Doveva essere questo autunno, adesso è stato rimandato addirittura al 2029 (semmai l'UE ci dovesse arrivare a quella data). Si capisce che per quella data non esisteranno né l'euro digitale, né un'Unione Europa come la conosciamo oggi perché Tether avrà dollarizzato/collateralizzato il mondo a un livello che sarà praticamente impossibile per un rivale riuscire a scalzarlo. Anche la FED sarà cambiata per allora, ridimensionata rispetto ai suoi ruoli attuali: prestatore di ultima istanza nel commercial paper market e impostazione del valore nominale del dollaro. La marcia indietro sull'euro digitale è la manifestazione tangibile della consapevolezza europea di non poter competere con Stati Uniti decisi a correre per i fatti loro, non più eterodiretti tramite infiltrati nelle stanze dei bottoni (es. Russiagate, ambasciatore inglese Darrock, ecc.) e sconquassi nei mercati finanziari ombra. La deriva autoritaria in accelerazione da parte dell'URSSE ha lo scopo di affermare la propria sopravvivenza attraverso il pugno duro scagliato contro la popolazione autoctona, dato che a livello internazionale la sua influenza continua a contrarsi. Il fantomatico “riarmo” sventolato dai vari eurocrati ai posti di comando non è rivolto alla Russia. Dopo tutto ciò che è stato inviato in Ucraina e distrutto dai russi l'UE non resisterebbe una settimana in un confronto aperto contro di essi al ritmo a cui falciano giornalmente mezzi e soldati ucraini (leggi NATO). No, eserciti e armi saranno rivolti internamente mentre i nuovi tiranni europei attiveranno tutti gli asset a loro disposizione per mantenere intatte le loro posizioni di privilegio nella catena del potere, che, ricordiamolo, si sono “guadagnati” derubando gli Stati Uniti. E non credete non ci siano altrettante fratture nella compagine della cricca di Davos. Non commettete l'errore di pensare che sia una fazione monolitica. Anche all'interno di essa ci sono “correnti”: “hardcore” (andare fino in fondo) e “softcore” (stringere un accordo). È così che è stata risolta la questione tra Iran e Israele, Israele e Palestina. Ed ecco perché, ad esempio, Fink gravita attorno a Kiev. Non scordiamoci che è stato il private equity negli USA a rappresentare una delle mani armate contro la ricchezza reale americana. Il private equity, infatti, sulla scia dei tassi bassi e la normativa a ripetizione sfornata dopo il 2008, ha fatto spesa di immobili e poi se li sono rivenduti tra di loro facendo aumentare i prezzi, impedendo alla classe media di possedere una casa, costruire una famiglia e, peggio di tutto, di accedere al credito al consumo. La rinascita della classe media americana passa per forza di cose dal mercato immobiliare: aggiustare il mercato dei mutui trentennali a tasso fisso, con copertura di equity credibile come oro, Bitcoin, flussi di cassa aziendali e titoli di stato americani. Un passo in avanti significativo è stato fatto questo mese quando la CFTC ha dichiarato ammissibili come garanzia per i prestiti Bitcoin e Tether. I QE, la ZIRP, il Dodd-Frank Act e tutte le altre storture/deformazioni economiche partorite da una FED popolata da vandali, così come il Congresso e le precedenti amministrazioni presidenziali, erano direzionati a distruggere/sabotare la capacità di formazione di ricchezza generazionale negli Stati Uniti. Un sabotaggio consapevole, tutto per mantenere liquido un mercato degli eurodollari disfunzionale (es. leva finanziaria spropositata) a vantaggio di Regno Unito ed Europa principalmente. In cambio è stata venduta all'americano medio la favoletta dei pasti gratis come l'università gratis o il sistema sanitario gratis (es. Obamacare), un'utopia progettata per trarre in inganno gli sprovveduti e risucchiare ulteriormente capacità produttiva dagli USA.
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di Thomas Kolbe
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-boom-del-debito-tedesco-la-scommessa)
Negli ambienti governativi di Berlino, l'attesa è alle stelle: l'imponente programma di indebitamento è pronto per il lancio. Presto il pacchetto di credito da €500 miliardi – mascherato da “fondo speciale” – colpirà l'economia come uno tsunami, presumibilmente per liberare il Paese dalla sua recessione cronica.
Guardando indietro, il mandato del Cancelliere Friedrich Merz sarà probabilmente ricordato soprattutto per una cosa: la sua gigantesca orgia di debiti. Cinquecento miliardi di euro in nuovi prestiti, aggiunti al deficit annuale già pianificato al 3,3% del PIL, dovrebbero riaccendere il motore economico in difficoltà nel prossimo decennio.
Maastricht è storia
Anno dopo anno la montagna del debito, già pari al 65% del PIL, crescerà di un altro 1,15% sotto forma di nuovo debito. L'indebitamento netto annuo sale così al 4,6%, ben lontano dalle soglie un tempo “sacre” di Maastricht. Quei giorni sono ormai lontani. Berlino spera in un miracolo keynesiano, ignorando il fatto che tali politiche aggravano sempre i problemi strutturali anziché risolverli.
Secondo quanto riportato da Handelsblatt, citando fonti interne, il ministro dell'Economia Katharina Reiche (CDU) ha presentato i nuovi dati sulla crescita.
Le previsioni del suo ministero sono in linea con le previsioni congiunte dei principali istituti economici tedeschi: sia il DIW che l'RWI prevedono ora una crescita del PIL dell'1,3% per il 2026 e dell'1,4% per il 2027.
Tutti contano sullo stimolo del debito: più è meglio, e le questioni qualitative o i limiti della pianificazione economica sono ormai scomparsi dai radar. La convinzione che l'economia possa essere gestita centralmente è ormai un dogma a Berlino. Il libero mercato è trattato come un avversario.
Il “punto di svolta” di Merz
Il Cancelliere Merz ha di recente annunciato una “inversione di tendenza” nei flussi di investimenti. Dopo anni di massiccia fuga di capitali, ora sostiene che il denaro stia tornando in Germania. Sembra credere che i €50 miliardi aggiuntivi di nuovi prestiti – destinati principalmente a progetti climatici, infrastrutture ed espansione militare – innescheranno un boom degli investimenti privati. Attraverso le garanzie statali, il capitale privato verrà “mobilitato”.
È una scommessa che gli stimoli alimentati dal debito rilanceranno l'economia. In realtà è una logica in stile Habeck: il degrado industriale e i fallimenti sono parte integrante del gioco.
Frodi ed economia voodoo
Questa “crescita” è un'illusione statistica. Non riflette gli investimenti guidati dal mercato o la domanda reale: è un miraggio alimentato dal debito, un falò acceso dalla stampa di denaro.
Le conseguenze saranno devastanti: i contribuenti pagheranno il conto attraverso tasse più elevate o inflazione quando la nuova massa di credito si incontrerà con un'economia stagnante e un'offerta limitata, facendo salire i prezzi.
La vera prosperità e crescita devono essere misurate in modo diverso. In un libero mercato, beni e servizi nascono da una domanda genuina. Lo stato, al contrario, diventa un fattore di consumo che distrugge il potere d'acquisto attraverso la burocrazia.
Mercati dei capitali sotto pressione
Lo stesso vale per gli investimenti. Progetti ideologici come la “trasformazione verde” sono, in realtà, programmi di distruzione di capitale. Drenano risorse scarse dal settore privato, fanno aumentare i costi di finanziamento e irrigidiscono il mercato del lavoro, vincolando i lavoratori a burocrazie improduttive.
Per contestualizzare: la quota di PIL dello stato si attesta attualmente intorno al 50%.
Con un nuovo rapporto debito/PIL previsto al 4,7% per il prossimo anno e una crescita del PIL prevista di solo l'1,3%, il settore privato dovrebbe contrarsi di circa il 3,4% in termini reali affinché i calcoli tornino.
In altre parole: la Germania è già immersa in una spirale di debito in cui ogni euro aggiuntivo di debito pubblico produce una crescita negativa. Il governo tedesco prevede di aumentare la spesa di un altro 4-5% il prossimo anno, caricando ulteriore peso sull'economia privata. Con l'espansione dello stato, la spina dorsale produttiva si contrae e Berlino lo chiama “progresso”.
La “nuova alba” del governo Merz
L'amministrazione tedesca si sta ora preparando a iniettare il suo ingente pacchetto di debiti nei canali aridi dell'industria dei sussidi verdi e dell'emergente economia di guerra. Nel Giorno dell'Unità tedesca, Merz ha avvolto il tutto in una retorica aulica, parlando di rinnovamento, vigore e ottimismo, esortando i cittadini a non lasciarsi paralizzare dalla paura.
Ma dietro tutto questo ottimismo simulato non c'è nulla di sostanziale. Non una parola su chi pagherà il conto di questi fuochi d'artificio alimentati dal credito, attraverso tasse, inflazione ed erosione dei risparmi. Questa non è una “nuova alba”, è una demolizione.
Mentre Berlino e Bruxelles raddoppiano gli sforzi per sostenere le loro pseudo-industrie finanziate dallo stato, altri si stanno muovendo nella direzione opposta. Negli Stati Uniti gli oneri fiscali per cittadini e imprese stanno diminuendo. In Florida i legislatori stanno addirittura discutendo l'abolizione totale dell'imposta sulla proprietà.
Washington sta deregolamentando il settore energetico, liberandolo dalla camicia di forza della CO₂, mentre in Germania ogni sforzo per ripristinare l'ordine di mercato viene seppellito sotto il dogma verde.
Verso l'eco-socialismo
Al contrario: Berlino sta già preparando la strada per rifinanziare la sua ondata di debiti attraverso l'aumento delle imposte di successione e l'abolizione delle agevolazioni fiscali per i coniugi. Merz sta lavorando alacremente per espandere un settore statale già sovradimensionato – che ora assorbe più della metà dell'economia – estromettendo gradualmente l'iniziativa privata.
La sua promessa di tagliare i costi burocratici di €16 miliardi e di eliminare 8.000 posti di lavoro pubblici appartiene al regno delle favole politiche. La sola distribuzione del nuovo torrente di debiti richiederà migliaia di nuovi burocrati.
La Germania è su un percorso pericoloso: verso una nuova forma di eco-socialismo in cui lo stato è di nuovo il centro dell'universo e il mercato è ridotto a un semplice motore ausiliario per mantenere a galla il fragile edificio della nazione ancora per un po'.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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