La California è una Unione Europea in miniatura in seno agli Stati Uniti. Se si guardano diversi parametri, si noteranno altrettanto somiglianze con Londra ad esempio (es. demolizione sociale tramite immigrazione a briglie sciolte). Oppure i prezzi del carburante, i quali sono in linea con le medie europee piuttosto che con quelle americane. Più in generale sono gli stati cosiddetti blu (a guida democratica) a essere in un pantano economico-sociale di loro stessa creazione. Anzi, possiamo aggiungere anche consapevole creazione. Questo perché il ruolo di coloro che fanno parte di tale schieramento è sempre stato quello di creare le basi per una piattaforma di guerra civile in caso i coordinatori dietro le quinte ne avessero avuto bisogno. Le rivolte per strada, i tumulti sociali, le frodi allo Stato sociale americano sono tutti elementi caratterizzanti gli stati blu (vi basta vedere l'elenco dei governatori, partite dal Minnesota). Così come i sabotaggi. Oltre alle infrastrutture, come i porti, in stati come l'Indiana viene fomentato il caos energetico interno minimizzando a livello di offerta di petrolio mondiale l'attuale uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'OPEC. Difficile non vedere la lunga mano di Londra e Bruxelles che si staglia negli USA per disinnescare la loro emancipazione dall'influenza dei globalisti. Tutte le regole sul clima, tutte le normative sull'ambiente non sono state altro che un tentativo esterno di normare gli USA internamente e spogliarli così delle proprie risorse, finanziarie ed energetiche, a vantaggio di Londra e Bruxelles. L'imponente “no” affermato dall'amministrazione Trump sta facendo ritorcere contro gli eurocrati la macchina di morte preparata appositamente per gli americani. Infatti i criteri ESG, il Digital Services Act, il Digital Markets Act, i criteri GDPR, la normazione della tecnologia (es. USB Type C) e tutta quella pletora di tasse e regole approvate finora dal carrozzone europeo rappresentavano una conquista silenziosa degli USA. L'odio viscerale che emerge dall'UE non è ovviamente nei confronti di Trump, bensì nei confronti della rinnovata guerra d'indipendenza che gli Stati Uniti stanno portando avanti sin dal 2017 contro i colonizzatori europei e inglesi. Diventa facile, quindi, capire chi si trova dietro i conflitti emersi finora nel mondo e il motivo per cui vengono protratti nel tempo. La guerra più grande, oltre a essere finanziaria, riguarda la sopravvivenza stessa dell'Unione Europea e degli Stati Uniti. Una sconfitta, o un eventuale accordo di pace, infine, siglerà la fine definitiva dell'uno o dell'altro.
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di Thomas Kolbe
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/merz-alla-cop30-panico-climatico)
Per il cancelliere tedesco un vertice segue l'altro. Dopo il vertice sull'acciaio, Friedrich Merz si è diretto ora alla COP30 in Brasile, l'incontro del club sul clima. Lì i partecipanti tentano di nascondere le crepe evidenti nella loro struttura con il consueto panico climatico.
Il vertice sull'acciaio presso la Cancelleria federale era ancora al centro dell'attenzione mediatica quando il Cancelliere era già a bordo di un aereo diretto a Belém, in Brasile. La COP30 si è svolta sotto la guida del Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.
Dal 1995 rappresentanti di oltre 70 nazioni celebrano questo evento annuale, il culmine del circo globale sul clima, conferendogli una parvenza di consenso sovranazionale. Naturalmente viaggiano a migliaia – in aereo, ovviamente – e con emissioni massime.
Nessuno salta volontariamente il gala annuale sul clima; poche tonnellate di CO₂ non contano più. Dopotutto, come sanno bene gli addetti ai lavori, il pianeta sta già bruciando e la lotta per una Terra abitabile è, in sostanza, già persa.
Commercio e affari legati alle indulgenze
Ciononostante le grandi figure dell'industria climatica strizzano l'occhio e lasciano intendere che potrebbe esserci ancora speranza per la Terra. Da Ursula von der Leyen a Lisa Neubauer, fino alla delegazione cinese, si ritiene che ingenti investimenti nell'economia verde potrebbero essere la soluzione.
Come negli ambienti spirituali, un po' di indulgenze qui, un aumento della tassa sulla CO₂ lì, e magicamente la temperatura globale scende a livelli accettabili: il dio del clima è placato.
Friedrich Merz ha intrapreso il viaggio di 9.000 chilometri da Berlino a Belém per assicurare ai suoi colleghi commercianti di indulgenze il continuo sostegno dei contribuenti tedeschi.
Ridistribuire la ricchezza
Il club prevede di investire €1.300 miliardi all'anno in misure per il clima destinate ai Paesi in via di sviluppo ed emergenti. La Germania, in quanto una delle economie considerate più forti, deve naturalmente partecipare. Con l'uscita degli Stati Uniti dall'alleanza, la sua presenza è fondamentale.
Merz doveva viaggiare, a prescindere dalle questioni interne. Cinicamente il suo tempo a disposizione per parlare era di soli tre minuti. Tre minuti per l'inviato dei tifosi più intransigenti del club, un'eresia considerando i contributi finanziari della Germania.
Prima dell'ultima traversata in barca sul Rio delle Amazzoni, il Cancelliere ha tenuto una lezione sulla trasformazione industriale e sulla transizione energetica, argomenti che pochi padroneggiano così a fondo come il massimo rappresentante della Germania.
Una commedia triste
Almeno in Brasile, Merz ha potuto affermare con orgoglio che la Germania potrebbe raggiungere i suoi obiettivi climatici: una massiccia deindustrializzazione lo rende possibile. Mentre il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha chiesto un'azione radicale all'inizio dell'evento, avvertendo con il suo solito panico che l'obiettivo di 1,5° è già stato mancato, la Cancelleria ha messo in scena la sua triste commedia.
Negli ultimi anni in Germania sono andati persi circa 300.000 posti di lavoro nel settore industriale a causa dell'impennata dei prezzi dell'energia e di normative climatiche eccessivamente restrittive. Il Paese si trova in difficoltà economiche e rischia di trasformarsi in una “cintura di ruggine” europea, secondo le tempistiche climatiche dettate da figure come Guterres.
Eventi autoreferenziali come la COP30, che ignorano consapevolmente le ripercussioni economiche delle politiche climatiche più intransigenti, distorcono la realtà, rendendo difficile per la popolazione collegare la politica climatica al declino economico.
Profonde crepe nell'edificio verde
Dal culmine del movimento ambientalista nel 2009, quando il presidente degli Stati Uniti Barack Obama dichiarò legalmente la CO₂ il più pericoloso di tutti i gas serra, questo edificio ha mostrato profonde crepe.
L'amministrazione Trump ha abrogato questa norma e gli Stati Uniti sono usciti definitivamente dal club climatico il 1° gennaio 2026, infliggendo un duro colpo al movimento. Ne sono conseguiti ingenti spostamenti di capitali: dai fondi verdi verso settori che generano rendimenti di mercato reali.
Negli Stati Uniti i finanziamenti tornano a essere destinati all'energia nucleare e convenzionale. Le energie rinnovabili devono ora competere, come in una vera economia di mercato. Il vero progresso si realizza attraverso i mercati liberi.
Il movimento ambientalista non riesce ancora a comprendere che il progresso tecnologico verso una produzione più pulita, efficiente e sostenibile non è stato guidato dallo stato, bensì dalle forze di mercato, concretizzatesi attraverso meccanismi di prezzo e non attraverso la pianificazione centrale socialista.
Cina e India
L'anacronismo del declino industriale della Germania è evidente laddove emergono nuove capacità produttive, ovvero in India e in Cina. Entrambi i Paesi ignorano le regole del club climatico dominato dall'Europa.
L'India li ignora quasi completamente, mentre la Cina gioca una partita intelligente, seppur eticamente discutibile, con gli ambientalisti occidentali più estremisti. Attraverso una rete di ONG finanziate dal governo cinese, Pechino ha a lungo contribuito a consolidare il regime climatico europeo a livello politico e mediatico, incrementando al contempo in modo massiccio la produzione orientata all'esportazione, come quella dei pannelli solari, seguendo percorsi interni diversi.
Solo l'anno scorso la Cina ha messo in funzione 80 GW di nuova capacità a carbone, ha investito nel nucleare e, laddove economicamente vantaggioso, nelle energie rinnovabili, in modo pragmatico e non ideologico, secondo la tradizione cinese.
La mucca da mungere: il contribuente
Dal punto di vista dell'UE, la COP30 deve essere vista per quello che è: uno spettacolo mediatico concepito unicamente per mantenere a pieno regime la macchina europea dei sussidi climatici.
La Commissione europea prevede di stanziare circa €750 miliardi per i sussidi al clima dal 2028 al 2034, in aggiunta ai sussidi e agli aiuti nazionali. Un business colossale, con i “partner” del movimento ambientalista che tendono la mano per ottenere fondi pubblici europei attraverso gli aiuti allo sviluppo e innumerevoli fondi per il clima.
Lo stesso Merz sa che questo gioco è imperfetto. Prima del vertice ha ripetutamente sottolineato che la protezione del clima è fondamentale, ma deve essere perseguita salvaguardando al contempo la competitività economica e l'apertura tecnologica.
Eppure l'esperienza del governo Merz dimostra che la Cancelleria non intende contestare le politiche climatiche distruttive di Bruxelles. Il divieto sui motori a combustione rimane in vigore; la legge insensata sul riscaldamento continua a costare alle famiglie tedesche miliardi. Il mantra: proseguire sulla stessa strada, sussidiando i prezzi dell'elettricità per l'industria, fino al declino economico.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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