martedì 21 aprile 2026

Socialismo & americanismo

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/socialismo-and-americanismo)

Il nuovo sindaco di New York non ha nascosto le sue idee socialiste e la storia ha dimostrato che il tipo di pensiero a cui aderisce dovrebbe destare preoccupazione.

Per dirla senza mezzi termini, non stiamo parlando di un socialismo fabiano, raffinato e alla moda, tipico dell'alta borghesia britannica di cento anni fa, con il suo desiderio di costruire uno Stato sociale che garantisse assistenza dalla culla alla tomba. Ci riferiamo piuttosto a quello che affonda le radici nella tradizione più antica di Karl Marx e nel suo tentativo, del tutto errato, di ricondurre tutti i mali sociali all'esistenza del capitale privato. Questa visione è antiquata, mantenuta in vita esclusivamente dal mondo accademico, totalmente avulsa da qualsiasi esperienza economica concreta.

Naturalmente questo implica, in parte, non guardare al mondo materiale attraverso la lente della realtà oggettiva e dell'economia. Questa visione del mondo immagina che lo stato possa semplicemente rendere tutto gratuito, abbassare e congelare gli affitti, e consegnare la spesa a domicilio annunciandolo, con l'aiuto di pesanti tasse sui più abbienti.

Quando il piano non funziona, come accade sempre in questa visione del mondo, i leader sarebbero costretti a ricorrere a misure autoritarie. New York City è in condizioni terribili in questo momento e questa strada non farà altro che peggiorare la situazione. Nei prossimi mesi assisteremo a un'altra ondata di esodo dalla città, non solo una fuga dei capitali, ma anche delle persone.

Non sono solo le grandi imprese e le multinazionali a doversi preoccupare, sono tutte le attività commerciali della città. Questo punto di vista prende in considerazione qualsiasi afflusso di capitale come un flusso ingiusto dai lavoratori ai padroni; ovvero, dai creatori di valore agli sfruttatori di valore.

Si tratta di una prospettiva relativamente semplice, radicata in un unico errore, che a prima vista sembra plausibile ma che crolla di fronte un'analisi più approfondita. Esso attribuisce l'esistenza stessa del valore economico esclusivamente alla manifestazione del lavoro fisico. È nota come teoria del valore-lavoro ed è una proposizione esclusivamente empirica.

Secondo questa visione, l'intera produzione industriale equivaleva al valore del lavoro manuale e doveva essere ripartita di conseguenza. Qualsiasi somma di denaro sottratta al lavoro – per pagare i padroni del capitale, le materie prime, le nuove invenzioni, il marketing, o i creditori – era un furto ai danni del lavoro stesso. Paradossalmente, secondo quest'ottica, coloro che svolgono un lavoro intellettuale non facevano nulla. Tuttavia i socialisti hanno escogitato una via d'uscita: gli intellettuali sono l'avanguardia del proletariato e quindi necessari.

È davvero vero che ogni fatica genera valore economico che dovrebbe sempre e comunque andare solo ai lavoratori e mai ai padroni? Chiaramente no. Chiunque è perfettamente in grado di fare qualsiasi cosa che non venga considerata di valore da qualcuno. Il lavoro da solo non crea valore; ciò che genera valore è l'atto di attribuirgli valore.

La teoria del valore-lavoro ha radici profonde nella storia, accennate persino nelle opere di Adam Smith e David Ricardo, punti poi ripresi dai socialisti per sostenere la nazionalizzazione del capitale.

Fu l'avvento della teoria marxista a portare chiarezza all'interno della teoria del valore durante la cosiddetta Rivoluzione marginale della decade del 1880. Tre teorici – Stanley Jevons, Leon Walras e Carl Menger – argomentarono in modo convincente a favore di quella che divenne nota come la teoria soggettiva del valore, in contrapposizione alla teoria del valore-lavoro.

Tra queste opere la mia preferita è, Principi di economia (1871), di Carl Menger. È ancora una lettura avvincente e un ottimo manuale sui fondamenti dell'economia. Sulla questione del valore egli scrisse: “Il valore non è dunque nulla di intrinseco ai beni, nessuna loro proprietà, ma semplicemente l'importanza che attribuiamo innanzitutto alla soddisfazione dei nostri bisogni, cioè alla nostra vita e al nostro benessere, e di conseguenza trasferiamo ai beni economici come cause esclusive della soddisfazione dei nostri bisogni. [...] È un giudizio che gli uomini economicisti formulano sull'importanza dei beni a loro disposizione per il mantenimento della propria vita e del proprio benessere. Pertanto il valore non esiste al di fuori della coscienza degli uomini”.

Una volta compreso questo punto, l'intera struttura teorica del marxismo e persino del socialismo crolla. È il processo infinito di scambio cooperativo, guidato dalla percezione che le persone hanno dei propri bisogni e dal continuo lavoro volto a soddisfare i bisogni altrui, che genera valore, un valore che viene impartito dalle menti individuali.

Nessun politico, intellettuale o burocrate è in grado di replicare questo delicato sistema, tanto meno di sostituirlo con una visione nuova e completamente esterna di ciò che ha valore e di ciò che non ne ha. Né gli estranei possono sezionare e manipolare prezzi e contabilità derivanti dal processo di mercato e dire: questo è troppo alto, questo è troppo basso, ed ecco un piano per rimediare. Un simile tipo di pianificazione non può che portare a distorsioni estreme.

C'è un punto più profondo da tenere a mente, legato alla storia degli Stati Uniti. Non c'è nulla nella nostra storia nazionale che affondi le sue radici nella teoria socialista. Non riesco a pensare a un solo Padre Fondatore che avesse interesse per la teoria socialista utopica pre-marxista. Certo, esistevano sette anabattiste che condividevano valori comuni e celebravano la comunità, ma non è la stessa cosa. Dall'antichità ai giorni nostri, sono esistiti molti socialisti utopisti, ma i Padri Fondatori non ne hanno mai parlato.

Sapete qual era il nome dell'economista preferito di Thomas Jefferson? Non Adam Smith, bensì il fisiocrate francese Anne Robert Jacques Turgot, barone de l'Aulne (1727-1781). Era un sostenitore delle tasse basse, dei diritti di proprietà, delle piccole imprese, del commercio e dell'esperienza commerciale in generale. Fu lui ad avvertire la monarchia francese della necessità di ridurre le tasse e liberalizzare i prezzi per scongiurare la rivoluzione, un appello rimasto inascoltato.

Jefferson era un attento lettore del grande libro di Turgot, Riflessioni sulla produzione e la distribuzione della ricchezza (1766), che aveva anticipato la teoria del valore di mercato ben prima di Menger. Il suo libro è meticoloso e profondamente empirico, e illustra la formazione dei prezzi attraverso la domanda e l'offerta, discutendo l'origine e gli usi della moneta.

Nel suo ruolo di consigliere della corte, condannò i monopoli industriali e l'ingerenza della Corona negli affari commerciali delle piccole imprese. Fu un brillante innovatore. Jefferson lo ammirava a tal punto da fargli realizzare un busto da esporre nel portico principale di Monticello.

Se esiste un'economia americana, è questa: la celebrazione della proprietà privata, delle piccole imprese, delle tasse basse, dell'assenza di monopoli industriali, dell'agronomia, dell'imprenditorialità, del servizio alla comunità, dell'indipendenza, dell'autosufficienza, del duro lavoro, della creatività, dell'orgoglio per un lavoro ben fatto, della frugalità, di una moneta solida, del risparmio, dell'impegno a lungo termine, della famiglia e della fede.

Certamente, fin dai primi anni della sua storia, in America si sono avuti dibattiti sull'economia. I jeffersoniani si scontrarono con gli hamiltoniani. Jefferson detestava il debito, la tassazione, diffidava degli imperi bancari e si opponeva all'industrializzazione forzata e ai dazi doganali. Hamilton, al contrario, apprezzava la finanza aziendale, l'industria, le grandi banche e la leva finanziaria, ed era favorevole ai dazi. Si tratta di dibattiti americani legittimi, profondamente radicati nella nostra storia. L'idea di una banca nazionale ha attraversato diverse fasi di controversia per oltre un secolo, fino all'avvento del Federal Reserve Act e dell'imposta sul reddito.

Nonostante tutte queste dispute e dibattiti, non abbiamo alcuna storia hegeliana del tipo che è emersa a sinistra e talvolta anche a destra. Nemmeno i nostri primi socialisti, come Eugene Debs, erano comunisti. La sua passione principale era la libertà di parola, i diritti individuali e la pace, non la guerra. Questa è la lunga eredità della sinistra americana di un secolo fa. La teoria woke, la ridistribuzione di massa e il rifiuto radicale della libertà economica non sono davvero nel nostro DNA.

È necessario che gli americani riscoprano il sistema economico che ha reso grande questo Paese. Esso è inseparabile dalla libertà e dai diritti. Ciò che è morale è anche pratico dal punto di vista economico. Ciò che garantisce dignità garantisce anche prosperità. Questa è la convinzione e la pratica americana.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 20 aprile 2026

La crisi del carburante per aerei in Europa: Hormuz, fallimenti politici e uno shock dell'offerta autoindotto

Come sottolineato diverse volte su queste pagine, l'Unione Europea è destinata a fratturarsi lungo una linea che la dividerà (come minimo) in due tronconi. Adesso “ci arriva”, o per meglio dire lo rende ufficiale, anche la stampa generalista. Infatti il Washington Post ci mette a conoscenza della proposta di Lars Klingbeil di una Europa a due velocità non è altro che la formalizzazione di una spaccatura effettiva del continente. Le principali linee di frattura corrono lungo la Germania, la Francia e l'Italia. Ecco perché è stato dirimente per la Commissione europea “far ritornare nei ranghi” l'Ungheria, in modo da impedire che i Paesi dell'est Europa potessero far fronte comune e accelerare la “seconda velocità”: l'UE sta venendo schiacciata dalla power politics degli Stati Uniti. Questa consapevolezza della propria impotenza sta montando da tempo, soprattutto da quando, la scorsa estate, le minacce commerciali di Trump hanno costretto il blocco ad accettare un accordo commerciale con gli Stati Uniti. L'UE vede allontanarsi sempre di più la capacità di ripristinare la propria “autonomia strategica” nei confronti degli Stati Uniti, così come la federalizzazione dell'UE tramite un'unione militare e la creazione di un maggiore debito comune coi finanziamenti all'Ucraina. La Germania, così come tutte le nazioni del mondo, non è un monolite e al suo interno ci sono fazioni che spingono verso una direzione o l'altra: verso l'avvicinamento nei confronti degli USA, o un allontanamento. Il tempo stringe, poiché la coalizione liberal-globalista al governo in Polonia potrebbe essere sostituita da una coalizione populista-conservatrice dopo le prossime elezioni parlamentari dell'autunno 2027; per questo motivo la Germania vuole ottenere il massimo risultato possibile nel più breve tempo possibile. Se in Polonia dovesse salire al potere una coalizione populista-conservatrice, questa potrebbe riunire alleati regionali per opporsi collettivamente e in modo più efficace all'UE. In tale scenario quest'ultima potrebbe dividersi in due blocchi guidati dalla Germania e dalla Polonia: il primo rappresenterebbe i membri storici, il secondo i nuovi. Così come il blocco guidato dalla Germania intende prendere decisioni internamente e poi costringere i membri più piccoli a fare altrettanto, anche il blocco guidato dalla Polonia potrebbe agire allo stesso modo nei confronti dei membri più grandi. Queste dinamiche potrebbero portare alla dissoluzione dell'UE in due blocchi distinti, uniti solo da politiche ereditate, come la libera circolazione. È quindi ironico che la Germania consideri la sua proposta di una“Europa a due velocità” un adattamento alla geopolitica delle grandi potenze, in grado di consentire all'UE di funzionare in modo più coeso e di diventare più competitiva sulla scena mondiale, quando in realtà questa proposta rischia di infliggere un colpo mortale all'UE così come la conosciamo oggi. Le probabilità sono ancora a favore della Germania, ma potrebbero cambiare radicalmente dopo le prossime elezioni parlamentari in Polonia, previste per l'autunno del 2027, che si preannunciano cruciali per l'intero continente.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-crisi-del-carburante-per-aerei)

La politica ha instaurato una nuova routine: puntualmente a mezzogiorno, i prezzi della benzina nelle stazioni di servizio tedesche aumentano giorno dopo giorno.

Il decreto governativo sui prezzi, un meccanismo frettolosamente improvvisato, agisce come un acceleratore in una situazione di approvvigionamento di carburante già drammaticamente critica. Chiunque avesse una conoscenza elementare di economia sapeva già che questa forma di regolamentazione dei prezzi si sarebbe configurata come una mera manovra politica con conseguenze a dir poco fatali.

Il mercato sta reagendo come previsto: i gestori nelle stazioni di servizio prevedono aumenti generalizzati dei prezzi e coordinano indirettamente le proprie politiche di prezzo. Se a tutti è consentito aumentare i prezzi solo una volta al giorno, tale aumento verrà effettuato deliberatamente: meglio prezzi troppo alti che troppo bassi. Dopodiché si passa ad aspettare e osservare la reazione dei concorrenti. Se la mossa successiva può essere solo una riduzione dei prezzi, il rischio può essere risolto in termini di Teoria dei giochi: i prezzi vengono semplicemente mantenuti alti finché i concorrenti non intervengono.

Ciò crea una situazione simile a quella di un cartello, il quale evita il rischio di rapidi ribassi dei prezzi e la conseguente perdita dei margini individuali.

Le dinamiche di mercato si trasformano quindi in una generalizzata esitazione tattica. Allo stesso tempo la leadership politica si distingue per una sorprendente mancanza di direzione di fronte alla scarsità reale e al rapido peggioramento della situazione degli approvvigionamenti. Hormuz sta mettendo a nudo i limiti delle misure di emergenza politica.

Le misure adottate finora dal governo tedesco per frenare l'aumento dei prezzi sono un classico camuffamento politico: una manovra ben orchestrata per conquistare l'opinione pubblica. La questione fondamentale di come gestire le importazioni di energia non viene affrontata seriamente. L'Europa deve importare il 60% del suo fabbisogno energetico per soddisfare la domanda e l'atteggiamento intransigente nei confronti della Russia, il principale fornitore di energia e materie prime per l'Europa, si rivelerà probabilmente l'errore più fatale della politica europea – un vero e proprio successo, considerando che è già costellata di errori di valutazione e decisioni erratiche dettate da motivazioni ideologiche.

È inoltre significativo che il regime di emissioni di CO₂ di Bruxelles abbia gravemente danneggiato la capacità di raffinazione europea. L'Europa non dispone più delle infrastrutture necessarie per attivare rapidamente la capacità di raffinazione in caso di emergenza e colmare il crescente divario nell'approvvigionamento di petrolio e gas, indipendentemente dalla provenienza delle nuove materie prime.

La politica dell'UE sta consapevolmente e deliberatamente aggravando la situazione attuale. Questa constatazione si applica in particolare alle importazioni di carburante per aerei. Il settore aeronautico europeo importa circa il 40% del suo carburante per aerei dal Golfo Persico, rendendo di fatto irrisolvibile la situazione attuale.

Dall'inizio della guerra il prezzo del carburante per aerei è praticamente raddoppiato, passando da $800 a $1.800 a tonnellata.

Il fatto che gli Stati Uniti stiano impiegando tempo per riportare lo Stretto di Hormuz sotto controllo militare sta esercitando un'enorme pressione sulle compagnie aeree europee. La compagnia scandinava SAS ha già cancellato 1.000 voli ad aprile; anche Lufthansa sta valutando la possibilità di mettere a terra parte della sua flotta.

Le compagnie aeree che hanno coperto i rischi legati all'acquisto di carburante potrebbero essere in grado di attutire in qualche modo gli aumenti di prezzo – tra cui Lufthansa – ma ciò non risolve il problema della carenza fisica di carburante per aerei. L'Europa è sull'orlo di una grave penuria di carburante per aerei.

Il 9 aprile l'ultima petroliera che trasportava carburante per aerei dal Golfo Persico ha raggiunto Rotterdam; le riserve esistenti dovrebbero essere sufficienti a garantire i voli europei per tre o quattro settimane. Ciò che accadrà in seguito resta del tutto incerto.

Considerata la distruzione della capacità di raffinazione e delle relative infrastrutture in nome del Green Deal, i policymaker europei si trovano di fatto con le mani legate. La crisi di Hormuz rischia di esplodere con tutta la sua forza. Se non si giunge a una rapida soluzione del conflitto contro l'Iran, la perdita del 40% del carburante per aerei disponibile non può essere compensata.

Bruxelles potrebbe attivare uno dei suoi strumenti preferiti e, tramite un regolamento di emergenza dell'UE – simile a quello adottato nei primi giorni del conflitto in Ucraina – imporre misure di razionamento per i jet privati e i voli a lungo raggio. Un'altra opzione potrebbe essere lo sblocco immediato delle riserve di raffinazione commerciali inutilizzate, in particolare nelle principali aree portuali di Rotterdam, Anversa e Amsterdam. L'acquisto di carburante costoso per aerei in Nord America con forti sussidi potrebbe rappresentare un'alternativa a breve termine ed evitare un collasso del traffico aereo.

Indipendentemente da come si evolverà la grave carenza di carburante in Europa nelle prossime settimane, il danno è ormai fatto: il danno strutturale causato dalla politica europea nella sua ossessiva lotta contro la CO₂ si sta ora manifestando in tutta la sua drammatica portata. La capacità di raffinazione non può essere ripristinata dall'oggi al domani e il mondo è ora impegnato in una competizione per le rimanenti riserve di carburante in circolazione.

Che i prezzi continuino a salire per il momento è inevitabile; la campagna degli ideologi della decrescita contro la mobilità individuale, il trasporto aereo e i motori a combustione interna sta vivendo un momento di trionfo inaspettato.

Per la civiltà nel suo complesso, questa è una catastrofe; per gli individui che si sono adagiati sugli allori di un mondo protetto dagli ideologi, è senza dubbio una vittoria... pur sempre una vittoria di Pirro, però.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 17 aprile 2026

Come si crea un equivalente di una Delci Rodriguez in Iran?

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/come-si-crea-un-equivalente-di-una)

Per capire la differenza tra le guerre eterne del passato e i conflitti di oggi basta guardare alla lunga lista di nazioni che si ritengono “arrabbiate” per quanto accade oggi in Medio Oriente. Inutile dire che in cima alla lista ci sono Francia e Regno Unito, molto probabilmente perché sanno qual è l'obiettivo finale dell'amministrazione Trump. Questa loro reticenza è propellente per una riforma della NATO stessa, se non addirittura un suo pensionamento. Infatti finora è stato un veicolo che usava il potere di proiezione militare statunitense gratuitamente a favore di Londra e Bruxelles. Non più adesso.

Israele in questo gioco ha finalmente una sua politica estera. Netanyauh è un falco e il suo principale obiettivo è quello di garantire la sopravvivenza della nazione e questo significa annientare la minaccia iraniana. Questo a sua volta lo rende inaffidabile come partner degli USA e Trump lo sa. Ciò è risultato evidente quando, durante l'attuale conflitto con l'Iran e quello dell'anno scorso, l'esercito israeliano ha bombardato obiettivi energetici iraniani senza il consenso americano, poi c'è stata la successiva reprimenda di Trump. Da quando Israele è diventato un asset in rapido deprezzamento agli occhi della City di Londra ed è stato lanciato nella mischia, sulla scia del famoso 7 ottobre e il successivo confronto contro Gaza, il Paese si è sganciato dalla linea di politica estera dettata a Londra. Non mancano tuttora fazioni all'interno del Paese che remano verso un ricongiungimento con la “base madre”, ciononostante l'acredine maturata nei confronti dell'Iran in tutti questi decenni di attriti costruiti ad hoc dal Divide et impera inglese, adesso stanno venendo al pettine in un confronto definitivo in quella che rappresenterà la fine definitiva del caos in Medio Oriente. Tutte le strade conducono a questo singolo esito... ovviamente bisognerà vedere come...

Lato USA l'obiettivo, in soldoni, è quello di mettere in ginocchio l'IRGC e rafforzare il governo iraniano attualmente in carica. Il presidente è ancora vivo, il Ministro degli esteri è ancora vivo e l'entourage da loro scelto è quello che sta conducendo le trattative con l'amministrazione Trump. La posta in gioco è alta ed è un esito delicato da raggiungere, soprattutto perché si tratta di separare l'IRGC da tutti quei canali che la legavano alle strutture di potere interne. Ricordate sempre che nessuna nazione è un monolite: esistono diverse fazioni al loro interno e ognuna di esse ha una sua agenda. Per semplificare, l'Iran è il Venezuela ma con gli steroidi; un problema ordini di grandezza superiore. E questo ha richiesto un impegno superiore rispetto alla precedente operazione in Venezuela. Ma la cosa importante è che l'Iran si è preparato per la guerra sbagliata, o per meglio dire Londra aveva preparato una trappola di Tucidide simile a quella irachena e afghana. L'amministrazione Trump, invece, ha scelto un campo diverso di gioco e questo ha sparigliato le carte in tavola iraniane. Ad esempio, per quanto si chiacchieri di intervento via terra, viene invece incrementata la presenza di velivoli A-10 Warthog, aerei in grado di assicurare una certa supremazia sullo Stretto rispetto a un intervento militare via terra.

Dal punto di vista militare, poi, l'operazione non è finita dato che la tattica a mosaico degli iraniani prevede un vademecum per le singole unità affinché svolgano compiti precisi ogni giorno (per quanto le scorte non siano infinite); mentre invece dal punto di vista strategico è finita. Gli USA, infatti, stanno lavorando col governo civile e l'ala militare, questo perché l'IRGC aveva il controllo completo sull'armamentario iraniano. L'esercito era praticamente ridotto a rango di polizia locale. In questo modo l'IRGC poteva avere il controllo, tramite missili balistici e addirittura un'arma nucleare, sulle strozzature marittime nella zona. Ricordate anche che questa gente, per quanto fanatica possa essere, non è folle. Chi è disposto a veder bruciare tutto intorno a sé rimangono sempre Londra e Bruxelles. I razionamenti energetici sventolati in Europa sono la conseguenza diretta dell'ideologia miope e sconsiderata che entrambi questi centri di potere hanno usato come scusa per colonizzare poi il resto del mondo. Ora sono vittime della loro stessa narrativa, che purtroppo finisce per strangolare anche la popolazione autoctona. E, dispiace dirlo, ma su questo Trump ci contava.

Per l'appunto, invece di distendere gli animi in Ucraina si lasciano sciamare droni sulle strutture energetiche russe e le si attaccano. Questa è gente priva di scrupoli, disposta a tutto pur di conservare il proprio ruolo nella gerarchia di potere attuale e la rabbia della popolazione dovrebbe essere direzionata contro di essi. E data la direzione da dove arrivano questi droni, è facile concludere che si tratti molto probabilmente di operazioni inglesi. Tentativi disperati di arginare un semplice scenario che spaventa a morte la City di Londra: la ristrutturazione delle rotte marittime, l'inversione del globalismo e la regionalizzazione delle catene di approvvigionamento, e la rimozione dei “caselli inglesi” lungo le “autostrade” dei flussi monetari internazionali ombra. Finalmente il potere economico statunitense potrà essere scatenato senza che ci sia una mano che intervenga esternamente per direzionare, o stoppare, un tale potenziale.

Per capire il quadro generale dovete pensare alla strategia degli Stati Uniti come se fosse divisa in 3 fasi: la prima consisteva col riprendere il controllo del prezzo del dollaro attraverso il SOFR; la seconda consisteva nel riprendere il controllo dei prezzi dei risparmi attraverso oro e argento; la terza consiste nel riprendere il controllo sul processo di alimentazione monetaria dei mercati mondiali, tramite il petrolio. Negli ultimi 3 anni la volatilità nel Brent è più che raddoppiata, la City di Londra l'ha praticamente mandata su di giri. In questo modo ha buttato fuori quasi tutti i player reali dal mercato e assottigliato i volumi... capite che questa è una tattica suicida... ed era anche consapevole. Perché una volta ammazzato il mercato del Brent, i processi della City si sarebbero spostati a Dubai (finanziarizzando poi il petrolio dell'Oman/Dubai). Trump ha fatto in modo che un tale “trasloco” non avvenisse, da qui il crollo psicologico degli investitori nei confronti della città. L'impennata del WTI, adesso, conferma la backwardation del petrolio e che questa guerra riguarda il prezzo e il controllo al margine del barile di petrolio.

Parallelamente a ciò corre un'altra strategia, anch'essa in 3 fasi, come ripetuto già da tempo: far uscire allo scoperto quelle organizzazioni che usavano l'ombra per camuffarsi e chiudere selettivamente i vari canali monetari che sfruttavano per finanziarsi. Dapprima i flussi pubblici e la mannaia che si abbatte sugli sprechi in ambito Stato sociale americano. Attraverso le spese gonfiate di Medicare/Medicaid e previdenza sociale, indirizzate verso una traiettoria insostenibile, i dollari volavano all'estero e fungevano da propellente per la riserva frazionaria nel mercato dell'eurodollaro, garantendo “pasti gratis” a chi sfruttava questo meccanismo e svuotando l'economia statunitense. Tutta la pletora di ONG e organizzazioni estere avevano e hanno ancora lo stesso compito. A tal proposito, il segnale che sta dando Bessent è uno: niente più pasti gratis a scapito della sostenibilità americana. E dopo essersi occupati del flusso di fondi pubblici, indirizzarsi a quelli privati: cartelli, terroristi, riciclaggio di denaro. Solo in questo modo le organizzazioni malevole nell'ombra saranno costrette a usare i loro di capitali.

E li stanno usando, nonostante abbiano messo da parte quantità considerevoli di risorse monetarie dopo decenni di manipolazioni dei mercati. Infatti Le banche europee continuano a operare come operano perché la BCE, la Banca del Canada e la Banca d'Inghilterra le tengono a galla e manipolano i differenziali delle obbligazioni. Ma ora si aggiunge un ulteriore strato di difficoltà nelle condizioni attuali di crisi energetica. Manipolare la valuta: tenere alto il valore dell'euro per compensare gli aumenti dei prezzi del petrolio. Per farlo devono vendere titoli del Tesoro americani, oppure l'oro. Ecco perché il metallo giallo ha subito una correzione di recente. Da notare che gli USA hanno superato l'inversione della curva senza troppi problemi.

A proposito di oro, qui chi ha venduto grosse quantità di metallo giallo è stata la Turchia. La Turchia sta vendendo oro per due ragioni principalmente. E c'è anche l'Iran al centro di questa storia. Quando Obama tagliò fuori l'Iran dallo Swift nel 2011, la Turchia cambiò le regole del suo sistema bancario affinché potesse detenere oro come riserve. L'India ha fatto la stessa cosa quest'anno ed entrambi sono avamposti inglesi. La Turchia prese quella decisione perché l'Iran doveva vendere il petrolio sul mercato aperto e doveva riciclare i proventi attraverso il sistema bancario di qualcuno. Quindi l'Iran vendeva petrolio in cambio di oro, poi lo vendeva alle banche turche, le quali poi lo vendevano per qualsiasi valuta avessero bisogno. All'epoca aveva senso affinché l'Iran potesse sopravvivere alle sanzioni. Se guardate la lista dell'FMI riguardo l'oro in possesso delle varie nazioni, noterete che la Turchia ha un asterisco perché è un numero che varia molto in base al denaro che entra/esce dalle banche turche. Anche perché, se davvero i turchi sono così “ricchi” in oro, come mai la lira turca è in caduta libera? Si tratta, quindi, di oro di passaggio e non serve davvero come riserva o supporto per migliorare la base di capitale del Paese. La Turchia, così come il Canada, nell'effettivo non ha affatto oro. La settimana scorsa chiudevano i contratti di marzo della LBMA e, come avevo evidenziato in precedenza, Londra aveva bisogno di oro fisico per coprire le proprie passività.

Il prossimo campo di battaglia, invece, che la cricca di Davos sta preparando è quello del razionamento energetico. C'è un senso di impotenza che serpeggia adesso, non solo nel resto del mondo, ma anche negli USA. Il senato è praticamente bloccato, il Dipartimento di Giustizia non è stato in grado di perseguire i protagonisti di tutti quei casi importanti e lo spettro delle midterm rischia di ostacolare l'agenda dell'amministrazione Trump. La vera scommessa è che l'economia americana sia in condizioni migliori rispetto a quelle del resto del mondo (soprattutto UE e UK), perché la cricca di Davos sta davvero giocandosi il tutto per tutto. L'ultimo report sulle payroll americane è incoraggiante, così come altri indicatori macro, suggerendoci che nonostante i prezzi della benzina siano alti, solo gli americani sono in grado di sopportare $4 di media al gallone. Gli altri capitoleranno subito. Stesso discorso possiamo farlo con la borsa americana e la resilienza sulla scia dello scoppio della bolla del private credit. È un braccio di ferro, quindi, e la muscolatura migliore fortunatamente ce l'hanno ancora gli USA rispetto alla cricca di Davos.

Lo ripeto per chi ancora non avesse compreso il punto centrale dell'operazione americana in Iran: tali sforzi sono sostanzialmente mirati a costringere Londra e Bruxelles ad accettare i termini della resa presentati da Trump a Davos e Rubio a Monaco. L'Iran è solo un proxy. Prima di dichiarare indipendenza dall'ombra inglese sul sistema eurodollaro, gli Stati Uniti garantivano la libera navigazione nel mondo e tutti gli altri strutturavano le proprie economie e politiche attorno a questa assicurazione gratuita. L'Europa e il Regno Unito hanno sguinzagliato linee di politica ecologiste, ridotto le proprie capacità militari e impartito lezioni a Washington sulla virtù del globalismo, sicuri, tramite le proprie infiltrazioni al Congresso e alla Casa Bianca, che le portaerei americane sarebbero sempre state a loro disposizione.

Trump ha alimentato un momento di massima tensione e nel frattempo ha tolto la sopraccitata garanzia militare automatica. Il punto, quindi, è dilatare i tempi e farlo prima delle elezioni di medio termine. Permettendo che una chiusura o una semi-chiusura di Hormuz faccia sentire i suoi effetti sulle economie europee, Trump si assicura che il dolore immediato si concentri proprio nelle giurisdizioni che hanno più palesemente approfittato degli USA: Londra e Bruxelles. Le loro industrie, i loro consumatori e le loro convinzioni sulla transizione energetica vengono smascherati per quello che sono realmente: un pio desiderio sostenuto da un'architettura ombra che incanalava risorse di capitale americane verso le fantasie ambientaliste europee. In questo contesto il messaggio di Trump diretto ai leader europei e britannici – “Avete più bisogno del petrolio dello Stretto di Hormuz di noi; perché non andate a prendervelo?” – non è una frase buttata lì a caso: stiamo assistendo alla riorganizzazione di un sistema in cui gli Stati Uniti, di fatto, controllano il flusso globale di petrolio. Un mondo in cui la produzione nel Sud America allineata agli Stati Uniti, unita alla capacità discrezionale di garantire, o meno, la sicurezza di Hormuz, pone Washington al centro della scacchiera degli idrocarburi. Per questo obiettivo strategico un rapido ripristino del vecchio status quo sarebbe controproducente.

Una “soluzione rapida” in Iran significherebbe che Londra e Bruxelles tirerebbero un sospiro di sollievo e tornerebbero alla normalità. Dicendo esplicitamente a Londra e Bruxelles di “andare a prenderselo” da soli il petrolio in Iran, Trump impone un confronto basato sull'ormai manifesta power politics. I leader europei e britannici devono affrontare il fatto che i loro sistemi energetici, le loro basi industriali e i loro sermoni geopolitici si fondano sullo sfruttamento del potere americano. In tal senso il ritardo nella “riapertura” dello Stretto e la sfida lanciata agli alleati della NATO affinché lo facciano da soli non è indecisione, né le dichiarazioni di Trump sono oscure e confuse. È una strategia meticolosa che richiede una determinazione ferrea per liberarsi di una struttura finanziaria ombra che per decenni ha tenuto in ostaggio la ricchezza reale americana. Dichiarare indipendenza da questa idrovora non sarà facile, ridurre alla sete di liquidità gratis coloro che in precedenza la davano per scontata richiederà grandi sacrifici e al tempo stesso ritorsioni sempre più violente.

Ma lo strangolamento non avviene solo a livello energetico. Quello è solo il primo strato; esso si ripercuote inevitabilmente nei mercati delle valute e nei cosiddetti avamposti mondiali che fanno riferimento a Londra e Bruxelles. Quando i prezzi dell'energia subiscono un'impennata, i Paesi dipendenti dalle importazioni si trovano immediatamente di fronte a un problema: hanno bisogno di più dollari per pagare lo stesso volume di carburante. Se non ce li hanno, la loro valuta si indebolisce, e se la loro valuta si indebolisce le importazioni diventano ancora più costose. La risposta standard è che la banca centrale venda le riserve in valuta estera per difendere la divisa nazionale e assorbire lo shock. Questo funziona, ovviamente, fino a quando le riserve non si esauriscono. La Turchia ha consumato le sue riserve più velocemente di quanto quasi tutti si aspettassero: solo nella prima settimana di marzo la banca centrale ha speso $12 miliardi per difendere la lira. A metà marzo le riserve erano scese da $65,7 miliardi a $53,6 miliardi.

Il 13 marzo gli investitori stranieri hanno venduto titoli di stato turchi al ritmo settimanale più veloce mai registrato. I trader che avevano preso in prestito dollari a basso costo e li avevano investiti sui tassi di interesse turchi al 37% per massimizzare i profitti, si sono dati alla fuga: si stima che tra i $12 e i $15 miliardi di capitali siano fuggiti in due settimane. Al Gran Bazar di Istanbul i cambiavalute vendono dollari a un premio rispetto al tasso interbancario, un indicatore affidabile del panico diffuso tra gli investitori.

L'India ha agito con maggiore discrezione. Il 13 marzo il Ministro delle Finanze, Nirmala Sitharaman, ha presentato alla Lok Sabha richieste supplementari di stanziamenti, tra cui circa $6,7 ​​miliardi per un “Fondo di Stabilizzazione Economica”, con un obiettivo di raccolta fondi totale di $12 miliardi. Lo scopo dichiarato: “margine di manovra fiscale” per far fronte agli “shock energetici e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento dovute al conflitto in Medio Oriente”. L'India importa quasi l'87% del suo petrolio greggio e il caos energetico ha già causato una delle più gravi carenze di gas degli ultimi decenni: le autorità hanno interrotto le forniture di GPL all'industria per garantire alle famiglie una quantità sufficiente di combustibile per cucinare. Lo schema: Turchia e India rappresentano due livelli di sviluppo economico e due diverse entità di capacità di spesa pubblica, ma stanno facendo la stessa cosa, ovvero consumare le proprie riserve.

Ma cosa succede quando non sono sufficienti?

Quando le riserve non riescono a contenere lo shock i governi si rivolgono al lato della domanda: iniziano a razionare l'energia, riducendo i consumi con la forza. Il Pakistan, poi, è passato direttamente a un'austerità totale. Il 9 marzo il Primo Ministro, Shehbaz Sharif, è apparso in televisione annunciando 15 misure di emergenza: una settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, la chiusura delle scuole per due settimane, il passaggio obbligatorio al telelavoro per il 50% della forza lavoro governativa, il divieto di tutti i viaggi ufficiali all'estero, la rinuncia allo stipendio per due mesi per i membri del governo, una riduzione del 25% dello stipendio per i parlamentari, una riduzione del 30% per i funzionari con uno stipendio superiore a 3 milioni di rupie al mese e il fermo del 60% dei veicoli governativi. Tutti i fondi dedotti confluiscono in un fondo denominato “Piano di Austerità del Primo Ministro”, nessuno, però, sulla stampa pakistana si è posto la domanda ovvia: austerità da cosa? Il Pakistan importa oltre l'80% del suo petrolio. Le detrazioni salariali e i veicoli fermi sono una cifra irrisoria rispetto al conto dell'energia che il Pakistan si appresta a pagare.

Ma è nell'Asia meridionale e sudorientale che il razionamento è diventato più viscerale, perché questi Paesi sono entrati nella crisi con le riserve più esigue. Il Bangladesh importa il 95% del suo carburante e ha riserve petrolifere sufficienti per circa tre settimane. In alcuni distretti i distributori di benzina sono rimasti a secco. Il settore tessile, che genera l'84% dei proventi delle esportazioni del Paese e impiega circa quattro milioni di lavoratori, sta affrontando interruzioni di corrente a rotazione di otto-quattordici ore al giorno. Lo Sri Lanka, segnato dal collasso economico del 2022, ha riattivato il suo sistema nazionale di codici QR per il carburante: ogni veicolo deve registrare il proprio numero di identificazione e il numero di cellulare, generando un codice QR univoco che un addetto alla stazione (spesso scortato dai militari) scansiona prima di erogare carburante. Le motociclette sono limitate a cinque litri a settimana, le auto a quindici litri e gli autobus a sessanta litri. Le Filippine hanno dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale; la giunta militare del Myanmar ha istituito giorni di guida alternati a Yangon e Naypyidaw, con soldati a guardia dei depositi di rifornimento. Le Nazioni Unite stimano che i prezzi del petrolio siano aumentati di circa il 45% e quelli del gas del 55% dalla fine di febbraio, con un incremento del 35% dei prezzi dei fertilizzanti.

C'è un punto in ogni crisi monetaria in cui il governo smette di cercare di difendere il tasso di cambio e inizia a cercare di impedire che la ricchezza lasci il Paese. I controlli sui capitali segnalano che le autorità hanno perso fiducia nella loro capacità di gestire la situazione con strumenti convenzionali e accelerano il panico stesso che sono progettati per prevenire. La Russia, ad esempio, è intervenuta il 26 marzo con due decreti: uno che vieta l'esportazione di rubli in contanti superiori all'equivalente di $100.000 verso gli stati dell'Unione Economica Eurasiatica e un altro che vieta l'esportazione di lingotti d'oro di peso superiore a 100 grammi. La motivazione ufficiale: combattere l'economia sommersa. Il contesto reale: la Russia ha registrato un deflusso di liquidità pari a $13,2 miliardi dal sistema bancario solo a gennaio 2026, dovuto al passaggio delle imprese al mercato nero per evitare l'aumento dell'IVA. Il viceministro delle Finanze, Alexei Moiseev, ha riconosciuto che l'oro viene sempre più utilizzato come sostituto della valuta estera in transazioni illecite e nella fuga di capitali. Poi c'è la Turchia come dicevamo prima, la quale ha trascorso l'ultimo decennio accumulando circa $135 miliardi in riserve auree per scambiarle con valuta forte sul mercato londinese.

Ed ecco l'ultima fase: la resa dei conti. Se volete vedere dove porta questa strada quando non ci sono più riserve, nessun cuscinetto fiscale e nessuna via d'uscita da bloccare, guardate il Libano. Ovviamente è il capolinea questo e non tutti ci arriveranno. L'unica variabile è la velocità e la chiusura di Hormuz ha accelerato il processo per tutti i mercati importatori di petrolio.

L'attuale sistema finanziario mondiale si basa su due elementi: energia a basso costo e liquidità in dollari. Togliendo uno dei due elementi l'intero sistema inizia a collassare; togliendoli entrambi contemporaneamente si ottiene qualcosa che assomiglia meno a una recessione e più a un collasso sistemico. I Paesi che oggi stanno bruciando le riserve in valuta estera saranno quelli che domani si rivolgeranno al Board of Peace per prestiti di emergenza.

La questione non è se tutto questo rimodellerà i mercati globali e la politica monetaria. Lo ha già fatto.

Il riassesto della proiezione di potere militare è una funzione del riassesto del flusso di petrolio intorno al mondo, il che a sua volta è un riassesto del flusso di denaro nel mondo. Quella in Iran non era una guerra ma la rottura di una rete, come avvenuto in Venezuela e col CJNG; strozzature che dovevano essere bonificate. La maggior parte delle strade conducono a Londra, ma molto spesso una tappa intermedia prima della destinazione è Bruxelles. La tassa principale che ha fatto ingrassare le casse della City di Londra è quella del caos su cui s'è fondato il suo schema di ricatto “Dividi et impera”. È risaputo che l'IRGC ha connessioni con Londra e Parigi, e tramite i canali finanziari ombra è riuscita a connettere gli interessi di tali luoghi con le organizzazioni terroristiche internazionali. Gli USA sono serviti da garanzia collaterale in tutto questo schema di pagamenti ombra. Trump ha semplicemente detto “Basta!”. Gli USA non pagheranno più i loro interessi sul debito per finanziare navi e marinai per pattugliare i mari gratis, mentre gli inglesi incassavano i premi delle assicurazioni, le commissioni nel Forex e fomentavano il caos facendo aumentare allo stesso tempo i premi di rischio. L'Iran, quindi, non era altro che una delle ultime roccaforti in cui l'Impero inglese fomentava il caos nella regione ed è questo Impero che ha perso, non quello americano.

Non esistono coincidenze in geopolitica, solo evoluzioni di eventi innescati in precedenza.


CONCLUSIONE

Mentre la maggior parte delle persone è occupata a lanciare invettive contro Trump, coloro che sono anti-umanità e anti-civiltà ottengono nuovamente un free ride di fronte alla percezione comune. Inutile dire che social, stampa generali sta e canali d'informazione alternativi fanno un buon lavoro sotto questo aspetto per sviare accuratamente le attenzioni. La critica alla classe dirigente europea è pressoché assente; la rabbia nei confronti della classe dirigente europea è assente. Nel frattempo il tortuoso cammino americano verso una nuova indipendenza continua.

Iniziato col SOFR, ha dovuto seguire un percorso di maturazione caratterizzato da continui attacchi alla sua fragile, almeno inizialmente, architettura. Ciò ha costretto gli Stati Uniti ad assecondare il principio di distopia della cricca di Davos che ha infestato il mondo, in modo più virulento rispetto al passato, dal 2019 al 2022. Da quel momento in poi gli Stati Uniti hanno potuto cambiare la propria postura: da difensiva ad attaccante. Ma questi sono temi che ho trattato ampiamente nell'ultimo libro che ho pubblicato, Il Grande Default.

Trump, quindi, sta riorganizzando le rotte petrolifere mondiali e le “rotte” finanziarie mondiali. Il super potere della City di Londra passa dai flussi monetari e dai flussi commerciali, in particolar modo dalle assicurazioni. L'IRGC e la sua minaccia di “chiusura” dello Stretto di Hormuz era il braccio armato del club P&I con cui la City di Londra gestiva a monte il flusso del petrolio e per estensione quello del commercio mondiale. Ecco perché la dichiarazione di guerra del 28 febbraio nei confronti dell'Iran era indirizzata a tutti i mezzi militari ad appannaggio dell'IRGC, le guardie pretoriane del regime e vero comandante del Paese dietro le quinte. L'obiettivo ambizioso di questa operazione è togliere dalle mani inglesi questo premio, se non addirittura portarlo nelle mani americane e protetto dalla Marina americana. Quest'ultima smette praticamente di lavorare gratis per gli altri e farli ingrassare sul loro trono di ideologie verdi e fantasie di burocratizzazione del mondo intero. È la solita storia: tutti i vantaggi scorrevano all'estero, pochi benefici, se non nessuno, restavano negli USA.

Ancora una volta, non dovete ascoltare tutto ciò che dice Trump. La maggior parte delle volte è “smoke & mirror”, un suo modo di negoziare. Sono poche le volte in cui dice effettivamente ciò che sarà. Dovete guardare all'evoluzione della sua strategia, lì risiede il vero potere analitico di “predizione”. Se invece volete direzionalità a livello verbale, ascoltate Jamie Dimon. Una di quelle volte in cui Trump è stato chiaro è proprio di recente quando ha pubblicato un post sul social Truth in cui invitava i “partner” europei e inglesi ad andarsi a prendere il petrolio se davvero lo volevano. O altrimenti comprarlo dagli USA.

Oltre ad aver sottolineato l'obsolescenza della NATO, sostituita molto probabilmente da una nuova alleanza in Medio Oriente, Trump ha reso chiaro che acquistare petrolio o gas dagli USA significherà accettare altresì il pacchetto di assicurazioni americane messi a disposizione dal DFC.

Gli USA possono aspettare tutto il tempo che vogliono in tal senso, non hanno alcuna fretta. Il cappio energetico che si stringe è intorno al collo di Londra e Bruxelles, non a quello di Washington. Infatti tre nuovi terminal di GNL vengono espansi negli Stati Uniti, riorganizzando altresì il modo in cui scorre l'energia a livello interno (resa consapevolmente inefficiente in precedenza).

Questo tipo di riorganizzazione non avviene dalla sera alla mattina. Richiede tempo. Stiamo parlando di reti ombra che vengono riorientate, accordi centenari che devono essere riscritti, alleanze abbandonate per nuove. Senza contare la pressione psicologica e i ricatti nel momento in cui si “tradisce” il vecchio assicuratore inglese per quello nuovo americano. Alcune delle compagnie marittime vantano centinaia di anni di sottoscrizioni assicurative con Lloyd's, ad esempio. Tutto ciò era chiaro sin da quando Trump, in risposta all'opzione nucleare lanciata tramite la confusione dei primi giorni di conflitto dall'Iran ovvero “chiudere” lo Stretto di Hormuz e poi concretizzata nell'effettivo dalle assicurazioni inglesi che hanno smesso di assicurare le navi in caso di guerra, ha presentato la possibilità di un'assicurazione americana per le navi in transito ad Hormuz. Come ci insegna la teoria Austriaca, tutti i cambiamenti avvengono al margine: infatti saranno le piccole compagnie di spedizione greche le prime ad accettare la proposta assicurativa americana, le più colpite finora dalla crisi.

In sintesi, gli Stati Uniti si stanno emancipando non solo dai singoli punti di fallimento a livello finanziario (es. contagio sistemico tramite l'eurodollaro), ma anche da quelli a livello commerciale in modo da non essere più ricattabili. Ecco perché stanno potenziando le strutture tecnologiche in Arizona per accogliere il know-how di Taiwan, oltre al fatto che quello stesso stato americano ha una delle riserve di elio più grandi al mondo.

Quando Trump ha detto già dal secondo giorno di conflitto che era finita, era effettivamente finita a livello funzionale. La domanda era: come si crea un equivalente di una Delci Rodriguez in Iran? Ricordate, stiamo parlando di un Paese ordini di grandezza superiore al Venezuela. L'accordo che è stato portato avanti nel corso di questi mesi non era ovviamente definitivo, bensì una bozza. Questo perché non essendo il Paese un monolite, ed essendoci diverse fazioni al suo interno, una delle quali l'IRGC, le trattative hanno subito “interferenze”. Mettiamo che il team di Trump stesse trattando con Araghchi e il suo di team: siglare un accordo con loro non avrebbe significato AUTOMATICAMENTE che essi avrebbero potuto farlo valere in patria. E questo è stato evidente durante le trattative pre-conflitto: un po' come accaduto in Turchia nel 2022 quando Zelensky era pronto a trattare con Putin, ma poi, dopo l'intervento di Boris Johnson, cambiò idea. Quando negozi contro gli interessi del tuo Paese significa che hai puntata alla testa una pistola.

In questo conflitto ci sono quattro giocatori principali: USA-Israele & Iran-City di Londra. Quest'ultima ha un interesse esistenziale in gioco: “gestione” delle leve di prezzo di petrolio, Forex e flusso di denaro tramite il commercio mondiale. Trump, quindi, non sta facendo altro che riorganizzare il commercio mondiale lontano da queste strozzature perché sono una passività per gli USA: è costato più difendere lo Stretto di Hormuz piuttosto che ricostruire l'Europa nel secondo dopoguerra. Pensavate davvero che lo scopo dell'IRGC fosse quello di diffondere la “rivoluzione islamica” piuttosto che essere partner in affari con Londra e rappresentare quindi una minaccia costante per il commercio mondiale con missili balistici, ed eventualmente bombe nucleari, in grado di raggiungere altri Stretti nel mondo? Londra ormai non ha più una Marina, non ha una più un esercito, non ha più un'industria, non ha più accesso ad energia a basso costo; l'unico controllo che hanno come Impero è sulle assicurazioni, sulle riconciliazioni finanziarie, sulle normative finanziarie e sugli intrallazzi dell'MI6. Nel momento in cui entra in scena un Donald Trump che toglie l'accesso a questi proxy, cosa credete che avrebbe fatto la City di Londra? Questa è la semplificazione, se proprio necessario, che si deve tenere a mente: è una lotta a quattro giocatori e ognuno di loro muove le proprie pedine.

Il resto è rumore di fondo e distrazione.


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giovedì 16 aprile 2026

Il dibattito quantistico su Bitcoin sta riemergendo e i mercati iniziano a notarlo

Questa notizia, secondo cui Fannie Mae e Freddie Mac accettano come garanzia Bitcoin per i mutui immobiliari, è fondamentale, di gran lunga più importante sugli ETF su Bitcoin. Inutile ricordare che si tratta di un tassello critico nella ricapitalizzazione della classe media americana, dato che in questo modo un asset in precedenza considerato “inerte” può essere usato come flusso di cassa personale e fornire una garanzia a supporto della propria produttività. In precedenza una “speranza” di prosperità in un futuro indeterminato, adesso una garanzia di valore effettiva alla base delle proprie possibilità di imprenditorialità. In questo modo i mutui trentennali a tasso fisso tornano a essere un volano per alleggerire il fardello finanziario sulla classe media, la quale può godere da un lato di un ambiente in cui i tassi di riferimento sono gestiti internamente col SOFR (niente più cicli quinquennali di crisi che alteravano “precisamente” il passaggio dei mutui al tasso variabile) e dall'altro dell'uso di un asset che in precedenza a livello ufficiale era “inutile”. Ora la classe media può usare Bitcoin come garanzia attiva senza dover porre in prima linea la propria casa e avere una sicurezza in più nella gestione delle proprie finanze, e altresì usare la stabilità di questo nuovo assetto per dedicarsi alle proprie attività produttive, potenziandole. In questo modo può ripagare con più agilità i propri debiti. Ma qui viene il bello: grazie alle stablecoin, in particolare a Tether, questo modello di business può essere esportato a livello internazionale. Un circolo virtuoso per il bilancio statunitense, visto che i capitali volano sempre dove vengono trattati meglio, e l'emersione di un'organizzazione economica fondata su principi più sani grazie a Bitcoin.

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da Coindesk

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-dibattito-quantistico-su-bitcoin)

L'informatica quantistica e la minaccia che essa rappresenta per le blockchain crittografate sono tornate a circolare nelle discussioni online su Bitcoin, sollevando preoccupazioni sul fatto che costituiscano un rischio a lungo termine di cui investitori e sviluppatori faticano ancora a parlare con un linguaggio semplice.

L'ultima riaccensione del dibattito è seguita ai commenti di importanti sviluppatori nell'ecosistema Bitcoin che hanno respinto le affermazioni secondo cui i computer quantistici rappresenterebbero un rischio reale per la sua rete nel prossimo futuro. La loro posizione è semplice: macchine in grado di violare la crittografia di Bitcoin non esistono oggi ed è improbabile che esisteranno per decenni.

Adam Back, cofondatore di Blockstream, società che si occupa di infrastrutture Bitcoin, ha descritto il rischio come inesistente nel breve termine, definendo l'informatica quantistica “in una fase ancora troppo embrionale” e piena di problemi di ricerca irrisolti. Anche nello scenario peggiore, ha sostenuto Back, la struttura di Bitcoin non permetterebbe il furto istantaneo di coin attraverso la rete.

La valutazione di Back è ampiamente condivisa anche da altri sviluppatori. I critici, tuttavia, affermano che il problema non è la tempistica, bensì la mancanza di una preparazione visibile.

Bitcoin si basa sulla crittografia a curve ellittiche per proteggere i wallet e autorizzare le transazioni. Come spiegato in precedenza da CoinDesk, computer quantistici sufficientemente avanzati, in grado di eseguire l'algoritmo di Shor (un algoritmo quantistico utilizzato per trovare i fattori primi di numeri grandi), potrebbero ricavare le chiavi private dalle chiavi pubbliche esposte, mettendo a rischio una parte delle coin esistenti.

La rete non crollerebbe da un giorno all'altro, ma i fondi custoditi in indirizzi obsoleti, inclusi gli 1,1 milioni di bitcoin di Satoshi Nakamoto, rimasti intatti sin dal 2010, potrebbero diventare vulnerabili agli attacchi di malintenzionati.

Per ora, questa minaccia rimane teorica. Ciononostante governi e grandi aziende si stanno già comportando come se la rivoluzione quantistica fosse inevitabile. Gli Stati Uniti hanno delineato piani per abbandonare gradualmente la crittografia classica entro la metà della decade del 2030, mentre aziende come Cloudflare e Apple hanno iniziato a implementare sistemi resistenti ai computer quantistici.

Bitcoin, al contrario, non ha ancora concordato un piano di transizione concreto ed è proprio in questa lacuna che si sta insinuando il malcontento del mercato.

Nic Carter, socio di Castle Island Ventures, ha dichiarato su X che la discrepanza tra sviluppatori e investitori sta diventando difficile da ignorare. Secondo lui il capitale è meno interessato a sapere se gli attacchi quantistici arriveranno tra cinque o quindici anni, ed è più concentrato sulla credibilità del futuro di Bitcoin qualora gli standard crittografici dovessero cambiare.


Piani per contrattaccare

Gli sviluppatori ribattono che Bitcoin può adattarsi ben prima che si manifesti un pericolo reale. Esistono proposte per migrare gli utenti verso formati di indirizzo resistenti ai computer quantistici e, in casi estremi, per limitare le spese dai wallet tradizionali. Tutto ciò sarebbe preventivo, non reattivo.

Uno di questi piani è il Bitcoin Improvement Proposal (BIP)-360, il quale introduce un nuovo tipo di indirizzo Bitcoin progettato per utilizzare la crittografia resistente ai computer quantistici.

Offre agli utenti un modo per trasferire le proprie crittovalute in wallet che si basano su diversi algoritmi matematici, ritenuti molto più resistenti agli attacchi dei computer quantistici.

BIP360 delinea tre nuovi metodi di firma, ognuno dei quali offre diversi livelli di protezione, in modo che la rete possa passare gradualmente al nuovo formato anziché imporre un aggiornamento improvviso. Nulla cambierebbe automaticamente. Gli utenti aderirebbero nel tempo trasferendo i fondi al nuovo formato di indirizzo.

I sostenitori di BIP360 sostengono che la proposta non riguardi tanto la previsione dell'arrivo dei computer quantistici, quanto piuttosto la preparazione. Il passaggio di Bitcoin a un nuovo standard crittografico potrebbe richiedere anni, con aggiornamenti software, modifiche infrastrutturali e coordinamento degli utenti.

Secondo loro, iniziare per tempo riduce il rischio di essere costretti a prendere decisioni affrettate in seguito.

Tuttavia la governance conservativa di Bitcoin diventa un attrito quando si tratta di affrontare minacce a lungo termine che richiedono un consenso precoce.

Attualmente l'informatica quantistica non rappresenta una minaccia esistenziale per Bitcoin e nessuna previsione credibile suggerisce il contrario.

Tuttavia, man mano che il capitale diventa più istituzionalizzato e a lungo termine, anche i rischi più lontani richiedono risposte più chiare.

Finché sviluppatori e investitori non convergeranno su un quadro di riferimento condiviso, la questione quantistica continuerà a persistere, non come motivo di panico, ma come un attrito silenzioso che pesa sul clima generale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 15 aprile 2026

UE e Australia siglano un accordo commerciale tra le preoccupazioni relative alle risorse strategiche

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/ue-e-australia-siglano-un-accordo)

Sono trascorsi ben otto anni prima che l'Unione Europea e l'Australia riuscissero a raggiungere un accordo commerciale congiunto. L'accordo presentato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dal primo ministro australiano, Anthony Albanese, a Canberra rappresenta una riduzione di vasta portata delle tariffe dirette nel medio termine.

Oltre il 90% delle merci potrà circolare liberamente tra i due continenti, ovviamente sempre nel rispetto delle norme comuni di armonizzazione e, soprattutto, delle regole europee in materia di protezione del clima. Questo aspetto deve essere preso in considerazione in ogni cosiddetto accordo di libero scambio. Le normative non scompaiono per le imprese. Nel caso degli accordi con l'UE, esse si estendono in larga misura anche ai partner commerciali.

In ogni accordo commerciale di cui l'Unione Europea è firmataria, Bruxelles cerca di integrare un massiccio protezionismo climatico nel commercio globale. In un certo senso, una sorta di colonialismo climatico postmoderno. Questo è il concetto di libero scambio così come viene praticato dagli europei.

Secondo i partecipanti, l'accordo che sta per essere firmato dovrebbe aumentare le esportazioni dell'UE verso l'Australia fino a un terzo e incrementare gli investimenti delle aziende europee in Australia fino all'ottanta percento. La direzione strategica è chiara: l'UE sta cercando di liberarsi dalla morsa cinese nel settore cruciale delle materie prime, come le terre rare. E l'Australia ha, nell'effettivo, un ricco catalogo di risorse da offrire.

Gli accordi commerciali come quello con l'Australia seguono una strategia ben precisa. Da un lato sembra crescere la consapevolezza dei problemi di approvvigionamento causati dalla guerra contro l'Iran; dall'altro l'industria europea si sta impegnando per aprire nuovi mercati di vendita e rafforzare la posizione competitiva delle aziende che hanno subito forti pressioni nel cuore industriale della Germania, soprattutto durante la crisi energetica.

È evidente che Bruxelles è pronta a coniugare i progressi nel settore manifatturiero con una corrispondente riduzione delle norme protezionistiche in agricoltura. Ciò crea potenziali conflitti, come si è visto nelle scorse settimane con l'accordo Mercosur tra l'UE e i Paesi sudamericani Argentina, Uruguay, Paraguay e Brasile.

L'accordo, che segue uno spirito simile a quello con l'Australia, dovrebbe entrare in vigore provvisoriamente a maggio. Ciò avviene nonostante importanti attori politici come Francia e Italia abbiano già annunciato una forte opposizione al patto, il quale metterà gli agricoltori europei – e quindi l'agricoltura europea – sotto una forte pressione competitiva, poiché il Sud America segue un quadro normativo molto diverso da quello dell'UE.

Nel caso dell'accordo australiano, su questo fronte la situazione è rimasta sostanzialmente tranquilla; il mercato australiano è troppo piccolo affinché i volumi potenzialmente importati di carne bovina, che saranno spediti in Europa tramite quote, possano destare particolari preoccupazioni.

Dal punto di vista dell'economia tedesca, l'accordo commerciale con l'Australia può essere approssimativamente riassunto come segue: mentre i settori in crisi dell'industria automobilistica, meccanica e chimica beneficeranno di una drastica riduzione delle tariffe di importazione australiane, l'UE otterrà l'accesso alle terre rare, al cobalto e al litio estratti in Australia e dovrà accettare che la produzione di carne bovina raggiungerà sempre più il mercato europeo.

In definitiva, l'Australia rappresenta solo circa l'uno per cento degli scambi commerciali dell'UE. Il Paese si colloca al ventesimo posto tra i partner commerciali più importanti dell'UE.

Ciononostante si tratta di un piccolo passo verso la liberazione dalla morsa della Cina, che, come si è visto l'anno scorso, non esita un attimo a sfruttare i suoi strumenti geopolitici nel settore delle materie prime come le terre rare, posizionando il suo motore di esportazione nella politica commerciale.

La diversificazione è fondamentale. Accumulare riserve è ancor più importante, come sappiamo oggi, visti i depositi di gas in diminuzione e le riserve petrolifere esaurite.

Le riserve strategiche rappresentano un riconoscimento politico della realtà. Il fatto che la politica europea si sia un tempo concessa il lusso di dare priorità all'ideologia climatica e alle fantasie di trasformazione rispetto alle necessità concrete, ora si traduce in un prezzo amaro da pagare.

I concorrenti commerciali come la Cina o gli Stati Uniti detengono riserve in settori fondamentali come l'energia e le materie prime, sufficienti a garantire l'approvvigionamento dell'economia e della società per oltre un anno. Crisi acute, come l'attuale chiusura dello Stretto di Hormuz, appaiono quindi relativamente più facili da gestire e controllare.

La politica commerciale europea deve seguire questa strada: deve concentrarsi sugli interessi strategici della propria economia e superare gli errori ideologici se vuole ancora salvare ciò che è salvabile nella grave crisi dell'industria europea.

Le catene di approvvigionamento e la fornitura di materie prime ed energia devono essere temi centrali nell'agenda politica europea. La reintegrazione della Russia come fornitore di gas e lo sviluppo delle risorse interne – che si tratti di gas di scisto, gas del Mare del Nord, o giacimenti di carbone nazionali – dovrebbero dare il tempo necessario per sviluppare una strategia nucleare paneuropea, il che richiederà molti anni.

Finché queste considerazioni non saranno integrate in una strategia complessiva e globale, l'accordo commerciale australiano rimarrà frammentario: una mossa di poco conto, quasi irrilevante, sullo scacchiere geopolitico dominato dal duopolio Washington-Pechino.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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