venerdì 16 ottobre 2026

L'Unione Europea è tra l'incudine (della soppressione dei rendimenti obbligazionari) e il martello (della svalutazione dell'euro)

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lunione-europea-e-tra-lincudine-della)

Il dollaro e i mercati del Dipartimento del Tesoro americano sono due cose diverse. La debolezza nella curva dei rendimenti americana è una punizione da parte di chi usa l'eurodollaro per difendere le proprie valute (principalmente l'euro) e tirare su liquidità in dollari. Si tratta degli stessi che sono short sullo yen. Bessent e Warsh stanno combattendo per limitare gli effetti più ampi di queste macchinazioni: il secondo spingendo in alto i tassi sul lato corto della curva, il primo appiattendo quello lungo fino ai decennali (ottenendo un bear flattening). Il contesto che dovete immaginare per comprendere la situazione è quello in cui un'azienda sta apportando migliorie a una strada a due corsie affinché diventi a quattro corsie. C'è estrazione di materiali per la costruzione, cantieri, pianificazione dei lavori e ovviamente disagi per gli automobilisti. Successivamente ci sarà un miglioramento, ma nell'immediato non è affatto percepito.

Infatti, al di là delle elezioni di medio termine, l'amministrazione Trump è in quel delicato processo di riportare nelle mani dell'esecutivo e dei procedimenti costituzionali tutti quei poteri che erano stati sottratti e appaltati al sistema giudiziario. Non tutte le battaglie possono essere vinte in una guerra, e alcune sono state effettivamente perse da Trump (es. birthright citizenship), ciononostante quelle che sono state vinte hanno avuto il prezioso effetto di erodere le capacità della cricca di Davos di fare quel che aveva fatto fino a quel momento (es. Chevron deference, Humphrey executive, ecc.). Sono stati enormi cambiamenti nel modo in cui Washington aveva operato finora. Un altro grosso cambiamento è in ambito monetario, dove le stablecoin faranno da ponte: da un mondo che si preoccupa dell'offerta di denaro a uno in cui ci si preoccupa della velocità del denaro. È vero che gli USA hanno un debito da $40.000 miliardi, ma è altrettanto vero che hanno attivi per oltre $200.000 miliardi che in base ai sistemi analogici attuali sono praticamente illiquidi. La tokenizzazione degli asset rimuove questa frizione, permettendo loro di essere mobilitati alla velocità della luce.

Questo a sua volta significa che i binari dei pagamenti e del credito cambieranno, rimuovendo tutta quella burocrazia che, come ho descritto nel Capitolo 7 del mio ultimo libro Il Grande Default, ha trasformato le banche centrali in agenti di monetizzazione di bad debt. Gli USA, quindi, vogliono liberare capitale e usarlo in modi più efficienti (come già si vede dalla proliferazione dei data center e dall'abbattimento dei costi dell'elettricità per i retailer), facendolo fare agli imprenditori; l'UE, invece, vuole accentuare la sua natura organizzativa “top-down” e Pontes va in tale direzione, potenziando il ruolo dei burocrati. Da creatura colonialista quale è sempre stata, l'UE vuole normare per sottrarre ed estrarre, diversamente dagli USA che vogliono creare e innovare, e per questo sono le prede preferite dagli eurocrati. Ecco perché la cricca di Davos/City di Londra non mollerà la presa tanto facilmente e le sue macchinazioni si faranno sempre più spregiudicate.

Il messaggio dietro la rimozione di tutte le frodi assistenziali ai danni degli USA è sostanzialmente uno: i dollari dei contribuenti non verranno più dirottati verso attività avulse dal controllo americano. Non più indirizzati da Londra, Parigi, Bruxelles, Singapore, o una SIU ad esempio. La California è uno di quegli stati “canaglia” da cui sono fuoriusciti dollari a iosa per alimentare il sistema dell'eurodollaro. Ed è l'esempio per eccellenza della “catena finanziaria della morte” che opera “in piccolo”, lacerando il tessuto sociale del luogo fino al suo esaurimento. Uno degli effetti benefici composti di “aggiustare” la faccenda dell'immigrazione illegale è quello, ad esempio, di migliorare i prezzi degli affitti. Questo ragionamento si può estendere a una miriade di altre azioni effettuate dall'amministrazione Trump che a cascata hanno benefici lungo tutto il tessuto sociale americano... e questo significa che a volte è necessario stringere accordi con chi “non ti piace”. “Let's make a deal”, è una proposta che è stata presentata più volte all'UE, ad esempio. Così come tutti quei player che fino a 5 anni fa erano “avversari” nel mercato dell'eurodollaro, adesso sono stati “trasformati” in alleati: Emirati Arabi Uniti, Qatar, ecc. Trump ha dimostrato che se viene esercitata abbastanza pressione economica/geopolitica su di essi, li si può far diventare asset.

Questo è lo stesso ragionamento che da 4 anni a questa parte porto avanti riguardo alla FED e al ciclo silenzioso di restringimento monetario operato dalla stessa che ha portato all'attuale crisi incalzante nell'eurodollaro. Infatti non ho mai sostenuto la “bontà” di questa istituzione o che dovesse esistere per sempre, invece la tesi è sempre stata quella che sarebbe arrivato il momento in cui o avrebbe continuato a essere un agente ostile alla nazione finendo di distruggerla, oppure sarebbe diventata una potenziale risorsa per invertire il processo della Legge dei rendimenti marginali decrescenti. E in sostanza è lo stesso messaggio che Xi ha fatto intendere tra le righe durante la sua visita negli USA: essere partner piuttosto che avversari.

I titoli dei giornali allarmistici e i post apocalittici sui social sulla rovina americana, non tengono affatto conto che sono gli europei a dover capire come tenere alta la liquidità man mano che il sistema eurodollaro viene prosciugato. In parole povere, è questo prosciugamento che sta facendo salire i rendimenti a livello obbligazionario e li sta facendo salire a un tasso accelerante in Europa soprattutto, la quale ha avuto un disperato bisogno del carry trade sullo yen per controllare il livello dei differenziali di rendimento tra i titoli europei e quelli del resto del mondo. I giapponesi non sono più disposti a fornire pasti gratis in tal senso. Lo yen a tasso di prestito ridicolo era diventato un'idrovora per ottenere liquidità a basso costo con cui acquistare la valuta giapponese, che quindi si indeboliva nei tassi di cambio, da usare poi sui mercati dei titoli di Stato (principalmente europei, ma anche americani per controllarne la curva dei rendimenti). Il vantaggio si sviluppa tra gli interessi del titolo acquistato e quello del tasso richiesto per ottenere prestiti in yen.

Nel momento in cui la Banca del Giappone ha iniziato il suo ciclo di rialzo dei tassi tale carry trade ha iniziato a mostrare le crepe, dato che chi lo sfruttava ha cominciato a veder svanire i margini di guadagno: ripagare il debito in yen a un costo maggiore e per giunta comprando yen. Infatti la valuta giapponese si è indebolita nei confronti del dollaro, che sta fungendo da garante per tale operazione, mentre si è rafforzata nei confronti dell'euro... e da qui si capisce chi davvero stava sfruttando questo carry trade. Oltre a questo c'è bisogno di smobilitare tutta quella pletora di altri investimenti (a leva) che sono nati parallelamente all'acquisto di titoli di Stato. L'effetto è quello di un riprezzamento dei mercati in vari settori e soprattutto un rialzo dei tassi di titoli obbligazionari europei, perché non dispongono di una domanda genuina sui mercati dei capitali. Aumentando i tassi di interesse europei in un contesto di minore liquidità in dollari, minore capacità produttiva e minore possibilità di coprire il debito attingendo dalla bilancia commerciale e alla tassazione, esercitare pressione sul continente è più facile affinché torni al tavolo delle trattative con richieste “più umili”.

Gli europei, adesso, con cosa vorrebbero sostituire il carry trade sullo yen? Secondo la Lagarde, Pontes. Ma non è esclusa nemmeno la possibilità di avviare un carry trade sull'euro, che per quanto nel breve termine può offrire sollievo tramite esportazioni più a buon mercato, non può resistere alla prova del tempo: l'UE non ha la capacità industriale ATTUALE su cui basarlo, non ha sufficiente collaterale e ciò significherebbe la distruzione definitiva dell'euro. L'UE è tra l'incudine e il martello di dover salvaguardare i differenziali di rendimento tra i titoli tedeschi e quelli del resto del mondo, e dover salvaguardare l'euro. Non può salvarli entrambi.

Ma perché Pontes? E perché proprio adesso? Perché un Congresso (popolato da traditori e vandali) dovrebbe fermare il CLARITY Act che fornirebbe regole e norme coerenti a banche e altre istituzioni americane riguardo gli asset digitali, mentre l'UE se ne esce improvvisamente con una regolamentazione in tal senso che vorrebbe venisse adottata a livello internazionale? Lo stesso discorso possiamo farlo riguardo le recenti idiozie pronunciate da Anthropic sull'IA. Inizialmente società come Anthropic, in base al loro livello di sviluppo, avrebbero potuto offrire “consulenza” e “infrastrutture” al governo americano per la politica estera, ad esempio. In cambio quest'ultimo avrebbe dovuto firmare un EULA per usare la tecnologia. In sostanza, era come appaltare a un soggetto esterno la propria linea di politica. Queste società, quindi, si sono viste chiudere la porta in faccia dall'attuale amministrazione. Inutile dire che la tesi “bolla della IA” ha delle parti di narrazione che sono vere; non tutte, ma alcune sì. Infatti non si può effettuare un percorso di investimento imprenditoriale senza incappare in un qualche errore di calcolo e questo poi va a inficiare nelle fasi successive, come sta accadendo adesso con le IPO. Il modo migliore per nascondere sotto il tappeto del bilancio questi errori è quello di farsi assorbire dal settore pubblico e attraverso di esso non solo sfruttare i contribuenti per coprire i buchi, ma sfruttarli anche per fermare nel tempo e nello spazio l'innovazione. Un oligopolio come più volte è accaduto nella storia. E qual è quel gruppo di interesse che espande la sua influenza tramite oligopoli e usa il potere statale indirettamente per porre in stasi l'innovazione tecnologica?

Anthropic, quindi, voleva essere solo un cavallo di Troia. La certezza arriva quando Obama ha affermato che il presunto prossimo speaker della Camera avrà il compito di regolare/normare l'IA e altri temi “cari” ai Dem. È così che hanno sempre agito: il sottobosco dell'economia e della geopolitica è il loro parco giochi. Solo che Trump, invitando a cena Amodei, gli avrà fatto capire come andranno invece le cose: Anthropic verrà nazionalizzata, smembrata e ciò che rimarrà verrà fatto fagocitare alle aziende di Musk.

Si tratta di barriere, ostacoli e rallentamenti posti da un continente indietro su tutto e che ha una disperata necessità di non far uscire capitali. Guardate ai differenziali di rendimento tra i decennali tedeschi o inglesi e quelli giapponesi: equilibrio precario. Fate lo stesso esercizio sostituendo i primi con il decennale francese: esplosione in alto. Cosa significa? La BCE e l'UE stanno perdendo il controllo, così come mostrano il pair EUR/USD schiantatosi a 1.11 e il DXY che punta verso i 103.5 (starebbe a 110 se tale paniere considerasse anche lo yuan).

Quando si pensa a quali possono essere gli incentivi degli Stati Uniti per avere idea dello scopo principale alla base del quadro generale delle loro azioni, allora il tutto si può ridurre alla necessità di liberarsi dei vecchi poteri colonialisti. E qual era il loro punto di forza? Le strozzature navali in giro per il mondo intero e tutte le infrastrutture finanziarie costruite al di sopra di esse. Tutte le spaccature, o i tentativi di crearne, nel movimento MAGA o in chi supportava Trump al di fuori di esso, sono emerse all'indomani dell'incontro Trump-Putin dell'anno scorso. In particolar modo sono emerse nei mercati dei capitali e nel loro movimento nella sfera obbligazionaria, soprattutto nel differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello inglese. Da lì in poi è stata un'escalation fino all'estate di quest'anno con Bessent che copre lo yen e scarica l'euro e la sterlina, Trump che s'incontra con Xi e quest'ultimo parla di partner e non avversarsi tra Cina e USA, il G20 con la foto tra Siluanov e Bessent mentre gli altri hanno rifiutato, i delegati europei in visita in Cina che non avevano neanche un Uber ad aspettarli. Il vero “incubo” di Mackinder è diventato realtà, e non era l'avvicinarsi tra Europa e Asia, bensì l'avvicinarsi tra America, Russia e Cina. Se ci pensate, l'Europa è stata praticamente trasformata da questi tre nell'equivalente di Manhattan nel film, Fuga da New York, di John Carpenter.

L'odio che viene alimentato nella propaganda mediatica europea nei confronti di Russia, Cina e Stati Uniti è propedeutica per creare potenziali fratture nella loro unione d'intenti, null'altro. Perché lo scopo dell'UE è sempre stato quello di fomentare una guerra a livello mondiale e ripetere il copione dei precedenti due conflitti mondiali del passato: far pagare il costo dei propri eccessi a qualcun altro. Alimentare odio e crisi è il loro biglietto della lotteria per avere accesso a un pesante haircut dei debiti pubblici europei. Il fallimento di questo piano significa che i pilastri rimanenti dell'UE (Francia, Germania e Italia) vedranno il “sacrificio” di uno di essi per far sopravvivere gli altri due. Se nella precedente crisi europea sono state consumate Spagna e Grecia, a questo giro le necessità sono superiori data la quantità di storture economiche che sono state accumulate sin da allora. E non credete nemmeno per un momento alla favoletta dei bond vigilantes: sono una chimera partorita dalla Banca d'Inghilterra per far credere che esistano delle figure mitiche in grado di mettere sotto pressione un mercato gestito al margine dalle banche centrali.

Ci troviamo a un punto di svolta nel passaggio dal vecchio sistema a uno nuovo e questo significa a sua volta un riprezzamento degli asset. Ma la cosa più importante è che la definizione di dollaro o yen cambierà, quando la transizione tra il sistema eurodollaro a quello dello stablecoin sarà completata. E se tu, Europa, ti trovi alla fine della catena delle garanzie collaterali, l'unico modo che hai per giocarti le tue carte della sopravvivenza è quello di creare quanta più turbolenza possibile in quei luoghi che si stanno facendo fautori di un cambiamento: Putin sul fronte militare, Xi sul fronte commerciale, Trump/Takaichi sul fronte finanziario, USDT sul fronte economico.

Ma come si suol dire attenzione a quel che si desidera perché potrebbe avverarsi, dato che la turbolenza scatenata è un'arma a doppio taglio... come sta scoprendo la Francia, ad esempio.

E come scritto poco sopra, il riprezzamento degli asset significa anche che tutto quel capitale che in precedenza era mal investito deve essere smobilitato e trovare nuove applicazioni. Un processo che non è privo di rischi. Ma la domanda è: per chi? Infatti la strategia di cui ho parlato in apertura di questo articolo, un bear flattening nella curva dei rendimenti americana, è un'arma di ritorsione di Warsh e Bessent contro coloro che hanno cercato di destabilizzare USA e Giappone andando short sia su yen che sui titoli di stato americani a lunga scadenza. Adesso il costo del capitale per loro è aumentato e le crepe nei mercati obbligazionari europei sono il sintomo che individuano chi è il vero malato oggi nel mondo finanziario, nonostante su queste pagine tale affermazione aveva già trovato ampio spazio in precedenza quando i giornali finanziari si stracciavano le vesti invece nei confronti di Stati Uniti e Giappone. Fuorviante, così come sono fuorviati sull'attuale processo generazionale che porterà ad avere un Dipartimento del Tesoro americano che supervisionerà la Federal Reserve. Sarà un processo lento e doloroso, ma che così facendo impedirà alla cricca di Davos di scatenare i presupposti per una guerra cinetica. La restante metà del mandato di Trump sarà usata per creare le giuste infrastrutture per impedire a chi verrà nel 2029 di inficiare quanto finora costruito.

E se è vero che i cambiamenti avvengono al margine, allora i moti di indipendenza di Galles, Scozia e Irlanda del Nord sono solo l'antipasto di quello che succederà poi all'Unione Europea.

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giovedì 15 ottobre 2026

Debito pubblico: non è quello che pensano i catastrofisti

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/debito-pubblico-non-e-quello-che)

Ogni tot. anni, qualcuno scopre che il governo degli Stati Uniti ha un debito enorme e conclude che Roma sta per crollare. Un recente articolo su RealClearMarkets di Nash, Thomas, Lang e Rastin fa proprio questo: si basano sul crollo dell'Impero Romano e sull'iperinflazione della Repubblica di Weimar come moniti per il debito federale americano.

L'argomentazione è ordinata, emotivamente appagante, ma errata in diversi punti importanti. Fondamentalmente, il debito pubblico non è quello che i catastrofisti credono, e i paragoni storici che prediligono non hanno quasi nulla in comune con l'attuale situazione fiscale americana.


L'identità contabile di cui nessuno parla

Ecco da dove vorrei iniziare, perché questo è il punto che quasi tutte le analisi del debito pubblico, compreso l'articolo a cui stiamo rispondendo, ignorano completamente. Il debito pubblico non scompare nel nulla. Per definizione, se il governo prende in prestito capitali da qualcuno, quei capitali devono pur fluire da qualche parte. Quel “qualche parte” è il bilancio del settore privato.

L'economista Wynne Godley ha formalizzato questa relazione in quella che oggi viene chiamata identità dei saldi settoriali. Eliminando il linguaggio accademico, il concetto è semplice: in un'economia chiusa, il deficit di un settore corrisponde al surplus di un altro. Ogni dollaro che il governo federale spende in eccesso rispetto a quanto incassa in tasse è un dollaro che si traduce in ricchezza finanziaria netta nei settori privato o estero. L'identità contabile non è una teoria, ma un dato di fatto aritmetico, come un libro mastro a partita doppia che deve essere in pareggio.

Come discusso in un precedente saggio, questa comprensione è di fondamentale importanza. Il debito e i deficit non sono intrinsecamente distruttivi. Finanziano la spesa che si trasforma in reddito per famiglie e imprese, sostenendo l'attività economica. Anzi, i deficit spesso stabilizzano l'economia durante le recessioni, fornendo liquidità al settore privato e contribuendo a risanare i bilanci.

Lo vediamo in tempo reale. Il governo federale ha fatto registrare un deficit di circa $1.800 miliardi nell'anno fiscale 2024. Gli stessi $1.800 miliardi, al netto di quanto affluito ai detentori esteri di titoli del Tesoro americani, sono finiti nei bilanci delle famiglie, delle imprese e dei fondi pensione americani come attivi finanziari netti. I titoli del Tesoro statunitensi non rappresentano una passività per i “futuri contribuenti” in un astratto senso esistenziale. Sono un attivo finanziario detenuto nel presente da risparmiatori americani, fondi pensione, banche e compagnie assicurative.

Possiamo osservare visivamente questi “equilibri settoriali”.

Analizziamo attentamente questa relazione. Ogni volta che il deficit pubblico si è ampliato, come durante la recessione del 2001, la crisi del 2008 e la pandemia del 2020, il surplus del settore privato è cresciuto in misura pressoché equivalente. Questa correlazione inversa non è una coincidenza; è la dinamica in atto. Quando, alla fine degli anni '90, i policymaker hanno spinto il governo americano verso un surplus, il settore privato è stato indotto a indebitarsi. Questo indebitamento in eccesso del settore privato è stato una delle cause principali della crisi finanziaria del 2008.

Questo ci porta a un altro grave difetto nella tesi perennemente sostenuta dai “profeti di catastrofi”. L'articolo si preoccupa del fatto che il “debito pro capite” superi i $350.000. Questa cifra non significa nulla senza il corrispondente lato degli attivi. Ogni dollaro di questa somma rappresenta contemporaneamente un attivo nel bilancio di qualcuno. Se domani si eliminasse il debito pubblico, si eliminerebbero contemporaneamente $28.000 miliardi in attivi finanziari detenuti da risparmiatori, fondi pensione e Federal Reserve.

Questa sì che sarebbe una crisi finanziaria.


Il bilancio che tutti ignorano

Consideriamo un esempio concreto, quello di una famiglia, prima di passare ai numeri. Un professionista con uno stipendio da $100.000 all'anno ha un mutuo di $300.000. Secondo la logica dell'articolo di RealClearMarkets, questa persona sarebbe profondamente insolvente, poiché il debito è tre volte superiore al reddito annuo. Eppure, nessun banchiere americano definirebbe quella famiglia in bancarotta. Perché? Perché il mutuo è garantito da un attivo. Ipotizzando che questa persona abbia versato un acconto del 20% al momento dell'acquisto della casa, il valore dell'immobile si aggirerebbe intorno ai $360.000. Con un reddito stabile e probabilmente in crescita, il pagamento mensile del debito è ampiamente alla portata della persona. Il rapporto debito/reddito, decontestualizzato, non dice quasi nulla. Ciò che conta è l'attivo che si trova dall'altra parte del bilancio, l'affidabilità del flusso di reddito e la capacità di onorare l'obbligazione. Il governo federale degli Stati Uniti non è diverso.

Il problema con le continue lamentele dei catastrofisti sui livelli del debito è che, proprio come nell'articolo, trattano il debito pubblico statunitense come una passività senza un corrispondente attivo. Ciò non corrisponde al vero, nemmeno nei bilanci ufficiali, figuriamoci in un senso economicamente rilevante.

Il bilancio del governo degli Stati Uniti per l'anno fiscale 2024 riportava attivi di bilancio, liquidità, crediti, immobili e attrezzature per un valore di $5.700 miliardi, a fronte di passività totali per $45.500 miliardi, con un saldo netto negativo. Sebbene i critici si concentrino subito su questa cifra, dovrebbero almeno prendersi il tempo di leggere le note a piè di pagina. Il bilancio esclude esplicitamente quelle che il Dipartimento del Tesoro americano definisce “attività di gestione”, come ad esempio:

• 640 milioni di acri di terreno di proprietà federale,

• i diritti minerari e di spettro annessi a quel terreno,

• l'intero patrimonio infrastrutturale pubblico della nazione,

• parchi nazionali,

• installazioni militari,

• e, soprattutto, il potere sovrano di tassare la più grande economia del mondo.

Le stime del valore dei soli terreni federali variano da $1.800 miliardi a oltre $5.000 miliardi, a seconda della metodologia. Nessuna di queste cifre compare nel bilancio ufficiale. Più importante di qualsiasi singolo bene è la base imponibile. Il governo federale incassa circa il 17-18% del PIL in entrate fiscali annuali, pari a circa $5.100 miliardi, a fronte di un'economia da $30.000 miliardi. Il debito federale totale ammontava a $37.600 miliardi alla fine dell'anno fiscale 2025. In quest'ottica, il paragone più appropriato non è “debito contro reddito”, bensì la relazione tra una base patrimoniale in crescita, un flusso di entrate affidabile e il costo di gestione del debito. Da questo punto di vista, gli Stati Uniti appaiono indebitati, non insolventi.

Il contesto è fondamentale, ed è un elemento che sfugge ai “profeti di sventura”. Mentre sono impegnati a scrivere articoli sul declino degli Stati Uniti, non parlano mai del Giappone, che NON ha il privilegio di essere la valuta di riserva mondiale.

È solo un aspetto da considerare mentre discutiamo dell'“elefante nella stanza”.


Perché Roma e Weimar sono analogie sbagliate

Roma e la Repubblica di Weimar sono i punti in cui le narrazioni catastrofiste si sgretolano. Voglio essere molto preciso, perché le vaghe analogie storiche vengono ripetute così spesso da acquisire una falsa credibilità. Esistono differenze fondamentali tra la Repubblica Romana, la Repubblica di Weimar e gli Stati Uniti.

Cominciamo da Roma. La sua crisi monetaria fu di natura fisica, poiché il denario era una moneta d'argento. Quando l'impero ebbe bisogno di più denaro, gli imperatori ridussero letteralmente il contenuto d'argento nelle monete. Si trattava di una vera e propria “svalutazione”, ovvero il processo di riduzione della materia prima che copre una valuta. Durante il regno di Gallieno (253-268 d.C.), l'antoniniano, la moneta che aveva sostituito il denario come principale mezzo di scambio di Roma, era passato da circa il 50% di argento sotto Settimio Severo a meno del 5%, a volte persino al 2,5%, nell'arco di circa due generazioni. Dato che non esisteva un modo per “creare” moneta, il problema era di natura metallurgica, non monetaria. La distruzione del potere d'acquisto fu diretta e immediata, poiché ogni moneta in circolazione fu colpita simultaneamente.

Nel mondo odierno, le valute sono “fiat”, ovvero coperte unicamente dalla “piena fiducia e credito di chi le emette”. Pertanto, non è possibile “svalutare” il dollaro nel senso romano del termine, poiché non è coperto da alcuna merce fisica. Il potere d'acquisto di una valuta fiat si riduce solo a causa dell'inflazione nel tempo o per una perdita di fiducia nella capacità di chi lo emette di onorare il pagamento. Ecco perché l'esempio di Weimar è spesso frainteso.

L'iperinflazione che colpì la Germania all'inizio degli anni '20 non fu causata unicamente dal deficit di marchi. Le sue radici affondavano più in profondità. Il governo tedesco aveva finanziato la Prima guerra mondiale quasi interamente attraverso prestiti, accumulando 156 miliardi di marchi in debiti di guerra entro il 1918. Furono quindi imposte riparazioni per 132 miliardi di marchi d'oro, di fatto un obbligo in valuta estera. La Germania doveva procurarsi dollari e oro attraverso le esportazioni per pagare Francia e Gran Bretagna. Quando ciò si rivelò impossibile, la Reichsbank stampò marchi per acquistare valuta estera sui mercati aperti. Più marchi venivano stampati, più il tasso di cambio crollava, spingendo la Germania a stampare ulteriore moneta. La scintilla finale si scatenò nel gennaio del 1923, quando Francia e Belgio occuparono la regione industriale della Ruhr dopo che la Germania non era riuscita a onorare i pagamenti delle riparazioni. Il governo tedesco finanziò la resistenza passiva dei lavoratori stampando moneta senza limiti, e la valuta si disintegrò nel giro di pochi mesi.

Oggi gli Stati Uniti non hanno un solo dollaro denominato in valuta estera. Ogni obbligazione, cambiale e titolo americano è pagabile in dollari, una valuta che la Federal Reserve può fornire senza limiti. Ciò non significa che l'inflazione sia impossibile o addirittura improbabile con gli attuali livelli di deficit. Significa che il meccanismo di collasso che distrusse Roma e la Repubblica di Weimar non esiste nel sistema monetario americano. Il rischio per gli Stati Uniti non è il default; un governo che emette la propria valuta non rischia di rimanerne senza per caso. Il rischio è l'inflazione, e questi sono due problemi molto diversi che richiedono risposte molto diverse.


A cosa dovreste effettivamente prestare attenzione

Tutto ciò non significa che i deficit siano privi di costi. I pagamenti netti degli interessi hanno raggiunto $1.200 miliardi nell'anno fiscale 2025. Si tratta di circa il 4% del PIL e della seconda voce di spesa più importante del bilancio federale, dopo la previdenza sociale. Questo rappresenta un vero e proprio freno per le finanze pubbliche, e sta accelerando. Ancora più importante, il rischio reale non è il default, bensì la disinflazione, poiché il debito dirotta le entrate dagli investimenti produttivi verso il servizio del debito. Come abbiamo ampiamente discusso nel pezzo, I problemi riguardo debiti e deficit:

L'eccesso di debito ha un effetto moltiplicatore che va da zero a negativo, come hanno dimostrato gli economisti Jones e De Rugy in uno studio del Mercatus Center alla George Mason University.

Il moltiplicatore misura il rendimento della produzione economica quando il governo spende un dollaro. Se il moltiplicatore è superiore a uno, significa che la spesa pubblica attrae il settore privato e genera maggiori consumi privati, investimenti privati ​​ed esportazioni verso l'estero (inflazionismo). Se il moltiplicatore è inferiore a uno, la spesa pubblica spiazza il settore privato, riducendolo complessivamente (deflazionismo).

Le evidenze suggeriscono che gli acquisti pubblici riducono le dimensioni del settore privato, mentre aumentano le dimensioni di quello pubblico. Nel complesso, i redditi crescono, ma i redditi prodotti dal settore privato diminuiscono.

Infine, concordo con Nash, Thomas, Lang e Rastin: l'attuale traiettoria del deficit non è sostenibile indefinitamente e i policymaker hanno rimandato per decenni un confronto deciso sulla riforma del sistema previdenziale. Questo è innegabile. Tuttavia, il modo in cui si inquadra il problema è fondamentale. Se si descrive il debito pubblico come un collasso in stile romano, si finisce per ricorrere a misure di austerità che, come ha dolorosamente dimostrato la Grecia, possono aggravare proprio la debolezza che si cerca di curare.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 14 ottobre 2026

Come affrontare i sostenitori stranieri degli estremisti interni

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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da The Epoch Times

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/come-affrontare-i-sostenitori-stranieri)

Il terrorismo di sinistra è un problema serio negli Stati Uniti, sebbene per ragioni politiche non riceva la stessa attenzione riservata alla violenza di destra.

Quando la maggior parte delle persone pensa alla violenza legata all'aborto, immagina attacchi alle cliniche abortiste; tuttavia, ultimamente, estremisti pro-aborto hanno lanciato bombe incendiarie contro i centri di assistenza per donne in gravidanza in tutto il Paese.

Questi centri aiutano le donne che desiderano portare a termine la gravidanza o che sono indecise sull'aborto: in altre parole, donne che compiono una scelta, ma non quella che i sostenitori del “diritto di scelta” all'aborto considerano accettabile.

Un gruppo che si fa chiamare “Jane's Revenge”, in riferimento a “Jane Roe” della sentenza Roe contro Wade, ha dichiarato guerra a chiunque scelga di preservare la propria vita.

Un articolo del quotidiano di sinistra Guardian, intitolato “Pro-choice militants are attacking 'crisis pregnancy centers' across US”, ha documentato tentativi terroristici di intimidazione avvenuti negli ultimi anni, da New York e dalla Carolina del Nord al Wisconsin, al Texas e allo Stato di Washington.

Il giornale riportava: “I metodi impiegati sono stati estremi: i vandali hanno lanciato molotov, appiccato incendi, danneggiato proprietà e proferito minacce”.

L'organizzazione Jane's Revenge ha rilasciato una dichiarazione in cui chiede la chiusura entro 30 giorni delle “strutture anti-aborto”, pena ulteriori violenze.

Questo accadeva nel 2022, eppure il gruppo ha continuato a operare, fino a quando il suo sito web non è stato oscurato pochi giorni fa a causa di un'operazione di repressione dell'amministrazione Trump contro le infrastrutture terroristiche.

Jane's Revenge e diverse altre organizzazioni radicali, tra cui gruppi antifascisti, facevano parte di una rete che si avvaleva dei servizi web forniti dal collettivo italiano “Autistici/Inventati”.

Secondo il Dipartimento di Stato, tale collettivo “costruisce e gestisce l'infrastruttura digitale per le cellule violente di Antifa e altri militanti di estrema sinistra in tutto il mondo”, fornendo tecnologia “progettata per supportare le operazioni delle reti terroristiche di estrema sinistra, creata per consentire loro di organizzarsi, reclutare, comunicare, diffondere propaganda, condividere informazioni e tattiche sugli obiettivi e condurre attacchi violenti, il tutto rimanendo anonimi, irrintracciabili e al di fuori della portata della legge”.

Il collettivo da anni agevola provocazioni di sinistra, ma il 26 agosto scorso il Dipartimento di Stato ha contrattaccato, designando ufficialmente suddetto collettivo come “organizzazione terroristica globale appositamente riconosciuta”.

Tale designazione implica la possibilità di imporre sanzioni a individui e istituzioni finanziarie nazionali che intrattengono rapporti commerciali con il gruppo straniero, nonché di limitare l'accesso a qualsiasi bene del gruppo soggetto alla giurisdizione americana.

I risultati sono stati immediati: i siti radicali sono stati chiusi.

“Antifascismo e anticapitalismo non sono terrorismo”, si lamenta il collettivo in un comunicato stampa. “Protestare non è terrorismo”.

Eppure, fin troppo spesso è così: gruppi come Jane's Revenge considerano il terrorismo una forma legittima di protesta.

Le organizzazioni antifasciste sono specializzate nell'utilizzare le proteste come copertura per compiere atti di violenza.

Infatti, questa è la grande strategia: distruggere la società americana, che agli occhi della sinistra è capitalista e “fascista”, sfruttando le libertà che la nostra Costituzione “capitalista” tutela.

La leggenda narra che Lenin una volta disse che i capitalisti avrebbero venduto ai comunisti proprio la corda che questi avrebbero usato per impiccarli.

La sinistra militante odierna conta sui capitalisti e sui costituzionalisti affinché le forniscano le protezioni legali necessarie per incitare e perpetrare la violenza.

Ma l'amministrazione Trump si rifiuta di assecondarli.

L'intervento del Dipartimento di Stato era atteso da tempo: gli americani non avrebbero dovuto aspettare un'amministrazione repubblicana come questa prima che il governo intervenisse per smantellare le infrastrutture che alimentano l'intimidazione e la violenza.

Spesso, soggetti stranieri come il collettivo italiano sono i fornitori di tale infrastruttura: gli estremisti interni americani non sono semplici squilibrati locali isolati che spuntano a caso nelle nostre comunità, bensì sono collegati e coordinati con reti internazionali.

Le reti favoriscono lo scambio di idee e la collaborazione: il Dipartimento di Stato osserva che il collettivo italiano fornisce servizi a “cellule anarchiche europee responsabili del sabotaggio delle reti ferroviarie in Francia, Italia, Germania e Paesi Bassi”, nonché alla “cellula anarchica statunitense responsabile di una violenta campagna per impedire la costruzione di un centro di addestramento per le forze dell'ordine ad Atlanta, in Georgia”.

La sinistra violenta è un movimento transnazionale e l'amministrazione Trump fa bene a considerarla alla stregua di altre reti che sostengono o partecipano al terrorismo.

Siti e gruppi nazionali che utilizzano le risorse del collettivo italiano hanno pubblicato appelli ad “azioni dirette” contro le leggi sull'immigrazione del Paese e contro gli agenti responsabili della loro applicazione.

Ciò include la pubblicazione di opuscoli che esortano gli attivisti a puntare laser contro gli elicotteri della dogana e della protezione delle frontiere, con l'intento di accecare i piloti e potenzialmente provocarne lo schianto.

Altri siti “diffondono” i dati personali degli agenti dell'ICE, fornendo informazioni riservate sugli ufficiali preposti all'applicazione delle leggi sull'immigrazione, per permettere agli attivisti di molestarli a casa o di incendiare le loro abitazioni, se si ispirano a gruppi come Jane's Revenge.

Questa non è una protesta, e certamente non è democratica: si tratta di tentativi da parte di una frangia radicale di ottenere, attraverso l'intimidazione e la violenza, ciò che non riescono a ottenere con il voto.

Perseguire i finanziatori stranieri della violenza e delle minacce di estrema sinistra è un primo passo di buon senso per difendere il principio stesso dell'autogoverno.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 13 ottobre 2026

I Paesi Bassi tasseranno le plusvalenze non realizzate: l'accaparramento di ricchezza da parte dell'UE e le implicazioni mondiali

Il debito pubblico è come un enorme iceberg e le obbligazioni già emesse ne costituiscono la parte visibile. Infatti il dato del debito pubblico mondiale, pari al 94% del PIL, racconta solo una parte della storia. Sotto la superficie si celano impegni non finanziati relativi a pensioni, sanità e altre voci di spesa prive di copertura adeguata, che complessivamente ammontano al 300% del PIL. Limitarsi a considerare il debito in circolazione offre un quadro incompleto di ciò che i contribuenti potrebbero trovarsi a dover finanziare in futuro. Peggio ancora, fornisce una percezione errata della solvibilità dei governi. Il FMI prevede che il debito pubblico mondiale raggiungerà il 100% del PIL entro il 2029, una crescita trainata dalle principali economie. Il problema, dunque, va ben oltre i mercati emergenti solitamente associati alle crisi del debito. La pressione diventerà più difficile da gestire se i governi europei continueranno a rimandare i tagli alla spesa e le riforme strutturali. La crescente domanda di spesa sociale e per la difesa, unita all'aumento degli oneri per interessi, aggrava ulteriormente la situazione. Ogni governo può ritenere essenziali i propri piani di spesa, ma definirli tali non li rende sostenibili dal punto di vista finanziario. I politici possono annunciare benefici immediati lasciando ai contribuenti futuri l'onere di coprirne i costi. Tagliare la spesa suscita immediate opposizioni, mentre il ricorso all'indebitamento permette di rimandare il confronto con la realtà. Tuttavia, rifiutarsi di scegliere tra priorità contrastanti non elimina i costi: il conto viene semplicemente trasferito ad altri, e a condizioni peggiori. Le banche centrali possono facilitare l'indebitamento e aiutare i governi europei a mascherare il problema per un certo periodo. Minori oneri per interessi possono offrire un certo sollievo; tuttavia, i governi europei utilizzano tale sollievo per aumentare la spesa anziché risanare i conti pubblici. Di conseguenza, il problema di fondo continua ad aggravarsi. Il “quantitative easing” può tranquillizzare i mercati e ridurre i premi al rischio nel breve termine. Tuttavia, le banche centrali non possono “stampare” solvibilità e gli acquisti di titoli statali non rendono sostenibile una spesa eccessiva permanente. Inoltre, il “quantitative easing” non fa sparire gli obblighi del settore pubblico. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, quando una banca centrale acquista titoli di Stato a lungo termine utilizzando riserve bancarie fruttifere, sostituisce di fatto un indebitamento a lungo termine con passività il cui costo varia in funzione dei tassi di interesse “overnight”. Considerati nel loro insieme, governo e banca centrale risultano più esposti – e non meno – agli aumenti dei tassi a breve termine. Una volta compresa questa situazione, appare chiaro anche il motivo per cui l'inflazione è in aumento. BCE e governi europei stanno erodendo il potere d'acquisto della valuta emettendone una quantità in eccesso rispetto alla domanda del settore privato. Inoltre, l'aumento della pressione fiscale indebolisce costantemente il settore privato. La combinazione di questi fattori porta a stagnazione e inflazione persistente. A pagarne le conseguenze sono risparmiatori e contribuenti, attraverso la perdita di potere d'acquisto. Poiché i governi europei utilizzano poi i risparmi per finanziare ulteriori deficit, i cittadini subiscono un doppio danno. Sottrarre potere d'acquisto ai risparmiatori non rende il debito sostenibile; rende tutti più poveri. La soluzione risiede nel taglio della spesa e nella riforma dei programmi di spesa obbligatoria, prima che una crisi imponga cambiamenti drastici. Anche una maggiore produttività, gli investimenti privati ​​e la concorrenza devono far parte della risposta. I governi europei non possono continuare a indebolire l'economia produttiva con una tassazione in costante aumento, aspettandosi al contempo che essa finanzi promesse di spesa sempre più onerose. La BCE non è in grado di risolvere il problema della bolla del debito sovrano. L'effetto placebo a breve termine svanisce sempre più rapidamente, indipendentemente dall'entità del suo ennesimo piano di acquisto titoli. La repressione finanziaria non fa guadagnare tempo, poiché i governi europei non sono incentivati ad agire, lasciando irrisolto il problema di fondo. I cittadini europei stanno pagando il prezzo di tale irresponsabilità attraverso l'inflazione, una crescita più debole, salari netti reali più bassi e tasse più elevate. L'incalzare di una crisi nel mercato obbligazionario europeo è il segnale definitivo del logoramento dell'economia produttiva a causa dell'effetto “crowding out” e della repressione finanziaria.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/i-paesi-bassi-tasseranno-le-plusvalenze)

Nei Paesi Bassi si sta addensando una tempesta fiscale. Con la potenziale introduzione di una tassa sulle plusvalenze non realizzate, l'Aia si appresta a diventare un banco di prova per il trasferimento sistematico di ricchezza dal settore privato allo Stato. A tutti i livelli di governo, l'Unione Europea si sta trasformando sempre più in un aggressivo sistema parassitario.

Nell'UE si sta intensificando un profondo scontro tra settore pubblico e privato. Entrambe le camere del parlamento olandese si pronunceranno sull'introduzione di una tassa annuale sulle plusvalenze non realizzate. D'ora in poi, tutti gli incrementi di valore – dagli immobili alle azioni, dalle obbligazioni alle crittovalute – rientrerebbero in questo quadro fiscale.

Questa mossa accelera l'estrazione di capitali dal settore privato, costituendo una violazione delle regole politiche. Redditi e patrimoni già tassati verrebbero ulteriormente colpiti sulla base di guadagni ipotetici, ostacolando gravemente l'accumulo di ricchezza privata.

Questo provvedimento gode di sostegno sia tra i partiti di destra che tra quelli di sinistra. Riflette una sorta di logica fiscale a ferro di cavallo, foriera di una grave crisi finanziaria nazionale.

Per l'UE nel suo complesso, si tratta di una situazione disastrosa. Il fatto che una nazione con un rapporto debito/PIL di appena il 46% e nuovi prestiti pari a poco più del 2% del PIL dichiari di fatto guerra al capitale privato, segnala profonde distorsioni economiche in una delle economie di maggior successo d'Europa. Viene spontaneo chiedersi: se questo accade nei Paesi Bassi, cosa significa per il resto dell'Unione Europea?

 

La fine dell'economia produttiva 

Uno sguardo al settore manifatturiero dell'Eurozona suggerisce che si sta addensando una tempesta. La deindustrializzazione in Germania, la più grande base industriale d'Europa, è iniziata nel 2018 e da allora ha subito un'accelerazione, con una massiccia fuga di capitali. Ciò che vale per la Germania vale a maggior ragione per le fragili economie periferiche europee.

Per decenni, l'economia europea si è spostata dalla produzione verso modelli finanziari e di rendita patrimoniale. Con l'avanzare della finanziarizzazione, la produzione e la creazione di valore si delocalizzano sempre più all'estero. Questo rispecchia un processo che gli Stati Uniti hanno attraversato per decenni e che hanno tentato di invertire sotto la presidenza di Donald Trump.

Gli stati europei non vedono via d'uscita dalla spirale economica negativa creata dall'espansione dei sistemi di welfare, dalla migrazione incontrollata e dal lento declino della produttività industriale di base. I politici stanno prendendo tempo espropriando i risparmi dei cittadini per eludere le crescenti pressioni per le riforme.

Quando la pazienza della società raggiungerà il punto di rottura, l'Europa potrebbe assistere a scene simili a quelle che si stanno verificando attualmente negli Stati Uniti, dove il governo ha di fatto dichiarato guerra all'immigrazione clandestina, in una battaglia che lo vede contrapposto a forze di estrema sinistra, globalisti e fondazioni straniere.

La questione cruciale per l'Europa è: per quanto tempo le popolazioni autoctone tollereranno gli attacchi finanziari dello Stato senza chiedere corrispondenti riforme in materia di migrazione e welfare?

Diversi Stati membri dell'UE applicano già imposte progressive su successioni e donazioni. La Norvegia ha di recente introdotto un'imposta patrimoniale di circa l'1% sui patrimoni netti superiori a €160.000 a persona, suscitando perplessità in una delle nazioni più ricche d'Europa. La Spagna applica un'imposta patrimoniale progressiva fino al 3,5%, oltre a un prelievo patrimoniale di solidarietà per i patrimoni superiori a €3 milioni: “solidarietà”, una parola d'ordine politica usata per giustificare retoricamente l'imminente espropriazione fiscale.

Questa espropriazione è imminente. I partiti della coalizione hanno trascorso l'ultimo anno a gettare le basi per una massiccia espansione delle imposte di successione. Sarebbe imprudente escludere che la Corte costituzionale tedesca, influenzata dalla politica, possa approvare in futuro una tassa nazionale sul patrimonio.

 

Costruire un'economia pianificata centralmente 

La Germania sta spingendo l'Europa verso il socialismo. La formazione del capitale e le strutture familiari indipendenti, che potrebbero costituire una potente opposizione sociale, sono sempre più disprezzate dalle élite politiche.

Non si può più negarlo: il modello economico dell'UE e la frenetica spinta a trasformarlo in un'economia verde pianificata riflettono il crescente panico a Bruxelles, Berlino e Parigi. Ogni tentativo di mascherare il collasso economico con il debito fallisce: i danni collaterali delle economie verdi pianificate centralmente si insinuano nella coscienza pubblica.

La difficile situazione economica delle nazioni più deboli dell'Europa meridionale non necessita di lunghe spiegazioni. È risaputo che l'Eurozona, in quanto unione monetaria volta a integrare economie con livelli di produttività estremamente diversi, come quelle di Germania e Grecia, ha fallito.

Ora le crepe sono visibili e gli Stati difendono il loro potere attraverso l'estrazione sistematica di capitali privati. L'Europa è sulla difensiva.


L'Europa negli Stati Uniti

Ovunque il modello europeo sia stato adottato, la politica del luogo ha impiegato strumenti simili. L'elezione del socialista Zohran Mamdani a sindaco di New York lo scorso anno ha attirato l'attenzione. La sua vittoria è stata alimentata da un'integrazione politicamente mirata dei migranti musulmani, oltre a una alleanza con l'establishment finanziario di sinistra, il quale tra l'altro ha orchestrato una campagna elettorale di successo.

Con l'elezione di Mamdani, ingenti capitali sono ora intrappolati, letteralmente. Chi non riuscirà a trasferirsi dovrà affrontare una tassazione massiccia. Mamdani, che ha basato la sua campagna elettorale su trasporti pubblici gratuiti, tetti agli affitti e mercati pubblici, ha annunciato un piano per colmare un deficit di bilancio di $10 miliardi con una tassa patrimoniale. 

New York è ora un centro nevralgico della campagna elettorale del Partito Democratico, posizionata in contrapposizione al cuore della rinascita conservatrice innescata dalla deregolamentazione e dai tagli fiscali di Donald Trump.

In California, lo stato americano più filoeuropeo, è stata introdotta la “Legge sulla tassazione dei miliardari”, con il governatore Gavin Newsom che prevede un'imposta patrimoniale una tantum del 5% sui patrimoni netti superiori a $1 miliardo. L'emigrazione dal Golden State è già iniziata, insieme al trasferimento di decine di migliaia di posti di lavoro altrove. La miopia di questa linea di politica è superata solo dalla sua infantile aggressività.

A livello mondiale, rimane fondamentale preservare i centri economici che difendono i principi del mercato e l'accumulazione di ricchezza privata, i veri portabandiera della civiltà. Nel frattempo, la deriva dell'UE verso la barbarie socialista sembra pressoché inevitabile.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 12 ottobre 2026

La Germania affronta una crisi di carenza di gas: il settore industriale chiede riserve strategiche

Nonostante i commenti sui media e sui social, il calo delle riserve denominate in euro e yen è stato più marcato rispetto a quello del dollaro. Quest'ultimo è la “valuta debole” più forte al mondo, grazie a una liquidità superiore, istituzioni più indipendenti e maggiori garanzie legali e tutele per gli investitori rispetto a qualsiasi alternativa. I dati COFER del Fondo Monetario Internazionale indicano che la quota del dollaro sulle riserve monetarie allocate si attesta al 56,7%; al netto delle fluttuazioni dei tassi di cambio, lo stesso FMI conclude che tale quota è rimasta sostanzialmente stabile, attribuendo i recenti cali principalmente a effetti di valutazione piuttosto che a vendite attive. L'euro, con una quota del 20,6%, è ben lungi dal poter competere. Euro, yen, sterlina e persino il renminbi cinese non hanno assorbito la quota di mercato presumibilmente “persa” dal dollaro. La loro incidenza complessiva nelle riserve è stagnante o in calo, mentre la quota in crescita riguarda l'oro e “altri asset”, tra cui argento, petrolio, Bitcoin o, nel caso del Giappone, azioni nazionali. I dati della BRI sui volumi degli scambi monetari e quelli dello SWIFT sui pagamenti confermano questa conclusione. Il dollaro è coinvolto in quasi il 90% di tutte le transazioni monetarie e in circa la metà dei pagamenti mondiali tramite lo SWIFT; l'euro segue a grande distanza, mentre il renminbi detiene ancora una quota a una sola cifra. Non si osserva alcun passaggio di consegne in cui un'altra valuta fiat prenda il posto del dollaro negli scambi commerciali, nella finanza, o nelle riserve. La realtà è che tutte le principali valute fiat stanno perdendo fiducia a vantaggio di un asset esterno al sistema, come l'oro. Definire questo fenomeno “de-dollarizzazione” è fuorviante, poiché suggerisce una transizione da un ordine incentrato sul dollaro a uno basato sull'euro, sullo yuan o sui BRICS, scenario che i dati smentiscono chiaramente. Ciò che sta realmente accadendo è meglio descrivibile come una “de-fiatizzazione marginale”: un progressivo allontanamento da tutte le valute fiat e soggette a linee di politica discrezionali, a favore di asset reali indipendenti dagli Stati. Il dollaro rimane la valuta fiat meno imperfetta, con liquidità ineguagliabile, sicurezza legale e per gli investitori, e sostegno nel commercio e nella finanza; pertanto non esiste un'alternativa scalabile verso cui i gestori delle riserve possano orientarsi senza assumersi rischi maggiori. Il sistema mondiale non si sta quindi spostando dall'“egemonia del dollaro” all'“egemonia dello yuan” o a un sistema multipolare di valute fiat; si sta spostando da una fiducia incondizionata nella cartamoneta dei mercati sviluppati a un mondo in cui le commodity riemergono come asset di riserva per eccellenza e il dollaro rimane al centro del declino delle valute fiat perché nulla può sostituirne la sicurezza, le infrastrutture e la profondità.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-germania-affronta-una-crisi-di)

Sulla scia dell'Agenzia federale per le reti, anche l'organizzazione di rappresentanza del settore energetico chiede ora l'istituzione di una riserva strategica nazionale di gas naturale. L'azione coordinata del settore dimostra chiaramente che il calo delle riserve di gas è ben più grave di quanto la politica abbia finora ammesso.

Kerstin Andreae, presidente dell'Associazione tedesca delle industrie energetiche e idriche (BDEW), ha chiesto, in un'intervista alla Redaktionsnetzwerk Deutschland, la creazione di una riserva strategica nazionale di gas.

La Andreae ha sottolineato la necessità di un solido cuscinetto per assorbire gli shock esterni nell'approvvigionamento energetico della Germania. Con questa richiesta, il BDEW si è esplicitamente allineata alla posizione dell'Agenzia federale per le reti, il cui presidente, Klaus Müller, aveva già sostenuto la necessità di una tale riserva strategica in un'intervista alla dpa.

Segnali analoghi provengono ora anche dal mondo imprenditoriale. Anche il fornitore di energia EWE, con sede a Oldenburg, ritiene che sia giunto il momento di discutere ulteriori strumenti di gestione della crisi e di seguire l'esempio di altri Paesi europei. Austria, Francia e Polonia mantengono già riserve strategiche di gas per tutelarsi da eventuali crisi di approvvigionamento.


La realtà viene ignorata

È sorprendente che la Germania abbia per anni ignorato in larga misura questioni fondamentali relative alla progettazione del mercato energetico e alla sicurezza delle reti con fonti di energia di base, una conseguenza di decisioni dettate da motivazioni ideologiche, per le quali anche l'allora Ministro federale dell'Economia, Robert Habeck, ha una responsabilità politica.

I dati attuali sottolineano l'urgenza della situazione. A causa del freddo, i livelli di stoccaggio del gas in Germania stanno diminuendo di circa l'uno per cento al giorno, con un livello di riempimento complessivo che si attesta ora intorno al 30%.

In casi estremi, come ad esempio in condizioni simili a quelle dell'inverno del 2010, una carenza di gas è del tutto plausibile. In uno scenario del genere, il consumo giornaliero non potrebbe più essere coperto da ulteriori importazioni di GNL e dalle scorte di gas rimanenti. Il risultato sarebbero arresti programmati, inizialmente nei settori ad alta intensità energetica, con effetti a cascata e drammatici sull'economia in ampi settori.

La Germania del 2026 si trova tra le rovine della sua irrazionale politica energetica. Sembra una beffa che il Paese che ha smantellato il suo impianto nucleare, ha eliminato il gas russo a basso costo su richiesta di Bruxelles e ora punta ad abbandonare il carbone, stia discutendo delle riserve nazionali di gas, il tutto in nome di un'isteria climatica amplificata dalla politica e dai media.


Assicurazioni e ostinazione

Pubblicamente, la politica e l'Agenzia federale per le reti stanno cercando di minimizzare il problema del calo delle scorte di gas. Poco prima dell'intervista rilasciata alla dpa, il presidente dell'Agenzia federale per le reti, Klaus Müller, ha dichiarato al Rheinische Post che il rischio di problemi di approvvigionamento era generalmente basso. La Germania ha creato maggiore flessibilità attraverso molteplici canali di importazione, sia gasdotti che terminali GNL di nuova costruzione. Inoltre, ha aggiunto Müller, i prezzi del mercato all'ingrosso non mostravano segni di scarsità, pur essendo aumentati di recente.

È una dote rara quella di contraddirsi più volte nel giro di poche frasi, come ha fatto Müller in quell'intervista.

Al contrario, il gruppo di pressione INES ha parlato di livelli storicamente bassi di stoccaggio del gas in Germania. L'anno scorso, nello stesso periodo, il livello di riempimento si attestava intorno al 58%, e l'anno precedente addirittura al 76%. La differenza non è marginale, ma strutturale, e mette in luce la crescente vulnerabilità della sicurezza energetica del Paese.

Il Ministero federale dell'Economia ha adottato un tono simile. A gennaio ha fatto riferimento alla nuova flessibilità delle importazioni e di recente ha affermato di non ritenere necessario un intervento statale nel mercato, sebbene oggigiorno sia difficile definire la rete energetica tedesca un “mercato”, un fatto forse ancora sfuggito all'attenzione del ministero.

Anche Claudia Kemfert, economista energetica presso l'Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW), aveva affermato a gennaio che non vi era alcuna crisi di approvvigionamento e che le importazioni rimanevano stabili. Il fatto che ora le consegne di GNL dal principale fornitore, gli Stati Uniti – responsabili di oltre il 90% dell'approvvigionamento di GNL della Germania – sono incerte, potrebbe essere un'ironia della sorte. Ciò non cambia, tuttavia, il fatto che la politica energetica tedesca sia intrappolata tra cecità ideologica, negligenza generale e una semplificazione intellettuale eccessiva del problema di fondo.

La Germania rappresenta oggi un esempio da manuale delle conseguenze di una linea di politica interventista pianificata centralmente. Una volta avviata, ogni ulteriore revisione del modello di mercato, sempre più distorto, impone ulteriori interventi e misure regolamentari. Il sistema si sta gradualmente trasformando in un'economia socialista. Si tratta di una spirale discendente che può essere interrotta solo se misure a lungo termine consentiranno al settore energetico tedesco di tornare a produrre energia sufficiente a garantire il carico di base.

Ciò includerebbe il ritorno alle forniture di gas russo, l'annullamento delle decisioni di abbandono graduale del carbone e l'adozione di moderni reattori nucleari modulari di piccole dimensioni. Questi, tra l'altro, non producono scorie nucleari tradizionali, un argomento che disinnesca immediatamente le obiezioni istintive degli oppositori del nucleare.

A livello mondiale, l'energia nucleare sta vivendo una notevole rinascita, soprattutto negli Stati Uniti, in Cina e in Russia. Solo in Germania l'ostinazione ideologica impedisce il riconoscimento di questa realtà.

Occorre esercitare pressioni sulla politica europea affinché sfrutti le consistenti riserve di gas, guadagnando così spazio geostrategico e liberandosi, almeno in parte, dalla morsa autoimposta.


Ironia della storia

L'emergere della necessità di una riserva nazionale di gas porta con sé due ironie. In primo luogo, rappresenta un'ammissione tardiva del completo fallimento della transizione energetica. Le energie rinnovabili, a causa della loro volatilità e per mantenere la stabilità della rete e la sicurezza dell'approvvigionamento, richiedono capacità di stoccaggio e di riserva che non possono essere fornite economicamente senza gravare enormemente sull'economia o addirittura provocarne il collasso parziale.

In secondo luogo, è proprio il dichiarato acerrimo nemico della politica tedesca, il presidente statunitense Donald Trump, che in questi giorni chiede non solo il mantenimento delle riserve strategiche di petrolio esistenti, ma anche la creazione di ulteriori riserve nazionali. Washington intende investire circa dodici miliardi di dollari per accumulare metalli come litio, terre rare, nichel e cobalto, riducendo così strategicamente la dipendenza dalla Cina e da altri fornitori di materie prime.

I termini “nazionale” e “riserva” nel contesto della politica energetica risultano particolarmente offensivi per gli ambienti ecologisti di sinistra. In tali ambienti, le persone non sono abituate a cedere alla realtà e a riconoscere che il pensiero conservatore in materia di sicurezza degli approvvigionamenti, preparazione e resilienza sociale è superiore sotto ogni aspetto, anche come concetto socio-politico.

Negli Stati Uniti, la sicurezza degli approvvigionamenti e la resilienza strategica occupano un posto di rilievo nell'agenda politica, insieme alla deregolamentazione del mercato energetico. In Germania, invece, si nota una notevole coerenza nel tentativo di stabilizzare un'economia clientelare verde, la cui sostenibilità economica è in costante declino.

Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, le famiglie tedesche risentiranno concretamente delle conseguenze di questo errore fatale, in particolare nei loro conti correnti.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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