(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/come-si-crea-un-equivalente-di-una)
Per capire la differenza tra le guerre eterne del passato e i conflitti di oggi basta guardare alla lunga lista di nazioni che si ritengono “arrabbiate” per quanto accade oggi in Medio Oriente. Inutile dire che in cima alla lista ci sono Francia e Regno Unito, molto probabilmente perché sanno qual è l'obiettivo finale dell'amministrazione Trump. Questa loro reticenza è propellente per una riforma della NATO stessa, se non addirittura un suo pensionamento. Infatti finora è stato un veicolo che usava il potere di proiezione militare statunitense gratuitamente a favore di Londra e Bruxelles. Non più adesso.
C'est la France qui devra financer seule l'avion de combat du futur Rafale F5, les Émirats arabes unis ont été vexés et ne veulent plus participer au programmehttps://t.co/VKhNIDQkcC
— BFM (@BFMTV) April 2, 2026
Israele in questo gioco ha finalmente una sua politica estera. Netanyauh è un falco e il suo principale obiettivo è quello di garantire la sopravvivenza della nazione e questo significa annientare la minaccia iraniana. Questo a sua volta lo rende inaffidabile come partner degli USA e Trump lo sa. Ciò è risultato evidente quando, durante l'attuale conflitto con l'Iran e quello dell'anno scorso, l'esercito israeliano ha bombardato obiettivi energetici iraniani senza il consenso americano, poi c'è stata la successiva reprimenda di Trump. Da quando Israele è diventato un asset in rapido deprezzamento agli occhi della City di Londra ed è stato lanciato nella mischia, sulla scia del famoso 7 ottobre e il successivo confronto contro Gaza, il Paese si è sganciato dalla linea di politica estera dettata a Londra. Non mancano tuttora fazioni all'interno del Paese che remano verso un ricongiungimento con la “base madre”, ciononostante l'acredine maturata nei confronti dell'Iran in tutti questi decenni di attriti costruiti ad hoc dal Divide et impera inglese, adesso stanno venendo al pettine in un confronto definitivo in quella che rappresenterà la fine definitiva del caos in Medio Oriente. Tutte le strade conducono a questo singolo esito... ovviamente bisognerà vedere come...
Lato USA l'obiettivo, in soldoni, è quello di mettere in ginocchio l'IRGC e rafforzare il governo iraniano attualmente in carica. Il presidente è ancora vivo, il Ministro degli esteri è ancora vivo e l'entourage da loro scelto è quello che sta conducendo le trattative con l'amministrazione Trump. La posta in gioco è alta ed è un esito delicato da raggiungere, soprattutto perché si tratta di separare l'IRGC da tutti quei canali che la legavano alle strutture di potere interne. Ricordate sempre che nessuna nazione è un monolite: esistono diverse fazioni al loro interno e ognuna di esse ha una sua agenda. Per semplificare, l'Iran è il Venezuela ma con gli steroidi; un problema ordini di grandezza superiore. E questo ha richiesto un impegno superiore rispetto alla precedente operazione in Venezuela. Ma la cosa importante è che l'Iran si è preparato per la guerra sbagliata, o per meglio dire Londra aveva preparato una trappola di Tucidide simile a quella irachena e afghana. L'amministrazione Trump, invece, ha scelto un campo diverso di gioco e questo ha sparigliato le carte in tavola iraniane. Ad esempio, per quanto si chiacchieri di intervento via terra, viene invece incrementata la presenza di velivoli A-10 Warthog, aerei in grado di assicurare una certa supremazia sullo Stretto rispetto a un intervento militare via terra.
Dal punto di vista militare, poi, l'operazione non è finita dato che la tattica a mosaico degli iraniani prevede un vademecum per le singole unità affinché svolgano compiti precisi ogni giorno (per quanto le scorte non siano infinite); mentre invece dal punto di vista strategico è finita. Gli USA, infatti, stanno lavorando col governo civile e l'ala militare, questo perché l'IRGC aveva il controllo completo sull'armamentario iraniano. L'esercito era praticamente ridotto a rango di polizia locale. In questo modo l'IRGC poteva avere il controllo, tramite missili balistici e addirittura un'arma nucleare, sulle strozzature marittime nella zona. Ricordate anche che questa gente, per quanto fanatica possa essere, non è folle. Chi è disposto a veder bruciare tutto intorno a sé rimangono sempre Londra e Bruxelles. I razionamenti energetici sventolati in Europa sono la conseguenza diretta dell'ideologia miope e sconsiderata che entrambi questi centri di potere hanno usato come scusa per colonizzare poi il resto del mondo. Ora sono vittime della loro stessa narrativa, che purtroppo finisce per strangolare anche la popolazione autoctona. E, dispiace dirlo, ma su questo Trump ci contava.
Per l'appunto, invece di distendere gli animi in Ucraina si lasciano sciamare droni sulle strutture energetiche russe e le si attaccano. Questa è gente priva di scrupoli, disposta a tutto pur di conservare il proprio ruolo nella gerarchia di potere attuale e la rabbia della popolazione dovrebbe essere direzionata contro di essi. E data la direzione da dove arrivano questi droni, è facile concludere che si tratti molto probabilmente di operazioni inglesi. Tentativi disperati di arginare un semplice scenario che spaventa a morte la City di Londra: la ristrutturazione delle rotte marittime, l'inversione del globalismo e la regionalizzazione delle catene di approvvigionamento, e la rimozione dei “caselli inglesi” lungo le “autostrade” dei flussi monetari internazionali ombra. Finalmente il potere economico statunitense potrà essere scatenato senza che ci sia una mano che intervenga esternamente per direzionare, o stoppare, un tale potenziale.
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— Anas Alhajji (@anasalhajji) April 2, 2026
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Per capire il quadro generale dovete pensare alla strategia degli Stati Uniti come se fosse divisa in 3 fasi: la prima consisteva col riprendere il controllo del prezzo del dollaro attraverso il SOFR; la seconda consisteva nel riprendere il controllo dei prezzi dei risparmi attraverso oro e argento; la terza consiste nel riprendere il controllo sul processo di alimentazione monetaria dei mercati mondiali, tramite il petrolio. Negli ultimi 3 anni la volatilità nel Brent è più che raddoppiata, la City di Londra l'ha praticamente mandata su di giri. In questo modo ha buttato fuori quasi tutti i player reali dal mercato e assottigliato i volumi... capite che questa è una tattica suicida... ed era anche consapevole. Perché una volta ammazzato il mercato del Brent, i processi della City si sarebbero spostati a Dubai (finanziarizzando poi il petrolio dell'Oman/Dubai). Trump ha fatto in modo che un tale “trasloco” non avvenisse, da qui il crollo psicologico degli investitori nei confronti della città. L'impennata del WTI, adesso, conferma la backwardation del petrolio e che questa guerra riguarda il prezzo e il controllo al margine del barile di petrolio.
Parallelamente a ciò corre un'altra strategia, anch'essa in 3 fasi, come ripetuto già da tempo: far uscire allo scoperto quelle organizzazioni che usavano l'ombra per camuffarsi e chiudere selettivamente i vari canali monetari che sfruttavano per finanziarsi. Dapprima i flussi pubblici e la mannaia che si abbatte sugli sprechi in ambito Stato sociale americano. Attraverso le spese gonfiate di Medicare/Medicaid e previdenza sociale, indirizzate verso una traiettoria insostenibile, i dollari volavano all'estero e fungevano da propellente per la riserva frazionaria nel mercato dell'eurodollaro, garantendo “pasti gratis” a chi sfruttava questo meccanismo e svuotando l'economia statunitense. Tutta la pletora di ONG e organizzazioni estere avevano e hanno ancora lo stesso compito. A tal proposito, il segnale che sta dando Bessent è uno: niente più pasti gratis a scapito della sostenibilità americana. E dopo essersi occupati del flusso di fondi pubblici, indirizzarsi a quelli privati: cartelli, terroristi, riciclaggio di denaro. Solo in questo modo le organizzazioni malevole nell'ombra saranno costrette a usare i loro di capitali.
E li stanno usando, nonostante abbiano messo da parte quantità considerevoli di risorse monetarie dopo decenni di manipolazioni dei mercati. Infatti Le banche europee continuano a operare come operano perché la BCE, la Banca del Canada e la Banca d'Inghilterra le tengono a galla e manipolano i differenziali delle obbligazioni. Ma ora si aggiunge un ulteriore strato di difficoltà nelle condizioni attuali di crisi energetica. Manipolare la valuta: tenere alto il valore dell'euro per compensare gli aumenti dei prezzi del petrolio. Per farlo devono vendere titoli del Tesoro americani, oppure l'oro. Ecco perché il metallo giallo ha subito una correzione di recente. Da notare che gli USA hanno superato l'inversione della curva senza troppi problemi.
A proposito di oro, qui chi ha venduto grosse quantità di metallo giallo è stata la Turchia. La Turchia sta vendendo oro per due ragioni principalmente. E c'è anche l'Iran al centro di questa storia. Quando Obama tagliò fuori l'Iran dallo Swift nel 2011, la Turchia cambiò le regole del suo sistema bancario affinché potesse detenere oro come riserve. L'India ha fatto la stessa cosa quest'anno ed entrambi sono avamposti inglesi. La Turchia prese quella decisione perché l'Iran doveva vendere il petrolio sul mercato aperto e doveva riciclare i proventi attraverso il sistema bancario di qualcuno. Quindi l'Iran vendeva petrolio in cambio di oro, poi lo vendeva alle banche turche, le quali poi lo vendevano per qualsiasi valuta avessero bisogno. All'epoca aveva senso affinché l'Iran potesse sopravvivere alle sanzioni. Se guardate la lista dell'FMI riguardo l'oro in possesso delle varie nazioni, noterete che la Turchia ha un asterisco perché è un numero che varia molto in base al denaro che entra/esce dalle banche turche. Anche perché, se davvero i turchi sono così “ricchi” in oro, come mai la lira turca è in caduta libera? Si tratta, quindi, di oro di passaggio e non serve davvero come riserva o supporto per migliorare la base di capitale del Paese. La Turchia, così come il Canada, nell'effettivo non ha affatto oro. La settimana scorsa chiudevano i contratti di marzo della LBMA e, come avevo evidenziato in precedenza, Londra aveva bisogno di oro fisico per coprire le proprie passività.
Turkey has sold 6 years worth of accumulated gold in 3 weeks: Erdogan has dumped a shocking 120 tons of gold (almost $20BN) since the war started, and 70 tons last week.
— zerohedge (@zerohedge) April 3, 2026
It's amazing gold is not much lower, and begs the question: who is buying all the gold Turkey is selling? pic.twitter.com/Rc32yllgI9
Il prossimo campo di battaglia, invece, che la cricca di Davos sta preparando è quello del razionamento energetico. C'è un senso di impotenza che serpeggia adesso, non solo nel resto del mondo, ma anche negli USA. Il senato è praticamente bloccato, il Dipartimento di Giustizia non è stato in grado di perseguire i protagonisti di tutti quei casi importanti e lo spettro delle midterm rischia di ostacolare l'agenda dell'amministrazione Trump. La vera scommessa è che l'economia americana sia in condizioni migliori rispetto a quelle del resto del mondo (soprattutto UE e UK), perché la cricca di Davos sta davvero giocandosi il tutto per tutto. L'ultimo report sulle payroll americane è incoraggiante, così come altri indicatori macro, suggerendoci che nonostante i prezzi della benzina siano alti, solo gli americani sono in grado di sopportare $4 di media al gallone. Gli altri capitoleranno subito. Stesso discorso possiamo farlo con la borsa americana e la resilienza sulla scia dello scoppio della bolla del private credit. È un braccio di ferro, quindi, e la muscolatura migliore fortunatamente ce l'hanno ancora gli USA rispetto alla cricca di Davos.
Lo ripeto per chi ancora non avesse compreso il punto centrale dell'operazione americana in Iran: tali sforzi sono sostanzialmente mirati a costringere Londra e Bruxelles ad accettare i termini della resa presentati da Trump a Davos e Rubio a Monaco. L'Iran è solo un proxy. Prima di dichiarare indipendenza dall'ombra inglese sul sistema eurodollaro, gli Stati Uniti garantivano la libera navigazione nel mondo e tutti gli altri strutturavano le proprie economie e politiche attorno a questa assicurazione gratuita. L'Europa e il Regno Unito hanno sguinzagliato linee di politica ecologiste, ridotto le proprie capacità militari e impartito lezioni a Washington sulla virtù del globalismo, sicuri, tramite le proprie infiltrazioni al Congresso e alla Casa Bianca, che le portaerei americane sarebbero sempre state a loro disposizione.
Trump ha alimentato un momento di massima tensione e nel frattempo ha tolto la sopraccitata garanzia militare automatica. Il punto, quindi, è dilatare i tempi e farlo prima delle elezioni di medio termine. Permettendo che una chiusura o una semi-chiusura di Hormuz faccia sentire i suoi effetti sulle economie europee, Trump si assicura che il dolore immediato si concentri proprio nelle giurisdizioni che hanno più palesemente approfittato degli USA: Londra e Bruxelles. Le loro industrie, i loro consumatori e le loro convinzioni sulla transizione energetica vengono smascherati per quello che sono realmente: un pio desiderio sostenuto da un'architettura ombra che incanalava risorse di capitale americane verso le fantasie ambientaliste europee. In questo contesto il messaggio di Trump diretto ai leader europei e britannici – “Avete più bisogno del petrolio dello Stretto di Hormuz di noi; perché non andate a prendervelo?” – non è una frase buttata lì a caso: stiamo assistendo alla riorganizzazione di un sistema in cui gli Stati Uniti, di fatto, controllano il flusso globale di petrolio. Un mondo in cui la produzione nel Sud America allineata agli Stati Uniti, unita alla capacità discrezionale di garantire, o meno, la sicurezza di Hormuz, pone Washington al centro della scacchiera degli idrocarburi. Per questo obiettivo strategico un rapido ripristino del vecchio status quo sarebbe controproducente.
Una “soluzione rapida” in Iran significherebbe che Londra e Bruxelles tirerebbero un sospiro di sollievo e tornerebbero alla normalità. Dicendo esplicitamente a Londra e Bruxelles di “andare a prenderselo” da soli il petrolio in Iran, Trump impone un confronto basato sull'ormai manifesta power politics. I leader europei e britannici devono affrontare il fatto che i loro sistemi energetici, le loro basi industriali e i loro sermoni geopolitici si fondano sullo sfruttamento del potere americano. In tal senso il ritardo nella “riapertura” dello Stretto e la sfida lanciata agli alleati della NATO affinché lo facciano da soli non è indecisione, né le dichiarazioni di Trump sono oscure e confuse. È una strategia meticolosa che richiede una determinazione ferrea per liberarsi di una struttura finanziaria ombra che per decenni ha tenuto in ostaggio la ricchezza reale americana. Dichiarare indipendenza da questa idrovora non sarà facile, ridurre alla sete di liquidità gratis coloro che in precedenza la davano per scontata richiederà grandi sacrifici e al tempo stesso ritorsioni sempre più violente.
Ma lo strangolamento non avviene solo a livello energetico. Quello è solo il primo strato; esso si ripercuote inevitabilmente nei mercati delle valute e nei cosiddetti avamposti mondiali che fanno riferimento a Londra e Bruxelles. Quando i prezzi dell'energia subiscono un'impennata, i Paesi dipendenti dalle importazioni si trovano immediatamente di fronte a un problema: hanno bisogno di più dollari per pagare lo stesso volume di carburante. Se non ce li hanno, la loro valuta si indebolisce, e se la loro valuta si indebolisce le importazioni diventano ancora più costose. La risposta standard è che la banca centrale venda le riserve in valuta estera per difendere la divisa nazionale e assorbire lo shock. Questo funziona, ovviamente, fino a quando le riserve non si esauriscono. La Turchia ha consumato le sue riserve più velocemente di quanto quasi tutti si aspettassero: solo nella prima settimana di marzo la banca centrale ha speso $12 miliardi per difendere la lira. A metà marzo le riserve erano scese da $65,7 miliardi a $53,6 miliardi.
Il 13 marzo gli investitori stranieri hanno venduto titoli di stato turchi al ritmo settimanale più veloce mai registrato. I trader che avevano preso in prestito dollari a basso costo e li avevano investiti sui tassi di interesse turchi al 37% per massimizzare i profitti, si sono dati alla fuga: si stima che tra i $12 e i $15 miliardi di capitali siano fuggiti in due settimane. Al Gran Bazar di Istanbul i cambiavalute vendono dollari a un premio rispetto al tasso interbancario, un indicatore affidabile del panico diffuso tra gli investitori.
L'India ha agito con maggiore discrezione. Il 13 marzo il Ministro delle Finanze, Nirmala Sitharaman, ha presentato alla Lok Sabha richieste supplementari di stanziamenti, tra cui circa $6,7 miliardi per un “Fondo di Stabilizzazione Economica”, con un obiettivo di raccolta fondi totale di $12 miliardi. Lo scopo dichiarato: “margine di manovra fiscale” per far fronte agli “shock energetici e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento dovute al conflitto in Medio Oriente”. L'India importa quasi l'87% del suo petrolio greggio e il caos energetico ha già causato una delle più gravi carenze di gas degli ultimi decenni: le autorità hanno interrotto le forniture di GPL all'industria per garantire alle famiglie una quantità sufficiente di combustibile per cucinare. Lo schema: Turchia e India rappresentano due livelli di sviluppo economico e due diverse entità di capacità di spesa pubblica, ma stanno facendo la stessa cosa, ovvero consumare le proprie riserve.
Ma cosa succede quando non sono sufficienti?
Quando le riserve non riescono a contenere lo shock i governi si rivolgono al lato della domanda: iniziano a razionare l'energia, riducendo i consumi con la forza. Il Pakistan, poi, è passato direttamente a un'austerità totale. Il 9 marzo il Primo Ministro, Shehbaz Sharif, è apparso in televisione annunciando 15 misure di emergenza: una settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, la chiusura delle scuole per due settimane, il passaggio obbligatorio al telelavoro per il 50% della forza lavoro governativa, il divieto di tutti i viaggi ufficiali all'estero, la rinuncia allo stipendio per due mesi per i membri del governo, una riduzione del 25% dello stipendio per i parlamentari, una riduzione del 30% per i funzionari con uno stipendio superiore a 3 milioni di rupie al mese e il fermo del 60% dei veicoli governativi. Tutti i fondi dedotti confluiscono in un fondo denominato “Piano di Austerità del Primo Ministro”, nessuno, però, sulla stampa pakistana si è posto la domanda ovvia: austerità da cosa? Il Pakistan importa oltre l'80% del suo petrolio. Le detrazioni salariali e i veicoli fermi sono una cifra irrisoria rispetto al conto dell'energia che il Pakistan si appresta a pagare.
Ma è nell'Asia meridionale e sudorientale che il razionamento è diventato più viscerale, perché questi Paesi sono entrati nella crisi con le riserve più esigue. Il Bangladesh importa il 95% del suo carburante e ha riserve petrolifere sufficienti per circa tre settimane. In alcuni distretti i distributori di benzina sono rimasti a secco. Il settore tessile, che genera l'84% dei proventi delle esportazioni del Paese e impiega circa quattro milioni di lavoratori, sta affrontando interruzioni di corrente a rotazione di otto-quattordici ore al giorno. Lo Sri Lanka, segnato dal collasso economico del 2022, ha riattivato il suo sistema nazionale di codici QR per il carburante: ogni veicolo deve registrare il proprio numero di identificazione e il numero di cellulare, generando un codice QR univoco che un addetto alla stazione (spesso scortato dai militari) scansiona prima di erogare carburante. Le motociclette sono limitate a cinque litri a settimana, le auto a quindici litri e gli autobus a sessanta litri. Le Filippine hanno dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale; la giunta militare del Myanmar ha istituito giorni di guida alternati a Yangon e Naypyidaw, con soldati a guardia dei depositi di rifornimento. Le Nazioni Unite stimano che i prezzi del petrolio siano aumentati di circa il 45% e quelli del gas del 55% dalla fine di febbraio, con un incremento del 35% dei prezzi dei fertilizzanti.
C'è un punto in ogni crisi monetaria in cui il governo smette di cercare di difendere il tasso di cambio e inizia a cercare di impedire che la ricchezza lasci il Paese. I controlli sui capitali segnalano che le autorità hanno perso fiducia nella loro capacità di gestire la situazione con strumenti convenzionali e accelerano il panico stesso che sono progettati per prevenire. La Russia, ad esempio, è intervenuta il 26 marzo con due decreti: uno che vieta l'esportazione di rubli in contanti superiori all'equivalente di $100.000 verso gli stati dell'Unione Economica Eurasiatica e un altro che vieta l'esportazione di lingotti d'oro di peso superiore a 100 grammi. La motivazione ufficiale: combattere l'economia sommersa. Il contesto reale: la Russia ha registrato un deflusso di liquidità pari a $13,2 miliardi dal sistema bancario solo a gennaio 2026, dovuto al passaggio delle imprese al mercato nero per evitare l'aumento dell'IVA. Il viceministro delle Finanze, Alexei Moiseev, ha riconosciuto che l'oro viene sempre più utilizzato come sostituto della valuta estera in transazioni illecite e nella fuga di capitali. Poi c'è la Turchia come dicevamo prima, la quale ha trascorso l'ultimo decennio accumulando circa $135 miliardi in riserve auree per scambiarle con valuta forte sul mercato londinese.
Ed ecco l'ultima fase: la resa dei conti. Se volete vedere dove porta questa strada quando non ci sono più riserve, nessun cuscinetto fiscale e nessuna via d'uscita da bloccare, guardate il Libano. Ovviamente è il capolinea questo e non tutti ci arriveranno. L'unica variabile è la velocità e la chiusura di Hormuz ha accelerato il processo per tutti i mercati importatori di petrolio.
L'attuale sistema finanziario mondiale si basa su due elementi: energia a basso costo e liquidità in dollari. Togliendo uno dei due elementi l'intero sistema inizia a collassare; togliendoli entrambi contemporaneamente si ottiene qualcosa che assomiglia meno a una recessione e più a un collasso sistemico. I Paesi che oggi stanno bruciando le riserve in valuta estera saranno quelli che domani si rivolgeranno al Board of Peace per prestiti di emergenza.
4/5
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) March 25, 2026
Oltre a ciò l'inserimento delle stablecoin nell'architettura del Board of Peace significa lo smantellamento dei DSP emessi dal FMI e di tutti quei prestiti colonialisti concessi nel corso del tempo col solo scopo di estrarre risorse e congelare la crescita di una nazione.
La questione non è se tutto questo rimodellerà i mercati globali e la politica monetaria. Lo ha già fatto.
Il riassesto della proiezione di potere militare è una funzione del riassesto del flusso di petrolio intorno al mondo, il che a sua volta è un riassesto del flusso di denaro nel mondo. Quella in Iran non era una guerra ma la rottura di una rete, come avvenuto in Venezuela e col CJNG; strozzature che dovevano essere bonificate. La maggior parte delle strade conducono a Londra, ma molto spesso una tappa intermedia prima della destinazione è Bruxelles. La tassa principale che ha fatto ingrassare le casse della City di Londra è quella del caos su cui s'è fondato il suo schema di ricatto “Dividi et impera”. È risaputo che l'IRGC ha connessioni con Londra e Parigi, e tramite i canali finanziari ombra è riuscita a connettere gli interessi di tali luoghi con le organizzazioni terroristiche internazionali. Gli USA sono serviti da garanzia collaterale in tutto questo schema di pagamenti ombra. Trump ha semplicemente detto “Basta!”. Gli USA non pagheranno più i loro interessi sul debito per finanziare navi e marinai per pattugliare i mari gratis, mentre gli inglesi incassavano i premi delle assicurazioni, le commissioni nel Forex e fomentavano il caos facendo aumentare allo stesso tempo i premi di rischio. L'Iran, quindi, non era altro che una delle ultime roccaforti in cui l'Impero inglese fomentava il caos nella regione ed è questo Impero che ha perso, non quello americano.
Non esistono coincidenze in geopolitica, solo evoluzioni di eventi innescati in precedenza.
CONCLUSIONE
Mentre la maggior parte delle persone è occupata a lanciare invettive contro Trump, coloro che sono anti-umanità e anti-civiltà ottengono nuovamente un free ride di fronte alla percezione comune. Inutile dire che social, stampa generali sta e canali d'informazione alternativi fanno un buon lavoro sotto questo aspetto per sviare accuratamente le attenzioni. La critica alla classe dirigente europea è pressoché assente; la rabbia nei confronti della classe dirigente europea è assente. Nel frattempo il tortuoso cammino americano verso una nuova indipendenza continua.
Iniziato col SOFR, ha dovuto seguire un percorso di maturazione caratterizzato da continui attacchi alla sua fragile, almeno inizialmente, architettura. Ciò ha costretto gli Stati Uniti ad assecondare il principio di distopia della cricca di Davos che ha infestato il mondo, in modo più virulento rispetto al passato, dal 2019 al 2022. Da quel momento in poi gli Stati Uniti hanno potuto cambiare la propria postura: da difensiva ad attaccante. Ma questi sono temi che ho trattato ampiamente nell'ultimo libro che ho pubblicato, Il Grande Default.
Trump, quindi, sta riorganizzando le rotte petrolifere mondiali e le “rotte” finanziarie mondiali. Il super potere della City di Londra passa dai flussi monetari e dai flussi commerciali, in particolar modo dalle assicurazioni. L'IRGC e la sua minaccia di “chiusura” dello Stretto di Hormuz era il braccio armato del club P&I con cui la City di Londra gestiva a monte il flusso del petrolio e per estensione quello del commercio mondiale. Ecco perché la dichiarazione di guerra del 28 febbraio nei confronti dell'Iran era indirizzata a tutti i mezzi militari ad appannaggio dell'IRGC, le guardie pretoriane del regime e vero comandante del Paese dietro le quinte. L'obiettivo ambizioso di questa operazione è togliere dalle mani inglesi questo premio, se non addirittura portarlo nelle mani americane e protetto dalla Marina americana. Quest'ultima smette praticamente di lavorare gratis per gli altri e farli ingrassare sul loro trono di ideologie verdi e fantasie di burocratizzazione del mondo intero. È la solita storia: tutti i vantaggi scorrevano all'estero, pochi benefici, se non nessuno, restavano negli USA.
Ancora una volta, non dovete ascoltare tutto ciò che dice Trump. La maggior parte delle volte è “smoke & mirror”, un suo modo di negoziare. Sono poche le volte in cui dice effettivamente ciò che sarà. Dovete guardare all'evoluzione della sua strategia, lì risiede il vero potere analitico di “predizione”. Se invece volete direzionalità a livello verbale, ascoltate Jamie Dimon. Una di quelle volte in cui Trump è stato chiaro è proprio di recente quando ha pubblicato un post sul social Truth in cui invitava i “partner” europei e inglesi ad andarsi a prendere il petrolio se davvero lo volevano. O altrimenti comprarlo dagli USA.
Oltre ad aver sottolineato l'obsolescenza della NATO, sostituita molto probabilmente da una nuova alleanza in Medio Oriente, Trump ha reso chiaro che acquistare petrolio o gas dagli USA significherà accettare altresì il pacchetto di assicurazioni americane messi a disposizione dal DFC.
BREAKING 🚨
— IIR Now (@IIRNow) April 3, 2026
🇸🇦 🇵🇰 Saudi Arabia has reportedly asked Pakistan to repay a USD 6.3 billion loan after Pakistan failed to honor the bilateral defense pact, under which an attack on one is considered an attack on both.
⚡️Saudi officials are reportedly unable to reach Pakistan’s PM… pic.twitter.com/YWyn0Om8n1
Gli USA possono aspettare tutto il tempo che vogliono in tal senso, non hanno alcuna fretta. Il cappio energetico che si stringe è intorno al collo di Londra e Bruxelles, non a quello di Washington. Infatti tre nuovi terminal di GNL vengono espansi negli Stati Uniti, riorganizzando altresì il modo in cui scorre l'energia a livello interno (resa consapevolmente inefficiente in precedenza).
Questo tipo di riorganizzazione non avviene dalla sera alla mattina. Richiede tempo. Stiamo parlando di reti ombra che vengono riorientate, accordi centenari che devono essere riscritti, alleanze abbandonate per nuove. Senza contare la pressione psicologica e i ricatti nel momento in cui si “tradisce” il vecchio assicuratore inglese per quello nuovo americano. Alcune delle compagnie marittime vantano centinaia di anni di sottoscrizioni assicurative con Lloyd's, ad esempio. Tutto ciò era chiaro sin da quando Trump, in risposta all'opzione nucleare lanciata tramite la confusione dei primi giorni di conflitto dall'Iran ovvero “chiudere” lo Stretto di Hormuz e poi concretizzata nell'effettivo dalle assicurazioni inglesi che hanno smesso di assicurare le navi in caso di guerra, ha presentato la possibilità di un'assicurazione americana per le navi in transito ad Hormuz. Come ci insegna la teoria Austriaca, tutti i cambiamenti avvengono al margine: infatti saranno le piccole compagnie di spedizione greche le prime ad accettare la proposta assicurativa americana, le più colpite finora dalla crisi.
In sintesi, gli Stati Uniti si stanno emancipando non solo dai singoli punti di fallimento a livello finanziario (es. contagio sistemico tramite l'eurodollaro), ma anche da quelli a livello commerciale in modo da non essere più ricattabili. Ecco perché stanno potenziando le strutture tecnologiche in Arizona per accogliere il know-how di Taiwan, oltre al fatto che quello stesso stato americano ha una delle riserve di elio più grandi al mondo.
Quando Trump ha detto già dal secondo giorno di conflitto che era finita, era effettivamente finita a livello funzionale. La domanda era: come si crea un equivalente di una Delci Rodriguez in Iran? Ricordate, stiamo parlando di un Paese ordini di grandezza superiore al Venezuela. L'accordo che è stato portato avanti nel corso di questi mesi non era ovviamente definitivo, bensì una bozza. Questo perché non essendo il Paese un monolite, ed essendoci diverse fazioni al suo interno, una delle quali l'IRGC, le trattative hanno subito “interferenze”. Mettiamo che il team di Trump stesse trattando con Araghchi e il suo di team: siglare un accordo con loro non avrebbe significato AUTOMATICAMENTE che essi avrebbero potuto farlo valere in patria. E questo è stato evidente durante le trattative pre-conflitto: un po' come accaduto in Turchia nel 2022 quando Zelensky era pronto a trattare con Putin, ma poi, dopo l'intervento di Boris Johnson, cambiò idea. Quando negozi contro gli interessi del tuo Paese significa che hai puntata alla testa una pistola.
In questo conflitto ci sono quattro giocatori principali: USA-Israele & Iran-City di Londra. Quest'ultima ha un interesse esistenziale in gioco: “gestione” delle leve di prezzo di petrolio, Forex e flusso di denaro tramite il commercio mondiale. Trump, quindi, non sta facendo altro che riorganizzare il commercio mondiale lontano da queste strozzature perché sono una passività per gli USA: è costato più difendere lo Stretto di Hormuz piuttosto che ricostruire l'Europa nel secondo dopoguerra. Pensavate davvero che lo scopo dell'IRGC fosse quello di diffondere la “rivoluzione islamica” piuttosto che essere partner in affari con Londra e rappresentare quindi una minaccia costante per il commercio mondiale con missili balistici, ed eventualmente bombe nucleari, in grado di raggiungere altri Stretti nel mondo? Londra ormai non ha più una Marina, non ha una più un esercito, non ha più un'industria, non ha più accesso ad energia a basso costo; l'unico controllo che hanno come Impero è sulle assicurazioni, sulle riconciliazioni finanziarie, sulle normative finanziarie e sugli intrallazzi dell'MI6. Nel momento in cui entra in scena un Donald Trump che toglie l'accesso a questi proxy, cosa credete che avrebbe fatto la City di Londra? Questa è la semplificazione, se proprio necessario, che si deve tenere a mente: è una lotta a quattro giocatori e ognuno di loro muove le proprie pedine.
Il resto è rumore di fondo e distrazione.
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