giovedì 6 maggio 2021

No, Dogecoin non può competere con Bitcoin

 

 

di Peter St. Onge

I tweet su Dogecoin da parte di Elon Musk hanno fatto fare una bella corsa alla coin, facendone passare il prezzo da frazioni di penny (dove è stato trattato per circa 8 anni) a 40 centesimi il 20 aprile. È stato sufficiente a distrarre Peter Schiff dal guardare il suo portafoglio colmo d'oro non fare niente (per circa 8 anni) e dire che "Dogecoin sta mangiando Bitcoin".

Allora come stanno le cose, Dogecoin è destinato a superare Bitcoin e quindi il dollaro per diventare la valuta di riserva mondiale?

Ovviamente no. La risposta breve è perché Dogecoin e Bitcoin servono a scopi fondamentalmente diversi: nella migliore delle ipotesi Dogecoin è una delle tante coin "mezzo di scambio" (MDS), mentre Bitcoin si distingue come "riserva di valore" (RDV) stabile e sicura dove le persone parcheggiano i loro risparmi di una vita. In altre parole, Dogecoin non può competere con Bitcoin più di quanto i vostri piatti per la cena non competono con il vostro frigorifero, dispensa o congelatore.

Prima di tutto diciamo che Dogecoin è iniziato come uno scherzo. I critici usano tale aneddoto per criticare in vari modi lo stesso Dogecoin o per criticare Bitcoin stesso. Ahimè, all'universo non importa perché avete inventato qualcosa. La polvere da sparo è stata inventata per i fuochi d'artificio, non per la guerra, e la Coca cola è stata inventata per sballarsi, non per far divertire i bambini con un Happy Meal. Twitter è stato inventato come piattaforma di podcasting, Facebook come piattaforma di incontri e Wikipedia come la fonte più autorevole di conoscenza umana. All'universo non importa perché avete inventato qualcosa, decidono gli utenti.

Quindi cos'è Dogecoin? Come Bitcoin è una moneta POW ("prova di lavoro") in cui i processori di transazione votano sulle regole del gioco, incluso il modo in cui vengono prodotte nuove monete. Esistono 129 miliardi di dogecoin, con 5 miliardi di nuove monete emesse all'anno ed un'inflazione annuale del 3,9%. I 5 miliardi sono costanti, il che significa che il tasso d'inflazione di Dogecoin diventa sempre più basso man mano che le nuove monete si aggiungono ad una base più ampia: in 4 anni scenderà al 3,3%.

Per fare un confronto, ci sono 18,6 milioni di bitcoin e crescono a 330.000 all'anno con un'inflazione annuale dell'1,7% all'anno. Anche l'inflazione dell'offerta di Bitcoin diminuisce nel tempo, dimezzandosi ogni quattro anni, quindi nel 2024 l'inflazione dell'offerta scenderà sotto l'1% all'anno addirittura inferiore a quella dell'offerta dell'oro a circa l'1,5% all'anno.

Poi ci sono velocità e costi. Mentre su Bitcoin viene creato un nuovo blocco ogni 10 minuti, su Dogecoin ne viene creato uno ogni 1 minuto. Tuttavia, dato l'ecosistema più piccolo di Dogecoin (capitalizzazione di mercato, minatori), dovreste aspettare più conferme per essere sicuri. L'exchange Kraken, ad esempio, richiede 40 blocchi per Dogecoin (40 minuti) prima di considerare un deposito valido, mentre con Bitcoin la metà.

Poi ci sono le commissioni di blocco. Dogecoin è stato molto economico fino a poco tempo fa: un anno fa inviare una transazione costava un quinto di un centesimo. Ha una capacità leggermente maggiore rispetto a Bitcoin, ma il motivo principale era che quasi nessuno utilizzava Dogecoin, quindi era come acquistare spazio su una nave da carico vuota. Purtroppo ora che i tweet di Elon hanno sollevato il Dogecoin da terra, quelle commissioni stanno aumentando e oggi sono arrivate a $1,09. Ne parleremo più avanti, dal momento che ciò riguarda le prospettive a lungo termine di Dogecoin come MDS.

Un Peter Schiff potrebbe dire "certo, sembra davvero un clone di Bitcoin". E questo ci porta alla questione più importante: come le persone lo usano. Possiamo leggerlo direttamente dalla valutazione come un rapporto di utilizzo: se le persone usano Dogecoin per immagazzinare risparmi come fanno con Bitcoin, o se stanno semplicemente usando dogecoin per le transazioni.

Su questo punto Dogecoin oggi costa 35 centesimi, rendendo quei 129 miliardi di monete del valore di $45 miliardi; mentre i 18,6 milioni di bitcoin valgono attualmente $1.000 miliardi. Nel frattempo CoinMarketCap afferma che 66 miliardi di dogecoin sono attualmente scambiati ogni giorno, per un valore di circa $23 miliardi e 1 milione di bitcoin vengono scambiati ogni giorno per un valore di circa $55 miliardi. Dividete le due cifre ed otterrete un valore di mercato di Bitcoin di 20 volte il volume giornaliero, ma solo il doppio per Dogecoin. Questo ci dice, forte e chiaro, che Dogecoin non è una riserva di valore. Potrebbe non essere nemmeno un ottimo mezzo di scambio, dal momento che coin come Monero o Dash vengono scambiate circa 4 volte il volume giornaliero.

Perché il mercato pensa che Dogecoin sia un posto scadente dove parcheggiare i propri risparmi di una vita? Possiamo ipotizzare che, dato che è stato sostanzialmente abbandonato per 8 anni ed è popolato da utenti entusiasti ma poco impegnati, non può iniziare a competere con lo status raggiunto da Bitcoin: gli effetti di rete, la fiducia e la lealtà del marchio, la dedizione degli "hodler" e persino l'enorme consumo di energia che aumenta la sicurezza e di conseguenza aumenta il costo di un attacco. Quest'ultimo punto è importante considerando che l'attacco sovrano è stata la battaglia decisiva che ha ucciso ogni precedente forma di denaro privato nella storia.

Quindi se Dogecoin non è visto come RDV per validi motivi, significa che non può affatto competere con Bitcoin; non più di quanto i vostri piatti della cena competono con il vostro frigorifero. Entrambi sono input per mangiare cibo, sì, ma coinvolgono fasi diverse con una sovrapposizione trascurabile. Ad esempio, se acquistate un servizio di piatti più carino non svuotate il ​​frigorifero, e se acquistate un frigorifero più grande o lo spostate dove potete raggiungerlo più facilmente, non sentite il ​​bisogno di andare a comprare piatti più piccoli. E, pertinente alla capitalizzazione di mercato, la stragrande maggioranza del cibo che possedete è nel vostro frigorifero o persino nel congelatore, non su un piatto in un dato momento. Allo stesso modo la stragrande maggioranza dei risparmi di una vita delle persone sono in banca, in casa o in azioni, non nella tasca dei pantaloni.

Dovrà essere un articolo a parte, ma la lezione più importante qui, oltre ad infrangere i sogni di Peter Schiff di un Dogecoin standard, è che gli scettici su Bitcoin sono fuori strada quando si lamentano delle commissioni o dei blocchi ogni 10 minuti. Gli utenti considerano Bitcoin una riserva di valore e si scopre che è dannatamente bello. Nient'altro si avvicina ad esso e certamente non Dogecoin.

Quindi se Dogecoin non può competere con Bitcoin, con chi compete? Semplice: con altre monete MDS. Considerando che queste soluzioni funzionano in pochi secondi e hanno commissioni anche inferiori (come ad esempio Bitcoin Cash, ndT), non è chiaro il motivo per cui uno dovrebbe preoccuparsi di Dogecoin che scavalca tutto e tutti. In tal caso Dogecoin non sarebbe nemmeno un MDS, ma una delle tante prostitute tra le criptovalute: una moneta speculativa. Una il cui scopo è, in pratica, speculare sui tweet scherzosi di Elon Musk e poi, come una cicala, restare dormiente per 8 anni.

Dogecoin può ancora salire? Certo, gli asset speculativi sono la Regola 34 del mondo finanziario: possono fare qualsiasi cosa. Ma non ci sono i fondamentali per sostenere una domanda durevole per Dogecoin, certamente non come riserva di valore e, credo, nemmeno come mezzo di scambio.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 5 maggio 2021

“Dobbiamo proteggere i lavoratori del nostro Paese”

 

 

di Gary North

Un utente del mio forum ha postato una riflessione sul mercantilismo. Comincia così: "Un amico è totalmente a favore dei dazi, sottolineando la protezione del lavoratore americano". Fatto: non c'è nessun lavoratore americano. Ci sono 130 milioni di lavoratori americani.

Chiunque usi una frase collettivista come "il lavoratore americano" è un collettivista. Pensa in termini collettivi, non pensa in termini di libertà individuale.

L'amico dell'utente non pensa in termini di 130 milioni di persone che vanno a lavorare cinque giorni alla settimana, non pensa in termini di vincitori e vinti nei mercati competitivi che chiamiamo mercati del lavoro. Invece è concentrato su un piccolo gruppo di vincitori che altrimenti sarebbero dei perdenti se non ci fosse l'intervento statale. Li definisce lavoratori americani, ma è un ragionamento che vale per qualsiasi altro Paese del mondo.

Qualcuno che produce un prodotto troppo costoso perché il costo del lavoro è troppo alto dovrebbe trovare un'altra linea di occupazione. La sua azienda fallirà, è questa l'essenza del libero mercato.

Come consumatori, vogliamo che le aziende efficienti competano l'una contro l'altra per venderci le cose che vogliamo acquistare. Non pensiamo al "lavoratore americano", pensiamo a quello che vogliamo comprare. Non dovremmo pensare al lavoratore americano, la nostra responsabilità non è verso "il lavoratore americano". La nostra responsabilità è verso le nostre famiglie. Non dovremmo sprecare i nostri soldi.

In qualità di consumatore, non sono responsabile dei lavoratori; ma mi piacerebbe che i lavoratori efficienti restassero in attività, vorrei che continuassero a competere per i miei soldi. Non conosco questi lavoratori, ma conosco i loro prodotti e mi piacciono.

Il lavoratore americano non ha niente a che fare con tutto questo, ma i lavoratori specifici sì. Dobbiamo pensare ai singoli lavoratori, alle singole aziende, ai singoli prodotti e alle nostre decisioni individuali sull'acquisto di una cosa e non sull'acquisto di un'altra. Insomma, quando analizziamo i rapporti economici, non dovremmo partire da un mito collettivista: il lavoratore americano. Un tale collettivo non esiste.


CIÒ CHE NON SI VEDE

Poi continua con questo:

Il suo ritornello è "senza un lavoro nessuno può permettersi niente!" Non so fino a che punto i dazi proteggano i posti di lavoro; a prima vista, sembra ragionevole. L'ipotetico esempio del mio amico è "se 5.000 lavoratori americani sono senza lavoro [retribuito dal sindacato] perché un produttore si è trasferito all'estero, significa che gli americani non possono permettersi le merci che sono presumibilmente più economiche a causa della concorrenza senza restrizioni!"

Questo è un classico esempio di ciò che Bastiat chiamava l'errore di ciò che non si vede. È al centro della maggior parte degli errori economici. Questo è il motivo per cui Henry Hazlitt spiegò questo errore all'inizio del suo libro, Economics in One Lesson. Faccio lo stesso con il mio libro L'economia cristiana in una lezione (disponibile in italiano al seguente link).

Parliamo di ciò che non si vede. Il consumatore che acquista un prodotto più economico importato dalla Cina ora ha più soldi da spendere o risparmiare. Non li metterà sotto il materasso, ma in banca o li spenderà. Se li spenderà, lo farà negli Stati Uniti. Probabilmente acquisterà qualcosa prodotto negli Stati Uniti, o li spenderà per qualcosa prodotto da lavoratori americani negli Stati Uniti.

Forse il consumatore risparmierà i suoi soldi. Li metterà in banca, quindi quest'ultima li presterà a qualcuno che vuole acquistare un prodotto, oppure li presterà ad un'azienda che vuole produrre un prodotto.

La persona pro-dazi cade nella trappola di ciò che non si vede. Quello che non si vede sono i soldi risparmiati o spesi da uno o più consumatori americani.

È possibile che un americano che lavora per un'azienda che non può competere con le merci importate perda il lavoro. Ma non è questo l'essenza del libero mercato, ovvero l'idea che i consumatori dovrebbero avere il diritto di acquistare ciò che vogliono? La persona che ha chiesto troppo per quello che sta vendendo dovrebbe chiudere l'attività se un concorrente fornisce quella stessa cosa ad un prezzo inferiore. Le persone che erano impiegate da quella società troveranno un nuovo lavoro. Forse non verranno retribuite come il lavoro che hanno perso, ma non dovevano affatto essere retribuite in quel modo: chiedendo più di quanto il consumatore fosse disposto a pagare, queste persone hanno perso il lavoro.

Non rimarranno disoccupate, saranno impiegate ad un salario di mercato. Perché qualcuno dovrebbe essere autorizzato a richiedere un salario superiore a quello di mercato sulla base dell'intervento statale? Il dazio consente ad una manciata di lavoratori di richiedere salari superiori a quelli che il mercato pagherebbe loro se non ci fosse l'intervento statale.

Quei consumatori americani che acquistano la produzione di queste aziende protette hanno meno soldi da spendere per le cose che vogliono veramente comprare. Vorrebbero acquistare altri beni e servizi, ma non possono permettersi di farlo. Quindi le persone in aziende negli Stati Uniti che altrimenti sarebbero in grado di vendere beni e servizi a questi consumatori scoprono che questi ultimi non possono comprare da loro. Perchè no? Perché lo stato è intervenuto per proteggere un'azienda o un'industria che ora è in grado di vendere la sua produzione ad un prezzo superiore a quello che i consumatori sarebbero altrimenti disposti a pagare.

Cosa succede ai posti di lavoro in quei settori dell'economia che non ricevono ordini dai consumatori? Scompaiono. Un gruppo di americani ne beneficia, vale a dire quelli che lavorano in industrie protette dai dazi, ma lo fa solo a spese dei lavoratori americani in altre società che non riescono a trovare acquirenti tra i consumatori vittime dell'intervento statale.

Il difensore dei dazi non può capirlo. Non pensa logicamente, non riesce ad immaginare le cose che non si vedono. Tutto quello che può vedere è che una società americana fallisce a causa di una concorrenza estera migliore. Non vede l'occupazione derivante dai risparmi messi a disposizione dei consumatori dalle merci importate.


DI QUANTA PRODUZIONE PARLIAMO?

Non tanto. In un recente studio tre economisti concludono quanto segue:

Nonostante il modo in cui possano apparire le esperienze di acquisto individuali, la maggior parte delle spese per consumi personali negli Stati Uniti riguarda beni e servizi di produzione nazionale. Quasi la metà dell'importo che spendiamo per le merci importate rimane negli Stati Uniti e va a pagare la componente locale del prezzo al dettaglio di queste merci. Quasi la metà della spesa totale per le importazioni è incorporata nella produzione di beni e servizi statunitensi che utilizzano input intermedi importati. Tenendo conto di tutti questi fattori, il contenuto delle importazioni nel totale PCE [spese per consumi personali] è stato di poco superiore al 10% nel 2017. 

Questa conclusione è simile alla conclusione a cui arrivarono nel 2011 due dei tre economisti sopraccitati.

Insomma, l'intera questione dei dazi è davvero una tempesta in una teiera, economicamente parlando. Come abbiamo appreso nel 2016, è un grosso problema a livello politico, ma i dazi hanno un piccolo impatto sull'economia americana nel complesso.


QUALI CONFINI SONO ECONOMICAMENTE RILEVANTI?

Comincio con un principio: i lavoratori americani fanno il loro lavoro all'interno dei patri confini. Ci sono confini di città, confini di contea, confini di stato e confine nazionale. Pongo questa domanda: perché il confine americano è economicamente rilevante per la discussione dei dazi, ma tutti gli altri no?

Cominciamo con un lavoratore: vive a Detroit, chiede $30 l'ora ed è un membro degli United Auto Workers. Un altro lavoratore in Tennessee è disposto a fare la stessa quantità di lavoro per $15 l'ora. Una casa automobilistica giapponese crea uno stabilimento nel Tennessee, dove può assumere tutti i lavoratori che vuole a $15 l'ora. Può quindi vendere le sue auto ad un prezzo inferiore rispetto alle auto americane prodotte a Detroit. La persona a Detroit perde il lavoro. Chi difende i dazi difende anche il lavoratore di Detroit come "il lavoratore americano"? Ovviamente no. Non gliene frega niente del lavoratore di Detroit. Pensa che sia saggio assumere un americano nel Tennessee a metà prezzo, visto che poi può comprare un'auto più economica.

Qual è la differenza tra i due confini? C'è un confine di stato intorno al Michigan e c'è un confine di stato intorno al Tennessee. A chi importa? Non ad un difensore dei dazi.

Qual è l'importanza economica del confine? C'è un confine al centro di ogni strada in America. Le persone su un lato di quel confine guidano in una direzione e le persone dall'altra parte guidano in un'altra direzione. Questa è una questione giudiziaria, ma nessuno dice che dovrebbero esserci dazi sulle merci importate dall'altra parte della strada. Perchè no? Perché non ha senso.

Che dire dei confini che dividono le città? Dovrebbero esserci dazi sulle importazioni oltre questi confini? Non ho mai sentito nessuno portare avanti questa tesi.

Ed i confini tra gli stati? L'impulso originale nella convenzione costituzionale degli Stati Uniti era di sbarazzarsi dei dazi tra gli stati e la Costituzione ha raggiunto questo obiettivo.

Se i dazi tra le città non hanno senso, e se i dazi tra gli stati non hanno senso, allora perché dovrebbero averlo tra i Paesi? Il difensore dei dazi dice che hanno senso, ma non può spiegarlo senza adottare la fallacia di ciò che non si vede.

Queste persone hanno due tipi di logica. Applicano la logica economica quando si tratta dei confini delle città e dei confini statali; poi dicono che c'è una logica economica diversa che si applica ai confini nazionali. Naturalmente non lo dicono, ma lo presumono.


DISTINTIVI E PISTOLE

La persona pro-dazi afferma questo: la libertà economica non è una buona cosa. La libertà consente ai consumatori il diritto di acquistare ciò che desiderano e questo è male, male, male. Non dovremmo permettere questo tipo di libertà, ciò di cui abbiamo bisogno sono le tasse sulle vendite.

Questa persona dice di essere a favore del libero mercato, ma in realtà non lo è. È solo l'ennesimo difensore dell'idea che lo stato dovrebbe mandare un uomo con un distintivo ed una pistola, e puntare quest'ultima alla testa del consumatore: "Non puoi comprarlo, mi dispiace. Non hai il diritto di comprarlo. Ho questo distintivo, ho questa pistola e non ti permetterò di comprarlo. Capito?"

Questa persona è un mini-tiranno. Non può pensare in modo logico, crede che il presidente dovrebbe mandare persone con distintivi e pistole a ricattare i consumatori americani. Pensa che sia morale, pensa che sia una buona politica economica.

In realtà non riesce a pensare chiaramente, non riesce ad immaginare l'errore di ciò che non si vede. Non può letteralmente seguire una catena breve di ragionamento economico.

Perché dovreste passare il vostro tempo a discutere con persone in questo modo?


FATE I COMPITI A CASA

(C'è un'intera sezione sul mio blog dedicata a confutare i vari miti mercantilistici e l'articolo di oggi è l'ultimo di una lunga serie che potete trovare al seguente link: https://www.francescosimoncelli.com/search/label/mercantilismo)

Se avete intenzione di litigare con qualcuno che, sin dall'inizio, non è in grado di pensare in modo chiaro ed è un grande sostenitore della tirannia statale basata su distintivi e pistole, è una buona idea riflettere sul motivo per cui volete sprecare il vostro tempo con questa persona. Il vostro tempo è prezioso. Sprechereste tempo a discutere con Bernie Sanders? So che non lo farete. E con AOC? Penso che sprechereste il vostro tempo. E fareste altrettanto con qualcuno che dice di essere a favore di tasse basse, ma poi dice di essere a favore dei dazi: è a favore del libero mercato ma non è a favore del libero scambio. La grande difesa del libero mercato è La ricchezza delle nazioni di Adam Smith ed è una difesa di 900 pagine di un libero scambio globale senza dazi.

Se avete intenzione di discutere con qualcuno, fate i vostri compiti a casa. Leggete ogni articolo nella sezione sopraccitata, ma non limitatevi a ciò, bensì riflettete su ciò che avete letto. Analizzate la sua logica. Quando ci riuscirete, potreste voler passare del tempo a discutere con qualcuno che non ha influenza, che non ha mai letto un libro di economia, che non riesce a pensare in modo chiaro e che crede in un'economia basata su distintivi e pistole.

Credo nel fare i compiti a casa, ho passato gli ultimi 60 anni a farli. Ho pubblicato i risultati di questi compiti e tutto quello che dovete fare è leggerli.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 4 maggio 2021

Mercati da paura

 

 

di Sven Henrich

Il 26 aprile l'indice $SPX ha raggiunto un nuovo massimo su una divergenza RSI negativa dopo un rally storico, quasi ininterrotto, al di sopra dei minimi di marzo dell'anno scorso.

Se pensate che stia parlando dei mercati attuali, avete ragione, ma letteralmente la stessa cosa parola per parola può essere pronunciata per il rally dai minimi di marzo 2009 ai massimi di aprile 2010 prima che emergesse una correzione considerevole.

No, davvero, il mercato allora raggiunse il picco il 26 aprile a seguito di un inarrestabile e costante movimento verso l'alto e in seguito ad un leggero nuovo massimo.

Tutto questo a seguito di una gamba rialzista lunga un anno che aveva seguito una tendenza ben consolidata.

Fu seguendo questa tendenza che l'indice $SPX raggiunse il picco il 26 aprile e poi sperimentò una correzione classica andando a ritestare il livello Fibonacci .382 entro la fine di giugno di quell'anno. In particolare, questa correzione ripercorse a ritroso l'intero rally emerso dopo i periodi correttivi di settembre ed ottobre.

Se tutto questo vi suona un po' familiare, avete occhio. Prendete in considerazione il percorso intrapreso dall'indice $SPX dai minimi dello scorso marzo.

Nessuna analogia è perfetta, nessun mercato è uguale, ma è interessante notare che l'indice $SPX ha semplicemente ripetuto lo stesso copione.

Un leggero nuovo massimo il 26 aprile su una divergenza RSI negativa che segna l'apice del suo trend.

Sembra incredibile, ma i mercati possano ripetere lo stesso copione lo stesso giorno, ma al momento della stesura di questo articolo i mercati sono trattati al ribasso; una riunione della FED e molti grandi rapporti sugli utili sono in vista, quindi non è detto che i mercati vadano ancora più in alto.

E la mia opinione è che finché non vediamo una rottura del trend, il rischio rimane molto alto.

Ma questo rally è stato anche uno spettacolo anomalo, poiché il numero di eventi tecnici mai visti prima continua a salire.

Uno di questi è per quanto tempo i componenti dell'indice $SPX siano rimasti al di sopra della 200MA. Un livello raro di tendenza al rialzo uniforme in qualsiasi contesto.

Quanto è strana questa lettura? Decisamente molto.

In breve, storicamente parlando, i mercati sono in ritardo per una correzione considerevole. E quella analoga del 2009/2010 fornisce una potenziale tabella di marcia di come potrebbe eventualmente svolgersi.

Seguendo il copione del 2010 potremmo vedere qualcosa di simile svolgersi per un eventuale tag del livello .382 di Fibonacci.

Attualmente si trova a 3436 punti sull'indice $SPX e farebbe molto per colmare molti dei gap aperti e senza precedenti che abbiamo visto sin da novembre.

Per non parlare del fatto che grafici dei vari indici si trovano molto al di sopra delle rispettive bande di Bollinger annuali e dell'EMA 5.

Questi tag storici possono essere rilevanti, da notare che il livello .382 di Fibonacci nel grafico precedente e l'EMA 5 annuale sull'indice $SPX non sono poi così distanti.

Nel 2010 il minimo di giugno rappresentò il minimo di quell'anno e una grande opportunità di acquisto. Eliminò parte dell'eccesso tecnico, offrì ricollegamenti tecnici e fu sostenuto da un'economia in ripresa.

Eppure mentre i grafici sembrano molto simili tra allora ed oggi, c'erano anche differenze importanti. Cosa accompagnò la correzione del 2010? Una significativa riduzione della quantità di liquidità che la FED aveva pompato nel sistema. Oh sì, il QE1 si era concluso a marzo 2010 e la correzione di aprile-giugno ispirò il successivo giro di QE, diventato ufficiale a novembre 2010. Quando i mercati scendono, la FED se la fa sotto.

Il QE nel 2021 è senza fine e quindi si potrebbe sostenere che non ci sia tutta questa analogia, poiché la macchina della liquidità continua ad andare sin dal 2013.

Tuttavia c'è anche un'altra importante differenza: nel 2010 i mercati non erano ancora arrivati al picco pre-crisi.

Abbiamo a che fare con qualcosa di diverso oggi.

Un rally più verticale di quanto nessuno di noi abbia mai assistito durante la propria vita e che continua a spingere verso nuovi massimi senza alcuna reale attività correttiva di sorta.

Ancora più importante: il rally del 2010 aveva spostato i mercati ad una capitalizzazione di mercato del 95% rispetto al PIL. Ora siamo seduti su un 204% senza precedenti.

Certo, quel numero scenderà con il miglioramento del PIL, ma rimane a livelli che non abbiamo mai visto prima.

Da qualche parte tra il prezzo record degli asset disconnessi ormai dall'economia, le distorsioni artificiali della liquidità e le caratteristiche tecniche, per non parlare dei fondamentali, c'è una verità impossibile da ignorare.

Per ora la verità del mercato è che le valutazioni degli asset finanziari non sono mai state così lontane dall'economia reale.

Questo mercato è ancora in ritardo per una sana correzione. Una volta che arriverà, tutti questi fattori di cui sopra dovranno essere riconciliati. L'analogia col 2010 offre una simile tabella di marcia potenziale con un possibile obiettivo, ma per ora la tendenza rimane intatta e la FED continua a stampare, perché questo è ora il suo ruolo nella vita.

Nel 2010 Ben Bernanke ebbe almeno la saggezza di provare a fermare il QE in alcune occasioni, solo per essere chiamato dai mercati a fare di più e sostenere ogni loro punto di debolezza.

Jay Powell ha provato una volta nel 2018 a diventare non accomodante e ha fallito miseramente. Ben Bernanke dovette fare i conti con il cosiddetto taper tantrum. Suppongo che sia altamente improbabile che Powell rischi la stessa cosa. Ma il lato positivo del metodo di Bernake era che aveva sempre una nuova carota da far penzolare: un nuovo QE. Che carota ha Jay Powell se non un QE già infinito? La cosa peggiore che gli potrebbe capitare è che i mercati diventino ipervenduti anche con un QE record in corso.

Conclusione: tutto si riduce ad un controllo continuo della liquidità rispetto ad un nascente mercato organico in agguato nell'ombra, il quale ad un certo punto potrebbe ribellarsi alle distorsioni e agli squilibri storici che nel tempo l'hanno alimentato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


lunedì 3 maggio 2021

Perché la manipolazione dei tassi d'interesse fallisce sempre

 

 

di Alasdair Macleod

Questo articolo spiega perché il tentativo di ottenere risultati economici manipolando i tassi d'interesse fallisce sempre. La base delle teorie monetarie interventiste ignora le scoperte dei primi pensatori di libero mercato, in particolare Say, Turgot e Böhm-Bawerk.

Ignora anche il Paradosso di Gibson, il quale demolisce la teoria secondo cui la manipolazione dei tassi d'interesse controlla l'inflazione dei prezzi. L'intera base della regolamentazione bancaria presume che le banche commerciali siano solo intermediari tra depositanti e mutuatari, ma tal modello di attività bancaria non riesce ad affrontare il semplice fatto che le banche creano credito dal nulla e che i depositi sono di proprietà delle banche e non dei loro clienti.

Il processo di creazione del credito è qui descritto ed è notevolmente diverso da quello comunemente presunto. Le variazioni del livello del credito bancario non hanno nulla a che fare con i tassi d'interesse, tranne forse in extremis.

Non sorprende, quindi, che i pianificatori centrali commettano errori critici e scopriamo anche che la coorte di banche statunitensi sta ora riducendo il credito bancario per l'economia non finanziaria, il che renderà impossibile alle imprese fornire prodotti sufficienti per soddisfare la domanda dei consumatori prevista. Seguiranno prezzi al consumo molto più elevati di quelli attualmente scontati sui mercati finanziari.

Di conseguenza i rendimenti obbligazionari dovrebbero aumentare molto di più, segnando la fine della bolla finanziaria globale e il fallimento del sistema a valuta fiat.


Introduzione

Deve essere un mistero per i banchieri centrali che la riduzione dei tassi d'interesse a zero non abbia stimolato l'economia come previsto. È anche una sorpresa per la stragrande maggioranza degli economisti e dei commentatori finanziari. Parte del problema è l'abitudine moderna di prendere le statistiche ufficiali come Vangelo, un'altra è non capire cosa rappresentano veramente le singole statistiche. Infine ci sono le linee di frattura nella macroeconomia neo-keynesiana e alla radice di ciò c'è la teoria dei prezzi del costo di produzione.

Per l'establishment accademico, l'interesse è un costo, che insieme ad altri costi più un margine di profitto è la base per fissare i prezzi al consumo. Ridurre i costi, si sostiene, e con i prezzi destinati ad aumentare del 2% all'anno, c'è un forte incentivo per le imprese ad investire nella produzione. Vediamo la teoria del costo dei prezzi riflessa nei regolamenti statali e anche nella spesa pubblica, cosa che costringe tutti a pagare prezzi di monopolio.

L'errore ha una lunga storia, a partire da Adam Smith e proseguendo con Marx, con la teoria dei prezzi legati al costo del lavoro. Ma c'erano già i primi dissidenti, come l'economista francese Jean-Baptiste Say (1767-1832), che sui prezzi scrisse: "Soggetti all'influenza delle facoltà, dei bisogni e dei desideri dell'umanità, non sono suscettibili di alcun apprezzamento e non possono, quindi, fornire alcun dato per calcoli assoluti". In altre parole, l'idea che i prezzi siano semplicemente una questione di base del costo maggiorato è sbagliata. Per quanto riguarda gli interessi, fu un altro dei primi economisti francesi, Turgot (1727-1781), che diede al rapporto con il capitale il suo giusto contesto. Capì che l'imprenditore capitalista necessita di capitale per finanziare la produzione; pagare salari e altri costi prima di poter vendere qualsiasi cosa. Era il capitale che doveva essere accumulato dai risparmi, per i quali doveva essere pagato un rendimento sotto forma di tasso d'interesse.

Turgot fu il primo economista dell'epoca della prima rivoluzione industriale a spiegare il ruolo del capitale e perché i fornitori di capitale avessero il diritto di essere compensati per la loro temporanea separazione da esso. I tassi d'interesse erano oggetto di negoziazione tra creditore e debitore. Il "profitto" degli interessi non era diverso dai profitti di altre attività e il tasso includeva fattori come il rischio che il denaro non sarebbe stato restituito e la perdita del suo possesso per un periodo di tempo. Turgot anticipò la Scuola Austriaca e in particolare il lavoro di Böhm-Bawerk (1851-1914) sulla preferenza temporale.

Questi risultati furono ignorati dagli economisti successivi, in particolare da Keynes. Infatti definì un paradosso le tesi di Gibson, il quale invece dimostrò una forte correlazione positiva tra i livelli dei prezzi ed i tassi d'interesse a lungo termine, e non tra i costi dei prestiti sui tassi d'interesse e il tasso dell'inflazione dei prezzi come comunemente supposto. Keynes dichiarò che era "uno dei fatti empirici più importanti nell'intero campo dell'economia quantitativa" prima di soccombere alle sue visioni macroeconomiche che ne negavano l'esistenza.


La storia del prestito per la produzione industriale

Tutte le iniziative capitalistiche richiedono l'assemblaggio di materie prime, impianti e attrezzature, locali, manodopera qualificata e non qualificata, servizi aggiuntivi e capitale monetario. Il più importante di tutti questi è il capitale monetario, perché il tempo impiegato tra l'assemblaggio di questi fattori e la vendita di un prodotto finale richiede finanziamenti. Un uomo d'affari, o imprenditore, deve calcolare tutti i costi, la durata del periodo di assenza di qualsiasi reddito e fare ipotesi sui volumi e sui prezzi del prodotto finale che può aspettarsi di ottenere.

Questi fattori sono tutti correlati e richiedono una stima. Ciò che inizialmente ci interessa sono le ipotesi che un imprenditore fa sul valore del prodotto finale. Per lui tutto dipende dalle sue stime riguardo le vendite finali e dai prezzi che può aspettarsi di presentare. Dopo aver stimato e calcolato i costi, saprà quanto dovrebbe essere redditizia l'impresa e solo allora potrà stimare quanto è disposto a pagare in interessi per ottenere il capitale per finanziare il suo progetto. Calcolare i margini in qualsiasi altro modo è mettere il carro davanti ai buoi.

La base del calcolo imprenditoriale deve quindi riflettere una correlazione di base tra i prezzi e il costo del finanziamento delle imprese ed il seguente grafico illustra questa correlazione nel Regno Unito su un periodo di 250 anni.

Anche negli anni '70, quando il denaro era completamente fiat e l'andamento dei prezzi era in aumento più che in qualsiasi momento sin dal 1750, il rapporto è rimasto vivo. In una recessione, quando il livello di attività aziendale diminuisce, un imprenditore utilizza gli stessi fattori nei suoi calcoli come durante i tempi buoni, quindi i cicli economici sono irrilevanti per il processo. E per quanto riguarda il prezzo per il suo prodotto finale, le sue ipotesi possono essere basate solo sui prezzi al momento del calcolo. Ciò che ottiene in termini di prezzi finali non è qualcosa che indovina all'inizio di un progetto, ed è per questo che i costi di finanziamento a medio e lungo termine di solito seguono i prezzi.

L'altro aspetto di questa correlazione era la non correlazione tra inflazione dei prezzi e costi dei prestiti, poiché questi ultimi sono legati al livello generale dei prezzi come illustrato nel grafico qui sopra e non al suo tasso di variazione. Almeno questo è stato il caso fino a quando le banche centrali non hanno distorto sempre più le relazioni monetarie negli anni del dopoguerra. Ciò è illustrato nel seguente grafico, sempre per il Regno Unito.

La non correlazione mostrata in questo grafico demolisce le ipotesi alla base della manipolazione dei tassi d'interesse da parte delle banche centrali. Affinché i tassi d'interesse siano correlati alla variazione dei prezzi, e quindi al loro effetto sul costo del finanziamento, dovrebbe esserci una correlazione tra il tasso d'inflazione dei prezzi e gli oneri finanziari. Anche tenendo conto dello sfasamento temporale e delle differenze tra i tassi a breve e a lungo termine, ciò dovrebbe comunque essere valido. Ma la cronologia mostrata nel grafico qui sopra dice il contrario. Le implicazioni vanno anche oltre: il Paradosso di Gibson ci dice che la manipolazione dei tassi d'interesse da parte delle banche centrali non potrà mai raggiungere i loro obiettivi e che si basa su presupposti errati su come funzionano i mercati.

Per questo motivo diversi economisti dopo Keynes hanno cercato di spiegare il Paradosso, senza successo però. Il problema che hanno dovuto affrontare era che il loro approccio statalista alla manipolazione dei tassi d'interesse ignora la lezione del Paradosso di Gibson, il che dimostra che i tentativi di influenzare il corso dell'economia variando i tassi d'interesse falliranno sempre. La spiegazione si è rivelata molto semplice: i tassi di prestito per gli investimenti industriali sono impostati dai mutuatari che fanno offerte per il capitale entro i limiti dei loro calcoli imprenditoriali. Si scopre che non sono affatto i capitalisti avidi ad impostare i tassi d'interesse, ma la domanda imprenditoriale di capitale scarso. Keynes, in particolare, aveva un debole per i ricchi oziosi che vivevano con i loro soldi senza faticare neanche per un giorno. Il suo pregiudizio lo aveva accecato e ha accecato anche tutti coloro che successivamente hanno aderito alle sue teorie macroeconomiche.


Le ipotesi errate sul credito bancario

Quando i pianificatori monetari centrali abbassano artificialmente i tassi d'interesse, si aspettano che le banche commerciali trasferiscano i benefici ai loro clienti mutuatari al fine di stimolare la produzione e negli ultimi decenni anche al fine di stimolare i consumi. Non è solo sui tassi d'interesse che i pianificatori si sbagliano, ma sembrano intenzionalmente fraintendere il ruolo delle banche commerciali. Se questa affermazione è corretta, allora è un'accusa di grave incompetenza nei confronti delle autorità monetarie riguardo la politica dei tassi d'interesse, quindi deve essere verificata.

L'intervento statale nel sistema bancario si basa sulla premessa che le banche agiscano come agenti tra depositanti e mutuatari. A prima vista la supposizione sembra ragionevole, ma in realtà ci sono altre due teorie: operano a riserva frazionaria, creando credito bancario regolato dai livelli di riserve bancarie obbligatorie fissate dalla banca centrale, e prestano denaro dal nulla.

In generale, il modello della riserva frazionaria è ora considerato ridondante, poiché la regolamentazione bancaria mondiale è passata agli standard imposti da Basilea. Questi standard ed il loro approccio sono coerenti con il presupposto che le banche siano intermediari tra depositanti e mutuatari e che i depositanti abbiano bisogno di protezione dai rischi di prestito richiedendo alle banche di avere sufficienti riserve di capitale.

Sebbene le autorità di regolamentazione abbiano in mente un modello di intermediazione, è ampiamente noto che le banche prestano denaro dal nulla e lo chiamiamo addirittura credito bancario. Inoltre in alcune delle principali giurisdizioni, in particolare negli Stati Uniti, nel Regno Unito, nell'Eurozona e in Giappone, le banche centrali hanno tentato di sostituire i depositi a risparmio con l'inflazione monetaria come fonte di capitale per gli investimenti industriali. Ma mentre i monetaristi monitorano avidamente l'espansione della base monetaria, spesso non riescono a capire che i principali creatori di denaro fiat sono le banche stesse, e lo sono state sicuramente sin dal 1844 (Bank Charter Act).

Nella nostra ricerca di spiegare ulteriormente gli errori dietro le politiche sui tassi d'interesse, dobbiamo esaminare il processo di creazione del credito bancario. Il presupposto comune nella teoria della creazione del credito è che quando viene concesso un prestito, esso si traduce in nuovi depositi man mano che il mutuatario effettua i pagamenti ai suoi creditori. Con i prestiti creati da tutte le banche commerciali, queste ultime vedono nuovi depositi e allo stesso tempo vedono cambiare i livelli di deposito esistenti. Ma è un sistema a circuito chiuso. Eventuali squilibri, ad esempio con le banche che alla fine della giornata non riescono a finanziare i depositi, vengono aggiustati nei mercati interbancari prendendo in prestito dalle banche con depositi in eccedenza nei loro libri.

Si scopre che mentre le banche creano credito, le procedure sono significativamente diverse. Nel 2014 Richard Werner, un esperto bancario, ha condotto un esperimento con una piccola banca tedesca che prevedeva che la banca gli prestasse €200.000 in modo che potesse seguire tutte le procedure contabili alla base del prestito.

Il professor Werner ha scoperto che quando una banca concede un prestito lo accredita sul lato dell'attivo del bilancio, come ci si aspetterebbe. Ma allo stesso tempo iscrive nel suo bilancio una passività nei confronti del mutuatario per l'intero importo del prestito. Non vi è alcun coinvolgimento esterno con la banca centrale o qualsiasi altra banca, né internamente con il trasferimento di fondi da qualsiasi altro conto cliente detenuto dalla banca. Il fatto che la banca firmi con il cliente un contratto di prestito non solo crea il prestito, ma anche la passività (registrata come caparra), motivo per cui quando uscite dalla banca dopo aver firmato sulla linea tratteggiata, la banca vi dice che i fondi sono ora nel vostro conto. Le operazioni nei mercati all'ingrosso non hanno nulla a che fare con la creazione di depositi bancari, come comunemente si suppone, e la creazione di credito bancario non dipende dal fatto che siano bilanciati con i depositi sui mercati monetari all'ingrosso man mano che vengono utilizzati.

Questo porta il professor Werner a sostenere un punto estremamente importante. Non solo le banche creano denaro dal nulla, ma essendo nient'altro che obblighi derivanti dalla creazione di denaro, i depositi sono fittizi in tutti i sensi. Vengono creati come controparte del processo di prestito ed eventuali trasferimenti da altre banche avranno origine nello stesso modo: sono prestiti alla banca e il cosiddetto depositante è un mero creditore. Werner cita Henry Dunning Macleod nel suo Theory of Credit (1891): "Una banca non è quindi un ufficio per 'prendere in prestito' o 'prestare' denaro, ma è una manifattura di credito".

Alcune di queste cose le sapevamo già, come lo status giuridico dei depositi bancari, che sono di proprietà della banca con un obbligo solo nei confronti dei suoi creditori. Ma ci sono conseguenze che dovrebbero essere prese in considerazione, in particolare dal malinteso secondo cui le banche sono uffici per prendere in prestito e prestare denaro, mentre invece non sono altro che Produttori di Credito.


Limitazioni alla creazione del credito bancario

Abbiamo ora stabilito che non esiste un interesse comune tra le banche centrali e le banche commerciali, perché la teoria dell'intermediazione non regge. Le banche commerciali faranno i loro affari, con il vantaggio di poter creare denaro quando vogliono e per qualsiasi scopo. Gli unici limiti sono i rischi che sono disposti ad assumersi ed il fattore più importante a questo proposito è il rapporto tra il totale degli asset e il patrimonio di bilancio della banca.

Naturalmente il prestito è solo un attivo. Investire in obbligazioni, derivati ​​e titoli garantiti da ipoteca sono altri. Le differenze tra il credito bancario ed i prestiti all'economia non finanziaria sono illustrate nel seguente grafico.

Negli ultimi dieci anni la proporzione tra i due è rimasta ragionevolmente stabile, con prestiti e leasing intorno al 72% del credito bancario totale fino all'inizio dello scorso anno. L'improvviso balzo in entrambe le serie tra marzo e inizio maggio 2020 non ha cambiato la relazione sopraccitata, prima che prestiti e leasing diminuissero mentre gli investimenti in titoli del Tesoro USA e debito delle agenzie hcontinuassero ad aumentare, tanto che il rapporto è ora inferiore al 68%. Dobbiamo inoltre notare che con i tassi d'interesse overnight tenuti a zero sin da marzo 2020, le banche commerciali non stanno aumentando i loro prestiti alle attività non finanziarie, come suggerisce la politica monetaria della banca centrale, ma li stanno invece riducendo.

Nonostante queste chiare tendenze, chi fa previsioni si aspetta una rapida ripresa economica nei prossimi mesi. Ma fintanto che le banche commerciali continuano a contrarre il credito bancario, ciò non può accadere.

Affinché questa ripresa abbia luogo, è necessario che le banche agiscano da conduttori: consentire l'accreditamento sui conti dei consumatori del denaro dagli elicotteri e l'aumento dei prestiti alle imprese in modo che possano rispondere alla domanda dei consumatori. Ma tutto questo non sta accadendo e l'errore che gli analisti sembrano commettere nelle loro previsioni economiche è quello di fraintendere gli interessi delle banche. Non sono semplici intermediari, ma imprese che hanno il lusso di creare denaro, elevando i rendimenti per i propri azionisti. Ma con con tale elevazione arriva il rischio e guardando i bilanci delle più grandi banche statunitensi (G-SIB) il rapporto tra il loro patrimonio totale e la somma del patrimonio netto dei loro azionisti è in media 10,5 volte. Per queste banche i crediti inesigibili, che ora rappresentano un rischio crescente, cancelleranno il patrimonio di bilancio ad un ritmo oltre dieci volte superiore al totale degli attivi.

Il grafico qui sopra ci dice che le banche statunitensi consideravano i primi mesi della pandemia come una normale interruzione delle attività e in quel momento c'era un consenso diffuso su una ripresa a V. I banchieri hanno inizialmente creduto che la ripresa si sarebbe effettivamente verificata, fino a quando non sono cominciate ad aumentare le prove che i crediti inesigibili sarebbero aumentati poiché il tempo per la ripresa economica veniva ritardato sempre più. È comprensibile che le banche stiano ora ritirando il credito dall'economia non finanziaria e stiano ridistribuendo le risorse a favore delle opportunità di trading derivanti dalle politiche monetarie espansionistiche della FED. Ma l'attento analista vedrà che la comunità bancaria statunitense si trova ad un bivio pericoloso: le condizioni di negoziazione dei titoli stanno nascondendo una situazione in rapido deterioramento sui loro prestiti tradizionali al settore non finanziario e la sopravvivenza delle banche richiede loro di smantellare la loro passata creazione di credito con crescente urgenza.

Quelle che si stanno sviluppando sono le condizioni riconosciute da Irving Fisher nel commentare le ragioni della crisi bancaria negli anni '30. Fisher descrisse come le banche che vendono garanzie per recuperare i debiti riducono il valore di tutte le classi simili di garanzie, innescando pignoramenti su mutuatari altrimenti meritevoli di credito. Non solo queste azioni intensificano il crollo, ma portano a molteplici fallimenti bancari

In breve, si stanno sviluppando le condizioni per una replica della crisi finanziaria ed economica del 1929-32 e la FED, come le altre grandi banche centrali, non ha il potere di fermarla.


L'effetto dell'aumento dei rendimenti obbligazionari

Un altro aspetto del desiderio delle banche di ridurre la loro esposizione ai crediti inesigibili nell'economia non finanziaria è la loro maggiore dipendenza dal mercato rialzista degli asset finanziari. Alla radice di ciò c'è la soppressione dei tassi d'interesse da parte delle banche centrali. Oltre ai tassi a zero, ogni mese la FED sta pompando $120 miliardi di acquisti indiretti di asset finanziari rischiosi attraverso un quantitative easing mirato ai fondi pensione ed ai fondi assicurativi che poi devono reinvestire i proventi.

Senza alcun cambiamento nel tasso dei fondi federali, che è stato mantenuto a zero sin dal 19 marzo 2020, i rendimenti dei titoli del Tesoro USA hanno iniziato a salire, con il decennale USA triplicato da un minimo dello 0,54% lo scorso luglio a 1,73% recentemente. La ragione di questo aumento deve preoccuparci.

Per un decennale un rendimento di appena lo 0,54% era un'aberrazione spiegata solo dalle conseguenze iniziali dell'inondazione di denaro sui mercati finanziari in un momento di tassi d'interesse a zero sul denaro overnight. Quel momento è passato e gli operatori di mercato stanno rivalutando la situazione. Avranno notato che da quando la FED ha tagliato il tasso sui fondi a zero, i prezzi delle materie prime sono aumentati in modo significativo, indicando ai detentori di dollari, sia in patria che all'estero, che i loro saldi acquistano meno se misurati in materie prime (rilevanti per la loro produzione).

In tal contesto anche un rendimento dell'1,7% è irrisorio, con il potere d'acquisto del dollaro in calo misurato rispetto ad un paniere di materie prime. E con la minaccia dei prezzi di beni e servizi che ora aumentano notevolmente al di sopra dell'obiettivo del 2% (a causa della contrazione del credito bancario e quindi la contrazione del capitale circolante per i produttori), i rendimenti obbligazionari sono destinati a salire ancora di più. Verrà un punto in cui l'aumento dei rendimenti obbligazionari indebolirà i prezzi degli asset finanziari e nessun QE salverà i mercati da una bolla che scoppia.

Il prossimo aumento dei rendimenti obbligazionari probabilmente sarà decisivo. Avendo spostato i loro bilanci dalla creazione di credito per il settore non finanziario a favore degli asset finanziari, le banche dovranno affrontare perdite impreviste derivanti dall'aumento dei rendimenti obbligazionari e dallo sgonfiamento delle bolle azionarie. Inoltre, con la maggior parte dei loro prestiti garantiti da asset finanziari ed immobili commerciali, i loro valori sono legati alle prospettive dei tassi d'interesse e quindi la pressione per chiudere i prestiti è destinata ad aumentare.


Le CBDC possono salvare la situazione?

C'è una crescente pubblicità data alle valute digitali delle banche centrali come mezzo per efficientare lo stimolo monetario. Si tratta di qualcosa di mai fatto prima, con tutti e tutte le aziende che hanno un conto presso l'emittente delle CBDC, la banca centrale o un'organizzazione sotto il suo controllo. Le CBDC permettono al sistema bancario centrale di selezionare i destinatari di una moneta digitale, in modo da poter mirare ad aree dell'economia che si vuole stimolare e, ponendovi una data di scadenza, anche di stimolare i consumi affinché siano più immediati. Non è chiaro come funzionerà, perché l'illusione che il denaro fiat abbia valore sarà quasi certamente sfatata dalle distribuzioni gratuite delle CBDC.

Le banche commerciali vengono aggirate. Avendo sottolineato in precedenza in questo articolo che le banche centrali non hanno alcun controllo sulle banche commerciali, sembra che le CBDC potrebbero essere una soluzione; solo che avendo dimostrato la loro ostinata ignoranza in fatto di denaro e tassi d'interesse in generale, le banche centrali sembrano inadatte ad esprimere questo giudizio. E va notato che da nessuna parte nella crescente quantità di letteratura sull'argomento vi è alcun suggerimento che le CBDC non siano supplementari alle valute fiat già esistenti. Diluendo lo stock totale di moneta sono l'ennesimo mezzo per spingere l'inflazione, trasferendo ricchezza dalla popolazione generale al sistema bancario centrale affinché sia distribuita come quest'ultimo ritiene opportuno.

Avere pianificatori monetari centrali nelle banche centrali che dirigono l'attività economica attraverso l'applicazione selettiva delle CBDC sarebbe l'ultimo chiodo nella bara per la libertà personale. Fortunatamente per coloro che amano ciò che resta della loro libertà, per far funzionare una CBDC ci vorrà tempo ed i fattori che stanno portando verso la fine delle valute fiat già esistenti suggeriscono che il tempo è una merce non disponibile per l'introduzione di CBDC funzionanti. Immaginate solo una burocrazia statale che elabori l'antiriciclaggio e il KYC per ogni cittadino ed azienda: con tutti i test e le prove richieste, probabilmente ci vorranno anni per implementarla.


Risultati economici

Sembra quindi che le CBDC saranno irrilevanti per i risultati economici. Il futuro economico e monetario è gestito da forze che ignorano la teoria economica e monetaria ragionata e la base giuridica dell'attività bancaria. Gli inganni dei pianificatori centrali sono così consolidati che possiamo iniziare a mappare gli sviluppi che potrebbero portare alla morte degli errori neo-keynesiani sul denaro e sul ruolo dei tassi d'interesse. Possiamo scrivere nel seguente ordine di eventi.

• La mancanza di capacità produttiva, limitata dalla contrazione del credito bancario, porterà ad un aumento dei prezzi marginali di gran lunga superiore al previsto quando i saldi di cassa post-lockdown cominceranno ad essere ripristinati ai livelli abituali. Ciò porterà ad un'anticipazione di rendimenti obbligazionari più elevati di quelli attualmente scontati.

• Un aumento dei rendimenti obbligazionari esporrà ulteriormente le finanze pubbliche già indebolite dagli attuali livelli d'indebitamento, con il finanziamento del debito che ha sempre più sostituito le entrate fiscali come principale fonte di finanziamento del settore pubblico. Il 48% dei finanziamenti pubblici negli Stati Uniti nell'ultimo anno è stato generato dal debito. Le previsioni del Congressional Budget Office affermano un miglioramento dell'attuale deficit di bilancio rispetto a quello dello scorso anno, il che è improbabile visti i sontuosi piani di spesa del presidente Biden e l'eccessivo ottimismo riguardo le prospettive economiche ed il gettito fiscale.

• I mercati azionari saranno indeboliti dall'aumento dei rendimenti dei titoli di stato e la bolla scoppierà, riducendo i valori di altri asset finanziari. Il prossimo aumento dei rendimenti obbligazionari, forse tra poche settimane, minaccia di far precipitare le azioni in mercati orso improvvisi.

• È improbabile che le catene di approvvigionamento tornino alla piena funzionalità prima della fine dell'anno, e con la determinazione delle banche a ridimensionare il credito in circolazione, le attuali ipotesi economiche, e quindi le entrate fiscali, possono essere definite troppo ottimistiche.

• Con la contrazione del credito bancario che inizia ad essere alimentata da crediti inesigibili e dai valori delle garanzie in calo, le banche in alcune giurisdizioni come l'Eurozona e la Cina andranno in bancarotta e richiederanno l'intervento dello stato. Il rischio di controparte internazionale diventerà una questione dominante.

• Il futuro delle valute, e in particolare del dollaro USA, è legato alle rispettive bolle negli asset finanziari. Nel disperato tentativo di contenere l'implosione delle bolle degli asset, di compensare la contrazione del credito bancario e di salvare le catene di approvvigionamento in fallimento, il ritmo della creazione monetaria da parte delle banche centrali è destinato ad accelerare, perché le autorità non hanno altra scelta. Ciò segnerà l'inizio di una rapida fine per il denaro fiat.

L'applicazione della MMT non solo non salverà le economie da un crollo e le valute fiat dal collasso, ma verrà dimostrato che i tentativi di ottenere risultati economici attraverso la manipolazione dei tassi d'interesse porta solo all'ennesima catastrofe. Invece di abbandonare concetti economici deliranti e farlocchi, ne viene raddoppiata la dose, ciechi di fronte al caos che stanno causando. Stiamo assistendo alle stesse politiche interventiste dei presidenti Hoover e Roosevelt negli anni '30, modificate per fattori contemporanei e denaro fiat scoperto. Purtroppo questo dimostra quanto poco si sia appreso sugli errori dell'interventismo statale negli ultimi novant'anni.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


venerdì 30 aprile 2021

L'economia e l'etica di un default sovrano

 

 

di Kristoffer Mousten Hansen

Il problema della spesa pubblica in deficit e del conseguente debito pubblico rappresenta una sfida per la maggior parte delle economie moderne. Alcuni stati, come la Germania, con una reputazione di austerità fiscale, operavano con avanzi di bilancio e debito in calo, ma questo prima che il coronavirus fornisse una scusa per estendere in modo massiccio i loro poteri e aumentare la spesa. Ora sembra che tutte le nazioni dovranno sostenere il pesante carico di estinguere enormi debiti pubblici contratti nel perseguimento di politiche distruttive. Il debito pubblico netto medio, cioè il debito non dovuto a qualche agenzia statale, delle economie avanzate ha superato il 96% del PIL nel 2020 e non ci sono segni che gli stati smetteranno di indebitarsi.

Fonte: FMI. La linea piatta per gli Stati Uniti prima del 2000 è un periodo senza dati.

In tutta Europa è sempre più diffusa la sensazione che i debiti pubblici non siano altro che un peso e debbano essere cancellati. Più di recente un gruppo di economisti ha pubblicato un manifesto suggerendo che il debito pubblico detenuto dalla Banca Centrale Europea (attualmente €2.500 miliardi) debba essere cancellato. Questo manifesto è semplicemente un appello camuffato per il finanziamento inflazionistico di progetti di sinistra: non solo la BCE dovrebbe cancellare i debiti dei vari stati, ma questi ultimi dovrebbero anche impegnarsi a spendere un importo equivalente per un "piano di ripresa sociale ed ecologico". Sebbene la fonte di finanziamento per questa spesa non sia specificata, deve essere presa in prestito e l'unica istituzione disposta e in grado di prestare tali importi è la BCE.

Il mio obiettivo in questo saggio non è criticare i suggerimenti degli autori del manifesto, per quanto piacevole possa essere un compito del genere, ma di indagare seriamente sul problema del debito pubblico e in particolare sulle conseguenze di un default. Cosa significherebbe per l'economia se venisse cancellato non solo il debito nei confronti della banca centrale, ma scomparisse tutto? Non sto rivelando troppo se ora dico che, come Peter Klein e J. R. Hummel, un default sovrano sarebbe un grande vantaggio per l'economia a lungo termine.

L'idea di risolvere il problema del debito attraverso il default è generalmente considerata estrema da tutte le persone rispettabili. Secondo loro, ci sono solo due soluzioni alternative: utilizzare l'inflazione per distruggere il valore reale del debito o introdurre riforme economiche che portino ad un aumento delle entrate fiscali, che a loro volta rendono gestibile il pagamento del debito. Gli autori del manifesto europeo hanno quindi il merito di aver sollevato l'idea del ripudio del debito.

Prima di passare alla questione degli effetti economici di un default sovrano, dobbiamo prima prendere in considerazione il lato etico delle cose. Gli economisti sono restii ad accettarlo, ma tutte le proposte politiche sono intrinsecamente normative. Sarebbe moralmente giustificabile, in linea di principio, che gli stati andassero in default?


L'etica del ripudio del debito pubblico

Ripudiare il debito pubblico sembrerebbe essere l'apice della condotta immorale. Dopo tutto, il mutuatario non ha volontariamente promesso la sua persona, proprietà e sacro onore nel sostenere il debito? Come può un uomo voltare le spalle ad un tale impegno senza provare vergogna? E anche se fosse inadempiente, i creditori non avrebbero una giusta pretesa nei confronti della sua proprietà? L'essenza della giustizia è rendere a ciascuno il proprio (suum cuique tribuere) e poiché il debito è dovuto ai creditori, sarebbe immorale, un peccato contro la giustizia, rifiutarsi di pagarlo.

Al contrario, sebbene diffusa, tale opinione si basa sull'accettazione dell'equivoco di base che tutti gli stati usano per giustificare il proprio potere: lo stato è un'istituzione sociale legittima al pari di altre istituzioni, la più eminente di tutte le istituzioni e di conseguenza le sue rivendicazioni e promesse non sono solo legittime ma lo sono ad un livello superiore. Quando lo stato chiede qualcosa ai cittadini, questi sono tenuti ad obbedire; quando fa una promessa ai suoi creditori, lega non solo sé stesso, ma tutti i cittadini. Questo però non è vero: i cittadini sono sudditi dello stato e costretti a questo rapporto; non sono i suoi sponsor, mandanti o beneficiari. Anche se praticamente tutti i cittadini ad un certo punto traggono vantaggio dallo stato, questo non cambia il fatto fondamentale che lo stato è un'imposizione violenta su tutti (non è volontario e non si basa solo sui diritti di proprietà o su altre rivendicazioni legittime).

Murray Rothbard nel suo pezzo sul ripudio del debito, pubblicato per la prima volta nel 1992, enuncia in dettaglio gli errori coinvolti nel trattare il debito pubblico come se fosse la forma più sacra di debito privato. Dice Rothbard:

Le due forme di transazione del debito [debito pubblico e privato] sono totalmente diverse. Se prendo in prestito denaro da una banca, stipulo un contratto per trasferire il mio denaro ad un creditore in una data futura; in un certo senso, a quel punto è il vero proprietario del denaro e se non pago lo sto derubando della sua giusta proprietà. Ma quando lo stato prende in prestito denaro, non garantisce il proprio denaro; le proprie risorse non vengono messe in gioco. Lo stato non impegna la propria vita, fortuna e sacro onore per ripagare il debito, ma il nostro.

La santità del contratto, in altre parole, è un principio fondamentale di giustizia, ma non si applica alle promesse di pagamento dello stato. Infatti esso non promette di pagare: qualunque politico sia in carica al momento, dice ai suoi potenziali creditori "Prestaci i soldi adesso e noi promettiamo di farli ripagare agli altri". In nessun momento viene chiesto ai cittadini il loro consenso ed è quindi difficile vedere come potrebbero essere vincolati ad un contratto stipulato da altre persone. Trattandosi infatti di un contratto concluso con l'esplicito scopo di privarli della loro proprietà, è difficile vedere come possa essere considerata una transazione valida.

Una possibile obiezione qui potrebbe essere che lo stato ha la responsabilità del benessere pubblico e che mentre i cittadini non hanno acconsentito ai prestiti, sono tutti beneficiari dei beni pubblici forniti con l'aiuto di tali prestiti. Anche così non è ancora chiaro come una persona possa essere vincolata dal contratto, ma per ora lasciamo da parte questa questione. Inoltre non è affatto chiaro come lo stato sia necessario per provvedere al bene comune di tutta la società, soprattutto perché è stato dimostrato teoricamente ed empiricamenteche che le funzioni più elementari tradizionalmente attribuite allo stato, dal mantenimento della pace alla giustizia, possono essere altrettanto fornite in una società completamente libera senza alcun monopolista coercitivo. Comunque non approfondiremo ulteriormente questa questione qui. Tutto quello che ci chiederemo è: gli stati hanno contratto debiti per il bene comune di tutti? La risposta dovrebbe essere ovvia: hanno preso in prestito denaro per combattere guerre, finanziare progetti di opere pubbliche non più utili delle piramidi e per salvare/arricchire i loro clientes nel mondo della finanza. Gli stati hanno utilizzato denaro preso in prestito per corrompere i cittadini con elemosine, ma nemmeno questo può essere considerato un atto per il bene comune; soprattutto non quando suddette elargizioni hanno semplicemente lo scopo di mascherare le conseguenze della distruzione dell'economia e della società durante lo scorso anno. In ogni caso, il panem et circenses (l'equivalente moderno degli assegni governativi) non possono essere definiti bene comune, ma sono beni piuttosto particolari.

Se i creditori dello stato non hanno alcun diritto su chi paga le tasse, hanno invece un diritto sullo stato, cioè sui beni di proprietà dello stato? In alcuni casi la risposta potrebbe essere sì. Chi ha investito nel debito pubblico sapendo esattamente cosa stava facendo non può avere alcuna pretesa; anzi la domanda è se dovrebbero essere considerati complici del reato di tassazione, poiché ne beneficiano chiaramente (ad esempio, i primary dealer nel contesto statunitense). Ma la persona media che, forse ingannata dalla propaganda statale, ha acquistato un titolo di stato pensando che fosse un uso innocente del suo denaro, può avere una rivendicazione legittima. Ancor di più, i fondi pensione sottoposti a pressioni per investire in titoli di stato e le banche costrette a farlo per conformarsi ai requisiti patrimoniali hanno un legittimo diritto ad un risarcimento, non da parte del contribuente, ma da parte dello stato. Il problema qui è che c'è un grande gruppo di persone con una rivendicazione ancora migliore, vale a dire, la grande massa di contribuenti oppressi. Queste persone, i produttori a lungo espropriati coattamente della ricchezza reale, possono vantare una richiesta di risarcimento migliore rispetto ai detentori del debito pubblico. Per una questione di rigorosa giustizia, qualsiasi reclamo che i creditori di uno stato in bancarotta potrebbero presentare dovrebbe attendere il risarcimento dei contribuenti. Qualunque patrimonio rimanesse potrebbe poi essere diviso tra loro.

Sarebbe quindi giusto ripudiare il debito. Infatti è ingiusto continuare a pagare interessi su di esso, poiché ogni pagamento è un trasferimento coatto dai contribuenti ai creditori dello stato. Prima di concludere che lo stato debba andare in default, dobbiamo prendere in considerazione anche gli effetti economici del default. Se questi fossero devastanti, dopotutto, la prudenza potrebbe suggerire che sarebbe meglio subire l'ingiustizia del debito piuttosto che assistere ad un deterioramento sociale che potrebbe derivare dalla sua abolizione.


La natura del debito pubblico

Le persone che detengono debito pubblico inseriranno tale debito tra i loro attivi, insieme ad altri asset finanziari. Il debito pubblico, quindi, sembra che faccia parte del capitale delle persone investito in attività produttive, e dal punto di vista del singolo investitore è proprio così. Gli investitori non guardano necessariamente per cosa vengono utilizzati i loro fondi quando effettuano un investimento. Sono concentrati sulla sicurezza del loro capitale e sul rendimento atteso. Tuttavia l'economista ha una visione diversa del credito e può distinguere due tipi generali di investimento: credito al consumo e credito alla produzione.

Il credito al consumo è un prestito concesso al fine di un consumo presente. Il capitale risparmiato viene così distrutto o trasformato in beni di consumo durevoli come case e automobili. Il credito alla produzione, invece, viene prestato agli imprenditori che desiderano espandere la propria produzione. Se gli imprenditori hanno successo, il risultato è un allungamento della struttura della produzione e un aumento della produttività generale dell'economia. Entrambi i tipi di prestito devono essere rimborsati con il reddito attuale. Gli imprenditori, se hanno successo, rimborsano i prestiti con l'aumento delle entrate, reso possibile dall'investimento aggiuntivo, mentre i consumatori devono ridurre i loro risparmi e consumi per rimborsare i prestiti. Il credito alla produzione porta quindi ad un accumulo di capitale aggiuntivo e ad una maggiore produttività e ricchezza per tutta la società, mentre il credito al consumo riduce la quantità di capitale per gli investimenti produttivi al di sotto di quanto sarebbe stato altrimenti. Il credito al consumo è una forma di consumo di capitale, in altre parole.

Quando si tratta di valutare il debito pubblico, la domanda è se si tratti di una forma di credito alla produzione o di credito al consumo. Murray Rothbard sosteneva che tutta la spesa pubblica, compreso quello che viene chiamato investimento statale, è in realtà nella migliore delle ipotesi una forma di spesa per consumi. Anche se potrebbe sembrare che la spesa pubblica per beni immobili, come dighe o strade, costituisca una sorta di investimento, in realtà non è così:

In qualsiasi tipo di economia, i beni capitali sono costruiti non per quanto possano fare bene all'investitore, ma per usarli e produrre beni di ordine inferiore e, infine, di consumo. In breve, una caratteristica di una spesa per investimenti è che il bene in questione non viene utilizzato per soddisfare i bisogni dell'investitore, ma di qualcun altro: il consumatore. Tuttavia quando lo stato confisca risorse all'economia privata, non fa altro che distruggere i desideri dei consumatori; quando lo stato investe in un bene, lo fa per servire i capricci dei funzionari statali, non i desideri dei consumatori. Pertanto nessuna spesa pubblica può essere considerata un vero "investimento" e nessun patrimonio di proprietà dello stato può essere considerato capitale.

L'investimento statale, conclude Rothbard, deve quindi essere considerato una forma di consumo, e per di più una forma di consumo anti-produttiva. Questo è vero anche per le spese inizialmente finanziate da prestiti allo stato, poiché il rimborso di tali prestiti dipende invariabilmente dalle entrate fiscali future, non dall'impiego produttivo di "beni" statali.

Dobbiamo quindi concludere che il debito pubblico è una sorta di prestito al consumo contratto per finanziare la spesa per consumi di politici e burocrati. Ripudiarlo non interferisce e non scompone la struttura produttiva della società. Al contrario, poiché i contribuenti non dovranno più pagare le tasse per finanziare il debito, avranno redditi netti più elevati e più fondi disponibili per gli investimenti di quanto sarebbe altrimenti. Mentre il debito pubblico appare come capitale agli investitori che lo detengono, è chiaro che non si tratta di capitale reale, ma piuttosto di un diritto sulla presa forzata di risorse da cittadini produttivi. Possiamo forse appropriarci di un termine marxista e chiamare i titoli di stato "capitale fittizio" per sottolineare il fatto che non fanno parte della struttura produttiva del capitale della società, ma in realtà la deteriorano.

Un effetto immediato del default di uno stato sarà quindi un aumento dell'accumulo reale di capitale, sebbene l'eliminazione del debito pubblico possa dare alle persone l'impressione che i loro risparmi personali, nella misura in cui sono stati investiti in titoli di stato, siano stati ridotti. Questa impressione non farà che rafforzare la tendenza all'accumulo di capitale, poiché il tasso di risparmio dipende in parte da quanto le persone hanno già risparmiato. Se i loro risparmi vengono ridotti dall'inadempienza dello stato, tenderanno a limitare il consumo corrente e ad aumentare il loro tasso di risparmio.

Un secondo effetto del default è che il rating del credito dello stato ne risente. Il debito pubblico è spesso considerato un investimento molto sicuro, ma quando uno stato va in default, la fiducia degli investitori viene gravemente scossa. Sarà quindi molto più difficile per uno stato inadempiente raccogliere fondi attraverso l'assunzione di prestiti in futuro, e potrà farlo solo ad un tasso d'interesse decisamente alto. Questo, ancora una volta, significa non solo che ci saranno meno fondi disponibili per la spesa pubblica, ma anche che sarà più probabile che i fondi extra resi disponibili per gli investimenti dall'atto di un default vengano investiti nel settore privato e non in nuove emissioni di obbligazioni sovrane.


Ripudiare il debito pubblico degli Stati Uniti

Il default di uno stato sarebbe quindi economicamente vantaggioso, ma come accadrebbe nel mondo reale? Prendiamo il caso del governo degli Stati Uniti. Secondo l'orologio del debito, il fardello degli Stati Uniti è di circa $28.000 miliardi. Con l'attuale PIL del 2020 a $20.930 miliardi, ciò significa un livello di indebitamento di circa il 133% del PIL. Gran parte di questo debito è dovuto a varie agenzie governative e può essere semplicemente cancellato; dopo tutto, il debito che il governo degli Stati Uniti deve a sé stesso è sia una sua passività che attivo. La cifra ufficiale per le partecipazioni intragovernative è di circa $6.000 miliardi, ma questo è in realtà un eufemismo. Sotto il titolo di "debito detenuto dal pubblico", il Government Accountability Office (GAO) elenca i governi statali e locali. A seconda della teoria costituzionale a cui si aderisce, questi governi sono creature del governo federale o il governo federale è stato creato dagli stati; in entrambi i casi si tratta chiaramente di una sorta di holding intragovernativa. Nell'anno fiscale 2019 i governi statali e locali detenevano il 6% dei $16.800 miliardi detenuti "dal pubblico" in quel momento, o circa $1.000 miliardi. È improbabile che da allora abbiano aumentato le loro partecipazioni e penso sia ragionevole presumere che non le abbiano ridotte.

La voce molto più grande nascosta sotto il debito "detenuto dal pubblico" è il debito detenuto dalla Federal Reserve. Anche se sì, è vero che le banche Federal Reserve sono di proprietà delle banche membri private, in fin dei conti è semplicemente una facciata. La Federal Reserve è chiaramente un'agenzia creata dal governo USA, il cui consiglio di amministrazione è nominato dal governo federale e che ha il compito di gestire la politica monetaria per conto del governo USA. Potrebbe essere formalmente privata, ma in realtà la Federal Reserve è un'agenzia governativa. Il debito detenuto dal sistema dovrebbe quindi aggiungersi alle partecipazioni intragovernative che in linea di principio possono essere semplicemente cancellate. L'11 febbraio la Federal Reserve deteneva quasi $4.800 miliardi di debito pubblico degli Stati Uniti, il risultato della monetizzazione dell'enorme deficit del 2020 oltre al debito accumulato attraverso i vari cicli di quantitative easing precedenti.

Nel complesso, quindi, $11.800 miliardi sono detenuti da agenzie governative e governi statali e possono essere semplicemente cancellati. Il debito reale detenuto dal pubblico è "solo" $16.200 miliardi, o circa il 77% del PIL. L'eliminazione di questo debito rappresenterà ancora un enorme shock per il sistema. Le famiglie e le organizzazioni non profit statunitensi possedevano $98.700 miliardi in asset finanziari nel terzo trimestre del 2020. Ignorando i $6.800 miliardi di proprietà degli stranieri, il ripudio significherebbe una riduzione di $9.400 miliardi di asset finanziari dei cittadini statunitensi o un calo di circa il 10%. Tutto ciò presuppone che le valutazioni di altri asset finanziari non siano influenzate dal ripudio, ma ciò è improbabile. L'incertezza che ne deriverà porterà, almeno nel breve periodo, ad un aumento dei tassi d'interesse e quindi ad un calo generale del valore degli asset finanziari, esacerbando l'impressione di un calo del risparmio.

Il risultato sarà, da un lato, che la maggior parte degli americani scoprirà che i propri risparmi sono notevolmente inferiori a quanto pensavano che fossero, ma, dall'altro, che l'eliminazione del pagamento degli interessi sul debito pubblico ridurrà l'onere per i contribuenti e renderà loro più facile aumentare i propri risparmi. Poiché è improbabile che le persone siano talmente sciocche da investire in titoli di stato, ciò significherà un aumento della disponibilità di capitale produttivo, un aumento della produttività e, in breve tempo, un aumento dei redditi reali della popolazione in generale.

Oltre al debito del governo federale, i governi locali e statali hanno anche accumulato un debito di $3.200 miliardi. Gli effetti del ripudio di questi debiti saranno simili. I benefici per i contribuenti saranno maggiormente concentrati negli stati e nei comuni più fortemente indebitati, ma l'eliminazione del capitale fittizio avrà gli stessi effetti sull'economia nel suo complesso.


Default sovrano e privatizzazione

Il ripudio del debito metterà a repentaglio i redditi dei pensionati, troppo vecchi e fragili per ricongiungersi alla forza lavoro produttiva, dal momento che i fondi pensione privati ​​e le compagnie di assicurazione hanno investito pesantemente in titoli di stato. Ciò è particolarmente vero per quelle giurisdizioni in cui i lavoratori sono costretti ad avere i propri risparmi in specifici fondi pensione. Cedere la proprietà di asset statali, ciò che Rothbard chiama asset di scarto, ai fondi pensione mitigherebbe l'impatto sui pensionati e aumenterebbe la quantità di beni di produzione disponibili per l'occupazione produttiva.

Questa possibilità è di particolare importanza per il Giappone ed i Paesi europei. Il debito pubblico giapponese è uno dei più alti tra i Paesi sviluppati, con quasi il 177% del PIL secondo il Fondo monetario internazionale (FMI). È inoltre detenuto principalmente da investitori e fondi pensione giapponesi. I benefici di un default saranno quindi ancora maggiori in Giappone che negli Stati Uniti, ma se il ripudio non deve significare indigenza per molti anziani, i fondi pensione dovranno essere compensati con beni statali. In questo contesto sarà essenziale la privatizzazione dei beni pubblici come parte del default. Questo vale anche per i Paesi europei, sebbene i livelli del debito europeo non siano così elevati come in Giappone.

Il default statale ridurrà le tasse sui membri produttivi della società ed eliminerà il capitale fittizio. In quanto tale, è una situazione chiaramente vantaggiosa. Le persone che hanno investito molto in titoli di stato rischiano di subire perdite, ma questo può essere mitigato trasferendo gli asset statali agli obbligazionisti. Se debba essere così mitigato è una questione etica; chi è costretto a detenere obbligazioni tramite la propria pensione non è certo collaboratore del male e può ragionevolmente essere considerato spettatore innocente. Non si può quindi escludere un risarcimento per il mancato guadagno per motivi morali e la prudenza può imporre una qualche forma di privatizzazione della proprietà statale per garantire che i pensionati non siano lasciati indigenti. La nostra analisi etica chiarisce che il risarcimento può essere legittimamente pagato solo agli obbligazionisti che sono spettatori innocenti, per così dire. Coloro che hanno consapevolmente investito nel debito pubblico non possono avere diritto ad un risarcimento. Determinare esattamente chi dovrebbe essere considerato un complice dello stato e chi uno spettatore innocente è una questione pratica da determinare in ogni situazione particolare.

L'analisi economica del ripudio si applica al debito pubblico a tutti i livelli ed a tutti i Paesi. La questione centrale non è quanto è grande lo stato o quanto sia in debito, ma piuttosto se il debito è finanziato dalle tasse. In tal caso ripagare il debito pubblico, invece di ripudiarlo, è di fatto distruttivo per la ricchezza reale.

Finora non ho menzionato gli effetti del ripudio del debito sui mercati finanziari e sul sistema monetario. L'ortodossia finanziaria moderna vuole che i mercati abbiano bisogno di un asset "sicuro" e che gli stati siano incaricati di fornire tali asset sotto forma di obbligazioni prive di rischio. Se i mercati finanziari venissero improvvisamente privati ​​dei titoli di stato, ne deriverebbero dei problemi. Data la popolarità di tale pensiero, così come l'importanza dei titoli di stato nella finanza moderna, non possiamo concludere la nostra tesi a favore di un default sovrano senza esaminare anche queste argomentazioni.


Il ruolo del debito pubblico nel settore imprenditoriale

L'uso più frequente del debito pubblico nella finanza, in particolare del debito a breve termine, è da parte delle aziende, che lo detengono perché lo considerano un asset sicuro e altamente liquido. Detenendo titoli statunitensi invece di denaro, possono risparmiare sulla necessità di liquidità e guadagnare un piccolo ritorno sulle loro partecipazioni. Li considerano un mezzo di scambio secondario, come li definiva Mises, o "quasi denaro" come invece diceva Rothbard. Come spiega Mises:

Chi possiede uno stock di merci con un alto grado di commerciabilità secondaria [cioè, liquidità] è in grado di limitare la sua detenzione di liquidità propriamente detta. Può aspettarsi che, quando un giorno gli sarà necessario aumentare la sua disponibilità liquida, sarà in grado di vendere senza indugio suddette merci con un alto grado di commerciabilità secondaria al prezzo più alto ottenibile sul mercato [...]. L'entità della liquidità e le spese sostenute per mantenerla possono essere ridotte se sono disponibili merci producenti reddito con un alto grado di commerciabilità secondaria.

Il "quasi denaro" non è usato in cambio di altri beni e questo va sottolineato. È principalmente detenuto dalla tesoreria di una società al posto del denaro in modo da guadagnare un piccolo ritorno sui pagamenti delle cedole o sull'apprezzamento previsto. Quando c'è necessità di fondi, i titoli di stato statunitensi e altri tipi di "quasi denaro" vengono venduti per denaro e quest'ultimo viene quindi utilizzato in normali transazioni commerciali.

Il motivo per cui i titoli di stato statunitensi vengono utilizzati in questo modo è duplice: il mercato per loro è molto liquido e sono considerati un investimento molto sicuro o privo di rischi. In questi giorni, tuttavia, il mercato profondo dei titoli di stato statunitensi è in gran parte un'illusione. Come sottolineato in precedenza, circa il 40% del debito pubblico degli Stati Uniti è dovuto a varie agenzie governative, dalla Federal Reserve ai governi locali. È giusto dire che, a questo punto, il mercato dei titoli di stato USA è liquido solo perché la Federal Reserve è pronta a comprarli tutti. A questo punto i banchieri centrali stanno discutendo apertamente questo aspetto delle loro operazioni: la banca centrale deve agire come "market maker di ultima istanza", il che significa, in pratica, che i prezzi delle obbligazioni non possono mai e poi mai scendere.

Il fatto che i titoli di stato USA siano considerati privi di rischio è chiaramente collegato alla loro elevata liquidità, poiché sicurezza in questo senso significa semplicemente essere sempre in grado di venderli al prezzo che ci si aspetta. È anche chiaro che questo tipo di sicurezza non esiste nel mondo reale in costante cambiamento. Ciò che affermano coloro che li definiscono privi di rischio è essenzialmente che le persone hanno il diritto di godere di un reddito stabile e sicuro, e che è compito dello stato fornire un asset generatore di reddito libero dalle leggi del mercato. Mises descrisse questo punto molto tempo fa:

Lo Stato, questa nuova divinità dell'era nascente della statolatria, questa istituzione eterna e sovrumana fuori dalla portata delle fragilità terrene, offre al cittadino l'opportunità di mettere al sicuro le sue ricchezze e di godere di un reddito stabile protetto da tutte le vicissitudini [...]. Colui che investe i suoi fondi in obbligazioni sovrane emesse dallo stato e dalle sue suddivisioni non è più soggetto alle leggi ineludibili del mercato e alla sovranità dei consumatori [...]. Non è più un servitore dei suoi concittadini, soggetti alla loro sovranità; è un partner dello stato che governa il popolo e chiede loro tributi.

Il fatto che le società, e non semplicemente un'élite di redditieri parassiti, siano state indotte dallo stato ad utilizzare obbligazioni sovrane per le loro esigenze di liquidità non cambia l'analisi di Mises. È ancora una pretesa assurda pensare che esista una cosa come un asset privo di rischio, per non parlare del fatto che se ne abbia diritto o che il funzionamento del mercato dipenda da esso.

L'unico modo in cui i titoli di stato possono essere giudicati come asset privi di rischio è se la banca centrale è pronta ad acquistarli con denaro dal nulla. Gli economisti socialdemocratici se ne rendono conto e non fanno mistero di chi beneficia realmente dello status privo di rischio delle obbligazioni sovrane: lo stato stesso. Come scrive l'economista tedesco Fabian Lindner: "Solo quando i titoli di stato saranno sufficientemente a prova di insolvenza che gli investitori presteranno denaro agli stati a tassi d'interesse bassi. Solo allora gli stati potranno aumentare la spesa [...]".

I socialisti hanno un partner improbabile nella loro ricerca di obbligazioni prive di rischio: ciò che noi con un'espressione un po' datata possiamo chiamare alta finanza.


Debito pubblico e finanza

In quest'epoca di mercati iper- finanziarizzati, l'uso del debito pubblico è fondamentale per il funzionamento delle istituzioni finanziarie. In quanto garanzia di altissima qualità utilizzata nelle operazioni di riacquisto, i titoli di stato sono un ingrediente essenziale nel funzionamento dei moderni mercati dei pronti contro termine.

I pronti contro termine sono essenzialmente prestiti garantiti e altamente liquidi. In caso di pronti contro termine aperti o con scadenza giornaliera, il prestito può essere rimborsato il giorno stesso. È in corso un dibattito sull'opportunità di considerare le operazioni di pronti contro termine come una forma di sostituti del denaro, un punto sostenuto da Gabor e Vestergaard, ma per gli scopi attuali non è necessario risolvere questa diatriba. I pronti contro termine, anche se sono solo una forma di "quasi denaro", sono comunque asset molto liquidi e molto ricercati.

Tuttavia il legame tra titoli di stato e pronti contro termine è più profondo: lo stesso titolo può essere utilizzato più volte nelle operazioni di pronti contro termine, il che significa che l'offerta di pronti contro termine è un multiplo dei titoli che fungono da garanzia. Pertanto è comprensibile il motivo per cui gli investitori si lamentano della "carenza" di debito pubblico: non solo è considerato un asset privo di rischi in sé, ma può essere utilizzato per generare un flusso infinito di tali asset.


Gli effetti finanziari e monetari del default

Questa breve panoramica dovrebbe essere sufficiente per rendere evidente l'importanza finanziaria dei titoli di stato. Dal momento che nessuno, nel nostro attuale sistema inflazionistico, vuole tenere più denaro di quanto deve, le società e le istituzioni finanziarie detengono invece "quasi denaro" di diverso tipo nelle loro tesorerie. La confusione tra denaro ed asset altamente liquidi è così grande che i gestori finanziari chiamano abitualmente "contanti" le loro partecipazioni in titoli di stato. Non è solo una questione di pedanteria, poiché c'è una differenza molto grande tra il denaro contante, da un lato, e gli asset che devono essere venduti prima che i proventi possano essere utilizzati dall'altra. In circostanze normali è probabile che i mercati siano liquidi e non vi è alcun problema a realizzare le proprie disponibilità in titoli. Ma è proprio quando è probabile che uno abbia maggiormente bisogno delle proprie riserve di liquidità (cioè, in una crisi finanziaria) che i mercati diventeranno illiquidi ed i prezzi scenderanno. La dipendenza dal "quasi denaro" è quindi uno dei tratti distintivi del fragile sistema finanziario moderno e uno dei motivi per cui questo sistema cesserebbe di funzionare se le banche centrali non fossero sempre pronte ad intervenire come market maker di ultima istanza.

Quali sarebbero le conseguenze se il debito pubblico venisse ripudiato e l'offerta di titoli emessi dallo stato scomparisse? Se accadesse da un giorno all'altro, senza preavviso, è chiaro che ne deriverebbe una grave carenza di liquidità. Non solo i titoli di stato stessi diventerebbero privi di valore, ma anche tutti i pronti contro termine da essi sostenuti. Molte istituzioni finanziarie dovrebbero quindi affrontare una forte riduzione dei loro bilanci.

Questo non è così diverso da quello che abbiamo già descritto sopra: le persone si svegliano scoprendo che i loro titoli di debito pubblico sono solo "capitale fittizio". Tuttavia l'eliminazione di una grande classe di "quasi denaro"a ha più conseguenze: poiché tali asset si detengono per la loro liquidità, il risultato della loro scomparsa sarà una corsa alla liquidità. La domanda di denaro e per altri tipi di "quasi denaro" aumenterà, mentre gli attori di mercato tenteranno di ricostituire le tesorerie della loro società. Questa domanda supplementare si tradurrà in una calo dei prezzi su tutta la linea e in un aumento dei tassi d'interesse, poiché la domanda di beni presenti (il denaro) aumenta bruscamente.

Il caos che rischia di diffondersi nei mercati finanziari sarà solo mitigato in qualche modo annunciando in anticipo che un default sovrano è imminente. Man mano che diventa più certo che il debito diventerà inutile, la sua utilità nella finanza diminuirà e gli attori di mercato cercheranno di sbarazzarsene. Tuttavia questo può solo ammorbidire la caduta; la dipendenza della finanza da asset sicuri è incorporata nel sistema ed è difficile vedere come si possa rimuoverli senza far crollare l'intera struttura. Questo è un problema per il sistema finanziario e non per l'economia nel suo insieme.

Infatti è un gradito vantaggio l'eliminazione del debito, cosa che significherà anche la fine della finanziarizzazione e il ritorno a forme più solide di intermediazione del credito. La crisi sarà principalmente finanziaria, poiché l'offerta di capitale reale non sarà cambiata. Infatti, come abbiamo già sottolineato, l'eliminazione del capitale fittizio aumenterà i tassi di risparmio e porterà ad una maggiore formazione di capitale, parte del quale sarà disponibile per la ricostituzione del sistema finanziario su linee più solide.


Conclusione

Questo saggio ha esaminato la questione del debito pubblico in base ai punti di vista più importanti. Abbiamo scoperto che si tratta di un'atrocità etica, che è un fardello economico e che sostiene un sistema finanziario malsano. La conclusione non può che essere che il debito pubblico non serve al bene comune; è un'imposizione su tutta la società, e in particolare sui suoi membri più produttivi, a vantaggio di politici e speculatori finanziari irresponsabili che si credono titolari di un bene “privo di rischi”.

Il debito pubblico, come disse Mises, "è un elemento estraneo ed inquietante nella struttura di una società di mercato". Il fatto che la finanza moderna sia uno dei principali beneficiari della sua esistenza non cambia questo fatto; mostra solo quanto sia lontano il sistema finanziario dal suo ruolo in una società libera. Dopo aver esaminato la questione in ogni modo e trovato positivo il default sovrano, liberiamoci del debito pubblico, una volta per tutte. Non si tratta semplicemente del fatto che sia troppo alto, o che le tasse e l'inflazione utilizzate per sostenerlo siano troppo onerose. La cosa davvero importante è l'abuso che se ne fa!


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/