venerdì 11 ottobre 2019

Recessioni in un libero mercato & in un mercato ostacolato





di Francesco Simoncelli


Nell'attuale contesto economico esistono due grafici che sono altamente disturbanti e che basterebbero a qualsiasi persona dotata ancora di buon senso per capire fino a che punto è arrivata la manipolazione dei mercati. È come guardare l'abisso negli occhi e restare impietriti di fronte al suo sguardo di rimando. Nessuno sano di mente può credere che una situazione del genere possa continuare indefinitamente. E, soprattutto, nessuno sano di mente può considerare fisiologica una "ripresa" economica basata su sabbie mobili come quelle che si vedono nei seguenti grafici. Il primo ci mostra come l'indice azionario S&P500 abbia praticamente seguito da vicino l'andamento dell'inflazione della base monetaria da parte delle principali banche centrali del mondo.


Il secondo ci mostra una correlazione positiva tra l'aumento dei prezzi dell'oro e l'aumento della quantità di obbligazioni i cui rendimenti sono diventati man mano negativi. Al momento in cui sto scrivendo questo articolo, la quantità di bond nel mondo i cui rendimenti sono negativi ammonta a circa $17.000 miliardi.


Questo per dire che, nonostante la repressione finanziaria sistematica in atto ormai sin dal 2008, il libero mercato è vivo e vegeto, e ce lo fa sapere attraverso lo spike di prezzo a cui stiamo assistendo nel mercato dei metalli preziosi. Non solo, ma continuano ad arrivarci segnali che le banche centrali stanno perdendo il controllo del loro esperimento presumibilmente ben congeniato. Infatti il caos recente nel mercato repo sta a segnalare un forte sentimento di stress tra i trader in risposta alla gestione millesimale da parte della FED, la quale continua ad etichettare fenomeni in disaccordo con le sue politiche come "temporanei" e che temporanei invece non sono. Quindi cosa fa? Taglia ulteriormente il suo tasso di riferimento, anche se nella precedente sessione aveva assicurato ai mercati che ce ne sarebbe stato solo uno di taglio.

Invece, come vediamo dall'immagine qui sotto, la presunta onniscenza dei pianificatori monetari centrali è andata a farsi benedire.


Come più volte esposto su queste pagine, quello attuale è un esito che ci si doveva aspettare in virtù di come il presunto successo di guidare passo dopo passo un'economia complessa sia solo un pio desiderio. Sebbene la FED, ad esempio, sia nata con la promessa di fungere da guardiano silenzioso dell'economia, nel corso del tempo ha iniziato ad avere un ruolo sempre più presente ed attivo nell'economia statunitense e di riflesso in quella mondiale. Quando è stata istituita non esisteva alcun doppio mandato, è stato un dispositivo inventato successivamente per giustificare tale intervento. L'Humprey-Hawkins Act degli anni '70 aveva l'obiettivo di mascherare il fatto che la famosa Curva di Phillips era un escamotage statistico per guardare le spalle al keynesismo, che all'epoca prendeva botte dalla realtà a ritmo battente. La stagflazione di allora è stato il suo epitaffio, quindi la politica è entrata in scena con un decreto ad hoc per "fermarla".

Il risultato è stata la follia monetaria di Arthur Burns guidata da Nixon e quella successiva di William Miller. Ci volle Paul Volcker affinché i mercati riguadagnassero fiducia nel dollaro e nell'economia americana, ma questo ha rappresentato l'ultimo momento nella sua storia in cui la FED ha tenuto un atteggiamento passivo nei confronti di una correzione di mercato. Da Greenspan in poi abbiamo assistito a quello che Mises descrisse magistralmente nel suo libro Planned Chaos: non esiste un'economia mista, o un'economia è libera oppure verrà lentamente condotta verso un'economia di comando. Come sappiamo dal suo altro grande libro, Economic Calculation in the Socialist Commonwealth, un'economia di comando è destinata a perire sotto il peso dei suoi errori economici. La pianificazione monetaria centrale farà di tutto per tenere in piedi un'illusione, cercando di controllare minuziosamente ogni parametro presente nel tessuto economico, ma non farà altro che sprecare risorse nel processo ed impoverire la società.

Senza contare poi il dispositivo monetarista rappresentato dalla Taylor Rule che ha dato i natali al cosiddetto "inflation targeting". Comunque per avere un'idea migliore del livello a cui siamo arrivati basti pensare che la BCE in 10 anni di attività ha stampato più denaro di quanto abbia fatto la FED in tutta la sua storia. Di conseguenza questo fatto ci dà un'idea di quanta repressione finanziaria sia necessaria affinché l'illusione di prosperità imbastita dalle banche centrali possa essere mandata avanti. La repressione finanziaria è costituita da una serie di politiche che in sostanza servono a prendere ricchezza dal settore privato e facilitare allo stato il finanziamento del proprio debito. Nell'ambiente di oggi corrispondono a:
  • ZIRP, o "politica dei tassi d'interesse a zero", con cui le banche centrali spingono i loro tassi di riferimento pari o vicini allo zero;
  • QE, o "quantitative easing", con cui le banche centrali acquistano debito pubblico dalle banche. L'aumento della domanda aumenta il prezzo dei titoli di stato e riduce i tassi di interesse su tali titoli.

Queste sono le due principali politiche di repressione finanziaria attualmente in uso e hanno permesso agli stati di prendere in prestito denaro a fronte di pagamenti in interessi relativamente bassi sul debito nazionale. A questi si aggiungono anche l'obbligo per le banche commerciali di detenere titoli di stato per i loro requisiti patrimoniali (che Basilea III ha incrementato); requisiti di riserva elevati che hanno alimentato la creazione delle cosiddette riserve in eccesso; controlli di capitale che limitano o tassano l'esportazione di ricchezza; guerra al denaro contante.

Tutto ciò rientra anche nella rubrica della cosiddetta "politica macroprudenziale", in base alla quale i banchieri centrali iper-regolano e sovrintendono il settore finanziario. La politica macroprudenziale incarna un altro aspetto della repressione finanziaria: il controllo centrale delle banche commerciali e degli istituti finanziari, fornendo al contempo a suddetti barriere all'ingresso. Inutile dire come tali politiche siano imprudenti e hanno senso solo se si vuole mantenere in piedi il caos economico in cui ci troviamo. Infatti la repressione finanziaria infligge danni a tutti i settori produttivi dell'economia, inclusi lavoratori, risparmiatori, imprenditori e pensionati. Danneggia inoltre le assicurazioni che proteggono le nostre vite, le nostre case, la nostra salute e la nostra proprietà. Chi ne beneficia, invece, sono le grandi banche e le bische clandestine quali sono diventati i mercati azionari, lo stato e le grandi aziende.



DUE TIPI DI CRISI

Data la natura del sistema economico globale è naturale concentrarsi sul ruolo del denaro quando si discute di recessioni e della struttura del credito. Tuttavia è importante ricordare che i boom e bust non sono impossibili in un sistema di mercato veramente libero. Inutile dire che la lunghezza e la portata dei bust sono notevolmente ampliate in un sistema con credito fiat.

Immaginate per un momento di vivere in una città dove tutti vivono grazie alla produzione di patate. Attorno a questa attività si sviluppa un'intera filiera di imprese che vanno dal semplice negozio che le vende al ristorante di alta qualità che le propone ai clienti (eccellenza). Poi un giorno tutti scoprono di amare di più le carote e la gente perde interesse per le eccellenze che derivano dalla produzione delle patate; la città di nostra immaginazione, un tempo fiorente, inizia a passarsela male. Dal momento che capitale e lavoro non possono essere riorganizzati all'istante, la città attraversa momenti difficili in cui, nonostante una prosperità economica nazionale, la sua area langue in povertà e in disoccupazione.

Questa è una classica crisi in un libero mercato, ma è localizzata e limitata. Né è necessariamente ricorrente, poiché le città che costruiscono un'economia attorno ad un settore ristretto sono ad alto rischio di bust. Il deterioramento del capitale e l'obsolescenza alla fine fanno sì che le imprese di un'area diventino nel tempo meno competitive rispetto alle imprese di altre parti. Nel tempo, però, bust di questo tipo possono risolversi man mano che altri imprenditori acquistano gli asset in difficoltà ad uno sconto e li riorganizzano in previsione della domanda futura.

Tutto ciò viene amplificato dai tentativi delle autorità centrali di implementare le cosiddette misure "anticicliche". Gli sforzi di stimolo tendono ad essere controproducenti poiché si tenta di sostenere le imprese ed i settori esistenti, soffocando il capitale (es. tempo, lavoro, materie prime) necessario per formare un business più prezioso e in accordo con la domanda genuina di mercato. Impedendo questo sano processo di pulizia, si finisce per creare le cosiddette società zombi, le quali consumano capitale e non ne creano di nuovo. È nel tentativo di evitare l'inevitabile recessione che si protraggono i problemi economici.

Inoltre i bust in un libero mercato avvengono solo se esiste una singola azienda o industria dominante in una regione. Questo è un problema comune con le piccole città, ma un'economia diversificata è improbabile che subisca un bust su larga scala. Una nazione come l'Uzbekistan è ad alto rischio di una recessione di libero mercato, poiché la sua produzione economica è dominata dall'estrazione dell'oro, ma Paesi come Stati Uniti, Germania o persino l'Italia sarebbero praticamente immuni dato che nessun settore ha un dominio economico. Le recessioni su larga scala sono la prova delle imposizioni del settore pubblico sull'economia, che si tratti di oneri normativi o di sussidi che vincolano le risorse alle società zombi.

Ma più che il bust, il problema reale è la natura del boom. In un libero mercato, il boom verrebbe attenuato poiché i tassi d'interesse salirebbero man mano che la domanda di fondi per l'acquisto di un qualsiasi asset (potenzialmente in bolla) impoverisce il bacino dei risparmi. Tuttavia, con una banca centrale in gioco, i tassi d'interesse sono stati continuamente soppressi artificialmente e nuovo denaro e credito sono stati creati dal nulla, alimentando l'aumento dei prezzi. Più è lungo il boom, più convince gli investitori meno avversi al rischio a partecipare alla festa. Se i tassi d'interesse venissero lasciati salire all'aumentare della domanda di mutui, le bolle scoppierebbero prima causando molti meno danni.

Ma come abbiamo appreso guardando i due grafici all'inizio di questo articolo, invece di apprendere la lezione, i pianificatori monetari centrali sono tornati a manipolare i mercati peggio di prima; un esempio è il mercato immobiliare statunitense, dove i prezzi ora sono più alti di quanto non fossero al picco della bolla del 2006.


Quelle che oggi comunemente consideriamo recessioni e depressioni sono quasi sempre legate all'espansione del credito causata dalle banche centrali, e l'intervento perturbante nei mercati tende a peggiorare i cicli di boom/bust. Il coinvolgimento dello stato e del suo braccio armato, quindi, trasforma una correzione, come quella che si è rapidamente risolta da sola e che è stata dimenticata, in una depressione economica come quella degli anni '30 che è terminata solo dopo la seconda guerra mondiale.



IL MONDO INTERO È SULLA STESSA BARCA

E adesso arriviamo alla vera Spada di Damocle che pende sulle teste degli attori di mercato: le distorsioni economiche hanno avvinghiato il mondo intero. La coordinazione delle varie banche centrali del mondo nel manipolare artificialmente le relative offerte di denaro, ha creato un rischio sistemico enorme che ora comprende tutte quelle economie che erano ritenute "degne di fiducia". Non solo Stati Uniti ed Europa, ma una gigantesca polveriera è anche la Cina. Sebbene se ne discuta poco sui media generalisti, che parlano solo di guerra commerciale, Pechino sta seguendo a ruota Washington e Bruxelles in quella che è a tutti gli effetti una rinnovata campagna di QE.

Infatti la PBOC ha di recente annunciato che inietterà $126 miliardi nel circuito finanziario tagliando il requisito sul rapporto di riserva (le riserve monetarie che le istituzioni finanziarie sono obbligate a possedere). Taglio numero sette in soli 18 mesi per un totale di $510 miliardi. Negli ultimi cinque anni l'offerta di moneta cinese M2 (contanti, conti correnti e asset liquidi) è aumentata del 120%. Ma la Cina può stampare all'infinito? Potrebbe essere necessario, visto che praticamente ogni area dell'economia conta di essere sostenuta attraverso iniezioni di denaro, progetti di stimolo e salvataggi vari.

Fitch ha sottolineato che le banche cinesi potrebbero non avere abbastanza capitale da prestare in caso di brusco rallentamento. Gli utili delle banche sono stati sufficienti a sostenere i livelli di capitale obbligatori e Pechino dipende dal settore (quasi) privato per far andare avanti l'economia attraverso i prestiti. Quando le banche più piccole della nazione sono finite nei guai, la Cina ha assorbito una manciata di queste entità e ne ha fatte fondere altre, ma il problema potrebbe essere molto peggio di quanto i media locali e il governo lasciano intendere, visto che quasi due dozzine di grandi organizzazioni non hanno pubblicato relazioni finanziarie aggiornate.

Ci sono quasi 200.000 imprese statali in Cina e tutte ricevono una sorta di sostegno da parte dello stato. Sebbene Xi Jinping abbia promesso che la Cina implementerà riforme orientate al libero mercato e aprirà la sua economia al resto del mondo, molti scettici sostengono che sarebbe impossibile per diversi motivi: ci sono troppe imprese statali, troppi debiti e una parte significativa del denaro stampato e donato a banche statali è destinata a tenere aperte queste imprese statali indebitate fino al collo. In realtà l'economia cinese è un gigantesco schema di Ponzi che dipende dai nuovi investitori affinché coprano i crediti inesigibili e mascherino la debolezza economica del Paese agli occhi del resto del mondo. Si tratta di utilizzare il potere dello stato, con un minimo del sistema aziendale, per generare un'enorme ricchezza.

Tuttavia, non importa quanto tutto sia interconnesso, le regole dell'economia e della finanza di base non possono essere violate ed interverranno sempre per attuare una correzione. Stiamo assistendo alla caduta dell'ordine finanziario internazionale? Era solo questione di tempo prima che l'esperimento del denaro fiat esplodesse in faccia a tutti.



CONCLUSIONE

Siamo nelle prime fasi di una vendita di asset così importante che non si era vista sin dai tempi della Grande Depressione. Finirà nei libri di storia. I tassi d'interesse artificialmente bassi alimentano i prezzi degli asset finanziari, avvantaggiano i ricchi rispetto ai poveri (Effetto Cantillon), avvantaggiano i rentier rispetto all'investitore aziendale, incoraggiano la leva finanziaria e i riacquisti di azioni rispetto alla formazione di capitale. La disparità di reddito cresce e ne segue l'instabilità sociale. Le imprese che in un ambiente con tassi d'interesse non ostacolati sarebbero fallite, sono invece in grado di continuare ad operare. Le nuove imprese più innovative vengono soffocate alla nascita da una carenza di investimenti e mancanza di opportunità.

Queste storie di aziende fallite continueranno ancora negli anni a venire. La mia paura è che le storie peggiorino col passare del tempo, poiché il settore finanziario che finora le ha alimentate è nell'occhio del ciclone. Le grandi banche sono in difficoltà e quando cesseranno di concedere prestiti, l'economia basata sulle illusioni si disferà di conseguenza. Il calo del capitale dovuto ai default nel mercato del credito comporterà la riduzione dei prestiti, cosa che farà molto male soprattutto alle piccole imprese le quali sono le principali fautrici di una crescita economica sostenibile..

Questa volta la fiducia nelle banche centrali è al minimo e gli stati resteranno a guardare impotenti. Siamo nelle prime fasi di una crisi sistemica, ma il mercato azionario non lo sta ancora manifestando. Scende lentamente, non sta ancora crollando. Il mio suggerimento è di non prestare attenzione ai movimenti al rialzo in risposta ai nuovi programmi offerti dalla FED o dalla BCE. Se non potessero fare altro che gonfiare l'offerta di moneta, non avrebbero inventato i salvataggi di emergenza come il seguente.

In questo ambiente sempre più investitori si stanno proteggendo da una crisi di liquidità con bitcoin. Il motivo di base è semplice: è scarso (le dinamiche della domanda e dell'offerta proteggono quindi dall'inflazione) e non necessita dell'approvazione di terze parti. Per l'investitore di tutti i giorni che non è interessato ai futures a leva come hedging, possedere ed usare bitcoin ha lo stesso scopo e spesso con meno rischi. Un'azione semplice come detenere sound money è una mossa che potrebbe potenzialmente risparmiare molti grattacapi finanziari.


giovedì 10 ottobre 2019

Quelli che “L'impero viene prima”...





di David Stockman


La democrazia americana e la prosperità capitalista vengono sacrificate sull'altare dell'Impero ed il recente attacco coi droni al più grande impianto di lavorazione di petrolio del pianeta è un esempio del perché. A cominciare dall'immagine qui sotto.

La scena raffigura degli yemeniti che seppelliscono bambini uccisi da bombe di fabbricazione americana, sganciate da aerei sauditi di fabbricazione americana e direzionati verso l'obiettivo da sistemi di comando/controllo statunitensi.

Questa incursione è stata solo una delle migliaia lanciate dai sauditi sin dal 2015 e che hanno provocato oltre 100.000 morti civili nel nord dello Yemen, oltre alla distruzione della sua economia; il che significa che il Paese è diventato un focolaio di fame, colera e altre malattie.


Il costo per gli yemeniti in miseria e vite umane è incalcolabile. Eppure la collaborazione di Washington in questo caos non si basa nemmeno su un minimo di interesse nazionale o di sicurezza nazionale.

Gli Houthi che hanno preso il controllo della capitale dello Yemen (Sana'a) e che dominano la popolazione dello Yemen settentrionale, sono cugini della confessione sciita dell'Islam. Di conseguenza sono in linea con il regime sciita dell'Iran e hanno ricevuto modesti aiuti e armi da Teheran a sostegno della loro lotta per l'indipendenza da un governo supportato dai sauditi e costituito da una schiera eterogenea di sunniti-jihadisti, musulmani e altre fazioni anti-sciite nello Yemen meridionale.

Dato il fatto che lo Yemen è stato diviso in due regioni, nord e sud, per quasi tre decenni tra i primi anni '60 e l'inizio degli anni '90, è ovvio che non sia necessaria alcuna guerra, spargimento di sangue, o devastazione per risolvere il problema religioso ed etnico: tutto ciò che serve è ri-partizionare.

È semplice: due Paesi, nessuna guerra, nessuna miseria, nessun genocidio.

E, infatti, nel 2015 Washington avrebbe potuto dire al nuovo re saudita (Salman) di accettare la divisione e, in caso di rifiuto dello stesso, non osare usare un solo aereo o bomba forniti dagli americani per condurre una guerra contro gli Houthi del Nord Yemen, altrimenti lo zio Sam avrebbe interrotto la fornitura di pezzi di ricambio e supporto tecnico alle avanzate armi di fabbricazione americana dei militari sauditi.

E senza tutto ciò la Svizzera sarebbe presto diventata la nuova dimora della monarchia.

Ma i neocon di Washington non avevano alcuna intenzione di lasciare che il mondo andasse per la propria strada e di stare fuori dai litigi degli altri.

Al contrario, i neocon di Capitol Hill ed i burocrati fissati con la sicurezza nazionale vogliono belligerare con l'attuale governo iraniano e hanno considerato un attacco agli Houthi come un modo per dare la colpa a Teheran; senza pensare per un momento che potrebbero essere stati benissimo i sauditi.

All'epoca Obama era in procinto di portare a casa il suo più grande successo in politica estera con l'Accordo sul Nucleare con l'Iran, ma Barry si è dimostrato un voltagabbana.

Quindi non è riuscito a dissuadere i sauditi dalla loro follia guerrafondaia, gettando così un osso a Netanyahu, che altrimenti sarebbe stato messo a tacere riguardo l'Accordo, e invitandolo persino a tenere un discorso in una sessione congiunta del Congresso che si è poi dimostrato un affronto al presidente americano.

Quindi i sauditi sono stati manipolati ad attaccare militarmente i loro vicini, diventando praticamente mercenari inconsapevoli (ancelle dell'Impero) perché si sono adattati agli scopi di Washington.

Un giorno potrebbero apprendere che "l'amicizia" di Washington è un'arma a molti tagli, ma alla fine si basa sulla mobilitazione di "alleati" affinché acquistino le sue armi e marcino in conflitti che mantengano pingue di denaro lo stato perenne di guerra americano.

Nel contesto generale, quindi, i feticisti dell'Impero prima di tutto sono riusciti ad introdurre Washington nel mezzo di un conflitto sciita/sunnita che dura ormai da 1300 anni, il cui atto più recente è lo scontro tra Arabia Saudita e Iran.

Ma questo conflitto non ha nulla a che fare con la sicurezza dello zio Sam: l'America non ha mai avuto, né ha ora, né avrà mai nulla a che fare con tale lotta.

Lo scisma religioso sunnita/sciita è un affare che riguarda altre persone, come è stato sin dal 632 d.C.

A dire il vero, non abbiamo alcuna simpatia per la teocrazia medievale che attualmente opprime gli 83 milioni di abitanti iraniani. Questi ultimi aspirano chiaramente ad una maggiore prosperità economica, libertà personale e religiosa, una modernizzazione culturale e presumibilmente una forma più onesta di democrazia libera dai dettami religiosi medievali dei mullah.

Ma Washington non ha alcuna possibilità di avere successo in un cambio di regime in Persia, come abbiamo giù visto in disastri come Iraq, Siria, Libia, Somalia ecc. E, soprattutto, l'Iran con un budget per la difesa da $15 miliardi e $450 miliardi di PIL non ha mai rappresentato una minaccia per lo zio Sam.

Ma ciò non ha fermato Washington/Netanyahu. Era prevedibilissimo che quando i sauditi avessero ricevuto il via libera nel 2015 per procedere con la loro avventura nello Yemen, l'Accordo sul Nucleare sarebbe stato cestinato da una nuova amministrazione e che avrebbe proceduto a dichiarare una guerra economica totale contro il suo rivale dall'altra parte del Golfo Persico.

Detto in altro modo, non pensiamo che Riyad abbia anticipato l'arrivo di Donald Trump nello Studio Ovale o, cosa ancora più importante, che sarebbe stato circondato dal deplorevole seguito di servitori di Bibi e accoliti neocon dediti a persuaderlo che l'Accordo sul Nucleare di Obama fosse il peggior accordo di politica estera nella storia umana.

Non lo era, perché in realtà era una sorta di truffa diplomatica in cui gli iraniani accettavano di rinunciare ad un programma sulle armi nucleari, che sia la CIA che l'AIEA (Agenzia internazionale per l'energia atomica) concordavano fosse già stato dismesso nel 2003, in cambio del rilascio di decine di miliardi di fondi sequestrati molto tempo prima.

Si sottometteva anche ad un sistema di ispezione draconiana: un programma di arricchimento dell'uranio ridotto drasticamente al 3,5% per produrre combustibile per reattori civili.

Ancora più importante, spianava la strada al ritorno dell'Iran nel commercio globale e alla massimizzazione della sua grande risorsa di idrocarburi a beneficio della sua popolazione. Così facendo, l'accordo sul nucleare spianava la strada alla moderata leadership iraniana sotto il presidente Hassan Rouhani e il suo ministro degli esteri americano, Javad Zarif, affinché guidassero l'Iran lungo un percorso che avrebbe potuto disinnescare i malumori con Washington.

Ma alla fine non se ne è fatto niente, perché i neocon a Washington non volevano rinunciare allo stato "nemico" che li tiene in attività, e Bibi Netanyahu non voleva rinunciare al "nemico esistenziale" che mantiene insieme la sua eterogenea coalizione di partiti e fazioni religiose ultra-ortodosse e assicura il suo mandato.

Invece, sotto la vile guida di John Bolton, ora abbiamo la peggiore campagna di guerra economica che sia mai stata dichiarata da Washington. Costringe praticamente tutti i Paesi e tutte le società importanti del mondo a non comprare petrolio iraniano sotto la minaccia di sanzioni secondarie ed esclusione dal sistema di pagamenti globale SWIFT controllato dagli Stati Uniti.

Dopo alcune esenzioni temporanee scadute a maggio, il feroce regime di sanzioni amministrato dai fanatici anti-iraniani di Washington sta letteralmente minacciando di mettere in ginocchio l'economia iraniana.

Inutile dire che gli sciocchi che consigliano Donald hanno ora messo l'Iran all'angolo. Devono contrattaccare (come pare abbiano fatto attraverso i loro delegati Houthi) o vedere il loro Paese praticamente distrutto, e per cosa?

La risposta non è che hanno violato lo spirito dell'Accordo sul Nucleare, perché non l'hanno fatto.

No, sono nel mirino della macchina da guerra economica di Washington solo perché Bibi ed i neocon non gradiscono la politica estera dell'Iran e le sue legittime alleanze con governi e partiti pro-sciiti in Iraq, Siria e Hezbollah/Libano; e poiché lo stato di guerra ha reso l'Iran il suo nemico designato e l'uomo nero doveva far correre gli enormi budget americani della difesa.

Quindi possiamo immaginare la sorpresa e/o il dispiacere saudita. Inseguendo gli Houthi hanno finito per impiegare praticamente il 100% delle risorse economiche da cui dipende il Regno (e mettendo a repentaglio l'IPO di Aramco), e per ragioni ben lontane dalla propria sicurezza nazionale (potrebbero facilmente coesistere con l'Iran e avrebbero potuto farlo per gran parte della storia moderna).

Che lo riconoscano o no, il Partito della Guerra a Washington ha reso il Regno ostaggio delle proprie ambizioni dementi.

Eppure è così che sopravvive l'Impero. Il Golfo Persico è sull'orlo di un'eruzione apocalittica che non è assolutamente nell'interesse di nessuno (Iraq, Kuwait, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar) che confina con le sue acque. Ma gli eventi possono ora superare la follia perché l'unica persona che potrebbe scatenare la catastrofe è impegnata a twittare la sua pericolosa ignoranza sulla questione.

Il vero colpevole è il Partito della Guerra che vi ha completamente fuorviato sull'Accordo sul Nucleare, la falsa minaccia che l'Iran pone alla sicurezza americana e l'angolo in cui ha costretto il governo di Teheran.

Trump è arrivato a Washington per bonificare la Palude e per mettere l'America al centro della politica estera fallita della nazione, invece rischia di consentire ai feticisti dell'Impero di innescare una conflagrazione nel Golfo Persico che potrebbe mettere in ginocchio l'intera economia mondiale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 9 ottobre 2019

Com'è possibile che esistano tassi d'interesse negativi?

Dopo l'Europa, anche gli USA si preparano all'arrivo dei tassi d'interesse negativi come dice anche Greenspan. I tassi d'interesse negativi rappresentano il prezzo che paghiamo per l'esistenza delle banche centrali. La distruzione del capitale e di conseguenza l'impoverimento economico, sono contrari ad ogni impulso umano. La civiltà richiede accumulo di capitale e produzione; la de-civilizzazione avviene quando troppe persone in una società prendono in prestito, spendono e consumano più di quanto producano. Nessuna società nella storia umana ha mai nemmeno pensato all'idea di tassi d'interesse negativi, quindi come i banchieri centrali ora siamo tutti in un territorio inesplorato.
____________________________________________________


di Keith Weiner


La Germania di recente si è unita alla Svizzera nel Club dei rendimenti obbligazionari tutti negativi: il tasso d'interesse su ogni titolo di stato è ora negativo. Molti direbbero "congratulazioni", convinti che ciò provi che il loro rischio di credito sia... beh... uhm... negativo (?). E comunque permetterà loro di prendere in prestito di più per poi spendere e stimolare... uhm... beh... tutto il consumo dispendioso per il quale gli stati sono famosi.

Mentre coloro che prendono in prestito hanno motivo di essere allegri (a differenza di quelli che hanno già preso in prestito, a tassi più alti, che ora sono svantaggiati), i risparmiatori sono danneggiati. Come si può risparmiare in un ambiente in cui il risparmio ha un costo?

John Maynard Keynes auspicava "l'eutanasia del rentier". Congratulazioni, Germania, diciamo con serio sarcasmo, sei andata oltre l'idea terribile di Keynes.



La preferenza dei risparmiatori

Invece di scrivere di più sulla distruttività di questo fenomeno, oggi affronteremo una aspetto diverso. Com'è possibile? Quali sono i meccanismi? Perché i risparmiatori non si ribellano?

Abbiamo scritto del crimine del '33 qualche mese fa, e val la pena di rileggerlo prima di continuare. Il 1933 è stato l'anno in cui il presidente Roosevelt rese il dollaro irredimibile. Prima di ciò, se non vi piaceva il tasso d'interesse, potevate vendere l'obbligazione e tenere monete d'oro. La moneta d'oro non ha alcun rischio di default e all'epoca col gold standard non aveva rischio di prezzo.

Oggi si può possedere oro per evitare il rischio di default, questa è il motivo per cui l'oro è ora a $1.500, ma ci si assume il rischio del prezzo e la volatilità dei prezzi è considerata un pregio, non un difetto, dai gold bug!

Esprimere la preferenza di voler possedere monete d'oro piuttosto che obbligazioni denominate in oro non ha semplicemente cambiato il livello di rischio personale, ha anche avuto un effetto economico: ha modificato il tasso d'interesse tra le obbligazioni denominate in oro rispetto alle monete d'oro. Ha cambiato il prezzo dell'obbligazione denominata in oro, ovvero il tasso d'interesse. È di vitale importanza capire questa cosa: la preferenza dei risparmiatori poteva cambiare il tasso d'interesse.

Quando un risparmiatore sceglieva di rinunciare all'obbligazione denominata in oro, ne faceva salire il tasso d'interesse. E questo, ovviamente, rendeva l'obbligazione più attraente per tutti gli altri risparmiatori. L'interesse è il compenso pagato per correre il rischio.

Pertanto il gold standard poneva delle fondamenta molto solide sotto il tasso d'interesse: preferenza temporale. Quest'ultima è parte della natura della condizione umana: essendo mortali dobbiamo mangiare oggi per essere vivi domani. Quindi c'è una propensione a preferire i beni ora rispetto ai beni in futuro.



Le valute scoperte scoraggiano i risparmiatori

Tuttavia oggi non abbiamo un gold standard e nell'attuale sistema le obbligazioni non hanno un prezzo in termini di oro, hanno invece un prezzo in termini di dollari.

Ciò significa che se si opta per possedere oro piuttosto che obbligazioni, non si influenza il tasso d'interesse ma si influenza il prezzo dell'oro (o come ricordiamo sempre ai lettori, il prezzo del dollaro misurato in oro). Il prezzo dell'oro non ha alcun impatto sull'economia di oggi (tranne che per i minatori e la catena di approvvigionamento dell'oro). Potrebbe essere $300 o $3.000 e non farebbe alcuna differenza.

Per inciso, scriviamo molto sul calo del tasso d'interesse che provoca l'aumento dei prezzi degli asset e quest'ultimo è un processo che converte la ricchezza di una persona in reddito di un'altra. Quest'ultima lo consuma. I mercati toro infiniti possono essere popolari, ma sono solo consumi di capitale. Fanno parte del piano malvagio di Keynes. Non fa alcuna differenza se le persone speculino su azioni, proprietà, o metalli preziosi, il risultato è lo stesso: gli speculatori precedenti spendono la ricchezza degli speculatori successivi.

Torniamo all'ultima affermazione, sopra, "non si influenza il tasso d'interesse". Questa è la chiave per capire perché il tasso d'interesse è sceso così tanto. Se acquistate azioni, proprietà, auto d'epoca, opere d'arte di antichi maestri, o metalli preziosi, non avrete alcun impatto sul tasso d'interesse.

Scambiate il vostro saldo in denaro con qualcun altro. In cambio ottenete i suoi beni non monetari, in questo caso, l'oro. Quindi cos'è cambiato? Solo il nome nel registro del sistema bancario e il titolo di proprietà della merce.

E il venditore eredita la vostra posizione. Anche lui non può fare alcuna differenza, perché indipendentemente dal nome che si trova nel registro di ciascun saldo monetario, i dollari sono vincolati all'interno del sistema bancario. Non possono uscire.

Col gold standard il tasso d'interesse saliva quando le persone toglievano il loro oro dal sistema bancario. Nell'attuale sistema monetario col dollaro scoperto, non c'è modo di rimuovere dollari dal sistema bancario.



Ruota tutto attorno allo spread

Nel nostro articolo precedente abbiamo detto: "L'interesse è uno spread tra la moneta d'oro e l'obbligazione denominata in oro".

Ora possiamo vedere questa frase sotto una nuova luce. Il tasso d'interesse è lo spread tra il denaro posseduto al di fuori del sistema bancario e il denaro posseduto all'interno del sistema bancario. Se il differenziale è piccolo, le persone al margine sono incentivate a prelevare più denaro. Ciò provoca un aumento dei tassi d'interesse.

Tuttavia, in un sistema in cui non è possibile prelevare denaro, questo meccanismo non è operativo. Come nel nostro sistema: una persona può scambiare un saldo monetario nel sistema bancario con una moneta d'oro, ma poi il venditore della moneta ottiene solo quel saldo monetario e continua ad avere la stessa carenza di opzioni. Un acquisto da parte di altri non è la stessa cosa di un rimborso.

Per inciso, usiamo esclusivamente la parola denaro per indicare la merce più commerciabile e quella che può estinguere del debito. Nei paragrafi precedenti l'abbiamo usata in un altro senso. Nulla è cambiato nelle nostre intenzioni. Abbiamo semplicemente ritenuto che la terminologia del denaro fosse il modo più semplice per chiarire il punto.

La prova è sotto i nostri occhi: un certo numero di grandi economie ha tassi d'interesse negativi. Ora due grandi economie sono completamente prive di un interesse positivo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 8 ottobre 2019

De-dollarizzazione: l'Europa si unisce alla festa





di Ronald-Peter Stöferle


La "guerra mondiale tra valute", come l'ha definita il giornalista tedesco Daniel D. Eckert, è una battaglia per il futuro del sistema monetario mondiale e non è un film d'azione superficiale ma è più simile alla serie il Trono di Spade.

La morale della favola è che ciò che è stato vero per decenni vale ancora: il dollaro USA continua a godere della fiducia di mercati, governi e banche centrali. Ma ogni anno che passa la fiducia nel dollaro USA si indebolisce un po' di più. Europa, Cina, Russia e molti piccoli Paesi organizzano ogni anno nuove iniziative per rendersi indipendenti. E anche l'oro svolge un ruolo importante in questo lento abbandono del dollaro USA. Ma per il sistema finanziario mondiale, nessuna delle loro valute rappresenta una valida alternativa al dollaro USA, motivo per cui qualsiasi notizia della morte del dollaro USA è decisamente esagerata.



La piccola rivolta europea

Sin dalla crisi greca del 2012, i media americani hanno spesso dato l'impressione che l'UE e l'euro fossero alle loro battute finali. Non è così ed a vent'anni dalla sua creazione nel 1999, l'area Euro è più vasta che mai. Naturalmente nulla è perfetto nell'UE ed i problemi di debito degli stati del sud non sono stati affatto risolti. Anche la struttura della stessa zona Euro è spesso criticata e descritta come necessitante di rinnovamento.

In questo contesto, le celebrazioni in occasione del XX anniversario dell'euro non sono state particolarmente grandi e pompose. Nel suo discorso sullo "Stato dell'Unione" del settembre 2018, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha chiesto un ruolo più forte per l'euro nel sistema monetario internazionale: "[L'euro] è ora la seconda valuta più usata nel mondo e ci sono 60 Paesi che collegano le loro valute all'euro. Ma dobbiamo fare di più per consentire alla nostra moneta unica di svolgere appieno il suo ruolo sulla scena internazionale".[1]

Attualmente l'euro rappresenta circa il 20% delle riserve monetarie globali. Tale percentuale supera la quota della produzione economica globale della zona Euro. Circa il 36% dei pagamenti globali è già effettuata in euro, mentre il dollaro USA è al 40%. L'UE importa petrolio e gas per un valore di circa €300 miliardi all'anno, ma l'80% di questi sono ancora fatturati in dollari USA oggi. In considerazione del fatto che solo il 2% delle importazioni di energia proviene dagli Stati Uniti, Juncker ha commentato: "È anche assurdo che le compagnie europee acquistino aerei europei in dollari anziché in euro."[2] Nonostante tutti i problemi economici, politici e strutturali all'interno dell'area Euro, questa è una dichiarazione fiduciosa.



Il dollaro americano come arma

Perché l'Europa, la Cina e la Russia stanno accelerando il processo di de-dollarizzazione? Ciò può essere compreso solo se capiamo il significato dell'accordo iraniano. L'Iran è un caso di studio su ciò che Washington può fare se si è considerati amici o nemici.

Naturalmente Teheran non è considerata particolarmente amica degli Stati Uniti, ma per partecipare al commercio internazionale, gli iraniani hanno dovuto fare affidamento sul dollaro USA e sul sistema SWIFT. Quest'ultimo appartiene ad un consorzio bancario internazionale e ha persino sede in Belgio, tuttavia gli Stati Uniti sono stati in grado di esercitare una pressione sufficiente per escludere l'Iran dallo SWIFT. Questo è ciò che intende il governatore della Oesterreichische Nationalbank (OeNB), Ewald Nowotny, quando dice: "Gli Stati Uniti usano il dollaro come arma. […] E con ogni transazione in dollari si è tenuti a seguire le sanzioni americane contro l'Iran. Anche se gli Stati Uniti non sono direttamente coinvolti in uno scambio. Ad esempio, quando si tratta di esportazioni di petrolio verso un Paese europeo".[3]

Con la firma del Piano d'azione globale congiunto (JCPOA), questa fase si riteneva conclusa. Ma Donald Trump si è ritirato dal JCPOA a maggio 2018. Inoltre è riuscito a far espellere nuovamente l'Iran dallo SWIFT. È stato uno shock per gli altri firmatari dell'accordo. L'UE ha preso provvedimenti e per la prima volta dall'introduzione dell'euro è stata proposta l'idea di un'agenzia di pagamento separata: INSTEX. L'abbreviazione sta per "Strumento a sostegno degli scambi commerciali". Il fatto che Cina e Russia abbiano promesso il supporto ad INSTEX non dovrebbe sorprenderci.[4]



Le banche centrali scelgono l'oro

Per molto tempo gli acquisti di oro da parte delle banche centrali non sono stati un problema per i media generalisti. Ma quando si è saputo all'inizio di quest'anno che le banche centrali avevano acquistato più oro nel 2018 rispetto al 1971, allora era chiaro che qualcosa fosse cambiato. Nel solo 2018 hanno acquistato 651 tonnellate d'oro. Questa cifra corrisponde ad un aumento del 74% rispetto all'anno precedente.[5] Gli analisti del World Gold Council prevedono nuovi acquisti per circa 750 tonnellate quest'anno.

Fonte: World Gold Council, Incrementum AG

Ma i numeri da soli raccontano solo la metà della storia. Bisogna anche chiedersi perché le banche centrali sono diventate acquirenti di oro così solerti.

La risposta è la de-dollarizzazione. L'oro, che molte banche centrali ora includono nei loro bilanci al valore di mercato,[6] offre un'alternativa. È davvero l'unica risorsa veramente neutrale per i governi e le banche centrali. Circa un terzo delle riserve auree del mondo sono detenute nei caveau delle banche centrali. Niente descrive meglio la logica di questa scelta di DNB, la banca centrale dei Paesi Bassi: “Azioni, obbligazioni e altri titoli non sono privi di rischio ed i prezzi possono scendere. Ma una barra d'oro conserva il suo valore, anche in tempi di crisi. […] L'oro è il salvadanaio perfetto: è l'ancora della fiducia nel sistema finanziario. Se il sistema crolla, lo stock d'oro può servire come base per ricostruirlo. L'oro rafforza la fiducia nella stabilità del bilancio della banca centrale e trasmette un senso di sicurezza.”[7]



Conclusione

C'è una cosa da non dimenticare: gli Stati Uniti non hanno ancora perso la fiducia dei mercati nonostante tutte le azioni di Donald Trump. I mercati del dollaro USA sono ancora di gran lunga i più grandi e importanti del mondo.

Solo la prossima grande crisi mostrerà se l'euro, lo yuan o l'oro saranno davvero in grado di arrecare danno allo status di valuta di riserva mondiale del dollaro USA, o se quest'ultimo sarà ancora in grado di imporsi. Fino ad allora, la perdita di fiducia nella valuta dominante degli ultimi sette decenni continuerà molto probabilmente ad andare avanti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


___________________________________________________________________________________

Note

[1] Juncker, Jean-Claude: “State of the Union 2018 – The hour of European sovereignty”, 12 settembre 2018, p. 10.

[2] Juncker, Jean-Claude: “State of the Union 2018 – The hour of European sovereignty”, 12 settembre 2018, p. 10.

[3] Ewald Nowotny: Die USA setzen den Dollar als Waffe ein”, (“Ewald Nowotny: The US are using the dollar as weapon”), Die Presse, 21 dicembre 2018.

[4] Si veda “Europa legt sich mit König Dollar an”, (“Europe invests with King Dollar”), Die Presse, 4 febbraio 2019.

[5] Si veda “Central Banks Are on the Biggest Gold-Buying Spree in Half a Century”, Bloomberg, 31 gennaio 2019.

[6] L'Eurosistema riconosce guadagni e perdite dai movimenti di prezzo dell'oro in ‘revaluation accounts’, il che significa che i guadagni non sono distribuiti come profitti.

[7] DNB’s gold stock”, De Nederlandsche Bank, 1 maggio 2019.

___________________________________________________________________________________


lunedì 7 ottobre 2019

Non tutti i PIIGS sono uguali: un confronto tra Portogallo e Irlanda





di Luka Nikolic


La crisi dell'eurozona è stata evidenziata da cinque Paesi: Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna e Grecia. Queste nazioni sono state ritenute le principali colpevoli della crisi della zona Euro a causa della loro spesa pubblica eccessiva. Vale a dire, disavanzi eccessivi associati a livelli di debito elevati. Sono stati soprannominati dai media come "PIIGS".

Tuttavia mettere tutti e cinque questi Paesi nello stesso calderone non ci permette di vedere i veri colpevoli della crisi della zona Euro. Ci sono Irlanda e Spagna che non avevano importanti problemi di irresponsabilità fiscale, i cui livelli di debito sono aumentati a causa dei salvataggi e della crisi. Poi ci sono l'Italia, il Portogallo e la Grecia: questi Paesi hanno visto crescere la spesa pubblica sin dagli anni '60 e non ci si poteva aspettare che cambiassero in base a qualche restrizione dell'UE sui livelli di deficit e debito; soprattutto quando il sentimento politico in tali Paesi non è a favore dei mercati liberi. Mettere tutti e cinque i Paesi nello stesso calderone non ci permette di vedere chi perseguisse veramente politiche fiscali irresponsabili.

Tabella: indice della libertà economica



Portogallo

Il Portogallo ha sempre avuto uno stato sociale gravoso, unito ad un'economia basata sull'intervento statale. Nel 1962 fu avviata la Riforma del welfare, creando un sistema unificato di welfare. Questa riforma ha esacerbato la spesa per il welfare, che ha raggiunto il 4% del PIL nel 1969. All'epoca sembrava un aumento trascurabile, tuttavia l'incremento è stato ancora maggiore dal 1969 al 1974. L'aumento durante questo periodo di cinque anni era dovuto principalmente ad una copertura aggiuntiva fornita a gruppi fino a quel momento non protetti, oltre a fornire prestazioni come pensioni e sussidi alle famiglie. Come risultato, tra il 1971 e il 1974 la spesa per il welfare è salita ad un ritmo di circa il 36% all'anno. Circa il 64% di questo aumento ha rappresentato un aumento della spesa per le pensioni. Anche con tutte queste nuove tendenze, prima della rivoluzione del 1974, le spese per il welfare in percentuale del PIL in Portogallo non hanno mai superato il 6%. Tuttavia le cose hanno iniziato a cambiare in seguito alla caduta del regime di Estado Novo. La spesa per il welfare ha superato il 10% negli anni '80 e nel 1995 era del 15% circa. Alla fine ha superato il 20% dopo il nuovo millennio.

L'aumento delle spese per il welfare non indica che i tempi prima della rivoluzione fossero migliori. Il dittatore portoghese António de Oliveira Salazar era un dittatore fascista che governò il Paese per decenni. Il regime autoritario di Estado Novo di Salazar era basato su un sistema economico corporativo che intendeva sostituire la competizione individuale con la collaborazione dei più importanti gruppi sociali del processo produttivo. Con la caduta di Estado Novo nel 1974, i rivoluzionari si trovarono di fronte ad una miriade di compagnie statali, governate da amici intimi del dittatore e dell'élite commerciale. Tuttavia, invece di aprire l'economia e consentire alle imprese estere di entrare nel mercato e smantellare le inefficienze economiche, i rivoluzionari nazionalizzarono le aziende nei settori chiave. Inoltre, nella costituzione del 1976, il preambolo affermava la necessità di direzionare la società verso un orizzonte socialista. Vennero approvate leggi che hanno reso arduo licenziare i dipendenti a tempo pieno, alle persone sono stati concessi "diritti" per quanto riguarda lavoro, casa, istruzione, cultura, salute e una miriade di altre cose. Questi "diritti" di solito si traducono in spese e tasse più elevate. Prima della rivoluzione, il Portogallo spendeva il 20% del PIL in beni di prima necessità come spese militari e magistratura; tuttavia tale numero è aumentato al 46% dopo la rivoluzione. Inoltre il Portogallo ha fatto registrare un deficit fiscale ogni anno sin dalla rivoluzione del 1974.

Queste politiche non competitive hanno avuto un impatto economico significativo sul Portogallo, il cui PIL pro-capite era il 66% della media europea negli anni successivi alla rivoluzione del 1974; tuttavia questo numero è presto sceso al 60% nel 2000. Negli anni '80 sono state apportate modifiche alla costituzione per favorire la privatizzazione e l'adesione del Portogallo all'UE ha portato cambiamenti positivi, tuttavia la sua economia era un enorme stato sociale costruito su un terreno instabile e sponsorizzato dallo stato.

Figura: spesa per il welfare in % del PIL in Portogallo



Irlanda

L'Irlanda è forse l'economia più liberale di tutti i Paesi periferici e tra le più libere nell'UE. Per questo motivo è difficile capire perché è stata fatta rientrare nella stessa categoria degli altri quattro Paesi, le cui economie non sono così liberali. L'economia irlandese era, in una certa misura, troppo competitiva. Allora aveva l'aliquota d'imposta sulle società più bassa nella zona Euro, al 12,5%, il che ha attratto molte attività sull'isola. Inoltre le banche hanno avuto accesso a credito a basso costo grazie ai tassi d'interesse bassi e al sostegno implicito all'euro da parte della comunità politica. Ciò ha significato essenzialmente che le banche potevano prestare grandi somme, sapendo che lo stato le avrebbe salvate. Pertanto è abbastanza difficile parlare dell'Irlanda sotto la stessa luce di tutti gli altri Paesi. Sebbene l'Irlanda abbia sicuramente avuto certe politiche che non erano ideali in un'economia laissez-faire, l'economia nel suo insieme si basava su una base abbastanza solida. Vale a dire, c'è stato un intervento statale nel settore dell'edilizia abitativa attraverso varie agevolazioni fiscali che hanno alimentato la bolla immobiliare. Concedere agevolazioni fiscali solo per un certo bene, va a distorcere il mercato facendo apparire più costosi altri investimenti che altrimenti sarebbero stati più redditizi. Tuttavia, anche questo fatto non è di gran conto, poiché le agevolazioni fiscali per le abitazioni esistono quasi ovunque.

L'euro ha svolto un ruolo importante nella bolla irlandese. La crescita annuale dell'offerta di moneta è salita passando da un -6,7% nel 2003 al 22% nel 2006. Il suo tasso di riferimento principale era di circa il 13% prima dell'introduzione dell'euro alla fine degli anni '90, mentre il tasso di rifinanziamento principale della BCE era appena il 2% nel 2003. La crescita delle attività bancarie irlandesi è passata dal 7,4% nel 2002 al 31% nel 2005. Il debito pubblico lordo in percentuale del PIL era del 38,7% all'inizio del millennio, riducendosi costantemente fino al 27,7% nel 2007. Pertanto è evidente che la politica fiscale del governo non era il problema, ma è diventata un problema solo dopo la crisi. Il debito pubblico lordo in percentuale del PIL è quasi raddoppiato nel 2008, al 47,5%, e alla fine del decennio era dell'83,5%. Il debito pubblico lordo è aumentato solo quando l'Irlanda ha deciso di salvare il suo sistema bancario.



Conclusione

L'etichetta "PIIGS" non permette di vedere bene l'intero quadro dei colpevoli della crisi dell'Eurozona. Inoltre la dicotomia macroeconomica tra Portogallo e Irlanda (e molti altri Paesi della zona Euro) mette in discussione l'intero progetto dell'euro. Senza l'euro i problemi del Portogallo sarebbero limitati al Portogallo, e lo stesso dicasi per Grecia ed Italia. Al limite si potrebbe accettare un'area monetaria comune con Paesi i cui livelli di sviluppo sono simili, tuttavia unire un Paese che si basa sulla spesa pubblica con uno che si basa sul laissez-faire è un suicidio. Ciò crea una situazione in cui la banca centrale avvantaggia i Paesi meno sviluppati e consente al loro comportamento irresponsabile di essere sostenuto da quei Paesi che invece seguono le regole.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/