venerdì 14 giugno 2024

La Svizzera conserva ancora la sua tradizionale neutralità

 

 

di Mihai Macovei

Con oltre 130.000 firme autenticate, il  movimento civile “Pro Svizzera” ha chiesto al relativo governo di organizzare un referendum nazionale sul rafforzamento della neutralità internazionale del Paese. Dopo che le autorità svizzere hanno seguito l’Unione Europea con le sanzioni contro la Russia e hanno rafforzato la cooperazione con la NATO, gli organizzatori del referendum vogliono impedire una graduale erosione della tradizionale neutralità della Svizzera.

Vogliono anche evitare il destino della Svezia che all’improvviso ha chiesto di aderire alla NATO una volta che la Russia ha invaso l’Ucraina. Il governo svedese si è affrettato a ribaltare una posizione di neutralità che risaliva al periodo napoleonico, senza nemmeno organizzare una consultazione popolare. Questo ammonimento offre spunti interessanti sulla volontà e sulla capacità delle persone di resistere alla propensione statale nel voler partecipare a conflitti internazionali.


Neutralità svizzera e guerra in Ucraina

La Svizzera ha la più antica linea di politica sulla neutralità militare al mondo, la quale abbraccia oltre cinque secoli. Dopo aver perso la battaglia di Marignano nel 1515, la Svizzera strinse un accordo di pace con la Francia che le permise di vivere senza conflitti per quasi trecento anni. Dopo le guerre napoleoniche, nel 1815 le grandi potenze europee riconobbero ufficialmente la neutralità della Svizzera. Nel 1920 la Società delle Nazioni riconobbe formalmente lo status neutrale della Svizzera e scelse Ginevra come propria sede. La Svizzera ha aderito alle Nazioni Unite solo di recente, nel marzo 2002, a seguito di un referendum.

Il diritto alla neutralità è riconosciuto nel diritto internazionale dalla Convenzione dell’Aja (1907). Insieme al diritto di non partecipare alle guerre e di godere dell'inviolabilità territoriale, i Paesi neutrali conservano il diritto all'autodifesa. Per scoraggiare un’invasione da parte della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale, la Svizzera mobilitò circa 850.000 soldati e fece affidamento anche su pesanti fortificazioni nelle Alpi. Inoltre evitò attentamente di prendere posizione nella guerra e non permise voli militari sul suo territorio.

La neutralità è codificata solo vagamente nella Costituzione svizzera come obiettivo politico che governo e parlamento devono perseguire. Per quanto riguarda la sua posizione nei confronti dei conflitti con terzi, la Svizzera ha cercato di seguire la linea dell’ONU. È rimasta rigorosamente neutrale quando sono state approvate operazioni militari dalle Nazioni Unite e ha consentito i diritti di transito ma non per le azioni militari. Per quanto riguarda le sanzioni internazionali, la Svizzera ha sostenuto solo gli embarghi imposti dall’ONU, ad esempio contro l’Iraq nel 1991. Dal 1996 la Svizzera partecipa al programma della NATO di Partenariato per la pace, ma solo perché non si trattava di aderire all’alleanza o di entrare in conflitti militari.

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, la posizione del governo svizzero sulle sanzioni, sulla fornitura di armi ai belligeranti e sul riavvicinamento alla NATO ha iniziato a cambiare. La Svizzera si è mossa di pari passo con l’UE adottando sanzioni sempre più severe nei confronti della Russia, sebbene non siano sostenute da un mandato dell’ONU. Ha imposto restrizioni alle persone e alle aziende russe, impedendo alle banche svizzere di fare affari con loro e congelando i loro beni. Inoltre nel 2022 un alto funzionario svizzero ha dichiarato che il Paese imporrebbe sanzioni punitive nel caso in cui la Cina invadesse Taiwan.

Finora il governo svizzero ha resistito alle richieste dei vicini europei di appoggiare le esportazione di armi in Ucraina, ma potrebbe non durare a lungo. A gennaio il governo svizzero ha adottato un piano per rafforzare la difesa e intensificare la cooperazione militare internazionale, in particolare con la NATO e l’UE, e nel marzo 2023 il Ministro della difesa svizzero ha preso parte per la prima volta in assoluto al Consiglio Nord Atlantico della NATO. In questo contesto i gruppi della società civile – sostenuti dal Partito popolare svizzero,  il più grande movimento politico della Svizzera – hanno chiesto un referendum nazionale per rafforzare la neutralità del Paese e sancirla chiaramente nella costituzione federale.


Cosa vogliono i sostenitori del referendum

Gli organizzatori del referendum propongono nuove clausole costituzionali per vietare alla Svizzera di stringere qualsiasi alleanza militare, a meno che non venga attaccata essa stessa. Al governo svizzero verrebbe inoltre impedito d'imporre sanzioni internazionali a meno che non siano sostenute da un mandato delle Nazioni Unite. Il Paese sarebbe costretto a mantenere l’assoluta equidistanza politica in tutti i conflitti e a rimanere completamente imparziale; pertanto non sarebbe più possibile adottare sanzioni contro la Russia e rafforzare la cooperazione con la NATO.

Esiste già un acceso dibattito nazionale sul sostegno della Svizzera all’Ucraina e sulla sua neutralità in generale. I politici di destra sostengono che il Paese dovrebbe smettere di essere un  “free rider” dell’ombrello di sicurezza della NATO e rafforzare i suoi legami e l’interoperabilità con quest’ultima. I  Verdi ritengono che l’iniziativa della “neutralità” avvantaggi i dittatori esteri e danneggi la sicurezza della Svizzera.

Allo stesso tempo i conservatori sostengono che qualsiasi attenuazione della neutralità potrebbe compromettere la credibilità della Svizzera come mediatore internazionale obiettivo. Avrebbe anche costi economici importanti: dato il suo solido settore finanziario e lo status di hub commerciale internazionale, la Svizzera rischia di perdere molto se applica sanzioni a Paesi stranieri e individui facoltosi. Aderendo alla NATO, la Svizzera dovrebbe anche più che raddoppiare la sua attuale spesa annuale per la difesa, pari a circa l’1% del prodotto interno lordo (PIL). Di conseguenza oltre il 90% degli svizzeri sostiene lo status di neutralità, anche se, secondo un recente sondaggio, una piccola maggioranza propenderebbe per un legame più stretto con la NATO.

A mio avviso l'argomentazione più forte a favore della neutralità svizzera viene dall'Unione Democratica di Centro, che in un comunicato stampa sul referendum ha dichiarato che “se tutti gli Stati si comportassero come la Svizzera, non ci sarebbe la guerra”. Ciò è particolarmente vero nell’attuale contesto geopolitico internazionale, che è sempre più polarizzato dalla politica delle grandi potenze e in cui i Paesi più piccoli devono lottare per evitare di prendere posizione nei conflitti internazionali. Ciò è vero anche in generale, come esposto dalla chiara posizione contro la guerra di Murray Rothbard nel suo manifesto libertario The Ethics of Liberty.

Secondo Rothbard gli stati combattono le guerre aumentando l’estrazione di risorse dai territori e dalla popolazione che controllano, attraverso la tassazione, la coscrizione o entrambe le cose. Inoltre aggrediscono anche privati ​​stranieri, perché i cittadini del Paese nemico sono la risorsa che consente allo stato avversario di combattere. Alla fine le guerre accrescono solo il potere dello stato e di particolari gruppi d'interesse a scapito della libertà dei cittadini comuni. Pertanto i libertari dovrebbero sempre fare pressione sui propri governi affinché evitino d'impegnarsi in guerre tra stati. In pratica ciò significherebbe seguire una rigorosa politica di neutralità, come quella della Svizzera.


La Svezia ha preso una strada diversa

Per quasi due secoli la Svezia ha conservato la neutralità militare e sviluppato la reputazione di negoziatore obiettivo nei conflitti internazionali. Tuttavia, dall’inizio degli anni 2000, la Svezia ha intensificato le sue relazioni con la NATO e, allo scoppio della guerra in Ucraina, ha improvvisamente chiesto di aderirvi. Il governo svedese ha giustificato questa netta rottura con il passato manifestando il proprio nei confronti della minaccia militare russa. Tuttavia la Russia ha rispettato la neutralità della Svezia durante i periodi turbolenti, tra cui due guerre mondiali e la Guerra Fredda. All’epoca la Svezia non era nemmeno membro dell’UE e non beneficiava della realtiva clausola di difesa reciproca. Ora, però, la Russia ha minacciato di adottare  “contromisure politiche e tecnico-militari” in risposta alla mossa della Svezia .

In termini di costi e benefici, l’adesione è più vantaggiosa per la NATO che per la Svezia. Quest'ultima ha già annunciato l’aumento della spesa per la difesa al 2% del PIL (come richiesto per tutti i membri della NATO) dall’1,5% nel 2023; inoltre apporta alla NATO un formidabile complesso militare-industriale di livello mondiale e migliora significativamente la posizione geostrategica dell’alleanza nel Mar Baltico.

Per quanto riguarda il vantaggio di una maggiore sicurezza, è molto improbabile che la stessa Svezia venga attaccata; allo stesso tempo, però, dovrebbe aiutare a difendere qualsiasi Paese della NATO qualora venisse attaccato. Sin dalla fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno moltiplicato i loro interventi militari all'estero senza un’adeguata giustificazione e quindi la Svezia rischia di essere trascinata in ogni sorta di conflitti militari diretti e per procura solo per difendere gli interessi statunitensi. È anche molto discutibile se la NATO sia rimasta principalmente un’alleanza difensiva oppure no.

È altrettanto inquietante che una decisione così cruciale per il futuro della Svezia sia stata presa sulla base di alcuni sondaggi d'opinione che, al momento della richiesta di adesione alla NATO, davano solo una risicata maggioranza a favore. In una vera democrazia questa decisione avrebbe richiesto un dibattito adeguato e una consultazione formale del popolo svedese attraverso il voto diretto.


Conclusione

Diversi Paesi europei – Ungheria, Slovacchia e Croazia – hanno votato per politici che sostengono una soluzione rapida e pacifica alla guerra in Ucraina e che antepongono gli interessi nazionali alla linea di politica delle grandi potenze. Il referendum svizzero sulla neutralità fungerà da ulteriore barometro del sentimento pubblico nei confronti dell’attuale contesto internazionale. Spetta ai cittadini svizzeri imparare dall'esperienza svedese e fare la scelta giusta in un possibile referendum per preservare la pace, la libertà individuale e una democrazia davvero funzionante.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 13 giugno 2024

Cos’è successo a Bitcoin?

Questo spazio di divulgazione s'è sempre sforzato di veicolare l'idea di un individuo sovrano e il mio valore più alto è la libertà. Come direbbe anche Robert Breedlove, sono un massimalista della libertà. Studio e difendo idee di alto valore morale che massimizzano la libertà e la sovranità individuale; studio e attacco idee di basso valore morale che le minimizzano. Bitcoin è un’idea di ineguagliabile valore morale che massimizza la libertà individuale di miliardi di persone e contemporaneamente dissolve lo status quo che parassita la sovranità individuale e quindi, per definizione, è immorale. Nonostante quello che alcuni potrebbero credere, o aver bisogno di credere, la sopravvivenza di Bitcoin non dipende da fanatismi, ideologie calcificate e dogmi. Tutte le culture esibiscono sistemi immunitari ideologici, ma quando essi inibiscono il pensiero critico, l’autoimmunità culturale diventa patologica. L'organismo si avvelena da solo, poiché il filtro alle idee tossiche attacca anche l’agente non antagonista, una sepsi che può essere paragonata a una malattia autoimmune ideologica. La critica non dev'essere usata come motivo di risentimento, bensì come sprone per migliorare. Non è tutto rosa e fiori nel percorso per arrivare a un obiettivo, a volte la strada è dissestata... come lo è adesso. Si può tornare un attimo indietro, scegliere vie alternative, ma per andare avanti, in sintesi, non si passa mai per una retta nella vita reale. Non condivido il pessimismo di Tucker, bensì lo spirito di critica di chi affronta la presenza di problemi e ostacoli e non mette la testa sotto la sabbia. Bitcoin è una creatura mutevole per natura, le proposte di aggiornamento lo dimostrano; ma la vera carta vincente non è la soluzione per la scalabilità, bensì la Proof of work. L'asso nella manica che spesso si perde di vista è esattamente questo e finché esisterà alla base del protocollo Bitcoin non ne cambierà la sostanza. Che la soluzione alla scalabilità sia Lightning Network, o le sidechain, o altre Proof of work coin a fianco di BTC (come Bitcoin Cash ad esempio), finché esisterà la PoW ci sarà ancora speranza di veder realizzata la tanto agognata separazione tra denaro e stato. Bitcoin è uno strumento meraviglioso, a mio avviso è quanto di più vicino all’inevitabile sia mai stato creato dall’essere umano. Il mio profondo rispetto per la sua innovazione è il motivo per cui ho sacrificato tanto tempo al suo servizio, creando materiale educativo che potesse aiutare gli altri a sviluppare lo stesso fascino che ho sviluppato io. Per definizione il totalitario ritiene che la sua “conoscenza sia totale”, cosa che non lascia spazio alla scoperta o all’umiltà. Bitcoin è l’unico caso d’uso per il consenso distribuito? Come si possa affermare di avere la risposta definitiva a questa domanda è qualcosa che va oltre la mia comprensione, dato che la conoscenza, come ci suggeriva Hayek, è distribuita. La mia convinzione, invece, è che l’apertura mentale, unita a un’estrema vigilanza nell’esaminare qualsiasi cosa, sia il modo migliore per trovare un equilibrio. E se non fosse per questo equilibrio, nessuno avrebbe preso in considerazione Bitcoin dopo la sua nascita.

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di Jeffrey Tucker

Coloro che hanno conosciuto Bitcoin dopo il 2017 hanno incontrato un ecosistema e un ideale diversi rispetto a quelli precedenti. Oggi a nessuno interessa più quello che è successo prima, nel periodo 2010-2016; osservano solo lo slancio dei prezzi al rialzo e sono entusiasti dell'aumento della valutazione degli asset del loro portafoglio.

Sono finiti i discorsi sulla separazione tra denaro e stato, su un mezzo di scambio basato sul mercato, su una vera rivoluzione che si estenderebbe dal denaro all’intera politica in tutto il mondo. E non si parla più di cambiare il funzionamento del denaro come mezzo per cambiare le prospettive della libertà stessa. Gli appassionati di Bitcoin hanno in mente obiettivi diversi.

E durante tutto questo periodo il momento esatto in cui questo asset digitale avrebbe potuto proteggere moltitudini di utenti e imprese dall’inflazione derivante dalla peggiore e più globalizzata esperienza di statalismo corporativo nella storia moderna, resa possibile grazie al monopolio monetario delle banche centrali, l’asset originario che porta il simbolo BTC è stato sistematicamente deviato dal suo scopo originario.

L’ideale fu ben articolato da F. A. Hayek nel 1974. Gran parte della sua carriera di economista fu spesa a sostenere politiche monetarie sane. Ad ogni svolta importante dovette affrontare lo stesso problema: gli stati e le istituzioni che servono non volevano una moneta sana/onesta; volevano invece manipolare il sistema monetario a vantaggio delle élite, non della popolazione. Infine perfezionò la sua argomentazione, concludendo che l’unica vera risposta era un completo divorzio tra denaro e potere.

“Niente può essere più gradito che privare lo stato del suo potere sul denaro e fermare così la tendenza apparentemente irresistibile verso un aumento accelerato della quota di reddito nazionale che può rivendicare”, scrisse nel 1976 (due anni dopo essere stato insignito del Premio Nobel). ). “Se lasciata continuare, questa tendenza ci porterà in pochi anni a uno stato in cui esso reclamerà il 100% di tutte le risorse – e di conseguenza diventerebbe letteralmente ‘totalitario’”.

“Tagliare fuori lo stato dal rubinetto che gli fornisce denaro aggiuntivo da utilizzare è un passo fondamentale per fermare la tendenza intrinseca del totalitarismo a crescere indefinitamente, cosa che sta diventando un pericolo minaccioso per il futuro dell’economia e della civiltà”.

Il problema nel realizzare questo ideale era tecnico e istituzionale. Finché il denaro statale funzionava, non vi era alcuna reale spinta a cambiarlo. Certamente la spinta non sarebbe mai venuta dalle classi dominanti che beneficiano del sistema attuale, che tra l'altro è proprio il luogo in cui ogni vecchia tesi a favore del gold standard ha vacillato. Come aggirare questo problema?

Nel 2009 uno sviluppatore, o un gruppo, anonimo ha pubblicato un white paper scritto in un linguaggio per informatici e non per economisti, in cui veniva descritto un sistema peer-to-peer di denaro digitale. Per la maggior parte degli economisti dell’epoca il suo funzionamento era opaco e poco credibile. La prova del suo funzionamento è arrivata nel corso del 2010: utilizzava un registro distribuito, una crittografia a chiave doppia e un protocollo di offerta fissa per rilasciare una nuova forma di denaro che collegava operativamente insieme il denaro stesso e un sistema di settlement.

In altre parole, Bitcoin ha raggiunto l’ideale che Hayek poteva solo sognare. La chiave per rendere tutto ciò possibile è stata il registro distribuito stesso, che si basa su Internet per globalizzare i nodi operativi, portando una nuova forma di responsabilità che non avevamo mai visto prima. L’idea di fondere insieme mezzi di pagamento e meccanismi di settlement su questa scala era qualcosa che prima non era possibile. Eppure eccola lì, facendosi strada nel mercato con valutazioni sempre crescenti rese possibili dal registro distribuito.

Quindi sì, ne sono diventato presto un entusiasta, scrivendo centinaia di articoli e pubblicando anche un libro nel 2015 intitolato Bit By Bit: How P2P Is Freeing the World. All'epoca non potevo saperlo, ma quelli erano in realtà gli ultimi giorni dell'ideale alla base e poco prima che il protocollo venisse controllato da un gruppo di sviluppatori che avrebbero abbandonato completamente l'idea di denaro peer-to-peer per trasformarlo in una security digitale ad alto rendimento; non un concorrente con il denaro statale, ma piuttosto un asset progettato per non essere utilizzata ma detenuto da intermediari terzi che ne controllano l’accesso.

Abbiamo visto tutto questo svolgersi sotto i nostri occhi e molti di noi sono rimasti inorriditi. Non ci resta che raccontare la storia, cosa che finora non è stata fatta in forma completa. Il nuovo libro di Roger Ver, Hijacking Bitcoin, compie questo sforzo. È un libro destinato a durare nel tempo, perché espone tutti i fatti del caso e consente ai lettori di giungere alle proprie conclusioni; io ho avuto l'onore di scrivere la prefazione.

La storia che leggerete qui è una tragedia, la cronistoria di una tecnologia monetaria che emancipa finanziariamente le persone sovvertita per altri fini. È una lettura dolorosa, certo, ed è la prima volta che questa storia viene raccontata con così tanti dettagli e raffinatezza. Abbiamo avuto la possibilità di liberare il mondo e quell’occasione è andata persa, probabilmente dirottata e sovvertita.

Quelli di noi che hanno guardato Bitcoin fin dai primi giorni hanno visto con fascino come ha guadagnato terreno e sembrava offrire un percorso alternativo per il futuro del denaro. Finalmente, dopo migliaia di anni di corruzione governativa del denaro, avevamo finalmente per le mani una tecnologia intoccabile, solida, stabile, democratica, incorruttibile e una realizzazione della visione dei grandi campioni della libertà di tutta la storia. Alla fine il denaro avrebbe potuto essere liberato dal controllo statale e raggiungere così obiettivi economici piuttosto che politici: prosperità per tutti contro guerra, inflazione ed espansione statale.

Questa era la visione, ma ahimè non si è realizzata. L’adozione di Bitcoin è inferiore oggi rispetto a cinque anni fa. Non è su una traiettoria di vittoria finale, ma su un percorso diverso per aumentare gradualmente il prezzo per i suoi primi utilizzatori. Insomma la tecnologia è stata tradita da piccoli cambiamenti che all’epoca quasi nessuno capì.

Di certo nemmeno io. Giocavo con Bitcoin da alcuni anni e rimasi stupito soprattutto dalla velocità di saldo, dal basso costo delle transazioni e dalla possibilità per chiunque non potesse permettersi un conto corrente di inviarlo o riceverlo senza mediazione finanziaria. Era un miracolo di cui all'epoca scrissi in modo spasmodico. Nell'ottobre 2013 tenni una conferenza sulle criptovalute ad Atlanta, in Georgia, incentrata sul lato intellettuale e tecnico delle cose. Fu una delle prime conferenze nazionali sull’argomento, ma anche a quell'evento notai che due parti si univano: quelli che credevano nella competizione monetaria e quelli il cui unico impegno era un solo protocollo.

Il primo indizio che qualcosa fosse andato storto arrivò due anni dopo, quando per la prima volta vidi che la rete era seriamente intasata. Le commissioni di transazione salirono vertiginosamente, i saldi rallentarono fino a fermarsi e un gran numero di rampe di accesso e di uscita stavano chiudendo a causa degli elevati costi di conformità. Non capivo cosa stesse accadendo e contattai diversi esperti che mi parlarono di una sorta di guerra civile che si era sviluppata nel mondo delle criptovalute. I cosiddetti “massimalisti” si erano opposti all’adozione diffusa: a loro piacevano le commissioni elevate, non importava la lentezza dei settlement e molti acclamavano la chiusura di exchange grazie alla repressione dello stato.

Allo stesso tempo stavano diventando disponibili nuove tecnologie che avrebbero migliorato notevolmente l’efficienza e la disponibilità degli scambi in dollari fiat: Venmo, Zelle, CashApp, pagamenti tramite Facebook e molti altri ancora, oltre agli allegati per smartphone e iPad che consentivano a qualsiasi commerciante di qualsiasi dimensione di accettare le carte di credito. Queste tecnologie erano completamente diverse da Bitcoin, perché erano basate su autorizzazioni e mediate da società finanziarie. Ma agli utenti sembravano fantastiche e la loro presenza sul mercato estrometteva il caso d’uso di Bitcoin proprio nel momento in cui era diventato una versione irriconoscibile di sé stesso.

Il fork di Bitcoin in Bitcoin Cash avvenne due anni dopo, nel 2017, e fu accompagnato da grandi grida e urla come se stesse accadendo qualcosa di orribile. In realtà tutto ciò che stava accadendo era un mero ripristino della visione originale del fondatore, Satoshi Nakamoto. Credeva, come gli storici monetari del passato, che la chiave per trasformare qualsiasi merce in denaro fosse l’adozione e l’uso. È impossibile persino immaginare le condizioni in cui una qualsiasi merce possa assumere la forma di denaro senza un caso d’uso praticabile e commerciabile. Bitcoin Cash rappresentava un tentativo di ripristinarlo.

Il momento per far accelerare l’adozione di Bitcoin era il 2013-2016, ma quel momento è stato compresso in due direzioni: la deliberata limitazione della capacità di scalabilità della tecnologia sottostante e la spinta di nuovi sistemi di pagamento per escluderne il caso d’uso. Come dimostra questo libro, alla fine del 2013 Bitcoin era già stato preso di mira. Quando Bitcoin Cash è arrivato in soccorso, la rete aveva cambiato completamente il suo focus dall’uso all'accaparramento compulsivo e alla creazione di tecnologie di secondo livello per affrontare i problemi di scalabilità. Eccoci nel 2024 con un settore che fatica a trovare la sua strada in una nicchia, mentre i sogni di un prezzo “verso la luna” stanno svanendo nella memoria.

Questo è un libro che doveva essere scritto. È la storia di un'occasione mancata per cambiare il mondo, una tragica storia di sovversione e tradimento. È anche una storia piena di speranza sugli sforzi che possiamo compiere per garantire che il dirottamento di Bitcoin non sia il capitolo finale. C’è ancora la possibilità che questa grande innovazione liberi il mondo, ma il percorso da qui a lì è più tortuoso di quanto chiunque di noi avesse mai immaginato.

Roger Ver non vuole auto-celebrarsi in questo libro per aver avuto ragione, ciononostante è un protagonista di questa saga, non solo esperto della tecnologia sosttostante ma anche un uomo che si è aggrappato a una visione emancipatrice di Bitcoin dagli albori fino ai giorni nostri. Condivido il suo impegno verso l’idea di una valuta peer-to-peer per le masse, insieme a un mercato competitivo per il denaro. Questa è una storia documentaria estremamente importante e la sola polemica metterà alla prova chiunque creda di essere dall'altra parte. Indipendentemente da ciò, questo libro doveva essere scritto, per quanto doloroso. È un dono per il mondo.

Questa storia vi sembra familiare? Infatti lo è. Abbiamo visto questa traiettoria ripetersi settore dopo settore. Le istituzioni nate e costruite da ideali vengono successivamente convertite da varie forze di potere e intenti nefasti in qualcosa di completamente diverso. L'abbiamo visto accadere alla tecnologia digitale in particolare e a Internet in generale, per non parlare della medicina, della sanità pubblica, della scienza, del liberalismo e molto altro ancora. La storia di Bitcoin segue la stessa traiettoria, una concezione apparentemente immacolata deviata verso uno scopo diverso, e che serve ancora a ricordare che da questa parte del paradiso non ci sarà mai un’istituzione o un’idea immune al compromesso e alla corruzione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 12 giugno 2024

La filosofia del massimalismo della libertà

La conoscenza è statica e limitata, la libertà d'indagine è dinamica e illimitata. Quando il linguaggio viene imbastardito definendo truffaldino tutto ciò che non si adatta alla “linea del partito”, e truffatore chiunque non si conformi, la semantica diventa un luna park per i commissari del linguaggio. Come il ragazzino che gridava al lupo, il rumore scavalca l'informazione genuina e la comunicazione efficace viene distrutta. Rotture come questa sono quei fallimenti che causano la “follia delle folle”. Per mantenere l’integrità della comunicazione e del coordinamento umano, la semantica non deve mai essere sottoposta a revisione, perché le ideologie sono guerre linguistiche. La libertà conta più di ogni altra cosa e il massimalismo della libertà si basa su un’adesione dogmatica ai suoi principi. Essendo l’unico mezzo per scoprire la verità, l’indagine non dev'essere mai scoraggiata. Il massimalismo della libertà “si chiede”: qual è lo scopo di questo progetto? Cosa non vedo? Dove potrei sbagliarmi? Raccontare è intrinsecamente propagandistico, poiché implica l'avanzamento di una struttura di conoscenza statica; chiedere, invece, è in bilico tra l'intenzione di scoperta, un invito a interagire con ciò che non si conosce e imparare qualcosa di nuovo. Il massimalismo della libertà lascia parlare l’avvocato del diavolo. Di fronte all’ignoto, solo la ricerca può redimerci. È fondamentale, qui, esaltare la mia libertà e quella degli altri di esprimere e testare le proprie preferenze in un libero mercato. Non credo nel protezionismo comunista inteso a isolare le persone dalle conseguenze delle loro decisioni: questo ragionamento anti-darwiniano è, ad esempio, alla base delle leggi di “accreditamento degli investitori” negli Stati Uniti, le quali inibiscono la funzione di ricerca della verità e contribuiscono ad alimentare disparità di ricchezza. Abbracciare la filosofia del massimalismo della libertà significa scambiare idee liberamente e seriamente in uno spirito fedele al sovranismo, senza riguardo per regolamenti o regolatori di alcun tipo. La libertà è un “dito medio” di fronti a tutti quei tentativi che intendono usare forza, violenza e minacce per arrivare a una sottomissione fisica e psicologica l'individuo.

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di Robert Breedlove

Il massimalismo della libertà è una filosofia semplice e radicata in una realtà indiscutibile: ogni persona possiede sé stessa. L’autoproprietà è assiomatica. Affermare che essa sia falsa è di per sé un’espressione di autoproprietà: non si può discuterne senza dimostrarlo. Così come una linea retta è la distanza più breve tra due punti nello spazio piatto, ovvero 2+2=4, allo stesso modo ogni persona possiede il proprio corpo. Non sono necessari esperimenti per verificare tali verità assiomatiche e aprioristiche: esse sono, come dicevano i padri fondatori americani, evidenti. Se qualcuno afferma che 2+2=5, non ho bisogno di eseguire esperimenti per verificare empiricamente la sua affermazione, è falsa a priori.


L’individualismo è assiomatico

Molti credono che sia necessario “dimostrare” la conoscenza attraverso la sperimentazione, ma la conoscenza a priori non è empirica. Invece essa è dedotta da un insieme di assiomi: è razionalizzata da presupposti fondativi. Per questo motivo l’epistemologia a priori è talvolta chiamata razionalismo. Agli antipodi c'è il mondo del metodo scientifico – che coinvolge ipotesi, sperimentazione e iterazione – noto come empirismo. Il razionalismo è ciò che vediamo, l’empirismo è ciò che vediamo. Le verità derivate assiomaticamente prevalgono e correggono l’osservazione, e non il contrario. Il razionalismo è più fondamentale per la conoscenza rispetto all’empirismo.

In economia ci sono diverse verità radicate nel razionalismo. Ad esempio, si preferisce sempre una maggiore quantità di beni piuttosto che una quantità minore (il che sembra ovvio, poiché una maggiore “bontà” è chiaramente preferibile). Altre verità a priori dell’economia includono: le soddisfazioni presenti sono preferite a quelle future, la produzione deve precedere il consumo, ciò che viene consumato ora non può essere consumato di nuovo, la tassazione riduce la produttività e ogni livello di tassazione risulta nella biforcazione della società (in contribuenti di tasse e consumatori di tasse). Tutto ciò si deduce dall'assioma fondamentale dell'economia: l'essere umano agisce.

L’autoproprietà è facilmente dimostrabile attraverso l’azione. Se io provo a muovere il tuo braccio sinistro, non succede nulla; se tu provi a muovere il tuo braccio sinistro, ecco che si manifesta l'azione. Non ci sono argomenti, politiche, o regolamenti che possano cambiare questa situazione. Io possiedo me stesso; tu possiedi te stesso. Anche se voleste vendere la vostra autoproprietà, non potreste farlo; potreste invece scegliere di scambiare il vostro tempo con denaro o altri beni, ma è impossibile barattare il vostro libero arbitrio. Come scrisse Rothbard nel suo libro, L’etica della libertà, il libero arbitrio è inalienabile:

La distinzione tra il lavoro alienabile di un essere umano e la sua volontà inalienabile può essere spiegata come segue: un essere umano può alienare il suo servizio, ma non può venderne il valore futuro capitalizzato. In breve, egli non può, per natura, vendersi come schiavo e far rispettare questa vendita, perché ciò significherebbe che la sua futura volontà sulla propria persona verrebbe ceduta in anticipo. Un essere umano può spendere il suo lavoro attuale a beneficio di qualcun altro, ma non può trasferirsi, anche se lo volesse, nel bene capitale permanente di un altro essere umano. Non può liberarsi della propria volontà, che in futuro può cambiare e ripudiare la disposizione attuale. Il concetto di “schiavitù volontaria” è infatti contraddittorio, poiché finché il lavoratore rimane totalmente sottomesso volontariamente alla volontà del suo padrone, non è ancora uno schiavo poiché la sua sottomissione è volontaria; mentre se in seguito cambiasse idea e il padrone imponesse la sua schiavitù con la violenza, la schiavitù non sarebbe allora volontaria.

La vostra forza di volontà è vostra e soltanto vostra: negare questa verità a priori significa autoingannarsi. Detto in modo semplice: nessuno può vantare rispetto alla propria vita un diritto più alto rispetto a quello che ha su di sé. L'autoproprietà è da dove deriva il concetto di proprietà, che deriva dalla parola latina proprius e che significa “proprio”. Tutti gli individui sono liberi. Nessun individuo o gruppo può possederne un altro. La ragione, la coscienza e la volontà umana individuale sono forme di proprietà inalienabile: non possono essere alienate da sé stessi e né scambiate, nemmeno volontariamente. Qualsiasi pretesa di proprietà da parte di qualcuno su qualcun altro è una bugia. L’individualismo è la verità assiomatica dell’esistenza umana.


L'individuo: una comunità nel tempo

Gli individui esistono a livello intertemporale: ciascuno di noi è una comunità di noi stessi che si estende nel tempo. Ogni azione umana è un mestiere con un sé futuro astratto e potenziale: leggi oggi, sii intelligente domani; investi oggi, sii più ricco domani. Il sacrificio e la gratificazione posticipata – in una parola, il lavoro – sono il modo in cui migliorano sia gli individui che le economie.

Ogni individuo esprime una preferenza nei confronti del tempo nelle proprie azioni. Man mano che la “preferenza temporale” di un individuo diminuisce, maggiore è la considerazione degli altri (presente e futuro astratto) in ogni azione. Una preferenza temporale bassa riflette una sfera di considerazione più ampia e quindi una moralità più elevata. La preferenza temporale è quantificata dal tasso d'interesse naturale sul libero mercato. Spesso considerato il “prezzo del denaro”, il tasso d'interesse naturale quantifica il grado in cui gli attori del mercato preferiscono ricevere capitale nel presente rispetto al futuro. In altre parole, più alto è il tasso d'interesse, più gli attori di mercato sono “interessati” a ricevere capitale il prima possibile.

La civiltà è un fenomeno sociale cooperativo quantificato dal tasso d'interesse naturale. Più è basso, più lunghi sono gli orizzonti temporali aggregati posseduti dalla civiltà e maggiore diventa la sfera complessiva della considerazione interpersonale. Questa relazione intertemporale all'interno di ciascun individuo si manifesta collettivamente nei tre principi della legge naturale: vita, libertà e proprietà.


Vita, libertà e proprietà

La vita, la libertà e la proprietà sono legate alle libertà personali passate, presenti e future. Il vostro futuro è la vostra vita. Se venite assassinati o uccisi, perdete la vostra libertà futura. Il vostro presente è la vostra libertà. Se venite imprigionati o costretti in altro modo, perdete la vostra libertà nel presente. Il vostro passato è di vostra proprietà. Se quest'ultima viene violata, perdete i frutti delle vostre libertà passate.

La proprietà nel senso tradizionale di “roba” posseduta personalmente è un prodotto della vita e della libertà precedentemente combinate con i fattori produttivi della natura. La proprietà è il proprio rapporto con i “frutti del proprio lavoro”. La proprietà è una naturale estensione dell’autoproprietà. Ognuno di noi è la proprietà più personale esistente e le cose che acquisiamo onestamente esprimendo la nostra proprietà personale diventano la nostra legittima proprietà. La “giusta acquisizione” include la fabbricazione, l’homesteading e il libero scambio. Rothbard ne scrisse appoggiandosi all'esempio di Robin Crusoe che vive da solo su un'isola:

Crusoe, finendo su una grande isola, può strombazzare al vento la sua 'proprietà' dell'intera isola. Ma, in realtà, egli possiede solo la parte che colonizza e mette in uso [...]. L'unico requisito è che la terra una volta messa in uso diventi proprietà di colui che vi ha mescolato il suo lavoro, che ha impresso il timbro della sua energia personale sulla terra.

Sebbene l’autoproprietà sia inalienabile, la proprietà giustamente acquistata è alienabile. In altre parole, è impossibile barattare la vostra proprietà personale, ma è possibile scambiare i prodotti che avete fabbricato, coltivato o ricevuto commerciando liberamente con altri individui. La proprietà – e la sua origine assiomatica, l’autoproprietà – sono fondamentali per tutti i diritti umani. Come scrisse Ayn Rand nel suo libro, La virtù dell’egoismo:

Il diritto alla vita è la fonte di tutti i diritti e il diritto alla proprietà è la loro unica attuazione. Senza diritti di proprietà, nessun altro diritto è possibile. Poiché l'essere umano deve sostenere la propria vita con i propri sforzi, colui che non ha diritto al prodotto dei propri sforzi non ha mezzi per sostenere la propria vita. L’essere umano che produce mentre altri consumano il suo prodotto è uno schiavo.

L'incapacità di accumulare i guadagni delle proprie libertà passate è restrittiva per l'individualismo. A cosa serve lavorare se i frutti del proprio lavoro non sono conservabili nel tempo? La proprietà sancisce sia il diritto di godere sia la responsabilità di prendersi cura dei numerosi prodotti generati da e tramite l'azione umana. Diritti e responsabilità sono due facce della stessa medaglia: potete avere diritto a un pasto caldo al giorno, ma chi è lo chef incaricato di prepararlo? Le persone che esercitano le libertà intertemporali dell'autoproprietà – espresse come vita, libertà e proprietà – determinano il delicato equilibrio di diritti e responsabilità all’interno del nostro mondo.

La preservazione dei diritti di proprietà è l’unico modo per proteggere la civiltà dalla corruzione e dal marciume sistemico. La violazione dei diritti di proprietà – sia attraverso l’inflazione della valuta fiat, la tassazione, o la regolamentazione in qualsiasi forma – è un percorso garantito verso il collasso della civiltà. La proprietà inviolabile, quindi, è l’unica base concepibile per una civiltà veramente libera e sostenibile. In quanto prodotto delle libertà passate, la proprietà sostiene e migliora le libertà presenti e future. Radicata assiomaticamente nella realtà indiscutibile dell’autoproprietà individuale, la proprietà è un amplificatore della libertà e della vita. La proprietà resistente alla violazione migliora le libertà umane, presenti e future.

Una civiltà basata sulla semplice verità dell’autoproprietà massimizza la libertà. Quando quest'ultima è massimizzata, lo è anche la creazione di ricchezza aggregata. Aderendo ai principi della Legge Naturale – vale a dire, onorando le libertà del passato, del presente e del futuro – gli esseri umani possono mitigare al massimo la scarsità economica e ottimizzare l’uguaglianza delle opportunità individuali. Il massimalismo della libertà è una filosofia semplice che, se seguita rigorosamente, ottimizza l’arricchimento economico ed etico umano. Dato l’egoismo della natura umana, il massimalismo della libertà non sarebbe mai stato possibile senza la proprietà inviolabile che Satoshi Nakamoto ha fortunatamente donato al mondo all’inizio del XXI secolo. Essendo la più alta implementazione della Legge Naturale, Bitcoin è l’impalcatura necessaria per raggiungere i livelli più alti della civiltà umana. Tutte le controargomentazioni contro questo cambiamento paradigmatico sono attacchi autoconfutanti alla realtà indiscutibile dell’autoproprietà.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 11 giugno 2024

La teoria del vantaggio comparato di Ricardo: l'idea meno compresa del nostro tempo

 

 

di Gary Galles

Gli oppositori di coloro che sostengono i diritti di proprietà privata e il libero mercato spesso sono chiamati darwinisti sociali e secondo questi ultimi i primi desiderano sterminare i deboli a beneficio dei forti. Ciononostante grazie al capitalismo entrambi i gruppi guadagnano e praticamente tutti sopravvivono meglio, compresi i più deboli, senza violare la libertà individuale, rendendo quindi la loro tesi antidarwiniana.

Suddetti oppositori non riescono a vedere che gli accordi volontari del mercato sostituiscono la proverbiale legge della giungla. La competizione per creare ricchezza aggiuntiva non produce perdite a lungo termine, alla fine ci sono solo beneficiari. La retorica del darwinismo sociale “cane mangia cane”, “sopravvivenza del più forte”, però, lo ignora volutamente e ciò è dovuto alla sua incomprensione sia del vantaggio assoluto che del vantaggio comparato.


Vantaggio assoluto e comparato

Cosa accadrebbe se i lavoratori del gruppo B fossero bravi esattamente la metà nel produrre sia il bene X che il bene Y rispetto ai lavoratori del gruppo A? In tal caso i lavoratori del gruppo B non sarebbero tra i “più forti”, ma il vantaggio assoluto dei lavoratori del gruppo A significherebbe che i lavoratori del gruppo B morirebbero di fame? No. Qualora non venisse impedito l’aggiustamento dei salari, entrambi i gruppi lavorerebbero in modo produttivo.

Se fossi produttivo la metà di voi in tutto, potrei ancora sopravvivere sul mercato perché con la metà del vostro stipendio il mio costo di produzione sarebbe lo stesso del vostro. Laddove ai salari viene impedito di rispondere a capacità così diverse, possono verificarsi risultati negativi (come con le leggi sul salario minimo a $15 l’ora che possono sopravvalutare il lavoro poco qualificato e ridurne l’occupazione) ed è questo l'unico esito di chi vuole controllare i mercati, non di permettendo loro di funzionare adeguatamente.

Se cambiamo l’esempio di sopra in modo che i lavoratori B fossero produttivi la metà di quelli A nel produrre il bene X, ma solo un terzo nel produrre il bene Y, i lavoratori B non sarebbero ancora tra quelli apparentemente più adatti, poiché i lavoratori A avrebbero ancora un vantaggio assoluto nel produrre entrambi i beni. Ma ora i lavoratori B avrebbero un vantaggio comparato (o relativo) nel produrre il bene X rispetto ai lavoratori A, perché dovrebbero rinunciare solo a due terzi di Y per unità di X che producono rispetto ai lavoratori A.

Quando si permette ai prezzi di aggiustarsi e il commercio non viene limitato artificialmente, nessun lavoratore viene reso inoccupabile. Entrambi i gruppi di lavoratori possono guadagnare facendo in modo che i lavoratori B si specializzino nella produzione di X (in cui sono relativamente migliori), alcuni dei quali vengono scambiati con i lavoratori A in cambio della produzione di Y da parte loro (in cui sono relativamente migliori). Infatti, in questo caso i lavoratori B sono relativamente più adatti per la produzione di X sul mercato, anche se sono meno adatti dei lavoratori A in modo assoluto.

Questo è, in sostanza, ciò che David Ricardo dimostrò con la sua teoria del vantaggio comparato nel 1817. Anche se i lavoratori di un Paese sono meno produttivi nel produrre tutti i beni rispetto ai lavoratori di un altro Paese, la specializzazione basata sul vantaggio comparato combinata con il commercio internazionale può avvantaggiare entrambi i lavoratori.


Sia vero che non ovvio

Ed è un’idea importante da capire. Secondo Deirdre McCloskey, quando il matematico Stanislav Ulam sfidò il premio Nobel Paul Samuelson a nominare un principio nelle scienze sociali che fosse allo stesso tempo vero e non ovvio, la sua risposta fu: “La teoria di Ricardo del vantaggio comparato”. E ha aggiunto:

[Che] non sia banale è attestato dalle migliaia di uomini importanti e intelligenti [e anche donne, cara] che non sono mai state in grado di afferrare la dottrina da soli o di crederci dopo che è stata loro spiegata.

La critica darwinista nasce dall’idea che solo coloro che sono i migliori in assoluto in qualcosa sopravvivono, mentre gli altri cadono nel dimenticatoio. Ma questa non è la realtà della concorrenza di mercato. Finché le persone sono libere di perseguire i propri interessi e non viene impedito artificialmente l’aggiustamento dei prezzi di mercato, tenderanno a scegliere di specializzarsi in ciò in cui hanno un vantaggio comparato, anche se sono peggiori in assoluto nel produrre tutto e non possono pretendere un vantaggio assoluto in qualsiasi cosa.

Gli aggiustamenti dei prezzi nei mercati consentono anche a coloro che sono meno capaci in senso assoluto di sopravvivere piuttosto che essere eliminati. E come dice Sheldon Richman: “Sul mercato i meno 'in forma' non muoiono, guadagnano solo meno soldi. Questa non è una considerazione da poco quando si confronta il capitalismo con altri assetti sociali”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 10 giugno 2024

Le buone letture di Freedonia: una palestra per sviluppare il proprio vantaggio competitivo

 

 

di Francesco Simoncelli

È confortante festeggiare con voi, cari lettori, il quattordicesimo anno di pubblicazioni di questo spazio divulgativo. Confortante perché, dati i tempi bui che corrono veloci oggigiorno, un'isola di consapevolezza si è trasformata nel tempo in un continente. Grazie al vostro supporto, infatti, il mio blog sta resistendo alla prova del tempo e, soprattutto, è riuscito a creare indirettamente una rete di conoscenza capace di fornire aiuto a tutti coloro che ancora brancolavano nel buio. Il trampolino di lancio verso una maggiore comprensione delle meccaniche alla base dell'economia e della geopolitica è senza dubbio la Scuola Austriaca, soprattutto per la metodologia d'indagine che insegna attraverso la prasseologia. La riscoperta dei fondamenti di logica rappresenta essa stessa un vantaggio competitivo verso coloro che invece accettano passivi la dissonanza cognitiva che risuona più forte, ormai, da 4 anni a questa parte. Ecco, se dovessi citare un solo tipo di valore aggiunto offerto dal mio blog è precisamente il vantaggio competitivo: la possibilità di costruire una posizione di superiore capacità strategica rispetto a tutti coloro che invece ignorando la direzione verso sui sta precipitando l'ambiente socioeconomico.

Per quanto cinico possa sembrare, avere un vantaggio competitivo rispetto agli altri significa arretrare lungo la fila di coloro che vengono sacrificati sull'altare della race to the bottom tra i vari stati mondiali. Costruire una posizione di vantaggio richiede pazienza, tempo e costanza; tutte virtù che invece sono scoraggiate da frenesia, polarizzazioni e incostanza, i beni di consumo intellettuali più venduti dalla narrativa generalista. In questo modo il senso critico viene sottosviluppato e ci si affida per l'interpretazione e la percezione della realtà a chi si suppone sia in possesso di una conoscenza in qualche modo superiore. Il presupposto plausibile secondo cui risparmiare tempo e accedere a un pacchetto di informazioni già “ragionato” e prontamente assimilabile è allettante, ma, inutile dire, porta con sé i semi della deresponsabilizzazione e di una fiducia incondizionata nei confronti di presunti “esperti del settore” (vi ricordate i “professionisti dell'informazione”, sì?). Un esempio recente è un articolo sull'innalzamento dei mari, dove, così come per il periodo della pandemia, vengono implementati trucchi statistici per far dire ai numeri ciò che si vuole. Infatti il metodo scientifico è una cosa, mentre l'industria scientifica è un'altra: se si segue la logica, si scoprirà che la letteratura scientifica è in disaccordo con quanto si dice a livello di media generalisti riguardo l'innalzamento dei mari accelerante.

Oppure prendiamo un altro esempio, quello più recente degli incentivi auto. Cosa si vede? Viene stimolato un settore specifico dell'economia aspettandosi un effetto a cascata sugli altri. Cosa NON si vede? Si sottraggono arbitrariamente risorse da altri settori i quali vedono ridimensionarsi o peggio vanno in bancarotta, contraendo l'offerta di beni esistenti. Man mano che lo stimolo fiscale si fa strada nell'economia più ampia i prezzi aumentano in modo disordinato, non solo ma essi sono sottoposti a un'ulteriore spinta al rialzo dovuta alla suddetta contrazione dell'offerta. I sussidi, quindi, per quanto possano sembrare fare bene nel breve termine, sono un veleno nel medio-lungo termine.

Arriviamo, quindi, a mettere dei paletti: lo scambio tra individui è assolutamente volontario, spinto dall'azione di entrambi di trovare un miglioramento per il proprio standard di vita. Il principio assiomatico di partenza è sempre lo stesso, ovvero, quello dell'azione umana, affiancato da un altro principio assiomatico, stavolta di natura etico/morale, che è quello del principio di non aggressione. L'apriorismo di quest'ultimo è dato dal fatto che la cooperazione umana è stata l'arma vincente che ha permesso agli esseri umani di sconfiggere lo stato di natura. Di conseguenza una riduzione del conflitto e una massimizzazione di azioni reciprocamente vantaggiose rappresentano la via sicura verso prosperità e crescita. Tale punto di partenza, per quanto teorico possa essere o sembrare, è inviolabile concettualmente e quindi sempre vero. Inutile dire, poi, che esiste la pratica ed essa, per quanto possa essere mutevole, non può violare suddetti principi. Si può spostare l'equilibrio tra azioni reciprocamente vantaggiose e conflitti, ma ciò significa direzionarsi inevitabilmente verso decrescita, stagnazione economica e regressione produttiva. La miopia di fronte a questa deriva significa un'erosione del bacino della ricchezza reale, con tutte le conseguenze del caso per gli standard di vita delle persone. E qual è quell'istituzione che prospera maggiormente da una situazione di conflittualità? Lo stato, dato che la burocrazia è chiamata a “risolvere” i conflitti. Il crowding-out delle risorse economiche scarse da parte dell'apparato statale va a ridurre inevitabilmente la torta economica esistente, fino ad arrivare a un punto in cui non viene creata più bensì dev'essere ridistribuita quella esistente. Allora il circolo vizioso della burocrazia si espande e la gravitazione di maggiori risorse alla sua espansione genera a sua volta più conflitti.

Questa è, fondamentalmente, la spiegazione alla base della presunta discordia (in ambito economico) che esiste tra gli individui, nonché la necessità di svalutare la valuta nel tempo, la tassazione per tenere in piedi il circo dei bond sovrani e la sottrazione silenziosa di energia/tempo alla classe media.

L'impalcatura intellettuale e d'indagine metodologica qui riassunta serve a mostrare la potenza che ha il ragionamento logico riconquistato e il ritorno della percezione della realtà negli occhi di chi osserva, non di chi viene osservato. Ovviamente è un percorso che richiede un certo grado d'impegno per essere assorbito, soprattutto perché, come Socrate insegnava, è necessario un lavoro di decostruzione delle presunte verità che si sono assimilate in precedenza e successivamente un percorso di costruzione di quelle acquisite ex novo. Immaginate, quindi, questo spazio d'informazione come una sorta di palestra per allenare il proprio spirito critico e confrontarsi con la realtà dei fatti e non con la realtà che vorremmo credere sia reale.

A tal proposito, le donazioni sono a oggi uno degli strumenti più importanti che consente di far proseguire l'opera del blog. Se vi piace quello che faccio, o se ritenete semplicemente che si debba continuare a farlo, le donazioni sono il modo principale di garantire la continuità di questo prodotto. Quando ci sono i soldi di mezzo il politicamente corretto vale 10 volte di più rispetto alle “voci fuori dal coro”; queste ultime, infatti, non godendo di sponsor, fanno fatica a finanziarsi e possono estendere la loro vita grazie soprattutto al finanziamento del singolo lettore. Se quello che faccio per voi ha un valore, investite per supportare il blog e permettete a quest'opera di divulgazione di andare avanti.

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