lunedì 11 novembre 2019

La libertà di scelta, non la competizione, è ciò che contraddistingue il capitalismo





di Antony Sammeroff


Il capitalismo è stato spesso descritto come "un sistema di competizione", o un sistema "basato sulla competizione". Naturalmente questa affermazione è di solito accoppiata con un'orazione su come questa competizione "darwiniana" ci corrompa psicologicamente, contrapponendo tutti in una sorta di homo homini lupus senza fine.

Molti dei sostenitori del capitalismo hanno essi stessi assorbito acriticamente questa premessa. Si lanciano quindi in ferventi difese della concorrenza, esaltandone le virtù (reali o percepite). A mio avviso, questo è un errore. Accettare senza riserve il presupposto che il capitalismo sia un sistema di competizione, in contrasto con altri ipotetici sistemi di cooperazione (vale a dire socialismo e comunismo), finisce per inquadrare il dibattito secondo schemi di sinistra e giocare al loro gioco.



La concorrenza è feroce per le risorse controllate dallo stato

Questo non vuol dire che coloro che difendono la concorrenza non sollevino punti legittimi. Ad esempio: se non la concorrenza, qual è l'alternativa? Esiste un fornitore centrale di ciascun bene e servizio che possa decidere a nostro nome cosa sia meglio produrre?
In aggiunta a ciò, se la concorrenza è sbagliata sul mercato, allora perché non nella sfera politica? La democrazia va a farsi benedire se la concorrenza è un fattore corruttore, anche perché cosa fanno i candidati politici se non competere per la carica? Pensate alla competizione che tutto ciò genera tra i partiti politici, per non parlare della conseguente concorrenza tra imprese, individui e lobbisti per accaparrarsi il favore politico.

Sicuramente la democrazia è un "sistema di competizione" e ciò quindi rende la concorrenza un parametro di riferimento quando si parla di libertà e volontarietà nella società. I politici sono in competizione per quei processi che controllano la società, per il diritto di approvare e far rispettare le leggi che si applicano a tutti (che siano d'accordo con loro o meno), per costringere a pagare per la loro applicazione. Non si limitano a competere per una quota di mercato in cui il vincitore soddisferà meglio la domanda genuina degli attori di mercato.

Per il momento possiamo eludere gli argomenti economici più banali a favore della concorrenza, come l'aumento dell'efficienza e l'abbassamento dei prezzi dei beni promuovendo l'innovazione, poiché tutti li conosciamo già.



Il capitalismo riguarda lo scambio volontario

Questo non vuol dire, però, che la concorrenza sia necessariamente un male. Il problema sta nel definire il capitalismo come "un sistema di competizione" in confronto ad altri sistemi che sono presumibilmente "cooperativi". È uno stratagemma semantico. Coloro che professano questo errore possono crederci, ma non è vero. Il capitalismo non è "un sistema di competizione" più di qualsiasi altro sistema. Capitalismo (almeno nel suo ideale di libero mercato e laissez-faire) è un sistema di scambio volontario in assenza di coercizione fisica, furto, o frode, fondato sul diritto fondamentale di possedere e accumulare proprietà.

O, per essere brevi: il capitalismo è un sistema di scambio volontario basato sul diritto alla proprietà.

Si potrebbe persino dire che è proprio il capitalismo il sistema più influenzato dalla cooperazione.

Nonostante questa definizione, molti obietterebbero ancora sulla moralità dell'accumulo di proprietà. O forse se il diritto "negativo" alla proprietà, quando si tratta di ricchi, dovrebbe avere la precedenza sul diritto "positivo" all'assistenza sanitaria o all'istruzione quando si tratta di poveri. Possiamo persino discutere se il rapporto tra capitalisti e loro dipendenti sia davvero privo di coercizione data la disparità di potere tra i due gruppi. Infatti questi sono questioni che vorrei esplorare ulteriormente. Tuttavia nulla di tutto ciò costituisce una giustificazione per definire il capitalismo un sistema meno basato sulla concorrenza di altri.


Poiché esiste la scarsità, la concorrenza esisterà sempre in qualsiasi sistema

Dopotutto non è la presenza di proprietà privata o il libero scambio di merci che alimenta la concorrenza in un sistema capitalista, bensì la scarsità. In qualsiasi situazione di scarsità di risorse è inevitabile che vi sia una qualche forma di concorrenza per esse (oltre che sul modo in cui sono assegnate).

Se disponiamo di un sistema che consente lo scambio volontario, ne deriverà una certa concorrenza, ma ciò accadrebbe in qualsiasi sistema. Anche se avessimo una società completamente comunista e pianificata a livello centrale, il tempo delle persone sarebbe comunque limitato. Se foste un regista in questa società, probabilmente vorreste che quante più persone possano vedere i vostri film, come qualsiasi altro regista in fin dei conti. Questo vi metterebbe come minimo in una sorta di competizione con loro. Questo significa che anche il comunismo è un sistema di competizione?
Di certo sareste in competizione per l'unico cliente: la sponsorizzazione dello stato. La corruzione e il clientelismo sarebbero sicuramente il risultato. Chi realizza il film e chi no? Chi assegna il lavoro altamente desiderabile di essere un regista e il lavoro indesiderabile di essere uno spazzino o un raccoglitore di rifiuti? La competizione avrà inizio, ma invece di essere decisa dallo scambio libero e volontario di cineasti e investitori, sarebbe deciso da qualcun altro in modo più autoritario. (Per un'illustrazione particolarmente vivida e agghiacciante di come il comunismo sostituisce la concorrenza del mercato con la concorrenza completamente non democratica sull'ottenere il favore dalla struttura di potere corrotta dello stato, rimando il lettore al primo romanzo di Ayn Rand, We The Living.)

La competizione è solo una caratteristica del vivere in un mondo di scarsità ed esisterebbe in qualsiasi sistema. Il socialismo non può eliminare la concorrenza, né nessun altro sistema.



Il costo di opportunità significa che la concorrenza è ovunque

Le implicazioni di questi fatti riguardano qualsiasi circostanza di scarsità. Ad esempio, supponiamo che due amici vi invitino a cena la stessa sera. Potreste dover fare una scelta tra i loro inviti, il che comporterà far dispiacere uno di loro. Questo significa che l'amicizia è un sistema di competizione?

Non possiamo stare sempre con tutti i nostri amici, neanche con tutti nello stesso tempo. Anche se lo facessimo, siamo tenuti a dividere la nostra attenzione tra di loro. Inoltre possiamo intessere solo poche amicizie intime contemporaneamente e sicuramente non possiamo essere amici di tutti. Tutto ciò significa che, inevitabilmente, dobbiamo fare delle scelte.

Ognuno di noi prende decisioni su quali amicizie intessere in base ai propri giudizi di valore, consci o inconsci. Forse in base a quanto siamo felici con loro, da quanto tempo ci conosciamo, quanto abbiamo in comune, quanto abbiamo fiducia in loro o quanto si sono dimostrati leali, quanto ci arricchiscono o ci illuminano. Ci possono essere innumerevoli altri motivi, il fatto è che decidiamo.

Le persone che ritengono che trarranno vantaggio dalla nostra compagnia, per qualsiasi motivo, tenteranno di trascorrere del tempo con noi. Faremo invariabilmente delle scelte: con chi trascorrere il tempo in base ai nostri valori, al nostro programma e alle altre attività che siamo disposti a sacrificare per vedere i nostri amici. Questi sono fatti di base della vita, ma difficilmente rendono l'amicizia un sistema di competizione.

Allo stesso modo, sul mercato, il nostro tempo e le nostre risorse sono limitati. Effettuiamo azioni basate sul valore che traiamo dallo scegliere quel prodotto o quel servizio, in base all'utilità che pensiamo ci porteranno e sacrificando alcune opzioni. Forse sceglieremo una caffetteria perché fa un caffè più gustoso, o forse perché è bella esteticamente, o forse perché ha il servizio clienti migliore, o forse perché costa poco, o forse perché l'impresa dietro di essa vende solo prodotti basati sul commercio equo e cerca di assumere e formare persone svantaggiate. Il fatto è che decidiamo.
Ogni fornitore di servizi ritiene che trarrà vantaggio dalla nostra abitudine e tenterà di attirarci, esercitando una pressione al rialzo sulla qualità dei servizi e una pressione al ribasso sul prezzo (che potremmo identificare come una forma di concorrenza). Dato che gli esseri umani non sono infallibili, a volte qualcuno potrebbe comprare una caffettiera che non gli piacerà, ma a lungo termine, la concorrenza sarà probabilmente vinta dalla soddisfazione dei clienti.



I vantaggi della libera scelta

La meraviglia che ignoriamo quando focalizziamo la nostra attenzione sulla competizione, che deriva dalla scelta, è la capacità di scegliere. Ad esempio, supponiamo che due eventi ricreativi si svolgano la stessa sera. Ogni potenziale mecenate vorrà scegliere quell'evento che gli piace di più. Dire semplicemente che questi eventi sono "in competizione" significherebbe mancare completamente il punto: gli spettatori (che sono in maggioranza rispetto agli organizzatori di eventi) hanno una scelta tra due eventi.

Infatti c'è più cooperazione nel fornire alle persone beni e servizi di quanta ce n'è con la concorrenza. Per realizzare qualsiasi cosa sul mercato, è necessario collaborare con acquirenti, venditori, manager, dipendenti, fornitori, clienti, inserzionisti, promotori, esperti di marketing e così via.
Leonard E. Read, fondatore della Foundation for Economic Education, lo ha illustrato nel suo saggio più famoso, "Io, la matita", pubblicato per la prima volta nel 1958. In esso si osserva che nessuna persona sulla faccia di questa Terra sa come fare una matita. Il legno di cedro proviene dall'Oregon e i tronchi dalla California; la grafite viene estratta a Ceylon, mescolata con argilla nel Mississippi e poi trattata con una miscela calda che include cera di candelilla dal Messico per aumentarne la forza e la scorrevolezza; i sei strati di lacca provengono dai coltivatori di semi di ricino e dalle raffinerie di olio di ricino. Infatti quando contate coloro che producono e trasportano le apparecchiature coinvolte in questi processi, non potete fare a meno di meravigliarvi del fatto che milioni di persone hanno voce in capitolo nella sua creazione. Lavorano in sincronia, in collaborazione e, di conseguenza, potete comprare una matita per un penny.



La concorrenza sul mercato incentiva la scelta per contrastare la scarsità

Poiché le persone fanno scelte in presenza di risorse scarse e tempo limitato, la concorrenza sarà parte integrante di qualsiasi sistema economico fintanto che ci sarà scarsità. La caratteristica principale del capitalismo di libero mercato non è la concorrenza, ma la scelta. Invece di moderare la quantità di concorrenza in un'economia, l'intervento statale andrà a sostituire la concorrenza a servizio dei clienti, l'unico motivo che li convince a spendere volontariamente i loro soldi su una vasta gamma di beni e servizi in continua espansione. Possiamo paragonare questo con altri sistemi in cui la concorrenza si basa su chi può ottenere il favore di coloro che controllano le leve dello stato. È questa la vera legge della giungla.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


venerdì 8 novembre 2019

Dal progressismo al keynesismo fino a Bitcoin: morte e resurrezione del libero mercato





di Francesco Simoncelli


Meno di un secolo di "teorie" economiche rigorose e scientifiche e scopriamo che dopo tutto questo tempo siamo ancora in una situazione in cui le recessioni e le crisi economiche sono tra di noi. La promessa di debellarle per sempre si è trasformata in un incubo senza apparente via d'uscita, dove spingere sempre oltre quelle "teorie" presumibilmente salvifiche rappresenta l'unica risposta di un conglomerato di accademici che si suppone abbia le risposte a tutto. Ecco, quindi, che ci ritroviamo notizie come questa, ma esse non sono altro che la progenie deforme di un sistema che ha raggiunto la sua data di scadenza. Peggio ancora, continuare a farlo sopravvivere artificialmente richiede percorrere fino in fondo la proverbiale via verso la schiavitù. Una via, questa, imboccata chiaramente nel 1936 quando il mondo ha abbracciato il keynesismo. Esso si basa su due idee: chi vende non capisce che qualcosa è meglio di niente e quindi non abbassa i suoi prezzi di vendita; gli economisti non capiscono che la spesa pubblica finanziata dal debito è realizzata in due soli modi: (a) denaro prestato da risparmiatori che avrebbe potuto essere prestato a imprese o consumatori, oppure (b) denaro prestato da una banca centrale che va a ridurre il potere d'acquisto dell'unità monetaria. Secondo questa teoria, quindi, esiste qualcosa in cambio di niente.

Gli economisti ci dicono che non esistono pasti gratis, ma, tranne gli Austriaci, tutti gli altri ci credono davvero. Gli economisti non Austriaci credono che un'arma, quando un funzionario statale la punta contro un cittadino affinché ceda la sua ricchezza, a volte possa produrre crescita economica; se poi la stessa arma viene puntata da un ladro, allora ciò produce sempre una perdita economica. Qual è la differenza? Chi punta l'arma.

Keynes incontrò Franklin Roosevelt il 28 maggio 1934. L'allora Segretario del Lavoro, Frances Perkins, notò che Keynes se ne andò dall'incontro sottolineando la mancanza di alfabetizzazione economica da parte del presidente. Più tardi, parlando con Roosevelt, notò come lui pensasse che Keynes fosse un matematico piuttosto che un economista politico. Entrambi avevano inquadrato l'altro: Roosevelt non sapeva niente di economia e Keynes si era laureato in matematica. Quest'ultimo aveva trovato un posto all'università di Cambridge nel 1909 perché suo padre, un economista di Cambridge, aveva pagato affinché suo figlio venisse assunto lì.

L'incontro avvenne nel 1934, e poiché Keynes non aveva ancora messo nero su bianco il keynesismo, non credo che l'incontro fosse importante per il futuro dell'economia americana. Nel 1936, pubblicando la Teoria Generale, Keynes non fece altro che giustificare su carta ciò che ogni governo occidentale aveva fatto per diversi anni: stampare denaro, aumentare le tasse, far salire i deficit e manipolare centralmente l'economia. Il New Deal non pose fine alla Grande Depressione negli Stati Uniti, fu la seconda guerra mondiale a farlo. La guerra permise agli stati di aumentare la spesa in deficit, gonfiare enormemente l'offerta di moneta, imporre controlli sui prezzi, mandare giovani uomini al fronte affinché si uccidessero a vicenda (riducendo il bacino della manodopera) e assumendo donne per lavorare nelle fabbriche di munizioni con stipendi inferiori al mercato. Il patriottismo fu usato come un modo per convincere uomini e donne a lavorare a quelli che sarebbero stati salari al di sotto del mercato; l'inflazione e il razionamento ridussero ancora di più i salari reali.

L'economia ci insegna che "quando il prezzo scende, la domanda sale" e ciò vale anche per il prezzo del lavoro. Keynes lo sapeva e nel 1936 scrisse che i saggi salariali reali abbassati dall'inflazione monetaria avrebbero ingannato i lavoratori. Solo che ci è voluto un inganno mondiale (i salari in tempo di guerra) per raggiungere questo obiettivo su una scala sufficiente per porre fine alla disoccupazione. Niente di tutto ciò viene insegnato in nessun libro di testo di storia o economia. Insegnarlo significherebbe spiegare agli studenti come funziona veramente l'economia in tempo di guerra, ovvero, centralizzare ancora di più il potere nelle mani dello stato. E questa è una verità che tutti conoscevano in precedenza, ma piano piano è stata sotterrata sotto una pila crescente di plausibilità.



PAROLE SUADENTI E PLAUSIBILI

Cerchiamo di capire innanzitutto da dove sia saltato fuori l'avallo ad una centralizzazione crescente dell'economia. Da dove sia saltata fuori la rinuncia leggera alle proprie libertà in cambio di promesse vuote. Da dove sia saltata fuori la necessità di inflazionare continuamente l'offerta di moneta mediante le banche centrali, quando dal 1873 al 1890 gli Stati Uniti hanno vissuto nella deflazione dei prezzi senza che neanche una crisi andasse a perturbare suddetto periodo di straordinaria crescita economica e senza una banca centrale "a difesa" dell'economia. È importante individuare con esattezza l'origine, perché Keynes ha rappresentato il colpo finale al pensiero di libero mercato, non l'inizio della fine.

Albert Jay Nock nel 1936 pubblicò un saggio sull'Atlantic Monthly intitolato "Imposter-Terms", cioè parole che vengono usate in modi che confondono o indirizzano erroneamente la comprensione di fatti cui fanno riferimento. Più precisamente i "termini impostori" sono parole che vengono utilizzate per rendere più accettabile una qualche idea o fatto che verrebbero intesi in modo negativo se espressi chiaramente. I "termini impostori", quindi, possono essere intenzionalmente usati per ingannare e un esempio di ciò è l'uso politico della parola "progressivo". Essa deriva dalla parola "progresso" e secondo qualsiasi dizionario il progresso fa riferimento ad un "movimento in avanti, o verso una destinazione, o verso uno sviluppo, o verso una condizione migliore e più avanzata".

"Progressivo" vuol dire in sostanza "svilupparsi gradualmente". I dizionari chiariscono che un movimento progressivo verso una "condizione più avanzata" può essere positiva o negativa, come nel peggioramento di una malattia. Se inteso in senso positivo, chi può essere contrario al progresso umano e sociale? Chi non vorrebbe una progressiva riduzione della povertà, o un progressivo aumento dell'alfabetizzazione e una vita più lunga e più sana? I liberali classici del XVIII e XIX secolo sostenevano che la migliore speranza per l'umanità in questa direzione "progressista" era l'eliminazione del controllo politico e del comando top-down sulla vita delle persone.

I principi liberali classici includevano il rispetto del diritto di ogni individuo a vivere liberamente e in pace; basare tutte le relazioni umane su associazioni volontarie e accordi reciproci; fare in modo che il dovere di uno stato limitato fosse la protezione del diritto di ciascun individuo alla propria vita, alla proprietà acquisita onestamente e all'applicazione di tutti gli accordi volontari. Con questo tipo di ambiente sociale, l'umanità ha fatto molto per favorire le possibilità del proprio progresso. Ovunque siano stati seguiti i principi di libertà e di libero mercato, essi hanno portato ad un progressivo, seppur lento, miglioramento delle condizioni sociali ed economiche.

Ma alcuni erano impazienti riguardo al grado e alle direzioni di tutti questi progressi. Misero in discussione l'etica della loro distribuzione e desideravano che il potere politico ne reindirizzasse i benefici. All'inizio del XIX secolo molti di questi individui si definivano socialisti o comunisti. Sebbene alcune loro idee differissero in minima parte sulla direzione da far prendere al "progresso", condividevano i mezzi per realizzare un futuro collettivista migliore. Credevano nell'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e nel porre fine all'impresa privata. Direzionare la produzione sarebbe stato un compito dello stato, presidiato da coloro che affermavano di parlare per gli interessi "veri" di "tutto il popolo".

Questi nuovi ingegneri sociali che parlavano a nome dell'umanità avrebbero aggiustato tutte le storture nel mondo. La produzione sarebbe stata direzionata dalla "necessità" e non dalla "avidità". La ricchezza sarebbe stata ridistribuita secondo una giustizia egualitaria che solo i pianificatori centrali sapevano quale essere. L'economista francese Paul Leroy-Beaulieu descrisse bene come sarebbe finita questa storia nel suo trattato Collectivism (1885):
L'impiegato (e tutti saranno impiegati) diventerebbe uno schiavo, non dello stato, che è semplicemente un'astrazione, ma dei politici che esercitano il potere. Un pesante giogo sarebbe imposto a tutti e la censura delle voci dissidenti diverrebbe la normalità. Una tirannia come mai finora sperimentata chiuderebbe tutte le bocche e piegherebbe tutti i colli. Come potrebbe continuare il progresso umano in una società soggetta a vincoli e autorità universali? L'autorità, qualunque sia la sua fonte, è sempre lenta, pedante e schiava della routine; sarebbe istituita un'immensa burocrazia e gli individui liberi verrebbero schiacciati dai suoi complicati macchinari. Il collettivismo implica una perdita sia per l'individuo che per la civiltà in generale. Dapprima un rallentamento dell'impresa economica, poi la sua completa cessazione, presto seguita da una regressione; queste sarebbero le inevitabili conseguenze per l'umanità.

Il trucco linguistico e retorico consisteva nel non usare le connotazioni negative di ciò che il socialismo avrebbe significato per la società, e questa tattica venne adottata da un'intera generazione di intellettuali americani che studiarono nelle università tedesche negli ultimi decenni del XIX secolo e nel primo decennio del XX secolo. Tornarono in America imbevuti delle concezioni della scuola storica tedesca: un gruppo di storici, economisti politici, legalisti e sociologi tedeschi che insisteva sul fatto che le idee del liberalismo classico e dell'economia classica erano completamente sbagliate. Gli economisti classici dicevano invece come esistessero "leggi economiche" universali e sempre presenti (es. domanda/offerta), e come esistessero istituzioni sociali essenziali per il progresso umano (es. proprietà privata, mercati liberi, ecc.)

Gli storici tedeschi negavano tutto ciò, dichiarando che ogni luogo e nazionalità aveva le proprie "leggi" in materia di relazioni ed istituzioni umane e che cambiavano con l'evoluzione sociale, economica e politica di ogni società.

Invece di usare la parola "socialismo", i sostenitori di questo assetto sociale parlavano di neoliberalismo: proteggere la vita, la libertà e la proprietà delle persone come era sempre accaduto fino a quel momento, ma garantire anche determinate opportunità nella vita attraverso la regolazione dei mercati, la ridistribuzione del reddito e una maggiore pianificazione centralizzata per lo sviluppo sociale. Questa era una prospettiva che trascendeva le idee ataviche di interesse personale, individualismo e autonomia personale: l'umanità si stava evolvendo dall'etica individualista ad un senso sociale più ampio e inclusivo di "comunità" che era più grande della singola persona.

Il "progresso" si stava evolvendo dall'interesse personale alla consapevolezza sociale e alla responsabilità collettiva. Il gruppo era una realtà trascendente l'individuo. La crescente complessità della società non poteva più essere lasciata ai propri dispositivi fatti di mercati "anarchici" e decentralizzati. Doveva esserci un senso centralizzato di scopo e direzione, con persone formate e guidate da un più alto senso di responsabilità sociale a difesa del bene di tutti. Il "progressismo" rappresentava questa prospettiva sociale e c'era un fervore quasi religioso tra i suoi sostenitori.

Il messaggio "progressivo" di allora è ancora lo stesso ora: burocratici e funzionari eletti dediti allo "scopo pubblico" guideranno il resto della società verso la terra promessa della pianificazione economica centrale mediante la ridistribuzione della ricchezza. Per più di cento anni un "termine impostore" è stato usato per travisare la realtà: che il socialismo possa portare un benessere superiore rispetto al "capitalismo"; che esistano scopi superiori a quelli personali; che non esistano leggi economiche apodittiche e che per un bene superiore si possano violare diritti di proprietà, confiscare la ricchezza e manipolare i prezzi.



TRAVISARE LA REALTÀ HA CONSEGUENZE

Il keynesismo, quindi, è nato sulla scia di questo "progressismo" e rappresenta l'apice della giustificazione socialista sulla società. Le aberrazioni a cui ha dato forma man mano che ha appesantito gli attori di mercato con la sua presenza necessitavano di continue giustificazioni formali, visto che non hanno mai portato a quell'El Dorado con cui hanno raggirato gli ingenui. Prima il keynesismo, poi il monetarismo e adesso la MMT: tutti sono figli di ciò che Mises descriveva nel suo libro Planned Chaos, ovvero, controlli sempre più stringenti sull'economia affinché i pianificatori centrali non perdessero la loro presa su di essa. Almeno finché i controlli non diventano talmente asfissianti e irrazionali da esplodere in faccia a chi li ha implementati. E le follie di questi tempi attuate delle banche centrali sono una conferma di quanto detto finora.

Due settimane fa Mario Draghi ha esaurito il suo ruolo come presidente della BCE e nonostante tutte le sue preoccupazioni riguardo la cosiddetta "stabilità finanziaria" a tutti i costi, ciò che si lascia dietro è un bilancio ben oltre i €4000 miliardi, una svalutazione del potere d'acquisto dell'euro del 25%, liquidità a profusione ad entità improduttive e una crisi economica incipiente. Attualmente, però, tutti gli occhi sono puntati sul "Non QE" della FED e il caos eruttato dal mercato dei pronti contro termine. In questo mercato i mutuatari in cerca di liquidità offrono garanzie ai finanziatori sotto forma di titoli "sicuri" (titoli di stato) e garantiscono un rimborso entro 24 ore.

Gli spike improvvisi dei tassi per i prestiti pronti contro termine non sono insoliti, ciò che è insolito è quando ci vogliono giorni affinché si normalizzino e ancora più insolito è vedere la Federal Reserve iniettare centinaia di miliardi per compensare l'inarrestabile aumento dei tassi a breve termine. Ciò che la crisi nel mercato dei pronti contro termine ci mostra è che la paura del contagio e l'aumento del rischio sono evidenti nel mercato overnight e, soprattutto, che c'è una leva finanziaria significativamente maggiore di quanto molti si aspettassero.

In sintesi,il messaggio è che l'accumulo di rischio e debito è molto più alto del previsto. Le banche centrali credevano di poter creare uno tsunami di liquidità e gestirne le onde, invece il mercato dei pronti contro termine ci mostra una saturazione del debito e un accumulo massiccio di rischi.

I pianificatori centrali credevano che la FED potesse creare la giusta inflazione, gestire la curva dei rendimenti, fornire liquidità sufficiente da spingere gli investitori verso titoli a più lungo termine. La crisi dei pronti contro termine, perché è una crisi a tutti gli effetti, ci sta dicendo che i pianificatori monetari centrali ed i loro sottoposti sono consapevoli che il prezzo del denaro, gli asset utilizzati come garanzia e la capacità di rimborso dei mutuatari sono tutti manipolati artificialmente. Che l'asset "sicuro" non è altrettanto sicuro in una recessione o in un rallentamento globale, che il prezzo del denaro è incoerente con la realtà del rischio e dell'inflazione nell'economia.

Questa verità è emersa prorompente se guardiamo con attenzione alla ripartizione dei titoli di stato statunitensi lungo la curva di maturazione in pancia ai Primary Dealer. Dal seguente grafico notiamo che la parte destra è stata massicciamente assorbita dai loro acquisti, aspettandosi nel tempo che il QE sarebbe andato avanti indefinitamente e che ci sarebbe stato sempre uno sciocco più sciocco a cui affibbiarla. Problema: il fabbisogno dello zio Sam è cresciuto a dismisura e molto probabilmente i titoli emessi dalla Tesoreria sono stati di gran lunga superiori a quanto ci si aspettasse. Powell, però, nella sua volontà di percorrere la strada del quantitative tightening, aveva iniziato a lasciar maturare i titoli a lunga scadenza (T-bond) e a ricomprare invece quelli a breve scadenza (T-bill). Inutile dire come questo assetto abbia mandato nel panico i Primary Dealer, i quali si sono ritrovati asset "sicuri" senza domanda fisiologica di mercato e che si sarebbero deprezzati nel tempo. Panico che poi ha avuto sfogo nel mercato dei pronti contro termine.


Il tumulto nel mercato dei pronti contro termine avrebbe potuto essere giustificato se fosse durato un giorno, invece è stato necessario un programma di quantitative easing mascherato per contenerlo. Questo è un sintomo di un problema più grande che sta iniziando a manifestarsi in eventi apparentemente non collegati, come le aste deserte per le obbligazioni dell'Eurozona a rendimento negativo, o il fallimento di società che per anni hanno avuto un flusso di cassa negativo. L'evidenza di un grande rallentamento globale, persino di una recessione sincronizzata, sta dimostrando che ciò che gli istituti finanziari e gli investitori hanno accumulato negli ultimi anni (asset ad alto rischio ed a basso rendimento) è più pericoloso di quanto molti credessero.

È molto probabile che le iniezioni della FED diventino una norma, non un'anomalia. La crisi dei pronti contro termine ci dice una cosa: i danni collaterali causati dall'eccesso di liquidità comprendono la distruzione del meccanismo di trasmissione del credito, l'offuscamento della valutazione reale del rischio e, cosa ancora più importante, portano ad un eccesso sincronizzato di debito che non sarà risolto da tassi più bassi e maggiori iniezioni di liquidità.

Molti dicono che questo episodio è qualcosa di temporaneo, ma si dimenticano che è successo nel mercato finanziario più avanzato, diversificato e competitivo del mondo. Ora immaginate se succedesse nella zona Euro... Come la curva dei rendimenti invertita e il massiccio aumento delle obbligazioni a rendimento negativo, questa è solo la punta di un iceberg davvero spaventoso.



LA BATTAGLIA PER LA LIBERTÀ

Malgrado ciò, ci sono ancora saltimbanchi che negano l'evidenza, figli di quel progressismo malato da cui hanno avuto origine le dissonanze sotto i nostri occhi adesso. Di recente mi è capitato di vedere un video interessante registrato durante una conferenza sulle criptovalute. La cosa che mi ha colpito di più in questo "scontro" tra Roubini e Ver è stata una frase del primo: "Ci sarà una recessione a causa di uno shock esogeno, ma i mercati finanziari stanno bene." Davvero? Eppure questa persona è considerata tra quelle che "hanno previsto" la Grande Recessione del 2008. Al di là del suo mettere la testa nella sabbia riguardo l'uso/adozione di Bitcoin, non ha la minima idea di cosa ci sia alla base del sistema economico, di come funzioni e di cosa è accaduto sin dall'evento Lehman.

Sin da allora le banche centrali sono diventate una fucina di interventismo sempre più sfrenato, e grazie all'abbassamento artificiale dei tassi d'interesse sono state generate a catena una serie di comportamenti finanziariamente sconsiderati (es. ingegneria finanziaria). Azioni, bond, strumenti finanziaria esotici, hanno visto una stagione dorata solo perché le rotative delle banche centrali hanno accumulato nel loro bilancio asset per cui non esiste una domanda reale nei mercati.


Sulla scia di questo caos sono nate società come Uber, Lyft, WeWork, DoorDash, Tesla, Wag, Peloton, Postmates, che si dice valgano miliardi (solo in base alle valutazioni azionarie) ma che in realtà hanno sfoggiato ripetutamente flussi di cassa negativi (perdere denaro significa bruciare capitale, non crearlo). In soli 10 anni circa gli Stati Uniti hanno visto aumentare il debito totale (pubblico+privato) di $25.000 miliardi, fino a $73.000 miliardi. Ovviamente tutto questo interventismo non è arrivato senza effetti per Main Street (e anche se i salari nominali sono saliti nel contempo, notiamo che i costi previdenziali dei lavoratori sono saliti del 290% negli ultimi 20 anni).



WeWork è il perfetto esempio, poi, di attività zombie che rimane in piedi solo grazie ad un flusso continuo di liquidità. In assenza di questa (e presto potrebbe accadere), la bancarotta sarebbe una inevitabilità e finalmente gli asset che trattiene verrebbero liberati e messi a miglior frutto nell'ambiente di mercato. Invece il denaro facile ha corrotto questa funzione essenziale, creando delle società zombie gigantesche le quali non fanno altro che divorare risorse di capitale esistenti (es. lavoro, materie prime, tempo). Data l'interconnessione attuale del sistema finanziario a livello internazionale, le passività di una azienda X in una nazione sono gli attivi di una azienda Y dall'altra parte del globo. Il mito del denaro a pioggia ha creato una fitta rete di connessioni in cui non appena salta un punto, a catena iniziano a saltare tutti gli altri. Softbank e WeWork ne fanno parte, ma anche Caterpillar e aziende simili, per non parlare di MPS e Nomura.

Il segno eclatante della sfiducia mondiale nei confronti del sistema finanziario è ben rappresentato nel grafico qui sotto, segno distintivo che gli smart money sanno quando abbandonare la barca che affonda. Non è un caso che la banca centrale olandese abbia detto che il gold (exchange) standard è l'unica carta da giocare se le banche centrali vogliono continuare ad essere credibili durante la prossima tempesta finanziaria ed economica. Negli anni '80 correggere gli errori economici del passato richiese tassi d'interesse al 20% negli Stati Uniti e Volcker era determinato a "spezzare le gambe" dell'inflazione. Come abbiamo visto con Powell invece, questa determinazione non c'è e ogni scricchiolamento a Wall Street viene zittito con maggiori iniezioni di liquidità. Quindi Roubini ha torto, sia sulla causa della prossima recessione, sia sullo stato in cui langue il sistema finanziario, sia sul suo scetticismo nei confronti delle criptovalute.


In questo contesto la volontà degli individui di "hodlare" bitcoin non è da sottovalutare. Non è il semplice vezzo di una pletora di fissati che vuole diventare milionaria. I tassi negativi spingeranno le persone a consumare indistintamente o ad investire senza criterio pur di non perdere parte dei propri risparmi. Con Bitcoin, invece, si sta riaffermando una preferenza temporale dettata dal mercato stesso, indicativa della volontà ferma e genuina delle scelte individuali che andrebbero a premiare/punire quelle entità sui mercati che meglio soddisfano i desideri degli attori di mercato. Un consumo dettato dalla necessità, non dalla paura. Un risparmio dettato dalla frugalità, non dal timore. Un finanziamento o una spesa dettati dal vaglio consapevole delle attività, non dalla paura di perdere tutto. Ma soprattutto dalla sicurezza che ciò che si possiede è proprio, senza che nessuno possa interferire con questo principio sacrosanto di chi col proprio sudore si guadagna da vivere onestamente.

Infatti Bitcoin è un sistema che incentiva le persone ad essere oneste, le remunera per questo comportamento virtuoso. Quest'anno verranno spesi l'equivalente di circa $1 miliardo di bitcoin sul dark web per scopi illeciti, secondo le analisi di Chainalysis. Ciò supera il precedente massimo di $872 milioni nel 2017, corrispondenti alla salita di bitcoin fino a quasi $20.000. Ma indovinate un po'? $1 miliardo in un anno è quasi nulla se si considera il quadro generale. La percezione diffusa che gli utenti utilizzino bitcoin principalmente per scopi illeciti è una sciocchezza a cui possono credere solo minorati mentali come Roubini. Sul mercato vengono scambiati l'equivalente di $30 miliardi in bitcoin ogni giorno su exchange legali e questi ultimi verificano le identità di tutti gli utenti registrati.

Quindi è un'attività legale 30 volte maggiore in un solo giorno rispetto all'attività illegale in un anno. Non solo, la relazione di Global Financial Integrity stima che fino a $652 miliardi vengono spesi in droga ogni anno. Inoltre vengono spesi fino a $1.100 miliardi in merci contraffatte e sono transazioni in valuta fiat: dollari statunitensi. Ciò significa che l'uso di bitcoin costituisce solo lo 0,15% delle transazioni illegali di droga ogni anno. E se includiamo anche le merci contraffatte, l'uso di bitcoin costituisce meno dello 0,06% di tutte le transazioni illecite. È una goccia nel mare.

Qual è il problema quindi? Bitcoin infrange il monopolio sul denaro che vi hanno apposto i pianificatori monetari centrali. In questo contesto stablecoin come Libra potrebbero dare una mano, come già evidenziato in un precedente saggio. Con i suoi 2,38 miliardi di utenti, circa il 32% della popolazione mondiale, Libra potrebbe rappresentare un trampolino di lancio per permettere alla massa critica di vedere con ottica diversa asset come Bitcoin. Di legittimarlo, così come nel corso del tempo si è legittimato l'uso del denaro fiat scoperto. E in questo modo comprendere finalmente come valute fiat e stablecoin non sono altro che un surrogato del denaro: è questo ciò che temono stati e banche centrali.

Permissionless, timeless, borderless, censorshipless, sono tutte caratteristiche che rendono Bitcoin una forma di denaro nuova e sana in grado di smantellare il sistema di menzogne messo in piedi dai progressisti. È denaro sano e onesto, e in quanto tale permette la diffusione di informazioni sane e oneste. La rivoluzione nel mondo del denaro non è affatto lontana nel tempo... è già iniziata.



NON TUTTE LE UOVA NELLO STESSO PANIERE

Nel 1971 il Dow Jones si trovava a circa 880 punti e il dollaro era ancora all'oro a $35. All'epoca, quindi, ci volevano 25 once d'oro per acquistarlo. Oggi il Dow Jones è trattato a circa 27.000 punti, mentre l'oro è arrivato a circa $1500 l'oncia. Oggi, quindi, ci servono 18 once d'oro per acquistare le azioni DJI. Questo per dire che in meno di mezzo secolo il Dow Jones ha perso valore (in termini di oro il prezzo reale sarebbe 630 punti). Tutta la liquidità aggiunta dalle banche centrali, tutti questi numeri stratosferici, tutto questo front-running (per il bon ton accademico "trasparenza"), tutte le frottole raccontate da imbonitori vari su azioni e obbligazioni, e ciò che ci ritroviamo è un mondo che si sta spostando dalla cartaccia inflazionata a livello nominale verso asset di riserva strategici (oro, bitcoin, ecc.).


È importante sottolineare questo fatto perché i banchieri centrali non sono stupidi, cercano semplicemente di far andare avanti la baracca a tutti i costi e senza far agitare troppo le acque. L'acquisto di metallo giallo da parte di Germania e Cina (anche se l'elenco di nazioni che stanno percorrendo questa strada è lungo) incarna, però, un monito: le conseguenze non intenzionali scaturite dalle politiche delle banche centrali sono diventate soverchianti e il loro contenimento si fa giorno dopo giorno sempre più incerto. Non basta più la piena fiducia in istituzioni presumibilmente onniscienti.


Quindi gli investitori saggi sanno che in tempi di incertezza economica l'hedging, la protezione dei propri risparmi, diventa essa stessa un investimento; mentre gli smart money guardano ad un altro tipo di fatto. Innanzitutto guardate il seguente grafico: ci mostra le oscillazioni delle valutazioni del mercato azionario, che passano tra economico e costoso ogni generazione o giù di lì. Attualmente il mercato azionario è posizionato su "costoso".


Adesso invece guardate quest'altro grafico: ci mostra il rapporto tra il Dow Jones e il prezzo dell'oro per oncia. Guardate con che precisione l'indice Dow-to-Gold si sincronizza con le valutazioni da capogiro mostrate nel grafico precedente. Quando le valutazioni finiscono in un bear market, come lo sono state dal 2000, si trattiene oro fino a quando la grande ondata non si esaurisce. Poi, quando le valutazioni tornano in un bull market, si passa alle azioni fino a quando l'ondata non raggiunge il picco.


Il prossimo estremo (picco minimo) verrà toccato presto, probabilmente nei prossimi cinque o 10 anni, e quello sarà il momento di passare dall'oro alle azioni. Gli smart money capiranno quando sarà il momento di cambiare nel momento in cui le valutazioni corrisponderanno a quelle precedenti nel 1933, 1950 e 1980: quando il rapporto Dow-to-Gold sarà sceso al di sotto di 5. In realtà le valutazioni sono in un bear market da 20 anni, sebbene negli ultimi sette anni ci sia stato un forte rimbalzo in controtendenza. Le valutazioni del mercato azionario sono quasi tornate al loro picco del 1999 e il rapporto Dow-to-Gold è risalito sopra i 20. Questo rally, però, si è concluso ad ottobre 2018 a 22.36, quando il rapporto Dow-to-Gold si è invertito e ha ricominciato a scendere.

Una nota a margine per quanto riguarda il platino. Negli ultimi anni il prezzo del platino ha sofferto a causa del calo della domanda per i motori diesel, mentre è aumentata la domanda per quelli a benzina, che sono più dipendenti dal palladio (non a caso il rally di questo metallo è stato straordinario) e dal rodio. Il risultato è che gli analisti prevedono carenze di palladio per oltre 700.000 once l'anno prossimo, mentre il platino continua ad avere un surplus di offerta rispetto alla domanda industriale.

Ci si aspettava che l'industria automobilistica sarebbe tornata ad utilizzare il platino nei convertitori catalitici rispetto all'attuale miscela di palladio/rodio, ma nonostante l'aumento dei prezzi del palladio ciò non è accaduto. Di conseguenza la domanda di platino è diventata sempre più dipendente dagli investimenti. In breve, al mercato del platino mancano attualmente fattori positivi, ma ciò è già insito nel livello di prezzo di oggi. Tutto ciò che è necessario è una spinta sul lato investimenti e il prezzo potrebbe facilmente raddoppiare, sovraperformando l'oro al prossimo rialzo. E questo probabilmente è un trend che si svilupperà sulla scia della svalutazione continua del denaro fiat, dove gestori di investimenti e pubblico in generale capiranno come questa frode necessiterà di asset strategici per essere evitata.





CONCLUSIONE

Ho buone e cattive notizie: la buona notizia è che stiamo diventando più ricchi e una recessione, per quanto dolorosa possa essere, non fermerà l'avanzata della crescita economica; la cattiva notizia è che lo stato continuerà a spendere di più, ad interferire di più nella nostra vita e a togliere di più la nostra privacy.

Entrambi i fenomeni sono andati avanti sin dal XIX secolo, ma negli ultimi 10 anni grazie a Bitcon e alle criptovalute si è scoperto un modo per arginare il flusso di cattive notizie. La strategia raccomandata è di migliorare le circostanze economiche personali sfuggendo più che si può alle grinfie di stati e banche centrali. Non è che questo vi renderà più felici, ma perlomeno sarete più produttivi.


giovedì 7 novembre 2019

La libera impresa fa abbracciare interesse personale e amore





di Jeffrey Tucker


Provate ad immaginare una stazione ferroviaria vicino l'Hudson, New York, alle 18:00 di domenica sera durante un fine settimana festivo. I miei colleghi e io speravamo che ci fossero dei taxi, ma ci sbagliavamo. Il tempo nemmeno collaborava, visto che era gennaio e si gelava di freddo. Tutti i voli erano stati cancellati, le strade erano gelate e il termometro faceva registrare 7 gradi fahrenheit. Una di quelle sere in cui non si vuole uscire di casa per nessun motivo.

Dopo aver provato Uber più e più volte, senza trovare guidatori disponibili, avevamo iniziato ad accarezzare l'idea di dormire sulle panchine della stazione ferroviaria, ma il riscaldamento era mal funzionante. Secondo le previsioni la temperatura durante la notte sarebbe scesa a 30 gradi sotto zero. Inutile dire che ci saremmo svegliati congelati.

Spinti dalla disperazione, provammo Uber un'ultima volta. Una risposta finalmente! L'auto sarebbe arrivata in 15 minuti. Mio Dio, che mondo... Uber era stato legalizzato solo un anno prima ed in quella momento era diventato un vero e proprio salvagente.

La macchina del conducente attraversava il parcheggio desolato, le gomme scricchiolavano sulla neve gelata. Lasciammo la stazione, sistemammo le valigie nel bagagliaio e partimmo, lentamente e con attenzione, perché non c'erano punti in cui le gomme slittavano. Vedere le luci calde brillare dai finestrini dell'auto mentre ci dirigevamo verso casa era una vista meravigliosa.

Ero grato a quel brav'uomo, a quello sconosciuto che ci aveva salvato e all'app Uber che lo aveva reso possibile. Lungo la strada chiesi informazioni sulla motivazione. Per i soldi? Disse che avrebbe guadagnato solo $30, ma era felice di aiutare. Questa risposta mi toccò profondamente, così decisi di scavare più a fondo, cercando di scoprire cosa lo avesse portato da noi.

Aveva visto le prime due chiamate, ma era seduto accanto al fuoco con sua moglie, al riparo dalla tempesta. Perché darsi la pena in tali condizioni? Quando vide poi la terza chiamata, sentì una fitta nell'animo: c'erano tre persone che aspettavano in una stazione ferroviaria desolata e avevano bisogno di aiuto. Decise che in un certo senso era suo dovere mettersi al volate, sfidare le strade ghiacciate ed essere prezioso per gli altri.

È un bellissimo promemoria: ci sono esseri umani dietro queste app. I conducenti possono rifiutare o accettare, dipende da loro. Nessun taxi municipale era in servizio. Uscire in una notte come quella rasentava un'impresa eroica. La mia ipotesi iniziale, che l'autista l'avesse fatto per i soldi, era sbagliata. Il denaro è buono, ma non motiva l'eroismo. C'era qualcos'altro, voleva essere prezioso per gli altri... voleva aiutare.

Questo è un esempio interessante sulla complessità della spinta umana e della sua interazione con l'economia del mondo materiale. L'autista s'era presentato senza essere motivato dal profitto? Può essere... ma come sapeva della nostra situazione? Abbiamo utilizzato un'app creata a scopo di lucro e gestita attraverso un sistema a scopo di lucro. Inoltre ha senso che gli autisti che rispondono vengano compensati per il loro lavoro.

Fare impresa è qualcosa che viene spronato da una serie complessa di motivazioni umane, che includono il desiderio di guadagnare denaro, ma anche il desiderio di servire ed essere preziosi per gli altri. I mezzi materiali per provvedere a noi stessi e il desiderio di essere utili agli altri sono entrambi cruciali, e non sono in conflitto.

Avidità e benevolenza lavorano insieme. L'acquisizione materiale e l'amore per il prossimo sono in armonia. È la combinazione di questi due fattori che costituisce la forza trainante del progresso economico.

Mi viene in mente un altro caso, sempre nella stazione ferroviaria vicino l'Hudson. C'è uno snack bar lì dove vendono caffè, caramelle, muffin e tè. Chiesi una birra ma la donna dietro il bancone disse che non le avevano. Chiesi perché e lei rispose che lo snack bar è gestito da un ente di beneficenza, quindi è inappropriato che vendano la birra. Questa donna era lì senza che venisse pagata, raccoglieva denaro vendendo cose alle persone in modo che tutti i profitti (per quanto modesti) fossero andati in beneficenza.

Capire questo ha cambiato il mio punto di vista sul fare impresa. Se non fosse stato per amore, compassione, dedizione, impegno per il benessere degli altri, i viaggiatori non avrebbero potuto comprare caffè e spuntini. Le persone sono disposte ad impegnare il proprio tempo gratuitamente, aiutando tutti: prendersi cura dei bisogni dei viaggiatori e raccogliere fondi per aiutare la comunità.

Anche in questo caso vediamo la fusione di economia ed amore. Un'unione senza dettami, senza mandati, senza direzione centrale, senza un comando dall'alto. La motivazione viene dall'interno: la necessità di essere preziosi per le altre persone.

La prima volta che ho capito quanto fosse essenziale è stato il giorno in cui sono finito in prigione a causa di una multa non pagata. Lo sentivo nel profondo: non sarei stato più prezioso per gli altri. Grazie al cielo non durò a lungo. Non potrei mai più passare un giorno senza essere grato per l'opportunità di servire gli altri, perché servire gli altri mi dà valore. Potete definirmi un egoista, sebbene io trovi inutile questo termine, ciononostante si tratta del desiderio di fare la differenza nel mondo, in modi grandi e piccoli.

Torniamo però all'autista e all'app che ci ha portato i suoi servizi. Era uno sconosciuto e non l'avrei mai più incontrato probabilmente, eppure abbiamo avuto una bellissima esperienza insieme, tutto grazie alla tecnologia e al fare impresa.

Ci sono argomenti politici in gioco: Uber sta mettendo fuori gioco i taxi? Paga abbastanza i conducenti? I conducenti dovrebbero sottoporsi ad un elevato livello di regolamentazione? A causa di queste domande, le città hanno vietato Uber in molte parti del mondo.

Pensate cosa perde il genere umano, alle opportunità mancate di riunire le persone per il reciproco vantaggio, alle possibilità mancate di servire le altre persone. Questo è fare impresa.

Coloro che non lo capiscono, non capiscono il quadro più ampio: l'economia non consiste solo nel fare soldi, ma offre anche la possibilità di essere preziosi per gli altri, per il mondo, per sé stessi. Fare soldi e mostrare amore può e deve esistere in una relazione armoniosa. Unite questi due fattori nelle giuste condizioni e sentirete lo stesso calore che tutti noi abbiamo provato quando finalmente siamo tornati a casa, preparandoci a dormire bene con la consapevolezza che grazie alla libera impresa ci saremmo svegliati vivi e il nostro meraviglioso benefattore si sarebbe svegliato sapendo che aveva fatto una buona azione la sera prima (oltre al denaro guadagnato, ovviamente).


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 6 novembre 2019

Lo stimolo economico non porta altro che stagnazione: il caso del Giappone





di Mihai Macovei


Gli sforzi per stimolare la crescita economica finiscono per ostacolarla. La teoria Austriaca del ciclo economico (ABCT), enunciata da Ludwig von Mises, spiega molto bene questo apparente paradosso. L'abbassamento artificiale dei tassi d'interesse di riferimento al di sotto del tasso di mercato innesca un'espansione del credito fiduciario e del sistema bancario a riserva frazionaria. C'è un boom le cui caratteristiche principali sono sia gli investimenti improduttivi che il consumo eccessivo. I primi sperperano i fattori di produzione in attività economiche meno urgenti per i consumatori, mentre il secondo indebolisce la creazione dello stock di capitale. Entrambi i processi intaccano la produttività a lungo termine e la crescita sostenibile.

Tuttavia l'opinione pubblica vorrebbe che l'illusione della prosperità durante il boom artificiale durasse indefinitamente. Invece di lasciare che la recessione curi la cattiva allocazione delle risorse, gli stati spingono per una maggiore espansione del credito fiduciario e della spesa pubblica. Ciò peggiora l'esaurimento del capitale, abbassando gli standard di vita futuri.

Seguendo questo schema, la maggior parte delle economie si è affrettata ad attuare stimoli di crescita in seguito alla crisi finanziaria globale del 2008/2009. Allo stesso tempo, esperti e accademici mainstream hanno cercato di zittire tutte le voci e gli argomenti dissenzienti. Nel frattempo è diventato ovvio che l'economia globale è intrappolata in un circolo vizioso di stimolo monetario, debito sempre crescente e prospettive di crescita a lungo termine in costante deterioramento.

Un esempio lampante di ciò è il Giappone, le cui prospettive di crescita si sono sgretolate dopo quasi tre decenni di programmi di stimolo alla crescita.

A seguito dell'esplosione di una bolla patrimoniale nei primi anni '90, il Giappone ha tentato testardamente di rilanciare la crescita economica con politiche monetarie e fiscali molto allentate. Il "decennio perduto" del Giappone si è infine esteso a quasi tre decenni di crescita sotto la media. La crescita del PIL reale è diminuita drasticamente dal 4% circa negli anni '70/'80 a meno dell'1% in media dal 1991. Allo stesso tempo, il PIL pro capite si è ridotto rispetto ad altre economie avanzate, sia se misurato in dollari USA (Grafico 1) sia se aggiustato alla parità di potere d'acquisto, vale a dire, al differenziale di inflazione (Grafico 2).


All'indomani della sua crisi, il Giappone ha fatto tutto il possibile per sostenere il boom e mantenere un livello gonfiato di salari e prezzi. È stata la prima tra le principali economie a sperimentare una politica dei tassi d'interesse pari a zero già nel 2001 e ad introdurre un quantitative easing e tassi d'interesse negativi durante il 2013/2014: il tentativo dell'Abenomics di stimolare ulteriormente la crescita economica. Tuttavia non si sono fatti vedere né la crescita né l'inflazione, perché le presunte misure a sostegno della crescita economica hanno impedito una liquidazione degli investimenti improduttivi e delle distorsioni dei prezzi.

Innanzitutto il Giappone ha impiegato più di 15 anni per ripulire i bilanci delle sue banche e riaprire il canale del credito alle nuove imprese. La Banca del Giappone (BoJ) ha tentato invano di reflazionare l'economia, poiché le banche si sono rifiutate di concedere prestiti a causa dei crediti inesigibili. La BoJ ha ampliato il proprio bilancio dal 4% circa del PIL all'inizio degli anni '90 al 100% del PIL nel 2018, principalmente acquistando titoli di stato giapponesi. Allo stesso tempo il credito al settore privato è diminuito di circa 60 pps del PIL, verso il livello del 1980 (Grafico 3). In secondo luogo, fino ad oggi le "imprese di zombi" non redditizie e indebitate sono state mantenute in vita grazie a tassi d'interesse molto bassi e sostegno pubblico sotto forma di condizioni di prestito favorevoli alle PMI e ristrutturazione dei prestiti. Tutto ciò ha depresso gli investimenti delle imprese, ha mantenuto alti i salari e ha impedito l'allocazione delle risorse economiche ad attività più produttive. In terzo luogo, politiche macroeconomiche non corrette e prezzi/salari inflazionati hanno depresso la fiducia degli investitori e gli investimenti di capitale. Pertanto le società grandi e redditizie hanno preferito investire in asset finanziari nazionali o esteri, compresi gli IDE esteri, che dagli anni '90 sono saliti dallo 0,5% circa del PIL all'anno a quasi il 4% del PIL.


Ciò che è rimasto un mistero per molti economisti mainstream è l'incapacità del Giappone di innescare l'inflazione, nonostante il suo esperimento persistente col quantitative easing. Molte delle spiegazioni, come la parsimonia dei consumatori, l'avversione al rischio e i cambiamenti nei modelli di consumo determinati dall'invecchiamento della popolazione, rimangono poco convincenti rispetto alla pressione deflazionistica che si è verificata da quando il boom del credito si è fermato dopo un sensibile aumento dei prezzi al consumo e immobiliari negli anni '80 (Grafico 4). La "guerra alla deflazione" del Giappone ha impedito l'aggiustamento dei prezzi relativi distorto nel boom, perpetuando così una cattiva allocazione dei fattori di produzione e indebolendo gli investimenti guidati dal mercato.

Il rapporto investimenti/PIL è diminuito di oltre 10 punti percentuali sin dal 1980 e la flessione degli investimenti non ha potuto garantire la completa sostituzione del capitale ammortizzato. Di conseguenza lo stock di capitale netto per lavoratore ha iniziato a diminuire sin dall'inizio degli anni 2000 (Grafico 5), causando un calo della produttività del lavoro a quasi un quarto al di sotto della metà superiore dei Paesi OCSE (OCSE, 2019) e oltre un terzo al di sotto di quella degli Stati Uniti. Inoltre i salari medi reali sono rimasti invariati per quasi tre decenni, mentre il divario relativo coi salari statunitensi o tedeschi si è ampliato in modo significativo (Grafico 6). Ciò influisce anche sul reddito futuro dei pensionati, poiché i tassi lordi di sostituzione delle pensioni rappresentano solo il 58% circa dei guadagni individuali in Giappone contro il 71% negli Stati Uniti (OCSE, 2017).


In conclusione, a seguito di successivi cicli di espansione monetaria e di deficit che hanno gonfiato il debito pubblico lordo a quasi il 240% del PIL, il Giappone non ha permesso una recessione curativa per liquidare i cattivi investimenti dopo il boom degli anni '80. Qual è stato il costo di procrastinare l'adeguamento dei prezzi relativi e della struttura della produzione alle esigenze del mercato? Una graduale erosione dello stock di capitale per lavoratore e della produttività del lavoro. In linea con la teoria misesiana del ciclo economico, quanto evidenziato finora ha portato ad un impoverimento relativo in termini di salari reali stagnanti e livelli pensionistici più bassi. Questo risultato indesiderato può servire da campanello d'allarme per altri Paesi impegnati sullo stesso percorso di stimolo continuo della crescita economica, permettendo loro di evitare la trappola della "Giapponesizzazione".


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 5 novembre 2019

Il socialismo è la più grande minaccia per l'ambiente

Come c'era da aspettarsi, il piano verde della Germania s'è dimostrato un gigantesco bacino di sprechi e un latore di costi enormi. L'Unione Europea non può ignorare i rischi di approvvigionamento e la perdita di competitività se promuove un mix energetico costoso. Le strategie ambientali devono essere allineate con l'innovazione e la concorrenza in modo che le politiche non distruggano il consumo, gli investimenti, la crescita e il reddito delle persone. I politici ignorano la realtà: la transizione energetica è inarrestabile e non ha bisogno di politiche interventiste. Gli Stati Uniti hanno dimostrato che la tecnologia e la concorrenza hanno fatto di più per ridurre le emissioni di CO2 e migliorare l'efficienza rispetto al costante aumento delle imposte indirette come in UE. Negli Stati Uniti i crediti d'imposta e gli accordi di acquisto di energia tra le parti sono stati più efficaci nel rafforzare le nuove tecnologie energetiche rispetto alle direttive fiscali e di intervento europee. La combinazione di gas naturale e fonti rinnovabili in competizione ha fatto molto per migliorare l'ambiente e la vita dei consumatori rispetto ai grandi piani di spesa pubblica. La transizione energetica avverrà solo se la competitività e la logica economica supportano gli obiettivi ambientali. I contribuenti non possono essere coloro che pagano per errori di pianificazione politica. Se l'Europa commetterà gli errori del passato, non ci sarà alcuna transizione energetica ma ci sarà più stagnazione. La Germania deve imparare dai suoi errori politici e, con essa, il resto degli europei. Il rallentamento della zona Euro non è una coincidenza e ha anche a che fare con gli errori nella politica energetica. La debolezza dell'Eurozona, infatti, è dovuta ad un interventismo crescente e a tasse schiaccianti, cose che hanno impedito agli imprenditori di trarre beneficio dagli sviluppi tecnologici. Non solo, ma la dimostrazione che il libero mercato pensa davvero alla conservazione dell'ambiente è dato dalle recenti notizie riguardanti il mining di Bitcoin e l'uso delle rinnovabili.
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di Daniel Lacalle


Se vogliamo una vera alternativa ai combustibili fossili, che migliori l'ambiente, riduca le emissioni e rafforzi il benessere globale, la otterremo solo dal libero mercato.

Prove storiche e gli incentivi economici ci mostrano che l'interventismo e il socialismo non proteggono mai l'ambiente; lo usano solo come un sotterfugio per aumentare il controllo sull'economia, mentre sovvenzionano gli inquinatori con la scusa della "occupazione" usando il termine "settori strategici".

L'interventismo, infatti, pone ostacoli all'innovazione tecnologica e agli sviluppi dirompenti.

In primo luogo perché la tecnologia e la concorrenza riducono il potere dello stato in termini di formazione dei prezzi e pilastro economico della società. Ciò significa che lo stato è quello che sceglie chi vince e chi perde, nonché quando, dove e come spendere.

In secondo luogo perché la tecnologia dirompente è disinflazionistica e non consente agli stati di riempire le aziende con lavori politici, erigendo quindi conglomerati inefficienti controllati dal potere politico. Il motivo per cui l'interventismo non difenderà mai l'ambiente e l'innovazione è uno: detesta la concorrenza e la tecnologia perché ne indebolisce il potere.

Tuttavia nelle proteste che vediamo sui media in tutto l'Occidente, c'è un silenzio assordante sulle economie più interventiste e sulle loro società statali, le quali rappresentano i peggiori inquinatori del mondo. È davvero triste quando qualcosa che tutti dovremmo sostenere, la protezione dell'ambiente, diventa uno strumento di propaganda per sostenere la forma più deplorevole e assoluta di interventismo statale.

Non si tratta di proteggere l'ambiente, ma di proteggere la ricerca di rendite politiche, una condizione molto attraente per i politici affinché possano continuare ad esercitare un potere che sfugge alle loro mani quando c'è vera concorrenza, miglioramento tecnologico e trasparenza.

La realtà è che i sistemi interventisti non difendono mai il miglioramento dell'ambiente, ma lo usano come specchietto per le allodole. La politicizzazione dell'azione per il clima non difende l'ambiente, ma spiana la strada all'interventismo. Da qui il silenzio sui registri ambientali di sistemi altamente interventisti come la Cina e l'Iran.

La Cina ha approvato l'uso di una maggiore capacità di carbone nei prossimi dodici anni rispetto all'intera capacità statunitense attuale e quasi il doppio di quella dell'Unione Europea. Nel frattempo l'Iran è il Paese che sovvenziona maggiormente le energie fossili.

I maggiori sussidi all'inquinamento sono tutti in Paesi con bassa libertà economica, governi con il massimo controllo sull'economia e con aziende statali. Dei 147 Paesi che hanno ratificato gli ultimi accordi ambientali, in oltre il 90% le aziende e i settori inquinanti sono pubblici al 100% (i produttori dei petro-stati, le più grandi centrali a carbone, acciaierie, ecc.).


Certo, è molto facile essere un "attivista" nelle economie aperte, manifestando contro società quotate in borsa che sono la soluzione, non il problema. È molto facile aumentare le tasse sui cittadini con una scusa ambientale, sovvenzionando i settori più inquinanti.


Non trovate divertente leggere che quei Paesi che ci dicono di avere un indiscutibile impegno ambientale hanno, allo stesso tempo, raffinerie e centrali a carbone come grandi pilastri degli investimenti statali nei prossimi dieci anni? Non perché siano necessari: si tratta di due settori in cui esiste una sovraccapacità a livello globale. Questo perché gli interventisti promuovono sempre per definizione i cosiddetti "elefanti bianchi": costruiscono cose per il fine di costruirle.

Quando la concorrenza viene ignorata o respinta e la logica economica degli investimenti viene abbandonata, gli stati non promuovono mai il cambiamento, mascherano le inefficienze con le belle parole.

Quegli attivisti che attaccano aziende innovative ed economie aperte, che sono la soluzione, non lo fanno per mancanza di informazioni o ignoranza, lo fanno perché il loro obiettivo è un altro: sono felici di unirsi a governi totalitari, teocrazie e dittature (che siano o meno inquinanti) per distruggere quel poco che resta del libero mercato, in un mondo occidentale che è annegato nell'interventismo.

Alcuni attivisti per il clima attaccano le aziende che hanno avuto successo grazie a tecnologia, sostenibilità e cambiamento ambientale perché l'obiettivo non è avere campioni efficienti in grado di creare occupazione, rafforzare la propria posizione e crescere nel mondo, ma espropriarli per riempirli di posizioni politiche. Esattamente ciò che ha portato le compagnie petrolifere statali globali a distruggere valore, efficienza e perpetuare l'eccesso di capacità.

Non è che gli interventisti siano sciocchi o incoerenti quando non parlano di Venezuela, Cina, o Iran e attaccano società statunitensi che migliorano l'ambiente attraverso l'innovazione e la crescita. L'obiettivo è far scomparire la concorrenza e l'innovazione privata, i due fattori che continueranno a migliorare il mondo, a ridurre la povertà ed a creare ricchezza.

Questa è la cosa triste più triste di quei politici che si definiscono progressisti, mentre in realtà sono "regressisti". Quello che vogliono davvero è avere conglomerati statali che affondino la competitività e distribuiscano posizioni per designazione politica. Questa è la formula perfetta per annientare l'innovazione e il cambiamento.

Esistono solo due modi per risolvere le sfide ambientali: concorrenza e tecnologia. Nessuno stato ossessionato dal potere e dai controlli sui prezzi difenderà tali opzioni, le elimineranno. E sta già succedendo...

I governi interventisti vogliono inflazione e controllo. La tecnologia e la concorrenza distruggono questi due fattori.

La tecnologia e la concorrenza possono prosperare solo in un sistema capitalista in cui l'incentivo all'innovazione è premiato dal successo e dalla distruzione creativa dei settori obsoleti con la crescita di quelli produttivi e innovativi, andando a generare un benessere maggiore per tutti. Questo può succedere solo col capitalismo. La libertà economica è l'unica garanzia a protezione dell'ambiente.



La "decarbonizzazione" è inarrestabile, ma sarebbe ancora più veloce senza le insidie ​​di coloro che oggi si presentano come salvatori della Terra mentre in realtà tassano semplicemente i cittadini per perpetuare "campioni strategici nazionali" inquinanti.

La tecnologia e la concorrenza possono ottenere una "decarbonizzazione" più rapida ed efficiente, ma al contempo riducono i prezzi e frenano il controllo dello stato, due cose che quest'ultimo odia.

Solo il libero mercato offre la soluzione alle sfide poste dal clima.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/