venerdì 13 marzo 2026

Modelli di paradosso

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Joshua Stylman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/modelli-di-paradosso)

Dopo la pubblicazione del pezzo, Il modello sottostante, sul ruolo dell'USAID nella gestione della percezione globale, la risposta è stata straordinaria: ha generato centinaia di commenti che esploravano questi modelli da diverse prospettive. Ciò che sta emergendo qui è raro e prezioso: una comunità unita non dalla politica, ma da un impegno condiviso per il riconoscimento di modelli e la ricerca della verità.

Un commento di ieri a quel post fornisce un perfetto caso di studio sul funzionamento dell'ingegneria della coscienza. Un lettore ha contestato una cifra da me citata: “$34 milioni alla rivista Politico”. Ha fatto bene a segnalare questo errore: l'importo effettivo negli ultimi anni è molto inferiore, circa $20.000 all'anno per gli abbonamenti.

Per essere chiari, non sono un giornalista di professione o di formazione: sono solo un tizio che esplora idee e modelli, spesso discutendo di eventi degni di nota che li illuminano. La cifra di $34 milioni deriva dai primi resoconti che ho letto e non ho notato le correzioni successive. Quando il commentatore ha suggerito che potrei “ingannare deliberatamente” i lettori, mi è sembrato particolarmente rivelatore. Per quale scopo avrei dovuto ingannarli intenzionalmente?

Tuttavia ciò che entrambi abbiamo trascurato racconta una storia a sé stante. Mentre io ho esagerato la cifra e il commentatore si è concentrato sui piccoli pagamenti annuali, i dati di USASpending.gov (cercate “Politico, LLC”) mostrano che il governo degli Stati Uniti ha versato a Politico $8,2 milioni in 237 transazioni sin dal 2008, principalmente per gli abbonamenti a Politico Pro, uno strumento di analisi politica, sebbene il contributo diretto di USAID sia stato di soli $20.000-24.000 all'anno per gli abbonamenti a E&E.

Mi sbagliavo sulla cifra iniziale e, sebbene il commentatore abbia correttamente indicato l'importo annuo, questo scambio di opinioni rivela qualcosa di importante: quanto facilmente possiamo essere colti in fallo a litigare su dettagli tecnici, perdendo di vista il quadro generale. L'attenzione del commentatore su un canone annuo di $20.000 appare ancora più limitata se si considera che Euronews, il quale si autodefinisce “imparziale e indipendente”, ha ricevuto €215,82 milioni dalla Commissione Europea tra il 2015 e il 2023, secondo i dati del Sistema di Trasparenza Finanziaria.

Ma ciò che è più rivelatore dell'errore in sé è ciò che ne è seguito: anziché confrontarsi con l'analisi più ampia di 3.500 parole sull'ingegneria della coscienza globale, inclusi i $472,6 milioni tramite Internews Network, la collaborazione con 4.291 organi di stampa per raggiungere 778 milioni di persone, il finanziamento per la ricerca del laboratorio a Wuhan, che alcuni sostengono abbia coinvolto esperimenti di guadagno di funzione insieme ad organi di stampa che hanno plasmato narrazioni correlate, i $2 milioni per l'assistenza di genere in Guatemala e i $68 milioni al World Economic Forum, il commentatore si è impossessato di questo singolo errore come se invalidasse l'intera tesi.

Quando ho riconosciuto l'errore ma ho cercato di rifocalizzare l'attenzione su questi schemi di influenza istituzionale, non c'è stato alcun coinvolgimento nonostante questi esempi documentati. Invece la conversazione si è immediatamente spostata sulle mie motivazioni politiche: “Siamo onesti su quale sia la tua vera argomentazione: credi che le opinioni liberal siano illegittime per definizione, mentre quelle conservatrici no”. Questo illustra perfettamente come il riconoscimento di schemi si trasformi in uno scontro tribale.

Questo schema – in cui la precisione tecnica diventa uno scudo contro il riconoscimento di sistemi più ampi – non è esclusivo di questo scambio. È una caratteristica fondamentale del modo in cui opera il controllo delle informazioni nella nostra epoca. È un paradosso: gli strumenti che rivelano la verità possono anche oscurarla, a seconda di come li usiamo.

Quando si studiano sistemi complessi, i singoli fatti sono certamente importanti. Ma concentrarsi esclusivamente sulla precisione, perdendo di vista il modello emergente, è come esaminare la struttura cellulare di un albero rifiutandosi di riconoscere di trovarsi in una foresta. Si potrebbe sapere tutto sulla biologia di quel singolo albero, ma non capire nulla dell'ecosistema in cui si trova. Il sistema di controllo narrativo prospera grazie proprio a questa dinamica: addestrare le persone a fissarsi sui dettagli tecnici, impedendo loro di riconoscere l'architettura di cui essi fanno parte.

Ho assistito ripetutamente a questo fenomeno durante il COVID, quando domande legittime su politiche senza precedenti sono state deviate attraverso meccanismi simili:

• “Non 10.000 casi di miocardite, solo 6.000” – concentrandosi sul conteggio preciso ignorando la realtà allarmante che migliaia di bambini hanno sofferto per questa infiammazione cardiaca;

• “Le mascherine bloccano il 30% delle particelle, non il 10%” – fissandosi sulle percentuali di efficacia tecnica ignorando l'attuazione di linee di politica disumanizzanti, senza solide prove scientifiche a supporto, che hanno ritardato cognitivamente una generazione di bambini;

• “La teoria della fuga dal laboratorio non è provata, è solo plausibile” – concentrandosi sul livello di certezza dopo aver censurato e diffamato coloro che l'hanno suggerita per oltre un anno.

Ogni controversia tecnica non serviva a chiarire la verità, ma a distogliere l'attenzione dal modello emergente: gli artefici delle narrazioni ufficiali sbagliavano praticamente tutto, non di poco, ma di tanto.


Il dialetto della divisione

Questo ripiegamento su posizioni dialettiche predeterminate, anziché sulla ricerca della verità, è ovunque non appena si comincia a notarlo:

• Mettere in discussione la narrazione sul conflitto in Ucraina vi fa immediatamente etichettare come “filo-Putin”, come se criticare l'espansione della NATO richiedesse di approvare l'aggressione russa;

• Quando si discute di politica sull'immigrazione esprimere preoccupazioni sulla sicurezza delle frontiere vi rende immediatamente “anti-immigrati”, come se complesse questioni politiche richiedessero posizioni binarie; 

• Sollevare dubbi sull'influenza dell'industria farmaceutica vi etichetta come “anti-scienza”, come se le motivazioni di profitto aziendale e la ricerca scientifica fossero in qualche modo la stessa cosa;

• Affermate che il sesso biologico esiste e diventerete immediatamente “transfobici”, come se riconoscere la realtà fisica negasse il trattamento di tutti con dignità e rispetto;

• Esprimere preoccupazione per la sorveglianza governativa equivale a “favorire l'estremismo”, come se proteggere le libertà civili significasse approvare comportamenti dannosi.

In ogni caso, posizioni sfumate vengono immediatamente ridotte a schieramenti predeterminati. La dialettica artificiale impone di scegliere una parte piuttosto che perseguire la verità ovunque essa porti. Questo non è casuale: è esattamente il modo in cui funziona il “paesaggismo mentale”.

Questa dinamica si è manifestata in tempo reale nello scambio summenzionato. Invece di discutere delle prove ben documentate dell'architettura sistematica della realtà, la conversazione si è subito spostata sulla “squadra” a cui appartenevo. I complessi schemi documentati in molteplici ambiti sono stati ridotti a semplici alleanze politiche, rendendo impossibile un dialogo produttivo.

Queste trappole dialettiche non limitano solo il nostro pensiero, ma frammentano attivamente le nostre comunità. Nel momento in cui etichettiamo qualcuno in base a una singola opinione, smettiamo di vederlo come un individuo complesso, con sfumature, contraddizioni e una ricca vita interiore. Invece lo appiattiamo in caricature, riducendo l'intera trama della sua umanità a una singola posizione o convinzione. Questa scorciatoia mentale può essere cognitivamente efficiente, ma devasta la nostra capacità di connessione e comprensione.

Queste caricature eliminano ogni sfumatura e umanità, riducendo individui complessi a prevedibili avatar di appartenenza tribale. La realtà è che la maggior parte delle persone non rientra perfettamente in questi schemi: contengono moltitudini, contraddizioni e prospettive uniche plasmate dalle loro particolari esperienze di vita. Ciononostante l'architettura dell'information design prospera su queste riduzioni, abituandoci a categorizzare e scartare automaticamente anziché impegnarci e comprendere.

È come se fossimo stati addestrati a considerare le questioni politiche e sociali come sport di squadra – Yankees contro Red Sox – dove la fedeltà alla propria squadra richiede di odiare l'altra parte e di non essere d'accordo con essa su ogni questione, piuttosto che vederle come ricerche collaborative di comprensione. Ma le nostre comunità non possono funzionare quando ogni questione diventa una gara con vincitori e vinti, anziché un'esplorazione condivisa.

Ciò che è più distruttivo in queste trappole dialettiche è il modo in cui ci impediscono di trovare un terreno comune. Quando ci allontaniamo dai binari precostituiti, spesso scopriamo che persone di diverse posizioni politiche condividono preoccupazioni fondamentali – sull'influenza delle aziende, elezioni eque, comunità sane e istituzioni responsabili – preoccupazioni che, se ignorate, aprono la strada all'ingegneria sociale.

Mi rifiuto di odiare i miei amici e vicini perché potrebbero vedere il mondo in modo diverso da me. Alcune delle persone che rispetto di più hanno opinioni radicalmente diverse dalle mie su questioni importanti. Molti mi hanno mostrato dove sbagliavo, permettendomi di crescere, e spero di aver fatto lo stesso per loro. Ciò che rende preziose queste relazioni non è l'accordo, ma la volontà di impegnarsi al di là di etichette e stereotipi, di vedersi come individui complessi piuttosto che come avatar di posizioni ideologiche. Queste relazioni mi hanno insegnato più di qualsiasi camera d'eco.

Affinché si verifichi un dialogo significativo abbiamo bisogno di una comprensione condivisa della realtà: non conclusioni identiche, ma almeno un accordo su cosa costituisca prova, come valutarla e la possibilità che uno dei due possa sbagliarsi. Quando questo terreno comune si erode, finiamo per parlare senza capirci, vivendo ciascuno in realtà separate senza alcun ponte per connetterci.


L'illusione della scelta

Il panorama mediatico si è trasformato da fornitore di informazioni a gestore della percezione: un'operazione sofisticata che asseconda i nostri gusti di parte, assicurandoci al contempo di rimanere divisi e distratti. È un capolavoro di ingegneria sociale: creare narrazioni apparentemente opposte, ciascuna attentamente calibrata per attrarre diversi segmenti demografici, garantendo al contempo che tutte le strade portino alla stessa destinazione, ovvero una popolazione frammentata da un disprezzo artificiale.

Ciò che rende questa operazione così efficace è il modo in cui imita la scelta eliminandola. Proprio come il cibo processato è disponibile in innumerevoli varietà, ma contiene tutti gli stessi ingredienti infiammatori, la nostra dieta mediatica offre un'apparente diversità, producendo costantemente gli stessi effetti tossici: indignazione, certezza e identificazione tribale. Ogni canale offre al suo pubblico esattamente ciò di cui ha bisogno: la conferma di convinzioni preesistenti, cattivi da disprezzare e la confortante illusione di superiorità morale e intellettuale.

Siamo tutti finiti in un grosso esperimento in stile Tavistock Institute.

Questa illusione di scelta artificiale si estende ben oltre il panorama mediatico. Lo stesso schema si riscontra nei nostri beni di consumo, nelle nostre opzioni politiche e persino nelle nostre identità culturali. L'infografica seguente illustra questo schema in diversi settori:

Nel 1983 il 90% dei media americani era di proprietà di 50 aziende. Nel 2011 lo stesso 90% era controllato da sole 6 aziende. Oggi il consolidamento è ancora più estremo. Ciononostante ci troviamo di fronte a punti di vista diversi e narrazioni contrastanti.

Analogamente, nel settore dei beni di consumo solo 12 aziende possiedono oltre 550 marchi che riempiono i nostri negozi. Le confezioni colorate e il branding distintivo creano un'illusione di scelta e competizione, mentre i profitti confluiscono nello stesso piccolo gruppo di entità aziendali.

Questi non sono fenomeni separati, sono due espressioni dello stesso schema. Che si tratti delle notizie che consumiamo o dei prodotti che acquistiamo, ci viene presentata la confortante illusione di scelta mentre veniamo sballottati attraverso sistemi rigidamente controllati.

La genialità di questo sistema non sta nel promuovere un punto di vista particolare, ma nel garantire che, qualunque sia la nostra opinione, la sosteniamo con incrollabile certezza e disprezzo per chi non la condivide. Che voi ascoltiate MSNBC o Fox News, il New York Times o il Daily Wire, ricevete la stessa programmazione di base: la certezza di avere ragione, che gli altri abbiano torto e che il divario tra questi ultimi e voi sia incolmabile.

Ciò che viene sistematicamente eliminato da questo ecosistema è esattamente ciò di cui abbiamo più bisogno: sfumature, incertezza, umiltà intellettuale e il riconoscimento di schemi che trascendono le divisioni politiche. Le informazioni reali che potrebbero rivelare l'architettura del potere dietro queste divisioni artificiali vengono sepolte sotto valanghe di indignazione partigiana, o liquidate come teorie del complotto.


Risveglio dalla trance

Ciò che rende questi meccanismi così efficaci è che operano attraverso la nostra psicologia. Come ho esplorato nel pezzo, La prigione delle certezze, le nostre menti sono straordinariamente resistenti alle informazioni che mettono in discussione le nostre convinzioni fondamentali. Quando vengono presentate prove di manipolazione, molti reagiscono non con curiosità, ma con un'immediata difesa degli stessi sistemi che li hanno ingannati.

L'aspetto più sorprendente di questi scambi non è il disaccordo in sé, ma l'immediato ripiegamento sul pensiero binario: il presupposto che mettere in discussione una narrazione significhi approvare in blocco quella opposta. Questa scorciatoia mentale trasforma il riconoscimento di schemi sfumati in una guerra tribale.

In questo specifico scambio, l'ipotesi del commentatore summenzionato sorprenderebbe chiunque abbia familiarità con il mio impegno nei confronti dei valori fondamentali della libera ricerca, del dibattito aperto e della messa in discussione dell'autorità. Ma questa categorizzazione è esattamente il modo in cui il riconoscimento di schemi sfumati si appiattisce in una guerra tribale.

Ciò che sto documentando trascende i confini politici tradizionali; i sistemi di gestione della percezione operano indipendentemente da quale partito detenga il potere; i meccanismi rimangono coerenti, solo le narrazioni specifiche cambiano per adattarsi al momento.

Rifiutare la certezza che ci viene offerta potrebbe essere l'atto più sovversivo in questo panorama attentamente progettato. Scegliere di abitare lo spazio scomodo del mettere in discussione piuttosto che del conoscere; riconoscere che la saggezza non inizia con la convinzione, ma con la volontà di riconoscere quanto poco comprendiamo veramente. Quando l'intero ecosistema informativo è progettato per produrre certezza, abbracciare l'incertezza diventa un atto radicale di resistenza.

Questa è il tema centrale del riconoscimento di schemi nel nostro tempo: gli stessi strumenti di cui abbiamo bisogno per discernere la realtà – precisione, prove, fatti – possono essere usati come armi contro la nostra comprensione se utilizzati senza contesto. L'accuratezza tecnica diventa uno scudo contro la percezione di schemi. Più ci fissiamo su punti dati isolati, meno siamo capaci di riconoscere i sistemi che essi comprendono. Ciononostante senza punti dati accurati, il riconoscimento di schemi degenera in paranoia e cospirazione.

Affrontare questa sfida richiede un difficile equilibrio: mantenere l'impegno per l'accuratezza dei fatti e, al contempo, sviluppare la capacità di fare un passo indietro e vedere come questi fatti si inseriscono in sistemi più ampi. Abbiamo bisogno sia del microscopio che del telescopio, dell'attenzione ai dettagli del botanico e della comprensione delle relazioni dell'ecologo. Ognuna di queste due possibilità ci rende vulnerabili: o a perdere di vista la foresta per gli alberi, o a vedere schemi che non esistono.

Questo non significa abbandonare la ricerca della verità, anzi. Significa perseguirla con l'umiltà di riconoscere che la verità si trova raramente nelle narrazioni preconfezionate che ci vengono vendute, ma negli schemi che emergono quando facciamo un passo indietro e osserviamo il sistema nel suo complesso. Significa essere disposti a seguire le prove ovunque ci portino, anche quando contraddicono le nostre convinzioni più care o le nostre appartenenze politiche.

Non ho alcun interesse ad arrabbiarmi con le persone su Internet. Durante il COVID mi sono sentito in dovere di aggiungere la mia voce al dibattito perché la posta in gioco era troppo alta affinché rimanessi in silenzio, ma anche allora ho cercato di rimanere rispettoso e basato sui fatti. Quando mi confronto con le idee, credo nell'attaccare queste e non le persone. L'obiettivo non è “vincere” le discussioni, ma scoprire collettivamente ciò che è reale in un mondo sempre più progettato per oscurarlo.

Ho corretto l'errore nell'articolo originale: la verità conta a ogni livello, dai singoli dati ai modelli che rivelano. Ma invito anche tutti noi a fare un passo indietro e a osservare l'architettura più ampia, perché è lì che risiede la vera storia.

Forse il modello più profondo da riconoscere è il modo in cui questi sistemi di divisione operano attraverso di noi, non solo su di noi. Nel momento in cui disumanizziamo qualcuno per le sue convinzioni – di sinistra o di destra, convenzionali o eterodossi, istituzionali o dissidenti – diventiamo amplificatori inconsapevoli dello stesso sistema che pensiamo di combattere. La vera battaglia non è tra schieramenti ideologici, ma tra coloro che vorrebbero dividerci per il potere e coloro che cercano di comprendere la realtà al di là delle dicotomie precostituite.

Non dobbiamo essere d'accordo su tutto, o addirittura sulla maggior parte delle cose, per riconoscere la nostra comune umanità e la comune manipolazione che tutti subiamo. L'atto di resistenza più potente non è odiare i nemici “giusti”, o sostenere le cause “giuste”; è rifiutarsi di partecipare a un sistema progettato per trasformare i vicini in astrazioni e le differenze in divisioni.

Questo viaggio di riconoscimento di schemi non è un'impresa solitaria: è qualcosa che intraprendiamo insieme, dove ogni prospettiva aggiunge una dimensione alla nostra comprensione condivisa. E quando lo affrontiamo con umiltà anziché con certezza, con curiosità anziché con disprezzo, non scopriamo solo la verità, ma ricostruiamo le connessioni umane che questi sistemi sono stati progettati per recidere.

E se la vera vittoria non fosse dimostrare chi ha ragione, ma riscoprire come pensare insieme?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 12 marzo 2026

Con l'aumento dei costi energetici, il mining di Bitcoin domestico riscalderà l'Europa

Per molti investitori la recente correzione di prezzo di Bitcoin è motivo di preoccupazione, tuttavia questo vale solo se si considera Bitcoin in valute canoniche, euro o dollari. Per i cittadini di tutto il mondo, da Cuba all'Iran, che soffrono per l'elevata inflazione e la demolizione monetaria creata dai loro governi, Bitcoin è certamente un rifugio sicuro. Esso e l'oro stanno dimostrando che il potere d'acquisto sta diminuendo in un modo che le misure ufficiali dell'inflazione mirano a nascondere. L'offerta di moneta globale sta aumentando più rapidamente del PIL nominale e i governi dipendono da deficit e repressione finanziaria. Bitcoin è un adolescente che sta lentamente diventando un asset digitale adulto, decentralizzato e non confiscabile. Rende più difficile per stati e banche centrali rubare ricchezza attraverso l'inflazione. Questo non significa che prenderà il posto del dollaro come valuta di riserva o diventerà immediatamente un'alternativa alle valute fiat nel mondo. Ciononostante è diventato un freno alle politiche fiscali predatorie e un esempio visibile dei risultati del disordine monetario, poiché è al di fuori del controllo della politica e delle burocrazie. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a sostanziali prelievi da molti ETF spot su Bitcoin negli Stati Uniti, alimentati da investimenti con leva finanziaria eccessiva. Gli investitori non dovrebbero confondere i fattori positivi di un ETF con una promessa di stabilità o aumenti di prezzo garantiti; ripulire le posizioni a leva è positivo nel lungo periodo, ma può creare volatilità a breve termine. Per gli investitori a breve termine aggiungere un'eccessiva volatilità alla leva finanziaria è una ricetta per il disastro: un calo del 10% in un giorno può spazzare via il 30% del capitale, e un calo significativo dei prezzi, unito a sostanziali richieste di margine, può affossare una posizione anche se il trend a lungo termine è positivo. Richieste di margine, liquidazioni forzate e sistemi di gestione del rischio automatizzati sono sintomi di un eccesso di investimenti a leva, ma anche un'opportunità per ripulire la base di acquirenti. Se si utilizza Bitcoin come copertura contro la distruzione di denaro anziché come asset speculativo, è meglio evitare i prodotti a leva. In un mondo in cui i bilanci delle banche centrali si stanno ampliando, il debito pubblico aumenta e la minaccia delle valute digitali delle banche centrali, potenzialmente utilizzabili per il monitoraggio e il controllo, è in crescita, detenere una certa quantità di asset decentralizzati e non confiscabili ha senso, non è una moda passeggera. La cosa più importante è pensare a Bitcoin a l'ennesimo modo con cui proteggersi finanziariamente, insieme alle azioni di aziende reali, agli asset reali e ai metalli preziosi.

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di Joakim Book

(Versione audio dell traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/con-laumento-dei-costi-energetici)

Maximilian Obwexer aveva un problema.

Riscaldava la sua casa in Austria con il gasolio da riscaldamento, un sistema costoso. Appassionato di ingegneria per natura, ed ex-ingegnere con esperienza in centrali idroelettriche, stava cercando un modo migliore per riscaldare la sua casa.

Dopo molti cicli di sperimentazione e dopo aver esplorato la proverbiale tana del bianconiglio del mining Bitcoin, tre anni fa ha fondato un'azienda dedicata a questo progetto. La sua azienda, 21energy, produce macchine per il mining ben bilanciate, robuste e incredibilmente belle (e incredibilmente silenziose!) per uso domestico. I primi modelli di Ofen 1 vantavano fino a 10 TH/s, mentre il modello premium poteva raggiungere, alla massima velocità e con un rumore notevole, i 40 TH/s. Dopo aver aumentato la produzione, assunto 12 nuovi dipendenti solo quest'anno e lanciato il nuovo Ofen 2 (35-42 TH/s), il riscaldatore Bitcoin ha lo stile di un radiatore convenzionale, alimentato però da Bitcoin. E sì, potete minare con questo riscaldatore Bitcoin... oppure unirvi a una pool che ritenete più adatta.

“I riscaldatori Bitcoin sono un bilanciamento decentralizzato della rete elettrica, a casa!” ha proclamato sul palco di Helsinki, davanti a centinaia di volti curiosi tra il pubblico della conferenza nordica su Bitcoin. Fortunatamente ha dedicato gran parte della sua presentazione non a vendere i suoi eccellenti prodotti, o a spiegare la sua storia in Bitcoin, ma ai numerosi problemi che affliggono la rete elettrica europea.

Gli europei sono in debito con gli stranieri per l'importazione di energia. Gli attuali produttori di elettricità – carbone, gas e idroelettrico – sono sempre più spesso costretti a interrompere la fornitura alla rete, a favore delle sempre più diffuse turbine eoliche e pannelli solari. La generazione basata sui combustibili fossili produce emissioni di CO2 e particelle nell'ambiente circostante, ma le sue proposte sostitutive immettono nella rete una produzione di elettricità volatile e incontrollabile. Al picco di fornitura, persino i fornitori di energia rinnovabile vengono invitati dalla gestione della rete a ridurre la produzione; detto in modo semplice, non c'è nessuno che prenda l'elettricità in eccesso, nessun posto dove metterla.

Tutto ciò ovviamente è negativo in quanto viene sprecata energia elettrica che avrebbe potuto essere utilizzata, ma ancora peggio è che complica i calcoli di investimento per gli investitori in energie rinnovabili. Non a caso le famiglie in Europa pagano tariffe esorbitanti per l'elettricità... e, per giunta, il riscaldamento in generale è piuttosto costoso.

Mettendo insieme tutti questi aspetti, è come se il vecchio mondo stesse reclamando a gran voce il mining di Bitcoin. In piedi accanto al suo stand verde scintillante e a suoi termosifoni che mantenevano il padiglione dell'Expo di Helsinki davvero caldo, Obwexer ha affermato: “È una scelta ovvia, anche se non vi piace o non capite Bitcoin”.

Infatti gran parte della sua clientela è composta da “sostenitori del solare”, attivisti devoti contro il cambiamento climatico che vogliono fare qualcosa di concreto per defossilizzare il proprio consumo di energia. Sebbene non sia esattamente il primo gruppo a cui si pensa quando ci si immagina chi è interessato a Bitcoin, “l'aspetto economico ha senso”, dice Obwexer.

In una recente intervista con Knut Svanholm e Luke de Wolf, due dei co-organizzatori di BTCHel, Obwexer ha detto che “la Finlandia è davvero all'avanguardia nel riscaldamento e nel teleriscaldamento tramite bitcoin”:

L'Europa ha un disperato bisogno del mining di Bitcoin, data l'elevata volatilità delle reti elettriche [...] non dobbiamo temere troppo i politici, perché [...] è una storia già scritta, solo che non sanno ancora leggere quella scritta ed essa dice mining di Bitcoin ovunque.

Sul palco di Helsinki ha mostrato uno dei grafici più importanti dell'intero dibattito su economia ed energia, il quale sottolinea con precisione quanto l'energia sia cruciale per il benessere e la prosperità di una società. “Se si vuole una società pulita, ricca e sana, serve molta energia”.

Il prossimo obiettivo di Obwexer e del suo team di 21energy è contribuire alla riduzione flessibile del carico a livello di rete. Mettere i miner mobili su un camion e ridurre la pressione di produzione, ad esempio nelle centrali idroelettriche, è un caso d'uso perfetto per il mining di Bitcoin: invece di dover ridurre la produzione a causa di una rete sovraccarica, possono deviare l'elettricità derivante dal flusso d'acqua ai miner di Bitcoin, il che riduce anche i loro tempi di risposta da minuti a secondi.

In generale utilizzare miner di Bitcoin costruiti appositamente, o ricostruiti, per riscaldare la propria casa è il modo più ovvio per decentralizzare il mining, soprattutto perché i miner domestici sono molto meno vulnerabili all'economia spietata del mining di Bitcoin rispetto, ad esempio, alle grandi mining farm.

Mentre risolvono contemporaneamente diversi problemi energetici del mondo reale, Obwexer e il suo team di 21energy stanno facendo proprio questo: “Dal Tirolo al mondo”.

“Sono molto ottimista sul mining di Bitcoin in Europa”, ha concluso Obwexer.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 11 marzo 2026

Merz, la burocrazia dell'UE e l'illusione di riforma della Germania

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/merz-la-burocrazia-dellue-e-lillusione)

Nella sua dichiarazione di governo dello scorso 16 ottobre, il Cancelliere Friedrich Merz ha criticato l'eccessiva regolamentazione europea e ha citato il suo programma di riduzione della burocrazia in Germania. In realtà nuovi livelli di burocrazia vengono creati a livello nazionale e, ancora una volta, Merz si è impegnato in un gioco di squadra politico con la sua collega di partito Ursula von der Leyen.

Il Cancelliere Merz si sta dimostrando un maestro nel gioco dell'ombra e nelle tattiche diversive. Nel suo discorso sopraccitato ha usato la Commissione Europea come un sacco da boxe, esprimendo frustrazione per le crescenti critiche alla linea del suo governo.

Ha dichiarato esplicitamente, riferendosi al programma normativo di Ursula von der Leyen: “Basta con la frenesia normativa, procedure più rapide, mercati aperti, più innovazione, più concorrenza. Questi sono gli obiettivi che dobbiamo raggiungere. Non abbiamo bisogno di più regole; abbiamo bisogno di meno regole, regole migliori”.


L'UE come sacco da boxe

Ed eccolo di nuovo: la Commissione Europea come bersaglio per i fallimenti interni. Merz ha certamente ragione nella sostanza: Bruxelles è un colosso normativo, una matrice burocratica che soffoca i processi economici in tutta l'Unione Europea e soffoca ogni speranza di crescita e innovazione.

Eppure sarebbe superficiale attribuire la colpa del malessere economico della Germania esclusivamente a Ursula von der Leyen. La Germania, campionessa di burocrazia, ha costruito, attraverso l'adozione di grottesche normative UE e di propria iniziativa, un apparato amministrativo smisurato che costa all'economia circa €60 miliardi all'anno in costi diretti. Includendo i mancati profitti e altri costi di opportunità, l'istituto Ifo calcola la cifra sbalorditiva di €146 miliardi all'anno: una catastrofe.

Per questo motivo Merz ha annunciato un programma di riduzione della burocrazia: dovrebbe far risparmiare il 25% dei costi diretti, ovvero circa €16 miliardi all'anno, e ridurre l'8% del personale pubblico. In teoria...


Teoria contro realtà

Nella pratica il quadro è diverso. Uno dei primi atti del nuovo cancelliere è stata la creazione di un Ministero per gli Affari Digitali, un ulteriore livello di superflua burocrazia ministeriale. Allo stesso tempo il governo sta implementando il suo colossale pacchetto di misure per il debito: un fondo speciale da €500 miliardi da distribuire nei prossimi dieci anni.

Questi processi non sono solo costosi, ma richiedono anche un impiego di personale estremamente elevato. Gli interventi statali passati ne illustrano la traiettoria: il freno ai prezzi dell'energia – il famigerato programma “doppio colpo” del Cancelliere Olaf Scholz – ha consumato circa €200 miliardi e ha richiesto oltre 5.000 nuovi posti amministrativi. Il Fondo per il Clima e la Trasformazione, con un totale di €212 miliardi, ha creato circa 8.000 posti a tempo pieno tra ministeri, banche di sviluppo e istituzioni partner.

Da queste esperienze sappiamo che ogni nuovo miliardo di sussidi statali genera fino a 25 nuovi posti di lavoro burocratici. Con la crescente complessità questo numero, poi, aumenta ulteriormente. Di conseguenza la nuova iniziativa governativa sul debito creerà probabilmente tra i 12.000 e i 15.000 posti di lavoro aggiuntivi a tempo pieno nel settore pubblico. Tanti cari saluti alla prospettiva di ridurre la burocrazia.


Lo strato di teflon di Bruxelles

Naturalmente la critica del cancelliere all'eccessiva burocrazia di Bruxelles scivolerà via come su un rivestimento di Teflon. Bruxelles rimane ferma, difendendo il suo programma di regolamentazione eco-socialista e marciando verso un'ulteriore centralizzazione.

L'obiettivo esplicito: concentrare il potere politico nelle mani della Commissione Europea, a qualsiasi costo. L'UE si è intrappolata in un eco-socialismo centralizzato, perdendo la strada verso un'allocazione decentralizzata del potere e dei processi economici guidata dal mercato.

Negli ultimi anni la frenesia normativa di Bruxelles non ha fatto che intensificarsi, seguendo uno schema ben definito. Leggi come il Supply Chain Act esemplificano come la dilagante burocrazia europea permei ogni livello dell'attività economica con forza bruta e sicurezza di sé.

Solo un burocrate potrebbe concepire di costringere le aziende competitive a livello internazionale a documentare meticolosamente e ad allineare tutti i processi con oneri sociali e ambientali definiti politicamente, indipendentemente dalla concorrenza del mercato o dal loro limitato potere di determinazione dei prezzi.

La burocrazia ha assunto una vita propria, spinta dall'espansione del potere centralizzato. Bilanci più consistenti, più sussidi: un apparato di redistribuzione che si autoalimenta, privo di controllo politico e in continua crescita.


Ritmo incessante

Un esempio recente di regolamentazione europea grottesca e ideologicamente distorta riguarda, come prevedibile, la politica energetica. Bruxelles ha elaborato, con un misto di arroganza e distacco dalla realtà, norme che stanno spingendo il mercato europeo del gas verso un auto-blocco geopolitico.

Al centro: i nuovi limiti al metano e la Direttiva sulla Due Diligence e la Sostenibilità Aziendale (CSDDD), approvata a maggio 2024. Ciò che sulla carta sembra protezione del clima, nella pratica destabilizza la fonte energetica più vitale d'Europa. “La legge peggiore e più irresponsabile che abbia mai visto approvare al mondo”, ha dichiarato Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil, all'Energy Intelligence Forum 2025 di Londra.

La norma sul metano imporrà a tutti i produttori, esportatori e importatori che forniscono gas all'Europa di dichiarare le emissioni annuali di metano, anche se i Paesi produttori sono al di fuori dell'UE. Entro il 2030 gli importatori dovranno dimostrare il rispetto di limiti di metano ancora indefiniti, pena pesanti sanzioni. Allo stesso tempo il CSDDD obbliga le aziende a redigere un report completo sulla sostenibilità, anche se la loro esposizione al mercato UE è indiretta.


Niente di nuovo sotto il sole dell'euro

Per gli Stati Uniti, attualmente il principale fornitore di GNL in Europa con una quota di importazioni del 56%, questa grottesca regolamentazione è l'ennesimo attacco nelle attuali tensioni commerciali con l'UE. Gli addetti ai lavori ammettono apertamente che le nuove regole sono praticamente impossibili da rispettare. L'UE potrebbe assistere a un netto calo delle importazioni di GNL quest'anno, in un momento in cui la sicurezza energetica, nel caos delle energie rinnovabili, è diventata una questione strategica di sopravvivenza.

In questo contesto dobbiamo concludere che le critiche del cancelliere all'UE e il suo programma di riduzione della burocrazia non sono altro che cortine fumogene mediatiche. In realtà Friedrich Merz condivide il principio della pianificazione centralizzata e del controllo statale dei processi economici. Merz è, in fondo, un sostenitore della linea di Bruxelles. La sua presunta lotta di potere con Ursula von der Leyen è una messinscena accuratamente coreografata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 10 marzo 2026

La prossima crisi dell'Europa: un crollo dell'approvvigionamento di gas naturale?

Recuperate l'articolo di ieri e quello di venerdì scorso, perché laddove altri brancolano nel buio, essi diradano la confusione imperante e rendono chiaro contro chi è stata mossa guerra dagli USA. La City di Londra è un concetto, non tanto il posto fisico in cui si trova. Si basa su processi ombra che, tramite la finanziarizzazione, permettono una concentrazione di potere e privilegi senza possedere nell'effettivo alcunché. I flussi controllano il mondo, soprattutto quello economico. La demolizione controllata di Londra è il segno distintivo che c'è una volontà ben precisa di spostare queste attività altrove, soprattutto da quando la Brexit ha rappresentato il primo colpo sparato nell'iterazione presente della guerra civile tra inglesi e americani. Pechino era la prima scelta, ma Xi ha resistito agli assalti finanziari e, tenendo chiusi i mercati dei capitali, s'è pappato quelli che erano stati spostati. La scelta poi è ricaduta su Dubai. Ritenuto lo scalo di chi parcheggiava soldi per “evadere le tasse” o metterli in “cassaforte” in una giurisdizione attraente, l'incertezza della guerra sta facendo cambiare idea a chi era stato polarizzato nel credere che in futuro sarebbe stata trasformata in una zona a statuto speciale. Oltre le pacificazioni in tutto il Medio Oriente ottenute da Trump e la bonifica delle influenze inglesi/francesi nella regione, uno dei sottoprodotti benvenuti dell'operazione americana in Iran è quella di chiudere le porte al “trasloco” della City altrove. Ma l'amministrazione Trump non si è limitata a questo, perché dopo l'avvio del drenaggio dei metalli preziosi dalla LBMA adesso sta passando alla materia prima più finanziarizzata al mondo: il Brent. Il divario tra quest'ultimo e il WTI non è un caso e vi racconta una storia. Ovvero quella di un contratto puramente sintetico che non prevede consegna del sottostante ed è la base del castello della finanziarizzazione che vi ha costruito sopra la City di Londra. Da qui ha espanso esponenzialmente la sua capacità di manipolazione dei mercati, inglobando il resto degli hard asset, e per estensione la sua capacità di tirare su capitali con cui manipolare elezioni, linee di politica nazionali, ecc. L'exploit dei metalli preziosi era solo l'inizio del processo di smantellamento targato Bessent-Trump-Powell di questa impalcatura che ha reso la City di Londra una piovra implacabile. L'obiettivo finale è sempre stato il Brent, dato che il petrolio è quell'asset su cui si basa attualmente tutta la società civile odierna. E se davvero questo scontro fosse risultato in una sconfitta per Trump allora avremmo visto una storia diversa raccontata dai mercati dei capitali. Infatti non c'è altro parametro tanto affidabile quanto i mercati dei capitali per capire come sta davvero andando il conflitto in Iran. Se fossero gli USA ad avere davvero la peggio, allora il differenziale tra i decennali inglesi e quelli americani si sarebbe assottigliato. Invece si sta ampliando a favore dei titoli di stato americani. E poi c'è l'UE, che oltre a vedersi strangolata dai costi energetici in aumento, viene strangolata anche dai costi finanziari: prima alcuni istituti di credito svizzeri, poi quelli lussemburghesi, poi le società di mutui inglesi e adesso il private equity. Scott Bessent, veterano di strategie finanziarie sin dai primi anni '90, sta facendo emergere criticità in tutti quei player che in precedenza avevano un canale diretto con la FED per linee di liquidità privilegiate e che le sfruttavano per svuotare la nazione. Adesso devono elemosinarle, grazie al prosciugamento del mercato degli eurodollari a opera di Powell. Non tutte le mosse dell'amministrazione Trump saranno piacevoli, dato che avranno poi come risultato anche l'aiuto di “cattivi”. Ma ecco il segreto: non esistono buoni o cattivi. Esistono solo percorsi peggiori o migliori; accordi volontari o accordi forzati. Dopo la sentenza della Corte Suprema americana sui dazi, è partita la controffensiva dell'amministrazione Trump e, nonostante il rischio elevato che comportava questa scelta, i risultati sono incoraggianti.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-prossima-crisi-delleuropa-un-crollo)

L'Unione Europea ha avuto anni per prepararsi a una crisi energetica dopo lo shock del 2022. Grazie a un inverno mite e all'abbondante fornitura dagli Stati Uniti, la crisi europea del gas è stata significativamente meno grave del previsto. Il continente, quindi, ha evitato blackout e un collasso economico grazie alla combinazione di condizioni meteorologiche favorevoli e di un eccesso di capacità produttiva negli Stati Uniti.

Invece di riconoscere il fattore fortuna, l'Unione Europea ha continuato a non fare nulla di serio per la sicurezza dell'approvvigionamento, mentre alcuni Paesi hanno mantenuto la chiusura delle centrali nucleari, il che li ha resi vulnerabili a future carenze energetiche. Invece di elaborare un piano per eliminare i divieti sullo sviluppo delle risorse, le chiusure delle centrali nucleari e i limiti agli investimenti, l'Unione Europea ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia, aspettandosi che non accadesse nulla.

L'Europa sta camminando verso il precipizio di un'altra crisi energetica, la quale potrebbe essere peggiore di quella del 2022. La guerra in Medio Oriente, una nuova crisi diplomatica tra Spagna e Stati Uniti, il conflitto in corso contro l'Algeria e la dipendenza irrisolta dall'approvvigionamento di gas russo hanno contribuito a far salire alle stelle i prezzi del petrolio e del gas, rappresentando una minaccia per la già fragile economia europea.

L'escalation della guerra con l'Iran ha influito negativamente sulla maggior parte del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo i dati di tracciamento delle navi, il traffico marittimo giornaliero attraverso lo Stretto è sceso da 138 a 20 unità. Kuwait e Qatar hanno dichiarato forza maggiore, il che significa che tutti i contratti esistenti possono essere rivisti in termini di quantità e prezzo, mentre Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno ridotto la produzione di greggio a causa delle minacce dell'Iran.

Il Brent ha già superato i $90, con un aumento del 21% in una sola settimana, il maggiore incremento settimanale degli ultimi cinque anni. I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono saliti a $4 al gallone, ancora inferiori però alla media del periodo 2021-2023. Per l'Europa il quadro del gas naturale è ancora più allarmante.

Il benchmark olandese del gas naturale TTF è aumentato del 50% in una settimana, il salto più in alto sin dall'estate 2023. Il contratto TTF di aprile 2026 ha raggiunto i 58,42 dollari/MWh, in rialzo rispetto ai 37 dollari/MWh di appena una settimana prima. La volatilità implicita nei future TTF si è quadruplicata da gennaio.

Il Qatar, il secondo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), ha interrotto la produzione di Ras Laffan, il più grande impianto di liquefazione al mondo e ha emesso avvisi di forza maggiore. Qatar ed Emirati Arabi Uniti forniscono oltre il 20% della fornitura globale di GNL e sono ora offline. Secondo Kpler un approccio realistico all'approvvigionamento alternativo da tutte le possibili fonti ammonta a meno di 2 milioni di tonnellate al mese, a fronte di una perdita mensile di 5,8 milioni di tonnellate.

L'Europa non era preparata a questa interruzione e ha fatto ben poco per garantire l'approvvigionamento a lungo termine. Ricorrere alla forza maggiore consente ai fornitori di gestire i contratti nel modo più efficiente, tenendo conto dei rischi, il che è fondamentale nell'attuale contesto di carenza di approvvigionamento e di necessità di flessibilità nella gestione dei contratti.

La Cina ha posto la sicurezza dell'approvvigionamento come priorità. Le navi adibite al trasporto di GNL originariamente dirette in Europa vengono dirottate verso l'Asia. Perché? Ciò è dovuto al fatto che i premi spot asiatici stanno ora superando i prezzi europei, indicando il segnale di arbitraggio più forte sin dal 2022, come riportato dalla Reuters. Tre navi che trasportavano GNL statunitense e nigeriano sono state dirottate verso l'Asia solo questa settimana. L'Europa sta subendo una perdita nella guerra globale delle offerte per le petroliere.

Allo stesso tempo l'esaurimento dei siti europei di stoccaggio del gas ha raggiunto i livelli più bassi degli ultimi anni. L'Europa necessita di un afflusso significativo di merci in primavera e in estate per rifornire gli stoccaggi anche dopo la fine della stagione del riscaldamento, il 31 marzo. La costruzione di nuovi depositi sarà più difficile e significativamente più costosa a causa della crescente concorrenza per il gas naturale liquefatto (GNL) e delle potenziali interruzioni nella catena di approvvigionamento, aggravate dalle tensioni geopolitiche.

Il deterioramento delle relazioni diplomatiche della Spagna con gli Stati Uniti aggiunge un'ulteriore dimensione pericolosa. Il cambio di politica estera del governo Sánchez, guidato da una retorica provocatoria, dall'allineamento con posizioni ostili agli interessi statunitensi e dalle tensioni sulla cooperazione in materia di difesa, ha isolato Madrid diplomaticamente proprio nel momento sbagliato.

I maggiori fornitori spagnoli di gas naturale liquefatto sono l'Algeria e gli Stati Uniti: il governo Sánchez ha creato incidenti diplomatici con entrambi i Paesi. I sei terminali di rigassificazione spagnoli sono essenziali per la logistica europea del GNL, ma solo se i carichi arrivano. In un mercato con forniture limitate in cui gli Stati Uniti sono il maggiore esportatore mondiale di GNL, una crisi diplomatica con Washington non è solo un problema politico; rappresenta un rischio per l'approvvigionamento energetico. I produttori e i commercianti di GNL statunitensi potrebbero decidere di dirottare i carichi, e i segnali politici contano, soprattutto se le tensioni aumentano e incidono sugli accordi commerciali o sulle rotte marittime.

Anche le scarse relazioni diplomatiche tra Spagna e Algeria sulla questione del Sahara Occidentale sono state una delle cause principali della riduzione dei volumi di gas algerino in Spagna.

Il rischio di un ulteriore taglio delle forniture di gas russo aumenta ulteriormente. Sebbene l'Europa abbia ridotto la dipendenza dal gasdotto russo dal 2022, dal 40% al 15%, continuano a esserci flussi significativi, principalmente attraverso TurkStream verso l'Europa meridionale e sudorientale. Gli acquisti europei di gas russo hanno raggiunto oltre 40 miliardi di metri cubi e un valore di €15 miliardi nel 2025. Nonostante l'annuncio di un'eliminazione graduale nel 2027, l'UE importa ancora ingenti volumi di GNL (gas naturale liquefatto) dalla Russia, destinati in particolare a Spagna, Francia e Belgio, rendendo la Russia il secondo fornitore nel terzo trimestre del 2025, con una quota del 12,7%.

La Spagna, quinto importatore, ha acquistato €114 milioni di GNL russo a gennaio. Le importazioni francesi di GNL dalla Russia hanno registrato un massiccio aumento del 57% su base mensile, mentre i volumi totali delle importazioni hanno registrato un aumento molto più modesto del 15%, secondo il CREA.

Un blocco totale delle forniture in Russia, sommato alle difficoltà in Medio Oriente e alla probabile riduzione dei volumi negli Stati Uniti, spingerebbe l'Europa in una crisi energetica senza precedenti, che comporterebbe persino il razionamento. La recessione industriale della Germania, già al terzo anno consecutivo, si aggraverebbe; Spagna, Italia e le economie dell'Europa centrale si troverebbero ad affrontare un'inflazione a due cifre dei costi energetici e un crollo verticale della produzione industriale e dei consumi interni.

Le valutazioni dell'AIE hanno ripetutamente messo in guardia contro la tensione sui mercati del gas in caso di interruzioni dell'approvvigionamento. Nessuno a Bruxelles ha ascoltato e adesso se ne pagano le conseguenze.

La classe politica europea ha trascorso tre anni a congratularsi con sé stessa per essere sopravvissuta alla crisi energetica del 2022. Tuttavia ha raggiunto questa sopravvivenza distruggendo la domanda, smantellando le industrie, limitando i consumi e pagando prezzi significativamente più alti. Le vulnerabilità del settore energetico europeo non sono mai state affrontate. Nel frattempo la produzione interna è diminuita, la capacità nucleare è stata ridotta e la dipendenza è aumentata, mentre la burocrazia ha reso ancora più difficile investire nella sicurezza energetica, portando a una situazione precaria in cui l'Europa è ora vulnerabile a shock esterni e interruzioni dell'approvvigionamento.

Ora, con il petrolio che si avvicina ai $90-100 al barile, i prezzi del gas che raddoppiano in una settimana, lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso, il GNL del Qatar fuori servizio e alcuni Paesi impegnati in dispute diplomatiche con il loro più importante alleato fornitore di energia, l'Europa si trova ad affrontare le conseguenze della propria indifferenza.

La crisi energetica europea è una minaccia evidente. I leader europei devono ascoltare gli esperti del settore e rispondere con logica, non ideologicamente, riconoscendo il rischio di crisi. Purtroppo molti di loro vivono nella confortante illusione che qualcun altro risolverà il problema, mentre altri, come lo spagnolo Sanchez, preferiscono la crisi, aspettandosi che qualche elusivo vantaggio politico possa distogliere l'attenzione dagli scandali di corruzione che lo affliggono, il che in ultima analisi ostacola un'azione efficace e prolunga la risoluzione della crisi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 9 marzo 2026

Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #1)

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese)

Oggi, mentre gli aerei da guerra americani colpiscono obiettivi in tutto l'Iran e i suoi alleati reagiscono contro Israele e gli stati del Golfo, i cicli di notizie mondiali si sono accesi con una narrazione familiare. Le esplosioni riecheggiano a Teheran, il fumo si alza sopra il complesso del leader supremo iraniano, i voli sono sospesi all'aeroporto internazionale di Dubai — il più trafficato al mondo. I commentatori sulla stampa ricorrono ai soliti copioni: escalation in Medio Oriente, un nuovo fronte nella guerra per procura tra Stati Uniti e Iran, l'ennesimo punto critico in un secolo caratterizzato dalla competizione tra grandi potenze.

Il presidente Donald Trump descrive la campagna come “imponente e continua”, avvertendo che potrebbero esserci perdite di vite americane e invitando gli iraniani a “prendere il controllo del vostro governo”. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, dichiara che l’obiettivo è rimuovere completamente dal potere il regime della Repubblica islamica. Il senatore Tim Kaine, in feroce opposizione, denuncia l'attacco come “pericoloso, inutile e idiota”. Il presidente finlandese, Alexander Stubb, osserva che gli Stati Uniti stanno ora operando “in gran parte al di fuori del diritto internazionale”.

Tutto questo spettacolo — i titoli dei giornali, il teatro politico, l'analisi mozzafiato — rappresenta una catastrofica interpretazione errata del nostro momento.

Gli attacchi contro l'Iran non riguardano principalmente Teheran, né il Medio Oriente, e nemmeno l'apparente competizione tra grandi potenze con Russia o Cina. Sono, invece, il teatro più recente e rivelatore di una guerra che infuria da 400 anni — una guerra tra i popoli anglofoni, ormai nella sua fase finale e decisiva.

Questo saggio sostiene che il conflitto contro l'Iran è un sintomo, non una causa. È un palcoscenico in cui le fazioni in guerra dell'élite anglo-americana combattono la propria battaglia interna, usando il suolo e le vite mediorientali come pedine di una lotta la cui vera posta in gioco risiede a Londra, Washington e in quel che resta di un impero globale. Per capire perché oggi le bombe cadono su Teheran, dobbiamo prima comprendere una storia più profonda: la guerra civile inglese durata 400 anni che sta entrando nella fase di crisi finale, con l'Iran come teatro più recente.


Parte prima: La grande diagnosi errata — Perché “l'Iran” è un sintomo, non la causa

Le spiegazioni superficiali degli attacchi odierni sono abbastanza semplici. Gli Stati Uniti e Israele citano le ambizioni nucleari dell'Iran, il suo sostegno alle milizie per procura in tutta la regione, le sue minacce alla navigazione nello Stretto di Hormuz e la sua decennale campagna di destabilizzazione regionale. Solo tre giorni prima degli attacchi, funzionari statunitensi e iraniani si erano incontrati a Ginevra per un terzo round di colloqui indiretti, mediati dall'Oman, considerati “cruciali per scongiurare il conflitto”. Quei colloqui hanno ovviamente fallito nel loro intento... oppure no? I colloqui sono stati un successo invece, solo le fazioni controllate dalla City di Londra all’interno dell’Iran e della regione hanno rifiutato di onorare i risultati concordati dei colloqui. Proprio il motivo per cui adesso i missili volano.

Queste sono cause prossime, non ultime. La domanda non è semplicemente “Perché gli Stati Uniti stanno attaccando l’Iran?” ma “Perché ora, in questa specifica configurazione, e a quale funzione serve questo conflitto interno tra le fazioni dell'élite anglo-americana?”

Teniamo a mente il momento particolare. Gli Stati Uniti hanno trascorso mesi a costruire quella che lo stesso Trump ha descritto come una “armata” nella regione — due portaerei, migliaia di soldati, aerei da combattimento e aerei da rifornimento — il più grande rafforzamento militare americano in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Ma allo stesso tempo Washington era impegnata in negoziati diretti e indiretti con Teheran. Questo non è il comportamento di un singolo stato-nazione con una politica estera coerente e unificata; è il comportamento di un impero con due capitali, due fazioni e due programmi concorrenti.

Tenete anche a mente la risposta delle potenze non occidentali. Il diplomatico russo, Mikhail Ulyanov, avverte che “la nuova aggressione di Israele e degli Stati Uniti contro l'Iran è irta di pericoli di significativo deterioramento”. La Cina mantiene un'attenta neutralità. Nessuna delle due potenze si sta affrettando a difendere militarmente l'Iran. Non si comportano come alleati di un obiettivo primario, si comportano come spettatori che capiscono che la vera lotta è altrove — osservatori di un dramma intra-inglese, forse addirittura fornendo informazioni a una delle capitali della civiltà inglese per accelerarne la risoluzione. Combattere all'interno della propria capitale e tra le due capitali: pensate a Roma e Costantinopoli nel III e IV secolo.

Questi sono i tratti distintivi di ciò che dobbiamo imparare a riconoscere: Guerra civile inglese 3.0. Le rivalità visibili della geopolitica non sono l'evento principale, sono la cortina fumogena dietro la quale una lotta durata 400 anni tra le élite di lingua inglese raggiunge la sua fase finale e culminante. L’inizio del prossimo ciclo che durerà altri 400 anni inizierà una volta conclusa l’attuale fase di crisi, nel prossimo decennio.


Parte seconda: Le doppie capitali dell'Impero — L'Iran come campo di battaglia delle reti “nascoste”

Per capire come un conflitto nel Golfo Persico sia diventato un teatro della guerra civile inglese, dobbiamo prima comprendere la peculiare struttura di potere emersa dopo la Seconda guerra mondiale. L'Impero britannico — il più grande della storia umana, che un tempo controllava un quarto del territorio e della popolazione mondiale — non si dissolse quando le sue colonie ottennero l'indipendenza. Si trasformò. Si è evoluto in un sistema a doppia capitale con Londra e Washington come centri gemelli di influenza, mantenendo una portata globale attraverso reti finanziarie (la City di Londra, Wall Street), alleanze di intelligence (i Five Eyes), influenza diplomatica e la proiezione permanente del potere militare.

Questa struttura post-imperiale ospita oggi il conflitto. Londra e Washington non sono semplicemente capitali di stati alleati; sono il quartier generale di due fazioni concorrenti all'interno della stessa civiltà anglofona. E i resti delle vecchie reti imperiali — quelle che conosciamo come “asset di riserva” nella finanza, nell'intelligence, nelle forze di sicurezza e nella politica— fungono da legamenti attraverso i quali viene combattuta questa lunga guerra.

L’Iran occupa una posizione particolarmente carica all’interno di questa rete. Non è esterno alla sfera di influenza del mondo anglofono; è profondamente intrecciato. La storia dell'Iran moderno È la storia della competizione e della cooperazione delle élite anglo-americane, risalente all'inizio del XX secolo e alla scoperta del petrolio.

Il peccato originale: 1953. L'operazione segreta che rovesciò il primo ministro iraniano democraticamente eletto, Mohammad Mossadegh — nome in codice Operazione Ajax — non fu solo un progetto americano. Si trattava di un'impresa congiunta CIA-MI6, nata nelle viscere dell'ambasciata americana a Teheran, guidata dalla furia britannica per la nazionalizzazione da parte di Mossadegh della Anglo-Iranian Oil Company (l'antenato aziendale dell'odierna BP). I documenti declassificati della CIA ammettono che l'agenzia “ha avuto un ruolo” nelle manifestazioni che hanno inondato le strade di Teheran. L'MI6 è stato meno disponibile, ma “è ampiamente riconosciuto che erano coinvolti agenti britannici”.

L'offesa di Mossadegh non è stata la tirannia o la repressione, ma l'audacia di affermare la sovranità sulle risorse proprie dell'Iran — di insistere sul fatto che la ricchezza sepolta nei giacimenti petroliferi iraniani avrebbe dovuto avvantaggiare gli iraniani, non gli azionisti britannici. Come ha affermato uno storico, il colpo di stato fu “un ricatto mafioso” presentato allo Scià: stai con noi, o uno dei tuoi fratelli ti sostituirà. Arrivò lo Scià, Mossadegh cadde e il fragile esperimento democratico dell'Iran venne spento. Questa lotta risale a quasi mezzo secolo prima della firma dell'accordo Sykes-Picot, della formazione dell'APOC, del controllo di oltre il 51% del petrolio iraniano da parte della Gran Bretagna e successivamente dell'AIOC, e di tutto il resto fino ad oggi.

Le conseguenze di tutto ciò si sono propagate nel corso dei decenni. Il colpo di stato smantellò le istituzioni democratiche dell'Iran e insediò un monarca il cui governo era autoritario, corrotto e brutalmente repressivo — ma allineato agli interessi strategici ed economici occidentali. I motori industriali degli Stati Uniti e della Gran Bretagna dipendevano dall’accesso ininterrotto all’energia a basso costo e non sarebbe stata tollerata alcuna sfida a tale domanda. Da quel momento, come osserva un esperto, “la gente ha detto che se hai libertà e queste aperture, [ovvero un] sistema parlamentare, è facile per gli stranieri usare il sistema per rovesciare i governi”.  Il “vuoto di legittimità” lasciato dal colpo di stato sarebbe stato infine colmato dalla rivoluzione e dal governo clericale, o almeno questa è la tesi che va per la maggiore. L’Iran è sempre stato insediato, proprio come il Venezuela nell’emisfero occidentale, in quanto forza destabilizzante autofinanziata (petrolio e minerali) e posseduta/controllata dalla City di Londra.

La rivoluzione del 1979: da stato cliente a nemico numero uno. Quando lo Scià cadde e l’Ayatollah Khomeini ascese, l’Iran cessò di essere uno stato-cliente occidentale e divenne, da un giorno all’altro, un nemico. La sua offesa non era il suo programma nucleare — che, ironicamente, era iniziato sotto lo Scià con l'incoraggiamento americano e la cooperazione di “Atomi per la Pace”. La sua offesa era la sovranità stessa. La rivoluzione iraniana ha dimostrato che una nazione può liberarsi dall'orbita anglo-americana e sopravvivere. Questa era, agli occhi dell'Occidente, un'intollerabile “ingratitudine” nei confronti dell'egemonia americana... o almeno così racconta la storia.

Da quel momento in poi l'esistenza stessa dell'Iran divenne un problema da risolvere. Gli strumenti dell'Occidente sono stati implacabili: sostegno a Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq (compresi intelligence, armi e copertura diplomatica nonostante l'uso di armi chimiche da parte dell'Iraq); sanzioni progettate per rendere la vita quotidiana insopportabile per la popolazione iraniana; sabotaggi e omicidi contro scienziati iraniani; attacchi al programma nucleare civile iraniano. Tutto ciò per creare uno stato paria, o l'illusione di uno, allo scopo di sostenere forze terroristiche e altre forze destabilizzanti in Medio Oriente. Tutto ciò per costringere gli stati produttori di petrolio a spendere l’ottanta per cento o più delle loro entrate petrolifere non per lo sviluppo economico e sociale, ma per la difesa e la repressione interna necessarie per proteggersi dal terrorismo e dall’insurrezione in tutta la regione finanziati dalla City di Londra.

Questo ci porta al momento presente. Le fazioni all'interno della politica estera, dell'intelligence e degli istituti finanziari degli Stati Uniti e del Regno Unito che hanno interessi divergenti in Iran non sono semplicemente lobby “pro-Israele” contro lobby “pro-distensione”. Sono i resti delle vecchie reti imperiali— diverse “mani” dello stesso organismo di lingua inglese, ora in lotta per il predominio. Gli attacchi di oggi sono una mossa in quel gioco interno: una fazione a Washington che usa l'azione militare per affermare il controllo, eliminare le risorse delle reti rivali nella regione, o forzare un riallineamento che serva i suoi interessi. Tutte sono mosse all'interno di questa terza guerra civile inglese. Una battaglia per il dominio tra Londra e Washington con i persiani e tutti i popoli del Medio Oriente come pedine in quella che alcuni anni fa è passata dall'essere una competizione tra grandi potenze a conflitto tra grandi potenze. Solo non tra Russia, Cina e Stati Uniti, ma tra Stati Uniti e Regno Unito.


Parte terza: Il ciclo del conflitto — Dai dibattiti di Putney al Golfo Persico

Se questa sembra un’affermazione stravagante — secondo cui un conflitto del 21° secolo in Medio Oriente è l’ultima iterazione di una secolare disputa inglese — dobbiamo tracciare la genealogia di questa lotta. I fili che collegano i dibattiti di Putney del 1647 al bombardamento di Teheran del 2026 non sono metaforici. Sono istituzionali, ideologici e profondamente codificati nel DNA del mondo anglofono, da quando noi inglesi siamo stati occupati da un colpo di stato incruento nel 1688.

Guerra civile inglese 1.0 (1642–1651): La Genesi. La prima guerra civile inglese non fu semplicemente una disputa dinastica tra Corona e Parlamento. Fu un dibattito sul luogo del potere, sulla natura della ricchezza legittima e sul rapporto tra governanti e governati. I parlamentari (Teste Rotonde) che combatterono i realisti (Cavalieri) non erano un blocco unificato; contenevano elementi radicali — i Livellatori, i Digger — i quali sostenevano la libertà, la libertà di parola, la libertà religiosa e il consenso dei governati. Ai dibattiti di Putney, il colonnello Thomas Rainborough dichiarò che “il più povero che ci sia in Inghilterra ha una vita da vivere migliore di chi è al di fuori della nazione”. Non si trattava solo di un fraintendimento costituzionale; si trattava di una rivolta protodemocratica contro il radicato potere delle élite.

Sebbene la monarchia fosse stata restaurata nel 1660, queste idee non morirono. Attraversarono l'Atlantico con i coloni puritani legati alla causa parlamentare, plasmando un'identità americana intrinsecamente diffidente nei confronti del governo assoluto e dell'autorità concentrata. Di nuovo, come ci racconta la storia. Sotto tutto questo c'era il riconoscimento che la prima guerra civile inglese era stata finanziata e sostenuta dalle potenze dell'Europa continentale che, dopo la morte di Cromwell, avevano preso il pieno controllo della Corona inglese e poi di tutti i popoli di lingua inglese. Una realtà che avrebbe dato inizio alla seconda guerra civile inglese.

Guerra civile inglese 2.0 (1775–1783): la rivoluzione americana. La Rivoluzione americana è tradizionalmente insegnata  a scuola come una ribellione coloniale contro l'eccesso di potere imperiale —una lotta basata sullo slogan “no tassazione senza rappresentanza”. Ma questa spiegazione è carente. I coloni che guidarono la ribellione non erano i diseredati; erano l'élite coloniale — nobiltà terriera, industriali emergenti, mercanti le cui ambizioni commerciali erano limitate dal sistema mercantilista di Londra. Per non parlare della nobiltà in Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles, la quale possedeva vasti appezzamenti di terra e tenute, ed era fortemente contraria alla Corona conquistata e sosteneva i coloni e i loro sforzi per l'indipendenza.

Il loro litigio non riguardava la civiltà inglese o le istituzioni inglesi, ma la specifica configurazione di potere emersa dalla gloriosa rivoluzione del 1688 — una rivoluzione che, come approfondiremo nel prossimo saggio, aveva di fatto conquistato la Corona inglese a nome di interessi finanziari continentali. L'enfasi posta dalla Dichiarazione d'Indipendenza sui governi che traggono i loro giusti poteri dal consenso dei governati fa eco alle tesi di Rainborough a Putney. La Rivoluzione fu, nella formulazione di Kevin Phillips nel libro The Cousins' War, un'estensione transatlantica dello stesso dibattito: radicali, puritani e imprenditori contro conservatori, anglicani dell'Alta Chiesa, aristocratici terrieri che rubano i beni comuni e, soprattutto, contro una Corona tenuta in ostaggio.

Guerra civile inglese 2.5 (1861–1865): la guerra civile americana. Questo schema persistette anche durante la guerra civile americana, quando le divisioni sulla schiavitù e sui diritti degli stati riflettevano tensioni irrisolte derivanti da conflitti precedenti. Il Nord industriale e il Sud agrario rappresentavano non solo economie diverse, ma diverse visioni di sovranità, lavoro e rapporto tra autorità centrale e potere locale — tutti echi dei dibattiti inglesi del XVII secolo. E ogni dibattito inglese risale alla fondazione dell'Inghilterra più di mille anni fa. La vittoria dell'Unione consolidò il polo americano del potere anglofono e risolse (anche se in modo imperfetto) alcune contraddizioni interne della repubblica, lasciandone altre a inasprirsi.

Il filo conduttore dell'Iran. Ognuna di queste fasi ha creato vincitori e vinti, esuli e reti rimaste nascoste. Alcune di queste reti, nel corso dei secoli, hanno trovato posto nelle istituzioni — agenzie di intelligence, compagnie petrolifere, banche, studi legali, università — che in seguito avrebbero gestito i rapporti dell'Occidente con il Medio Oriente. Gli uomini che pianificarono l'Operazione Ajax nel 1953 erano gli eredi istituzionali dei parlamentari che avevano combattuto per il potere commerciale e finanziario contro l'aristocrazia terriera. Le fazioni che oggi dibattono sulla politica iraniana a Washington sono gli eredi di questi antichi scismi, la cui inimicizia è codificata in un DNA istituzionale che precede di secoli la Repubblica islamica. Anche se nemmeno la formazione dell'Inghilterra è antecedente ai persiani, una cosa che deve essere ricordata e riconosciuta.

Ecco perché il conflitto con l'Iran appare così intrattabile e così resistente alla soluzione diplomatica. Non si tratta semplicemente di una disputa tra nazioni; è una guerra per procura tra due ali della stessa famiglia imperiale, ciascuna delle quali usa Teheran come pezzo degli scacchi in una partita la cui mossa finale in questi 400 anni di guerra civile inglese sarà fatta a Londra o Washington. Nella nostra vita.


Parte quarta: L'ultimo secolo — L'Iran come crogiolo della crisi

La teoria generazionale di Strauss-Howe, articolata per la prima volta nel libro Generations (1991) e ampliato in The Fourth Turning (1997), fornisce un quadro per comprendere perché questo momento —dagli anni 2020 agli anni 2030 — rappresenta la fase di crisi finale di un ciclo di 400 anni. La teoria descrive uno schema ricorrente nella storia anglo-americana: ogni “saeculum” (circa 80-100 anni, la durata di una vita umana circa) contiene quattro “svolte” — Salita, Risveglio, Disfacimento e Crisi.

Durante la svolta della crisi, la società si trova ad affrontare una minaccia esistenziale che galvanizza l’azione collettiva e alla fine distrugge un vecchio ordine creandone uno nuovo. La Rivoluzione americana, la Guerra civile e la Grande depressione/Seconda guerra mondiale furono precedenti svolte della crisi. Secondo questa teoria ci troviamo ora nella transizione dal Disfacimento alla Crisi, con una risoluzione decisiva prevista intorno al 2033. Tuttavia, man mano che le cose si evolvono, sembra sempre più che questa tendenza verrà posticipata alla fine del prossimo decennio.

Ciò che la teoria non enfatizza — ma che il nostro quadro rende esplicito — è che quando una crisi proviene dalla civiltà stessa, piuttosto che da un nemico esterno, assume la forma di una guerra civile. Come osserva un analista, quando due fazioni polarizzate nella fase di Disfacimento decidono che “loro e solo loro sono la via da seguire”, il risultato è “una guerra dall'interno”. La fazione che faceva parte del consenso durante la precedente Salita — “fermamente contraria ai tumulti del Risveglio e del Disfacimento, determinata a mantenere il proprio potere e i propri privilegi, e a rafforzare sempre di più la propria posizione nel tempo” — si ritrova ora intrappolata in una lotta per la sopravvivenza con il suo rivale interno.

Questa è esattamente la dinamica che si sta verificando nel conflitto contro l'Iran e altrove, compresa l'Ucraina. Gli attacchi di oggi non sono un incidente isolato, ma una svolta importante nella battaglia finale. La fazione che lancia questi attacchi non cerca semplicemente di contenere gli elementi controllati dalle fazioni rivali all’interno dell’Iran e della regione, ma di utilizzare questo conflitto esterno per consolidare il potere, screditare le reti interne rivali ed “epurare” i beni infiltrati in preparazione alla risoluzione finale.

Prendiamo in considerazione le reazioni all'interno dell'élite politica americana. I leader del Congresso della “Banda degli Otto” sono stati informati prima degli attacchi, ma “non hanno ricevuto un resoconto completo della giustificazione legale”. La furiosa denuncia del senatore Kaine — “pericolosa, inutile e idiota” — e la sua richiesta di un voto immediato sulla risoluzione dei poteri di guerra rivelano un profondo scisma. Questo non è il fronte unito di una nazione che si trova ad affrontare un nemico esterno; è la risposta frammentata di un sistema politico in guerra con sé stesso. Le fazioni di ciascun centro di potere imperiale dello stesso impero, con la capitale dell'altro, si contendono la supremazia.

Prendiamo in considerazione anche il ruolo di Mar-a-Lago. Trump ha supervisionato l'operazione dalla sua tenuta in Florida, utilizzando una stanza sicura per monitorare l'attacco — lo stesso luogo in cui ha autorizzato l'attacco a Soleimani nel 2020, gli attacchi in Siria nel 2017 e le operazioni più recenti contro gli Houthi e in Venezuela. Questo non è il Gabinetto di Guerra di una repubblica unificata; è il centro di comando di una fazione, la quale opera da un complesso privato, utilizzando il potere statale come strumento di volontà di fazione. Quando il vostro capitale è infiltrato e in gran parte posseduto e controllato dal capitale dei vostri concorrenti, è esattamente il modo in cui bisogna comportarsi in una guerra civile imperiale.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Il risultato binario che i teorici hanno previsto da tempo si presenta ora in forma concreta. La fazione che prevarrà in questa lotta — forgiata in conflitti come quello contro l'Iran — sarà quella che potrà liberare la civiltà inglese da quattro secoli di dominio da parte di un'élite finanziaria transnazionale? Oppure la vittoria dell'altra fazione significherà il consolidamento di quel dominio, portando a un decadimento irreversibile o addirittura alla distruzione totale?

In termini storici: Washington D. C. diventerà una nuova Costantinopoli — preservare il nucleo della civiltà inglese eliminando al contempo le influenze corruttrici, proprio come l'Impero romano d'Oriente conservò la civiltà classica per un altro millennio dopo la caduta di Roma? Oppure diventerà un nuova Roma — consumata dal marciume interno del dominio pretoriano, con le sue legioni che combattono infinite guerre all'estero per distrarsi da un nucleo svuotato finché non rimane altro che ripetuti saccheggi?

Il conflitto contro l'Iran è un microcosmo di questa scelta. Gli Stati Uniti agiscono lì come uno stato sovrano a rappresentare una civiltà produttiva con legittimi interessi di sicurezza? O come una Guardia pretoriana per un'élite finanziaria transnazionale il cui potere dipende da conflitti perpetui e dall'estrazione di ricchezza dall'economia produttiva?


Conclusione: vedere attraverso il fumo su Teheran

Il fumo che sale dagli attacchi contro l'Iran oscura tanto quanto rivela. Per l'osservatore occasionale si tratta semplicemente dell'ennesimo capitolo della lunga e tragica storia del conflitto in Medio Oriente. Per l'attento studioso dell'impero, si tratta di qualcosa di molto più significativo: un sintomo visibile di una guerra civile inglese durata 400 anni, la quale sta entrando nella sua fase finale e decisiva.

Questa riformulazione comporta profonde implicazioni. Se la mia analisi è corretta, allora rispondere all’Iran come avversario statale convenzionale è un errore di categoria. Il vero compito è capire quale fazione dell'élite anglo-americana sta usando questo conflitto come strumento e chiedersi se la vittoria di quella fazione serva alla salute a lungo termine della nostra civiltà inglese o al suo decadimento.

Le implicazioni politiche sono altrettanto profonde. Invece di intensificare le rivalità contro Russia e Cina — che, in questo quadro, non sono avversari primari ma spettatori interessati — l’attenzione dovrebbe spostarsi su un audit interno: identificare e smantellare le reti “rimaste nascoste” che perpetuano il controllo delle élite; ripristinare il controllo sovrano sulle istituzioni finanziarie, di intelligence e militari; costruire alleanze trasparenti basate sull’interesse reciproco piuttosto che sull’obbligo imperiale nei confronti di quella che è una capitale nemica all’interno del nostro impero anglofono.

Ma per comprendere le fazioni di questa guerra finale — per sapere quale “tipo” di élite c'è dietro gli attacchi di oggi e chi si oppone a essa — dobbiamo tornare al momento che le ha create. Dobbiamo tornare al 1688, a una rivoluzione “gloriosa” che fu, in verità, la prima presa ostile di uno stato anglofono da parte di un nuovo tipo di potenza: la Finanza. 

Questo è l'evento di genesi che esploreremo nel prossimo saggio.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Bibliografia

• Phillips, Kevin. The Cousins’ Wars: Religion, Politics, and the Triumph of Anglo-America. New York: Basic Books, 1999.

• Strauss, William, and Neil Howe. The Fourth Turning: An American Prophecy. New York: Broadway Books, 1997.

• Howe, Neil. The Fourth Turning Is Here: What the Seasons of History Tell Us About How and When This Crisis Will End. Oakland: LifeCourse Books, 2023.

• Turchin, Peter. Historical Dynamics: Why States Rise and Fall. Princeton: Princeton University Press, 2003.

• Ferguson, Niall. Empire: The Rise and Demise of the British World Order and the Lessons for Global Power. New York: Basic Books, 2003.

• Fisk, Harvey Edward. English Public Finance, From The Revolution Of 1688: With Chapters On The Bank Of England. New York: Bankers Trust Company, 1920.

• Hamilton, Val. Pirates, Punters, and Politicians: How the Bank of England Was Founded. London: Chronos Books, 2025

• Quigley, Carroll. The Anglo-American Establishment: From Rhodes to Cliveden. New York: Books in Focus, 1981.

• Quigley, Carroll. Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time. New York: Macmillan, 1966.

• CIA National Intelligence Estimate. “Factors Involved in the Overthrow of Mossadeq.” Declassified document, 1954.

• Abrahamian, Ervand. “The Coup: 1953, the CIA, and the Roots of Modern U.S.-Iranian Relations.” New York: The New Press, 2013.

• Putney Debates (1647). The Clarke Papers. Edited by C.H. Firth. London: Camden Society, 1891.

• Declaration of Independence (1776). The Papers of Thomas Jefferson. Edited by Julian P. Boyd. Princeton: Princeton University Press, 1950.