martedì 7 luglio 2026

Tsunami del debito: l'eredità di Alan Greenspan

La proposta di Judy Shelton sui Treasury Trust Bond incarna una classe speciale di debito pubblico pensata per ricollegare il dollaro all'oro pur tuttavia senza riportare formalmente gli Stati Uniti al classico gold standard. Il suo obiettivo dichiarato era quello di reintrodurre la disciplina di mercato nel sistema monetario, preservando al contempo un ruolo formale per il governo statunitense. La struttura è semplice, ma le implicazioni sono significative. Il Dipartimento del Tesoro emetterebbe un'obbligazione che non paga interessi periodici. L'investitore, invece, acquista lo strumento a sconto e riceve un pagamento predefinito alla scadenza. La caratteristica distintiva è l'opzione di riscatto: alla scadenza il detentore potrebbe scegliere tra il valore nominale in dollari o una quantità predefinita di oro. Questa scelta trasforma l'obbligazione in un referendum sul potere d'acquisto a lungo termine del dollaro. La Shelton ha presentato l'idea in una forma più simbolica: un titolo del Tesoro convertibile in oro con scadenza a 50 anni, emesso il 4 luglio 2026, in occasione del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, e con scadenza il 4 luglio 2076, in occasione del 300° anniversario. Ha anche fatto riferimento alle 261 milioni di once d'oro statunitensi, ancora registrate nei libri contabili a $42 l'oncia, mentre il valore di mercato è di gran lunga superiore. Secondo la sua impostazione l'oro non dovrebbe essere venduto, dovrebbe essere mobilitato come garanzia e strumento di credibilità. Questa distinzione è importante: la proposta non è quella di liquidare Fort Knox per finanziare il deficit, si tratta di utilizzare le riserve auree statunitensi come meccanismo di garanzia per uno specifico strumento. Un Treasury Trust Bond creerebbe un prezzo di mercato per la fiducia nel dollaro. Se gli investitori preferiscono i normali titoli del Tesoro, il segnale è che si fidano del dollaro, della FED e della politica fiscale; se invece preferiscono i titoli del Tesoro convertibili in oro, il segnale è diverso: il mercato desidera protezione contro il deprezzamento del dollaro, lo slittamento della politica fiscale o la discrezionalità monetaria. La FED continua ad esistere, ma il mercato riceve uno strumento in grado di misurare, in tempo reale, se gli investitori a lungo termine preferiscono il rimborso in valuta fiat o il rimborso indicizzato all'oro. L'implicazione sul dollaro è quindi sottile. Un Treasury Trust Bond non è anti-dollaro, è un tentativo di renderlo più credibile costringendolo a competere con l'oro all'interno della curva dei rendimenti dei titoli del Tesoro. Gli Stati Uniti non abbandonerebbero il dollaro, bensì affermerebbero piuttosto che è sufficientemente forte da poter essere misurato rispetto all'oro. Per il metallo giallo l'implicazione è ancora più diretta: passerebbe da riserva passiva a garanzia monetaria attiva. Questo rappresenterebbe un importante cambiamento psicologico: l'oro non sarebbe più una copertura contro l'inflazione e una riserva della banca centrale, diventerebbe un punto di riferimento per la disciplina del credito sovrano. L'inversione di tendenza definitiva dall'eredità Greenspan. Questa, infatti, è la vera innovazione: una tale obbligazione non si limiterebbe a raccogliere fondi, ma rappresenterebbe un termometro della fiducia.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/tsunami-del-debito-leredita-di-alan)

Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006, incarna una sorprendente svolta ideologica, passando da sostenitore del gold standard ad architetto del moderno sistema finanziario espansivo, alimentato dal debito. È scomparso all'età di 100 anni e questo rappresenta un buon momento per valutare la sua eredità e spiegarne l'importanza.

Negli anni Sessanta, da giovane economista influenzato da Ayn Rand e dall'Oggettivismo, Greenspan sostenne con forza il sistema aureo. Nel suo saggio del 1966, “Oro e libertà economica”, sostenne che la moneta coperta dall'oro fosse essenziale per il capitalismo. Essa impediva agli stati di inflazionare la valuta per finanziare lo Stato sociale o i deficit, prevenendo l'erosione dei risparmi e i cicli di boom & bust causati dalla manipolazione della moneta fiat. Considerava le banche centrali e la moneta scoperta come strumenti per la confisca occulta della ricchezza attraverso l'inflazione.

Fu proprio quel saggio a fargli guadagnare l'affetto di Ayn Rand. Divenne un membro stimato della sua cerchia ristretta in un periodo in cui tali circoli influenti dominavano la scena di Manhattan. Si guadagnò la sua fiducia mentre la sua società di consulenza acquisiva sempre maggiore influenza. I suoi clienti erano tra i più importanti di Wall Street. La sua vicinanza alla Rand e alla sua cerchia contribuì alla percezione, diffusa all'epoca, che le idee della stessa Rand fossero in ascesa, come dimostrava la costante crescita delle vendite dei suoi libri.

Una volta al potere, però, Greenspan operò all'interno del sistema che un tempo aveva criticato. Divenne noto per la sua politica monetaria discrezionale e flessibile, che privilegiava la stabilità e la crescita economica a breve termine rispetto a regole rigide.

Tra gli elementi chiave figurava la “Greenspan Put”.

I mercati si sono abituati ad aspettarsi che la FED riducesse i tassi di interesse e iniettasse liquidità durante le crisi per attutire il calo dei prezzi degli asset. Questo processo è iniziato con il crollo del mercato azionario del 1987 (Lunedì Nero), durante il quale Greenspan confermò la disponibilità della FED a fornire liquidità.

Questo fu l'inizio di quello che in seguito divenne noto come Quantitative Easing, o allentamento monetario quantitativo, come metodo per affrontare le turbolenze dei mercati. Rappresentò un ripudio totale delle linee di politica di Paul Volcker dal 1979 al 1982, l'ultima volta in cui questo Paese permise a una recessione economica di seguire il suo corso naturale anziché ricorrere a metodi artificiali di stimolo della domanda. Fu una prova della teoria della Scuola Austriaca, secondo la quale le recessioni servono a eliminare gli investimenti sbagliati e a preparare il terreno per una nuova prosperità.

Il test contribuì a creare le condizioni per il boom degli anni '80. Eppure, allo stesso tempo, abbiamo assistito a misure di deregolamentazione finanziaria e bancaria che avrebbero favorito nuove forme di finanziamento creditizio, offuscando le vecchie distinzioni tra risparmi e depositi a vista. Fu proprio questo cambiamento a modificare radicalmente il funzionamento del capitalismo.

Con una moneta solida e un libero mercato, il tasso di interesse rifletteva il tasso di risparmio. Gli investitori prendevano in prestito solo ciò che avevano a disposizione, mentre i risparmiatori venivano premiati per la loro parsimonia con alti tassi di interesse. Il tasso di rendimento del capitale finanziario tendeva a un equilibrio identico ai livelli di produzione industriale. Ciò significa che era sempre più conveniente risparmiare che assumersi rischi, a meno che non si avesse intenzione di intraprendere attività speculative imprenditoriali. Questo era l'equilibrio: risparmiare, investire, crescere.

Gli sforzi di Greenspan ribaltarono completamente la situazione. La Federal Reserve intraprese un nuovo esperimento che avrebbe premiato il debito più del risparmio attraverso un semplice stratagemma: abbassò i tassi d'interesse al punto che risparmiare rendesse meno che investire in azioni, in modo che chiunque potesse indebitarsi e investire, guadagnando di più sui mercati finanziari. Iniziò così quella che viene chiamata finanziarizzazione. Rovesciò i meccanismi tradizionali del capitalismo, introducendo un nuovo sistema di calcolo che smise di premiare il risparmio e iniziò a premiare la leva finanziaria al di sopra di ogni altra cosa.

Un risultato davvero notevole per un uomo che decenni prima aveva condannato proprio questo sistema!

Questa strategia fu riproposta in risposta alla crisi LTCM del 1998, al crollo delle dot-com (2000-2001) e al periodo successivo all'11 settembre. Gli investitori hanno incorporato nei prezzi questa protezione implicita contro i ribassi, come un'opzione put, incoraggiando una maggiore assunzione di rischi, l'utilizzo della leva finanziaria, il servizio del debito e una speculazione sfrenata.

Dopo lo scoppio della bolla delle dot-com e l'11 settembre, la Federal Reserve sotto la guida di Greenspan ridusse il tasso di riferimento a un minimo storico di circa l'1% tra il 2003 e il 2004, mantenendolo a quel livello. Ciò creò credito a bassissimo costo, alimentando i prestiti, la leva finanziaria e l'aumento dei prezzi degli asset (soprattutto degli immobili). Questo alimentò direttamente la bolla immobiliare di metà anni 2000, rendendo i mutui straordinariamente accessibili e incoraggiando i prestiti subprime.

Il risultato fu un azzardo morale e una cultura sfrenata di assunzione di rischi a scapito della prudenza finanziaria. La combinazione di salvataggi per i mercati (non necessariamente per le singole imprese) e tassi bassi alimentò la convinzione che la FED avrebbe sempre “ripulito” il mercato dopo le bolle speculative.

Ciò ha ridotto i rischi percepiti della speculazione, portando a una maggiore leva finanziaria, a mutui esotici e a una più ampia era di “finanziamento tramite debito” in cui l'espansione del credito ha superato la crescita produttiva. Lo stesso Greenspan parlò di “esuberanza irrazionale” nel 1996, ma non agì in modo decisivo per far scoppiare le bolle.

Il mandato di Greenspan ha coinciso con (e ha contribuito a favorire) un cambiamento strutturale verso livelli più elevati di debito pubblico-privato, la finanziarizzazione dell'economia e ripetute bolle speculative. La bolla immobiliare e la crisi del 2008 ne sono gli esempi più lampanti: la politica monetaria accomodante del periodo post-dot-com ha contribuito all'eccessivo indebitamento di famiglie e banche. Sebbene abbia difeso le sue azioni (sostenendo che le bolle sono difficili da individuare in tempo reale e che i bassi tassi di interesse non sono stati l'unica causa dei problemi del mercato immobiliare), le sue linee di politica hanno mascherato i crescenti rischi sistemici e hanno indirizzato gli Stati Uniti verso il disastro.

Negli anni successivi Greenspan espresse un giudizio favorevole sull'oro (ad esempio, definendolo la principale valuta mondiale e ammettendo, in conversazioni con Ron Paul, che la FED aveva cercato di imitare i segnali del gold standard). Riconobbe l'incompatibilità dello Stato sociale con la moneta forte, ma operò pragmaticamente all'interno del sistema.

Belle parole, ma guardate come si è comportato. I successori di Greenspan alla FED non hanno fatto altro che intensificare la sua apostasia, soprattutto Ben Bernanke, che è andato anche oltre, abbassando i tassi a zero e proteggendosi dalle conseguenze inflazionistiche riempiendo i caveau delle banche con denaro fasullo. Tutto questo ha creato innumerevoli istituzioni zombi, mentre la FED continuava a detenere nei propri bilanci questi asset fittizi e sopravvalutati.

Bernanke è stato succeduto da Janet Yellen, la quale ha cercato di attenuare i timori di inflazione all'inizio del 2021, poco prima che la svalutazione riducesse di un terzo il potere d'acquisto del dollaro. Non si tratta di un bilancio esemplare, per il quale Greenspan ha fatto da apripista.

Il giovane Greenspan vedeva l'oro come un freno agli eccessi dello stato e delle banche. Il Greenspan più anziano, esercitando un potere immenso alla FED, lo usò per appianare i cicli economici, con successo per un certo periodo (bassa inflazione, crescita stabile negli anni '90), ma al costo di costruire un'architettura finanziaria più fragile e dipendente dal debito.

Questa mentalità dell'“era Greenspan”, caratterizzata da politiche monetarie interventiste, ha influenzato i successori come Bernanke e continua a plasmare l'attuale contesto di elevato debito pubblico e bassi tassi di interesse (fino a poco tempo fa almeno), nonché le aspettative di interventi di salvataggio da parte della FED. Ha segnato un allontanamento decisivo dai principi di una moneta solida a favore di cicli di credito gestiti tramite la manipolazione della valuta fiat.

Stiamo ancora pagando un prezzo altissimo per questa cattiva gestione. Greenspan è la perfetta incarnazione del principio secondo cui le parole e i fatti devono coincidere, altrimenti si rischia di diventare uno strumento di ipocrisia e di una catastrofe che spazza via ogni convinzione intellettuale un tempo abbracciata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 6 luglio 2026

Trump ha smascherato il bluff dell'Europa

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di Wolfgang Munchau

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trump-ha-smascherato-il-bluff-delleuropa)

Il piano in 28 punti negoziato dalla Casa Bianca con il Cremlino non è affatto definitivo. È ben lungi dall'esserlo. È solo una bozza, niente di più, niente di meno. In ogni caso, Trump è un personaggio imprevedibile: potrebbe tirarsi indietro da un momento all'altro, ma questa volta non credo che lo farà.

Il piano, inizialmente diffuso su un canale Telegram, non è certo una soluzione ideale per l'Ucraina, ma, allo stesso tempo, non è una “capitolazione” e chi lo ha definito tale in realtà non desidera un accordo. L'Ucraina potrà migliorarlo, ma, a dire il vero, non di molto. “Non hai le carte giuste in mano”, ha detto Trump a Zelensky. Purtroppo, dopo il recente scandalo di corruzione, la sua posizione è più debole che mai.

Negli ultimi tre anni i funzionari statunitensi mi hanno ripetutamente detto che l'Ucraina non aveva alcuna possibilità di vincere la guerra. E dopo che l'America ha ritirato il suo sostegno all'inizio dell'anno scorso, è apparso chiaro che avevano ragione: l'Europa non è in grado di colmare il vuoto. Gli europei potranno anche essere i paladini, con aria di superiorità morale, del rapido collasso dell'ordine mondiale multilaterale, ma la storia ricorderà che, al momento decisivo, non erano pronti a passare dalle parole ai fatti. In media il sostegno totale all'Ucraina si è aggirato intorno ai €4 miliardi al mese durante la prima metà dell'anno scorso. A luglio e agosto è crollato a meno di €1 miliardo al mese, secondo il Kiel Institute. Nessun grande Paese europeo si è dimostrato disposto a tagliare la spesa pubblica o ad aumentare le tasse per finanziare l'Ucraina in modo significativo. La strategia europea, per quanto limitata alle apparizioni fotografiche con Zelensky, era quella di tenere i russi impegnati in combattimento fino a quando non si fossero stancati.

Purtroppo l'America si è stancata per prima e l'Europa non aveva un piano B.

Ora l'Europa è a corto di soldi e di idee... e Trump ha un piano. Ha puntato sul lungo termine. Le sue dure parole contro Vladimir Putin erano solo tattiche, volte a mascherare una strategia a lungo termine per porre fine alla guerra. Come ha suggerito Phillips O'Brien nella sua analisi “Long Con”, anche le sanzioni secondarie sul petrolio imposte da Trump facevano parte di questa manovra. Queste avrebbero dovuto entrare in vigore il 21 novembre scorso, eppure non è successo nulla. India e Cina possono continuare ad acquistare petrolio russo impunemente; le sanzioni non sono mai state una cosa seria.

Trump ha una priorità assoluta: porre fine alla guerra, a qualunque costo. E in questa impresa ha due vantaggi principali. Il primo è la dipendenza militare dell'Ucraina e dell'Europa dagli Stati Uniti. Il secondo è lo status unico dell'America come unica potenza occidentale influente con canali diplomatici diretti con Mosca. Gli europei hanno commesso un enorme errore strategico quando hanno interrotto simultaneamente i colloqui con Vladimir Putin.

Il piano di Trump in 28 punti è stato quindi negoziato da Steve Witkoff con la sua controparte russa, Kirill Dmitriev. A dire il vero dà l'impressione di essere un lavoro in corso: la versione trapelata era scritta in russo e, tradotta in inglese, risulta goffa. È dettagliato, ma non è affatto un testo formalmente concordato.

Ci sono, tuttavia, alcuni elementi non negoziabili. Uno di questi è l'accordo territoriale che darebbe alla Russia una parte dell'Ucraina che non occupa ancora. La Russia controlla già quasi il 90% dell'intera regione del Donbass: tutta Luhansk e circa tre quarti di Donetsk. Il piano di pace di Trump consegnerebbe alla Russia il territorio rimanente di Donetsk, insieme ai 200.000 ucraini che risiedono ancora nelle zone dell'oblast controllate dall'Ucraina. Secondo il piano, il territorio verrebbe smilitarizzato e diventerebbe parte di una zona cuscinetto.

Il team di Trump ha accettato questa condizione perché ha concluso, a mio avviso correttamente, che senza di essa non ci sarebbe alcun accordo. Putin continuerebbe a combattere e alla fine conquisterebbe altro territorio. La Russia ha fatto progressi: è riuscita a occupare la città di Pokrovsk, in prima linea. Potrebbe volerci un altro anno prima che la Russia conquisti la parte restante di Donetsk, prima di puntare al premio più ambito: Zaporizhzhia, una città di circa 700.000 abitanti, capoluogo dell'omonima regione. A quel punto l'indipendenza futura dell'Ucraina non sarebbe più garantita.

Questo accordo di pace non è così unilaterale come sostengono i suoi critici. Riconosce formalmente la sovranità dell'Ucraina e il suo diritto ad aderire all'UE. Consente inoltre all'Ucraina di mantenere un esercito, con un limite ragionevole di 600.000 soldati. Non impedisce inoltre ai Paesi della NATO di fornire ulteriore assistenza, fatta eccezione per alcune categorie di armi come i missili a lungo raggio.

Ma ci sono delle vere e proprie sorprese. Sono quasi caduto dalla sedia quando ho letto il punto 14, che propone di investire $100 miliardi di beni congelati della Russia nella ricostruzione dell'Ucraina, con gli Stati Uniti che si intascherebbero metà dei profitti. Questo è il classico modus operandi di Trump: giocare a giochi commerciali che vanno oltre l'immaginazione dei nostri diplomatici europei. Inoltre l'Europa sarebbe obbligata a versare $100 miliardi in aiuti di tasca propria. Ci sarà un fondo di investimento russo-americano per finanziare progetti congiunti tra Stati Uniti e Russia, con profitti condivisi.

Ma soprattutto l'accordo obbliga l'Europa a sbloccare i $200 miliardi in asset russi attualmente detenuti in conti europei, principalmente in Belgio. Si tratta di una pillola amara; l'Europa sperava di poter utilizzare il denaro russo come garanzia per i prestiti all'Ucraina. Trump non ha l'autorità per costringere l'Europa a sbloccare i fondi – Friedrich Merz ha già respinto questa richiesta – ma potrebbe rendere le cose difficili in caso di rifiuto.

L'unica strategia semi-coerente dell'Europa nei confronti dell'Ucraina era stata quella di trattenere questi asset come leva per future riparazioni: un piano basato sulla finzione che l'Ucraina avrebbe vinto questa guerra.

Ma se Russia e Ucraina dovessero raggiungere un accordo, questo piano risulterebbe impraticabile, poiché costituirebbe uno strumento con cui gli europei potrebbero sabotare l'intesa.

Un altro punto fermo nell'accordo di pace è la graduale revoca delle sanzioni. Riammettere la Russia nel Gruppo dei Sette Paesi industrializzati avanzati – riportandolo alla denominazione di G8 – sarebbe doloroso per gli europei. La Russia fu espulsa nel 2014, dopo l'annessione della Crimea. Un G8 rinato sarebbe di fatto governato da Trump e Putin.

Non sorprende, quindi, se i leader dell'UE continuino a rilasciare dichiarazioni in cui affermano di voler presentare una controproposta, pensata principalmente per ostacolare il piano di Trump. Insistono per un cessate il fuoco, una richiesta inaccettabile.

L'Ucraina, al contrario, ha espresso pareri positivi su una nuova versione dell'accordo. Il Kyiv  Independent ha citato un alto funzionario statunitense secondo il quale il piano era stato elaborato con Rustem Umerov, segretario del Consiglio nazionale e di sicurezza dell'Ucraina e uno dei più stretti collaboratori di Zelensky. A quanto pare Umerov ha approvato la maggior parte dell'accordo, dopo aver apportato alcune modifiche, che ha poi presentato a Zelensky.

Anche gli atteggiamenti interni in Ucraina stanno cambiando. Ho notato un post di Iuliia Mendel, ex-addetta stampa di Zelensky e strenua sostenitrice dell'Ucraina: “Il mio Paese sta sanguinando. Molti di coloro che si oppongono istintivamente a ogni proposta di pace credono di difendere l'Ucraina. Con tutto il rispetto, questa è la prova più evidente che non hanno idea di cosa stia realmente accadendo in prima linea e all'interno del Paese in questo momento”. Ha assolutamente ragione nell'osservare che i più accesi sostenitori dell'Ucraina in Europa sono coloro che non comprendono minimamente la realtà militare sul campo.

Gli europei incoraggeranno quindi Zelensky a continuare a lottare? Sono sicuro che ci proveranno, ma non sono sicuro che ci riusciranno. Alla fine faranno marcia indietro.

Perché se l'Ucraina dovesse rifiutare l'accordo Trump interromperebbe formalmente gli aiuti militari e il supporto di intelligence rimanenti al Paese. L'Ucraina si affida a questi strumenti come sistema di allerta precoce per eventuali attacchi imminenti, nonché per guidare i propri attacchi contro le infrastrutture russe.

Trump potrebbe spingersi persino oltre e rinunciare alla responsabilità degli Stati Uniti per la sicurezza dell'Europa, sostenendo che il continente sta correndo rischi inaccettabili. Gli europei lo sanno, ovviamente. Sebbene esteriormente possano dare l'impressione di sfida, le loro azioni suggeriscono il contrario. Dopo che Trump ha imposto dazi sulle importazioni europee, l'UE ha ceduto e ha accettato un forte aumento della spesa militare. Se l'Europa avesse davvero voluto l'indipendenza dagli Stati Uniti, avrebbe creato un'unione per gli appalti della difesa, con un mandato “Compra europeo”, e avrebbe iniziato a riorganizzare le proprie forze armate. Nulla di tutto ciò è accaduto, né accadrà. Questo è il problema del multilateralismo: si preoccupa troppo delle procedure.

Nei prossimi mesi possiamo aspettarci molte proteste da parte delle capitali europee. I leader insisteranno sul fatto di voler mantenere la sovranità decisionale. Dal punto di vista giuridico, questo è vero. Gli Stati Uniti non hanno il diritto di decidere il destino degli asset russi detenuti in Europa.

Ma questa non è una disputa legale, bensì politica. L'Europa non ha mai avuto una strategia valida per la guerra, e ora sta diventando chiaro che non ne ha una nemmeno per la pace. Gli europei non hanno altra scelta che scendere a compromessi: non hanno più carte da giocare.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 3 luglio 2026

Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #5)

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-f2c)

La Banca d'Inghilterra, fondata nel 1694, non fu mai un'istituzione governativa, si trattava di una società privata – una “società finanziaria whig” come la definì uno storico – creata con l'unico scopo di prestare il proprio capitale al governo inglese a un tasso di interesse dell'8% per finanziare la guerra di Guglielmo III contro la Francia. Questo accordo, dettagliato nella quarta parte di questa serie, costituì il “peccato originale” istituzionale che innescò una catena di eventi distruttivi in ​​sette fasi – monopolio monetario, sovranità del debito, guerra perpetua, sfruttamento, crisi, abbandono e riavvio – all'interno dello Stato inglese e la esportò in tutto l'impero.

Se la Banca d'Inghilterra era il motore imperiale progettato per estendere il controllo finanziario su tutto il mondo anglofono, cosa accadde quando una potente élite di produttori leciti, situata alla periferia, si rifiutò di rimanere suddita di quel regime?

La risposta è la Rivoluzione americana, ma non nel senso convenzionale del termine. I coloni non erano separatisti in cerca di una nuova identità, né ribelli contro la civiltà inglese: erano restauratori che lottavano per rivendicare la loro antica identità. Non si ribellarono contro l'Inghilterra, ma contro i suoi strumenti corrotti: una Corona, un Parlamento e una burocrazia asserviti agli interessi finanziari continentali e impiegati per smantellare sistematicamente le stesse libertà inglesi – la sovranità individuale, la proprietà privata e un governo equilibrato – che avevano portato con sé oltreoceano come principi e identità fondamentali.

Questo saggio reinterpreta la Rivoluzione americana come una seconda Guerra civile inglese: la prima grande frattura nel regime finanziarista londinese del 1688. Si trattò di uno scisma all'interno dell'élite anglofona – la nobiltà coloniale, i latifondisti e i mercanti che difendevano la sovranità in stile Tudor e le libertà inglesi contro la configurazione post-1688 caratterizzata da sovranità basata sul debito, sfruttamento mercantilistico e supremazia degli obbligazionisti. La frattura fu contenuta dalla controrivoluzione hamiltoniana, la quale reintrodusse il DNA del 1688 nella nuova repubblica. Questa sopravvivenza e questo adattamento gettarono le basi per la mutazione più ambiziosa del regime: l'integrazione globale nei sette pilastri del potere nazionale – argomento della sesta parte di questa serie.

Iniziamo mappando la “Catena finanziaria della morte” sulle colonie, delineando il profilo della scissione tra le élite, ripercorrendo la rivoluzione incompiuta e mostrando come la frattura irrisolta abbia permesso al regime di espandersi a livello mondiale.

Il regime del 1688 nelle colonie: la Catena finanziaria della morte applicata alla periferia

La “Rivoluzione Gloriosa” del 1688 non si limitò a insediare un nuovo monarca; instaurò una nuova classe dirigente il cui potere si basava sul denaro, non sul territorio. Entro la metà del XVIII secolo, i meccanismi di questo regime erano stati completamente esportati nelle colonie americane. Ogni fase della “Catena finanziaria della morte” era operativa nella periferia.

Monopolio monetario e sovranità del debito

Il Currency Act del 1764 proibiva alle colonie di stampare ulteriore cartamoneta e imponeva ai coloni di pagare i mercanti britannici in oro e argento anziché con la valuta cartacea coloniale già in circolazione. Si trattava di una vera e propria sottomissione monetaria. Sebbene la legge si proponesse di standardizzare il commercio atlantico, il suo effetto fu quello di creare una dipendenza cronica dalla sterlina. Le colonie, con oro e argento scarsi, si trovarono con le finanze perennemente ristrette. Furono costrette ad agire come price-taker dei mercati londinesi, perennemente indebitate con i mercanti e i commercianti britannici.

Estrazione tramite regolamentazione commerciale

Gli Atti di Navigazione fungevano da imbuto per l'estrazione tramite il commercio. Come documentato da George Bancroft nel suo libro, History of the United States, i mercanti inglesi, mossi da “timori esagerati di avidità mercantile”, riuscirono a convincere il Parlamento a escludere i mercanti del New England dalla concorrenza con gli inglesi nelle piantagioni del sud. Il libero scambio tra le colonie fu soppresso; le merci esportate da una colonia all'altra furono soggette a dazi equivalenti a quelli sui consumi in Inghilterra.

A poco a poco “l'avidità dei commercianti inglesi si fece più sfacciata”. All'America fu proibito non solo di produrre articoli che potessero competere con l'Inghilterra sui mercati esteri, ma persino di rifornirsi autonomamente di articoli che la sua posizione le consentiva di produrre per le proprie esigenze. Bancroft conclude: “Questa fu la politica della Gran Bretagna nei confronti delle sue colonie, un sistema di monopolio adottato sull'esempio della Spagna e, per oltre un secolo, perseguito inflessibilmente in ben ventinove leggi del Parlamento”.

I nodi locali dello Stato fiscale-militare

Il regime mantenne il suo apparato di controllo interno attraverso governatori reali, esattori doganali e mercanti allineati con Londra. Dopo la Guerra dei Sette Anni, questo apparato si intensificò. Lo Sugar Act del 1764 istituì un Consiglio doganale americano con sede a Boston per far rispettare le leggi commerciali, con il potere di utilizzare “mandati di assistenza” – mandati di perquisizione generali – per sradicare il contrabbando. I trasgressori venivano processati nei tribunali dell'ammiragliato senza giuria, un attacco diretto alla tradizione del diritto comune inglese.

Alcuni coloni videro in questa perdita del diritto al processo con giuria una discesa dei “sudditi britannici amanti della libertà nella schiavitù politica”, una privazione che paragonarono esplicitamente alla schiavitù degli africani. La posta in gioco a livello costituzionale non avrebbe potuto essere più alta.

La trappola fiscale del dopoguerra

La Guerra dei Sette Anni (Guerra franco-indiana) lasciò la Gran Bretagna con un enorme debito pubblico. La soluzione, dal punto di vista di Londra, era quella di far pagare le colonie, ma, come dimostra l'analisi dell'Oxford Academic sulla rivoluzione monetaria inglese, la rivoluzione finanziaria fu “una questione tra il governo inglese e i suoi creditori”, con le colonie che contribuirono ben poco se non ad aggravare gli oneri che il governo doveva gestire. Le nuove tasse e i meccanismi di riscossione non miravano a un equo contributo; si trattava piuttosto di trasferire i costi dell'impero su una periferia che non aveva voce in capitolo nel governo imperiale.

Pertanto lo stesso meccanismo di guerra perpetua che era in funzione in Inghilterra dal 1694, ora operava anche nella periferia coloniale. La Catena finanziaria della morte era pienamente operativa.

Gli attori: la guerra civile inglese 2.0, uno scisma all'interno dell'élite anglofona

Gli uomini che guidarono la Rivoluzione americana non si consideravano innovatori o ribelli. Si consideravano conservatori, l'essenza stessa della civiltà inglese, impegnati a difendere quello che credevano essere il vero sistema inglese, incontaminato, contro le ingerenze di un sistema nuovo e straniero.

La leadership rivoluzionaria: i restaurazionisti inglesi

George Washington era un proprietario terriero della Virginia, un sovranista che intendeva la terra e la produzione come fondamento della vera ricchezza. John Adams era un mercante che difendeva il commercio onesto contro le manipolazioni monopolistiche. Samuel Adams, suo cugino, organizzò la resistenza nel linguaggio dei diritti costituzionali inglesi. John Hancock, uno dei mercanti più ricchi di Boston, rischiò la sua fortuna in difesa della libertà commerciale. Thomas Jefferson, il filosofo agrario, articolò una visione di repubblicanesimo basato sulla produzione. Benjamin Franklin, il capitalista tipografo, incarnò l'ingegnosità autodidatta della società commerciale inglese.

Questi uomini non erano “americani” nel senso nazionalista moderno del termine. Erano inglesi che credevano che la madrepatria si fosse allontanata dalle proprie migliori tradizioni. Come osserva il blog della UNC Press, gli americani di quel periodo erano “osservatori interessati del mondo che li circondava”, ma traevano le loro convinzioni politiche più profonde dalla storia costituzionale inglese: la Magna Carta, la Petizione dei Diritti, la tradizione del diritto comune che bilanciava la prerogativa con la libertà.

La contro-élite lealista: la fazione finanziaria locale

A opporsi a loro c'era una contro-élite lealista direttamente legata alle reti di credito della City di Londra, ai monopoli della Compagnia delle Indie Orientali e alla classe degli obbligazionisti. Si trattava degli agenti locali del regime del 1688, uomini i cui interessi non coincidevano con quelli dei vicini coloniali, bensì con l'apparato finanziario transatlantico. Lavoravano nelle dogane, sedevano nei tribunali dell'ammiragliato, erano avvocati e giudici, e si occupavano dell'applicazione e della riscossione delle imposte di bollo. Erano, di fatto, il governo di occupazione non soggetto a controllo da parte del regime.

Il nucleo ideologico: Restaurazione contro innovazione

Le linee di battaglia del 1776 erano le stesse degli anni Quaranta del Seicento e del 1688. Da una parte si schieravano i difensori delle antiche libertà inglesi: il diritto di acconsentire alla tassazione, al processo con giuria, all'autogoverno locale e alla proprietà al riparo da confische arbitrarie. Dall'altra parte si schieravano gli innovatori: coloro che avevano assoggettato lo Stato inglese al debito, finanziato da una macchina bellica permanente, gestita da una banca privata e imposta da una burocrazia consolidata, da una magistratura completamente asservita e da nobili, mercanti e industriali sleali.

In quanto fedeli sudditi britannici, i coloni tenevano in grande considerazione la loro Costituzione, un sistema sancito da diversi documenti che ritenevano il miglior ordinamento politico al mondo. La Costituzione inglese definiva i ruoli del Re, dei Lord e dei Comuni, ognuno dei quali controllava gli altri per prevenire tirannia, oligarchia, o dominio della folla. Prometteva la rappresentanza della volontà dei sudditi inglesi e, senza tale rappresentanza, persino una tassa indiretta era considerata una minaccia ai diritti dei coloni.

“Niente tasse senza rappresentanza” non era uno slogan di separazione; era il rifiuto della nuova dottrina secondo cui il consenso degli obbligazionisti, espresso attraverso il Parlamento, poteva prevalere sul consenso dei governati espresso attraverso le proprie assemblee. I coloni lottavano per ristabilire un equilibrio che riconoscevano essere stato corrotto alla fonte.

L'asse di classe: produzione legale contro estrazione illecita

La spaccatura era sia economica che costituzionale. Da una parte si trovava la produzione lecita: terra, commercio, industria locale, ovvero la creazione di ricchezza reale attraverso il lavoro e lo scambio. Dall'altra parte si trovava l'estrazione illecita: finanza dei redditieri, privilegi monopolistici, applicazione del Navigation Act e mercato obbligazionario, ovvero l'estrazione di ricchezza attraverso privilegi politici e manipolazioni giuridiche e cartacee.

Si trattava esattamente della stessa spaccatura che aveva alimentato la prima guerra civile negli anni Quaranta del Seicento e la resistenza all'accordo del 1688: gli “interessi finanziari” contro gli “interessi fondiari”, gli obbligazionisti contro i produttori, la corte contro il Paese, i datori di lavoro contro i lavoratori.

La frattura si accentua: rivendicazioni economiche, dichiarazioni ideologiche e conflitto aperto

La sequenza di innesco corrispondeva direttamente alle fasi dalla 4 alla 6 della Catena finanziaria della morte: estrazione, crisi e abbandono.

La sequenza di attivazione

Lo Stamp Act del 1765 fu la prima grande esplosione. Come riportato da Archibald Hinschelwood in un resoconto dell'epoca, la legge imponeva ai coloni di pagare una tassa, rappresentata da un bollo, su giornali, carte da gioco, diplomi e documenti legali. Le violazioni venivano processate nei tribunali del viceammiragliato senza giuria. John Adams lo definì “quell'enorme macchina... per abbattere tutti i diritti e le libertà dell'America”.

Le reazioni furono immediate e violente. A Boston, la folla bruciò in effigie il distributore di francobolli Andrew Oliver e minacciò di distruggere l'ufficio dei francobolli. In tutte le colonie “i distributori e gli ispettori di francobolli furono costretti dall'incontenibile rabbia del popolo a rinunciare alle loro cariche”. I Figli della Libertà si organizzarono, le Figlie della Libertà mobilitarono i boicottaggi e il Congresso dello Stamp Act – la prima azione unitaria delle colonie – negò al Parlamento il potere di tassare chi non era rappresentato.

Seguirono le leggi Townshend del 1767, che imponevano dazi su carta, vernici, piombo, tè e vetro. Ancor più inquietante fu la legge sulle entrate (Revenue Act), che finanziava gli stipendi dei governatori reali con i proventi doganali, recidendo la loro dipendenza dalle assemblee coloniali e rendendoli strumenti della volontà parlamentare. La legge di intimidazione (Restraining Act) sciolse l'Assemblea di New York fino a quando non si fosse conformata alla legge sull'alloggio delle truppe (Quartering Act).

Il Tea Act del 1773, che concedeva alla Compagnia delle Indie Orientali il monopolio sulla vendita del tè, fu la provocazione finale: un attacco diretto dell'asse corporativo-finanziario contro i mercanti coloniali. Il Boston Tea Party non fu un atto di vandalismo; fu un attacco deliberato al sistema monopolistico.

Il disegno di legge costituzionale

Quando il Primo Congresso Continentale si riunì, formulò le proprie rimostranze in termini esplicitamente costituzionali. La Dichiarazione d'Indipendenza, redatta da Jefferson, divenne un elenco di rivendicazioni specifiche contro il regime del 1688: eserciti permanenti in tempo di pace senza consenso, scioglimento delle assemblee legislative che si opponevano allo sfruttamento delle risorse, interruzione dei commerci con ogni parte del mondo, imposizione di tasse senza consenso, privazione del diritto al processo con giuria per i coloni, deportazione oltremare per reati pretestuosi.

Non si trattava di lamentele contro la civiltà inglese, si trattava di lamentele contro la sua perversione: contro la sostituzione della supremazia parlamentare all'equilibrio costituzionale, degli eserciti permanenti alla difesa tramite  milizia, dei tribunali dell'ammiragliato alle giurie di common law, del monopolio delle imprese al libero scambio.

La realtà militare: cugini che combattono contro altri cugini

La guerra che ne seguì fu una faida familiare combattuta su scala transatlantica. Come osserva il blog della UNC Press, essa si inseriva in un'epoca globale di rivoluzioni, ma, in modo singolare, si trattò di una rivoluzione interna ai popoli anglofoni, non contro di essi. Soldati britannici e miliziani americani parlavano la stessa lingua, leggevano la stessa Bibbia e rivendicavano la stessa eredità costituzionale e genetica. Erano fratelli e cugini che si contendevano il potere sovrano: il classico schema intra-inglese, in quel momento proiettato su tremila miglia di oceano. Una sanguinosa faida familiare si trasformò in guerra, già in corso da oltre un secolo. Iniziata nel 1640 con il tradimento di una Corona, la cui protezione il mondo anglosassone non avrebbe mai più goduto fino ai giorni nostri.

La rivoluzione incompiuta: vittoria politica, sconfitta finanziaria e la controrivoluzione hamiltoniana

La rivoluzione ebbe successo sul piano politico, ma fallì su quello finanziario.

Il tentativo di restaurazione: gli Articoli della Confederazione

Gli Articoli della Confederazione rappresentarono un autentico tentativo di quello che questa serie ha definito “Bisanzio 2.0 in embrione”: un'alternativa sovranista al modello finanziarista. Non esisteva una banca centrale, non c'era un debito pubblico permanente, non esisteva uno stato militare-fiscale permanente, l'emissione di moneta era lasciata ai singoli stati, il governo nazionale non aveva il potere di imporre tasse ma solo di requisire fondi dagli stati sovrani.

Questa fu l'espressione politica della visione restaurazionista: un ritorno alla costituzione inglese equilibrata e decentralizzata prima della sua corruzione del 1688. Si trattava, in sostanza, dell'antica tradizione del Commonwealth inglese adattata alle condizioni americane.

La contro-restaurazione: la Banca degli Stati Uniti di Hamilton

La Convenzione costituzionale del 1787 segnò una svolta e nel 1791 Alexander Hamilton fece approvare dal Congresso la Prima Banca degli Stati Uniti, una riproduzione deliberata ed esplicita del modello della Banca d'Inghilterra.

Le analogie erano innegabili: era una banca ibrida tra banca centrale e banca commerciale, una partnership pubblico-privata in cui gli investitori privati ​​possedevano l'80% delle azioni, mentre il governo federale deteneva il restante 20%. Il suo capitale ammontava a $10 milioni, di cui $2 milioni sottoscritti dal governo americano e $8 milioni venduti al pubblico. Gli stranieri potevano possedere azioni (e ne possedevano circa i tre quarti), pur non avendo diritto di voto.

Hamilton modellò la Prima Banca degli Stati Uniti direttamente sul modello della Banca d'Inghilterra. Essa fungeva da depositario e agente fiscale per il governo americano, emetteva una valuta uniforme sotto forma di banconote, regolamentava le banche autorizzate dagli stati attraverso l'accettazione o la richiesta di rimborso in moneta metallica e garantiva il credito del governo federale.

Le azioni della Prima Banca degli Stati Uniti pagavano un dividendo dell'8%, superando i titoli di Stato che rendevano il 6%: un ottimo ritorno per gli investitori. Un'azione costava $400 in un periodo in cui il reddito pro capite negli Stati Uniti era di soli $50, l'equivalente di $400.000 odierni, il che la rendeva uno strumento accessibile solo all'élite benestante.

L'opposizione Jefferson-Madison

Thomas Jefferson e James Madison compresero chiaramente cosa stava accadendo. La loro opposizione si rivelò profetica: misero in guardia contro il reintrodurre nella nuova repubblica il DNA del 1688. La visione agraria e produttiva di Jefferson si contrapponeva direttamente all'impero commerciale e finanziario di Hamilton. Le linee di battaglia erano le stesse che si erano delineate in Inghilterra: gli “interessi finanziari” delle imprese commerciali del Nord favorevoli alla banca, i gruppi agricoli del Sud contrari.

Il motivo era evidente. Gli agricoltori avevano bisogno di prestiti per finanziare i raccolti; i coloni occidentali necessitavano di capitali per acquistare terreni e fondare comunità. Volevano tassi di interesse bassi. I creditori, avendo subito le conseguenze della svalutazione del dollaro continentale (che perse il 99,9% del suo valore durante la Guerra d'Indipendenza americana), desideravano una moneta solida e tassi di interesse più elevati.

La spaccatura di classe che aveva alimentato la Rivoluzione – produzione lecita contro estrazione illecita – riemerse come divisione politica interna. Il regime era sopravvissuto alla sua prima grande frattura e si era ri-radicato sul suolo americano.

Eredità e implicazioni: dalla guerra civile 2.0 alla scala mondiale — Il ponte verso i sette elementi del potere nazionale

L'indipendenza politica fu raggiunta e la sovranità finanziaria andò perduta. Il DNA istituzionale del 1688 si dimostrò più resiliente dell'Oceano Atlantico e della civiltà inglese.

La sopravvivenza e la mutazione del regime

Sconfiggendo l'impulso restaurazionista in America, il regime finanziarista dimostrò la propria resilienza. Apprese di non poter essere superato, ma solo radicato più profondamente. La concessione della Prima Banca degli Stati Uniti non fu rinnovata nel 1811: la votazione fallì per un solo voto sia alla Camera che al Senato, con il vicepresidente Clinton che espresse il voto decisivo contro il rinnovo. Ma la Seconda Banca degli Stati Uniti seguì nel 1817 e la lotta continuò per tutto il XIX secolo, culminando nelle battaglie della “Croce d'Oro” degli anni '90 del XIX secolo.

Dopo il 1913, con la creazione della Federal Reserve, il regime professionalizzò e globalizzò i suoi meccanismi di controllo. La repubblica americana, invece di sradicare il parassita, ne divenne il nuovo e più potente ospite.

La linea diretta verso la guerra civile 2.5

Questa nuova prospettiva illumina la fase successiva: la Guerra Civile 2.5, ovvero il conflitto tra il modello finanziario-industriale hamiltoniano del Nord e il modello agrario-produttivo jeffersoniano del Sud. Come osserva Andre Fleche, Charles e Mary Beard definirono la Guerra Civile “la Seconda Rivoluzione Americana”, un conflitto in cui il governo federale sconfisse la secessione distruggendo il potere del sistema delle piantagioni; ma dal punto di vista di questa serie si trattò di un'ulteriore iterazione della stessa scissione di fondo: la lotta tra il consolidamento finanziarista e la sovranità dei produttori.

I sette pilastri del controllo mondiale

Sopravvivendo e adattandosi, il sistema finanziarista si preparò alla sua massima espansione: la conquista dei sette elementi del potere nazionale – diplomazia, informazione, forze armate, economia, finanza, intelligence e forze dell'ordine. Quella che era stata una disputa familiare transatlantica si trasformò in un sistema operativo planetario. Ogni affare mondiale venne trasformato in un teatro della scissione della guerra civile inglese.

Questi pilastri, radicati sia a Londra che a Washington, divennero il sistema operativo mondiale del regime del 1688. La lotta per l'anima dell'Inghilterra, persa nelle colonie, si proiettò ora sull'intero pianeta, trasformando ogni crisi internazionale, ogni alleanza, ogni conflitto in un nuovo teatro della perenne guerra civile inglese.

Lezioni per la Guerra Civile 3.0

La stessa frattura tra le élite persiste ancora oggi: Washington contro Londra, produttori contro finanziari, due capitali che si contendono lo stesso DNA istituzionale. Bisanzio 2.0 – il precedente storico di successo per la rottura con il dominio parassitario della finanza – rimane l'unico modello di fuga.

La frattura apertasi nel 1776 rimane la mappa per la vittoria: dimostra che il regime è mortale e che la resistenza è possibile. Ma dimostra anche con quanta tenacia il DNA del 1688 possa reimpiantarsi e mutare.

Obiezioni e repliche

Obiezione: “La Rivoluzione riguardava la libertà e la rappresentanza, non la finanza!”

Replica: i meccanismi finanziari rappresentavano una negazione della libertà. Il Currency Act limitava la libertà economica, gli Atti di Navigazione estraevano ricchezza attraverso il monopolio, il Tea Act proteggeva il monopolio delle grandi aziende. La rappresentanza era il linguaggio politico per opporsi alla servitù del debito, il mezzo con cui i coloni potevano proteggere le proprie proprietà da uno stato fiscale-militare irresponsabile. Separare la retorica politica dalla realtà economica significa non cogliere l'unità della visione dei coloni: la vera libertà richiedeva il controllo sulla propria proprietà e sul proprio governo.

Obiezione: “Alexander Hamilton era un patriota che ha costruito una nazione forte!”

Replica: gli scritti di Hamilton e la sua deliberata modellazione della Prima Banca degli Stati Uniti sulla Banca d'Inghilterra dimostrano che egli restaurò proprio il regime da cui la Rivoluzione aveva cercato di fuggire. Una nazione forte costruita sul modello del 1688 non è una nazione libera, ma una nazione con una forte classe predatoria. L'opposizione jeffersoniana lo aveva capito; i loro avvertimenti sono stati confermati da due secoli di schiavitù del debito e guerre perenni.

Obiezione: “Questa è una teoria del complotto!”

Replica: questa è un'analisi istituzionale e di classe di meccanismi documentati, la stessa scala probatoria utilizzata per il 1688 stesso. Lo statuto della Banca d'Inghilterra, le leggi monetarie, l'atto costitutivo della Prima Banca degli Stati Uniti, gli scritti di Hamilton, le lettere di Jefferson: non si tratta di cospirazioni, sono documenti pubblici. La questione è se scegliamo di leggerli onestamente.

La frattura che si rifiutava di guarire

La Rivoluzione americana dimostra che il regime è mortale e che la resistenza è possibile, ma dimostra anche con quanta tenacia il DNA del 1688 possa reimpiantarsi e mutare.

Sopravvissuto alla sua prima grande frattura e radicandosi nuovamente a Washington, il sistema finanziarista si preparò alla sua più grande espansione: l'integrazione nei sette pilastri del potere nazionale e il raggiungimento di un vero e proprio dominio globale.

Ogni crisi internazionale, ogni alleanza, ogni conflitto da allora si è combattuto sullo stesso campo di battaglia: la scissione interna dei popoli anglofoni, ora proiettata in tutto il mondo.

La Parte 6 di questa serie descriverà nel dettaglio come il regime si sia infiltrato nella diplomazia, nel mondo dell'informazione, nell'esercito, nell'economia, nella finanza, nell'intelligence e nelle forze dell'ordine, trasformando l'intero pianeta in un teatro di guerra simile alla guerra civile inglese.

La frattura apertasi nel 1776 rimane la mappa per la vittoria. Washington ha ancora l'opportunità storica di diventare la nuova Costantinopoli, di completare ciò che iniziò nel 1776 e di porre finalmente fine alla guerra civile inglese durata ormai 400 anni.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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👉 Qui il link alla Prima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2026/03/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese.html

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👉 Qui il link alla Quarta Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2026/05/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese.html

👉 Qui il link alla Sesta Parte: 

👉 Qui il link alla Settima Parte: 


Letture consigliate:

• Murray Rothbard, A History of Money and Banking in the United States;

• Henry Warren, The Story of the Bank of England (1903);

• Kevin Phillips, The Cousins’ Wars;

• Andre M. Fleche, The Revolution of 1861;

• Ron Chernow, Alexander Hamilton;

• Thomas DiLorenzo, Hamilton’s Curse;

• George Bancroft, History of the United States.


giovedì 2 luglio 2026

La falce algoritmica “0,01%” dei futures su Bitcoin: come il meccanismo del tasso di finanziamento spiega le vostre liquidazioni “misteriose”

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Colin Wu

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-falce-algoritmica-001-dei-futures)

In che modo i derivati equivalgono alla stampa di denaro in mano agli exchange? Perché alcune piattaforme osano assumere la posizione opposta rispetto alle operazioni dei propri clienti? Analizzando i meccanismi del tasso di finanziamento dei futures perpetui su Bitcoin (perps) e le dinamiche di mercato che li circondano, mostreremo come i trader vengano condotti, passo dopo passo, in una trappola mortale meticolosamente progettata dagli exchange.

Il cosiddetto “equilibrio dello 0,01%” nei futures perpetui – simile, nello spirito, al livello 0,618 di Fibonacci – funziona come uno strumento finissimo per l’estrazione chirurgica della rendita.


Introduzione

Nel mondo dei derivati sulle crittovalute, i futures perpetui su Bitcoin sono diventati uno degli strumenti più liquidi e influenti. I trader attivi notano spesso uno schema distintivo: nella maggior parte delle condizioni di mercato, il tasso di finanziamento dei futures perpetui su BTC gravita intorno allo 0,01%. Questa cifra non è casuale, né un indicatore diretto del sentiment di mercato; è il risultato di una precisa progettazione di ingegneria finanziaria dello strumento.

In base ai recenti dati storici di Coinglass, la distribuzione del tasso di finanziamento dei contratti perpetui su BTC mostra un chiaro schema di raggruppamento. Per la maggior parte dell'ultimo anno, il tasso si è mantenuto intorno allo +0,01% come tendenza centrale. Deviazioni significative si sono generalmente verificate solo durante brevi periodi di forte volatilità del mercato, fornendo un solido supporto quantitativo all'osservazione che “lo 0,01% è la norma”.


Come leggere questo articolo

Partendo dall'architettura di base dei contratti perpetui e dalla formula del tasso di finanziamento, fino al comportamento degli arbitraggisti e ai cambiamenti di regime nei mercati estremi, questo articolo si propone di analizzare e demistificare la logica più profonda e le dinamiche di mercato che si celano dietro l'equilibrio dello 0,01%.

● Per i principianti o per i lettori in cerca di fondamenti teorici: si consiglia la lettura delle Sezioni I e II per comprendere i meccanismi e le formule principali.

● Per trader e arbitraggisti professionisti: concentratevi sulle Sezioni III e V per i dettagli sui meccanismi dell'arbitraggio, le differenze tra le sedi di negoziazione e le strategie applicabili.

● Per i responsabili della gestione del rischio: la Sezione IV, dedicata all'analisi delle condizioni di mercato estreme, è fondamentale.


I. Architettura dei futures perpetui e meccanismo del tasso di finanziamento

Per comprendere l'origine di quello 0,01%, è necessario innanzitutto afferrare l'intento progettuale e i meccanismi fondamentali dei contratti futures perpetui. L'obiettivo dei contratti perpetui è quello di offrire un'esperienza di trading simile a quella dei futures tradizionali, aggirando la principale complessità di questi ultimi: la scadenza e il saldo a scadenza.

1.1 Il problema della non scadenza

I contratti futures tradizionali hanno una data di scadenza fissa. Con l'avvicinarsi della scadenza, le operazioni di arbitraggio effettuate dagli operatori di mercato spingono il prezzo a convergere verso il prezzo spot dell'asset sottostante, in modo che i due siano effettivamente allineati al momento del saldo. In questo senso la data di scadenza funge da potente ancoraggio di prezzo.

Tuttavia, eliminando la data di scadenza, i futures perpetui consentono ai trader di mantenere posizioni a tempo indeterminato. Questa comodità introduce un serio problema di ingegneria finanziaria: senza l'ancoraggio finale della scadenza, come si può garantire che il prezzo del contratto perpetuo non si discosti in modo persistente e sostanziale da quello del suo sottostante (ad esempio, il prezzo spot di Bitcoin)? In assenza di un efficace meccanismo di ancoraggio, il prezzo di un contratto perpetuo potrebbe fluttuare indefinitamente sotto l'influenza della speculazione, compromettendo il suo ruolo fondamentale di strumento di determinazione del prezzo e di copertura. Questa struttura si pone in netto contrasto con la finanza tradizionale, dove i tassi di interesse sono fissati dalle banche centrali e dal mercato interbancario; in questo caso, l'aggiustamento è endogeno al mercato e opera come un meccanismo di regolamentazione peer-to-peer.

1.2 Tasso di finanziamento: la soluzione principale per l'ancoraggio dei prezzi

Per risolvere questo problema gli exchange hanno ideato il meccanismo del tasso di finanziamento. Il punto più importante da comprendere è questo: il finanziamento non è una commissione addebitata; è un pagamento periodico scambiato direttamente tra posizioni long e short. In sostanza, il meccanismo è un sistema di compensazione dinamico, basato sulle deviazioni, il cui unico obiettivo è quello di ancorare il prezzo di mercato del contratto perpetuo al prezzo spot dell'indice dell'asset sottostante.

Ecco come funziona:

● Quando il prezzo del contratto perpetuo è superiore al prezzo spot, il mercato è orientato al rialzo e le posizioni lunghe prevalgono. Il finanziamento è in genere positivo, quindi chi detiene posizioni lunghe paga chi detiene posizioni corte. Questo aumenta il costo di mantenimento delle posizioni lunghe e incentiva i trader a vendere il contratto perpetuo e/o acquistare a pronti, spingendo il prezzo perpetuo verso il basso e/o il prezzo spot verso la parità.

● Quando il prezzo del contratto perpetuo è inferiore al prezzo spot, il mercato tende al ribasso e le posizioni corte sono dominanti. Il finanziamento è in genere negativo, quindi chi ha posizioni corte paga chi ha posizioni lunghe. Questo aumenta il costo di mantenimento delle posizioni corte e incentiva i trader ad acquistare contratti perpetui e/o vendere a pronti, spingendo il prezzo perpetuo verso l'alto e/o il prezzo spot verso il basso, in direzione della convergenza.

Questo modello riflette una filosofia di governance articolata: anziché intervenire direttamente sui prezzi, l'exchange stabilisce regole di incentivazione che spingono i partecipanti al mercato, in particolare gli arbitraggisti, a correggere le deviazioni di prezzo attraverso il proprio comportamento orientato al profitto. Il risultato è un sistema più resiliente e con una capacità di autocorrezione basata sugli incentivi. Di conseguenza il tasso di finanziamento non è semplicemente una caratteristica dei contratti perpetui, ma il motore fondamentale che ne consente il corretto funzionamento.


II. Decostruire la formula del tasso di finanziamento: componenti di interesse e premio

Per rispondere con precisione alla domanda “perché quello 0,01%”, dobbiamo esaminare la composizione matematica del tasso di finanziamento. Lo 0,01% osservato non è un valore determinato direttamente dalla domanda e dall'offerta; è principalmente stabilito da un parametro fisso preimpostato dall'exchange.

La maggior parte delle piattaforme principali, come Binance e OKX, utilizza una formula ampiamente standardizzata: Tasso di finanziamento = Indice dei premi + clamp(Tasso di interesse − Indice dei premi)

Ciò chiarisce che il tasso di finanziamento è composto da due elementi principali: l'indice dei premi e il tasso di interesse.

2.1 Indice dei premi: un indicatore diretto del sentiment di mercato

L'indice dei premi è la componente del tasso di finanziamento interamente determinata dal mercato. Misura direttamente il divario tra il prezzo di mercato del contratto perpetuo e il prezzo spot dell'indice sottostante. Il suo calcolo è in genere più complesso, con l'obiettivo di riflettere una reale pressione di acquisto/vendita e al contempo scoraggiare le manipolazioni. Ad esempio, le piattaforme spesso utilizzano “Prezzi di acquisto/vendita di impatto” aggiustati in base alla profondità (il prezzo medio di esecuzione per un ordine di dimensioni considerevoli che cattura meglio la profondità del book degli ordini) e applicano una media mobile su una finestra temporale per attenuare le fluttuazioni a breve termine. I metodi e gli intervalli di campionamento variano a seconda della piattaforma; i trader sono invitati a consultare la documentazione di ciascun exchange per le definizioni precise.

● Indice dei premi > 0: le negoziazioni perpetue sono superiori al prezzo dell'indice, il che indica che la domanda di acquisto/posizione lunga supera la pressione di vendita/posizione corta.

● Indice dei premi < 0: il contratto perpetuo viene scambiato al di sotto del prezzo dell'indice, indicando una predominanza di pressioni al ribasso.

In sostanza l'indice dei premi è un barometro della domanda direzionale con leva finanziaria.

2.2 Tasso di interesse: la fonte dello 0,01%

Questa sezione risponde direttamente alla domanda. La cifra dello 0,01% deriva dal termine “Tasso di interesse” nella formula del tasso di finanziamento, un parametro preimpostato dall'exchange, non il risultato immediato della domanda e dell'offerta.

Binance, OKX e Bybit dichiarano nella loro documentazione che il tasso di interesse effettivo è dello 0,03% al giorno (Binance specifica un tasso fisso dello 0,01% ogni intervallo di 8 ore). Poiché i fondi vengono accreditati ogni 8 ore (ovvero tre volte al giorno), la componente di interesse per intervallo è pari allo 0,03% ÷ 3 = 0,01%.

Perché gli exchange applicano un tasso fisso positivo? Questa componente serve a simulare il costo di mantenimento nel mondo reale. Per un contratto perpetuo BTC/USDT rappresenta il differenziale del tasso di interesse tra la valuta di quotazione (USDT) e l'asset di base (BTC). In termini di finanza tradizionale, un tasso giornaliero dello 0,03% si traduce in circa il 10,95% su base annua, il che corrisponde a un costo di finanziamento in dollari relativamente elevato e riflette il premio di rischio intrinseco al possesso di crittovalute altamente volatili.

In altre parole, se si detiene una posizione perpetua, si paga effettivamente circa il 10% annuo sul capitale investito con leva finanziaria, un po' come quando si prende in prestito denaro per acquistare asset e si pagano interessi sui fondi.

Questo progetto ha un'importante implicazione strutturale:

  1. In un mercato perfettamente bilanciato, dove il sentiment lungo/corto si compensa, l'indice dei premi dovrebbe essere circa 0.
  2. La formula di finanziamento si riduce a: Tasso di finanziamento = 0 + clamp(0,01% − 0), ottenendo 0,01%.
  3. Pertanto, anche in assenza di distorsioni di prezzo, chi detiene posizioni lunghe continua a pagare a chi detiene posizioni corte lo 0,01% per intervallo di finanziamento.

Questa configurazione non è neutrale. Impone un costo di mantenimento piccolo ma continuo sulle posizioni lunghe, fornendo al contempo un reddito di base ai venditori allo scoperto. Da un lato scoraggia delicatamente le posizioni lunghe inattive e ad alta leva finanziaria a tempo indeterminato; dall'altro fornisce ai market maker – che spesso sono venditori netti allo scoperto per scopi di copertura – un reddito di base stabile, incentivandoli così a fornire liquidità.


III. La mano invisibile dell'arbitraggio: forzare l'equilibrio dello 0,01%

Dato che lo 0,01% è un tasso di riferimento predefinito, la domanda successiva è: perché la pressione del mercato (ovvero la componente dell'indice dei premi) in genere non travolge questo parametro di riferimento e non spinge i finanziamenti verso oscillazioni ampie? La risposta risiede in una forza di mercato potente ed efficiente: l'arbitraggio.

Poiché il mercato ospita un nutrito gruppo di arbitraggisti professionisti che eliminano incessantemente le opportunità insite nell'indice dei premi, il tasso di interesse a termine diventa il fattore determinante per il finanziamento. Di conseguenza lo 0,01% tende a prevalere come norma di riferimento.

3.1 Comparsa e scomparsa delle opportunità di arbitraggio

Ogni qualvolta si verifica una divergenza significativa tra il prezzo del contratto perpetuo e il prezzo spot/dell'indice, si crea un'opportunità di profitto teoricamente priva di rischio. Gli arbitraggisti, tramite sistemi di trading automatizzati (spesso in co-locazione), individuano ed eseguono queste operazioni in millisecondi, comprimendo rapidamente la dislocazione di base.

Nota 1. Delta-neutrale significa che il valore del portafoglio è insensibile a piccole variazioni del prezzo dell'asset sottostante (ovvero, delta del portafoglio ≈ 0).

Nota 2. Se, al momento dell'apertura, non viene acquistato alcuno spazio per la copertura, la posizione viene colloquialmente definita corta/lunga nuda.

Questo flusso di arbitraggio è anche uno dei casi d'uso più importanti che collegano CeFi e DeFi: gli arbitraggisti trasferiscono frequentemente asset tra i due per sfruttare opportunità di tassi di interesse o di differenziale di prezzo più vantaggiose (ad esempio, Wintermute, DWF Labs, Jump Crypto).

3.2 Prove dell'efficienza del mercato

I mercati delle crittovalute odierni sono fortemente istituzionalizzati, saturi di società di trading quantitativo che utilizzano algoritmi sofisticati. La forte concorrenza tra queste società fa sì che qualsiasi dislocazione significativa del basis (ovvero, un indice dei premi rilevante) venga identificata quasi istantaneamente e sfruttata per effettuare operazioni di arbitraggio.

Di conseguenza la costante osservazione che i finanziamenti si aggirino intorno allo 0,01% è di per sé una forte prova di un mercato altamente efficiente. Dietro questa cifra stabile si cela un continuo arbitraggio ad alta frequenza, eseguito da innumerevoli bot di arbitraggio, la “mano invisibile” che mantiene l'indice dei premi compresso all'interno di una stretta fascia prossima allo zero.


IV. Deviazioni dalla norma: quando i finanziamenti si allontanano dallo 0,01%

L'equilibrio dello 0,01% caratterizza i mercati in condizioni “normali”. Quando il sentiment diventa estremo o lo stress aumenta, la domanda e l'offerta di leva finanziaria possono temporaneamente prevalere sull'arbitraggio, rendendo l'indice dei premi il principale motore dei finanziamenti e allontanandolo notevolmente dal benchmark.

4.1 Euforia da mercato rialzista (elevato afflusso di capitali) 

Meccanismo. In una fase rialzista di forte crescita, un gran numero di trader al dettaglio e istituzionali si riversa in posizioni lunghe ad alta leva finanziaria. Questo fervore speculativo crea una forte pressione d'acquisto sui contratti perpetui, spingendone i prezzi ben al di sopra del prezzo spot.

Esito. L'indice dei premi diventa ampio e positivo, superando di gran lunga il parametro di riferimento dello 0,01%. Il tasso di finanziamento totale può salire allo 0,1% per intervallo di finanziamento (ad esempio, per periodo di 8 ore) o anche di più, rendendo estremamente oneroso il costo di mantenimento delle posizioni lunghe.

4.2 Panico da mercato ribassista (finanziamento negativo) 

Meccanismo. Durante i crolli o le vendite dettate dal panico, la dinamica si inverte. I trader si affrettano a vendere allo scoperto contratti perpetui per coprire il rischio o inseguire la tendenza ribassista, spingendo i prezzi dei contratti perpetui ben al di sotto del prezzo spot.

Esito. L'indice dei premi diventa fortemente negativo. Il finanziamento si inverte, diventando profondamente negativo, quindi chi ha posizioni corte paga commissioni consistenti a chi ha posizioni lunghe. Di fatto questo “premia” chi è disposto ad afferrare il coltello che cade, puntando al rialzo sui perdenti in un clima di estrema paura.

Schema (didascalia). Percorso di rischio di liquidazione a cascata — Carburante per posizioni “lunghe/corte”

4.3 Il ruolo del meccanismo “clamp”

Per evitare che il tasso di finanziamento oscilli eccessivamente nei mercati estremi, innescando così reazioni a catena di liquidazioni e minando la stabilità, gli exchange impongono limiti superiori e inferiori al finanziamento. Questo è il meccanismo di “clamp” (tetto massimo/tetto minimo).

Scopo. Uno strumento chiave di controllo del rischio, progettato per garantire che il tasso di finanziamento stesso non diventi un catalizzatore di crolli del mercato.

Implementazione. La funzione clamp(x, min, max) limita una variabile x all'intervallo [min, max]. Nella formula di finanziamento clamp(Tasso di interesse − Indice dei premi, −0,05%, +0,05%) significa che, qualunque sia il valore prodotto da (Interesse − Premio), il termine utilizzato nella formula è forzatamente limitato tra −0,05% e +0,05% per intervallo di finanziamento (BTC è usato qui come esempio; per molte altcoin i limiti sono più ampi di ±0,05%).

Infatti il meccanismo di bloccaggio rappresenta il compromesso dell'exchange tra gli incentivi puri di mercato e la stabilità del sistema: un interruttore automatico integrato (o, se preferite, una misura di moderazione prudenziale).


V. Implicazioni strategiche per trader e investitori

Una conoscenza approfondita del meccanismo dei tassi di finanziamento non è mera teoria; può tradursi in un vantaggio pratico.

5.1 Tasso di finanziamento: un indicatore quantitativo in tempo reale del sentiment di mercato

La misura in cui i finanziamenti si discostano dal parametro di riferimento dello 0,01% è uno degli indicatori più puri e in tempo reale del sentiment relativo alla leva finanziaria.

● Un livello di finanziamento positivo persistentemente elevato: in genere segnala avidità estrema, leva finanziaria eccessiva e un mercato surriscaldato.

● Finanziamenti persistentemente negativi o fortemente negativi: in genere segnalano estrema paura, scarsità di opportunità e capitolazione.

5.2 Calcolo del “costo di mantenimento” delle posizioni a lungo termine

Per gli investitori che intendono detenere posizioni lunghe con leva finanziaria nel tempo, il tasso di finanziamento di riferimento dello 0,01% rappresenta un costo diretto che deve essere quantificato.

Calcolo dei costi.

Per una posizione lunga su BTC con leva 5× su $100 di garanzia

Il pagamento del finanziamento per intervallo di 8 ore è pari a: Finanziamento per intervallo = 5 × $100 × 0,01% = $0,05

Ciò implica un costo giornaliero di $0,05 × 3 = $0,15 e un semplice costo annuale di $0,15 × 365 = $54,75

(Questo presuppone un finanziamento pari a +0,01% e che i long paghino gli short in tale intervallo; se il finanziamento diventa negativo, la direzione del pagamento si inverte.)

Considerazioni strategiche.

Questo costo di mantenimento erode i profitti e le perdite per le posizioni detenute a lungo termine. L'impatto si concentra principalmente sulle posizioni overnight/swing e a lungo termine. I trader intraday che chiudono la posizione prima del timestamp di finanziamento possono evitare completamente la commissione.

5.3 Arbitraggio cash-and-carry: un modo delta-neutrale per ottenere finanziamenti

Il meccanismo del tasso di finanziamento stesso può essere utilizzato per creare una strategia di rendimento a rischio relativamente basso, ovvero l'arbitraggio cash-and-carry (basis) menzionato in precedenza.

Esecuzione.

  1. Acquistare 1 BTC sul mercato spot;
  2. Vendere allo scoperto 1 BTC nozionale nel mercato dei contratti perpetui.

La posizione combinata è delta-neutrale.

Fonte di profitto.

Tutti i profitti e le perdite derivano dai pagamenti di finanziamento raccolti sulla posizione short-perp. In condizioni “normali”, ciò si avvicina al benchmark dello 0,01% per intervallo di finanziamento (ad esempio, ogni 8 ore). Nell'euforia del mercato rialzista l'afflusso può diventare significativamente maggiore.

5.4 Utilizzo dei finanziamenti estremi come segnale contrarian

Gli estremi tendono a invertirsi. Livelli estremi dei tassi di finanziamento possono segnalare che una tendenza è eccessiva e che la probabilità di un'inversione di tendenza è in aumento.

Allerta di finanziamenti elevati. Quando i finanziamenti raggiungono massimi storici, significa che chi detiene posizioni lunghe sta pagando un elevato carry per la leva finanziaria e che il posizionamento è estremamente affollato.

Opportunità di finanziamento negative e caso di studio. Quando il finanziamento diventa profondamente negativo, segnala il picco del pessimismo. Un esempio emblematico è il 19 maggio 2021, quando Bitcoin è crollato di quasi il 40%, portando il finanziamento a livelli negativi che non si vedevano da mesi. Per gli investitori contrarian, questo ha rappresentato un momento di panico estremo ed è servito da indicatore precoce del successivo minimo e rimbalzo.


Conclusione

In questo contesto ad alta frequenza lo 0,01% non rappresenta un parametro di tasso isolato, bensì il risultato di un equilibrio dinamico tra efficienza del mercato e incentivi al capitale.

Ha origine dal tasso di riferimento stabilito dall'exchange e viene mantenuto da un efficiente ecosistema di arbitraggio, fungendo in definitiva, in situazioni di stress, da prezioso indicatore in tempo reale del sentiment di mercato.

Non è statico; è un'armonia prodotta da innumerevoli bot e trader umani attraverso miliardi di transazioni. Una profonda comprensione di questo meccanismo è un requisito fondamentale per qualsiasi partecipante serio al mercato, dai principi di base alla competenza. Che possiamo sempre approcciarci al mercato con umiltà e rispetto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 1 luglio 2026

Brexit 10 anni dopo: il collasso economico che non è mai avvenuto

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di John Phelan

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/brexit-10-anni-dopo-il-collasso-economico)

Quando il 23 giugno 2016 la Gran Bretagna votò per uscire dall'Unione Europea, le previsioni per la sua economia erano fosche. Il Primo Ministro, David Cameron, e il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, citarono un'analisi del Tesoro che prevedeva che “un voto per l'uscita spingerà la nostra economia in una recessione che ridurrà il PIL del 3,6% e, nell'arco di due anni, lascerà senza lavoro centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese rispetto alle previsioni di crescita continua se voteremo per rimanere nell'UE”.

Quello scenario apocalittico non si è mai avverato. L'economia britannica si è ostinatamente rifiutata di collassare dopo il referendum e, quando ciò è accaduto, è stato per la stessa ragione per cui sono crollate tutte le altre economie: il COVID-19.

Se confrontiamo l'andamento dell'economia britannica prima e dopo la Brexit con quello degli altri Paesi del G7, è difficile intravedere il preannunciato tracollo economico.

Il Grafico 1 mostra la variazione in punti percentuali della crescita del PIL pro capite – l'indicatore che conta davvero per il benessere economico – tra i Paesi del G7 nei periodi pre e post-Brexit. Si osserva che la crescita del PIL pro capite del Regno Unito è stata superiore di 3,2 punti percentuali nel periodo successivo alla Brexit (dal 2016 al 2025) rispetto al periodo precedente (dal 2007 al 2016), un risultato migliore rispetto a quello di altri due Paesi del G7, Canada e Germania, e in linea con quello di un terzo Paese, il Giappone; tutt'altro che una catastrofe economica.

Grafico 1: Variazione in punti percentuali della crescita del PIL reale pro capite, dal 2007 al 2016/dal 2016 al 2025 (Livelli annui destagionalizzati e calcolati in base al calendario, dollari USA pro capite, conversione a parità di potere d'acquisto, 2020). Fonte: OECD Data Explorer

Ciononostante alcuni ricercatori sostengono che la Brexit abbia avuto un impatto economico significativo. Gli economisti Nicholas Bloom, Philip Bunn, Paul Mizen, Pawel Smietanka e Gregory Thwaites del National Bureau of Economic Research hanno stimato che entro il 2025 la Brexit avrà ridotto il PIL del Regno Unito tra il 6 e l'8%, rispetto al 2016.

Ci sono motivi per dubitarne.

Innanzitutto il documento del National Bureau of Economic Research, come altri, non confronta la performance economica della Gran Bretagna dopo la Brexit con quella di questi altri Paesi, bensì con quella di un “doppelgänger” artificiale, la cui composizione, come osserva l'economista Julian Jessop, è piuttosto sconcertante. Gli otto Paesi da cui è composto non includono né la Francia né la Germania, ma comprendono due stati baltici e gli Stati Uniti. È difficile comprenderne la logica.

In secondo luogo, attribuisce interamente la performance inferiore della Gran Bretagna rispetto al suo omologo alla Brexit. Eppure il membro del G7 che ha registrato il calo più marcato sia della crescita del PIL pro capite che di quella totale, prima e dopo la Brexit, è la Germania, che è rimasta nell'UE. Gran parte della sua deludente performance economica degli ultimi anni può essere attribuita alle sue linee di politica sulla cosiddetta “energia verde”, ma se dobbiamo tenere conto di fattori diversi dall'appartenenza all'UE quando valutiamo la performance inferiore della Germania, perché non lo facciamo anche per la Gran Bretagna?

Sotto i governi conservatori e laburisti post-Brexit, a partire dal 2024, l'economia britannica è stata strangolata da tasse e oneri normativi sempre più elevati, che ne avrebbero ostacolato la crescita anche se il Paese avesse votato per rimanere nell'UE. Questo aspetto deve essere preso in considerazione nella valutazione dell'impatto economico della Brexit.

Questi problemi metodologici potrebbero spiegare i risultati sorprendenti. Se l'economia britannica fosse davvero cresciuta di un altro sette percento, sarebbe passata dalla quarta economia a più rapida crescita del G7 nel periodo 2007-2016 alla terza nel periodo 2016-2025, il che è certamente possibile. Ma, come mostra il Grafico 2, la performance ipotizzata dagli economisti del National Bureau of Economic Research implica che, se la Gran Bretagna fosse rimasta nell'UE, la sua crescita del PIL nei dieci anni successivi al 2016 sarebbe stata superiore di 9 punti percentuali rispetto ai dieci anni precedenti al 2016. Questo rappresenterebbe un miglioramento superiore a quello di tutti gli altri Paesi del G7, ad eccezione di due: l'Italia, la cui economia, dal 2016 al 2025, si stava riprendendo da un crollo del PIL del 6,7% tra il 2007 e il 2016, e gli Stati Uniti, che sono leader del G7 in termini di crescita del PIL.

Grafico 2: Variazione in punti percentuali del tasso di crescita del PIL reale dal 2007/2016 al 2016/2025 (Tasso di crescita, periodo su periodo, volume a catena, corretto per il calendario e la stagionalità). Fonte: OECD Data Explorer

È plausibile? L'economia britannica era davvero pronta per una performance così solida nel 2016? Chi ricorda le lamentele sui danni economici causati dall'“austerità” del governo Cameron rimarrà sorpreso allora.

Perché la Brexit non ha smentito le previsioni economiche?

Innanzitutto l'UE è in ritardo in campo economico. Come mostra il Grafico 3, dal 2011 l'economia dell'UE è cresciuta del 20,6%, mentre l'economia statunitense – la seconda destinazione per le esportazioni britanniche dopo l'UE nel 2016 – è cresciuta del 39,9%, quasi il doppio.

Grafico 3: Crescita del PIL reale (tasso di crescita, periodo su periodo, volume a catena, aggiustato al calendario e alla stagionalità). Fonte: OECD Data Explorer

In secondo luogo, l'economia britannica era una delle meno dipendenti dagli altri Paesi membri dell'UE. Come mostra il Grafico 4, nel 2015 solo il 42,3% delle esportazioni britanniche era destinato all'UE, una quota inferiore a quella di ciascuno degli altri 27 Stati membri. Ciò è dovuto in parte al fatto che, come ha di recente osservato Luis Garicano, ex-membro del Parlamento europeo, il “mercato unico” è in gran parte un mito.

“L'FMI stima che il costo occulto del commercio di merci all'interno dell'UE equivalga a un dazio del 45%”, scrive. Ciò vale soprattutto per i servizi, dove “la cifra sale al 110%, superando i dazi imposti da Trump sulle importazioni cinesi durante il ‘Giorno della Liberazione’”. Questo rappresenta un problema particolare per la Gran Bretagna, dove, come mostra il Grafico 5, nel 2015 i servizi hanno rappresentato una quota maggiore delle esportazioni rispetto a 22 degli altri 27 Paesi dell'UE.

Grafico 4: Quota delle esportazioni verso gli altri Stati membri dell'UE, 2015. Fonte: Eurostat & Dipartimento per le Imprese e il Commercio

Grafico 5: Servizi in percentuale sul totale delle esportazioni, 2015. Fonte: Indicatori di sviluppo della Banca Mondiale

A distanza di un decennio questi fatti sono rimasti pressoché invariati e le speranze che l'economia britannica possa essere rilanciata da legami più stretti con l'UE, o addirittura da un suo rientro, sono destinate a deludere chiunque ci creda. Come per altre “uscite”, la prosperità dell'economia britannica dipenderà in larga misura da ciò che accadrà in Gran Bretagna. E se nel 2016 scrivevo che “dubito che le prospettive economiche a lungo termine della Gran Bretagna dipendano dall'adesione all'UE”, allora potrei essere giustificato a darmi una pacca sulla spalla.

Ma forse questo non coglie il punto. Per la maggior parte delle persone la Brexit non è mai stata davvero una questione economica, bensì solo un pretesto per il dibattito che la gente voleva affrontare, ma che aveva paura di esprimere apertamente: quello più elementare sull'identità. Nel decennio successivo alla Brexit, questa paura si è attenuata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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