mercoledì 21 novembre 2018

Sul filo del rasoio





di Alasdair Macleod


I lettori abituali di questo blog dovrebbero essere consapevoli che il ciclo dell'attività economica è alimentato dalla politica monetaria e che i periodici boom e bust sono il risultato della stessa politica monetaria. Il legame tra la soppressione dei tassi d'interesse nelle prime fasi del ciclo del credito, la creazione di investimenti improduttivi e il conseguente indebitamento sono stati riassunti nell'illustrazione del Triangolo di Hayek, che ho trattato in un precedente articolo.

Sin dai tempi di Hayek la politica monetaria, in particolare in America, si è evoluta dall'incoraggiare allo scoraggiare i risparmi mediante la soppressione dei tassi d'interesse, in modo da stimolare i consumi attraverso l'espansione dei finanziamenti al consumo. I consumatori americani vivono oltre i loro mezzi e hanno praticamente esaurito tutti i loro risparmi. Tuttavia, date le variazioni nel costo del credito al consumo (tra lo 0% dei prestiti auto e il 20% delle carte di credito e degli scoperti), i consumatori sono generalmente insensibili alle variazioni dei tassi d'interesse.

Pertanto, nonostante l'aumento della finanza al consumo, possiamo ancora considerare il Triangolo di Hayek come la forza trainante del ciclo del credito e gli eccessi insostenibili del debito creati sopprimendo i tassi d'interesse, il motivo per cui la politica monetaria conduce sempre ad una crisi economica. Il grafico qui sotto mostra che potremmo essere vicini ad un altro punto di svolta, per cui gli aumenti del tasso dei fondi della FED (FFR) potrebbero provocare una nuova crisi economica.


I precedenti picchi nel FFR hanno coinciso con l'inizio delle recessioni economiche, perché hanno esposto modelli imprenditoriali insostenibili. Sulla base della semplice estrapolazione, l'area tra le due linee tratteggiate, che si uniscono approssimativamente lungo questi picchi, è il punto in cui si prevede che il ciclo FFR attuale raggiunga il picco. Attualmente si attesta a circa il 3.25% e la FED prevede che il FFR raggiungerà una media del 3.1% nel 2019. Il grafico ci dice che la FED sta giocando col fuoco e ulteriori rialzi non faranno altro che garantire una crisi del credito.

La ragione per cui i picchi successivi dei tassi d'interesse hanno avuto un andamento discendente è legata al crescente livello di debito e prestiti, come indicato dalla linea rossa sul grafico. Oltre ad un temporaneo rallentamento durante l'ultima crisi del credito, il debito è aumentato ad ogni ciclo. Invece di crisi creditizie che eliminano gli investimenti improduttivi, è chiaro che la FED abbia impedito la liquidazione del debito, come minimo, negli ultimi quarant'anni. L'accumulo di debito sin dagli anni '80 è all'origine del motivo del calo dei tassi d'interesse nel corso del tempo.

Un aumento dei tassi d'interesse di un quarto di punto, se si riflette sul costo del servizio di tutti i debiti, sarebbe un onere per i debitori pari a circa $167 miliardi e l'aumento dal livello zero ha finora rappresentato un costo aggiuntivo di oltre cinquecento miliardi di dollari. Ma è più accurato considerare la maggior parte del debito accumulato come "non immediatamente rilevante", perché è in obbligazioni ad interesse fisso, compresi i titoli del Tesoro USA, e prestiti a medio termine simili. Inoltre laddove si applicano tassi d'interesse variabili, quasi tutte le grandi società dispongono di ufficiali di tesoreria che utilizzano derivati, come gli interest rate swap, per proteggersi dalle variazioni dei tassi d'interesse.

La parte importante è l'effetto delle modifiche al tasso d'interesse che si applica al capitale circolante, imposto in maniera grossolana sul costo dello scoperto di un'azienda. I costi degli interessi sul capitale circolante determinano a loro volta i ritorni marginali della produzione e quindi determinano la redditività complessiva di un'impresa.

Anche se un'azienda non ha bisogno di prendere in prestito, il costo del capitale circolante è una misura a cui un'azienda deve prestare attenzione. Se i rendimenti sul capitale non eliminano gli ostacoli basati sui tassi d'interesse attuali, un'azienda potrebbe fare meglio a usare il suo denaro altrove. Le banche centrali lo capiscono e il loro Santo Graal è quello di raggiungere un tasso a cui c'è equilibrio e l'economia può quindi crescere ad un ritmo sostenibile. Vediamo tutto questo riflesso nella politica monetaria, in base alla quale il FFR viene spostato a piccoli passi e l'effetto sull'economia viene valutato dopo ogni rialzo. Questo punto è stato confermato da Jay Powell nella sua conferenza stampa più recente.



La FED è la causa dei problemi che poi deve risolvere

Lo svantaggio dell'intervento statale in qualsiasi campo è che emergono conseguenze inaspettate, mentre gli attori economici si adeguano alle opportunità venute a crearsi. La soppressione dei tassi d'interesse, al di sotto del loro valore naturale basato sulle preferenze temporali, rappresenta un trasferimento di benefici dai risparmiatori ai mutuatari; quindi le imprese, incoraggiate da costi di indebitamento soppressi, accendono nuovi prestiti per espandere la produzione. Questa è, naturalmente, l'intenzione alla base della politica monetaria all'inizio del ciclo del credito. Ma quando si sviluppa la domanda extra di beni capitali (i beni usati per produrre beni finali e servizi al consumo), i prezzi delle materie prime e di altri prodotti intermedi cominciano a salire sulla scia dell'espansione del credito, e sono i prezzi in aumento che costringono una banca centrale a porre fine alla soppressione dei tassi d'interesse. Devono far salire i tassi d'interesse ad un livello sufficiente da sostenere la valuta e contenere le conseguenze sui prezzi da parte dell'inflazione monetaria precedente. La politica monetaria che mira ad un tasso neutro deve essere accantonata.

Questo è un problema che nasce dall'interventismo centrale. Se bisogna intervenire per correggere gli effetti inflazionistici degli interventi precedenti, le banche centrali farebbero meglio a controllare più da vicino i prezzi delle materie prime e i prezzi della produzione anziché fare affidamento principalmente sui prezzi al consumo, perché i prezzi al consumo sono gli ultimi ad essere influenzati dall'espansione monetaria, tranne dove lo stimolo è incanalato direttamente attraverso il prestito al consumo. In altre parole, il monitoraggio dei prezzi dovrebbe essere più flessibile di quello previsto dagli attuali mandati riguardo l'inflazione.

Invece la FED vuole seguire un approccio più obiettivo ed eliminare il maggior numero di congetture possibili. Poi cade nella trappola econometrica di credere che esista una cosa come una base scientifica di un livello generale dei prezzi. Ma un indice del tutto artificiale dei prezzi può essere costruito per dare qualsiasi risposta si desideri, in particolare attraverso l'applicazione dell'edonica. Questo è un termine di fantasia per supporre che se il prezzo di un prodotto aumenta, bisogna sgonfiarlo in base ad un valore che comprenda tutti i miglioramenti. Questo è il motivo per cui secondo la statistica un'automobile oggi costa quanto una di circa trent'anni fa, quando in realtà costa quasi il doppio. Poi c'è la sostituzione del prodotto, in cui le ponderazioni dell'indice vengono regolate ipotizzando che prezzi più alti per un articolo incoraggino alcuni consumatori ad optare per un'alternativa più economica: ad esempio, meno bistecche e più petti di pollo più economici. L'evidenza dell'inflazione dei prezzi viene quindi soppressa solo di pochi punti percentuali.

Pertanto gli indici dei prezzi al consumo vengono ora utilizzati per annullare gli effetti sui prezzi dell'inflazione monetaria invece di registrarli. Questa è la ragione principale per cui i banchieri centrali sono inconsapevoli delle conseguenze delle precedenti soppressioni dei tassi d'interesse.

Paradossalmente il miglior risultato per una banca centrale è di non raggiungere mai il risveglio economico, che in teoria dovrebbe essere l'obiettivo dichiarato della politica monetaria, perché farlo porta semplicemente a tassi d'interesse più alti e alla fine del ciclo del credito. Ciò significa che, consciamente o inconsciamente, le commissioni monetarie sono alla ricerca di notizie che ritardino la necessità di rialzare i tassi. Quindi quello che abbiamo è una politica monetaria basata su statistiche fuorvianti che quasi garantiscono che i policymaker agiscano come le famose tre scimmiette, finché non è troppo tardi.



Le conseguenze dell'epifania parziale di Powell

La cecità per quanto riguarda lo stadio del ciclo in cui ci troviamo è certamente vera per BCE, BoJ e BoE, così come per la maggior parte delle altre banche centrali che sopprimono i tassi d'interesse. Era vero anche per la FED, fino a poco tempo fa. Il presidente Powell ora ci dice che gli investimenti delle imprese stanno aumentando e l'economia americana sta andando avanti come un treno. Si aspetta ulteriori rialzi dei tassi d'interesse. Ha ragione sul dove ci troviamo nel ciclo del credito, ma erroneamente pensa che sia un ciclo economico che richiederà un tasso d'interesse neutrale per essere tenuto sotto controllo.

Nell'attuale sistema bancario centrale, Powell è ora un outsider ed i banchieri centrali all'estero che stanno ancora sopprimendo i tassi d'interesse sono pericolosamente in errore. È inevitabile una correzione economica dolorosa. Le tensioni a livello di valute ed i tassi d' interesse più alti sembrano destinati ad indebolire i mercati obbligazionari e azionari, cosa che culminerà con la prossima crisi globale del credito.

Abbiamo ora spiegato perché la politica monetaria conduce periodicamente ad una crisi del credito che fa fallire quelle imprese che sono redditizie solo fino a quando i tassi d'interesse sono soppressi. Questa è stata una caratteristica dell'economia degli Stati Uniti durante l'attuale ciclo del credito per dieci anni fino ad oggi, poiché il FFR è stato aggressivamente ridotto dopo il picco del 5.25% nel 2006-2007. Dall'introduzione di tassi quasi a zero nel 2008, una convinzione diffusa ha fatto sì che i tassi d'interesse non aumentassero di nuovo in misura significativa. Di conseguenza possiamo essere certi che le distorsioni dovute alla soppressione dei tassi d'interesse si siano accumulate fino ad un punto che in passato non era visibile.

Questo compiacimento è il motivo per cui un aumento del FFR nella zona di pericolo dovrebbe avvertirci che la fase di crisi del ciclo del credito si avvicina. Ma le uniche attività direttamente interessate dal FFR sono le banche commerciali. Nel mondo reale ciò che conta sono i tassi d'interesse reali pagati dalle imprese sul capitale circolante. Tale tasso è fissato dalle banche commerciali, le quali tengono conto dei rischi di prestito per le singole imprese, nonché i loro costi di finanziamento. Il tasso minimo per una società è quindi significativamente superiore a quello del FFR. Il nostro secondo grafico mostra il livello del prime lending rate delle banche commerciali.


Supponendo che la linea tratteggiata preveda l'altezza del tasso per innescare una crisi del credito, questo grafico suggerisce che un prime rate al 6% o più innescherà la prossima crisi del credito, rispetto ad un tasso attuale del 5%. Il merito di questo secondo grafico è che si applica alle imprese, mentre il grafico FFR no, ma il messaggio è lo stesso.

Potremmo vedere un aumento del prime rate al 6% nei prossimi mesi. La dichiarazione più recente del FOMC prevede un FFR al 3.1% l'anno prossimo, il che implica un prime rate ben oltre il 6%. C'è piena occupazione, non solo negli Stati Uniti ma anche in altre importanti economie. I prezzi delle materie prime, in particolare l'energia, sono in aumento e il CPI-U pesantemente sedato è al 2.5%, già superiore al tasso target del 2%. È in questo contesto che il presidente Trump sta aumentando le spese del governo riducendo le tasse. Anche per gli economisti keynesiani la combinazione di stimoli monetari e fiscali potrebbe essere eccessiva e potrebbe già essere all'origine della loro temuta domanda in eccesso. Prezzi più alti e quindi tassi d'interesse più alti.

Tuttavia sembra improbabile che il percorso verso tassi d'interesse più elevati sia diretto. In un ciclo del credito definito in modo classico, la sua fase matura vedrà probabilmente uno spostamento del capitale monetario dalle attività finanziarie a quelle commerciali, da Wall Street a Main Street. Abbiamo visto che sta già prendendo piede, come dimostrano i crescenti rendimenti obbligazionari, ma la quantità di denaro che scorre in obbligazioni continua a ritmo sostenuto, in particolare da fonti straniere.

La prova marcata di un cambiamento nel destino del capitale è probabile che proverrà dai mercati azionari, i quali dovrebbero scendere quando i flussi di denaro verranno deviati nell'economia reale. Ma le banche hanno le riserve per finanziare sia la speculazione sui mercati finanziari sia l'aumento della produzione, almeno in una certa misura. Inoltre gran parte dell'espansione del credito bancario è rivolta ai consumatori, finanziando la loro domanda di beni. Anziché un notevole lasso di tempo tra il picco dei mercati azionari ed un eventuale picco di produzione, i due eventi potrebbero quasi essere legati insieme, con azioni che calano di prezzo appena prima della crisi del credito stesso.



La storia si ripete?

L'avvicinarsi del picco del ciclo dei tassi d'interesse potrebbe contribuire direttamente al collasso dell'attività economica attraverso la distruzione della ricchezza nei mercati azionari, nonché attraverso l'esposizione di investimenti inadeguati nella produzione. Una crisi del credito con queste caratteristiche ha molto in comune con il periodo 1929-32.

Il crash di Wall Street nel 1929 arrivò alla fine di un periodo di espansione del credito altrettanto esteso, il quale prolungò l'ultima fase pre-crisi del ciclo del credito proprio come è avvenuto oggi. I rialzi dei prezzi al consumo vennero attenuati attraverso l'introduzione di linee di produzione industriale per nuovi beni. Oggi sono stati frenati dall'espansione della produzione in giurisdizioni più economiche. Ci sono pochi dubbi sull'esistenza di somiglianze tra quel periodo e le condizioni odierne, non ultimo l'ottimismo nei confronti delle prospettive non inflazionistiche.

Ci sono anche differenze significative, la più importante è che novant'anni fa la globalizzazione era generalmente limitata al mercato delle materie prime e alcune esportazioni di beni capitali estremamente limitate. Oggi la globalizzazione si estende lungo tutta la catena di produzione, dalle materie prime alla vendita al dettaglio, e abbraccia anche il coordinamento della politica monetaria da parte delle banche centrali. Ciò significa che una crisi a Wall Street, che distruggerà la ricchezza in America, si diffonderà rapidamente a tutte le altre principali economie. Il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale è un ulteriore fattore che lega tutte le nazioni agli stessi cicli del credito e della produzione.

La prossima crisi del credito in America potrebbe anche iniziare altrove, in particolare nell'Eurozona. La BCE sta ancora sopprimendo i tassi d'interesse in territorio negativo e acquistando titoli di stato durante quella che è la fase finale del ciclo del credito nell'Eurozona, rendendo potenzialmente inevitabili e violenti gli aggiustamenti dei tassi d'interesse. La situazione in Giappone è simile, ma i produttori giapponesi sono ora aziende globali con sede solo in Giappone e sono molto influenzati dal dollaro e dalle altre principali valute.

Tutte le banche centrali stanno seguendo l'ipotesi che non vi siano crisi creditizie all'orizzonte. Questa arroganza è stata vividamente dimostrata da Janet Yellen che un anno fa ci ha detto di non credere che ci sarà un'altra crisi finanziaria, grazie soprattutto alle riforme nel sistema bancario dopo il crash del 2007-09. Quel crash fu una sorpresa per le banche centrali, come ogni crash precedente. Persino Benjamin Strong alla fine degli anni '20 credeva che la Federal Reserve aveva ormai domato i cicli economici del secolo precedente, sebbene fosse morto prima di essere smentito dal Crollo del 1929.

L'arroganza di Strong è la stessa sfoggiata dalla Yellen l'anno scorso. Le banche centrali non hanno imparato nulla sul ciclo del credito in quasi un secolo. Altrimenti avrebbero promosso una politica passiva e supportato un sound money, assicurandosi che le banche commerciali avrebbero limitato l'espansione del credito. Avrebbero lasciato che gli investimenti improduttivi venissero eliminati, non accumulati per scatenare una nuova crisi.

Oggi una crisi del credito sarà più catastrofica di quella di dieci anni fa. E quando arriverà, la risposta sarà sempre la stessa, tranne che le quantità coinvolte saranno molto maggiori. Le banche saranno salvate dalla FED stampando per loro nuovi capitali senza limiti, a condizione che non li precludano ai loro clienti. Nel contempo la FED si accollerà i crediti inesigibili delle banche. Il debito pubblico aumenterà, riflettendo l'aumento delle passività sociali e il calo delle entrate fiscali. Tutto il denaro richiesto verrà creato dal nulla.

La grande crisi finanziaria del 2007/08 sarà eclissata. In poche parole, questa volta la quantità di denaro richiesta porterà probabilmente alla distruzione del "full faith and credit" nelle valute fiat stesse, che fino ad ora è stato ampiamente indiscusso da parte della popolazione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 20 novembre 2018

Gli stati e le banche centrali dovrebbero occuparsi dell'oro e non delle criptovalute





di Jeffrey Tucker


Non ci sarà alcun Fedcoin... almeno secondo il presidente della FED, Jerome Powell, in una audizione davanti alla House Committee on Financial Services.

"Non ci stiamo occupando di questo presso la FED, ovvero, creare una valuta digitale. Non è qualcosa di cui ci stiamo occupando".

La mia opinione: questa è la risposta giusta. La FED dovrebbe concentrarsi sulla solidità del dollaro e del sistema bancario. Le innovazioni come le criptovalute e la crescente infrastruttura ad esse associate sono affari delle imprese private, non delle istituzioni statali e governative.

Apparentemente il Parlamento europeo ha un'idea diversa. Questo nuovo documento “Competition Issues in the Area of Financial Technology” ci spiega come i governi in Europa possono "anticipare e gestire i comportamenti anti-concorrenziali" nell'ambito della nuova tecnologia finanziaria. Tra le raccomandazioni: le banche centrali dovrebbero creare le proprie criptovalute.

Non ci credo. Non competeranno sul mercato. Potrebbero raggiungere il contrario dell'obiettivo dichiarato.



La fine del monopolio

La concorrenza sta iniziando ad emergere in un settore a lungo monopolizzato dagli stati. Più di un secolo fa questi ultimi nelle economie sviluppate hanno creato banche centrali per gestire valute ufficiali, dirigendo tutto il traffico commerciale attraverso i loro portali come modo per controllare la vita economica. Era la fine della competizione tra le valute e dell'indipendenza nel settore bancario.

Le élite credevano di avere una conoscenza superiore, ed erano sicure di aver scacciato i privati e le banche non ufficiali dal business del denaro. L'era del denaro controllato a livello centralo era arrivata, e con essa guerre mondiali, depressioni ed inflazione, enorme indebitamento statale e l'ascesa degli stati leviatani che hanno imparato ad usare la stampante monetaria per ascendere verso il potere e la ricchezza.

Grazie alla tecnologia dei registri decentralizzati e ad alcune straordinarie innovazioni per creare denaro digitale e nuove soluzioni bancarie, la tecnologia opera in modalità peer-to-peer e non richiede né stati né intermediari per operare; stiamo cominciando a vedere quale potrebbe essere la vera scelta della valuta.

La tecnologia è in circolazione solo dal 2009, ma è diventata la cosa più eccitante nel campo monetario e nella finanza.

Quindi c'è qualcosa di stranamente orwelliano in un documento statale che si occupa di comportamenti anti-concorrenziali nel settore delle criptovalute. La maggior parte dei critici si lamenta di una scelta eccessiva. Il tasso di insuccessi è tanto alto quanto quello riscontrato nel settore delle piccole imprese, il che indica una vera cultura del trial/error imprenditoriale.

Intervenire comporterà solo una regolamentazione più costosa e probabilmente finirà per ridimensionare una concorrenza genuina.



BCEcoin?

La cosa più preoccupante è una menzione della possibilità che le banche centrali creino le loro criptovalute. Quale potrebbe essere il punto? Solo perché qualcosa è innovativo e affascinante non significa che gli stati dovrebbero esserne coinvolti. È difficile persino immaginare come funzionerebbe una criptovaluta appoggiata dallo stato (pensate al Petro).

Ecco la dichiarazione:
L'arrivo delle criptovalute autorizzate dalle banche, anche dalle banche centrali, ridisegnerà l'attuale livello di concorrenza nel mercato delle inter-criptovalute, ampliando il numero di concorrenti. È possibile riscontrare una potenziale inadeguatezza per quanto concerne la tradizionale politica della concorrenza quando bisogna affrontare problemi di questa natura nei mercati delle criptovalute, suggerendo la possibilità di ricorrere alla partecipazione pubblica diretta attraverso una moneta digitale della banca centrale.

Un rimedio per cosa? Ci sono già migliaia di criptoasset che circolano negli exchange. Non è del tutto chiaro cosa aggiungerebbe una criptovaluta centralizzata che i mercati privati non stiano già fornendo. Se le autorità monetarie si stanno scaldando con la tecnologia blockchain, è tutto a posto. Ma il modo giusto per farlo è semplicemente quello di acconsentire all'emergere delle innovazioni.

Come il mercante francese del XVII secolo disse al re quando gli fu chiesto come la corona potesse essere d'aiuto per gli affari: "Laissez faire et laissez passer".

C'è molto che le autorità monetarie europee potrebbero fare per riformare il denaro e rafforzare la concorrenza. Non c'è mai un brutto momento per la deregolamentazione, le minori barriere all'entrata, le opportunità per l'innovazione finanziaria.

Per quanto riguarda le valute fiat, un gold standard sarebbe ottimo. Lo stato ha distrutto il gold standard; la penitenza per quell'azione sarebbe l'annullamento di suddetta distruzione. Se vogliono dilettarsi con la tecnologia blockchain, tutto bene. Ma non vi è alcun valore aggiunto nel far uscire una criptovaluta con il marchio della banca centrale e appoggiata dallo stato.

Finora se n'è solo parlato, ma non c'è stata alcuna azione. L'unica eccezione è rappresentata dal Petro venezuelano, che risulta non essere una criptovaluta ma piuttosto uno strumento di debito sostenuto dal petrolio solo per aggirare le sanzioni commerciali statunitensi.

In ogni caso, una criptovaluta creata dalla banca centrale non sarebbe una vera criptovaluta, la quale ottiene il suo valore dalle scelte volontarie del mercato, non da qualche imposizione ufficiale. C'è anche lo strano problema della geografia qui. Le criptovalute vivono su scala globale, vengono minate ovunque, inviate da qualsiasi luogo, ricevute da chiunque ed ovunque.

In che modo la vecchia idea di una zona monetaria si adatterebbe ai sistemi moderni delle criptovalute? Il documento infatti arriva quasi ad ammettere che non è possibile:
La natura internazionale dei mercati delle criptovalute è anche una sfida alla politica della concorrenza a livello europeo. Molti dei player operano da posizioni globali al di fuori della giurisdizione delle autorità europee, il che rende più difficile investigare o perseguire i comportamenti anti-concorrenziali. L'Europa guida, a livello internazionale, l'offerta di servizi di wallet e di exchange, con il 42% e il 37% in termini di numero di palyer. È anche l'attore principale nei pagamenti (33%). Tuttavia la principale debolezza dell'Europa è la concentrazione dell'attività di mining nei Paesi non europei (l'Europa cattura solo il 13% dell'attuale mercato del mining).

Da quanto tempo lo stato e le istituzioni ufficiali, come le banche centrali, hanno il vantaggio tecnologico? Queste istituzioni non hanno avuto nulla a che fare con la creazione del commercio su Internet, l'economia delle app, la disponibilità di massa di piattaforme di posta elettronica e di messaggistica, o l'economia peer-to-peer. Tutta l'innovazione che ho visto durante la mia vita è arrivata dal settore privato.

L'avvento di Bitcoin, della blockchain e delle criptovalute è un caso particolarmente impressionante, una pura rivoluzione dal basso. L'inventore rimane uno pseudonimo. La tecnologia è stata rilasciata su una mailing list. È iniziato dal nulla per diventare il primo esperimento di successo nel mondo del denaro digitale che opera senza intermediazione.

Quando il settore privato innova, lo stato e le banche centrali dovrebbero lasciarlo fare.

E una regola ancora migliore: se non l'hai inventato e non hai contribuito a renderlo più prezioso, non puoi nemmeno regolarlo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


lunedì 19 novembre 2018

Keynes, il maestro della confusione

Per una confutazione chiara, completa e dettagliata della Teoria Generale di Keynes, ricordo ai lettori che è in vendita il libro "Il fallimento della nuova economia", traduzione in italiano del classico uscito negli anni '50 dalla penna di Henry Hazlitt. Il sottoscritto, quindi, non ha potuto fare a meno di accettare la proposta di scrivere la Prefazione italiana dell’opera tradotta. Questo perché il testo di Hazlitt dovrebbe essere presente sullo scaffale di ogni individuo che si definisce amante della libertà e della libertà economica. Il lavoro di Hazlitt corregge un grande errore di Hayek ai suoi tempi: confutare punto per punto la “Teoria Generale” di J. M. Keynes, l’origine di tutti i mali economici del nostro presente. E adesso grazie allo sforzo accademico encomiabile del collega Marco Marinozzi, anche in Italia si può  fruire dell’immensa saggezza e precisione dello spirito Austriaco presente nell’opera originale di Hazlitt. Il plauso a quest’ultimo va soprattutto per la volontà di sciropparsi un libro mal scritto, confusionario, contraddittorio e insensato; ciononostante il lavoro di smontaggio delle tesi keynesiane è chirurgico e inattaccabile. Come Bohm-Bawerk si prese la briga di annientare le tesi sballate e sciocche di Marx, così Hazlitt decise di sobbarcarsi l’onere di spazzare via il presunto prestigio acquisito dall’economia keynesiana. Oggi, Marco Marinozzi e io stiamo cercando di estendere questa confutazione anche al mercato italiano, in modo da rendere il keynesismo lo zimbello del mondo accademico economico così come accadde col marxismo dopo il 1989.
È possibile acquistare il testo, “Il Fallimento dell’Economia Keynesiana”, su Amazon al seguente indirizzo: https://amzn.to/2MsniMf
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di Hunter Lewis


Paul Samuelson, professore di economia al MIT dopo la seconda guerra mondiale e autore di un libro di economia best-seller, è stato uno dei più ardenti discepoli americani di Keynes. Ecco cosa disse sulla Teoria Generale di quest'ultimo:
È un libro mal scritto, mal organizzato [...]. È arrogante, irascibile, polemico e non tanto generoso nei suoi riconoscimenti. Abbonda in un mare di confusione [...].

Leggendo questo passaggio, possiamo capire l'infatuazione di Keynes per il paradosso. Samuelson, l'ardente discepolo, ci sta dicendo che il libro del maestro è buono perché è cattivo.

Tuttavia non dobbiamo ascoltare solo la campana di Samuelson riguardo la cattiva scrittura, la cattiva organizzazione e la confusione nella Teoria Generale. In seguito alla pubblicazione nel 1936, molti eminenti economisti indicarono gli stessi problemi, anche se alcuni di loro esitarono a criticare o litigare con Keynes e quindi scelsero attentamente le loro parole. Frank H. Knight, uno dei principali economisti americani, si lamentò del fatto che fosse "eccessivamente difficile dire cosa volesse dire l'autore [...]. La disputa riguardante il lavoro mi sembra abbastanza infondata."

Joseph Schumpeter sottolineò la tecnica di Keynes nell'aggirare i problemi con definizioni artificiali che, legate a supposizioni infiocchettate con gergo tecnico, producevano tautologie dall'aspetto paradossale: "L'economista britannico Hubert Henderson in privato affermò che: mi sono lasciato inibire per molti anni... dal desiderio di non litigare in pubblico con Maynard... Ma... considero i suoi libri come un capriccio di sofisticata confusione."

L'economista francese Etienne Mantoux aggiunse che l'intera faccenda sembra essere semplicemente "la razionalizzazione di una linea di politica... tanto cara a lui".

Nella stessa Teoria Generale, Keynes parlava bene di chiarezza, coerenza e logica. Era pronto a sfatare quelli che considerava gli errori degli altri, ma poi si lasciava andare ad un gergo inutile e fuorviante, ad affermazioni errate, confusione, contraddizioni, noncuranza ed illogicità generali.

Non è che Keynes fosse completamente opaco. Alla fine è possibile capire quello che sembra dire, ma val la pena mettere a fuoco i vari dispositivi retorici e gli offuscamenti messi in campo.



Dispositivo uno: oscurità

Una tipica frase della Teoria Generale:
Abbiamo piena occupazione quando la produzione sale ad un livello al quale il rendimento marginale di un'unità rappresentativa dei fattori di produzione scende al livello minimo a cui è disponibile una quantità di fattori sufficienti per produrre questo output.

Ciò significa, in sostanza, che non raggiungiamo la piena occupazione fino a quando tutti i fattori di produzione non sono pienamente impiegati. Per Keynes solo a questo punto dovremmo preoccuparci dell'inflazione.

Keynes fece un'eccezione quando altri economisti scrissero in questo modo contorto. Ad esempio, in una lettera del 1931 al direttore di The New Statesman and Nation, accusò Lionel Robbins dello stesso peccato, sebbene Robbins fosse uno scrittore molto chiaro:
Il professor Robbins vuole "maggiore elasticità dei costi salariali locali"... il che significa in un inglese comprensibile, suppongo, una riduzione dei salari medi.

Data questa pugnalata a Robbins, possiamo almeno supporre che Keynes avrebbe evitato il termine "elasticità" nella Teoria Generale? No, per niente, lo usa (e ne abusa) ripetutamente.



Dispositivo due: uso improprio del gergo tecnico

Nell'esempio qui sopra, Lionel Robbins stava usando il gergo standard degli economisti. Keynes amava inventare il proprio gergo, o peggio, usare il gergo standard in un modo non standard. Ciò gli causò un rimprovero da parte dell'economista Frank H. Knight nella sua revisione della Teoria Generale: "I termini semplici e le modalità di espressione elementari sembrano essere stati evitati per principio".

L'unica ragione legittima per usare il linguaggio tecnico è rendere più chiara una frase, se non al lettore medio, almeno al lettore professionista. Keynes usava abitualmente un linguaggio tecnico per confondere e, come vedremo tra breve, questa potrebbe essere stata una strategia voluta.



Dispositivo tre: cambiare le definizioni

Keynes ci dice nella Teoria Generale che gli economisti non hanno definito in modo chiaro il termine "efficienza marginale del capitale" (che significa grosso modo il ritorno sul capitale). Quindi in tutto il libro usa tale termine in molti modi diversi, almeno sette dal conteggio di Henry Hazlitt. Un'altra parola mutevole nella Teoria Generale è il salario, che può significare una tariffa oraria o la retribuzione totale dei dipendenti o qualcos'altro. Keynes non sembrava notare la differenza, il che lo portò a commettere gravi errori logici.

Ancora una volta, Keynes criticò lo stesso errore in altri. In una recensione di un libro all'inizio della sua carriera, contestò un autore per lo stesso errore:
ha usato la [stessa] espressione circa trenta volte con otto sensi diversi.



Dispositivo quattro: uso improprio dei termini comuni

In alcuni casi Keynes estese il significato di una parola comunemente usata senza ridefinirla esplicitamente. Ad esempio, ci dice che per ogni merce c'è un tasso d'interesse implicito: un tasso d'interesse per il grano, un tasso d'interesse per il rame, un tasso d'interesse per l'acciaio e così via. Ciò vuol dire confondere le opzioni e il prezzo dei futures sulle materie prime con i tassi d'interesse, un chiaro caso in cui si confondono mele e banane. Abbiamo già visto che Keynes usava la parola equilibrio per descrivere ciò che era effettivamente squilibrio.



Dispositivo cinque: inversione di causa ed effetto

Keynes diceva che gli imprenditori calcolano la quantità di entrate che guadagneranno da X dipendenti. Le cose non stanno così. Calcolano quanti dipendenti possono permettersi in base alle entrate X. Keynes diceva che i prezzi sono bassi se la produzione è bassa. In realtà è il contrario: la produzione è bassa se i prezzi sono bassi. A Keynes sembravano piacere queste inversioni, forse perché trasformano l'ordinario in novità. Ma in realtà non è altro che un trucco da salotto, accumulando errori su errori.



Dispositivo sei: falso determinismo

L'economista keynesiano Alvin H. Hansen, il cui libro A Guide to Keynes ha tentato di demistificare il maestro, ci dice che "il contributo più notevole di Keynes è stata la sua funzione di consumo". La cosiddetta propensione marginale al consumo (funzione di consumo) ci dice che le persone tendono a risparmiare di più man mano che il loro reddito aumenta. Detto così, è un luogo comune. Ma Keynes la chiamava "legge psicologica fondamentale", cosa che certamente non è. Non possiamo né prevedere con certezza che le persone risparmieranno sempre di più man mano che il loro reddito aumenterà, né possiamo elaborare un programma prevedibile di aumento del risparmio, come ipotizzato da Keynes.

Nel modello keynesiano, anche la propensione marginale al consumo viene considerata come una variabile indipendente. (Si suppone che determini altre variabili, non da esse determinate). Questo è chiaramente falso. Come Benjamin Anderson, economista e critico di Keynes, ha sottolineato: "Le cosiddette variabili keynesiane indipendenti (1. La propensione marginale al consumo, 2. L'efficienza marginale del capitale, 3. Il tasso d'interesse) sono tutte influenzate l'una dall'altra. Sono interdipendenti, non indipendenti. Keynes se ne dimentica ed ammette ad un certo punto che la #2 è influenzata dalla #1".



Dispositivo sette: avanti e indietro tra categorie incoerenti

Keynes usava la parola "salari" per indicare sia un salario, sia i salari totali. Era anche incline a spostarsi avanti e indietro tra beni e servizi fisici e prezzi monetari per merci e servizi, un altro caso in cui si confondono mele e banane.



Dispositivo otto: affermazioni non supportate

Nella Teoria Generale ci sono solo due riferimenti a studi statistici, uno dei quali venne addirittura respinto dallo Keynes e definito come improponibile:
Il metodo di Kuznet deve sicuramente portare ad una stima troppo bassa.

Anche quando discuteva di un argomento che si prestava particolarmente all'analisi statistica, come una relazione tra i raccolti agricoli e il ciclo economico, sceglieva semplicemente una posizione senza preoccuparsi di cercare dati rilevanti.



Dispositivo Nove: errori

Keynes definì erroneamente lo scopo dei fondi delle grandi imprese. Come poté commettere un errore così elementare? Probabilmente perché aveva ripetuto la stessa cosa molte volte e, essendo occupato, non si prendeva il tempo per controllare il suo lavoro scritto.

A volte Keynes sembrava troppo impegnato anche solo a pensare. Diceva che se un prestatore presta denaro ad un imprenditore, ciò avrebbe raddoppiato il rischio di quest'ultimo, il che avrebbe raddoppiato il rischio riflesso nel tasso d'interesse. Questo non ha senso, come osservò Henry Hazlitt. Il rischio non è raddoppiato quando un finanziatore entra in scena. Il prestatore e l'imprenditore condividono ciò che è ancora lo stesso rischio di fallimento.



Dispositivo dieci: economia macro o aggregata

Keynes è generalmente ricordato per la sua macroeconomia "inventata", la quale guarda ai flussi dell'economia generale piuttosto che alla microeconomia di specifiche imprese o industrie. Questo non è del tutto accurato. Altri economisti adottarono una prospettiva simile, sebbene spesso si trovassero ad estrapolare dalla singola impresa all'economia nel suo insieme, cosa che Keynes criticò tra l'altro. Ironia della sorte, Keynes attaccò la Legge di Say che è, a sua volta, un esempio di macroeconomia. È certamente giusto dire che Keynes sviluppò il proprio tipo di macroeconomia, che i suoi seguaci hanno sviluppato nella macroeconomia di oggi. È anche vero che un punto di vista macroeconomico rende più facile creare fraintendimenti e allusioni, e Keynes sfruttò pienamente questa apertura.



Dispositivo undici: uso improprio della matematica

Keynes faceva riferimento alle vendite in una delle sue equazioni, ma si trattava delle vendite previste, non di quelle effettive. Le aspettative per definizione non sono verificabili e quindi non appartengono ad un'equazione.

Come ha sottolineato Henry Hazlitt,
Un'affermazione matematica, per essere scientificamente utile, deve, come una dichiarazione verbale, essere almeno verificabile, anche quando non è verificata. Se dico, ad esempio (e non sto solo scherzando), che l'amore di John per Alice varia in una relazione esatta e determinabile con l'amore di Mary per John, dovrei essere in grado di dimostrare che sia così. Non provo la mia affermazione, né la rendo più plausibile o "scientifica" se scrivo, solennemente:
  • sia X uguale all'amore di Maria per John,
  • e Y uguale all'amore di John per Alice,
  • allora Y = f (X)

— e avanti trionfalmente. Eppure questo è il tipo di asserzione che viene costantemente fatta dagli economisti matematici, e in special modo da Keynes.

Data la confusione nella Teoria Generale, non dovrebbe sorprenderci se Keynes interrompa il suo uso improprio della matematica per dirci che (apparentemente) è d'accordo con Hazlitt:
Dire che la regina Vittoria fosse una regina migliore, ma non una donna più felice, della regina Elisabetta, [è] una proposizione né priva di significato né priva di interesse, ma inadatta per il calcolo differenziale. La nostra precisione sarà una finta precisione se cercheremo di utilizzare concetti tanto vaghi e non quantitativi come base per un'analisi quantitativa.

Egli avverte anche di
metodi simbolici pseudo-matematici di analisi economica.

Dopo un po' della sua algebra, aggiunge che:
Non attribuisco molto valore a manipolazioni di questo tipo.

È abbastanza tipico di Keynes attaccare, disarmare, urlare, bisbigliare e qualificare le sue affermazioni con la matematica; oppure ignorare, anche in modo clamoroso, le stesse qualifiche. Occasionalmente Keynes era persino capace di bluffare. Scrivendo una lettera privata a Montagu Norman, governatore della Banca d'Inghilterra, disse che le sue teorie (le stesse teorie che sarebbero poi apparse nella Teoria Generale) erano una
certezza matematica, [per niente] da mettere in discussione.

Keynes certamente lo sapeva meglio. Alcuni dei suoi discepoli, no. L'economista Wilhelm Röpke annotò nel 1952 che
I rivoluzionari [keynesiani] [tendono a scagliarsi] con veemenza e disprezzo contro i loro avversari, come agiscono gli "illuminati" nei confronti di coloro che ritengono ignoranti. Sembrano considerarsi superiori in quanto possono ricorrere con evidente orgoglio alla difficoltà della loro letteratura e all'uso della matematica, cosa che sembrano elevare la "nuova economia" quasi all'altezza della fisica.

Potremmo andare avanti, quasi indefinitamente, citando le oscurità di Keynes, gli offuscamenti, le incoerenze, le fallacie logiche, e così via, ma è ora di porci l'ovvia domanda: perché ha scritto la Teoria Generale in questo modo? Keynes poteva essere ordinato, organizzato, coerente, pertinente, chiaro, completo e fattuale, oltre ad essere giocoso e arguto, quando voleva esserlo. Questo è evidente dai libri precedenti e da molti dei lavori più brevi. Ci sono alcuni frammenti della Teoria Generale che riflettono anche queste caratteristiche. Allora perché la maggior parte dei suoi lavori è così diversa?

Ci sono molte possibili risposte. Lo storico Paul Johnson disse, senza riferirsi a Keynes, che "in materia finanziaria, la complessità è troppo spesso usata per nascondere la verità, per ingannare." L'economista francese Étienne Mantoux, rivedendo la Teoria Generale poco dopo la pubblicazione, citò un precedente economista inglese, Samuel Bailey, del 1825: "La reputazione di un autore per la profondità delle sue idee spesso si guadagna con una piccola mescolanza di incomprensibilità".

Questo potrebbe essere parte della spiegazione: Keynes intendeva ingannare o impressionare. Ma dobbiamo ricordare che Keynes era un venditore. Stava cercando di vendere un particolare tipo di politica economica, ed era pronto ad utilizzare qualsiasi dispositivo retorico, dalla chiarezza cristallina all'incomprensibilità, al fine di portare a termine la vendita.

Perché l'incomprensibilità dovrebbe aiutare? Non solo perché può essere usata per impressionare, ma anche per intimidire. A Keynes piaceva far sentire le persone, come diceva il suo amico Bob Brand, come "il ragazzo più basso della classe".

Keynes probabilmente sviluppò la confusione come uno dei suoi modi di esporre. Strapazzava e creava confusione nella "scacchiera" mentale, perché si sentiva sicuro di poter sempre tenere a mente la posizione dei "pezzi degli scacchi" e muoverli come riteneva opportuno, mentre i suoi avversari non potevano. Questa è davvero una capacità impressionante, specialmente quando si parla estemporaneamente. Non c'è da stupirsi se Sir Josiah Stamp, un economista molto rispettato che spesso collaborò con Keynes nelle trasmissioni della BBC, disse in onda che: "Non potrò mai rispondere a quando tu stai teorizzando".

Se questo fosse un atteggiamento deliberato da parte di Keynes, o solo un'abitudine, non possiamo saperlo. Ma per lui era una fatto del tutto naturale ricadere in uno stile scomposto e intimidatorio quando scrisse la Teoria Generale. Il problema è che tale "strategia" non funziona altrettanto bene nelle conversazioni o nei dibattiti. Quando è limitato alla stampa, può essere esaminato e possono essere rivelati tutte le miriadi di difetti, errori di fatto o di ragionamento, i trucchi retorici e la pseudo originalità.

Alcuni eminenti economisti, tra cui Ludwig von Mises, Friedrich Hayek, Wilhelm Röpke, Jacques Rueff e Henry Hazlitt, tra gli altri, lo capirono. Altri percepivano che qualcosa non andava, ma esitavano a dirlo per paura della posizione di Keynes e della sua rappresaglia. Purtroppo nessun grande economista ha pubblicato una confutazione immediata del libro, in modo che l'influenza della Teoria Generale non si diffondesse (nonostante i suoi difetti fin troppo evidenti).

Oggi molte persone — economisti, finanziari, investitori, imprenditori e manager — affermano che Keynes è il loro eroe intellettuale. Hanno letto la Teoria Generale? O hanno letto solo i pochi passaggi chiari e spiritosi ampiamente citati?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


venerdì 16 novembre 2018

Il ciclo del credito è ad un punto di svolta





di Alasdair Macleod


Siamo sul punto di entrare in un'era di tassi d'interesse alti, quindi i mercati si comporteranno in modo diverso rispetto ai primi anni '80. Ci sono somiglianze con l'era post-Bretton Woods degli anni '70 affinché possiamo ricavare una qualche indicazione su come i mercati possano evolvere nel futuro prossimo.


Il grafico qui sopra dice molto. A metà ottobre il rendimento del decennale USA ha aperto nuovi orizzonti per questo ciclo del credito. L'evoluzione delle principali medie mobili nella sequenza rialzista (poiché rendimenti più elevati significano prezzi delle obbligazioni nettamente inferiori) è un esempio da manuale. Lo slancio sottostante sembra così potente che un rapido aumento fino al 3.5% e oltre sembra essere una certezza. Il ciclo del credito, passando da un periodo di finanziamenti a tassi ridicoli a maggiori costi per suddetti, è chiaramente ad un punto di svolta.

Nel mondo della moneta fiat, tutto prende la sua valutazione dai titoli del Tesoro USA. Per le azioni è teoricamente il bond a lungo termine, il quale sta correndo verso rendimenti più elevati. Dopo aver ignorato questo fatto, l'indice S & P500 di recente ha raggiunto nuovi massimi. È stata una cavalcata fantastica per titoli azionari che sembra sempre più certo sperimenteranno un brusco risveglio. È probabile che l'attuale rallentamento dei corsi azionari sia l'inizio di una nuova tendenza al ribasso in tutti gli asset finanziari.

Ad un certo punto, e questo è il motivo per cui il break-out dei rendimenti obbligazionari è importante, ci troveremo ad affrontare uno shock nelle valutazioni che indebolirà la relazione tra asset e debito. Questo è sempre stato un evento periodico, con le banche centrali che hanno intrapreso qualsiasi azione necessaria per salvare le grandi banche commerciali. Quando arriva la crisi, abbassano i tassi d'interesse per sostenere le valutazioni degli asset, sostenendo i mercati dei titoli di stato e in ultima analisi le azioni. Tutto ciò ha lo scopo di salvare le banche, consentire ai governi di finanziare i loro deficit ed incoraggiare la ripresa stimolando l'espansione del credito bancario, cosa che l'ultima volta è stata sostenuta dal quantitative easing. I salvataggi delle banche centrali sono riusciti ogni volta fino a questo momento, anche perché tutti noi vogliamo che funzionino.

È sensazione diffusa che una nuova crisi non specificata sia in agguato sulla scia degli ultimi segnali di instabilità finanziaria o debolezza economica. Che si tratti dell'Italia, del debito della Cina, del rallentamento della crescita dell'offerta di moneta, o di un appiattimento della curva dei rendimenti, sono stati tutti identificati come fattori scatenanti. Anche se fino a sei mesi fa i pessimisti sembravano convinti che l'economia americana fosse in stallo, quando invece s'è dimostrata robusta.

In generale, le banche centrali sono abili nel disinnescare i singoli problemi, ma c'è una difficoltà che le banche centrali non riescono a gestire: il ciclo del credito che esse stesse creano attraverso le loro precedenti azioni inflazionistiche.

È stato scritto abbastanza su questo argomento grazie alla teoria Austriaca del ciclo economico (che per ragioni di precisione dovrebbe essere ribattezzata teoria del ciclo del credito). Invece i banchieri centrali sono keynesiani e ritengono che le strutture di capitale siano fisse e che le interazioni tra i tassi d'interesse e l'allocazione del capitale possano essere tranquillamente ignorate.

La prova di questo errore si riscontra nel ciclo del credito descritto dalla Scuola Austriaca, il quale una volta avviato è impossibile da controllare. Porta inesorabilmente ad un boom temporaneo seguito da una crisi del credito. Come ho concluso in un articolo pubblicato in precedenza: "Saremo fortunati se la prossima crisi del credito, tenendo conto di tutto ciò, non arriverà prima della fine dell'anno".

Continuo ad attenermi a questa scala temporale. Questo articolo aggiorna quello sopraccitato ed è una tesi su come evolverà probabilmente la fase di crisi del ciclo del credito. Prenderemo in considerazione tutto ciò dall'inizio dell'ampio mercato ribassista negli asset finanziari, il quale conduce a perturbazioni economiche. Si confronta bene con la situazione di fondo delle finanze globali degli anni '70, iniziata con una crisi del dollaro e finita con la morte del sistema di Bretton Woods nel 1971. I prezzi delle materie prime, in particolare il petrolio, sono aumentati vertiginosamente, il che sembra riaccadere ancora oggi. È importante sottolineare che allora si era concluso il contesto favorevole dei tassi d'interesse della metà degli anni '60, sostituito da tassi d'interesse ufficiali a due cifre ed una crescente perdita di fiducia nelle valute fiat scoperte

Ci sono abbastanza allitterazioni e rime tra allora e ora per formare la base di una tesi su ciò che ci aspetta.



L'era dei tassi d'interesse bassi è finita

Dall'inizio di questo secolo ci sono state due crisi creditizie, 2001/02 e 2008/09. Si sono verificate in un contesto di tassi decrescenti a lungo termine. Il totale mondiale tra debito statale, non finanziario e dei consumatori è aumentato da $64,000 miliardi nel 2000 a $105,000 miliardi nel 2008. Oggi è probabilmente circa $186,000 miliardi, esclusi il debito del settore finanziario e del sistema bancario ombra.[1] Il tasso di crescita del debito non finanziario è simile alla crescita del PIL nominale globale, cosa che riflette semplicemente la crescita dell'offerta di moneta applicata all'economia non finanziaria. E con il calo dei tassi d'interesse a lungo termine, si è espanso notevolmente.

La relazione costante tra debito e PIL ci dice che l'altezza della montagna del debito è come ci si potrebbe aspettare in questa situazione inflazionistica. Pertanto non è la dimensione complessiva del debito che scatenerà la crisi, né il costo del suo servizio è il problema immediato, perché gran parte di esso è costituito da interessi fissi con un po' di tempo prima che scadano, ed un mutuatario saggio avrebbe utilizzato tassi d'interesse bassi o addirittura a zero per rifinanziarsi in scadenze più lunghe.

Per il settore commerciale le questioni più importanti sono di gran lunga il costo marginale del capitale circolante e le ipotesi sui tassi d'interesse a sostegno dei piani aziendali. Anche se una società ha una liquidità netta, fisserà un limite di rendimento per un ritorno sul suo capitale. Questi calcoli vengono ora rivisti in base a tassi d'interesse più elevati, rendendo gli investimenti precedenti meno redditizi. Per il momento un'azienda potrebbe decidere di stare più calma piuttosto che inficiare gli impegni precedenti. Ma anche i prezzi, quell'importante fattore di input per la produzione, stanno aumentando, distruggendo progressivamente i suddetti margini.

Poiché i tassi d'interesse ed i rendimenti obbligazionari aumenteranno ulteriormente ed i mercati azionari scenderanno, le imprese che vedono indebolirsi le precedenti ipotesi di profitto sono costrette a rivedere nuovamente i loro piani aziendali. Le banche percepiranno l'oscillazione dell'umore e, a loro volta, diventeranno prudenti nel mercato dei prestiti. Le banche centrali nelle loro indagini scopriranno che l'atmosfera aziendale si sta deteriorando, ma si troveranno di fronte ad un dilemma: l'inflazione dei prezzi sta aumentando ad un ritmo accelerato e se ciò avrà ripercussioni troppo presto si peggiorerà la situazione generale. Commetteranno lo stesso errore che la FED ha commesso nel 1927? Quell'anno l'economia sembrava entrare in una leggera recessione, e la FED abbassò i tassi d'interesse per sostenere una rapida crescita. Poi il mercato azionario si surriscaldò e andò in crash nel 1929.

La tentazione per le banche centrali di aspettare e vedere deve essere forte. Non ci sono dubbi che in questo ciclo i rendimenti dei titoli statunitensi stanno segnalando una significativa accelerazione del mercato obbligazionario. È una caratteristica dei principali mercati obbligazionari: il sentimento di inadempienza iniziale, in base al quale gli investitori accettano quanto viene detto dalle banche centrali e dalle agenzie governative, viene sostituito da un crescente scetticismo. E se c'è un problema sottovalutato che potrebbe indurre gli investitori a ripensarci, è la condizione reale dell'economia. Fondamentale è il deflatore dei prezzi, utilizzato per aggiustare il PIL nominale, i salari e le pensioni all'inflazione dei prezzi. Diventando scettici, gli investitori obbligazionari non saranno più soddisfatti dei rendimenti che riflettono un ritorno reale basso o addirittura negativo. Invece cominceranno ad aspettarsi un risarcimento per la perdita del potere d'acquisto del loro capitale, e faranno le loro valutazioni in merito.

Questo è il motivo per cui i rendimenti sui bond del Tesoro USA stanno aumentando e sembrano destinati ad aumentare ulteriormente. E questo è il punto cruciale: gli Stati Uniti hanno tassi d'interesse bassi, ma non più un'economia con tassi d'interesse bassi. Con l'accelerazione dell'aumento dei prezzi di beni e servizi, sospinto dai persistenti deficit fiscali e dagli stimoli monetari, è probabile che gli investitori mettano in discussione i dati ufficiali sull'inflazione, attualmente considerati corretti.

I dati grezzi consistenti in un paniere di beni fissi come misura di un tenore di vita costante, differiscono sostanzialmente dall'IPC. Quest'ultimo è diventato un indice basato su un paniere di beni e servizi che cambia continuamente, riflettendo la sostituzione, la diminuzione della qualità e l'edonica. Questo è il motivo per cui l'IPC sottovaluta in modo significativo il tasso d'inflazione dei prezzi, mentre un indice di vita standard e costante mostra già un'inflazione annualizzata dei prezzi più vicina al 10%, un'approssimazione che si è protratta per diversi anni.

Se il sentimento degli investitori si trasforma in questa realtà, l'era dei tassi d'interesse super bassi che tutti diamo per scontata sarà finita. Questo è un pericolo molto reale. Sarà sostituito da tassi e rendimenti obbligazionari che sembravano appropriati oltre quarant'anni fa. Durante la fine degli anni '60 e '70 i tassi d'interesse iniziarono ad aumentare man mano che gli squilibri valutari si normalizzarono, con il conseguente abbandono dell'accordo di Bretton Woods del dopoguerra. Oggi le valute non hanno nemmeno la foglia di fico rappresentata dall'oro, ma gli squilibri valutari sono una caratteristica comune.



I fattori che possono scatenare una crisi del credito

Finora abbiamo riassunto la teoria dietro lo sviluppo di un importante mercato ribassista piuttosto che di una crisi del credito. Invece di una crisi del credito immediata e sistemica, un mercato ribassista degli asset finanziari potrebbe progredire considerevolmente prima che si sviluppi una crisi sistemica. In tal caso, ci si può aspettare che l'inflazione dei prezzi, eredità degli ultimi dieci anni di politica monetaria eccessivamente allentata, cresca verso il 15% in termini di panieri fissi. I tentativi di manipolare il paniere in continua evoluzione dell'IPC saranno quindi accolti con lo stesso scetticismo che oggi viene riservato a quello argentino ed a quello venezuelano, e l'IPC sarà sempre più considerato come una copertura dell'inflazione dei prezzi.

In questo nuovo contesto di mercato guidato da un crescente scetticismo, le banche centrali non riusciranno a rialzare i tassi d'interesse tanto da tenere il passo con la spinta del mercato verso l'aumento delle preferenze temporali che deriva da un aumento dell'inflazione dei prezzi. [La preferenza temporale è la valutazione di mercato tra il possesso futuro rispetto al possesso presente.] Le aste di debito statale sfoggeranno tassi progressivamente superiori alle attese.

I commentatori del mercato sono monetaristi, i quali ritengono che l'economia dipende sempre più dall'inflazione monetaria e creditizia. Questo è ciò che è accaduto nel Regno Unito tra il maggio 1972 e la fine del dicembre 1974, quando l'indice azionario FT-30 perse il 75% del suo valore ed i rendimenti dei Gilt a lunga scadenza erano saliti dal 9% al 16.3%. L'inflazione dei prezzi al dettaglio era passata dal 2.5% nel 1967 al 24% nel 1975.

Nel novembre 1973 il Regno Unito soffrì per una crisi delle proprietà commerciali ed una crisi bancaria. Le società immobiliari quotate in borsa, precedentemente considerate come coperture d'investimento contro l'aumento dell'inflazione dei prezzi, crollarono improvvisamente dopo che la Banca d'Inghilterra fu costretta a rialzare il tasso di riferimento per vendere il debito pubblico. L'ultima goccia fu una crisi petrolifera in seguito alla guerra dello Yom Kippur. Diciotto mesi dopo che le azioni avevano raggiunto il picco, si materializzò all'improvviso una crisi sistemica. Mentre una nuova crisi del credito si sta già sviluppando oggi, sulla base di questo precedente esempio non possiamo escludere la possibilità che una crisi sistemica venga posticipata fino a quando il mercato orso e l'aumento dei tassi d'interesse non saranno progrediti da un po' di tempo.

Tuttavia, affinché la crisi sistemica venga posticipata, è necessario che sia posticipato anche un deterioramento del sentiment aziendale sulla scia di tassi d'interesse più elevati. Questo sembra meno probabile oggi, dato l'accento posto dalle banche centrali sull'effetto ricchezza dei tassi d'interesse soppressi. Inoltre il debito dei consumatori non esisteva nel Regno Unito del 1972 e il finanziamento ipotecario era razionato. Oggi è probabile che tassi d'interesse più alti abbiano un impatto più immediato sul comportamento dei consumatori.

Anche senza una crisi sistemica iniziale innescata dall'aumento dei rendimenti obbligazionari, possiamo concludere che un mercato ribassista negli asset finanziari rischia di indebolire inizialmente le aziende che vendono prodotti ai consumatori e di peggiorare molto rapidamente. Ne seguirà sicuramente una crisi incentrata sul valore decrescente delle garanzie detenute nelle banche e un aumento dei prestiti totali.

Prendiamo adesso in considerazione il principale rischio sistemico che potrebbe trasformare un mercato orso in un crash più immediato.



L'UE è desincronizzata

La politica monetaria della BCE ha fatto scomparire il costo del finanziamento per i governi dell'Eurozona, con tassi d'interesse negativi sui depositi.

La BCE sta ancora gonfiando la massa monetaria attraverso il suo programma di acquisti obbligazionari, anche se dovrebbe cessare a dicembre. Gli acquisti di asset, per un totale di oltre €2,500 miliardi, hanno tenuto sotto controllo i rendimenti dei titoli di stato ed il finanziamento del deficit pubblico per gli stati mediterranei. È importante sottolineare che il rendimento del bond tedesco a 2 anni è ancora -0.56% ede il rendimento del titolo decennale tedesco è solo dello 0.54%.

I differenziali di rendimento, con EUR LIBOR a 3 mesi a -0.36%, stanno guidando un carry trade in base al quale le banche e gli hedge fund aumentano i prestiti in euro per acquistare buoni del Tesoro USA, attualmente con un rendimento del 2.2%. È probabilmente il trade più redditizio nei mercati finanziari, che con un rapporto di leva del 10X dà un rendimento annualizzato del capitale superiore al 25%, senza alcun rischio di prezzo. Esiste un rischio nelle valute, ma con la BCE riluttante ad aumentare i tassi, vi è stato anche un profitto sul Forex.

Questo trade ha spinto l'euro in basso rispetto al dollaro. Ciò è avvenuto perché la BCE sta chiudendo un occhio sull'economia dell'Eurozona, mentre manipola i mercati obbligazionari per favorire il finanziamento dei governi europei attraverso il debito pubblico. Non c'è dubbio che la BCE sarà presto costretta a cambiare marcia, permettendo ai tassi d'interesse in euro di salire a livelli più normali e determinati dai mercati.

L'eventuale normalizzazione dei tassi d'interesse è stata anticipata dalla BCE. Uno degli scopi dei suoi programmi di acquisto di asset è stato quello di offrire alle grandi banche commerciali l'opportunità di ridurre la loro esposizione al debito pubblico. Ciò è avvenuto in una certa misura, ma i pericoli di una spiralizzazione distruttiva e di rendimenti obbligazionari crescenti che spazzano via il capitale di base delle banche, sono ancora molto maggiori di quanto non fossero al momento della crisi bancaria dell'Eurozona del 2011. Ciò alimenta le attuali preoccupazioni secondo cui un aumento dei rendimenti dei titoli italiani può destabilizzare le banche italiane e altre istituzioni finanziarie ad esse collegate.

Se la BCE accetterà la realtà che la politica monetaria dovrà normalizzarsi rapidamente, dovrà trovare un modo per proteggere le banche fortemente esposte all'aumento dei rendimenti del debito pubblico, abbandonando il suo sostegno ai governi spendaccioni. In un contesto di tassi d'interesse bassi apparentemente perpetui, la BCE ha dimostrato inventiva nel voler raggiungere tale obiettivo. Ma è una sfida molto più difficile da vincere quando le tendenze dei tassi d'interesse sono in rialzo.

Maggiore è il ritardo, maggiore è il problema; ma è probabile che la BCE segua un approccio attendista, tollerando un tasso di cambio più basso per l'euro. Man mano che i mercati globali si allontaneranno dall'attuale contesto di tassi d'interesse bassi, questa posizione diventerà rapidamente insostenibile. Nel migliore dei casi, sembrerà che la BCE possa solo ritardare di pochi mesi una crisi bancaria sistemica nell'Eurozona.



Rischi nelle valute

Finora abbiamo affrontato lo sviluppo teorico di un mercato orso globale alimentato dalla fine dei tassi d'interesse bassi e dalle relative conseguenze. Abbiamo esaminato le divergenze nei tassi d'interesse tra i mercati obbligazionari dell'Eurozona e degli Stati Uniti, le quali hanno portato ad uno sbalzo speculativo in dollari. Ci si può aspettare che tutte le valute fiat cadano vittima dei rendimenti obbligazionari in salita, e sulla scia di ciò un cambiamento fondamentale nel sentimento degli investitori. All'interno di queste difficoltà generali, ci sono inevitabili cambiamenti radicali nei rapporti di prezzo tra le maggiori valute fiat.

Un retaggio della crisi della Lehman è l'espansione monetaria senza precedenti all'interno del sistema finanziario globale. Questo fatto sta portando a flussi destabilizzanti, in particolare nel carry trade tra l'euro e il dollaro come descritto in precedenza. Allo stesso tempo, sono aumentati i flussi degli investimenti in asset in dollari, con il portafoglio estero di asset statunitensi raddoppiato a $18,412 miliardi tra il 2009 ed il giugno 2017. I saldi di cassa di proprietà straniera sono aumentati a $4,217 miliardi, per un totale di $22,629 miliardi. Questa cifra è significativamente superiore al PIL USA.

A partire dal giugno 2017 è probabile che queste cifre siano state ulteriormente, gonfiate da entità non statunitensi che sfruttano i differenziali dei tassi d'interesse, nonché dall'aumento dei valori azionari. Inoltre anche le banche e gli hedge fund statunitensi hanno creato la domanda di dollari attraverso il carry trade, il quale alla fine sarà interamente liquidato. Gli investitori giapponesi hanno acquistato dollari per acquistare azioni, con $500 miliardi a giugno 2017, e, data la salita dell'indice S&P500, sono certi di possedere di più oggi. Saranno probabilmente i primi venditori di azioni e dollari statunitensi, fenomeno già evidenziato dal rafforzamento dello yen nei confronti del dollaro negli ultimi giorni.

Pertanto possiamo aspettarci che lo yen si rafforzi ulteriormente, mentre l'euro calerà. Dato l'elevato livello di ponderazione attribuito all'euro, il TWI del dollaro dovrebbe aumentare leggermente, nonostante il rafforzamento dello yen. Il grafico qui sotto illustra la posizione corrente.




Cina

C'è un punto interrogativo sulle azioni finanziarie della Cina: userà l'attuale rally del dollaro per scaricare alcune delle sue riserve in dollari? Sarebbe certamente in linea con la sua politica di deprezzamento, e dato che gli americani sono aggressivi sul fronte dazi, potrebbe essere una risposta adeguata. Ma ha già venduto dollari per comprare yuan e di conseguenza ha prosciugato la liquidità di yuan dai mercati offshore. Questo è un passo indietro per la Cina, perché la liquidità è necessaria affinché lo yuan possa essere ampiamente accettato come mezzo di scambio negli accordi commerciali internazionali.

La Cina si ritrova con troppi dollari ed una grossa quantità di titoli del Tesoro USA senza mercato. La maggior parte della sua posizione può essere utilizzata solo a fini strategici, e finora è stata riluttante ad agire in questo modo. Invece la Cina si è accontentata di rimanere sulla difensiva, contenta di sapere che alla fine di questa storia vincerà. Ma col presidente Trump l'America ha intensificato la guerra commerciale, spostandosi sempre più lontano da un compromesso e senza mostrare alcun segno di voler trovare un accordo. Gli ottimisti sperano ancora che quest'aggressione cambierà dopo le elezioni di medio termine all'inizio di novembre, ma l'amministrazione Trump crede alla propria retorica.

Il problema per la Cina è che la sua politica estera è sempre più in contrasto con i suoi obiettivi interni. Vuole darsi una mossa e ciò comporta l'indirizzamento delle risorse per lo sviluppo delle infrastrutture non solo in Cina, ma negli altri Paesi lungo le due vie della seta. Sta inoltre costruendo relazioni commerciali e cooperative con l'Africa, il Medio Oriente e l'America Latina. In breve, vuole fare le scarpe all'America come potenza economica globale dominante.

Gli acquisti previsti di materiali industriali da parte della Cina nei prossimi anni non hanno precedenti e nel medio termine sono destinati a far salire i prezzi delle materie prime e dell'energia. Il boom dei prezzi delle materie prime, che ha avuto un effetto così significativo negli anni '70, è destinato a ripetersi negli anni a venire.

La Cina non può permettersi di aspettare troppo a lungo nel suo piano di sviluppo programmato. Sotto queste pressioni, il cambiamento delle sorti dell'America, con l'aumentare dei tassi d'interesse e l'arrivo di un mercato orso nel mondo finanziario, può solo portare ad una rivalutazione della politica cinese nei confronti dell'America e del dollaro. Una cosa sembra certa, e cioè avrà fine la riapplicazione delle eccedenze di dollari per finanziare il deficit del governo degli Stati Uniti, mettendo ulteriori pressioni sulle finanze dell'America e forse sul dollaro stesso.

Il dollaro uscirà sicuramente indebolito dal suo ruolo sempre minore nel commercio internazionale. Finora i commentatori economici l'hanno liquidato come un fattore insignificante, prevedendo che si tratti di uno sviluppo solo a lunghissimo termine. Ma mentre l'ambiente dei tassi d'interesse cambierà e il governo degli Stati Uniti si troverà ad affrontare difficoltà di finanziamento, il calo del potere d'acquisto del dollaro accelererà. Ci saranno troppi dollari per il loro uso.

La Cina ha già posto le basi per un cambiamento radicale nelle prospettive del dollaro. Dal 1983 la Cina compra oro in quantità abnormi e dal 2002 ha permesso ed incoraggiato anche i suoi cittadini a farlo. La Cina potrebbe ora abbandonare il dollaro e lasciare che il prezzo dell'oro aumenti, compensando le perdite nell'export verso l'America con l'aumento della ricchezza personale dei suoi cittadini.

La Russia, l'altro avversario della guerra fredda odierna, ha fatto passi significativi per proteggersi da una crisi del dollaro, avendo venduto quasi tutti i suoi bond del Tesoro USA e acquistato riserve auree con il ricavato.

In breve, non dovremmo lasciarci ingannarei dalle guerre commerciali e dalla narrativa generalista occidentale secondo cui la Cina è una bolla in procinto di esplodere. Se gli americani si rifiutano di cercare un accordo lavorativo ragionevole con i cinesi, questi ultimi hanno sia i mezzi sia un incentivo ad indebolire il dollaro.



Commodity e oro

L'aggressività dell'America con i dazi e l'effetto sullo yuan stanno indubbiamente mettendo alla prova la pazienza della Cina, ma non ancora da provocare una reazione netta. L'obiettivo della Cina è quello di modernizzare e migliorare la propria infrastruttura e quella dell'intero continente asiatico.

Come abbiamo già notato, la Cina deve acquisire notevoli quantità di materie prime e pagarle in dollari, anche se potrebbero essere pagate in yuan. Quindi è sempre più nel suo interesse vedere lo yuan salire rispetto al dollaro, un risultato che può gestire. Ciò significa prezzi delle materie prime ancora in aumento in termini di dollari, sommati ai quali i dazi di Trump aumenteranno il tasso d'inflazione interna degli Stati Uniti. Pertanto, quando il dollaro perderà il sostegno del carry trade di oggi, l'economia americana rischierà un'accelerazione dell'inflazione dei prezzi, aggravata da una caduta della sua valuta e dall'aumento dei prezzi delle materie prime.

Anche i prezzi del petrolio stanno aumentando, essendo quasi triplicati sin dal 2016. Non siamo ancora in inverno nell'emisfero settentrionale e la domanda sembra destinata ad aumentare. Gli aumenti dei prezzi del petrolio sono stati anche una forza dominante negli anni '70. La lezione di quell'epoca è che gli stati attraverso i loro sistemi bancari hanno tentato di compensare gli effetti dei più alti prezzi dell'energia espandendo la massa monetaria. È difficile sostenere che sarà diverso questa volta. In momenti come questi, l'oro si comporta bene. Se esiste un'ampia stabilità dei prezzi, tende ad essere nel rapporto tra oro e prezzi delle materie prime.

C'è un mito comune secondo cui i tassi d'interesse più alti fanno male all'oro, perché l'aumento dei pagamenti degli interessi sui depositi bancari è visto come un costo d'opportunità crescente per gli investitori in oro. L'errore è considerare l'oro come un investimento, quando è in realtà denaro. In quanto tale, l'oro fisico si deve mettere a confronto col denaro fisico. In ogni caso, con l'oro si può guadagnare interesse se lo si presta, come dimostrato dai tassi di leasing dell'oro nei mercati dei capitali.

Gli anni settanta hanno anche fornito indiscutibili prove del fatto che i prezzi dell'oro sono indipendenti dai tassi d'interesse. Il prezzo in dollari dell'oro alla fine degli anni '60 era ancorato a $35 l'oncia e il tasso dei Fed Funds era al 5%. All'inizio del 1980 l'oro aveva raggiunto il picco a $850 e il FFR era aumentato al 19%. L'evidenza è chiara: le variazioni dei tassi d'interesse non sono correlate alle variazioni del prezzo dell'oro.

La chiave per capire il prezzo dell'oro è comprendere che l'oro è denaro e la sua desiderabilità rispetto ai dollari fiat è decisa da persone e imprese che li valutano.

In fondo, gli stati lo sanno ed è per questo che detengono riserve e cercano di manipolare sia il prezzo che l'opinione pubblica. È per questo che l'oro è diventato un campo di battaglia nella geopolitica tra America e Asia. Ma man mano che i mercati scoprono gli effetti distruttivi dell'aumento dei tassi d'interesse sulle principali economie ed i rischi sistemici che li accompagnano, il prezzo dell'oro misurato in denaro fiat è destinato a salire. Questo è il risultato che i media generalisti riferiranno, quando invece è più preciso dire che è il potere d'acquisto delle valute fiat che scende, misurato in oro.

Per la persona comune la soluzione oggi sembra essere la stessa di oltre quarant'anni fa. Al suo meglio, è aumentato oltre ventiquattro volte. Ammettendo le rime della storia piuttosto che le ripetizioni, la migliore conservazione del capitale è probabilmente solo una forma di denaro: l'oro fisico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Note

[1] McKinsey Global Institute Briefing Note: September 2018. La cifra attuale è una stima dell'Institute of International Finance per il primo trimestre 2018. L'IIF stima anche che il debito del settore finanziario è a $61,000 miliardi.

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giovedì 15 novembre 2018

La miglior difesa contro le molestie sessuali è un libero mercato del lavoro





di Jeffrey Tucker


Lin Farley, la persona che ha coniato l'espressione "molestie sessuali" nel 1975, è oggi profondamente infelice per il movimento a cui ha dato origine. Pensa che sia degenerato.

"All'inizio", scrive, "sembrava che il termine avesse il potenziale per cambiare tutto. Le donne lavoratrici fecero subito loro il mio modo di dire, il quale catturava l'essenza della coercizione sessuale che vivevano quotidianamente".

È vero che dando un nome alla pratica, scrive, le regole della vita aziendale e del governo avrebbero cominciato a cambiare. I programmi di allenamento contro le molestie sessuali sono comuni. Le donne con un certo grado di successo professionale, risorse e altre opzioni, hanno nuovi modi per cercare un risarcimento. La legge è cambiata. Gli avvocati hanno vinto alla grande.

È meno convinta che sia cambiato qualcosa nella pratica per la donna media professionista. Coniare la frase "ha fatto molto meno per incoraggiare le conversazioni che avevo immaginato nel 1975 e che credevo avrebbero aiutato a cambiare la nostra cultura". "Peggio, consente a coloro che sostengono che la cultura e le dinamiche del potere siano cambiate di ricorrere alle nuove regole come prova".



Le leggi non funzionano

Non è certo la prima volta che le nuove leggi non riescono a raggiungere l'effetto sperato. La soluzione che ha proposto? Oltre a raccomandare più chiacchiere, più esposizione, più hashtag #metoo, non sembra averne una, a parte scrivere articoli di opinione furiosi sul New York Times.

Un maggiore coinvolgimento del governo federale significa solo combattere la coercizione con più coercizione, e non è un percorso molto promettente.

La mia proposta alternativa: la migliore difesa possibile contro tutte le forme di sfruttamento sul posto di lavoro, incluso ciò che si presume sia una forma di genere o sessista, è un libero mercato del lavoro. Leggi, mandati e regolamenti che bloccano le persone in particolari posti di lavoro, industrie e percorsi di carriera, rendono i lavoratori più vulnerabili agli abusi da parte dei padroni. Il modo migliore per equiparare il potere tra proprietari/manager e dipendenti è un mercato del lavoro altamente competitivo.

Più ci allontaniamo dal libero mercato, più lo sfruttamento del lavoro è un problema importante.

Specifichiamo qui che non ci sarà mai il nirvana. Questo mondo non sarà mai un luogo di sacralità universale. Troll, cretini e capi sfruttatori saranno sempre con noi. La vera domanda è: come può il potere che le persone cattive hanno sulle persone buone essere ridotto in modo che si traduca nel minor danno possibile per le persone e la società? Come minimo le vittime e le potenziali vittime hanno bisogno di un modo per fuggire. La via di fuga dovrebbe essere ovvia: a basso costo e non dannosa.

Ben oltre il diritto di licenziarsi e trovare un nuovo lavoro. Si tratta di creare un mercato intensamente concorrenziale per il lavoro, in modo tale che i datori di lavoro debbano essere persone decenti per assumere e mantenere lavoratori. Devono comportarsi bene, altrimenti perderanno le persone talentuose a beneficio dei loro concorrenti. Il denaro parla, istruisce e forma le persone per essere migliori. Si tratta di un'economia in cui nessuno è intrappolato o costretto dalla mancanza di opzioni a sopportare il degrado personale.



La via capitalista

Fornire una simile fuga fu fondamentale per la rivoluzione liberale del XVIII secolo: non servitù della gleba, schiavitù, o servitù in generale. Il risultato è stato il capitalismo, l'unico sistema economico ad aver eliminato il ruolo dello sfruttamento nel lavoro e nelle relazioni capitali (Marx aveva capito esattamente il contrario).

Guardate che cosa scrisse Ludwig von Mises nel 1927 sul potere del lavoro contro il potere del capitale in un mercato libero:
In un'impresa privata l'assunzione di lavoratori non è il conferimento di un favore, ma una transazione commerciale da cui entrambe le parti, datore di lavoro e dipendente, beneficiano. Il datore di lavoro deve sforzarsi di pagare i salari corrispondenti in base al lavoro svolto. Se non lo fa, corre il rischio di vedere il lavoratore lasciare il suo impiego per quello offerto da un concorrente e più remunerativo. Il dipendente, per non perdere il lavoro, deve a sua volta sforzarsi di adempiere ai doveri della sua posizione abbastanza bene da meritare il suo salario. Dal momento che l'occupazione non è un favore, ma una transazione commerciale, il dipendente non ha bisogno di temere che possa essere licenziato se finisce per essere antipatico. Poiché l'imprenditore che licenzia, per ragioni di pregiudizio personale, un impiegato utile che vale la pena di pagare, fa male solo a sé stesso e non al lavoratore, il quale può trovare altrove una posizione simile.

Sembra ideale, vero? Esattamente. L'ideale qui sembra fantastico, se dovessimo andare in giro a praticarlo. Mises fa immediatamente riferimento al problema dell'intervento nel libero mercato. Tutti gli interventi creano forme burocratiche di gestione per soppiantare le forze del mercato e ciò riduce i diritti reali del lavoro.

Quali sono gli interventi che hanno ridotto i diritti dei lavoratori e hanno dato ai capi la sensazione di "concedere favori" ai lavoratori? L'elenco è lungo, ma include gli obblighi dell'assistenza sanitaria, le vacanze obbligatorie, i costi della tassazione sul salario, il licenziamento professionale, i salari minimi e la lunga lista di cosiddetti "diritti del lavoro" che si concludono solo con l'intrappolamento dei lavoratori in lavori da cui non possono andare via.

Tutti questi programmi soffocano la concorrenza nel mercato del lavoro. Rendono i lavoratori meno commerciabili e costringono le persone ad aggrapparsi ai posti di lavoro che hanno. Per dirla in modo chiaro: l'Obamacare ha contribuito in maniera massiccia alla promozione delle molestie sessuali.



Tenersi il lavoro

Pensateci: se oggi vorreste licenziarvi, quanto pensate che ci vorrebbe per trovare un altro lavoro? Quanto tempo vi aspetteresti di rimanere senza reddito? In alcuni settori dei servizi, come ristoranti, alberghi e bar, di solito ci vogliono alcune settimane. Ma una volta entrati in posizioni di fascia alta, le cose diventano difficili e possono passare da sei settimane a due mesi per ricoprire un'altra posizione.

Il licenziamento, per tradizione dai tempi antichi, prevede solo due settimane di reddito. Poi c'è l'enorme problema dell'assistenza sanitaria. Il timer scatta subito. Dovrete rivolgervi al cosiddetto "mercato" dominato dall'Obamacare, o pagare una sanzione al governo federale. Quindi potreste dovervi spostare, e sarebbe costoso. Nel frattempo potreste provare a fare diversi colloqui e fare una buona impressione – nonostante siate preda del panico per la vostra vita, lo status sociale e le finanze.

Vedete tutto questo e pensate:
Sì, penso che terrò il mio lavoro attuale. È vero, il mio capo è un idiota. Mi da fastidio e ha tanti difetti. Il mio manager stava facendo vaghe insinuazioni che mi mettevano a disagio. Si arrabbia facilmente solo per mostrare il suo potere. Il mio supervisore sta trollando i miei social media e fa domande personali che non lo riguardano. Ma cosa posso fare? Nessuno vuole trovarsi disoccupato.

Tenersi un lavoro di questo tipo è una delle principali ragioni per cui i capi danno sfoggio di un potere sproporzionato sui lavoratori. È un importante fattore che contribuisce e perpetua lo sfruttamento. Più scelta esiste nel mercato del lavoro, più i lavoratori sono nella posizione di chiedere decenza, rispetto e decoro dalla direzione.



Per favore ritorna

Alcuni anni fa, quando l'economia stava crescendo rapidamente e le aziende erano alla disperata ricerca di lavoratori, ho assistito ad una scena in un minimarket che non dimenticherò mai. Una giovane arrivò in ritardo di alcuni minuti al lavoro. Il capo era furioso con lei e cominciò a urlarle contro, di fronte ai clienti.

Rimase lì a prendersi tutti gli insulti. Quando ebbe finito, si tolse tranquillamente il grembiule e lo mise sul bancone. Disse "arrivederci" e uscì dalla porta principale.

Cosa pensate sia successo dopo? Immediatamente il capo capì quanto fosse stato un idiota. Uscì fuori per fermarla e la pregò di tornare. Non riuscivo a sentire la conversazione, ma sembrava la stesse pregando. Scuse, orari migliori, promesse di non essere più un idiota – non so cosa la convinse precisamente, ma qualunque cosa abbia detto la persuase a tornare a lavorare.

Guardai questa scena con un senso di soggezione. Ecco, l'immagine di un ideale! Il contratto di lavoro è uno scambio in cui entrambe le parti beneficiano. Se una parte vuole andarsene, l'accordo è finito. Nessuno viene mai danneggiato. Nessuno viene mai umiliato. Nessuno dovrebbe mai dover affrontare il problema di fornire qualsiasi tipo di servizio che non è nel contratto. Equità, decenza e valori umani vincono.

Un libero mercato significa progresso verso la fine di tutte le forme di sfruttamento, tra cui le molestie sessuali, l'indecenza, il contatto inappropriato, il casting sui divani, i pranzi che durano troppo a lungo e diventano troppo intimi, le comunicazioni personali a tarda notte, gli interrogatori invasivi sulle vite personali, le intimidazioni sottili o non sottili, o qualsiasi altra forma di imposizione. La via per la pace e la dignità umana è la stessa qui come altrove: rendere tutte le cose volontarie.

Dite che questo non metterà finalmente fine al problema? È probabile, ma ci darà il miglior modo possibile per migliorare la nostra vita e diminuire la sofferenza umana. Questo è più di quanto possano ottenere leggi, opinioni, vergogna o speranze varie, affinché l'umanità possa migliorare da sola.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/