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martedì 25 agosto 2026

Le ambizioni europee in materia di intelligenza artificiale sono minacciate dall'impennata dei prezzi dei chip di memoria

Guardate il differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello tedesco: 1.5%. Poi guardate al differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello giapponese: 1.9%. Ci sono 40 punti base con cui “giocare” e sono un vantaggio lato Europa (i più grandi possessori di titoli di stato americani attualmente). Questo singolo fatto aiuta a spiegare perché Bessent/Warsh hanno coordinato le loro azioni per fornire supporto alla BOJ che non ha rialzato i tassi all'ultimo meeting. A mio giudizio non l'ha fatto di proposito, affinché il Dipartimento del Tesoro americano e la FED dicessero senza mezza termini ai mercati che chi ha maggiormente da perdere nello smantellamento del carry trade sullo yen sono gli europei. I mercati delle valute sono altamente sottoposti a leva e bastano pochi miliardi per far saltare posizioni da migliaia di miliardi in valore nominale (spazzando via l'equity). Infatti identificare platealmente il problema nel cross EUR/YEN fa capire chi davvero è nei guai e che il mirino di Bessent è puntato sulla BCE/BOE. E i legami con la guerra in Iran sono altrettanto in bella vista: ogni volta che Trump ordina il bombardamento del Paese, il decennale francese, ad esempio, schizza in alto andando a sconquassare la fragile capacità della Lagarde di tenere in piedi la YCC sui bond europei. E il carry trade sullo yen è strettamente legato alla manipolazione dei titoli trentennali americani (e per estensione il mercato dei mutui americano) e al differenziale tra i titoli a due e dieci anni che impostano i tassi di prestito delle banche americane. Tutte queste cose sono legate perché il colonialismo europeo ha continuato a prosperare in cima alla sua natura feudale: estrarre ricchezza da altri. In sintesi, è una fase di transizione quella attuale e sarà accompagnata da volatilità: irrilevanza delle strettoie marittime, rilevanza delle strettoie finanziarie e lo smantellamento della leva geopolitica (ad appannaggio inglese) alimentata dalla rete sotterranea del crimine organizzato. Finora Bessent se l'è cavata bene nel proteggere le valutazioni dei titoli di stato americani, soprattutto in un ambiente in cui la crisi di liquidità sta scalando la marcia. Essa è il motivo per cui oro, argento e Bitcoin sono scesi. Adesso inizia a mordere il mercato obbligazionario, in particolare quello europeo, facendone salire i rendimenti. Il nodo gordiano per quest'ultimo è che si sta sbattendo in tutti i modi per tenere alta l'offerta marginale di eurodollari con cui avere un cuscinetto, una domanda latente, e impedire che i bond europei diventino “bidless”. La stampa ha giustificato intorno alla FED quell'alone di istituzione keynesiana-monetarista. La “forward guidance” è stata data in pasto ai giornalisti per rafforzare questa spirale di auto-confermazione. Se i tassi di risparmio fossero stati “troppo alti”, sarebbero state intraprese azioni per punire i risparmiatori (Paradox of Thrift); se l'occupazione fosse stata vicino alla piena capacità, allora bisognava rialzare i tassi (Phillips Curve). La FED ha un doppio mandato: prezzi stabili e piena occupazione... entrambi incompatibili in un contesto keynesiano. Da qui la continua necessità di intervento. Powell prima, e adesso Warsh, hanno iniziato a cambiare questo assetto. Infatti la FED sta cambiando il modo in cui emette dollari e in cui il sistema bancario emette credito. Essa diventerà una barriera: da un lato gli americani avranno accesso ai dollari a un tasso “agevolato”; dall'altro il resto del mondo dovrà pagare un premio per accedere ai dollari. Molti commentatori confondono questo mutamento con una “de-dollarizzazione”, ignorando ulteriormente che il SOFR, il nuovo tasso di riferimento della FED, è un tasso collateralizzato (bond americani). C'è bisogno di dollari e/o asset denominati in dollari per trattarne la curva dei futures. In ogni caso, è anche un modo per coprire di ridicolo coloro che sventolano il feticcio del rollover del debito americano come motivo di preoccupazione per la FED. In che modo questa evoluzione della FED rientra nel contesto europeo e inglese? Prosciugamento del mercato dell'eurodollaro. Euro e sterlina, quindi, sono bombardati (finanziariamente) su tutti i fronti.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/le-ambizioni-europee-in-materia-di)

Il continuo boom dell'intelligenza artificiale sta facendo schizzare alle stelle i prezzi dei chip di memoria, mettendo sotto pressione gli operatori dei data center. L'Europa al momento non dispone di una strategia per uscire da questa spirale negativa dei prezzi.

La costante spinta alla digitalizzazione, in particolare nell'ambito dell'intelligenza artificiale, richiede un'enorme capacità di archiviazione dati e sta alimentando la domanda mondiale di chip di memoria. Questi cosiddetti moduli RAM (Random Access Memory) si sono trasformati da prodotti di base in risorse chiave altamente specializzate e strategiche della nuova economia.

Questa battaglia strategica sui chip di memoria si riflette, in queste settimane, anche nella lotta per la leadership tra Stati Uniti e Cina. Solo poco tempo fa, l'amministrazione del presidente statunitense, Donald Trump, ha concesso al produttore americano di chip NVIDIA un permesso limitato per esportare i suoi chip in Cina, riscuotendo al contempo una tassa di esportazione del 25% dalla parte cinese.

È chiaro che gli Stati Uniti utilizzeranno sempre più le esportazioni di chip come leva geopolitica, proprio come hanno già fatto con le forniture di GNL all'Europa.


I chip di memoria come fondamento dell'economia digitale

Questi chip vengono utilizzati in smartphone, data center, applicazioni di intelligenza artificiale, soluzioni cloud, server e praticamente in ogni processo di produzione industriale. La domanda di chip di memoria come DRAM e NAND Flash è aumentata enormemente negli ultimi cinque anni. Il fatturato complessivo di questi chip si aggirava intorno ai $120 miliardi nel 2020, pari a circa il 25% del mercato complessivo dei semiconduttori, ed è salito a circa $176 miliardi quest'anno.

I lockdown del 2020 hanno ulteriormente accelerato questa tendenza. Allo stesso tempo, hanno posto enormi sfide all'economia mondiale sia nella produzione di energia che nella produzione di chip di memoria.

L'Europa, in particolare, si trova ora ad affrontare un grave problema di carenza, poiché la domanda alle stelle spinge i prezzi dei chip sempre più in alto. Alcuni produttori altamente specializzati, come Samsung e SK Hynix, sono sempre più sotto i riflettori della politica. Il loro enorme potere di determinazione dei prezzi incide direttamente sugli operatori europei di data center. Con una tale concentrazione di mercato, i prezzi non aumentano in modo lineare, ma esponenziale, bloccando sistematicamente l'espansione della capacità dei data center europei.


Pressione esponenziale sui prezzi

Per alleviare in parte la situazione, Samsung ha annunciato che continuerà a produrre i chip DDR4, il cui standard sarà presto dismesso, anche dopo il 2026, prima che gli stabilimenti passino completamente alla nuova generazione DDR5. La crisi è diventata così acuta che persino questa tecnologia obsoleta viene tenuta artificialmente in vita. La sensibilità al prezzo è evidente: un chip DDR4 da 16 GB che prima costava circa $20 ora supera i $60, e può arrivare a costare anche di più in caso di urgenti aggiornamenti dei data center.

Non si tratta della classica inflazione monetaria, bensì di una pressione sui prezzi dovuta alla scarsità. La crisi potrebbe durare anni, senza una via d'uscita all'orizzonte, con un impatto particolare sull'intelligenza artificiale e sul calcolo ad alte prestazioni.

I fornitori di servizi cloud europei e i data center di medie dimensioni si trovano ad affrontare il dilemma di aumenti di prezzo ingenti a fronte di margini di profitto ridotti. Gli elevati costi dell'energia elettrica e la contrazione delle riserve finanziarie in Europa, soprattutto in Germania, aggravano ulteriormente il problema. In queste condizioni, i piccoli operatori di data center europei rischiano di essere costretti a chiudere i battenti.


Il dilemma dell'Europa

Apple rappresenta un'eccezione. L'azienda si affida a moduli RAM specializzati altamente ottimizzati (LPDDR5X) e si è strategicamente assicurata contratti di fornitura a lungo termine, il che significa che l'attuale crisi di approvvigionamento di chip colpirà Apple molto più tardi rispetto ad altri produttori.

Dal punto di vista europeo, la situazione non potrebbe essere più drammatica. Il progetto di Intel per un impianto di produzione di chip in Germania evidenzia il dilemma. Pur avendo un impatto immediato limitato sulla carenza di chip di memoria specializzati, mette in luce il problema di fondo: i sussidi miliardari non sono sufficienti a costruire in modo sostenibile un settore manifatturiero di chip competitivo in Europa. Gli elevati costi energetici e l'eccessiva burocrazia non possono essere eliminati con i sussidi.


Grandi obiettivi, impatto limitato

In risposta, la Commissione europea ha approvato l'European Chips Act a settembre 2023, un quadro strategico volto a rafforzare la posizione dell'Europa sul mercato mondiale dei semiconduttori e a ridurre la dipendenza dalle importazioni da Taiwan, Corea del Sud, Stati Uniti e Cina. Attualmente l'Europa detiene una quota ben inferiore al 15% nel mercato mondiale dei chip. Bruxelles sta seguendo uno schema politico consolidato: programmi di finanziamento per startup, PMI, istituti di ricerca e centri di competenza per sviluppare conoscenze, infrastrutture e trattenere i talenti.

L'UE punta a localizzare circa il 20% della produzione mondiale di chip in Europa entro il 2030. Ad esempio, sono stati stanziati €920 milioni per Infineon a Dresda, il più grande investimento nel settore dei semiconduttori nella storia dell'azienda. L'obiettivo è quello di portare in Europa non solo la produzione di fascia bassa, ma anche gran parte della catena del valore. Entro il 2030 si prevedono investimenti pubblici e privati ​​per un totale di €43 miliardi.

L'esempio di Intel mette in luce le sfide strutturali: la politica europea sostiene la produzione di chip, ma trascura la creazione di un ambiente dinamico per le startup, il capitale di rischio e l'innovazione imprenditoriale. Un maggiore affidamento sui mercati dei capitali liberi, un minore intervento statale e una riduzione della regolamentazione potrebbero rendere più realistica l'indipendenza tecnologica dell'Europa. Tuttavia, né Bruxelles né Berlino sembrano pronte per un simile cambio di paradigma.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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