martedì 19 marzo 2019

No, i robot non soverchieranno gli esseri umani

L'emancipazione dai lavori usuranti procede a passi spediti. In questo modo figure professionali come i cosiddetti biker del food delivery potranno guardarsi intorno e cercare una nuova occupazione, migliore di quella finora svolta e per cui si sono tanto lamentati con lo stato. Tecnologia e progresso renderanno obsolete quelle professioni che richiedevano più tempo per essere portate a compimento con una resa inferiore a quella potenziale che può essere raggiunta con l'apporto di un miglioramento tecnologico. Lungi dall'essere raggiunto in ambienti socialisti, è sempre il libero mercato l'ecosistema che produce questi cambiamenti ottimali. L'unico neo in questo contesto è il ruolo della scuola pubblica, la quale sta progressivamente uccidendo la creatività dei ragazzini. Sin dagli anni '90 la chiave per trovare nuove nicchie di lavoro è in costante declino negli USA, ad esempio, e la creatività non è qualcosa che può essere "insegnata". Per competere con i robot abbiamo bisogno di un modello educativo che alimenti l'immaginazione e l'ingegno umano. La scuola dell'obbligo non è attrezzata per farlo, solo i modelli di apprendimento alternativi a quelli convenzionali lo sono.
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di Robert P. Murphy


Un numero crescente di ottimisti nei confronti della tecnologia sostiene ormai che l'intelligenza artificiale avrà un ruolo sempre più importante, sia nel governo sia nel mercato. Gli scettici temono che per quanto possa essere ben programmata, potrebbe finire per spodestare gli umani e conquistare le nostre istituzioni. Come vedremo, gli scettici trarrebbero beneficio da una migliore comprensione della teoria economica di base.

L'ottimista Vitalik Buterin, co-fondatore della rivista Bitcoin Magazine, ci chiede di immaginare "un servizio decentralizzato di cloud computing auto-replicante" che "inizierebbe a gestire un'attività automatizzata su un server privato virtuale, e una volta aumentati i suoi profitti noleggerebbe altri server e installerebbe il proprio software su di essi, aggiungendoli alla sua rete"("DAOs, DACs, DAs and More: An Incomplete Terminology Guide").


L'economia può cadere in un ciclo infinito?

In un post intitolato "Ascended Economy?", il blogger Scott Alexander si preoccupa che in condizioni come quelle descritte da Buterin, gli umani potrebbero alla fine ritrovarsi in quella che chiama "un'economia in ascesa", dove "l'attività economica si allontanerà sempre di più dal controllo umano fino a che alla fine non ci sarà alcuna relazione."

Le preoccupazioni di Alexander sono plausibili, ma una volta che introduciamo la teoria del valore soggettivo, specialmente nella tradizione Austriaca, scopriamo che non comprende minimamente come funziona il sistema profitti/perdite.

Alexander chiede innanzitutto al lettore di immaginare un'azienda che fa affidamento su un inventore umano per sviluppare batterie per auto elettriche, dove l'inventore ha l'obiettivo di aiutare altri umani. In seguito offre un esempio specifico di un'azienda di robot minerari che acquista "un input (acciaio) e produce un output (robot-minerario), che venderebbe sia per soldi che per acciaio". Poi ci chiede di immaginare una società mineraria che prende "un input (robot-minerario) e produce un output (acciaio)".

La preoccupazione è che l'economia potrebbe anche accidentalmente produrre un ciclo di feedback come questo, in cui non è coinvolto nessun essere umano, eppure le due operazioni "finiscono per affiancare l'universo con acciaio e robot minerari senza preoccuparsi che nessuno lo voglia".


Rompere le leggi della realtà

Questo è uno scenario intrigante, ma alla fine non ha senso. Non è realistico affermare che non vi siano input estranei o "perdite" nell'operazione, come se un robot e un'unità di acciaio possano perpetuamente produrre campioni fisici identici. Per prima cosa, ciò violerebbe le leggi della termodinamica.

Ma violerebbe anche le leggi dell'economia. L'unico modo in cui entrambe le attività potrebbero rimanere in piedi è se l'unità di acciaio avesse lo stesso valore di mercato di un robot, ora e per sempre. Ma questo implicherebbe che il rendimento nominale di questo settore sia zero. In altre parole, implicherebbe che un'unità di acciaio oggi abbia lo stesso valore di mercato di un'unità di acciaio da consegnare tra 10, 20 e 30 anni, il che sarebbe una straordinaria coincidenza soprattutto alla luce del fatto di tassi d'interesse positivi (a lungo termine).


Non dimenticate i diritti di proprietà

Eppure questi sono semplici cavilli. La vera difficoltà è che Alexander ha implicitamente presunto che le miniere di ferro (è così che si produce acciaio) non siano possedute, o siano possedute in una delle due operazioni nel ciclo. Non c'è pericolo che un robot "fuori controllo" crei migliaia di miliardi di copie di sé stesso senza l'approvazione umana, se gli umani possiedono le materie prime.

Infine, anche se i robot potessero in qualche modo moltiplicarsi solo manipolando la materia già all'interno del loro controllo, il problema sarebbe che i diritti di proprietà sono stati spiegati male. Se infastidisse gli umani sapere che il sistema solare si sta riempiendo di robot, assegnare diritti di proprietà ai vari segmenti di spazio sarebbe la soluzione.

In questo contesto, le preoccupazioni di Alexander non hanno nulla a che fare con l'impresa privata, e invece sono analoghe a qualcuno preoccupato di pascolare il bestiame nelle terre pubbliche.


Soggettività umana

Oltre a rispondere alla particolare illustrazione di Alexander, più in generale possiamo dire che la teoria soggettiva del valore mostra che i prezzi di mercato possono essere ricondotti al cliente finale. Ad esempio, l'approccio moderno, ovvero l'approccio che Carl Menger ha introdotto nei suo Principles of Economics (1871), afferma che le persone pagano determinate somme per le bottiglie di vino a causa dell'utilità marginale derivante dal loro consumo.

Una volta noti i prezzi delle bottiglie di vino, gli imprenditori possono effettuare calcoli economici e determinare quanto sarebbero disposti a pagare per i fattori necessari alla produzione di bottiglie di vino. Il fatto che i bevitori di vino (umani) offrano banconote da un dollaro per bottiglie di varia qualità, induce gli imbottigliatori ad offrire banconote da un dollaro per assumere lavoratori, comprare uva, costruire fabbriche per produrre bottiglie, ecc.

Per riassumere la questione: secondo il vecchio approccio classico, diremmo che una bottiglia di vino costa perché bisogna coprire i costi che servono per coltivare l'uva. Invece secondo l'approccio soggettivo, diciamo che i terreni arabili costano perché possono essere usati per produrre uva, che a sua volta ha un prezzo elevato perché può essere usata per produrre bottiglie di vino valutate soggettivamente dai clienti finali.

Sebbene gli economisti Austriaci come Mises si concentrassero esplicitamente sul fatto che i consumatori fossero i migliori intermediari del potere economico, potrebbe essere tecnicamente più accurato riferirsi a loro come clienti. La parola "consumatore" trasmette la connotazione che il prodotto o il servizio serva per un obiettivo personale, e questo non è sempre vero.

Come argomentato in modo eccellente in The Voluntary City: Choice, Community, and Civil Society (2009), una società volontaria non si baserà esclusivamente su organizzazioni a scopo di lucro. I fan del libero mercato sbagliano se dicono che non ci sarà alcun ruolo per enti di beneficenza, fondazioni, o entità religiose in un mondo di laissez-faire. Al contrario, senza mandati paternalistici e schemi di pagamento imposti da uno stato coercitivo, la società avrebbe bisogno di tali operazioni volontarie ma non commerciali. Eppure queste istituzioni sarebbero ancora incorporate nel più ampio nesso tra diritti di proprietà e prezzi monetari, e avrebbero comunque bisogno di rispondere ai valori dei loro clienti (contribuenti) paganti.

Abbiamo visto, quindi, che le preoccupazioni di Scott Alexander sono infondate. Finché esistono diritti di proprietà ben definiti, ogni operazione, controllata da una mente umana o da un algoritmo informatico, deve superare il test profitti/perdite. Questo benchmark lega in definitiva l'azienda ai giudizi di valore dei clienti ed è il modo del mercato di determinare se le risorse vengono utilizzate in modo efficiente. I tentativi di Alexander di interrompere l'influenza umana, o trarre beneficio da cicli chiusi di operazioni automatizzate, non funzionano. Le sole risorse che le macchine controllerebbero sarebbero quelle acquisite fornendo beni e servizi ai proprietari (umani) originali.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


lunedì 18 marzo 2019

Perché il lungo regno di Facebook è destinato a finire





di Brittany Hunter


Negli ultimi anni Facebook è passato dal facilitare il libero flusso di informazioni ad inibirlo attraverso censure incrementali e purghe di account. Ciò che è iniziato con il bando di Alex Jones la scorsa estate ha subito un'escalation con l'espulsione di centinaia di pagine, ciascuna di natura politica. E poiché sempre più persone diffidano delle motivazioni della piattaforma, una cosa è assolutamente certa: abbiamo bisogno di una maggiore competizione di mercato nel regno dei social media.

Facebook potrebbe sembrare troppo grande per fallire, ma state sicuri che non lo è. A meno che non sia protetto da un monopolio statale, ogni singolo prodotto e servizio è vulnerabile alle forze del mercato, anche a quelli considerati troppo potenti. Solo pochi mesi fa Sears, un tempo potente, ha presentato istanza di fallimento e ha deciso di chiudere 142 dei suoi grandi magazzini. Non è passato molto tempo da quando Blockbuster Video ha annunciato la sua chiusura. Queste istituzioni erano al vertice del loro settore ad un certo punto, ma ognuna non era in grado di soddisfare i propri clienti come una volta. Entrambi sono stati inevitabilmente sostituiti da servizi migliori come Amazon Prime e Netflix.

Facebook potrebbe sembrare diverso dalle altre entità di mercato, poiché tecnicamente non vende nulla alla maggior parte dei suoi utenti. Ma proprio come Sears e Blockbuster, il suo successo dipende dalla sua capacità di attrarre e mantenere i propri clienti. E sulla scia delle recenti epurazioni, e delle recenti violazioni della sicurezza, è del tutto possibile che, come Myspace e Friendster, Facebook non vivrà a lungo in questo mondo.



La situazione

Quando è stato annunciato che Facebook, YouTube, iTunes e infine Twitter avrebbero bandito gli account associati ad Alex Jones, ciò ha suscitato reazioni contrastanti da parte della popolazione. Da un lato Alex Jones è tristemente noto per aver costruito la sua carriera come istigatore e "troll", rendendolo un personaggio alquanto antipatico agli occhi della maggior parte del pubblico americano. Dall'altra parte la censura di Jones è preoccupante, poiché minaccia il futuro dei media indipendenti. Dopotutto, se questo può accadere a Jones, chi sarà il prossimo?

A dire il vero, Facebook è di proprietà privata ed è autorizzato a curare i propri contenuti come meglio crede. Tuttavia solo perché qualcuno può fare qualcosa non significa necessariamente che dovrebbe. E sicuramente non significa che, in quanto utenti di questa piattaforma, non dovremmo esprimere le nostre preoccupazioni.

Mentre l'estate finiva, i media indipendenti trattenevano il fiato in attesa di vedere come la decisione su "Jones" avrebbe avuto un impatto sui loro account.

Qualche mese fa la situazione è diventata concitata quando Facebook ha compiuto un ulteriore passo avanti e ha annunciato che avrebbe cancellato quasi 800 pagine che violavano i suoi termini di servizio. In particolare, queste pagine sono state accusate di "spamming", sebbene Facebook non abbia chiarito la natura di tale parola.

Tuttavia resta il fatto che molte delle pagine cancellate erano di destra e libertarie, portando molti a presumere che queste epurazioni fossero motivate dal punto di vista politico. E viste le precedenti accuse rivolte a Facebook per quanto riguarda la soppressione dei collegamenti e delle notizie di tendenza conservatrici, queste ipotesi non sembravano fuorvianti, anche se Zuckerberg ha affermato che il contenuto non era un fattore determinante.

Carey Wedler, redattore capo di Anti-Media, una piattaforma di notizie indipendente che da poco ha visto cancellata la sua pagina Facebook, ha dichiarato al FEE:
Secondo Facebook non siamo stati sospesi per i nostri contenuti, ma per "spamming" ed uso di pratiche "ingannevoli"; resta il fatto che non abbiamo mai impiegato questi sotterfugi e altre grandi pagine che impiegano strategie di post come la nostra, come Occupy Democrats (noto anche per condividere notizie false), non sono state rimosse. Curiosamente, a luglio, Facebook ci ha assegnato un rappresentante per aiutarci a gestire la nostra pagina. A settembre ci hanno anche dato $500 in pubblicità gratuita per aumentare i nostri contenuti, e queste azioni sembrano implicare che non avessero problemi con i nostri contenuti o le nostre pratiche.

La vicinanza delle epurazioni alle elezioni di medio termine era sospetta, ciononostante Facebook sostiene che la sua decisione di cancellare questi account era esclusivamente il risultato di violazioni in fatto di spam e non a causa del contenuto effettivo della pagina. Ciò ha permesso a Zuckerberg di sostenere con fermezza che Facebook non stava praticando la censura, ma stava semplicemente rafforzando le politiche già esistenti nei termini di servizio dell'utente.

Tuttavia qualche mese fa il popolare account libertario, "Liberty Memes", ha visto cancellata la sua pagina Facebook, aggiungendo più benzina al fuoco. A differenza delle altre epurazioni, Liberty Memes non è stato cancellato con il pretesto dello spam: Facebook ha ammesso apertamente che la pagina veniva cancellata a causa del suo contenuto.

Nell'era digitale è altamente probabile che ad un certo punto entrerete in contatto con contenuti che riterrete offensivi, o presumibilmente falsi. Mentre il contenuto offensivo può semplicemente essere ignorato, ogni individuo dovrebbe essere responsabile di determinare se le informazioni a cui viene esposto siano o meno credibili. Ma con l'isterismo derivato dalle cosiddette "fake news", Facebook si è assunto il compito di proteggere i suoi utenti da contenuti potenzialmente fuorvianti o addirittura offensivi. E anche se queste decisioni sono state prese nel tentativo di placare quegli utenti che vorrebbero vedere represso tutto il pensiero opposto al loro, ciò potrebbe inevitabilmente ritorcersi contro la compagnia.

Facebook non è andato tanto bene negli ultimi anni. Oltre ad essere stato incolpato sia per la soppressione dei valori conservatori che per l'elezione di Trump, il popolare sito di social media ha anche compromesso i dati dei suoi utenti in più di un'occasione. Infatti solo pochi mesi fa Zuckerberg si è ritrovato a testimoniare di fronte al Congresso. E dal punto di vista degli affari, le quote di mercato sono crollate del 7,5% nel corso dell'anno.

Nell'ultimo anno anche l'uso di Facebook è diminuito e oltre il 44% dei giovani utenti ha ammesso di aver eliminato completamente l'app dai propri telefoni. I giovani affollano siti come Snapchat, Instagram, YouTube e Twitter. E senza questa folla, Facebook potrebbe presto ritrovarsi nella disperazione di dover attirare utenti.

Come scritto su INC:
Recenti scoperte chiariscono che nell'ultimo anno un numero elevato di utenti ha cambiato il proprio rapporto con Facebook, a seguito degli scandali riguardo la privacy e la sicurezza dell'azienda. Con gli effetti a catena che si sentono ancora, più di sei mesi dopo Cambridge Analytica, è improbabile che la migrazione dall'app possa rallentare nel breve termine.

Quindi cosa significa questo per quelli di noi che sono insoddisfatti del comportamento di Zuckerberg e Facebook? Significa che la situazione è matura affinché nuove piattaforme prendano il suo posto.



Far seguire i fatti alle parole

Votare con i nostri dollari è una delle azioni più potenti che possiamo prendere come consumatori. Anche se le iscrizioni a Facebook non si pagano, ogni volta che effettuiamo l'accesso al sito e ci impegniamo attivamente con altri utenti, votiamo a favore della società. E molti di noi si sentono come se non avessero altra scelta.

Come scrittrice, sono la prima ad ammettere che personalmente mi affido a Facebook come mezzo per condividere il mio lavoro con gli altri. Infatti il pensiero di cancellare il mio account mi riempie di disagio. Dopotutto, se non sono su Facebook, come posso rimanere connessa con tutti i miei contatti in tutto il mondo? E poiché molti di noi sono così riluttanti a lasciarlo, Facebook ha mantenuto il suo potere nello spazio dei social media. Ma questa situazione può cambiare facilmente.

C'è un equivoco sul fatto che il processo di mercato sia passivo, visto che in realtà è vero il contrario. Affinché il mercato funzioni, i consumatori devono votare con i loro piedi e il loro denaro per sostenere i marchi ed i prodotti che preferiscono. Se un'azienda fa qualcosa contro cui un consumatore si oppone, il consumatore può decidere di portare la propria attività altrove o, in condizioni estreme, portare avanti proteste e boicottaggi come abbiamo visto di recente con marchi come Nike. I consumatori possono causare danni finanziari a queste aziende, devono solo scegliere di utilizzare questo potere.

Viviamo in un'era di confusione. Solo pochi anni fa era ritenuto impossibile che Bitcoin ed altre criptovalute potessero competere con le valute fiat. E mentre siamo ancora lontani da una vera e propria rivoluzione monetaria, le criptovalute si sono dimostrate una forza da non sottovalutare nel mondo della finanza. Se qualcuno ha qualche dubbio su questo, basta vedere quanti governi ed economisti keynesiani temono la sua adozione diffusa.

Nei primi giorni di Bitcoin, gli utenti erano in numero ridotto poiché la rete era ancora agli inizi e aveva bisogno di crescere. Ma negli ultimi due anni sempre più utenti si sono avvicinati al mondo delle criptovalute dopo essere stati disincantati dalle istituzioni finanziarie centralizzate. E Facebook non può far altro che seguire ciò che vuole il mercato. Inoltre molte delle alternative a Facebook utilizzano la tecnologia blockchain.

Minds, Telegram, Steemit, Mastadon e altre società di social media si affidano alla blockchain non solo per mantenere sicuri i dati degli utenti, ma anche per mantenere le reti decentralizzate e salvaguardate contro lo stesso tipo di censura che abbiamo visto su Facebook. Ma affinché una di queste piattaforme possa decollare, avrà bisogno di utenti disposti a costruire un social network che abbia imparato dagli errori dei suoi predecessori.

Sears e Blockbuster sono crollati perché nessuno dei due è stato in grado di adattarsi alla sua base di consumatori. Facebook spesso è andato contro i desideri e le esigenze dei suoi utenti e sta iniziando ad affrontarne le conseguenze.

Come dice Wedler:
Proprio come le persone di tutto lo spettro politico sono stufe del sistema attuale, così anche gli utenti dei social media sono frustrati dalle piattaforme principali che attualmente dominano il mercato. In entrambi i casi non solo sembra ovvio, ma anche vitale, che invece di tollerare gli attuali paradigmi, gli individui debbano agire concretamente per far conoscere le loro preferenze. Per quanto riguarda i social media, se un numero sufficiente di persone fa seguire i fatti alle parole, c'è un enorme potenziale per innescare un esodo verso piattaforme che meglio rispondono alle loro richieste ed aspettative.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


venerdì 15 marzo 2019

Tutti amano le illusioni... almeno finché durano





di Francesco Simoncelli


Chi cade vittima di un'illusione? Coloro che vogliono che una cosa vada a tutti i costi come si prefigurano. In questo modo è facile far credere a questo tipo di individui cose che non stanno né in cielo né in terra, perché si propone loro uno scambio: la realtà per una promessa futura. Nel frattempo, prima che questa promessa futura possa finalmente avverarsi, c'è bisogno di mettere da parte la realtà e perseguire un percorso che apparentemente non dà frutti. Ma si suppone che questo sacrificio possa valerne la pena. Si suppone che rinunciare ad un qualcosa oggi per ritrovarsi qualcos'altro di migliore domani possa ricompensare l'attesa. Potremmo chiamarlo, finanziare un'illusione. I pianificatori centrali questo chiedono e giocando sulla plausibilità raggirano gli individui, facendo credere loro alla possibilità che esista un regno nello scibile umano in cui con un dito un gruppo ristretto di persone è in grado di direzionare un'economia. Attenzione a non confondere il finanziare un sogno col finanziare un'illusione: il primo richiede una visione chiara e precisa di cosa si vuole creare; mentre il secondo è uno Schema di Ponzi. Ecco perché le illusioni si lasciano amare, perché non si sa mai quando uscirvi in tempo e questo significa rimanere col cerino in mano una volta che cadono a pezzi.



ALL'ORIGINE DELL'ILLUSIONE

Nel nostro caso, quali sono queste illusioni e perché non si sa quando uscirne in tempo? Partiamo da quest'ultimo punto e la risposta è la seguente: perché non si ha la metodologia adatta per sondare la realtà che ci circonda. La deduzione, la logica, il pensiero critico, tutti questi strumenti non fanno parte dell'attuale bagaglio epistemologico della maggior parte degli individui. Essi sarebbero invece molto utili per dirimere quelle situazioni che rappresentano per noi un punto interrogativo. E sto parlando di una qualsiasi situazione. La Scuola Austriaca ci fornisce la sintesi di questi strumenti: la prasseologia, ovvero lo studio dell'azione umana. Da un "semplice" assioma siamo in grado di dedurre logicamente il corpo di regole del mondo economico. Ma questa metodologia non si ferma alla sfera economica, perché possiamo traslarla al resto delle conoscenze umane, aprendo un mondo totalmente diverso da quello che credevamo possibile.

Infatti il ragionamento logico non è altro che la ragion pura presente nel nostro intelletto che cerca disperatamente di dedurre la fenomenologia che la realtà mette al vaglio della nostra esperienza. Si viene a creare uno scontro turbolento in cui ragion pratica e ragion pura si mescolano e, se l'individuo perisce sotto i colpi dell'una o dell'altra, non farà altro che cadere vittima di una illusione spacciata da chicchessia. Deve invece trovare la chiave di volta nello scontro affinché emerga la ragion pratica pura, ovvero, l'epistemologia attraverso la quale arrivare ad una sintesi perfetta dei fenomeni a cui è sottoposto.

Ciò crea una visione delle cose chiara, nitida e netta, in modo che nessun agente malevolo possa insidiare gli strumenti di cui si dispone per sovvertire la realtà e far credere una cosa per un'altra. Il pensiero critico, l'epistemologia dell'azione umana, rifiuta l'ipse dixit e trasforma il ragionamento logico in una fucina di deduzioni che portano l'individuo a trarre conclusioni in linea con la natura dei fenomeni che si presentano alla corte della sua esperienza. Niente più fake news, niente più dissonanze cognitive, ma solo la ragione e la logica. La prasseologia non fa altro che suggerire il punto di partenza: l'azione umana. In sostanza, gli individui utilizzano questo principio apodittico per lenire uno stato di insoddisfazione: agire significa passare da uno stato di quiete ad uno stato in cui si arriva ad uno stato di maggiore soddisfazione. Ogni azione ha un costo di opportunità: ovvero, riconoscendo che viviamo in un mondo in cui la scarsità è protagonista, dobbiamo ottimizzare le nostre scelte per trovare il miglior uso alle risorse che utilizziamo.

Qui è dove ha origine una delle più potenti illusioni spacciate al giorno d'oggi: la scarsità è ignorabile. Se fosse vero, allora l'URSS sarebbe ancora in piedi. Da questa semplice plausibilità si originano a catena una serie di altre illusioni che intorbidiscono il pensiero critico degli individui che non si preoccupano dell'epistemologia. Immaginate la Terra, con tutte le sue risorse animate e inanimate, come un gigantesco inventario. Il modo migliore per allocare il lavoro e le risorse per soddisfare al meglio i desideri e le esigenze della popolazione umana? Coordinare la produzione e la logistica anche per un singolo bene di consumo (come una matita) può essere incomprensibile per qualsiasi individuo o gruppo di individui. Quali beni di consumo dovrebbero essere prodotti? Come dovremmo produrli? Come dovremmo produrre i beni capitali necessari per produrre beni di consumo? In che qualità e quantità? Quando aggiornare il processo? Quando abbandonare i progetti obsoleti e virare su altri percorsi?

L'economia è così dinamica e complessa che gestirla centralmente, come prescrive il socialismo, è fondamentalmente al di là delle capacità di qualsiasi gruppo di persone, non importa quanto intelligenti o ben intenzionate. Fortunatamente esiste una soluzione decentralizzata. I produttori e gli imprenditori rispondono agli incentivi del profitto, i quali sono una funzione dei prezzi. Questo in genere crea un fortunato allineamento nell'interesse. L'intensità della domanda e le circostanze dell'offerta si manifestano nei prezzi, di conseguenza i valori soggettivi vengono convertiti nei dettagli oggettivi richiesti per un'allocazione coerente delle risorse. Pertanto non è necessario pianificare la totalità dell'economia, ma determinare solo il modo migliore per eseguire un piccolo gruppo di attività localizzate utilizzando i prezzi come guida.

La cooperazione spontanea che deriva da questo sistema consente di allocare le risorse in modo più efficiente rispetto a qualsiasi alternativa. Ma ecco che entra in gioco la plausibilità, poiché gli spacciatori di illusioni dicono che ormai nel XXI secolo la scarsità è stata debellata, mentre invece il vero problema è la distribuzione. Sebbene questi due temi non siano indipendenti, la plausibilità scardina apparentemente la loro interdipendenza e consegna le chiavi di quello che era un processo senza controllo centrale ad un gruppo presumibilmente onnisciente di persone. Strutturando la plausibilità con altri elementi a sostegno (in modo da seppellire sotto di essi il cuore dell'illusione), come l'avanzamento tecnologico ad esempio, si pretende di creare un sistema economico in cui un'economia mista diventa l'elemento motore della prosperità. Non solo, ma che sia addirittura in grado di debellare per sempre i cicli economici.

Man mano che l'illusione cresce e procede di contraddizioni in contraddizioni, l'economia di mercato viene sempre più ostacolata.



L'ILLUSIONE SI SVILUPPA

Nel corso della storia economica abbiamo avuto diverse prove empiriche di come questo ragionamento sia fondato e dimostrato nella realtà. Anni fa, prima dell'era "Bernanke ha tutte le risposte", molti criticarono il Giappone per non essere riuscito a risolvere i suoi problemi. Molti pensavano che il Giappone avrebbe dovuto affrontare il casino che aveva creato e fare la cosa giusta. Era ampiamente accettato il concetto che solo lasciando fallire le banche e le industrie zombi, il Giappone avrebbe potuto ripulire il sistema e andare avanti. Invece il governo del Giappone ha fatto enormi deficit e ha accumulato ingenti debiti. Per decenni il Giappone ha evitato il disastro solo perché ha goduto di un grande surplus commerciale anno dopo anno. Oggi gran parte di quel surplus commerciale è svanito, ma permane il massiccio debito del Giappone.

Il Giappone è la prova vivente che i tassi d'interesse soppressi non garantiscono la crescita economica e la prosperità. Dopo il 2008 il Giappone ha deciso di mettersi a capo di un esperimento per stimolare la sua economia: la BOJ non solo ha espanso il proprio bilancio, ma ha gonfiato i mercati entrando pesantemente nel settore degli ETF, senza che il Paese facesse passi in avanti verso una riforma economica. Tutto ciò si è trasformato in un programma che serve a fare "tutto ciò che serve" per far barcollare in avanti l'economia.



Inutile dire che nel corso degli anni queste policy hanno fortemente distorto i prezzi delle azioni e le valutazioni. Per mantenere viva l'illusione, le banche centrali devono continuare ad espandere il credito e il debito in modo che l'economia non esca dai binari. Sarebbe piuttosto difficile vendere l'illusione se disoccupazione ed insolvenze salissero alle stelle. Ciò significa che le banche centrali rimangono intrappolate in una trappola costruita da loro stesse. Il mondo intero è su un percorso che rispecchia lo stesso percorso fallimentare intrapreso dal Giappone da quando la sua economia è andata in crash decenni fa. È un percorso che evita riforme reali e mette in pericolo le stesse persone che hanno causato molti dei nostri problemi. Non stiamo creando crescita reale della produttività o ricchezza reale, ma semplicemente aumentando il valore di determinati mercati e asset. Ciò avvantaggia coloro che possiedono tali asset e danneggia i poveri o coloro che non hanno nulla. Infatti fin dai tempi della Grande Recessione nel 2009, l'America ha vissuto uno dei più potenti boom della sua storia. La ricchezza delle famiglie è aumentata di circa $46.000 miliardi, o dell'83%, fino a raggiungere un massimo storico di $100.800 miliardi. Ma suddetto boom nella ricchezza in America è artificiale e si sta dirigendo verso un bust.

Il grafico qui sotto mette a confronto la ricchezza delle famiglie degli Stati Uniti (linea blu) con l'economia sottostante, o il PIL, (linea arancione). Se si fosse trattata di una crescita organica e sostenibile, la ricchezza delle famiglie sarebbe andata di pari passo col PIL. A partire dalla fine degli anni '90, la ricchezza delle famiglie si è disgiunta dal PIL in quanto la bolla dotcom ha contribuito a gonfiare i portafogli americani fino a quando non è scoppiata nei primi anni del 2000. A metà degli anni 2000 la bolla immobiliare degli Stati Uniti ha rafforzato la ricchezza delle famiglie fino al disastro del 2008. Ora eccoci nel 2019 e il divario tra la ricchezza delle famiglie e l'economia sottostante non è mai stato tanto grande. Questo gap senza precedenti significa che la prossima inversione sarà peggiore delle ultime due.


Tracciare la ricchezza delle famiglie degli Stati Uniti in percentuale del PIL è un altro modo di visualizzare la bolla: dal 1951 ai primi anni '90 la ricchezza delle famiglie ha avuto una media del 379% del PIL, mentre durante la bolla dotcom ha raggiunto il picco del 429%; il picco successivo è stato raggiunto durante la bolla immobiliare al 473% e attualmente siamo al 505% del PIL. Quando la bolla attuale scoppierà, la ricchezza delle famiglie potrebbe persino scendere al di sotto della media storica in reazione a come è salita negli ultimi decenni.


Negli anni successivi alla Grande Recessione c'è stato un'incredibile fermento per il divario crescente nella ricchezza e la disuguaglianza di reddito. Qui ci sono alcune statistiche che mostrano quanto sia ampio tale divario: l'1% superiore dei percettori di reddito negli Stati Uniti possiede il 35,5% della ricchezza privata del Paese, il 10% superiore possiede il 75% della ricchezza, il 20% superiore possiede l'87% della ricchezza, mentre il 50% in basso possiede solo l'1,1% della ricchezza totale. I media generalisti parlano di un problema inerente al capitalismo stesso e che l'unica soluzione sia una maggiore regolamentazione dell'economia, l'aumento delle tasse per i ricchi e così via. Questa narrativa è falsa, perché ignora del tutto il ruolo della Federal Reserve nel creare inflazione e le bolle negli asset che avvantaggiano i ricchi rispetto ai poveri.

I ricchi possiedono una quantità sproporzionata di asset come azioni, obbligazioni e immobili, la classe media è spesso ricca in immobili e povera di asset, mentre i poveri in genere affittano le loro case e hanno pochi asset. Quando la Federal Reserve crea una bolla negli asset, o gonfia il valore della ricchezza delle famiglie, i ricchi vedono la maggior parte dei guadagni (anche se solo sulla carta) mentre la classe media ed i poveri ne vedono molto pochi.

Nel caso dell'attuale boom della ricchezza delle famiglie, si tratta in realtà di una bolla insostenibile che scoppierà piuttosto che un permanente aumento della ricchezza. E quando accadrà, la disuguaglianza di ricchezza si ridurrà, poiché i prezzi gonfiati degli asset torneranno a livelli reali. Sostenere la crescita economica attraverso l'aumento dei livelli di debito avrebbe senso solo se "la crescita a tutti i costi" avvantaggiasse in modo uniforme tutti i cittadini, ma non è così. C'è una grande differenza tra crescita e prosperità. Inoltre una politica inflazionistica che mira a ridurre al minimo l'onere del debito e allo stesso tempo aggravare la crescita di tali oneri, penalizzerà seriamente la stabilità economica e sociale globale.



L'ILLUSIONE PORTATA AVANTI AD OGNI COSTO

E la situazione non è migliore in Europa, I cinque paesi dell'UE con il rapporto debito/PIL più alto nel terzo trimestre del 2018 sono stati Grecia, Italia, Portogallo, Belgio e Spagna. Il debito totale della Grecia è di circa il 182,2% del PIL e quello dell'Italia è del 133%. Anche se economie giganti come Stati Uniti e Giappone hanno fatto debiti enormi per anni, è ancora da vedere che cosa attende dall'altra parte del tunnel. La recente agenda politica italiana per alzare il deficit di bilancio al 2,4% per i prossimi tre anni è stata ridimensionata dall'UE. Un Paese che si sta già trascinando dietro enormi debiti e cerca di raccogliere nuovi fondi aumentando i deficit, è simile al sonnambulismo in una strada trafficata. Il rallentamento della crescita economica unito alle opzioni d'investimento a rendimenti ridicoli stanno trascinando queste economie indebitate verso l'insolvenza e un'altra recessione globale.

Fonte: OCSE

Molte persone pensano che l'idea di questo massiccio finanziamento del debito sia il punto al cuore dell'economia keynesiana. Keynes propose la spesa in deficit in periodi di recessione e depressione. L'idea era che l'investimento effettuato dallo stato avrebbe generato maggiori opportunità di impiego e avrebbe rinsaldato la fiducia delle imprese. Pensava che questo avrebbe dato una spinta all'attività economica, il che avrebbe aiutato le economie in difficoltà a riprendersi gradualmente dalla depressione. Il modello keynesiano è stato testato durante la Grande Depressione, quando venne utilizzata una grande spesa in deficit per contrastare la contrazione economica. Sebbene l'esperimento keynesiano non fosse esattamente un successo (la depressione durò 10 anni), i media generalisti spacciarono la storiella che questa spesa in deficit "salvò il capitalismo da sé stesso". Da allora molti economisti hanno favorito il finanziamento del deficit per stimolare l'attività economica.

In sostanza, venne rinforzata e gonfiata oltremodo l'illusione che una pianificazione centrale dell'economia era quello che ci serviva per scardinare e debellare per sempre le crisi. C'era bisogno di una giustificazione affinché tale illusione potesse essere portata avanti senza destare sospetti di fallimento tra gli attori economici. Quelle a cui assistiamo oggi sono le disastrose ed aberranti conseguenze di quella giustificazione. Keynes, infatti, non ha mai sostenuto il finanziamento a lungo termine del deficit. Secondo lui gli stati dovevano creare "abbastanza" surplus nei periodi di prosperità da utilizzare poi durante i periodi di difficoltà. Questa idea è stata tranquillamente ignorata dalle economie sviluppate che hanno fatto ricorso al finanziamento ininterrotto del deficit per stimolare la crescita economica.

La domanda ora è: tale strategia ha spianato la strada alla prosperità? Uno sguardo ravvicinato alle statistiche chiave suggerisce di no. Ad esempio, i tassi di disoccupazione sono ancora molto elevati nella maggior parte delle economie europee fortemente indebitate. Nonostante la ricorrente assistenza monetaria e il sostegno politico, la creazione di posti di lavoro è debole, implicando (ovviamente) che il finanziamento del debito è canalizzato verso attività non produttive.

Fonte: OCSE

Il deficit rappresenta una spesa in eccesso rispetto alle tasse e richiede di essere finanziato. Se il governo emette obbligazioni, la misura in cui sono sottoscritte (es. investitori privati, fondi pensione, assicurazioni, ecc.) non rappresenta un finanziamento inflazionistico, ma semplicemente dirottamento delle risorse di capitale da altri investimenti più produttivi. Se lo stato emette obbligazioni ed esse vengono sottoscritte dalle banche, allora vengono finanziate attraverso l'espansione del credito bancario e, a meno che tale credito non venga ritirato dai relativi clienti, è inflazionistico. Inoltre il deficit può essere finanziato dalla banca centrale, acquistando direttamente o indirettamente obbligazioni del Tesoro. E anche questo finanziamento è inflazionistico.

Quando lo stato spende i proventi di questi prestiti obbligazionari, nella misura in cui non sono finanziati dai risparmi del settore privato, mette in circolazione denaro extra. Questa valuta extra finisce per lo più nelle mani dei consumatori attraverso i pagamenti del welfare ed i pagamenti per beni e servizi. Ma dato che c'è un grado di inelasticità tra l'offerta di beni e servizi extra e la domanda per essi alimentata dall'inflazione, ci vuole tempo affinché i mercati rispondano alla domanda inflazionistica. Di conseguenza salgono i beni ed i servizi importati per colmare il divario, tanto più perché non sono influenzati, almeno inizialmente, dalle pressioni sui prezzi derivanti dall'inflazione monetaria.

È l'espansione del denaro e del credito per coprire un deficit di bilancio, supponendo che non vi sia alcun cambiamento nel risparmio totale, che porta ad un deficit commerciale. Ciò che accade al tasso di cambio dipende fondamentalmente da una cosa: se i proventi derivanti dalle importazioni vengono reinvestiti o semplicemente venduti sulle borse estere. I dati della bilancia dei pagamenti sono concepiti per catturare la posizione netta tra il commercio e i flussi di capitale, e sono queste cifre che vengono utilizzate nella relazione sul disavanzo.

Tutto ciò presuppone un ragionevole grado di stabilità economica, vale a dire, il commercio continua senza gravi problemi. Non è il caso alla fine di un lungo ciclo del credito, quando la cattiva allocazione del capitale nel settore privato è diventata così grande che prima o poi le forze di mercato innescano una correzione. È a quel punto che gli ostacoli ai flussi della bilancia dei pagamenti avranno probabilmente il maggiore impatto, scatenando e intensificando una liquidazione delle distorsioni accumulate nell'economia. Dato che adesso il debito USA ha sfondato i $22,000 miliardi, chi ha comprato le obbligazioni emesse dalla Tesoreria USA? Secondo i dati di quest'ultima, non i possessori esteri tra cui Cina e Giappone sono le entità più grandi. Anzi hanno scaricato bond USA e li hanno sostituiti con l'oro.



Oltre ai possessori esteri (-$105 miliardi), venditore netto è stata anche la Federal Reserve (-$204 miliardi). Chi ha comprato? Entità istituzionali americane (fondi pensione e trust fund previdenziali, +$20 miliardi) e, in larga parte, banche americane, fondi pensione, hedge fund, fondi comuni d'investimento (+$1360 miliardi).



Qualunque palliativo venga messo in campo però, le leggi dell'economia apodittiche faranno il loro corso. E tra questa c'è quella spesso citata dei rendimenti decrescenti, come ci mostra la Germania: 10 anni di stampa monetaria da parte della BCE e rendimenti dei bond ai minimi, ciononostante l'economia tedesca è in recessione.

La questione centrale in ogni analisi riguardo le prospettive economiche e monetarie future deve includere i deficit statali. Esso sequestra risorse scarse ed impedisce che vengano utilizzate in settore industriali produttivi. Mentre un'economia si sposta da un lieve calo del mercato azionario verso un crollo, i deficit di bilancio aumenteranno inesorabilmente, in particolare a causa del welfare state. Tuttavia i deficit commerciali non possono aumentare in blocco con i deficit di bilancio. L'unico modo in cui i conti nazionali possono essere bilanciati in un'economia a moneta fiat è che ci sia una contrazione degli obblighi bancari nei confronti del settore privato. Una contrazione del credito bancario sarà impossibile da fermare, e non importa quanto una banca sia ben capitalizzata secondo i canoni normativi.

Per quanto si possa ritardare una crisi del credito, tale ritardo ne aumenta la gravità e soprattutto l'imprevedibilità di quegli inneschi che fomenteranno una contrazione del credito bancario. Uno di questi è la prossima bolla subprime, ad esempio, ovvero i prestiti per auto i quali stanno vedendo aumentare vertiginosamente i fallimenti di coloro che hanno acceso tali prestiti. Impossibilitati a ripagare i loro oneri, i debitori vanno falliti e ciò si ripercuote sui bilanci bancari. Senza contare l'interconnessione odierna nei mercati finanziari... Il sistema a riserva frazionaria garantirà l'insorgenza di insolvenze bancarie e fallimenti diffusi.

Cina e Giappone in primis stanno portando la bandiera della liquidazione delle obbligazioni USA, cosa a cui seguirà una liquidazione di dollari. Il dollaro quindi calerà di valore e si verificherà un'implosione del credito bancario al settore privato. Non importa se le altre valute caleranno insieme al dollaro: la caduta sarà misurata nel suo potere d'acquisto e credibilità misurata in oro e criptovalute.

La differenza dall'esperienza degli eventi che hanno portato alla Grande Depressione è che il denaro di oggi è scoperto. Gli inflazionisti credono che i problemi degli anni '30 avrebbero potuto essere risolti se il gold standard fosse stato abbandonato, o se le riserve d'oro fossero state monetizzate. Sostengono che condizioni simili oggi possono essere evitate consentendo alla valuta di indebolirsi. La politica monetaria continuerà sicuramente ad essere spinta da queste ipotesi inflazionistiche. Le banche centrali, guidate dalla FED, dalla BCE, dalla Banca del Giappone e dalla Banca d'Inghilterra, coordineranno un'espansione monetaria aggressiva in un vano tentativo di impedire l'insorgere di una crisi. I banchieri centrali di oggi sono senza dubbio sullo stesso percorso che seguì Rudolf Havenstein, presidente della Reichsbank, durante l'iperinflazione della Germania del 1920-23.

Detto questo, due sentieri si dipanano dinanzi a noi: si lascia agire la pulizia del mercato con tutte le bancarotte del caso, oppure si distruggerà la valuta fiat nel vano tentativo di preservare lavori/attività obsolete e gli stati. La terza via in questo caso è solo perseverare nell'illusione.



CONCLUSIONE

I seguenti due link sono un riassunto più che esaustivo di come la politica monetaria straordinaria degli ultimi anni da parte delle banche centrali del mondo non abbia affatto innescato una crescita sincronizzata, bensì scatenato un'illusione sincronizzata globale. Come ripeto spesso, le leggi che governano l'economia sono super partes: possono essere temporaneamente aggirate, ma alla fine fanno pagare il prezzo di questo aggiramento. Più a lungo si persevera, più dolore economico ne scaturirà. È la legge dei rendimenti decrescenti e per quanto possano sembrare "intelligenti" ed "istruiti", i banchieri centrali rimangono pur sempre uomini con un limitato accesso alla conoscenza diffusa dei mercati.

  1. https://www.wsj.com/articles/free-falling-freight-rates-spell-trouble-for-shipping-11549560321?mod=hp_minor_pos13
  2. https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-02-13/europe-is-the-real-weak-link-for-global-economy-eyeing-trade-war

Sempre più debito si accumula. L'economia, appesantita e zoppicante per i pagamenti dei prestiti per auto, dalle rate del mutuo, dai pagamenti dei debiti societari e dagli interessi sul debito nazionale, barcolla... e poi cade. Questa non è una previsione, è un'osservazione. I cicli sono chiamati "cicli" perché si ripetono e il ciclo del credito non fa eccezione. Il bust segue il boom e sempre sarà così.

Le banche centrali, in tutto il mondo, hanno stampato circa $21.000 miliardi in nuova liquidità negli ultimi 16 anni e quasi tutto questo denaro è finito nell'economia finanziaria. È così che i ricchi sono diventati molto più ricchi durante suddetto periodo. I prezzi dei loro asset finanziari sono saliti, galleggiando su una marea crescente di denaro. Questo è anche il modo in cui il debito mondiale è salito a $250.000 miliardi, da soli circa $50.000 miliardi di 16 anni fa.

Con l'aumento dei prezzi degli asset finanziari, il Dow Jones, ad esempio, è cresciuto di quasi il 300% negli ultimi 10 anni, così come le garanzie di consumatori, imprese e speculatori, che potrebbero essere sfruttati per prendere in prestito ingenti somme nuove. A livello globale, il rapporto tra produzione e debito è passato dal tradizionale livello da 1,5 a 3,5 di oggi.

Tutti questi eccessi e assurdità saranno corretti. E il QE non è più come il classico martello nei treni da usare per rompere il vetro in caso di emergenza... smussato e inutilizzabile, è solo uno strumento che non avrà lo stesso effetto iniziale. Ma non ci vorrà molto tempo prima che saltino fuori altri strumenti: comprare ETF e lanciare enormi programmi per "infrastrutture" per "far ripartire l'economia". È qui che entra in gioco la fine dell'illusione. Ad un certo punto negli anni '90, dopo che il mercato azionario giapponese collassò di quasi il 70%, il Giappone versava più cemento degli Stati Uniti. L'idea era di "far ripartire l'economia" asfaltando anche i letti dei fiumi... costruendo ponti verso il nulla e strade dove nessuno voleva andare.

Poi sono arrivati i cinesi: hanno costruito fabbriche, strade, ponti e appartamenti a bizzeffe. La produzione di cemento, e l'uso di cemento, sono saliti a livelli impressionanti. Ora la FED ha interrotto il suo programma di normalizzazione a 300 punti base in meno rispetto al normale. In altre parole, invece di lasciar salire il suo tasso chiave tra il 5-6% (normale per la fine di un boom di 10 anni ed avere 500 punti base da tagliare come nella crisi del 2008) adesso si aggira intorno al 2,4%.

Ciò lascia alle autorità politiche poche munizioni monetarie, aspettatevi quindi deficit più grandi (anche finanziati dalla FED) ed ulteriori distorsioni economiche per fermare la correzione. Le vendite concrete nei mercati azionari/obbligazionari aumenteranno con l'avvio di progetti infrastrutturali. Per questo gli investitori dovrebbero guardare ad un hedging dei loro risparmi: oro e criptovalute. Più spese federali, in un'economia in crisi, significheranno tassi di inflazione più alti.

Dal 2003 gli Stati Uniti e l'Europa hanno goduto di un'era di bassa inflazione. Anche così, i prezzi sono aumentati ufficialmente di quasi il 40%, mentre il costo reale della vita per le persone reali è aumentato molto di più. Nei prossimi 16 anni dovreste aspettarvi che i vostri risparmi in denaro fiat perderanno valore ancora più velocemente... forse con prezzi da 2 a 3 volte superiori nel 2035 rispetto a oggi.


giovedì 14 marzo 2019

I benefici di una Brexit





di José Niño


Il 23 giugno 2016 l'elettorato britannico ha votato al 51,9%-48,1% a favore di un Regno Unito che lascia l'Unione Europea. Il referendum è stato uno dei più grandi terremoti politici che hanno preceduto l'elezione di Donald Trump il 6 novembre 2016.

Le ragioni dell'uscita sono molteplici: politiche d'immigrazione discutibili, preoccupazioni su Bruxelles che gestisce gli affari britannici e se rimanere nell'UE fosse nei migliori interessi economici del Regno Unito. Attualmente se il governo di Theresa May non riuscirà a raggiungere un accordo con l'UE prima del 29 marzo, il Regno Unito lascerà l'UE, accordo o non accordo.

Ci sono tre vantaggi di una Brexit dal punto di vista della liberalizzazione politica ed economica.



Decentrare il potere politico europeo

L'UE originariamente era nata come unione doganale, smantellando le barriere commerciali tra le nazioni dopo la seconda guerra mondiale. Questa fu una risposta logica alla guerra commerciale degli anni '30 che ebbe un ruolo significativo nell'accensione della seconda guerra mondiale.

Sfortunatamente i funzionari dell'UE avevano in mente altre cose una volta consolidata la politica commerciale dell'UE. Come sottolinea Ron Paul, la corruzione e l'ambizione politica hanno preso il sopravvento nell'UE, trasformandola in "un governo non eletto a Bruxelles, dove i ben collegati sono ben compensati e soprattutto isolati dai voti dei cittadini".

L'UE ha sostanzialmente sovvertito ciò che ha fatto prosperare l'Europa: la competizione giurisdizionale tra Paesi. Il sistema federalista europeo era in chiaro contrasto con gli imperi in Oriente, come la Cina e l'Impero Ottomano. Gli imperi orientali si estendevano su vaste regioni geografiche, richiedendo un massiccio apparato burocratico e la mano pesante per mantenere una qualsiasi parvenza di ordine politico. Per questa ragione l'Europa si arricchì, mentre gli ultimi imperi diventavano stagnanti e oppressivi fino al XIX secolo. Tuttavia l'Europa ha rapidamente abbandonato il suo modello federalista di successo e l'ha sostituito con una "superpotenza centralizzata politica, economica e finanziaria a Bruxelles".

Infatti l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea non rappresenta uno schema per arricchirsi. Al centro della sovranità nazionale c'è il diritto dei Paesi di fallire. L'ex-deputato al Parlamento europeo Daniel Hannan ha centrato il bersaglio in un'intervista per l'Austrian Economics Center:
La libertà include anche la libertà di fallire. Potremmo diventare Singapore, o potremmo diventare un Venezuela, o potremmo diventare una via di mezzo tra i due, e questa sarà la nostra decisione. Questo è il bello della responsabilità come elettorato. Vorrei vivere in un Paese in cui le persone sono libere di commettere errori piuttosto che vivere in un Paese in cui funzionari che sono immuni all'opinione pubblica mi dicono cosa posso scegliere.


Scappare da valori illiberali

Non è un segreto che l'UE disapprova concetti come il decentramento. Per le istituzioni "progressiste" come l'UE, i concetti del liberalismo classico come un governo limitato ed unità politiche più piccole che controllano unità più grandi, sono idee tossiche che impediscono di realizzare la loro visione universalista. Le isole britanniche sono state storicamente la culla di concetti del liberalismo classico come il federalismo, la libertà di espressione e i diritti di proprietà.

I recenti sviluppi hanno indicato che l'UE è decisa a sopprimere le libertà civili di base. Tanto per cominciare, la Corte europea dei diritti umani ha multato e perseguito le persone per aver fatto osservazioni sgradevoli su certe figure religiose. Il politico olandese controverso, Geert Wilders, è stato trascinato in tribunale e processato per "incitamento all'odio e discriminazione per le sue osservazioni anti-islamiche sui media tra il 2006 e il 2008". Wilder poi è stato assolto da tutte le accuse.

Allo stesso modo, l'articolo 13 della direttiva sul diritto d'autore dell'UE ha sollevato preoccupazioni a causa delle sue implicazioni in termini di libertà di parola. Alcuni sostengono che questa disposizione sui diritti d'autore minaccerebbe l'esistenza dei meme. Etichettato come "meme killer", l'articolo 13 imporrebbe ai "giganti del web di filtrare automaticamente il materiale protetto da copyright (canzoni, immagini, video) caricato sulle loro piattaforme, a meno che non sia stato concesso in licenza specifica". Praticamente l'articolo 13 metterebbe un potenziale bavaglio alla possibilità di condividere contenuti protetti da copyright, inclusi i meme.

La libertà di espressione è stata parte integrante delle tradizioni anglosassoni, le quali sono state tramandate da generazioni e trapiantate nelle ex-colonie britanniche in Australia, Canada e Stati Uniti. Per conservare una delle libertà civili, come la libertà di espressione, lasciare l'UE sarebbe una mossa saggia per il Regno Unito.



Aumento del libero scambio

Dal momento che gli elettori hanno votato a favore della Brexit, i catastrofismi sono stati all'ordine del giorno tra le élite ed i commentatori sui media. Molti hanno sostenuto che lasciare l'UE sarebbe un disastro per il commercio britannico. Tuttavia la ricerca dimostra che l'Unione Europea sta gradualmente diventando meno prioritaria per la Gran Bretagna.

Circa il 44% delle esportazioni britanniche di beni e servizi è andato ai Paesi membri dell'UE nel 2017. Si tratta di circa £274 miliardi su £616 miliardi in esportazioni totali. Inoltre la predominanza dell'UE nell'economia mondiale è diminuita nonostante la crescita della sua produzione economica totale. In altre parole, il resto dell'economia mondiale sta crescendo più velocemente rispetto all'economia dell'UE.

Fonte: World Economic Outlook del FMI

Ciò potrebbe in parte spiegare perché negli ultimi tempi il commercio del Regno Unito verso Paesi al di fuori dell'UE è cresciuto molto più velocemente. Data la sua geografia, il Regno Unito è posizionato in modo ottimale per commerciare con molti altri Paesi al di fuori dell'UE.

Fonte: ONS Balance of Payments Datasets. "Exports: European Union" & "Exports: Total Trade in Goods and Services."

Anche se Theresa May non raggiungerà un accordo con l'UE, dovrebbe considerare un'alternativa più audace: il libero scambio. Ciò significa zero dazi e zero quote di importazione per merci provenienti dai Paesi dell'UE e dal resto del mondo.

In un tale contesto di libero scambio, il Regno Unito potrebbe rinegoziare accordi commerciali con membri del Commonwealth come Australia, Canada, Nuova Zelanda e Singapore, i quali condividono una cultura, una lingua e un sistema legale comuni. Il libero scambio non farà altro che rafforzare questi legami. Nonostante il tormentone della folla pro-UE, il Regno Unito ha molte più opportunità di prosperare al di fuori della giurisdizione dell'UE.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 13 marzo 2019

Perché l'allentamento monetario fallirà





di Alasdair Macleod


Le principali economie mondiali hanno improvvisamente rallentato negli ultimi due o tre mesi, provocando un cambio di rotta nelle politiche monetarie delle banche centrali. Stanno per essere ricacciate le stesse vecchie e stancanti risposte inflazionistiche, nonostante le prove che l'allentamento monetario non abbia mai impedito una crisi del credito. Questo articolo dimostra perché la politica monetaria è condannata ed espone tre motivi. C'è l'evidenza empirica che il denaro e il credito continuano a crescere indipendentemente dai cambiamenti dei tassi d'interesse, la prova del Paradosso di Gibson e la diffusa ignoranza negli ambienti macroeconomici riguardo il ruolo delle preferenze temporali.



Lo stato attuale delle cose

Lo stop della FED sulla stretta monetaria ha salvato l'economia mondiale dalla prossima crisi del credito, o almeno questo è il messaggio che viene sfornato dai broker e dai media generalisti. Mi viene in mente l'osservazione cinica del dottor Johnson sul secondo matrimonio: il trionfo della speranza sull'esperienza.

Gli inflazionisti insistono sul fatto che una maggiore inflazione sia la cura per tutti i mali economici. In questo caso, le crescenti preoccupazioni per la fine della fase di crescita del ciclo del credito sono i mali sopraccitati, ma anziché l'aforisma del dottor Johnson qui ne abbiamo un altro: la follia dei banchieri centrali che ripetono le stesse politiche in ogni crisi del credito. Ma se si ha un solo strumento per risolvere i problemi economici di una nazione, in questo caso l'autorità di regolare il denaro della nazione, probabilmente si finisce per credere nella sua efficacia escludendo tutto il resto.

Questa è la posizione in cui si trova Jay Powell, il presidente della FED. Ha ritenuto che il matrimonio della FED con i mercati fosse destinato a passare attraverso l'ennesimo momento critico e la FED avrebbe dovuto prepararsi. Sfortunatamente il momento critico si è materializzato prima che potesse organizzare il bilancio per poi utilizzare il bazooka monetario.

L'intero processo di pianificazione monetaria è stato sospeso ed è stato progettato un mini-salvataggio dell'economia. Questa volta sono stati i dazi di Washington contro la Cina e l'alienazione dell'UE attraverso il protezionismo commerciale che hanno interrotto i piani della FED piuttosto che i suoi stessi errori. Ma con un'azione tempestiva, la speranza è che la FED possa continuare a sostenere la fiducia per un altro anno o due. Potrebbe funzionare, ma avrà bisogno di un approccio molto più costruttivo nei confronti del commercio globale per avere una possibilità di successo.

Tuttavia stampare denaro per fermare una crisi non rappresenta una soluzione. Il problema è il troppo debito. Tuttavia gli inflazionisti non riescono a collegare il crescente debito con l'espansione monetaria. L'obiettivo della FED è quello di incoraggiare le banche commerciali ad espandere ancora il credito. Cosa significa questo se non creare più debito?

Powell ne è sicuramente consapevole e deve sentirsi intrappolato. Tuttavia, quali siano i suoi sentimenti è ininfluente; il suo obbligo contrattuale è quello di mandare avanti la baracca, monitorando le statistiche fuorvianti di occupazione ed inflazione dei prezzi. Terrà le dita incrociate sperando che si verifichi un miracolo.

È troppo presto per prevedere se la FED riuscirà a rimandare solo per un po' la certezza che gli squilibri monetari dell'economia finiranno per esplodere. Questo non è lo scopo di questo articolo, che invece è quello di evidenziare perché l'assunto sottostante, cioè che i tassi d'interesse sono il costo del denaro e possono essere manipolati senza conseguenze, sia chiaramente sbagliato. Se la domanda di moneta e credito può essere regolata dai tassi d'interesse, allora dovrebbe esserci una correlazione negativa tra i tassi d'interesse ufficiali e la quantità di denaro e credito in circolazione. È chiaro dal seguente grafico che le cose non stanno affatto così.


Questo grafico copre i movimenti violenti dei tassi d'interesse, diretti dalla FED, dopo la crisi dell'inflazione dei prezzi negli anni '70. Nonostante la FED abbia rialzato il FFR dal 4,6% nel gennaio 1977 al 19,3% nell'aprile 1980, M3 ha continuato a salire con poche variazioni nel suo ritmo. Gli abbassamenti del FFR progettati per stimolare l'economia e prevenire la recessione sono stati altrettanto inefficaci, in quanto M3 ha continuato lungo il suo percorso dopo il 1980 senza variazioni significative, e lo sta ancora facendo oggi. Non c'è alcuna correlazione tra le variazioni dei tassi d'interesse, la quantità di denaro e quindi le conseguenze inflazionistiche.



Il Paradosso di Gibson smentisce l'efficacia della politica monetaria

Dal grafico qui sopra è chiaro che il principio centrale della politica monetaria, ovvero che la quantità di denaro può essere regolata gestendo i tassi d' interesse, non è confermata dai risultati e quindi il ruolo dei tassi d'interesse non è quello di regolare la domanda di credito come comunemente supposto. Ciò è confermato dal Paradosso di Gibson, che dimostrò che esisteva una correlazione positiva di lungo periodo tra i tassi di prestito ed i prezzi, esattamente l'opposto di quello presupposto dagli economisti moderni. Questo è mostrato nel nostro secondo grafico, che copre oltre due secoli di statistiche britanniche.


Gli economisti hanno respinto la contraddizione presentata dal Paradosso di Gibson, perché in conflitto con la loro visione d'insieme: i tassi d'interesse regolano la domanda di moneta e quindi i prezzi. Viene quindi ignorato, ma le prove sono chiare. Storicamente i tassi d'interesse hanno seguito il livello generale dei prezzi, non il tasso d'inflazione annuale. Come mezzi di gestione della politica monetaria, i tassi d'interesse e quindi i costi di finanziamento, sono inefficaci come confermato dal terzo grafico qui sotto.


L'unica correlazione apparente tra i costi di finanziamento e l'inflazione dei prezzi si è verificata negli anni '70, quando l'inflazione dei prezzi s'impennò ed i mercati obbligazionari e monetari si risvegliarono di fronte al collasso del potere d'acquisto della valuta.

La spiegazione del Paradosso di Gibson è semplice. È ovvio che se cambia il livello generale dei prezzi, in generale gli imprenditori lo terranno in conto nei loro calcoli, soprattutto quando si tratta di valutare il livello dell'interesse che sono disposti a pagare e realizzare un profitto. Se un imprenditore si aspetta prezzi più alti, si aspetterà un tasso di rendimento più elevato e quindi sarà disposto a pagare un tasso d'interesse più alto. E se i prezzi sono più bassi, può permettersi solo di pagare un tasso corrispondentemente inferiore. Ciò vale quando il capitale, sotto forma di risparmi, è limitato dalla volontà delle persone (intenzionate a risparmiare) e le imprese devono competere per entrare in possesso di suddetti risparmi.

Oggi il Paradosso di Gibson non sembra più applicarsi, in parte perché il capitale non è più scarso (grazie alle banche centrali) e in parte perché l'abbandono dell'accordo di Bretton Woods ha portato ad un aumento costante degli indici del livello generale dei prezzi. A questi fattori si deve aggiungere una falsa rappresentazione intenzionale dell'inflazione dei prezzi nelle statistiche ufficiali, un inganno che quasi certamente finirà per destabilizzare i tentativi di gestione dell'economia.

Nonostante questi punti, viene lo stesso smentita la convinzione che i tassi d'interesse siano un prezzo che regola la domanda di denaro. L'errore è ignorare la dimensione umana delle preferenze temporali e presupporre che non vi sia alcuna ragione per una differenza nei valori intertemporali, il valore di qualcosa oggi rispetto a domani. Per capire perché il degrado del valore nel corso del tempo diventa un elemento necessario di compensazione nei contratti di prestito, dobbiamo esaminare più in dettaglio i tassi d'interesse. Solo così possiamo comprendere appieno il motivo per cui non sono correlati ai cambiamenti nel livello generale dei prezzi e alla crescita del credito, che costituisce il grosso di M3 nel primo grafico.



Il ruolo della preferenza temporale

In tutti gli accordi di prestito, l'interesse rappresenta una serie di fattori. Esiste un elemento che rappresenta un premio per il rischio, a seconda del rating di credito del mutuatario, del rischio imprenditoriale e dello scopo per cui è stato acceso il prestito. Esiste anche un tasso di base generalmente concordato che in un'economia di mercato riflette la preferenza temporale, indicata dagli economisti Austriaci come il tasso originario. La preferenza temporale è la differenza nel valore di un'azione destinata a soddisfare una desiderio subito rispetto al valore posto sulla stessa soddisfazione raggiunta in un secondo momento.

I macroeconomisti mainstream negano l'esistenza delle preferenze temporali, sostenendo che l'interesse rappresenta il prezzo del denaro. Se questo è ciò che rappresenta l'interesse, allora può essere ridotto al beneficio ottenuto da produttori e consumatori, e al di là della perdita dei risparmiatori, non devono verificarsi altre conseguenze. Inoltre la negazione di un elemento umano soggettivo è sempre necessaria affinché sia credibile un approccio matematico ai prezzi.

Nonostante sia fuori moda, dobbiamo riassumere brevemente la teoria della preferenza temporale. La preferenza temporale è sempre presente, perché il tempo per ogni attore economico è finito e quindi ha valore. Quanto più rapidamente un'azione raggiunge una soddisfazione, tanto più preziosa sarà rispetto ad un'azione che porta a ritardare nel tempo tale soddisfazione. È noto che un uccello in mano vale più di due su un albero.

La chiave per capire l'importanza della preferenza temporale è rendersi conto che è una caratteristica umana, e non qualcosa che si sviluppa dalle proprietà dei singoli beni e servizi. Le differenze intertemporali nei prezzi possono variare notevolmente tra i vari prodotti, principalmente a causa delle loro caratteristiche individuali di offerta e domanda. Poiché la preferenza temporale è un determinante sottostante all'azione umana, la regola generale è che maggiore è la differenza di tempo tra decidere un corso di azione ed il raggiungimento della soddisfazione, minore sarà il valore attuale di quell'azione futura. Dalle nostre esperienze individuali, sappiamo tutti che questo è vero.

La preferenza temporale è quindi il valore intertemporale generale posto su beni e servizi da parte dei consumatori. Non è sotto il controllo del produttore, o di una banca centrale. È il consumatore, il compratore finale, che conferma il livello di sconto sui valori futuri, perché i consumatori sono gli umani che agiscono con le loro preferenze umane.

Al fine di ottenere capitale monetario per un qualsiasi motivo, coloro che lo vogliono utilizzare devono persuadere i relativi proprietari a separarsene temporaneamente, in cambio di un compenso correlato alla loro preferenza temporale generale. Questo perché gli viene chiesto di differire il loro consumo, risultato rappresentato dal denaro preso in prestito. Per comodità e per convenzione, la compensazione per la perdita della disponibilità di denaro per le spese immediate è espressa come tasso d'interesse annuale. Pertanto le variazioni della preferenza temporale dei consumatori sull'intera gamma di beni e servizi si manifesteranno sotto forma di tasso d'interesse di base, o originario, sul denaro.

Questa fondamentale classificazione umana dei valori è importante per gli imprenditori, perché più tempo ci vuole per produrre un bene di consumo, meno il valore di tale bene potrà essere previsto, espresso nel denaro di oggi. Nell'assemblare le loro risorse di capitale, tengono conto di questa spesa legata al tempo.

Pertanto, al fine di ridurre la perdita di valore dovuta alle preferenze temporali, gli imprenditori preferiranno sempre il percorso più efficiente per la produzione finale. Se, come sempre accade oggi, una banca centrale impone una riduzione dello sconto sui beni futuri attraverso la politica dei tassi d'interesse, gli imprenditori non saranno più disciplinati a preferire la strada più efficiente per la produzione. Lo sconto intertemporale rimane, ma la soppressione dei tassi d'interesse da parte di una banca centrale che impone un tasso inferiore a quello di mercato, crea un'opportunità non correlata all'obiettivo di soddisfare il consumatore.

Questo è il motivo per cui la soppressione dei tassi d'interesse porta ad investimenti improduttivi, esposti quando i tassi d'interesse salgono in seguito. Questo è il motivo per cui l'economia americana è in fase di stallo.

È chiaro che, a prescindere dalla politica monetaria, il tasso d'interesse originario è impostato da individui nel loro ruolo di attori economici. Ciò non significa che nel prendere le loro decisioni non siano influenzati dai tassi d'interesse ufficiali, ma esiste un limite stretto a tale influenza. Invece gli individui coglieranno le opportunità presentate dalla differenza tra il loro tasso d'interesse originario e quello stabilito dalle autorità monetarie. Un esempio ovvio è il settore immobiliare, in cui i tassi d'interesse soppressi convincono le persone a prendere in prestito denaro a basso costo per acquistare case, semplicemente perché l'interesse da pagare è inferiore a quello suggerito dalle preferenze temporali personali. Lo stesso vale per il finanziamento degli acquisti di asset finanziari, ed è anche una delle ragioni principali dietro l'espansione del credito al consumo.

La soppressione dei tassi d'interesse a livelli inferiori a quelli stabiliti collettivamente dai consumatori secondo le loro preferenze temporali, è la fonte di inflazioni, boom, bolle e bust.

In sostanza, le politiche delle banche centrali riguardo i tassi d'interesse distorcono i mercati, ma non possono modificare in modo significativo il tasso d'interesse originario. Quest'ultimo viene impostato semi-consapevolmente dai consumatori. Le relazioni tra prestatori e mutuatari sono ulteriormente distorte dalla tassazione, perché gli stati considerano il reddito da interessi come una "quasi usura" e quindi un obiettivo per ridurre l'ineguaglianza implicita di alcuni individui in possesso di significativi livelli di risparmio rispetto ad altri.

La tassazione sugli interessi interferisce con la preferenza temporale. Inutile dire che una riduzione netta della tassazione è salutare, come dimostrato dalle due economie di maggior successo nel dopoguerra, Giappone e Germania. In Giappone i conti di risparmio postali esenti da tasse erano molto popolari ed erano sfruttati come mezzo per guadagnare interessi senza essere tassati; in Germania il Federal Central Tax Office non si preoccupò molto di riscuotere la ritenuta d'acconto sugli interessi obbligazionari, almeno fino agli anni '80, perché altrimenti il denaro sarebbe uscito dalla Germania e sarebbe finito in conti di risparmio in Lussemburgo e in Svizzera. I consumatori sia in Giappone che in Germania conservano ancora un'abitudine al risparmio, la quale contribuisce ad un livello relativamente stabile della preferenza temporale, caratteristiche che sono state fondamentali per il loro successo economico.

Gli esempi di Germania e Giappone sono in contrasto con altre economie in cui il risparmio è stato scoraggiato attraverso la discriminazione fiscale. La sostituzione dei risparmi negli Stati Uniti e nel Regno Unito con il credito bancario e il denaro della banca centrale è stato un triste fallimento in confronto.

Finora abbiamo solo parlato di preferenze temporali in assenza di cambiamenti nel potere d'acquisto del denaro. Se come accade oggi il potere d'acquisto del denaro è in continua diminuzione, si allarga ulteriormente il divario tra i tassi d'interesse ufficiali e le preferenze temporali. E se i risparmiatori comprendono la misura in cui la valuta in cui sono denominati i loro risparmi sta perdendo potere d'acquisto, invece di credere alle statistiche statali ufficiali, potrebbero aumentare drasticamente la loro preferenza temporale per il presente rispetto al futuro.

Questo spiega perché, quando le autorità rispondono all'aumento dell'inflazione dei prezzi rialzando i tassi d'interesse, tutto quello che stanno facendo è tentare di restringere un divario già crescente tra la loro versione di dove dovrebbero essere i tassi d'interesse e l'aumento del tasso originario del mercato. L'espansione del credito bancario non rallenta, perché il divario è ancora lì ed aumenta invece.

Lo abbiamo visto negli anni '70, quando il rialzo dei tassi d'interesse non rallentò la domanda di credito, la quale continuò a salire a prescindere. Anche il tasso d'inflazione dei prezzi stava aumentando, persuadendo i mutuatari che il potere d'acquisto della moneta stava scendendo ad un ritmo accelerato, facendo salire così le loro preferenze temporali più rapidamente di quanto compensato dai tassi d'interesse ufficiali.

Ciò si concluse all'inizio degli anni '80, quando le aspettative di aumento dei prezzi furono infine interrotte da un 20%+ nei tassi di riferimento. Negli anni '80 la domanda di credito continuava ad aumentare, nonostante il calo dei tassi d'interesse, a causa della liberalizzazione finanziaria e bancaria che compensò i fallimenti associati ai mal investimenti. Le misure monetarie più ampie continuarono a crescere con variazioni minime come se non fosse successo nulla, proprio come accade ancora oggi.

La Banca Centrale Europea dovrebbe prestare attenzione anche ai suoi fallimenti: l'introduzione di tassi di deposito negativi, in barba alle preferenze temporali, non è riuscita a stimolare la produzione e il consumo (a parte la spesa pubblica). Certo, i tassi negativi non sono stati trasferiti alle imprese e ai consumatori, spesso per ragioni strutturali. Invece i tassi d'interesse negativi della BCE hanno avvantaggiato gli stati spendaccioni dell'Eurozona, consentendo loro di tassare i depositi dei risparmiatori. Dovrebbe essere chiaro che i tassi d'interesse negativi non possono essere giustificati fintanto che l'umanità apprezza più una soddisfazione presente che la stessa soddisfazione in una data futura.



Le implicazioni per l'economia odierna

Mentre l'evidenza è che le politiche riguardo i tassi d'interesse non riescono a regolare il ritmo dell'inflazione monetaria, i semi della crisi economica sono stati seminati dalla precedente soppressione dei tassi d'interesse. Poiché la soppressione dei tassi d'interesse al di sotto del tasso originario impostato dalla preferenza temporale della popolazione sfocia sempre in investimenti improduttivi, i successivi rialzi dei tassi d'interesse fanno emergere platealmente l'improduttività di suddetti investimenti. La risposta delle aziende è sempre la stessa: correzione dei mal investimenti.

Le banche percepiscono il cambiamento dell'umore nei loro clienti e il conseguente aumento del rischio di prestito. Chiudono le loro linee di credito a quelli che ritengono vulnerabili, di solito le medie e le piccole imprese che costituiscono l'80% dell'economia. L'ambiente economico, poi, si sfracella con una rapidità che sorprende tutti: le carenze di manodopera scompaiono, seguite da licenziamenti; si innesta un processo inarrestabile di correzione dei precedenti investimenti improduttivi.

Questo è il punto nel ciclo del credito dove sembra che siamo arrivati ​​oggi. Se solo i banchieri centrali avessero preso sul serio le prove delle proprie statistiche, se solo avessero prestato attenzione al messaggio del Paradosso di Gibson e se avessero notato la follia di fare sempre la stessa cosa senza che funzionasse mai una volta, saremmo stati benedetti da un grado molto maggiore di stabilità economica invece che da una crescente certezza di un'altra crisi finanziaria e sistemica.

Per quanto riguarda la speranza che tagliare i tassi d'interesse porti in qualche modo ad un'espansione del credito bancario, non trattenete il respiro. L'altra lezione che tutti dovremmo apprendere è che l'offerta di moneta continua ad aumentare, se non sotto forma di credito bancario, sotto forma di base monetaria della banca centrale. Questo perché l'alternativa ai fallimenti diffusi è sempre sgradita allo stato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/