lunedì 6 luglio 2020

La retorica mainstream mendace e fasulla: “Trump cattivo!”





di David Stockman


Mentre la farsa dell'impeachment si avvicinava alla sua patetica conclusione, un ottimista avrebbe potuto aspettarsi che la virulenta sindrome anti-Trump che infettava i media generalisti, i Dem e la classe dirigente di Washington alla fine si sarebbero estinti.

E invece no. È tornata più forte che mai, sparsa di nuovo dagli attori summenzionati e in agguato nel sottotesto di quasi tutti i titoli di giornale e le parole riguardanti il virus C.

Infatti l'intera narrazione sul virus C è così distorta, esagerata, mendace e risibile da confermare ciò che è stato in fondo alle successive ondate del RussiaGate, dell'UkraineGate, della farsa dell'impeachment, dell'isteria per il virus e dell'attuale rivolta razziale. Vale a dire: "Trump cattivo!"

Puro e semplice. Nella fattispecie, solo il filtro "Trump cattivo" può spiegare ogni nuovo colpo di scena nella narrativa dei media generalisti sul virus C, la quale è degenerata in un procedimento giudiziario in diretta TV.

Ma alla fine sono diventati così disperati ed isterici che si ritrovano a fabbricare, censurare e falsificare le prove rispetto alla cosiddetta seconda ondata che presumibilmente dovrebbe arrivare il prossimo autunno.

Il loro vero scopo è evidente: sono così infuriati per le affermazioni di Trump, secondo cui il virus si sta attenuando (ed è così) e che è ora di riaprire l'America e tornare al mondo degli affari (assolutamente vero!), che stanno letteralmente cercando di etichettarlo con un genocidio di fatto.

Inutile dire che qualunque cosa stia succedendo in Texas, Florida e Arizona, non è un'eruzione della peste nera, anche se estrapolate l'attuale elevato livello di "positivi" per diversi mesi nel futuro.

Quindi torniamo alle basi. Anche nelle città più colpite, come New York, non c'è mai stata l'ecatombe come invece traspare ogni giorno dai giornali. Il numero di casi e decessi provenienti dai cinque distretti è stato in gran parte il prodotto di una cattiva gestione delle case di riposo e anziani già affetti da morbilità potenzialmente letali.

Ma anche così, quando si confrontano i casi e il tasso di mortalità per 100.000 abitanti tra i tre quartieri più colpiti di New York (Bronx, Queens e Brooklyn) e ciò che sta accadendo nelle principali città del Texas, ad esempio, è come se non vivessimo sullo stesso pianeta.
Casi/decessi Covid per 100.000 abitanti fino al 27 giugno:

Bronx: 3.346/234
Regine: 2.867/222
Brooklyn: 2.345/198

Houston 567/7
Dallas: 696/13
Fort Worth: 500/10
San Antonio: 423/5
Austin: 549/9

Il tamburo mediatico dei giorni scorsi si è concentrato in particolare sulla presunta ondata di nuovi casi nella Contea di Houston/Harris, con la stessa vecchia previsione di ospedali e terapie intensive traboccanti che si è rivelata non vera anche a New York, ad eccezione di alcuni ospedali nel Bronx per alcune settimane tra marzo/aprile.

Proprio come nel caso del mito degli ospedali pieni di New York, i fatti in Texas e a Houston confutano completamente il blitz mediatico di questo fine settimana.

E sottolineano anche l'eterna servilità dei media generalisti. Dopotutto, se i positivi per 100.000 abitanti a Houston sono solo il 17% di quelli registrati nel Bronx e il tasso di mortalità è solo il 3% di quello nel Bronx, perché qualcuno dovrebbe pensare che Houston stia barcollando sull'orlo di una calamità medica?

Questo è particolarmente vero se siete a conoscenza del fatto che Houston abbia uno dei grandi complessi medici di tutto il mondo. Cioè, è una comunità ricca in assistenza sanitaria che sta vivendo solo una piccola parte del carico virus C accaduto a New York.

Oltre a ciò, non siamo più nell'età del cavallo e dei carretti. Dato che i pazienti possono essere riassegnati in altre comunità, se necessario, la capacità ospedaliera non è solo quella di Houston, ma anche quella di altri luoghi dello stato che non stanno vivendo lo stesso livello di casi virus C che si verificano ora a Houston.

Quindi, ecco i fatti in tutto lo stato: al 25 giugno il Texas contava 54.700 posti letto ospedalieri per cure acute, ma ne venivano utilizzati solo 41.950, il che implica un tasso di occupazione di appena il 76,7% e 12.750 posti letto ancora disponibili.

Inoltre solo circa 5.000 posti letto, che rappresentano il 12% dell'attuale censimento, sono stati occupati da pazienti virus C confermati o sospetti. Quindi, fino al 25 giugno, lo stato aveva quasi 2,5 volte più letti di ospedale vuoti rispetto ai pazienti virus C, nonostante l'ondata di nuovi casi e ricoveri durante il mese di giugno.

In realtà, questa non è la metà della storia. A causa di fattori stagionali, il numero di letti d'ospedale vuoti è in realtà aumentato durante i mesi primaverili anche di fronte al crescente carico del virus C.

Proprio così. Il 18 marzo il Texas aveva 46.550 letti ospedalieri occupati, con un tasso di occupazione dell'85% o ben al di sopra del livello del 76,7% fino al 25 giugno.

Ma a marzo praticamente nessuno di questi letti occupati era attribuibile ai pazienti con virus C. Questo perché a quel punto c'erano solo 83 casi confermati e 2 morti segnalati per l'intero stato!

Ciò che è accaduto nei tre mesi successivi, quando il carico di lavoro è aumentato da zero ai 5.000 attuali, è che ancora più letti si sono svuotati a causa di:
  • ordini statali che vietano interventi chirurgici e altri trattamenti;
  • normali cali stagionali di occupazione dei letti;
  • riclassificazione dei pazienti ammessi per altri motivi.

Per quanto riguarda quest'ultimo punto, sembra che i funzionari sanitari del Texas abbiano iniziato a registrare ogni singolo paziente positivo al virus C nello stato come un ricovero in ospedale, anche se i pazienti stessi ammettevano di essere in cerca di cure per qualcosa di diverso dal virus C.

Come Lindsey Rosales, portavoce del Dipartimento dei servizi sanitari pubblici del Texas, ha confermato: "Il numero di pazienti ospedalizzati include pazienti con virus C, anche se la persona in questione è ricoverata in ospedale per un motivo diverso".

Inoltre quasi tutti gli ammessi per qualche altra condizione medica, e asintomatici per il virus C, vengono lo stesso sottoposti al tampone prima che siano consentiti altri trattamenti o interventi chirurgici.

In altre parole, il lockdown ha creato un enorme arretrato di domanda di interventi chirurgici e altri trattamenti discrezionali. Una volta che le autorità statali hanno rimosso i divieti e le persone sono arrivate in ospedale per trattamenti differiti, sono state testate per il virus C diventando la pappa statistica per la cosiddetta seconda ondata.

Ma anche stando così le cose, le statistiche degli ospedali del Texas negli ultimi tre mesi dicono la verità, al contrario dei media nazionali secondo cui gli ospedali del Texas sono al collasso. Ecco la tendenza dei letti di terapia intensiva inutilizzati nel sistema ospedaliero del Texas:
  • 3/18: 8.155
  • 4/1: 18.411
  • 15/04: 21.489
  • 29/04: 19.432
  • 5/20: 16.035
  • 27/5: 15.315
  • 3/6: 15.219
  • 6/10: 13.271
  • 17/06: 14.993
  • 25/06: 12.571

In breve, il Texas è passato da praticamente nessun caso virus C o decesso il 18 marzo, a 131.917 casi e 2.296 decessi il 25 giugno, ma in realtà aveva il 56% in più di letti d'ospedale vuoti in quest'ultima data!

Non si possono truccare questi fatti. I media generalisti sono così intossicati dalla retorica "Trump cattivo" che hanno trasformato il giornalismo in una corte di servi al soldi di una parte politica.

Né stiamo tentando di attutire le medie statali. Nell'area di Houston ci sono 12.458 posti letto per le cure intensive (il 23% del totale a livello statale), ma 2.675 o il 21% erano vuoti la scorsa settimana; e per di più avevano una capacità di sovratensione aggiuntiva di altri 925 letti.

Ciò è particolarmente saliente perché l'aumento dei casi in Texas e a Houston è stato generalmente tra una popolazione molto più giovane rispetto all'inizio dell'epidemia, e la necessità è stata esattamente per questo tipo di letti, non per quelli in terapia intensiva.

Quindi il fatto è che dalla scorsa settimana gli ospedali della zona di Houston avevano appena 795 pazienti confermati di virus C, che rappresentavano solo l'8% del censimento giornaliero di 9.785. Ciò significa anche che, dati i 3.600 letti di Houston nella capacità di sovratensione residua, essi potrebbero sostenere un aumento di 4 volte il loro attuale carico.

Anche la leadership della comunità sanitaria di Houston alla fine ne ha avuto abbastanza della CNN, della NBC e dal resto degli isterici per il virus C, e ha respinto con una clamorosa negazione questa spuria narrativa di crisi. Anche il dottor Marc Boom, Presidente e CEO di un'importante istituzione, il Houston Methiodist, si è unito al coro. Ha sottolineato, infatti, che il suo ospedale ogni anno vede la terapia intensiva riempirsi e un anno fa era arrivata al 95%, molto prima che arrivasse il virus C!

Proprio così. Il riempimento delle terapie intensive fino al 95% è una condizione tipica a giugno, non il segno dell'apocalisse. E contrariamente ai titoli dei media generalisti, solo il 25% circa delle terapie intensive di Houston occupate è rappresentato da pazienti virus C. In particolare, ci sono circa 2.200 posti letto in terapia intensiva nell'area di servizio di Houston, ma altri 500 posti letto potrebbero essere aggiunti dopo aver pianificato tali riconversioni.

Queste confutazioni delle menzogne della CNN sono state più che benvenute, visto che di recente si era lamentata del fatto che la situazione era così disperata da costringere un ospedale pediatrico di Houston a riconvertirsi per il virus C, con grande rischio per i bambini. Niente affatto, secondo Mark Wallace, presidente e CEO del Texas Children’s Hospital.

Come abbiamo detto, i media generalisti, i Dem e la classe dirigente di Washington sono rabbiosi nei confronti di Trump e vogliono spodestarlo a tutti i costi. La presunta impennata dei casi di virus C e la capacità ospedaliera in Texas sono solo l'ennesimo esempio.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


venerdì 3 luglio 2020

L’orfanello argento sta trovando il suo genitore





di Alasdair Macleod


Questo articolo esamina le prospettive economiche dell’argento, il quale è stato spesso ignorato e lasciato nell’ombra rispetto all’oro. A causa delle conseguenze del coronavirus e dei lockdown che si espliciteranno sul piano monetario, così come la prematura inversione del ciclo del credito, c’è una probabilità crescente che si verifichi un grande e repentino crollo che – per essere gestito – richiederà un’espansione monetaria maggiore; un fatto – questo – che consentirà all’oro ed all’argento di riprendersi il ruolo di denaro che avevano precedentemente assunto.

Per comprendere le conseguenze di tutto ciò per l’argento, questo articolo si basa sulla storia (principalmente quella del Silver Standard negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna), allo scopo di apprezzare le questioni coinvolte e le prospettive insite nella riconquista – da parte dell’argento – del suo ruolo come di mezzo di scambio.



Introduzione

Fino a quest’anno la storia dei mercati dei metalli preziosi ha avuto come protagonista principale l’oro. Gli speculatori hanno l’idea che l’oro sia uno scudo contro l’inflazione; un’idea – questa – che non mettono mai in discussione, ma che prendono semplicemente per buona. In realtà perché non la capiscono. E quando ogni banca centrale che fa riferimento ad una valuta che gode di una certa fiducia annuncia che stamperà soldi come se non ci fosse un domani, gli investitori comprano i derivati dell’oro.

Questi soggetti (che di solito sono facilmente addomesticabili) stanno ora indebolendo le fondamenta del sistema di controllo dell’establishment. Sul Comex, l’establishment dei metalli non considera l’oro e l’argento come denaro quanto piuttosto come un sistema per trattare gli investitori come dei babbei. Ma gli investitori non lo saranno più: con la recente promessa di un’espansione monetaria senza fine, le banche centrali stesse non stanno facendo altro che confermare le paure inflazionistiche degli investitori.

A peggiorare la situazione per gli intermediari nei mercati dei metalli preziosi, sta il fatto che oggi l’intero sistema bancario si trova sull’orlo della più grande contrazione del credito bancario mai avutasi dalla crisi degli anni Trenta; e le banche – in tutto ciò – hanno tutta la determinazione necessaria per tenere solide le briglie dei loro bilanci bancari. Normalmente si pensa che una contrazione del credito bancario abbia degli effetti negativi sull’economia reale: questa volta, le banche stanno controllando i mercati compiendo attività che includono operazioni di trading sull’oro e l’argento che sono fuori controllo, trading sui tassi di cambio stranieri, forex swap ed altri derivati – qualsiasi cosa, insomma, che non sia un arbitraggio o un accordo di agenzia per conto di un cliente reale.

Inizialmente il focus sull’oro ha lasciato vulnerabile l’argento. Il Grafico 1 mostra le performance dei due metalli a livello di prezzo espresso in dollari fino a quest’anno, con riferimento al 31 dicembre 2019. Quando l’establishment bancario del mercato dei metalli preziosi ha sperimentato una delle sue periodiche cadute nella metà di febbraio, ha ridotto l’open interest [ossia il numero di contratti derivati, come futures e opzioni, non ancora chiusi ad uno specifico momento temporale, ndt.] da poco meno di 800.000 contratti ad una cifra che si avvicina ai 480.000. Il prezzo dell’oro si è ripreso fino ad oltre il 14% su base annua e le banche che trattano le transazioni di metalli preziosi sono ancora terribilmente a corto del metallo giallo. Ma il prezzo dell’argento è sceso perdendo il 34%, perdita dalla quale si è ripreso per ritornare ai livelli dell’anno passato.


Per gli investitori, in un mercato rialzista dell’oro l’argento viene visto semplicemente come una scommessa di ripiego. Costoro sono meno interessati ai fattori ed alle dinamiche che influenzano il verificarsi di certe relazioni e stanno dietro ai movimenti estemporanei dei prezzi. Per ora i trader stanno cercando dei punti di ingresso in entrambi i mercati dei metalli preziosi per costruirsi (o per aggiungere) le loro posizioni in un mercato rialzista (ma saturo).

Queste sono solo considerazioni di breve termine, sulle quali è stato scritto molto. Al giorno d’oggi siamo, in linea generale, poco consapevoli del fatto che l’argento è stato considerato denaro per le persone comuni più di quanto fosse stato l’oro, nel senso che esso ha ancora un maggiore diritto ad essere ritenuto un mezzo di scambio. Dunque è tempo di rivolgere la nostra attenzione all’argento.



Una breve storia dell’argento come denaro

Per quanto riguarda la sua natura monetaria, l’argento ha una storia molto simile a quella dell’oro. A seguito della fine del baratto, le comunità di ogni angolo del Globo hanno adottato dei metalli durevoli – oro, argento o rame, sulla base della disponibilità locale degli stessi – quale principale mezzo di scambio. E fino al 1960 questa storia, con riferimento all’argento ed al rame, è stata riflessa nel conio usato nella gran parte delle nazioni. La valuta britannica è ancora conosciuta come “sterlina” per il fatto che dal regno di Enrico II (1154-1189) la moneta veniva coniata con una lega composta dal 92,5% da argento, con il resto costituito in gran parte da rame.

L’argento è stata la sola la base per lo standard monetario della maggior parte delle regioni dal Medioevo fino al Diciannovesimo secolo; accompagnato a volte dall’oro in uno standard “bimetallico”. Sir Isaac Newton riformulò lo standard argenteo rispetto all’oro nel 1717, in ragione del fatto che il governo inglese sopravvalutò l’oro e perché fallì nell’aggiustarsi alle conseguenze dei cambiamenti nell’offerta dei metalli provenienti dalle miniere (cambiamenti che consistettero principalmente in una susseguente espansione dell’offerta di oro dalle miniere del Brasile); e fu così che il commercio britannico si incamminò verso l’adozione di un gold standard nel Diciannovesimo secolo.

Ci occuperemo della questione in dettaglio più avanti in questo articolo.

Con lo svilupparsi del commercio internazionale, l’oro assunse una maggiore importanza per le nazioni che partecipavano allo stesso e fu così che venne adottata la “sovrana” basata su un gold standard all'inizio del Diciannovesimo secolo.

Nell’America Coloniale l’argento era considerato la principale moneta di circolazione (in comune con quella britannica dell'epoca); ma in seguito all'introduzione da parte di Newton di uno standard d'argento basato sul prezzo dell’oro, esistevano – in pratica – delle relazioni commerciali simili tra i due metalli in quasi tutte le colonie britanniche; nel caso dell'America almeno fino a quando l'indipendenza non fu formalmente conquistata col Trattato di Parigi nel 1783.

Quando Alexander Hamilton divenne segretario del Tesoro, gli Stati Uniti introdussero – con la prima legge sul conio risalente al 1792 – il bimetallismo, con il dollaro fissato ad un tasso di cambio di 371,25 grani d’argento puro, coniato con una lega in monete dal peso di 416 grani. Venne autorizzato anche il conio di monete in oro dal valore nominale di 10 dollari (gli “eagle”) e di 2,50 dollari (i “quarter eagle”). Il tasso di cambio tra l’oro e l’argento era stato fissato a 15 ad uno. Tutte queste monete vennero dichiarate a corso legale assieme ad altre monete straniere (tra le quali la più importante era il dollaro d’argento spagnolo che, essendo coniato con una lega a 373 grani d’argento, era una buona approssimazione rispetto al dollaro).

Tuttavia, poco dopo che la legge sul conio di Hamilton venne approvata, il tasso di cambio internazionale tra oro ed argento salì a 15,5 a uno; fatto – questo – che comportò il drenaggio dell’oro dalla circolazione interna, lasciando l’argento quale moneta comune in circolazione. Il dollaro continuò ad essere emesso sulla base di uno standard argenteo fino al 1834, quando il Congresso approvò una variazione nel tasso di cambio fino a 16 ad 1 e riducendo in tal modo l’oro presente nell’ “eagle” da 246,5 a 232 grani, con un ulteriore aggiustamento a 232,2 nel 1834. Dopo pochi anni le monete d’oro presero il posto di quelle d’argento, la cui circolazione conobbe un declino dal momento che l’argento divenne più di valore rispetto all’oro. Le successive scoperte di giacimenti d’oro in California e in Australia ebbero l’effetto di aumentare la quantità d’oro in circolazione rispetto all’argento, facendo diventare ancor più profittevole quest'ultimo rispetto al metallo giallo. A ciò venne posto rimedio nel 1853 con l’autorizzazione a svalutare le monete dal valore nominale minore al dollaro, le quali potevano essere coniate con un contenuto d’argento minore di quello dichiarato dal tasso ufficiale della Zecca e meno di quello indicato dal prezzo nel mercato mondiale.

Sotto la spinta delle necessità finanziarie derivanti dalla Guerra Civile, nel 1862 il governo mise in circolazione delle banconote che non erano convertibili in metallo né a domanda né ad una data specificata nel futuro. Questi “greenback” vennero resi a corso legale per qualsiasi pagamento tranne che per gli acquisti ordinari, che dovevano essere effettuati ancora in oro o in argento: in poche parole, il governo aveva cessato di utilizzare uno standard monetario basato sui metalli preziosi; quindi i Greenback vennero emessi in grande quantità e gli Stati Uniti sperimentarono un periodo di grande inflazione.

Dopo la fine della Guerra Civile, il Congresso era determinato a tornare all’adozione di uno standard monetario basato sui metalli preziosi alla medesima parità esistente prima della Guerra; un piano – questo – portato avanti dalla lenta rimozione dei Greenback. Lo standard bimetallico, che misurava il dollaro prevalentemente in termini di argento, venne definitivamente rimpiazzato con il gold standard nel 1879, riaffermato nel 1900 quando l’argento venne relegato a mera moneta secondaria.

In Europa la maggior parte degli Stati passò da uno standard monetario basato sull’argento ad uno basato sull’oro dopo la guerra franco-prussiana del 1870-1871, quando la Germania impose delle pesanti riparazioni di guerra alla Francia; riparazioni – queste – che dovettero essere pagate in oro e che resero possibile alla Germania il passaggio da uno standard monetario argenteo al gold standard. E così fecero le altre nazioni europee.

Più di recente l’argento ha circolato come moneta nelle terre degli Arabi, sotto forma dei dollari di Maria Teresa, in circolazione nel Medio Oriente e nell’Africa orientale dalla metà del Diciannovesimo secolo fino ad essere usate, addirittura, negli anni Settanta nel sultanato di Muscat ed Oman.

Questi sono solo alcuni esempi dell’uso monetario che l'argento ha avuto nel passato. Oggi continua la sua tradizione monetaria in monete di metallo trattate per sembrare d’argento. Ora immaginate un mondo dove le valute fiat sono state totalmente private della fiducia: l’oro – o i suoi sostituti – ritornerebbe ad essere usato come moneta per le transazioni di volume più grande, mentre l’argento verrà usato per quelle  di tutti i giorni. Il bimetallismo potrebbe anche non tornare come politica ufficialmente adottata dati gli aggiustamenti troppo frequenti che sono richiesti per il suo funzionamento; ma la storia ci mostra che può essere ricavato un tasso di cambio di mercato tra l’oro e l’argento; e quest’ultimo (molto più dell’oro) assicurerà una maggior diffusione della moneta metallica.



I fondamentali: fattori dal lato della domanda e dell’offerta

Gli analisti saranno alle prese con gli effetti del coronavirus sulla domanda e l’offerta per il resto dell’anno. Per quanto riguarda il lato dell’offerta, le produzioni delle miniere d'argento hanno subito dei cambiamenti a causa di variazioni nella provenienza e dal lockdown. Secondo il “Silver Institute”, nel 2019 meno del 3% dell’offerta d'argento minerario proveniva da miniere classificate come “per la maggior parte d’argento”, con il resto che veniva da miniere di piombo/zinco, rame, oro ed “altre” in ordine di importanza. I minatori delle miniere di piombo/zinco, di rame e di altri metalli hanno tirato fuori il 56% dell’offerta aggregata di argento minerario, quindi un declino dell’attività economica globale nel suo complesso ha portato automaticamente ad un declino della produzione d'argento per questi minatori di metalli comuni.

Allo stesso tempo, una minore domanda industriale d'argento ha posto una maggiore enfasi sugli investimenti per sostenere la domanda nel suo complesso. L’anno scorso, infatti, la domanda d'argento non legata agli investimenti ammontava a 806 milioni di once, mentre quella legata agli investimenti era pari a 186 milioni; delle grandezze, queste citate, la cui relazione reciproca richiede – in tempi di crisi – un significativo aumento della domanda d'argento per investimenti allo scopo di assorbirne l’offerta proveniente dalle miniere, scarti di lavorazioni secondarie e quello disponibile in superficie (grandezza – quest’ultima – il cui ammontare ufficiale è stimato intorno ai 1651 milioni di once, un equivalente di 1,67 volte la domanda non legata agli investimenti e di 8.9 volte la domanda per investimenti).

Per il 2020 ed oltre, sono abbastanza pessimista circa le previsioni economiche. Se ho fatto bene i calcoli, le stime attuali per l’offerta d'argento minerario (ammontare di cui più della metà dipende dall’estrazione di metalli comuni) sono troppo ottimistiche; ed è addirittura probabile che la domanda d'argento per usi non di investimento scenda addirittura di più, e quindi la domanda per investimenti dovrà almeno raddoppiare se i prezzi dell’argento sono destinati a crescere in termini reali.

Uno spunto d’analisi interessante è dato dalla comparazione con i prezzi dell’oro, la cui offerta in superficie (e quindi oro già estratto) è pari a molte volte l’offerta d'oro minerario e di quello proveniente da scarti di altre lavorazioni. Le analisi “stock-to-flow” [la misura “stock-to-flow” è la quantità di una merce detenuta in inventari divisa per la quantità prodotta annualmente. È una misura dell'abbondanza di una certa commodity. L'oro ha il rapporto “stock-flow” più elevato di tutte le materie prime; ndt.] sono state di recente rese popolari dalla comunità delle criptovalute quale una misura della stabilità monetaria futura di una valuta in comparazione con quella delle valute fiat infinitamente elastiche [ossia la cui offerta è infinitamente espandibile, ndt.]: un alto rapporto “stock-to-flow” indica un basso livello di aumento di offerta di una commodity e quindi una minore spinta inflazionistica. L’argento ha un basso rapporto “stock-to-flow” a causa di una bassa offerta d'argento già estratto, ma è in ogni caso un errore affidarsi a questa misura di stabilità monetaria quando ci riferiamo ad una moneta metallica quando la mancanza di liquidità fisica dovrebbe rappresentare la variabile principale di cui tenere conto.

Ai prezzi attuali, l’offerta d'argento già estratta vale solo $31 miliardi, comparati al valore della stessa variabile riferita all’oro che si attesta intorno ai $10.000 miliardi. Con questa relazione esistente di un valore dell’oro che è 323 volte quello dell’argento, e con un tasso di estrazione dell'argento minerario superiore di solo 8 volte rispetto a quello dell’oro, ci sono tutti i presupposti per sostenere che se l’oro tornerà ad essere usato come moneta, allora l’argento si troverà ad essere pesantemente sottovalutato. Il “se” è – però – nient’altro che una piccola parola che racchiude delle grandi ed importanti ipotesi di base: date le espansioni monetarie senza precedenti e potenzialmente infinite, la fine dell’attuale sistema monetario basato sulle valute fiat ed il ritorno dell’oro e dell’argento quali monete sta diventando sempre più probabile.

Le relazioni con l’oro illustrate nei succitati numeri suggerisce che oggi uno standard monetario bimetallico – sulla base delle sole considerazioni fatte sull’offerta dell'argento minerario – si baserebbe su un tasso di cambio pari almeno alla metà di quello stabilito da Newton nel 1717. Ovviamente la questione non è così semplice e verrà sicuramente risolta per vie di mercato. Ma se guardiamo ad alcuni altri fattori dobbiamo prepararci ad un radicale ripensamento circa la relazione tra l’oro e l’argento; fattori – questi – illustrati dalla seguente tabella:


La chiara anomalia è il rapporto tra oro e argento.



Come Newton decise il tasso di cambio tra oro ed argento

È naturale presumere che il più grande genio scientifico di tutti i tempi avesse inventato un modo ingegnoso per stabilire il rapporto tra oro/argento quando era capo della Zecca Reale nel 1717. Invece non fu così. Guardò ai tassi di cambio dell'epoca ed al modo in cui l’argento stava sparendo dalla circolazione in favore dell’oro, poi fissò un tasso di cambio specifico per fermare tutto ciò. Inoltre raccomandò di rivedere periodicamente tale tasso di cambio (molto probabilmente al ribasso), alla luce di come il commercio di suddetti metalli si fosse evoluto.

Per capire i dibattiti di teoria monetaria dell’epoca, potrebbe essere utile iniziare con il presentare una guida alla composizione e al conio della moneta britannica pre-decimale. Una sterlina era composta da venti scellini, e venti penny in uno scellino. Le monete d’argento venivano denominate “corone” (composte da 5 scellini) e “mezze corone” (2 scellini e sei penny, in simboli 2s. 6d.). C’erano delle monete d’argento di minor valore, ma non sono rilevanti ai fini della presente discussione.

Più di un secolo prima di Newton, una libbra d'argento secondo il vecchio standard poteva essere coniata in 3£ 2s. 0d. in termini di corone e frazioni delle stesse; un conio – questo – che rimase costante fino al 1816. Nel 1670 una libbra d’oro poteva essere coniata in £44 10s. e 0d.: l’equivalente di 14,35 volte il valore dell’argento. Una sterlina da venti scellini veniva spesso chiamata “guinea” (perché l’oro con le quali vennero realizzate per la prima volta nel 1663 proveniva dalla costa della Guinea in Africa) ed il suo prezzo venne fissato a 44 ½ rispetto ad un chilo d’argento, perché si pensava che avesse un tasso di cambio fisso e stabile.

Vi furono alcuni aggiustamenti al prezzo dell’oro fino a che, nel 1717, non venne finalmente fissato al nuovo tasso di cambio di £46 14s. 6d. al “silver standard” di f £3 2s.0d. Questo portò la “guinea” da £1 d’argento a £1 1s. 0d., o 21 scellini. Il nuovo tasso di cambio era di 15,07 a uno; ma essendo consentite delle variazioni nella composizione della lega usata per il conio che andavano dall'argento puro (puro al 92,5%) e comparando questa composizione con la “corona” d’oro a 22 carati (pura al 91,67%), il tasso reale era di 15,21 a uno.

Questo tasso di cambio venne introdotto durante l’incarico di Newton quale Presidente della Zecca Reale, iniziato nel 1699. Nel 1696 costui era stato designato come “Guardiano della Zecca Reale” per migliorare lo stato del conio delle monete in argento, organizzando a tale scopo il “Grande Conio” del 1696-1699.

Nello stabilire il prezzo dell’oro, Newton scoprì che il metallo giallo (essendo stato fissato a 22 scellini nel 1699) si era dimostrato troppo costoso rispetto al suo valore espresso in termini d'argento registrato in altri stati europei (in particolare Olanda, Germania, stati Baltici, Francia ed Italia). E non solo egli raccomandò di stabilire il prezzo della “guinea” d’oro a 21 scellini, ma raccomandò anche di revisionare il tasso di cambio per portarlo a 20 scellini e sei penny. Questa revisione non venne mai messa in pratica.

Il commercio tra la Gran Bretagna e le nazioni dell’Europa continentale era in aumento, e a qualsiasi tasso di cambio, i mercanti preferivano l’oro rispetto all’argento perché era più pratico per i pagamenti quando questi venivano effettuati con monete locali. Sebbene la Gran Bretagna continuasse ad adottare formalmente uno standard monetario basato sull’argento, a causa di incentivi commerciali ci si stava muovendo sempre di più verso uno standard aureo; e questo perché l’argento stava diventando relativamente più costoso al tasso di cambio stabilito e quindi venne progressivamente tolto dalla circolazione. Il problema era che né Newton né il Parlamento riuscivano ad accettare l’idea che vi fosse più di una moneta: l’argento era la moneta e l’oro solo una commodity il cui prezzo doveva essere stabilito.

Dato che l’argento, nelle summenzionate nazioni, veniva sopravvalutato di più del 5% rispetto all’oro, il metallo grigio uscì dalla nazione nonostante il divieto di esportazione delle monete coniate (e di conseguenza l’oro entrò in Gran Bretagna). Inoltre la produzione dalle miniere d'oro in Brasile iniziò ad avere un impatto sul sistema monetario britannico dopo la conversione di Newton nel 1717, a causa dei legami diplomatici e commerciali tra Gran Bretagna e Portogallo. La maggior parte dell'oro brasiliano, stimato da Fay a circa 23 milioni di once tra il 1720 e il 1750, finì per essere spedito a Londra, aiutandola a diventare il centro monetario europeo e togliendo questa onorificenza ad Amsterdam.

Fu la combinazione di oro sopravvalutato a causa di Newton (portando così l'argento in Europa e l'oro a Londra) e la scoperta di miniere auree brasiliane che spinsero la Gran Bretagna all’interno di un gold standard, anche se ufficialmente rimase con uno standard monetario basato sull’argento per novantanove anni dopo la politica di Newton. E infine, nel 1816, l'oro fu dichiarato l'unica misura standard di valore, e nessuna offerta di moneta d'argento era legale per le transazioni oltre quaranta scellini. Nel 1821 la Gran Bretagna era entrata nel gold standard de jure e de facto.

Dal 1601 al 1816 sappiamo che il ruolo dell'argento come denaro si è gradualmente evoluto per diventare un ruolo sussidiario rispetto all'oro. Quest'ultimo era il denaro di commercianti e orafi, i quali, in qualità di custodi dell'oro, si sono poi evoluti in banchieri e quindi l'alta finanza avrebbe usato quasi esclusivamente l'oro nelle transazioni. Malgrado ciò l'argento è rimasto lo stesso denaro, soprattutto per le transazioni con volumi minori. E se le valute fiat scoperte di oggi scomparissero, l'argento sarebbe destinato a ricoprire nuovamente un ruolo monetario accanto all'oro, perché con un valore inferiore e una maggiore abbondanza d'offerta può essere più diffuso.

Stando così le cose, coloro che credono che le valute fiat siano destinate ad auto-distruggersi accumuleranno argento, notando che l'attuale rapporto tra oro e argento (che oggi ammonta a circa 96 volte in favore dell’oro) è oltre sette volte quello durante lo standard bimetallico.



La posizione di mercato corrente per l’argento

Dal momento che il prezzo dell’oro è cominciato a salire dall’agosto del 2018, quello dell’argento è ristagnato in quanto la sua capacità di essere denaro è stata ignorata. Il Grafico 2 ci mostra come ciò si è riflesso nel cambiamento tra il tasso di cambio tra oro e argento:


Il 19 marzo il valore di 125 è stato il più alto mai visto, rendendo ancor più estrema la svalutazione dell’argento. Da allora il tasso è sceso rapidamente al suo livello attuale di 97. Perché possa calare ulteriormente, è necessaria una crescita costante nel prezzo dell'oro, perché negli attuali mercati finanziari prezzi dell'oro più elevati sarebbero associati a condizioni economiche e politiche monetarie che si tradurrebbero in un sostanziale deterioramento del potere d'acquisto delle valute fiat.

Inoltre gli operatori che gestiscono le banche d'investimento in metalli stanno riducendo i loro termini di negoziazione a causa di condizioni commerciali sfavorevoli e pressioni da parte dei loro superiori che in generale limitano l'espansione del credito bancario. Quando il coronavirus ha paralizzato la Cina e le altre nazioni, e la risposta inflazionistica è diventata ovvia, s'è manifestata una rincorsa concertata da parte delle banche d'investimento in metalli per bilanciare le loro posizioni in oro e argento sul Comex prima che le cose andassero oltre il loro controllo. L'effetto sull'open interest dell'argento è mostrato nel Grafico 3.


È sceso a livelli che non si erano visti da quasi sette anni, dopo che il prezzo dell'argento è sceso da un massimo di quasi $50 l'oncia nel 2011 a $18 nel 2013. Dall'altezza degli open interest a 244.705 contratti il 24 febbraio fino al minimo di 181.830 del 4 maggio, sono stati chiusi contratti per 314.375.000 once d'argento, il che si confronta con la domanda d'investimenti per l'intero anno scorso stimata a 186.000.000 di once. Questa contrazione equivale al 20% delle riserve d'argento già estratto.

L'argento chiuso nei forzieri LBMA ammontava a 1.170 milioni di once a febbraio, la maggior parte dei 1.651 milioni registrati dal Silver Institute. La proprietà di quell'argento non è dichiarata, ma è probabile che sia una mix di utenti industriali, investitori (compresi gli ETF) e liquidità dei rivenditori bancari. In pratica le banche mantengono la liquidità ad un livello minimo coerente con i termini  di negoziazione del desk; e sappiamo dagli sviluppi in altri mercati dei derivati che i termini  di negoziazione tendono a contrarsi.

Il Grafico 4 mostra gli ultimi dati disponibili per la posizione netta dei rivenditori di contratti swap, ossia i banchi di negoziazione delle banche d'investimento in metalli preziosi.


Quest'ultimo grafico mostra una posizione netta di soli 6.652 contratti; pertanto le posizioni dei dealer swap sono quasi livellate. Questa è una situazione diversa da quella che si verifica per un contratto a termine sull'oro, in cui gli swap attualmente ammontano a 182.864 contratti netti (che rappresentano l'equivalente di 569 tonnellate per un valore di $31 miliardi, quasi un record e causa di un grosso mal di testa per le banche d'investimento in metalli preziosi).

In conclusione, pur essendo stato lasciato indietro mentre gli eventi monetari si sono concentrati sul prezzo dell'oro, l'argento sta ora iniziando a recuperare terreno. Il picco di un rapporto oro/argento di 125 sembra aver segnato un importante punto di svolta, e quindi ci si può aspettare che l'argento continui ad essere più performante dell'oro man mano che la situazione delle valute fiat si deteriorerà. Gli operatori delle banche d'investimento in metalli preziosi sembrano evitare le posizioni “short” nei futures sull'argento, nel caso un prezzo crescente li vedrà costretti a ritirare liquidità invece di fornire contratti aggiuntivi agli acquirenti.

La situazione economica e monetaria globale è terribile, sia a causa del coronavirus che a causa del ciclo del credito (la cui fase di bust era iniziata già alla fine del 2019). La svalutazione monetaria impiegata dalle banche centrali nel tentativo di salvare le loro economie promette di essere senza precedenti, al punto in cui la distruzione monetaria totale sarà un risultato sempre più probabile.

Stando così le cose, l'attrazione nei confronti dell'argento si ritroverà in un sostanziale calo del rapporto oro/ argento, poiché sui mercati si comprenderà che la fine del sistema monetario fiat è vicino.


[*] traduzione per Francesco Simoncelli's Freedonia a cura di Giordano Felici: https://www.francescosimoncelli.com/


giovedì 2 luglio 2020

Perché il recovery fund europeo sarà un fallimento





di Daniel Lacalle


Il piano di stimolo da €750 miliardi annunciato dalla Commissione Europea è stato accolto con euforia da molti analisti macroeconomici e banche d'investimento. Tuttavia, dobbiamo essere cauti. Perché? Molti sostengono che una risposta rapida e decisiva alla crisi con un'iniezione di liquidità che vada ad evitare un collasso finanziario e con un forte impulso fiscale che consolidi la ripresa, sono misure straordinariamente positive. La storia e l'esperienza ci dicono che non è da trascurare il rischio di illudersi per quanto riguarda l'impatto positivo sull'economia reale.

La storia dei piani di stimolo nella zona Euro dovrebbe metterci in guardia dall'ottimismo eccessivo.

Come ricorderete, nel luglio 2009 l'Unione Europea lanciò un ambizioso progetto per la crescita e l'occupazione chiamato "Piano europeo di ripresa economica".  Uno stimolo dell'1,5% del PIL per creare "milioni di posti di lavoro in infrastrutture, opere civili, interconnessioni e settori strategici". L'Europa sarebbe emersa dalla crisi più forte degli Stati Uniti grazie all'impulso keynesiano della spesa pubblica. Invece sono stati distrutti 4,5 milioni di posti di lavoro e il deficit è quasi raddoppiato, mentre l'economia ha ristagnato. Ciò avvenne dopo che il bilancio della Banca Centrale Europea era raddoppiato tra il 2001 e il 2008. Quell'enorme piano non solo non ha aiutato la zona Euro ad uscire dalla crisi, ma l'ha addirittura prolungata, dato che nel 2019 c'erano ancora segni di evidente debolezza. L'aumento delle tasse e gli ostacoli all'attività privata che hanno accompagnato questo ampio pacchetto di spese hanno ritardato la ripresa, che in ogni caso è stata più lenta delle altre economie ad essa comparabili.

Dobbiamo anche smantellare l'idea che la Banca Centrale Europea non abbia sostenuto l'economia nella crisi del 2008: due enormi programmi di riacquisto di obbligazioni sovrane con Trichet come presidente della BCE, tagli dei tassi dal 4,25% all'1% dal 2008 e acquisti di obbligazioni sovrane per oltre €115 miliardi. Alla fine del 2011 la BCE era il maggiore detentore del debito spagnolo, sebbene fosse accusata di inazione.

Durante tutto questo tempo, il bilancio della BCE è stato superiore a quello della Federal Reserve in rapporto al PIL, e nel maggio 2020 si attestava al 44% del PIL rispetto al 30% negli Stati Uniti.

Gli stimoli non si sono mai fermati nella zona Euro. Un ulteriore piano di riacquisto in aggiunta ai programmi di liquidità TLTRO di Draghi ha portato le obbligazioni sovrane ai rendimenti più bassi della storia e alla BCE che ha acquistato quasi il 20% del debito totale dei principali stati europei. Un piano di espansione del bilancio talmente grande che, alla fine di maggio 2020, la liquidità nella BCE era di €2.100 miliardi. Era appena €125 miliardi quando è stato lanciato il cosiddetto piano di stimolo nel 2014.

Nessuno può negare che l'impatto di questi enormi piani sulla crescita, sulla produttività e sull'occupazione sia stato più che deludente. Fatta eccezione per un breve periodo di euforia nel 2017, le revisioni al ribasso della crescita dell'Eurozona sono state costanti, culminando nel quarto trimestre del 2019 con Francia e Italia in stagnazione, Germania sull'orlo della recessione e un significativo rallentamento in Spagna. La scusa della Brexit e della guerra commerciale non ha nascosto il fatto che il risultato dello stimolo fosse già più che scarso.

Abbiamo un altro esempio importante da riproporre: il cosiddetto "piano Juncker" o "piano di investimenti per l'Europa", considerato la soluzione alla mancanza di crescita nell'Unione Europea, ha avuto un risultato estremamente scarso. Ha mobilitato €360 miliardi, molti per progetti senza un reale ritorno economico o effetti reali sulla crescita. Le stime di crescita nell'area Euro sono fortemente diminuite, la crescita della produttività è rimasta stagnante e la produzione industriale è scesa a dicembre 2019 al livello più basso mai registrato.

Dobbiamo anche essere cauti con i piani "green". Siamo tutti a favore di una transizione energetica seria e competitiva, ma non possiamo dimenticare che una parte molto importante del piano "green" dell'Unione Europea si concentra sulla domanda attraverso aumenti fiscali e misure protezionistiche, come un'imposta di frontiera sui Paesi che non hanno firmato l'accordo di Parigi (ma non per coloro che non lo rispettano, quelli non corrono alcun rischio). Ciò limita il potenziale della ripresa ed aumenta la possibilità di un'ulteriore guerra commerciale.

Non possiamo ignorare l'impatto negativo sull'industria e sull'occupazione dei piani "green" tra il 2004 ed il 2018, i quali hanno causato un raddoppio della bollette di elettricità e gas naturale nei Paesi dell'area Euro mentre la crescita si è fermata.

Qual è il problema con i piani di stimolo europei rispetto a quelli degli Stati Uniti? Il primo e il più importante è che provengono da una pianificazione centrale dell'economia. Questi sono piani con una componente molto forte di decisioni politiche su dove e come debbano essere investiti. La pianificazione politica è una parte essenziale della maggior parte di questi stimoli e, come tale, generano una crescita scarsa e risultati deboli. Pertanto uno dei maggiori problemi è che i settori che già soffrono di sovraccapacità vengono “stimolati”, ovvero, viene generato un segnale falso di domanda tramite sussidi, che quindi genera problemi di capitale circolante e un aumento allarmante del numero di aziende zombi. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, il numero di compagnie zombi in Europa è esploso durante i piani di stimolo sopraccitati. Il passato viene salvato e l'economia viene zombificata.

Un altro grosso problema è che vengono stimolati i settori sbagliati, mentre muoiono migliaia di piccole aziende che non hanno accesso al credito o ai favori politici. Non è una coincidenza che la zona Euro distrugga aziende più innovative o impedisca loro di crescere, visto che la regolamentazione impone all'80% dell'economia reale di finanziarsi attraverso il canale bancario mentre negli Stati Uniti non raggiunge il 30%. Riuscite ad immaginare una Apple o Netflix che cresce attraverso i prestiti bancari? Impossibile.

Un altro grosso problema è l'ossessione per la ridistribuzione. Penalizzando fiscalmente il merito e il successo e sostenendo la spesa pubblica al di sopra del 40% del PIL a qualsiasi costo con tasse più elevate, pur sovvenzionando i settori a bassa produttività, l'Unione Europea corre un enorme rischio di malinvestment quando va a premiare i settori sovvenzionati o quelli vicini al potere politico, mentre quelli ad alta produttività sono penalizzati. Non è un caso che l'Europa non abbia campioni tecnologici. Li spaventa, visto che i campioni nazionali obsoleti sono protetti e attraverso la tassazione vengono penalizzati la remunerazione del merito e gli investimenti alternativi.

Quanto detto finora non è diverso per il pacchetto di piani appena annunciato. È la stessa cosa fatta finora, ma molto più in grande. E non possiamo credere che questa volta l'esito sarà diverso. Mentre ci parlano di piani "green", la stragrande maggioranza dei salvataggi andrà in alluminio e acciaio, automobili, compagnie aeree e raffinerie. Nel frattempo un enorme aumento delle tasse farà affogare ulteriormente le start-up, investimenti in ricerca e sviluppo e aziende innovative.

Il problema dell'Unione Europea non è mai stato la mancanza di stimoli, ma piuttosto un eccesso di questi. L'Unione Europea ha inanellato un piano di stimolo dopo l'altro sin dal suo inizio. Questa crisi aveva bisogno di una forte spinta al merito, all'innovazione, al capitale privato e all'imprenditorialità con misure sul lato dell'offerta. Temo che, ancora una volta, sia stato deciso di salvare il passato e lasciare morire il futuro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 1 luglio 2020

I politici ammetteranno il loro sbaglio col lockdown?





di Jeffrey Tucker


È un modo di agire che molto spesso viene sottovalutato: i politici hanno l'innato atteggiamento a non ammettere i propri errori e tanto meno ad esprimere rimorso. Attenzione, però, perché non è qualcosa comune sono a tali figure. Per quanto riguarda l'epidemia del virus C, molti esperti a tutti i livelli che hanno spinto per il lockdown ora dicono che è stato un errore, ma un errore che in qualche modo doveva essere commesso.
La domanda che spesso pongono è: "Cos'altro potevamo fare?" Beh, una cosa la potevamo fare: in assenza di informazioni, preservare la dignità umana, la libertà e lo stato di diritto, per poi iniziare a lavorare raccogliendo informazioni. Invece si è fatto praticamente l'opposto: chiudere l'intera società a causa delle incertezze.

La libertà ed i principi di base sono lussi che ci possiamo permettere solo nelle giuste condizioni? I nostri diritti esistono solo con il permesso dello stato in modo tale da poter essere cancellati con qualsiasi pretesa?

Potreste dire che un nuovo virus sia un'eccezione. Il problema è che questo tipo di ragionamento non è corretto. Un secolo di storia negli Stati Uniti è pieno di nuovi virus ed i test non sempre sono stati disponibili. Inoltre la storia ci dimostra che una pletora di esperti aspettava da 14 anni la possibilità di poter implementare il loro nuovo paradigma per curare le malattie. In ogni altra pandemia i politici sono rimasti ai margini e il governo ha lasciato in pace l'economia. Ci siamo fidati di individui ed esperti per affrontare il problema e ha funzionato. Solo questa volta abbiamo fatto il contrario, e probabilmente passeranno anni prima che si ammetta che si è trattato di un errore catastrofico.

C'è anche un elemento psicologico da considerare, alimentato dalla pressione dei media. All'inizio un mio amico ha paragonato i pro-lockdown in preda al panico ai nuovi residenti delle città costiere durante la stagione degli uragani. I media dichiarano sempre che ogni uragano è la madre di tutte le tempeste. Gridano e gridano a tutti di correre a nascondersi, di andare da qualche altra parte, tranne che di restare lì. Poi la tempesta cambia direzione, il che fornisce un'altra scusa per un aggiornamento delle notizie, dicendo a tutta un'altra platea di persone di andare fuori di testa e correre per salvarsi la vita.

Nessuno sa con certezza come sarà la tempesta o dove colpirà. Di solito ci vogliono un paio d'anni affinché i nuovi residenti lo capiscano, scartino tutto ciò che i media urlano, siano cauti e sappiano che la valutazione del rischio è difficile. In altre parole, ci vuole un po' di tempo per diventare razionali su queste cose, ma alla fine lo fanno tutti nelle città costiere.

Che dire di quelli che passano settimane a blindare la casa, spendono migliaia di dollari in cibo e congelatori, e poi passano giorni in giro con la famiglia scappando da qualcosa che sarà solo un po' di vento e pioggia? La risposta giusta è che tutto ciò è stato un errore. Chiaramente, ma di solito non è questa la risposta che viene data.

Invece la persona in preda al panico di solito dice: "Ho fatto quello che dovevo fare date le informazioni che avevo, e quindi sì, se dovesse ricapitarmi, farei esattamente la stessa cosa". Questo è ovviamente del tutto irrazionale poiché non si è affatto verificato ciò veniva sbandierato sui media, e questo è un fatto noto. Tuttavia la fallacia dei costi sommersi spinge a fornire motivazioni ex post a comportamenti irrazionali.

Questo problema ora affligge migliaia di politici in America. Gran parte dei rituali assurdi che stiamo vedendo (distanziamento fisico, mascherine obbligatorie, stare a casa, e così via) non sono altro che protocolli imposti per dare ancora l'impressione di pericolo, quindi il lockdown era giusto nonostante il virus non abbia arrecato danni al 99% della popolazione.

Sarebbe come se un sindaco che ha ordinato irrazionalmente l'evacuazione per mezzo pollice di pioggia, ordina poi ai residenti di tornare in città ed indossare stivali di gomma e occhiali per un mese. È un modo per mascherare gli errori eclatanti del sindaco stesso. È una giustificazione ex post per costringere le persone a fare una cosa inutile, cercando in realtà di evitare la colpa ("Non sapevamo nulla della tempesta, quindi abbiamo fatto la cosa giusta").

Continueremo questa danza kabuki per qualche mese in più in modo che i politici possano salvare la faccia ed evitare di ammettere gli errori commessi.

Eppure, ogni giorno, abbiamo prove del contrario: il virus C non era la calamità che è stata dipinta dai media. Gli ultimi calcoli sulle perdite rivelano danni ben oltre quelli delle morti per/con COVID-19. Gli autori Scott W. Atlas (Hoover Institution), John R. Birge (Università di Chicago), Ralph L Keeney (Duke University e University of Southern California) e Alexander Lipton (Hebrew University) scrivono:
Il secolo scorso abbiamo assistito a tre pandemie con almeno 100.000 vittime negli Stati Uniti: "L'influenza spagnola", 1918-1919, tra i 20 ed i 50 milioni di vittime in tutto il mondo, tra cui 675.000 negli Stati Uniti; "influenza asiatica", 1957-1958, con circa 1,1 milioni di morti in tutto il mondo, 116.000 negli Stati Uniti; "influenza di Hong Kong", 1968-1972, con circa 1 milione di persone morte in tutto il mondo, di cui 100.000 negli Stati Uniti. Fino ad ora l'attuale epidemia ha prodotto circa 100.000 morti negli Stati Uniti, ma la reazione ad una chiusura economica quasi completa non ha precedenti.

La produzione economica persa nei soli Stati Uniti è stimata al 5% del PIL, o $1.100 miliardi per ogni mese di lockdown. Questa perdita di reddito comporta la perdita di vite umane, in quanto lo stress della disoccupazione e la fornitura di bisogni di base aumentano l'incidenza di suicidi, abuso di alcol o droghe, e malattie indotte dallo stress. Questi effetti sono particolarmente gravi per la popolazione a basso reddito, poiché hanno maggiori probabilità di perdere il posto di lavoro ed i tassi di mortalità sono molto più elevati per gli individui a basso reddito. 

Statisticamente ogni $10-$24 milioni persi in reddito negli Stati Uniti provoca un ulteriore decesso. Una parte di questo effetto è dovuta alla disoccupazione, che porta ad un aumento medio della mortalità di almeno il 60%. Ciò si traduce in 7.200 vite perse al mese tra i 36 milioni di nuovi disoccupati americani, di cui oltre il 40% non riprenderà il lavoro. Inoltre molti proprietari di piccole imprese sono vicini al collasso finanziario, con un relativo aumento del 50% della mortalità. Con una stima media di una vita persa aggiuntiva tra i $17 milioni di reddito perduto, ciò si tradurrebbe in 65.000 vite perse negli Stati Uniti per ogni mese a causa del lockdown.

Oltre alle vite perse a causa della perdita di reddito, ci sono anche le vite perse a causa di cure sanitarie ritardate a causa del lockdown e della paura che ha creato tra i pazienti. In base alle comunicazioni personali con i colleghi di neurochirurgia, circa la metà dei loro pazienti non s'è fatta viva per il trattamento di una malattia che, se non trattata, rischia di causare emorragia cerebrale, paralisi, o morte.

Ecco gli esempi di assistenza sanitaria mancante su cui basiamo i nostri calcoli: le diagnosi di infarti sono in calo del 40%; dei 650.000 malati di cancro sottoposti a chemioterapia negli Stati Uniti, circa la metà non ha seguito i trattamenti; dei 150.000 nuovi casi di cancro scoperti ogni mese negli Stati Uniti, la maggior parte (come in altre parti del mondo) non viene diagnosticata e non vengono effettuati da due terzi a tre quarti dei controlli di routine sul cancro a causa del lockdown e della paura tra la popolazione; quasi l'85% in meno di trapianti da donatori viventi rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Inoltre oltre la metà delle vaccinazioni infantili non viene eseguita, creando il potenziale di un enorme disastro sanitario futuro.

Le implicazioni dei ritardi sui trattamenti per situazioni diverse dal COVID-19 comportano 8.000 decessi negli Stati Uniti per ogni mese di lockdown, o circa 120.000 anni di vita rimanente. Gli infarti non trattati contribuiscono ad una perdita aggiuntiva di 100.000 anni di vita per ogni mese di lockdown; le diagnosi tardive di cancro hanno fatto perdere 250.000 anni di vita residua per ogni mese di lockdown; i trapianti altri 5.000 anni di vita ogni mese di lockdown; e se anche il 10% delle vaccinazioni non viene eseguito, il risultato sono altri 24.000 anni di vita persi ogni mese.

Queste conseguenze, causate da una mancata assistenza sanitaria, ammontano a oltre 500.000 anni di vita persi al mese, esclusi tutti gli altri trattamenti sanitari ignorati conosciute.

Se prendessimo in considerazione solo i decessi legati alla disoccupazione a causa del lockdown, ciò significherebbe come minimo 7.200 vite al mese. Supponendo che queste morti si verifichino in proporzione alle età degli attuali dati sulla mortalità negli Stati Uniti, e ugualmente tra uomini e donne, ciò equivale a più di 200.000 anni di vita persi per ogni mese di lockdown.

In confronto le vittime del COVID-19 hanno colpito fondamentalmente gli anziani, in particolare nelle case di riposo, e quelli con comorbilità. Sulla base della vita residua attesa di questi pazienti COVID-19, e dato che il 40% dei decessi si trova nelle case di riposo, la malattia è stata finora responsabile di 800.000 anni di vita persi. Considerando solo le perdite di vite umane dovute alla mancata assistenza sanitaria e alla disoccupazione post-lockdown, stimiamo che il blocco nazionale sia responsabile come minimo di 700.000 anni di vita persi ogni mese, o circa 1,5 milioni finora (superando di gran lunga il totale del COVID-19).

In conclusione, è stato un errore? Sì. È ora di ammetterlo. La classe politica e chi ha stilato i modelli dovrebbero dire pubblicamente che sono profondamente dispiaciuti per i loro peccati, mea culpa, mea maxima culpa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 30 giugno 2020

Perché le misure ufficiali dell'inflazione dei prezzi sono inutili





di Karl-Friedrich Israel


La macroeconomia moderna ha reso la stabilità dei prezzi l'obiettivo primario della politica monetaria. Si presume che le banche centrali possano garantire la stabilità dei prezzi gestendo abilmente l'offerta di moneta, creando così le condizioni per la crescita economica e la prosperità.

Al fine di fornire una rete di sicurezza contro la temuta deflazione dei prezzi, le banche centrali di tutto il mondo cercano di generare un tasso d'inflazione dei prezzi positivo ma moderato. La stabilità dei prezzi significa quindi un tasso d'inflazione stabile. I prezzi di beni e servizi dovrebbero in media salire lentamente ad un ritmo costante nel medio e lungo termine. Nella zona Euro l'obiettivo è raggiungere un tasso d'inflazione vicino ma inferiore al 2%.

Tuttavia non si può negare che la misurazione di un livello generale dei prezzi e del suo tasso di variazione porti con sé diversi problemi. L'obiettivo formale del tasso d'inflazione dei prezzi delle banche centrali deve essere reso operativo nella pratica. È pertanto necessario determinare quali prezzi siano presi in considerazione e come debbano essere riassunti in una media ponderata.



L'indice armonizzato dei prezzi al consumo

Gli stati membri della zona Euro hanno concordato una procedura standardizzata per misurare l'inflazione. L'indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) è la variabile operativa della politica monetaria. Il calcolo dell'IPCA è relativamente complesso,[1] poiché si tenta di eliminare possibili distorsioni nella misurazione dell'inflazione mediante procedure e stime elaborate. Tuttavia è altamente discutibile se questo possa avere successo. Di seguito vorrei dare un'occhiata più da vicino a due importanti fonti di pregiudizio.



Effetti di sostituzione

L'IPCA è composto da dodici sottoindici[2] che raggruppano diverse classi di beni. Ciascuno dei sottoindici è costituito da diverse sottocategorie, le quali vengono nuovamente suddivise fino a raggiungere i singoli prezzi di determinati beni e servizi. Questi prezzi unitari devono essere adeguatamente ponderati per il calcolo dell'indice. Il principio è che i beni ed i servizi per i quali viene speso gran parte delle entrate devono ricevere una ponderazione maggiore rispetto a quei beni e servizi che vengono acquistati sporadicamente e in piccole quantità. Formalmente, quindi, i pesi sono determinati dalle quote di turnover reali. In Germania, ad esempio, il peso del sottoindice "Alimenti e bevande analcoliche" (CP01) è attualmente dell'11,3%, il che significa che si presume che la famiglia media tedesca spenda l'11,3% della propria spesa per consumi in questa categoria. In confronto, il peso di "Bevande alcoliche, tabacco e farmaci" (CP02) è del 4,2%.

Poiché le decisioni sui consumi sono in costante evoluzione, lo schema di ponderazione applicato può comportare distorsioni nella misurazione dell'inflazione. Negli anni '90, ad esempio, la Commissione Boskin riscontrò una sistematica sopravvalutazione dei tassi d'inflazione dei prezzi negli Stati Uniti dello 0,4% all'anno.[3] La causa della distorsione era il comportamento sistematico di sostituzione delle famiglie.

La tesi è la seguente: supponiamo un anno base con un determinato schema di ponderazione per tutti i singoli beni e servizi inclusi nell'indice. Questo schema di ponderazione riflette il comportamento al consumo delle famiglie nell'anno base. Tale comportamento cambia nel tempo, in parte perché i prezzi di alcuni beni aumentano più rapidamente rispetto ad altri. Col passare del tempo le famiglie tenderanno ad acquistare meno beni i cui prezzi aumentano più rapidamente e compreranno invece più beni i cui prezzi sono rimasti relativamente bassi. Le famiglie sostituiranno quindi i beni con un tasso d'inflazione relativamente elevato con beni con un tasso d'inflazione relativamente basso. Se lo schema di ponderazione non viene modificato, si verificherà una distorsione verso l'alto dell'inflazione dei prezzi misurata. Sintesi: si sopravvaluterebbe l'inflazione dei prezzi.

Permettetemi di illustrare quanto detto con un semplice esempio. Immaginate un indice dei prezzi per le bevande analcoliche. I prezzi di acquisto di Coca Cola e Pepsi sono inclusi nell'indice al 50% ciascuno, poiché in media le famiglie spendono in proporzione lo stesso importo per entrambe le bevande. Supponiamo che per un certo periodo di tempo il prezzo della Pepsi aumenti del 5% all'anno e il prezzo della Coca Cola aumenti solo dell'1% annuo. Se la ponderazione non viene modificata, il tasso d'inflazione complessivo è del 3%. Il comportamento nei consumi si è spostato a causa dei diversi tassi d'inflazione: in media le famiglie ora acquistano più Coca Cola e meno Pepsi. Supponiamo adesso che le famiglie spendano quattro volte tanto in Coca Cola quanto in Pepsi, la ponderazione dovrebbe quindi essere aggiustata in modo tale che la Coca Cola sia inclusa nell'indice all'80% e la Pepsi solo al 20%. Il tasso d'inflazione annuale rettificato, utilizzando il nuovo schema di ponderazione, sarebbe quindi dell'1,8% invece che del 3%.[4]

Come risultato di questo ragionamento, lo schema di ponderazione dell'IPCA è ora costantemente aggiustato, con il risultato che l'inflazione dei prezzi segnalata è inferiore a quella reale. Ignoriamo ogni possibile inesattezza e supponiamo che gli aggiustamenti al sistema di ponderazione riflettano perfettamente il cambiamento del comportamento del consumatore. Non viene trascurato un punto cruciale?

La risposta è sì. Se i consumatori non passano ad altri prodotti basandosi sul cambiamento delle preferenze, ma semplicemente perché i prezzi dei prodotti che preferiscono sono aumentati in modo sproporzionato, la loro condizione è peggiorata. L'economista lo definirebbe una perdita di benessere. Tale perdita di benessere corrisponde ad un aumento reale del costo della vita, che non si riflette nelle cifre ufficiali se lo schema di ponderazione nell'indice viene aggiustato con precisione in base alle mutevoli decisioni di consumo delle famiglie. Finiamo con una distorsione al ribasso dell'inflazione dei prezzi e il tasso d'inflazione risultante viene quindi sottovalutato.



Cambiamenti nella qualità

Le seconde fonti di distorsione nelle statistiche ufficiali sull'inflazione sono i cambiamenti nella qualità dei beni. Anche in questo caso, la Commissione Boskin degli anni '90 riscontrò una propensione al rialzo dello 0,4% all'anno negli Stati Uniti, perché il miglioramento della qualità dei prodotti a quanto pare non aveva un prezzo adeguato.[5] Il tasso d'inflazione misurato era quindi ancora una volta troppo elevato.

L'argomento teorico è convincente: supponiamo che i prezzi non cambino in un determinato periodo di tempo, ma che la qualità dei beni aumenti costantemente. Di conseguenza avremmo che i consumatori riscontrerebbero una qualità migliore pagando per gli stessi prezzi. Infatti gli standard di vita, ceteris paribus, risulterebbero migliori: più qualità allo stesso prezzo, o la stessa qualità ad un prezzo inferiore. Pertanto il tasso d'inflazione registrato dovrebbe essere negativo.

Nel periodo successivo non solo in America, ma anche in Europa, furono introdotti i cosiddetti metodi edonici di aggiustamento della qualità. Per molti prodotti, quindi, non solo i prezzi di acquisto osservati erano inclusi nell'indice, ma i prezzi aggiustati dovevano anche riflettere i cambiamenti nella qualità.[6] Di seguito vorrei affrontare solo due problemi fondamentali relativi all'aggiustamento alla qualità.

In primo luogo, i produttori hanno un incentivo ad evidenziare i miglioramenti nella qualità dei prodotti che vendono. Quando un'auto o un computer diventa più potente o più veloce, questo lo si può riscontrare in valori fondamentali misurabili. L'auto ha più potenza, il computer ha una CPU più veloce. I produttori comunicheranno apertamente questi valori fondamentali e li utilizzeranno per promuovere i loro prodotti. I miglioramenti nella qualità saranno quindi resi trasparenti e comprensibili agli acquirenti. Pertanto possono anche essere presi in considerazione relativamente nelle statistiche ufficiali.[7]

D'altro canto i produttori hanno un incentivo a nascondere agli acquirenti possibili deterioramenti della qualità. Se l'involucro e il cablaggio di un computer sono realizzati in materiale inferiore, ciò non viene di solito menzionato nella descrizione del prodotto. Se si desidera rilevare un deterioramento della qualità, spesso è necessario osservarlo da vicino. In molti casi, non sono facilmente rilevabili e non possono essere quantificati.

Ciò porta ad una distorsione sistematica. Da un lato, i miglioramenti della qualità sono visibili e presi in considerazione; i prezzi dei prodotti in questione vengono abbassati nelle statistiche ufficiali. Il deterioramento della qualità, d'altro canto, non viene rilevato ed i prezzi dei prodotti in questione non vengono aumentati di conseguenza. È quindi probabile che le modifiche apportate creino anche una tendenza artificiale al ribasso. Le statistiche ufficiali riportano quindi un tasso d'inflazione dei prezzi troppo basso.

Il secondo punto che vorrei aggiungere non è stato ancora preso in considerazione nella letteratura pertinente. Supponiamo che tutti i cambiamenti nella qualità siano valutati in modo accurato dalle statistiche ufficiali. Anche se così fosse, ciò creerebbe una tendenza al ribasso nell'inflazione dei prezzi segnalata: un determinato miglioramento della qualità di un prodotto crea già pressioni deflazionistiche sui prezzi di altri beni senza che sia necessario apportare alcuna modifica. Questa pressione emerge in particolare per i predecessori ora inferiori del nuovo prodotto.

Ad esempio, quando Apple ha lanciato il primo smartphone sul mercato, l'iPhone, si è verificata una pressione negativa sui prezzi dei telefoni cellulari convenzionali, poiché Apple aveva eliminato le quote di mercato dai produttori concorrenti di telefoni cellulari con il suo nuovo prodotto. Di conseguenza i concorrenti sono stati costretti ad applicare prezzi più bassi per i loro prodotti rispetto a quanto sarebbe altrimenti avvenuto. Solo offrendo prezzi più bassi alcuni acquirenti avrebbero potuto essere convinti a non passare al nuovo iPhone.

Questa pressione negativa sui prezzi dei prodotti concorrenti, che deriva dall'innovazione, sta già riducendo i tassi d'inflazione misurati. Ciò significa che un determinato miglioramento nella qualità si riflette in parte nel calo dei prezzi di altri beni. Se il prezzo del bene di qualità migliore venisse sottoposto ad un ulteriore aggiustamento oltre a quello del mercato (supponendo che sia persino possibile farlo con precisione), la ridicolaggine di questo metodo statistico sarebbe decisamente palese. L'inflazione dei prezzi sarebbe estremamente sottovalutata.



Conclusione

Non vi è dubbio che sia gli effetti di sostituzione che i cambiamenti nella qualità di beni e servizi pongano problemi praticamente insolubili per le statistiche ufficiali sull'inflazione. I cambiamenti nella qualità non possono essere quantificati oggettivamente. Questa circostanza da sola apre un enorme margine discrezionale per le statistiche ufficiali sui prezzi, che ha anche un impatto sulla politica monetaria. L'offerta di moneta M1 nell'area Euro è salita di oltre cinque volte.[8] Ciò potrebbe anche essere politicamente giustificato, poiché l'inflazione dei prezzi segnalata era relativamente bassa. I prezzi nell'area Euro sono ufficialmente aumentati solo di poco più del 40% dal 1999. L'inflazione dei prezzi è sistematicamente sottostimata? Il sospetto è più che giustificato.

Anche se i problemi pratici della misurazione dell'inflazione, che derivano dagli effetti di sostituzione e dai cambiamenti nella qualità, potessero essere risolti, l'applicazione delle procedure attualmente utilizzate nelle statistiche ufficiali porterebbe lo stesso ad una sottovalutazione sistematica dell'inflazione dei prezzi. I pregiudizi al rialzo, che sono senza dubbio rilevanti, una volta identificati vengono invertiti in pregiudizi al ribasso quando vengono presi in considerazione altri fattori, anche se i metodi attuali potrebbero essere applicati in modo accurato e impeccabile.

Inoltre vi sono altre lacune nella misurazione ufficiale dell'inflazione: ad esempio, i prezzi degli asset non vengono presi in considerazione nonostante negli ultimi decenni si sia verificata un'inflazione sproporzionata dei prezzi, in particolare per asset a lungo termine come immobili e azioni. Non sorprende se la mediana dei tassi d'inflazione dei prezzi percepiti soggettivamente nella zona Euro sia del 5% superiore rispetto al tasso d'inflazione ufficiale.[9]


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Note

[1] Non è neppure trasparente per l'osservatore esterno. Gli uffici statistici forniscono gran parte dei dati utilizzati, ma non tutti. In particolare, non forniscono informazioni sui dati grezzi utilizzati, vale a dire, sui prezzi effettivamente osservati e documentati prima che siano inclusi nelle statistiche dopo varie rettifiche.

[2] I dodici sottoindici sono CP01: alimenti e bevande analcoliche; CP02: bevande alcoliche, tabacco e farmaci; CP03: abbigliamento e calzature; CP04: abitazioni, acqua, elettricità, gas e altri combustibili; CP05: Beni domestici e manutenzione ordinaria delle famiglie; CP06: Salute; CP07: Trasporto; CP08: Poste e telecomunicazioni; CP09: ricreazione e cultura; CP10: Istruzione; CP11: ristoranti e alberghi; CP12: beni e servizi vari.

[3] Per la Germania la distorsione è risultata leggermente meno pronunciata poco dopo (0,1%). Si veda Hoffmann "Probleme der Inflationsmessung in Deutschland" (Discussion Paper, Deutsche Bundesbank, 1998).

[4] In questo esempio semplificato, il tasso d'inflazione aggiustato risulta dalla nuova media ponderata dei singoli tassi di inflazione: 0,8 * 1 + 0,2 * 5 = 1,8; in contrasto con la ponderazione originale: 0,5 * 1 + 0,5 * 5 = 3.

[5] Per la Germania la distorsione stimata a causa dei miglioramenti della qualità è stata dello 0,45%.

[6] Nessuna informazione sull'entità degli aggiustamenti della qualità viene fornita dagli uffici competenti. I dati grezzi prima dell'aggiustamento della qualità non sono resi pubblici in Europa.

[7] La parola "relativamente" è importante qui. In ultima analisi, i miglioramenti della qualità sono ovviamente impossibili da valutare e quantificare, poiché sono soggettivi.

[8] Da gennaio 1999, quando l'euro è stato introdotto come moneta, M1 è passato da €1.807,005 milioni a € 9.335,181 milioni nel marzo 2020, un aumento di 5,17 volte.

[9] Si veda Karl-Friedrich Israel, "Perché l'inflazione dei prezzi al consumo è stata così bassa?", Mises Wire, 11 maggio 2020.

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