mercoledì 14 ottobre 2026

Come affrontare i sostenitori stranieri degli estremisti interni

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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da The Epoch Times

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/come-affrontare-i-sostenitori-stranieri)

Il terrorismo di sinistra è un problema serio negli Stati Uniti, sebbene per ragioni politiche non riceva la stessa attenzione riservata alla violenza di destra.

Quando la maggior parte delle persone pensa alla violenza legata all'aborto, immagina attacchi alle cliniche abortiste; tuttavia, ultimamente, estremisti pro-aborto hanno lanciato bombe incendiarie contro i centri di assistenza per donne in gravidanza in tutto il Paese.

Questi centri aiutano le donne che desiderano portare a termine la gravidanza o che sono indecise sull'aborto: in altre parole, donne che compiono una scelta, ma non quella che i sostenitori del “diritto di scelta” all'aborto considerano accettabile.

Un gruppo che si fa chiamare “Jane's Revenge”, in riferimento a “Jane Roe” della sentenza Roe contro Wade, ha dichiarato guerra a chiunque scelga di preservare la propria vita.

Un articolo del quotidiano di sinistra Guardian, intitolato “Pro-choice militants are attacking 'crisis pregnancy centers' across US”, ha documentato tentativi terroristici di intimidazione avvenuti negli ultimi anni, da New York e dalla Carolina del Nord al Wisconsin, al Texas e allo Stato di Washington.

Il giornale riportava: “I metodi impiegati sono stati estremi: i vandali hanno lanciato molotov, appiccato incendi, danneggiato proprietà e proferito minacce”.

L'organizzazione Jane's Revenge ha rilasciato una dichiarazione in cui chiede la chiusura entro 30 giorni delle “strutture anti-aborto”, pena ulteriori violenze.

Questo accadeva nel 2022, eppure il gruppo ha continuato a operare, fino a quando il suo sito web non è stato oscurato pochi giorni fa a causa di un'operazione di repressione dell'amministrazione Trump contro le infrastrutture terroristiche.

Jane's Revenge e diverse altre organizzazioni radicali, tra cui gruppi antifascisti, facevano parte di una rete che si avvaleva dei servizi web forniti dal collettivo italiano “Autistici/Inventati”.

Secondo il Dipartimento di Stato, tale collettivo “costruisce e gestisce l'infrastruttura digitale per le cellule violente di Antifa e altri militanti di estrema sinistra in tutto il mondo”, fornendo tecnologia “progettata per supportare le operazioni delle reti terroristiche di estrema sinistra, creata per consentire loro di organizzarsi, reclutare, comunicare, diffondere propaganda, condividere informazioni e tattiche sugli obiettivi e condurre attacchi violenti, il tutto rimanendo anonimi, irrintracciabili e al di fuori della portata della legge”.

Il collettivo da anni agevola provocazioni di sinistra, ma il 26 agosto scorso il Dipartimento di Stato ha contrattaccato, designando ufficialmente suddetto collettivo come “organizzazione terroristica globale appositamente riconosciuta”.

Tale designazione implica la possibilità di imporre sanzioni a individui e istituzioni finanziarie nazionali che intrattengono rapporti commerciali con il gruppo straniero, nonché di limitare l'accesso a qualsiasi bene del gruppo soggetto alla giurisdizione americana.

I risultati sono stati immediati: i siti radicali sono stati chiusi.

“Antifascismo e anticapitalismo non sono terrorismo”, si lamenta il collettivo in un comunicato stampa. “Protestare non è terrorismo”.

Eppure, fin troppo spesso è così: gruppi come Jane's Revenge considerano il terrorismo una forma legittima di protesta.

Le organizzazioni antifasciste sono specializzate nell'utilizzare le proteste come copertura per compiere atti di violenza.

Infatti, questa è la grande strategia: distruggere la società americana, che agli occhi della sinistra è capitalista e “fascista”, sfruttando le libertà che la nostra Costituzione “capitalista” tutela.

La leggenda narra che Lenin una volta disse che i capitalisti avrebbero venduto ai comunisti proprio la corda che questi avrebbero usato per impiccarli.

La sinistra militante odierna conta sui capitalisti e sui costituzionalisti affinché le forniscano le protezioni legali necessarie per incitare e perpetrare la violenza.

Ma l'amministrazione Trump si rifiuta di assecondarli.

L'intervento del Dipartimento di Stato era atteso da tempo: gli americani non avrebbero dovuto aspettare un'amministrazione repubblicana come questa prima che il governo intervenisse per smantellare le infrastrutture che alimentano l'intimidazione e la violenza.

Spesso, soggetti stranieri come il collettivo italiano sono i fornitori di tale infrastruttura: gli estremisti interni americani non sono semplici squilibrati locali isolati che spuntano a caso nelle nostre comunità, bensì sono collegati e coordinati con reti internazionali.

Le reti favoriscono lo scambio di idee e la collaborazione: il Dipartimento di Stato osserva che il collettivo italiano fornisce servizi a “cellule anarchiche europee responsabili del sabotaggio delle reti ferroviarie in Francia, Italia, Germania e Paesi Bassi”, nonché alla “cellula anarchica statunitense responsabile di una violenta campagna per impedire la costruzione di un centro di addestramento per le forze dell'ordine ad Atlanta, in Georgia”.

La sinistra violenta è un movimento transnazionale e l'amministrazione Trump fa bene a considerarla alla stregua di altre reti che sostengono o partecipano al terrorismo.

Siti e gruppi nazionali che utilizzano le risorse del collettivo italiano hanno pubblicato appelli ad “azioni dirette” contro le leggi sull'immigrazione del Paese e contro gli agenti responsabili della loro applicazione.

Ciò include la pubblicazione di opuscoli che esortano gli attivisti a puntare laser contro gli elicotteri della dogana e della protezione delle frontiere, con l'intento di accecare i piloti e potenzialmente provocarne lo schianto.

Altri siti “diffondono” i dati personali degli agenti dell'ICE, fornendo informazioni riservate sugli ufficiali preposti all'applicazione delle leggi sull'immigrazione, per permettere agli attivisti di molestarli a casa o di incendiare le loro abitazioni, se si ispirano a gruppi come Jane's Revenge.

Questa non è una protesta, e certamente non è democratica: si tratta di tentativi da parte di una frangia radicale di ottenere, attraverso l'intimidazione e la violenza, ciò che non riescono a ottenere con il voto.

Perseguire i finanziatori stranieri della violenza e delle minacce di estrema sinistra è un primo passo di buon senso per difendere il principio stesso dell'autogoverno.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 13 ottobre 2026

I Paesi Bassi tasseranno le plusvalenze non realizzate: l'accaparramento di ricchezza da parte dell'UE e le implicazioni mondiali

Il debito pubblico è come un enorme iceberg e le obbligazioni già emesse ne costituiscono la parte visibile. Infatti il dato del debito pubblico mondiale, pari al 94% del PIL, racconta solo una parte della storia. Sotto la superficie si celano impegni non finanziati relativi a pensioni, sanità e altre voci di spesa prive di copertura adeguata, che complessivamente ammontano al 300% del PIL. Limitarsi a considerare il debito in circolazione offre un quadro incompleto di ciò che i contribuenti potrebbero trovarsi a dover finanziare in futuro. Peggio ancora, fornisce una percezione errata della solvibilità dei governi. Il FMI prevede che il debito pubblico mondiale raggiungerà il 100% del PIL entro il 2029, una crescita trainata dalle principali economie. Il problema, dunque, va ben oltre i mercati emergenti solitamente associati alle crisi del debito. La pressione diventerà più difficile da gestire se i governi europei continueranno a rimandare i tagli alla spesa e le riforme strutturali. La crescente domanda di spesa sociale e per la difesa, unita all'aumento degli oneri per interessi, aggrava ulteriormente la situazione. Ogni governo può ritenere essenziali i propri piani di spesa, ma definirli tali non li rende sostenibili dal punto di vista finanziario. I politici possono annunciare benefici immediati lasciando ai contribuenti futuri l'onere di coprirne i costi. Tagliare la spesa suscita immediate opposizioni, mentre il ricorso all'indebitamento permette di rimandare il confronto con la realtà. Tuttavia, rifiutarsi di scegliere tra priorità contrastanti non elimina i costi: il conto viene semplicemente trasferito ad altri, e a condizioni peggiori. Le banche centrali possono facilitare l'indebitamento e aiutare i governi europei a mascherare il problema per un certo periodo. Minori oneri per interessi possono offrire un certo sollievo; tuttavia, i governi europei utilizzano tale sollievo per aumentare la spesa anziché risanare i conti pubblici. Di conseguenza, il problema di fondo continua ad aggravarsi. Il “quantitative easing” può tranquillizzare i mercati e ridurre i premi al rischio nel breve termine. Tuttavia, le banche centrali non possono “stampare” solvibilità e gli acquisti di titoli statali non rendono sostenibile una spesa eccessiva permanente. Inoltre, il “quantitative easing” non fa sparire gli obblighi del settore pubblico. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, quando una banca centrale acquista titoli di Stato a lungo termine utilizzando riserve bancarie fruttifere, sostituisce di fatto un indebitamento a lungo termine con passività il cui costo varia in funzione dei tassi di interesse “overnight”. Considerati nel loro insieme, governo e banca centrale risultano più esposti – e non meno – agli aumenti dei tassi a breve termine. Una volta compresa questa situazione, appare chiaro anche il motivo per cui l'inflazione è in aumento. BCE e governi europei stanno erodendo il potere d'acquisto della valuta emettendone una quantità in eccesso rispetto alla domanda del settore privato. Inoltre, l'aumento della pressione fiscale indebolisce costantemente il settore privato. La combinazione di questi fattori porta a stagnazione e inflazione persistente. A pagarne le conseguenze sono risparmiatori e contribuenti, attraverso la perdita di potere d'acquisto. Poiché i governi europei utilizzano poi i risparmi per finanziare ulteriori deficit, i cittadini subiscono un doppio danno. Sottrarre potere d'acquisto ai risparmiatori non rende il debito sostenibile; rende tutti più poveri. La soluzione risiede nel taglio della spesa e nella riforma dei programmi di spesa obbligatoria, prima che una crisi imponga cambiamenti drastici. Anche una maggiore produttività, gli investimenti privati ​​e la concorrenza devono far parte della risposta. I governi europei non possono continuare a indebolire l'economia produttiva con una tassazione in costante aumento, aspettandosi al contempo che essa finanzi promesse di spesa sempre più onerose. La BCE non è in grado di risolvere il problema della bolla del debito sovrano. L'effetto placebo a breve termine svanisce sempre più rapidamente, indipendentemente dall'entità del suo ennesimo piano di acquisto titoli. La repressione finanziaria non fa guadagnare tempo, poiché i governi europei non sono incentivati ad agire, lasciando irrisolto il problema di fondo. I cittadini europei stanno pagando il prezzo di tale irresponsabilità attraverso l'inflazione, una crescita più debole, salari netti reali più bassi e tasse più elevate. L'incalzare di una crisi nel mercato obbligazionario europeo è il segnale definitivo del logoramento dell'economia produttiva a causa dell'effetto “crowding out” e della repressione finanziaria.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/i-paesi-bassi-tasseranno-le-plusvalenze)

Nei Paesi Bassi si sta addensando una tempesta fiscale. Con la potenziale introduzione di una tassa sulle plusvalenze non realizzate, l'Aia si appresta a diventare un banco di prova per il trasferimento sistematico di ricchezza dal settore privato allo Stato. A tutti i livelli di governo, l'Unione Europea si sta trasformando sempre più in un aggressivo sistema parassitario.

Nell'UE si sta intensificando un profondo scontro tra settore pubblico e privato. Entrambe le camere del parlamento olandese si pronunceranno sull'introduzione di una tassa annuale sulle plusvalenze non realizzate. D'ora in poi, tutti gli incrementi di valore – dagli immobili alle azioni, dalle obbligazioni alle crittovalute – rientrerebbero in questo quadro fiscale.

Questa mossa accelera l'estrazione di capitali dal settore privato, costituendo una violazione delle regole politiche. Redditi e patrimoni già tassati verrebbero ulteriormente colpiti sulla base di guadagni ipotetici, ostacolando gravemente l'accumulo di ricchezza privata.

Questo provvedimento gode di sostegno sia tra i partiti di destra che tra quelli di sinistra. Riflette una sorta di logica fiscale a ferro di cavallo, foriera di una grave crisi finanziaria nazionale.

Per l'UE nel suo complesso, si tratta di una situazione disastrosa. Il fatto che una nazione con un rapporto debito/PIL di appena il 46% e nuovi prestiti pari a poco più del 2% del PIL dichiari di fatto guerra al capitale privato, segnala profonde distorsioni economiche in una delle economie di maggior successo d'Europa. Viene spontaneo chiedersi: se questo accade nei Paesi Bassi, cosa significa per il resto dell'Unione Europea?

 

La fine dell'economia produttiva 

Uno sguardo al settore manifatturiero dell'Eurozona suggerisce che si sta addensando una tempesta. La deindustrializzazione in Germania, la più grande base industriale d'Europa, è iniziata nel 2018 e da allora ha subito un'accelerazione, con una massiccia fuga di capitali. Ciò che vale per la Germania vale a maggior ragione per le fragili economie periferiche europee.

Per decenni, l'economia europea si è spostata dalla produzione verso modelli finanziari e di rendita patrimoniale. Con l'avanzare della finanziarizzazione, la produzione e la creazione di valore si delocalizzano sempre più all'estero. Questo rispecchia un processo che gli Stati Uniti hanno attraversato per decenni e che hanno tentato di invertire sotto la presidenza di Donald Trump.

Gli stati europei non vedono via d'uscita dalla spirale economica negativa creata dall'espansione dei sistemi di welfare, dalla migrazione incontrollata e dal lento declino della produttività industriale di base. I politici stanno prendendo tempo espropriando i risparmi dei cittadini per eludere le crescenti pressioni per le riforme.

Quando la pazienza della società raggiungerà il punto di rottura, l'Europa potrebbe assistere a scene simili a quelle che si stanno verificando attualmente negli Stati Uniti, dove il governo ha di fatto dichiarato guerra all'immigrazione clandestina, in una battaglia che lo vede contrapposto a forze di estrema sinistra, globalisti e fondazioni straniere.

La questione cruciale per l'Europa è: per quanto tempo le popolazioni autoctone tollereranno gli attacchi finanziari dello Stato senza chiedere corrispondenti riforme in materia di migrazione e welfare?

Diversi Stati membri dell'UE applicano già imposte progressive su successioni e donazioni. La Norvegia ha di recente introdotto un'imposta patrimoniale di circa l'1% sui patrimoni netti superiori a €160.000 a persona, suscitando perplessità in una delle nazioni più ricche d'Europa. La Spagna applica un'imposta patrimoniale progressiva fino al 3,5%, oltre a un prelievo patrimoniale di solidarietà per i patrimoni superiori a €3 milioni: “solidarietà”, una parola d'ordine politica usata per giustificare retoricamente l'imminente espropriazione fiscale.

Questa espropriazione è imminente. I partiti della coalizione hanno trascorso l'ultimo anno a gettare le basi per una massiccia espansione delle imposte di successione. Sarebbe imprudente escludere che la Corte costituzionale tedesca, influenzata dalla politica, possa approvare in futuro una tassa nazionale sul patrimonio.

 

Costruire un'economia pianificata centralmente 

La Germania sta spingendo l'Europa verso il socialismo. La formazione del capitale e le strutture familiari indipendenti, che potrebbero costituire una potente opposizione sociale, sono sempre più disprezzate dalle élite politiche.

Non si può più negarlo: il modello economico dell'UE e la frenetica spinta a trasformarlo in un'economia verde pianificata riflettono il crescente panico a Bruxelles, Berlino e Parigi. Ogni tentativo di mascherare il collasso economico con il debito fallisce: i danni collaterali delle economie verdi pianificate centralmente si insinuano nella coscienza pubblica.

La difficile situazione economica delle nazioni più deboli dell'Europa meridionale non necessita di lunghe spiegazioni. È risaputo che l'Eurozona, in quanto unione monetaria volta a integrare economie con livelli di produttività estremamente diversi, come quelle di Germania e Grecia, ha fallito.

Ora le crepe sono visibili e gli Stati difendono il loro potere attraverso l'estrazione sistematica di capitali privati. L'Europa è sulla difensiva.


L'Europa negli Stati Uniti

Ovunque il modello europeo sia stato adottato, la politica del luogo ha impiegato strumenti simili. L'elezione del socialista Zohran Mamdani a sindaco di New York lo scorso anno ha attirato l'attenzione. La sua vittoria è stata alimentata da un'integrazione politicamente mirata dei migranti musulmani, oltre a una alleanza con l'establishment finanziario di sinistra, il quale tra l'altro ha orchestrato una campagna elettorale di successo.

Con l'elezione di Mamdani, ingenti capitali sono ora intrappolati, letteralmente. Chi non riuscirà a trasferirsi dovrà affrontare una tassazione massiccia. Mamdani, che ha basato la sua campagna elettorale su trasporti pubblici gratuiti, tetti agli affitti e mercati pubblici, ha annunciato un piano per colmare un deficit di bilancio di $10 miliardi con una tassa patrimoniale. 

New York è ora un centro nevralgico della campagna elettorale del Partito Democratico, posizionata in contrapposizione al cuore della rinascita conservatrice innescata dalla deregolamentazione e dai tagli fiscali di Donald Trump.

In California, lo stato americano più filoeuropeo, è stata introdotta la “Legge sulla tassazione dei miliardari”, con il governatore Gavin Newsom che prevede un'imposta patrimoniale una tantum del 5% sui patrimoni netti superiori a $1 miliardo. L'emigrazione dal Golden State è già iniziata, insieme al trasferimento di decine di migliaia di posti di lavoro altrove. La miopia di questa linea di politica è superata solo dalla sua infantile aggressività.

A livello mondiale, rimane fondamentale preservare i centri economici che difendono i principi del mercato e l'accumulazione di ricchezza privata, i veri portabandiera della civiltà. Nel frattempo, la deriva dell'UE verso la barbarie socialista sembra pressoché inevitabile.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 12 ottobre 2026

La Germania affronta una crisi di carenza di gas: il settore industriale chiede riserve strategiche

Nonostante i commenti sui media e sui social, il calo delle riserve denominate in euro e yen è stato più marcato rispetto a quello del dollaro. Quest'ultimo è la “valuta debole” più forte al mondo, grazie a una liquidità superiore, istituzioni più indipendenti e maggiori garanzie legali e tutele per gli investitori rispetto a qualsiasi alternativa. I dati COFER del Fondo Monetario Internazionale indicano che la quota del dollaro sulle riserve monetarie allocate si attesta al 56,7%; al netto delle fluttuazioni dei tassi di cambio, lo stesso FMI conclude che tale quota è rimasta sostanzialmente stabile, attribuendo i recenti cali principalmente a effetti di valutazione piuttosto che a vendite attive. L'euro, con una quota del 20,6%, è ben lungi dal poter competere. Euro, yen, sterlina e persino il renminbi cinese non hanno assorbito la quota di mercato presumibilmente “persa” dal dollaro. La loro incidenza complessiva nelle riserve è stagnante o in calo, mentre la quota in crescita riguarda l'oro e “altri asset”, tra cui argento, petrolio, Bitcoin o, nel caso del Giappone, azioni nazionali. I dati della BRI sui volumi degli scambi monetari e quelli dello SWIFT sui pagamenti confermano questa conclusione. Il dollaro è coinvolto in quasi il 90% di tutte le transazioni monetarie e in circa la metà dei pagamenti mondiali tramite lo SWIFT; l'euro segue a grande distanza, mentre il renminbi detiene ancora una quota a una sola cifra. Non si osserva alcun passaggio di consegne in cui un'altra valuta fiat prenda il posto del dollaro negli scambi commerciali, nella finanza, o nelle riserve. La realtà è che tutte le principali valute fiat stanno perdendo fiducia a vantaggio di un asset esterno al sistema, come l'oro. Definire questo fenomeno “de-dollarizzazione” è fuorviante, poiché suggerisce una transizione da un ordine incentrato sul dollaro a uno basato sull'euro, sullo yuan o sui BRICS, scenario che i dati smentiscono chiaramente. Ciò che sta realmente accadendo è meglio descrivibile come una “de-fiatizzazione marginale”: un progressivo allontanamento da tutte le valute fiat e soggette a linee di politica discrezionali, a favore di asset reali indipendenti dagli Stati. Il dollaro rimane la valuta fiat meno imperfetta, con liquidità ineguagliabile, sicurezza legale e per gli investitori, e sostegno nel commercio e nella finanza; pertanto non esiste un'alternativa scalabile verso cui i gestori delle riserve possano orientarsi senza assumersi rischi maggiori. Il sistema mondiale non si sta quindi spostando dall'“egemonia del dollaro” all'“egemonia dello yuan” o a un sistema multipolare di valute fiat; si sta spostando da una fiducia incondizionata nella cartamoneta dei mercati sviluppati a un mondo in cui le commodity riemergono come asset di riserva per eccellenza e il dollaro rimane al centro del declino delle valute fiat perché nulla può sostituirne la sicurezza, le infrastrutture e la profondità.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-germania-affronta-una-crisi-di)

Sulla scia dell'Agenzia federale per le reti, anche l'organizzazione di rappresentanza del settore energetico chiede ora l'istituzione di una riserva strategica nazionale di gas naturale. L'azione coordinata del settore dimostra chiaramente che il calo delle riserve di gas è ben più grave di quanto la politica abbia finora ammesso.

Kerstin Andreae, presidente dell'Associazione tedesca delle industrie energetiche e idriche (BDEW), ha chiesto, in un'intervista alla Redaktionsnetzwerk Deutschland, la creazione di una riserva strategica nazionale di gas.

La Andreae ha sottolineato la necessità di un solido cuscinetto per assorbire gli shock esterni nell'approvvigionamento energetico della Germania. Con questa richiesta, il BDEW si è esplicitamente allineata alla posizione dell'Agenzia federale per le reti, il cui presidente, Klaus Müller, aveva già sostenuto la necessità di una tale riserva strategica in un'intervista alla dpa.

Segnali analoghi provengono ora anche dal mondo imprenditoriale. Anche il fornitore di energia EWE, con sede a Oldenburg, ritiene che sia giunto il momento di discutere ulteriori strumenti di gestione della crisi e di seguire l'esempio di altri Paesi europei. Austria, Francia e Polonia mantengono già riserve strategiche di gas per tutelarsi da eventuali crisi di approvvigionamento.


La realtà viene ignorata

È sorprendente che la Germania abbia per anni ignorato in larga misura questioni fondamentali relative alla progettazione del mercato energetico e alla sicurezza delle reti con fonti di energia di base, una conseguenza di decisioni dettate da motivazioni ideologiche, per le quali anche l'allora Ministro federale dell'Economia, Robert Habeck, ha una responsabilità politica.

I dati attuali sottolineano l'urgenza della situazione. A causa del freddo, i livelli di stoccaggio del gas in Germania stanno diminuendo di circa l'uno per cento al giorno, con un livello di riempimento complessivo che si attesta ora intorno al 30%.

In casi estremi, come ad esempio in condizioni simili a quelle dell'inverno del 2010, una carenza di gas è del tutto plausibile. In uno scenario del genere, il consumo giornaliero non potrebbe più essere coperto da ulteriori importazioni di GNL e dalle scorte di gas rimanenti. Il risultato sarebbero arresti programmati, inizialmente nei settori ad alta intensità energetica, con effetti a cascata e drammatici sull'economia in ampi settori.

La Germania del 2026 si trova tra le rovine della sua irrazionale politica energetica. Sembra una beffa che il Paese che ha smantellato il suo impianto nucleare, ha eliminato il gas russo a basso costo su richiesta di Bruxelles e ora punta ad abbandonare il carbone, stia discutendo delle riserve nazionali di gas, il tutto in nome di un'isteria climatica amplificata dalla politica e dai media.


Assicurazioni e ostinazione

Pubblicamente, la politica e l'Agenzia federale per le reti stanno cercando di minimizzare il problema del calo delle scorte di gas. Poco prima dell'intervista rilasciata alla dpa, il presidente dell'Agenzia federale per le reti, Klaus Müller, ha dichiarato al Rheinische Post che il rischio di problemi di approvvigionamento era generalmente basso. La Germania ha creato maggiore flessibilità attraverso molteplici canali di importazione, sia gasdotti che terminali GNL di nuova costruzione. Inoltre, ha aggiunto Müller, i prezzi del mercato all'ingrosso non mostravano segni di scarsità, pur essendo aumentati di recente.

È una dote rara quella di contraddirsi più volte nel giro di poche frasi, come ha fatto Müller in quell'intervista.

Al contrario, il gruppo di pressione INES ha parlato di livelli storicamente bassi di stoccaggio del gas in Germania. L'anno scorso, nello stesso periodo, il livello di riempimento si attestava intorno al 58%, e l'anno precedente addirittura al 76%. La differenza non è marginale, ma strutturale, e mette in luce la crescente vulnerabilità della sicurezza energetica del Paese.

Il Ministero federale dell'Economia ha adottato un tono simile. A gennaio ha fatto riferimento alla nuova flessibilità delle importazioni e di recente ha affermato di non ritenere necessario un intervento statale nel mercato, sebbene oggigiorno sia difficile definire la rete energetica tedesca un “mercato”, un fatto forse ancora sfuggito all'attenzione del ministero.

Anche Claudia Kemfert, economista energetica presso l'Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW), aveva affermato a gennaio che non vi era alcuna crisi di approvvigionamento e che le importazioni rimanevano stabili. Il fatto che ora le consegne di GNL dal principale fornitore, gli Stati Uniti – responsabili di oltre il 90% dell'approvvigionamento di GNL della Germania – sono incerte, potrebbe essere un'ironia della sorte. Ciò non cambia, tuttavia, il fatto che la politica energetica tedesca sia intrappolata tra cecità ideologica, negligenza generale e una semplificazione intellettuale eccessiva del problema di fondo.

La Germania rappresenta oggi un esempio da manuale delle conseguenze di una linea di politica interventista pianificata centralmente. Una volta avviata, ogni ulteriore revisione del modello di mercato, sempre più distorto, impone ulteriori interventi e misure regolamentari. Il sistema si sta gradualmente trasformando in un'economia socialista. Si tratta di una spirale discendente che può essere interrotta solo se misure a lungo termine consentiranno al settore energetico tedesco di tornare a produrre energia sufficiente a garantire il carico di base.

Ciò includerebbe il ritorno alle forniture di gas russo, l'annullamento delle decisioni di abbandono graduale del carbone e l'adozione di moderni reattori nucleari modulari di piccole dimensioni. Questi, tra l'altro, non producono scorie nucleari tradizionali, un argomento che disinnesca immediatamente le obiezioni istintive degli oppositori del nucleare.

A livello mondiale, l'energia nucleare sta vivendo una notevole rinascita, soprattutto negli Stati Uniti, in Cina e in Russia. Solo in Germania l'ostinazione ideologica impedisce il riconoscimento di questa realtà.

Occorre esercitare pressioni sulla politica europea affinché sfrutti le consistenti riserve di gas, guadagnando così spazio geostrategico e liberandosi, almeno in parte, dalla morsa autoimposta.


Ironia della storia

L'emergere della necessità di una riserva nazionale di gas porta con sé due ironie. In primo luogo, rappresenta un'ammissione tardiva del completo fallimento della transizione energetica. Le energie rinnovabili, a causa della loro volatilità e per mantenere la stabilità della rete e la sicurezza dell'approvvigionamento, richiedono capacità di stoccaggio e di riserva che non possono essere fornite economicamente senza gravare enormemente sull'economia o addirittura provocarne il collasso parziale.

In secondo luogo, è proprio il dichiarato acerrimo nemico della politica tedesca, il presidente statunitense Donald Trump, che in questi giorni chiede non solo il mantenimento delle riserve strategiche di petrolio esistenti, ma anche la creazione di ulteriori riserve nazionali. Washington intende investire circa dodici miliardi di dollari per accumulare metalli come litio, terre rare, nichel e cobalto, riducendo così strategicamente la dipendenza dalla Cina e da altri fornitori di materie prime.

I termini “nazionale” e “riserva” nel contesto della politica energetica risultano particolarmente offensivi per gli ambienti ecologisti di sinistra. In tali ambienti, le persone non sono abituate a cedere alla realtà e a riconoscere che il pensiero conservatore in materia di sicurezza degli approvvigionamenti, preparazione e resilienza sociale è superiore sotto ogni aspetto, anche come concetto socio-politico.

Negli Stati Uniti, la sicurezza degli approvvigionamenti e la resilienza strategica occupano un posto di rilievo nell'agenda politica, insieme alla deregolamentazione del mercato energetico. In Germania, invece, si nota una notevole coerenza nel tentativo di stabilizzare un'economia clientelare verde, la cui sostenibilità economica è in costante declino.

Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, le famiglie tedesche risentiranno concretamente delle conseguenze di questo errore fatale, in particolare nei loro conti correnti.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 9 ottobre 2026

Oltre la pillola nera

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Joshua Stylman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/oltre-la-pillola-nera)

Il recente articolo di Jeffrey Tucker, Don't Take the Black Pill, pubblicato su The Epoch Times, esprime valide preoccupazioni riguardo al soccombere alla disillusione. Avendolo appena letto, mi sono sentito in dovere di rispondere. In quanto amico e persona che ammiro profondamente, sia come pensatore che come persona che ha dedicato la sua carriera alle cause della libertà, rispetto profondamente il suo appello alla speranza in mezzo all'oscurità, ispirato al pensiero di Chesterton, e condivido la sua critica a coloro che trovano conforto solo nel cinismo. Tuttavia, inquadrare il profondo scetticismo come un semplice “prendere la pillola nera” non coglie un aspetto cruciale del percorso verso la sovranità.


La pillola nera come rifiuto politico

Quando, prima delle elezioni, alcuni giornalisti indipendenti hanno esaminato criticamente i legami tra le figure politiche e l'élite tecnocratica, sono stati immediatamente etichettati come “disillusi”, non per essersi arresi alla disperazione, ma per essersi rifiutati di sospendere il proprio discernimento in quello che veniva definito un momento politico di portata esistenziale.

All'epoca scrissi che, pur riconoscendo che la squadra blu rappresentava una chiara minaccia per i valori occidentali, non era ancora chiaro cosa sarebbe diventata la nuova coalizione. Ancora oggi, vedo molti primati storici entusiasmanti accanto ad alcune preoccupanti continuità con le precedenti strutture di potere. Questa posizione sfumata è stata spesso liquidata come disfattismo anziché essere considerata come un'analisi approfondita.

Come ha fatto notare Derrick Broze nel podcast di Sam Tripoli, “Black Pill è la nuova etichetta per i complottisti”: un'etichetta comoda per liquidare chi mette in discussione le narrazioni dominanti, anche quando tali domande sono accompagnate da soluzioni concrete. L'etichetta diventa un'arma per imporre il conformismo piuttosto che per affrontare le critiche sostanziali.

Ho assistito ripetutamente a questo schema di minimizzazione. Quando Whitney Webb ha sollevato preoccupazioni sull'influenza tecnocratica prima delle elezioni, è stata etichettata come “disillusa” anziché essere confrontata nel merito. Quando Toby Rogers afferma chiaramente: “I vaccini contro il Covid sono un'attività criminale. Chiunque in una posizione di autorità tale da poter ritirare i vaccini dal mercato, non lo fa, commette un reato”, molte voci autorevoli hanno liquidato la sua affermazione come allarmismo anziché affrontare le specifiche preoccupazioni. L'ho visto accadere quando persone del “nostro gruppo” hanno contestato decisioni (o non decisioni) all'interno del movimento per la libertà medica.

Questa etichetta va oltre la politica. Mi sono chiesto se i tagli al bilancio del Dipartimento della Difesa operati da Musk non possano rappresentare un preludio a una tecnocrazia più profonda attraverso i sistemi di identità digitale. Mi sono interrogato sul Progetto Stargate, o sulle dichiarazioni del nuovo capo della FDA, Marty Makary, riguardo a come l'intelligenza artificiale approverà i farmaci in futuro. Ho visto persone che per anni hanno difeso la libertà di parola improvvisamente applaudire leggi che limiterebbero certe forme di critica.

Questo non significa che ogni domanda sia automaticamente corretta, o che lo scetticismo di per sé renda una persona nel giusto. Ma etichettare immediatamente queste domande come “disillusione” interrompe conversazioni necessarie. Meno tribalismo non significa assumere la pillola nera, ma significa chiedere la verità al potere, a prescindere da chi sia al comando.

Ciò che è particolarmente preoccupante in questa impostazione è come rispecchi esattamente la dinamica che ho descritto nel saggio, La seconda Matrix: la sostituzione senza soluzione di continuità dei vecchi sistemi di controllo con altri nuovi e più seducenti. Nel momento in cui iniziamo a riconoscere gli schemi di cattura istituzionale, veniamo etichettati come disfattisti anziché realisti.


Transizione, non destinazione

Ciò che Jeffrey identifica come “assumere la pillola nera” potrebbe essere meglio compreso come uno stato di transizione necessario, non una conclusione ma un inizio. È il momento in cui le illusioni si infrangono e ci troviamo di fronte direttamente alla cattura istituzionale. Questo momento di chiarezza può certamente portare alla paralisi se vi rimaniamo, ma può anche catalizzare una profonda trasformazione.

Il problema non è la pillola nera, ma il fatto di rimanere lì.

Quando ho scritto il pezzo, Il governo lavora per noi, non stavo incitando a un abbandono alla malinconia, bensì a mettere in discussione il rapporto fondamentale tra cittadini e istituzioni. Ho affermato chiaramente: “Non siamo sudditi in attesa di un governante benevolo”. Questa consapevolezza non è fatalismo, bensì il primo passo verso la riconquista della sovranità.


Dal riconoscimento degli schemi alla loro rottura

Questa consapevolezza diventa problematica solo quando non è accompagnata dall'azione. Come descrive Broze nel suo libro, How to Opt-Out of the Technocratic State, il punto non è abbandonare la speranza, ma reindirizzarla dalle istituzioni asservite verso alternative sovrane.

Jeffrey teme che i puristi della “pillola nera” “non saranno mai appagati finché non verrà soddisfatta la condizione X”. Ma credo che questo tralasci un aspetto cruciale: quando riconosciamo che la cattura istituzionale è la regola piuttosto che l'eccezione, smettiamo di aspettare che le istituzioni ci salvino e iniziamo a costruire alternative dalle fondamenta.

Il percorso che va dalla consapevolezza all'azione non è istantaneo. Implica fasi specifiche che ho osservato sia in me stesso che negli altri.

Innanzitutto arriva lo shock: la dissonanza cognitiva derivante dalla consapevolezza che i sistemi di cui ci si fidava sono fondamentalmente compromessi. Questa fase può essere paralizzante, ma è necessaria per un vero risveglio.

Segue la fase di ricerca: collegare freneticamente i punti, riconoscere gli schemi e ricostruire la propria comprensione di come funziona effettivamente il potere. Questa fase può essere isolante, ma getta le basi per un'azione consapevole.

Poi arriva la fase di recupero: porre dei limiti ai sistemi corrotti e, al contempo, costruire delle alternative. Questo potrebbe significare ritirare il consenso in alcuni ambiti e creare nuove strutture in altri.

Infine, giunge l'integrazione: dove lo scetticismo non diventa un'identità ma uno strumento, dove il pensiero critico è al servizio della creazione anziché di una critica senza fine. È qui che la pillola nera viene completamente metabolizzata.

Non abbiamo bisogno di altre diagnosi. Abbiamo bisogno del coraggio di costruire, pur sapendo benissimo che il sistema non ci seguirà.


L'alchimia della speranza conquistata

Ciò che emerge al di là della “pillola nera” non è un ottimismo ingenuo, ma quella che potremmo definire una speranza meritata: una speranza fondata sulla verità piuttosto che su un pio desiderio. Questa alchimia trasforma il dolore in chiarezza e la chiarezza in capacità di agire.

Quando ho contestato il processo di approvazione dei vaccini da parte della FDA, non stavo facendo una critica senza speranza. Stavo tracciando dei confini tra ciò che merita la nostra fiducia e ciò che non la merita, indicando al contempo delle alternative.

Ho scritto: “Mi rifiuto di partecipare al patetico spettacolo di implorare i burocrati affinché rispettino il consenso informato”. Questa non è disperazione (almeno non è questa l'intenzione), bensì una dichiarazione di sovranità che libera energie per percorsi più produttivi.

Nella mia vita, questa transizione si è manifestata quando ho smesso di aspettarmi che gli enti regolatori proteggessero la salute della mia famiglia e ho invece instaurato rapporti con professionisti che rispettano l'autonomia del corpo e il consenso informato. Quella che inizialmente era stata una sconvolgente rivelazione è diventata la base per un approccio più autentico al benessere.


Rendete autonoma la vostra salute

Questo ci porta a un concetto introdotto di recente da Celia Farber e messo in evidenza da Catherine Austin Fitts: rendete la vostra salute autonoma. Non si tratta solo di un concetto intelligente, ma rappresenta il passo evolutivo successivo alla mera critica: la creazione di strutture parallele per la sovranità sanitaria.

La scelta delle parole segnala qualcosa di profondo: un passaggio dal linguaggio di opposizione al linguaggio di creazione.

Il vero antidoto alla disperazione non è la cieca fiducia nelle riforme, ma passi concreti verso l'autonomia. Ciò include la creazione di reti sanitarie locali, il sostegno alla ricerca indipendente, la documentazione dei fallimenti istituzionali e la creazione di alternative, nonché il collegamento con persone che condividono gli stessi ideali per formare comunità resilienti.


Comunità al di là della conformità

Jeffrey solleva con perspicacia le preoccupazioni su come il cinismo possa erodere i legami comunitari, una preoccupazione legittima che merita attenzione. Il mio punto di vista complementare consiste nel riconoscere che le comunità più forti spesso si formano non attraverso la conformità ai sistemi esistenti, ma attraverso una condivisione della realtà e un aiuto reciproco costruito su queste solide basi.

Come abbiamo visto con gruppi di supporto per le vittime di danni da vaccino come React19, quando le istituzioni deludono le persone, queste non necessariamente si isolano. Al contrario, spesso si creano legami più profondi basati su esperienze condivise autentiche, piuttosto che su narrazioni imposte.

Questo processo di costruzione della comunità inizia con la sovranità individuale, ma non si conclude lì. Come ho approfondito nella conclusione della mia serie, MKULTRA: La mano nascosta, la libertà cognitiva deve iniziare liberando le nostre menti individuali dai vincoli programmati. Solo allora possiamo unirci efficacemente agli altri per creare strutture collettive resilienti. La sovranità individuale non è il punto di arrivo, ma il fondamento necessario per un'autentica azione comunitaria.

L'ordine è fondamentale: prima viene la liberazione cognitiva personale, poi la capacità di connettersi autenticamente con altri che condividono la vostra stessa chiarezza, e infine il potere collettivo di costruire alternative in grado di resistere alla pressione dell'influenza istituzionale.

È proprio per questo che ho insistito sulla costruzione di strutture parallele, non per pessimismo, ma nella consapevolezza che aspettare che le istituzioni sotto il controllo del regime si riformino da sole è un vero e proprio esercizio di futilità.


Che aspetto ha davvero la sovranità

Non scegliete la pillola nera per sottrarvi all'azione, ma non abbiatene nemmeno paura. A volte bisogna attraversare l'oscurità per vedere chiaramente. E ciò che vediamo ora, innegabilmente, è che l'era della fiducia passiva è finita.

La strada da percorrere non è fatta di ottimismo cieco, o fatalismo perpetuo. Si tratta piuttosto di offrire un modello di come superare la disillusione senza soccombere al nichilismo. Ognuno affronterà questo percorso in modo diverso. Alcuni si impegneranno nell'attivismo all'interno del sistema, altri si concentreranno sullo sviluppo di competenze e strutture al di fuori di esso, e altri ancora potrebbero temporaneamente fare un passo indietro per preservare la propria salute mentale. Non esiste un'unica risposta giusta, ma è compito di ognuno di noi trovare la propria strada verso la libertà e il benessere, in qualsiasi modo possibile.

Ciò che accomuna questi approcci non è la cieca adesione a una particolare strategia, bensì un'onestà radicale riguardo alla cattura istituzionale, unita a una sovranità concreta e alla resilienza della comunità. Si tratta di riconoscere i modelli di controllo e, al contempo, di spezzarli attraverso alternative tangibili.

Non dobbiamo scegliere tra cinismo e ingenuità. Possiamo scegliere la sovranità: la chiarezza conquistata a caro prezzo che deriva dall'affrontare la realtà senza esitazioni, per poi costruire qualcosa di migliore dalle fondamenta.


Conclusione: attraversare l'oscurità, non aggirarla

C'è una splendida ironia nella posizione di Jeffrey che non posso fare a meno di notare con ammirazione. Egli ha riconosciuto la cattura istituzionale dei media generalisti e del mondo accademico, e in risposta ha costruito una straordinaria struttura parallela, che è rapidamente diventata un vitale centro intellettuale per pensatori indipendenti, scienziati ed esperti di politica. Il Brownstone Institute rappresenta una potente dimostrazione di come il riconoscimento dei fallimenti sistemici possa catalizzare notevoli innovazioni e azioni positive. Il lavoro di una vita di Jeffrey dimostra come il superamento della fase di riconoscimento della cattura istituzionale possa portare alla costruzione di qualcosa non solo di migliore, ma di veramente essenziale per preservare la libertà intellettuale nel nostro tempo.

Nessuno verrà a salvarci.

E riconoscere che la verità non significa prendere la pillola nera, ma riprenderci il nostro futuro. Significa finalmente deporre il peso estenuante della falsa speranza, così da poter stare in piedi a testa alta, con gli strumenti in mano, pronti a costruire il mondo che meritiamo.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 8 ottobre 2026

La trappola del debito statunitense: una crisi senza scadenza

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-trappola-del-debito-statunitense)

Ogni tot. mesi, un nuovo saggio dichiara che la trappola del debito statunitense è finalmente scattata. L'ultimo che sta circolando, pubblicato da The Economist, è ben scritto e davvero inquietante. Sostiene che Washington si è indebitata in modo così sconsiderato che la Federal Reserve non osa più aumentare i tassi di interesse. Farlo, avverte l'articolo, farebbe esplodere l'intera struttura e porterebbe i costi di finanziamento fuori controllo. È una storia avvincente, ottima per clic e visualizzazioni, e ne leggo versioni sin dal declassamento del rating creditizio del 2011.

Ecco il problema con la tesi “trappola del debito statunitense”, o con qualsiasi altra delle innumerevoli varianti sul tema: non è mai accompagnata da una data. Perché è importante? Qualsiasi analisi, per essere utile, deve includere tre aspetti fondamentali.

  1. Una data precisa in cui si verificherà la “crisi”. Senza una data precisa, l’analisi non può essere valutata in termini di accuratezza o validità.

  2. Quale sarà nello specifico la crisi? Un default del debito, un contagio finanziario, un crollo del mercato, una recessione economica, ecc.

  3. La domanda cruciale è: quale sarà l'esito finale della crisi e, nello specifico, quando finirà?

Senza questi elementi, e soprattutto senza una data in cui l'evento si verificherà, l'analisi non è una “previsione”, ma una “impressione”.

Un buon esempio è Ray Dalio, che quasi ogni anno prevede l'avvicinarsi di una crisi finanziaria.

• Marzo 2015 – Il gestore di hedge fund Dalio ritiene che la FED possa ripetere la situazione del 1937.

• Gennaio 2016 – Il superciclo del debito, lungo 75 anni, sta per finire.

• Settembre 2018 – Ray Dalio afferma che l'economia sembra quella del 1937 e che tra circa due anni arriverà una recessione.

• Gennaio 2019 – Ray Dalio prevede un rischio significativo di recessione negli Stati Uniti.

• Ottobre 2022 – Dalio avverte di una tempesta perfetta per l'economia (quello fu anche il minimo del mercato azionario).

• Settembre 2023 – Dalio afferma che gli Stati Uniti andranno incontro a una crisi del debito.

Ma si può risalire ancora più indietro nel tempo, a circa dieci anni fa, quando scrisse di alcuni dei suoi più grandi errori:

Il più grande di questi errori si verificò nel 1981-82, quando mi convinsi che l'economia statunitense stesse per precipitare in una depressione. Le mie ricerche mi avevano portato a credere che, con la politica monetaria restrittiva della Federal Reserve e l'elevato debito in circolazione, ci sarebbe stata un'ondata mondiale di insolvenze e che, se la FED avesse cercato di gestirla stampando moneta, l'inflazione sarebbe accelerata. Ero così certo dell'arrivo di una depressione che lo proclamai sui giornali, in televisione e persino durante una testimonianza al Congresso.

Sebbene Dalio sia consapevole degli errori commessi tra il 1981 e il 1982, li ha ripetuti nel corso dell'ultimo decennio. Non intendo certo criticare Ray Dalio; è una persona brillante con una comprovata e straordinaria esperienza nella gestione del denaro.

Tuttavia, gli investitori che dieci anni fa diedero ascolto alle previsioni di Dalio su una "depressione" imminente si persero uno dei mercati rialzisti più significativi della storia degli Stati Uniti.


Il genere di crisi senza data

Il saggio apocalittico sulla politica fiscale è diventato una vera e propria forma letteraria.

• Si apre con un aggregato spaventoso;

• Si sposta verso una catena di ipotesi che “gridano disperazione”;

• Si conclude aspettando un “innesco” che si cela sempre appena oltre l'orizzonte.

L'autore di quest'ennesimo articolo su The Economist ci svela persino il mistero citando la famosa frase di Rudi Dornbusch: “Una crisi impiega molto più tempo ad arrivare di quanto si pensi, e poi arriva più velocemente di quanto si possa immaginare”.

Non solo è un'affermazione vera, ma è anche l'alibi perfetto.

Questo perché qualsiasi avvertimento basato su questo adagio non può mai essere sbagliato, ma solo anticipato. Quando la resa dei conti non si verifica, la risposta è che il “detonatore” non è ancora stato premuto. Il saggio citato si conclude proprio qui, indicando un'elezione di metà mandato contestata come possibile detonatore. Tale è la struttura di ogni profezia senza data: infalsificabile per sua stessa natura. Non si può smentire una previsione che si rifiuta di indicare un anno.

Non fraintendetemi, nutro simpatia per i falchi fiscali. Ho scritto più volte che la traiettoria a lungo termine del debito federale è un problema reale che Washington si rifiuta di affrontare. Ma c'è un abisso tra un rischio strutturale a lenta progressione e un “evento” imminente, e far coincidere i due è proprio il modo in cui si allontanano gli investitori dal mercato per un decennio, privandoli dell'interesse composto che finanzia la pensione. Questo è il danno silenzioso che questi articoli provocano.


La trappola ha bisogno di un ciclo di rialzi dei tassi che non arriverà

L'intera tesi della “trappola del debito statunitense” si basa su un unico presupposto fondamentale: la Federal Reserve sarà costretta a rialzare drasticamente i tassi di interesse per combattere l'inflazione, e questi tassi più elevati porteranno al fallimento del Dipartimento del Tesoro al successivo ciclo di rinnovo dei suoi titoli. Eliminando questo presupposto, la trappola non scatta. Analizziamo i dati.

La FED ha mantenuto il suo tasso di riferimento tra il 3,50% e il 3,75% per cinque riunioni consecutive. Nella riunione di luglio, tre presidenti di banche regionali si sono espressi in dissenso perché avrebbero voluto tassi più alti, ma la maggioranza dei voti li ha respinti. L'FMI non è certo un sostenitore della politica fiscale statunitense. Nella sua revisione ai sensi dell'articolo IV di aprile, ha descritto il tasso attuale come “vicino alla neutralità”. Neutrale non significa “intrappolato”. Neutrale è all'incirca la posizione in cui una banca centrale desidera trovarsi quando non sta né accelerando, né frenando. Questa non è certo l'immagine di un'autorità monetaria che ha perso il controllo del proprio strumento.

«Ma Lance, l'inflazione si aggira intorno al 3% e sta prendendo una direzione preoccupante».

Esatto, ed è qui che la cosa si fa interessante. Questa spinta inflazionistica non è una spirale salari-prezzi dovuta al surriscaldamento dell'economia con un aumento incontrollato dei salari. Si tratta di uno shock energetico che ha portato a un'impennata dei prezzi del petrolio dopo il conflitto con l'Iran, sovrapposto al trasferimento dei dazi sui beni di prima necessità.

L'FMI prevede che entrambi gli effetti si attenuino e che l'inflazione di base torni verso l'obiettivo del 2% durante la prima metà del 2027. Nel  frattempo, il rapporto sull'occupazione di luglio ha mostrato una vera e propria perdita di posti di lavoro. Un'economia che perde lavoratori mentre la banca centrale rimane neutrale non è la situazione ideale per un ciclo di inasprimento forzato, e la FED non prenderà una decisione di politica monetaria a lungo termine basata su fattori temporanei.

C'è un'ironia più profonda che sfugge anche al The Economist: livelli di debito molto elevati sono disinflazionistici nel tempo, non inflazionistici.

L'eccesso di debito ha un effetto moltiplicatore da zero a negativo, come dimostrato dagli economisti Jones e De Rugy in uno studio del Mercatus Center della George Mason University.

Il moltiplicatore misura il rendimento della produzione economica quando il governo spende un dollaro. Se il moltiplicatore è superiore a uno, significa che la spesa pubblica attrae il settore privato e genera maggiori consumi privati, investimenti privati ed esportazioni verso l'estero (inflazionismo). Se il moltiplicatore è inferiore a uno, la spesa pubblica spiazza il settore privato, riducendolo complessivamente (deflazionismo).

Le evidenze suggeriscono che gli acquisti pubblici riducono le dimensioni del settore privato, mentre fanno aumentare quelle del governo centrale. Nel complesso, i redditi crescono, ma i redditi prodotti dal settore privato diminuiscono.

In altre parole, ogni dollaro preso in prestito per ripagare il vecchio debito è un dollaro che non finanzia la nuova produzione. Questo fa scendere il tasso di interesse naturale, non salire. L'onere del debito stesso è una delle forze che tengono a freno i tassi in rapida crescita necessari per lo scenario catastrofico della “trappola del debito statunitense”. Ho spiegato perché i rendimenti seguono la crescita nominale piuttosto che l'entità del debito in un recente articolo sulla narrativa dei tassi.


Costi degli interessi: elevati, ma non inediti

Ora passiamo alla cifra più spaventosa di tutto il genere: l'affermazione che i costi degli interessi si stiano dirigendo verso “territori inesplorati”. L'affermazione che sento ripetere più spesso è che “gli interessi hanno appena superato i mille miliardi di dollari e ora superano il bilancio della difesa”. Questa è un'affermazione vera, e se si considera l'entità del bilancio della difesa, sembra certamente una cifra spaventosa. Nel 2025, i pagamenti netti di interessi federali si sono attestati intorno ai $970 miliardi e supereranno i mille miliardi di dollari quest'anno.

Il grafico sopra è il pezzo forte dei catastrofisti, e la linea è reale. Tuttavia, guardare quel numero isolatamente è alquanto insignificante a meno che non lo si rapporta all'economia, che è l'unico modo corretto di interpretarlo. In quest'ottica, i costi degli interessi erano pari al 3,15% del PIL nel 2025. Inoltre, si noti dove si colloca questo valore nel grafico qui sotto, proprio intorno al picco precedente raggiunto nel 1991, quando la repubblica americana, di fatto, non è andata in default.

In percentuale sulle entrate federali, gli interessi si attestano intorno al 18,5%. Anche in questo caso, il valore è vicino al picco dei primi anni '90, ma non “fuori scala”. La cifra del 4,6% che viene spesso citata come la realtà odierna è una proiezione del Congressional Budget Office per il 2036. Si tratta di un orizzonte temporale di ben dieci anni, che presuppone che la legislazione vigente non cambi mai, mantenendo i tassi elevati per tutto il periodo. Tale proiezione non è presente nei dati attuali.


Dove The Economist ha ragione

Sarebbe ingiusto affermare che l'intero saggio sia errato. Alcune parti sono certamente corrette e meritano rispetto, non un rifiuto automatico.

Innanzitutto, i deficit sono strutturalmente preoccupanti. Il deficit federale si è attestato al 5,9% del PIL nell'anno fiscale 2025, in calo rispetto al 6,3%. Secondo la più ampia misura dell'FMI relativa alle amministrazioni pubbliche, si colloca tra il 7% e il 7,5%. Inoltre, il debito è destinato a superare il 140% del PIL entro il 2031. Questa traiettoria non è sostenibile a lungo termine e fingere il contrario è di per sé una forma di negazione.

In secondo luogo, la propensione del Dipartimento del Tesoro americano verso i titoli a breve termine è una critica legittima. Finanziare un volume crescente di titoli a breve termine mantiene bassi i costi degli interessi attuali. Inoltre, aumenta il rischio di rinnovo. L'FMI ha esplicitamente segnalato la crescente quota di debito a breve termine come un “rischio di coda crescente”.

Tuttavia, da una prospettiva di gestione del portafoglio, è logico che il governo americano emetta oggi principalmente titoli a breve termine. Se il Dipartimento del Tesoro americano prevede un calo dei tassi in futuro, passerà a obbligazioni a più lunga scadenza.

Tuttavia, nulla di tutto ciò rende lo stock di debito in sé il fattore scatenante della “trappola del debito statunitense”.

In terzo luogo, il punto relativo al meccanismo di base è pertinente. Gli hedge fund che gestiscono le operazioni di basis sui titoli del Dipartimento del Tesoro americano con una leva finanziaria elevata hanno amplificato la disfunzione del marzo 2020, e sia l'FMI che la Banca dei Regolamenti Internazionali hanno avvertito che la struttura potrebbe bloccarsi nuovamente in caso di forte stress. Si tratta di una reale preoccupazione per la stabilità finanziaria, ed è la parte del saggio che vorrei sottolineare piuttosto che ignorare.

Tuttavia, è qui che The Economist ed io divergiamo: tutti e tre i punti elencati rappresentano rischi da gestire nei portafogli, non la prova di un'imminente esplosione.

Inoltre, vi sono prove che il genere catastrofista tende sempre a tergiversare. L'intera paura del rapporto debito/PIL si basa su una premessa implicita: che, al di sopra di una certa cifra tonda, una crisi diventi automatica. Se ciò fosse vero, il Giappone sarebbe collassato una generazione fa. Tokyo ha un debito pubblico lordo superiore al 230% del PIL, quasi il doppio del 120% circa degli Stati Uniti. Da decenni sopporta il peso del debito più gravoso del mondo sviluppato. Seguendo la logica del saggio citato, il Giappone dovrebbe essere un cratere fumante. Invece esso rimane economicamente funzionante, le sue obbligazioni sono ancora negoziate e non sono andate in default, e il suo governo continua a pagare tutte le cedole.

La domanda, quindi, è perché il Giappone sia sfuggito al giudizio e cosa questo possa significare per gli Stati Uniti.

• Innanzitutto, i meccanismi contano molto più del rapporto principale. Oltre il 90% dei titoli di Stato giapponesi è detenuto in patria, la Banca del Giappone da sola ne possiede circa la metà, e ogni yen di tale debito è denominato in una valuta che il Giappone stesso stampa.

• In secondo luogo, il Paese registra un surplus delle partite correnti ed è il maggiore creditore netto al mondo. Finanzia il proprio governo con i propri risparmi, non con la generosità di stranieri.

• E infine, ecco la parte che dovrebbe mettere a tacere i pessimisti. Il Giappone fa tutto questo SENZA possedere la valuta di riserva mondiale.

Per i catastrofisti della “trappola del debito statunitense”, quella singola frase ha un significato che va ben oltre ogni altra cosa. Lo status di valuta di riserva rappresenta un'offerta strutturale permanente per i titoli del Tesoro e il dollaro, che Tokyo può solo invidiare. Sull'unica variabile che il saggio citato considera decisiva, gli Stati Uniti dispongono di un cuscinetto più consistente, non di uno più superficiale.

Ora, con la stessa prospettiva, osserviamo gli Stati Uniti stessi, dove ogni fattore di assorbimento su cui si appoggia il Giappone esiste in una forma più profonda. L'America si indebita in una valuta che stampa e gestisce il mercato dei titoli di Stato più profondo e liquido al mondo. Inoltre, gli Stati Uniti detengono il dollaro come riserva monetaria mondiale, sostenuto da un solido sistema di fondi pensione, banche e fondi monetari che già depositano migliaia di miliardi di dollari in titoli del Tesoro americani.

Pensiamoci in questo modo: se il Giappone può sopportare il doppio del peso per tre decenni su un terreno più debole, il Paese con basi più solide può rimandare il suo “momento della resa dei conti” molto più a lungo di quanto i catastrofisti osino ammettere, e comunque senza una data precisa.

Niente di tutto ciò significa che il debito sia gratuito, e non fingerò che lo sia. Il Giappone è una dimostrazione concreta di come si presenta il vero conto, e non ha nulla a che vedere con un'esplosione improvvisa. Mentre la Banca del Giappone esce finalmente da decenni di politica monetaria espansiva, i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi (JGB) sono saliti a livelli mai visti dagli anni '90. Lo yen si è indebolito fino a 160 per dollaro, e rifinanziare quel debito sta diventando lentamente più costoso.

L'FMI ha cortesemente invitato Tokyo a elaborare un piano di consolidamento credibile finché è ancora in tempo. Questa è la vera natura di un problema del debito sovrano. È una morsa che si stringe negli anni attraverso la valuta e il pagamento degli interessi, non una botola che si spalanca nel prossimo trimestre. Persino il governo più indebitato al mondo dimostra che la crisi arriva con sufficiente lentezza da poterla prevedere. Eppure, non arriva mai con una data precisa.


Cosa significa tutto questo per gli investitori

Quindi, cosa si fa concretamente con tutte queste informazioni? La risposta è piuttosto semplice: non molto. Tuttavia, è proprio questo il punto di tutta questa analisi.

• Oggi, i fondi del mercato monetario custodiscono una cifra record di $7.900 miliardi, la più grande riserva di liquidità della storia. Questo è l'opposto di un sistema a corto di liquidità.

• Il rendimento dei titoli del Tesoro americani a 10 anni si aggira intorno al 4,70%, vicino al massimo pluriennale ma ancora al di sotto del 5% circa toccato alla fine del 2023, e la curva dei rendimenti si è raddrizzata, con il rendimento dei titoli a 2 anni sceso al 4,22%.

Niente di tutto ciò fa pensare a un mercato in preda a una crisi di fiducia o al concretizzarsi di una “trappola del debito statunitense”.

L'atteggiamento onesto è quello di rispettare i calcoli a lungo termine senza speculare su una catastrofe senza una data precisa.

Il consenso sul fatto che “questa volta” il debito ci travolgerà definitivamente si è mantenuto per quasi quindici anni. Immaginate l'eterno pessimismo fiscale come un rilevatore di fumo programmato per suonare ogni volta che qualcuno prepara un toast. L'allarme è reale, il circuito funziona, eppure la casa non è ancora andata a fuoco. Prima o poi, un incendio potrebbe scoppiare, ma nel frattempo non si può certo gestire il proprio portafoglio dalla cucina con le mani sulle orecchie.

Gli Stati Uniti hanno effettivamente un problema di debito. È reale, strutturale e costringerà a scelte politiche difficili entro la fine di questo decennio. Ma si tratta di un problema che possiamo prevedere con dieci anni di anticipo, un problema per cui si può pianificare, non una mina antiuomo pronta a esplodere domani. La trappola descritta in questo saggio richiede un ciclo di inflazione forzata che i dati non supportano, almeno non finché l'inflazione sarà trainata dal settore energetico e il mercato del lavoro si sta raffreddando.

Quando finalmente qualcuno fisserà una data per la fine della crisi e sarà disposto a giustificarla, presterò molta attenzione. Fino ad allora, continuerò a gestire il rischio sul mercato che ho di fronte, non su quello di cui si parla nei titoli dei giornali.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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