La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese)
Oggi, mentre gli aerei da guerra americani colpiscono obiettivi in tutto l'Iran e i suoi alleati reagiscono contro Israele e gli stati del Golfo, i cicli di notizie mondiali si sono accesi con una narrazione familiare. Le esplosioni riecheggiano a Teheran, il fumo si alza sopra il complesso del leader supremo iraniano, i voli sono sospesi all'aeroporto internazionale di Dubai — il più trafficato al mondo. I commentatori sulla stampa ricorrono ai soliti copioni: escalation in Medio Oriente, un nuovo fronte nella guerra per procura tra Stati Uniti e Iran, l'ennesimo punto critico in un secolo caratterizzato dalla competizione tra grandi potenze.
Il presidente Donald Trump descrive la campagna come “imponente e continua”, avvertendo che potrebbero esserci perdite di vite americane e invitando gli iraniani a “prendere il controllo del vostro governo”. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, dichiara che l’obiettivo è rimuovere completamente dal potere il regime della Repubblica islamica. Il senatore Tim Kaine, in feroce opposizione, denuncia l'attacco come “pericoloso, inutile e idiota”. Il presidente finlandese, Alexander Stubb, osserva che gli Stati Uniti stanno ora operando “in gran parte al di fuori del diritto internazionale”.
Tutto questo spettacolo — i titoli dei giornali, il teatro politico, l'analisi mozzafiato — rappresenta una catastrofica interpretazione errata del nostro momento.
Gli attacchi contro l'Iran non riguardano principalmente Teheran, né il Medio Oriente, e nemmeno l'apparente competizione tra grandi potenze con Russia o Cina. Sono, invece, il teatro più recente e rivelatore di una guerra che infuria da 400 anni — una guerra tra i popoli anglofoni, ormai nella sua fase finale e decisiva.
Questo saggio sostiene che il conflitto contro l'Iran è un sintomo, non una causa. È un palcoscenico in cui le fazioni in guerra dell'élite anglo-americana combattono la propria battaglia interna, usando il suolo e le vite mediorientali come pedine di una lotta la cui vera posta in gioco risiede a Londra, Washington e in quel che resta di un impero globale. Per capire perché oggi le bombe cadono su Teheran, dobbiamo prima comprendere una storia più profonda: la guerra civile inglese durata 400 anni che sta entrando nella fase di crisi finale, con l'Iran come teatro più recente.
Parte prima: La grande diagnosi errata — Perché “l'Iran” è un sintomo, non la causa
Le spiegazioni superficiali degli attacchi odierni sono abbastanza semplici. Gli Stati Uniti e Israele citano le ambizioni nucleari dell'Iran, il suo sostegno alle milizie per procura in tutta la regione, le sue minacce alla navigazione nello Stretto di Hormuz e la sua decennale campagna di destabilizzazione regionale. Solo tre giorni prima degli attacchi, funzionari statunitensi e iraniani si erano incontrati a Ginevra per un terzo round di colloqui indiretti, mediati dall'Oman, considerati “cruciali per scongiurare il conflitto”. Quei colloqui hanno ovviamente fallito nel loro intento... oppure no? I colloqui sono stati un successo invece, solo le fazioni controllate dalla City di Londra all’interno dell’Iran e della regione hanno rifiutato di onorare i risultati concordati dei colloqui. Proprio il motivo per cui adesso i missili volano.
Queste sono cause prossime, non ultime. La domanda non è semplicemente “Perché gli Stati Uniti stanno attaccando l’Iran?” ma “Perché ora, in questa specifica configurazione, e a quale funzione serve questo conflitto interno tra le fazioni dell'élite anglo-americana?”
Teniamo a mente il momento particolare. Gli Stati Uniti hanno trascorso mesi a costruire quella che lo stesso Trump ha descritto come una “armata” nella regione — due portaerei, migliaia di soldati, aerei da combattimento e aerei da rifornimento — il più grande rafforzamento militare americano in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Ma allo stesso tempo Washington era impegnata in negoziati diretti e indiretti con Teheran. Questo non è il comportamento di un singolo stato-nazione con una politica estera coerente e unificata; è il comportamento di un impero con due capitali, due fazioni e due programmi concorrenti.
Tenete anche a mente la risposta delle potenze non occidentali. Il diplomatico russo, Mikhail Ulyanov, avverte che “la nuova aggressione di Israele e degli Stati Uniti contro l'Iran è irta di pericoli di significativo deterioramento”. La Cina mantiene un'attenta neutralità. Nessuna delle due potenze si sta affrettando a difendere militarmente l'Iran. Non si comportano come alleati di un obiettivo primario, si comportano come spettatori che capiscono che la vera lotta è altrove — osservatori di un dramma intra-inglese, forse addirittura fornendo informazioni a una delle capitali della civiltà inglese per accelerarne la risoluzione. Combattere all'interno della propria capitale e tra le due capitali: pensate a Roma e Costantinopoli nel III e IV secolo.
Questi sono i tratti distintivi di ciò che dobbiamo imparare a riconoscere: Guerra civile inglese 3.0. Le rivalità visibili della geopolitica non sono l'evento principale, sono la cortina fumogena dietro la quale una lotta durata 400 anni tra le élite di lingua inglese raggiunge la sua fase finale e culminante. L’inizio del prossimo ciclo che durerà altri 400 anni inizierà una volta conclusa l’attuale fase di crisi, nel prossimo decennio.
Parte seconda: Le doppie capitali dell'Impero — L'Iran come campo di battaglia delle reti “nascoste”
Per capire come un conflitto nel Golfo Persico sia diventato un teatro della guerra civile inglese, dobbiamo prima comprendere la peculiare struttura di potere emersa dopo la Seconda guerra mondiale. L'Impero britannico — il più grande della storia umana, che un tempo controllava un quarto del territorio e della popolazione mondiale — non si dissolse quando le sue colonie ottennero l'indipendenza. Si trasformò. Si è evoluto in un sistema a doppia capitale con Londra e Washington come centri gemelli di influenza, mantenendo una portata globale attraverso reti finanziarie (la City di Londra, Wall Street), alleanze di intelligence (i Five Eyes), influenza diplomatica e la proiezione permanente del potere militare.
Questa struttura post-imperiale ospita oggi il conflitto. Londra e Washington non sono semplicemente capitali di stati alleati; sono il quartier generale di due fazioni concorrenti all'interno della stessa civiltà anglofona. E i resti delle vecchie reti imperiali — quelle che conosciamo come “asset di riserva” nella finanza, nell'intelligence, nelle forze di sicurezza e nella politica— fungono da legamenti attraverso i quali viene combattuta questa lunga guerra.
L’Iran occupa una posizione particolarmente carica all’interno di questa rete. Non è esterno alla sfera di influenza del mondo anglofono; è profondamente intrecciato. La storia dell'Iran moderno È la storia della competizione e della cooperazione delle élite anglo-americane, risalente all'inizio del XX secolo e alla scoperta del petrolio.
Il peccato originale: 1953. L'operazione segreta che rovesciò il primo ministro iraniano democraticamente eletto, Mohammad Mossadegh — nome in codice Operazione Ajax — non fu solo un progetto americano. Si trattava di un'impresa congiunta CIA-MI6, nata nelle viscere dell'ambasciata americana a Teheran, guidata dalla furia britannica per la nazionalizzazione da parte di Mossadegh della Anglo-Iranian Oil Company (l'antenato aziendale dell'odierna BP). I documenti declassificati della CIA ammettono che l'agenzia “ha avuto un ruolo” nelle manifestazioni che hanno inondato le strade di Teheran. L'MI6 è stato meno disponibile, ma “è ampiamente riconosciuto che erano coinvolti agenti britannici”.
L'offesa di Mossadegh non è stata la tirannia o la repressione, ma l'audacia di affermare la sovranità sulle risorse proprie dell'Iran — di insistere sul fatto che la ricchezza sepolta nei giacimenti petroliferi iraniani avrebbe dovuto avvantaggiare gli iraniani, non gli azionisti britannici. Come ha affermato uno storico, il colpo di stato fu “un ricatto mafioso” presentato allo Scià: stai con noi, o uno dei tuoi fratelli ti sostituirà. Arrivò lo Scià, Mossadegh cadde e il fragile esperimento democratico dell'Iran venne spento. Questa lotta risale a quasi mezzo secolo prima della firma dell'accordo Sykes-Picot, della formazione dell'APOC, del controllo di oltre il 51% del petrolio iraniano da parte della Gran Bretagna e successivamente dell'AIOC, e di tutto il resto fino ad oggi.
Le conseguenze di tutto ciò si sono propagate nel corso dei decenni. Il colpo di stato smantellò le istituzioni democratiche dell'Iran e insediò un monarca il cui governo era autoritario, corrotto e brutalmente repressivo — ma allineato agli interessi strategici ed economici occidentali. I motori industriali degli Stati Uniti e della Gran Bretagna dipendevano dall’accesso ininterrotto all’energia a basso costo e non sarebbe stata tollerata alcuna sfida a tale domanda. Da quel momento, come osserva un esperto, “la gente ha detto che se hai libertà e queste aperture, [ovvero un] sistema parlamentare, è facile per gli stranieri usare il sistema per rovesciare i governi”. Il “vuoto di legittimità” lasciato dal colpo di stato sarebbe stato infine colmato dalla rivoluzione e dal governo clericale, o almeno questa è la tesi che va per la maggiore. L’Iran è sempre stato insediato, proprio come il Venezuela nell’emisfero occidentale, in quanto forza destabilizzante autofinanziata (petrolio e minerali) e posseduta/controllata dalla City di Londra.
La rivoluzione del 1979: da stato cliente a nemico numero uno. Quando lo Scià cadde e l’Ayatollah Khomeini ascese, l’Iran cessò di essere uno stato-cliente occidentale e divenne, da un giorno all’altro, un nemico. La sua offesa non era il suo programma nucleare — che, ironicamente, era iniziato sotto lo Scià con l'incoraggiamento americano e la cooperazione di “Atomi per la Pace”. La sua offesa era la sovranità stessa. La rivoluzione iraniana ha dimostrato che una nazione può liberarsi dall'orbita anglo-americana e sopravvivere. Questa era, agli occhi dell'Occidente, un'intollerabile “ingratitudine” nei confronti dell'egemonia americana... o almeno così racconta la storia.
Da quel momento in poi l'esistenza stessa dell'Iran divenne un problema da risolvere. Gli strumenti dell'Occidente sono stati implacabili: sostegno a Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq (compresi intelligence, armi e copertura diplomatica nonostante l'uso di armi chimiche da parte dell'Iraq); sanzioni progettate per rendere la vita quotidiana insopportabile per la popolazione iraniana; sabotaggi e omicidi contro scienziati iraniani; attacchi al programma nucleare civile iraniano. Tutto ciò per creare uno stato paria, o l'illusione di uno, allo scopo di sostenere forze terroristiche e altre forze destabilizzanti in Medio Oriente. Tutto ciò per costringere gli stati produttori di petrolio a spendere l’ottanta per cento o più delle loro entrate petrolifere non per lo sviluppo economico e sociale, ma per la difesa e la repressione interna necessarie per proteggersi dal terrorismo e dall’insurrezione in tutta la regione finanziati dalla City di Londra.
Questo ci porta al momento presente. Le fazioni all'interno della politica estera, dell'intelligence e degli istituti finanziari degli Stati Uniti e del Regno Unito che hanno interessi divergenti in Iran non sono semplicemente lobby “pro-Israele” contro lobby “pro-distensione”. Sono i resti delle vecchie reti imperiali— diverse “mani” dello stesso organismo di lingua inglese, ora in lotta per il predominio. Gli attacchi di oggi sono una mossa in quel gioco interno: una fazione a Washington che usa l'azione militare per affermare il controllo, eliminare le risorse delle reti rivali nella regione, o forzare un riallineamento che serva i suoi interessi. Tutte sono mosse all'interno di questa terza guerra civile inglese. Una battaglia per il dominio tra Londra e Washington con i persiani e tutti i popoli del Medio Oriente come pedine in quella che alcuni anni fa è passata dall'essere una competizione tra grandi potenze a conflitto tra grandi potenze. Solo non tra Russia, Cina e Stati Uniti, ma tra Stati Uniti e Regno Unito.
Parte terza: Il ciclo del conflitto — Dai dibattiti di Putney al Golfo Persico
Se questa sembra un’affermazione stravagante — secondo cui un conflitto del 21° secolo in Medio Oriente è l’ultima iterazione di una secolare disputa inglese — dobbiamo tracciare la genealogia di questa lotta. I fili che collegano i dibattiti di Putney del 1647 al bombardamento di Teheran del 2026 non sono metaforici. Sono istituzionali, ideologici e profondamente codificati nel DNA del mondo anglofono, da quando noi inglesi siamo stati occupati da un colpo di stato incruento nel 1688.
Guerra civile inglese 1.0 (1642–1651): La Genesi. La prima guerra civile inglese non fu semplicemente una disputa dinastica tra Corona e Parlamento. Fu un dibattito sul luogo del potere, sulla natura della ricchezza legittima e sul rapporto tra governanti e governati. I parlamentari (Teste Rotonde) che combatterono i realisti (Cavalieri) non erano un blocco unificato; contenevano elementi radicali — i Livellatori, i Digger — i quali sostenevano la libertà, la libertà di parola, la libertà religiosa e il consenso dei governati. Ai dibattiti di Putney, il colonnello Thomas Rainborough dichiarò che “il più povero che ci sia in Inghilterra ha una vita da vivere migliore di chi è al di fuori della nazione”. Non si trattava solo di un fraintendimento costituzionale; si trattava di una rivolta protodemocratica contro il radicato potere delle élite.
Sebbene la monarchia fosse stata restaurata nel 1660, queste idee non morirono. Attraversarono l'Atlantico con i coloni puritani legati alla causa parlamentare, plasmando un'identità americana intrinsecamente diffidente nei confronti del governo assoluto e dell'autorità concentrata. Di nuovo, come ci racconta la storia. Sotto tutto questo c'era il riconoscimento che la prima guerra civile inglese era stata finanziata e sostenuta dalle potenze dell'Europa continentale che, dopo la morte di Cromwell, avevano preso il pieno controllo della Corona inglese e poi di tutti i popoli di lingua inglese. Una realtà che avrebbe dato inizio alla seconda guerra civile inglese.
Guerra civile inglese 2.0 (1775–1783): la rivoluzione americana. La Rivoluzione americana è tradizionalmente insegnata a scuola come una ribellione coloniale contro l'eccesso di potere imperiale —una lotta basata sullo slogan “no tassazione senza rappresentanza”. Ma questa spiegazione è carente. I coloni che guidarono la ribellione non erano i diseredati; erano l'élite coloniale — nobiltà terriera, industriali emergenti, mercanti le cui ambizioni commerciali erano limitate dal sistema mercantilista di Londra. Per non parlare della nobiltà in Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles, la quale possedeva vasti appezzamenti di terra e tenute, ed era fortemente contraria alla Corona conquistata e sosteneva i coloni e i loro sforzi per l'indipendenza.
Il loro litigio non riguardava la civiltà inglese o le istituzioni inglesi, ma la specifica configurazione di potere emersa dalla gloriosa rivoluzione del 1688 — una rivoluzione che, come approfondiremo nel prossimo saggio, aveva di fatto conquistato la Corona inglese a nome di interessi finanziari continentali. L'enfasi posta dalla Dichiarazione d'Indipendenza sui governi che traggono i loro giusti poteri dal consenso dei governati fa eco alle tesi di Rainborough a Putney. La Rivoluzione fu, nella formulazione di Kevin Phillips nel libro The Cousins' War, un'estensione transatlantica dello stesso dibattito: radicali, puritani e imprenditori contro conservatori, anglicani dell'Alta Chiesa, aristocratici terrieri che rubano i beni comuni e, soprattutto, contro una Corona tenuta in ostaggio.
Guerra civile inglese 2.5 (1861–1865): la guerra civile americana. Questo schema persistette anche durante la guerra civile americana, quando le divisioni sulla schiavitù e sui diritti degli stati riflettevano tensioni irrisolte derivanti da conflitti precedenti. Il Nord industriale e il Sud agrario rappresentavano non solo economie diverse, ma diverse visioni di sovranità, lavoro e rapporto tra autorità centrale e potere locale — tutti echi dei dibattiti inglesi del XVII secolo. E ogni dibattito inglese risale alla fondazione dell'Inghilterra più di mille anni fa. La vittoria dell'Unione consolidò il polo americano del potere anglofono e risolse (anche se in modo imperfetto) alcune contraddizioni interne della repubblica, lasciandone altre a inasprirsi.
Il filo conduttore dell'Iran. Ognuna di queste fasi ha creato vincitori e vinti, esuli e reti rimaste nascoste. Alcune di queste reti, nel corso dei secoli, hanno trovato posto nelle istituzioni — agenzie di intelligence, compagnie petrolifere, banche, studi legali, università — che in seguito avrebbero gestito i rapporti dell'Occidente con il Medio Oriente. Gli uomini che pianificarono l'Operazione Ajax nel 1953 erano gli eredi istituzionali dei parlamentari che avevano combattuto per il potere commerciale e finanziario contro l'aristocrazia terriera. Le fazioni che oggi dibattono sulla politica iraniana a Washington sono gli eredi di questi antichi scismi, la cui inimicizia è codificata in un DNA istituzionale che precede di secoli la Repubblica islamica. Anche se nemmeno la formazione dell'Inghilterra è antecedente ai persiani, una cosa che deve essere ricordata e riconosciuta.
Ecco perché il conflitto con l'Iran appare così intrattabile e così resistente alla soluzione diplomatica. Non si tratta semplicemente di una disputa tra nazioni; è una guerra per procura tra due ali della stessa famiglia imperiale, ciascuna delle quali usa Teheran come pezzo degli scacchi in una partita la cui mossa finale in questi 400 anni di guerra civile inglese sarà fatta a Londra o Washington. Nella nostra vita.
Parte quarta: L'ultimo secolo — L'Iran come crogiolo della crisi
La teoria generazionale di Strauss-Howe, articolata per la prima volta nel libro Generations (1991) e ampliato in The Fourth Turning (1997), fornisce un quadro per comprendere perché questo momento —dagli anni 2020 agli anni 2030 — rappresenta la fase di crisi finale di un ciclo di 400 anni. La teoria descrive uno schema ricorrente nella storia anglo-americana: ogni “saeculum” (circa 80-100 anni, la durata di una vita umana circa) contiene quattro “svolte” — Salita, Risveglio, Disfacimento e Crisi.
Durante la svolta della crisi, la società si trova ad affrontare una minaccia esistenziale che galvanizza l’azione collettiva e alla fine distrugge un vecchio ordine creandone uno nuovo. La Rivoluzione americana, la Guerra civile e la Grande depressione/Seconda guerra mondiale furono precedenti svolte della crisi. Secondo questa teoria ci troviamo ora nella transizione dal Disfacimento alla Crisi, con una risoluzione decisiva prevista intorno al 2033. Tuttavia, man mano che le cose si evolvono, sembra sempre più che questa tendenza verrà posticipata alla fine del prossimo decennio.
Ciò che la teoria non enfatizza — ma che il nostro quadro rende esplicito — è che quando una crisi proviene dalla civiltà stessa, piuttosto che da un nemico esterno, assume la forma di una guerra civile. Come osserva un analista, quando due fazioni polarizzate nella fase di Disfacimento decidono che “loro e solo loro sono la via da seguire”, il risultato è “una guerra dall'interno”. La fazione che faceva parte del consenso durante la precedente Salita — “fermamente contraria ai tumulti del Risveglio e del Disfacimento, determinata a mantenere il proprio potere e i propri privilegi, e a rafforzare sempre di più la propria posizione nel tempo” — si ritrova ora intrappolata in una lotta per la sopravvivenza con il suo rivale interno.
Questa è esattamente la dinamica che si sta verificando nel conflitto contro l'Iran e altrove, compresa l'Ucraina. Gli attacchi di oggi non sono un incidente isolato, ma una svolta importante nella battaglia finale. La fazione che lancia questi attacchi non cerca semplicemente di contenere gli elementi controllati dalle fazioni rivali all’interno dell’Iran e della regione, ma di utilizzare questo conflitto esterno per consolidare il potere, screditare le reti interne rivali ed “epurare” i beni infiltrati in preparazione alla risoluzione finale.
Prendiamo in considerazione le reazioni all'interno dell'élite politica americana. I leader del Congresso della “Banda degli Otto” sono stati informati prima degli attacchi, ma “non hanno ricevuto un resoconto completo della giustificazione legale”. La furiosa denuncia del senatore Kaine — “pericolosa, inutile e idiota” — e la sua richiesta di un voto immediato sulla risoluzione dei poteri di guerra rivelano un profondo scisma. Questo non è il fronte unito di una nazione che si trova ad affrontare un nemico esterno; è la risposta frammentata di un sistema politico in guerra con sé stesso. Le fazioni di ciascun centro di potere imperiale dello stesso impero, con la capitale dell'altro, si contendono la supremazia.
Prendiamo in considerazione anche il ruolo di Mar-a-Lago. Trump ha supervisionato l'operazione dalla sua tenuta in Florida, utilizzando una stanza sicura per monitorare l'attacco — lo stesso luogo in cui ha autorizzato l'attacco a Soleimani nel 2020, gli attacchi in Siria nel 2017 e le operazioni più recenti contro gli Houthi e in Venezuela. Questo non è il Gabinetto di Guerra di una repubblica unificata; è il centro di comando di una fazione, la quale opera da un complesso privato, utilizzando il potere statale come strumento di volontà di fazione. Quando il vostro capitale è infiltrato e in gran parte posseduto e controllato dal capitale dei vostri concorrenti, è esattamente il modo in cui bisogna comportarsi in una guerra civile imperiale.
La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Il risultato binario che i teorici hanno previsto da tempo si presenta ora in forma concreta. La fazione che prevarrà in questa lotta — forgiata in conflitti come quello contro l'Iran — sarà quella che potrà liberare la civiltà inglese da quattro secoli di dominio da parte di un'élite finanziaria transnazionale? Oppure la vittoria dell'altra fazione significherà il consolidamento di quel dominio, portando a un decadimento irreversibile o addirittura alla distruzione totale?
In termini storici: Washington D. C. diventerà una nuova Costantinopoli — preservare il nucleo della civiltà inglese eliminando al contempo le influenze corruttrici, proprio come l'Impero romano d'Oriente conservò la civiltà classica per un altro millennio dopo la caduta di Roma? Oppure diventerà un nuova Roma — consumata dal marciume interno del dominio pretoriano, con le sue legioni che combattono infinite guerre all'estero per distrarsi da un nucleo svuotato finché non rimane altro che ripetuti saccheggi?
Il conflitto contro l'Iran è un microcosmo di questa scelta. Gli Stati Uniti agiscono lì come uno stato sovrano a rappresentare una civiltà produttiva con legittimi interessi di sicurezza? O come una Guardia pretoriana per un'élite finanziaria transnazionale il cui potere dipende da conflitti perpetui e dall'estrazione di ricchezza dall'economia produttiva?
Conclusione: vedere attraverso il fumo su Teheran
Il fumo che sale dagli attacchi contro l'Iran oscura tanto quanto rivela. Per l'osservatore occasionale si tratta semplicemente dell'ennesimo capitolo della lunga e tragica storia del conflitto in Medio Oriente. Per l'attento studioso dell'impero, si tratta di qualcosa di molto più significativo: un sintomo visibile di una guerra civile inglese durata 400 anni, la quale sta entrando nella sua fase finale e decisiva.
Questa riformulazione comporta profonde implicazioni. Se la mia analisi è corretta, allora rispondere all’Iran come avversario statale convenzionale è un errore di categoria. Il vero compito è capire quale fazione dell'élite anglo-americana sta usando questo conflitto come strumento e chiedersi se la vittoria di quella fazione serva alla salute a lungo termine della nostra civiltà inglese o al suo decadimento.
Le implicazioni politiche sono altrettanto profonde. Invece di intensificare le rivalità contro Russia e Cina — che, in questo quadro, non sono avversari primari ma spettatori interessati — l’attenzione dovrebbe spostarsi su un audit interno: identificare e smantellare le reti “rimaste nascoste” che perpetuano il controllo delle élite; ripristinare il controllo sovrano sulle istituzioni finanziarie, di intelligence e militari; costruire alleanze trasparenti basate sull’interesse reciproco piuttosto che sull’obbligo imperiale nei confronti di quella che è una capitale nemica all’interno del nostro impero anglofono.
Ma per comprendere le fazioni di questa guerra finale — per sapere quale “tipo” di élite c'è dietro gli attacchi di oggi e chi si oppone a essa — dobbiamo tornare al momento che le ha create. Dobbiamo tornare al 1688, a una rivoluzione “gloriosa” che fu, in verità, la prima presa ostile di uno stato anglofono da parte di un nuovo tipo di potenza: la Finanza.
Questo è l'evento di genesi che esploreremo nel prossimo saggio.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Bibliografia
• Phillips, Kevin. The Cousins’ Wars: Religion, Politics, and the Triumph of Anglo-America. New York: Basic Books, 1999.
• Strauss, William, and Neil Howe. The Fourth Turning: An American Prophecy. New York: Broadway Books, 1997.
• Howe, Neil. The Fourth Turning Is Here: What the Seasons of History Tell Us About How and When This Crisis Will End. Oakland: LifeCourse Books, 2023.
• Turchin, Peter. Historical Dynamics: Why States Rise and Fall. Princeton: Princeton University Press, 2003.
• Ferguson, Niall. Empire: The Rise and Demise of the British World Order and the Lessons for Global Power. New York: Basic Books, 2003.
• Fisk, Harvey Edward. English Public Finance, From The Revolution Of 1688: With Chapters On The Bank Of England. New York: Bankers Trust Company, 1920.
• Hamilton, Val. Pirates, Punters, and Politicians: How the Bank of England Was Founded. London: Chronos Books, 2025
• Quigley, Carroll. The Anglo-American Establishment: From Rhodes to Cliveden. New York: Books in Focus, 1981.
• Quigley, Carroll. Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time. New York: Macmillan, 1966.
• CIA National Intelligence Estimate. “Factors Involved in the Overthrow of Mossadeq.” Declassified document, 1954.
• Abrahamian, Ervand. “The Coup: 1953, the CIA, and the Roots of Modern U.S.-Iranian Relations.” New York: The New Press, 2013.
• Putney Debates (1647). The Clarke Papers. Edited by C.H. Firth. London: Camden Society, 1891.
• Declaration of Independence (1776). The Papers of Thomas Jefferson. Edited by Julian P. Boyd. Princeton: Princeton University Press, 1950.


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