lunedì 4 maggio 2026

La dottrina a mosaico dell'Iran si sta frammentando

Diversamente dagli strilloni che trovate sulla stampa e sui canali d'informazione alternativi, su queste pagine avete analisi ponderate e riflessioni soppesate in base alle informazioni che emergono da entrambi le parti in conflitto. Questo permette ai lettori di scremare il suono dal rumore di fondo. Chi legge questo blog ormai sa che esiste un gruppo dietro la figura di Trump, che chiamiamo NY Boys, i quali sono persone che hanno imposto una netta linea di demarcazione tra Washington e il resto del mondo. Quindi se loro sono il consiglio di amministrazione, allora Trump è l'amministratore delegato. Capita quindi che suddetto consiglio voglia saggiare la capacità del nemico e di conseguenza incarica l'amministratore delegato di fare conferenze stampa, oppure intraprendere azioni, in cui si lascia corda agli avversari. Questi ultimi, comunque, hanno un vantaggio non indifferente: il controllo della stampa. Possono edulcorare a sufficienza la percezione della realtà da far sembrare, a chi si abbevera alla loro fonte, che un certo esito è l'opposto. Il coro di chi blatera “USA sconfitti in Iran” subisce questa propaganda ed è l'unica guerra che l'Iran ha vinto. Ha perso invece quella sul campo. Infatti abbiamo visto come la narrativa sullo Stretto di Hormuz non era compatibile con quanto accadeva nella realtà. E adesso vediamo che la narrativa sugli iraniani che collezionano pedaggi sullo Stretto è altrettanto infondata. Infatti basta uno scrutinio un po' più approfondito rispetto a quello effettuato dai titoli roboanti della stampa, e ripetuti a pappagallo da chi sventola il feticcio della sconfitta militare americana, per capire che si tratta ancora una volta di guerra di propaganda. Non solo, ma mentre il presunto blocco dello Stretto di Hormuz sarebbe un'azione illegale ai sensi della giurisprudenza in un conflitto navale (come se l'Oman non contasse in questa storia), il blocco navale statunitense invece è totalmente e giuridicamente legale. La vera guerra è finanziaria: riguarda il controllo sul flusso internazionale di denaro e questo dimostra quanto sia grave la situazione per alcune persone di cui non vediamo mai il volto e di cui non conosciamo il nome. Gli Stati Uniti hanno problemi, molti problemi, ma sono per lo più autoinflitti e possono essere risolti con il tempo e un'attenta applicazione del potere politico. Il deficit è un problema, la regolamentazione è un problema, il Congresso e la magistratura disfunzionali sono ENORMI PROBLEMI (probabilmente irrisolvibili senza misure drastiche da parte di Trump). Il mercato obbligazionario e la valuta NON sono il problema, sono il mezzo per risolverlo. I commenti dei “disfattisti” non sono imparziali. Vogliono che gli Stati Uniti falliscano. Non credono che i problemi si possano risolvere o che qualcun altro voglia che gli Stati Uniti si sistemino da soli. Citano numeri, teorie, commenti e azioni intraprese da chi lavora apertamente contro gli interessi americani (es. il Financial Times, Londra, l'UE, la Cina, ecc.) e li usano per “falsificare” le loro argomentazioni, quando nel momento in cui gli Stati Uniti smettono di comportarsi come idioti (guidati dai Democratici), i numeri migliorano immediatamente. Il deficit sta crescendo più lentamente, la spesa pubblica sta diminuendo, l'occupazione nel settore privato è in aumento, i dati sulla movimentazione merci interna supportano una crescita superiore alle previsioni. E gli Stati Uniti sono molto più in grado di resistere a uno shock del prezzo del petrolio nel breve termine (perché utilizzano l'energia in modo più efficiente e hanno un reddito medio delle famiglie di gran lunga superiore a quello del resto del mondo rispetto al prezzo della benzina a livello locale). E tutto ciò che Trump sta facendo non fa altro che accelerare la prossima fase della transizione, permettendo alla Cina di sobbarcarsi parte del Dilemma di Triffin. Gli USA hanno l'energia, le risorse, i mercati dei capitali e lo Stato di diritto per far sì che ciò accada; la Cina non li ha, senza allearsi con la Russia o gli Stati Uniti, o entrambi. Il rischio più grande per gli Stati Uniti e, per estensione, per il mondo intero, è il crollo politico della Repubblica americana, non il dollaro, né il debito, né nient'altro. I bilanci contengono sia attivi che passivi. I rendimenti a breve termine sono inferiori a quelli a lungo termine, pertanto rifinanziare il debito sul mercato a 2-3 anni è la strategia giusta finché non si risolveranno i problemi politici interni (es. Congresso e magistratura corrotti). Il servizio del debito in rapporto al PIL scenderà perché i tassi sono inferiori rispetto a 2-3 anni fa, al culmine del ciclo di stretta monetaria. Quindi se volete ascoltare un vero critico degli Stati Uniti che abbia seriamente considerato qualcosa al di fuori di una visione dilettantistica della geopolitica e dell'economia, restate sintonizzati su queste pagine.

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di Zineb Riboua

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-dottrina-a-mosaico-delliran-si)

In seguito all'annuncio del cessate il fuoco da parte del presidente Trump, l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), ha dichiarato: “L'Iran ha subito una sconfitta militare epocale”.

La risposta di Teheran è stata una sola controargomentazione: la Repubblica islamica esiste ancora.

Questa argomentazione fraintende la questione. La sopravvivenza della Repubblica islamica non è in discussione; ciò che è in discussione è se l'entità sopravvissuta conservi la capacità di dirigere le forze che operano in suo nome.

L'Iran ha sviluppato la sua dottrina militare a mosaico traendo insegnamenti diretti dal crollo di Saddam Hussein in soli ventisei giorni. Dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003, il generale di brigata iraniano, Mohammad Ali Jafari, ha riorganizzato il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) nel 2008 in trentuno comandi provinciali, ognuno con i propri arsenali di armi, catene logistiche e autorità predelegata.

La guerra asimmetrica è il ricorso degli stati che non possono prevalere con le armi convenzionali. Dispersione e occultamento sono gli strumenti di un esercito che ha già rinunciato al controllo del campo di battaglia tradizionale.

Israele, operando a fianco degli Stati Uniti nell'ambito dell'Operazione Epic Fury, ha padroneggiato le tattiche asimmetriche e ha rivolto contro l'Iran la sua stessa dottrina, impiegando infiltrazioni di intelligence, eliminazioni mirate e sabotaggio delle reti con una precisione superiore.

La dimostrazione più chiara si è avuta prima dell'inizio dell'operazione.

Nel luglio 2024 Israele ha assassinato il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, all'interno di una foresteria delle Guardie Rivoluzionarie a Teheran. I servizi di sicurezza iraniani devono ora operare partendo dal presupposto di non conoscere l'entità del compromesso, e questa incertezza è la condizione più debilitante che un servizio di intelligence possa affrontare.

L'operazione Epic Fury ha poi spinto tale penetrazione al suo estremo.

L'uccisione della Guida Suprema, Ali Khamenei, l'eliminazione di centinaia di alti comandanti delle Guardie Rivoluzionarie e il deterioramento delle capacità extraterritoriali della Forza Quds hanno costituito, nel loro insieme, una campagna di decapitazione di precisione senza precedenti.

Ancora più importante, le fratture tra la leadership politica iraniana e le sue forze armate sono già emerse pubblicamente. Il 7 marzo 2026 il presidente Masoud Pezeshkian ha presentato le sue scuse televisive agli stati arabi del Golfo per gli attacchi missilistici e con droni condotti durante il conflitto, promettendo la cessazione di ulteriori attacchi.

Il fatto che un presidente in carica si sia scusato per le azioni del proprio esercito pochi minuti dopo la loro esecuzione illustra perfettamente ciò che ha prodotto l'autorità predelegata: un esercito a cui la leadership politica deve rispondere, anziché controllarlo.

Tre vulnerabilità adesso si stanno spiralizzando.

La prima è la limitazione della dottrina a mosaico, ora sotto pressione prolungata.

Tale dottrina risolse il problema che Saddam non era riuscito a risolvere, impedendo che la decapitazione producesse un collasso immediato. Non risolse mai il problema dell'usura. Il mosaico ritarda la cronologia della dissoluzione, ma lascia intatta la dissoluzione stessa.

Il cessate il fuoco è giunto in un momento di debolezza iraniana e la pressione che ha generato tale debolezza rimane a disposizione di Washington. La Repubblica islamica sa che ogni giorno in cui il cessate il fuoco regge, lo fa a condizioni che Washington può rivedere.

La seconda vulnerabilità è di natura strutturale.

La dottrina a mosaico distribuiva la resilienza orizzontalmente tra i comandi terrestri provinciali, ma i rami funzionali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (la Marina, l'aeronautica, il corpo missilistico e le direzioni per la sicurezza informatica, e l'intelligence) rappresentano ciascuno un insieme distinto di “tessere” con catene di approvvigionamento e strutture di comando separate.

Gli Stati Uniti hanno smantellato questi rami in modo sequenziale anziché simultaneo, degradando ciascun pilastro funzionale e rimuovendo al contempo la leadership al centro.

Il risultato è un sistema che si indebolisce contemporaneamente da due direzioni: le reti provinciali orizzontali perdono coerenza mentre la spina dorsale di comando verticale collassa, e nessuna delle due compensa il deterioramento dell'altra.

La terza vulnerabilità è di natura finanziaria ed è quella che espone di più i terroristi. La capacità delle Guardie Rivoluzionarie di sostenere le proprie operazioni ed eludere le sanzioni è dipesa da Hezbollah e dalla più ampia rete di intermediari per il trasferimento di denaro e la fornitura dell'infrastruttura transazionale che collega il centro alla periferia. Tale sistema si è indebolito.

La flotta ombra iraniana – la rete di navi che trasportano petrolio soggetto a sanzioni attraverso documenti falsificati e trasferimenti da nave a nave – è stata oggetto di un'intensificazione delle intercettazioni da parte degli Stati Uniti. Società di copertura legate alla Cina, che fornivano copertura finanziaria al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), sono state sanzionate in diverse tornate dal Dipartimento del Tesoro statunitense.

Il 31 marzo decine di cambiavalute legati alle Guardie Rivoluzionarie sono stati arrestati negli Emirati Arabi Uniti in seguito all'escalation delle tensioni nel Golfo dopo gli attacchi iraniani, interrompendo così uno dei canali di finanziamento più vitali per il regime. Una rete che non è in grado di pagare i propri operatori non può rimanere attiva a lungo.

Washington è entrato nel cessate il fuoco avendo in mano tutte le carte giuste: il dominio militare, la strangolamento finanziario e un'architettura regionale che ha isolato Teheran dal mondo arabo che un tempo cercava di mobilitare.

La risposta dell'Iran è stata quella di minacciare lo Stretto di Hormuz, l'ultima risorsa a cui un regime ricorre quando ha esaurito tutte le altre. Questa minaccia è indice di disperazione, non di forza.

L'operazione non è ancora conclusa, ma sussistono le condizioni per la sconfitta dell'Iran.

L'entità che emergerà da ciò che accadrà in futuro avrà ben poco in comune con la Repubblica islamica che ha lanciato la sua dottrina di resistenza quattro decenni fa; ciò che rimarrà dipenderà interamente dal fatto che Teheran accetti o meno le condizioni poste da Trump.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 1 maggio 2026

La luce sull'impero (inglese) delle ombre



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-luce-sullimpero-inglese-delle)

Le strozzature marittime sono state da sempre la punta di diamante degli imperi, dato che il commercio per mare è più efficiente di quello via terra. I grandi imperi del passato, come quello portoghese e olandese ad esempio, hanno sfruttato questo vantaggio. Nondimeno quello inglese, conoscendo anche l'importanza delle strozzature in giro per il globo. La guerra mediatica contro l'amministrazione Trump ha scalato la marcia ogni volta che uno di questi punti è stato conquistato dagli USA a danno degli inglesi. Non dimentichiamoci, inoltre, che anche a livello monetario esistono “strozzature”, come ad esempio lo era il LIBOR e lo è ancora lo Swift. Modi di intendere la liquidità diversi, ma stessa essenza: generare caos con relativa semplicità e al contempo trarre profitto dal caos.

La fase di transizione in cui ci troviamo richiederà anche il mutamento delle alleanze che per decenni sono state saldate in virtù di un nuovo giocatore davvero dominante sulla scena, non più un subordinato alla City di Londra. E badate bene, questo significa anche una riorganizzazione a livello bancario sulla scena internazionale (es. banche canadesi, banche di Hong Kong, banche svizzere, ecc.) e soprattutto a livello nazionale (es. JP Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley contro BofA, Citigroup, Mellon Bank). I rischi sono tanti come abbiamo visto negli ultimi due mesi in particolare, soprattutto sulla scia della guerra mediatica lanciata dall'impero inglese per gettare fumo su quanto stia accadendo nel sottobosco finanziario e geopolitico. Ma così come bisognava disinnescare la guerra civile facendo scoppiare in anticipo le proteste di piazza sulla scia dello scandalo Minnesota, allo stesso modo il proxy inglese “Iran” doveva essere disinnescato prima delle elezioni di medio termine affinché Londra e Bruxelles potessero essere assediate e gli USA abbiano la possibilità di schivare il proverbiale proiettile d'argento elettorale che invece ha colpito l'Ungheria.

Tutto ciò che ha fatto finora l'amministrazione Trump è stato calcolato per arrivare al punto attuale, non ultimo il Board of Peace in grado addirittura di unire sciiti e sunniti (il cui astio in passato è stato alimentato dalla City di Londra per trarvi profitto), elemento la cui assenza non avrebbe garantito agli USA il vantaggio tattico sul territorio che hanno. Non solo, ma bisogna aggiungere che l'Operazione speciale americana in Iran non è nata dalla sera alla mattina, bensì è sempre stata un'opzione in seno all'amministrazione Trump, dato che il Dipartimento del Tesoro ha lavorato per un anno per tracciare i legami dell'IRGC col sistema bancario internazionale (in particolare le banche svizzere).

Una intricata rete di legami politici, narcotraffico e denaro che corre indietro nel tempo, come minimo, all'Irangate degli anni '80 ed è proseguita fino ai giorni nostri con Hezbollah, Venezuela e altri. E badate bene, la CIA nemmeno è un monolite; anche al suo interno esistono fazioni che possono essere infiltrate, soprattutto dall'MI6. Operazione resa più agevole dal fatto che una parte del bilancio dell'agenzia d'intelligence statunitense è nascosta addirittura allo scrutinio del Congresso e del Presidente. A ciò aggiungiamo le connessioni finanziarie degli ayatollah con la City di Londra, il riciclaggio di denaro tramite le banche turche/inglesi, e l'accesso a nuovi proventi tramite Hezbollah e i suoi legami coi cartelli della droga sudamericani.

I giocatori in questa partita non devono per forza avere tutti gli obiettivi in comune: chiaramente alcuni si sovrappongono tra Stati Uniti e Israele & City di Londra e IRGC. Ci sono in ballo interessi comuni e altri che divergono leggermente, ma questo assicura che l'Iran non vorrà farsi annichilire del tutto. Così come Dubai, avamposto designato dalla City di Londra per traslocare i propri affari e rimanere schermata con quello che sarebbe dovuto essere l'ombrello nucleare iraniano, ha deciso di tagliare i ponti con gli inglesi e accettare la bonifica statunitense. Il Regno Unito non ha più la capacità di proiettare forza tramite il suo esercito e lo fa, invece, tramite il mondo della finanza e degli Stati profondi. In questo senso l'IRGC è uno strumento potente, l'élite israeliana è uno strumento potente, i neocon americani sono uno strumento potente, ecc. Nel momento in cui si realizza che essi rischiano di diventare asset in rapido deprezzamento, o li si sua subito oppure si perde la loro influenza, soprattutto in virtù del progetto A(merica)-R(ussia)-C(ina) che prende sempre più forma e si concretizza materialmente. La piovra che sta combattendo l'amministrazione Trump è esattamente questa, gli aspetti militari del conflitto in Iran sono sostanzialmente uno spettacolo secondario.

Tutte le infrastrutture pubbliche che vengono attaccate, ovvero ponti, raffinerie, impianti di fertilizzanti, ecc., hanno lo scopo di creare uno shock a livello di catene di approvvigionamento dato che la City di Londra continua a perdere la sua fonte di denaro facile a livello privato (es. CJNG) e a livello pubblico.

Questa è una piovra pluritentacolare che ha ramificazioni molto, molto profonde: pensate ad esempio ai modi con cui riesce ancora a canalizzare denaro e risorse dure dagli Stati Uniti tramite la sua partnership con lo Utah (e i mormoni aggiungerei). Ecco perché uno degli obiettivi interni sarà quello di avere un dollaro a circolazione nazionale separato da quello a circolazione internazionale, il quale avrà un premio (una copia dello yuan onshore e offshore). E questa è solo una rampa di lancio, perché la riorganizzazione del biglietto verde necessita al contempo anche della riorganizzazione dei metalli preziosi (cosa che sta accadendo col drenaggio della LBMA) e, cosa più importante di tutte, con la riorganizzazione del mercato del petrolio. Da qui il differenziale che sta sviluppando di recente tra il Brent e il WTI, dove è l'offerta fisica che sta impostando adesso il prezzo al margine (non più l'offerta sintetica).

Potete vedere questa riorganizzazione svilupparsi anche in quei Paesi del Golfo che hanno stretto un accordo con gli USA: non più elementi subordinati come accadeva prima quando la City di Londra controllava totalmente il braccio armato di Washington, ma elementi alla pari che si parlano tramite accordi commerciali. Infatti cos'era prima il Qatar se non un fornitore di gas all'Europa/Regno Unito? Cos'erano gli Emirati Arabi Uniti se non l'ennesimo hub da cui riciclare denaro sporco per Europa/Regno Unito? Cos'era l'Oman se non una fucina per le operazioni in zona dell'MI6? A tutti questi Paesi è stato offerto un accordo che hanno accettato, ecco perché, diversamente da certi analisti che costruiscono lo spaventapasseri “i Paesi arabi abbandoneranno gli USA”, questa realtà rimarrà una loro illusione. Lo stesso tipo di accordo è stato presentato all'Iran: biforcare i proventi del petrolio affinché l'IRGC venga tagliato fuori ed essi confluiscano verso il governo in carica e la popolazione. Nessun cambio di regime, nessun governo fantoccio; un assetto come quello lasciato in Venezuela.

E a proposito del Paese sudamericano, guardate il seguente grafico.

Altra pietra tombale sulla capoccia dei disfattisti degli USA, talmente tanto tronfi di commentare i presunti insuccessi militari che si sono lasciati sfuggire la vera storia: le rotte commerciali del petrolio. Controllando il flusso di petrolio, si controlla anche la valuta in cui viene trattato. La maggior parte delle nazioni arabe appoggia la campagna statunitense contro l'Iran ed è importante sottolineare che il loro impegno in materia è stato messo alla prova e ha retto. La rimozione del presidente venezuelano Maduro, poi, e l'influenza sul petrolio venezuelano fanno parte della stessa strategia. Gli Stati Uniti controllano le riserve petrolifere dell'emisfero occidentale e hanno a disposizione più petrolio di tutta l'OPEC messa insieme, esercitando così un enorme potere di leva per mantenere il prezzo del petrolio in dollari. Una volta rimossi gli intermediari in questo mercato si stabilizzano anche le pressioni finanziarie interne, permettendo ai capitali in entrata di acquietare tutte quelle voci che già davano per spacciati gli USA sulla scia del rollover da $10.000 miliardi del loro debito.

Il silenzio assordante di Cina e Russia riguardo l'accordo siglato dagli americani su Hormuz ci racconta una storia. I cinesi, in particolare, vogliono azzerato il premio di rischio sulla loro base manifatturiera. Ovviamente il problema qui non è l'offerta, la quale ce n'è in abbondanza, bensì la logistica. Il prezzo sale solo per questo fattore, altrimenti avremmo assistito a una situazione simile a quella del 2020 in cui i prezzi dei futures finirono in territorio negativo. Quando suddetta abbondanza inizierà a muoversi, e lo farà solo quando Trump darà l'ordine, i mercati saranno invasi e il prezzo dell'oro nero colerà a picco. Il vantaggio cinese di pagare prezzi all'ingrosso per il petrolio scomparirà dato che essi saranno molto vicini a quelli al dettaglio.

Per 4 anni la Cina ha portato avanti un tira e molla nei confronti della Russia sul prezzo del gasdotto Siberia 2, dato che i cinesi volevano lo stesso prezzo pagato per Siberia 1. Chiaramente avevano potere di leva perché pagavano un prezzo all'ingrosso per il petrolio grazie a Venezuela e Iran. L'intervento di Trump, adesso, farà pagare ai cinesi il prezzo al dettaglio per l'energia, non più all'ingrosso. Ecco perché i cinesi sono corsi a contrattare coi russi su Siberia 2 nel momento in cui Hormuz è stato “chiuso”. Diversamente da quello che leggete sulla stampa, o dai ridicoli commenti dei canali d'informazione alternativi sui suoi post su Truth, Trump sa cos'è il potere di leva e quali sono i punti deboli dei competitor degli USA. La Cina, infatti, ha bisogno di sicurezza energetica, perché non ottiene più favori da Venezuela e Iran: gli Stati Uniti stanno diventando coloro che impostano il prezzo al margine. Sganciare i russi dalla subordinazione nei confronti dei cinesi è uno di quei punti su cui secondo me Trump e Putin hanno concordato quando si sono incontrati in Alaska l'anno scorso. I russi, all'indomani della guerra in Ucraina, erano consapevoli del loro ruolo una volta che si sarebbero alleati coi cinesi; in questo modo Trump ricuce quei legami che si erano strappati sulla scia delle scelte scellerate in politica estera dell'amministrazione Biden/cricca di Davos.

Infatti gli Stati Uniti vogliono un prezzo più basso della materia energia; è la City di Londra, invece, a spingere su il prezzo, esito alimentato non solo a livello finanziario tramite l'offerta sintetica del Brent, ma anche tramite la “chiusura” di Hormuz quando Lloyd's ha smesso di assicurare le navi. Assetto perdurato fino a quando gli USA non sono stati in grado di riprendere le redini della situazione alimentando al contempo la guerra civile all'interno dell'IRGC.

Giunti a questo punto tutto ruota attorno a un solo aspetto: come si crea un equivalente di una Delci Rodriguez in Iran. Come ripetuto spesso, stiamo parlando di un'operazione di grandezza superiore rispetto a quella venezuelana, considerando soprattutto tutti i nodi gordiani che si porta dietro data la sua importanza per le strategie mondiali di Londra e Bruxelles. Per quanto si continuasse a dire che ci fosse un accordo con gli iraniani, in realtà c'era la bozza di un accordo e questo significa automaticamente che se, ad esempio, Trump sta negoziando con Aragchi e forse trova una intesa con lui, non significa che una volta che egli torna in patria è in grado di farlo valere per tutte le altre fazioni che imperversano nel Paese. La stampa, invece, getta ulteriore benzina su questo diffondendo FUD e facendo passare per incapace l'amministrazione Trump, piuttosto che concludere logicamente che forse, e dico forse, Aragchi ha una pistola puntata alla testa... Se dobbiamo ridurre il teatro di guerra a soli due giocatori, allora quelli sono Washington e la City di Londra. E il premio sono i flussi monetari ed energetici in tutto il mondo. Possiamo quindi escludere la sciocca teoria secondo cui è Israele in realtà ad aver trascinato in guerra gli Stati Uniti, o che esso è in grado di pilotare ad hoc gli stessi Stati Uniti.

Queste due notizie (1, 2), apparentemente slegate, rappresentano l'esempio per eccellenza con cui gli inglesi controllavano da dietro le quinte il mondo intero. Non è affatto un caso che sia gli USA sia Israele abbiano smesso di condividere informazioni di intelligence con Londra. Quest'ultima ha sempre alimentato il gioco “Divide et impera” per creare caos (e trarre profitto dai premi di rischio), in modo da generare le condizioni a essa favorevoli per portare avanti la propria agenda. La “profezia” di Kissinger riguardo la scomparsa di Israele non era una premonizione sul futuro da parte di una persona lungimirante, ma ciò che era nelle intenzioni di globalisti come lui per modellare un mondo a immagine dei loro interessi. Questo a sua volta significa che Israele sarebbe diventato un asset in rapido deprezzamento da essere lanciato nella mischia nel momento in cui i tempi sarebbero stati maturi. E quei tempi sono arrivati nell'ottobre 2023, quando Netanyauh è stato convinto da Londra a “lasciar accadere” il 10/7 affinché avesse poi una giustificazione preziosa con cui far fuori definitivamente Hamas. Trump all'epoca era ancora fuori dai giochi ed era incerto il suo ritorno. Purtroppo per Bibi, alla falange qatarina di Hamas venne invece dato l'ordine di calcare la mano rispetto a quanto era stato invece promesso a lui. L'obiettivo inglese era quello di mettere a ferro e fuoco la regione, scommettendo sulla vendetta di Netanyauh.

Una volta realizzato cosa stava accadendo, ritengo che tutte le azioni effettuate da Netanyauh dopo quell'evento siano state indirizzate a difendere la nazione e contrastare i piani inglesi. Perché si può dire tutto di Netanyauh, ma non che non sia un patriota. Il caos nella regione era l'innesco ideale, poi, per permettere agli affari inglesi di delocalizzarsi in Medio Oriente, per la precisione a Dubai, e delocalizzare i flussi finanziari della City di Londra nel Golfo persico sotto l'ombrello nucleare dell'Iran. Il ricongiungimento dell'Inghilterra poi con l'UE avrebbe creato un canale diretto con essa, con cui portare avanti il processo di esclusione della Russia. Il Qatar sarebbe diventato un gasdotto per entrambe e l'Oman come avamposto delle azioni di intelligence dell'MI6. Nel frattempo l'alleanza con l'IRGC avrebbe fornito agli inglesi anche il controllo sull'altra sponda del Golfo persico.

Non è finita qui, perché la censura di tutte le altre fonti di petrolio (soprattutto quelle russe) avrebbe concentrato il flusso di petrolio mondiale nello Stretto di Hormuz. E in questo schema rientra anche il collasso delle raffinerie sulla costa occidentale statunitense, costringendo la California a diventare un importatore di energia. In quest'ottica era fondamentale impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari; in quest'ottica si capisce a chi faceva riferimento Obama quando avallò il JCPOA; in quest'ottica si capisce perché Russia e Cina sono stati ai margini durante la guerra dei 12 giorni e l'operazione americana in Iran. Si trattava semplicemente dell'inizio della fine del ricatto iraniano, del ricatto della volatilità del petrolio che per decenni gli inglesi hanno portato avanti per riciclare il proprio Impero. Quando si legge il 10/7 come un incidente voluto, allora si vedono a cascata tutte le conseguenze con un'ottica molto più logica: Londra ha tradito Netanyauh, quest'ultimo ha ritorto le sue azioni contro Londra e Trump ha colto la palla al balzo per mettere ordine nei Paesi del Golfo. Non solo, ma questa chiave di lettura fornisce ulteriore contesto al motivo per cui Russia e Cina sono rimasti a bordo campo. Infatti il centro del mondo smetterà di essere l'Europa, soppiantata dal Pacifico e dall'Artico.

Se prendete un mappamondo, quali sono quelle tre potenze che si incrociano in quella parte dell'emisfero terrestre?

Ma non dimentichiamoci dei flussi, la chiave di tutta questa storia. Mentre la stampa e i canali d'informazione alternativi fantasticano di una de-dollarizzazione imminente a causa della “disfatta” americana in Iran, nonostante a marzo le transazioni internazionali abbiano fatto segnare un uso record (+51,1%) del dollaro da 4 anni a questa parte, una storia poco battuta è quella dell'ancoraggio tra il dollaro di Hong Kong e il dollaro statunitense. Dallo scorso autunno suddetto ancoraggio si è rotto, portando l'USD/HKD oltre i 7.8, e ciò segnala stress finanziario e monetario all'interno dei flussi del Forex intermediati dalla City di Londra.

Hong Kong è sempre stato un suo avamposto per intermediare il flusso di dollari offshore e adesso la City sta perdendo la partita non solo a livello di prosciugamento dei fondi in eurodollari in circolazione, ma anche di riorientamento dei flussi monetari lontano dall'intermediazione londinese e a esclusivo vantaggio di Washington tramite Tether. La capillarizzazione del dollaro e l'inclusione degli unbanked tramite la digitalizzazione del dollaro è l'ultimo chiodo nella bara in quel campo che permetteva alla City di Londra di finanziare il proprio Impero delle ombre. La stablecoin sul dollaro di Hong Kong oggi, e possibilmente quella di Singapore domani, sono un tentativo disperato di stare al passo coi tempi e puntellare un Impero finanziario in disfacimento.

La de-dollarizzazione è la foglia di fico della propaganda inglese per nascondere la vera storia: la de-finanziarizzazione e il relativo ridimensionamento dell'Impero inglese.


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giovedì 30 aprile 2026

Perché Bitcoin è la moneta dei popoli liberi

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Alex Gladstein

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/perche-bitcoin-e-la-moneta-dei-popoli)

I governi autoritari di tutto il mondo ricorrono sempre più spesso alla repressione finanziaria per neutralizzare i loro oppositori. Sorvegliando e congelando i conti bancari, possono bloccare sul nascere qualsiasi forma di opposizione democratica. Allo stesso tempo le organizzazioni per i diritti umani, dalla Nigeria alla Russia fino a Hong Kong, si stanno rivolgendo a Bitcoin – una valuta digitale resistente alla censura che può essere utilizzata senza collegare le transazioni alle informazioni personali – per ricevere donazioni, pagare gli stipendi e garantire la continuità delle proprie attività, anche se i dittatori volessero censurare tali attività.

Cinquant'anni fa gli stati non potevano monitorare facilmente, o controllare, l'economia a livello individuale. La maggior parte delle transazioni quotidiane in tutto il mondo avveniva ancora in contanti, o al massimo con assegni cartacei, e non veniva registrata immediatamente in un database e non poteva essere utilizzata per modellare il comportamento dei cittadini o sorvegliare i dissidenti. Quel mondo è ormai lontano.

Oggi, con la predominanza della spesa digitale, la maggior parte delle transazioni è immediatamente visibile, o quantomeno facilmente rintracciabile dalle autorità in un secondo momento. Ciò che spendete dice molto di più su di voi di quanto voi possiate dire a parole. Gli stati possono vedere chi compra cosa, chi paga chi e chi dona a quale causa. I nemici dello stato (reali o immaginari) possono essere eliminati con un semplice clic, senza bisogno di un mandato dei tribunali. A volte, come nel caso della Cina, non è nemmeno necessario prendere una decisione per bloccare i finanziamenti a un critico. Uno strumento di intelligenza artificiale automatizza il processo, trasformando in realtà distopica l'idea di “precrimine” dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick.

Peggio ancora, le banconote o i crediti digitali a disposizione di chi vive sotto regimi autoritari sono progettati per svalutarsi drasticamente. I dittatori inflazionano regolarmente le proprie valute nazionali per finanziare stati di polizia, guerre, forze di sicurezza e stili di vita sfarzosi a scapito del tenore di vita dei cittadini comuni. Prendiamo l'Egitto come esempio lampante: Abdel Fattah al-Sisi è noto per aver ricevuto miliardi di dollari in aiuti internazionali, mentre svalutava da un giorno all'altro la sterlina egiziana, che negli ultimi dieci anni ha perso oltre l'85% del suo potere d'acquisto rispetto al dollaro statunitense. Sisi si aggrappa al potere, mentre le classi medio-basse pagano il doppio, o addirittura il triplo, per i beni di prima necessità rispetto a pochi anni fa.

Infine molte vittime della tirannia si trovano ad affrontare l'isolamento finanziario, anche se personalmente non hanno commesso alcun illecito. Le sanzioni internazionali imposte ai Paesi, unite alle linee di politica aziendali che emarginano diverse nazionalità, finiscono per danneggiare milioni di persone innocenti. A causa dei crimini dei loro governanti, i cittadini di Paesi come l'Iran, ad esempio, non godono delle reti di pagamento agevolate, dello shopping online, o dell'accesso a beni e servizi mondiali di cui beneficiamo noi nelle democrazie occidentali.

Nel mondo della promozione della democrazia, la repressione finanziaria non riceve la stessa attenzione riservata alle frodi elettorali, alla censura delle notizie, o ai prigionieri politici. Ciononostante questo tipo di repressione è forse la più profonda: non tutti sono giornalisti, o politici dell'opposizione, ma tutti usano il denaro. Solo circa il 13% della popolazione mondiale gode sia di una democrazia liberale con libertà di parola e diritti di proprietà, sia di una “valuta di riserva”, ovvero un'unità monetaria sufficientemente solida da indurre altri stati ad accumularla nelle proprie riserve. Il restante 87% dell'umanità è nato sotto un regime autoritario, o in un'epoca di crollo di una valuta fiat (emessa dallo stato e non coperta da una materia prima). In poche parole, gli attivisti per la democrazia si rivolgono a Bitcoin perché il sistema attuale non funziona per loro.


Una crisi bancaria per l'attivismo democratico

Il 16 giugno 2025 Ruslan Shaveddinov, attivista russo per la democrazia e responsabile del canale YouTube, Team Navalny, ha dichiarato che la sua “banca preferita”, Revolut, “ha ceduto alle pressioni del governo di Putin e mi ha bloccato i conti”. Anche due suoi colleghi, Dmitry Nizovtsev e Nina Volokhonskaya, sono stati privati ​​dei loro conti. Shaveddinov ha ipotizzato che Revolut avesse ceduto alle pressioni dello stato russo. Poche ore dopo i conti sono stati sbloccati, ma non prima che lo scandalo dimostrasse un punto ovvio: i conti bancari sono politici e possono essere attivati e disattivati a piacimento dai poteri forti. E se questi poteri forti sono le persone che si criticano, o a cui ci si oppone, allora la possibilità di utilizzare i servizi finanziari tradizionali potrebbe essere compromessa.

Gli attivisti in esilio come Shaveddinov devono fare molta attenzione alle loro finanze, ma per gli attivisti che vivono ancora all'interno di dittature è probabilmente già impossibile utilizzare i canali finanziari tradizionali. Secondo la Human Rights Foundation, 5,7 miliardi di persone vivono in regimi autoritari, il che significa che la stragrande maggioranza degli attivisti per la democrazia vive in luoghi in cui i pagamenti, la raccolta fondi e i risparmi sono completamente interrotti.

Consideriamo una semplice operazione logistica per un'organizzazione democratica in un regime autocratico come la Turchia. Se un donatore straniero desidera elargire una sovvenzione di $25.000 a un'organizzazione no-profit turca, effettua un bonifico bancario sul conto corrente dell'organizzazione in Turchia. Supponendo che i fondi vengano effettivamente svincolati dal Paese d'origine (cosa non sempre garantita, dato che le banche occidentali potrebbero considerare alcune destinazioni di pagamento troppo rischiose), la banca turca ricevente vedrà che l'organizzazione donatrice ha inviato $25.000 a un gruppo di attivisti e condividerà quindi tale informazione, in tempo reale o poco dopo, con i funzionari del regime. Nella migliore delle ipotesi i fondi saranno monitorati, o sequestrati; nella peggiore delle ipotesi il beneficiario verrà incarcerato, o addirittura fatto sparire, e l'intera organizzazione potrebbe essere chiusa o identificata come gruppo estremista, traditore, o terrorista.

Anche se i fondi stranieri dovessero raggiungere un gruppo di attivisti all'interno di un regime autocratico, non sarebbero in dollari statunitensi, bensì nella valuta locale: la lira turca, la sterlina egiziana, o la naira nigeriana, tutte valute che negli ultimi anni sono state svalutate di oltre il 50% dai rispettivi regimi. Inoltre è probabile che la transazione richieda settimane, se non addirittura mesi, per essere accreditata sul conto dell'organizzazione non profit, già a corto di risorse e ora, come minimo, sotto la lente d'ingrandimento del regime.

Questa è la routine quotidiana per le organizzazioni non profit che cercano di raccogliere fondi dall'estero, o di pagare il personale, o i fornitori di servizi all'estero. Il sistema bancario tradizionale non funziona più a sufficienza per finanziare il lavoro a favore della democrazia in contesti difficili. Non è abbastanza sicuro, non è abbastanza efficiente e non è abbastanza veloce.

È qui che Bitcoin brilla. Ora immaginiamo lo stesso scenario turco utilizzando la valuta digitale open-source: l'organizzazione no-profit beneficiaria comunica tramite messaggio crittografato con il donatore, fornendo un nuovo indirizzo Bitcoin (una stringa di numeri e lettere generata cliccando su “ricevi” all'interno di un wallet Bitcoin) e tutta la documentazione necessaria. Il donatore invia quindi semplicemente i fondi, che arrivano in pochi minuti (o secondi, se inviati tramite Lightning Network, un metodo per inviare Bitcoin in modo più economico, veloce e privato). Il donatore condivide queste informazioni con il proprio team finanziario (tutte le donazioni devono essere tracciate affinché le organizzazioni benefiche occidentali mantengano lo status di no-profit), ma in questo caso, il governo turco non ha idea che un supporto fondamentale sia arrivato giusto in tempo per il giornalista che indaga sulla corruzione, l'ambientalista che protegge una foresta, il sindacalista che coordina uno sciopero, l'artista che progetta un murale pubblico, o l'osservatore elettorale che si reca al seggio.

La donazione in Bitcoin è ora a disposizione dell'organizzazione no-profit locale, che può utilizzarla senza bisogno di autorizzazione da parte delle autorità. Forse il gruppo userà una piattaforma di scambio peer-to-peer su WhatsApp, o Telegram, per scambiare immediatamente i Bitcoin con banconote; forse pagheranno gli stipendi direttamente in Bitcoin, o acquisteranno beni e servizi presso il crescente numero di commercianti mondiali che accettano Bitcoin. Magari useranno un sito web come Bitrefill per pagare in Bitcoin la spesa, il noleggio auto, gli hotel, gli acquisti online, o le ricariche telefoniche; oppure forse conserveranno i Bitcoin per il futuro, piantando un seme che crescerà come un albero invece di “risparmiare” lire turche, che non germoglierebbero affatto. In ogni caso, dovrebbe essere evidente che Bitcoin, dal punto di vista logistico, rappresenta una rivoluzione per l'attivismo, un'innovazione arrivata proprio al momento giusto per aiutare le organizzazioni no-profit a orientarsi in un'era in cui il sistema bancario non è più adeguato alle loro esigenze.


Andare dove il dollaro non può arrivare

Per molti difensori dei diritti umani il dollaro statunitense non è sufficiente. Prendiamo il caso di Roya Mahboob, l'attivista umanitaria e imprenditrice afghana. Da bambina, a Herat, lei e la sua famiglia furono costrette a fuggire in Iran dopo la presa del potere da parte dei talebani nel 1996. In seguito, dopo l'invasione statunitense dell'Afghanistan nel 2001, i Mahboob tornarono nella loro città natale e Roya iniziò a notare i primi segni di sviluppo tecnologico. Scorse quello che descrisse come “una scatola in grado di comunicare con altre scatole” all'interno di un bar, ma alle ragazze non era permesso usare il computer. Perseverò e riuscì a convincere il proprietario del bar a lasciarglielo usare prima dell'apertura e divenne una preziosa specialista nella riparazione di computer. Fece lo stesso all'università locale e, dopo la laurea, fondò l'Afghan Citadel Software Company, che dava lavoro a donne in tutto l'Afghanistan, aiutandole a pubblicare i loro blog e consentendo loro di svolgere micro-lavori online. I pagamenti, tuttavia, rappresentavano un grosso problema.

Il denaro mobile non si è mai diffuso nel Paese, e PayPal e Venmo non erano disponibili per gli afghani. Il contante era problematico, poiché i parenti maschi lo confiscavano alle donne al loro ritorno a casa, ma molti afghani avevano cellulari e connessioni internet occasionali. Così Roya pensò: perché non provare con Bitcoin? Aveva sentito parlare dell'invenzione di Satoshi Nakamoto da un'amica di New York e decise di tentare. Nell'estate e nell'autunno del 2013, quando iniziò a pagare i suoi dipendenti nella nuova valuta digitale, un Bitcoin passò da un valore di $50 a oltre $1.000. Ma poi, quando il più grande exchange Bitcoin, Mt. Gox, iniziò a crollare e infine dichiarò bancarotta, il tasso di cambio scese in una serie di ribassi sotto i $200. Roya smise di pagare i suoi dipendenti in Bitcoin, ma non riusciva a togliersi dalla testa l'idea di una moneta che chiunque potesse usare, indipendentemente dal sesso.

Una delle prime dipendenti fu costretta a fuggire dall'Afghanistan. Alla fine si stabilì in Germania, dove poté accedere ai suoi Bitcoin utilizzando la sua frase di recupero (simile a una password, una frase di recupero può essere utilizzata per recuperare l'accesso ai propri Bitcoin). Quelle monete, che ora valgono considerevolmente di più, le permisero di rifarsi una vita. La sorella di Roya, Elaha, nel frattempo, riacquistava Bitcoin dalle ragazze che lavoravano nell'azienda di Roya quando queste avevano bisogno di fare acquisti e il commerciante non accettava la nuova valuta. Elaha conservò le monete e in seguito le utilizzò, con un valore venti volte superiore, per finanziare i suoi studi alla Cornell University. Nel 2014 Roya inaugurò l'organizzazione benefica Digital Citizen Fund per insegnare competenze alle giovani donne e ragazze afghane. Si assicurò di includere corsi di formazione su Bitcoin, arrivando a istruire oltre 25.000 donne e ragazze sulla valuta digitale e altre tecnologie.

All'inizio del 2021 Roya si rese conto che il governo afghano sostenuto dagli Stati Uniti, pur avendo avuto un impatto positivo sulle donne nel suo Paese, non sarebbe durato per sempre. Cercò di convincere i suoi genitori a convertire parte dei loro risparmi in Bitcoin, ma non vollero ascoltarla. Quell'estate Kabul cadde nelle mani dei talebani in poche settimane. La maggior parte delle persone in fuga perse tutto: il denaro non poteva essere trasferito oltre confine e la fuga improvvisa non diede ai cittadini il tempo sufficiente per liquidare e vendere i propri beni. Così i genitori di Roya, come molti altri, subirono una catastrofe finanziaria, ma non lei, né le ragazze che avevano scoperto la valuta digitale, il cui valore era custodito su Internet ed era accessibile tramite una password che poteva essere annotata, nascosta, inviata a un amico all'estero, o persino memorizzata.

Oggi, dopo oltre 1.300 giorni in cui alle ragazze afghane è stato impedito di andare a scuola, Roya continua a finanziare l'istruzione clandestina in Afghanistan con Bitcoin. Le insegnanti, che ricevono i pagamenti direttamente da Roya e dal suo team, possono spenderli sui mercati peer-to-peer, o scambiarli con denaro contante tramite contatti locali. È tecnologicamente impossibile utilizzare il sistema bancario basato sul dollaro per svolgere questo lavoro cruciale, ma con Bitcoin è semplice.


Libertà monetaria

La lotta per la libertà monetaria è profondamente radicata in molti movimenti democratici globali. Nonostante la questione della valuta venga perlopiù ignorata nei rapporti sui diritti umani, i meccanismi monetari sono al centro di alcune delle più grandi lotte democratiche a livello mondiale, sia dal punto di vista ideologico che logistico.

Basti guardare agli 85 anni di lotta per l'indipendenza e la democrazia in Togo, ex-colonia francese nell'Africa occidentale, incastonata tra Ghana e Nigeria. Quando l'impero francese si ritirò dai suoi possedimenti nella regione tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, emerse in Togo una figura tenace a favore della democrazia: Sylvanus Olympio. Leader visionario e fervente sostenitore dei diritti democratici nel Paese appena indipendente, uno degli obiettivi più importanti di Olympio era la libertà monetaria.

Nell'ambito del colonialismo francese, Parigi impose il franco coloniale (CFA) ai suoi sudditi, ottenendo il controllo e la rendita sulla manodopera e sulle risorse di quelle regioni. Olympio voleva porre fine a tale dominio e si fece promotore di una valuta controllata autonomamente per il suo nuovo Paese. Nel gennaio del 1963, pochi giorni prima che questa riforma venisse promulgata, Olympio fu assassinato da sicari paramilitari francesi e al suo posto fu insediato un dittatore di nome Gnassingbé Eyadéma. Gnassingbé avrebbe governato per oltre quarant'anni e suo figlio continua ancora oggi a opprimere il Togo. Gli elementi chiave del dominio della sua famiglia sono il sostegno militare francese e l'utilizzo del CFA da parte del Togo. L'accordo garantisce alla Francia il diritto di prelazione sulle esportazioni del Paese (tra cui petrolio, uranio e legname); storicamente ha permesso alla Francia di custodire e utilizzare come garanzia le riserve auree nazionali del Togo; e offre alla Francia un mercato enorme (il Togo è uno dei quindici Paesi CFA dell'Africa occidentale e centrale, che ospita trecento milioni di persone) per vendere merci a prezzi artificialmente elevati.

Farida Nabourema è un'attivista per la democrazia di terza generazione del Togo e la sua famiglia si batte per la libertà monetaria fin dai tempi coloniali. Suo nonno combatté contro i francesi e suo padre si oppose al regime di Gnassingbé, il che gli causò frequenti arresti e la successiva esclusione totale da qualsiasi servizio bancario, o finanziario. Anche Farida è diventata un'attivista, contribuendo a mobilitare nel 2009 oltre un milione di togolesi nelle piazze, quando era ancora una studentessa universitaria. Anche a lei è stato negato l'accesso ai servizi bancari, come a quasi tutti i membri del movimento democratico togolese. Poiché la dittatura di Gnassingbé controlla il sistema finanziario, il regime può facilmente censurare i “dissidenti”, rendendo molto difficile la mobilitazione e la crescita dei movimenti per i diritti umani e di protesta.

Farida sta contrastando la situazione su due fronti: in primo luogo contro il sistema del franco CFA e la mancanza di libertà monetaria in Togo, e in secondo luogo contro il controllo tirannico dell'attività economica esercitato da Gnassingbé. Lo sta facendo con Bitcoin. Quello che inizialmente era un utilizzo personale della valuta digitale per trasferire denaro sia all'interno del Togo che dall'estero a gruppi che promuovono la democrazia (cosa impossibile con i dollari statunitensi), sotto la guida di Farida si è trasformato in una tattica a livello nazionale per educare e rafforzare il movimento democratico, in modo che il governo non possa più paralizzarlo attraverso il cosiddetto debanking.

Vedendo l'impatto di Bitcoin sulla lotta per la democrazia nel suo Paese, Farida ha voluto condividere queste lezioni in tutto il continente. Nel 2022 ha inaugurato l'Africa Bitcoin Conference. Giunta ormai alla sua quarta edizione, la conferenza riunisce attivisti, educatori e imprenditori nell'ecosistema Bitcoin provenienti da oltre quaranta Paesi africani. I partecipanti condividono consigli e strumenti in un percorso comune per costruire un'economia africana peer-to-peer al di fuori del controllo statale. Per Farida, e per molti altri, non ci sarà democrazia in Togo, o in Africa, finché il denaro non sarà democratizzato e il controllo non sarà nelle mani del popolo. Considerano Bitcoin una delle poche soluzioni che offrono alle persone una via d'uscita sia dal colonialismo che dalla dittatura.


Una rivoluzione silenziosa

Il movimento democratico cubano rimane frammentato, isolato e gravemente sottofinanziato. Ciò è dovuto in parte alla difficoltà di far entrare e uscire denaro dal Paese. Nel 2021 il Partito Comunista iniziò a smantellare il sistema a due livelli del peso cubano, in cui i dipendenti statali guadagnavano pesos cubani, scambiati a un tasso di 24 per dollaro, mentre gli stranieri utilizzavano pesos cubani convertibili, scambiati alla pari con il dollaro. Il sistema di ancoraggio si rivelò insostenibile e il peso fu di fatto lasciato fluttuare liberamente. Questo provocò un'iperinflazione, con il peso che ora viene scambiato a oltre trecento per dollaro, decimando i salari della maggior parte dei lavoratori dell'isola.

Il nuovo piano statale per attrarre valuta estera pregiata è la Moneda Libremente Convertible (MLC), dal nome fuorviante, che funziona un po' come una carta regalo per i cubani, permettendo loro di acquistare articoli di qualità in negozi più raffinati. I commercianti che vendono carne, elettronica, o abbigliamento di buon livello accettano solo MLC. Tuttavia i pesos guadagnati con il tradizionale lavoro statale non sono convertibili in MLC e possono acquistare solo beni di prima necessità, pertanto i cubani devono chiedere a familiari, o amici all'estero, di “ricaricare” il loro conto MLC con euro, real, dollari canadesi e valute simili. Il regime raccoglie la valuta estera pregiata e accredita ai singoli individui la MLC, che possono utilizzare per acquistare ciò di cui hanno bisogno.

Per evitare questa miseria e la ricerca di rendite, un numero crescente di cubani si è rivolto al Bitcoin. Ho intervistato decine di cubani sull'isola che avevano iniziato a usare e risparmiare Bitcoin nel 2020, quando uno veniva scambiato a circa $5.000. Immaginate  di risparmiare il vostro stipendio in una valuta, il peso cubano, che è crollata del 90% rispetto a risparmiare in una valuta che si è apprezzata del 2.000%, se aveste optato per il Bitcoin. Questa è una decisione che moltissimi cubani hanno preso per necessità negli ultimi cinque anni.

Oggi a Cuba esistono scuole clandestine che insegnano ai cittadini come usare Bitcoin in modo sicuro, come spenderli e come educare i commercianti locali ad accettarli. My First Bitcoin, una guida educativa open-source sviluppata inizialmente in El Salvador, è stata trasformata dai cubani in una versione popolare sull'isola, offrendo agli adolescenti (e a chiunque altro) un modo semplice e accessibile per imparare a conoscere la valuta digitale.

Ora, a Cuba, prima che altrove, stanno prendendo piede nuovi strumenti basati su Bitcoin. Un esempio è eCash, una tecnologia per la privacy finanziaria inventata negli anni '80 dal crittografo David Chaum, che ha riacquistato popolarità negli ultimi anni dopo essere stata ricostruita a partire da Bitcoin. L'idea è che i Bitcoin vengano inviati a una “zecca” di eCash, che fornisce agli utenti “denaro digitale” completamente privato, trasferibile istantaneamente ed estremamente economico, spendibile anche in assenza di connessione Internet: una caratteristica molto utile a Cuba. Come funziona? Allo stesso modo delle carte di credito tradizionali: solo il commerciante, che deve ricevere informazioni alfanumeriche dal cliente, ha bisogno di Internet.

Ogni giorno le famiglie all'estero inviano rimesse a Cuba con Bitcoin, gli attivisti per la democrazia spezzano le catene finanziarie con Bitcoin e i comuni cittadini cubani scelgono di abbandonare il corrotto sistema peso-MLC per utilizzare Bitcoin. E il regime non può farci nulla. Questa è una rivoluzione silenziosa e pacifica che, lentamente ma inesorabilmente, sta arricchendo i singoli individui e offrendo loro una via di fuga dalla tradizione comunista del furto di stato.


Un'ancora di salvezza per i movimenti democratici

Negli ultimi cinque anni, in luoghi diversi come Bielorussia, Hong Kong, India, Nicaragua, Nigeria e Russia, i regimi autoritari hanno preso di mira i difensori dei diritti umani con la repressione finanziaria. In Bielorussia la stampa indipendente è stata sistematicamente privata dei servizi bancari; a Hong Kong qualsiasi azienda, o organizzazione affiliata al movimento pro-democrazia, ha visto i propri conti bancari congelati; in India il Primo Ministro, Narendra Modi, ha avviato una campagna di debanking, prendendo di mira il principale partito di opposizione del Paese, nonché ambientalisti, Amnesty International e attivisti contro la schiavitù; in Nicaragua il regime di Daniel Ortega ha privato dei servizi bancari persino la chiesa e le università per consolidare ulteriormente il controllo del dittatore; in Nigeria il governo ha congelato le app fintech utilizzate dalla Feminist Coalition (FemCo), il movimento al centro delle proteste #EndSARS del 2021, per bloccarne l'accesso ai finanziamenti; in Russia importanti organizzazioni a favore della democrazia, tra cui la Fondazione anticorruzione di Alexei Navalny, hanno visto revocato il loro accesso alle banche e i fondi confiscati.

In ogni caso, Bitcoin viene utilizzato a livello locale per sostenere la resistenza democratica, anche quando gli stati cercano di fermarla. In Bielorussia i pagamenti in Bitcoin sono diventati una pratica comune nell'attivismo, ampiamente utilizzati soprattutto da gruppi della società civile guidati da giovani come BYSOL, poiché l'alternativa digitale è più sicura rispetto al trasporto di banconote attraverso il confine. A Hong Kong i prigionieri politici incarcerati durante le proteste contro la Legge sulla Sicurezza Nazionale vengono ora rilasciati, ma a una condizione: non possono aprire conti bancari, pertanto alcune organizzazioni inviano loro sussidi in Bitcoin. In India gli attivisti antischiavitù a cui è stato negato l'accesso ai servizi bancari hanno trovato il modo di far arrivare fondi in Bitcoin ai loro partner all'interno del Paese, e in Nicaragua gli attivisti per la democrazia insegnano da anni a individui e gruppi della società civile come ricevere, risparmiare e spendere Bitcoin in modo che possano continuare il loro lavoro senza conti bancari. In Nigeria FemCo ha raccolto centinaia di migliaia di dollari in Bitcoin attraverso la tecnologia di raccolta fondi open source BTCPay Server, consentendo al gruppo di continuare a sostenere le proteste dopo che il governo ha bloccato i suoi tradizionali canali finanziari.

In tutti questi casi il dollaro non potrebbe funzionare: non può essere utilizzato per attività essenziali a tutela dei diritti umani. Bitcoin, invece, sì, e la sua rilevanza non potrà che aumentare nell'era delle valute digitali delle banche centrali (CBDC). Le CBDC rappresentano un modo per i governi di riappropriarsi del potere dal settore privato, emettendo moneta digitale direttamente dalle banche centrali, anziché da banche o aziende tecnologiche, come avviene oggi. Le CBDC sono anche un modo per sostituire il contante cartaceo, che tutela la privacy, con una valuta digitale governativa soggetta a sorveglianza.

Secondo il CBDC Tracker della Human Rights Foundation, uno strumento online gratuito, più di 110 governi stanno sperimentando le CBDC, e alcuni regimi autoritari, tra cui Cina e Nigeria, le hanno implementate nella vita pubblica quotidiana. In un futuro dominato dalle CBDC, gli stipendi potrebbero avere tassi di interesse negativi o date di scadenza, e la conoscenza in tempo reale dei flussi finanziari da parte dei governi potrebbe diventare molto più precisa. Il denaro potrebbe persino essere programmato in modo che non sia possibile acquistare determinati beni. Ad esempio, in Thailandia il governo sta distribuendo un prototipo di CBDC con spese limitate a determinati venditori, acquisti ristretti a determinati beni e fondi che scadono dopo sei mesi. Questo è un incubo per le libertà civili, ma che può essere aggirato con Bitcoin.


Bitcoin, non crittovalute o blockchain

Una legittima obiezione sollevata da molti critici delle valute digitali è: che dire di tutte le truffe? Che dire di FTX, o di tutti gli schemi Ponzi legati alle crittovalute? In realtà le “crittovalute” sono, in senso lato, una gigantesca truffa. Delle oltre ventimila “crittovalute” esistenti, a parte Bitcoin e le stablecoin, poche hanno un'utilità reale. Quasi il 100% di questi token è stato lanciato con il solo scopo di arricchire i suoi creatori a spese degli investitori, i quali acquistano i token a un prezzo gonfiato nella speranza di guadagnare. Funziona più o meno così: un gruppo di persone crea “Democracy Coin” e poi convince un importante exchange a quotarla a 5 centesimi per token. Oltre ai costi di marketing, coniare cento milioni di token è praticamente gratuito, e cinquanta milioni vengono venduti agli addetti ai lavori a un centesimo per token. Quindi i creatori hanno già guadagnato $500.000 e i restanti token vengono offerti sul mercato. Il risultato: il token solitamente sale un po' all'inizio fino a essere scambiato a 10 centesimi (permettendo agli insider di guadagnare altri $500.000 o più) prima di crollare fino a frazioni di centesimo. Naturalmente gli insider hanno un prezzo prestabilito al momento della vendita, lasciando gli altri a mani vuote.

Questi imbrogli, ovviamente, non hanno nulla a che vedere con l'attivismo per i diritti umani, né li hanno FartCoin, DogeCoin o TrumpCoin. Sono semplicemente schemi per arricchirsi velocemente. Gli utenti dovrebbero sapere che vengono solo derubati. Ecco perché è fondamentale distinguere le “crittovalute” da Bitcoin, il quale offre una vera decentralizzazione, resistenza alla censura e scarsità digitale.

La prossima volta che qualcuno chiede informazioni su “crittovalute” o “blockchain”, chiedetegli: a quale token si riferisce? Solana? Ethereum? Zcash? Shiba Inu? Questo di solito porta a una conversazione molto più produttiva e specifica. E se non riescono a essere specifici, è un campanello d'allarme, soprattutto in un mondo in cui così tanti emittenti di token cercano di ingannare le organizzazioni non profit per indurle a usare i loro token, in modo da poter vantare una maggiore adozione nel mondo reale.

Bisogna ammettere che le stablecoin hanno effettivamente un'utilità umanitaria a livello globale. In molti Paesi sono persino più popolari di Bitcoin (soprattutto la variante Tether su Tron). Il che è comprensibile: la maggior parte delle persone vive in luoghi dove la valuta fiat è un disastro, con un'inflazione incredibilmente alta e quindi cerca rifugio nel dollaro. Una stablecoin è sostanzialmente un eurodollaro che si può tenere in tasca senza documenti d'identità: in pratica un dollaro offshore emesso al di fuori del sistema bancario statunitense, senza alcuna delle garanzie e protezioni offerte dal sistema bancario americano.

Le stablecoin offrono alle persone accesso al dollaro, il che rappresenta spesso un grande vantaggio rispetto alla valuta fiat locale, ma comporta numerosi rischi. In primo luogo tutte le stablecoin in circolazione oggi sono centralizzate e possono essere, e spesso lo sono, confiscate o censurate. In secondo luogo possono perdere il loro ancoraggio e azzerarsi, come è successo qualche anno fa con TerraLuna. In terzo luogo aumentano il potere statale e l'effetto rete della moneta statale. In prospettiva suggerisco che, nell'ottica di promuovere la democrazia, si considerino le valute digitali in tre modi: Bitcoin, stablecoin e tutte le altre.


Rispondere alle critiche rivolte a Bitcoin

Bitcoin, ovviamente, non è una panacea, ma gli attivisti per la democrazia lo sanno. Sanno come gestire la volatilità della valuta, come scambiarla con valute fiat locali come dollari, euro o pesos, e come utilizzarla con un discreto livello di privacy. O almeno, queste informazioni sono reperibili online ovunque.

La stragrande maggioranza dei critici di Bitcoin vive negli Stati Uniti, o in Europa, ed è accecata da un enorme privilegio finanziario. Ciò significa che la valuta con cui sono nati è accettata in tutto il mondo; per loro è facile acquistare azioni e obbligazioni per proteggersi dalla svalutazione; possono inviare denaro senza problemi ad amici e parenti; i governi locali proteggono i loro risparmi durante una corsa agli sportelli; il denaro non è soggetto a una censura politica così aggressiva. Ma questo vale solo per circa un miliardo di persone che hanno avuto la fortuna di nascere in Paesi con valute di riserva, stato di diritto, libertà di parola e diritti di proprietà. Gli altri sette miliardi di persone sul pianeta sono nate in Paesi con valute al collasso o regimi autoritari. La loro valuta è praticamente inutile al di fuori del loro Paese e il loro strumento di risparmio medio è qualcosa come banconote in declino, lamiere, o bestiame.

Molti intellettuali, giornalisti, accademici e politici occidentali rifiutano Bitcoin perché il loro sistema monetario ha sempre funzionato abbastanza bene per loro e considerano le alternative sciocche, dannose, o uno spreco. Questo ragionamento, basato su privilegi finanziari, svanirà man mano che più persone scopriranno la verità su Bitcoin e sulle falle del sistema monetario globale. Le critiche più diffuse a Bitcoin si dividono principalmente in tre categorie: volatilità e adozione, consumo energetico e criminalità.

Sulla volatilità e l'adozione. A questo punto gli utenti di Bitcoin sanno che il tasso di cambio col dollaro varia ogni giorno e attraversa cicli. Da un centesimo a oltre $100.000, il percorso di Bitcoin non è stato lineare. È meglio considerare Bitcoin come un ottimo strumento di risparmio a medio-lungo termine se si prevede di risparmiare per cinque anni o più. Se l'orizzonte temporale è inferiore, si tratta indubbiamente di un investimento più rischioso. Ma la maggior parte degli operatori per i diritti umani non risparmia capitali per molti anni. Utilizza Bitcoin per le sue altre caratteristiche: come mezzo per trasferire valore da un luogo all'altro al di fuori del controllo governativo. Una volta che Bitcoin raggiunge la sua destinazione, il destinatario può venderlo, scambiarlo con denaro contante o stablecoin, oppure spenderlo.

Gli utenti di Bitcoin in Paesi come Brasile, Costa Rica, Ghana e Kenya possono utilizzare app come Tando per spendere i propri Bitcoin con qualsiasi commerciante o fornitore di servizi. Ad esempio, potreste scendere da un taxi a Nairobi e chiedere se è possibile pagare con il servizio di moneta elettronica M-Pesa, che è lo standard in Africa. Se l'autista acconsente, potete utilizzare l'app Tando per pagare in Bitcoin. L'autista riceverebbe scellini kenioti senza dover sapere nulla di Bitcoin. Queste app stanno crescendo in numero e diffusione in tutto il mondo e, in combinazione con piattaforme di spesa come Bitrefill e Azteco, semplificano notevolmente le operazioni con Bitcoin per gli attivisti. Siamo solo all'inizio dell'adozione da parte degli esercenti. Square, che gestisce oltre quattro milioni di lettori di pagamenti digitali negli Stati Uniti e in altri Paesi, attiverà i pagamenti in Bitcoin a metà del 2025. Questo aiuterà gli attivisti e altri residenti negli Stati Uniti che desiderano integrare pienamente Bitcoin nella loro vita.

Sul consumo energetico. I miner Bitcoin, computer specializzati che utilizzano l'elettricità per proteggere la rete Bitcoin, sono come i veicoli elettrici: nessuno dei due produce emissioni. Come per i veicoli elettrici, ciò a cui dobbiamo prestare attenzione è il mix energetico dell'elettricità che alimenta i miner. E la realtà è che il mix che alimenta la rete Bitcoin è più ecologico (il 52,4% dei miner utilizza risorse sostenibili) rispetto alla rete elettrica statunitense che alimenta i veicoli elettrici americani (solo il 40% di quell'energia proviene da fonti sostenibili) e sta diventando sempre più ecologico di anno in anno. Il mining di Bitcoin è un settore estremamente competitivo con margini di profitto minimi. I miner cercano incessantemente l'energia più economica sulla Terra e l'energia più economica è sempre l'energia non sfruttata, sprecata, o comunque inutilizzata. I miner non possono competere con gli acquirenti di energia residenziali, o industriali. Fallirebbero.

Al contrario, il mining è sempre più attratto da fonti energetiche di base: idroelettrica, nucleare, o geotermica, dove la domanda non corrisponde completamente all'offerta e l'energia a volte rimane inutilizzata; fonti energetiche intermittenti come l'eolico e il solare, che spesso producono energia in momenti della giornata in cui la domanda non raggiunge il picco; e il metano. In tutti i casi, i miner di Bitcoin sono ben disposti a pagare per consumare energia da queste fonti, riducendo il loro inquinamento praticamente a zero.

Sulla criminalità. Gli oppositori di Bitcoin, ovviamente, cercheranno di screditare qualsiasi utente definendolo “criminale”. E sebbene sia vero che tutti gli attivisti per la democrazia menzionati in questo saggio siano considerati criminali dai loro governi, non è questo il punto. Per comprendere meglio, possiamo paragonare gli utenti di Bitcoin a quelli di un'altra tecnologia open source: Signal. Chiunque può usare Signal, ma conferisce un potere asimmetrico ai singoli individui, non agli stati. Non è così significativo che Putin possa scambiarsi messaggi segreti con sua figlia, ma è significativo che decine di milioni di russi possano scambiarsi messaggi segreti e cospirare contro di lui. Allo stesso modo, non è così importante che i criminali possano usare Bitcoin (la maggior parte non lo fa, poiché è molto difficile acquistare o vendere grandi quantità senza lasciare traccia), dato che le grandi organizzazioni criminali hanno ottimi collegamenti bancari: i cartelli usano HSBC, Hamas usa banche con sede in Qatar, i dittatori controllano le proprie banche e così via.

In definitiva, i dittatori sono i veri criminali, e per loro Bitcoin è una catastrofe. L'invenzione di Satoshi Nakamoto restituisce il denaro al popolo, garantendogli libertà di parola, diritti di proprietà e mercati finanziari aperti. Questo è esattamente ciò che i dittatori temono di più, perché hanno bisogno di censura, confisca e mercati finanziari chiusi per sopravvivere. Ecco perché i tiranni criminalizzano i pagamenti in Bitcoin, a loro non piace il denaro che non possono controllare.


Introduzione a Bitcoin

Per tutti coloro che elargiscono sovvenzioni o che operano in organizzazioni non profit, integrare Bitcoin nel proprio lavoro vi renderà donatori o attivisti più efficaci, e ci sono alcuni passi immediati che potete intraprendere per iniziare. Se vi occupate di erogazioni, iniziate con l'erogazione di piccoli contributi in Bitcoin, anche solo per risparmiare tempo e stress al vostro team. Inviare un pagamento in Bitcoin in un contesto politico difficile richiede pochi minuti, a differenza delle ore o dei giorni che a volte occorrono per trasferire denaro attraverso il sistema bancario da Washington o New York a un Paese come il Sudan o la Birmania. Quando erogate una sovvenzione, chiedete al beneficiario se preferisce un bonifico bancario o Bitcoin: potreste rimanere sorpresi da quanti scelgono quest'ultima opzione. Una volta che i vostri contabili avranno erogato una sovvenzione in Bitcoin anziché tramite bonifico bancario, non vorranno più tornare indietro.

Se siete un'organizzazione della società civile che riceve finanziamenti, la prima cosa da fare è iniziare a usare Bitcoin. È molto più facile di quanto non lo fosse cinque anni fa: le app sono molto migliori e la valuta è più ampiamente accettata e conosciuta. Potete imparare con un libro (come quello che ho pubblicato io, ndT) oppure partecipare a un evento Bitcoin e chiedere aiuto. Un buon obiettivo è acquisire familiarità con la ricezione, la detenzione e la spesa di Bitcoin senza utilizzare servizi di custodia o fornire informazioni personali. Per chi combatte una dittatura, non è sicuro conservare Bitcoin presso un'azienda sotto il controllo del governo o collegare i propri Bitcoin alla propria identità. Tra i wallet per principianti con cui imparare ci sono Muun per Bitcoin on-chain, Phoenix o Wallet of Satoshi per Lightning Network, oppure Fedi o Zeus per eCash.

Il passo successivo consiste nell'imparare a ricevere passivamente donazioni in Bitcoin tramite un widget sul sito web della propria organizzazione, cosa che può essere facilmente realizzata con un software open source come BTCPay Server. I donatori spesso preferiscono donare Bitcoin perché non sono soggetti a imposte sulle plusvalenze quando vengono donati a un ente di beneficenza o a un istituto scolastico registrato. È fondamentale non utilizzare un servizio che preleva immediatamente i Bitcoin e li converte in dollari o euro; è preferibile imparare ad accettare Bitcoin direttamente e a conservarli in modo sicuro (senza affidarsi a un custode di terze parti) con l'aiuto di un'azienda come Casa o Unchained, che offre soluzioni di “custodia collaborativa”. In questo caso, invece che la vostra organizzazione detenga l'unica chiave privata (password) per accedere ai Bitcoin, viene creato un “account” con tre password, di cui due necessarie, ad esempio, per prelevare i fondi. Ciò consente di distribuire il rischio a livello geografico, o sociale, e di custodire i fondi dell'organizzazione in modo tale che le operazioni non vengano interrotte se una persona perde la password o si disconnette.

Una volta che avrete familiarità con la ricezione e la conservazione di Bitcoin, potrete iniziare a utilizzarli per erogare sovvenzioni, pagare gli stipendi, o acquistare beni e servizi nella vostra economia locale. Rimarrete sorpresi da quanti commercianti sono disposti ad accettare Bitcoin se richiesto. Dopodiché quando vi sentirete a vostro agio nell'effettuare pagamenti in un nuovo sistema in cui avete il controllo e nessuno può impedirvelo, sarà il momento di iniziare ad apprendere e integrare altre tecnologie e strumenti di intelligenza artificiale open source.

Leopoldo López, ex-prigioniero politico venezuelano e attivista per la democrazia, sta aprendo la strada a questa innovazione al World Liberty Congress, dove sta mettendo a frutto la sua pluriennale esperienza nella formazione di attivisti per progettare un nuovo tipo di apprendimento online. Gli utenti parteciperanno ai seminari online del World Liberty Congress utilizzando un protocollo sociale decentralizzato chiamato Nostr, accessibile a tutti. A differenza di Zoom o Teams, Nostr non richiede agli utenti di condividere informazioni personali con aziende o governi. Tutto ciò che serve per configurare un'app Nostr è una chiave pubblica e una privata (indirizzo email e password). Da lì si diventa proprietari dei propri dati e della propria identità online, potendo passare facilmente da un client all'altro come Primal o Damus, invece di rimanere intrappolati nel web odierno su YouTube, X o Instagram, impossibilitati a trasferire follower o post da una piattaforma all'altra. Nostr è inoltre integrato con Bitcoin, in modo che, partecipando a un corso online, gli insegnanti possano facilmente inviare piccole quantità di Bitcoin, che possono essere condivise con qualsiasi creatore online, indipendentemente dal luogo in cui si trova, senza bisogno di conti bancari o documenti cartacei.

Come spiega López, X è stato bandito in Venezuela, quindi la possibilità di accedere a una rete di comunicazione che non può essere semplicemente attivata e disattivata è enorme, soprattutto perché connette gli utenti anche a una rete monetaria globale altrettanto inarrestabile. Gli ultimi passi sono gli strumenti di intelligenza artificiale open source e il “vibe coding” per l'attivismo. Quest'ultima è una nuova tecnica, coniata dall'ex-direttore dell'IA di Tesla, Andrej Karpathy, che consente alle persone di utilizzare app basate sull'IA come Replit o Goose per creare nuove app, siti web, presentazioni, o report senza conoscere una riga di codice. Esistono anche agenti di IA che tutelano la privacy, come Maple, i quali possono aiutare i dissidenti in situazioni difficili. Armati di strumenti come Bitcoin, Nostr e vibe coding, gli attivisti di oggi sono più potenti che mai. Possono organizzare, effettuare transazioni e ampliare il loro lavoro senza dipendere da aziende che espongono i loro dati personali.

López non è l'unico attivista di spicco a utilizzare la “tecnologia della libertà”: anche Srdja Popovic, fondatore di Otpor!, il movimento di protesta non violento serbo che ha rovesciato Slobodan Miloševiæ, lo fa. Il suo Centro per le azioni e le strategie non violente applicate (CANVAS) fornisce ai movimenti pro-democrazia non violenti consigli e tattiche per il successo. CANVAS ha integrato la formazione su Bitcoin nel suo lavoro, come hanno fatto molti altri. Un breve elenco si trova sulla homepage della Bitcoin Humanitarian Alliance, un gruppo di una dozzina di organizzazioni non profit che si occupano di diritti umani e lavoro umanitario utilizzando Bitcoin come mezzo per ricevere donazioni, conservare fondi, pagare gli stipendi ed eludere i tiranni.


Denaro libero

Bitcoin è in crescita. Questa tendenza non si riflette solo nelle storie qui raccontate, ma anche nei dati. Quest'estate il Tech Policy Institute della Cornell Brooks School ha avviato il Global Bitcoin Adoption Index, un'iniziativa di ricerca che ha coinvolto 25.000 persone in 25 Paesi per valutare l'adozione di Bitcoin e stablecoin a livello mondiale. I risultati sono significativi: in molti grandi Paesi, comprese democrazie e autocrazie in declino come India, Kenya, Nigeria, Russia e Turchia, oltre un quarto dei cittadini dichiara di utilizzare o di aver utilizzato Bitcoin in passato. Ciò equivale a decine, se non centinaia, di milioni di persone. La curva di adozione ricorda quella di Internet verso la fine degli anni '90, quando molte persone in Paesi come gli Stati Uniti utilizzavano Internet ma ancora con modem a 56k e l'iPhone sarebbe arrivato solo dieci anni dopo.

Le conferenze su Bitcoin stanno proliferando in tutto il mondo in via di sviluppo, dal Sud-est asiatico all'Africa all'America Latina, e sono frequentate da numerosi utenti Bitcoin provenienti da decine di Paesi autoritari. I materiali didattici sono migliori, più diffusi e disponibili in più lingue che mai. Le applicazioni offrono una migliore esperienza utente, più opzioni e una maggiore connettività con il sistema finanziario in generale. Grazie all'avvento di innovazioni come Lightning Network ed eCash, la privacy degli utenti Bitcoin può essere più sicura che mai. E grazie all'aggiornamento di Square che ha permesso ai suoi quattro milioni di lettori di accettare Bitcoin e alle integrazioni di app come Tando in Kenya e Bitcoin Jungle in Costa Rica, decine di milioni di persone possono spendere Bitcoin nelle proprie economie locali senza doverli prima convertire in valuta fiat.

Anche il numero di sostenitori dell'ecosistema Bitcoin è in crescita. Ad esempio, la Reynolds Foundation è una nuova organizzazione benefica la cui missione, in parte, è quella di ridurre il “deficit democratico” nella filantropia. Secondo i suoi dirigenti, solo un dollaro su cento speso a livello mondiale per cause filantropiche è destinato alle libertà civili e al lavoro per la democrazia. E di quel dollaro, meno di dieci centesimi vengono spesi all'interno di regimi autoritari. Se la Reynolds Foundation e altre organizzazioni riusciranno a colmare questo deficit e a orientare la filantropia mondiale maggiormente verso il sostegno alla libertà, avranno bisogno degli strumenti giusti per svolgere un tal lavoro, ed è per questo che hanno iniziato a concedere sovvenzioni a organizzazioni come OpenSats che stanno costruendo l'infrastruttura Bitcoin a livello mondiale.

Presto tutti i finanziatori seri utilizzeranno Bitcoin, forse non per ogni donazione, ma per i finanziamenti che devono essere erogati rapidamente, laddove altri fondi non possono arrivare, soprattutto per sostenere le persone impegnate in attività a favore della democrazia in contesti politici difficili. Proprio come gli attivisti per i diritti umani hanno portato Twitter da nicchia a piattaforma mondiale attraverso eventi come la Primavera araba, essi potrebbero svolgere un ruolo di avanguardia simile nella diffusione dell'uso di Bitcoin. Se consideriamo l'adozione di sistemi di messaggistica privata crittografata (Signal, WhatsApp) da parte degli attivisti, rari nel 2010 ma quasi onnipresenti nel 2020, possiamo ragionevolmente ipotizzare che Bitcoin, che nel 2020 stava appena iniziando a diffondersi tra gli attivisti, diventerà una valuta standard per l'attivismo a favore dei diritti umani e non solo entro il 2030.

I governi, dal canto loro, stanno facilitando l'adozione di Bitcoin da parte delle organizzazioni non profit. Alcuni, tra cui gli Stati Uniti, sono attratti dall'idea di “riserve strategiche di Bitcoin”, in cui i governi potrebbero accumulare Bitcoin per integrare le riserve di hard asset come oro e petrolio. Altri sono interessati a utilizzare Bitcoin come valuta commerciale neutrale, o come mezzo per convertire le riserve energetiche in capitale. Persino leader che non desiderano che la propria popolazione utilizzi Bitcoin come moneta stanno normalizzando Bitcoin nella cultura attraverso le loro parole e azioni.

Le transizioni pacifiche sono molto più efficaci di quelle violente, e non abbiamo mai visto nulla di simile alla protesta mondiale pacifica di Bitcoin. Basta guardare i documenti depositati presso gli exchange (solo Coinbase ha segnalato oltre cento milioni di utenti, molti dei quali utenti Bitcoin, nel 2025), le decine di milioni di download di wallet autocustodial e gli oltre dieci milioni di dispositivi di cold storage venduti, per capire che il passaggio dall'uso del denaro tradizionale a Bitcoin è probabilmente la più grande protesta pacifica della storia. La parte più interessante è che si tratta di un'azione silenziosa e non coordinata, molto meno rischiosa rispetto allo scendere in piazza.

Ogni giorno la portata di Bitcoin è fonte di ispirazione, anche nei luoghi più oscuri. Ha aiutato le persone a sopravvivere sotto assedio ad Aleppo; ha sostenuto le famiglie in Libano; ha portato aiuti a Gaza, in Birmania e in Sudan; e ha persino contribuito a salvare i rifugiati nordcoreani bloccati nella Cina nord-orientale. Bitcoin garantisce diritti di proprietà, connette le persone al mondo e mantiene viva la resistenza, spesso in luoghi dove nient'altro può arrivare. Nel gennaio 2009, quando Bitcoin fu buttato nella mischia, Satoshi Nakamoto probabilmente non avrebbe mai immaginato dove avrebbe portato questa invenzione. Ma oggi possiamo affermare, quantomeno, che si è guadagnato il titolo di “moneta della libertà”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 29 aprile 2026

Da risorsa a passività: lo Stretto di Hormuz è ora il punto debole più grande dell'Iran

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/da-risorsa-a-passivita-lo-stretto)

Per mezzo secolo lo Stretto di Hormuz è stato l'arma dell'Iran; oggi è il suo cappio. I principi matematici dell'energia si sono capovolti e con essi l'equilibrio del potere coercitivo nel Golfo Persico.

La strategia di deterrenza implicita dell'Iran era di natura geografica e si estendeva dalle guerre alle petroliere negli anni '80 alle tensioni legate alle sanzioni negli anni 2010. Quasi il 20% del petrolio trasportato via mare a livello mondiale, e una quota simile di gas naturale liquefatto, transita attraverso lo Stretto. La formula era semplice: qualsiasi confronto militare che minacciasse il regime di Teheran rischiava di provocare una chiusura che avrebbe bloccato gli scambi commerciali, fatto impennare i prezzi del greggio, danneggiato i consumatori occidentali e, soprattutto, inflitto gravi danni agli Stati Uniti, che erano il maggiore importatore di petrolio al mondo.

Lo Stretto fungeva da polizza assicurativa per Teheran e da suo più potente strumento di negoziazione. La minaccia si basava sulla convinzione del regime di poter bloccare chiunque tranne le proprie esportazioni. Il regime iraniano ha rivelato la sua più grande debolezza minacciando costantemente di danneggiare l'economia mondiale attraverso la chiusura dello Stretto. In realtà una chiusura totale avrebbe l'impatto più grave sull'Iran.

Quasi il 90% delle esportazioni di petrolio greggio dell'Iran e circa l'80% delle sue esportazioni totali dipendono dal transito attraverso lo Stretto di Hormuz. Circa il 25% del PIL iraniano e il 60% delle entrate statali dipendono completamente dalla navigabilità dello Stretto.

Prima della guerra l'Iran esportava circa 1,7 milioni di barili al giorno, ricavando circa $160 milioni al giorno dalle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz. Pertanto la chiusura totale dello Stretto voluta da Trump costa a Teheran centinaia di milioni di dollari al giorno in perdite, senza contare le ulteriori conseguenze fiscali e monetarie in un Paese già alle prese con una catastrofe economica, con un'inflazione del 40-50%. La completa dipendenza dallo Stretto di Hormuz aggrava ulteriormente la situazione: il 95% del petrolio greggio iraniano trasportato via mare viene venduto a un unico acquirente, la Cina. Teheran non vende in un mercato aperto e diversificato. Le sue esportazioni sono destinate a un monopsonio che impone forti sconti, tra i $10 e gli $11 al barile.

Queste debolezze erano evidenti ben prima della guerra. La fuga di capitali ha raggiunto i $15 miliardi solo nella prima metà del 2025; il rial è crollato rispetto al dollaro e il bilancio governativo, che destina il 51% delle entrate petrolifere al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, è diventato ancor più dipendente da un'unica rotta di esportazione che non può permettersi di chiudere. Allo scoppio della guerra le spedizioni di greggio iraniano sono crollate del 94%. Successivamente la decisione degli Stati Uniti di bloccare tutte le navi mercantili iraniane adibite all'esportazione ha dimostrato che il punto di strozzatura dell'Iran si è trasformato in un vero e proprio soffocamento.

Negli ultimi 30 giorni l'80% dei volumi essenziali che transitavano attraverso lo Stretto è stato reindirizzato, o compensato, da altri produttori di petrolio, comprese le esportazioni record degli Stati Uniti.

Il mondo è molto diverso da come lo immaginava il regime iraniano. Nel 2025 la produzione statunitense di petrolio greggio ha raggiunto un nuovo record annuale di 13,6 milioni di barili al giorno, rendendo gli Stati Uniti il ​​più grande produttore al mondo, ma anche il maggiore esportatore. Nel marzo 2026 gli Stati Uniti hanno esportato 5,2 milioni di barili al giorno di greggio e 7,2 milioni di barili al giorno di prodotti petroliferi, entrambi record mondiali. Per la prima volta l'America ha esportato più petrolio di quanto ne abbia importato, con un margine netto di quasi 2,8 milioni di barili al giorno, secondo l'EIA. La produzione totale di idrocarburi liquidi negli Stati Uniti supera ora quella di Arabia Saudita e Russia messe insieme. Per quanto riguarda il gas naturale, le esportazioni statunitensi di GNL hanno raggiunto ben oltre 15 miliardi di piedi cubi al giorno, superando Qatar e Australia, e rendendo gli Stati Uniti il ​​più grande esportatore mondiale di gas naturale liquefatto, mentre la produzione statunitense di gas secco supera la produzione combinata di Russia, Iran e Cina. Inoltre gli Stati Uniti sono anche il maggiore produttore mondiale di energia elettrica nucleare, con circa il 30% della produzione mondiale, e leader mondiali nel settore delle energie rinnovabili.

Quando questo mese il presidente Trump ha potuto affermare che gli Stati Uniti stavano “liberando lo Stretto di Hormuz per fare un favore a Paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea e Germania”, la sua dichiarazione descriveva accuratamente chi aveva bisogno dell'apertura dello Stretto di Hormuz e chi no. Secondo SP Global, solo il 4% del traffico attraverso lo Stretto è diretto verso gli Stati Uniti.

Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, il traffico di petrolio nello stretto di Hormuz è crollato dalla sua media di lungo periodo di circa 20 milioni di barili al giorno a 3,8 milioni dall'inizio della guerra fino alla seconda settimana di aprile. I transiti navali giornalieri sono diminuiti di circa il 95%. Il regime di Teheran, con un gesto più teatrale che realistico, ha tentato di imporre un pedaggio di $2 milioni a ogni nave che attraversava lo Stretto, senza comprendere che tale mossa dimostrava disperazione anziché potere negoziale.

La risposta degli Stati Uniti è stata la misura più importante adottata contro l'Iran in due decenni di scontri. L'operazione Economic Fury ha imposto un blocco navale totale dei porti iraniani. Le perdite navali iraniane nei primi 38 giorni di combattimenti hanno superato le 150 unità. L'accordo di cessate il fuoco in fase di negoziazione prevede che l'Iran riapra Hormuz, ma gli Stati Uniti ne mantengono il controllo. Pertanto i negoziati vertono sullo smantellamento dell'Iran, non sulle concessioni americane.

La lezione non è solo che l'Iran ha commesso un errore di valutazione, ma che ha sottovalutato enormemente le proprie evidenti debolezze. Gli Stati Uniti non sono ostaggi del Golfo; sono la garanzia della sicurezza delle loro rotte marittime. L'Europa è legata al GNL statunitense, pur mantenendo una sostanziale dipendenza dalla Russia, il che complica la sua sicurezza energetica e la rende vulnerabile alle fluttuazioni di offerta e prezzo provenienti da entrambe le fonti. Le principali economie asiatiche, in particolare la Cina, stanno subendo il costo marginale di un'interruzione di Hormuz, cosa che ha portato a un aumento dei prezzi dell'energia e a incertezze nelle catene di approvvigionamento, aggravando ulteriormente le loro difficoltà economiche. L'incubo economico per l'Iran è appena iniziato.

Occorre prendere in considerazione tre fattori importanti. In primo luogo, il premio di rischio per il Brent, cosa che si riferisce al costo aggiuntivo imposto ai prezzi del petrolio a causa delle tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz; esso è strutturalmente inferiore rispetto agli anni 2010 perché l'offerta statunitense può assorbire shock che in precedenza non avevano alternative. Il prezzo del Brent è inferiore, sia in termini reali che nominali, rispetto ai picchi del 2008, 2018 e 2022. In secondo luogo, la forza del settore energetico americano, inclusi l'economia, le infrastrutture per l'esportazione e la capacità di GNL, è diventata una variabile geopolitica chiave, la quale influenza i prezzi mondiali dell'energia e le decisioni strategiche di altre nazioni. In terzo luogo, l'economia iraniana non solo ha subito danni, ma è stata letteralmente distrutta, e la sua posizione fiscale estremamente debole indica che non può sostenere la minaccia rappresentata nello Stretto di Hormuz.

Quest'ultimo rimane il punto strategico più importante al mondo. Tuttavia un punto strategico danneggia chi ne dipende maggiormente, e l'Iran ne dipende completamente... gli Stati Uniti no. Il vantaggio geopolitico che Teheran deteneva un tempo è ora diventato la sua più grande debolezza, il che probabilmente porterà alla scomparsa dell'effettivo potere negoziale del regime.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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