Bibliografia

martedì 3 marzo 2026

L'UE prepara un'emissione di eurobond da €4.000 miliardi mentre la Russia punta a ritornare al dollaro

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lue-prepara-unemissione-di-eurobond)

L'Unione Europea si sta muovendo con decisione verso l'introduzione degli Eurobond. Al vertice dell'UE al Castello di Alden Biesen in Belgio, numerosi segnali hanno suggerito che il piano multimiliardario di Draghi potrebbe presto vedere la luce. Allo stesso tempo, dal punto di vista geopolitico, un possibile ritorno della Russia sulle scene mondiali sta emergendo come un nuovo problema per Bruxelles.

La capacità di analizzare gli errori e valutare razionalmente percorsi d'azione realistici appartiene, in termini evoluzionistici, alla nostra conditio humana. L'esperienza ci insegna: chi sbatte ripetutamente la testa contro lo stesso muro di mattoni potrebbe non essere il modello di leadership adatto alla situazione. Il mal di testa dovrebbe essere inteso come un segnale d'allarme, non come una motivazione per le prossime iterazioni. Questa osservazione preliminare serve a evidenziare un problema fondamentale nell'Europa odierna.

Le nostre élite politiche stanno conducendo un esperimento socialista sul campo: si scagliano ripetutamente contro lo stesso muro – quello dell'economia europea, delle sue imprese e di circa 450 milioni di cittadini – senza lasciarsi scoraggiare da fallimenti persistenti o da forti mal di testa.

Si potrebbe supporre che si tratti di una struttura estremamente complessa. Dal punto di vista dei decisori politici europei, tuttavia, appare principalmente come una sfida da affrontare con gli strumenti fallaci della pianificazione centralizzata e di un'ignoranza ostinata.

Abbiamo potuto valutare le condizioni di questa “testa” collettiva in Belgio, durante il vertice UE. La cerchia ristretta di Bruxelles, che ruota attorno alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, insieme ai suoi due alfieri politici Emmanuel Macron e Friedrich Merz, aveva diagnosticato il problema in anticipo: l'economia dell'UE manca di competitività. Cina e Stati Uniti hanno fatto passi da gigante dal punto di vista tecnologico e hanno l'audacia di posizionarsi diametralmente opposti all'ideologia europea del controllo centralizzato e della trasformazione verde. Le due superpotenze si rifiutano categoricamente di sbattere la testa contro il muro delle illusioni europee: altrove la CO₂ aiuta le piante a crescere e le mandrie a pascolare, mentre qui viene etichettata come deliberata devastazione del paesaggio.

Al contrario, si sono mossi per deregolamentare radicalmente i loro mercati. I cinesi lo hanno fatto prima; gli americani ora stanno seguendo a pieno ritmo, abbracciando ciò che appare evolutivamente valido: affidare nuovamente il tessuto sociale ai mercati, agli individui e al principio di responsabilità personale.

Valori meritocratici, una rinascita della cultura borghese, forse persino la religione: l'Europa non ne vuole sapere. Qui tutto rimane woke, attentamente controllato dal supremo censore di Bruxelles. Proprio il giorno ddel sopraccitato vertice il Parlamento europeo ha dichiarato che una donna trans è una donna, punto e basta.

Tanti saluti al cosiddetto “ordine basato sulle regole” e ai valori europei. Un ordine che potrebbe essere fondato su molti fattori, ma a quanto pare non sulla ragione e sulla realtà biologica. L'Europa si atteggia a post-illuminista, al di là dei limiti del buon senso.

Torniamo al vertice e alla questione di come risolvere il dilemma economico dell'Eurozona. Una vecchia conoscenza, l'ex-primo ministro italiano ed ex-presidente della BCE, Mario Draghi, ha presentato il progetto per una presunta rinascita dell'Europa due anni fa e potrebbe ora definire il quadro d'azione dell'UE.

Per stemperare la suspense: il club del debito europeo probabilmente sceglierà lo stesso vecchio muro per il suo prossimo atto, dimostrando ancora una volta il suo scetticismo nei confronti del progresso cognitivo. Se Bruxelles ricorresse al piano Draghi nella sua crisi economica, verrebbe attivato un pacchetto di debito da mille miliardi di euro: credito pubblico progettato per catapultare il continente in tecnologie verdi, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali e persino tecnologia militare al livello dei suoi rivali geopolitici entro il 2030.

Il quadro finanziario delineato da Draghi è enorme: in cinque anni €800 miliardi all'anno confluirebbero negli Eurobond, a meno che qualche politico ragionevole non riesca a fermare questa rischiosa impresa. €800 miliardi corrispondono a circa il 5% del PIL dell'UE. Questo ulteriore indebitamento, da solo, alle condizioni attuali, aumenterebbe il debito totale degli stati membri di circa il 25%.

Una scommessa fiscale la cui fase di test si è già verificata durante l'emissione di obbligazioni NextGenerationEU nell'era del Covid, con un volume pressoché identico. Sono stati raccolti €750 miliardi e alla fine la Banca Centrale Europea ha dovuto assorbirne gran parte. La domanda di debito europeo appare tiepida; da allora il denaro è confluito nei bilanci del welfare dell'Europa meridionale e in progetti verdi di prestigio.

Bruxelles deve letteralmente piantare i suoi fari politici nel paesaggio, in modo che anche l'ultimo cittadino dell'UE ricordi chi ha trasformato lo scenario culturale in una sorta di distopia hollywoodiana piena di parchi eolici.

Ricorderete Mario Draghi: un tempo primo ministro tecnocratico – ovvero non eletto – dell'Italia, e prima ancora ideatore del programma OMT (Outright Monetary Transactions), lo strumento che durante la crisi del debito del 2012 ha consentito alla BCE di acquistare un numero illimitato di bond di stati europei in difficoltà per regolarne i rendimenti. “Whatever it takes”, dichiarò all'epoca il pomposo Draghi – e ora la sua artiglieria fiscale potrebbe di nuovo colpire problemi le cui cause risiedono meno nella sfera monetaria e più nel tessuto microeconomico e nel clima culturale delle nostre società.

Queste difficoltà non saranno risolte attraverso una macrogestione statale finanziata dal debito. Ciò che manca è lo spirito imprenditoriale. Il continente è eccessivamente regolamentato, i mercati dei capitali sono compromessi e l'apparato statale europeo, in continua crescita, consuma ingenti somme di denaro. Il settore privato fatica a sviluppare modelli di business sostenibili, mentre gli oneri amministrativi e gli appetiti fiscali continuano ad aumentare.

La crisi energetica autoinflitta, nata dalla frenesia della trasformazione verde, è solo uno dei tanti cappi che si stringono attorno al collo dei cittadini dell'UE. Un apparato statale ancor più ipertrofico non allenterebbe questi cappi, li stringerebbe. Su questo non ci sono dubbi.

Per la Germania l'introduzione simultanea degli Eurobond insieme alla manovra Draghi segnerebbe la fine di ogni residua speranza di stabilità fiscale. La strada scelta dall'attuale governo aumenterebbe il debito pubblico di almeno il 5% annuo. Sommando la quota proporzionale di debito in euro di nuova emissione della Germania, si può già prevedere che entro il 2030 la Germania potrebbe facilmente superare il 110% del rapporto debito/PIL.

In altre parole: d'ora in poi lo stato sociale verrebbe finanziato direttamente dalla stampa di denaro.

Il Cancelliere Friedrich Merz ha dimostrato di apprezzare l'unità al vertice con il Presidente francese Emmanuel Macron. Come spesso accade, hanno concordato sulle questioni decisive, ha spiegato Merz, condividendo un senso di urgenza: l'Europa deve agire ora e tornare competitiva, soprattutto nell'industria.

Proprio il settore più gravemente danneggiato dalle stesse politiche ora supervisionate dal cancelliere: imposte più elevate sulla CO₂, legislazione sulle catene di approvvigionamento e una politica energetica che riduce l'ambizione industriale.

Alla fine si è trattato del solito folklore da vertice, niente di più.

Una regola “Compra europeo” dovrebbe guidare la strada, con catene di approvvigionamento più saldamente incentrate in Europa. Ci si potrebbe chiedere come questo continente povero di risorse intenda realizzare tali ambizioni. Soprattutto nel commercio internazionale e nella politica verso la Russia – proprio dove sarebbero disponibili risorse abbondanti e accessibili – l'Europa ha ampiamente abbandonato una valutazione obiettiva. Nei confronti del suo acerrimo nemico, la Russia, una delle nazioni più ricche di risorse al mondo, l'Europa rimane trincerata in uno status di sfida massima.

Il pre-vertice in vista dell'incontro di marzo offre i primi indizi che il finanziamento congiunto del debito potrebbe effettivamente diventare una questione seria. Il Primo Ministro italiano, Giorgia Meloni, con un debito pari a circa il 130% del PIL nella patria del prestito congiunto, potrebbe trovare l'idea di una responsabilità condivisa, in particolare da parte del contribuente tedesco, non del tutto sgradevole.

Mentre Bruxelles danza attorno al vitello d'oro del programma di trasformazione verde e cerca di guadagnare tempo con massicci programmi di debito e pseudo-riforme, dietro le quinte potrebbero verificarsi sviluppi decisivi.

Secondo un memorandum interno del Cremlino visionato da Bloomberg, la Russia starebbe valutando un ritorno al sistema di pagamento in dollari. Dopo anni di sanzioni europee, embarghi americani ed esclusione dallo SWIFT, una simile mossa rappresenterebbe uno shock geopolitico di prim'ordine, isolando ulteriormente l'Unione Europea e alimentando tendenze secessioniste, in particolare nell'Europa orientale.

Il promemoria delinea diverse aree di interessi russo-americani sovrapposti: la cooperazione in materia di energia e materie prime, nonché la possibile integrazione di strumenti finanziari basati sul dollaro nel sistema bancario russo. La Reuters ha confermato l'esistenza di un canale di contatto tra Washington e Mosca.

Sullo sfondo di un'attività sempre più coordinata tra i tre principali attori mondiali – Stati Uniti, Cina e Russia – la strategia di Bruxelles appare sotto una luce diversa. Forse questo spiega i suoi sforzi per cercare partnership strategiche con classici stati in bilico geopolitico come l'India o il blocco del MERCOSUR.

C'è una cosa che accomuna le tre grandi potenze: i rapporti sempre più tesi con Bruxelles e le principali capitali dell'Unione Europea.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 2 marzo 2026

Sentenza “shock” della Corte Suprema sui dazi? I timori di un rimborso da $200 miliardi sono esagerati

Voglio aggiungere maggiore contesto al pezzo di oggi di Lacalle, il quale si occupa degli aspetti più tecnici della faccenda. Io mi occuperò degli aspetti più strategici e geopolitici. Infatti Bruxelles è stata tutto un fermento sin dalla Conferenza di Monaco e il discorso di Rubio. Ricordate Mitt Romney? Era diventato senatore dallo Utah per i Repubblicani. Non faceva mancare un voto al proprio partito di appartenenza... fino a quando, però, non bisognava votare per le cose importanti. Lì c'era la defezione. Vediamo questo pattern ripetersi oggi anche con politici come Massie, il quale adotta lo stesso modello usando il feticcio dei “principi”. La costruzione di personaggi del genere e il loro inserimento in particolari contesti rientra nella categoria di asset legati all'intelligence, perché non si può essere talmente tanto strategicamente stupidi a meno che non sia esattamente questa la strategia di fondo. Allora si capisce che l'asset in questione è eterodiretto da qualcun altro. Questo discorso è sovrapponibile alla condotta di John Roberts, ad esempio, membro della Corte Suprema, il quale ha deluso la nazione quando c'era più bisogno di lui. Che sia un asset della cricca di Davos credo ci siano pochi dubbi a riguardo. Trump sapeva benissimo che la strada che ha percorso avrebbe causato qualche grattacapo giuridico, ma l'ha fatto perché era quella più veloce, politicamente ed economicamente, per bruciare le tappe e agire come maglio idraulico contro gli avversari degli USA. Le opzioni che ha adesso Trump sono altrettanto efficaci, ma più lente. Cui prodest? Chi trae beneficio dalla decisione della Corte Suprema? A chi stanno più a cuore i flussi di capitali mondiali in questo momento? Gli Stati Uniti vengono danneggiati e di certo non sono gli “ebrei” a guadagnarci. Chi ci guadagna sono City di Londra e Bruxelles, disperati per congelare il flusso dei capitali mondiali e impedire che lascino in massa i loro confini. Due cose mi sono subito saltate all'occhio di fronte a quella che sembrava una vittoria della cricca di Davos in questa battaglia: la sentenza della Corte Suprema è avvenuta a mercati cinesi chiusi e oro/argento hanno chiuso al rialzo. Non proprio un segnale di sfiducia nei confronti dei mercati americani, soprattutto perché Trump ha fatto in un anno più di quello che hanno fatto i precedenti presidenti sin da Reagan. Il grado di cambiamento dietro le quinte è enorme a livello di Dipartimenti e burocrazia: vi basti pensare, ad esempio, come SEC e CFTC adesso agiscano sotto l'Office of Management and Budget e non più come organi indipendenti (lo smantellamento della dottrina Chevron è stata cruciale per impedire alle burocrazie statunitensi di vivere di “vita propria” senza alcun meccanismo di “pesi e contrappesi”); lo stesso dicasi per la riorganizzazione di Tulsi Gabbard a livello di servizi di intelligence. Tutti questi sistemi, tutte queste burocrazie sono avversi al cambiamento e facilmente recrutabili come cavalli di Troia. Faranno di tutto per rallentare il processo di rimodellamento, America First, portato avanti dall'amministrazione Trump. Come avete già avuto modo di leggere in altri due pezzi pubblicati in precedenza, “Da qui in avanti il gioco diventa più pericoloso” e “Senza esclusione di colpi: dinamiche geopolitiche ed economiche scremate dal rumore di fondo”, la guerra tra Stati Uniti e cricca di Davos/City di Londra sta scalando marcia. Per quanto possa sembrare sconfortante la sentenza della Corte Suprema riguardo i dazi, c'è un'altra questione forse ancora più importante dei dazi che addirittura potrebbe far cadere la necessità di far approvare il SAVE Act: la revisione del Voting Right Act.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/sentenza-shock-della-corte-suprema)

La reazione dei mercati alla sentenza della Corte Suprema sui dazi ha esagerato gli aspetti negativi e ignora le opzioni dell'amministrazione Trump.

I mercati stanno reagendo in modo scomposto alle notizie sul buco finanziario da $175-200 miliardi nei presunti rimborsi. Tuttavia la sentenza della Corte Suprema apre un processo lungo, stretto e ciononostante gestibile, non un'imminente crisi fiscale.

Nei giorni successivi all'annullamento dei dazi imposti da Trump, molti analisti hanno trasformato una complessa sentenza legale in una storia semplice, affermando che Washington avrebbe presto dovuto rimborsare fino a $200 miliardi. I premi di rischio sui titoli del Tesoro sono aumentati, oro e argento sono saliti alle stelle e alcuni commentatori hanno lanciato l'allarme per un imminente shock nel bilancio statunitense che avrebbe fatto impennare il debito pubblico.

La sentenza della Corte Suprema implica che il Dipartimento del Tesoro sia tenuto a rimborsare ogni dollaro riscosso dall'introduzione di questi dazi? La realtà è molto più complessa.

L'amministrazione statunitense ha molte opzioni per mantenere la sua politica commerciale.

La Corte Suprema non dichiara illegali nessuno degli accordi commerciali concordati, né i meccanismi dei dazi. Le amministrazioni Biden, Obama, Bush e Clinton hanno tutte implementato dazi in passato. Inoltre se un Paese decidesse di rifiutare gli accordi firmati, il che è improbabile, l'amministrazione può utilizzare la Sezione 122 del Trade Act del 1974 per imporre dazi al 10% per 150 giorni, come già annunciato. Questa sottosezione consente dazi o supplementi all'importazione in caso di emergenza legata alla bilancia dei pagamenti. Inoltre la Sezione 338 del Tariff Act del 1930 consente dazi fino al 50% sui Paesi che discriminano il commercio statunitense, mentre la Sezione 232 utilizza le indagini del Dipartimento del Commercio per imporre dazi su prodotti specifici e la Sezione 301 prende di mira Paesi e settori dopo le indagini dell'USTR su pratiche irragionevoli.

Tutte le amministrazioni precedenti hanno utilizzato questi meccanismi in passato. Biden, infatti, ha mantenuto tutti i dazi imposti dalla prima amministrazione Trump.

Quando esaminiamo la decisione della Corte Suprema, ci rendiamo conto che l'attenzione è rivolta più al modo in cui sono stati annunciati i dazi piuttosto che ai meccanismi delle controversie commerciali e dei dazi stessi.

Il rischio di un rimborso esiste, ma i tempi sono lunghi, l'importo effettivo è probabilmente molto inferiore a $200 miliardi e l'economia statunitense può facilmente assorbirlo. Infatti l'esito della sentenza della Corte Suprema potrebbe non comportare alcuna modifica agli accordi commerciali esistenti.

L'opinione pubblica ha scritto ampiamente lamentandosi dei dazi di Trump. Tuttavia non ho letto nulla sul sistema CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) dell'UE, un gigantesco schema costellato di dazi progettato solo per aumentare i prezzi. Il CBAM è il sistema più protezionistico visto nel commercio globale da anni, nascosto dietro la scusa della “anidride carbonica” per imporre un sistema fiscale mostruoso.

I dazi non sono un'invenzione di Trump; sono la norma nel commercio globale. Gli attuali accordi commerciali si sono dimostrati positivi per il commercio mondiale, la crescita e tutte le parti coinvolte. Annullare questi accordi sarebbe estremamente negativo per tutte le nazioni esportatrici. Inoltre un dazio globale del 10% ai sensi della Sezione 122 potrebbe fruttare $300-400 miliardi all'anno, rispetto agli attuali introiti doganali di oltre $200 miliardi nel 2025 e $77 miliardi nel 2024.

I Paesi che hanno firmato accordi commerciali con gli Stati Uniti dovrebbero essere prudenti nel non violare gli accordi esistenti, poiché i nuovi dazi doganali, successivi alla sentenza della Corte Suprema, aumenterebbero e nessuna nuova amministrazione cambierebbe la situazione, come è successo con Biden.

La Corte Suprema ha stabilito che l'uso specifico dei poteri di emergenza (IEEPA) per imporre determinati dazi è illegale, ma non ha emesso un ordine di rimborso di quelli riscossi.

Secondo gli avvocati commercialisti, la sentenza apre la strada a possibili contestazioni, ma non significa che il governo federale debba restituire ogni dollaro. C'è un'enorme differenza tra stabilire che una misura era illegale e ottenere un rimborso da parte di tutti gli importatori interessati.

Solo gli esportatori che hanno preservato i propri diritti, tra cui proteste, sospensioni della liquidazione e dichiarazioni presentate tempestivamente, possono realisticamente richiedere rimborsi. La maggior parte delle aziende probabilmente sceglierà di non adire le vie legali. Inoltre gran parte della filiera ha già assorbito il costo dei dazi, il che offre scarsi incentivi a contestarli.

Solo una piccola parte delle aziende ha intentato cause in precedenti controversie commerciali e un gruppo ancora più piccolo ha recuperato l'intero importo versato. Non si tratta di un rimborso fiscale universale; si tratta di un processo complesso e legalmente impegnativo a cui molte aziende hanno già perso l'opportunità di accedere.

Esiste un'enorme differenza tra l'importo totale dei dazi riscossi, circa $200 miliardi, gli importi legalmente rivendicabili e depositati, e i rimborsi dopo contenziosi, accordi e dinieghi.

Per gli esportatori tentare di rivendicare i dazi riscossi potrebbe rappresentare una sfida legale ardua e una decisione commerciale rischiosa, poiché potrebbe comportare perdite superiori alle loro richieste.

I casi torneranno ora alla Corte del Commercio Internazionale e ai tribunali di grado inferiore. Ogni richiesta dovrà essere elaborata, discussa e decisa, e saranno possibili ricorsi. Le controversie commerciali e doganali possono durare anni. Ciò che alcune banche considerano una cifra importante (un rimborso da $200 miliardi) si trasformerà probabilmente in un costo fiscale netto molto più basso, probabilmente inesistente. Inoltre molte di queste aziende correranno probabilmente il rischio di perdere l'accesso al redditizio mercato statunitense durante il lungo e complesso processo di contenzioso.

Anche se il rimborso netto fosse di $100-150 miliardi, suddiviso in tre-cinque anni, si tratterebbe in media di $20-50 miliardi all'anno. In termini di bilancio federale, una cifra irrisoria.

Con un PIL di oltre $30.000 miliardi, anche un rimborso da $150 miliardi equivarrebbe ad appena lo 0,5% della produzione statunitense. Inoltre l'imposizione di un dazio globale del 10% genererebbe, secondo le stime, oltre $300 miliardi all'anno, ovvero il 50% in più rispetto all'importo dichiarato dai giornali come possibile rimborso.

Nel frattempo l'economia statunitense si sta rafforzando, con il PIL del settore privato nel quarto trimestre in aumento del 2,4% grazie a consumi e investimenti robusti, mentre la spesa pubblica sta diminuendo, il che sottrae un punto percentuale al PIL ma è una decisione politica per controllare il debito e i deficit; l'inflazione sta diminuendo e la creazione di posti di lavoro sta accelerando, con il settore manifatturiero in espansione.

Gli investitori potrebbero temere l'incertezza giuridica in merito alle politiche commerciali, ma non un rimborso una tantum. Nonostante si parli di un buco da $200 miliardi, il vero rischio è un periodo prolungato di controversie legali, mutevoli misure tariffarie e confusione nei dati commerciali, non un precipizio fiscale. Per questo motivo credo che i partner commerciali preferiranno mantenere gli accordi esistenti piuttosto che intraprendere un lungo e doloroso contenzioso che potrebbe concludersi con un aumento dei dazi per gli esportatori.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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