venerdì 8 maggio 2026

Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #4)

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

____________________________________________________________________________________


di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-40d)

Nella Parte precedente di questa serie abbiamo esaminato la catena finanziaria della morte attraverso cui la classe finanziaria si infiltra, cattura, indebita, finanziarizza, sfrutta, crea crisi e infine abbandona nazioni e popoli. Abbiamo visto nella “Religione della Finanza” il suo sistema operativo: l'ideologia che trasforma l'usura in virtù, il debito in dovere e la guerra perpetua nella condizione necessaria per la pace. Eppure l'ideologia, per quanto potente, non governa da sola: richiede istituzioni così profondamente radicate nell'ordine costituzionale da diventare indistinguibili dallo Stato stesso.

La tesi centrale di questa Quarta Parte della serie è quindi al tempo stesso semplice e profonda: la Banca d'Inghilterra, fondata nel 1694, non è mai stata semplicemente una banca, è stata l'ingegneria costituzionale a trasformare un espediente temporaneo per il finanziamento della guerra in una catena di distruzione autoalimentata e intergenerazionale. Questo fu il “peccato originale” che radicò il potere dei finanziari così profondamente nello Stato inglese – e, per estensione, nell’intera sfera civile anglofona – che il regime è sopravvissuto a ogni successiva riforma, ogni rivoluzione, ogni contrazione imperiale e ogni altra sfida per oltre tre secoli.

La Banca d'Inghilterra divenne il quartier generale operativo dell’accordo del 1688; fu il DNA istituzionale che codificò la conquista incruenta dei finanziari nell’apparato governativo, garantendo che da allora in poi nessun sovrano potesse governare senza il consenso di essi. Il re in Parlamento rimase il sovrano visibile; gli obbligazionisti divennero quelli invisibili.

Questa Parte persegue un duplice obiettivo. In primo luogo, ripercorrerò la creazione storica dell’infrastruttura e la sua diffusione globale nell’impero anglofono; in secondo luogo, analizzerò il suo attuale destino asimmetrico: il deterioramento e l’attiva contestazione in corso nella City di Londra e nei territori del Commonwealth, contrapposti al suo continuo radicamento – e anzi al suo rafforzamento – all’interno del sistema americano. Questo contrasto non è casuale; è la prova vivente che la guerra civile, lunga quattrocento anni, per la sovranità, la proprietà privata e l'equilibrio di potere continua ancora oggi. Una lotta che non si concluderà nemmeno se Washington dovesse prevalere nella sua battaglia contro Londra.

Prima di procedere, però, devo porre una domanda che animerà la discussione e che ci condurrà alla Quinta Parte di questa serie sulla guerra civile di 400 anni: se la Banca d'Inghilterra era il motore imperiale progettato per estendere il controllo finanziario in tutto il mondo anglofono, cosa accadde quando una potente fetta di quell'impero, proprietaria terriera – la nobiltà coloniale e i mercanti del Nord America – si rese conto di non essere partner di questo regime, ma i suoi principali sudditi coloniali? La risposta è la Rivoluzione americana, reinterpretata non come una semplice ribellione coloniale, ma come la Guerra civile inglese 2.0: la prima grande frattura nell'impero finanziario.


Fondamenti storici: l'accordo del 1688 e la creazione della Banca d'Inghilterra (1694)

Il momento della conquista

Per comprendere la Banca d'Inghilterra, dobbiamo prima comprendere l'assetto che essa era destinata a servire. La “Rivoluzione Gloriosa” del 1688 non fu mai gloriosa per il popolo inglese, né fu propriamente una rivoluzione. Si trattò di un'invasione da parte delle forze olandesi guidate da Guglielmo d'Orange, sollecitate da una fazione dell'élite inglese – i grandi Whig e i loro alleati finanziari – che si erano stancati dei tentativi di Giacomo II di affermare le prerogative reali e, soprattutto, dei suoi sforzi di tolleranza religiosa che minacciavano sia il predominio anglicano sia gli accordi di proprietà dei decenni precedenti.

Il prezzo pagato da Guglielmo furono le risorse inglesi per la sua guerra continentale contro Luigi XIV. La Repubblica delle Province Unite aveva già perfezionato un sistema di finanza pubblica che aveva trasformato il suo piccolo stato in una grande potenza: debito pubblico permanente, gestito da una banca centrale, finanziato dalle accise e scambiato attivamente tra una sofisticata classe commerciale. Guglielmo importò questo modello integralmente. L'élite inglese – desiderosa sia di finanziare la sua guerra sia di consolidare la propria vittoria – si dimostrò un'allieva volenterosa.

L'innovazione radicale del 1694

La Banca d'Inghilterra fu istituita con il Tonnage Act del 1694. In apparenza si trattava di una semplice operazione: i sottoscrittori avrebbero prestato al governo inglese £1,2 milioni a un tasso di interesse dell'8% e in cambio sarebbero stati costituiti come Governatore e Compagnia della Banca d'Inghilterra, con il privilegio esclusivo di emettere banconote. Sotto questo banale accordo si celava una rivoluzionaria ristrutturazione del rapporto tra Stato e capitale.

La Banca d'Inghilterra era una società per azioni privata, di proprietà dei suoi azionisti e gestita da un Consiglio di Amministrazione eletto dal loro numero. Il suo primo governatore, Sir John Houblon, era un mercante e direttore della Compagnia delle Indie Orientali: le sue fortune non erano legate alla terra, o alla corona, ma al commercio e alla finanza internazionali. Godeva di privilegi monopolistici: nessun'altra banca per azioni poteva essere costituita finché la Banca d'Inghilterra esisteva. Creò un debito nazionale permanente: il prestito da £1,2 milioni non era mai stato destinato a essere rimborsato; gli interessi erano garantiti da specifiche entrate fiscali e il capitale divenne trasferibile. Nacque un mercato del debito pubblico e con esso una classe di redditieri il cui sostentamento dipendeva dal perpetuo indebitamento dello Stato. Infine si adottò il sistema a riserva frazionaria: le obbligazioni venivano emesse a fronte del capitale, ma la Banca d'Inghilterra scoprì presto di poter prestare somme molte volte superiori alle sue riserve effettive, a patto che la fiducia rimanesse.

Il meccanismo del “peccato originale”

Il genio – e il peccato originale contro i popoli anglofoni – risiedeva nel circolo vizioso che creò. La necessità dello Stato di un finanziamento bellico permanente lo rese permanentemente dipendente dalla classe finanziaria in grado di mobilitare rapidamente capitali. La dipendenza era strutturale. La guerra richiedeva spese superiori alle entrate fiscali; la Banca d'Inghilterra organizzò i prestiti ed emise obbligazioni; il Parlamento si impegnò a versare le future imposte per il pagamento degli interessi; gli interessi affluirono agli azionisti e agli obbligazionisti; gli obbligazionisti, ora con un interesse diretto nella salute finanziaria dello Stato, divennero i più ferventi sostenitori del regime; la guerra successiva richiese più debiti, più tasse, più obbligazionisti. Il ciclo si intensificò.

Gli osservatori dell'epoca lo capirono perfettamente. Charles Davenant avvertì nel 1698 che “i debiti pubblici, se dovessero diventare molto ingenti, provocheranno certamente un cambiamento nella costituzione stessa”. Aveva ragione. La sovranità si spostò impercettibilmente dal re in Parlamento, responsabile nei confronti delle classi possidenti del regno, agli obbligazionisti, responsabili solo nei confronti di sé stessi. Si narra che un direttore della Banca d'Inghilterra, interrogato sulla possibilità che il debito nazionale venisse mai estinto, abbia risposto: “Se il debito venisse saldato, che ne sarebbe di noi? La Banca d'Inghilterra verrebbe sciolta e saremmo tutti rovinati”. Il debito non fu mai un fardello da sopportare in attesa di tempi migliori; fu il fondamento su cui si basava il nuovo ordine.

La dimensione imperiale

È fondamentale sottolineare che questo sistema non era mai stato concepito per operare esclusivamente all'interno dell'Inghilterra. Lo stato post-1688 era un impero fiscale-mercantile progettato per organizzare l'intero mondo anglofono attorno alla supremazia finanziaria di Londra. Le colonie esistevano per fornire materie prime e mercati vincolati; gli Atti di Navigazione garantivano che il commercio transitasse attraverso i porti inglesi. Le colonie erano private di valuta pregiata, costrette a deficit commerciali cronici e dipendenti dal credito britannico. Quando tentarono di emettere una propria cartamoneta, il Parlamento inglese rispose con gli Atti Monetari del 1751 e del 1764, che vietavano alle banconote coloniali di avere corso legale. Solo Londra avrebbe creato moneta; le colonie l'avrebbero usata alle condizioni di Londra. Gli enormi debiti contratti per le guerre finanziate dalla Banca d'Inghilterra erano considerati a Londra come debiti imperiali; le colonie dovevano quindi essere tassate per ripagarli. Dal punto di vista dei finanziari, il sistema funzionava perfettamente. La tragedia – per loro – era che i coloni potevano vederne il funzionamento.


Anatomia dell'infrastruttura della catena finanziaria della morte

Con la Banca d'Inghilterra come fulcro istituzionale del Regime del 1688, possiamo ora ricostruire come i suoi meccanismi abbiano reso operative ciascuna fase della “catena finanziaria della morte”. L'analisi che segue traduce le fasi astratte in istituzioni concrete, con particolare attenzione al funzionamento della catena non solo nella metropoli, ma anche nelle colonie, dove la sua logica si manifestava in modo più evidente.

Fase 1: infiltrazione e cattura

Il Consiglio di amministrazione della Banca d'Inghilterra e le corporazioni di mestiere della City di Londra formarono una rete permanente di infiltrati all'interno del Parlamento e del Tesoro inglesi. I membri del Consiglio sedevano alla Camera dei Comuni; i governatori venivano consultati sulla politica fiscale; la sede della Banca d'Inghilterra era adiacente al Tesoro inglese. I magnati Whig – es. Marlborough, Godolphin, Walpole – non erano semplicemente alleati dei finanziari; erano i finanziari, le cui fortune erano legate alle azioni della Banca d'Inghilterra e al debito pubblico. Nelle colonie tutto questo si concretizzò nella presenza di governatori reali, funzionari doganali e ufficiali di Marina responsabili nei confronti del Tesoro inglese e del Board of Trade, insieme ad agenti coloniali a Londra, i quali scoprirono che le decisioni effettive venivano prese negli uffici contabili della City.

Fase 2: indebitamento

Il debito pubblico divenne lo strumento principale. Prima del 1694 i monarchi si indebitavano a titolo personale e talvolta non riuscivano a ripagare i debiti. Dopo il 1694 il debito divenne nazionale: permanente, trasferibile, sacro. I Consol (1751) perfezionarono lo strumento: obbligazioni senza scadenza che pagavano interessi perpetui. Nelle colonie l'indebitamento assunse molteplici forme: deficit commerciali cronici finanziati dal credito britannico, debiti individuali dei piantatori nei confronti degli agenti londinesi, la deliberata mancanza di valuta coloniale e la tesi, successiva al 1763, secondo cui le colonie erano in debito con la Gran Bretagna per le spese di guerra contratte a loro conto. Il Currency Act del 1764 garantì che tutti i debiti sarebbero stati saldati in sterline, trasferendo interamente a Londra il potere di creare moneta.

Fase 3: finanziarizzazione

Tutto divenne un bene negoziabile. Le banconote della Banca d'Inghilterra circolavano come moneta; i suoi sconti creavano credito; la sua gestione del debito creava un mercato secondario di titoli di Stato. La Compagnia dei Mari del Sud, la Compagnia delle Indie Orientali e le grandi compagnie commerciali divennero veicoli di speculazione. Verso la metà del XVIII secolo Londra possedeva il mercato finanziario più sofisticato del mondo. Nelle colonie la finanziarizzazione significò dipendenza dal credito e dai prezzi britannici: il prezzo del tabacco, del riso e dell'indaco era fissato a Londra; il costo dei beni manifatturieri era fissato a Londra; i tassi di interesse sui debiti coloniali erano fissati a Londra. I coloni erano price-taker in un mercato che non controllavano.

Fase 4: estrazione

L'estrazione degli interessi affluiva direttamente ai detentori di obbligazioni. Nel 1715 il servizio del debito assorbiva oltre la metà delle entrate statali. Le accise su birra, sale, candele, cuoio e sapone gravavano in modo sproporzionato sui consumi e quindi sulle classi produttive. Il signoraggio derivante dall'emissione di banconote veniva incamerato dalla Banca d'Inghilterra. Nelle colonie lo sfruttamento delle risorse avveniva attraverso gli Atti di Navigazione, le restrizioni alla produzione manifatturiera e l'invisibile ma costante drenaggio degli interessi sui debiti coloniali e le condizioni commerciali sfavorevoli.

Fase 5: crisi

Le crisi sono caratteristiche, non anomalie. La bolla della South Sea Company (1720), la sospensione dei pagamenti in metallo prezioso nel 1797, le varie crisi del 1825, 1837, 1847, 1857 e 1866: ognuno di essi spazzò via le banche più piccole e rafforzò la posizione centrale della Banca d'Inghilterra. Il Bank Charter Act del 1844 formalizzò il suo monopolio. Nelle colonie le crisi erano importate: quando il credito si contraeva a Londra, la depressione si diffondeva nelle periferie. La deflazione del dopoguerra, successiva alla Guerra dei Sette Anni, fu il contesto immediato della crisi dello Stamp Act.

Fase 6: abbandono

La disciplina finale consiste nel ritiro del credito, nella fuga di capitali e nel rifiuto di ulteriori prestiti. Per le colonie ciò si concretizzò con gli Atti Coercitivi del 1774 e con quello che i coloni percepirono come un abbandono da parte del re: il rifiuto di ascoltare le petizioni, il rigetto delle lamentele, l'invio di truppe.

Le componenti istituzionali

Questa “catena della morte” fu resa operativa attraverso la duplice natura pubblico-privata della Banca d'Inghilterra, le antiche libertà della City of London Corporation (uno stato nello stato), il sistema aureo/sterlina come meccanismo di coercizione e la burocrazia dello stato fiscale-militare (es. Tesoro inglese, accise, Ammiragliato) come cliente dipendente.


La macchina da guerra perpetua: debito, interessi e stato fiscale-militare

La Banca d'Inghilterra non si limitò a finanziare le guerre; creò una macchina da guerra permanente. Il ciclo era autoalimentante: la guerra richiedeva spese; le spese richiedevano prestiti; i prestiti richiedevano la Banca d'Inghilterra; la Banca d'Inghilterra organizzava i prestiti ed emetteva titoli; il Parlamento inglese si impegnava a pagare le tasse; gli obbligazionisti sostenevano la guerra; la vittoria (o anche la sconfitta, purché lo Stato sopravvivesse) giustificava il costo e creava le condizioni per la guerra successiva.

Il bilancio storico è impietoso. Il debito nazionale passò da zero nel 1694 a £16,7 milioni alla fine della Guerra dei Nove Anni, £36 milioni dopo la Guerra di Successione Spagnola, £78 milioni dopo la Guerra di Successione Austriaca, £133 milioni dopo la Guerra dei Sette Anni, £243 milioni dopo la Guerra d'Indipendenza americana e £861 milioni alla fine delle guerre napoleoniche. Ogni aumento progressivo rafforzò il potere dei finanziari ed espanse la classe dei detentori di obbligazioni.

La conseguenza filosofica fu profonda: la sostituzione della sovranità tradizionale con la sovranità del debito. Prima del 1688 la sovranità risiedeva nel re in Parlamento, responsabile in teoria nei confronti delle classi possidenti e in pratica nell'equilibrio di forze tra Corona, lord e comuni. Dopo il 1694 migrò impercettibilmente verso i detentori di obbligazioni. Uno Stato che deve indebitarsi per sopravvivere non può permettersi di alienarsi i propri creditori.

Per i coloni americani le implicazioni furono devastanti. La Guerra dei Sette Anni, combattuta in gran parte sul suolo nordamericano, raddoppiò il debito britannico. Dal punto di vista dei coloni essi avevano contribuito equamente alla vittoria imperiale; dal punto di vista dei finanziari londinesi, le colonie dovevano ora contribuire al servizio di quel debito. La logica era inesorabile: la guerra richiedeva debito; il debito richiedeva tasse; le tasse dovevano gravare sull'impero nel suo complesso. La Rivoluzione americana fu quindi una diretta conseguenza del motore bellico perenne della Banca d'Inghilterra.


La diffusione: radicamento nel Commonwealth ed esportazione nel sistema americano

Il modello non rimase confinato alla Gran Bretagna. L'area della sterlina si estese a tutto il territorio della “Kill Chain”. Canada, Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, India: tutti ricevettero versioni dello stesso modello istituzionale. L'impero era una struttura finanziaria tanto quanto politica, con la City di Londra al suo centro.

La trasmissione più significativa avvenne negli Stati Uniti. La Rivoluzione americana fu, nella sua essenza, un rifiuto del modello della Banca d'Inghilterra. Il primo esperimento sotto gli Articoli della Confederazione rifletteva tale rifiuto: nessuna banca centrale, nessun debito nazionale permanente, nessun esercito permanente finanziato con denaro preso in prestito. Questa era, in embrione, la visione di Bisanzio 2.0: una civiltà libera, proprietaria e sovrana, organizzata attorno al controllo locale.

Ciononostante i finanziari si riorganizzarono. La Prima Banca degli Stati Uniti di Hamilton (1791) fu consapevolmente modellata sulla Banca d'Inghilterra. Jefferson e Madison capirono perfettamente cosa stava succedendo e persero la battaglia. Il Federal Reserve Act del 1913 segnò il trionfo finale della visione hamiltoniana: banche regionali private di proprietà delle banche commerciali aderenti, privilegi monopolistici sulla creazione di moneta, debito pubblico permanente e il complesso militare-industriale come moderno cliente del finanziamento bellico. La stessa logica estrattiva che un tempo operava dalla Banca d'Inghilterra e dalla City di Londra, avrebbe operato dalla Federal Reserve e da Wall Street.


La resa dei conti attuale: smantellamento della City di Londra e del Commonwealth & consolidamento negli Stati Uniti

Giungiamo ora al momento presente e a un paradosso che illumina l'intera guerra civile durata quattrocento anni.

Nel Regno Unito e nel Commonwealth, l'infrastruttura della “catena finanziaria della morte” si sta visibilmente sgretolando. La Brexit è stata in gran parte una rivolta contro il regime di regolamentazione finanziaria dell'Unione Europea, ma è stata anche sintomo di un malcontento più profondo nei confronti del sistema finanziario incentrato su Londra. L'indipendenza della Banca d'Inghilterra è messa in discussione come mai prima d'ora. I privilegi storici della City sono sottoposti a una pressione politica e regolamentare costanti. I movimenti politici di tutto lo spettro politico contestano ora esplicitamente l'ordine monetario basato sul debito. I reami del Commonwealth stanno rivendicando una maggiore indipendenza monetaria, diversificando le riserve ed esplorando alternative al sistema della sterlina che un tempo li legava alla City. La catena finanziaria della morte viene contestata e, in alcuni casi, spezzata, anello per anello.

Negli Stati Uniti, al contrario, l'infrastruttura rimane intatta e rafforzata. Il bilancio della Federal Reserve si è espanso a livelli prima inimmaginabili; i deficit da migliaia di miliardi di dollari sono diventati la norma; la spesa militare, che si avvicina ai $1.000 miliardi all'anno, è svincolata dalla tassazione e finanziata interamente con denaro preso in prestito e creato dalla FED; lo status di valuta di riserva del dollaro fornisce il fattore abilitante fondamentale; il complesso militare-industriale è diventato il moderno committente del finanziamento bellico. E ora si assiste al passaggio alle stablecoin, in base alle quali tutti i prestiti e la creazione di moneta negli Stati Uniti saranno coperti unicamente da un acquisto di debito sovrano statunitense in rapporto uno a uno.

Questo contrasto è la prova vivente della tesi della guerra civile. La spaccatura del mondo anglofono lungo la stessa linea di frattura che si aprì per la prima volta nel 1688. Il centro originario del regime dei finanziari – la Gran Bretagna stessa – sta vivendo una crisi di fiducia nel sistema che ha abbracciato per secoli. Gli Stati Uniti, che si ribellarono a quel sistema nel 1776, sono diventati i suoi più potenti difensori. Difensori del sistema, non del suo centro originario e della sua capitale. L'asimmetria del momento attuale dimostra che la guerra civile nella civiltà inglese continua e che il suo esito rimane incerto. Washington potrebbe anche sconfiggere Londra, ma i popoli anglofoni in questo contesto riusciranno a sconfiggere il regime dei finanziari? O saremo relegati ad altri quattrocento anni di sottomissione, ora evolutisi e con un controllo sempre maggiore sull'unica capitale rimasta, Washington D.C.?


Implicazioni per la Guerra Civile Inglese 3.0 e la via verso Bisanzio 2.0

Ho ricostruito il DNA istituzionale del regime dei finanziari sin dalla sua creazione nel 1694, attraverso la sua diffusione mondiale, fino all'attuale crisi asimmetrica. La Banca d'Inghilterra era ingegneria costituzionale: una catena finanziaria della morte permanente e radicata nel corpo politico. La City di Londra era la cattedrale di una nuova religione, il quartier generale di un nuovo impero. Lo stato fiscale-militare era il motore di una guerra perenne che legava debito, tasse e conflitti in un ciclo indissolubile.

Ciononostante le istituzioni, per quanto profondamente radicate, non sono eterne. Possono essere contestate, riformate, smantellate. L'attuale crisi – visibile in Gran Bretagna, incipiente nel Commonwealth, latente negli Stati Uniti – è la prova che la guerra civile, che dura da quattrocento anni, continua. Le linee di battaglia non sono tracciate tra nazioni, ma al loro interno; non tra ideologie, ma tra stili di vita: sovranità finanziaria contro sovranità tradizionale; obbligazionisti contro produttori; guerra perpetua contro equilibrio di potere; schiavi finanziari o uomini liberi.

La Rivoluzione americana rappresentò la prima grande frattura nell'impero dei finanziari. I coloni che dichiararono indipendenza nel 1776 non si ribellarono al Regno Unito in quanto tale; si ribellarono alla specifica configurazione di potere del regime finanziario londinese del 1688. La loro Dichiarazione fu, in sostanza, una dichiarazione di guerra al sistema di debito, sfruttamento e guerra perpetua della Banca d'Inghilterra. Persero la pace quando la controrivoluzione hamiltoniana reintrodusse le stesse istituzioni da cui avevano combattuto per sfuggire, ma stabilirono un precedente: si poteva resistere al regime dei finanziari, che la sua logica poteva essere respinta, che era possibile un altro modo di organizzare la vita politica ed economica.

Quel precedente è oggi più rilevante che mai. Mentre il regime dei finanziari entra nella sua crisi più profonda sin dal 1694, la domanda posta dalla Rivoluzione americana ritorna con rinnovata urgenza: i popoli anglofoni possono riconquistare la propria sovranità, proteggere le proprie proprietà e ristabilire un equilibrio di potere? Riusciranno a smantellare la catena finanziaria della morte che li ha legati per quattro secoli? Riusciranno a costruire, dalle rovine del vecchio ordine, una nuova civiltà degna del nome di una Bisanzio 2.0?

La risposta dipende dalla comprensione di ciò contro cui stiamo combattendo. La catena finanziaria della morte non è un'astrazione; è il DNA istituzionale concreto, codificato nelle banche centrali, nei Dipartimenti del Tesoro, nei mercati obbligazionari e nei sistemi di appalto militare. È identificabile, contestabile e reversibile. L'attuale resa dei conti a Londra e nel Commonwealth dimostra che lo smantellamento è possibile; l'arroccamento a Washington e New York dimostra che la battaglia è tutt'altro che vinta. Ma l'asimmetria stessa del momento dimostra che non tutto è perduto, che la guerra civile continua e che il suo esito rimane nelle nostre mani.

Il prossimo pezzo di questa serie esaminerà in dettaglio la prima grande frattura: riconsidererò la Rivoluzione americana come una seconda Guerra Civile inglese, uno scisma all'interno dell'élite anglofona in cui la nobiltà coloniale e i mercanti si ribellarono alla specifica configurazione di potere del regime finanziario londinese del 1688. Analizzerò come quella rivolta ebbe successo politicamente pur fallendo finanziariamente, come la controrivoluzione hamiltoniana reintrodusse la logica della Banca d'Inghilterra sul suolo americano e come le linee di battaglia tracciate nel XVIII secolo continuino a plasmare il nostro conflitto attuale.

Per ora limitiamoci ad affermare ciò che questo saggio ha dimostrato: la Banca d'Inghilterra del 1694 fu il peccato originale contro i popoli anglofoni, il DNA istituzionale che ha codificato la vittoria dei finanziari nel meccanismo del corpo politico anglofono e in tutte le nostre istituzioni di governo e statali. Quel meccanismo è ancora operativo oggi, estraendo ricchezza, perpetuando la guerra e schiavizzando i popoli con il debito. Ma può essere smantellato; in alcuni casi è già stato smantellato. E laddove rimane radicato, può essere contestato. La guerra civile, che dura da quattrocento anni, continua senz'altro. La domanda è da che parte stiamo e se abbiamo il coraggio di portare a termine ciò che la Rivoluzione americana ha iniziato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


👉 Qui il link alla Prima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2026/03/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese.html

👉 Qui il link alla Seconda Parte:  https://www.francescosimoncelli.com/2026/03/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese_0662881175.html

👉 Qui il link alla Terza Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2026/04/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese.html

👉 Qui il link alla Quinta Parte: 

👉 Qui il link alla Sesta Parte: 

👉 Qui il link alla Settima Parte: 


Letture consigliate:

• The 1688 Settlement and the Financial Revolution – P.G.M. Dickson, The Financial Revolution in England: A Study in the Development of Public Credit 1688–1756 (1967);

• John Brewer, The Sinews of Power: War, Money and the English State, 1688–1783 (1989);

• David Kynaston, Till Time’s Last Sand: A History of the Bank of England, 1694–2013 (2017);

• The American Adoption, Resistance, and Counter-Revolution – Ron Chernow, Alexander Hamilton (2004);

• Thomas J. DiLorenzo, Hamilton’s Curse: How Jefferson’s Arch Enemy Betrayed the American Revolution—and What It Means for Americans Today (2008);

• Murray N. Rothbard, A History of Money and Banking in the United States: The Colonial Era to World War II (2002);

• The Federal Reserve Era and Modern Continuities – Roger Lowenstein, America’s Bank: The Epic Struggle to Create the Federal Reserve (2015);

• G. Edward Griffin, The Creature from Jekyll Island: A Second Look at the Federal Reserve (1994);

• Context on the Glorious Revolution Itself – Steve Pincus, 1688: The First Modern Revolution (2009).

 

giovedì 7 maggio 2026

Bitcoin si avvicina alla resistenza quantistica con l'aggiornamento proposto

Il problema del calcolo quantistico va oltre Bitcoin. Lo stesso tipo di crittografia alla base del suo protocollo protegge i sistemi bancari, le comunicazioni governative, gran parte di Internet, ecc. Insomma gli stessi sistemi crittografici che proteggono Bitcoin sono alla base anche delle infrastrutture bancarie mondiali, delle reti di pagamento e delle comunicazioni governative. Google e le agenzie di sicurezza informatica hanno avvertito che gli hacker potrebbero già raccogliere dati crittografati oggi, in previsione delle future capacità quantistiche, una strategia nota come “memorizza ora, decifra dopo”. Un eventuale attacco quantistico non si limiterebbe ai mercati delle crittovalute, ma si estenderebbe alle istituzioni finanziarie e ai sistemi critici che si basano sulla crittografia a chiave pubblica. Bitcoin non è vulnerabile in modo esclusivo, ma è eccezionalmente trasparente. Il suo registro rende visibile l'esposizione e il suo modello di sviluppo open source rende la risposta osservabile in tempo reale. Il rischio, affermano gli sviluppatori, non è solo tecnologico, ma anche organizzativo. Bitcoin non ha un'autorità centrale che imponga gli aggiornamenti e le modifiche al suo protocollo principale richiedono l'accordo di un insieme globale di partecipanti con interessi diversi. Infatti esistono anche proposte che affermerebbero l'inutilità di cambiare le regole del protocollo per rendere Bitcoin resistente al calcolo quantistico. In tutto ciò Adam Back, rilasciando un'intervista su Bloomberg, rassicura che per quanto possa essere fonte di preoccupazione il rischio quantistico, la sua concretezza è ancora decenni lontana. Certo, il dibattito sull'argomento è salutare, così come una graduale migrazione verso scelte tecnologiche che facilitino la protezione della rete Bitcoin contro il sopraccitato rischio, ma ha anche sottolineato le limitate capacità dell'hardware quantistico esistente, che spesso non dispone di una correzione completa degli errori e ha dimostrato solo calcoli banali, evidenziando come le macchine odierne siano ancora più vicine ai prototipi di laboratorio che ai sistemi di calcolo pratici. Sebbene recenti lavori accademici abbiano evidenziato potenziali miglioramenti algoritmici, Back ha sostenuto che questi progressi non si traducono ancora in capacità hardware significative. Di conseguenza la prospettiva di computer quantistici in grado di minacciare la crittografia a curve ellittiche di Bitcoin rimane “a decenni di distanza”, pur riconoscendo l'incertezza sulle tempistiche precise. Oltre al calcolo quantistico, Back ha respinto poi le preoccupazioni che l'intelligenza artificiale rappresenti rischi strutturali per Bitcoin, descrivendola invece come uno strumento di produttività che può aiutare ricercatori e ingegneri piuttosto che compromettere i sistemi crittografici.

______________________________________________________________________________________


da Bitcoin Magazine

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/bitcoin-si-avvicina-alla-resistenza)

BIP 360, una proposta volta a preparare Bitcoin alle future minacce informatiche, è stata aggiornata e integrata nel repository ufficiale Bitcoin Improvement Proposal (BIP) su GitHub, segnando un nuovo passo negli sforzi per rafforzare la rete contro i rischi emergenti legati alla crittografia e al calcolo quantistico.

La proposta introduce un nuovo tipo di output Bitcoin chiamato Pay-to-Merkle-Root (P2MR), progettato per supportare la funzionalità di albero degli script resistente ai computer quantistici, mantenendo al contempo la compatibilità con l'infrastruttura Tapscript esistente, secondo una nota visionata da Bitcoin Magazine.

I sostenitori di BIP 360 descrivono la proposta come un primo passo verso la protezione di Bitcoin dagli attacchi quantistici a livello di protocollo.

L'integrazione nel repository BIP non implica approvazione, o attivazione futura; i BIP vengono integrati nell'ambito del processo aperto di documentazione, o discussione, di potenziali aggiornamenti.


Bitcoin a rischio a causa dell'informatica quantistica... almeno in teoria

L'informatica quantistica ha suscitato preoccupazioni nei settori della crittografia e della sicurezza informatica, poiché macchine sufficientemente avanzate potrebbero essere in grado di violare sistemi crittografici ampiamente utilizzati.

Nel caso di Bitcoin, la minaccia si concentra sulla possibilità che i computer possano ricavare le chiavi private da chiavi pubbliche esposte, il che potrebbe portare al furto di fondi.

Sebbene tutti gli indirizzi Bitcoin diventino vulnerabili quando una spesa rivela una chiave pubblica, alcune tipologie di output presentano un rischio maggiore.

Gli indirizzi taproot, insieme agli output Pay-to-Public-Key (P2PK) e agli indirizzi riutilizzati, sono considerati più a rischio perché le chiavi pubbliche sono visibili sulla blockchain.

P2MR è concettualmente simile a Taproot, ma elimina una debolezza fondamentale. Taproot include un metodo di spesa del percorso chiave che può esporre le chiavi pubbliche; il tipo di output P2MR proposto disabilita tale spesa del percorso chiave e si concentra solo nel percorso dello script, riducendo la superficie di attacco.

Gli autori del BIP affermano che la proposta è pensata per fungere da base per futuri aggiornamenti che potrebbero introdurre schemi di firma post-quantistici in Bitcoin tramite successivi soft fork. La nota indica algoritmi come ML-DSA (Dilithium) e SLH-DSA (SPHINCS+) come possibili candidati.

“In definitiva, l'introduzione di BIP 360 e P2MR rappresenta un primo passo in una serie più ampia di proposte di resistenza quantistica che saranno necessarie per rendere Bitcoin più resistente agli attacchi quantistici”, ha affermato il coautore Hunter Beast, sviluppatore di Bitcoin e ingegnere senior di protocollo presso MARA.

Beast ha aggiunto che il team sta anche valutando proposte per affrontare il problema delle crittovalute vulnerabili che difficilmente verranno spostate, comprese quelle rimaste inattive per lungo tempo.

L'ultimo aggiornamento aggiunge Isabel Foxen Duke come coautrice, insieme a Beast e al ricercatore di crittografia Ethan Heilman.

La Duke, specialista in comunicazione tecnica, ha affermato che l'obiettivo era rendere la proposta comprensibile anche al di fuori della comunità degli sviluppatori.

“Data la delicatezza dell'argomento, ci siamo impegnati affinché il BIP fosse redatto in modo chiaro e comprensibile al grande pubblico”, ha affermato.

La proposta giunge in un momento in cui i governi e le principali aziende tecnologiche stanno incrementando gli investimenti nella crittografia post-quantistica.

Il framework CNSA 2.0 della National Security Agency statunitense prevede sistemi a prova di computer quantistici entro il 2030, mentre il National Institute of Standards and Technology (NIST) pianifica di eliminare gradualmente la crittografia a curve ellittiche dai sistemi federali entro la metà degli anni 2030.

I sostenitori della BIP 360 affermano che essa allinei Bitcoin a una più ampia transizione verso standard di sicurezza a prova di computer quantistici, posizionando la rete in modo da potersi adattare man mano che le capacità di calcolo progrediscono.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


mercoledì 6 maggio 2026

Fine partita per i prezzi dell'energia nell'industria tedesca: il fallimento del Green Deal innesca una spirale di sussidi

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

____________________________________________________________________________________


di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/fine-partita-per-i-prezzi-dellenergia)

Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha ospitato presso la Cancelleria i massimi dirigenti dell'industria siderurgica tedesca per un vertice volto a discutere soluzioni alla crisi in atto. Dal picco raggiunto nel 2018, la produzione siderurgica tedesca è diminuita di circa il 25%.

La crisi economica tedesca sta accelerando. Costi energetici alle stelle, la concorrenza spietata di Cina e India, e l'assurda spinta dell'UE verso l'“acciaio verde” – una variante a impatto climatico zero che nessuno richiede sul mercato mondiale – stanno spingendo le aziende verso l'insolvenza o la delocalizzazione.

L'incontro riunirà rappresentanti del settore, sindacati e policymaker per definire i prossimi passi per un settore che sta affrontando la più grave turbolenza degli ultimi decenni.

Questo è solo l'ultimo di una serie di vertici di crisi orchestrati dal governo federale per fini mediatici. La consapevolezza è dimostrata, ma le soluzioni? Non altrettanto. Per l'economia tedesca, le “soluzioni” politiche si riducono sempre più a un unico strumento standard: più sussidi.


Un vertice monotematico

Al di là della prevista spinta verso dazi protezionistici, il vertice si riduce a un unico tema controverso: il cosiddetto prezzo dell'energia elettrica per l'industria. Sebbene molte aziende ad alta intensità energetica beneficino già di agevolazioni parziali, queste sono ben lungi dall'essere sufficienti per rimanere competitive a livello internazionale.

I prezzi dell'elettricità per l'industria si aggirano da mesi intorno ai 16-17 centesimi/kWh. L'industria tedesca continua a pagare fino al 70% in più rispetto ai concorrenti statunitensi o francesi, che beneficiano dell'energia nucleare come base energetica.

Questo è il costo della transizione verde.

E con ciò arrivano perdite di posti di lavoro, una riduzione della creazione di valore e, per la prima volta, un forte calo delle entrate fiscali comunali.

Non sorprende che il governo federale sia pronto ad approvare questo sussidio. Siamo nel pieno di una spirale di interventismi.


Costi non chiari

Il Ministro dell'Economia, Katerina Reiche, non ha fornito un bilancio specifico, ma ha indicato che i sussidi statali per l'elettricità destinati alle industrie ad alta intensità energetica, dalla chimica all'acciaio alla carta, potrebbero iniziare il 1° gennaio 2026.

L'Istituto economico tedesco stima che il piano ridimensionato per la fornitura di energia industriale si aggiri intorno ai €4 miliardi all'anno. Due anni fa un'audizione parlamentare di esperti aveva addirittura parlato di €50 miliardi. Il costo finale si attesterà probabilmente su un numero a due cifre.

Come sempre, saranno i contribuenti a pagare il conto, direttamente attraverso imposte più elevate o indirettamente tramite programmi finanziati con debito, i cui costi vengono compensati dall'inflazione.

In realtà il vertice verte interamente sui sussidi. Se non fosse per la Commissione europea che, sorprendentemente, continua a bloccare il piano, insistendo su rigidi limiti agli aiuti di stato, essi sarebbero stati approvati già da un bel pezzo: non più del 50% del consumo energetico e solo per tre anni. Non è chiaro il motivo di questo blocco da parte della Commissione, ma si tratta del principale ostacolo a questo nuovo programma di sussidi multimiliardario.


Il Green Deal fallisce

La frequenza dei vertici è significativa. La transizione della Germania verso un'economia a impatto climatico zero è già fallita. La realtà si rifiuta di piegarsi ai diktat del Green Deal di Bruxelles.

Nel frattempo migliaia di autoproclamati ideologi del clima si riuniscono alla COP30 in Brasile, mentre le critiche alle politiche climatiche e normative di Bruxelles si fanno sempre più insistenti.

L'industria tedesca considera leggi come la cosiddetta legge sulle catene di approvvigionamento – viste come una porta d'accesso al pieno controllo normativo lungo l'intera catena del valore – un ostacolo insormontabile. Persino un accordo su un prezzo dell'energia industriale apparentemente competitivo non può nascondere la burocrazia kafkiana di Berlino e Bruxelles.

Solo negli ultimi tre anni le aziende tedesche hanno dovuto creare 325.000 posti di lavoro aggiuntivi, non per la produzione, l'innovazione o l'esportazione, ma unicamente per soddisfare le crescenti esigenze burocratiche. Assurdo, antieconomico e devastante.


Presagio di fallimento

Ora lo stato interviene di nuovo in un'economia in crisi. Un prezzo agevolato per l'elettricità destinata all'industria è un segnale inequivocabile, anzi un avvertimento, che la transizione energetica tedesca è fallita.

Ciò che l'industria sa e che il complesso politico-mediatico sul clima nega è che, in un mercato dell'energia verde diretto dallo stato, la produzione competitiva di beni ad alta intensità energetica è impossibile. Con l'interruzione delle forniture di gas russo a basso costo e la dismissione delle centrali nucleari, altri Paesi, in particolare gli Stati Uniti, si impadroniranno della produzione industriale, sfruttando i minori costi energetici. La deregolamentazione del settore energetico statunitense sotto l'amministrazione di Donald Trump non fa che accentuare questo cambiamento.

L'etica politica richiederebbe un dibattito franco su decenni di sussidi sprecati, risorse mal allocate e strutture industriali al collasso, ma questo dibattito ancora non ha luogo.


Nessuna soluzione sostenibile all'orizzonte

Un prezzo agevolato per l'elettricità industriale è solo un altro tassello in un mosaico di sussidi ed esenzioni. Ammette il fallimento della transizione verde e l'impossibilità di pianificare centralmente processi economici complessi.

Tornare al gas russo a basso costo come soluzione temporanea per alleviare i costi energetici è politicamente impossibile nell'attuale contesto dell'UE. La soluzione effettiva, invece, assomiglia a un gioco di prestigio: si sottrae denaro a un gruppo (tramite tasse o debito, con inflazione ritardata) per darlo a un altro, ovvero le aziende ad alta intensità energetica.

Gli europei devono accettare di importare GNL statunitense a prezzi gonfiati e continuare a finanziare un'economia fallimentare basata sui sussidi per le energie rinnovabili. È ora di riscoprire i principi fondamentali dell'economia sana e onesta.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


martedì 5 maggio 2026

Il blocco di Trump sta facendo a pezzi l'Iran e le élite europee sono furiose

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

____________________________________________________________________________________


di Brandon Smith

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-blocco-di-trump-sta-facendo-a)

A marzo ho pubblicato un articolo intitolato “Global Energy Crisis Or Iranian Surrender In Five Weeks?”, in cui delineavo gli scenari “peggiore” e “migliore” per la guerra in Iran. Nello scenario migliore sostenevo un piano specifico per porre fine rapidamente al conflitto: un blocco navale statunitense dello Stretto di Hormuz, ribaltando le sorti della guerra bloccando, o sequestrando, qualsiasi petroliera o nave cisterna che uscisse dai porti iraniani.

Due settimane dopo l'amministrazione Trump ha messo in atto esattamente questa strategia.

L'efficacia del blocco è già evidente; i bot della propaganda sui social si affannano a trovare una narrazione per contrastarlo, ma falliscono. Perché? Perché l'Iran ha già tentato di bloccare lo Stretto (che è una via navigabile internazionale), e qualsiasi governo che applauda apertamente (o in segreto) le azioni dell'Iran, ora non è in grado di formulare un argomento razionale contro gli Stati Uniti che fanno la stessa cosa all'Iran. Come ho scritto a marzo:

Sentiamo continuamente parlare dell'impatto internazionale del blocco del porto di Hormuz, ma la stampa raramente menziona che l'Iran è l'economia PIÙ esposta in assoluto. Per ora le petroliere iraniane continuano ad attraversare lo Stretto e queste navi rappresentano la linfa vitale dell'economia iraniana. Le stime strategiche suggeriscono che senza il passaggio costante di queste petroliere, l'economia iraniana collasserebbe completamente entro cinque settimane [...].

Ho quindi riassunto quella che, a mio avviso, era la soluzione più semplice per porre fine alla guerra:

Le navi mercantili iraniane potrebbero essere prese di mira e sequestrate da un eventuale blocco statunitense del Golfo Persico, ben lontano dalle acque ristrette del Golfo di Hormuz. Le navi potrebbero essere distrutte, ma sospetto che il Dipartimento della Difesa cercherà di evitare sversamenti di petrolio e disastri ecologici. L'opzione migliore, quindi, è quella di catturare le petroliere iraniane e reindirizzare il petrolio verso i Paesi a rischio di carenza.

L'Iran ha la possibilità di disattivare il tracciamento GPS delle sue navi (la cosiddetta “flotta ombra”), ma ciò non gli consentirebbe di eludere un blocco navale statunitense su vasta scala. In altre parole, sostenevo che gli Stati Uniti avrebbero potuto ribaltare la situazione a proprio vantaggio e sfruttare la dipendenza dell'Iran dal Golfo di Hormuz.

Con l'economia iraniana in rovina, non sarebbero più in grado di acquistare missili o droni per il rifornimento da Russia e Cina. Non saranno in grado di pagare le risorse logistiche per le loro forze armate e non saranno in grado di contenere i disordini pubblici. Gli iraniani sarebbero costretti a negoziare e la guerra finirebbe rapidamente con rischi minimi per le truppe statunitensi.

Per ora gli Stati Uniti non stanno sequestrando le petroliere iraniane, ma si limitano a rimandarle da dove sono venute. Tuttavia l'amministrazione Trump e i suoi consiglieri militari sono giunti alle stesse conclusioni a cui sono giunto io.

Per anni ho espresso le mie preoccupazioni riguardo a un potenziale conflitto in Iran, soprattutto a causa dei rischi economici mondiali associati alle gravi carenze energetiche causate dalla chiusura di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 25% delle esportazioni energetiche mondiali. Detto questo, non mi interessa “schierarmi” né con Israele né con l'Iran.

Questo dibattito è irrilevante e, a mio avviso, concepito per dividere i conservatori americani su antiche vendette tribali che non ci riguardano. Non mi interessano il governo israeliano, o il “sionismo”, e certamente non mi interessa cosa accadrà al regime teocratico e tirannico musulmano in Iran. Abbiamo cose ben più importanti a cui pensare.

Ciò che mi interessa è come gli Stati Uniti e il popolo americano vengano influenzati dagli eventi geopolitici. Si è discusso a lungo su quale sia il vero scopo della guerra, che si tratti di armi nucleari iraniane, piani israeliani, piani sauditi, controllo dei mercati petroliferi mondiali, ecc. In ogni caso, una chiusura prolungata del canale di Hormuz finirà per provocare un crollo a cascata dei mercati e una crisi stagflazionistica.

Ciò che conta ora è porre fine alla guerra il più rapidamente e definitivamente possibile, senza lasciare Homuz e il 25% delle esportazioni energetiche globali sotto il controllo dell'Iran. Dopodiché si potrà discutere a piacimento del dilemma “morale e costituzionale”.

Innanzitutto ritengo fondamentale affrontare alcune menzogne ​​e disinformazione diffuse online da propagandisti e agenti stranieri riguardo al blocco statunitense, quindi esaminiamole rapidamente...


Menzogna n°1: gli Stati Uniti stanno bloccando tutte le navi che attraversano lo Stretto.

Questa affermazione è falsa. Gli Stati Uniti stanno bloccando solo le navi provenienti dai porti iraniani. Tutte le altre navi sono state autorizzate a transitare senza incidenti. Questa menzogna viene diffusa da agenti della disinformazione sui social e anche da governi stranieri, dal Regno Unito alla Francia alla Cina. Questo, a mio avviso, dice MOLTO sui veri obiettivi di questi Paesi, visto che hanno detto ben poco, o nulla, riguardo al blocco dello Stretto da parte dell’Iran.


Menzogna n°2: le navi cinesi hanno rotto il blocco e gli Stati Uniti hanno paura.

No. Tutte le navi cinesi provenienti dai porti iraniani sono state respinte, mentre a quelle provenienti da porti alternativi è stato consentito il passaggio. Al momento della pubblicazione di questo articolo, solo una nave proveniente da un porto iraniano sarebbe riuscita a eludere il blocco, sebbene la storia relativa a questa nave potrebbe essere inventata. Tutte le altre navi iraniane sono state respinte.


Menzogna n°3: il blocco navale mette a serio rischio le navi della Marina statunitense.

No, fa esattamente il contrario. Le navi statunitensi non hanno bisogno di attraversare lo Stretto di Hormuz per bloccarlo. Devono solo aspettare al di fuori e respingere le petroliere iraniane che si avvicinano. Niente mine, niente missili, niente droni, niente piccole imbarcazioni d’attacco, niente di ciò che l’Iran è in grado di schierare ha concrete possibilità di danneggiare la Marina statunitense. Anzi, alcune fonti indicano che navi come la USS Abraham Lincoln (una portaerei) sono già state prese di mira centinaia di volte dall’Iran senza subire danni.

L’Iran non può fare nulla per impedire un blocco totale.


Menzogna n°4: l’Iran è abituato alle sanzioni e può resistere più a lungo degli Stati Uniti.

No, non possono. Solo il 7% delle esportazioni energetiche destinate agli Stati Uniti transita attraverso il valico di Hormuz. L’intera economia iraniana è appesa a un filo sottilissimo, e quel filo è costituito dalle esportazioni di petrolio verso Paesi come la Cina o il Vietnam.

Secondo alcune fonti, l’Iran perde circa $430 milioni al giorno a causa della permanenza delle sue navi nello Stretto, e ha già subito danni alle infrastrutture per circa $270 miliardi. L’Iran finanzia l’acquisto di nuove armi e la logistica militare con i proventi del petrolio. I suoi soldati sono pagati in parte con i proventi del petrolio. Utilizza i proventi del petrolio anche per sedare i disordini civili.

Sospetto che il blocco costringerà l’Iran a tornare al tavolo dei negoziati entro un paio di settimane. Hanno così poco tempo a disposizione...


Menzogna n°5: l’Iran ha metodi alternativi per aggirare il blocco.

No, non è così. Le rotte terrestri prive di un’adeguata rete di oleodotti non possono sostituire la facilità del trasporto tramite petroliere. Anche se esistessero, tali oleodotti potrebbero essere facilmente distrutti.

Di conseguenza, con l’aumento delle esportazioni di petrolio iraniano, lo spazio di stoccaggio si esaurirà rapidamente, costringendo l’Iran a interrompere le trivellazioni. Ciò causerebbe danni significativi alle infrastrutture petrolifere nel giro di poche settimane, a causa delle differenze di pressione.

Notizie recenti indicano che l’Iran ha già bloccato tutte le esportazioni di prodotti petrolchimici fino a nuovo avviso. Se confermato, ciò dimostrerebbe l’elevata efficacia del blocco.


Menzogna n°6: i cinesi interverranno e costringeranno alla riapertura dello stretto.

Come già detto, lo Stretto non è chiuso; sono chiusi solo i porti iraniani. Inoltre la Cina si è astenuta da un intervento diretto nello Stretto di Hormuz semplicemente perché non possiede la capacità navale necessaria per uno scontro diretto con gli Stati Uniti, anche se lo volesse.

Tenete presente che solo una settimana fa il governo cinese ha posto il veto a una risoluzione delle Nazioni Unite per la riapertura dello stretto, temendo che l’Iran ne avrebbe assunto il controllo. Il PCC è impotente e non può fare nulla. 


Menzogna n°7: gli Stati Uniti stanno perdendo tutti i loro alleati a causa del blocco.

Sbagliato. Il blocco (e la guerra in generale) sta smascherando i Paesi che fingevano di essere nostri alleati quando faceva loro comodo. Ho analizzato questo problema nel mio ultimo articolo “La separazione degli Stati Uniti dall’Europa e dalla NATO è attesa da tempo” , e questo mi porta al mio ultimo punto sulla guerra.

Il fatto che le élite europee siano improvvisamente così preoccupate per il blocco statunitense, al punto da invocare una “coalizione” per riaprire lo Stretto e “aggirare” gli Stati Uniti, ci dice tutto ciò che dobbiamo sapere. Continuo a credere che i globalisti di queste nazioni si siano alimentati a spese degli Stati Uniti, mentre allo stesso tempo organizzavano dietro le quinte un'”alleanza multiculturale”: un nuovo ordine mondiale socialista per soppiantare la civiltà occidentale e lasciare gli Stati Uniti come un guscio vuoto.

Parte di questo programma prevede chiaramente una collaborazione con i fondamentalisti islamici, che fungono da miliziani per opprimere le popolazioni occidentali autoctone. Ecco perché le élite hanno inondato l’Europa di migranti provenienti dal Terzo mondo, ignorando le preoccupazioni dei cittadini e arrivando persino ad arrestare chi esprime il proprio dissenso.

Questo è anche il motivo per cui il Papa insiste tanto su un patto tra musulmani e cristiani (mentre ignora palesemente il fatto che gli europei siano stati terrorizzati dagli immigrati musulmani per oltre un decennio). Non dimentichiamo che durante i lockdown dovuti alla pandemia, il Vaticano si è alleato con i globalisti per formare il Consiglio per il Capitalismo Inclusivo (guidato da Lynn Forester de Rothschild). I Papi dell’era moderna non sono amici dei conservatori o dei cristiani, ma intendo approfondire questo problema nel mio prossimo articolo.

Credo che il blocco sia così efficace da aver seminato il panico in Iran, in Cina e nell’ordine (presumibilmente) liberale europeo, che contava sul fatto che la guerra si sarebbe protratta per mesi o anni. Guardate quanto sono arrabbiati perché Trump ha ribaltato la situazione dello Stretto di Hormuz! Perché tutta questa emotività e irrazionalità dopo che lo stretto è stato riaperto a un numero maggiore di navi e al traffico petrolifero? Perché tutto questo panico quando i prezzi del petrolio stanno scendendo? Non ha senso, a meno che non vogliano che gli Stati Uniti falliscano.

A prescindere da come la pensiate personalmente sulla guerra con l’Iran, è innegabile che la situazione abbia smascherato molti dei nostri presunti alleati, rivelandoli come nemici. In realtà, lo sono sempre stati. L’unica cosa che è cambiata è che la verità è finalmente venuta alla luce. 


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


lunedì 4 maggio 2026

La dottrina a mosaico dell'Iran si sta frammentando

Diversamente dagli strilloni che trovate sulla stampa e sui canali d'informazione alternativi, su queste pagine avete analisi ponderate e riflessioni soppesate in base alle informazioni che emergono da entrambi le parti in conflitto. Questo permette ai lettori di scremare il suono dal rumore di fondo. Chi legge questo blog ormai sa che esiste un gruppo dietro la figura di Trump, che chiamiamo NY Boys, i quali sono persone che hanno imposto una netta linea di demarcazione tra Washington e il resto del mondo. Quindi se loro sono il consiglio di amministrazione, allora Trump è l'amministratore delegato. Capita quindi che suddetto consiglio voglia saggiare la capacità del nemico e di conseguenza incarica l'amministratore delegato di fare conferenze stampa, oppure intraprendere azioni, in cui si lascia corda agli avversari. Questi ultimi, comunque, hanno un vantaggio non indifferente: il controllo della stampa. Possono edulcorare a sufficienza la percezione della realtà da far sembrare, a chi si abbevera alla loro fonte, che un certo esito è l'opposto. Il coro di chi blatera “USA sconfitti in Iran” subisce questa propaganda ed è l'unica guerra che l'Iran ha vinto. Ha perso invece quella sul campo. Infatti abbiamo visto come la narrativa sullo Stretto di Hormuz non era compatibile con quanto accadeva nella realtà. E adesso vediamo che la narrativa sugli iraniani che collezionano pedaggi sullo Stretto è altrettanto infondata. Infatti basta uno scrutinio un po' più approfondito rispetto a quello effettuato dai titoli roboanti della stampa, e ripetuti a pappagallo da chi sventola il feticcio della sconfitta militare americana, per capire che si tratta ancora una volta di guerra di propaganda. Non solo, ma mentre il presunto blocco dello Stretto di Hormuz sarebbe un'azione illegale ai sensi della giurisprudenza in un conflitto navale (come se l'Oman non contasse in questa storia), il blocco navale statunitense invece è totalmente e giuridicamente legale. La vera guerra è finanziaria: riguarda il controllo sul flusso internazionale di denaro e questo dimostra quanto sia grave la situazione per alcune persone di cui non vediamo mai il volto e di cui non conosciamo il nome. Gli Stati Uniti hanno problemi, molti problemi, ma sono per lo più autoinflitti e possono essere risolti con il tempo e un'attenta applicazione del potere politico. Il deficit è un problema, la regolamentazione è un problema, il Congresso e la magistratura disfunzionali sono ENORMI PROBLEMI (probabilmente irrisolvibili senza misure drastiche da parte di Trump). Il mercato obbligazionario e la valuta NON sono il problema, sono il mezzo per risolverlo. I commenti dei “disfattisti” non sono imparziali. Vogliono che gli Stati Uniti falliscano. Non credono che i problemi si possano risolvere o che qualcun altro voglia che gli Stati Uniti si sistemino da soli. Citano numeri, teorie, commenti e azioni intraprese da chi lavora apertamente contro gli interessi americani (es. il Financial Times, Londra, l'UE, la Cina, ecc.) e li usano per “falsificare” le loro argomentazioni, quando nel momento in cui gli Stati Uniti smettono di comportarsi come idioti (guidati dai Democratici), i numeri migliorano immediatamente. Il deficit sta crescendo più lentamente, la spesa pubblica sta diminuendo, l'occupazione nel settore privato è in aumento, i dati sulla movimentazione merci interna supportano una crescita superiore alle previsioni. E gli Stati Uniti sono molto più in grado di resistere a uno shock del prezzo del petrolio nel breve termine (perché utilizzano l'energia in modo più efficiente e hanno un reddito medio delle famiglie di gran lunga superiore a quello del resto del mondo rispetto al prezzo della benzina a livello locale). E tutto ciò che Trump sta facendo non fa altro che accelerare la prossima fase della transizione, permettendo alla Cina di sobbarcarsi parte del Dilemma di Triffin. Gli USA hanno l'energia, le risorse, i mercati dei capitali e lo Stato di diritto per far sì che ciò accada; la Cina non li ha, senza allearsi con la Russia o gli Stati Uniti, o entrambi. Il rischio più grande per gli Stati Uniti e, per estensione, per il mondo intero, è il crollo politico della Repubblica americana, non il dollaro, né il debito, né nient'altro. I bilanci contengono sia attivi che passivi. I rendimenti a breve termine sono inferiori a quelli a lungo termine, pertanto rifinanziare il debito sul mercato a 2-3 anni è la strategia giusta finché non si risolveranno i problemi politici interni (es. Congresso e magistratura corrotti). Il servizio del debito in rapporto al PIL scenderà perché i tassi sono inferiori rispetto a 2-3 anni fa, al culmine del ciclo di stretta monetaria. Quindi se volete ascoltare un vero critico degli Stati Uniti che abbia seriamente considerato qualcosa al di fuori di una visione dilettantistica della geopolitica e dell'economia, restate sintonizzati su queste pagine.

______________________________________________________________________________________


di Zineb Riboua

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-dottrina-a-mosaico-delliran-si)

In seguito all'annuncio del cessate il fuoco da parte del presidente Trump, l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), ha dichiarato: “L'Iran ha subito una sconfitta militare epocale”.

La risposta di Teheran è stata una sola controargomentazione: la Repubblica islamica esiste ancora.

Questa argomentazione fraintende la questione. La sopravvivenza della Repubblica islamica non è in discussione; ciò che è in discussione è se l'entità sopravvissuta conservi la capacità di dirigere le forze che operano in suo nome.

L'Iran ha sviluppato la sua dottrina militare a mosaico traendo insegnamenti diretti dal crollo di Saddam Hussein in soli ventisei giorni. Dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003, il generale di brigata iraniano, Mohammad Ali Jafari, ha riorganizzato il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) nel 2008 in trentuno comandi provinciali, ognuno con i propri arsenali di armi, catene logistiche e autorità predelegata.

La guerra asimmetrica è il ricorso degli stati che non possono prevalere con le armi convenzionali. Dispersione e occultamento sono gli strumenti di un esercito che ha già rinunciato al controllo del campo di battaglia tradizionale.

Israele, operando a fianco degli Stati Uniti nell'ambito dell'Operazione Epic Fury, ha padroneggiato le tattiche asimmetriche e ha rivolto contro l'Iran la sua stessa dottrina, impiegando infiltrazioni di intelligence, eliminazioni mirate e sabotaggio delle reti con una precisione superiore.

La dimostrazione più chiara si è avuta prima dell'inizio dell'operazione.

Nel luglio 2024 Israele ha assassinato il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, all'interno di una foresteria delle Guardie Rivoluzionarie a Teheran. I servizi di sicurezza iraniani devono ora operare partendo dal presupposto di non conoscere l'entità del compromesso, e questa incertezza è la condizione più debilitante che un servizio di intelligence possa affrontare.

L'operazione Epic Fury ha poi spinto tale penetrazione al suo estremo.

L'uccisione della Guida Suprema, Ali Khamenei, l'eliminazione di centinaia di alti comandanti delle Guardie Rivoluzionarie e il deterioramento delle capacità extraterritoriali della Forza Quds hanno costituito, nel loro insieme, una campagna di decapitazione di precisione senza precedenti.

Ancora più importante, le fratture tra la leadership politica iraniana e le sue forze armate sono già emerse pubblicamente. Il 7 marzo 2026 il presidente Masoud Pezeshkian ha presentato le sue scuse televisive agli stati arabi del Golfo per gli attacchi missilistici e con droni condotti durante il conflitto, promettendo la cessazione di ulteriori attacchi.

Il fatto che un presidente in carica si sia scusato per le azioni del proprio esercito pochi minuti dopo la loro esecuzione illustra perfettamente ciò che ha prodotto l'autorità predelegata: un esercito a cui la leadership politica deve rispondere, anziché controllarlo.

Tre vulnerabilità adesso si stanno spiralizzando.

La prima è la limitazione della dottrina a mosaico, ora sotto pressione prolungata.

Tale dottrina risolse il problema che Saddam non era riuscito a risolvere, impedendo che la decapitazione producesse un collasso immediato. Non risolse mai il problema dell'usura. Il mosaico ritarda la cronologia della dissoluzione, ma lascia intatta la dissoluzione stessa.

Il cessate il fuoco è giunto in un momento di debolezza iraniana e la pressione che ha generato tale debolezza rimane a disposizione di Washington. La Repubblica islamica sa che ogni giorno in cui il cessate il fuoco regge, lo fa a condizioni che Washington può rivedere.

La seconda vulnerabilità è di natura strutturale.

La dottrina a mosaico distribuiva la resilienza orizzontalmente tra i comandi terrestri provinciali, ma i rami funzionali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (la Marina, l'aeronautica, il corpo missilistico e le direzioni per la sicurezza informatica, e l'intelligence) rappresentano ciascuno un insieme distinto di “tessere” con catene di approvvigionamento e strutture di comando separate.

Gli Stati Uniti hanno smantellato questi rami in modo sequenziale anziché simultaneo, degradando ciascun pilastro funzionale e rimuovendo al contempo la leadership al centro.

Il risultato è un sistema che si indebolisce contemporaneamente da due direzioni: le reti provinciali orizzontali perdono coerenza mentre la spina dorsale di comando verticale collassa, e nessuna delle due compensa il deterioramento dell'altra.

La terza vulnerabilità è di natura finanziaria ed è quella che espone di più i terroristi. La capacità delle Guardie Rivoluzionarie di sostenere le proprie operazioni ed eludere le sanzioni è dipesa da Hezbollah e dalla più ampia rete di intermediari per il trasferimento di denaro e la fornitura dell'infrastruttura transazionale che collega il centro alla periferia. Tale sistema si è indebolito.

La flotta ombra iraniana – la rete di navi che trasportano petrolio soggetto a sanzioni attraverso documenti falsificati e trasferimenti da nave a nave – è stata oggetto di un'intensificazione delle intercettazioni da parte degli Stati Uniti. Società di copertura legate alla Cina, che fornivano copertura finanziaria al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), sono state sanzionate in diverse tornate dal Dipartimento del Tesoro statunitense.

Il 31 marzo decine di cambiavalute legati alle Guardie Rivoluzionarie sono stati arrestati negli Emirati Arabi Uniti in seguito all'escalation delle tensioni nel Golfo dopo gli attacchi iraniani, interrompendo così uno dei canali di finanziamento più vitali per il regime. Una rete che non è in grado di pagare i propri operatori non può rimanere attiva a lungo.

Washington è entrato nel cessate il fuoco avendo in mano tutte le carte giuste: il dominio militare, la strangolamento finanziario e un'architettura regionale che ha isolato Teheran dal mondo arabo che un tempo cercava di mobilitare.

La risposta dell'Iran è stata quella di minacciare lo Stretto di Hormuz, l'ultima risorsa a cui un regime ricorre quando ha esaurito tutte le altre. Questa minaccia è indice di disperazione, non di forza.

L'operazione non è ancora conclusa, ma sussistono le condizioni per la sconfitta dell'Iran.

L'entità che emergerà da ciò che accadrà in futuro avrà ben poco in comune con la Repubblica islamica che ha lanciato la sua dottrina di resistenza quattro decenni fa; ciò che rimarrà dipenderà interamente dal fatto che Teheran accetti o meno le condizioni poste da Trump.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.