venerdì 3 aprile 2026

Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #3)

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-f29)

L'attenzione del mondo è concentrata su uno spettacolo. I commentatori parlano con il fiato sospeso di una nuova Guerra Fredda contro la Cina, della battaglia per procura in Ucraina, degli attacchi contro l'Iran e della frammentazione dell'ordine liberale post-1945. Esplosioni riecheggiano a Teheran, aerei da guerra colpiscono obiettivi in ​​tutto il Medio Oriente. Vengono riproposti i soliti schemi: la competizione tra le grandi potenze, l'instabilità regionale, lo scontro di civiltà.

Ma questa interpretazione confonde i sintomi con le cause, gli effetti con l'essenza. Come descritto nella Prima Parte di questa serie, questi conflitti geopolitici non sono l'evento primario, bensì i sintomi visibili di una lotta più profonda, che dura da secoli: la Guerra Civile Inglese 3.0, una guerra intra-civiltà tra le élite anglofone per la fonte e il centro fondamentali del potere.

La Seconda Parte tracciava la genesi di questa lotta: la “cattura” della Corona inglese da parte di interessi finanziari continentali durante la Rivoluzione Gloriosa del 1688. Quell'evento non fu un semplice cambiamento dinastico o un riallineamento religioso: fu, nel senso più letterale del termine, la prima presa di potere ostile di uno Stato da parte di una corporazione; un colpo di stato finanziario guidato dagli olandesi che insediò una nuova classe dirigente il cui potere derivava non dalla terra o dalla produzione, ma dalla manipolazione del debito e della valuta.

Il che ci porta alla domanda a cui il saggio di oggi deve rispondere: chi erano gli acquirenti? Chi sono i loro discendenti? Cosa definisce la classe che ha tenuto i popoli anglofoni in una “sanguinaria gabbia dorata di debiti” per oltre tre secoli? 

La forza contrapposta in questa guerra civile sono i “finanziari”: una classe dominante transnazionale il cui potere non deriva dalla produzione di valore, bensì dalla sua estrazione attraverso l'ingegneria finanziaria, la manipolazione del debito e la ricerca di rendite. Non si tratta di una cabala segreta riunita in chalet svizzeri. La sua natura è sociologica: un gruppo di individui affini che condividono interessi materiali, istituzioni, percorsi formativi e una visione del mondo che trascende i confini nazionali. Per comprendere la guerra, dobbiamo prima comprendere i belligeranti.

Come terza parte di sette, questo articolo funge da nucleo di definizioni della serie. Il primo saggio ha diagnosticato l'illusione (la geopolitica come depistaggio); il secondo ha rivelato l'origine (il 1688 come evento genesi); quello di oggi identifica il protagonista del regime finanziarista. Culminerà anticipando il quarto saggio che esaminerà il DNA istituzionale del sistema — la Banca d'Inghilterra (1694) — come meccanismo che ha radicato il potere di questa classe nella struttura stessa dello Stato.


I. La figura del finanziario: un profilo sociologico

A. Non una cospirazione, ma una tipologia

Qualsiasi tema che postuli una continuità tra le élite attraverso i secoli deve immediatamente scontrarsi con l'accusa di pensiero complottista. Tale accusa è prevedibile: ci si aspetta infatti che questo schema riduca una storia complessa a uno spettacolo di marionette, con figure oscure che tirano i fili da una stanza segreta a Ginevra o a Londra.

La classe finanziaria si tiene unita grazie all'allineamento degli incentivi, non a strette di mano segrete. Quando il presidente della Federal Reserve può muovere i mercati con una sola frase, questo è potere senza mandato sociale. Quando i segretari del Tesoro e i banchieri centrali passano senza soluzione di continuità dal servizio pubblico all'impiego presso le stesse istituzioni che un tempo regolamentavano, non si tratta di cospirazione, ma di coesione per tipologia. Quando BlackRock gestisce $10.000 miliardi in asset, una somma superiore alle economie di tutte le nazioni tranne tre, esercita un potere che non è meramente economico, ma fondamentalmente politico. Questo è il normale funzionamento di un sistema in cui il potere pubblico e privato sono stati integrati senza soluzione di continuità.

Il pericolo di diagnosticare erroneamente questo fenomeno come una semplice cospirazione è che si oscura la natura sistemica del problema. Se la classe finanziaria fosse semplicemente una cricca, basterebbe incarcerare alcuni individui per eliminarla. Ma dato che si tratta di un fenomeno radicato nelle istituzioni e nei meccanismi di incentivazione, richiede soluzioni strutturali, non meramente punitive.

B. Fonte del potere: la distinzione tra ricchezza lecita e illecita

Per comprendere il finanziario, dobbiamo prima comprendere la distinzione fondamentale tra due forme di ricchezza.

La ricchezza lecita deriva dalla produzione, dall'innovazione e dal commercio, ovvero dalla creazione di nuovo valore. L'agricoltore che coltiva il cibo, il produttore che costruisce macchinari, l'ingegnere che progetta sistemi migliori: questi sono creatori di ricchezza lecita. Le loro attività espandono la torta economica.

La ricchezza illecita deriva dall'appropriazione indebita di valore già esistente, creato da altri. I suoi meccanismi includono:

• Ingegneria finanziaria: derivati ​​complessi, trading ad alta frequenza, bolle speculative che non creano alcun valore duraturo.

• Manipolazione del debito: controllo dell'emissione di valuta, trappole del debito sovrano, usura che estrae senza produrre.

• Ricerca di rendita: estrarre profitti dall'economia produttiva senza aggiungere valore, prestiti predatori, spoliazione di beni, rendite monopolistiche sui servizi essenziali.

Non si tratta semplicemente di una distinzione economica; è una distinzione di civiltà. La ricchezza illecita è parassitaria per sua natura: indebolisce il corpo ospitante (l'economia produttiva) per arricchire il parassita (il finanziario).

C. Caratteristiche principali della tipologia

La tipologia può essere definita con precisione attraverso diverse caratteristiche chiave:

• Transnazionale: reti e lealtà trascendono le nazioni; radicate in istituzioni globali (FMI, BRI, OMC, grandi società di investimento), non in comunità locali. Discendenti di lignaggi finanziari pretoriani romani, veneziani, olandesi e inglesi.

• Non produttiva: ricava reddito dal possesso di asset e meccanismi finanziari, non dalla gestione della creazione di beni o servizi. Il prodotto è la moneta artificiale stessa.

• Istituzionale: il potere è radicato e esercitato attraverso le “cattedrali” (banche centrali, mega-società di investimento come BlackRock e Vanguard, organismi sovranazionali come il FMI e la Banca Mondiale).

• Approccio psicologico: vede il mondo in termini di liquidità, garanzie e valore estraibile. Società, nazioni e individui sono risorse da ottimizzare e, se necessario, da scartare una volta esaurite.

D. Finanziari & altri tipi di élite

Questa distinzione diventa più chiara quando mettiamo a confronto i finanziari con altre classi dominanti storiche.

Finanziario (ricchezza illecita)

• Fonte di potere: manipolazione del debito, speculazione, ricerca di rendite.

• Rapporto con la ricchezza: è uno strumento astratto di controllo e ulteriore estrazione.

• Ciclo della ricchezza: pump-and-dump; estrattivo (la catena finanziaria della morte).

• Impatto sociale: l'estrazione di risorse porta a disuguaglianze, stagnazione e collasso.

• Esempi storici: pretoriani romani; mercanti veneziani; finanziari della Compagnia olandese delle Indie orientali; banchieri mercantili londinesi dopo il 1688; gestori moderni di hedge fund.

• Analogia moderna: soci di società di private equity, tecnocrati delle banche centrali, segretari del Tesoro di Goldman Sachs.

Produttore (ricchezza lecita)

 Fonte di potere: innovazione, industria manifatturiera, agricoltura, commercio.

• Rapporto con la ricchezza: è il prodotto del lavoro e dell'innovazione.

• Ciclo della ricchezza: reinvestimento; crescita sostenibile.

• Impatto sociale: creazione di valore, occupazione e infrastrutture.

• Esempio storico: tenute terriere e beni comuni, come principati o stati liberi; industriali come Ford, Carnegie; produttori americani del dopoguerra; agricoltori a conduzione familiare.

• Analogia moderna: imprenditori nel settore tecnologico (prima della finanziarizzazione), proprietari di piccole imprese, ingegneri.

Guerriero/Sovrano tradizionale

• Fonte di potere: forza militare, legittimità ereditaria, controllo territoriale.

• Rapporto con la ricchezza: alimenta il potere e lo status; è legata alla terra e ai tributi.

• Ciclo della ricchezza: accumulo attraverso la conquista e la protezione.

• Impatto sociale: protezione e ordine (idealmente), ma può diventare predatorio.

• Esempio storico: signori feudali; aristocrazie guerriere; leader nazionalisti.

• Analogia moderna: nazionalisti populisti, leader militari, nobiltà capace.

Il finanziario non è il capitalista industriale che costruisce fabbriche e dà lavoro agli operai. È colui che orchestra l'acquisizione con leva finanziaria, depreda le attività, carica l'azienda di debiti e se ne va intascando le commissioni mentre i lavoratori vengono licenziati e il fondo pensione viene svuotato. Non è il mercante che commercia merci, ma lo speculatore che specula sul debito per acquistare le merci. È il sommo sacerdote di una religione che ha dimenticato che la ricchezza deve prima essere creata poi poter essere spostata.


III. La genesi della tipologia: dai mercanti mediterranei ai maestri anglo-americani

A. La preistoria: migrazioni di una classe parassitaria

Il modello del finanziario non è nato già formato dalla testa di Zeus nel 1688. Si è evoluto nel corso dei secoli, migrando da un centro di potere all'altro, adattando i suoi metodi pur preservandone l'essenza. Non si tratta di una linea di discendenza ininterrotta, bensì di una struttura istituzionale e di incentivi in ​​continua evoluzione.

Roma pretoriana (I-IV secolo): prima degli oligarchi mercantili di Venezia o degli obbligazionisti di Amsterdam, c'erano i pretoriani e le loro guardie pretoriane. Per tre secoli il regime pretoriano funzionò come il potere estrattivo e sanguinario originario, radicato nel cuore di Roma. Perfezionarono il modello più antico di tutti: l'uso della violenza organizzata, non per la difesa esterna, ma per il saccheggio interno. Stazionati all'interno delle mura cittadine, tenevano in ostaggio l'imperatore, i giudici, i generali, i senatori, i nobili, i mercanti, chiunque avesse ricchezza e influenza, mettendo all'asta il trono e le posizioni di potere al miglior offerente e massacrando coloro che si rifiutavano di pagare. Erano un esercito permanente di mercenari che avevano capito che controllare il debito dello stato nei confronti dei suoi soldati era più redditizio che conquistare terre straniere. Quando l'Impero non fu più in grado di pagarli in denaro, pretesero il pagamento in terre e sangue, accelerando il crollo della struttura occidentale di cui si nutrivano. I pretoriani dimostrarono che una classe parassitaria non aveva bisogno di commerciare in carta per essere di natura finanziaria: commerciavano nella merce per eccellenza, ovvero la coercizione. Questo modello romano di estinzione sostenuta dallo Stato si sarebbe ripercosso nel corso della storia, evolvendosi dalle spade alle azioni, man mano che i finanziari successivi impararono che l'estrazione più efficiente non richiede una guarnigione alle porte, ma un'ipoteca sul tesoro.

Venezia (XIV-XVI secolo): la Repubblica di Venezia perfezionò il modello, ovvero una repubblica governata da un'oligarchia mercantile che fuse il potere commerciale e politico con la violenza mercenaria e assassina. I mercanti veneziani furono i pionieri del sistema bancario mercantile, del debito pubblico e dell'uso di partenariati pubblico-privati ​​per l'espansione imperiale. Come scrive Frederic C. Lane nel libro, Venice: A Maritime Republic: “Venezia inventò il concetto moderno di Stato come società per azioni, con la nobiltà come azionista principale”. Gli Arsenalotti, i famosi cantieri navali veneziani, furono probabilmente la prima grande impresa industriale finanziata da capitale privato sostenuto dallo Stato.

Amsterdam (XVII secolo): gli olandesi presero il modello veneziano e lo globalizzarono. La Compagnia olandese delle Indie orientali, fondata nel 1602, creò il modello moderno per la società per azioni: proprietà congiunta, azioni trasferibili, responsabilità limitata e potere monopolistico sostenuto dallo Stato su vasti territori. La Borsa di Amsterdam divenne la prima borsa moderna, una “cattedrale” dove si poteva venerare la nuova fede del finanziarismo. Come scrive Jonathan Israel nel libro, Dutch Primacy in World Trade, 1585-1740: “La Compagnia olandese delle Indie orientali non era semplicemente una società; era uno Stato in forma aziendale, che faceva la guerra, negoziava trattati e governava milioni di persone”.

Gli olandesi perfezionarono anche i meccanismi finanziari che sarebbero stati poi impiegati contro l'Inghilterra. Crearono il primo sistema moderno di credito pubblico, finanziato da accise e gestito da una classe di finanzieri professionisti che si muovevano con disinvoltura tra commercio privato e pubblica amministrazione. Quando Guglielmo d'Orange preparò l'invasione dell'Inghilterra nel 1688, lo fece con i finanziamenti dei mercanti di Amsterdam, i quali avevano compreso che il controllo dello Stato inglese avrebbe aperto nuovi e vasti territori allo sfruttamento finanziario. Inoltre gli inglesi fornirono gli eserciti e le flotte necessari per imporre la riscossione dei debiti e il sequestro dei beni a livello mondiale.

B. La “cattura” del 1688 come formazione della classe

La Rivoluzione “Gloriosa” del 1688 deve essere compresa attraverso la lente della finanza aziendale. Un interesse finanziario continentale, sostenuto da capitali, potenza militare e competenza finanziaria olandesi, e diretto da Roma intenzionata a recuperare i territori e le entrate persi sotto i Tudor, acquisì il controllo effettivo dello Stato inglese.

L'obiettivo era vulnerabile. Come descritto nella Seconda Parte di questa serie, la Corona inglese era stata sistematicamente intrappolata nei debiti dalla propria classe mercantile. Re Carlo II era stato costretto a dichiarare un “blocco del tesoro” nel 1672, sospendendo il rimborso dei suoi debiti. Suo padre, Carlo I, aveva fatto ricorso a “prestiti forzati” quando il credito volontario veniva deliberatamente negato. Il problema fondamentale era strutturale: senza il consenso parlamentare per la tassazione, la Corona non aveva un impegno credibile a ripagare i propri obblighi e, di conseguenza, i creditori si rifiutavano di erogare fondi.

La coalizione guidata dagli olandesi sfruttò magistralmente questo punto di leva, creato dalle attività insurrezionali romano-veneziane-olandesi protrattesi per oltre sessant'anni. Offrendo una soluzione – un impegno credibile per il rimborso del debito attraverso il controllo parlamentare – risolsero il problema immediato della Corona, assoggettandola al contempo ai propri interessi di classe per i secoli a venire. Un'abile operazione di disinformazione che si concretizzò in una sanguinosa guerra civile, la quale distrusse qualsiasi capacità di resistenza fisica al successivo colpo di stato ostile, spacciato per una rivoluzione gloriosa. Una guerra di quinta generazione, secoli prima che tale termine venisse coniato.

L'economia politica della Rivoluzione si rivelò di per sé rivelatrice: Re Giacomo II era profondamente legato alla Royal African Company e alla Compagnia delle Indie orientali, convinto che il futuro dell'Inghilterra risiedesse nell'impero territoriale d'oltremare. I Whig, che lo spodestarono, rifiutarono questo modello. Sostenevano che “il lavoro crea ricchezza” e che il governo dovesse sostenere attivamente lo sviluppo economico, ma il meccanismo istituzionale da loro creato conteneva in sé i germi di una nuova forma di potere che avrebbe finito per trascendere e inglobare gli interessi manifatturieri che avrebbe dovuto servire.

Il regime finanziario olandese-stuartiano si servì di false divisioni come copertura per il consolidamento di classe. Le masse si scontrarono su questioni teologiche (protestanti contro cattolici) e principi costituzionali (Corona contro Parlamento), mentre l'élite finanziaria consolidava il controllo sul tesoro.

C. Il blocco istituzionale: un assaggio della Quarta Parte di questa serie

La creazione della Banca d'Inghilterra nel 1694 fu l'atto cruciale del consolidamento di questa classe. Non si trattava semplicemente di una banca; era l'incarnazione istituzionale del potere finanziario.

Prendiamo in considerazione cosa rappresentava la Banca d'Inghilterra:

• Si trattava di una società privata a cui erano stati concessi privilegi pubblici: il diritto esclusivo di emettere banconote e gestire il debito nazionale.

• Ciò ha creato un debito nazionale permanente, garantendo allo Stato una fonte di entrate perenne per la classe finanziaria.

• Ha fuso gli interessi dello Stato (che necessitava di finanziamenti per la guerra) e quelli dei finanziari (che traevano profitto da quel debito), creando una macchina bellica che si autoalimentava.

Come scrisse Sir John Clapham nel libro, The Bank of England: A History: “La storia della Banca d’Inghilterra durante i suoi primi anni è in non poca misura la storia dell’accordo del 1689”. La Banca d'Inghilterra era il meccanismo che imprigionava la classe finanziaria nella struttura dello stato, garantendo che ogni guerra successiva li avrebbe arricchiti e che ogni pace sarebbe stata solo un intermezzo prima del successivo ciclo di conflitti finanziati dal debito.

Questo è il “peccato originale” che la Quarta Parte di questa serie analizzerà in dettaglio. Per ora basta far notare che la Banca d’Inghilterra rappresentava per la classe finanziaria ciò che il regime pretoriano rappresentava per gli imperatori romani: un potere incontrollato che finanziava le forze permanenti a protezione del regime, servendo in ultima analisi i propri interessi.


IV. Il sistema operativo finanziario: la catena finanziaria della morte come comportamento di classe

A. La catena di uccisioni come “come” del potere illecito

Se il finanziario è il “chi”, la catena finanziaria della morte è il “come”: il piano operativo attraverso il quale questa classe estrae ricchezza dalle società. Non si tratta di una cospirazione pianificata per ogni singolo bersaglio, ma del comportamento naturale di una classe che opera sulla base di incentivi condivisi. La catena della morte finanziaria è per il finanziario ciò che la caccia è per il predatore: uno schema comportamentale radicato che garantisce la sopravvivenza e la riproduzione.

Il concetto ha origine nell'analisi militare e descrive le fasi di un attacco mirato: individuare, localizzare, tracciare, colpire, ingaggiare, valutare. Essa adatta questo schema all'estrazione di ricchezza da intere società; si tratta di un ciclo in sette fasi che si è ripetuto nel corso dei secoli e in diversi continenti, da Venezia ad Amsterdam, da Londra a New York, e da lì in ogni angolo del globo.

B. Le sette fasi della catena finanziaria della morte

Fase 1: Infiltrazione — Il finanziario si insinua nella società bersaglio, spesso offrendo di gestire il debito dell'élite, facilitare gli scambi commerciali, o fornire servizi finanziari “sofisticati”. Nell'Inghilterra del XVII secolo ciò significava che i finanziari olandesi si ingraziavano la nobiltà inglese, offrendo prestiti e opportunità di investimento che creavano dipendenza. Nel XX secolo significava che i consulenti finanziari “aiutavano” i Paesi in via di sviluppo a gestire le loro valute e il loro debito: il primo passo verso le trappole del debito degli anni '80 e '90.

Fase 2: Cattura — Le istituzioni chiave vengono catturate o subordinate. Il Tesoro, la banca centrale, l'apparato di gestione del debito: questi diventano strumenti di controllo finanziario anziché servitori dell'interesse pubblico. La creazione della Banca d'Inghilterra nel 1694 fu l'archetipo della cattura: un'istituzione privata a cui fu concesso il controllo sulla valuta e sul debito nazionale. Nell'era moderna l'“indipendenza” delle banche centrali dal controllo politico svolge la stessa funzione: sottrarre la politica monetaria alla responsabilità democratica e affidarla al sacerdozio finanziario.

Fase 3: Indebitamento — Come fanno gli spacciatori con un nuovo territorio, usando droghe a basso costo o gratuite, la società viene inondata di credito a basso costo, creando dipendenza e alimentando bolle speculative. La popolazione si trasforma da cittadini in debitori. Ma il debito non diventa una trappola, bensì un cammino verso la redenzione.

Fase 4: Finanziarizzazione Tutti gli aspetti della vita vengono trasformati in asset liquidi da scambiare e su cui speculare. Le abitazioni diventano “beni immobili” da cartolarizzare; l'istruzione diventa “capitale umano” da sfruttare; l'assistenza sanitaria diventa un “mercato” da monetizzare; l'economia produttiva viene subordinata all'economia finanziaria. Come si evince dalla relazione di Mckinsey Global Institute: “Il rapporto tra attività finanziarie globali e PIL globale è passato da 1:1 nel 1980 a oltre 4:1 nel 2020, una misura di quanto della nostra vita economica sia stata catturata dal mondo della finanza”.

Fase 5: Estrazione — Il valore viene ricavato attraverso pagamenti di interessi, commissioni, smembramento di attività e ricerca di rendite. La ricchezza fluisce verso l'alto e verso l'esterno, verso la classe finanziaria. Si considerino i meccanismi del private equity moderno: una società acquisisce un'azienda utilizzando denaro preso in prestito, carica il debito sul bilancio dell'azienda, estrae commissioni per “servizi di gestione” e poi vende l'entità spogliata e indebolita — spesso entro pochi anni — lasciando dietro di sé un guscio vuoto e portandosi via milioni. Questa è estrazione, non creazione.

Fase 6: Crisi — L'inevitabile scoppio della bolla, o una crisi artificiale (uno scontro sul “tetto del debito”, una crisi monetaria, una guerra pianificata con cura) viene utilizzata per giustificare l'austerità, i salvataggi per i finanziari e un ulteriore consolidamento del controllo. Lo schema è costante: i guadagni vengono privatizzati; le perdite vengono socializzate. Come hanno scritto Simon Johnson e James Kwak nel libro, 13 Bankers: The Wall Street Takeover and the Next Financial Meltdown: “Il settore finanziario ha incassato $700 miliardi in salvataggi mentre milioni di persone perdevano la casa, e poi ha esercitato pressioni per garantire che nulla cambiasse a livello di base”. 

Fase 7: Collasso/Abbandono — La società ospitante viene prosciugata. I suoi figli nativi vengono sterminati nelle guerre di riscossione e recupero crediti e di sequestro dei beni. La classe finanziaria, essendo transnazionale, si limita a spostare le proprie attività in un terreno nuovo e più fertile, lasciandosi alle spalle la rovina. Il declino della Gran Bretagna del dopoguerra, lo smembramento del cuore industriale americano, le crisi del debito in America Latina e in Africa: ognuna di queste rappresenta una catena finanziaria della morte completata, un ospite abbandonato.

C. La catena finanziaria della morte e la guerra perpetua

Fondamentalmente la Fase 6 (Crisi) spesso si manifesta come guerra o viene sfruttata per giustificarla. La guerra crea debito, il debito arricchisce i finanziari, pertanto questa classe ha un incentivo strutturale a perpetuare un conflitto gestito. La “pace” tra le guerre è semplicemente il periodo di rifinanziamento e preparazione per la successiva fase di sfruttamento.

Questa intuizione, sviluppata per la prima volta nella Seconda Parte di questa serie e che presto verrà approfondita nella Quarta Parte, è essenziale per comprendere la guerra civile inglese durata 400 anni. La classe finanziaria non si limita a trarre vantaggio dalla guerra; ne ha bisogno come meccanismo per generare il debito che è la sua linfa vitale.

L'Iran è il palcoscenico su cui fazioni rivali dell'élite anglo-americana combattono la loro battaglia interna, usando il territorio e le vite umane del Medio Oriente come pedine di una lotta le cui vere poste in gioco si trovano a Roma, Bruxelles, Londra, Washington e nei resti di un impero globale.

 

V. Il motore ideologico: la finanza come religione

A. Il vuoto spirituale e la nuova fede

La classe finanziaria non poteva sostenersi solo attraverso incentivi materiali. Aveva bisogno di un sistema di credenze, una teologia che santificasse la sua estrazione, giustificasse i suoi privilegi e ispirasse nei suoi seguaci il fervore dei veri credenti.

Questo sistema di credenze è emerso dal vuoto spirituale creato dalle guerre di religione del XVI e XVII secolo. La Pace di Vestfalia (1648) pose fine alle guerre di religione stabilendo il principio che ogni sovrano potesse determinare la religione del proprio stato. Ma così facendo privò il cristianesimo del suo potere unificante e civilizzatore. In questo vuoto si inserì una nuova, potente fede: il finanziarismo.

B. La teologia del finanziario

La religione finanziaria non è semplicemente emersa di pari passo col capitalismo; gli ha fornito la sua giustificazione spirituale. Ha applicato la teologia cristiana ai concetti finanziari, creando una visione del mondo onnicomprensiva:

• Dio è la Ricchezza: l'essenza suprema e divina, l'obiettivo ultimo e la misura di ogni valore. La sua ricerca è la vocazione più elevata.

Gesù Cristo è il Denaro: il mezzo sacro, il “salvatore” che media tra il credente e il divino (la Ricchezza). È lo strumento della salvezza.

Lo Spirito Santo è il Credito/Debito: la forza animatrice e invisibile che permette ai fedeli di creare valore ex nihilo, legando il futuro al presente attraverso la fede.

La Chiesa è il Sistema finanziario: l'incarnazione istituzionale della fede – le “Cattedrali” (banche centrali, FMI, Banca Mondiale), le “Chiese” (banche commerciali) e il “sacerdozio” (economisti, banchieri, finanziari).

Il Peccato originale è nascere Poveri: il deficit spirituale intrinseco da cui tutti devono cercare la redenzione attraverso l'accumulo di ricchezza. Questa dottrina colpevolizza la vittima e santifica chi accumula.

• La Salvezza è la Prosperità/libertà finanziaria: lo stato di grazia raggiunto attraverso l'adesione alle leggi finanziarie e l'accumulo di denaro.

Il Peccato imperdonabile è adorare qualsiasi cosa che non sia la ricchezza: dare priorità alla famiglia, alla comunità, alla nazione, o a Dio rispetto alla ricchezza è un'eresia. Questo spiega la totale intolleranza del finanziario nei confronti dei sistemi di valori rivali (es. sovranità, tradizione, ecologia).

Non si tratta semplicemente di un sistema di comportamento economico; è un universo morale completo, con le sue definizioni di peccato e salvezza, i suoi rituali (es. bilanciamento, revisione del portafoglio, pianificazione degli investimenti) e la sua escatologia (la ricerca della libertà finanziaria come forma di vita eterna).

C. Coesione di classe attraverso dogmi condivisi

Questa teologia fornisce alla classe finanziaria la sua certezza morale e il suo senso di missione. Non c'è avidità, ma rettitudine. Non c'è estrazione, ma allocazione del capitale in modo efficiente. Questo sistema di credenze, interiorizzato attraverso l'istruzione presso istituzioni d'élite (i seminari della fede) e rafforzato dalla pratica quotidiana nelle "cattedrali" della finanza, crea un legame potente e tacito.

La “mano invisibile” di Adam Smith diventa la Provvidenza, una forza divina che guida l’egoismo individuale verso il bene collettivo. Il giudizio del mercato diventa il giudizio di Dio: le nazioni che prosperano sono benedette; le nazioni che lottano sono dannate. Come ha affermato un teologo finanziario (un economista): “Non c’è alternativa” – la famosa dottrina TINA di Margaret Thatcher, che non è altro che una dichiarazione di fede secondo cui l’ordine finanziario è l’unico ordine possibile, la fine della storia.

Ecco perché la classe finanziaria reagisce con tanta furia alle sfide provenienti da nazioni sovrane, movimenti populisti, o sistemi di valori alternativi. Non si tratta di semplici disaccordi politici; sono eresie che devono essere schiacciate. Questa è la vera natura del conflitto tra Hamilton e Jefferson.

La guerra contro le nazioni sovrane che cercano di controllare le proprie risorse (es. Iran, Venezuela, Russia) non è solo geopolitica; è una crociata contro l'eresia. La distruzione delle comunità che resistono alla finanziarizzazione non è solo economica; è la purificazione della fede.


VI. Il “nemico all'interno”: implicazioni per la terza guerra civile inglese

A. Chi? Il sistema duale del capitale

Possiamo ora rispondere alla domanda posta all'inizio di questo articolo. Il “nemico all'interno” della terza guerra civile inglese non è una potenza straniera, bensì una classe che ha conquistato entrambe le capitali dell'impero anglofono: Londra e Washington.

La visibile rivalità geopolitica tra Stati Uniti e Regno Unito è stata per lo più, negli ultimi duecento anni, una messinscena; la vera lotta si svolge tra fazioni della stessa classe finanziaria transnazionale, le quali utilizzano le due capitali come basi di potere nella loro guerra interna. Il conflitto contro l'Iran, le tensioni con la Cina, le manovre in Ucraina: ognuno di questi eventi rappresenta un palcoscenico su cui si svolge questo dramma intraclassista.

Questo spiega il comportamento peculiare della geopolitica moderna: perché Stati Uniti e Regno Unito possono essere contemporaneamente alleati e rivali, perché i loro servizi segreti cooperano anche quando i loro leader si scambiano accuse pubbliche, perché i mercati finanziari reagiscono con tanta volatilità agli eventi politici. Non stiamo assistendo a uno scontro tra nazioni, ma a una guerra civile all'interno di una classe transnazionale, combattuta con le nazioni come strumenti.

B. La posta in gioco: Liberazione & Declino irreversibile

L'attuale “fase finale” del ciclo durato 400 anni (Guerra Civile 3.0) presenta un esito binario.

Opzione A: liberazione. I popoli anglofoni riconoscono e spezzano il potere di questa classe interna, riappropriandosi delle proprie istituzioni, ricollegando la ricchezza alla produzione e ripristinando la sovranità nazionale. Ciò richiederebbe lo smantellamento dell'architettura istituzionale del controllo finanziario: le banche centrali “indipendenti”, il sistema monetario basato sul debito, gli organismi sovranazionali che limitano le scelte democratiche. Richiederebbe una rivoluzione culturale che detroni la Ricchezza come Dio e il Denaro come Messia, ripristinando il primato della produzione, della comunità e dell'autentica fioritura umana.

Opzione B: declino irreversibile. La classe finanziaria riesce a liquidare completamente le rimanenti risorse della civiltà occidentale. La classe media viene irrimediabilmente distrutta; la sovranità viene trasferita a enti sovranazionali; le popolazioni vengono gestite attraverso il debito e la dipendenza. E vengono letteralmente sostituite nelle loro terre dai futuri abitanti, i quali saranno sottoposti allo stesso ciclo di accumulo e sfruttamento. La base produttiva non viene mai rimpatriata. E quando non rimane più nulla da estrarre, i finanziari si trasferiscono in nuove terre, lasciando dietro di sé terre desolate dove un tempo sorgevano nazioni prospere.

La battaglia non è tra sinistra e destra, ma tra produttore e predatore, tra lecito e illecito, tra sovranità e suprematismo finanziario. È la stessa battaglia che si combatte dal 1640 e che ora giunge alla sua fase finale.

C. Il percorso verso la resistenza: smantellare gli incentivi, non solo gli individui

Poiché si tratta di una classe sociale guidata da incentivi sistemici, la riforma non può limitarsi a incarcerare pochi individui, o a regolamentare alcune banche. Richiede lo smantellamento dell'architettura istituzionale e della fede ideologica che la sostiene.

  1. Rompere la dinamica della schiavitù del debito: mettere in discussione la permanenza del debito pubblico e il controllo privato sulla creazione di moneta. Restituire il potere di creare moneta al popolo, attraverso i suoi rappresentanti eletti, e non alle banche centrali private.

  2. Definanziare l'economia: riorganizzare il sistema bancario commerciale per separarlo dagli investimenti speculativi. Tassare le transazioni finanziarie e le rendite. Incentivare gli investimenti produttivi rispetto alla speculazione finanziaria. Rendere più redditizio costruire che spostare denaro.

  3. Smantellare la religione: demistificare la “mano invisibile”. Riaffermare il primato del bene comune, della sovranità nazionale e dell’economia morale sul dogma del fondamentalismo di mercato. Contestare la teologia della finanziarizzazione in ogni sua sfaccettatura, smascherandone le contraddizioni e i costi.

 

VII. Conclusione: nominare il belligerante per vincere la guerra 

A. Sintesi

Il finanziario non è una cricca oscura, bensì una classe dominante transnazionale ben definita. Il suo potere deriva da attività illecite (es. manipolazione del debito, ingegneria finanziaria, ricerca di rendite), attuate attraverso la “catena finanziaria della morte” (un ciclo in sette fasi di infiltrazione, cattura, estrazione e abbandono) e santificate dalla “Religione della Finanza” (un sistema teologico completo in cui la Ricchezza è Dio e il Denaro è il Messia).

La sua genesi risale alla presa dello Stato inglese nel 1688 da parte di interessi finanziari guidati da romani, veneziani e olandesi. Il suo potere si consolidò con la creazione della Banca d'Inghilterra nel 1694, il meccanismo istituzionale che fuse gli interessi statali e finanziari in una macchina da guerra autoalimentata. I suoi discendenti ora governano da Londra e Washington, usando i resti dell'impero anglo-americano come strumenti nella loro guerra civile interna.

Questo è il “nemico all'interno” nella guerra civile inglese durata ormai 400 anni.

B. L'imperativo di dare un nome

Non si può combattere ciò che non si riesce a nominare. Definendo con precisione il “finanziario” – come tipo sociologico, sistema operativo e credo spirituale – compiamo il primo passo fondamentale verso la costruzione di una controforza. Spostiamo il dibattito da vaghe teorie del complotto a una struttura analizzabile, da risentimenti personali a una comprensione sistemica.

I finanziari hanno mantenuto il loro potere per oltre tre secoli proprio perché sono rimasti senza nome. Si sono nascosti dietro le bandiere degli stati, dei partiti politici e delle ideologie economiche, senza mai rivelarsi come una classe distinta con interessi specifici. Dare loro un nome significa iniziare il processo di liberazione.

C. Metafora finale e transizione alla Quarta Parte

I finanziari sono i pretoriani di un impero occulto: un sistema finanziario che paga gli stipendi di eserciti permanenti che non hanno mai servito la repubblica, ma solo i loro finanziatori. I finanziari hanno consolidato il loro colpo di stato non con le legioni, ma con i registri contabili. E il loro potere è stato reso permanente da un'unica, geniale innovazione istituzionale: una società che intermedia titoli integrata con una banca privata che avrebbe posseduto per sempre i beni di tutti, gestito il debito pubblico e finanziato le guerre perenni dello stato.

Questa innovazione – la Banca d'Inghilterra, creata nel 1694 – è l'oggetto del prossimo saggio di questa serie. Analizzeremo il meccanismo del 1694, mostrando come questo “peccato imperdonabile” abbia creato il motore del debito e del conflitto che ha sostenuto la guerra civile inglese per oltre tre secoli e che ora si trova ad affrontare la sua crisi finale.

I Pretoriani costruirono la loro fortezza con le vite, la produttività e i beni rubati ai nostri antenati e a noi stessi. Dobbiamo comprenderne a fondo le mura prima di poterle violare e incendiare il palazzo e il tempio. E dovranno essere rasi al suolo, se vogliamo essere di nuovo sovrani e liberi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una “mancia” in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


👉 Qui il link alla Prima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2026/03/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese.html

👉 Qui il link alla Seconda Parte:  https://www.francescosimoncelli.com/2026/03/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese_0662881175.html

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giovedì 2 aprile 2026

Stablecoin: l'ancora di salvezza inaspettata per il dollaro

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di Rowan Parchi

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/stablecoin-lancora-di-salvezza-inaspettata)

Al centro della finanza mondiale si pone ora un paradosso: il governo statunitense, nel tentativo di stabilizzare i propri mercati del debito, ha legittimato proprio quelle forze di libero mercato che stanno erodendo il suo monopolio sul denaro.

A metà del 2025 gli Stati Uniti hanno promulgato il GENIUS Act, il primo quadro giuridico completo per le stablecoin: dollari digitali emessi privatamente e interamente coperti, che si muovono istantaneamente su reti blockchain aperte anziché attraverso il sistema bancario regolamentato. La legge ha conferito legittimità ufficiale a un settore già in forte espansione, ma le sue conseguenze più profonde vanno ben oltre le crittovalute: ha trasformato coloro che emettono stablecoin in una nuova e affidabile categoria di acquirenti di debito pubblico statunitense.

In un momento in cui le banche centrali estere stanno riducendo le proprie partecipazioni in titoli del Tesoro americani e il peso fiscale è in aumento, questo flusso di domanda privata è diventato una vera e propria ancora di salvezza. Ed è proprio qui che risiede il paradosso: consentendo ai mercati privati di creare e far circolare dollari digitali coperti da titoli del Tesoro statunitensi, il governo federale si è assicurato un sollievo a breve termine dalle crescenti pressioni finanziarie, permettendo al contempo a una quota sempre maggiore del sistema del dollaro di evolversi al di fuori del suo controllo diretto.


Una base di acquirenti in calo e crescenti tensioni fiscali

Gli Stati Uniti registrano ormai deficit di bilancio persistenti – la differenza tra le spese e le entrate del governo federale – che superano il sei percento del PIL. Il pagamento degli interessi sul debito pubblico è diventato una delle voci di spesa più consistenti sul bilancio federale, al pari delle spese per la difesa e della previdenza sociale. Ogni aumento di un punto percentuale nel costo medio del debito comporta un incremento di centinaia di miliardi di dollari nelle spese annuali, riducendo le risorse disponibili per tutte le altre voci di spesa pubblica.

Per decenni le banche centrali estere, come quelle di Cina e Giappone, hanno contribuito a finanziare questi deficit acquistando titoli del Tesoro statunitensi, ovvero le obbligazioni a breve e lungo termine emesse dal governo federale per raccogliere fondi. Ora quest'epoca sta volgendo al termine. Entrambi i Paesi sono diventati venditori di titoli del Tesoro americani, utilizzando i proventi per difendere i tassi di cambio e sostenere le economie nazionali.

Quando gli acquirenti tradizionali si ritirano, gli Stati Uniti devono trovarne di nuovi. Senza una domanda costante, i prezzi dei titoli del Tesoro americani calano e i rendimenti (tassi di interesse) aumentano, il che incrementa i costi di indebitamento del governo federale e aggrava proprio il problema del debito che sta cercando di risolvere.

L'ultima risorsa a disposizione della Federal Reserve, la banca centrale americana, è quella di acquistare direttamente il debito pubblico utilizzando moneta di nuova creazione, un processo noto come monetizzazione. Questa strada, però, comporta rischi evidenti. Creare moneta per acquistare debito pubblico mina la fiducia nel dollaro, aumentando il rischio di svalutazione rispetto ad altre valute e facendo lievitare i prezzi interni. L'inflazione è, di fatto, la tassa occulta dello squilibrio fiscale.

Evitare, o quantomeno minimizzare, tale esito è diventata una priorità urgente. Un modo inaspettato in cui gli Stati Uniti lo stanno raggiungendo è attraverso l'ascesa delle stablecoin. Convogliando la domanda globale di dollari digitali nell'acquisto di titoli del Tesoro statunitensi, coloro che emettono stablecoin contribuiscono a finanziare il deficit pubblico, riducendo la necessità di nuova stampa di moneta da parte della Federal Reserve, stabilizzando silenziosamente le finanze americane e trasferendo al contempo una quota maggiore del sistema del dollaro in mani private.


Stablecoin: dollari digitali privati ​​coperti dal debito pubblico

Una stablecoin è essenzialmente una versione digitale del dollaro statunitense: un token che può essere detenuto, o inviato, come una crittovaluta, ma che ha sempre un valore di un dollaro. Le persone le desiderano per le stesse ragioni per cui usano il dollaro: stabilità, fiducia e accettazione globale. La differenza sta nel meccanismo di erogazione. Le stablecoin si trasferiscono istantaneamente oltre confine, vengono liquidate in pochi secondi e sono disponibili per chiunque abbia uno smartphone, anche dove l'accesso ai servizi bancari statunitensi è limitato, o inaffidabile. Per gli imprenditori nei mercati emergenti, i freelance pagati dall'estero, o le famiglie che inviano rimesse a casa rappresentano una forma di dollaro più veloce, economica e aperta.

Oltre a questi usi pratici le stablecoin fungono anche da ponte tra il denaro tradizionale e il più ampio mondo degli asset digitali. Forniscono la liquidità stabile, ancorata al dollaro, che mantiene in funzione i mercati delle crittovalute e consentono ad asset come Bitcoin di essere utilizzati come investimenti, o garanzie, senza la necessità del sistema bancario tradizionale.

A differenza dei depositi bancari tradizionali, che vengono prestati e sono solo parzialmente coperti da liquidità, le stablecoin sono completamente coperte: per ogni token emesso esiste un dollaro, o un buono del Tesoro statunitense (un'obbligazione governativa a breve termine), corrispondente detenuto in riserva. Questa distinzione è fondamentale. Il sistema bancario a riserva frazionaria permette a due parti di credere di possedere contemporaneamente lo stesso ammontare di denaro – il depositante e il debitore – e quest'illusione dura solo finché persiste la fiducia. Quando la fiducia vacilla, le banche si trovano ad affrontare corse agli sportelli e dipendono dagli interventi di salvataggio delle banche centrali. Le stablecoin evitano questa fragilità per loro stessa natura: i fondi di garanzia non vengono mai prestati nuovamente e il rimborso è immediato e trasparente.

Quando un utente invia dollari a una società che emette stablecoin come Circle (USDC), Tether (USDT), o PayPal USD la società acquista titoli del Tesoro statunitensi, o detiene liquidità di pari valore. Tali attivi generano interessi per l'emittente, mentre il token circola liberamente online. Al momento del riscatto del token, la società vende i titoli del Tesoro per restituire il denaro all'utente.

Il GENIUS Act formalizza questo modello. Richiede a coloro che emettono stablecoin di detenere riserve in “attivi sicuri e liquidi” – contanti o titoli di Stato a breve termine – verificate da audit indipendenti e pubblici. Agli emittenti è inoltre vietato fornire garanzie implicite da parte dello stato, o assicurazioni da parte della banca centrale.

L'effetto: ogni dollaro domandato in stablecoin si trasforma in un nuovo dollaro di domanda per i titoli del Tesoro americani. La crescente domanda globale di dollari digitali fa sì che i maggiori emittenti detengano collettivamente oltre $150 miliardi in buoni del Tesoro statunitensi (circa il 2-3% di tutti i titoli del Tesoro a breve termine in circolazione), una cifra paragonabile alle partecipazioni di un importante creditore estero. E tale cifra è in rapida crescita. Ai tassi di interesse attuali, queste partecipazioni generano miliardi di dollari di reddito per gli emittenti e forniscono una domanda stabile e insensibile alle fluttuazioni di prezzo per il debito pubblico statunitense.

In pratica, la sete mondiale di dollari digitali sta ora finanziando una quota significativa e crescente del deficit americano, volontariamente, in modo redditizio e senza alcuna direttiva da parte della Federal Reserve.


Perché è improbabile una CBDC statunitense

Tutte le principali potenze hanno esplorato l'idea di una valuta digitale della banca centrale (CBDC), un dollaro digitale emesso dal governo federale che sarebbe registrato direttamente nel registro della Federal Reserve. Per i policymaker il fascino è evidente: offre completa visibilità e controllo sul denaro. Una CBDC potrebbe consentire allo stato di visualizzare ogni transazione, tracciare ogni destinatario, congelare, o confiscare, fondi all'istante, bloccare pagamenti indesiderati, o persino far scadere il denaro per costringere le persone a spenderlo. La tassazione potrebbe diventare automatica; sanzioni e sussidi potrebbero essere applicati tramite codice informatico.

Per i pianificatori centrali questa soluzione sarebbe efficiente: uno strumento per garantire la perfetta conformità alle normative e stimolare l'economia in modo immediato. Per i cittadini significherebbe la fine del contante come strumento privato e l'inizio di una moneta programmabile il cui utilizzo dipenderebbe dall'autorizzazione. La privacy finanziaria, così come l'abbiamo conosciuta, svanirebbe.

Nonostante l'attrattiva del potere che offre, l'emissione di una CBDC statunitense rimane improbabile, non per la complessità tecnologica, ma perché la logica fiscale va nella direzione opposta. Il governo federale trae già enormi vantaggi dalla domanda privata per il suo debito, generata dalle stablecoin; una CBDC non genererebbe tale domanda. Sarebbe semplicemente un'ulteriore passività governativa in circolazione all'interno del sistema ufficiale, senza alcun effetto attrattivo sui capitali esterni. Le stablecoin, al contrario, attraggono i risparmi privati ​​globali e li reinvestono in titoli del Tesoro statunitensi, trasformando la domanda mondiale di dollari digitali in una fonte stabile di finanziamento per il deficit di Washington.


Dove porterà tutto questo

Se le stablecoin continueranno a espandersi, l'architettura del controllo monetario cambierà inevitabilmente. Per oltre un secolo la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha guidato l'economia attraverso due strumenti principali:

  1. Aggiustamento dell'offerta di riserve (la base monetaria detenuta dalle banche) per incentivare o limitare i prestiti;
  2. Impostare i tassi di interesse per influenzare prestiti, spese e investimenti.

Entrambi gli strumenti si basano su un presupposto: che la maggior parte dei dollari circoli all'interno del sistema bancario regolamentato. Le stablecoin rompono questo legame: ogni token rappresenta attivi reali – titoli di Stato o liquidità – ma si muove su reti che operano al di fuori del controllo diretto della Federal Reserve.

Con la crescita di questo bacino di dollari “fuori dalle banche”, gli strumenti tradizionali della FED perdono di efficacia. Creare maggiori riserve presso la banca centrale non garantisce più credito quando individui e imprese possono detenere, o trasferire, dollari digitali in modo indipendente. L'aumento dei tassi di interesse può rallentare l'attività delle banche tradizionali, ma non nell'economia globale del dollaro digitale, che ormai si basa su una propria infrastruttura.

Questo non elimina completamente l'influenza della FED – che continua a impostare i rendimenti dei titoli del Tesoro, determinando la redditività dell'emissione di stablecoin – ma trasforma la politica monetaria da un controllo diretto a un coordinamento indiretto con i mercati. La FED diventa un attore tra i tanti in un ecosistema monetario aperto e che non controlla più completamente.

Nel lungo periodo questo cambiamento potrebbe segnare il primo passo di una più ampia evoluzione che porti ad abbandonare la moneta fiat – una valuta che esiste esclusivamente per decreto governativo – per orientarsi verso una moneta basata sul mercato, ovvero dollari che rimangono denominati in unità statunitensi ma circolano e si autoregolano attraverso istituzioni private e competitive.

Bitcoin approfondisce questa evoluzione. Grazie alla sua offerta fissa e all'indipendenza da qualsiasi stato, funge da copertura naturale contro l'inflazione e la cattiva gestione delle valute fiat. Oggi funziona principalmente come riserva, o garanzia collaterale, all'interno del sistema delle stablecoin, ma nel tempo potrebbe evolversi in una riserva di valore più ampia, un punto di riferimento solido e volontario per un nuovo ordine monetario digitale.

Più questo sistema si radica, più la sua logica diventa chiara: più Washington ritarda la riforma fiscale, più titoli del Tesoro dovrà emettere e più dipenderà dalla domanda globale di stablecoin per assorbirli. Ogni passo aumenta la dipendenza dalla moneta basata sul mercato e diminuisce il controllo centrale.

Tale dipendenza potrebbe rivelarsi una limitazione salutare. Impone disciplina a un governo che l'ha a lungo elusa e apre la strada a un'era di indipendenza monetaria, in cui il denaro appartiene nuovamente al mercato e non ai ministeri.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 1 aprile 2026

L'agenda high-tech della Germania: intrappolata nel circolo vizioso dei sussidi

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lagenda-high-tech-della-germania)

La Germania sta rimanendo indietro nei settori economici che modelleranno il futuro. Che si tratti di intelligenza artificiale, guida autonoma, biotecnologie, o tecnologia quantistica, Stati Uniti e Cina sono i protagonisti indiscussi. Un programma del governo federale, adesso, mira a colmare questo divario.

Il cancelliere Friedrich Merz e il Ministro per la Ricerca, Dorothee Bär, hanno presentato a Berlino il programma del governo federale per l'alta tecnologia. Al centro dell'iniziativa c'è un fondo di sovvenzioni statali destinato a dare impulso a progetti ad alta tecnologia preselezionati, come ad esempio quelli sull'intelligenza artificiale.

Naturalmente – come potrebbe essere altrimenti? – i progetti ecologici, gli approcci a impatto climatico zero nei settori della tecnologia quantistica, della mobilità e di altri cosiddetti settori del futuro sono in prima linea nell'impegno politico.


Sussidi e governance

Il fondo per la tecnologia metterà a disposizione fino a €2 miliardi entro il 2029. “Vogliamo colmare il divario tecnologico con gli Stati Uniti”, ha affermato il cancelliere Merz, “con più concorrenza, meno burocrazia e processi aperti alla tecnologia”.

Il divario competitivo è ormai così ampio che gli investitori internazionali a malapena includono l'Europa nelle loro mappe strategiche.

L'iniziativa tecnologica è accompagnata, come sempre, da slogan politici quali la necessaria riduzione della burocrazia e le procedure di approvazione rapide.

Sembra un'idea affascinante, a misura di cittadino e, soprattutto, che denota interesse per la prosperità del Mittelstand, un settore mediatico sempre attuale.

Ma dietro la presentazione impeccabile si cela il solito copione: è stato individuato un problema e sono state predisposte sovvenzioni su misura – sempre in linea con la tesi politico-ideologica sulla regolamentazione climatica. Consapevolezza delle dinamiche dell'economia di mercato, dei mercati aperti, o della neutralità tecnologica? Nessuna.

Nemmeno le dichiarazioni di facciata di Merz a favore della competitività e dell'economia di libero mercato cambiano nulla: il governo federale ignora il mercato dei capitali reale finché la Germania non sarà definitivamente scomparsa dai radar internazionali dell'alta tecnologia.


La competitività è un problema complesso

La competitività di un'economia è una questione complessa. A volte è dovuta alla carenza di competenze, altre volte alla mancanza di capitali per gli investimenti. Inoltre la regolamentazione, gli oneri fiscali, o la difficoltà di accesso alle risorse pesano sulle prestazioni delle imprese. Nel caso della Germania sembra proprio che tutte queste condizioni siano presenti.

I giovani tedeschi ben istruiti stanno lasciando il Paese in massa; gli investimenti diretti esteri si spostano altrove; la Cina minaccia di interrompere l'afflusso di risorse, e di questo abbiamo parlato regolarmente, sulla scia di un sistema normativo kafkiano, di una burocrazia soffocante e di oneri sempre crescenti per aziende e dipendenti.

In un contesto competitivo come quello attuale, la Germania dovrebbe iniziare in piccolo, offrendo prodotti di nicchia. Per dare un'idea della portata del problema: il divario tra l'economia tedesca e quella statunitense in termini di intelligenza artificiale e di data center è enorme.

Solo quest'anno Microsoft sta investendo $80 miliardi nei suoi data center per l'intelligenza artificiale, seguita da Google con $75 miliardi e Meta con $65 miliardi. L'intero settore negli Stati Uniti investe anno dopo anno oltre cinquecento miliardi di dollari nelle sue infrastrutture ad alta tecnologia, spinto dal libero mercato di un'economia in gran parte deregolamentata.

Ecco il segreto del successo. Gli esperimenti politici europei – che si tratti di censura o della minaccia di tassazione delle piattaforme digitali statunitensi, come di recente richiesto dal Ministro della Cultura Wolfram Weimar – non cambieranno nulla per quanto riguarda la situazione competitiva delle aziende tedesche.

L'innovazione non nasce da pacchetti di sussidi politici, regolamentazioni, o pressioni fiscali, bensì da investimenti cospicui e costanti da parte dell'economia privata nei mercati liberi, cose che rendono l'alta tecnologia un vantaggio geografico.


La Germania è molto indietro

Quanto sia indietro la Germania in termini di localizzazione delle imprese è dimostrato dall'esempio di Deutsche Telekom: insieme all'azienda statunitense NVIDIA sta investendo “solo” un miliardo di euro in un data center per l'intelligenza artificiale a Monaco. In netto contrasto Intel ha rifiutato un sussidio di €10 miliardi e ha deciso di non insediare la produzione di chip a Magdeburgo.

Un caso di studio sui problemi reali del territorio: costi energetici troppo elevati, regolamentazione opprimente, scarsa attrattiva fiscale. Qui emerge chiaramente che i soli pacchetti di sussidi politici non bastano a colmare il divario con i leader mondiali. Anzi, risultano controproducenti, perché indeboliscono selettivamente la concorrenza e immobilizzano capitali.

Per essere competitivi a livello internazionale è necessario un quadro economico che non scoraggi le imprese, bensì le attragga.


In cattiva compagnia

La lamentela che emerge dall'economia di tutta la Germania è sempre la stessa: la Germania è carente di competitività. Le critiche delle aziende tedesche – perché solo qui si possono ancora incontrare regolarmente cancellieri e ministri – sembrano perlomeno dare i loro frutti in termini di analisi. Sia il Cancelliere che il Ministro dell'Economia, Katherina Reiche, hanno sottolineato il divario competitivo che si è creato tra l'economia tedesca e le principali aree geografiche, soprattutto Stati Uniti e Cina.

Troppo costoso, troppo regolamentato, troppo lento ha concluso Friedrich Merz in uno dei suoi discorsi a Berlino. Non si può continuare così. Le procedure amministrative, le procedure di approvazione, i processi burocratici in generale devono essere snelliti. Nel complesso deve prevalere un clima competitivo diverso, ha affermato il Cancelliere.

In linea di principio, in politica il problema è sempre lo stesso ma tramite la stampa è possibile sviarlo agli occhi del grande pubblico. In questo modo si uniscono le forze in una campagna mediatica congiunta, nomi noti, volti familiari. Tutto ciò vende bene. I problemi strutturali che riscontriamo nel Mittelstand sono quelli che il grottesco lavoro di regolamentazione di Bruxelles e Berlino produce, e che si avvertono giorno dopo giorno.

Ciò comporta distorsioni e oneri significativi nella struttura dei costi quando un'impresa esportatrice è gravata da una legge sulla catena di approvvigionamento o dal regolamento europeo sulla deforestazione. Le grandi aziende hanno un proprio dipartimento amministrativo e sono di fatto beneficiarie indirette dell'attività normativa, perché sopprimono la concorrenza sgradita.


La politica ha imboccato la strada sbagliata

E così assistiamo alla ripetizione della solita storia: indignazione e sgomento per la debolezza economica della Germania, annunci di riforme per rassicurare l'opinione pubblica, salvo poi tornare immediatamente alla normalità e proseguire sulla stessa strada.

Non si può negare che dell'iniziativa, annunciata con grande entusiasmo, per ridurre la burocrazia – che avrebbe dovuto alleggerire il carico burocratico dell'economia tedesca fino a €16 miliardi, ovvero il 25% del peso burocratico annuo – non sia rimasto nulla. Merz voleva risparmiare l'8% del personale nel settore pubblico per alleggerire il bilancio statale: un bel sogno, tipico di Merz, con annunci altisonanti che poi, nella speranza che altri argomenti li occupino presto, si dissolvono nell'ondata di clamore mediatico quotidiano.

Ma nonostante le dichiarazioni del Cancelliere, del Ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, e del Ministro dell'Economia, si intravede un'ultima speranza. Il grande pacchetto di riduzione del debito, camuffato con l'eufemismo di “attività speciali”, dovrebbe ora portare alla grande svolta.

Come ha affermato Lars Klingbeil a New York durante il Congresso delle Nazioni Unite: per le imprese si sta aprendo una finestra di opportunità unica, resa possibile dal massiccio impegno dello stato tedesco nei prossimi anni. Il calcolo è semplice: sussidi, garanzie sui prezzi, aiuti per far fronte all'esplosione dei costi energetici miglioreranno i bilanci delle singole aziende.

Merz avrebbe dovuto discutere approfonditamente con il management di Intel in merito alla sede tedesca. Cosa deve essere andato storto perché un'azienda, nonostante i suoi problemi interni, rifiuti un sussidio di €10 miliardi, che avrebbe coperto circa un terzo dell'investimento totale, e preferisca invece la sede statunitense?

Finché la politica non sarà in grado di fornire una risposta concreta a questa domanda, nulla cambierà per quanto riguarda il declino della Germania e la caduta dell'Unione Europea.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 31 marzo 2026

Miliardari europei hanno convogliato $2 miliardi attraverso una rete di ONG transatlantiche per erodere la democrazia statunitense e finanziare la macchina delle proteste anti-Trump

Il pezzo di oggi è estremamente importante, soprattutto per quello che sta succedendo sui canali d'informazione generalisti e alternativi. Infatti potete notare un'ondata crescente di analisi legate alla guerra in Iran dettate dall'emozione, con formule come “Trump non sa quello che sta facendo” o “cambia idea ogni ora”. È da quando è stato eletto che ho stressato una chiave di lettura cruciale, visto che la percezione che hanno le folle è più importante del mondo com'è per davvero nella realtà di oggi. Gli inglesi sono stati maestri nell'instillare nel modo di pensare occidentale questa idea tanto semplice quanto pericolosa. In questo senso non è importante se qualcosa è vero, l'importante è che sia plausibile. Così bastano un paio di influencer che creano una grancassa, direttamente o indirettamente, coadiuvati da articoli della stampa generalista per creare una narrativa secondo cui la disfatta americana in Iran è una realtà. Gli europei non si accorgono, quindi, di essere loro gli obiettivi di una operazione di intelligence, i cui giri sono aumentati da quando la Corte Suprema ha sentenziato sui dazi di Trump. Da quel momento, in cui gli europei hanno rifiutato i termini della resa presentati da Trump a Davos e Rubio a Monaco, lo strangolamento della capacità europea di resistere allo stress economico e finanziario ha cambiato passo. Lo definiscono “instabile”? Nel frattempo il dolore economico in UE aumenta inesorabilmente e l'ironia in tutto ciò è che Trump può benissimo passare per quello che “fa le giravolte” o “subisce una debacle militare”, giocando a tempo indefinito a questo gioco. Come si fa a credere a queste fesserie quando il dollaro continua a essere il dominatore negli scambi commerciali mondiali, il mercato obbligazionario statunitense è in una salute migliore rispetto alle controparti oltreoceano, l'afflusso di capitali finanziari e sociali è in buona salute, il Congresso sta iniziando a fidarsi di un futuro in cui Trump ha il pieno controllo della situazione interna e Paesi come il Giappone vogliono incrementare il volume degli affari con gli USA? E a proposito di quest'ultimo punto: il Giappone incrementa il suo volume di affari con gli USA e il giorno dopo gli “iraniani” “concedono” alle navi giapponesi di passare da Hormuz. Il consiglio, cari lettori, è quello di fare attenzione a quello che leggete, perché nel momento storico attuale Londra e Bruxelles hanno tutto da guadagnarci a fomentare l'odio nei confronti di Washington e distrarre i loro sottoposti da una semplice quanto allarmante verità: sono disposti a vedere bruciare le genti e le terre che supervisionano pur di portare a termine i loro obiettivi.

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da Zerohedge

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/miliardari-europei-hanno-convogliato)

Una nuova relazione esplosiva di Americans for Public Trust (APT), basata sui moduli 990 dell'IRS e su articoli di stampa, rivela che cinque “organizzazioni benefiche” straniere hanno dirottato quasi $2 miliardi verso organizzazioni non profit di sinistra americane, sponsorizzando quella che può essere descritta solo come un'agenda politica di estrema sinistra di stampo europeo e campagne di ingegneria sociale tossiche all'interno di istituzioni statunitensi come la lotta contro il cancro. La relazione sostiene che queste operazioni di influenza estera, sfruttando le reti oscure del mondo delle ONG, finanziano anche parte del complesso industriale delle proteste che ha condotto un'operazione in corso, in stile “rivoluzione colorata”, contro il presidente Trump e i suoi sostenitori, con l'obiettivo di smantellare il movimento “Make America Great Again”.

L'analisi di 31 pagine dell'APT (rivelata per la prima volta da Fox News), supportata anche da registri delle sovvenzioni, mostra che, sebbene i cittadini stranieri non possano donare direttamente ai candidati politici statunitensi, esiste una preoccupante rete interconnessa di finanziamenti transatlantici che si estendono al mondo delle ONG, dove miliardari stranieri finanziano organizzazioni non profit americane di estrema sinistra per dare il via a ogni sorta di campagna di attivismo. Questa filantropia straniera incontrollata rischia di minare la sovranità degli Stati Uniti e, secondo la direttrice esecutiva dell'APT, Caitlin Sutherland: “Il denaro straniero sta arrivando e sta cercando di erodere la nostra democrazia”.

Ecco i cinque finanziatori stranieri indicati nella relazione:

  1. Quadrature Climate Foundation (Regno Unito) – $530 milioni
  2. KR Foundation (Danimarca) – $36 milioni
  3. Oak Foundation (Svizzera) – $750 milioni
  4. Laudes Foundation (Svizzera) – $20 milioni
  5. Children's Investment Fund Foundation (Regno Unito) – $553 milioni

I risultati principali sono sconvolgenti:

Quadrature Climate Foundation (QCF): fondata nel 2019 dai miliardari del settore degli hedge fund, Greg Skinner e Suneil Setiya, ha elargito circa $530 milioni a 41 organizzazioni statunitensi, tra cui ClimateWorks Foundation ($147 milioni), Growald Climate Fund ($80 milioni), Grantham Foundation ($80 milioni), Windward Fund ($49 milioni) e Sunrise Project ($36 milioni). La QCF finanzia anche controverse ricerche sulla geoingegneria solare e “attività di sensibilizzazione in materia di contenzioso e regolamentazione climatica”.

KR Foundation: organizzazione benefica danese per il clima, legata alla famiglia Carlsberg, ha erogato $36 milioni a 53 gruppi statunitensi che sostengono contenziosi sul clima, attività di advocacy ESG e disinvestimento dai combustibili fossili. Tra i principali beneficiari figurano il Center for International Environmental Law ($1,4 milioni), la Conservation Law Foundation ($0,4 milioni), Oil Change International ($2,2 milioni) e Fossil Free Media ($1 milione). Ha persino finanziato l'Associated Press ($300.000) per programmi a tema climatico.

Oak Foundation: fondazione con sede in Svizzera, fondata dal miliardario britannico Alan Parker, ha donato oltre $750 milioni a 152 gruppi statunitensi che promuovono la “giustizia climatica” e azioni legali contro le aziende del settore dei combustibili fossili.

Tra i principali destinatari figurano:

• Istituto di diritto ambientale ($650.000, creatore del progetto sulla magistratura climatica);

• Community Change ($1,6 milioni, collegati alle proteste Free DC);

• Rockefeller Philanthropy Advisors ($108 milioni);

• New Venture Fund ($67 milioni);

• NRDC ($6,5 milioni);

• Tides Center ($8,2 milioni).

Laudes Foundation: istituita nel 2020 dalla riservata famiglia Brenninkmeijer (impero dell'abbigliamento C&A), ha elargito $20 milioni a 17 gruppi statunitensi che promuovono la divulgazione di informazioni ESG, “diete rispettose del clima” e obblighi di equità. I ​​finanziamenti più consistenti sono stati erogati al Pulitzer Center ($3,7 milioni) per la rendicontazione sulla giustizia climatica, a Ceres ($1,7 milioni), a Community Initiatives ($1 milione) e al World Resources Institute ($2,8 milioni).

Children's Investment Fund Foundation (CIFF): gestita dal miliardario britannico nei fondi speculativi Sir Christopher Hohn, ha inviato $553 milioni a 39 entità statunitensi prima di impegnarsi, alla fine del 2025, a interrompere i finanziamenti negli Stati Uniti in seguito allo scandalo APT.

Tra i principali destinatari figurano:

• Energy Foundation China ($70 milioni) — sotto indagine della Camera per legami con funzionari del PCC;

• Istituto per la governance e lo sviluppo sostenibile ($25 milioni);

• Fondo per la difesa ambientale ($17 milioni);

• Progetto Sunrise ($36 milioni).

APT sottolinea che questi flussi di finanziamento sfruttano le lacune nelle leggi statunitensi in materia di controllo, che vietano le donazioni straniere alle elezioni ma consentono l'influenza attraverso organizzazioni 501(c)(3) e 501(c)(4). Attraverso il mondo del non profit, i miliardari stranieri possono condurre operazioni di influenza all'estero tramite organizzazioni non profit di sinistra, tra cui il finanziamento del complesso industriale delle proteste contro Trump, campagne per incentivare la partecipazione al voto, spot anti-Trump, attività di lobbying e quant'altro.

La Sutherland ha affermato: “Non ci sono dubbi su dove vadano a finire e da dove provengano. Sappiamo che si tratta di denaro straniero che affluisce nelle nostre battaglie politiche statunitensi, nei contenziosi sul clima, nella ricerca, nelle proteste, nelle attività di lobbying, in qualsiasi cosa”.

Inoltre la Sutherland ha messo in guardia contro un utilizzo allarmante dei fondi europei di provenienza oscura, confluiti dalla Oak Foundation in un gruppo chiamato Community Change: “Sono il gruppo di facciata che ha guidato la protesta contro la repressione della criminalità da parte di Trump. Quindi, ancora una volta, stiamo vedendo dove finiscono i fondi stranieri destinati a proteste, contenziosi e formazione”.

“Mi sembra chiaro che questi capitali stranieri affluiscono negli Stati Uniti perché vogliono attuare la loro visione estremista europea dell'America”, ha concluso la Sutherland. “E mi sembra che, a giudicare da questi flussi di denaro, vogliano semplicemente degli Stati Uniti più estremisti, radicalizzati e più a sinistra di quanto desideriamo noi”.

Il modello per cui fondazioni straniere esportano negli Stati Uniti politiche di estrema sinistra che distruggono la nazione, finanziano proteste (e forse persino rivolte) e lavorano per smantellare il programma del presidente Trump, scelto dal popolo americano, dovrebbe servire da campanello d'allarme per i repubblicani riguardo al flusso incontrollato di filantropia straniera che riversa miliardi nel mondo oscuro delle ONG.

APT esorta i policymaker a porre rimedio a questo disastro attraverso le seguenti azioni:

• Colmare le lacune nel FARA;

• Richiedere alle organizzazioni non profit finanziate dall'estero di rivelare le fonti di finanziamento;

• Valutare la possibilità di vietare i finanziamenti esteri alle organizzazioni 501(c)(4) politicamente attive;

• Verificare se organizzazioni benefiche straniere abbiano violato la legge statunitense attraverso attività di sensibilizzazione o azioni legali.

Quel che è certo è che non sono solo i miliardari europei a sfruttare la rete di ONG americane... sta succedendo in tutto il mondo, dai marxisti latinoamericani alla Cina comunista. È come se i globalisti e il Partito Democratico stessero strumentalizzando le organizzazioni non profit in uno sforzo coordinato per minare l'agenda del presidente Trump, con l'obiettivo finale di un cambio di governo.

Ricordate questo tweet...

Quel che è certo è che l'amministrazione Trump dovrebbe spostare la sua attenzione da Antifa alla pulizia del mondo delle ONG, e noi renderemo le cose facili per lo staff della Casa Bianca. C'è anche un aspetto legato all'influenza straniera. Dall'altra parte del mondo c'è la rete di ONG di Neville Roy Singham, e forse Rubio al Dipartimento di Stato potrebbe essere interessato a indagare anche sulle operazioni di influenza straniera di matrice marxista provenienti dall'America Latina.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 30 marzo 2026

I pendolari tedeschi sopportano il costo della crisi iraniana e dell'iperfiscalità

Le principali industrie tedesche stanno capitolando sotto la crescente pressione fiscale e la catastrofe della transizione energetica è innegabile. Ogni sussidio, soprattutto gli alti rendimenti garantiti dallo stato nell'economia verde, sottrae risorse preziose al libero mercato. I finanziamenti per le startup, i finanziamenti per la crescita e il capitale di rischio vengono sistematicamente ridotti o dirottati all'estero. Gli imprenditori potrebbero persino scegliere la strada più semplice, quella di seguire l'esempio e ottenere sussidi lungo il percorso verso il paradiso verde. Il problema è che l'economia gestita dallo stato, sia che venga attuata da aziende private come intermediarie del governo o direttamente dallo stato, non aggiunge alcun valore all'economia. È un meccanismo distruttivo, avvertito persino dagli elettori di Stoccarda e mostrato nei risultati elettorali recenti. Per quanto alti siano i muri delle illusioni, le onde della realtà economica li frantumeranno. Circolano già voci secondo cui la Porsche potrebbe dover licenziare fino a 5.000 dipendenti nella regione di Baden-Württemberg. La produzione industriale regionale non è più competitiva. Sarà un processo di apprendimento doloroso, ma nemmeno gli ambientalisti più ferventi della Germania possono eludere indefinitamente gli assiomi dell'economia. La competitività non si crea nei seminari delle ONG, o nei numerosi gruppi ambientalisti che predicano con toni fanatici attraverso i media generalisti. No, le aziende lo impareranno a proprie spese: la loro ricchezza, ora soffocata dalla palude del moralismo, era il prodotto di una rigorosa disciplina, dell'ordine del mercato e di una razionale etica borghese. Le conquiste ingegneristiche di fama mondiale hanno contribuito in modo significativo. Tuttavia circa il dodici percento della produzione economica totale della regione sopraccitata proviene dall'ingegneria meccanica, proprio il settore che si è indebolito maggiormente sotto il regime socialista-verde, secondo solo all'industria automobilistica, altro pilastro dell'economia regionale. Come Shakespeare, i Romeo e Giulietta dell'economia tedesca si stanno ora togliendo la vita. Dal 2018 la produzione industriale in Germania è diminuita di oltre il venti percento, con la sola ingegneria meccanica che ha perso il cinque percento lo scorso anno. Non si tratta più di una recessione, ma di un declino economico consapevole in nome del dio ecologista, venerato nel Baden-Württemberg con più fervore che in qualsiasi altra parte della repubblica tedesca.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-pendolari-tedeschi-sopportano-il)

Sin dall'inizio della crisi con l'Iran l'eccessivo onere fiscale sui carburanti ha fatto lievitare i prezzi della benzina in Germania. Ciononostante sembra improbabile che i politici tedeschi alleggeriscano il peso sui pendolari o sulle imprese. A parte una task force, non è stato pianificato nulla. Altre regioni si stanno dimostrando più resilienti.

Il conflitto con l'Iran è entrato nella sua quarta settimana e, con esso, crescono le preoccupazioni per le conseguenze della crisi energetica, che si sta lentamente ma inesorabilmente aggravando nell'economia globale.

In Germania l'aumento dei prezzi del petrolio si è riflesso rapidamente sui prezzi alla pompa. I prezzi sono balzati da circa €1,65 al litro a oltre €2, con un incremento di circa il 25% in brevissimo tempo (come riportato da Apollo News).

Allo stesso tempo sorgono sospetti che le compagnie petrolifere stiano realizzando rapidi profitti vendendo petrolio già fatturato e raffinato, nonché scorte di benzina già esistenti, a prezzi al dettaglio ora notevolmente più elevati, incassando profitti eccessivi.

Tuttavia si tratta di un effetto temporaneo, che probabilmente verrà presto bilanciato dalle dinamiche di mercato. L'aumento, tra i più elevati a livello internazionale, dei prezzi della benzina in Germania è dovuto quasi interamente al fatto che lo stato, attraverso le sue linee di politica fiscali, rappresenta circa il 65% del prezzo al dettaglio. Un profittatore silenzioso della crisi, mentre i pendolari si trovano ad affrontare problemi sempre maggiori.

Che si tratti di tasse sulla CO₂, imposte sui carburanti, o IVA, il governo tedesco dovrebbe ora agire con rigore fiscale e fornire un sollievo significativo sia ai pendolari che alle imprese. Finora ciò non è avvenuto. La politica tedesca è come quei conigli che guardano negli occhi un serpente per quanto riguarda il conflitto con l'Iran. Lentamente diventa chiaro che decenni di linee di politica energetiche dettate da ideologie non erano altro che una fantasia da mille miliardi di euro, che ora si sta trasformando in un incubo.


Gli Stati Uniti operano in modo autarchico

Dall'altra parte dell'Atlantico la situazione è ben diversa. I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono aumentati di circa il cinque-dieci percento. A otto mesi dalle cruciali elezioni di medio termine, questo tema sarà decisivo per il presidente Donald Trump, che dovrà mantenere le promesse elettorali e tenere sotto controllo l'inflazione.

È ormai imperativo porre fine rapidamente alla guerra con l'Iran. Washington sta valutando le ripercussioni geopolitiche, il controllo dei mercati petroliferi globali e i rischi di inflazione interna.

Dal 2018 gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, con una produzione giornaliera di 18 milioni di barili, e sono anche un esportatore di “oro nero”. La loro posizione dominante li mette al riparo dai principali shock dei prezzi del petrolio, conferendogli al contempo una notevole influenza sul mercato.

Se la crisi dovesse persistere, il mercato energetico globale rischierebbe di frammentarsi. Incrementi massicci dei prezzi minaccerebbero gli stati dipendenti dalle importazioni, come molti Paesi europei, mentre le nazioni energeticamente autarchiche manterrebbero il potere di determinazione dei prezzi e sarebbero in gran parte protette da aumenti estremi.


La Corea del Sud come caso particolare

Guardando all'Asia, la Corea del Sud, come l'Europa, è fortemente dipendente dall'energia ma vanta una notevole capacità di raffinazione. Aziende come SK Energy, GS Caltex, o S-Oil operano in genere con contratti di fornitura a lungo termine e prezzi fissi, mantenendo al contempo ingenti scorte di greggio che possono essere utilizzate in caso di interruzione delle forniture.

L'economia sudcoreana è temporaneamente al riparo dal blocco di Hormuz. I prezzi del gas sono aumentati di circa il 13% dall'inizio della guerra, passando da €1,11 a €1,25 al litro, un incremento nettamente inferiore rispetto a quello in Germania.

In Corea del Sud tasse e imposte rappresentano solo circa il 40% del prezzo al dettaglio della benzina, un vantaggio rispetto alle tasse sulla mobilità e sull'energia in continuo aumento in Germania.

Potrebbero volerci fino a tre settimane prima che uno shock petrolifero raggiunga le stazioni di servizio coreane. Durante questo periodo, le aziende si coprono dai rischi monetari e di prezzo sui mercati dei futures. Le raffinerie e le attività di stoccaggio fungono da ulteriore riserva strategica di petrolio, direttamente integrata nella lavorazione della risorsa chiave dell'economia.

Sul piano politico il governo sudcoreano rimane in stato di allerta. Finora Seul si è astenuta dall'introdurre tagli temporanei alle accise sui carburanti, una misura storicamente utilizzata per sostenere l'economia. L'ultima volta ciò è avvenuto durante i lockdown. Questo suggerisce che le autorità coreane non prevedono un conflitto prolungato e certamente non un'invasione di terra da parte di truppe statunitensi o israeliane. Uno scenario del genere provocherebbe inevitabilmente un'escalation, anche sui mercati globali delle materie prime.


Previsioni con la sfera di cristallo

Al momento è quasi impossibile prevedere come si evolverà il conflitto. Un cambio di regime a Teheran non sembra essere un obiettivo né degli Stati Uniti, né di Israele. Allo stesso modo un intervento di truppe di terra rimane altamente improbabile, soprattutto in vista delle imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti.

Ciò rende probabile una breve durata del conflitto. Le riserve strategiche di petrolio nella maggior parte dei paesi dell'UE coprono circa tre mesi e non sono ancora state utilizzate. Nonostante i rapidi aumenti dei prezzi, al momento non si registrano gravi carenze di approvvigionamento.

Per alleviare la pressione sui prezzi alla pompa, sarebbe necessario ridurre le tasse sui carburanti. Tuttavia è improbabile che il ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, rinunci alle entrate aggiuntive generate dal temporaneo aumento dei prezzi dell'energia.

Sul piano politico l'attenzione rimane focalizzata sull'immagine: è stata concordata la creazione di una task force sul prezzo della benzina, una manovra mediatica in piena campagna elettorale, una chimera politica tirata fuori d'istinto dal repertorio degli strumenti governativi.

Le soluzioni strutturali alla pericolosa dipendenza energetica dell'Europa richiederebbero un riassetto geopolitico, che includa un accordo di pace con la Russia, lo sfruttamento delle risorse interne come le immense riserve di gas del continente e, potenzialmente, un ritorno all'energia nucleare in Germania.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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