giovedì 6 ottobre 2022

Bitcoin: l'inevitabile percorso verso l'adozione mondiale

 

 

da Bitcoin Magazine

Se gli ultimi 700 anni sono indicativi, le valute di riserva hanno una durata di conservazione di circa 100 anni. Il dollaro è diventato ufficialmente la valuta di riserva mondiale 77 anni fa (Bretton Woods, 1944). Probabilmente era la valuta di riserva già alla fine degli anni '20.

Da una prospettiva storica, il dollaro è nel crepuscolo del suo stato di valuta riserva. Insieme al fatto che anche gli Stati Uniti stanno espandendo l'offerta di denaro in modo esponenziale (svalutando, nel processo, il potere d'acquisto dell'offerta esistente di dollari), e per dirla educatamente, questo ritmo di crescita è insostenibile.

Fonte: Cryptokek

Per la cronaca, la Federal Reserve non è l'unica. La maggior parte delle principali banche centrali del mondo sta seguendo questa stessa tendenza. Gli esempi includono la Banca centrale europea (BCE), la Banca del Giappone (POJ) e la Banca popolare cinese (PBOC), solo per citarne alcune. Francamente la maggior parte delle principali banche centrali sta gareggiando per vedere chi può svalutare la propria valuta più rapidamente.

Fonte: Haver Analytics

Stanley Druckenmiller, che è considerato un investitore leggendario grazie ai suoi studi di storia e macroeconomia, pensa che il dollaro perderà lo status di valuta di riserva entro 15 anni.

“Non riesco a trovare nessun periodo nella storia in cui la politica monetaria e fiscale fosse così fuori passo con le circostanze economiche, nemmeno uno.” — Stanley Druckenmiller

Quindi se il dollaro ha una sorta di data di scadenza a causa dei precedenti storici e a causa dell'irresponsabilità monetaria/fiscale, cosa verrà dopo? Cosa sostituirà il dollaro? Un'altra valuta fiat? È possibile, ma la mia ipotesi è che i giorni in cui ci si fidava di uno strumento centralizzato per mantenere un'offerta monetaria stabile sono finiti. Perché fidarsi quando si può semplicemente verificare? Si potrebbe argomentare che l'oro è l'asset di riserva odierno in quanto è detenuto dalla maggior parte delle banche centrali.

Per me l'oro è il passato, mentre Bitcoin è il futuro. Bitcoin è decentralizzato, facilmente verificabile, immutabile, divisibile ed è facilmente amalgamabile in un'economia globale in continua crescita. Bitcoin è già a corso legale in El Salvador, uno status che sarà difficile da raggiungere per l'oro a causa dei suoi limiti di trasporto e divisibilità. C'è un'ondata di adozione di Bitcoin in corso in diversi settori dell'economia.

Negozi al dettaglio, istituzioni, governi, fondi pensione, fondi d'investimento immobiliare e banche stanno accumulando bitcoin. La diversità dell'accumulo produce l'adozione della "Teoria dei giochi", accumulo che si sta verificando molto più rapidamente di quanto la maggior parte avrebbe previsto. Ad esempio, El Salvador è diventato il primo governo a rendere Bitcoin a corso legale nel settembre 2021. Oggi ci sono più residenti con wallet Bitcoin rispetto ai tradizionali conti bancari. A partire dall'ottobre 2021, le esportazioni di beni sono cresciute del 34% in El Salvador, mentre si prevede che il prodotto interno lordo (PIL) sarà superiore al 10% nel 2022, rendendo la nazione una delle economie in più rapida crescita dell'America centrale.

El Salvador continua ad acquisire bitcoin a ritmo battente e, al momento della stesura di questo articolo, possiede circa 1.220 bitcoin. L'adozione di Bitcoin è una corsa all'accumulo; il fatto è che la maggior parte non si rende conto che la pistola ha già sparato e la gara è iniziata. Chiedete a Michael Saylor di MicroStrategy se ha intenzione di vendere, per non parlare di smettere di accumulare più bitcoin.

A livello di governo, il Laos mina bitcoin e si aspetta di guadagnare $190 milioni nel 2022. Tonga sta attivamente redigendo una legislazione per rendere Bitcoin a corso legale nell'autunno del 2022. Panama, Zimbabwe e Ucraina stanno tutti esaminando una possibile adozione; Singapore cerca di diventare un hub Bitcoin.

"Pensiamo che l'approccio migliore non sia quello di reprimere o vietare queste cose", ha affermato Ravi Menon, amministratore delegato della Monetary Authority di Singapore.

Il presidente di El Salvador si trova attualmente in Turchia, il primo Paese del G20 a sperimentare una quasi iperinflazione. Immagino che Nayib Bukele parlerà dei vantaggi che l'adozione di Bitcoin come moneta a corso legale potrebbe apportare al popolo turco.

Per ogni caso come la Cina, che ha scelto di chiudere le porte a Bitcoin, ci sono altri due Paesi pronti ad abbracciarlo. Non si può vietare Bitcoin, un Paese può solo scegliere d'ignorarlo, ma non scomparirà. Ignoratelo a vostro rischio e pericolo. La Bulgaria possiede 213.518 bitcoin, l'Ucraina ne possiede 46.351, la Finlandia 1.981 ed El Salvador, al momento in cui scriviamo, 1.220.

Fonte: Buy Bitcoin WorldWide

Anche nei Paesi in cui i governi non presentano politiche favorevoli all'adozione di Bitcoin, alti livelli di adozione da parte dei cittadini possono forzare la mano di quegli stessi governi. Nigeria e Turchia sono due ottimi esempi. L'adozione da parte dei cittadini sta prendendo piede in Paesi di tutto il mondo. Nel 2020, secondo il sondaggio globale di Statista, il 32% dei cittadini in Nigeria, il 21% in Vietnam, il 20% nelle Filippine e il 16% in Turchia e Perù hanno dichiarato di aver utilizzato o posseduto "criptovalute".

Fonte: Statista

Si sta verificando anche un accumulo da parte di aziende. A giugno 2021 34 società pubbliche detenevano collettivamente oltre 213.000 bitcoin. MicroStrategy e Tesla erano le più grandi. La maggior parte delle aziende che ha adottato Bitcoin lo ha fatto negli ultimi 18 mesi.

Fonte: Buy Bitcoin WorldWide

Google ha collaborato con Bakkt per fornire soluzioni di pagamento in Bitcoin; Twitter ha abilitato le mance tramite Lightning Network.

Uno dei più importanti fondi d'investimento immobiliare statunitensi, SL Green Realty Corp., ha investito in bitcoin con un investimento da $10 milioni. Le banche sono un altro settore aziendale che abbraccia attivamente Bitcoin dopo averlo cercato d'ignorare e combattuto per anni. La Commonwealth Bank of Australia, ad esempio, ha consentito a 6 milioni dei suoi clienti di acquistare bitcoin. Le banche devono scegliere se adottare Bitcoin o rischiare di diventare irrilevanti.

Anche i fondi pensione e le compagnie assicurative stanno iniziando a esporsi a Bitcoin. Lo Houston Firefighters Relief and Retirement Fund, in collaborazione con NYDIG, ha acquistato $25 milioni in bitcoin (ed ether) nell'ottobre 2021. MassMutual ha acquistato $100 milioni in bitcoin nel dicembre 2020.

Il motivo per cui i fondi pensione e le assicurazioni sono attratti da Bitcoin è perché hanno bisogno di risparmiare la loro energia monetaria (potere d'acquisto) per il futuro. Con livelli d'inflazione ai massimi da dieci anni a questa parte, i risparmi in contanti (valuta fiat) sono svalutati. Questi fondi sono costretti ad assumere investimenti più rischiosi alla ricerca di rendimenti più elevati per mantenere il loro potere d'acquisto che viene svalutato dall'inflazione.

Possedere Bitcoin è più semplice, poiché consente la possibilità di risparmiare grazie alla sua natura deflattiva.

Il dentifricio (adozione di Bitcoin) non può tornare nel tubetto. L'adozione è cresciuta fino a un livello di saturazione (in termini di scala e diversità) che rende inevitabile un Bitcoin standard futuro. La maggior parte del mondo ha i paraocchi e non riesce ancora a vederlo.

Fonte: Visual Capitalist

Paul Tudor Jones l'ha spiegato meglio: "Bitcoin ha questo enorme contingente di persone alle spalle, intelligenti e sofisticate che ci credono davvero [...]. Questo gruppo, che tra l'altro è in crowdsourcing in tutto il mondo, si dedica attivamente affinché Bitcoin riesca a diventare una riserva di valore".

Potrebbe avere senso comprarne un po', nel caso in cui il ritmo di adozione continui ad accelerare.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 5 ottobre 2022

A cosa diavolo stava pensando Washington?

 

 

di David Stockman

A cosa diavolo stavano pensando quei maledetti neocon di Washington/NATO? In qualsiasi momento negli ultimi nove mesi avrebbero potuto staccare un accordo diplomatico con la Russia che avrebbe:

• evitato/posto fine alla guerra in Ucraina, salvando così decine di migliaia di vite ucraine e centinaia di miliardi di costi economici e distruzione;

• consentito alla popolazione di lingua russa nel Donbass un sostanziale grado di autogoverno e autonomia dal governo ostile di Kiev;

• permesso allo storico territorio russo della Crimea di rimanere sotto il controllo russo in base ai desideri della schiacciante maggioranza della sua popolazione di lingua russa;

• tenuto la NATO fuori dall'Ucraina e i suoi missili lontani dalle porte della Russia;

• rimosso le basi missilistiche della NATO dai vecchi Paesi del Patto di Varsavia, dove la NATO si era espansa in violazione della solenne promessa di Washington, fatta al momento della riunificazione tedesca, di non estendere la NATO "di un pollice verso est".

Ciò avrebbe favorito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dell'Europa, consentito all'allora fiorente commercio pacifico dell'Europa con la Russia di continuare ed evitato l'attuale piaga globale dell'aumento vertiginoso dei prezzi dell'energia e dei generi alimentari causato dalla Guerra delle Sanzioni?

Sì, assolutamente!

Quindi sorge spontanea una domanda: quale percorso alternativo prevedeva Washington/NATO e in che modo le probabili conseguenze avrebbero potuto essere migliori rispetto allo scenario sopra riassunto?

Il fatto è che, dopo l'ultimo discorso di Putin, l'espressione "disastroso epilogo" è appena sufficiente per descrivere lo scenario che ci attende. Questo perché ha tenuto a precisare che la relativa moderazione delle "Operazioni Militari Speciali" della Russia è ora finita, e ciò che ci attende è una guerra politica e militare su vasta scala che può finire solo con una calamità per l'Ucraina, la NATO e in effetti il ​​mondo intero.

Il nocciolo della questione è che Putin ora sta:

• mobilitando l'intero PIL della Russia, che è almeno 15 volte maggiore di quello che resta dell'Ucraina;

• radunando 300.000 nuove riserve, o il doppio del numero di forze russe finora dispiegate;

• abbandonando la politica di non attaccare la rete elettrica civile e il sistema ferroviario dell'Ucraina, i quali sono stati fino a oggi cruciali per la sopravvivenza dell'Ucraina e la fornitura di armi da parte dell'Occidente attraverso il confine occidentale e attraverso la rete ferroviaria interna;

• preparando ad annettere le due repubbliche separatiste del Donbass a est e le regioni di Kherson e Zaporizhzhia a sud dopo l'indizione frettolosa di referendum, i quali trasformeranno la guerra in un esplicito attacco della NATO alla Russia.

Kiev e Washington stanno gridando a gran voce che questi referendum sono una "farsa" ed è probabile che il conteggio delle schede non sarà migliore di quello avvenuto nello stato della Georgia nel 2020.

Ma il fatto è che queste regioni sono popolate da persone di lingua russa che non hanno amore o lealtà per il governo anti-russo di Kiev; si sono già schierate in gran numero per la cittadinanza russa e, in ogni caso, temono la punizione dell'esercito e dei servizi segreti ucraini molto più di quanto temono i russi.

Detto diversamente, le popolazioni delle Repubbliche popolari di Donetsk (DPR) e Luhansk (LPR) e quelle delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia non chiedono di essere "liberate" dagli eserciti ucraini, brutali e vendicativi quanto quelli russi, e sicuramente non gliene frega niente dell'ipocrita propaganda di Washington/NATO sullo stato di diritto e la santità dei confini.

Infatti la stragrande maggioranza della popolazione (75-90%) di queste regioni ha votato per il candidato filo-russo in tutte le elezioni presidenziali tenutesi in Ucraina da quando il pugno di ferro dell'Unione Sovietica è stato revocato nel 1991.

Vale a dire, hanno implicitamente votato per la secessione di un Paese che non è mai esistito fino a quando non è stato inchiodato insieme dal governo tirannico di Lenin, Stalin e Krusciov dopo il 1922. Questi ultimi effettuarono un riarrangiamento arbitrario di confini che erano esistiti per più di 200 anni, dando vita al progetto comunista della Repubblica Socialista Sovietica dell'Ucraina; una nazione, quindi, nata dai capricci e dalla comodità del loro governo.

Ma ora, nel giro di poche settimane, i confini dell'Ucraina saranno riportati allo status quo precedente alla prima guerra mondiale. Che sia giusto o meno, il voto sarà a stragrande maggioranza a favore della separazione e su richiesta dei popoli della "Novorussiya" Putin ha indicato che queste regioni torneranno a essere territori ufficiali della Russia.

Ciò significa, a sua volta, che la guerra della NATO a sostegno del regime di Kiev diventerà una guerra esplicita sul territorio della Russia. E questo sicuramente fa presagire un finale sanguinoso e disastroso, perché l'unico modo per non finire in un armistizio dopo innumerevoli morti e distruzioni, seguiti dalla secessione dei nuovi territori "russi", è se l'Ucraina vincerà la guerra.

Non succederà. Neanche tra un milione di anni.

Una volta che Mosca si toglierà i guanti e taglierà la rete elettrica e il sistema ferroviario dell'Ucraina, sarà tutto finito. Il massiccio flusso di armamenti occidentali, che ha tenuto Kiev in gioco fino a oggi, sarà drasticamente ridotto e la popolazione civile nelle aree controllate da Kiev sarà lasciata al freddo, preparandosi a tremare nell'oscurità mentre si avvicina il rigido inverno ucraino.

Né la presunta vittoria a sorpresa delle forze ucraine nell'area di Kharkiv nelle ultime settimane cambia lo scenario. Cosa hanno ottenuto? Il sacrificio di migliaia di truppe ucraine a Kherson per riguadagnare alcune migliaia di miglia quadrate di steppa aperta poco popolata intorno a Kharkiv.

Anche così, la presunta tesi dell'esercito russo in frettolosa ritirata non era affatto vera. L'area era stata per lo più occupata e difesa dai volontari poco addestrati della Repubblica di Luhansk, non dai professionisti addestrati delle forze armate russe.

Ora che l'esercito ucraino ha cacciato i volontari di Luhansk e occupato le terre aperte della steppa, resta al dominio russo della guerra aerea e di artiglieria circondare i presunti vincitori e polverizzarli dall'aria e tramite l'artiglieria a lungo raggio.

Vale a dire, in poche settimane la "vittoria" ucraina scomparirà dai media generalisti, così come tante altre presunte battute d'arresto dell'esercito russo.

Invece le notizie riguarderanno la brutalità degli attacchi russi alle infrastrutture energetiche e di trasporto dell'Ucraina; i blocchi stradali che bloccheranno le armi fornite da USA/NATO al fronte di battaglia; e il fatto che senza nuovi aiuti da parte di Washington, oltre i $50 miliardi già autorizzati, la vita civile nelle parti del Paese controllate da Kiev sarà sull'orlo del collasso e il regime di Kiev sarà supportato da Washington solo sulla carta man on nei fatti.

In breve, al posto dell'accordo diplomatico che avrebbe potuto essere ottenuto molto tempo riguardo una partizione più sfavorevole dell'Ucraina, l'attuale epilogo sarà o una Kiev e le regioni occidentali in bancarotta senza sbocco sul mare, oppure un'escalation che implica un impegno militare diretto da parte della NATO e porterà il mondo in bilico sull'orlo di una guerra nucleare.

Tanti saluti all'uso dell'Ucraina come carne da cannone per "indebolire la Russia" e per costringere il demonizzato Putin a dimettersi. Al contrario, quando arriverà il freddo e oscuro inverno sull'Europa, saranno i governi europei, che hanno obbedito pedissequamente agli ordini di Washington, a cadere come un domino.

Anzi, sarà la nuova maggioranza repubblicana a Capitol Hill a porre la nostra domanda alla squadra della sicurezza nazionale appuntata da Biden: a cosa diavolo stavate pensando?!


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 4 ottobre 2022

Cosa significa davvero la fine del supporto della FED

 

 

di Tom Luongo

Per più di un anno ho sostenuto che la FED stava restringendo l'offerta di dollari. Quando ho lanciato l'idea per la prima volta, è stata accolta con un intenso scetticismo e, per la maggior parte, lo è ancora.

La FED è stata a lungo il sacco da boxe del denaro reale e della finanza alternativa perché, francamente, se lo è meritato. Per la generazione passata, fino a giugno del 2021, la FED ha agito come la banca centrale del mondo.

Ma stiamo rapidamente raggiungendo il momento in cui molte persone stanno finalmente iniziando a rendersi conto che forse la tanto decantata "FED Put", la convinzione che la FED venga sempre in soccorso del mercato, non si farà vedere tanto presto; anzi molto probabilmente rimarrà assente.

Ogni volta che c'era una grave crisi all'orizzonte, la FED era sempre lì per fornire al mondo i dollari necessari per evitare che le cose crollassero completamente. Ciò è stato particolarmente vero all'indomani della Lehman Brothers e della crisi immobiliare del 2008, la quale ha infranto lo standard di riserva del dollaro post-Bretton Woods, introdotto dalla politica monetaria di Paul Volcker nei primi anni '80.

La crisi del 2008 ha portato alle scosse di assestamento dell'estate 2011, quando gli Stati Uniti hanno perso il rating AAA sul proprio debito e l'oro è salito oltre $1900 l'oncia per i timori che la crisi del debito sovrano in Europa sarebbe stata al centro della scena.

Solo una dichiarazione di politica coordinata dei principali attori – FED, BCE, BoJ, BNS e BoE – ha impedito al sistema di crollare. Sia con Ben Bernanke che con Janet Yellen, la FED si è dimostrata più e più volte riluttante a lasciare che i prezzi degli asset scendessero per timore che ciò avrebbe abbattuto il sistema bancario commerciale.

A tal fine, queste banche centrali si sono alternate a espandere i propri bilanci attraverso il QE fino alla fine del mandato della Yellen alla fine del 2017, poi Jerome Powell ha assunto la carica di presidente della FED. L'incombente crisi dei titoli obbligazionari statunitensi ha costretto la Yellen a iniziare il ciclo di tightening, accelerato poi da Powell.

I tassi a zero hanno alimentato programmi di riacquisto di azioni e un massiccio boom delle azioni in tutto il mondo. E con essi gli strati superiori della Piramide di Exter si sono espansi, mentre la base è stata puntellata non con un'espansione dei prezzi dell'oro, o delle riserve, ma con la base monetaria, ovvero M0.

Non possiamo definire il QE "denaro in circolazione", perché la maggior parte di esso, se non tutto, è stato sterilizzato come riserve bancarie in eccesso. Quindi bisogna andare in fondo alla piramide, anche se per lo più era solo debito pubblico. Visualizzare tutto questo come un'espansione del livello del debito pubblico è la metafora sbagliata, perché tale piramide si reggeva in equilibrio precario. È meglio pensare all'era del Coordinamento bancario centrale come un tentativo di sostenere una torre pendente di debito con più debito piuttosto che alimentare nuove attività produttive lungo la catena del valore sulla base di un bacino di risparmi ampliati (riserve auree).

Inoltre, al fine d'impedire al prezzo dell'oro di smascherare il bluff collettivo delle banche centrali, abbiamo accettato la finzione che produrre "oro cartaceo" con il QE fosse equivalente ad aggiungere oro fisico alle proprie riserve. Questo è il motivo per cui abbiamo visto esplodere il rapporto tra oro cartaceo e riserve di cambio.

Era nell'interesse di quasi tutti continuare a usare l'oro come copertura monetaria piuttosto che come asset di riserva. Finché nessuno voleva l'oro vero e proprio, l'indebitamento poteva espandersi e la piramide sarebbe rimasta più o meno dritta.

Tale linea di politica ha chiaramente un limite, perché a un certo punto qualcuno smaschera il bluff sul valore del debito creato dal QE e chiede come ci si possa procurare beni mentre tutta l'attività viene concentrata per onorare il debito.

Da dove verrà fuori la crescita effettiva?

Crescita? Come possiamo anche rimanere a galla?

Questa è la trappola del QE e significa che a un certo punto ci sarebbe stata una resa dei conti, perché non potete riscaldare la vostra casa o nutrire i vostri figli con euro o dollari digitali.

Tale resa dei conti doveva arrivare con una delle principali banche centrali che avrebbe rotto il cartello. Questa è la mia tesi da più di un anno.

E solo la FED ha avuto l'incentivo a rompere con il cartello delle principali banche centrali, perché è stata proprio lei a sopportare il peso maggiore della perdita di fiducia.

Per anni abbiamo sentito parlare di come Mario Draghi fosse il mago d'Europa. L'euro è rimasto troppo forte troppo a lungo, il mercantilismo tedesco era ancora alimentato dalla sua leva sul gas russo a buon mercato.

La BNS ha sfruttato questo periodo per diventare il più grande hedge fund azionario del mondo.

La Banca del Giappone è stata autorizzata a trasformare lo yen in un meccanismo di carry trade definitiva con il suo folle controllo della curva dei rendimenti, cosa che continua ancora oggi.

E alla Banca d'Inghilterra è stato permesso di perpetuare il mito che la sterlina fosse una valuta coperta da qualcosa di diverso dai servizi finanziari e dalle attività di compensazione della City di Londra.

Ma la credibilità della FED è svanita a poco a poco, ogni volta che l'Europa ha preso un raffreddore la FED si è presentata con il brodino vegetale monetario. Ora la FED sta affrontando la stessa crisi di fiducia affrontata da Volcker quando prese il posto di Arthur Burns.

Ma abbiamo due generazioni di attori di mercato che non hanno mai dovuto affrontare una cosa del genere. Il loro imprinting è che la FED avrebbe sempre coperto le loro spalle. In passato ho avvertito di questa idea: gente che si sta avvicinando al pensionamento e che non ha mai dovuto trattare in un vero mercato ribassista statunitense.

Quindi pensate davvero che siamo arrivati ​​al punto in cui la maggioranza delle persone è convinta che la "FED Put" sia un ricordo del passato? Io no.

Guardo il compiacimento degli spread creditizi e scuoto la testa. La gente non ha ancora capito che l'UE è pronta a sacrificare il proprio popolo sull'altare della deindustrializzazione, della carestia e della militarizzazione in una campagna donchisciottesca per liberare il mondo dall'energia russa?

Pensate davvero che la FED salverà queste persone anche questa volta? Perché dovrebbe? Non importa se considerate gli Stati Uniti come distruttori dell'Europa o come baluardo contro i globalisti neofeudali eurocentrici: il risultato è lo stesso.

Come diceva il tizio di Seinfeld: "Niente eurodollari per voi!"

Solo perché i presidenti della FED hanno sempre fatto inversione di marcia al primo segno di difficoltà in passato, soprattutto quando sono eruttati i problemi in Europa, non significa nulla. Ciò che conta sono le minacce a cui la FED sta rispondendo in questo momento; e se andate fino in fondo a queste minacce, è chiaro quale sia la migliore linea d'azione.

Nessuna inversione di marcia, nessuna "Put", niente più Banca Centrale del Mondo.

Il più grande rischio di coda nei mercati oggi è tal compiacimento, come quelle analisi secondo cui la FED sta solo facendo la voce grossa e a un certo punto la smetterà.

Questo è il motivo per cui così tante persone hanno creduto alle sciocchezze dopo il rialzo dei tassi a luglio, ovvero che avrebbe invertito la rotta, non perché lo volesse veramente, ma perché così tanti avevano bisogno di crederci date le posizioni dei loro libri contabili.

Ma gli incentivi ci sono, soprattutto nel più ampio contesto geopolitico: c'è un nuovo mondo all'orizzonte che offre molti incentivi positivi per le banche e le imprese americane se la FED tiene la barra dritta da qui.

Ciò è particolarmente vero se l'Europa continua sulla sua strada senza fare inversione di marcia sulla sua politica energetica. La Russia ha appena iniziato a stringere in una morsa l'Europa.

Lo scetticismo che ottengo quando si leggono queste tesi non affronta mai questo punto: e se il futuro degli Stati Uniti fosse più roseo dopo un prolungato rallentamento e riorganizzazione rispetto alla priorità di mantenere il proprio Impero?

La FED può tenere sulla graticola il Congresso in assenza di acquisti da parte di una banca centrale estera?

E se l'assunto di chi guida l'Impero fosse sbagliato e in realtà non fossero gli Stati Uniti ma le stesse persone che stanno consolidando il potere in Europa proprio ora?

Dopotutto, il mondo si sta de-dollarizzando. Abbiamo da poco assistito a un vertice SCO a Samarcanda che si è svolto senza intoppi, dopo che tutti i principali partecipanti sono stati assediati da nuovi conflitti lungo il ventre della Russia.

Eppure Putin non è stato emarginato; tutto il contrario, in realtà.

Per quelli che pensano che io sia fuori fuoco, in un mondo multipolare in cui il dollaro è calato d'importanza, ma non distrutto, non è ridondante una "FED Put" mondiale?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


lunedì 3 ottobre 2022

Cos'è il Grande Reset? Parte V: l'ideologia woke

 

 

di Michael Rectenwald

Negli articoli precedenti ho discusso del Grande Reset e ho introdotto diversi modi per comprenderne l'economia. Il Grande Reset può essere pensato come neofeudalesimo, come "socialismo corporativista", come "capitalismo con caratteristiche cinesi" e in termini di "capitalismo degli stakeholder" contrapposto al cosiddetto "neoliberismo". Nelle prossime puntate intendo trattare gli aspetti tecnologici (transumanisti) e monetari (ulteriore accentramento bancario e valuta digitale) che Klaus Schwab e altri anticipano e prescrivono.

In questo articolo voglio prendere in considerazione l'aspetto ideologico del Grande Reset. In che modo i pianificatori intendono stabilire ideologicamente tale reset? Cioè, come avverrebbe un reset della mentalità di massa senza ribellione di massa? Dopotutto, se il Grande Reset vuole prendere piede, sarà necessario un certo grado di conformità da parte della popolazione, nonostante il controllo rafforzato, esteso e più capillare sulla popolazione che la tecnologia transumanista e una valuta digitale centralizzata permetterebbero.

Questa è la funzione dell'ideologia: come ha affermato lo storico marxista, Richard Lewontin, funziona "convincendo le persone che la società in cui vivono è giusta ed equa, o se non giusta ed equa è inevitabile, e che è del tutto inutile ricorrere alla violenza".[1] L'ideologia stabilisce la “legittimazione sociale” che Lewontin considera necessaria per ottenere il consenso dei governati. "Il campo di battaglia è nella testa delle persone, e se la battaglia viene vinta su tal terreno, allora la pace e la tranquillità della società sono garantite".[2] L'ideologia per questo motivo non equivale alla visione del mondo. È piuttosto la programmazione mentale necessaria per il dominio e il controllo senza l'uso della forza. L'indottrinamento ideologico è più facile, meno disordinato e meno costoso della violenza statale.

Alcuni potrebbero sostenere che l'ideologia del Grande Reset sia semplicemente un'ideologia socialista-comunista. Dopotutto, per molti aspetti, l'ideologia socialista-comunista sostiene ciò che il Grande Reset promette di realizzare. E questo potrebbe funzionare per alcuni: ci sono quelli che accetterebbero, su basi socialiste, l'"equità" e l'"uguaglianza" che il Grande Reset promette. I socialisti potrebbero trascurare o giustificare il controllo oligarchico della società sulla base della presunta equità e uguaglianza tra la massa della popolazione e sulla presunzione che l'oligarchia sarà rovesciata in un futuro non molto lontano. Il socialismo incorpora una predisposizione livellante che premia l'"uguaglianza" tra la maggioranza visibile, anche quando tale uguaglianza rappresenta una grande perdita per molti soggetti altrimenti della "classe media". Infatti il Partito Comunista Rivoluzionario statunitense, compreso il suo leader, Bob Avakian, hanno ammesso che il socialismo mondiale significherebbe standard di vita ridotti per gran parte del mondo, specialmente negli Stati Uniti. Non hanno avuto problemi con questa confessione, infatti la prospettiva gli piaceva. Senza dubbio, come ha suggerito Friedrich Nietzsche, il socialismo è alimentato, almeno in parte, dal risentimento e dall'invidia nei confronti di chi possiede qualcosa. Si potrebbe dire molto altro sull'approvazione da parte dei socialisti, o almeno l'accettazione condizionale e temporanea, dei grandi oligarchici monopolistici e sulla loro preferenza per il corporativismo rispetto ai piccoli.[3] I socialisti considerano la monopolizzazione sotto il capitalismo come un qualcosa d'inevitabile, una necessità per produrre un obiettivo più consolidato da rovesciare e come un segno dell'imminente crollo del capitalismo e dell'imminente apocalisse socialista-comunista.

Allo stesso modo, molti socialisti saranno in linea di principio suscettibili al Grande Reset, specialmente quelli che accettano la sua retorica. Ma nonostante tutta la sua ritrovata popolarità, il socialismo-comunismo non rappresenta ancora la maggioranza. Sebbene popolare tra giovani e giovanissimi, il socialismo-comunismo rimane sgradevole per molti. È considerato alieno, oscuro e connota vagamente qualcosa di negativo. Ma soprattutto, per le ragioni che esporrò di seguito, l'ideologia socialista-comunista non è l'ideologia che meglio si adatta agli obiettivi del Grande Reset. È qui che entra in gioco la wokeness.

Che cos'è esattamente la wokeness? Come ho scritto in Beyond Woke:

Secondo il credo della giustizia sociale, essere "woke" significa risveglio politico derivante dall'emergere di una coscienza e una coscienziosità riguardo l'ingiustizia sociale e politica. Essere "woke" significa iscrizione indelebile della consapevolezza davanti l'ingiustizia sociale, consapevolezza che provoca il pungiglione della coscienza, che costringe a cambiare le proprie convinzioni e comportamenti.[4]

Questa è la definizione di wokeness più vicina possibile alla realtà, spogliata da tutte le affermazioni personali di coloro che la abbracciano. Naturalmente l'etimologia della parola "woke", e come sia diventata un aggettivo per descrivere coloro che si sono risvegliati di fronte alla coscienza dell'ingiustizia sociale e politica, è un'altra questione. Discuto dell'etimologia in Google Archipelago:

"Woke" è il participio passato e passato di "wake". Significa "essersi svegliati". Ma, negli anni '60, "woke" iniziò a funzionare anche come aggettivo, acquisendo il significato figurativo nella comunità afroamericana di "ben informato" o "aggiornato". Nel 1972 iniziò a descrivere un'elevata coscienza politica. Nel 2017 l'Oxford English Dictionary ha riconosciuto la consapevolezza sociale dei "woke" e ha aggiunto la definizione: "Attenzione alla discriminazione e all'ingiustizia razziale o sociale".[5]

Eppure ci sono tante definizioni di wokeness quante le persone che ne hanno sentito parlare, come nel caso della maggior parte delle cose meno controverse. Sono sicuro che altri suggeriranno che dovrebbe essere definita in modo completamente diverso, ma la definizione di cui sopra e le rappresentazioni storico-semantiche sono sufficienti per i nostri scopi. Secondo gli aderenti, quindi, la wokeness è una maggiore consapevolezza dell'ingiustizia sociale e politica e la determinazione a sradicarla.

Ma cosa potrebbe avere a che fare con il Grande Reset? La wokeness non è rivolta a chi soffre, le cui lamentele, o lamentele immaginarie, vorrebbero una riparazione della società, tale ideologia agisce sulla maggioranza, i presunti beneficiari dell'ingiustizia. Lo fa facendo capire alla maggioranza che ha beneficiato di "privilegi" basati sul colore della pelle (bianco), sul genere (patriarcato), sulla propensione sessuale (eteronormatività), sul luogo di nascita (colonialismo, imperialismo e primo mondanismo), sul genere d'identità (cis gender) e sull dominio della natura (specismo) solo per citarne alcuni. L'elenco potrebbe andare avanti, ma l'idea di base è che questa maggioranza deve essere riabilitata, per così dire. Le masse devono capire che hanno ottenuto tutti i vantaggi di cui hanno finora goduto sulla base del trattamento ingiusto degli altri, direttamente o indirettamente, e questo trattamento ingiusto si basa sulle circostanze della nascita. Il “privilegio” della maggioranza è arrivato a spese di quelle minoranze designate come beneficiarie della wokeness e quest'ultima è il mezzo per rettificare tutte le ingiustizie.

E quali sono gli effetti di essere ripetutamente rimproverati, di sentirsi dire che si è stati beneficiari di “privilegi” immeritati, che la propria ricchezza e il proprio benessere relativi sono andati a scapito degli altri? Vergogna, senso di colpa, rimorso, indegnità. E quali sono gli adeguamenti attitudinali e comportamentali che la maggioranza deve adottare? Avere meno. L'ideologia woke prevede che uno perda i propri diritti, perché anche essi sono a spese di altri.

Pertanto la wokeness abitua la maggioranza alle aspettative ridotte che ho introdotto nel mio primo articolo su questa serie sul Grande Reset. Lo fa instillando la convinzione dell'indegnità della maggioranza a prosperare e godersi la vita. La wokeness indottrina la maggioranza a un futuro senza proprietà (almeno per loro), mentre gratifica la Sinistra, i suoi principali propagatori ideologici, con un senso di superiorità morale.

Rimane una domanda: perché la wokeness è più adatta agli obiettivi del Grande Reset rispetto all'ideologia socialista-comunista? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo ricordare i punti di forza del socialismo-comunismo. Nonostante il livellamento che ho menzionato sopra, il socialismo-comunismo è promissario: promette benefici, non svantaggi; non opera promettendo alla maggioranza che perderà al momento della sua istituzione, al contrario, il socialismo-comunismo promette condizioni notevolmente migliorate (equità e uguaglianza, ma anche prosperità per la massa che le è stata negata sotto il capitalismo). I lavoratori del mondo sono chiamati a unirsi, non sotto la prospettiva di aspettative ridotte, ma sulla base di grandi aspettative; non, secondo Marx, per stabilire un'utopia, ma almeno per distruggere e sostituire l'attuale distopia con una cornucopia condivisa. Sappiamo, ovviamente, come questa promessa venga mantenuta, ciononostante continua a essere creduta da troppi in mezzo a noi.

Abbiamo visto, d'altra parte, il carattere sottrattivo dell'ideologia woke: richiede la decadenza dei vantaggi per motivi morali. A differenza del socialismo-comunismo, non offre potere né sostiene l'acquisizione dei mezzi di produzione con mezzi politici. La wokeness è una forma di recriminazione che obbliga all'abdicazione, non all'acquisizione, dei beni.

L'ideologia woke ha dissodato il terreno e piantato i semi per il raccolto che il Grande Reset prospetta per l'élite dominante. La wokeness è stata creata intenzionalmente per questo scopo? Non credo, ma tuttavia viene adottata per questi fini, così come altre formazioni ideologiche sono state utilizzate per altri fini. Le élite dominanti si appropriano dei mezzi disponibili a loro disposizione per realizzare i propri piani, comprese le ideologie disponibili. L'ideologia woke era disponibile e pronta per l'appropriazione e l'applicazione. La wokeness serve al meglio il Grande Reset e quindi ne vediamo il linguaggio nei libri e in altra letteratura dedicata alla sua istituzione: equità, inclusione, ecc.

Naturalmente la wokeness non funzionerà su tutti, ma la richiesta è stata resa così universale che i dissidenti impenitenti e non conformi sono considerati regressivi, reazionari, razzisti, suprematisti bianchi e altro, e sono respinti, se non puniti, sulla base di questi motivi. La wokeness ha così raggiunto il predominio, contrastarla sarà un requisito importante per sfidare il Grande Reset.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


👉 Qui il link alla Prima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-i.html

👉 Qui il link alla Seconda Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-ii.html

👉 Qui il link alla Terza Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-iii.html

👉 Qui il link alla Quarta Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-iv.html

👉 Qui il link alla Sesta Parte: 

👉 Qui il link alla Settima Parte: 

👉 Qui il link all'Ottava Parte:

👉 Qui il link alla Nona Parte:

👉 Qui il link alla Decima Parte:


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Note

[1] R.C. Lewontin, Biology as Ideology: The Doctrine of DNA (New York: HarperPerennial, n.d.), p. 6.

[2] Lewontin, Biology as Ideology, p. 7.

[3] Matt Bruenig, “Small Businesses Are Overrated”, Jacobin, 16 gennaio 2018.

[4] Michael Rectenwald, Beyond Woke (Nashville, TN: New English Review Press, 2020), pp. 7–8.

[5] Michael Rectenwald, Google Archipelago: The Digital Gulag and the Simulation of Freedom (Nashville, TN: New English Review Press, 2019), p. 42.

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venerdì 30 settembre 2022

Catene di approvvigionamento, tassi d'interesse e inflazione

 

 

di Alasdair Macleod

L'interruzione delle catene di approvvigionamento mondiali è considerata un problema temporaneo ancora da risolvere, ma ci sono buone ragioni per ritenere che ora sia permanente.

Dopo la fine della guerra fredda contro la Russia e la fondazione di una nuova era di pace, i produttori americani e altri hanno iniziato a espandere i loro impianti di produzione in Cina e nel sud-est asiatico. È stato l'inizio di quello che è diventato un sistema commerciale basato su catene di approvvigionamento mondiali, logistica sempre più sofisticata e gestione degli inventari just-in-time.

Le catene di approvvigionamento globali offrono enormi vantaggi tra nazioni pacifiche, ma smettono di funzionare quando sono in guerra.

L'inasprimento delle relazioni commerciali tra America e Cina, il Covid e l'interruzione della logistica internazionale fanno emergere un conflitto non dichiarato. L'ambiente commerciale ha ora come sfondo una lotta geopolitica sempre più incalzante, la quale coinvolge sia la Cina che la Russia da una parte, e l'America e i suoi alleati dall'altra. In assenza di distensione, che sembra ormai una prospettiva lontana, il sistema delle filiere mondiali non può più funzionare. Devono essere riassorbite entro i confini nazionali.

Le conseguenze sono l'interruzione della fornitura di prodotti a lungo termine, l'aumento dei prezzi al consumo e l'impennata dei prezzi dell'energia già evidenziata in Europa. Se poi ci aggiungiamo un rialzo dei tassi d'interesse e la contrazione del credito bancario, abbiamo una crisi economica per l'Occidente alla quale i governi sono tenuti a rispondere creando una tempesta inflazionistica.

Questo articolo analizza queste nuove condizioni commerciali in tempo di guerra nel contesto geopolitico ed esamina le probabili conseguenze.


Lo stato del commercio mondiale si è deteriorato

C'è un presupposto generale che alla fine della fiera, forse il prossimo anno, le difficoltà delle catene di approvvigionamento saranno superate. È l'elemento principale dietro le aspettative del sistema bancario centrale: dopo l'attuale pausa che ha limitato l'offerta di prodotti, l'inflazione dei prezzi al consumo tornerà all'obiettivo del 2%. L'errore è confondere due questioni: il problema delle filiere, per le quali le condizioni sono cambiate radicalmente, e il potere d'acquisto in calo delle valute fiat. Tuttavia le prospettive d'inflazione sono legate alle prospettive commerciali.

Non c'è dubbio che l'inflazione dei prezzi a livello di produttori e consumatori, che riflette il calo del potere d'acquisto delle valute, sia fuori controllo. A Jackson Hole il presidente della FED, Jay Powell, lo ha ammesso: ha minimizzato le prove di una recessione e ha dato la priorità agli sforzi della FED nell'affrontare il problema dell'inflazione.

La ripresa dell'inflazione dei prezzi pone fine a un calo di quarantadue anni dei tassi d'interesse e dei rendimenti obbligazionari. Quasi sicuramente siamo entrati in una nuova fase di rialzo dei tassi d'interesse. Un piccolo aumento in una tendenza al ribasso a lungo termine è una cosa, ma quella di adesso è una forza oscura di entità molto maggiore. Il seguente grafico, del rendimento del decennale statunitense, probabilmente il benchmark più seguito dagli investitori del mercato obbligazionario nazionale e internazionale, ci conferma che è stato raggiunto un punto di svolta importante.

Dopo aver raggiunto il picco del 15,84% il 30 settembre 1981, il rendimento di questo benchmark ha quindi iniziato il suo declino a lungo termine. E quando il rendimento è salito di tanto in tanto, non ha mai violato la linea di tendenza al ribasso, evidenziata da quattro punti di contatto principali (indicati da una freccia). Tale tendenza al ribasso era solida, almeno fino a quando il rendimento non è salito al di sopra di essa all'inizio del giugno scorso. E dopo averlo fatto, l'ha ritestata e ora è destinata a liberarsi e riflettere correttamente un indice dei prezzi al consumo che si avvicina al 10% annuo.

Sia l'analisi tecnica che la realtà ci dicono che stiamo entrando in una nuova era di rendimenti obbligazionari e tassi d'interesse in aumento. E con la fine della loro era di declino, l'aumento dei tassi d'interesse e dei rendimenti obbligazionari confermerà anche che il lungo periodo di finanziarizzazione economica dell'America è terminato. Di conseguenza possiamo aspettarci valori in calo nell'intero spettro delle attività finanziarie. I fattori che hanno portato l'indice S&P 500 a salire da meno di 100 negli anni '80 a 4.800 lo scorso dicembre si stanno ora invertendo.

Questi fattori che guidano Wall Street, trovano eco in altri centri finanziari. Porteranno a spostamenti imprevedibili di capitale da obbligazioni e azioni verso le valute. La delocalizzazione della produzione, quando è avvenuta la finanziarizzazione dell'America, si invertirà. Il capitale migrerà dalle attività finanziarie alla produzione.

La transizione sarà enormemente dirompente. Incapaci di assorbire maggiori oneri finanziari, le imprese falliranno e ci saranno anche fallimenti nel sistema finanziario globale. Le finanze pubbliche subiranno un duro colpo, poiché l'aumento degli impegni per il welfare e il calo delle entrate fiscali faranno salire alle stelle i disavanzi di bilancio. E i politici, sempre alla ricerca del percorso di minor resistenza, sanno solo spendere, spendere, spendere.

"Gli affari di tutti non sono affari di nessuno", un monito a cui i politici avrebbero dovuto dar retta, ma ormai il genio è fuori dalla lampada. Ora sono politicamente e legalmente impegnati a distruggere le loro valute nei loro ultimi tentativi di accontentare tutti. E mentre le valute fiat di disintegrano, il capitale che non viene distrutto dal calo dei valori delle attività finanziarie finirà senza dubbio in materie prime, asset/valute di riserva e nel finanziamento delle nuove catene di approvvigionamento. Sarà una nuova tendenza, una che invertirà quella degli ultimi quarant'anni.

Ho già scritto delle dinamiche dietro questo nuovo mondo: l'incapacità del sistema bancario mondiale di resistere alla tempesta, gli errori che i politici dell'alleanza occidentale hanno commesso nel pungolare l'orso russo e il destino delle nazioni che si sono messe nelle mani di banchieri centrali i quali mostrano livelli sorprendenti d'ignoranza economica. Ora dobbiamo passare alla questione del commercio.


La legge del vantaggio comparato

Prima di prendere in considerazione le conseguenze del commercio che perde le sue catene di approvvigionamento internazionali, val la pena di ricordare perché il libero scambio ci avvantaggia.

Quando le aziende con sede negli Stati Uniti e altre hanno spostato la produzione e l'approvvigionamento di componenti nell'Asia orientale, ciò è andato a vantaggio dei consumatori e ha permesso loro di godere di uno standard di vita migliore. Mettete da parte la questione emotiva dei confini nazionali e i benefici diventano ancora più evidenti. Questo punto venne originariamente descritto oltre 200 anni fa dall'economista David Ricardo: il vantaggio comparato.

Illustrò il suo punto confrontando il costo della produzione di vino e stoffa in Portogallo e Inghilterra. Sosteneva che, poiché era più economico produrre vino in Portogallo che in Inghilterra e meno costoso produrre stoffa in Inghilterra che in Portogallo, non aveva senso per l'Inghilterra impiegare risorse di manodopera per produrre vino e per il Portogallo impiegare manodopera per produrre stoffa. Pertanto aveva senso che gli inglesi comprassero vino portoghese e che i portoghesi comprassero stoffa inglese.

La stessa logica si applica agli esempi meno ovvi. Un residente nello stato di New York ha una scelta di prodotti nei negozi, alcuni fabbricati all'interno dello stato e prodotti comparabili fabbricati in altri stati. Ci aspetteremmo che il newyorkese compri ciò che ritiene sia il migliore per i suoi scopi, indipendentemente da dove venga prodotto in America. E se un numero sufficiente di americani in tutta la nazione esprime una preferenza per un particolare prodotto fabbricato, ad esempio nella Carolina del Nord, ha senso che quel produttore dedichi più risorse alla sua produzione. Allo stesso modo, se le vendite di un prodotto concorrente fabbricato a New York non riescono a sfondare, allora quel produttore deve modificare e migliorare il suo prodotto o riallocare le sue risorse di capitale per fare qualcos'altro. Le scelte dei clienti inviano segnali a entrambi i produttori e in base a essi dovrebbero agire.

In un'economia ben funzionante, il cliente è sempre il re. I produttori di beni e servizi devono dedicarsi alla soddisfazione dei propri clienti, rispondendo alle loro attuali richieste e anticipando i loro bisogni futuri, indipendentemente dalla loro ubicazione relativa. Produttori e clienti sono riuniti da distributori, grossisti e dettaglianti che competono anche tra loro.

A parte lo sciovinismo, non c'è alcuna differenza tra un newyorkese che acquista un prodotto dalla Carolina del Nord o dalla Cina, dall'Europa o dal Giappone. Si applica ancora la regola del vantaggio comparato. Ognuno dovrebbe essere libero di fare ciò che vuole. È solo seguendo i principi alla base del commercio che si massimizza la concorrenza da cui tutti traggono vantaggio. Ed è stato proprio nell'intento di offrire il meglio dei vantaggi comparati che grandi e piccole aziende hanno spostato la produzione in Cina e nell'Asia orientale e hanno sviluppato catene di approvvigionamento complementari.

Non è mai compito dello stato intervenire o influenzare le scelte fatte dai consumatori, ma è compito delle imprese a scopo di lucro soddisfarle.


I vantaggi commerciali ora si sono invertiti

Una delle conseguenze dell'eccessiva regolamentazione delle imprese e dell'aumento delle tasse è che arriva un punto in cui abbandoneranno una cultura familiare e si ritaglieranno un futuro altrove. Dagli anni '80, questa è stata la storia tra l'America e l'Asia orientale. Di fronte alla burocrazia americana che non attribuisce alcun valore al tempo, le aziende statunitensi hanno costruito fabbriche altamente automatizzate ovunque tra Cina e Indonesia nella metà del tempo che avrebbe richiesto avviare un'operazione simile negli Stati Uniti. Inserite questi fatti in un calcolo aziendale, aggiungiete la disponibilità di manodopera a basso costo pronta a lavorare più ore senza sindacati e non c'è da sorprendersi che questa sia una proposta di gran lunga migliore rispetto a un'operazione simile in America – o in Europa, Giappone, o Corea del Sud del resto.

Negli ultimi quarant'anni il dividendo della pace degli anni post-comunisti ha portato la Cina e il sud-est asiatico a diventare il produttore mondiale. E con la crescita della capacità produttiva di quella regione, è cresciuta anche l'esternalizzazione della produzione come alternativa alla creazione di proprie strutture. Questo processo era diventato così efficiente che l'impronta domestica di molti produttori statunitensi si è ridotta a poco più che centri di progettazione e distribuzione, ulteriormente rafforzati dalla gestione degli inventari just-in-time e da una logistica sofisticata che legava tutto insieme.

Inoltre il deficit commerciale degli Stati Uniti ha assicurato che i dollari finissero in mani straniere, avvalorando il suo ruolo di valuta di riserva mondiale e proteggendone il potere d'acquisto. Come ha sottolineato l'economista Robert Triffin decenni prima, era necessario che l'America avesse deficit commerciali per soddisfare la domanda di dollari esportati e affinché fungessero da valuta di riserva. Gli accordi commerciali con la Cina e il sud-est asiatico hanno fatto proprio questo: la bilancia dei pagamenti americana era protetta dal desiderio di detenere dollari invece di venderli sui mercati. E i partner commerciali americani hanno finanziato gran parte del deficit di bilancio degli Stati Uniti.

I vantaggi per il consumatore statunitense sono stati enormi, così come per il governo. I beni a basso costo hanno consentito ai consumatori di vivere al di sopra dei loro mezzi, mentre il governo federale è stato in grado di spendere più di quanto riceveva in tasse senza alimentare l'inflazione interna dei prezzi al consumo.

Poi sono intervenuti i politici. Il presidente Trump era sconvolto dalla perdita di posti di lavoro negli Stati Uniti, sostenendo che la Cina li aveva rubati attraverso pratiche sleali. Ha aumentato i dazi e imposto sanzioni sui prodotti volte a preservare il vantaggio tecnologico dell'America. Ha affermato che il deficit commerciale era la prova che la Cina avesse derubato l'America e il suo consigliere di politica economica, Peter Navarro, e il suo segretario al commercio, Wilbur Ross, erano d'accordo.

Ross era un investitore con una comprensione limitata dell'economia; Navarro invece avrebbe dovuto conoscere meglio la materia. Qualsiasi studente di economia commerciale sa che l'origine dei disavanzi commerciali è una combinazione tra disavanzo di bilancio nazionale e cambiamenti nel livello di risparmio del settore privato. Questo è il motivo per cui, in assenza di qualsiasi variazione nel tasso di risparmio, un deficit commerciale finisce per essere simile al deficit di bilancio, spesso indicata come la sindrome del doppio deficit.

La logica dietro questa identità contabile è semplice, almeno per gli economisti classici che capiscono che produciamo per consumare e che tutto il consumo deriva dalla produzione. Questa si chiama Legge di Say, che Keynes mise da parte perché intralciava la sua nuova macroeconomia, ma ciononostante definisce accuratamente come funziona la divisione del lavoro e spiega il ruolo intermedio del denaro nel trasformare la produzione in consumo di beni diversi.

Se consumatori e produttori aumentano i loro guadagni e profitti riducendo i loro risparmi e non c'è aumento delle tasse, allora stanno ovviamente spendendo più di quanto producono. Il divario deve essere colmato da ulteriori importazioni. Allo stesso modo, se trattengono la spesa aumentando così i loro risparmi, le importazioni devono diminuire per lo stesso motivo. E se il governo ha un disavanzo di bilancio, parte della sua spesa potrebbe essere direttamente sulle importazioni, o in alternativa, la spesa in eccesso rispetto alle entrate e non compensata dalla produzione porta comunque a importazioni extra. Di conseguenza il disavanzo di bilancio, con o senza la variazione dei risparmi del settore privato, equivale sempre al disavanzo commerciale.

Pertanto, se una nazione gestisce le proprie finanze in modo responsabile, importazioni ed esportazioni tenderanno a bilanciarsi. Il problema creato dal presidente Trump era il suo espresso desiderio di tagliare le tasse per stimolare l'economia senza tagliare la spesa pubblica. Il disavanzo di bilancio è aumentato durante il suo mandato, così come il disavanzo commerciale nonostante i dazi.

La guerra di Trump contro la produzione cinese ha scatenato un cataclisma. Inizialmente la Cina ha risposto in termini blandi, solo per vedere poi un'aggressione americana ancora più determinata. Le accuse secondo cui Huawei stava utilizzando la sua tecnologia 5G come backdoor per i servizi di sicurezza cinesi erano impossibili da confutare e, vere o meno, sono servite solo ad aumentare i sospetti. E la Gran Bretagna, che stava sviluppando relazioni finanziarie con la Cina, non aveva altra alternativa se non fare marcia indietro e sostenne la posizione americana portando con sé gli altri partner dell'intelligence. Gli USA hanno poi costretto la Cina ad assumere un maggiore controllo politico su Hong Kong, rinnegando lo spirito del trattato d'indipendenza quando fu ceduto dalla Gran Bretagna.

I media occidentali hanno visto questi sviluppi commerciali come una serie di azioni giustificate contro il totalitarismo e che la Cina aveva torto moralmente riguardo il trattamento riservato agli uiguri. Più precisamente, è stata un'escalation di ostilità provocate dall'America, la quale ha avuto inizio con le politiche commerciali di Trump e si è trasformata in qualcosa di più serio.

Allo stesso tempo, in seguito all'affare Skripal, le relazioni della Russia con la Gran Bretagna e altri membri dell'Occidente si sono deteriorate. È stato un percorso che ha incoraggiato Putin a voltare le spalle all'alleanza occidentale e dopo l'improvviso ritiro dell'America dall'Afghanistan e la Brexit, Putin ha visto che l'alleanza occidentale era in fuga.

Ha ritenuto che fosse il momento giusto per proteggere i confini occidentali della Russia dall'aggressione della NATO, cosa che ha portato all'invasione russa dell'Ucraina sei mesi fa. Pertanto l'alleanza NATO a guida americana si è completamente impegnata in una guerra per procura in Ucraina e in una guerra non dichiarata contro la Cina, le cui conseguenze a lungo termine, a parte l'immediata debacle sulle sanzioni, stanno cominciando a essere chiare.

Le due superpotenze asiatiche dominano in quanto a forniture di energia e materie prime del mondo e catene di approvvigionamento. In assenza di un nuova apertura e distensione, non solo i prezzi più elevati dell'energia indeboliranno le economie dell'Alleanza occidentale, ma l'intera base del loro commercio.

Come ha sottolineato Zoltan Pozsar in due recenti articoli pubblicati da Credit Suisse, il primo intitolato War and Interest Rates e il secondo, War and Industrial Policy, esistono differenze fondamentali tra i tassi d'interesse in tempo di pace e la politica industriale rispetto alla situazione attuale, dove una guerra formale tra la NATO e gli egemoni asiatici è quasi dichiarata.Il grafico sopra conferma la sua posizione riguardo i tassi d'interesse; la continua interruzione delle catene di approvvigionamento mondiali conferma la seconda.


La dipendenza dell'Occidente dalle catene di approvvigionamento estere è il suo tallone d'Achille

Insieme alla finanziarizzazione delle economie occidentali, l'era delle catene di approvvigionamento mondiali sviluppatesi negli ultimi quarant'anni è ormai giunta al termine. L'impatto sulle grandi società è grave. Apple, ad esempio, sarà costretta a ridurre la propria dipendenza dalla produzione cinese, ma trasferire i loro impianti di produzione altrove nel sud-est asiatico è tutt'altro che facile perché la creazione di nuovi impianti si basa sulla disponibilità di materiali da costruzione e attrezzature di produzione. A causa delle stesse difficoltà nelle catene di approvvigionamento, ciò sarà un problema insormontabile. Inoltre la riqualificazione del personale in altre località asiatiche richiede tempo e non è così disponibile oggi come quando Apple ha avviato i suoi piani di ricollocazione originali in siti asiatici decenni fa. Le pratiche just-in-time lasciano le aziende in questa posizione senza un cuscinetto negli inventari.

Per ragioni simili, ha senso che la Cina si assicuri l'accesso alla capacità di produzione di chip per computer a Taiwan, accesso che senza dubbio è un motivo importante per affermare che Taiwan deve essere reincorporata in una Grande Cina.

Non ci sono dubbi sul fatto che l'industria americana ora deve affrontare grandi difficoltà nel mantenere la produzione e il flusso di prodotti negli Stati Uniti. Infatti le strutture manifatturiere straniere degli Stati Uniti vengono schiacciate, un problema affrontato da tutti i membri dell'alleanza guidata dagli americani. Di conseguenza le carenze dal lato dell'offerta persisteranno e si intensificheranno, portando a un'escalation di insolvenze e disoccupazione in America, Europa e Gran Bretagna. Ma il problema più grande e più evidente delle catene di approvvigionamento è l'interruzione delle forniture di energia dalla Russia all'Europa.

In vista dell'inverno nell'emisfero settentrionale, i prezzi del gas naturale in Europa sono alle stelle. Seguendo politiche ecologiche di decarbonizzazione, l'UE è diventata dipendente da combustibili fossili provenienti da altri Paesi, in particolare dalla Russia. Questo non era un problema finché prevaleva la pace; le forniture potevano scorrere tranquillamente e venivano costruiti nuovi gasdotti dalla Russia. Ma ora che l'Europa è sul piede di una guerra finanziaria e commerciale contro la Russia, si trova di fronte a una posizione per la quale l'unica soluzione è riaprire e riavviare la propria produzione di combustibili fossili.

A parte il fatto che non c'è abbastanza tempo per aumentare la produzione di combustibili fossili nell'UE, ciò sarebbe in conflitto con gli obiettivi di diventare carbon neutral entro il 2030 o il 2035. Di fronte alla realtà, le nazioni dell'UE dovranno abbandonare completamente questi obiettivi e riabbracciare i combustibili fossili, di cui il genere umano non può fare assolutamente a meno. Inoltre le forniture di grano e fertilizzanti dall'Ucraina e dalle steppe sono gravemente interrotte, portando a prezzi alimentari molto più elevati e carenze.

È un problema che affligge anche tutte le altre nazioni dipendenti dalle catene di approvvigionamento mondiali. La Germania, ad esempio, sta scoprendo che la sua capacità di fornire sia alla Cina che alla Russia beni intermedi e prodotti finiti è ora ostacolata dalle condizioni delle proprie catenedi approvvigionamento. Tutti i flussi commerciali sono bloccati.

Nel frattempo Cina e Russia, insieme ai loro alleati nel continente eurasiatico, continueranno a raccogliere i benefici della diversità delle catene di approvvigionamento tra di loro e avranno un surplus di energia e materie prime.


Le conseguenze del ritorno a catene di approvvigionamento interne

È ovvio che la fine di oltre quarant'anni di diversificazione della filiera globale avrà un impatto importante su tutte le economie coinvolte. Per le nazioni occidentali, significherà un angosciante mix di consumatori che affrontano prezzi più alti per tutto e aziende che falliscono. La chiave di questo risultato sarà la linea di politica degli stati: metteranno a disposizione dei consumatori le risorse finanziarie per pagare i prezzi più elevati implicati dall'onshoring della produzione? Sicuramente sì.

Pertanto possiamo vedere un nuovo motivo per cui i governi occidentali aumenteranno la spesa pubblica per proteggere i produttori nel tentativo di ridurre la perdita di posti di lavoro. Senza dubbio il denaro dagli elicotteri sarà utilizzato per aiutare i consumatori in difficoltà e per sostenere l'attività economica.

Ma la situazione è considerevolmente più complessa della semplice sovvenzione alla produzione interna. Come notato in precedenza, abbiamo anche un cambiamento nella tendenza primaria dei tassi d'interesse, la quale indebolisce i prezzi degli asset, rende i piani aziendali meno redditizi e aumenta il costo del finanziamento del debito pubblico. Il trend quarantennale dell'offshoring e le condizioni finanziarie che l'hanno accompagnato si stanno invertendo.

Inoltre il credito bancario si sta già contraendo, come mostra il grafico di seguito. L'aumento dei tassi d'interesse sta rendendo i banchieri più cauti.

Sebbene inizialmente un aumento dei tassi d'interesse sia positivo per i margini di credito, questo viene rapidamente superato dalle preoccupazioni delle banche sul rischio di prestito. Oggi le banche hanno un'elevata leva finanziaria misurata dal rapporto tra attivi e patrimonio netto, pertanto, in un contesto di tassi d'interesse in aumento, le banche vorranno ridurre la propria esposizione, prevedendo un'escalation di prestiti deteriorati. A livello globale, possiamo vedere che ciò sta andando da aprile e probabilmente continuerà ad andare avanti.

Se i banchieri commerciali si rendano conto delle conseguenze di questa guerra non dichiarata alle catene di approvvigionamento è una domanda interessante. Sospetto di no, perché rispondono alle informazioni e non sono noti per essere influenzati da un'analisi del quadro generale diversa da quella delle banche centrali. E chiaramente le banche centrali hanno perso la strada: il problema dell'inflazione era del tutto inaspettato e la loro visione è ancora limitata dal loro pensiero di gruppo. Pertanto dobbiamo presumere che la fine e l'inversione dell'espansione delle catene di approvvigionamento mondiali sia un fattore aggiuntivo rispetto a quelli già previsti dai banchieri commerciali.

L'effetto sulla misura primaria della performance economica sarà fortemente negativo. I governi dovranno affrontare un PIL in forte calo ed essemdo il PIL il totale di operazioni finanziate quasi esclusivamente col credito bancario, la contrazione di quest'ultimo si rispecchierà in un PIL nominale più basso.

Poiché le banche con un elevato grado di leva finanziaria vedranno spazzato via il loro capitale a causa dei prestiti deteriorati, una crisi bancaria globale è quasi una certezza. Non è solo il crollo delle società zombi, ma anche di aziende altrimenti sane, colte dalla distruzione delle loro catene di approvvigionamento. Eppure la tentazione, anzi il dovere dei politici, sarà quello di fare tutto il necessario per salvare una situazione in rapido deterioramento. Significa che i disavanzi di bilancio pubblici saliranno alle stelle a causa dell'aumento dei costi del welfare e dei tentativi di sostenere le economie in crisi.

A meno che questi disavanzi non vengano finanziati con risparmi reali, risulteranno inflazionistici. Ma con l'aumento dei prezzi per Main Street e il calo dei valori di Wall Street, invece di risparmiare per finanziare il debito pubblico è più probabile che i consumatori scavino nei loro risparmi per effettuare acquisti invece di mantenere saldi di cassa. Ci sono prove che ciò stia già accadendo ed è stato persino definito da Jay Powell a Jackson Hole una minaccia al potere d'acquisto del dollaro, anche se non proprio in questi termini.

Quando la popolazione altera la relazione tra saldi di cassa e beni, ciò ha un effetto importante sul potere d'acquisto della valuta. La tendenza ad effettuare acquisti accelera il declino di una valuta e ci sono prove che ciò stia già accadendo. Ad esempio, solo questa settimana è stato riferito che il debito delle carte di credito nel Regno Unito ha raggiunto un record e Citibank prevede che i prezzi al consumo nel Regno Unito aumenteranno del 18% annuo il prossimo anno. Per non essere da meno, Goldman Sachs ha affermato che l'inflazione rischia di raggiungere un picco superiore al 22% se i costi energetici continueranno a salire.

Tutto ciò solleva una domanda interessante. In precedenza in questo articolo, è stato sottolineato che esiste un'identità contabile per cui, in assenza di un cambiamento nella quantità di risparmio del settore privato, un disavanzo di bilancio pubblico porta a un disavanzo commerciale. Con l'inversione delle catene di approvvigionamento mondiali e il crollo sia della produzione che della domanda dei consumatori nelle nazioni in deficit, le importazioni crolleranno mentre il deficit di bilancio aumenterà. La sindrome del doppio deficit sarà messa in discussione?

Una risposta ovvia è che mentre le importazioni crolleranno, le stesse influenze indeboliranno le esportazioni. Un altro fattore: ci si può aspettare che calerà il potere d'acquisto delle valute fiat di Paesi con disavanzi di bilancio crescenti. Ciò sarà evidenziato dall'aumento dei prezzi delle importazioni, in particolare per l'energia e le materie prime, aumentando così i disavanzi commerciali. Inoltre i prezzi più elevati costringono i consumatori a rinunciare o ad attingere ai propri risparmi. A causa della combinazione di questi fattori, i disavanzi commerciali continueranno a essere correlati ai disavanzi di bilancio, nonostante un calo della disponibilità dei prodotti e della relativa accessibilità dei consumatori ad essi.


Le conseguenze per gli stati e le loro finanze

Da quanto detto, è chiaro che non è il deficit commerciale ad essere negativo. Quando gli Stati Uniti e altri hanno spostato la produzione e l'approvvigionamento di componenti in Asia orientale ciò è andato a vantaggio dei consumatori, consentendo loro di godere di uno standard di vita migliore di quello che avrebbero potuto godere altrimenti.

Ora questa manna si sta esaurendo e i consumatori ne stanno già avvertendo gli effetti, con i prezzi dei beni importati in forte aumento e la diffusa carenza di beni in vendita. Ci sono prove che l'economia globale stia entrando in una profonda recessione, alimentata dal credito bancario che inizia a contrarsi. L'aumento dei prezzi dell'energia, con carenze aggravate dalle sanzioni contro la Russia, sta facendo aumentare i costi non solo per i consumatori, ma anche per i produttori e i fornitori di servizi. I costi dei processi ad alta intensità energetica, come la fusione di alluminio, acciaio e la produzione di cemento, aumenteranno notevolmente e la capacità degli impianti verrà interrotta.

La produzione alimentare è stata duramente colpita dalla siccità estiva e dalla perdita delle esportazioni di grano dall'Ucraina e dalle steppe russe. I costi dei fertilizzanti sono aumentati vertiginosamente per ragioni simili. Quest'inverno non sarà solo una questione di malnutrizione per gran parte del mondo, ma anche di fame per molte regioni; anche le persone nelle nazioni avanzate saranno gravemente colpite.

Oltre a fornire costi assistenziali obbligatori che aumenteranno con la recessione, è "dovere" dei governi occidentali garantire che le popolazioni siano protette il più possibile dal disastro imminente che ora incombe su di loro. Di conseguenza le loro finanze subiranno un doppio colpo dal calo delle entrate fiscali e dall'aumento della spesa pubblica. I disavanzi di bilancio aumenteranno e con essi i disavanzi commerciali, poiché le esportazioni crolleranno e i costi delle materie prime saliranno alle stelle. A differenza della crisi sanitaria, che è stata di durata limitata, la fine delle catene di approvvigionamento mondiali avrà un impatto economico prolungato e danneggerà alla grande le finanze pubbliche.

Il finanziamento di questi deficit avverrà in uno sfondo di tassi d'interesse e rendimenti obbligazionari in salita, cosa che rifletterà l'erosione del potere d'acquisto delle valute fiat. In passato il governo degli Stati Uniti ha beneficiato del finanziamento del deficit pubblico grazie agli stranieri che trattenevano i dollari guadagnati attraverso le loro esportazioni in America. Non solo questo vantaggio cesserà, ma ci si può aspettare che si inverta.

Poiché gli importatori americani hanno scelto di accumulare dollari invece di venderli in cambio delle proprie valute, il potere d'acquisto del biglietto verde è stato protetto dalle conseguenze dell'inflazione monetaria. Ciò ha portato a un accumulo di dollari e asset finanziari denominati in dollari in mani estere per un totale di $33.500 miliardi (marzo 2022, dati del Tesoro USA).

La componente titoli ammonta a $27.251 miliardi, valori che sono esposti alle conseguenze negative dell'aumento dei tassi d'interesse e dei rendimenti obbligazionari. Invece di aumentare le loro disponibilità in dollari, gli stranieri quasi certamente li venderanno solo per motivi di portafoglio. Infatti i dati mensili del Tesoro statunitense mostrano che da marzo le disponibilità di titoli a lungo termine sono scese dai $25.967 miliardi nella tabella sopra a $23.534 miliardi, un calo di $2.433 miliardi. In parte è dovuto al calo delle valutazioni di mercato, ma non c'è dubbio che la Grande Inversione sia appena iniziata...

Le conseguenze dell'inversione del sistema delle catene di approvvigionamento mondiali pone un ulteriore problema per il dollaro. Oltre che per la determinazione del prezzo delle materie prime, il dollaro viene utilizzato principalmente per la determinazione dei prezzi di trasferimento attraverso le catene di approvvigionamento mondiali. Con la morte qi quest'ultime, tale funzione verrà meno, portando a un eccesso di dollari e asset in dollari di proprietà straniera. Potrebbe non essere un problema immediato, ma lo sarà nel tempo e non ne passerà molto prima che i detentori stranieri prevedano un trend in continuo calo e accelerino le vendite di dollari e asset denominati in dollari.

Sarà estremamente difficile finanziare i disavanzi di bilancio in questo contesto.


Conclusione

La guerra commerciale contro la Cina iniziata dal presidente Trump, combinata con l'iniziativa di Putin contro l'Ucraina, ha portato alla fine delle condizioni favorevoli per il commercio globale che si sono evolute sin dagli anni '80. La combinazione dell'aumento dei tassi d'interesse e del crollo permanente delle catene di approvvigionamento mondiali è il risultato di politiche originate in Occidente.

La classe politica appare inconsapevole dell'importanza di questi sviluppi. Non vediamo prove di sufficiente competenza nemmeno nei loro consulenti economici. Sebbene alcuni analisti dell'intelligence possano essere vagamente consapevoli dell'importanza di questi sviluppi commerciali, non possiamo essere sicuri che vengano ascoltati a causa del pensiero di gruppo dominante a livello mainstream.

Queste tendenze a lungo termine tendono a essere comprese a posteriori. I politici perseguiranno linee di politica che ritengono abbiano funzionato in passato, peccato che le attuali condizioni siano mutate e i risultati saranno catastrofici. Sia loro che i banchieri centrali hanno respinto il legame tra l'espansione monetaria e la caduta del potere d'acquisto delle valute fiat. Poiché i dollari sono stati acquistati da stranieri, il suo potere d'acquisto ha retto, dando origine all'illusione che la quantità di denaro abbia poco o nulla a che fare con l'inflazione dei prezzi. Non è così. E se, come sembra certo, la risposta alla contrazione del credito bancario e al continuo fallimento delle catene di approvvigionamento è la riapertura del rubinetto monetario, ci sarà un brusco risveglio di fronte alle conseguenze inflazionistiche che ne scaturiranno.

Quando la valuta ha conservato il suo valore ieri, un simile esercizio di svalutazione domani porterà a un rapido deprezzamento, rendimenti obbligazionari più elevati, difficoltà nel finanziamento pubblico e indebolirà i valori degli asset finanziari in cui le banche centrali ripongono così tanta fiducia come indicatore del comportamento dei consumatori.

Ci avviciniamo a un inverno nell'emisfero settentrionale con i prezzi dell'energia alle stelle insieme ai prezzi dei generi alimentari. Oltre ai consumatori, le aziende grandi e piccole devono far fronte a bollette insostenibili delle utenze. Ancora indebitate per le chiusure dovute al Covid, molte aziende non sopravviveranno. Ci saranno gravi disagi per i poveri, e in particolare per gli anziani le cui pensioni non possono sostenere i prezzi più elevati per il riscaldamento e il cibo. Sarà davvero inverno, sotto tutti i punti di vista.

Nel frattempo gli antagonisti contro i quali l'America e i suoi alleati hanno puntato la loro guerra commerciale e finanziaria, rafforzeranno quasi certamente la loro determinazione contro l'Occidente. La Cina e la Russia, insieme ai loro partner asiatici, sono in una posizione economicamente molto più forte, perché è l'Occidente che perde le sue catene di approvvigionamento. La Cina soffrirà, ma non oltre quello che può sopportare. E mentre l'America vede il suo dollaro e la sua egemonia scivolare via, dobbiamo sperare che non inasprisca ulteriormente la situazione, se non altro per distrarre la sua gente dall'inflazione, dalle bancarotte, dalle banche che devono essere salvate, dalla disoccupazione e dalla povertà che il suo governo ha inflitto alla gente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/