di delusione è qualcosa da tenere in considerazione.

• Un rialzo dei tassi di interesse che va a incidre sulla redditività aziendale;

• L'inflazione che aumenta costringendo la Federal Reserve a sospendere i tagli dei tassi;

• Un rallentamento economico, o una lieve recessione, che provoca un calo degli utili futuri;

• Un evento finanziario o creditizio che determina una rivalutazione delle valutazioni di mercato.

Il concetto è chiaro. L'attuale scenario riflette il rallentamento dei tassi di crescita degli utili, la leva finanziaria dei consumatori e, sebbene l'inflazione sia in calo, la situazione rimane rigida. La Federal Reserve è intrappolata tra una crescita debole e prezzi elevati. Scommettere su un altro anno positivo senza riconoscere il peso di questi cicli di mercato è un'ipotesi pericolosa.

I cicli non dettano la direzione del mercato, ma plasmano la psicologia degli investitori, e quando entrambi i cicli primari del mercato suggeriscono cautela, non è il momento di essere aggressivi.


Il rischio “tecnico” dell’inversione

I cicli di mercato funzionano perché rivelano il comportamento degli investitori. Le fasi rialziste sono guidate dall'ottimismo, dalla liquidità e dalla crescita degli utili. Le fasi ribassiste sono una conseguenza quando le aspettative superano la realtà. In questo momento, siamo sull'orlo di questo cambiamento. Il rapporto CAPE Shiller si attesta ben al di sopra della sua media di lungo termine e i prezzi di mercato superano ampiamente i profitti. Questo è un segnale, non un rumore. I cicli di mercato hanno sempre corretto questo tipo di divergenza. Nel 1999, l'ultima volta che abbiamo assistito a una simile disconnessione, il risultato è stato una correzione ripida e dolorosa.

Quel che è peggio è che la crescita degli utili nel 2025 si è appoggiata su ostacoli noti: tagli ai costi, ingegneria finanziaria e riduzione dei salari. I margini hanno retto, ma la crescita dei ricavi no. Ora i salari dei consumatori stanno scendendo, con conseguente rallentamento della spesa, e le previsioni future vengono riviste al ribasso. Questa non è una situazione in linea con l'ottimismo insito nei prezzi correnti. Ad esempio, le previsioni per il 2026 di Bank of America lo prevedono chiaramente: i loro analisti prevedono una domanda dei consumatori più debole e un rischio al ribasso per gli utili. BNP Paribas, invece, è più ottimista, stimando l'indice S&P 500 a 7.500, ma anche loro ammettono che ciò dipenderà dal forte slancio economico e dal calo dei tassi.

È qui che i cicli di mercato tornano al centro dell'attenzione. Ogni grafico a lungo termine illustra la stessa lezione: quando le valutazioni superano i fondamentali, l'inversione è inevitabile. Non è sempre immediata; raramente è ovvia, ma è costante. E il 2026 si preannuncia come un banco di prova per capire se questa volta sarà diverso, oppure no.

Nel settembre 2021 scrissi:

Una fase di melting-up del mercato è entusiasmante finché dura. Durante tali fasi, gli investitori razionalizzano il motivo per cui “questa volta è diverso”. Iniziano ad assumere una leva finanziaria eccessiva per cercare di capitalizzare sul rapido rialzo dei prezzi e i fondamentali passano in secondo piano rispetto allo slancio dei prezzi. Le fasi di melting-up sono tutte una questione di “psicologia”. Dal punto di vista storico qualunque sia stato il catalizzatore che ha innescato la disattenzione al rischio, si riflette facilmente nella corrispondente impennata di prezzi e valutazioni. Il grafico seguente mostra le deviazioni a lungo termine in termini di forza relativa, deviazioni e valutazioni. I precedenti periodi di “melting-up” dovrebbero essere facili da individuare se confrontati con l'attuale rialzo.

Naturalmente, appena tre mesi dopo, il mercato ha iniziato una correzione di nove mesi che ha ridotto di circa il 25% i prezzi degli asset prima di toccare il fondo nell'ottobre 2022.

Il grafico è stato aggiornato fino alla fine del 2025. Vale la pena notare che i prezzi si stanno nuovamente discostando dalla media di lungo termine, le valutazioni sono aumentate e la forza relativa è in calo. Inoltre gli investitori stanno assumendo un rischio speculativo e una leva finanziaria crescenti, proprio come nel 2021. Le aspettative sugli utili aziendali, linfa vitale delle performance dei mercati, appaiono eccessivamente ambiziose e gli analisti prevedono un altro aumento a due cifre degli utili per l'anno, un dato ben al di sopra dei trend storici. Tuttavia queste proiezioni potrebbero non essere in linea con la realtà economica, soprattutto se la domanda dei consumatori dovesse indebolirsi, l'economia globale dovesse rallentare ulteriormente, o le pressioni sui costi persistessero.

Il grafico qui sotto utilizza dati trimestrali, quindi è lento a evolversi. Vale la pena notare che il mercato attuale si discosta significativamente dalla sua media di lungo termine, con i livelli di valutazione tanto alti quasi quanto il picco massimo. Mentre molti affermano che “questa volta è diverso”, l'analisi a lungo termine suggerisce che probabilmente non è così.

Nel 2025 la crescita effettiva degli utili è stata inferiore alle previsioni iniziali, pur rimanendo complessivamente solida. Tuttavia gran parte della performance del mercato nel 2025 è stata trainata dall'espansione delle valutazioni piuttosto che dalla crescita fondamentale degli utili. Se questo andamento continua, il rischio di una correzione aumenta. Con tutti gli “esperti” che attualmente prevedono tassi di crescita economica e di utili superiori alla media, gli investitori dovrebbero considerare di mantenere una maggiore attenzione al rischio. Come discusso nel pezzo Le 10 regole illustrate di Bob Farrell:

Regola n°9: quando tutti gli esperti e le previsioni sono d’accordo, succederà qualcos’altro.
Sembra certamente un rischio da tenere in considerazione mentre avanziamo nel nuovo anno.

Gli investitori farebbero bene ad affrontare questa fase del ciclo di mercato con disciplina. La scelta è vostra.

Andate dietro ai rendimenti e probabilmente finirete per pagarne le conseguenze. Gestite il rischio e sarete ancora in gioco quando inizierà la prossima vera fase rialzista.


Come posizionarsi nel 2026 per i cicli di mercato

Sono sempre reticente a discutere di un approccio più “avverso al rischio” nei mercati. Questo perché gli investitori in genere interpretano tali commenti come “vendere tutto e rimanere liquidi”.

Sebbene il 2026 presenti le sue sfide, la soluzione non è abbandonare del tutto i mercati. Al contrario, gli investitori possono adottare misure concrete per affrontare queste incertezze.

Niente di quanto discusso finora significa che il prossimo “mercato ribassista” sia già in agguato.  I dati suggeriscono che essere eccessivamente aggressivi, assumersi rischi eccessivi e aumentare la leva finanziaria potrebbero non produrre il risultato desiderato. Poiché i mercati eccessivamente rialzisti sono principalmente una funzione psicologica, possono persistere più a lungo e estendersi più di quanto la logica preveda. La necessità di “terminare” una tale fase è un evento esogeno che modifica la psicologia da rialzista a ribassista. È in questo momento che si verifica la corsa verso le uscite e i prezzi possono scendere molto rapidamente, pertanto gli investitori hanno bisogno di linee guida. La vera sfida è mantenere i guadagni quando inevitabilmente si verificano delle correzioni.

Posizionarsi per il 2026 significa rispettare la nostra attuale posizione di mercato. Non è il momento di puntare su titoli ad alto beta o su storie speculative. È il momento di gestire il rischio, preservare il capitale e concentrarsi sulla qualità. Con i cicli di mercato presidenziali e decennali che segnalano rendimenti inferiori alla media, la prudenza è più preziosa delle previsioni.

  1. Aumentare i livelli di stop-loss fino ai livelli di supporto correnti per ogni posizione: fornisce punti di uscita identificabili quando il mercato inverte la rotta.

  2. Coprire i portafogli contro cali significativi del mercato: asset non correlati, posizioni short sul mercato, opzioni put su indici.

  3. Realizzare profitti nelle posizioni che hanno generato grandi profitti: ribilanciare posizioni ipercomprate o estese per catturare i guadagni, ma continuare a partecipare all'avanzamento.

  4. Vendere ai ritardatari e ai perdenti: se qualcosa non funziona durante una fase di rialzo del mercato, molto probabilmente non funzionerà durante un calo generalizzato; è meglio eliminare il rischio in anticipo.

  5. Raccogliere liquidità e ribilanciare i portafogli per raggiungere le ponderazioni desiderate: ribilanciare regolarmente il rischio aiuta a mitigare in qualche modo i rischi nascosti.

Notate che non c'è scritto: “Vendere tutto e rimanere liquidi”.

Investire nel 2026 richiederà un mix di ottimismo e cautela. Con il rallentamento della crescita economica, le incertezze sulla politica fiscale, le sfide globali, un sentiment eccessivamente fiducioso e le ambiziose aspettative sugli utili, gli investitori hanno numerose ragioni per approcciare i mercati con cautela. Arriverà il momento di raccogliere livelli significativi di liquidità. Una buona strategia di gestione del portafoglio garantirà che l'esposizione diminuisca e i livelli di liquidità aumentino quando inizieranno le vendite.

La cosa più importante da ricordare è che i cicli di mercato non riguardano la tempistica esatta. Riguardano la comprensione del ritmo della psicologia degli investitori, dei flussi di capitale e dei trend fondamentali. Il 2026 suggerisce cautela. Mantenete liquidità, mantenete le coperture e non dimenticate: ogni ciclo di mercato prima o poi si resetta. Il vostro compito è essere ancora in piedi quando succede.

Come direbbe Larry David:

Non dovete essere dei geni, basta non essere degli scemi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 16 febbraio 2026

Il “monopolio” cinese sulle terre rare e perché i mercati lo spezzeranno

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di Walter Donway

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-monopolio-cinese-sulle-terre-rare)

Con il recente annuncio di un accordo commerciale con la Cina, la Casa Bianca intendeva rassicurare i mercati, i produttori e le forze armate sul fatto che la Cina non avrebbe interrotto le linee di approvvigionamento di “terre rare” verso gli Stati Uniti. Tra le altre concessioni Pechino si è impegnata a evitare di limitare le esportazioni di terre rare e altre risorse minerarie critiche, essenziali per la produzione avanzata, l'energia pulita “verde” e i moderni sistemi d'arma. L'accordo è stato descritto come una vittoria per la forza economica e la sicurezza nazionale americane, ma la necessità stessa di una tale promessa rivela una scomoda verità: gli Stati Uniti, da tempo la principale potenza industriale mondiale, sono diventati dipendenti dalla benevolenza di un rivale strategico per materiali centrali per la loro economia e la loro difesa.

Questa dipendenza non è nata dalla scarsità di terre rare. Non sono affatto scarse, né è nata perché la Cina da sola possiede la capacità tecnica di estrarle o raffinarle. È nata da una lunga catena di decisioni economiche e politiche – prese in gran parte in società libere – che hanno portato alla concentrazione della produzione in un Paese disposto ad accettare costi che altri non avrebbero accettato.

Capire come ciò sia accaduto è essenziale per comprendere perché l'apparente monopolio della Cina sia molto meno “coercitivo” e molto meno duraturo di quanto sembri.


Non sono rare, bensì difficili da processare

Le terre rare sono un gruppo di diciassette metalli, per lo più nella prima riga sotto la tavola periodica principale nella serie dei lantanidi (elementi 57-71), più Scandio (Sc, #21) e Ittrio (Y, #39), che condividono proprietà simili e si trovano negli stessi giacimenti dei lantanidi. Sono “metalli di transizione” con caratteristiche magnetiche e fluorescenti distintive. Il primo fu identificato nel 1787 e nel 1947 erano stati identificati tutti (“Terre” è un termine arcaico per gli ossidi, la forma in cui si trovano questi elementi).

Pensate a questi elementi non come materiali sfusi, ma come spezie metallurgiche, utilizzate in piccole quantità per produrre notevoli miglioramenti nelle prestazioni. Aggiungete il neodimio al ferro e al boro e otterrete il magnete permanente più potente conosciuto; aggiungete l'ittrio alle leghe per turbine e i motori a reazione possono tollerare temperature straordinarie. L'europio rende possibili gli schermi moderni; il terbio consente motori elettrici efficienti; il samario rafforza i sistemi di guida e i sensori.

Nonostante il loro nome, le terre rare sono molto diffuse. Giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e altrove. Ciò che le rende rare non è la loro scarsità, ma la loro lavorazione. Il problema è che sono chimicamente quasi identiche, quindi come si possono ideare processi leggermente diversi per separarle? Più in generale sono chimicamente ostinate – ad esempio, spesso mescolate a materiali radioattivi e richiedono decine, a volte più di cento, fasi di separazione e purificazione. Ogni fase consuma energia e produce rifiuti tossici, rendendo la raffinazione delle terre rare uno dei processi metallurgici più dannosi per l'ambiente nell'economia moderna.

Il nocciolo della questione è semplice: estrarre terre rare è fattibile, lavorarle in modo pulito e su larga scala è difficile, costoso e politicamente rischioso.


Come la Cina ha costruito il suo predominio

L'ascesa della Cina al predominio nel settore delle terre rare non è stata né accidentale, né inevitabile. A partire dagli anni '80, e accelerando negli anni '90 e 2000, la dittatura monopartitica cinese ha scelto deliberatamente di investire molto nell'estrazione e nella capacità di lavorazione. Lo ha fatto in condizioni di un'economia pianificata nettamente diversa da quelle occidentali. I controlli ambientali erano lassisti o scarsamente applicati; l'opposizione locale aveva scarso peso; il sostegno statale assorbiva le perdite e incoraggiava la specializzazione a lungo termine.

Il risultato è stata la leadership a un prezzo pagato in gran parte dalle comunità e dagli ecosistemi cinesi. Nella Mongolia Interna, la più grande regione estrattiva di terre rare al mondo, i bacini di decantazione tossici e l'acqua contaminata sono diventati tristemente noti. I lavoratori hanno sofferto di gravi problemi di salute a causa dell'esposizione cronica a polveri tossiche, metalli pesanti e materiali radioattivi. C'erano – e ci sono – alti tassi di malattie respiratorie, ossee e di altro tipo, aggravati dalla devastazione ambientale e dalle condizioni di lavoro in un'industria altamente inquinante. Questi costi, tuttavia, pagati dai lavoratori e dalle comunità vicine per decenni, si sono tradotti in prezzi globali più bassi. I produttori occidentali ne hanno beneficiato con l'elettronica di consumo che è diventata più economica e i motori elettrici sono diventati più piccoli ed efficienti. Aziende come Apple hanno potuto integrare magneti in terre rare nei loro prodotti perché il costo marginale era basso. I magneti realizzati in leghe di terre rare come il neodimio, le più resistenti in termini di peso che conosciamo, producono quel “clic” soddisfacente e deciso quando il portatile si chiude – e trovano impiego in veicoli elettrici, telefoni e sistemi di difesa.

Nel tempo i mercati si sono adattati razionalmente a questi segnali di prezzo. Gli impianti di lavorazione occidentali hanno chiuso. Gli Stati Uniti, un tempo un importante produttore, hanno lasciato che la loro capacità di separazione svanisse. Anche quando le terre rare venivano estratte in California o in Australia, l'output veniva spedito in Cina per la raffinazione. All'inizio degli anni 2020 la Cina rappresentava circa il 70% dell'estrazione globale di terre rare e oltre il 90% della lavorazione e della produzione di metalli finiti.

Questa concentrazione non è stata causata dall'indifferenza del laissez-faire, è stata dovuta anche a una regolamentazione asimmetrica. I governi occidentali hanno imposto rigidi controlli sull'inquinamento e pesanti responsabilità, aumentando i costi interni, mentre la Cina ha tollerato i danni ambientali e umani alla ricerca di un vantaggio strategico. I mercati hanno reagito ai prezzi e alle regole così come esistevano, e la produzione si è spostata – nel tempo – dove era più economico e facile operare, anche quando tale facilità era creata politicamente. In questo senso il dominio della Cina è stato mediato dal mercato, ma orchestrato politicamente.

Infatti per anni alcuni analisti avevano messo in guardia sul fatto che la tolleranza della Cina per i danni ambientali e gli investimenti diretti dallo stato si sarebbero tradotti in una leva strategica. Tra questi Jack Lifton della Technology Metals Research, Dudley Kingsnorth della Industrial Minerals Company of Australia e ricercatori del Congressional Research Service e della RAND Corporation: avvertimenti recepiti ma ampiamente ignorati all'epoca.


Dalla specializzazione alla vulnerabilità

Per anni questa situazione è sembrata stabile. Le terre rare vengono utilizzate in quantità sorprendentemente ridotte, anche su larga scala, e il mercato globale complessivo è modesto, paragonabile in valore al mercato nordamericano dell'avocado. Le carenze erano rare, i prezzi tendevano generalmente al ribasso. Le catene di approvvigionamento sono diventate iperspecializzate, ottimizzate in base ai costi piuttosto che alla resilienza.

Le implicazioni strategiche erano visibili, ma facili da ignorare sia per gli imprenditori che per i politici, finché la Cina non ha iniziato a mettere alla prova la propria influenza.

Nel 2010, durante una disputa diplomatica con il Giappone, le esportazioni cinesi di terre rare subirono un improvviso rallentamento. I prezzi salirono alle stelle e ne seguì il panico. Sebbene la Cina negasse di aver imposto un embargo formale, il messaggio era inequivocabile.

Un decennio dopo, nel contesto delle crescenti tensioni commerciali con gli Stati Uniti – intensificate dal brusco passaggio dell'amministrazione Trump dal libero scambio alla glorificazione dei dazi – Pechino ha reso più chiare le sue intenzioni: i controlli sulle esportazioni sono stati inaspriti, i requisiti per le licenze sono stati ampliati e sono state imposte restrizioni alle tecnologie di lavorazione delle terre rare.

L'anno scorso la Cina ha etichettato apertamente le terre rare come una risorsa strategica, che poteva essere trasformata in un'arma in risposta a dazi, sanzioni o pressioni militari. I rischi non potevano più essere ignorati: i moderni sistemi di difesa dipendono fortemente dalle terre rare. Un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare; missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sicuri si basano tutti su magneti e leghe specializzati per i quali non esistono facili sostituti.

E il 2026 ripropone lo scomodo dilemma. Gli Stati Uniti hanno le risorse, il capitale e le competenze tecniche per ricostruire la capacità produttiva interna, ma non in tempi rapidi. Ci vogliono anni per ottenere autorizzazioni e costruire gli impianti di lavorazione; la manodopera qualificata deve essere formata, le catene di approvvigionamento devono essere riorganizzate. Nel breve termine la dipendenza è rimasta. L'improvvisa guerra commerciale di Trump, presentata da Pechino come l'ennesimo affronto alla redenzione a lungo promessa dalla Cina dal suo “secolo di umiliazione”, ha acuito il confronto tra quello che il Partito Comunista Cinese percepisce come un Regno di Mezzo in ripresa e un'egemonia in declino.

Tutto ciò contribuisce a spiegare l'ansia della Casa Bianca di ottenere garanzie dalla Cina. L'accordo ha fatto guadagnare tempo, non ha risolto il problema.


I monopoli coercitivi sono fragili

Si sarebbe tentati di descrivere la posizione della Cina come un fallimento del mercato o un monopolio naturale. Nessuna delle due descrizioni è del tutto corretta. Il dominio della Cina è meglio comprensibile come un monopolio coercitivo, sostenuto non da efficienze insormontabili, ma da asimmetrie politiche e normative. Esiste perché l'economia pianificata di un Paese ha accettato costi ambientali e sociali che altri hanno rifiutato, e perché i governi di altri Paesi hanno limitato la produzione interna senza tenere pienamente conto delle conseguenze strategiche.

I monopoli coercitivi sono intrinsecamente instabili. Persistono solo finché i costi di ingresso superano i rischi percepiti di dipendenza. Una volta che questo equilibrio si sposta, il monopolio inizia a erodersi. Le azioni della Cina stessa stanno ora accelerando questo cambiamento.

Le restrizioni all'esportazione e i nuovi sistemi di licenze aumentano i prezzi e introducono incertezza imprenditoriale. Questi effetti sono dolorosi nel breve termine, ma attivano anche potenti forze contrarie. Prezzi più elevati rendono economicamente redditizie le forniture alternative, un'offerta inaffidabile rende preziosa la diversificazione, il rischio strategico diventa qualcosa che investitori e produttori sono disposti a pagare per evitarlo. Questa è la logica di mercato a cui la Cina non può sfuggire. Stringendo la presa, Pechino invita gli altri ad allentarla.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 13 febbraio 2026

Senza esclusione di colpi: dinamiche geopolitiche ed economiche scremate dal rumore di fondo

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/senza-esclusione-di-colpi-dinamiche)

Così come gli USA stanno riguadagnando il controllo sul rubinetto dei flussi di dollari all'estero, insieme alla Cina stanno sostituendo le vecchie potenze industriali (UE e UK) nel controllo del rubinetto dell'energia. Nell'attuale assetto mondiale le potenze del XVIII secolo sono anacronistiche. Questo significa a sua volta che la Cina continuerà ad avere accesso al petrolio venezuelano, ma ai termini degli USA: non nelle quantità per costruire una riserva strategica ed eventualmente essere in grado di muovere guerra. E questo rappresenterà una svolta nella guerra in Ucraina, permettendo ai russi di non essere più i subordinati dei cinesi. Gli effetti a cascata li avete già osservati con la ritirata di Carney, con tanto di coda tra le gambe, quando aveva ventilato l'idea di aprire le porte commerciali canadesi alla Cina. Se poi i tre stati sulla costa occidentale del Canada secederanno e aderiranno agli USA, allora i globalisti si potranno tenere il resto di questa nazione allo sfascio.

Ricordate poi la presunta tesi della stampa generalista e dei canali di informazione alternativa secondo cui Trump e Powell sarebbero ai ferri corti? Ennesimo esempio, questo, che Powell e Trump invece sono in sintonia. La dichiarazione di Powell fa eco a quella di Trump secondo cui se i Dem dovessero prevalere alle elezioni di medio termine, accadrebbero “cose brutte”. Ovvero lassismo fiscale, stop ai tagli alla spesa pubblica e annacquamento dell'attuale sinergia tra Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve. Per capire, prendiamo come esempio la Apple. Ha talmente tanti soldi da potersi comprare il mondo, ciononostante emette corporate debt per finanziarsi. Perché? Per mantenere alto il suo rating di credito e perché a volte è più economico seguire questo schema quando gli interessi sono ridicoli. Sovrapponete questo esempio al bilancio degli Stati Uniti. Immaginate il modello di finanziamento degli USA allo stesso modo: nonostante la nazione incassi tanto denaro, viene emesso nuovo debito per mantenere alto il rating di credito e mantenere il mercato dei titoli di stato come asset di riserva, oltre a tenerlo liquido. Per questo motivo, anche, Powell ha cestinato l'inflation targeting al 2%, in netto contrasto col proverbiale doppio mandato originale della FED. Altrimenti non avrebbe potuto tenere alti i tassi d'interesse di riferimento, ridare slancio al mercato dei titoli sovrani americani e far abbassare i rendimenti di tali titoli.

Tutte le dichiarazioni fatte finora, tutte le linee di politica perseguite a livello fiscale e monetario, tutte le leggi sulle stablecoin, tutti i dazi, tutte le attenzioni sul mercato immobiliare convergono verso un'unica strada: la ricapitalizzazione delle piccole/medie banche, la ricapitalizzazione della classe media e la riforma della FED alle sue azioni pre-1935 (supporto al commercial paper market interno, impostazione del valore nominale del dollaro all'estero e cessione della supervisione del mercato dei titoli di stato americani). La tokenizzazione dei titoli di stato americani, oltre a far entrare questi asset nel mondo digitale di domani e semplificarne flussi/gestione, nasconde un obiettivo ben più critico: riformare e rimpicciolire il ruolo della FED nell'economia. Per chi non se ne fosse accorto, stiamo già percorrendo la strada “End the FED”, ma ai termini degli USA, fatta con criterio e senza aprire il fianco a un takeover ostile da parte di banche centrali estere. Infatti il caos del 2008, in retrospettiva, non è stato altro che un tentativo (riuscito) di prendere il completo controllo della curva dei rendimenti americana e dei tassi di riferimento. Questo tentativo ebbe origine con l'evoluzione del mercato dell'eurodollaro e formalizzato con gli Accordi del Plaza da cui nacque poi il LIBOR. La demolizione controllata di Bear Stearns e successivamente Lehman Brothers furono l'innesco per stringere la presa ancora di più su un sistema che stava andando fuori controllo data la quantità di leva finanziaria caricata in esso nel corso del tempo.

La discesa negli inferi della ZIRP e l'impostazione del carry trade sullo yen erano dispositivi pratici per prendere il controllo sul front-end della curva dei rendimenti americana; la nazionalizzazione di Fannie/Freddie, e il salvataggio di AIG, la presa di controllo sul back-end della curva dei rendimenti americana. Obama, Bernanke, Yellen... tutti figuranti il cui unico compito era canalizzare ricchezza reale dagli USA e trasferirla all'estero mentre si faceva collassare il mercato americano. Tutta la regolamentazione bancaria approvata sin dal 2008, come il Dodd-Frank Act, è servita a nazionalizzare l'accesso alla ricchezza reale da parte della classe media americana, mentre Obama ha fatto impennare i costi della sanità e offuscato la prevedibilità imprenditoriale nei mercati dei capitali industriali. Questo a sua volta ha distrutto tutte quelle fonti da cui la classe media riusciva a prosperare, con la ZIRP che ha fatto lievitare inflazione dei prezzi e tutte quelle forme di indebitamento dall'auto, all'università fino alla casa. Ma la devastazione più importante è avvenuta a livello di mutui trentennali a tasso fisso.

Parallelamente a questa rapina ce n'era un'altra: quella tramite il carry trade sullo yen. Il Giappone, dal punto di vista storico, ha avuto il “permesso” di svilupparsi industrialmente perché in questo modo forniva un sistema di supporto al rapporto di leva da implementare nel mercato dell'eurodollaro. Inutile dire che questa architettura è ciò che fondamentalmente ha tenuto in piedi finora gli Stati sociali ipertrofici europei e allungato i tentacoli finanziari della City di Londra. Il suo smantellamento è iniziato con l'avvento del SOFR e il passo indietro del protetto di Kuroda quando lui ha lasciato la carica di governatore della BOJ. Poi Ueda, dopo un inizio di mandato in sordina, inizia a rialzare i tassi di riferimento giapponesi nell'agosto 2024. Banca d'Inghilterra, BCE e Banca del Canada sono costrette a vendere posizioni seguendo la normalizzazione della politica monetaria giapponese, concentrandosi principalmente sulla vendita di titoli del Tesoro americani: gli asset più liquidi, la principale fonte di dollari e la principale fonte di pressione ricattatoria a loro disposizione. Infatti nel secondo trimestre dell'anno scorso la curva dei rendimenti americana sale di 60 punti base mentre quella giapponese scende di 80 punti base.

Nonostante le “profezie di sventura” sull'esito della normalizzazione giapponese, Ueda raggiunge i 75 punti base nei tassi di riferimento della BOJ senza “rompere niente” e gli Stati Uniti vedono man mano abbassarsi i tassi di rendimento dei loro titoli di stato. Poi nel 2025 Bessent e Trump avviano un'operazione “dollaro debole” e si spostano sul mercato del metallo giallo per “mettere sotto pressione” la LBMA. Ciò va avanti fino al giorno esatto in cui la Von der Leyen fa visita a Trump in Scozia per stringere infine un accordo commerciale; da lì in poi il pair EUR/USD si muove lungo una banda ristretta, ma il pair EUR/YEN continua invece a salire. La pressione sull'Europa rimane e quest'anno mi aspetto che Ueda continui a rialzare i tassi della BOJ fino al 2%, mentre il carry trade dell'UE con il franco svizzero risulterà un patetico surrogato rispetto a quello con lo yen. Nonostante la BNS sia tornata al limite zero dei tassi di riferimento, l'economia svizzera non è affatto profonda quanto quella giapponese. Questo a sua volta significa che è la BCE quella che sarà costretta a tornare al limite zero dei suoi tassi di riferimento per tenere in piedi il continente.

Quello che vogliono gli USA ora è che il valore dell'oro in dollari salga. Perché? Perché sono la prima nazione al mondo per possedimento d'oro e ciò compensa il loro lato dei passivi, oltre a riportare a livelli sostenibili i rapporti di leva interna. Attualmente questi ultimi sono di 6:1 e dovranno scendere come minimo della metà (semmai dovessero arrivare a 1:1, come immaginava il compianto Jim Sinclair, ciò significherebbe oro a $20.000 l'oncia, argento a $400 l'oncia e Bitcoin a $1 milione). E infatti questa dinamica non inficerà affatto il ruolo del dollaro. Anzi... Tether infatti ha dato vita a USAT, una stablecoin che circolerà solo negli USA per rendere più liquida l'economia intera. Queste due cose si traducono in uno abbandono del finanziamento tramite il debito di matrice inglese e uno spostamento verso un sistema di capacità produttiva americana. E con USAT la proprietà del debito americano viene trasferita dai possessori esterni a quelli interni; senza dimenticare gli hard asset sul bilancio di Tether.

Parallelamente a ciò corre il Project Vault annunciato lo scorso 2 febbraio, quello che è a tutti gli effetti un fondo sovrano americano la cui missione è quello di ampliare gli attivi della nazione attraverso i metalli coinvolti nell'operazione. Project Vault sarà capitalizzato attraverso un modello di finanziamento misto: circa $2 miliardi saranno forniti da partecipanti del settore privato, mentre $10 miliardi saranno erogati come prestito dalla U.S. Export-Import Bank. La struttura è degna di nota in quanto istituisce una riserva centralizzata e accessibile privatamente, senza richiedere ai produttori di registrare individualmente le scorte nei propri bilanci. Funzionerà invece come una riserva comune, disponibile ai partecipanti secondo termini contrattuali predefiniti. L'amministrazione Trump ha concepito Project Vault come un analogo industriale della Riserva Petrolifera Strategica, adattato a un contesto di supply chain in cui la Cina è il principale produttore e trasformatore di terre rare e altre risorse minerarie essenziali. La riserva si concentrerà su terre rare e altri metalli come gallio e cobalto, materiali utilizzati nei settori aerospaziale, elettronico, dei sistemi energetici e della tecnologia di consumo. Questi input sono parte integrante di prodotti che vanno dai motori a reazione agli smartphone.

Aggregando la domanda e coordinando gli approvvigionamenti, il progetto mira a ridurre l'esposizione a improvvisi picchi di prezzo, mantenendo al contempo l'accesso fisico durante i periodi di stress geopolitico o logistico. Project Vault integra gli sforzi degli Stati Uniti per espandere la produzione e la capacità di lavorazione dei metalli a livello nazionale ed è inoltre in linea con gli accordi bilaterali e multilaterali già annunciati con Australia, Giappone e Malesia. Questo progetto rappresenta un cambiamento nel modo in cui gli Stati Uniti affrontano i materiali strategici, come discusso lo scorso dicembre quando venne presentato l'NSS. E qui si inserisce anche la recente dichiarazione di Vance secondo cui alcuni metalli etichettati come “critici” per la linea di politica dell'amministrazione Trump vedranno impostato un price floor.

Parallelamente a nessuno interessa se l'euro sale, perché qualunque valuta prima di implodere sale molto in valore.

La cricca di Davos, in questa fase di transizione, non ha intenzione di cedere il proprio potere di leva sulle istituzioni mondiali. O perlomeno la sua fazione “hardcore”. Non conoscono limiti alla propria “forza di persuasione” per rimanere laddove sono arrivati, faranno quindi di tutto. Come inserisce questo comportamento nei fatti accaduti a Minneapolis e soprattutto come si opera una de-escalation? Alla cricca di Davos non importa quante persone moriranno, così come non interessa alla piovra Dem. Sono psicopatici senza morale, quindi faranno in modo che ci siano più morti possibile; tutto in nome della loro causa. Di conseguenza quando accadono cose come quelle in Minnesota c'è l'amministrazione Trump che guarda i fatti accadere e si deve ingegnare per percorrere la strada della de-escalation e rinforzare le istituzioni della società civile, senza superare la linea rossa dell'esercito per le strade. In qualsiasi momento avrebbe potuto chiamare in ballo l'Insurrection Act. Ma che messaggio avrebbe lanciato? Debolezza, fatto che poi sarebbe stato propriamente strumentalizzato per rinforzare la narrativa del “fascismo in America”.

E ovviamente non è questo il modo per arrivare alla fonte della corruzione, senza contare che il Minnesota è stato protagonista di queste vicende per il suo particolare tipo di socialismo/comunismo (Minnesota Farmer-Labor Party) e per la sua geografia (vicinanza al Canada). Il modo è quello di seguire il denaro e il sentiero conduce al riciclaggio di denaro tramite le banche canadesi.

L'ICE è stato usato strategicamente da Trump per spingere al limite la situazione in Minnesota, adesso che è inverno, perché si sarebbe trasformato nell'epicentro delle proteste a livello nazionale (con molta probabilità a giugno). Solo così è potuto scoppiare tutto il bubbone di Minneapolis (soldi fantasma ai somali, chat di Signal, ecc.). Poi domenica 25 gennaio è arrivato il fallito colpo di stato della fazione di Davos in Cina (Hu Jintao) ed è iniziata la de-escalation con Walz che è tornato nei ranghi e i numeri di agenti ICE diminuiti nello stato. Carney, una settimana prima, era andato in visita a Pechino e successivamente ha fatto il gradasso a Davos contro Trump... piuttosto singolare se non ci fosse il sospetto che fosse a conoscenza del colpo di stato sopraccitato. C'è tutto questo dietro il presunto “passo indietro” di Trump.

Suddetto sospetto, poi, è stato ulteriormente rafforzato nel momento in cui è arrivato lo sciacquone sui prezzi dei metalli. Questa è una guerra senza esclusioni di colpi. Le raffinerie, a causa della backwardation, non riescono a stare dietro agli ordini e sono state costrette a sospendere gli ordini. I rivenditori, poi, non riescono a ottenere nuove linee di credito da ALCUNE banche in particolare. Dopo le emorragie subite l'anno scorso dalla LBMA, non poteva permettersi di vedere chiudere gennaio con oro sopra i $5000 l'oncia e l'argento sopra i $100. In sintesi, si tratta di un tentativo di restringere artificialmente l'offerta fisica per demoralizzare le persone, dato che stiamo parlando di un'offerta sintetica di contratti nell'ordine dei 20,000 per ogni oncia di metallo che ha. Questo significa aumentare i requisiti di margine, manipolare il prezzo il giorno della scadenza di suddetti contratti, precludere le linee di credito affinché non si abbia altra scelta che vendere metallo fisico e vendere Bitcoin per coprire le proprie posizioni. I rallentamenti delle raffinerie sono la scusa perfetta affinché le barre della LBMA non vengano consegnate, perché altrimenti devono essere allegate al saldo del contratto e una volta chiuso quest'ultimo gli asset sottostanti devono essere ricalcolati mark-to-market. Ciò a sua volta significa mutazione dei tassi dei prestiti e delle operazioni di re-hypothecation. Dopo il rally dell'argento, in particolar modo, i buchi di bilancio sarebbero stati consistenti (facendomi pensare che chi ha voluto coprire i propri short sono banche americane come Citigroup, BofA e NY Mellon).

Sul lato metallo giallo, lasciate stare inflazione, tassi d'interesse o altro quando si tratta di capire quale sarà la prossima mossa dell'oro. Il metallo giallo si muove in base allo stress geopolitico. L'ultima lateralizzazione, infatti, c'è stata durante la tregua tra Iran e Israele. Senza contare i rendimenti obbligazionari (es. Germania, Regno Unito, ecc.) che segnalano una crisi del debito sovrano che ribolle. Come ultimo elemento possiamo aggiungerci i controlli di capitali che vengono eretti in Europa per impedire a quanto poco rimane dei flussi finanziari sul continente di lasciarlo. Chiaramente il mercato dell'oro non può essere ridotto a una spiegazione così ristretta, ma elementi come questi sono i driver che JP Morgan probabilmente ha attenzionato per impostare la sua previsione di $6.300 l'oncia entro fine anno. Il cosiddetto “triangolo della morte” per i metalli preziosi si è rotto. Ormai l'unica a tentare di manipolare i flussi rimane la LBMA, a corto di metallo fisico. Più andrà avanti questo drenaggio, più le tensioni geopolitiche e i disordini sociali per le strade aumenteranno.

Infatti non è un caso che la scorsa settimana l'Arabia Saudita abbia (presumibilmente) dato luce verde all'Iran di attaccare le basi militari sul suo territorio. O per meglio dire gli inglesi hanno fatto sapere tramite terze parti che è necessaria questa escalation? Nessuna nazione è un sistema monolitico. Qui c'è una lotta nel sottobosco dell'Iran tra ayatollah, IRGC, religiosi e militari, affinché tutto cambi per non cambiare niente. Strategia inglese, se dovesse tornare Pahlavi. L'obiettivo dell'amministrazione Trump è quello di smantellare il cosiddetto “asse del male”, ovvero tutte quelle influenze inglesi che da decenni creano consapevolmente il caos in Medio Oriente e servono per i loro scopi geopolitici. Se ci pensate è piuttosto “curioso” che da quando Trump ha iniziato a stringere accordi commerciali e sponsorizzare accordi di pace in tuta la penisola arabica e nel Sud-est asiatico, Cina e Russia non abbiano fatto altro che rimanere a guardare. Certo le dichiarazioni di rito sulla stampa non sono mancate, ma formalmente sono rimaste a guardare. Finché la cricca di Davos aveva il controllo sul destino degli USA, questi erano destinati a un suicidio ritualistico. I cinesi stavano approfittando della situazione, avendo operazioni in Canada e sulla costa occidentale americana... oltre ad avere un piede nel Partito Democratico.

Ciononostante adesso vengono trattati come rivali, non nemici. E hanno rispetto di questo. Infatti non hanno messo becco, nell'effettivo, nemmeno nel repulisti americano in Sud America e più di recente nel Canale di Panama. Lo stesso vale per la Russia, dove Putin ha ribadito in recenti dichiarazioni che non interverrebbe in un eventuale scontro tra Iran e Stati Uniti, anzi è disposto a mediare con Teheran per fargli abbassare i toni, e ha indirettamente lasciato intendere che un attacco di Israele non genererebbe alcun intervento russo in rappresaglia (affermando che sarebbe sciocco bombardare siti nucleari dedicati all'energia).


CONCLUSIONE

Canada, Groenlandia, Canale di Panama: si tratta di serrare i ranghi sull'emisfero occidentale (una vera linea di politica America Fortress) e ripudiare l'NDAA del 2022. Non più la preparazione, quindi, di una guerra su due fronti contro Russia e Cina, bensì la creazione di una roccaforte in un tutto l'emisfero americano dal nord al sud America. “Strano”, infatti, che il pezzo del WSJ non vada a fondo sulle importazioni di fentanyl da Vancouver per conto cinese, sui cartelli a Caracas che riciclavano denaro della droga per conto russo, ecc. L'obiettivo degli USA è quello di buttare fuori dall'emisfero americano i colonizzatori europei e trattare con rispetto i propri rivali. Questo a sua volta significa che se, ad esempio, alcune frange della CIA smettono di lavorare insieme all'MI6 a Hong Kong per destabilizzare la Cina, allora è molto probabile che essa smetta di effettuare operazioni simili negli Stati Uniti (col fentanyl e il suo surrogato sintetico, le mire sul Canale di Panama, ecc.).

Se poi si esegue un semplice esercizio, ruotando il mappamondo e prendendo come riferimento il Pacifico, l'isolazionismo di cui parla il WSJ è propaganda europea/inglese per mascherare la loro progressiva irrilevanza. Stesso discorso per Brasile, India e Sud Africa: colonie europeo/inglese tenute in piedi da cricca di Davos/City di Londra per mantenere la loro influenza nei cosiddetti BRICS. Non si tratta di potenze de facto o aspiranti tali, ma colonie usate per motivi geopolitici e di destabilizzazione (es. immigrazione indiana, profluvio di permessi H1-B, ecc.). Togliete BIS ai BRICS, aggiungete A, e avrete il vero assetto mondiale emergente: America, Russia e Cina.

Inutile dire che chi sta rimanendo indietro su tutto è l'UE. L'uragano di censura europea è il sintomo di un'altra malattia: l'UE continua a rimandare lo scontro con la realtà, ovvero cambiare il suo modello di business anacronistico basato sulla colonizzazione e l'estrazione di risorse. Quando Trump ha parlato a Davos di Europa come partner importante per gli USA, si stava riferendo a tutti quegli oligarchi che sono spuntati fuori da questo “modello di business” e che hanno “skin in the game” nel vecchio sistema. Una proposta di accordo, i termini della resa più che altro, come presentati anche a Carlo III la scorsa estate, affinché possano avere ancora un ruolo di spicco nel nuovo assetto mondiale in evoluzione. Se tali oligarchi avranno la meglio sulla fazione “hardcore” è ancora da vedere.

Ciononostante il sopraccitato tsunami di censura, iper-regolamentazione e contrazione economica sembrano non creare alcun effetto a livello di esperienza di prima mano. Sembra tutto come ieri, perché preoccuparsi quindi? Ma i processi lavorano in background e quando si vedono i risultati macroscopici è ormai troppo tardi per un'inversione. Nel frattempo la maggior parte degli europei vive dissociata dalla realtà, in un mondo parallelo costruito nelle loro teste e abbellito dalla stampa generalista. Tutto sommato le cose procedono abbastanza bene, qualche criticità in più rispetto al giorno precedente... ma chi non si adatta? Questo stato di auto-suggestione è quello che io descrissi nel capitolo finale, “La favola dei semi”, del mio primo libro. Non c'è più creazione di ricchezza reale in Europa, solo una continua e progressiva erosione del bacino esistente. La capacità di generazione della ricchezza è già distrutta, la produttività della ricchezza è azzerata e rimane solo l'erosione del patrimonio accumulato.

L'unico esito possibile per questa situazione è un incontro ravvicinato un muro di solidi mattoni e la sincronizzazione con la realtà: l'UE non può sopravvivere a sé stessa e nemmeno l'euro. E su una cosa potete star certi: l'euro si romperà.... male.


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giovedì 12 febbraio 2026

Know-your-customer: il silenzioso kill switch per le crittovalute

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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da Bitcoin Magazine

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/know-your-customer-il-silenzioso)

La minaccia del “know-your-customer” (KYC) non è in arrivo, è già qui. E non è arrivata tramite un divieto nazionale o un ordine esecutivo di emergenza, si è presentata silenziosamente con una casella da spuntare e un accordo sui Termini di Servizio.

Mentre gli influencer parlano di CBDC e bitcoin sintetici, il vero sistema di controllo è già stato implementato: il Know-your-customer.

Nessun dramma, niente distopie; solo regolamentazione, normalizzazione e accettazione.

Ma la conformità non è neutrale: è l'infrastruttura del controllo finanziario e se continuate a consegnare la vostra identità per accumulare sat, non state comprando la libertà; state finanziando la vostra gabbia.


Il vero vettore di attacco dal KYC

Le normative KYC vengono pubblicizzate come una protezione contro il riciclaggio di denaro e le frodi. La cornice è la sicurezza; la realtà è la tracciabilità.

Nel momento in cui collegate la vostra identità a Bitcoin tramite la registrazione a un exchange – una bolletta allegata, un passaporto caricato – perdete proprio l'autonomia che Bitcoin è stato progettato per preservare. Non è importante cosa fate; è importante chi siete.

Una volta creato il collegamento, ogni transazione diventa tracciabile. Questa non è una teoria, è il modo in cui il sistema funziona già.

Il Canada ha congelato i conti bancari in base alle donazioni politiche; il Regno Unito arresta i manifestanti utilizzando il riconoscimento facciale; gli Stati Uniti eseguono mandati di geofence senza alcun sospetto.

Aggiungete il KYC a questo apparato e avrete creato una macchina di sorveglianza chiavi in ​​mano. Niente citazioni in giudizio, niente accuse, solo liste nere silenziose e prelievi bloccati.

Non avete trovato strano che abbiano arrestato gli sviluppatori di mixer, come Whirlpool e Tornado Cash, invece dei criminali che li hanno utilizzati?


KYC è centralizzazione per progettazione

Gli stati non avevano bisogno di mettere fuori legge Bitcoin; avevano solo bisogno di sapere chi lo utilizzava.

La combinazione di exchange centralizzati, registri KYC e analisi comportamentale trasforma ogni acquisto di bitcoin in un percorso guidato. Ogni prelievo da Coinbase o Kraken diventa parte di un profilo registrato, indicizzato e archiviato.

Quando gli enti regolatori parlano di “conformità”, intendono questo: pipeline di dati utilizzabili, UTXO sanificate ed etichettate, un ecosistema completamente mappato di wallet collegati a nomi reali e indirizzi IP.

Ciò che stanno costruendo non riguarda la lotta alla criminalità; si tratta di etichettare preventivamente il dissenso.


Voi siete l’honeypot

L'aspetto più pericoloso del KYC è che non sembra pericoloso. Non c'è nessuna sirena, nessun allarme rosso. Solo pochi moduli, una verifica telefonica... forse un bonus se vi iscrivete oggi.

Ma ogni modulo che compilate alimenta questa macchina. Non solo per voi, ma per tutti coloro con cui interagite.

Il KYC non è solo sorveglianza, è contagioso.

Un singolo wallet collegato all'identità compromette la privacy di ogni indirizzo che tocca. Le società di analisi delle blockchain non hanno bisogno di conoscere tutti, hanno solo bisogno di conoscere qualcuno. Una volta stabilito questo punto di ancoraggio, la mappatura diventa matematica.

Non state accumulando sat, state accumulando prove.


L'uscita è una sentenza di morte

Questa è la fase di accumulo, la proverbiale calma prima della tempesta

Ci troviamo nella stessa situazione pre-repressione che avevamo prima della guerra al contante. Lo schema è familiare:

  1. Normalizzare la sorveglianza
  2. Demonizzare la privacy
  3. Criminalizzare l'autonomia

Il risultato? La maggior parte degli utenti è finita in trappola. Non per paura, ma per comodità.

La cerchia dei “non si sa mai”, quelli che si sono iscritti, hanno fatto il KYC e speravano che non importasse, sono già compromessi. Non perché hanno fatto qualcosa di sbagliato, ma perché hanno lasciato che qualcun altro decidesse cosa non andava.

E una volta che i confini si spostano? Sono già dentro.

“Ma non possono impedirmi di spostare i miei bitcoin e di effettuare transazioni P2P”. Nessuno vuole coin inserite nella lista nera: sarebbero radioattive e inutili.


Cosa richiede la vera privacy

Non esiste alcun link di affiliazione per una vera privacy. Nessuna soluzione tramite app store, nessuno sconto del 10% per l'utilizzo del vostro ID.

Disciplina e piccole decisioni che all'apparenza sembrano avere scarsa portata.

• Acquistare peer-to-peer

• Mining per pulire i wallet

• Utilizzo di strumenti che non registrano i metadati

• Allontanarsi dalle piattaforme che promettono velocità in cambio di obbedienza

Non è affascinante, ma è la differenza tra proprietà e permesso.


Commento finale

Bitcoin non avrebbe mai dovuto essere un sistema educato. Era una via d'uscita. Ma mentre normalizziamo la conformità in cambio dell'accesso, rischiamo di trasformare quella rampa di uscita in un canale regolamentato.

Il KYC non è un dettaglio burocratico, è il silenzioso interruttore di sicurezza per la sovranità.

Non importa quanti sat accumulate se ognuno di essi è registrato, taggato e pronto per la blacklist.

Quindi chiedetevi...

Cosa significa possedere qualcosa?

Se la risposta inizia con un documento d'identità, avete già perso.

Nessun nome, nessun compromesso, nessun ritardo.

Costruitevi la via d'uscita finché potete.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 11 febbraio 2026

La stampa tedesca ha dipinto Trump come malvagio e le élite di Davos come salvatori

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-media-tedeschi-hanno-dipinto-trump)

L'apparizione di Donald Trump al World Economic Forum è stata dipinta dalla stampa tedesca come l'incarnazione stessa del male sullo sfondo bianco incontaminato della neve di Davos. Presentare politici come von der Leyen, Merz e Macron come controparti “buone” non fa che smascherare questo spettacolo mediatico per quello che è: una farsa.

Tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e la stampa tedesca si è instaurato un rapporto di amore-odio. Quasi ogni volta che appare in pubblico – cosa che, in effetti, accade quotidianamente – i burocrati nelle redazioni reagiscono con un riflesso pavloviano. Persino il suo discorso a Davos, pronunciato senza rancore nonostante il palese scetticismo dell'Europa nei confronti degli Stati Uniti, ha provocato una reazione di massima difesa.


Stabilire il contrasto

Der Stern dipinge Trump come l'isolatore dell'Occidente, un politico di potere che “ha mangiato la torta dell'umiltà” a Davos, e allo stesso tempo etichetta il suo discorso come una dichiarazione di bancarotta della NATO. Come per mantenere viva a tutti i costi la lotta tedesca contro Trump, la Frankfurter Rundschau ha avvertito di non lasciarsi cullare dal tono moderato del presidente degli Stati Uniti. Il titolo recita marziale: Trump vende sempre bene.

La stampa tedesca è irritata anche dal fatto che Trump esponga regolarmente leader europei, come Emmanuel Macron, al pubblico ludibrio. Persino la Tagesschau invia i suoi fact-checker contro di lui. Il suo discorso, a quanto dicono, è stato costellato di inesattezze e falsità.

Se solo fossero altrettanto precisi e attenti quando Macron, Merz e von der Leyen accumulano bugie su bugie, che si tratti delle loro politiche interne, dello stato dell'economia, del conflitto in Ucraina, o della fallita transizione energetica che sta ora trascinando l'Europa in una spirale di povertà.

Nemmeno il fatto che uno stato di sorveglianza orwelliano stia sorgendo davanti ai nostri occhi, ampiamente sostenuto dalla Germania, turba i giornalisti tedeschi. In breve: noi siamo i buoni, il male siede alla Casa Bianca. E noi, i buoni, stiamo solo proteggendo i docili agnelli d'Europa dal veleno tossico dello spirito patriottico che gli americani sono ansiosi di iniettare con la loro virile ossessione per la governance del “si può fare”.

Disprezzano il sano patriottismo, uno stato snello, la lotta ostentata per la libertà di parola e lo smantellamento del colosso delle ONG: tutte queste conquiste di una civiltà matura che il centralismo di Bruxelles cerca di condensare nell'iper-stato europeo per il “bene comune”.

Insieme alla politica, la stampa tedesca ha consolidato una visione del mondo manichea. Ogni apparizione esagerata del Presidente degli Stati Uniti, forse difficile da digerire per i gusti europei, non fa che facilitare il camuffamento. Gli interessi politici degli americani – plasmati dalle pressioni interne, dalle ondate di proteste finanziate dall'esterno, dalla crisi del fentanyl e dalla costosa Pax Americana accettata silenziosamente dall'Europa – non giocano alcun ruolo nelle considerazioni strategiche della stampa tedesca.

Si schiera con i presunti buoni: coloro che sfruttano l'apocalisse climatica, l'europrotezionismo e lo smantellamento sistematico delle libertà civili. Proiettando costantemente la rabbia dell'opinione pubblica per la crescente crisi del Paese su una figura che incute odio, la stampa riesce a distogliere l'attenzione dai propri fallimenti. Quella figura è Donald Trump.


Distanza crescente

Alla luce della crisi migratoria europea e della disastrosa transizione energetica, non si dovrebbe ammettere che Trump ha ragione su questi temi? L'arrogante condiscendenza della stampa tedesca riflette solo il distacco della sua casta politica. Dal punto di vista di un eurosocialismo di matrice tedesca, lo spirito americano, la presunta mentalità da cowboy e la spontaneità vengono ridicolizzati. Ascoltarsi a vicenda non è più auspicabile; la posizione americana è considerata antagonista e, all'interno dello spirito woke, moralmente riprovevole.

Un riflesso talmente tanto insensato che è quasi fisicamente doloroso seguire un simile giornalismo. Il compito della stampa non dovrebbe essere quello di spiegare la vera situazione geopolitica dell'Europa e le sfide derivanti dalla scarsità energetica e dalla limitazione delle risorse?

Le nazioni europee farebbero bene ad allinearsi con gli americani, a fare pace con la Russia e a tornare alla ragione politica. Per la Westdeutsche Zeitung, tuttavia, il discorso di Trump a Davos era solo autocelebrativo; avrebbe diffuso menzogne e calunnie sul vecchio continente.

Aleggia soprattutto la speranza che tra tre anni a Trump succederà un presidente filoeuropeo e globalista, una figura sullo stile di Barack Obama, che riprenda il filo rosso del socialismo climatico e protegga gli europei dal loro peculiare isolazionismo e dalle sue conseguenze.

Se il progetto di socialismo climatico dell'UE dovesse crollare nel futuro prossimo, un'America forte e autonoma sarebbe la destinazione di una fuga di capitali in preda al panico, con una potenziale fine dell'apparato centrale di Bruxelles. Il ritorno al socialismo climatico avrebbe successo solo attraverso controlli di capitale con una CBDC, il che spiega gli attacchi dell'Europa alla presidenza di Trump. Il fatto che l'ex-governatore della Banca d'Inghilterra, Mark Carney, ora Primo Ministro canadese, si sia dedicato alla politica europea aggiunge particolare urgenza al tentativo degli Stati Uniti di controllare politicamente il proprio emisfero.

Il fallimento del progetto patriottico di Trump è proprio nell'interesse degli euro-socialisti. Per un decennio la stampa tedesca ha raffigurato l'immagine di uno sciovinista imprevedibile, irrazionale e intellettualmente limitato. La costante ripetizione di interpretazioni identiche delle sue azioni, la loro valutazione morale e la drammatica escalation sotto il mantra di un ordine mondiale basato sulle regole hanno creato una narrazione che non lascia spazio ad ambiguità: puramente manichea.

Da una parte: Trump, la personificazione del male, che mette all'angolo gli umanisti europei con i suoi dazi, arrivando persino a flirtare con un'aggressiva conquista di territori in Groenlandia. È Lucifero alla Casa Bianca. Dall'altra la luce, il bene: l'UE, il grande progetto di pace, originariamente solo un baluardo contro l'Unione Sovietica, ora reinventata nel corso dei decenni come la salvezza del clima e l'ultima istanza morale dell'Occidente.


Falso gioco

È proprio questo potere che da quattro anni alimenta la disastrosa guerra di logoramento nel Donbass. E non è Trump, ma i politici europei a instillare lo spettro di un'imminente invasione russa nelle menti e negli animi dei cittadini attraverso toni sempre più stridenti su tutta la stampa. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, viene evocato uno scenario di massima minaccia, screditando moralmente qualsiasi deviazione e dipingendo la prontezza negoziale come debolezza, o addirittura tradimento.

Le stragi in Ucraina rivelano il decadimento etico dell'Europa. Oltre a ciò l'escalation contro una potenza nucleare è militarmente sciocca, economicamente suicida ed eticamente riprovevole. Macron, Merz e von der Leyen sanno da tempo che questa guerra è impossibile da vincere, indipendentemente dai fondi inviati all'Ucraina.

Ora si tratta solo di ritardare la bancarotta dell'Ucraina nella speranza di un miracolo militare, che solo gli americani potrebbero imporre. E questo richiede, come detto, un nuovo presidente statunitense filoeuropeo.

Gli stati e le banche europei hanno investito massicciamente in Ucraina. Un crollo incontrollato potrebbe scuotere il sistema finanziario europeo in modo così violento che persino la grande crisi del debito di 15 anni apparirebbe un mero preludio.

Trump continua a cercare una soluzione negoziata a questo conflitto, che porrebbe fine al sogno europeo di un cambio di governo a Mosca e di uno sfruttamento controllato delle risorse russe, cruciali per la ricapitalizzazione degli stati e delle banche europei.

L'effetto manicheo della stampa contro la politica americana diventa ancora più pericoloso nel contesto del crescente apparato di censura europeo. Molti non si rendono conto che un eventuale fallimento di Trump eliminerebbe l'ultimo sostenitore della libertà di parola, del libero mercato e della deregolamentazione razionale.

Sono stati gli americani, il vicepresidente J. D. Vance e il Segretario di stato Marco Rubio, a intervenire ripetutamente a Bruxelles negli ultimi mesi, quando la libertà digitale su piattaforme come X, Telegram e Meta era stata seriamente minacciata.

Al contrario, l'elenco dei difensori europei della libertà è diventato pericolosamente breve.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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