La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/debito-pubblico-non-e-quello-che)
Ogni tot. anni, qualcuno scopre che il governo degli Stati Uniti ha un debito enorme e conclude che Roma sta per crollare. Un recente articolo su RealClearMarkets di Nash, Thomas, Lang e Rastin fa proprio questo: si basano sul crollo dell'Impero Romano e sull'iperinflazione della Repubblica di Weimar come moniti per il debito federale americano.
L'argomentazione è ordinata, emotivamente appagante, ma errata in diversi punti importanti. Fondamentalmente, il debito pubblico non è quello che i catastrofisti credono, e i paragoni storici che prediligono non hanno quasi nulla in comune con l'attuale situazione fiscale americana.
L'identità contabile di cui nessuno parla
Ecco da dove vorrei iniziare, perché questo è il punto che quasi tutte le analisi del debito pubblico, compreso l'articolo a cui stiamo rispondendo, ignorano completamente. Il debito pubblico non scompare nel nulla. Per definizione, se il governo prende in prestito capitali da qualcuno, quei capitali devono pur fluire da qualche parte. Quel “qualche parte” è il bilancio del settore privato.
L'economista Wynne Godley ha formalizzato questa relazione in quella che oggi viene chiamata identità dei saldi settoriali. Eliminando il linguaggio accademico, il concetto è semplice: in un'economia chiusa, il deficit di un settore corrisponde al surplus di un altro. Ogni dollaro che il governo federale spende in eccesso rispetto a quanto incassa in tasse è un dollaro che si traduce in ricchezza finanziaria netta nei settori privato o estero. L'identità contabile non è una teoria, ma un dato di fatto aritmetico, come un libro mastro a partita doppia che deve essere in pareggio.
Come discusso in un precedente saggio, questa comprensione è di fondamentale importanza. Il debito e i deficit non sono intrinsecamente distruttivi. Finanziano la spesa che si trasforma in reddito per famiglie e imprese, sostenendo l'attività economica. Anzi, i deficit spesso stabilizzano l'economia durante le recessioni, fornendo liquidità al settore privato e contribuendo a risanare i bilanci.
Lo vediamo in tempo reale. Il governo federale ha fatto registrare un deficit di circa $1.800 miliardi nell'anno fiscale 2024. Gli stessi $1.800 miliardi, al netto di quanto affluito ai detentori esteri di titoli del Tesoro americani, sono finiti nei bilanci delle famiglie, delle imprese e dei fondi pensione americani come attivi finanziari netti. I titoli del Tesoro statunitensi non rappresentano una passività per i “futuri contribuenti” in un astratto senso esistenziale. Sono un attivo finanziario detenuto nel presente da risparmiatori americani, fondi pensione, banche e compagnie assicurative.
Possiamo osservare visivamente questi “equilibri settoriali”.
Analizziamo attentamente questa relazione. Ogni volta che il deficit pubblico si è ampliato, come durante la recessione del 2001, la crisi del 2008 e la pandemia del 2020, il surplus del settore privato è cresciuto in misura pressoché equivalente. Questa correlazione inversa non è una coincidenza; è la dinamica in atto. Quando, alla fine degli anni '90, i policymaker hanno spinto il governo americano verso un surplus, il settore privato è stato indotto a indebitarsi. Questo indebitamento in eccesso del settore privato è stato una delle cause principali della crisi finanziaria del 2008.
Questo ci porta a un altro grave difetto nella tesi perennemente sostenuta dai “profeti di catastrofi”. L'articolo si preoccupa del fatto che il “debito pro capite” superi i $350.000. Questa cifra non significa nulla senza il corrispondente lato degli attivi. Ogni dollaro di questa somma rappresenta contemporaneamente un attivo nel bilancio di qualcuno. Se domani si eliminasse il debito pubblico, si eliminerebbero contemporaneamente $28.000 miliardi in attivi finanziari detenuti da risparmiatori, fondi pensione e Federal Reserve.
Questa sì che sarebbe una crisi finanziaria.
Il bilancio che tutti ignorano
Consideriamo un esempio concreto, quello di una famiglia, prima di passare ai numeri. Un professionista con uno stipendio da $100.000 all'anno ha un mutuo di $300.000. Secondo la logica dell'articolo di RealClearMarkets, questa persona sarebbe profondamente insolvente, poiché il debito è tre volte superiore al reddito annuo. Eppure, nessun banchiere americano definirebbe quella famiglia in bancarotta. Perché? Perché il mutuo è garantito da un attivo. Ipotizzando che questa persona abbia versato un acconto del 20% al momento dell'acquisto della casa, il valore dell'immobile si aggirerebbe intorno ai $360.000. Con un reddito stabile e probabilmente in crescita, il pagamento mensile del debito è ampiamente alla portata della persona. Il rapporto debito/reddito, decontestualizzato, non dice quasi nulla. Ciò che conta è l'attivo che si trova dall'altra parte del bilancio, l'affidabilità del flusso di reddito e la capacità di onorare l'obbligazione. Il governo federale degli Stati Uniti non è diverso.
Il problema con le continue lamentele dei catastrofisti sui livelli del debito è che, proprio come nell'articolo, trattano il debito pubblico statunitense come una passività senza un corrispondente attivo. Ciò non corrisponde al vero, nemmeno nei bilanci ufficiali, figuriamoci in un senso economicamente rilevante.
Il bilancio del governo degli Stati Uniti per l'anno fiscale 2024 riportava attivi di bilancio, liquidità, crediti, immobili e attrezzature per un valore di $5.700 miliardi, a fronte di passività totali per $45.500 miliardi, con un saldo netto negativo. Sebbene i critici si concentrino subito su questa cifra, dovrebbero almeno prendersi il tempo di leggere le note a piè di pagina. Il bilancio esclude esplicitamente quelle che il Dipartimento del Tesoro americano definisce “attività di gestione”, come ad esempio:
• 640 milioni di acri di terreno di proprietà federale,
• i diritti minerari e di spettro annessi a quel terreno,
• l'intero patrimonio infrastrutturale pubblico della nazione,
• parchi nazionali,
• installazioni militari,
• e, soprattutto, il potere sovrano di tassare la più grande economia del mondo.
Le stime del valore dei soli terreni federali variano da $1.800 miliardi a oltre $5.000 miliardi, a seconda della metodologia. Nessuna di queste cifre compare nel bilancio ufficiale. Più importante di qualsiasi singolo bene è la base imponibile. Il governo federale incassa circa il 17-18% del PIL in entrate fiscali annuali, pari a circa $5.100 miliardi, a fronte di un'economia da $30.000 miliardi. Il debito federale totale ammontava a $37.600 miliardi alla fine dell'anno fiscale 2025. In quest'ottica, il paragone più appropriato non è “debito contro reddito”, bensì la relazione tra una base patrimoniale in crescita, un flusso di entrate affidabile e il costo di gestione del debito. Da questo punto di vista, gli Stati Uniti appaiono indebitati, non insolventi.
Il contesto è fondamentale, ed è un elemento che sfugge ai “profeti di sventura”. Mentre sono impegnati a scrivere articoli sul declino degli Stati Uniti, non parlano mai del Giappone, che NON ha il privilegio di essere la valuta di riserva mondiale.
È solo un aspetto da considerare mentre discutiamo dell'“elefante nella stanza”.
Perché Roma e Weimar sono analogie sbagliate
Roma e la Repubblica di Weimar sono i punti in cui le narrazioni catastrofiste si sgretolano. Voglio essere molto preciso, perché le vaghe analogie storiche vengono ripetute così spesso da acquisire una falsa credibilità. Esistono differenze fondamentali tra la Repubblica Romana, la Repubblica di Weimar e gli Stati Uniti.
Cominciamo da Roma. La sua crisi monetaria fu di natura fisica, poiché il denario era una moneta d'argento. Quando l'impero ebbe bisogno di più denaro, gli imperatori ridussero letteralmente il contenuto d'argento nelle monete. Si trattava di una vera e propria “svalutazione”, ovvero il processo di riduzione della materia prima che copre una valuta. Durante il regno di Gallieno (253-268 d.C.), l'antoniniano, la moneta che aveva sostituito il denario come principale mezzo di scambio di Roma, era passato da circa il 50% di argento sotto Settimio Severo a meno del 5%, a volte persino al 2,5%, nell'arco di circa due generazioni. Dato che non esisteva un modo per “creare” moneta, il problema era di natura metallurgica, non monetaria. La distruzione del potere d'acquisto fu diretta e immediata, poiché ogni moneta in circolazione fu colpita simultaneamente.
Nel mondo odierno, le valute sono “fiat”, ovvero coperte unicamente dalla “piena fiducia e credito di chi le emette”. Pertanto, non è possibile “svalutare” il dollaro nel senso romano del termine, poiché non è coperto da alcuna merce fisica. Il potere d'acquisto di una valuta fiat si riduce solo a causa dell'inflazione nel tempo o per una perdita di fiducia nella capacità di chi lo emette di onorare il pagamento. Ecco perché l'esempio di Weimar è spesso frainteso.
L'iperinflazione che colpì la Germania all'inizio degli anni '20 non fu causata unicamente dal deficit di marchi. Le sue radici affondavano più in profondità. Il governo tedesco aveva finanziato la Prima guerra mondiale quasi interamente attraverso prestiti, accumulando 156 miliardi di marchi in debiti di guerra entro il 1918. Furono quindi imposte riparazioni per 132 miliardi di marchi d'oro, di fatto un obbligo in valuta estera. La Germania doveva procurarsi dollari e oro attraverso le esportazioni per pagare Francia e Gran Bretagna. Quando ciò si rivelò impossibile, la Reichsbank stampò marchi per acquistare valuta estera sui mercati aperti. Più marchi venivano stampati, più il tasso di cambio crollava, spingendo la Germania a stampare ulteriore moneta. La scintilla finale si scatenò nel gennaio del 1923, quando Francia e Belgio occuparono la regione industriale della Ruhr dopo che la Germania non era riuscita a onorare i pagamenti delle riparazioni. Il governo tedesco finanziò la resistenza passiva dei lavoratori stampando moneta senza limiti, e la valuta si disintegrò nel giro di pochi mesi.
Oggi gli Stati Uniti non hanno un solo dollaro denominato in valuta estera. Ogni obbligazione, cambiale e titolo americano è pagabile in dollari, una valuta che la Federal Reserve può fornire senza limiti. Ciò non significa che l'inflazione sia impossibile o addirittura improbabile con gli attuali livelli di deficit. Significa che il meccanismo di collasso che distrusse Roma e la Repubblica di Weimar non esiste nel sistema monetario americano. Il rischio per gli Stati Uniti non è il default; un governo che emette la propria valuta non rischia di rimanerne senza per caso. Il rischio è l'inflazione, e questi sono due problemi molto diversi che richiedono risposte molto diverse.
A cosa dovreste effettivamente prestare attenzione
Tutto ciò non significa che i deficit siano privi di costi. I pagamenti netti degli interessi hanno raggiunto $1.200 miliardi nell'anno fiscale 2025. Si tratta di circa il 4% del PIL e della seconda voce di spesa più importante del bilancio federale, dopo la previdenza sociale. Questo rappresenta un vero e proprio freno per le finanze pubbliche, e sta accelerando. Ancora più importante, il rischio reale non è il default, bensì la disinflazione, poiché il debito dirotta le entrate dagli investimenti produttivi verso il servizio del debito. Come abbiamo ampiamente discusso nel pezzo, I problemi riguardo debiti e deficit:
L'eccesso di debito ha un effetto moltiplicatore che va da zero a negativo, come hanno dimostrato gli economisti Jones e De Rugy in uno studio del Mercatus Center alla George Mason University.
Il moltiplicatore misura il rendimento della produzione economica quando il governo spende un dollaro. Se il moltiplicatore è superiore a uno, significa che la spesa pubblica attrae il settore privato e genera maggiori consumi privati, investimenti privati ed esportazioni verso l'estero (inflazionismo). Se il moltiplicatore è inferiore a uno, la spesa pubblica spiazza il settore privato, riducendolo complessivamente (deflazionismo).
Le evidenze suggeriscono che gli acquisti pubblici riducono le dimensioni del settore privato, mentre aumentano le dimensioni di quello pubblico. Nel complesso, i redditi crescono, ma i redditi prodotti dal settore privato diminuiscono.
Infine, concordo con Nash, Thomas, Lang e Rastin: l'attuale traiettoria del deficit non è sostenibile indefinitamente e i policymaker hanno rimandato per decenni un confronto deciso sulla riforma del sistema previdenziale. Questo è innegabile. Tuttavia, il modo in cui si inquadra il problema è fondamentale. Se si descrive il debito pubblico come un collasso in stile romano, si finisce per ricorrere a misure di austerità che, come ha dolorosamente dimostrato la Grecia, possono aggravare proprio la debolezza che si cerca di curare.
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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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