venerdì 27 febbraio 2026

Decadentismo europeo/inglese & Rinascimento americano/giapponese

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/decadentismo-europeoinglese-and-rinascimento)

Nell'era moderna un impero non si estende più controllando fisicamente un territorio, bensì controllando il flusso dei capitali. Gli inglesi lo sanno bene. Controllare i binari lungo cui corrono capitali e soldi. Questo a sua volta significa costruire una struttura di fiducia nell'ombra tramite intermediari, società di clearing, società di assicurazioni, ecc. e con essa controllare il movimento dei beni fisici tramite i mercati dei futures. Vengono altresì coltivate connessioni e privilegi che maturano nel tempo. C'è quindi bisogno di controllare fisicamente i possessori delle proprietà e dei titoli di proprietà? No. E cosa sono le CBDC se non la digitalizzazione dei sopraccitati binari? E qui diventa più chiaro il motivo per cui Bitcoin adesso è sotto attacco, dato che il prezzo è solo uno show secondario rispetto al potenziale inattaccabile rappresentato dalla tecnologia sottostante.

Ma se non si smantella la rete di privilegi nel sottobosco e non si blocca il flusso, ciò che importa davvero, questa storia continuerà a ripetersi. Ecco perché Bessent ha ragione quando parla dell'urgenza di approvare il CLARITY Act: cambiare definitivamente il flusso con cui si muovono i dollari sottrarrà capacità di manipolazione a quei player, come Bruxelles e la City di Londra, che stanno lottando con unghie e denti per mantenere i loro privilegi acquisiti. La “buona notizia” è che tali privilegi si reggevano sul furto ai danni degli USA e questi ultimi sono determinati a mettere fine a questa storia. A questo corre parallelo il passaggio del SAVE Act, il quale permetterebbe delle elezioni degne di un Paese civile. A quel punto basterebbe mettere gli agenti ICE a ogni seggio affinché gli immigrati illegali non possano votare e i Democratici non vinceranno... nonostante tutti i soldi che Soros senior e junior possano spendere a riguardo.

Infatti il singolo e più importante obiettivo dell'amministrazione Trump, ora, è quello di ridurre ai minimi termini il sistema attuale che ha reso gli americani il capro espiatorio per tutti i mali del mondo e che ha sottratto loro capacità produttiva/ricchezza reale. Una delle fonti di ansia nel movimento MAGA è stata Steve Bannon, ad esempio, e non è un caso che tramite gli Epstein file abbiamo compreso che lui e i suoi programmi erano un cavallo di Troia. Dopo essere cresciuto mediaticamente grazie a Breitbart e Andrew Breitbart è stato uno dei catalizzatori delle critiche “interne” all'amministrazione Trump per non avere eseguito arresti, per non essere stato abbastanza incisivo, di rischiare di perdere le elezioni di medio termine, ecc. Lo scopo di gente come Bannon e di tutti coloro che sono orbitati attorno a lui e al suo programma era, ed è, quello di raffreddare quell'entusiasmo che ha accolto positivamente l'elezione di Trump. E per estensione raffreddare l'entusiasmo per altri riformatori come Milei, Orban, Fico. In questo modo diventa più facile disinnescarne altri come Norwaki in Polonia e Rupert Lowe in Inghilterra.

Ancora una volta tutte le strade conducono a(lla City di) Londra, la fonte di questa destabilizzazione cronica. E non importa se prima conducevano ad Amsterdam, Venezia e Roma, adesso la fonte di quel potere è lì e l'amministrazione Trump vuole impedire che si ricicli altrove (come ha tentato di fare a Pechino e ora sta tentando di fare a Dubai). Il modo più efficace che ha per contingentarlo è dichiarare indipendenza dall'Europa e presentarsi come vero punto di stabilità per il resto del mondo: ciò a sua volta cambierà come agiranno Russia e Cina, come si organizzerà il Medio Oriente, cambierà il Sud-est asiatico e l'Africa, cambierà soprattutto l'America Latina.

Guardare all'evoluzione della curva dei rendimenti tra Italia, Francia e Germania (i tre pilastri su cui si regge l'UE) spiega molto degli andamenti geopolitici ed economici. Senza il bisogno dei commenti della stampa generalista. I rendimenti tedeschi continuano a salire e quelli sul front-end sono ormai sovrapponibili; il punto interessante di adesso è che il trentennale italiano ha superato quello francese, quest'ultimo più rischioso del primo. Ecco perché Macron è diventato irrequieto nelle ultime settimane parlando di usare lo strumento di “anti-coercizione” europeo nei confronti degli USA e quindi alleviare le pressioni al rialzo sull'euro, permettendo quindi di compensare col suo indebolimento i dazi, la linea di politica americana “dollaro debole-oro forte” e proteggere i rendimenti obbligazionari europei. Ma questo assetto non servirebbe a molto: prezzi dell'energia più alti. La trappola “dollaro debole-tassi alti” che ha prosciugato lentamente il mercato degli eurodollari e ha permesso la stretta di accordi commerciali a Trump, adesso si invertirà continuando a tenere alta la pressione sull'Europa man mano anche che il Giappone normalizzerà la sua politica monetaria.

Alla fine dell'anno i tassi giapponesi e americani probabilmente convergeranno, eliminando quella fonte di finanziamenti gratis con cui l'Europa ha potuto sfornare pasti gratis, rendere ipertrofici gli Stati sociali e credere che l'iper-regolamentazione fosse un modello di business percorribile nonostante la desertificazione industriale incalzante. Sostituire il carry trade sullo yen e quella masnada di ONG sul territorio americano (inclusa l'uscita dall'OMS, dall'IPCC, ecc.) che facevano fluire dollari all'estero con la ZIRP della Svizzera è imbarazzante. Un disperato tentativo di guadagnare tempo mentre l'UE si trova davanti una decisione: accettare i termini della resa o far saltare in aria il tabellone di gioco.

Come in una partita di GO, Trump sta muovendo le sue pedine per guadagnare territorio e se questo significa stringere accordi con quatarini, siriani, lasciar “sfogare” Israele, abbattere il mondo “basato sulle regole” (inglesi) e ripulire il volto dell'Iran agli occhi del mondo (togliendo dall'equazione il cosiddetto “asse del male” e la minaccia nucleare) in modo da appianare le tensioni territoriali e settarie, e quindi risparmiare tempo e denaro con cui ricostruire l'America, allora tutto ciò è qualcosa che val la pena sostenere. La maggior parte delle persone ancora non riesce a comprendere questi obiettivi perché non ha la minima idea di come scorrono denaro e influenze. Il mondo degli intermediari, che lo stesso Epstein ha contribuito a costruire, è quello che ha alimentato la macchina della City di Londra grazie alla quale sono state combattute guerre mondiali. Trump, con la sua strategia, ha nel mirino “eserciti” e infrastrutture che avrebbero scatenato l'ennesima iterazione bellica mondiale con cui abbattere gli enormi debiti accumulati finora e ripetere di nuovo il ciclo. Se si guarda al modo in cui operano geopolitica e mondo finanziario, intricati tra loro, si capisce altresì che non importa chi sia pubblicamente al comando, per l'oligarchia di Davos è importante che sia essa a tirare le fila dietro le quinte. Per quanto si possano etichettare con la fantascienza i libri di Neal Stephenson, The Baroque Cycle, spiega accuratamente i natali del mondo moderno dalla creazione della Banca d'Inghilterra.

Le iterazioni di questi cicli hanno raggiunto il loro picco massimo e offrono il fianco a una correzione. Martin Armstrong parla di cicli che durano 300 anni circa, evoluzioni di sistemi a guida pubblica o privata. Stiamo vivendo uno di questi avvicendamenti.

Infatti, come spesso ripetuto, bisogna guardare a quello che Trump fa, non quello che dice. La maggior parte delle sue esternazioni sono “teatro”. Per l'appunto non c'è alcuna invasione dell'Iran, non c'è alcuna guerra cinetica contro Russia e Cina, il governo venezuelano è quello di prima fatto salvo “l'uccello che deve cantare”. E cos'altro era il rilascio degli Epstein file se non un altro tipo di “uccello che deve cantare”? Vedete, sono dell'idea che l'anno scorso quando Trump fece visita al re Carlo, presentò i termini della resa alla City di Londra: il loro ruolo nel processo decisionale internazionale sarebbe stato ridimensionato, in ritorno si sarebbero tenuti tutte le loro ricchezze e privilegi acquisiti fino a quel momento. La stessa offerta è stata presentata alla cricca di Davos il mese scorso dal discorso di Trump al forum mondiale nella stessa città e da Rubio alla Conferenza di Monaco. Gli Epstein file hanno scagionato Trump dalle accuse che venivano mosse contro di lui, mentre invece stanno mettendo nei guai gente facente riferimento a “middle management” e “upper management” che rappresentano le linee lungo cui corre il potere di intermediazione di City di Londra/cricca di Davos.

In questa nuova schermaglia nell'ambito più grande della partita di GO sia l'amministrazione Trump che gli avversari vogliono cavalcare la narrativa degli Epstein file per portare acqua al loro mulino. Essendo la mole di informazioni gigantesca, non è una bolla che si sgonfierà tanto presto. I termini della resa sono ancora validi, dato che parecchi documenti sono ancora parzialmente oscurati, ma l'esposizione di ulteriori intermediari non significa altro che escalation. Quest'ultima già resa chiara dalla ridicola audizione tenuta da quell'asset estero Massie contro Pam Bondi. Non una gran prova quella di quest'ultima, ciononostante il suo compito è decisamente arduo nel ripulire il Dipartimento di Giustizia e in suddetta audizione aveva ragione quando ha sottolineato che Massie aveva impostato la sua tesi sfruttando la fallacia della domanda complessa. Così come la sua critica all'intervento chirurgico in Venezuela, lamentando uno scavalcamento del Congresso in merito a dichiarazioni di guerra. Si dimenticava che operazioni simili sono nel potere esclusivo del Presidente degli Stati Uniti? Certo che no.

La realtà è che per quanto i numeri del Congresso dicano che l'amministrazione Trump abbia una maggioranza al Senato e alla Camera, ce l'ha solo in quest'ultima... ed è lieve. Ecco perché far passare il SAVE Act è fondamentale così come vincere le elezioni di medio termine, altrimenti ci vorrà un solo giorno dopo la tornata elettorale affinché il Congresso proceda con l'impeachment di Trump. La decisione della Corte Suprema in merito ai dazi è solo un assaggio di questo esito. Il team di Trump è perfetto? Ovviamente no. È buono per questa guerra? Sì. Pam Bondi è stata sotto attacco mediatico sin da quando ha ricevuto la carica, Kash Patel è stato sotto attacco mediatico sin da quando ha ricevuto la carica, Tulsi Gabbard è stata sotto attacco mediatico sin da quando ha ricevuto la carica. Quest'ultima è tenuta apposta nell'ombra dallo stesso Trump e non ne parla quasi mai: il DNI è un potente strumento nelle mani dell'amministrazione Trump per smembrare la piovra dello Stato profondo e la presenza della Gabbard a Fulton era nientemeno un guanto di sfida.

Stiamo parlando di una partita molto lunga e per usare la metafora del baseball siamo solo al terzo inning. Alla battuta si avvicendano i vari atleti e, a volte, bisogna lasciar agire l'avversario per cercare di “prevedere” le mosse successive. Hanno provato ad attaccare il mercato obbligazionario sovrano americano e hanno fallito; hanno provato ad attaccare il mercato dell'argento e hanno fallito; stanno provando ad attaccare Bitcoin, ma non fanno altro che spostarlo in mani più forti. Ancora una volta, il nodo gordiano sono i flussi; ecco perché i dazi fanno molto male al portafoglio della cricca di Davos e c'è una narrativa feroce contro di essi.

A proposito di flussi, una delle conseguenze della rimozione di Maduro è quella del controllo sui flussi di petrolio dal Venezuela. Ora sono gli Stati Uniti a manovrare il rubinetto energetico di Caracas. Questo significa che il petrolio continuerà a scorrere verso Pechino, ma quel tanto che basta affinché siano soddisfatte le esigenze industriali; gli approvvigionamenti non saranno più tali da permettergli di costruire una riserva strategica nazionale o alimentare una guerra contro Washington. I tentacoli inglesi ancora raggiungono la Cina e il recente colpo di stato fallito ne è la prova, ma oltre a ciò il timore della Cina è un'inversione dei ruoli con la Russia: se prima quest'ultima era un partner subordinato, com'erano consapevoli anche i russi e affermarono all'indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, ora la Cina dipenderà molto di più dalle importazioni di energia russe. Questo a sua volta significa anche che la Russia, oltre a ottenere un vantaggio geopolitico, ottiene indirettamente una motivazione per avvicinarsi di più alle posizioni americane nella chiusura del conflitto in Ucraina.

In Iran ci sono come minimo tre fazioni sul suo territorio. Una di queste è l'IRGC, decisamente supportata dagli inglesi. Il cosiddetto “asse del male” (es. Hamas, Hezbollah, IRGC, ecc.) in Medio Oriente era finanziato tramite fondi e passaporti, per muoversi nel mondo, provenienti dal Venezuela. Con l'esfiltrazione di Maduro l'amministrazione Trump ha tagliato questa importante fonte di approvvigionamento, alimentando al contempo le proteste di piazza a Teheran e le pressioni dei curdi a nord del Paese. Gli inglesi, famosi per la loro tattica “divide et impera”, vogliono altresì rimuovere la fazione religiosa al comando, ormai diventata un asset in rapido deprezzamento, e sostituirla con il loro fantoccio Pahlavi. Ripristinare lo Sha, la cui rimozione fu un'operazione dell'MI6 (i servizi di intelligence francesi entrarono in gioco dopo... Khamenei partì con un volo da Parigi). Per quanto l'operazione americana in Venezuela possa aver smosso le acque in Iran, gli effetti secondari e terziari sono i benvenuti perché tolgono capacità di minaccia a un Paese che da sempre ha mosso le sue intimidazioni nei confronti di Israele per creare ad hoc instabilità nella regione per il tornaconto inglese.

Oltre agli USA, chi riesce rafforzato da questo assetto in evoluzione in Medio Oriente è la Russia. La Cina, infatti, otterrà petrolio venezuelano alle condizioni americane e se ne vorrà di più dovrà rivolgersi esclusivamente alla Russia ora, ribaltando la situazione di subordinazione precedente. Un favore indiretto, nonché conciliazione e buona volontà americane, per motivare la Russia a terminare le ostilità in Ucraina. Ciò permetterebbe alla Russia anche di riconvertire il suo tessuto industriale concentrato adesso sullo sforzo bellico, generando un asse commerciale tra USA, Russia e Giappone in grado di spezzare il retaggio obsoleto del XIX secolo con cui inglesi ed europei avevano venduto il loro eccezionalismo commerciale.

Il Nikkei è sui 57.000 e molto presto arriverà ai 60.000 sulla scia della certezza politica, mentre la BOJ può tranquillamente lasciar salire il back-end della curva dei rendimenti perché puntellato dal suo portafoglio di azioni. Con una maggioranza di 2/3 alla Camera, essa può neutralizzare il potere di veto del Senato: questa stabilità politica permetterà, entro 6 mesi, di riaprire i rapporti con la Russia e terminare le ostilità recalcitranti sin dalla Seconda guerra mondiale. Questo a sua volta significa che, sulla scia della fine del carry trade sullo yen, i tassi di riferimento tra USA e Giappone si allineeranno (~2%) facendo fronte unico contro la City di Londra. Quest'ultima, infatti, ha perso un nodo di instabilità economica da propagare nel resto del mondo, oltre a una diminuzione del propellente finanziario con cui alimentare manipolazione di valute, obbligazioni, ecc. Quando l'arbitraggio tra dollari, yen e relativi tassi di entrambi i Paesi scomparirà, sparirà anche il mondo disegnato da Werner nel suo famoso libro e l'incubo di Mackinder diventerà realtà.

Non esiste solo il livello geopolitico ed economico, poi, ma anche quello sociale. Una società in salute è anche una società produttiva, ecco perché è stato necessario ribaltare la piramide alimentare negli USA. Questo ha permesso altresì di stoppare i finanziamenti pubblici a tutte quelle società nel campo dei cibi ultraprocessati e infatti la Doritos, ad esempio, ha dovuto abbassare i prezzi del 15%. Come lei anche altre, riscoprendo qualcosa che prima con i “food stamp” avevano scordato che esistesse: la concorrenza. Questo a sua volta significa la possibilità di diminuire la platea di idonei all'Obamacare, programma messo in piedi per tenere al guinzaglio Fannie/Freddie e ostracizzare la classe media dalla creazione di ricchezza reale. L'abbattimento sistematico delle fondamenta che rendevano "eccezionale" gli USA hanno permesso di convogliare i capitali altrove, laddove non erano fisiologicamente meglio serviti, ma in mancanza di alternative scorrevano in tal modo.

Capite adesso come mai ogni Dipartimento toccato dall'amministrazione Trump fa parte di un disegno più ampio per ricapitalizzare gli USA a ogni livello. Ribaltare la piramide alimentare permetterà agli americani di ritrovare un po' di salute in più, questo a sua volta significherà meno peso sul sistema sanitario, questo a sua volta significherà giustificare lo smantellamento dell'Obamacare, questo a sua volta significherà liberare Fannie/Freddie da costi esorbitanti che ne impediscono il debutto fuori dall'alveo pubblico, questo a sua volta significherà condizioni immobiliari migliori per la classe media (es. mutui trentennali a tasso fisso), questo a sua volta significherà prosperità per la classe media su solide basi economiche e sociali, questo a sua volta significherà maggiore spazio di manovra interno per abbattere i fardelli di debito, questo a sua volta significherà controllo sul back-end della curva dei rendimenti americana (esito propedeutico per evitare ulteriori attacchi al mercato dei titoli di stato americani).

Gli Epstein file, inoltre, ci hanno fornito la prova definitiva che Powell non è mai stato a bordo della cricca di Davos, mentre invece quest'ultima aveva reclutato parte del movimento MAGA e deputati del Congresso al seguito per remare contro l'indipendenza degli USA. Se da un lato c'era la stampa che premeva sullo spauracchio russo, dall'altra c'erano i Bannon e coloro che vi orbitavano attorno (es. Ted Cruz, Marjorie Taylor Greene, Tucker Carlson, Mark Mitchell, ecc.) che invece sventolavano lo spauracchio cinese, oltre a tutta una serie di altre critiche come “non ci sono arresti”, “i giovani vengono radicalizzati” e “Trump perderà le elezioni di medio termine”. I narcisisti sono fenomenali nell'instillare “pulsanti emotivi” nella testa delle persone e poi premerli in caso di necessità. E questo ci suggerisce anche l'importanza delle riforme dell'amministrazione Trump in termini dei flussi di capitali internamente ed esternamente. Per parecchio tempo è circolata la narrazione secondo cui vivevamo in un sistema basato sul petrodollaro, quando in realtà si trattava di un sistema giuridico basato sulla fiducia nel sottobosco tra banche, istituti di credito vari e società di assicurazione. Questo è la cricca di Davos; questo è la City di Londra. E questo a sua volta significa che, se necessario, potrebbero saltare in aria bombe a orologeria finanziarie in stile Archegos... Bank of America, a tal proposito, è una banca che ancora adesso “si rifiuta” di bilanciare il proprio bilancio per quanto riguarda i derivati...

BofA e Citigroup saranno l'extrema ratio nell'arsenale della City di Londra. Saranno usate come usò AIG nel 2008. Ecco perché le 2 banche negli ultimi 7 anni non hanno ripulito i loro bilanci dalla masnada di derivati in loro possesso.

Qual è il messaggio che la stampa europea sta facendo passare adesso? Negli Stati Uniti regna l'incertezza, tra Epstein file, scandali in Minnesota, elezioni di medio termine in avvicinamento, ecc. L'obiettivo di chi coordina questo attacco è congelare i mercati dei capitali, far apparire gli USA in una condizioni apparentemente instabile rispetto a quella che è veramente. Come avrete notato, nel momento in cui il Giappone ha stabilizzato la questione politica tramite le elezioni i capitali sono volati lì (smorzando le voci di coloro che ancora raccontano la favoletta che Ueda abbia “perso il controllo”). Nel frattempo l'UE guadagna tempo per imbastire un sistema di “ingabbiamento finanziario” per quanto resta dei capitali in questo continente.

Qual è quel catalizzatore che permetterà agli USA di apparire stabili, senza alcun ragionevole dubbio contrario, dal punto di vista socio-economico anche agli occhi più scettici e che scatenerà un'uscita furiosa di capitali dall'Europa? Perché è a questo che si sta preparando l'UE, ecco perché gente come Draghi e Letta parlano di “urgenza” e “tempi stretti”. Qual è quindi? La Corte Suprema americana. In particolare, il suo parere sui dazi imposti da Trump. Ritardare questa decisione ha permesso all'UE di guadagnare tempo nel percorso di erezione di barriere ai capitali. Ma è altresì un'arma a doppio taglio: il tempo passato ha aumentato la difficoltà per quanto riguarda inversione di accordi commerciali stretti e flussi di denaro coinvolti. Quando questo ostacolo giuridico vedrà una soluzione stabile, coloro che gestiscono asset per conto terzi realizzeranno che il nuovo sistema americano è qui per restare. Sarà a quel punto che i fund manager europei in Lussemburgo, ad esempio, e altrove si guarderanno negli occhi e tireranno la spoletta.


CONCLUSIONE

Ciò che sta prendendo forma negli USA, almeno nel medio termine, è quel sistema di capacità produttiva che venne delineato da Alexander Hamilton e che intesse una relazione di partnership pubblico-privato. Nel suo vortice finiranno gli asset digitali, oro/argento, il ribilanciamento delle linee commerciali, ecc. Un sistema che non si intromette nelle opportunità che la classe media può cogliere per migliorare la propria capacità produttiva, in opposizione al falso binomio rivoluzione dei lavoratori e soldi a pioggia ai poveri o iperfinanziarizzazione degli asset ed élite che gestiscono tutto dall'alto. La via verso la ricchezza è il laissez-faire, la possibilità in mano alla classe media di avere solide basi al suo attivo per potere pensare esclusivamente a come migliorare le proprie condizioni economiche e, per estensione, quelle del resto della società. Bitcoin e oro hanno ovviamente un ruolo in tutto questo: limitare l'abuso che può accadere quando il credito è in espansione. Il credito non è una cosa negativa, così come non lo è il debito; è l'iperfinanziarizzazione del debito e la rimozione del collaterale dal debito il problema, elemento che permette agli “intermediari” di succhiare i profitti nel processo di creazione di ricchezza reale. È qui che si sono inseriti la cricca di Davos/City di Londra, la loro concentrazione di potere è avvenuta grazie al posizionamento strategico tra produttore e consumatore. Quando il potere si concentra negli intermediari, la classe media perde. E per mantenere i loro privilegi cosa fanno gli intermediari? Mettono le classi sociali una contro l'altra. Nel frattempo rubano, oltre alla capacità produttiva, anche asset reali con cui poi resettare il sistema quando si arriva a un punto di saturazione critico.

Il super potere della City di Londra, in forza della sua autonomia giuridica, è quello di apporre la stessa garanzia per comprare diversi asset: comprare un titolo del Tesoro USA, apporlo come garanzia per diventare titolari di un bond giapponese, apporre il bond giapponese per comprare azioni, apporre le azioni per ritornare all'inizio di questa catena. Benvenuti nel carry trade infinito. Stessa cosa con qualche migliaia di dollari e all'improvviso ecco comparire dal nulla derivati per milioni di dollari con cui comprare elezioni o muovere le probabilità su Polymarket. No i mercati non sempre hanno ragione, la liquidità è cruciale. C'è una ragione per cui non esiste un'architettura strutturata di opzioni sul BIST 100 turco, mentre invece esiste per il DJIA.

Tra l'altro qual è una delle caratteristiche che ha reso popolare Bitcoin? Il superamento della necessità degli intermediari. Ed eccovi servita una delle motivazioni strategiche sufficienti a spiegare l'attenzione dell'amministrazione Trump su Bitcoin.

I metalli preziosi sono arrivati a cifre che solo qualche anno fa ci saremmo sognati, così come Bitcoin. Anzi, quelle cifre avrebbero comportato gravi dislocazioni sociali anche, soprattutto nell'immaginario di coloro che prevedevano gravi conseguenze sulla scia di salite così ripide. Ciononostante l'economia statunitense sta reagendo bene; non ha risolto tutti i suoi problemi, ma tiene botta. Il Giappone anche, se si guardano le risposte dei mercati azionari e obbligazionari. La concentrazione su asset credibili, affidabili e tangibili, nonché il potenziale di crescita annesso alle prospettive di policy implementate e da implementare, sta premiando americani e giapponesi con la fiducia dei mercati.

L'effimero, l'evanescente, l'ectoplasmatico, o per meglio dire l'iperfinanziarizzazione delle economie europee, è ciò che ha perso di credibilità. In particolar modo ora che gli USA hanno dato una svolta alla loro linea di politica. Ci provarono nel 1971, quella di Nixon fu una mossa difensiva per impedire che l'oro continuasse a scorrere dalle casse statunitensi a quelle europee. Venne “ricompensato” con lo scandalo Watergate. Ma se andiamo indietro nel tempo ci sono stati altri presidenti che hanno segnato la complicità di una parte degli Stati Uniti col piano di espropriazione e devastazione della nazione, come ad esempio Wilson e Johnson. L'eurodollaro ha rappresentato il manifesto di questa espropriazione, lo strumento per eccellenza: nonostante la mossa difensiva di Nixon nel sostituire l'oro con i titoli del Tesoro americani, l'impostazione del prezzo del dollaro era determinato altrove. E questo ha fatto proseguire il deflusso di ricchezza reale dalla nazione a vantaggio di Bruxelles e City di Londra.

Il motivo per cui i mercati, adesso, stanno credendo alla narrazione secondo cui gli USA possono cavarsela è che sono in grado di usare l'aumento dei prezzi di asset duri come base; hanno la capacità di resistere a questi venti contrari e nonostante tutto sfruttare questa opportunità per recuperare il terreno perso. Il personale fa la linea di politica, come si suol dire, e guardando ai protagonisti attuali (es. Bessent, Miran, Warsh) la scommessa di un successo dell'amministrazione Trump nei suoi intenti non è solo probabile ma allettante.


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giovedì 26 febbraio 2026

I burattinai

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Roberto Rios

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-burattinai)

Per quattro mesi i trader di crittovalute hanno assistito allo stesso film ogni mattina: Bitcoin sale durante la notte, durante le sessioni asiatiche ed europee, guadagna slancio e poi crolla intorno alle 10:00 ora orientale, all'apertura del mercato azionario statunitense. Centinaia di milioni di dollari in posizioni lunghe a leva liquidati e guadagni notturni cancellati.

I trader iniziarono a impostare delle sveglie per questo evento e lo chiamano adesso “Slam delle 10 del mattino”.

Oggi? Silenzio, nessun crollo. Bitcoin ha superato i $66.300 mentre l'indice Fear & Greed si attestava a 11: paura estrema. Oltre $323 milioni in posizioni a leva sono stati liquidati, ma questa volta sono stati gli short a essere stati schiacciati, non i long.

Il tempismo non è scontato. Due giorni fa l'amministratore fallimentare di Terraform Labs, Todd Snyder, ha intentato una causa di 83 pagine presso il tribunale federale di Manhattan contro Jane Street Group, accusando l'azienda di insider trading, front-running e manipolazione del mercato durante il crollo da $40 miliardi di Terra/Luna. La stessa Jane Street che la crypto community su Twitter ha passato mesi ad indicare come l'artefice della soppressione quotidiana di Bitcoin alle 10 del mattino.

Il rapporto tra Jane Street e Terraform risale al 2018. L'attività è aumentata nel 2022, quando Bryce Pratt, un ex-stagista di Terraform entrato in Jane Street nel settembre 2021, avrebbe creato una chat di gruppo privata intitolata “Bryces Secret” con un ingegnere software di Terraform e il responsabile dello sviluppo aziendale. La causa definisce questo un canale secondario per informazioni materiali non pubbliche.

7 maggio 2022: Terraform ritirò segretamente 150 milioni di UST da Curve3pool, il principale pool di liquidità a supporto dell'ancoraggio col dollaro. Nessun annuncio pubblico. Nel giro di dieci minuti un wallet presumibilmente collegato a Jane Street prelevò altri 85 milioni di UST dallo stesso pool: $235 milioni prelevati in dieci minuti. I comuni trader non ricevettero alcun preavviso.

Il prelievo combinato distrusse quella pool, UST perse l'ancoraggio, LUNA venne iperinflazionato da oltre $80 a $0 in pochi giorni e $40-50 miliardi vennero bruciati. Il contagio si propagò a Three Arrows Capital e Voyager Digital, e contribuì alla reazione a catena che poi fece crollare FTX.

Il 9 maggio, con l'accelerazione del disancoraggio, Pratt inviò un messaggio di gruppo ai rappresentanti di Do Kwon e Jane Street, esprimendo interesse a fare offerte su Luna o Bitcoin. Kwon rispose che il co-fondatore di Jump Trading, Bill DiSomma, avrebbe dovuto contattarli in merito a una raccolta fondi per Terraform. Più che un'offerta di salvataggio, quella sembrava un'azienda che si posizionava tenendo tutte le carte in mano.

I procuratori di Manhattan hanno esaminato le chat di Telegram tra Jump, Jane Street e Alameda in merito a un progetto di salvataggio in UST. Nel dicembre 2025 Snyder ha intentato una causa separata da $4 miliardi contro Jump Trading, sostenendo che avrebbero “sfruttato attivamente” Terraform tramite un accordo segreto prima di ritirare il supporto. Jump sarebbe presente nella nuova denuncia contro Jane Street, accusata di aver divulgato informazioni privilegiate.

La causa non mette in discussione la colpevolezza di Kwon, ma se Jane Street, sapendo che il crollo era imminente, abbia sfruttato il vantaggio interno per trarre profitto prima del crollo da $40 miliardi e del successivo contagio.

L'autorità di regolamentazione dei titoli azionari indiana l'ha esclusa dai mercati lo scorso luglio per aver manipolato l'indice Bank Nifty. La stessa Jane Street che funge da principale partecipante autorizzato e market maker per IBIT di BlackRock, il più grande ETF spot su Bitcoin al mondo.

Un insider su Twitter, specializzato in crittovalute, ha affermato che Jane Street è stata costretta a bloccare i suoi algoritmi di trading. Jane Street ha definito le accuse “affermazioni infondate e opportunistiche”, ma il video racconta una storia diversa. Come ha osservato Coinpedia, la pressione di vendita delle 10 del mattino si è interrotta il giorno dopo l'archiviazione della causa, e Bitcoin ha fatto registrare un'impennata.

Questo non è un dato isolato. È un filo conduttore di un modello che si estende su tre continenti, diverse classi di asset e buona parte di un decennio, da una singola azienda che ha generato oltre $10 miliardi di ricavi netti dal trading in un solo trimestre.

Tiriamo le fila adesso.

La maggior parte delle persone al di fuori del mondo della finanza non ha mai sentito parlare di Jane Street. È una scelta intenzionale.

Non siamo al pari di Goldman Sachs, con gli amministratori delegati che fanno servizi sulla CNBC e stringono la mano ai senatori. Jane Street opera al 250 di Vesey Street, nella Lower Manhattan, senza un amministratore delegato, senza una gerarchia standard, senza un volto pubblico. L'azienda funziona come una “comune anarchica”, governata da 30-40 dirigenti che insieme gestiscono una macchina che genera più ricavi dal trading della maggior parte delle blue chip di Wall Street.

I numeri sono impressionanti. Nel 2024 $20,5 miliardi di ricavi netti dal trading, $13 miliardi di utile netto, superando sia l'intero trading desk di Bank of America che di Citigroup. Poi è arrivato il 2025: solo nel secondo trimestre un record di $10,1 miliardi, superando tutte le principali banche di Wall Street, inclusa JPMorgan, con $8,9 miliardi; terzo trimestre: altri $6,83 miliardi.

Nei tre trimestri precedenti $24 miliardi all'inizio dell'anno, superando il record dell'intero 2024. Jane Street impiega circa 3.000 persone; JPMorgan ne impiega oltre 300.000. Il calcolo del fatturato per dipendente è quasi incomprensibile.

Fondata nel 1999 da quattro ex-trader di Susquehanna, Jane Street ha iniziato a negoziare ADR prima di espandersi in ETF, obbligazioni, futures, materie prime e opzioni. Nel 2024 la società rappresentava il 41% del volume totale di scambi di ETF obbligazionari negli Stati Uniti ed era negoziata in oltre 200 sedi in 45 Paesi.

La rete di ex-studenti ci racconta una storia. Sam Bankman-Fried ha lavorato presso Jane Street fino al 2017 prima di fondare Alameda Research e FTX, fallite per una frode da $32 miliardi. Anche Caroline Ellison, amministratrice delegata di Alameda, proveniva da Jane Street.

Sam Bankman-Fried convogliò persino $400 milioni da Alameda a Modulo Capital, un hedge fund fondato da due ex-trader di Jane Street. La società non era direttamente coinvolta nella frode di FTX, ma è servita da scuola di perfezionamento per chi ha poi causato danni catastrofici nei mercati delle crittovalute.

Quando BlackRock presentò la domanda S-1 per un ETF spot su Bitcoin alla fine del 2023, due nomi comparvero come partecipanti autorizzati: JPMorgan Securities e Jane Street.

I partecipanti autorizzati sono le uniche entità che possono creare e riscattare azioni ETF. Si collocano tra il mercato spot di Bitcoin e i miliardi che fluiscono attraverso IBIT. Ogni paniere richiede la consegna di circa 22,72 bitcoin. L'account payable era l'impianto idraulico.

Il documento 13F di Jane Street del quarto trimestre 2025 ha rivelato 20,3 milioni di azioni in IBIT (circa $790 milioni), dopo aver aggiunto 7,1 milioni in azioni ($276 milioni) solo nel quarto trimestre. Al picco di esposizione, quasi $2,5 miliardi in IBIT. Un documento 13F mostra solo alcune posizioni azionarie lunghe, non rivela posizioni corte, portafogli di opzioni, o coperture future. Come ha affermato l'analista Nik Bhatia: Jane Street possiede IBIT in modo che possa “scrivere opzioni, fare arbitraggio e fare tutto ciò che un trading quantitativo fa per fare soldi velocemente”.

Il ruolo di account payable offre a Jane Street visibilità in tempo reale sui flussi di creazione e rimborso, la possibilità di effettuare arbitraggi tra spot BTC e ETF NAV, e la capacità strutturale di influenzare il prezzo nell'ora di maggiore liquidità della giornata di negoziazione.

Si tratta dello stesso vantaggio strutturale che i market maker degli ETF sull'oro sfruttano da anni; la differenza è che il trading 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e l'ambiente a leva finanziaria estrema di Bitcoin rendono il potenziale di sfruttamento ancora maggiore.

(Nota: Coinbase Custody è il vero custode dei bitcoin per IBIT. Jane Street non ne detiene, ma in quanto account payable e principale market maker, non ne ha bisogno... controlla il flusso. È la differenza tra possedere il caveau e possedere l'unica strada per raggiungere il caveau.)

Quando BlackRock ha lanciato IBIT, il mondo delle crittovalute ha celebrato l'adozione istituzionale.

Ciò che non avevano considerato era ciò che caratterizza l'infrastruttura istituzionale: partecipanti autorizzati, market maker e desk HFT che operano simultaneamente su spot, futures, ETF e opzioni. La stessa categoria di aziende che per decenni è stata scoperta a manipolare oro, argento, tassi di interesse e indici azionari, ora è al centro della determinazione del prezzo di Bitcoin.

Da novembre 2025 a gennaio 2026 gli ETF spot su Bitcoin hanno perso circa $6,18 miliardi in capitale netto, la più lunga serie di deflussi sostenuti dal lancio. Il patrimonio gestito totale è diminuito del 30,5% da gennaio, passando da circa $117 miliardi a $81,3 miliardi. Il costo medio di base per i detentori di ETF si attesta intorno ai $90.200; con BTC a metà dei $60.000, praticamente tutti gli acquirenti di ETF sono in difficoltà. Questo dovrebbe essere un anno rialzista, un anno dopo l'halving. L'oro è sopra i $5.000, l'argento è in forte crescita e le banche centrali stanno accumulando asset durevoli a un ritmo record. Bitcoin dovrebbe partecipare a questo andamento.

Il fatto che non lo stia facendo, mentre l'entità con il maggior potere strutturale sulla determinazione dei prezzi è accusata di manipolazione in tre giurisdizioni, ci dice qualcosa di fondamentale sulla nostra posizione nel ciclo.

L'oro è stato soppresso per decenni tramite il London Gold Pool e le vendite allo scoperto delle bullion bank. La divisione metalli preziosi di JP Morgan è stata condannata a otto anni di reato di spoofing, cosa che ha portato alla reclusione dei suoi responsabili di Global Precious Metals e Gold Trading rispettivamente a uno e due anni. Il fallimento della soppressione ha causato violenti riprezzi.

Dopo il crollo del London Gold Pool nel 1968, l'oro balzò da $35 a $850 in dodici anni. Quando la moderna repressione si è incrinata nel 2024, l'oro è passato da $2.060 a oltre $5.000 in meno di due anni. Più lunga è la repressione, più violenta è la rivalutazione in tutti i mercati e in tutti i periodi.

Poi c'è MicroStrategy. Nello stesso documento del quarto trimestre Jane Street ha incrementato le partecipazioni in MSTR del 473%, accumulando 951.187 azioni (circa $121 milioni), mentre BlackRock e Vanguard disinvestivano. MSTR funge da proxy Bitcoin con leva finanziaria, detenendo oltre 717.000 BTC. Perché vendere Bitcoin all'apertura della borsa ogni mattina, accumulando al contempo una posizione long con leva finanziaria sullo stesso asset?

La risposta ha senso solo se è possibile influenzare il prezzo di ingresso.

A partire da novembre 2025 circa, i trader hanno documentato un andamento quasi giornaliero: Bitcoin in rialzo durante le sessioni asiatiche ed europee, per poi essere schiacciato entro 30-60 minuti dall'apertura del mercato statunitense.

Nel dicembre 2025 BTC è sceso da circa $89.700 a $87.700 in pochi minuti dall'apertura, liquidando $171 milioni in posizioni lunghe con leva finanziaria. Il 12 dicembre BTC è sceso di $2.000 in 35 minuti, bruciando $40 miliardi dalla sua capitalizzazione di mercato.

Ma prendiamo in considerazione la meccanica. Bitcoin è scambiato 24 ore su 24, 7 giorni su 7, mentre IBIT è scambiato solo negli orari degli Stati Uniti.

Ciò crea una finestra giornaliera in cui l'ETF deve “recuperare” i movimenti spot overnight. Se un partecipante autorizzato conosce i flussi, può vendere in modo aggressivo all'apertura, attivare stop-loss e liquidazioni sull'intero complesso di posizioni lunghe con leva finanziaria (oltre $93,5 miliardi di open interest sui futures su crittovalute questa settimana), riacquistare a un prezzo inferiore, eseguire ordini di creazione al prezzo ribassato e intascare la differenza. Un calo del 2% liquida centinaia di milioni di dollari. Per un'azienda con un bilancio come quello di Jane Street, pianificare un tal calo in un momento prevedibile è routine.

Bitcoin ora è a $68.400.

Lo “slam delle 10 del mattino” non è arrivato oggi.

La pressione di vendita potrebbe aver appena perso il suo partecipante più importante.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 25 febbraio 2026

Davvero gli americani pagano il 96% dei dazi?

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/davvero-gli-americani-pagano-il-96)

Il Congressional Budget Office ha rivisto le sue stime e afferma che gli aumenti dei dazi in vigore dal 6 gennaio 2025 al 15 novembre 2025 ridurranno il deficit primario degli Stati Uniti di $2.500 miliardi in 11 anni, se mantenuti in vigore nel periodo 2025-2035. Le entrate dai dazi sono aumentate a $90 miliardi tra ottobre e dicembre 2025, rispetto ai $20 miliardi fatti registrare nello stesso periodo del 2024, però l'inflazione annua è in realtà inferiore.

L'inflazione negli Stati Uniti non è salita al 5-6%, come alcune banche d'investimento avevano previsto in seguito all'annuncio dei dazi. Infatti l'indice dei prezzi al consumo annuo, l'indice PCE e i prezzi all'importazione riportati dalle dogane e dagli uffici di frontiera non mostrano alcun aumento percepibile dell'inflazione annua e sono certamente molto lontani dalle stime di consenso.

Secondo gli ultimi dati del Bureau of Labor Statistics, l'indice dei prezzi al consumo su base annua negli Stati Uniti si è attestato al 2,7% a dicembre, con un incremento mensile dello 0,3%. I principali fattori trainanti dell'inflazione sono l'edilizia abitativa e i servizi, che non hanno nulla a che fare con i dazi. L'inflazione di fondo (IPC esclusi alimentari ed energia) si è attestata al 2,6% su base annua a dicembre, con un incremento mensile di solo lo 0,2%, il livello più basso negli ultimi quattro anni. L'inflazione di fondo si è stabilizzata intorno al 2,6%, ben al di sotto di quanto temuto qualche mese fa, rafforzando la percezione che le pressioni di fondo si stiano attenuando, nonostante i servizi rimangano relativamente “caldi”.

L'indice dei prezzi all'importazione negli Stati Uniti è aumentato dello 0,4% nel periodo settembre-novembre 2025, con un aumento dello 0,7% su base annua per le importazioni non energetiche. Per quanto riguarda le componenti delle importazioni, i prezzi dalla Cina sono diminuiti del 3,6% su base annua a novembre, mentre quelli dal Giappone sono aumentati del 2,6% e quelli dall'UE sono diminuiti dello 0,1%. I prezzi doganali all'importazione stanno diminuendo, soprattutto dai Paesi che devono affrontare dazi più elevati.

Inoltre i prezzi all'esportazione degli Stati Uniti sono aumentati dello 0,5% nel periodo settembre-novembre 2025, soprattutto per i prodotti agricoli e i veicoli a motore.

Secondo il BLS, i prezzi all'importazione sono aumentati solo dello 0,1% nei dodici mesi terminati a novembre, mentre i prezzi all'esportazione sono aumentati del 3,3%. Poiché questi dati escludono i dazi, mostrano che le pressioni inflazionistiche non provengono né dai prodotti importati, né dai dazi.

Se sia i prezzi all'importazione che quelli all'esportazione aumentano, ma i prezzi all'importazione si muovono a malapena, l'effetto dei dazi viene assorbito lungo tutte le catene di approvvigionamento, in particolare in quelle località con la maggiore capacità in eccesso. In altre parole esportatori, distributori, trasporti e magazzinaggio assorbono la maggior parte dei dazi, perché il costo del capitale circolante per gli elementi delle catene con maggiore capacità in eccesso rende impossibile il trasferimento dei dazi al consumatore.

Nonostante ciò, leggerete studi di Cavallo o del Kiel Institute che affermano il contrario. Le stime di Alberto Cavallo utilizzano gennaio 2024 come limite per il calcolo del trend pre-dazi. Tuttavia, dopo una brutale impennata inflazionistica nel 2021-2024, l'ultimo anno appare artificialmente “disinflazionistico”. Se si esamina la serie 2021-2024, la tendenza è di una continua disinflazione. L'andamento dell'inflazione nel 2025 è inferiore a quello degli anni di Biden, anche nei diciotto mesi che hanno portato all'allentamento della politica monetaria della FED e ai tagli dei tassi.

La Federal Reserve Bank di Atlanta ha pubblicato che le aziende prevedono che i loro costi aumenteranno solo del 2% nel prossimo anno, in calo rispetto al 2,2% di dicembre, il livello più basso nell'era post-pandemica.

Lo studio del Kiel Institute, intitolato “America's own goal: Americans pay almost entirely for Trump's tariffs”, è opinabile per diverse ragioni tecniche e identificative. Economisti come Stephen Moore ed E. J. Antoni hanno evidenziato alcune ipotesi sorprendenti, e John Carney ha scritto ampiamente sui principali bias statistici soprattutto nel pezzo “Debunking the myth that Americans are paying 96% of tariffs”, concludendo: “Non dimostra che il 96% dei costi ricada sugli americani, non dimostra che i consumatori paghino prezzi più alti e certamente non dimostra che i dazi siano un autogol”.

Il fattore più sorprendente è che il Kiel Institute attribuisce quasi l'intero andamento dei prezzi negli Stati Uniti ai dazi, ignorando che lo stesso trend è simile o addirittura più marcato nel Regno Unito, in Paesi dell'Unione Europea come la Spagna, o in Giappone. Se gli esportatori statunitensi aumentano i prezzi fino a tre volte più velocemente per le stesse categorie rispetto a coloro che esportano negli Stati Uniti, il fattore esplicativo delle variazioni dei prezzi in America non sono i dazi, ma ha molto più a che fare con altri fattori, oltre al diffuso deterioramento del potere d'acquisto delle valute nei Paesi analizzati.

Il risultato chiave dietro il titolo che circola sui media – secondo cui gli esportatori assorbono il 4% dei dazi e gli Stati Uniti il ​​96% – si basa su un coefficiente di circa -0,039 con un errore standard di 0,024, significativo solo al livello del 10%, mostrando una stima molto rumorosa nonostante i 25,6 milioni di osservazioni, spiega Carney. Con un tale livello di imprecisione, l'intervallo di confidenza implicito stesso consente un assorbimento da parte degli esportatori compreso tra lo 0% e il 9%, quindi presentare il “4%” come una cifra precisa crea un'illusione di accuratezza che i dati non supportano.

Inoltre lo studio interpreta l'aumento dei prezzi medi all'importazione come prova del trasferimento dei dazi, ma ignora che le importazioni totali (in valore e volume) diminuiscono del 28%, con l'uscita dal mercato dei fornitori a basso costo. Se i prodotti economici scompaiono e rimangono solo quelli di fascia medio-alta, il prezzo medio aumenta, anche se la realtà mostra che i prezzi all'interno di ciascuna categoria non sono aumentati, come si evince dai dati doganali e dai dati sui consumatori finali. Pertanto il cambiamento nel mix di qualità può essere scambiato per un aumento dei prezzi “dovuto ai dazi”.

I dazi vengono applicati a livelli molto disaggregati (HS8/HS10), ma lo studio del Kiel lavora con dati a livello HS6, molto più aggregati, secondo Carney. Ciò impone l'utilizzo di un'aliquota tariffaria media per prodotti con dazi effettivi molto diversi o addirittura senza. Questa misurazione inadeguata (come variabile esplicativa) introduce un errore che distorce i coefficienti verso lo zero, rendendo più facile “trovare” una piccola risposta dei prezzi e reinterpretarla come prova che quasi tutto il costo ricade sugli Stati Uniti. Se la stessa analisi viene effettuata per prodotti non energetici nel Regno Unito, in Giappone, in Germania, in Spagna o in Francia, ad esempio, sembrerebbe che i dazi vengano pagati contemporaneamente dagli americani e da tutti gli stranieri, il che è ovviamente assurdo. Se sia i beni soggetti a dazi che quelli non soggetti a essi mostrano aumenti nei valori unitari, il confronto differenziale viene artificialmente ridotto.

Anche se le stime sui prezzi all'importazione fossero corrette, lo studio presuppone, senza prove, che il 96% venga trasferito ai consumatori, senza analizzare i prezzi al dettaglio, i margini aziendali, o la distribuzione dell'incidenza lungo le catene di approvvigionamento.

L'affermazione che si tratti fondamentalmente di una “tassa sui consumi” trasferita al 96% agli americani viene presentata come una conclusione empirica, quando in realtà si tratta di un'estrapolazione personale priva di un supporto statistico diretto, conclude Carney.

Se le conclusioni della relazione – basate su diverse ipotesi estreme – fossero corrette, allora l'inflazione annua, l'inflazione di fondo e l'indice PCE statunitense sarebbero più che raddoppiati rispetto ai livelli pubblicati. Lo studio presuppone che tutti gli aumenti dei prezzi siano spiegati dai dazi, ignorando la tendenza al rialzo dei prezzi individuali e dei panieri nei Paesi esportatori. Se i prezzi delle esportazioni statunitensi aumentano tre volte più velocemente dei prezzi delle importazioni, e ancora di più se analizzati categoria per categoria, è chiaro che gli esportatori verso gli Stati Uniti non stanno trasferendo i dazi sui prezzi finali. Quando i prezzi delle importazioni dall'UE diminuiscono e il calo dei prezzi in Cina è così significativo, è anche un segnale di allentamento della pressione inflazionistica, non il contrario.

Inoltre ignorando il fatto che le categorie più “inflazionistiche” nei dati statunitensi sono i servizi, che non sono soggetti a pressioni commerciali, l'analisi giunge a conclusioni azzardate e solleva più dubbi che certezze. Inoltre dovremmo assistere a margini crescenti e prezzi più bassi tra gli esportatori che vendono negli Stati Uniti, ma è accaduto il contrario.

Anche nel rapporto del Kiel Institute si afferma che gli esportatori hanno in gran parte mantenuto i prezzi in dollari pre-dazi, il che rappresenta una riduzione a parità di dollari, considerando l'indebolimento del dollaro statunitense nel 2025 rispetto alle valute degli esportatori. Inoltre lo studio afferma che i loro margini unitari negli Stati Uniti non sono aumentati e che hanno accettato volumi inferiori e perso quote di mercato. Se gli americani hanno consumato di più, come indicano i dati, e i prezzi non sono aumentati a dollari costanti, mentre gli esportatori hanno perso quote di mercato e i loro profitti non sono migliorati, il rapporto riconosce che le variazioni di prezzo non possono essere attribuite ai dazi, bensì a molti altri fattori in una situazione commerciale complessa.

I dazi rimarranno un argomento di dibattito per molto tempo, e gli studi sono sempre preziosi, ma l'evidenza – quasi un anno dopo – è che le componenti dei dati sull'inflazione non mostrano una sua persistenza (un fenomeno che si verifica in tutti i Paesi comparabili) a causa dai dazi. Con il livello di capacità in eccesso esistente nel sistema di esportazione globale, è chiaro che le catene di approvvigionamento assorbono i costi dei dazi laddove il potere di determinazione dei prezzi è più debole.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 24 febbraio 2026

I Paesi Bassi tassano i guadagni non realizzati: le ruberie dell'UE e le relative implicazioni mondiali

Quello della BCE è un piano monco e per questo destinato a fallire. Per quanto i contribuenti europei adesso verranno vessati ancor di più, assaggiando la medicina amara che hanno assaggiato fino al 2022 le loro controparti americane, non sono un collaterale profondo. Rispetto al bacino di ricchezza reale e il “full faith and credit” americano non dureranno un decimo di quanto sono durati gli USA nel canalizzare tempo e risorse per far sopravvivere l'esperimento super socialista europeo. Il piano originale era quello di continuare a usare la FED come salvagente del mondo e far confluire capitali mondiali in UE, unica isola “sicura” rimasta per essi. Poi andare in default per i debiti enormi degli stati europei ed emettere “perpetual bond”. Intrappolando obbligazionisti e altri finanziatori i problemi pensionistici e di altra natura economica sarebbero stati “risolti” (o perlomeno rimandati molto avanti nel tempo). Quello a cui assistiamo adesso è la risposta della fazione “più dura” della cricca di Davos ai termini della resa presentati da Trump a Davos e Rubio a Monaco: se devono perdere poteri e privilegi, faranno terra bruciata intorno a loro. Questa strategia la si vede chiaramente in diversi parametri, come ad esempio la quota dell'Europa sul PIL globale, la quale è scesa dal 25% nel 1990 a circa il 14% di oggi, o le difficoltà demografiche e l'erosione della competitività industriale. Recenti simulazioni di guerra, poi, hanno evidenziato una vulnerabilità che deve essere letta in questo modo: l'Europa è disarmata (perché anche in questo campo usava gli USA come proxy). Quest'ultimo fatto sarà usato dalla cricca di Davos a suo vantaggio per perorare la causa degli eurobond e chiudere finalmente la trappola dell'haircut sui propri debiti. Ecco spiegato il motivo per cui gli indici azionari europei non danno segni di stress finanziario a differenza del mercato obbligazionario: il DAX, ad esempio, è salito perché i capitali restanti in Europa sono volati nell'azionario, temendo forti tensioni nell'obbligazionario. Ma i guadagni, la ricchezza e l'imprenditoria sono adesso il nemico all'interno dell'UE come leggeremo nella traduzione di oggi, e finché i capitali rimarranno in Europa avranno una vulnerabilità strutturale e cronica ai controlli di capitale e all'esproprio tramite il fisco.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-paesi-bassi-tassano-i-guadagni)

Una tempesta fiscale sta arrivando nei Paesi Bassi. Con la potenziale introduzione di un'imposta sulle plusvalenze non realizzate, l'Aia è destinata a diventare un banco di prova per il trasferimento sistematico di ricchezza dal settore privato allo stato. A tutti i livelli di governo l'Unione Europea si sta trasformando sempre più in un sistema parassitario aggressivo.

In tutta l'UE si sta intensificando uno scontro tra il settore pubblico e quello privato. A marzo entrambe le camere del parlamento olandese decideranno sull'introduzione di un'imposta annuale sulle plusvalenze non realizzate. D'ora in poi tutti gli aumenti di valore, dagli immobili alle azioni, dalle obbligazioni alle crittovalute, rientreranno in questo quadro fiscale.

Questa mossa accelera significativamente l'estrazione di capitali dal settore privato, costituendo una violazione delle regole politiche. Redditi e patrimoni già tassati verrebbero nuovamente colpiti sulla base di guadagni ipotetici, ostacolando gravemente l'accumulo di ricchezza privata.

Il sostegno a questa misura abbraccia sia i partiti di destra che di sinistra. Riflette una sorta di logica fiscale a ferro di cavallo, in previsione di una grave crisi finanziaria nazionale.

Per l'UE nel suo complesso, questo è disastroso. Il fatto che una nazione con un rapporto debito/PIL di appena il 46% e nuovi prestiti pari a poco più del 2% del PIL dichiari di fatto guerra al capitale privato segnala profonde distorsioni economiche in una delle economie più prospere d'Europa. Viene spontaneo chiedersi: se questo accade nei Paesi Bassi, cosa ci dice del resto dell'Unione Europea?


La fine dell'economia produttiva

Uno sguardo al settore manifatturiero dell'Eurozona suggerisce che si stanno addensando nuvole nere. La deindustrializzazione in Germania, la più grande base industriale d'Europa, è iniziata nel 2018 e da allora ha subito un'accelerazione, con una massiccia fuga di capitali. Ciò che vale per la Germania vale ancora di più per le fragili economie periferiche europee.

Per decenni l'economia europea si è spostata da modelli produttivi a modelli finanziari e basati sulla rendita di ricchezza. Con l'avanzare della finanziarizzazione, la produzione e la creazione di valore si sono sempre più trasferite all'estero. Questo rispecchia un processo che gli Stati Uniti hanno attraversato per decenni e che hanno tentato di invertire con la presidenza di Donald Trump.

Gli stati europei non vedono via d'uscita dalla spirale di morte economica creata dall'espansione degli Stati sociali, dalle migrazioni incontrollate e dalla lenta contrazione della produttività industriale di base. I politici stanno guadagnando tempo attraverso l'espropriazione dei risparmi dei cittadini per eludere la crescente pressione riformista.

Quando la pazienza della società raggiungerà un punto di svolta, l'Europa potrebbe assistere a scene simili a quelle che si stanno verificando attualmente negli Stati Uniti, dove il governo ha di fatto dichiarato guerra all'immigrazione illegale nel mezzo di una battaglia difensiva guidata dalla stampa e coordinata da forze di estrema sinistra, media globalisti e fondazioni straniere.

La domanda urgente per l'Europa è: per quanto tempo le popolazioni autoctone tollereranno l'assalto finanziario dello stato senza chiedere le conseguenti riforme in materia di migrazione e welfare?

Diversi stati dell'UE applicano già imposte progressive sulle successioni e sulle donazioni. La Norvegia ha di recente introdotto un'imposta patrimoniale di circa l'1% sui patrimoni superiori a €160.000 a persona, suscitando scalpore in una delle nazioni più ricche d'Europa. La Spagna applica un'imposta patrimoniale progressiva fino al 3,5%, oltre a un'imposta solidale sul patrimonio per i patrimoni superiori a €3 milioni: “solidarietà”, un termine politico usato per giustificare retoricamente l'espropriazione tramite il fisco.

Questa espropriazione è imminente. I partiti della coalizione hanno trascorso l'ultimo anno a gettare le basi per una massiccia espansione delle imposte di successione. Sarebbe imprudente escludere che la Corte Costituzionale tedesca, influenzata politicamente, approvi in ​​futuro un'imposta nazionale sul patrimonio.


Costruire l'economia pianificata

La Germania sta guidando l'Europa verso il socialismo. La formazione del capitale e le strutture familiari indipendenti, che potrebbero costituire una potente opposizione sociale, sono sempre più disprezzate dalle élite politiche.

Non si può più negarlo: il modello economico dell'UE e la spinta maniacale a trasformarlo in un'economia pianificata tramite l'ossessione per il verde riflettono il panico crescente a Bruxelles, Berlino e Parigi. Ogni tentativo di mascherare il collasso economico con il debito fallisce: i danni collaterali delle economie “artificiali” verdi e pianificate a livello centrale si insinuano nella consapevolezza pubblica.

La difficile situazione economica delle nazioni più deboli dell'Europa meridionale non ha certo bisogno di essere approfondita. È noto che l'Eurozona ha fallito come unione monetaria nel tentativo di integrare economie con produttività estremamente divergenti, come Germania e Grecia.

Ora le crepe sono visibili e gli stati stanno difendendo il loro potere attraverso l'estrazione sistematica di capitali privati. L'Europa è sulla difensiva.


L'Europa negli Stati Uniti

Ovunque il modello europeo sia stato adattato, la classe politica impiega strumenti simili. L'elezione del socialista Zohran Mamdani a sindaco di New York City lo scorso anno ha attirato l'attenzione. La sua vittoria è stata alimentata dall'insediamento di migranti musulmani, una linea di politica perseguita consapevolmente, e dall'alleanza con l'establishment della sinistra finanziaria, la quale ha orchestrato una campagna elettorale di successo.

Con l'elezione di Mamdani, ingenti capitali sono ora, letteralmente, intrappolati. Chi non riesce a trasferirsi si trova ad affrontare una tassazione massiccia. Mamdani, che si è impegnato in una campagna elettorale a favore del trasporto pubblico gratuito, del tetto agli affitti e dei mercati pubblici, ha annunciato l'intenzione di colmare un deficit di bilancio da $10 miliardi con un'imposta patrimoniale.

New York è ora il fulcro della campagna elettorale del Partito Democratico, posizionata al centro della rinascita conservatrice avviata dalla deregolamentazione e dai tagli fiscali di Donald Trump.

In California, lo stato americano più europeista, è stato introdotto il “Billionaire Tax Act”, con il governatore Gavin Newsom che ha pianificato un'imposta una tantum del 5% sui patrimoni superiori a $1 miliardo. L'emigrazione dal Golden State è già iniziata, insieme a decine di migliaia di posti di lavoro trasferiti altrove. La miopia di questa linea di politica è superata solo dalla sua infantile aggressività.

In tutto il mondo resta fondamentale preservare i centri economici che difendono i principi di mercato e l'accumulo di ricchezza privata, i portatori della fiaccola della civiltà. Nel frattempo la discesa dell'UE nella barbarie socialista sembra pressoché inevitabile.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 23 febbraio 2026

Nessuna recessione globale nel 2026, ma continua il periodo di scarsa crescita

Se la traduzione di oggi si occupa degli aspetti prettamente economici dello stato dell'arte del mondo, questo cappello invece vuole occuparsi degli aspetti geopolitici soprattutto sulla scia della Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Inutile dire che le “mediazioni” sono iniziate a Davos, nel momento in cui Trump ha ribadito il nuovo ruolo degli USA nel mondo. La fine della cosiddetta Pax Americana e del “mondo basato sulle regole” (inglesi) ha segnato il passaggio alla proverbiale “Power politics”: tutto ciò che danneggia il proprio Paese verrà abbattuto senza mezzi termini. Questo ovviamente è quello che la stampa generalista vuole veicolare al pubblico, la realtà è che significa ben altro: smantellare le incrostazioni dello Stato profondo che, facenti riferimento altrove, sabotavano la nazione per conto terzi. Per chi facesse fatica a comprendere di che natura siano queste “incrostazioni”, gli basti prendere in considerazione la recente vicenda Cloudflare e i recenti sabotaggi ferroviari. Esempi locali, ma che dovrebbero dare un'idea di cosa stiamo parlando. La controparte negli USA, ad esempio, e l'ultima in ordine cronologico, è rappresentata dai disordini sociali in Minnesota. Cellule dormienti attivate da una rete sotterranea di tentacoli che fanno riferimento in prima istanza ai Democratici americani e più in profondità a quegli oligarchi che etichettiamo come cricca di Davos. Il messaggio nelle ultime iterazioni pubbliche da parte delle cariche politiche americane è quello di una “mediazione” con la fazione moderata nella cricca di Davos. Infatti il tono di Rubio nel suo discorso a Monaco è stato più accomodante di quello di Vance l'anno scorso, a sottolineare la ferma intenzione degli USA a non essere più il salvagente di percorsi adottati altrove e fatti ingoiare a forza agli americani. In questo contesto si inseriscono anche gli Epstein file parzialmente desecretati, ennesima offerta di resa presentata agli avversari oltreoceano. Quelli di Trump a Davos e Rubio a Monaco sono appelli a una collaborazione alla pari, diretti alla fazione moderata della cricca di Davos. Poi c'è la fazione “più dura” che invece ha intenzione di proseguire lungo i binari del Grande Reset senza risparmiare colpi da infliggere agli USA perché incapace di razionalizzare la fine dell'esperimento super socialista europeo. Tale incapacità è dettata soprattutto dal fatto che essi stessi dovranno pagare in termini di ridimensionamento di sfere d'influenza e privilegi/potere acquisiti. In quest'ottica si legge ad esempio l'uscita di scena stizzita dalla platea di Davos da parte della Lagarde, ad esempio; altrettanto in quest'ottica si legge il piano eversivo della Commissione europea di voler creare un 28° regime nell'UE. Dagli inglesi agli europei, dalla corona inglese alla classe dirigente europea, i termini della resa a firma americana sono stati presentati... la prossima mossa in questo grande gioco di GO passa agli avversari degli USA adesso.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/nessuna-recessione-globale-nel-2026)

Le stime dell'FMI per il 2026 non mostrano segnali di recessione, tuttavia l'economia globale rimane in un periodo di scarsa crescita, elevato debito, inflazione persistente e bassa produttività.

Forse non ci sarà una recessione, ma i cittadini si sentono più poveri poiché i salari reali netti diminuiscono nella maggior parte delle economie, rimanendo al di sotto dei livelli pre-pandemici. Perché? Perché nella maggior parte delle economie sviluppate, la crescita del PIL è gonfiata dalla spesa pubblica, il che significa un debito elevato, seguito da un aumento delle tasse che danneggia investimenti e produttività.

L'FMI ha dovuto rivedere le sue stime per gli Stati Uniti, più che raddoppiandole rispetto alle aspettative per l'inizio del 2025, mentre l'Argentina supera nettamente sia le medie globali che quelle regionali.

La crescita del PIL globale è prevista al 3,3% nel 2026 e al 3,2% nel 2027, leggermente al di sopra delle proiezioni di ottobre 2025 e sostanzialmente in linea con i livelli del 2025.


Gli Stati Uniti superano le altre economie avanzate

La sorpresa positiva riguarda gli Stati Uniti. Si prevede che le economie avanzate cresceranno di circa l'1,8% nel 2026 e dell'1,7% nel 2027 grazie ai dati statunitensi più elevati, mentre i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo raggiungeranno rispettivamente circa il 4,2% e il 4,1%, nonostante un rallentamento in Cina.

L'FMI la definisce “crescita resiliente”, dopo un anno di avvertimenti sui rischi. Ciò è sorprendente, perché molti analisti sottolineano che dovremmo preoccuparci quando suddetta istituzione inizia a dare messaggi rialzisti.

Nonostante i commenti ironici, l'FMI mette in guardia dai bassi livelli di sviluppo economico nelle principali economie.

I principali motori della forza economica provengono dagli investimenti legati all'intelligenza artificiale, dalle condizioni finanziarie accomodanti e dalla flessibilità del settore privato, componenti che compensano l'impatto negativo del rischio geopolitico e dei negoziati commerciali.

L'FMI si è chiaramente sbagliato riguardo le stime sull'economia statunitense pubblicate l'anno scorso.

Ora prevede una crescita degli Stati Uniti del 2,4% nel 2026, un'altra importante revisione al rialzo rispetto alle previsioni di ottobre 2025, considerando dati più solidi del previsto e un forte impulso derivante dalla spesa in conto capitale legata all'intelligenza artificiale (es. data center, chip, infrastrutture digitali).

Per il 2027 si prevede che la crescita degli Stati Uniti si attesterà intorno al 2,0%, restando comunque al di sopra della media delle economie avanzate.

Gli Stati Uniti saranno l'unica economia del G7 a sfuggire alla stagnazione nel 2025-2027 e a superare tutti i principali Paesi concorrenti con una minore immigrazione, tasse più basse e una riduzione della spesa pubblica, mentre i gli altri, Germania, Giappone, Francia, Regno Unito e Canada, continuano a mascherare la recessione nel settore privato con una maggiore spesa pubblica e un'immigrazione in aumento.

L'FMI non ha ammesso il suo errore nell'ipotizzare la stagnazione e l'inflazione elevata a causa dei dazi e preferisce spiegare i miglioramenti evidenziando i tassi di interesse più bassi, un continuo sostegno fiscale e investimenti nel comparto tecnologico.

Non è importante. La realtà è che gli Stati Uniti hanno smentito tutti i seminatori di panico e i catastrofisti, trasformandosi in uno dei principali motori della domanda globale in questa tornata di previsioni.


Argentina: crescita superiore alle medie globali e regionali

L'FMI prevede che l'Argentina crescerà di circa il 4% sia nel 2026 che nel 2027, nettamente al di sopra del tasso mondiale del 3,3% e significativamente al di sopra delle previsioni dell'America Latina del 2,2% nel 2026 e del 2,7% nel 2027.

Ciò avviene dopo un'espansione stimata del 4,5% nel 2025, a seguito di una contrazione dell'1,3% nel 2024. Il Fondo monetario internazionale collega esplicitamente questa impressionante traiettoria alle politiche del presidente Milei e ai recenti sforzi di stabilizzazione macroeconomica.

L'Argentina passa da un andamento cronico delle performance al ribasso a un andamento nettamente superiore nella stima di base dell'FMI, soprattutto alla luce delle deboli prospettive per Messico e Brasile.

Le linee di politica lato dell’offerta, l’attenzione al settore privato e l’abbandono dell’interventismo nel settore energetico sono tra i fattori che rendono gli Stati Uniti e l’Argentina le “sacche di forza” che consentono alla crescita globale di mantenersi intorno al 3,3% nonostante la stagnazione dell’area Euro e dell’America Latina.


Bassa crescita in Europa

Per l'area Euro l'FMI indica una crescita moderata, ma in graduale miglioramento. Tuttavia gran parte di questa crescita deriva dal crescente debito della Germania.

Si prevede che il PIL reale aumenterà dell'1,3% nel 2026 e dell'1,4% nel 2027, una leggera revisione al rialzo rispetto alle previsioni di ottobre 2025 e in linea con le proiezioni della BCE stessa.

Ciononostante non possiamo dimenticare che questa crescita economica avviene nel bel mezzo del  piano di stimolo Next Generation EU e dei tagli dei tassi.

Si prevede che la Germania si riprenderà dalla quasi stagnazione, raggiungendo l'1,1% nel 2026 e l'1,5% nel 2027, solo grazie a un programma di spesa pubblica e di indebitamento più che discutibile.

Si prevede che la Francia non registrerà una crescita reale, pari a circa l'1,0% e l'1,2%, trainata solo dalla spesa pubblica.

Il messaggio dell'FMI è che, rispetto agli Stati Uniti, l'area Euro rimane una regione a bassa crescita, limitata da una debole produttività e da una regolamentazione e una tassazione eccessive.

Per il Regno Unito l'FMI mantiene una previsione ottimistica di crescita dell'1,3% nel 2026 e dell'1,5% nel 2027. Si dice che, dopo gli Stati Uniti, Regno Unito e Canada siano le economie del G7 in più rapida crescita.

Ciò ci ricorda che le linee di politica incentrate sulle emissioni zero, tasse elevate e uno stato troppo esigente sono la ricetta per la stagnazione.

Secondo l'FMI il Canada dovrebbe crescere solo dell'1,4% all'anno nel 2026 e nel 2027. Il Giappone farà registrare una crescita solo dello 0,7% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, nonostante anni di spesa pubblica per i cosiddetti stimoli.

In Asia l'FMI concentra la sua attenzione sul rallentamento cinese, compensato dalla forza dell'India.

Si prevede che la Cina crescerà del 4,5% nel 2026 e del 4,0% nel 2027, più lentamente rispetto alla crescita al 5% nel 2025. Tuttavia resta uno dei principali motori dell'espansione globale, nonostante i continui venti contrari che il settore immobiliare deve affrontare.

L'India rimane la grande economia in più rapida crescita secondo le previsioni dell'FMI, intorno al 6% sia nel 2026 che nel 2027, trainata dalla domanda interna. Secondo l'FMI, inoltre, l'India è la nazione con il beta più alto in Asia.

Il Fondo monetario internazionale dovrebbe riprendere le raccomandazioni sulla sostenibilità economica e ricordare ai vari governi che le economie orientate all'offerta e al mercato, concentrate sul rafforzamento del settore privato, sono i motori di cui l'economia mondiale ha bisogno, e che la costante espansione del settore pubblico ostacola la crescita e crea debolezza finanziaria.

Potremmo non avere una recessione, ma la debolezza delle economie sviluppate ed emergenti è ingiustificata e il principale responsabile è l'interventismo statale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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