venerdì 15 maggio 2026

Dall'eurodollaro al WTI: la conclusione della guerra d'indipendenza (finanziaria) americana

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/dalleurodollaro-al-wti-la-conclusione)

Nel momento in cui la liquidità in dollari nel sistema offshore del biglietto verde è diminuita, l'Inghilterra “si è scoperta” povera. Il sistema eurodollaro ha rappresentato il più grande bacino di liquidità in dollari al mondo. Si stima che il suo valore si aggiri intorno ai $100.000+ miliardi, capitali completamente al di fuori del controllo del Dipartimento del Tesoro statunitense. Un deposito in eurodollari presso HSBC a Londra (o qualsiasi altra banca estera) rappresentava un credito nei confronti di HSBC e non del governo statunitense. HSBC poteva di fatto scegliere autonomamente la propria allocazione patrimoniale. Ecco che entrano in gioco le stablecoin, però: riancorano le riserve in dollari offshore direttamente al debito sovrano statunitense. Un USDT nel portafoglio di un investitore di Hong Kong è (grazie al GENIUS Act) ora un credito nei confronti del Dipartimento del Tesoro statunitense (tramite la riserva di Tether).

Si tratta di un “rimpatrio” digitalizzato del sistema eurodollaro, in cui ogni dollaro offshore detenuto sotto forma di stablecoin si traduce ora in un credito nei confronti del Dipartimento del Tesoro statunitense. Se anche solo il 25% del bacino di eurodollari migrasse in stablecoin entro il 2035, ciò si tradurrebbe in una nuova domanda strutturale di titoli del Tesoro americani compresa tra $3.500 e $4.500 miliardi. Una cifra sufficiente, da sola, ad assorbire circa due anni di emissioni nette di titoli del Dipartimento del Tesoro americano al ritmo attuale. Le stablecoin ricicleranno il dollaro offshore e, così facendo, contribuiranno a risolvere la situazione fiscale degli Stati Uniti.

Non fatevi, quindi, abbindolare dai dilettanti della geopolitica e dell'economia, l'Iran non è mai stato il bersaglio: esso è sempre stato la rete di flussi finanziari che ha alimentato la City di Londra e le briciole a Londra stessa. Tutto il petrolio parcheggiato nei porti iraniani ha bloccato suddetti flussi, poiché i proventi non possono essere intermediati dalla Turchia (ad esempio) e finanziare tutta quella pletora di attività nel sottobosco degli stati che permettevano alla City di allungare i suoi tentacoli di controllo. Qui l'Iran è solamente il terreno di scontro e quando Trump ha parlato di annichilimento di una civiltà, avvertiva ancora coloro indecisi con chi schierarsi: se con Londra o con Washington.

In questo senso il potere di leva è concreto, perché questa gente per quanto fanatica possa essere ci tiene alla propria pelle. Infatti abbiamo scoperto sin dall'inizio di questo conflitto chi veramente comanda e non sono i mullah: l'IRGC, infatti, ha messo agli arresti domiciliari Ghalibaf, Pezeshkian, Araghchi e persino il figlio della guida spirituale iraniana. Il vero potere è l'IRGC come ho ripetuto spesso nei miei commenti è così si è rivelato. Ma che potere rimane se i pozzi petroliferi devono essere fermati e si rischiano infiltrazioni di acqua che li renderebbero inutilizzabili per sempre? Questo era l'annichilimento cui faceva riferimento Trump: niente più energia, niente più proventi, niente più società.

L'IRGC ha perso la guerra al terzo giorno di conflitto. Ciò che rimane adesso è una Paese dilaniato dalla guerra civile e da un attore dietro le quinte che rifiuta di scendere a compromessi. Lo Stretto di Hormuz, tecnicamente, non è chiuso: ci sono navi che si rifiutano di attraversarlo. L'Iran sopravvive solo nella guerra di propaganda, quella cinetica è già stata vinta dagli americani. Aerei, navi e altri veicoli militari americani sono come “anatre grasse” in attesa di essere colpite, eppure non vediamo tutte queste fantastiche e innumerevoli armi che colpiscono tutti questi obiettivi e accumulano sacchi di cadaveri americani. Il modo di negoziare iraniano è come quello già visto tra UK/UE sulla Brexit e tra Russia/Ucraina. Gli iraniani HANNO RIFIUTATO la proposta americana di aiutare a costruire centrali nucleari civili! Ma... di... cosa... diavolo... stiamo... parlando? L'obiettivo della City era trasformare l'Iran nella Corea del Nord del Medio Oriente e da lì minacciare tutto e tutti con armi nucleari. Ecco perché è stato vitale l'intervento americano per togliere dal tabellone di gioco questo asso nella manica inglese tramite il riorientamento delle tratte commerciali/logistiche del petrolio.

La City di Londra è un concetto, non un posto fisico: la vecchia rete di intrallazzi monetari e geopolitici. Dopo aver distrutto l'Inghilterra, questa rete, avrebbe traslocato altrove. Per la precisione negli Emirati Arabi Uniti, ma gli Stati Uniti hanno impedito questo spostamento. Hong Kong? La Cina impedirà questo spostamento. Singapore? La Cina farà lo stesso. L'unica scelta rimasta è Ankara, dato che ha un esercito importante è una buona capacità di proiettare forza geopolitica al di fuori del Paese. Si tratta di far percepire l'importanza, dal punto di vista marittimo, di determinati punti geografici sul globo: come farli percepire indispensabili a quante più persone possibili.

Ed è questo che Trump sta soprattutto attaccando: l'Iran è solo importante finché un'altra porzione del mondo non diventa il centro dell'economia mondiale e del flusso di energia. Quando i russi guardano a Est piuttosto che a Sud, quando i cinesi guardano a Est piuttosto che a Ovest o Sud, tutti gli stretti presenti in Medio Oriente e in Europa perdono il loro potere geopolitico. Soprattutto se si sposta la produzione di energia nel Golfo d'America. Ecco perché Carlo III è andato negli USA e perché Trump definisce i termini della vittoria in Iran in modo diverso da quelli che si sentono sulla stampa o dai dilettanti della geopolitica nei canali d'informazione alternativi.

Il coro dei MAGA fasulli/infiltrati, come Tucker Carlson e altri accoliti della cerchia di Bannon, recitava all'unisono “all'Iran basta sopravvivere per vincere”. Non si combatte una guerra in base ai termini della vittoria definiti da qualcun altro. In Iran era stata preparata una guerra diversa da quella che gli Stati Uniti hanno invece imposto, cambiando il terreno di scontro e le tattiche. E soprattutto gli obiettivi finali.

Qatar, Oman, Emirati Arabi Uniti... tutti questi erano Paesi fasulli, avamposti colonizzati dalla City di Londra per le sue operazioni in ambito finanziario, energetico e di intelligence. Il caos alimentato in Medio Oriente è sempre stato alimentato per creare le condizioni affinché chi fosse dietro di esso ne guadagnasse e Londra ha sempre avuto un piede in due staffe in Medio Oriente per fomentare il caos, non ultimo il caos tra Israele e palestinesi. O se questo non fosse chiaro, vi basti vedere come agiva la SPLC.

Non si agisce in base ai termini della vittoria dei propri avversari. Quello che non capiscono i gaslighted dalla propaganda inglese, è che devono girare il mappamondo per capire quale sarà l'esito finale del conflitto in Iran. L'obiettivo della City era concentrare il mondo finanziario ed energetico in quella regione del mondo; gli Stati Uniti stanno scardinando questa visione ridirezionando suddetti settori nel Pacifico. E indovinate un po'? Stanno avendo successo.

Chi controllava il meccanismo di prezzo del dollaro prima del 2022? La City di Londra. Chi controllava il meccanismo di prezzo della maggior parte dei principali asset industriali ed è una potenza post-industriale? La City di Londra. Non New York, non Chicago, non Hong Kong, non Tokyo, non Sydney. Il mercato dell'alluminio, il mercato del rame, il mercato dell'oro e dell'argento, il mercato del nickel... il mercato del petrolio. E stiamo parlando di contratti che non prevedono consegna, infatti la maggior parte di essi era puramente di natura finanziaria, dove la capacità di apporre la stessa garanzia infinite volte in diversi contratti è legale nella City di Londra. Mentre non è legale a New York ad esempio.

Bessent sta perseguendo una delle operazioni più importanti per depotenziare la City di Londra nell'impostare i prezzi di asset industriali strategici (es. rame, alluminio, nickel, piombo, zinco, oro, argento, platino, palladio, petrolio). Perché? Perché gli USA stanno affrontando un percorso di re-industrializzazione e non c'è posto per una potenza finanziarizzata post-industriale che possa inficiare un tale processo. E questa è una guerra che non può essere vinta da soli. Chi c'è dall'altro lato di questo processo? La Cina. In questo modo si rimuove “l'intermediario” che vorrebbe metterli l'uno contro l'altro a proprio vantaggio. Se si guardano alcuni di questi eventi in base a questa chiave di lettura, si vedranno i mercati non come armi geopolitiche bensì come strumenti di negoziazione.

Gli inglesi stanno realizzando, quindi, che gli americani sono determinati ad andare per i fatti loro, e questo significa che faranno di tutto per impedire la fuga della “colonia impazzita”. La storia americana è pregna di episodi in cui gli inglesi sono stati coinvolti, in un modo o nell'altro, affinché recuperassero le redini di una nazione che voleva sganciarsi dall'impero inglese.

Il panico del 1812, il tentato assassinio di Andrew Jackson, la Guerra civile, la schiavitù, l'assassinio di Lincoln e il buco della memoria in cui sono state scaraventate figure come il generale Grant, Wilson il primo presidente a essere una pedina inglese nella storia americana, la morte misteriosa di Roosevelt una settimana dopo aver affrontato a muso duro Churchill sul fatto che lui non era sceso in guerra per permettere all'impero inglese di sopravvivere, le prime elezioni rubate nella storia americana tra Dewey e Truman (indovinate chi autorizzò il lancio della bomba nucleare e a chi fa comodo un mondo minacciato dal pericolo nucleare, oltre al non sviluppo di fonti energetiche come l'uranio 233 e il torio 232 che non hanno come sottoprodotto il plutonio con cui fare armi?), ecc.

Questo breve elenco di episodi mette in luce una verità nascosta poco sotto la superficie del presunto impero americano: non è mai esistito, così come non è mai esistito il petrodollaro. Ciò che è esistito, invece, è una fitta rete nel sottobosco delle istituzioni americane che ha lavorato per mantenere un determinato status quo: una sintonia con l'impero inglese (riciclatosi negli anfratti oscuri della storia) e un finanziamento dello stesso tramite l'eurodollaro.

Se c'è una cosa che gli USA stanno dimostrando in Iran, e che i russi hanno dimostrato in Ucraina, è che il modo di fare guerra moderno può benissimo fare a meno dell'arsenale nucleare. Il conflitto in Medio Oriente sta servendo come banco di prova per nuove armi, così come l'Oreshnik russo. Gli arsenali nucleari, infatti, oltre a essere obsoleti e ad avere effetti di lunga durata, sono maledettamente costosi da mantenere. Voglio dire, davvero si può credere che un Paese come il Pakistan abbia potuto dotarsi di armi nucleari senza l'esplicito consenso inglese affinché fosse uno dei tanti teatri di potenziali attriti con l'India e che le tenga aggiornate?

Ciò che ci stanno insegnando droni e altri tipi di missili e tipologie di armi è che il mondo è pronto per abbandonare questo tipo di “deterrenza militare” che in realtà è sempre stata una motivazione ad appannaggio del colonialismo inglese con cui controllare a distanza altre parti del mondo. Fomentare il caos e, ancora una volta, “Divide et impera”. E in questo contesto anche la militarizzazione delle valute ci indica una storia: così come l'obsolescenza delle armi nucleari verrà dimostrata al mondo, anche l'obscolescenza delle CBDC verrà dimostrata al mondo. Anzi, è già qui. Infatti l'incipiente approvazione del CLARITY Act rappresenterà la pietra tombale definitiva su qualsiasi speranza della cricca di Davos-City di Londra di riciclare le proprie attività nel mondo post-transizione che stanno modellando gli Stati Uniti.

La de-dollarizzazione, diversamente da quello che dicono gli analfabeti finanziari secondo cui basterebbe “diversificare” la valuta negli scambi commerciali, significherebbe nel concreto accettare il dolore di una contrazione economica devastante dell'economia della propria nazione. Ovvero, vendere dollari e asset denominati in dollari e andare in default per i prestiti contratti in tale valuta. Nessuno è disposto ad accettare il dolore economico derivante dalla VERA de-dollarizzazione. Il fatto che nessuno voglia intraprendere questo percorso, quindi, è il segno tangibile e sufficiente che il feticcio di un abbandono del dollaro come valuta di scelta nel commercio mondiale è uno specchietto per allodole; una percezione distorta della realtà. E questo punto è dimostrato perfettamente dal fatto che le nazioni del mondo, in particolare quelle del Golfo in questo momento storico, preferiscono accendere linee di swap in dollari (prestiti, quindi) piuttosto che vendere la quantità di asset denominati in dollari e dollari nelle loro casse. Nonostante tutte le chiacchiere, le illazioni, le presunte prove, i video su Youtube, i post sui social, le nazioni del mondo preferiscono il “dolore” del sistema del dollaro piuttosto che il dolore economico. E la capillarizzazione che raggiungerà Tether nel mondo intero assicurerà agli Stati Uniti la capacità di trattenere le vecchie sfere di influenza e conquistarne di nuove.

Questo fatto è estremamente importante, visto che gli avversari non rimarranno a guardare. Infatti, proprio due settimane fa mentre i mercati londinesi erano chiusi, è stato sferrato un attacco ai titoli di stato a lunga scadenza americani (ricordiamo che la Banca d'Inghilterra è praticamente il maggior detentore di bond americani insieme alle sue succursali) e alla valuta degli Emirati Arabi Uniti, i quali hanno richiesto linee di swap alla FED. Quando i bond trentennali hanno oscillazioni così marcate, non possono essere altro che le banche centrali a ordire macchinazioni del genere; senza contare che gli EAU adesso sono una pedina scappata dalle grinfie inglesi. E, purtroppo, per una pedina scappata ce n'è un'altra catturata.

Il decennale è quel punto di riferimento che si guarda sovente perché su di esso si basa il mercato immobiliare, il mercato industriale, ecc. Insomma i progetti strutturali a lungo termine si basano sui bond decennali. Confrontare uno di una nazione con quello di un'altra permette di capire qual è la preferenza dei capitali per l'una o l'altra nazione. Quando ci sono impennate, esse sono quasi sempre correlate con eventi geopolitici. Negli ultimi 3 anni il differenziale tra decennale tedesco e italiano è sceso, dato che in precedenza la Lagarde difendeva principalmente il rendimento tedesco affinché non superasse una certa soglia. Di recente invece la Meloni, appoggiando Trump, ha permesso ai mercati dei capitali di scommettere sull'Italia nonostante le turbolenze economiche e politiche. A quest'ora ci sarebbe dovuto essere un superamento, ma la sua assenza dimostra la mano pesante della BCE sui rendimenti tedeschi e questo si traduce in una pressione di vendita su altri bond europei che non sono difesi tanto quanto quelli tedeschi.

Negli ultimi due anni, in particolare, abbiamo assistito a impennate improvvise, con i titoli italiani venduti e la BCE a comprare forsennatamente i titoli tedeschi, e un rientro nella normalità da parte dei titoli italiani puntellati dagli investitori americani. Per gran parte della sua legislatura la Meloni è rimasta su un percorso “giusto”, però nelle ultime 6 settimane qualcosa è cambiato, così come il suo atteggiamento; qualcosa che le ha fatto percepire pericolo a livello politico. E con tale atteggiamento è cambiato anche l'andamento dell'intera curva dei rendimenti italiani, la quale sta salendo. Ha subito un avvertimento mafioso tramite l'esito del referendum sulla giustizia, la Francia continua a fare pressione sul Nord-ovest italiano, l'Istat ha rivisto in negativo l'andamento del PIL facendo scattare il processo di infrazione a livello di deficit, ecc.

Differenziali nelle curve di rendimento tra il 28 febbraio e il 28 aprile (Azzurro = Germania; Rosa = Francia; Viola = Italia)

Senza contare che questo mese scatta la nona rata del PNRR e chi ha accettato questa linea di credito sapeva che sarebbe stato un cappio al collo dell'Italia, soprattutto in virtù del fatto che una parte cospicua del programma è sì a fondo perduto, ma per lo stato italiano NON per i contribuenti italiani. E adesso iniziano a spuntare fuori le prime defezioni dal governo e i nomi degli infiltrati nello stesso. Lo Stato profondo italiano va indietro di centinaia di anni e i suoi tentacoli sono molto, molto profondi e forse dovremmo accettare che è diventata una pedina catturata sul tabellone di gioco.


CONCLUSIONE

I segnali che ci arrivano confermano che i moribondi sono gli europei, non gli Stati Uniti. La “disfatta totale” in Iran è per Londra-Parigi-Bruxelles.

La Persia era lo spartiacque tra la potenza marittima britannica e quella terrestre russa; in seguito divenne un pilastro dell'impero energetico della City di Londra, alimentando la marina di Churchill e arricchendo il distretto finanziario londinese. Inutile dire che la nazione ha orbitato da sempre nella sfera d'influenza inglese. Ciò che sta attaccando Trump nella zona, e per contraccolpo in Europa, è l'idea che tali luoghi siano il “centro” del mondo. La vittoria degli USA è quella di aver iniziato il ridirezionamento delle rotte commerciali e finanziarie mondiali. Prendendo spunto da Alexander Hamilton sulla forza industriale e finanziaria, da Henry Clay sullo sviluppo interno e da James Monroe sulla convinzione che le potenze esterne non debbano dettare il destino dell'emisfero occidentale, ciò significa ricostruire la capacità produttiva americana, proteggere il proprio emisfero come fortezza energetica e garantire che nessun rivale possa dominare le risorse critiche o i punti strategici dell'economia mondiale.

L'America non sta cercando di isolarsi dal mondo; sta cercando di diversificare le fonti e le rotte energetiche, riportare in patria o in Paesi amici la produzione critica, e costruire sistemi che offrano agli Stati Uniti e ai loro alleati delle alternative da quando la City ha trasformato l'interdipendenza in potere di leva. La chiusura dello Stretto di Hormuz è l'esempio concreto di questa dottrina in termini di potere militare.


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giovedì 14 maggio 2026

Mining di Bitcoin e rete elettrica: un salvatore in sordina

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Joakim Book

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/mining-di-bitcoin-e-rete-elettrica)

Mentre tutti gli occhi erano puntati sulla tempesta invernale che imperversava in America il mese scorso, un eroe silenzioso lavorava dietro le quinte per garantire che l'elettricità non mancasse.

E non mi riferisco ai soccorritori o alle squadre di elettricisti, forestali e ingegneri che mantengono le linee elettriche attive e libere dal ghiaccio; queste persone operano in prima linea e la popolazione è ben consapevole del loro ruolo critico.

Prima e durante le tempeste invernali, la fornitura di energia elettrica si riduce e la domanda domestica aumenta vertiginosamente: si pensi ai riscaldatori elettrici, alle pompe di calore che richiedono più energia, al maggior numero di luci accese e al sistema del gas naturale che necessita di più elettricità per il normale funzionamento.

Nel gergo dell'ABC dell'economia, la rete elettrica è colpita da uno spostamento simultaneo dell'offerta verso sinistra e della domanda verso destra, il che spiega perché i prezzi dell'elettricità e del gas naturale  siano schizzati alle stelle negli ultimi giorni.

La maggior parte delle persone pensa all'elettricità (o all'energia in senso più ampio) come a una risorsa statica, a disposizione della civiltà e sempre disponibile con il semplice azionamento di un interruttore.

Questo vale anche per la benzina nel serbatoio di un'auto, che rimane liquida e stabile quando non viene utilizzata.

L'elettricità, al contrario, è un flusso costante in cui la pressione di un pulsante lo reindirizza da un'altra parte, oppure informa i generatori o i reattori di produrne di più, o di riattivare le turbine di riserva in funzione.

Alcuni Paesi, come la mia Islanda, utilizzano le fonderie di alluminio come riserva di energia elettrica, un consumatore insaziabile che potrebbe utilizzare più o meno elettricità per far funzionare il processo di Hall-Héroult – la dissoluzione dell'ossido di alluminio nella criolite fusa – più velocemente o più lentamente.

Circa quattro quinti di tutta l'elettricità prodotta nel Paese insulare (elettricamente isolato) viene utilizzata per la produzione di metalli, colmando il divario tra la produzione da fonti rinnovabili (idroelettrica programmabile e geotermica costante) e la domanda variabile, essendo sempre in grado di restituire energia alla rete quando necessario.

La rete elettrica del Texas, ad esempio, non può contare su una vasta industria dell'alluminio a supporto della sua attività e di milioni di famiglie.

Come fanno dunque lo stato e il suo gestore di rete, ERCOT, a procurarsi gigawatt aggiuntivi a piacimento, visto che l'elettricità è una risorsa a richiesta, in continuo flusso?

Si potrebbe pensare “più produzione”, il che in un certo senso è vero: in una centrale a gas naturale o idroelettrica, si aumenta la produzione; con le turbine eoliche in eccesso che funzionano a vuoto, si può ordinarne la riattivazione. Ma in una rete come quella del Texas, che ha esternalizzato gran parte della sua elettricità alla natura (solare ed eolica), servono anche altri meccanismi per gestire i picchi di domanda o le tempeste invernali; è troppo tardi per iniziare a costruire nuove centrali una settimana prima dell'arrivo della tempesta.

Sebbene alcuni media abbiano sottolineato come il Texas disponga ora di una “capacità di batterie sulla rete quasi 10 volte superiore” rispetto a quella impiegata durante la devastante tempesta di cinque anni fa, l'elemento mancante è l'arrivo dei miner di Bitcoin, capaci e disposti a interrompere l'attività con breve preavviso; dal punto di vista della rete elettrica, i miner sono di fatto equivalenti a enormi batterie distribuite sul territorio.

Negli ultimi quattro anni circa, il ruolo degli Stati Uniti nel mining mondiale di Bitcoin è aumentato considerevolmente, alimentato in parte dall'esodo dalla Cina e da politiche accomodanti, ad esempio, in Texas e Tennessee. Anche a livello federale, l'attuale amministrazione ha notoriamente dichiarato di voler che i bitcoin che restano da minare “siano minati in America”.

Normalmente i miner di Bitcoin utilizzano l'elettricità per alimentare computer particolari con cui effettuare tale attività. La maggior parte di quelli su scala industriale partecipa a programmi di gestione della domanda che, quando richiesto dalla rete (e rimborsati di conseguenza), spengono le macchine e restituiscono così il flusso di elettricità alla rete. Tutto ciò è simile a una sorta di assicurazione per la fornitura di energia elettrica stipulata dalla rete; come una batteria, ma meno ridondante e dispendiosa. Al contrario, le fonti di energia di riserva come le turbine eoliche non in funzione, o gli impianti di batterie ricaricabili, sono costose, sovradimensionate ed economicamente inefficienti. Avendo un numero considerevole di miner di Bitcoin, è possibile esternalizzare efficacemente questa funzione di backup a un consumatore sempre attivo e sempre affamato come i miner di Bitcoin.

Sebbene questi ultimi consumino solo una piccola percentuale dell'energia generata dalla rete ERCOT, rappresentano la percentuale più flessibile, essendo in grado e disposti a restituire tutta l'energia alla rete in qualsiasi momento.

“I miner di Bitcoin forniscono un carico flessibile in un modo che nessun altro caso d'uso industriale può eguagliare”, ha detto Ella Hough della Cornell University a proposito della rete elettrica del Texas. Riot Platforms, un'azienda texana che si occupa di mining di Bitcoin, ha fatto registrare crediti di riduzione del consumo pari a circa il 15% del suo costo dell'elettricità nel 2024.

È importante notare che questi pagamenti non sono sussidi, come spesso accade nel settore delle energie rinnovabili, bensì compensi per servizi specifici resi: si pensi alla partecipazione a programmi di gestione della domanda, analogamente a un contratto assicurativo. La differenza fondamentale per un'azienda di mining rispetto a qualsiasi altro utente di elettricità, inclusi i data center o le aziende di intelligenza artificiale, è che non subisce alcun danno interrompendo l'attività: infatti la maggior parte degli impianti di mining programma interventi di manutenzione o riparazione specifici durante i periodi di riduzione della produzione. In cambio di un compenso – o, tecnicamente, di uno sconto sulla bolletta elettrica totale – le sue attività possono essere interrotte (e riavviate in seguito) senza perdite operative.

Quando ho approfondito questi argomenti in un articolo due anni fa, ho scritto:

Il motivo per cui la rete elettrica è sotto pressione durante un'ondata di freddo è lo stesso per cui i consumatori attribuiscono un valore molto elevato al proprio consumo di elettricità. L'offerta si riduce proprio nel momento in cui la domanda dei consumatori diventa anelastica rispetto al prezzo, e in una situazione di emergenza il riscaldamento e l'illuminazione delle case assumono un valore pressoché infinito.

L'hashrate, ovvero la quantità di potenza di calcolo operativa sulla blockchain di Bitcoin in un dato momento, è diminuito di circa un terzo negli ultimi giorni, principalmente a causa delle centinaia di etahash (unità di misura della potenza di calcolo utilizzata per il mining di Bitcoin) che partecipano a tali programmi di risposta alla domanda.

Vedere l'indicatore di hashrate sul mio dispositivo di mining domestico mostrare un hashrate di circa 650 EH/s anziché 1.150 EH/s di pochi giorni prima è stato sorprendente e illuminante: tutta l'elettricità che prima alimentava la rete Bitcoin è stata invece reindirizzata per alimentare stufe elettriche, luci e macchinari aggiuntivi, necessari nelle aree colpite dalla tempesta.

Vantaggi per tutti: i miner rimasti sulla rete Bitcoin ottengono temporaneamente ricompense più elevate grazie alla minore concorrenza (anche se la generazione dei blocchi è risultata leggermente più lenta), i miner ricevono lucrosi crediti per la riduzione della produzione e i consumatori hanno a disposizione più energia elettrica.

È il consumatore di elettricità per eccellenza, l'ultima risorsa, grato in tempi normali per ogni watt che gli viene assegnato, ma felice di cederlo immediatamente quando c'è un utilizzo più redditizio altrove, venendo di fatto superato da milioni di famiglie che necessitano di energia extra. I miner di Bitcoin sono l'opposto, felici di assorbire tutta l'energia in eccesso e inutilizzata, per poi restituirla quando la rete ne ha più bisogno.

Bitcoin, la moneta digitale magica, potrà anche essere tale, ma i suoi effetti positivi sulle reti elettriche di tutto il mondo potrebbero essere persino più importanti del valore intrinseco dell'asset. Eventi critici come la tempesta che ha colpito gran parte degli Stati Uniti orientali e meridionali a gennaio dimostrano la forza di questo sostegno istituzionale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 13 maggio 2026

L'economia della gratitudine: ciò che i newyorkesi hanno dimenticato sulla prosperità

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Barry Brownstein

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/leconomia-della-gratitudine-cio-che)

Se dovessi riassumere la mentalità dei newyorkesi che hanno eletto Zohran Mamdani a sindaco di New York, direi che vogliano qualcosa senza dare nulla in cambio e che a pagarne il prezzo siano i ricchi. Invece non otterranno nulla e ne pagheranno il prezzo con una qualità della vita peggiore.

La vittoria di Mamdani è stata lastricata di ingratitudine per le benedizioni che i newyorkesi ricevono quotidianamente. La mentalità che pretende “qualcosa in cambio di niente” dalla società non è solo un fenomeno politico, ma una profonda lacuna nella comprensione economica e nel carattere morale.

Frédéric Bastiat, nei suoi Sofismi economici, ha messo a nudo ciò che molti non comprendono: “Entrando a Parigi, che ero venuto a visitare, mi dissi: qui ci sono un milione di esseri umani, che morirebbero tutti in breve tempo se cessasse l'afflusso di ogni genere di viveri verso questa grande metropoli”.

Bastiat spiegò che la nostra “immaginazione” non riesce nemmeno a comprendere “la vasta molteplicità di merci” che dovevano entrare ogni giorno per impedire ai parigini di morire di fame. “Eppure”, sottolineò Bastiat, “in questo momento tutti dormono, e il loro sonno tranquillo non è disturbato nemmeno per un istante dalla prospettiva di una catastrofe così spaventosa”.

Quel testo fu scritto nel 1845; oggi la complessità dell'economia necessaria a mantenere in vita e in salute i parigini (e i newyorkesi) è aumentata esponenzialmente. Eppure, se esistesse un sondaggio Gallup che monitorasse il livello di gratitudine dei newyorkesi dal 1847 a oggi, scommetterei che essa sia diminuita.

Nel libro, Armonie economiche, Bastiat scrisse di una persona di modeste condizioni: “È impossibile non rimanere colpiti dalla sproporzione, davvero incommensurabile, che esiste tra le soddisfazioni che quest'uomo trae dalla società e le soddisfazioni che potrebbe procurarsi da solo se fosse ridotto alle proprie risorse”.

Considerato questo dato di fatto, l'ingratitudine è forse segno di una mente ignorante e arrogante? Dopotutto, come aggiunse Bastiat, “oserei affermare che in un solo giorno egli consuma più cose di quante ne potrebbe produrre in dieci secoli”.

Bastiat aggiunse con perspicacia che questo dono di ricchezze da parte di altri non avviene a spese di nessun altro: “Ciò che rende il fenomeno ancora più strano è che la stessa cosa vale per tutti gli altri uomini. Ciascuno dei membri della società ha consumato un milione di volte di più di quanto avrebbe potuto produrre; eppure nessuno ha derubato nessun altro”.

In breve, la mentalità “chi vince e chi perde” che alcuni usano per giustificare la loro ingratitudine è insensata. Naturalmente non sono solo i newyorkesi a mostrare questa mentalità illiberale e ingrata. Definisco questa mentalità “chi vince e chi perde” illiberale, perché è incompatibile con la mentalità “vincono tutti” necessaria affinché una società libera possa prosperare.

L'ingratitudine non è un problema nuovo per l'umanità. Nelle sue, Lettere sull'etica n°81, il filosofo stoico Seneca scrisse: “Vi lamentate di aver incontrato qualcuno di ingrato. Se è la prima volta, allora dovreste essere grati voi stessi alla fortuna o ai vostri sforzi”.

Esprimere gratitudine è gratificante per sé stessi. Seneca insegnava: “Dovremmo fare ogni sforzo per mostrare tutta la gratitudine di cui siamo capaci”. Non perché ne riceveremo una ricompensa, ma perché “ogni virtù è la sua stessa ricompensa. Infatti, non si praticano le virtù per ricevere un premio: la ricompensa per un'azione retta è aver agito rettamente”.

Avendo coltivato una mentalità di gratitudine, Seneca assicurava: “Avete ottenuto qualcosa di meraviglioso [...] il miglior stato d'animo possibile [...] un cuore grato”.

Supponiamo che in questo momento non siate grati. Le parole di Seneca vi getteranno addosso un secchio d'acqua gelida: “Nessuno può godere della propria stima se non è grato agli altri. Credete forse che io stia dicendo che l'ingrato finirà per essere infelice? Non gli sto concedendo alcun tempo in più: è infelice proprio adesso”.

Se questo avvertimento non dovesse essere recepito, Seneca raccomandò con fermezza: “Dovremmo evitare l'ingratitudine non per il bene degli altri, ma per il nostro. Solo la parte più piccola e lieve della propria malvagità si riversa sugli altri; la parte peggiore – la più densa, per così dire – rimane nel vaso, soffocando chi lo possiede”.

Se la nostra ingratitudine ci sta “soffocando”, non sarebbe saggio fare qualcosa al riguardo?

Nel suo libro, Sui benefici, Seneca spiegò perché siamo ingrati: “Si tratta o di un'eccessiva considerazione di sé – la radicata debolezza umana di essere impressionati da sé stessi e dai propri successi – oppure di avidità o invidia”.

“Ognuno è generoso nel giudicare sé stesso”, osservava Seneca, “ed è per questo che ognuno pensa di essersi guadagnato tutto ciò che possiede [...] e che il suo vero valore non sia apprezzato dagli altri”.

“L'avidità”, spiega Seneca, “non permette a nessuno di essere grato. Nulla di ciò che ci viene dato è mai sufficiente a soddisfare le speranze indisciplinate; più riceviamo, più desideriamo”.

L'invidia, spiega Seneca, “è un'emozione più violenta e implacabile”. L'invidia “ci turba facendo paragoni” e “non difende mai gli interessi altrui, ma li antepone sempre a quelli di tutti gli altri”. Concentriamo “la nostra attenzione sulla fortuna di chi è più avanti di noi”.

Seneca credeva che “esistono molti tipi di persone ingrate, così come esistono molti tipi di ladri e assassini”. Sia chiaro, non tutti i newyorkesi sono ingrati, e non tutti gli ingrati risiedono a New York. Ovunque ci sono persone che negano di aver ricevuto i benefici di coloro che forniscono beni e servizi per loro conto. Seneca insegnava che “il più ingrato di tutti è colui che dimentica di aver ricevuto qualcosa”.

Come potremmo negare o dimenticare i benefici della vita moderna? Seneca spiegava: “Siamo costantemente presi da nuovi desideri; non consideriamo ciò che abbiamo, ma solo ciò che cerchiamo di ottenere”.

In breve, l'ingratitudine deriva da una distorsione fondamentale della percezione: la persona ingrata o sovrastima i propri meriti, o si concentra costantemente sui desideri inappagati, o si confronta invidiosamente con chi ha ricevuto di più, oppure si lascia talmente assorbire dalla ricerca di nuovi oggetti da dimenticare completamente i benefici ricevuti in passato. Ciascuna di queste cause cognitive riflette l'incapacità di percepire e apprezzare ciò che si è effettivamente ottenuto.

Poiché siamo troppo presi a contare ciò che crediamo ci sia dovuto, ignoriamo ciò che è sotto gli occhi di tutti. Ignoriamo i legami di reciproco vantaggio che ci uniscono e da cui dipende la nostra sopravvivenza. Il mondo di Mamdani è un mondo in cui gli ingrati prendono dagli altri e si lamentano ancora di volere di più. Se un mondo governato da “socialisti democratici” sembra insostenibile, è perché lo è.

Se scegliamo di essere un ego scontroso, mentalmente ristretto e ingrato, la nostra capacità di dare un senso alla nostra vita diminuirà di conseguenza.

Seneca ci ha lasciato questa guida per la vita: “È impossibile per chiunque provare invidia e gratitudine allo stesso tempo; l'invidia è ciò che provano i lamentosi e i malinconici, ma la gratitudine è accompagnata dalla gioia”. Seneca incoraggiava coloro che coltivano la gratitudine a essere “ostinatamente ottimisti”, convinti che gli ingrati cambieranno atteggiamento. Senza questo ottimismo, avvertiva Seneca, “l'attività umana cesserebbe”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 12 maggio 2026

La “stampa di moneta” da parte della Federal Reserve: realtà o finzione?

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-stampa-di-moneta-da-parte-della)

Di recente ho scritto un articolo intitolato Money Supply Growth, il quale ha suscitato una riflessione molto interessante da parte di Garrett Baldwin su Substack. Baldwin ha sostenuto che definire le operazioni della Federal Reserve “stampa di moneta” non è retorica, bensì una realtà. Ha citato un'intervista del 2010 a Ben Bernanke, in cui quest'ultimo descriveva come la FED applichi un ricarico sui conti digitali.

Ma il punto di vista di Garrett, pur essendo valido in parte, trascura il funzionamento del sistema. Per comprendere la crescita dell'offerta di moneta, è essenziale distinguere tra creazione di riserve e creazione di depositi.

Garrett sostiene che riferirsi alle operazioni della Federal Reserve come “stampa di moneta” non è meramente retorico, ma strutturalmente corretto:

Quando parlo di “stampa di moneta”, mi riferisco alla capacità della Federal Reserve di creare riserve digitali illimitate per acquistare titoli di Stato [...] e a come le operazioni del Dipartimento del Tesoro influenzano la leva finanziaria nel sistema finanziario.

Garrett ritiene che questo processo funzioni in modo equivalente alla stampa di moneta e che debba essere trattato come tale. Sebbene questa prospettiva metta in luce la portata e le potenziali conseguenze degli interventi monetari, rischia di travisare il processo di creazione della moneta nel sistema bancario moderno. Per chiarire questo punto, è fondamentale distinguere tra la creazione di riserve da parte della Federal Reserve e la creazione di moneta in senso ampio (come i depositi) da parte delle banche commerciali.

Cominciamo col capire come la Federal Reserve crea le “riserve”.


La creazione di riserve

La Federal Reserve effettua operazioni di mercato aperto per creare riserve bancarie. Acquista titoli del Tesoro, o titoli garantiti da ipoteca, dalle banche commerciali. In cambio accredita fondi sui conti di riserva di tali banche.

Queste riserve sono registrazioni digitali, non viene stampato denaro fisico. La banca si ritrova con più riserve e meno titoli; il suo bilancio non cresce. Nulla in questa fase aumenta direttamente l'offerta di moneta.

Ecco il flusso di base: la Federal Reserve aumenta le riserve attraverso operazioni di mercato aperto, in particolare tramite acquisti di asset su larga scala, spesso definiti quantitative easing. La FED acquista asset da banche commerciali, o primary dealer, principalmente titoli del Tesoro statunitensi o titoli garantiti da ipoteche. Paga questi asset non con denaro contante, o moneta stampata, ma accreditando il conto di riserva della banca venditrice presso la Federal Reserve.

L'ultima frase è la più importante in relazione alla “stampa di moneta”. C'è creazione di moneta, in quanto non è altro che un sistema contabile digitale di addebiti e accrediti sui conti di riserva delle banche e sul bilancio della Federal Reserve.

Ecco la procedura passo passo:

  1. Il governo emette debito per coprire le spese che superano le entrate riscosse.

  2. I “primary dealer” partecipano all'asta del debito pubblico e sono tenuti ad acquistare i titoli emessi. Le banche diventano così proprietarie del debito e il governo ha a disposizione fondi da spendere.

  3. I “primary dealer” possono quindi vendere le obbligazioni ad altri acquirenti (istituzioni, hedge fund, ecc.) OPPURE possono vendere il debito (titoli del Tesoro o titoli garantiti da ipoteca) alla Federal Reserve.

  4. In quest'ultimo caso la FED aumenta il saldo delle riserve della banca presso la sua Federal Reserve Bank distrettuale in cambio dell'acquisto del debito.

  5. La banca detiene quindi maggiori riserve e meno titoli, ma il livello complessivo dei suoi attivi rimane invariato (non c'è stata creazione di moneta).

  6. Nel bilancio della FED il lato attivi aumenta (in quanto aumenta il numero di titoli detenuti) e il lato passivi aumenta (in quanto vengono create nuove riserve).

È fondamentale sottolineare che queste riserve non sono costituite da valuta fisica. Si tratta di voci digitali nel bilancio della Federal Reserve, il cui utilizzo è limitato alle transazioni tra banche o al rispetto dei requisiti di riserva. Non sono spendibili da famiglie o imprese.


Perché la creazione di riserve non è la stessa cosa della “stampa di moneta”

L'espressione “stampa di moneta” evoca tradizionalmente l'immagine di una banca centrale che crea valuta e la immette direttamente nell'economia. In pratica la stragrande maggioranza del denaro in circolazione è costituita da depositi bancari, non da banconote. Come spiega la Banca d'Inghilterra:

Quando una banca concede un prestito, in genere non eroga denaro contante [...] bensì accredita sul conto del mutuatario un deposito bancario pari all'importo del prestito.

Come già accennato, ciò che la FED crea durante uno “scambio di asset” sono riserve, non depositi. Le banche detengono queste riserve, che non sono direttamente spendibili nell'economia reale. La creazione di depositi, che espande l'offerta di moneta in senso ampio, avviene quando le banche commerciali concedono prestiti.

Questo è un punto di fondamentale importanza. Come abbiamo affermato nel nostro precedente articolo:

TUTTO il denaro viene PRESTATO e quindi così creato.

Quando una banca detiene riserve in eccesso (riserve superiori a quanto necessario per soddisfare i requisiti normativi, o per regolare le transazioni interbancarie), ha maggiore capacità di erogare credito. Tuttavia, ed è fondamentale sottolinearlo, le riserve non causano direttamente la creazione di prestiti.

Le banche non prestano le riserve, piuttosto prendono decisioni di prestito basandosi sulla solvibilità, sulla domanda di prestiti, sui requisiti patrimoniali regolamentari e sulla redditività. Quando una banca concede un prestito:

  1. Crea un nuovo attivo (il prestito) nel suo bilancio.

  2. Contemporaneamente crea una nuova passività (un deposito sul conto del mutuatario).

  3. Tale deposito aumenta l'offerta di moneta, misurata da aggregati quali M1 o M2.

Ecco perché, come abbiamo spiegato nell'articolo Myths of Gold, l'offerta di moneta (M2) deve crescere di pari passo con l'economia.

È facile indicare i grafici dell'M2 e gridare alla svalutazione. Tuttavia l'offerta di moneta deve crescere di pari passo con la crescita economica. In caso contrario emergono rischi deflazionistici. Pertanto il punto cruciale è se la creazione di moneta superi la crescita economica in modo costante. Dal 1959 l'offerta di moneta è cresciuta in linea con la crescita economica.

Se in seguito la banca necessita di riserve (per regolare un pagamento o soddisfare i requisiti di riserva), può ottenerle dalla Federal Reserve o tramite il mercato interbancario. Pertanto le riserve non rappresentano un vincolo nel processo di erogazione del credito; vengono fornite in modo elastico dalla banca centrale per sostenere il sistema dei pagamenti.

Ecco perché gli economisti sottolineano che “i prestiti creano depositi”, e non viceversa. La creazione di riserve da parte della FED consente alle banche di concedere prestiti con maggiore facilità, fornendo ampia liquidità e riducendo le tensioni di finanziamento, ma non le obbliga a farlo. L'erogazione di prestiti dipende dalla domanda dei mutuatari, dalle condizioni del credito e dalle considerazioni normative, non dalla mera disponibilità di riserve.

Poiché le riserve non vengono prestate direttamente a consumatori o imprese, la loro creazione non porta intrinsecamente all'inflazione dei prezzi. Tra il 2008 e il 2020 la Federal Reserve ha ampliato il proprio bilancio di migliaia di miliardi di dollari, aumentando drasticamente le riserve, ciononostante la crescita monetaria in senso ampio è rimasta moderata e l'inflazione dei prezzi al consumo è rimasta al di sotto dell'obiettivo del 2% per gran parte di quel periodo. Solo quando il governo americano ha inviato assegni direttamente alle famiglie (aumentando la domanda) e contemporaneamente ha bloccato l'economia (riducendo l'offerta), l'inflazione dei prezzi è diventata un problema temporaneo. Con il ritorno alla normalità di domanda e offerta, e l'inversione di tendenza dell'aggregato monetario M2 in percentuale del PIL, è probabile che anche l'inflazione dei prezzi segua lo stesso andamento.

Ciò dimostra che l'espansione delle riserve tramite il quantitative easing non si traduce automaticamente in aumenti di spesa o di prezzi. Può, tuttavia, ridurre i tassi di interesse, far aumentare i prezzi degli asset e incoraggiare l'espansione del credito se le condizioni di prestito sono favorevoli.


Altri punti sulla stampa di denaro

Garrett sostiene che il nostro articolo sottovalutava il ruolo dell'offerta di garanzie, del finanziamento all'ingrosso, del sistema bancario ombra e dei mercati repo:

La qualità e l'abbondanza delle garanzie determinano se i prestiti vengono concessi, la maggior parte della creazione di credito avviene ora attraverso mercati all'ingrosso che superano di gran lunga i depositi tradizionali e la catena bancaria ombra è fondamentale per la trasmissione della liquidità al di fuori di M2.

Garrett formula osservazioni valide sull'evoluzione delle strutture finanziarie nell'economia odierna. Ad esempio, la Banca dei Regolamenti Internazionali riconosce che gli intermediari finanziari non bancari svolgono un ruolo significativo nella liquidità e nel credito globali. L'aumento del riutilizzo delle garanzie, dei pronti contro termine e della leva finanziaria nei segmenti non bancari è ben noto. Tuttavia ciò non annulla il meccanismo fondamentale di “creazione di moneta” tramite i prestiti bancari, né il ruolo delle riserve delle banche centrali a sostegno del sistema di riconciliazione.

Infatti il governatore Andrew Bailey della Banca d'Inghilterra ha sottolineato:

Le banche commerciali possono creare denaro semplicemente concedendo prestiti ai propri clienti.

Egli afferma inoltre che le riserve sono il “mezzo di riconciliazione ultimo”, ma non creano direttamente moneta in senso ampio. Pertanto la sua tesi secondo cui i canali bancari ombra dominano è esagerata. Sebbene i canali ombra siano importanti per la liquidità e il rischio, essi si basano su un quadro di riferimento in cui i prestiti e i depositi delle banche commerciali rimangono centrali.


Equilibri settoriali, meccanismi fiscali e distribuzione

In particolare Garrett ha accettato l'identità settoriale secondo cui i disavanzi pubblici creano surplus privati. Sostiene poi che ciò che conta è chi si appropria del surplus e come viene impiegato:

Quando il deficit pubblico si trasforma in profitto per un hedge fund grazie all'arbitraggio sui titoli del Tesoro, non è la stessa cosa che denaro destinato a investimenti produttivi.

Egli sostiene inoltre che i metodi di finanziamento (acquisti della Federal Reserve, risparmi esteri e reinvestimento interno) rimodellano i flussi di rischio, distorcono gli incentivi e facilitano la finanziarizzazione.

La sua argomentazione è sensata e certamente tocca il tema della disuguaglianza di ricchezza. Tuttavia non modifica l'identità contabile (disavanzo pubblico = surplus privato + saldo estero), la quale rimane valida a prescindere dalla distribuzione. Come abbiamo osservato, i disavanzi forniscono asset finanziari netti al settore privato. Sebbene si debba considerare l'utilizzo di tali asset, e non solo la quantità, questo è un altro discorso.

Il canale di finanziamento è fondamentale. Quando la FED monetizza i deficit attraverso l'acquisto di asset finanziari, o tramite la domanda regolamentare, modifica i premi di rischio e i flussi di credito. La semplificazione del “surplus del settore privato” non coglie questa sfumatura. La realtà è che dal 2009 si è verificato un netto spostamento verso asset speculativi. Questo spostamento ha aumentato la disuguaglianza di ricchezza negli Stati Uniti, anziché favorire investimenti produttivi che avrebbero generato un beneficio economico più ampio.

Sebbene le argomentazioni di Garrett siano indubbiamente valide e sottolineino l'importanza dei canali di distribuzione, allocazione e finanziamento, non cambiano il fatto che la “stampa di moneta” da parte della FED non avvenga.


Forza del dollaro, domanda di garanzie e timori di svalutazione

Garrett sostiene che la forza del dollaro e la significativa domanda di titoli del Tesoro americani riflettano flussi di investimenti sicuri strutturalmente obbligatori, incentivi normativi e meccanismi di portafoglio, piuttosto che una pura fiducia globale:

Il dollaro è ancora la valuta dominante [...] ma concentriamoci [...] sui requisiti strutturalmente imposti.

Sostiene inoltre che l'inflazione dei prezzi degli asset, la leva finanziaria e l'espansione delle garanzie collaterali siano forme occulte di svalutazione, anche se i prezzi al consumo rimangono contenuti.

In realtà è ampiamente documentato che i titoli del Tesoro statunitensi fungono da beni rifugio a livello mondiale; le normative sulla liquidità delle banche (Basilea, norme sulla copertura della liquidità) imprimono la domanda su tali asset. È vero che parte del predominio del dollaro deriva dal fatto che questi meccanismi di controllo obbligatori sono supportati dalla letteratura sulla domanda di beni rifugio. Tuttavia, sebbene non sia errato affermare che la domanda rifletta la fiducia e la preferenza per la liquidità, ciò omette una parte importante del quadro generale.

In altre parole, il predominio del dollaro è in parte spiegato dagli effetti di rete e in parte dalla regolamentazione; tuttavia è anche una conseguenza della mancanza di alternative. Per le banche centrali di tutto il mondo che hanno bisogno di accumulare riserve, non esistono “asset sicuri” che offrano lo stato di diritto, la potenza militare, la liquidità e la profondità del mercato forniti dal mercato dei titoli del Tesoro statunitensi. Ecco perché, nonostante le “narrazioni contrarie”, le partecipazioni estere in titoli del Tesoro statunitensi continuano ad aumentare.

L'espansione delle riserve non garantisce l'inflazione dei prezzi, poiché anche il comportamento del settore bancario, i prestiti, la spesa e la velocità di circolazione della moneta giocano un ruolo importante. È vero che il quantitative easing e la politica dei tassi di interesse a zero hanno contribuito all'inflazione dei prezzi degli asset, ma ciò non si è tradotto in tassi di crescita economica, cosa che ha ridotto la velocità di circolazione della moneta (la velocità con cui il denaro si muove nell'economia). In altre parole concordo con la premessa di Garrett secondo cui il sistema di trasmissione monetaria è “difettoso”, ed è per questo che, come già detto, la disuguaglianza di ricchezza continua a crescere.

Sebbene Garrett sollevi alcuni punti validi che meritano di essere discussi, la logica macroeconomica rimane valida. I timori di “stampa di moneta” e di svalutazione sono in gran parte infondati, come già evidenziato nel nostro precedente articolo, e la domanda di dollari rimane evidente nella crescente richiesta di titoli del Tesoro statunitensi da parte di acquirenti stranieri.

Garrett aggiunge sfumature concentrandosi su garanzie, catene di finanziamento e distribuzione. Questi fattori influenzano la liquidità, ma i principi fondamentali restano comunque importanti.

• Tutto il denaro viene creato tramite prestiti.

• Le riserve non sono spendibili dal pubblico.

• L'aumento dell'offerta di moneta deriva dai prestiti e dalla spesa pubblica.

• Gli scambi di asset effettuati dalla Federal Reserve modificano la forma della moneta, non la sua quantità.

Per i lettori che desiderano comprendere l'inflazione, la liquidità e la ricchezza, questi concetti fondamentali costituiscono le basi. Il sistema bancario ombra e la distribuzione del denaro vengono dopo. Iniziamo, quindi, dai meccanismi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 11 maggio 2026

Lo Stretto di Hormuz: l'errore di valutazione dell'Iran, l'opportunità per Washington

L'Iran, o per meglio dire i burattinai londinesi-francesi dietro di esso, ha messo in atto tutte le misure che distruggono un'economia: insicurezza giuridica e degli investitori, espropriazioni, controllo dei prezzi, sussidi e un settore pubblico oppressivo che sfrutta un settore privato ormai ridotto a poco più del 15% dell'economia. Quando i proventi del petrolio vengono dirottati per finanziare progetti terroristici e militari, il governo cerca di creare un'illusione di forza attraverso finanziamenti monetari e operazioni fuori bilancio opache, accelerando l'inflazione e il collasso della valuta. Al centro dei danni economici iraniani si trova il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC): nel corso dei decenni esse si sono trasformate da organizzazione militare in un impero economico che ora controlla circa il 45-50% dell'attività economica. Attraverso conglomerati parastatali, società di comodo e un accesso privilegiato agli appalti statali, l'IRGC domina settori chiave come l'energia, l'edilizia, le telecomunicazioni e i trasporti. Questi enormi proventi petroliferi vengono utilizzati per finanziare la corruzione e il terrorismo. I rapporti sui deflussi di capitali descrivono uno schema chiaro: il denaro lascia l'Iran più velocemente di quanto entri, il che costringe il regime a fare molto più affidamento sulla stampa di moneta e sul saccheggio fiscale interno. Il problema è che nessuna di queste ricchezze raggiunge i cittadini. Si tratta di uno stato che stampa moneta senza freni, si indebita pesantemente con il proprio sistema bancario e alimenta fughe di capitali mentre la sua valuta crolla. Dal 2018 il rial ha perso quasi il 95% del suo valore rispetto al dollaro, compreso un deprezzamento di oltre il 60% solo tra il 2024 e il 2025. Il costo umano di questa gestione economica scellerata ha generato povertà e disordini: anni di inflazione elevata hanno spinto gran parte della classe media nella povertà, azzerando i risparmi ed erodendo i salari in termini reali. Questo crollo deriva dalla stampa incessante di moneta per finanziare deficit di bilancio incontrollati, da una perdita di fiducia interna nella valuta, dalla fuga di capitali e da un regime che ha trattato la banca centrale come un mero braccio finanziario dello stato. Molto prima che cadesse la prima bomba, il regime aveva già distrutto l'economia e qualsiasi prospettiva di crescita sostenibile e stabilità sociale. Eppure c'è chi fantastica di vittoria dell'Iran perché è riuscito a “sopravvivere”. Fermo restando che questi termini della vittoria sono campati in aria, diffusi tra l'altro da un certo tipo di propaganda che fa eco a figure come Bannon, dov'è la “sopravvivenza” quando il tessuto economico è stracciato insieme a una qualsiasi prospettiva di ripresa sostenibile e stabile?

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di Zineb Riboua

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lo-stretto-di-hormuz-lerrore-di-valutazione)

Il presidente Donald Trump ha annunciato un blocco navale totale da parte degli Stati Uniti dello Stretto di Hormuz e ha minacciato di distruggere “quel poco che resta dell'Iran”. In un paio di post su Truth Social, Trump ha dichiarato che le forze armate statunitensi avrebbero iniziato a bloccare l'ingresso e l'uscita delle navi dallo Stretto, intercettando qualsiasi imbarcazione che avesse pagato pedaggi all'Iran per transitarvi in ​​sicurezza, e ha avvertito che qualsiasi iraniano che avesse sparato contro navi statunitensi o pacifiche avrebbe “FATTO SCATENARE L'INFERNO” mentre la Marina avrebbe lavorato allo sminamento dello Stretto. L'annuncio è arrivato mentre i negoziati per il cessate il fuoco a Islamabad, in Pakistan, fallivano e la delegazione statunitense guidata dal vicepresidente, JD Vance, faceva ritorno in patria. Di fatto Washington ha agito per privare Teheran dell'unico strumento coercitivo che riteneva di avere a disposizione.

Le guerre solitamente chiudono le porte alla politica estera americana, ma questo episodio ha rivelato che l'Operazione Epic Fury le ha spalancate con una forza insolita. Per comprenderne il perché, è necessario un'onesta riflessione sul più grande errore commesso dall'Iran in questa guerra: la decisione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) di militarizzare lo Stretto di Hormuz si annovera tra gli errori di valutazione più gravi nella storia del regime.

In seguito agli attacchi americani e israeliani, le Guardie Rivoluzionarie hanno perseguito due degli esiti previsti dalla loro strategia su Hormuz.

La prima minaccia era uno shock economico mondiale di tale gravità da costringere Washington a fare marcia indietro. L'Iran sperava di poter provocare un'interruzione così costosa per i mercati petroliferi e le relative catene di approvvigionamento da costringere gli Stati Uniti a tornare al tavolo delle trattative alle condizioni iraniane. Lo Stretto è attraversato da circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e da una quantità simile di gas naturale liquefatto. Una chiusura effettiva avrebbe fatto impennare i prezzi dell'energia in Europa, Asia e in tutta la regione del Golfo.

Il secondo obiettivo era politico. L'Iran cercava di sfruttare le tensioni nello Stretto per spezzare l'alleanza tra Washington e i suoi partner del Golfo, dimostrando che le operazioni militari americane imponevano un costo insostenibile alla stabilità regionale, esercitando pressioni su Riyadh, Abu Dhabi e Doha affinché chiedessero un cessate il fuoco.


Il mondo arabo ha sempre tenuto d'occhio il punteggio

Ciò che le Guardie Rivoluzionarie non avevano previsto era il peso del debito politico che avevano accumulato in tutto il mondo arabo. Per decenni Teheran ha posto il conflitto israelo-palestinese al centro della vita politica araba, consacrando ogni intervento iraniano e bollando ogni governo arabo che opponeva resistenza come traditore dell'Islam. L'obiettivo era quello di strumentalizzare le rimostranze arabe e trasformarle in una copertura per la conquista della Repubblica islamica.

Le Guardie Rivoluzionarie sono state lo strumento di quella conquista, dispiegate in tutta la regione per costruire stati paralleli, impadronirsi dei sistemi finanziari e insediare figure politiche la cui sopravvivenza dipendeva interamente dal patrocinio iraniano.

In Iraq 67 fazioni armate legate alle Forze di Mobilitazione Popolare, che contavano complessivamente circa 230.000 uomini, consumavano circa $3,5 miliardi all'anno dalle casse dello Stato, mentre i primi ministri iracheni governavano con il permesso di Teheran anziché per mandato popolare.

In Siria l'Iran ha investito miliardi nel regime di Bashar al-Assad, trasformando uno stato arabo un tempo sovrano in una base operativa avanzata per la proiezione del potere militare. Nel 2013 Mehdi Taeb, a capo del think tank iraniano Ammar Base, definì la Siria “la 35ª provincia dell'Iran”.

Più a sud i comandanti Houthi, che rispondevano direttamente alle Guardie Rivoluzionarie, tenevano in ostaggio in modo permanente lo Stretto di Bab el-Mandeb, attraverso il quale transita il 10% del commercio marittimo mondiale.

Ogni teatro di produzione seguiva la stessa logica: subordinare la sovranità araba alle ambizioni rivoluzionarie della Repubblica islamica, per poi presentare l'occupazione come resistenza.

Le popolazioni arabe, schiacciate sotto questa macchina rivoluzionaria, avevano da tempo riconosciuto la vera natura dell'impresa. Già nel 2017 il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman aveva definito la Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, “il nuovo Hitler del Medio Oriente”. Durante l'Operazione Epic Fury, Faiq al-Sheikh Ali, ex-membro del parlamento iracheno, dichiarò: “Sono arabo e vedo l'umiliazione da parte degli iraniani, non vedo alcuna umiliazione da parte degli israeliani”. Il mondo arabo ha tenuto d'occhio il punteggio da anni e le Guardie Rivoluzionarie non hanno certo lesinato ragioni affinché si giungesse a tale conclusione.

Ecco perché il secondo obiettivo, la frammentazione degli alleati del Golfo, è fallito. A peggiorare ulteriormente la situazione per Teheran, il regime aveva trascorso le settimane precedenti i colloqui di Islamabad colpendo proprio gli Stati sulla cui neutralità si basava la strategia, attaccando impianti di desalinizzazione e infrastrutture petrolifere in tutto il Golfo e trasformando qualsiasi residuo di simpatia in quei Paesi in aperta ostilità. Sultan Al Jaber, ministro dell'industria e delle tecnologie avanzate degli Emirati Arabi Uniti (EAU), ha dichiarato che lo Stretto non è mai stato sotto il controllo iraniano in un modo che avrebbe permesso a Teheran di chiudere o limitare legalmente la navigazione internazionale. Gli Stati del Golfo hanno rafforzato direttamente la posizione americana e il vantaggio politico che Teheran si aspettava di ottenere dalla perturbazione economica non si è mai concretizzato.

In altre parole, le Guardie Rivoluzionarie si sono date la zappa sui piedi. Le alternative a disposizione dell'Iran al di fuori dello Stretto possono sostituire meno del 10% del traffico marittimo del Golfo. Prima della guerra l'inflazione superava il 40%, la valuta aveva perso più dell'80% del suo valore nel decennio precedente e la flotta ombra che Teheran aveva allestito per contrabbandare petrolio e finanziare le operazioni delle Guardie Rivoluzionarie era già sotto pressione a causa delle sanzioni accumulate. Il reclutamento era crollato così tanto sotto il peso degli stipendi non pagati e dell'asfissia economica che, secondo alcune fonti, le Guardie Rivoluzionarie arruolavano persino dodicenni. Un blocco navale statunitense prolungato rende economicamente impossibile qualsiasi ulteriore resistenza.

Bloccando lo Stretto che l'Iran sta cercando di imporre come pedaggio, gli Stati Uniti hanno smascherato il bluff di Teheran, rivelando che la Repubblica islamica ha bisogno del commercio attraverso Hormuz almeno quanto il resto del mondo.

La lezione per tutti è stata che non si può collaborare con l'Iran, né fare affidamento su di esso. E gli Stati del Golfo si sono mossi per rendere questa lezione permanente. Dopo le dichiarazioni di Trump l'Arabia Saudita ha annunciato il pieno ripristino della capacità di pompaggio del petrolio attraverso il suo oleodotto Est-Ovest a circa sette milioni di barili al giorno, pochi giorni dopo aver fornito una valutazione dei danni al suo settore energetico causati dagli attacchi durante il conflitto. Così facendo Riyadh ha dimostrato che la regione può deviare i flussi energetici attorno allo Stretto. Nel tentativo di trasformare Hormuz in una leva di potere, l'Iran ha accelerato proprio gli investimenti che la strategia era stata concepita per impedire. Il punto di strozzatura che Teheran ha cercato di trasformare in un'arma viene reso inefficace dal punto di vista strategico dagli stati il cui allineamento Teheran sperava di spezzare.


L'opportunità rara per Washington

Ma nella miseria delle Guardie Rivoluzionarie si cela un'opportunità per Washington, e opportunità di questa portata non si ripetono. Se sfruttato a dovere, il blocco di Trump potrebbe sbloccare un più ampio consolidamento regionale.

La prima opportunità risiede nell'espansione degli Accordi di Abramo in una solida architettura regionale. Firmati nel 2020 tra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco hanno già prodotto una cooperazione tangibile in ambito commerciale, tecnologico e di sicurezza. Durante l'Operazione Epic Fury gli stati del Golfo hanno coordinato le proprie azioni con il Comando Centrale degli Stati Uniti a un livello di interazione inimmaginabile un decennio fa, condividendo informazioni, aprendo lo spazio aereo e integrandosi in una strategia di difesa che ha funzionato come un tutt'uno. Coinvolgere ulteriori partner del Golfo in un quadro strutturato trasformerebbe quell'allineamento bellico in un ordine duraturo, con il corridoio India-Medio Oriente-Europa a fornire la spina dorsale economica attorno alla quale potrebbe prendere forma l'architettura più ampia.

La seconda opportunità è più rilevante nel lungo periodo. Per due decenni gli Stati Uniti hanno tentato di sopprimere le reti sostenute dall'Iran attraverso un intervento militare diretto in stati troppo deboli, o troppo influenzati, per agire come veri partner, un modello che si è dimostrato strategicamente estenuante e non ha prodotto risultati duraturi.

Il deterioramento dell'architettura per procura dell'Iran cambia completamente la situazione di fondo. Un Iraq che riacquista la sovranità sul proprio settore della sicurezza, una Siria liberata dal radicamento iraniano e gli stati del Golfo che hanno assorbito attacchi prolungati senza subire fratture politiche sono in una posizione migliore per controllare il proprio territorio. Solo stati sovrani forti e capaci di antiterrorismo possono produrre risultati duraturi, e Washington ha ora una reale opportunità di contribuire a costruirli attraverso la cooperazione in materia di sicurezza e impegno diplomatico, liberando risorse strategiche americane per l'Indo-Pacifico.

Il Medio Oriente si sta già riorganizzando in funzione del declino dell'Iran. L'opportunità per Washington è quella di consolidare quanto la regione ha già iniziato a fare.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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