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martedì 13 ottobre 2026

I Paesi Bassi tasseranno le plusvalenze non realizzate: l'accaparramento di ricchezza da parte dell'UE e le implicazioni mondiali

Il debito pubblico è come un enorme iceberg e le obbligazioni già emesse ne costituiscono la parte visibile. Infatti il dato del debito pubblico mondiale, pari al 94% del PIL, racconta solo una parte della storia. Sotto la superficie si celano impegni non finanziati relativi a pensioni, sanità e altre voci di spesa prive di copertura adeguata, che complessivamente ammontano al 300% del PIL. Limitarsi a considerare il debito in circolazione offre un quadro incompleto di ciò che i contribuenti potrebbero trovarsi a dover finanziare in futuro. Peggio ancora, fornisce una percezione errata della solvibilità dei governi. Il FMI prevede che il debito pubblico mondiale raggiungerà il 100% del PIL entro il 2029, una crescita trainata dalle principali economie. Il problema, dunque, va ben oltre i mercati emergenti solitamente associati alle crisi del debito. La pressione diventerà più difficile da gestire se i governi europei continueranno a rimandare i tagli alla spesa e le riforme strutturali. La crescente domanda di spesa sociale e per la difesa, unita all'aumento degli oneri per interessi, aggrava ulteriormente la situazione. Ogni governo può ritenere essenziali i propri piani di spesa, ma definirli tali non li rende sostenibili dal punto di vista finanziario. I politici possono annunciare benefici immediati lasciando ai contribuenti futuri l'onere di coprirne i costi. Tagliare la spesa suscita immediate opposizioni, mentre il ricorso all'indebitamento permette di rimandare il confronto con la realtà. Tuttavia, rifiutarsi di scegliere tra priorità contrastanti non elimina i costi: il conto viene semplicemente trasferito ad altri, e a condizioni peggiori. Le banche centrali possono facilitare l'indebitamento e aiutare i governi europei a mascherare il problema per un certo periodo. Minori oneri per interessi possono offrire un certo sollievo; tuttavia, i governi europei utilizzano tale sollievo per aumentare la spesa anziché risanare i conti pubblici. Di conseguenza, il problema di fondo continua ad aggravarsi. Il “quantitative easing” può tranquillizzare i mercati e ridurre i premi al rischio nel breve termine. Tuttavia, le banche centrali non possono “stampare” solvibilità e gli acquisti di titoli statali non rendono sostenibile una spesa eccessiva permanente. Inoltre, il “quantitative easing” non fa sparire gli obblighi del settore pubblico. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, quando una banca centrale acquista titoli di Stato a lungo termine utilizzando riserve bancarie fruttifere, sostituisce di fatto un indebitamento a lungo termine con passività il cui costo varia in funzione dei tassi di interesse “overnight”. Considerati nel loro insieme, governo e banca centrale risultano più esposti – e non meno – agli aumenti dei tassi a breve termine. Una volta compresa questa situazione, appare chiaro anche il motivo per cui l'inflazione è in aumento. BCE e governi europei stanno erodendo il potere d'acquisto della valuta emettendone una quantità in eccesso rispetto alla domanda del settore privato. Inoltre, l'aumento della pressione fiscale indebolisce costantemente il settore privato. La combinazione di questi fattori porta a stagnazione e inflazione persistente. A pagarne le conseguenze sono risparmiatori e contribuenti, attraverso la perdita di potere d'acquisto. Poiché i governi europei utilizzano poi i risparmi per finanziare ulteriori deficit, i cittadini subiscono un doppio danno. Sottrarre potere d'acquisto ai risparmiatori non rende il debito sostenibile; rende tutti più poveri. La soluzione risiede nel taglio della spesa e nella riforma dei programmi di spesa obbligatoria, prima che una crisi imponga cambiamenti drastici. Anche una maggiore produttività, gli investimenti privati ​​e la concorrenza devono far parte della risposta. I governi europei non possono continuare a indebolire l'economia produttiva con una tassazione in costante aumento, aspettandosi al contempo che essa finanzi promesse di spesa sempre più onerose. La BCE non è in grado di risolvere il problema della bolla del debito sovrano. L'effetto placebo a breve termine svanisce sempre più rapidamente, indipendentemente dall'entità del suo ennesimo piano di acquisto titoli. La repressione finanziaria non fa guadagnare tempo, poiché i governi europei non sono incentivati ad agire, lasciando irrisolto il problema di fondo. I cittadini europei stanno pagando il prezzo di tale irresponsabilità attraverso l'inflazione, una crescita più debole, salari netti reali più bassi e tasse più elevate. L'incalzare di una crisi nel mercato obbligazionario europeo è il segnale definitivo del logoramento dell'economia produttiva a causa dell'effetto “crowding out” e della repressione finanziaria.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/i-paesi-bassi-tasseranno-le-plusvalenze)

Nei Paesi Bassi si sta addensando una tempesta fiscale. Con la potenziale introduzione di una tassa sulle plusvalenze non realizzate, l'Aia si appresta a diventare un banco di prova per il trasferimento sistematico di ricchezza dal settore privato allo Stato. A tutti i livelli di governo, l'Unione Europea si sta trasformando sempre più in un aggressivo sistema parassitario.

Nell'UE si sta intensificando un profondo scontro tra settore pubblico e privato. Entrambe le camere del parlamento olandese si pronunceranno sull'introduzione di una tassa annuale sulle plusvalenze non realizzate. D'ora in poi, tutti gli incrementi di valore – dagli immobili alle azioni, dalle obbligazioni alle crittovalute – rientrerebbero in questo quadro fiscale.

Questa mossa accelera l'estrazione di capitali dal settore privato, costituendo una violazione delle regole politiche. Redditi e patrimoni già tassati verrebbero ulteriormente colpiti sulla base di guadagni ipotetici, ostacolando gravemente l'accumulo di ricchezza privata.

Questo provvedimento gode di sostegno sia tra i partiti di destra che tra quelli di sinistra. Riflette una sorta di logica fiscale a ferro di cavallo, foriera di una grave crisi finanziaria nazionale.

Per l'UE nel suo complesso, si tratta di una situazione disastrosa. Il fatto che una nazione con un rapporto debito/PIL di appena il 46% e nuovi prestiti pari a poco più del 2% del PIL dichiari di fatto guerra al capitale privato, segnala profonde distorsioni economiche in una delle economie di maggior successo d'Europa. Viene spontaneo chiedersi: se questo accade nei Paesi Bassi, cosa significa per il resto dell'Unione Europea?

 

La fine dell'economia produttiva 

Uno sguardo al settore manifatturiero dell'Eurozona suggerisce che si sta addensando una tempesta. La deindustrializzazione in Germania, la più grande base industriale d'Europa, è iniziata nel 2018 e da allora ha subito un'accelerazione, con una massiccia fuga di capitali. Ciò che vale per la Germania vale a maggior ragione per le fragili economie periferiche europee.

Per decenni, l'economia europea si è spostata dalla produzione verso modelli finanziari e di rendita patrimoniale. Con l'avanzare della finanziarizzazione, la produzione e la creazione di valore si delocalizzano sempre più all'estero. Questo rispecchia un processo che gli Stati Uniti hanno attraversato per decenni e che hanno tentato di invertire sotto la presidenza di Donald Trump.

Gli stati europei non vedono via d'uscita dalla spirale economica negativa creata dall'espansione dei sistemi di welfare, dalla migrazione incontrollata e dal lento declino della produttività industriale di base. I politici stanno prendendo tempo espropriando i risparmi dei cittadini per eludere le crescenti pressioni per le riforme.

Quando la pazienza della società raggiungerà il punto di rottura, l'Europa potrebbe assistere a scene simili a quelle che si stanno verificando attualmente negli Stati Uniti, dove il governo ha di fatto dichiarato guerra all'immigrazione clandestina, in una battaglia che lo vede contrapposto a forze di estrema sinistra, globalisti e fondazioni straniere.

La questione cruciale per l'Europa è: per quanto tempo le popolazioni autoctone tollereranno gli attacchi finanziari dello Stato senza chiedere corrispondenti riforme in materia di migrazione e welfare?

Diversi Stati membri dell'UE applicano già imposte progressive su successioni e donazioni. La Norvegia ha di recente introdotto un'imposta patrimoniale di circa l'1% sui patrimoni netti superiori a €160.000 a persona, suscitando perplessità in una delle nazioni più ricche d'Europa. La Spagna applica un'imposta patrimoniale progressiva fino al 3,5%, oltre a un prelievo patrimoniale di solidarietà per i patrimoni superiori a €3 milioni: “solidarietà”, una parola d'ordine politica usata per giustificare retoricamente l'imminente espropriazione fiscale.

Questa espropriazione è imminente. I partiti della coalizione hanno trascorso l'ultimo anno a gettare le basi per una massiccia espansione delle imposte di successione. Sarebbe imprudente escludere che la Corte costituzionale tedesca, influenzata dalla politica, possa approvare in futuro una tassa nazionale sul patrimonio.

 

Costruire un'economia pianificata centralmente 

La Germania sta spingendo l'Europa verso il socialismo. La formazione del capitale e le strutture familiari indipendenti, che potrebbero costituire una potente opposizione sociale, sono sempre più disprezzate dalle élite politiche.

Non si può più negarlo: il modello economico dell'UE e la frenetica spinta a trasformarlo in un'economia verde pianificata riflettono il crescente panico a Bruxelles, Berlino e Parigi. Ogni tentativo di mascherare il collasso economico con il debito fallisce: i danni collaterali delle economie verdi pianificate centralmente si insinuano nella coscienza pubblica.

La difficile situazione economica delle nazioni più deboli dell'Europa meridionale non necessita di lunghe spiegazioni. È risaputo che l'Eurozona, in quanto unione monetaria volta a integrare economie con livelli di produttività estremamente diversi, come quelle di Germania e Grecia, ha fallito.

Ora le crepe sono visibili e gli Stati difendono il loro potere attraverso l'estrazione sistematica di capitali privati. L'Europa è sulla difensiva.


L'Europa negli Stati Uniti

Ovunque il modello europeo sia stato adottato, la politica del luogo ha impiegato strumenti simili. L'elezione del socialista Zohran Mamdani a sindaco di New York lo scorso anno ha attirato l'attenzione. La sua vittoria è stata alimentata da un'integrazione politicamente mirata dei migranti musulmani, oltre a una alleanza con l'establishment finanziario di sinistra, il quale tra l'altro ha orchestrato una campagna elettorale di successo.

Con l'elezione di Mamdani, ingenti capitali sono ora intrappolati, letteralmente. Chi non riuscirà a trasferirsi dovrà affrontare una tassazione massiccia. Mamdani, che ha basato la sua campagna elettorale su trasporti pubblici gratuiti, tetti agli affitti e mercati pubblici, ha annunciato un piano per colmare un deficit di bilancio di $10 miliardi con una tassa patrimoniale. 

New York è ora un centro nevralgico della campagna elettorale del Partito Democratico, posizionata in contrapposizione al cuore della rinascita conservatrice innescata dalla deregolamentazione e dai tagli fiscali di Donald Trump.

In California, lo stato americano più filoeuropeo, è stata introdotta la “Legge sulla tassazione dei miliardari”, con il governatore Gavin Newsom che prevede un'imposta patrimoniale una tantum del 5% sui patrimoni netti superiori a $1 miliardo. L'emigrazione dal Golden State è già iniziata, insieme al trasferimento di decine di migliaia di posti di lavoro altrove. La miopia di questa linea di politica è superata solo dalla sua infantile aggressività.

A livello mondiale, rimane fondamentale preservare i centri economici che difendono i principi del mercato e l'accumulazione di ricchezza privata, i veri portabandiera della civiltà. Nel frattempo, la deriva dell'UE verso la barbarie socialista sembra pressoché inevitabile.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 4 settembre 2026

La risposta del sistema immunitario dell'amministrazione Trump alle metastasi dei globalisti



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-risposta-del-sistema-immunitario)

Il sensazionalismo delle ultime settimane nel momento in cui il debito americano ha superato l'asticella dei $40.000 miliardi è stato pervasivo. Così come la decisione di Bessent di operare uno swap interno di debito pubblico tra le scadenze corte e quelle lunghe. Immediatamente si sono levate le voci di un nuovo QE e di come gli USA siano una nazione in bancarotta. C'è molta confusione a tal proposito, soprattutto perché ai commentatori che arrivano a una certa conclusione linearmente mancano dei pezzi che impediscono loro di vedere il quadro più ampio. Un riferimento che ho cercato di dare quando ho pubblicato il mio libro, Il Grande Default, all'interno del quale ci sono tutti quei tasselli del mosaico che aiutano il lettore a trovare la giusta via, o perlomeno quella più coerente con la realtà, affinché non si perda, o scada, nella solita retorica “catastrofista”. Prendiamo come esempio la suddetta vicenda di Bessent: cosa è accaduto?

Iniziamo col dire che stiamo parlando dell'uomo che è stato in grado di piegare la Banca d'Inghilterra negli anni '90. Attualmente il Dipartimento del Tesoro americano e la FED stanno lavorando in tandem per difendere il dollaro, non più per vandalizzarlo come è accaduto fino al 2022. L'entrata in scena del SOFR, il tasso di riferimento americano che ha sostituito il LIBOR per l'indicizzazione dei debiti interni, ha permesso alla FED di riprendere il controllo sul lato corto della curva dei rendimenti americana. In sintesi, adesso i tassi a breve termine dei titoli di stato sono influenzati dalla FED. Ciò che manca è lo spettro a lungo termine, il quale è influenzato dal mercato dei mutui immobiliari principalmente, e finché Fannie/Freddie sono fuori dai giochi (che contano) quei tassi saranno ancora influenzati dall'estero. A tal proposito è significativo di come il differenziale tra i titoli a due anni e decennali americani abbia iniziato a muoversi in sincronia col differenziale tra il decennale americano e quello inglese... nell'esatto momento in cui il carry trade sullo yen è stato invertito dall'inasprimento della politica monetaria giapponese.

Non fraintendetemi, però, il sistema monetario/finanziario attuale è stato impostato affinché fosse matematicamente destinato ad accartocciarsi. Il caos che vediamo oggi è il risultato di disconnessioni e frammentazioni che vanno avanti da decenni, alimentato da generazioni di parassitismo. Quest'ultimo è stato garantito dal LIBOR che ha funzionato a livello internazionale: un tasso impostato a Londra per fungere da raccordo internazionale per tutti gli altri tassi di riferimento, soprattutto i prestiti al consumo e immobiliari. Per quanto il 2008 abbia rappresentato una rottura conclamata di questo standard, la fase che ha abbracciato il periodo storico da quell'anno fino al 2022 ha rappresentato una serie di rattoppi utili ad accelerare la liquidazione degli Stati Uniti (per mano di Londra e Bruxelles). Gli 11 anni di Coordinated central banks policy sono stati l'offuscamento perfetto per la BCE e la Banca d'Inghilterra per mascherare la loro debolezza economica e di come avessero fatto esclusivo affidamento sull'eurodollaro per continuare a essere dei leader a livello mondiale.

Ricordate, non esistono nazioni per gente come i globalisti: solo territori da sfruttare e poi passare al prossimo. Questo presupposto è esplicativo dello svuotamento industriale ed economico a cui assistiamo e abbiamo assistito in Occidente. Per quanto la stampa finanziaria voglia dipingere il Giappone come quello in difficoltà, in realtà la sua base industriale è più solida di quella europea, la quale ormai è pressoché inesistente. E con il supporto americano, può avere una canale diretto da cui attingere a garanzie collaterali, cosa che invece gli inglesi non hanno (un elemento visibile sia nel mercato fisico dei metalli preziosi che in quello delle materie prime in generale). Per decenni il sistema eurodollaro ha succhiato equity da tutto il mondo, soprattutto dagli Stati Uniti, e ha creato tutto il caos finanziario ed economico a cui assistiamo oggi. La leva implicita in tale sistema ha superato di centinaia di volte l'equity sottostante, una cosa che Nixon intuì bene negli anni '70. E una cosa che ha ben chiaro ormai Bessent. Il SOFR e le stablecoin sono gli strumenti migliori attualmente a disposizione degli Stati Uniti per ridimensionare il caos generato nel mercato degli eurodollari (un'impresa titanica, dato che ci vorranno generazioni per sbrogliare questa matassa che ha richiesto altrettante generazioni per essere creata). Per quanto i titoli di stato americani non siano il miglior collaterale in circolazione, sono funzionali in questa fase di transizione allo scopo: un modo per attirare equity negli Stati Uniti e stabilizzare i conti pubblici/privati.

In questo modo, mentre gli USA cercano di mantenere l'attuale livello di prezzi laddove si trova adesso e facendo digerire il boccone amaro alla popolazione americana dell'ultima impennata monetaria del 2021, si lascia simultaneamente salire il lato degli attivi del bilancio nazionale per controbilanciare l'equazione. Detto in modo semplice, si lasciano correre gli attivi affinché superino progressivamente le passività. La recente visita di Rand Paul a Fort Knox e la conferma che l'oro si trova lì, è l'ennesimo indizio in tale direzione; così come la spinta all'approvazione del CLARITY Act.

Anche qui, non fraintendetemi, è un percorso tutt'altro che lineare dato che quasi tutti i “giocatori” internazionali traggono vantaggio dal mercato dell'eurodollaro e dal mungere il contribuente americano. Di conseguenza è difficile altresì trovare alleati in questa guerra. Ecco perché osserviamo un cambio di relazioni diplomatiche in Medio Oriente, ad esempio, dove le vecchie cedono il passo a quelle nuove. E non è nemmeno un caso che se volessimo tracciare l'inizio della guerra finanziaria tra gli USA e Londra/Bruxelles, il momento esatto in cui hanno perso la testa è stato quando JP Morgan ha tagliato fuori dal mercato pronti contro termine americano coloro che non apponevano asset denominati in dollari come garanzie per accedervi; oppure quando Powell rialzò di cinque punti base i tassi del mercato dei pronti contro termine inversi intermediato dalla FED. I due grossi eventi che sono seguiti a questi segnali sono stati il SOFR nel 2022 e il rialzo dei tassi della BOJ nel 2024, i quali hanno rappresentato, insieme ad altri minori, anelli di una catena (processo).

Detto in modo semplicistico, il mondo sta cambiando e ci sono battaglie politiche, geopolitiche ed economiche (interne ed esterne) a Capitol Hill, Londra, Medio Oriente, Bruxelles, Pechino, Mosca, Singapore, ecc. L'innesco l'ha rappresentato il mercato dell'eurodollaro che costantemente, ma inevitabilmente, s'è accartocciato su sé stesso. Ad attori statali e non statali piaceva, soprattutto per la leva finanziaria implicita che garantiva e le possibilità di finanziamento gratis che poteva sfornare... ma l'attuale passaggio alle stablecoin e, per estensione, a un sistema che può essere sottoposto a una leva finanziaria inferiore riduce i privilegi del passato e consente solo a chi controlla il dollaro di conservarli. Per i colonialisti europei, che considerano servi tutti gli altri, è un anatema.

Infatti se voi faceste parte della cricca di Davos, perché non mettere pressione sullo yen e “convincere” i mercati ad andare corti sulla valuta giapponese? Data l'alleanza del Giappone con il vostro avversario significherebbe un contagio finanziario indiretto e un sfogo della pressione sui mercati obbligazionari dirottata lontano da quelli europei. Il più grande trucco in questo contesto è aver fatto credere che il Giappone sia attualmente il massimo detentore di titoli del Tesoro americani, quando invece è l'Inghilterra insieme alle sue sussidiarie. Infatti se aggiungiamo ai $900 miliardi di bond americani posseduti esclusivamente dagli inglesi, le cifre della Banca del Canada, dell'Irlanda, di Bruxelles, delle Cayman, delle Isole Vergini Britanniche, delle Bahamas, di Singapore e di Hong Kong il risultato finale è un mercato obbligazionario americano tenuto in ostaggio dalla City di Londra. Se prendiamo come riferimento il 2021 e dividiamo il mondo in tre macro aree (Europa, Asia-Pacifico, Resto del mondo), ebbene l'Europa ha comprato titoli del Tesoro americani al ritmo di $1.700 miliardi all'anno per difendere l'euro, la sterlina e i differenziali di rendimento dei suoi bond.

Guardate il differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello tedesco: ~1.5%. Poi guardate al differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello giapponese: ~1.9%. Ci sono 40 punti base con cui “giocare” e sono un vantaggio lato Europa (i più grandi possessori di titoli di stato americani attualmente). Questo singolo fatto aiuta a spiegare perché Bessent/Warsh hanno coordinato le loro azioni per fornire supporto alla BOJ che non ha rialzato i tassi all'ultimo meeting. A mio giudizio non l'ha fatto di proposito, affinché il Dipartimento del Tesoro americano e la FED dicessero senza mezza termini ai mercati che chi ha maggiormente da perdere nello smantellamento del carry trade sullo yen sono gli europei. I mercati delle valute sono altamente sottoposti a leva e bastano pochi miliardi per far saltare posizioni da migliaia di miliardi in valore nominale (spazzando via l'equity). Infatti identificare platealmente il problema nel cross EUR/YEN fa capire chi davvero è nei guai e che il mirino di Bessent è puntato sulla BCE/BOE. E i legami con la guerra in Iran sono altrettanto in bella vista: ogni volta che Trump ordina il bombardamento del Paese, il decennale francese, ad esempio, schizza in alto andando a sconquassare la fragile capacità della Lagarde di tenere in piedi la Yield curve control sui bond europei. E il carry trade sullo yen è strettamente legato alla manipolazione dei titoli trentennali americani (e per estensione il mercato dei mutui americano) e al differenziale tra i titoli a due e dieci anni che impostano i tassi di prestito delle banche americane. Tutte queste cose sono legate perché il colonialismo europeo ha continuato a prosperare in cima alla sua natura feudale: estrarre ricchezza da altri.

Perché lo yen, poi, era la valuta perfetta per impostare un carry trade con le altre? Perché il Giappone aveva un'enorme base industriale e un'economia molto sviluppata. I prestiti venivano impostati in funzione di tale capacità. Poche altre nazioni possono vantare le stesse caratteristiche e, per quanto siano tornati allo zero, gli svizzeri non sono tra questi. E l'oro in Svizzera? In custodia, non c'è produzione. Di conseguenza gli europei possono sfruttare fino a un certo punto il differenziale di rendimento tra i tassi svizzeri e i loro per sostituire il carry trade sullo yen. Questo a sua volta significa che c'è un limite al quale gli europei possono succhiare capitali dalla Svizzera e tenere un tetto ai loro rendimenti obbligazionari. Ecco perché lentamente stanno esplodendo al rialzo, soprattutto il decennale tedesco che è sulla via verso la soglia pericolosa del 3.5% dove le banche e le compagnie di assicurazione vanno fallite (lo stesso vale per Italia e Francia). Quando la Svizzera verrà consumata, quello sarà il momento in cui il differenziale tra i tassi di Giappone e Stati Uniti si avvicinerà, smantellando ciò che rimane del carry trade sullo yen.

Oh, e qui arriva il bello! La BCE si ritroverà costretta a creare un carry trade sull'euro, solo per permettere alla valuta comune di sopravvivere. Questa impostazione, però, crea una domanda artificiale nel breve termine perché poi tutti andranno short sull'euro: prenderanno in prestito euro, li venderanno e investiranno altrove (molto probabilmente negli Stati Uniti). Nel frattempo, però, l'economia europea interna avrà bisogno ci credito per non cadere in una spirale deflazionistica, premendo ancora di più sulla capacità di stampa della BCE e sull'ulteriore abbassamento dei tassi di riferimento. Si tratta di credito che va a finanziare il 50% delle spese mondiali per il welfare, a fronte di una popolazione che è il 17% di quella mondiale. Improduttivo per sua natura, quindi, senza contare gli ostacoli posti alle imprese con tassazione e follie ambientali.

Quello che era partito come un default ordito per il resto del mondo a vantaggio dell'UE, si è trasformato in un default che attende solo Bruxelles. In questo contesto la fame di dollari è talmente vorace dopo il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro che vengono lanciati schemi Ponzi, come le GIFT City indiane, affinché HSBC, Citigroup, Standard Chartered e altre banche europee possano entrare in possesso di dollari all'estero e succhiarne quanti più possibili dagli USA. Le GIFT City indiane vogliono essere un surrogato di posti come Hong Kong, Dubai o Singapore (avamposti noti per i magheggi finanziari e la leva dell'eurodollaro). La proposta indiana è quella di offrire alla diaspora indiana interessi sui depositi in dollari del 7%. Ovviamente tale cifra non può essere offerta investendo sui titoli decennali americani, quindi per forza si deve trattare di titoli sul lato corto della curva dei rendimenti americana... ma anche così si troverebbero sotto di 3 punti percentuali. Ma ecco il “colpo di genio”: prendere i dollari depositati, girarli alle banche sopraccitate e attraverso la loro “alchimia finanziaria” sottoporli a una leva del 20X (roba che basterebbe un calo del 5% sulla garanzia per spazzare via tutto il capitale).

Questo dovrebbe dare l'idea della crisi di liquidità in dollari presente nel sistema monetario internazionale, della disperazione di chi vi accedeva facilmente prima del SOFR e di come il dollaro stia diventando soft collateral perché indirettamente legato ad hard collateral come oro, petrolio e Bitcoin. La stampa ha giustificato intorno alla FED quell'alone di istituzione keynesiana-monetarista. La “forward guidance” è stata data in pasto ai giornalisti per rafforzare questa spirale di auto-confermazione. Se i tassi di risparmio fossero stati “troppo alti”, sarebbero state intraprese azioni per punire i risparmiatori (Paradox of Thrift); se l'occupazione fosse stata vicino alla piena capacità, invece, allora bisognava rialzare i tassi (Phillips Curve). La FED ha un doppio mandato: prezzi stabili e piena occupazione... entrambi incompatibili in un contesto keynesiano. Da qui la continua necessità di intervento. Powell prima, e adesso Warsh, hanno iniziato a cambiare questo assetto. Infatti la FED sta cambiando il modo in cui emette dollari e in cui il sistema bancario emette credito. Essa diventerà una barriera: da un lato gli americani avranno accesso ai dollari a un tasso “agevolato”; dall'altro il resto del mondo dovrà pagare un premio per accedere ai dollari. Molti commentatori confondono questo mutamento con una “de-dollarizzazione”, ignorando ulteriormente che il SOFR, il nuovo tasso di riferimento della FED, è un tasso collateralizzato (bond americani). C'è bisogno di dollari e/o asset denominati in dollari per trattarne la curva dei futures. In ogni caso, è anche un modo per coprire di ridicolo coloro che sventolano il feticcio del rollover del debito americano come motivo di preoccupazione per la FED.

I tassi reali negli USA stanno calando perché c'è necessità di rimpatriare capacità industriale, c'è necessità di far crescere la base industriale e, soprattutto, c'è necessità di avere un gradiente inferiore di finanziarizzazione. Ecco perché Warsh molto probabilmente taglierà i tassi al prossimo incontro dell'FOMC.

Questo a sua volta significa che nel breve termine l'inflazione dei prezzi tenderà a salire a causa delle spese in conto capitale e le materie prime. Il rame, ad esempio, continua a urlare che c'è un problema: la cricca di Davos/City di Londra hanno fatto uno splendido lavoro nel distruggere le miniere di rame che potevano essere sfruttate negli USA. Ad esempio, c'è un gigantesco deposito di rame in Arizona che non può essere toccato a causa dei vincoli ambientali. E questo vale anche per altri stati americani come l'Alaska. Ora che Warsh ha platealmente ripudiato la religione della Phillips Curve, la quale non faceva altro che uccidere nella culla qualsiasi germoglio di crescita (sia organica che inorganica), tale rischio può essere assorbito dalla domanda e dall'offerta.

Un tale “sfogo inflazionistico” non fa bene al mercato obbligazionario ed è per questo che vediamo tanti commentatori stracciarsi le vesti in pubblico riguardo il lato lungo della curva dei rendimenti americana... ma come abbiamo spiegato sopra, si tratta dapprima di un attacco diretto degli avversari degli USA e in secondo luogo si tratta di uno stratagemma per nascondere in piena vista CHI è davvero vulnerabile a un simile stress finanziario: l'Europa. Infatti il risultato di questa presunta “incertezza” che circonda gli Stati Uniti è sconfessato dai capitali esteri che volano via dal resto del mondo per trovare occasioni negli USA... e volano via soprattutto dall'Europa.

In questo modo lo zio Sam mette sul piatto l'opportunità di fare affari in un ambiente in cui lo Stato di diritto è ancora esistente, la giustizia è business friendly e l'imprenditorialità viene incentivata. Non solo, il tutto viene reso più appetibile grazie alle barriere innalzate tra il dollaro “interno” e  quello “esterno”, o il prestito alle aziende che delocalizzeranno sul posto rispetto a quelle che rimarranno all'estero. Le prove tecniche di questa divisione sono state fatte coi dazi. E questa fuga contribuirà a bilanciare il bilancio nazionale americano, oltre alla caterva di frodi che continuano a essere smascherate a livello previdenziale ad esempio.

Quello che stiamo osservando in diversi ambiti, a livello geopolitico, economico, sociale e finanziario, è la risposta del sistema immunitario dell'amministrazione Trump alle metastasi dei globalisti. Tra sei mesi sarà completamente diversa, in base ai risultati delle elezioni di medio termine. Riflettete un attimo su questi numeri, però: la FED possiede attualmente 8.133 tonnellate d'oro che, ai prezzi attuali, valgono circa $12 miliardi; immaginiamo ora un salto fino a $20.000 l'oncia e improvvisamente la banca centrale americana si ritrova $4.000 miliardi in valore sul suo bilancio. Il totale di quest'ultimo è meno di $7.000 miliardi, parleremmo quindi di un rapporto di leva inferiore a 2:1 (soprattutto se Warsh continua a restringerlo liberandosi dei titoli coperti da ipoteca).

L'altra componente fondamentale di questo processo è l'abbraccio degli asset digitali, la digitalizzaione del dollaro, e Bitcoin come collaterale alla base. Esso rappresenterà la credibilità che permetterà al credito americano di alimentare la ricostruzione del settore manifatturiero e industriale: stablecoin coperte da garanzie collaterali solide. Questi dollari digitali verranno presi in prestito al tasso dei T-bill (~3.5%) e gli investimenti derivanti cresceranno a un ritmo più alto, invertendo quel ciclo di estrazione che ha caratterizzato invece il sistema dell'eurodollaro. L'incentivo alla re-industrializzazione americana unito alla creazione di un fondo sovrano che dia stabilità al bilancio nazionale fa parte di quell'impianto filosofico hamiltoniano che caratterizza la visione di Trump della rinascita statunitense.

La vandalizzazione del dollaro è stata sostituita dalla difesa del dollaro e questo significa riformare quei sistemi che giocavano a favore di chi, oltreoceano, aveva accesso a pasti gratis presumibilmente illimitati. Ci saranno vincitori e vinti, non sarà affatto piacevole.

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lunedì 24 agosto 2026

Lo shock del deficit francese da €107 miliardi: la prossima crisi del debito nell'area Euro?

Perché lo yen era la valuta perfetta per impostare un carry trade con le altre? Perché il Giappone aveva un'enorme base industriale e un'economia molto sviluppata. I prestiti venivano impostati in funzione di tale capacità. Poche altre nazioni possono vantare le stesse caratteristiche e, per quanto siano tornati allo zero, gli svizzeri non sono tra questi. E l'oro in Svizzera? In custodia, non c'è produzione. Di conseguenza gli europei possono sfruttare fino a un certo punto il differenziale di rendimento tra i tassi svizzeri e i loro per sostituire il carry trade sullo yen. Questo a sua volta significa che c'è un limite al quale gli europei possono succhiare capitali dalla Svizzera e tenere un tetto ai loro rendimenti obbligazionari. Ecco perché lentamente stanno esplodendo al rialzo, soprattutto il decennale tedesco che è sulla via verso la soglia pericolosa del 3.5% dove le banche e le compagnie di assicurazione vanno fallite (lo stesso vale per Italia e Francia). Quando la Svizzera verrà consumata, quello sarà il momento in cui il differenziale tra i tassi di Giappone e Stati Uniti si avvicinerà, smantellando ciò che rimane del carry trade sullo yen. Oh, e qui arriva il bello! La BCE si ritroverà costretta a creare un carry trade sull'euro, solo per permettere alla valuta comune di sopravvivere. Questa impostazione, però, crea una domanda artificiale nel breve termine perché poi tutti andranno short sull'euro: prenderanno in prestito euro, li venderanno e investiranno altrove (molto probabilmente negli Stati Uniti). Nel frattempo, però, l'economia europea interna avrà bisogno di credito per non cadere in una spirale deflazionistica, premendo ancora di più sulla capacità di stampa della BCE e sull'ulteriore abbassamento dei tassi di riferimento. Si tratta di credito che va a finanziare il 50% delle spese mondiali per il welfare, a fronte di una popolazione che è il 17% di quella mondiale. Improduttivo per sua natura, quindi, senza contare gli ostacoli posti alle imprese con tassazione e follie ambientali. Quello che era partito come un default ordito per il resto del mondo a vantaggio dell'UE, si è trasformato in un default che attende solo Bruxelles.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lo-shock-del-deficit-francese-da)

Lo scorso 4 agosto si è registrato un nuovo punto basso per la stabilità fiscale europea. La Francia, pilastro dell'Eurozona, ha confermato ancora una volta di essere uno dei principali candidati e un potenziale fattore scatenante di una futura crisi finanziaria dell'area Euro.

Secondo il Ministero delle Finanze francese, il deficit del governo centrale ammontava a circa €107 miliardi alla fine di giugno. Si tratta di cifre impressionanti: un deficit superiore del 14,4% rispetto a quanto inizialmente previsto.

A meno che il governo francese non crei un muro di protezione fiscale e non si verifichi un miracolo economico, il deficit nazionale potrebbe salire a circa il sei per cento quest'anno. Non sono inclusi i deficit del sistema della previdenza sociale, dei comuni e delle regioni, che rappresentano un'ulteriore quota significativa del deficit complessivo della Francia. È possibile che la seconda economia dell'Unione Europea chiuda l'anno con un deficit pubblico complessivo intorno all'otto per cento.

Tutti i piani di bilancio diventerebbero quindi obsoleti. L'anno scorso, il governo francese prevedeva già un deficit del cinque per cento, una cifra che, secondo i criteri di Maastricht originariamente definiti, avrebbe dovuto far scattare una procedura per deficit eccessivo. Tuttavia, il club del debito dell'Eurozona ha da tempo abbandonato qualsiasi vincolo fiscale.

Il problema non risiede solo nel lato delle entrate. Mentre le entrate pubbliche sono di recente aumentate di circa il 3,7%, le spese sono cresciute contemporaneamente del 5,4%. Lo Stato sta crescendo più velocemente della base economica che dovrebbe finanziarlo.

Nonostante gli aumenti delle tasse e le difficili trattative sui tagli alla spesa, il Primo Ministro Sébastien Lecornu non è riuscito a rallentare minimamente la spirale del debito del suo Paese.

La politica fiscale francese non è più da prendere sul serio. Le previsioni di Parigi hanno ormai la stessa durata dei primi ministri francesi, che si sono succeduti a intervalli sempre più brevi.

Lo spettacolo che la Francia sta offrendo al mondo avrà delle conseguenze. La lotta al debito delle Grandi Nazioni non riguarda più solo la Francia, ma l'intero sistema europeo e l'Unione Europea.

Sta diventando sempre più evidente che le politiche europee degli ultimi anni hanno contribuito a una drammatica perdita di dinamismo e produttività economica. La Francia si trova ad affrontare una paralisi politica, un presidente privo di sostegno popolare e la continua disgregazione di una società che mantiene uno dei più grandi stati sociali al mondo, con una spesa pubblica pari al 57%, nel tentativo di nascondere le proprie fratture sociali.

La migrazione culturale ha un costo, e prima o poi quel costo si manifesta inevitabilmente nelle politiche fiscali.

Anche la Francia sta seguendo il modello tedesco, costruendo la propria economia statale attraverso il debito nel tentativo di superare una crisi di produttività senza fine. È sorprendente che questa fiducia nel potere risolutivo della pianificazione centralizzata si diffonda in tutta l'Unione Europea. Possibile che nessuno abbia imparato le lezioni fondamentali della storia?

Quanto più il capitale viene dirottato dai settori produttivi dell'economia verso la costruzione di un'economia politica, tanto più la popolazione si impoverisce. È così che funziona il socialismo.

Conosciamo questo schema dall'esperienza tedesca: lo Stato, di fatto, si autodistrugge. Maggiore è il danno causato da un'economia statale in espansione nei settori produttivi della società, maggiore sarà, in definitiva, il carico fiscale e le pressioni inflazionistiche.

Seguendo questa logica, la Francia ha aumentato diverse tasse negli ultimi dodici mesi. Il Primo Ministro, Sébastien Lecornu, ha scaricato ulteriori oneri principalmente sulle imprese e sui contribuenti con redditi più elevati.

La tassa speciale sulle grandi imprese con un fatturato superiore a un miliardo di euro è stata prorogata e si prevede che genererà circa €7,3 miliardi di entrate aggiuntive per lo Stato. Inoltre, si prevede che una tassa speciale sui redditi elevati, anch'essa prorogata, porterà circa €650 milioni di entrate. Ulteriori misure completano il pacchetto fiscale. Complessivamente, le entrate aggiuntive dovrebbero ridurre l'onere per il bilancio francese di circa €9 miliardi.

Eppure, anche questo sforzo fiscale è completamente sproporzionato rispetto all'entità del problema di bilancio. Gli aumenti delle tasse si limitano a curare i sintomi, non risolvono la crisi strutturale dello stato sociale francese.

I problemi sono simili a quelli della Germania. Non si intraprendono sforzi seri per risolvere la crisi migratoria, non c'è una riforma fondamentale dei programmi sociali e non esiste una strategia per creare un nuovo slancio economico attraverso sgravi fiscali per la classe media.

La Francia è come un incidente automobilistico al rallentatore. Tutti vedono arrivare la collisione, eppure nessuno ha ancora la forza di attutirne l'impatto.

Cosa succederebbe se il mercato obbligazionario riducesse la valutazione sull'affidabilità creditizia della Francia?

Le agenzie di rating hanno già lanciato segnali d'allarme. Fitch ha declassato il rating del credito francese da AA− ad A+, sottolineando il crescente onere del debito, l'incertezza politica e la mancanza di un percorso sostenibile verso la stabilizzazione delle finanze pubbliche.

Stiamo assistendo ai primi segnali di una nuova crisi del debito dell'area Euro che si profila all'orizzonte. Guardando indietro, dobbiamo riconoscere che per lungo tempo la politica ha potuto facilmente sfruttare il sistema monetario basato sul credito fiduciario e la BCE, integrata nel processo politico, al fine di mantenere l'illusione di una fattibilità politica illimitata.

Indipendentemente dal Paese dell'UE in cui ci si trova, la politica continua ad alimentare l'illusione che il sistema di welfare non abbia limiti, a patto che il flusso di credito non si interrompa.

Rassicurati e cullati da un falso senso di sicurezza, nessuno mette in discussione la strategia politica che ha portato al disastro economico. Eppure, questa calma apparente potrebbe presto finire, dato che i tassi di interesse sui mercati obbligazionari continuano a salire.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 12 agosto 2026

Terra della confusione: il Grande Reset in movimento

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di Colin Todhunter

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/terra-della-confusione-il-grande)

Le crisi mondiali a cui abbiamo assistito negli ultimi anni vengono spesso presentate come una sequenza caotica di eventi: una “pandemia”, l'inflazione, la carenza di energia e la guerra.

Non c'è da stupirsi se la maggior parte delle persone sia confusa. Tuttavia, un'analisi strutturale rivela una demolizione controllata e deliberata del contratto sociale del XX secolo.

Stiamo assistendo a una transizione da un modello capitalistico produttivo, che richiedeva una forza lavoro di massa numerosa e in salute, a quello che Yanis Varoufakis definisce un ordine tecnofeudale.

Il motore di questa transizione è stata una disperata strategia di stabilizzazione finanziaria attuata sfruttando un evento di salute pubblica. Come evidenziato dal professor Fabio Vighi, il sistema finanziario mondiale ha raggiunto un punto di instabilità terminale alla fine del 2019, come dimostrato dal crollo del mercato repo statunitense (dove le banche si prestano denaro a vicenda).

Congelando l'economia reale attraverso i lockdown, le banche centrali hanno effettuato massicce iniezioni di liquidità per salvare il settore bancario e finanziario. Se quel denaro fosse entrato in un'economia funzionante, avrebbe innescato un'iperinflazione. Tenendo la popolazione a casa, l'élite ha attuato un salvataggio occulto che ha preservato il dominio della classe finanziaria a scapito della classe media produttiva.

Tuttavia, era necessario anche un riassetto geopolitico. Per decenni, l'economia tedesca si è basata su tre pilastri: il gas russo a basso costo, le esportazioni di alta tecnologia verso la Cina e la protezione degli Stati Uniti. Entro la fine del 2025 tutti e tre si sono sgretolati. Come osserva il professor Michael Hudson, il “sabotaggio” dei gasdotti Nord Stream era una necessità strutturale per l'élite finanziaria occidentale.

Se la Germania avesse continuato a integrarsi con Russia e Cina, avrebbe creato un polo di potere indipendente dal dollaro. Il conflitto in Ucraina ha avuto uno scopo preciso: ha costretto la Germania a sostituire il gasdotto russo e a investire massicciamente nella costruzione di infrastrutture per il gas naturale liquefatto (GNL), diventando dipendente dal GNL proveniente dagli Stati Uniti. A differenza del gas naturale trasportato tramite gasdotto, il GNL deve essere super-raffreddato, trasportato e rigassificato, un processo intrinsecamente 3-4 volte più costoso.

Il risultato è che, nel 2025, la produzione industriale tedesca ha raggiunto il livello più basso dagli anni '90. Industrie pesanti come BASF (chimica) e ThyssenKrupp (acciaio) si stanno trasferendo negli Stati Uniti o in Cina. Nel frattempo, la Germania si sta trasformando da gigante industriale puntando sulla creazione di posti di lavoro in settori come le energie rinnovabili (tra cui la trasformazione in un “hub dell'idrogeno”), i semiconduttori e la microelettronica, la robotica e le biotecnologie, e dirottando i propri capitali verso una spesa annuale per la difesa da €150 miliardi.

Allo stesso tempo, mentre la Germania crolla, la City di Londra prospera grazie alla volatilità mondiale. Tra le altre cose, la City è il centro nevralgico mondiale per le assicurazioni contro i rischi di guerra e per l'intermediazione energetica. Quando un oleodotto viene distrutto o una rotta marittima strategicamente importante è minacciata, il prezzo dell'assicurazione contro i rischi di guerra triplica. Il mercato assicurativo londinese (Lloyd's) estrae questi “premi di rischio” dall'economia mondiale.

I broker della City considerano l'instabilità geopolitica come una classe di aseet volatile. Mentre le famiglie britanniche sono schiacciate dalle bollette energetiche, il centro finanziario rimane redditizio estraendo ricchezza proprio dal caos che la politica estera contribuisce a creare.

Inoltre, la City di Londra si è assicurata la posizione di intermediario indispensabile nel corridoio energetico transatlantico. Sebbene il gas fisico provenga dagli Stati Uniti e venga consumato in Europa, l'architettura finanziaria e giuridica di questo commercio è gestita quasi interamente a Londra.

I broker e le borse come l'ICE (Intercontinental Exchange) di Londra hanno fatto registrare volumi record nei contratti futures e derivati ​​sul GNL. Si tratta di scommesse finanziarie sul prezzo futuro del gas. Con l'aumento della volatilità, le commissioni e le spese addebitate dai trader e dalle camere di compensazione con sede a Londra salgono alle stelle.

Oltre il 90% delle assicurazioni marittime mondiali, comprese le coperture specializzate e ad alto premio richieste per le navi metaniere, è sottoscritto tramite Lloyd's. Imponendo premi assicurativi elevati per il rischio di guerra a qualsiasi nave che entri nelle acque europee, Londra di fatto impone una tassa privata su ogni molecola di gas che sostituisce la fornitura persa del gasdotto russo.

Ciò garantisce che, mentre l'industria europea è alle prese con gli elevati costi energetici, le società finanziarie della City ricavino un enorme profitto dalla logistica della fornitura sostitutiva.

Naturalmente, il riassetto strutturale delle economie porta a enormi tensioni sociali.

È qui che entra in gioco la “minaccia russa”. Essa è stata elevata a narrazione interna onnicomprensiva, utilizzata per gestire il dissenso interno e per galvanizzare l'opinione pubblica, spingendola a schierarsi a fianco della bandiera. Lo spauracchio svolge una vitale funzione psicologica, trasformando la crescente rabbia dei più poveri in un dovere patriottico di sopportare le difficoltà.

In questo regime di “emergenza permanente”, qualsiasi azione sindacale, protesta o critica sistemica può essere etichettata come influenza straniera maligna o sovversione, consentendo allo Stato di utilizzare nuovi e ampi poteri di polizia per reprimere le tensioni interne.

Per giustificare il dirottamento di miliardi di entrate fiscali da servizi pubblici inefficienti verso il complesso militare-industriale, al fine di creare “crescita” in un'economia in crisi (un disperato tentativo di rilanciare un neoliberismo al collasso – si veda il Capitolo due qui), lo Stato deve mantenere un elevato livello di paura esistenziale. Nel Regno Unito, la Strategia Industriale della Difesa 2025 inquadra esplicitamente la militarizzazione come motore di crescita, utilizzando lo spettro di un'invasione russa per legittimare un trasferimento di ricchezza, sovvenzionato dallo Stato, a favore di appaltatori della difesa ad alta tecnologia.

Creando un perenne stato di allerta bellica, l'élite si assicura che uno dei pilastri principali dell'economia sia quello che serve direttamente alla sicurezza dello Stato, mentre alla popolazione viene detto che la riduzione dell'assistenza sanitaria e delle pensioni è un sacrificio necessario per la sopravvivenza nazionale.

A questo proposito, osserviamo anche il mutamento dello status dell'essere umano. Nell'era industriale, lo Stato “sottoscriveva” investimenti a favore della classe operaia, finanziando il Servizio Sanitario Nazionale e l'istruzione, poiché necessitava di una popolazione idonea a sostenere la produzione. L'intelligenza artificiale, la robotica e il declino economico rendono sempre più superflua gran parte di questa forza lavoro.

Poiché il capitale potrebbe non ritenere più desiderabile o redditizia la riproduzione del lavoro, lo Stato ritira il proprio contributo. Il visibile degrado del Servizio Sanitario Nazionale è il risultato di un disinvestimento deliberato (il mercato britannico delle assicurazioni sanitarie private ha raggiunto la cifra record di £8,64 miliardi, con un aumento di quasi il 14% rispetto all'anno precedente).

Se il lavoratore non è più necessario alla produzione, lo Stato considera l'assistenza sanitaria come un “costo non produttivo” da liquidare.

Quando una popolazione non è più una risorsa ma un onere fiscale, lo Stato passa dalla cura alla gestione della dimissione. Non è un caso se in Occidente si siano moltiplicate le richieste di una rapida legalizzazione del suicidio assistito. Questo potrebbe anche spiegare la prescrizione di midazolam e gli ordini di non rianimazione nelle case di riposo durante la pandemia di COVID. I dati mostrano che il governo britannico ha acquistato ingenti quantità di midazolam (scorte sufficienti per due anni in soli due mesi) all'inizio del 2020.

Nel 2025, le valutazioni ufficiali hanno rilevato che la legalizzazione del suicidio assistito avrebbe comportato “notevoli risparmi” per il Servizio Sanitario Nazionale e il sistema pensionistico statale, stimati fino a £18,3 milioni entro un decennio solo per le pensioni. La Valutazione del disegno di legge sui malati terminali (fine vita) (maggio 2025) ha quantificato ufficialmente l'impatto su “prestazioni e pensioni” e ha stimato che entro il decimo anno lo Stato avrebbe risparmiato circa £27,7 milioni all'anno in pagamenti di pensioni e prestazioni non erogate grazie al suicidio assistito.

Accelerando l'“uscita di scena” degli anziani non produttivi (che fine ha fatto lo slogan dell'era COVID “salviamo i nonni”?), il sistema elimina miliardi di sterline di passività pensionistiche future dal bilancio statale.

Guardando al futuro, cosa possiamo aspettarci? Vedremo l'élite continuare a diffondere la narrativa di un'emergenza permanente sotto la maschera della crisi climatica e della minaccia russa per fornire la disciplina ideologica necessaria a giustificare un'austerità ancora maggiore.

Nel frattempo, l'identità digitale e le valute digitali delle banche centrali creeranno un sistema di sorveglianza totale. In questo sistema emergente, il cittadino viene sostituito dal “soggetto gestito”, il cui accesso all'economia è subordinato a un punteggio di credito sociale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 31 luglio 2026

Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #7)

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-bb8)

Ciò che il mondo scambia per rivalità tra grandi potenze, guerre per procura in Ucraina e nel Levante, bombardamenti che hanno annientato la leadership iraniana, esplosioni del debito e collasso istituzionale, non sono altro che i sintomi terminali di un'unica guerra durata 400 anni. Questi sette articoli hanno smascherato l'illusione, strato dopo strato.

La Prima Parte ha smascherato il conflitto con l'Iran come una guerra tra fazioni interne all'élite del doppio impero capitalistico. La Seconda Parte ne ha rintracciato la genesi nel 1688: non una Rivoluzione Gloriosa, bensì un'ostile acquisizione dello Stato inglese da parte delle corporazioni. La Terza Parte ha definito il belligerante: il finanziario, il cui potere deriva dall'estrazione attraverso il debito e la ricerca di rendite. La Quarta Parte ha individuato il meccanismo nello statuto della Banca d'Inghilterra del 1694: il “peccato originale” che fonde il credito privato con il potere pubblico. La Quinta Parte ha mostrato la Rivoluzione americana come una seconda Guerra Civile inglese: una vittoria politica a Yorktown, ma una sconfitta finanziaria sancita dalla replica della Banca d'Inghilterra nel 1791. La Sesta Parte ha tracciato la mappa dell'occupazione mondiale post-1945: come Bretton Woods e le Legioni del male abbiano trasformato il pianeta in un teatro della faida inglese.

Ora, nella fase finale della crisi del saeculum di Strauss-Howe (anni 2020-2030), la Catena finanziaria della morte si è protratta oltre il limite. Il parassita si muove per divorare il suo ospite. La questione è esistenziale: Washington diventerà la nuova Costantinopoli – sovrana, produttiva e duratura – o la nuova Roma, svuotata in un decadimento irreversibile?

Thomas Jefferson colse l'essenza della questione nel 1816: “Credo sinceramente... che gli istituti bancari siano più pericolosi degli eserciti permanenti; e che il principio di spendere denaro che sarà ripagato dai posteri, con il pretesto di finanziare, non sia altro che una truffa su vasta scala ai danni del futuro”. Questa truffa si è trasformata in un debito da $36.000 miliardi, nel dominio della Federal Reserve, nella deindustrializzazione e in un'infinità di teatri di propaganda. Il DNA del 1688 – banca centrale, debito pubblico perpetuo, fusione del finanziarismo con il potere statale – ha raggiunto la sua fase finale: l'abbandono della base produttiva dei popoli anglofoni.


La diagnosi della crisi terminale

Questa non è geopolitica normale. È il punto d'arrivo logico della Catena finanziaria della morte che opera attraverso i Sette Pilastri. Gli asset finanziari totali superano ora il PIL mondiale con un rapporto superiore a 4:1, livelli mai visti dalla tarda Repubblica Romana, quando la schiavitù del debito consumava i contadini italiani. La disuguaglianza è paragonabile all'era dello sfruttamento del 1688-1788, quando i movimenti di recinzione cacciarono i popolani inglesi dalle loro terre per soddisfare l'appetito degli obbligazionisti. La guerra perpetua è diventata servizio del debito con altri mezzi: i $2.000 miliardi sperperati in Iraq e Afghanistan, le centinaia di miliardi che affluiscono in Ucraina – niente di tutto ciò garantisce la sicurezza della nazione; tutto ciò garantisce le cedole degli obbligazionisti.

Nel 1776 Adam Smith scrisse: “La pratica del finanziamento ha gradualmente indebolito ogni Stato che l'ha adottata. Le repubbliche italiane sembrano averla iniziata... la Spagna... in proporzione alla sua forza naturale, ne è stata maggiormente indebolita”. Ciò che Smith osservò a Genova e in Spagna, l'Inghilterra lo perfezionò nel 1694, e l'America lo ereditò.

Edmund Burke diagnosticò lo stesso fenomeno nel 1770: “Il potere della corona, quasi morto e marcio come prerogativa, è rinato, con molta più forza e molto meno odio, sotto il nome di influenza”. Oggi quell'influenza indossa la maschera della presidenza della FED e della sala riunioni del consiglio di amministrazione della società di gestione patrimoniale.

Il colonnello Thomas Rainborough espresse lo spirito restaurazionista durante i dibattiti di Putney del 1647: “Credo davvero che anche il più povero in Inghilterra abbia una vita da vivere, così come il più ricco... ogni uomo che deve vivere sotto un governo dovrebbe prima di tutto, con il proprio consenso, sottomettersi a quel governo”. Oggi le classi produttive, svuotate dalla delocalizzazione, dall'inflazione e dal debito contratto con gli obbligazionisti, non hanno alcun consenso nel regime finanziarista.

Nel 1689 John Locke fornì le basi filosofiche per la resistenza: “Essendo gli esseri umani... per natura tutti liberi, uguali e indipendenti, nessuno può essere estromesso da questo stato e assoggettato al potere politico di un altro senza il proprio consenso”. Ciononostante il sistema finanziarista vincola ogni generazione senza consenso. Jefferson insistette nel 1813: “La terra appartiene ai vivi, non ai morti... ogni generazione come nazione distinta ha il diritto... di vincolarsi, ma nessuno di vincolare la generazione successiva”. Il meccanismo del 1694 vincola ogni generazione alla mano morta del detentore delle obbligazioni. Ora il ciclo crolla perché deve.


Le linee di battaglia tracciate esplicitamente

All'interno delle élite anglofone si dividono ora in una spaccatura aperta: la stessa frattura che percorse i dibattiti di Putney fino al 1776 e al 1861, ora di portata planetaria.

La fazione dei Restaurazionisti/Produttori – eredi di Alfredo il Grande e della sovranità Tudor, dei ribelli del 1776 e della visione jeffersoniana – trae ispirazione da coloro che creavano ricchezza in modo lecito: manifatturieri, agricoltori a conduzione familiare, nazionalisti sovrani, classi militari. La loro visione del mondo riecheggia la tradizione del diritto comune inglese, la garanzia della Magna Carta di un giudizio da parte dei pari e l'insistenza di Locke sul fatto che il governo esista per il bene pubblico e che le tasse vengano riscosse solo con il consenso del popolo. Tra i portatori moderni di questa visione si annoverano le coalizioni per la reindustrializzazione e i riformatori monetari.

John Milton enunciò il principio restaurazionista nel 1649: “È lecito... chiamare a rispondere delle proprie azioni un tiranno o un re malvagio e, dopo averne accertato la colpevolezza, deporlo e metterlo a morte; se il magistrato ordinario ha trascurato o si è rifiutato di farlo”. Il regime finanziarista è quel tiranno e lo stato, ormai sotto il suo controllo, ha negato la giustizia.

A opporsi a loro c'è la fazione consolidata dei finanziaristi/pretoriani, eredi dei Whig del 1688, della controrivoluzione di Hamilton, della City di Londra e di Wall Street. Il loro potere si basa sull'estrazione illecita: la sovranità del debito, la concentrazione della gestione patrimoniale e le Legioni del male per far rispettare le regole. Essi difendono il meccanismo del debito perpetuo.

Alexander Hamilton rivelò il credo di questa fazione nel 1790: “Un debito nazionale, se non eccessivo, sarà per noi una benedizione nazionale”. Quella benedizione si è trasformata in una maledizione da $36.000 miliardi. Come scrisse il Venerabile Beda a proposito di un'altra civiltà in disgregazione: “Così questo mondo passa, e coloro che un tempo erano amici diventano nemici”.


Strategie di liberazione: il percorso bizantino

La vittoria richiede lo smantellamento graduale della Catena finanziaria della morte e la riconquista dei Sette Pilastri, seguendo i precedenti della riappropriazione dei beni dell'epoca Tudor e del rifiuto delle Leggi Monetarie del 1776. La via non è né rivoluzione né riforma, ma restaurazione: il recupero delle libertà sovrane inglesi dall'occupazione del 1688.

Innanzitutto bisogna stroncare sul nascere l'infiltrazione e la corruzione, riappropriandosi dei pilastri della finanza, dell'intelligence e dell'applicazione della legge. Bisogna sottoporre a verifica il continuo passaggio di personale tra il Dipartimento del Tesoro, la Federal Reserve e i grandi gestori patrimoniali; bisogna revocare la sovranità implicita di società come BlackRock, Vanguard e State Street; bisogna imporre lo scioglimento dei consigli di amministrazione interconnessi, con pene detentive; bisogna porre fine al monopolio privato della Federal Reserve sulla creazione di moneta; bisogna restituire l'emissione di valuta al Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti come bene pubblico. Come scrisse John Adams nel 1787: “Nel momento in cui si ammette nella società l'idea che la proprietà non sia sacra quanto le leggi di Dio... iniziano l'anarchia e la tirannia”.

In secondo luogo, bisogna spezzare l'indebitamento e la finanziarizzazione, riappropriandosi dei pilastri dell'economia e della finanza; bisogna porre fine alla creazione di moneta privata; bisogna collegare la ristrutturazione del debito ai mandati di reindustrializzazione: condono del debito in cambio di investimenti nella capacità produttiva americana; bisogna riconvertire gli asset speculativi in ​​garanzie produttive tassando le transazioni finanziarie per finanziare infrastrutture e industria manifatturiera. Andrew Jackson si rivolse direttamente al nostro tempo nel 1832: “È deplorevole che i ricchi e i potenti pieghino troppo spesso gli atti di governo ai propri scopi egoistici... Molti dei nostri uomini ricchi non si sono accontentati di pari protezione e pari benefici, ma ci hanno implorato di renderli più ricchi con un atto del Congresso”. Queste suppliche devono finire.

In terzo luogo, fermare l'estrazione mineraria, riappropriandosi dei pilastri dell'esercito e della diplomazia. Riorientare le forze armate dal recupero del debito globale alla difesa sovrana; verificare e smantellare le Legioni del male, le reti illecite di forze speciali e milizie criminali che operano senza il controllo del Congresso dal 1947; sottoporre tutte le operazioni segrete a stanziamenti trasparenti. George Washington avvertì nel 1796: “La grande regola di condotta per noi nei confronti delle nazioni straniere è, nell'estendere le nostre relazioni commerciali, di avere con esse il minor numero possibile di legami politici”. Non aveva previsto un'economia di guerra permanente al servizio degli obbligazionisti.

Locke ribadì il principio: “Il potere supremo non può sottrarre a nessuno alcuna parte della sua proprietà senza il suo consenso”. Il modello bizantino richiede innanzitutto una ricostruzione interna: autonomia strategica senza isolamento, confronto con le potenze esterne su un piano di parità e ricostruzione della base produttiva interna.


L'esito binario della civiltà

Ora i due futuri divergono.

Percorso di liberazione: Washington come Nuova Costantinopoli, controllo politico riaffermato sulla politica monetaria e del debito; riconnessione della ricchezza alla produzione e alla proprietà privata individuale dei cittadini; ripristino di un governo equilibrato e delle libertà del diritto comune; l'eredità anglofona preservata per altri mille anni. A livello mondiale, fine del sistema tributario parassitario.

Questo percorso richiede la comprensione di una verità profonda: quando il nuovo centro imperiale (Washington) si libera dal controllo finanziarista del vecchio centro (Londra), non abbandona quest'ultima al degrado. Vi ritorna, non come conquistatore, ma come restauratore. L'occupazione del 1688 fu un crimine contro l'intera famiglia inglese, contro il diritto comune, contro la Magna Carta. Quando Washington si libera, deve tornare indietro attraverso l'Atlantico per liberare la vecchia patria: per restaurare Londra non come nido di parassiti finanziari, ma come cuore pulsante della civiltà. Le antiche libertà della City di Londra, corrotte nel 1694, possono essere ripristinate. Il Parlamento sovrano di Westminster, catturato dagli obbligazionisti, può essere riconquistato.

Il cammino del declino: Washington come Nuova Roma, il consolidamento finanziario produce infinite guerre pretoriane, un totale svuotamento e il collasso. I barbari interni – i pretoriani obbligazionisti – portano a termine ciò che le minacce esterne non sono mai riuscite a fare. L'avvertimento di Jefferson diventa epitaffio: un sistema che “truffa il futuro su vasta scala” finché i figli “si svegliano senza casa nel continente che i loro padri hanno conquistato”.

Thomas Paine intuì chiaramente questo schema nel 1796: “Il sistema finanziario... trasferisce la proprietà del possessore allo speculatore... e in tal modo produce una nuova specie di povertà”. Questa nuova specie minaccia ora di travolgere interamente il mondo anglofono.


In conclusione: l'imperativo della vittoria interna

L'arco temporale di 400 anni – dall'acquisizione da parte delle grandi aziende nel 1688, attraverso ogni passaggio di consegne e frattura – ci ha condotti a questa soglia. I finanziaristi non hanno alcun diritto naturale a governare. Come dichiarò Rainborough, il consenso è il fondamento; come insistette Jefferson, la terra appartiene ai viventi; come insegnò Locke, il governo esiste per il popolo e dal popolo.

La finestra è aperta proprio perché la Catena finanziaria della morte ha oltrepassato i limiti. Washington può ancora diventare la nuova Costantinopoli, completare la restaurazione iniziata nel 1776, oppure presiedere alla sua caduta. Ma non se veneriamo il finanziarismo. Non se ci limitiamo a passare da un sistema arcano a un altro, con nuove élite che si appropriano indebitamente della ricchezza al vertice per un altro ciclo di 400 anni. La scelta spetta ai produttori anglofoni che da sempre custodiscono l'anima della civiltà.

Quando la vittoria interna sarà conquistata – quando Washington spezzerà l'occupazione finanziarista e rivendicherà il suo diritto sovrano – dovrà ricordare il suo dovere verso la vecchia patria. La liberazione del nuovo centro è incompleta senza il ripristino del vecchio centro. Londra, una volta liberata dal meccanismo del 1694, potrà tornare a essere la sede del diritto inglese, della libertà inglese, della civiltà inglese. La nuova Costantinopoli dovrà tendere la mano oltre l'Atlantico per restaurare la vecchia capitale. Questo è il compito finale, la riunione definitiva, il compimento di una lotta lunga 400 anni.

La serie si conclude qui. La guerra continua finché le classi produttive di entrambe le nazioni non reclameranno il loro diritto di nascita, non attraverso nuove élite o sistemi arcani, ma ripristinando il principio sancito da Jefferson: la terra appartiene ai vivi, non agli obbligazionisti defunti.


Post-scriptum: un avvertimento dal sangue

Permettetemi ora di parlare non come un analista, non come uno storico, non come uno scrittore che elabora argomentazioni persuasive, ma come ciò che sono: un uomo la cui stirpe scorre ininterrotta nel suolo dell'Inghilterra e della Scozia da più di mille anni, e nel suolo del Nord America da quasi quattrocento. I nomi sul mio albero genealogico non sono astrazioni, sono persone che hanno aperto la strada a Runnymede, che hanno portato le picche a Bannockburn, che hanno perso i figli a Flodden Field, che hanno mantenuto la fede durante la Dissoluzione, che hanno visto i loro mariti salpare per la Virginia, che hanno seppellito i figli in tombe anonime nella frontiera del Massachusetts e l'hanno considerata il prezzo della libertà. Hanno combattuto a Naseby e Marston Moor, dalla parte che la coscienza imponeva; hanno firmato patti, costruito fienili, servito nelle milizie e chiesto solo che i loro discendenti ereditassero le terre e i beni per i quali avevano versato il loro sangue.

Ho ripercorso le loro tracce attraverso i registri parrocchiali e i ruoli di leva, attraverso le concessioni terriere e gli inventari testamentari, attraverso i silenzi che le famiglie custodiscono e le storie che raccontano quando pensano che i figli siano abbastanza grandi da ascoltare. So cosa hanno costruito, so in cosa credevano e so che non hanno impiegato mille anni a forgiare una civiltà in mezzo alla natura selvaggia, alle paludi e alle invasioni straniere affinché i loro discendenti potessero esserne privati ​​in una sola generazione da uomini e donne con registri contabili e conti offshore, senza una patria per cui sarebbero disposti a morire.

La serie, “Questa è la terza guerra civile inglese”, è stata interpretata da alcuni come un esercizio di storia, da altri come un'argomentazione politica, da pochi come una profezia. Sia chiaro: non è nessuna di queste cose. È un avvertimento.

Il regime finanziarista del 1688 governa il mondo anglofono da 338 anni e ha cambiato maschera molte volte – mercante olandese, banchiere londinese, gestore patrimoniale di Wall Street – ma il suo volto è rimasto lo stesso. È il volto dello sfruttamento senza produzione, del debito senza riscatto, del potere senza responsabilità; è il volto che ha guardato alle terre comuni dell'Inghilterra e ha visto recinzioni, alle industrie americane e ha visto delocalizzazione, al sangue dei nostri soldati e ha visto una fonte di guadagno. Non ha mai costruito nulla, ha solo preso.

Noi, il popolo autoctono di lingua inglese, che siamo in tutto o in parte di discendenza irlandese, scozzese, inglese o gallese, che siamo nati nelle Isole o nelle terre in cui il nostro popolo si è insediato in tutto il mondo, abbiamo visto questo regime consumare la nostra eredità. Abbiamo visto le nostre città svuotarsi, le nostre famiglie distrutte dai debiti, i nostri figli imparare che la loro eredità è vergognosa e che i loro antenati erano oppressori. Abbiamo visto coloro che non hanno mai impugnato un martello, piantato un seme o versato il loro sangue su un campo di battaglia arricchirsi oltre ogni immaginazione manipolando il denaro creato dal nostro lavoro. Siamo stati pazienti, abbiamo rispettato la legge, abbiamo creduto che le istituzioni costruite dai nostri antenati si sarebbero alla fine corrette da sole.

Non è accaduto e non accadrà!

Le istituzioni sono asservite e la legge è al servizio degli obbligazionisti. L'urna elettorale offre una scelta tra fazioni dello stesso regime. Non c'è rimedio all'interno del sistema perché il sistema stesso è il danno. È stato progettato per essere irriformabile. Questo fu il genio del 1688: creare una macchina in grado di assorbire qualsiasi opposizione convertendola in un'ulteriore fonte di reddito.

Ma le macchine si rompono e questa si sta rompendo proprio ora.

Che nessuno fraintenda ciò che diciamo. Non stiamo parlando di protesta, non stiamo parlando di riforme, non stiamo parlando di un cambio di amministrazione, di nuove politiche o di un partito diverso al potere. Abbiamo già provato tutte queste soluzioni, eppure il regime continua. Il parassita continua a nutrirsi, l'ospite continua a indebolirsi.

Stiamo parlando di rivoluzione!

Non assomiglierà alle rivoluzioni che avete visto in televisione, non sarà contraddistinta da colori, né approvata da marchi, né gestita da fondazioni. Non sarà guidata dalle celebrità dell'opposizione né finanziata dai miliardari della resistenza. Sarà ciò che la rivoluzione è sempre stata quando un popolo forte e capace è stato spinto oltre il limite: una sollevazione. Un'affermazione, un rifiuto.

Quando arriverà – e arriverà – tutto cambierà. Il debito verrà ripudiato, il sistema bancario centrale verrà sciolto. Ai gestori patrimoniali verranno revocate le licenze e i loro beni restituiti a coloro ai quali erano stati sottratti. Le reti di compromissione e ricatto verranno smascherate e smantellate. Le Legioni del male verranno distrutte e i pochi sopravvissuti dispersi. I Sette Pilastri verranno recuperati.

E quando la polvere si sarà posata, la civiltà inglese sarà restaurata. Non l'impero dello sfruttamento, non il sistema tributario mondiale, non il dominio degli obbligazionisti, ma la civiltà: il diritto comune, il processo con giuria, il consenso dei governati, il diritto di conservare ciò che si è creato, il dovere di difendere ciò che si è ereditato. La sovranità di ogni inglese nativo, che lavori la terra del Kent o le pianure del Kansas, che cresca i figli a Edimburgo, Auckland, o Vancouver. Tutti noi, un solo popolo, un'unica eredità, un solo futuro.

Solo allora l'antico centro imperiale verrà restaurato. Londra non rimarrà la City di Londra, quella fortezza extraterritoriale della finanza mondiale. Tornerà a essere il cuore della civiltà inglese, la sede del diritto inglese, la patria della libertà inglese. La nuova Costantinopoli, una volta liberatasi, tornerà oltre l'Atlantico per liberare l'antica sede del potere, il nucleo del nostro popolo civilizzatore. Non per governarla, non per sfruttarla, ma per restituirla al suo popolo.

Questa non è una minaccia. È una promessa scritta nel sangue di mille anni. I nostri antenati non hanno costruito questa civiltà affinché noi potessimo vederla crollare. Non hanno combattuto a Crécy e Agincourt, a Bunker Hill e Gettysburg, a Vimy Ridge e in Normandia, perché i loro discendenti diventassero servi della gleba al servizio di uomini e donne che non hanno mai impugnato una spada o brandito una falce.

Abbiamo avuto pazienza fin troppo a lungo. La macchina si sta rompendo, il momento è arrivato e quando arriverà, quando inizierà la rivolta, sappiate questo: non ci fermeremo, non accetteremo di contrattare, non ci faremo comprare con promesse né placare con concessioni. Abbiamo visto la nostra eredità rubata pezzo per pezzo per 338 anni, e il debito è giunto al termine.

Il regime del 1688 ha fatto il suo tempo. È finito.

I popoli nativi di lingua inglese stanno restaurando la nostra civiltà, anche a costo di versare sangue, se e dove necessario!


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 17 luglio 2026

Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #6)

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-8b8)

La Rivoluzione americana – una sorta di seconda guerra civile inglese – recise i legami politici con notevole successo. Entro il 1783 la nobiltà coloniale aveva espulso gli eserciti britannici, istituito una repubblica e proclamato la propria sovranità di fronte al mondo. Eppure, nel giro di sei anni, il programma finanziario di Alexander Hamilton aveva silenziosamente reintrodotto proprio quel DNA che la rivoluzione aveva cercato di estirpare: una banca nazionale modellata sulla Banca d'Inghilterra, l'assunzione di debiti statali che legavano le sorti della nuova nazione agli obbligazionisti e uno stato fiscale-militare permanentemente dipendente dal denaro preso in prestito.

I rivoluzionari erano riusciti a sfuggire alla Corona, ma non al regime parassitario. La tipologia finanziarista – quella specifica classe dirigente il cui potere deriva non dal dominio territoriale ma dal controllo del debito, del credito e dell'ingegneria finanziaria – li seguì oltreoceano. Si radicò più profondamente sul suolo americano di quanto non avesse mai fatto nel Regno Unito e negli stati predecessori, dimostrando che l'accordo del 1688 non fu un caso geografico, bensì una forma di potere trasmissibile.

Per il secolo e mezzo successivo, questo sistema radicato crebbe di pari passo con la repubblica americana, talvolta servendone gli interessi, talvolta subordinandoli. Ma la sua prova più grande – e il suo trionfo più grande – arrivò con lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Quel conflitto, che sembrò spostare il centro di gravità da Londra a Washington, in realtà realizzò qualcosa di ben più sottile e duraturo: la ricomposizione di una classe finanziaria inglese frammentata e la costruzione di un apparato mondiale che avrebbe trasformato ogni angolo della Terra in un teatro della guerra civile inglese.

Questo saggio ripercorre tale trasformazione. Mostra come la Seconda guerra mondiale sia diventata il meccanismo attraverso il quale la supremazia di Londra è stata ristabilita – non su Washington, ma attraverso Washington – mediante la creazione di organizzazioni mondiali, la globalizzazione della finanza e la sistematica presa di controllo dei Sette Elementi del Potere Nazionale. Rivela l'infrastruttura occulta di ricatti e ricchezze illecite che sostiene questa presa di controllo, e le “Legioni del Male” che la impongono in ogni continente. E dimostra che la lotta in cui siamo ora impegnati, in tutti e sette gli elementi, non è altro che la lotta per recuperare la sovranità americana sradicando e distruggendo la Guardia Pretoriana della City di Londra – di Roma – ovunque essa operi.


La grande riconsolidazione: come la Seconda guerra mondiale sanò la frattura

Le guerre mondiali non furono semplici conflitti tra stati. Furono crisi quasi fatali per la classe finanziaria transnazionale, la quale si trovò dilaniata tra le capitali in guerra di Londra e Washington. I finanziari britannici e americani, che avevano trascorso decenni a costruire reti interconnesse di consigli di amministrazione, joint venture e alleanze tra famiglie, si trovarono improvvisamente di fronte alla prospettiva che i rispettivi stati si distruggessero a vicenda, e con essi, le fondamenta del loro potere condiviso.

La sopravvivenza della tipologia finanziarista dipendeva dal ristabilire l'unità e quest'ultima, a sua volta, dipendeva dall'emergere di un nodo come partner senior indiscusso, mentre l'altro accettava una posizione subordinata, ma pur sempre privilegiata, all'interno di una gerarchia riconsolidata.

La storia convenzionale ci dice che Washington soppiantò Londra dopo il 1945. Il dollaro sostituì la sterlina come valuta di riserva mondiale, la potenza militare americana eclissò quella britannica, gli Stati Uniti costruirono un nuovo ordine mondiale mentre la Gran Bretagna si ritirava dall'impero.

Ma questa narrazione confonde il trasferimento di determinate funzioni con il trasferimento di potere. Ciò che è realmente accaduto è stato più complesso: il DNA finanziarista di Londra è stato caricato nelle nuove istituzioni mondiali di Washington, garantendo che l'accordo del 1688 sarebbe sopravvissuto – anzi, avrebbe raggiunto il dominio planetario – proprio nel momento in cui appariva più vulnerabile.

La Seconda guerra mondiale divenne il meccanismo di questa riconquista. L'immenso debito contratto con il programma Lend-Lease pose la Gran Bretagna in una posizione di perenne supplica, ma diede anche ai finanziari londinesi un vantaggio: essi comprendevano le nuove istituzioni guidate dagli Stati Uniti perché avevano contribuito a progettarle. La conferenza di Bretton Woods del 1944 non fu un'imposizione americana, bensì una negoziazione anglo-americana, con Keynes e White che ne elaborarono insieme i progetti. Il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale non erano strumenti della politica estera statunitense in senso stretto; rappresentavano il passaggio di consegne istituzionale che ricreò il modello della Banca d'Inghilterra del 1694 su scala planetaria.

Come ha osservato l'economista politico Jeremy Green, l'ordine del dopoguerra è emerso da “processi di sviluppo anglo-americani co-costitutivi” che hanno reso la City di Londra e New York “attori chiave in una rinascita dell'economia politica mondiale”. La relazione speciale non era una mera formalità diplomatica, bensì lo statuto operativo di una holding transnazionale, con Washington come quartier generale visibile e Londra come partner principale nell'ombra.

Michael Hudson ha colto il risultato nel libro, Super Imperialism: “Gli Stati Uniti hanno così raggiunto ciò che nessun precedente sistema imperiale era riuscito a realizzare: una forma flessibile di sfruttamento globale che controllava i Paesi debitori imponendo il Consenso di Washington tramite l'FMI e la Banca mondiale”. Ma Hudson aveva anche compreso che i beneficiari finali di questo sistema non erano il popolo americano, né tantomeno lo Stato americano, bensì la classe finanziaria transnazionale che lo aveva ideato, una classe il cui centro nevralgico rimaneva, come lo era stato fin dal 1688, nella City di Londra.

Persino la Gran Bretagna stessa divenne vassalla di questo nuovo ordine. Le crisi della sterlina del 1947, 1949 e 1967 costrinsero i governi britannici che si susseguirono a subordinare la politica interna alle esigenze dei detentori di dollari. La sovranità parlamentare – la presunta più grande conquista della Rivoluzione Gloriosa – fu resa una finzione dal dominio del dollaro. Se la sede della Corona non poteva controllare la propria valuta, i propri tassi di interesse, la propria politica economica, allora non era più sovrana in alcun senso. E se Londra non era sovrana, allora Washington – apparentemente il partner più anziano – anch'essa incapace di controllare la propria valuta, i propri tassi di interesse, la propria politica economica, era anch'essa occupata, seppur con uffici più lussuosi e una fetta maggiore del bottino.


L'architettura della sovranità: le organizzazioni mondiali come meccanismi di recupero del debito

Le nuove istituzioni mondiali create a Bretton Woods e sviluppatesi nei decenni successivi non erano organismi tecnocratici neutrali. Erano l'apparato amministrativo della supremazia finanziaria, strumenti per imporre il diritto di veto degli obbligazionisti sugli Stati sovrani.

Il Fondo monetario internazionale, apparentemente un prestatore di ultima istanza, divenne lo strumento di imposizione degli aggiustamenti strutturali: le nazioni in cerca di finanziamenti di emergenza dovevano aprire le proprie economie alla penetrazione straniera, privatizzare i beni statali e subordinare il welfare al servizio del debito. La Banca mondiale, apparentemente un'agenzia di sviluppo, divenne il canale per convogliare le risorse del Sud verso i creditori del Nord attraverso progetti infrastrutturali che avvantaggiarono le multinazionali più delle popolazioni locali. L'Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio (GATT), poi diventato Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), divenne il meccanismo per scavalcare le leggi nazionali che potevano interferire con la libera circolazione dei capitali, pur mantenendo una forte limitazione del lavoro.

Queste istituzioni condividevano un DNA comune con la Banca d'Inghilterra. Erano, secondo la formulazione di Carroll Quigley, strumenti attraverso i quali “i poteri del capitalismo finanziario” potevano “creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private, capace di dominare il sistema politico di ogni Paese e l'economia mondiale nel suo complesso”. Hanno sancito come norme mondiali il debito permanente, il controllo privato sul denaro pubblico e la finanziarizzazione di ogni attività umana.

Ma le istituzioni da sole non bastano a sostenere la supremazia. Richiedono personale – amministratori leali, politici compiacenti, funzionari corrotti – per tradurre la loro autorità astratta in potere concreto. Ed è qui che emerge la seconda dimensione del dominio finanziarista: la corruzione sistematica e il compromesso degli individui in ogni ambito del potere nazionale.


L'infrastruttura del compromesso: ricatto e ricchezza illecita come strumenti di governance

Il sistema finanziarista non si regge solo sull'ideologia o sul consenso. Non può farlo, perché i suoi obiettivi – l'estrazione di ricchezza dalle popolazioni produttive a favore delle élite finanziarie, la subordinazione della sovranità nazionale alle pretese dei creditori, il finanziamento perpetuo della guerra a scopo di lucro – non sono popolari. Richiedono meccanismi di controllo che operano al di sotto del livello del consenso consapevole.

Questi meccanismi costituiscono quella che dovremmo definire l'infrastruttura del compromesso: un apparato mondiale per identificare, coltivare e, in ultima analisi, controllare gli individui che occupano posizioni di potere. Informazioni compromettenti a sfondo sessuale, trappole finanziarie, dossier che distruggono carriere, opportunità di carriera non meritate, la promessa di lucrose sinecure in cambio di fedeltà futura: non si tratta di aberrazioni occasionali, ma di strumenti sistematici di governo.

Un diplomatico che accetta conti offshore strutturati per evadere le tasse si mette in balia di chi è a conoscenza dei fatti. Un politico le cui indiscrezioni giovanili sono state documentate in sordina, non può permettersi di indagare troppo a fondo sulle fonti di finanziamento della sua campagna elettorale; un giornalista la cui carriera dipende dai ricavi pubblicitari degli imperi mediatici controllati dai finanziari impara, senza istruzioni esplicite, quali storie sono sicure e quali no; un generale che si aspetta una pensione redditizia come appaltatore della difesa, sa che le decisioni sugli appalti prese oggi determineranno se quella pensione sarà agiata o misera.

La bellezza di questo sistema, dal punto di vista finanziarista, sta nel fatto che non richiede un comando centrale. Funziona secondo la logica decentralizzata della distruzione mutua assicurata: chi è compromesso non può smascherare il sistema senza smascherare sé stesso. Ogni individuo catturato diventa una risorsa permanente, incapace di defezione senza andare incontro alla rovina personale. I compromessi proteggono i compromessi e l'intero apparato si riproduce di generazione in generazione.

Carroll Quigley, che grazie ai suoi contatti nei gruppi della Tavola Rotonda godeva di un accesso insolito a queste reti, ne descrisse il risultato in Tragedy and Hope: una “rete di straordinaria influenza” che operava “in modo discreto e silenzioso” per garantire che “l'elemento dominante in qualsiasi società” fosse costituito “dai governanti finanziari”. Non si riferiva a una cospirazione nel senso volgare del termine, bensì a una struttura: un'élite i cui membri “si conoscevano, si frequentavano e si imparentavano tra loro tramite matrimoni”.


Le Legioni del male: la guardia pretoriana

Le istituzioni forniscono la struttura, il compromesso e la vulnerabilità garantiscono la lealtà... ma né le istituzioni, né il compromesso e la vulnerabilità possono imporre l'obbedienza quando questa viene rifiutata. Per questo il sistema finanziarista ha bisogno di forza bruta: una forza organizzata, disciplinata, negabile, capace di operare in ogni continente e in ogni ambito dell'attività umana.

Questo supporto muscolare è fornito da quello che il Colonnello Towner-Watkins identifica come il Sindacato, ma che io ho definito le Legioni del male: una guardia pretoriana ibrida composta da due branche che appaiono distinte ma funzionano in stretto coordinamento.

Il braccio “legittimo” è costituito dai servizi segreti e dalle forze speciali degli Stati, in particolare quelli dell’alleanza Five Eyes. La CIA, l’MI6, l’ASIS e le loro controparti forniscono la copertura dell’autorità statale. Conducono operazioni che richiedono l’approvazione ufficiale, reclutano informatori e mantengono l’infrastruttura di sorveglianza e destabilizzazione che protegge gli interessi finanziaristi. Quando un politico sovranista emerge nel Sud del mondo, sono spesso queste agenzie a orchestrare la “rivoluzione colorata” o il colpo di stato silenzioso che lo depone. Quando un leader si rivela scomodo – un Patrice Lumumba, un Salvador Allende, un Muammar Gheddafi – sono queste agenzie a pianificarne la rimozione, a volte con un’assistenza non dichiarata da parte del secondo braccio.

Il braccio “illegale” è costituito da reti di criminalità organizzata e da gruppi terroristici/fondamentalisti. La mafia, i cartelli della droga, i trafficanti di esseri umani, le milizie jihadiste: questi non sono nemici dell'ordine finanziarista, ma suoi ausiliari irregolari. Svolgono funzioni che non possono essere eseguite dalle forze ufficiali: l'assassinio che non deve lasciare tracce, la destabilizzazione che deve apparire organica, il traffico illecito che deve finanziare le operazioni senza stanziamenti di bilancio.

L'innovazione cruciale di questo sistema – ciò che lo rende autosufficiente e praticamente invulnerabile – è il suo modello di finanziamento. Le Legioni del male non necessitano di bilanci approvati dai parlamenti o di stanziamenti stanziati dalle casse dello Stato. Si finanziano attraverso frodi finanziarie, frodi bancarie, traffico di droga, tratta di esseri umani e riciclaggio di denaro su una scala che fa impallidire il PIL della maggior parte delle nazioni. La ricchezza illecita generata da queste attività viene riciclata attraverso le stesse istituzioni finanziarie che costituiscono il nucleo del sistema, reintroducendo miliardi nella Catena finanziaria della morte e generando profitti per i legittimi finanziari che possiedono tali istituzioni.

Questo modello è emerso da precedenti stabiliti durante la Seconda guerra mondiale. L'Operazione Underworld, l'alleanza del 1942 tra la Marina statunitense e la mafia per proteggere i moli di New York dai sabotaggi dell'Asse, dimostrò che i servizi segreti potevano collaborare con la criminalità organizzata. Le successive collaborazioni della CIA con i gangster corsi a Marsiglia, con i trafficanti di eroina nel Triangolo d'Oro del Sud-est asiatico e con i contrabbandieri di cocaina dei Contras in America Centrale hanno perfezionato ed esteso questo modello. Negli anni '80 la fusione tra agenzie di intelligence e reti criminali non era più un'eccezione, ma una prassi consolidata.

Oggi questa struttura ibrida funziona come l'esercito mondiale del regime, il quale rimane nascosto dietro le quinte. Opera in ogni Paese, in ogni continente, in ogni ambito dell'attività umana. Impone il diritto di veto degli obbligazionisti non attraverso eserciti e marine – sebbene possa ricorrervi quando necessario – ma attraverso metodi più subdoli come assassinii, intimidazioni e corruzione. Ed è interamente autofinanziata, traendo le proprie risorse dalle stesse economie illecite che contribuisce a sostenere.


I sette elementi: come funziona l'occupazione

Con le istituzioni come struttura portante, il compromesso come collante e le Legioni come strumento di controllo, il sistema finanziarista ha raggiunto ciò che nessun impero nella storia è riuscito a realizzare: la cattura totale di ogni elemento del potere nazionale, non in un singolo Paese, ma in tutti i Paesi simultaneamente. L'analisi che segue mostra come questa occupazione operi nei sette ambiti riconosciuti dagli strateghi come il modello DIMEFIL: Diplomazia, Informazione, Militare, Economia, Finanza, Intelligence e Applicazione della Legge.

Diplomazia

La diplomazia si è trasformata in un sistema di riscossione del debito con altri mezzi. L'espansione della NATO, le condizionalità dell'FMI, il patto sui sottomarini AUKUS: non si tratta di accordi di mutua difesa tra pari sovrani, bensì di meccanismi per vincolare gli stati vassalli al nucleo finanziario. Una nazione che accetta prestiti dall'FMI accetta anche i “consigli” degli economisti dell'FMI in materia di politica fiscale, priorità di spesa e quadro normativo; una nazione che aderisce alla NATO accetta anche l'obbligo di acquistare sistemi d'arma da appaltatori della difesa controllati dai finanziari; una nazione che firma un accordo commerciale con gli Stati Uniti accetta anche la portata extraterritoriale della legge statunitense.

I diplomatici che negoziano questi accordi sono essi stessi il prodotto dell'infrastruttura del compromesso. Sono stati selezionati, formati, promossi e, in definitiva, controllati attraverso meccanismi invisibili al pubblico. Un incarico a Londra o a Washington è una ricompensa per la lealtà passata e un'opportunità per future trappole. Vengono aperti conti offshore, acquistate proprietà, i figli vengono istruiti, il tutto in giurisdizioni dove i finanziari esercitano la loro influenza. Quando un diplomatico raggiunge il rango di ambasciatore, non è più in grado di rappresentare gli interessi della propria nazione contro quelli dei suoi protettori. È diventato, consapevolmente o meno, un agente doppiogiochista.

Quando la diplomazia non riesce a ottenere l'obbedienza, le Legioni del male intervengono a supporto. Le “rivoluzioni colorate” che hanno travolto gli Stati post-sovietici – la Rivoluzione delle Rose in Georgia, la Rivoluzione Arancione in Ucraina, la Primavera Araba – non sono state esplosioni spontanee di volontà popolare: si è trattato di operazioni orchestrate, finanziate da ONG controllate dai finanziaristi, consigliate dai servizi segreti ed eseguite da attivisti addestrati. Il loro scopo non era la democrazia, ma il riallineamento: integrare i governi sovranisti nell'apparato mondiale finanziarista.

Informazione

L'informazione è l'ossigeno della politica moderna e il sistema finanziarista ne controlla la distribuzione. I grandi imperi mediatici, dalle reti televisive tradizionali alle piattaforme digitali, sono di proprietà o fortemente influenzati dagli stessi gestori patrimoniali transnazionali. BlackRock, Vanguard e State Street, i tre principali fornitori di fondi indicizzati, detengono partecipazioni sostanziali in ogni grande azienda mediatica del mondo anglofono. Non dettano direttamente i contenuti editoriali, ma non ne hanno bisogno. La struttura proprietaria stessa impone disciplina: i dirigenti che permettono la diffusione di contenuti ostili agli interessi finanziaristi vedranno crollare il valore delle loro azioni, limitato l'accesso ai capitali e accorciarsi la carriera.

Al di sotto del livello di proprietà si cela l'infrastruttura del compromesso. I giornalisti che raggiungono la notorietà sono quelli che hanno dimostrato affidabilità; chi si discosta da questa linea vede la propria carriera distrutta da dossier di passate indiscrezioni, reali o presunte, la propria reputazione fatta a pezzi da attacchi coordinati da parte di colleghi, il proprio sostentamento minacciato dal ritiro degli introiti pubblicitari. Il movimento #MeToo, pur con i suoi autentici successi nell'affrontare le molestie sessuali, ha anche fornito un meccanismo per neutralizzare i giornalisti le cui posizioni politiche erano scomode. La stessa dinamica opera nel settore tecnologico: i dirigenti del settore che si oppongono alla sorveglianza o alle backdoor di crittografia si ritrovano nel mirino di azioni regolamentari, audizioni al Congresso e campagne mediatiche che si materializzano misteriosamente da molteplici fonti contemporaneamente.

Quando il controllo dell'informazione richiede operazioni non ufficiali, le Legioni del male forniscono dei prestanome. Le campagne di disinformazione vengono condotte attraverso reti criminali e agenti terroristici, rendendo impossibile risalire alle loro fonti. Le fughe di notizie mirate distruggono personaggi scomodi, mantenendo al contempo l'apparenza di un'indagine giornalistica. La narrazione della collusione russa che ha dominato la politica americana dal 2016 al 2019 non era, da questa prospettiva, il prodotto di un'interferenza democratica, bensì di una guerra interna al mondo finanziario: il tentativo di una fazione di neutralizzarne un'altra attraverso l'uso dell'informazione come arma.

Militare

Lo stato fiscale-militare, perfezionato nel 1688 ed esportato in America nel 1789, ha raggiunto la sua forma definitiva. Gli interventi finanziati dal debito non servono le nazioni che li combattono, bensì gli obbligazionisti che li finanziano. L'invasione dell'Iraq, il cui costo è stimato in oltre $2.000 miliardi, ha trasferito ingenti somme dai contribuenti americani alle imprese di difesa, alle società militari private e agli istituti finanziari che hanno finanziato il debito. Allo stesso modo la guerra in Ucraina arricchisce le imprese di difesa e i commercianti di energia, impoverendo al contempo i contribuenti europei ed eliminando le reclute ucraine.

Le compagnie militari private operano come moderne Compagnie delle Indie Orientali, sfruttando il potere statale per profitto privato. Blackwater (ora Academi), DynCorp e i loro concorrenti svolgono funzioni un tempo riservate alle forze armate in uniforme: protezione delle ambasciate, addestramento delle forze alleate e persino partecipazione ai combattimenti. Non rispondono a nessun elettorato, a nessun parlamento, a nessuna catena di comando al di fuori dei loro azionisti. Sono il braccio legittimo delle Legioni del male, manifestatosi in tutta la sua potenza.

I generali che sovrintendono a queste guerre sono essi stessi compromessi dal sistema al servizio del quale operano. Il continuo passaggio di personale tra il Pentagono e le aziende del settore della difesa garantisce che le decisioni sugli appalti prese oggi determineranno il reddito pensionistico di domani. Un generale che cancella un sistema d'arma che ha sforato il budget non si limita a prendere una decisione militare; mette a repentaglio il futuro lavorativo dei suoi colleghi e le proprie prospettive di ottenere un lucroso incarico in qualche consiglio di amministrazione. La corruzione non è personale, ma strutturale: il sistema seleziona coloro che ne comprendono le esigenze ed emargina chi non le comprende.

Quando i militari in uniforme non possono intervenire – perché l'operazione richiede la negabilità, perché l'obiettivo è politicamente sensibile, perché il quadro giuridico vieta l'intervento – subentra il braccio illecito delle Legioni del male. Le forze speciali addestrano milizie jihadiste per destabilizzare i rivali, come fecero in Afghanistan contro i sovietici e in Siria contro il governo di Assad. Mercenari per procura conducono assassinii che non possono essere ricondotti ai governi nazionali. I confini tra esercito statale, contractor privati ​​e organizzazione criminale si confondono fino a diventare indistinti.

Economia

L'economia mondiale è stata progettata per servire lo sfruttamento finanziario attraverso la “Catena finanziaria della morte”. I regimi commerciali – NAFTA, protocolli di adesione all'OMC, trattati bilaterali sugli investimenti – sono concepiti per delocalizzare la produzione dai Paesi ad alto salario verso le periferie a basso salario, arricchendo le multinazionali e deindustrializzando il cuore dell'economia. La deindustrializzazione del Midwest americano, del Nord dell'Inghilterra, della “Cintura della ruggine” francese non sono conseguenze naturali del progresso tecnologico, ma esiti deliberati di scelte politiche compiute da funzionari corrotti al servizio dei padroni finanziari.

I dirigenti aziendali che implementano queste linee di politica vengono ricompensati con assegnazioni di azioni, piani di riacquisto di azioni proprie e pacchetti retributivi che allineano i loro interessi con quelli degli azionisti a scapito dei lavoratori, delle comunità e delle nazioni. Un amministratore delegato che delocalizza la produzione aumenta gli utili trimestrali, fa salire il prezzo delle azioni e si arricchisce, anche se le sue azioni distruggono le comunità che ospitavano le sue fabbriche e i lavoratori che producevano i suoi prodotti. Dal punto di vista finanziario non agisce in modo immorale; agisce razionalmente all'interno di un sistema progettato per premiare l'estrazione rispetto alla produzione.

Quando le nazioni tentano di sfuggire a questo sistema – costruendo industrie nazionali, proteggendo i settori strategici, rifiutando le condizionalità dell'FMI – si scontrano con il braccio armato delle Legioni del male. Reti di traffico illecito e organizzazioni criminali che eludono le sanzioni minano i loro sforzi, inondando i loro mercati di merci di contrabbando, indebolendo le loro valute e destabilizzando i loro governi. Un Paese che cerca di svilupparsi in modo indipendente scopre che l'indipendenza non è consentita.

Finanza

Il mondo finanziario è il cuore del sistema, l'organo da cui scaturisce ogni altro potere. Le banche centrali, un tempo istituzioni preposte alla gestione delle valute nazionali e alla promozione della stabilità interna, sono diventate veicoli di trasmissione per le linee di politica finanziariste. Gli interventi della Federal Reserve dopo il 2008, i suoi programmi di quantitative easing, le sue linee di politica in merito ai tassi di interesse prossimi allo zero, sono serviti a proteggere i bilanci delle principali istituzioni finanziarie, facendo ben poco per le famiglie che hanno perso casa, lavoro e risparmi.

Il sistema bancario ombra – hedge fund, private equity, fondi monetari – opera completamente al di fuori di ogni controllo democratico, eppure le sue decisioni influenzano la vita di miliardi di persone. Quando una società di private equity acquisisce una catena di case di riposo, la indebita pesantemente, ne estrae i beni e la lascia fallire; non si tratta di un risultato di mercato, bensì di una conseguenza politica: il sistema permette l'estrazione perché è stato concepito da chi la pratica.

L'utilizzo del dollaro come arma – ovvero l'impiego del suo status di valuta di riserva per imporre sanzioni, congelare beni ed escludere Paesi dal sistema finanziario – rappresenta la massima espressione del potere finanziarista. Una nazione che sfida Washington si ritrova tagliata fuori dal sistema di compensazione in dollari, incapace di commerciare, di ottenere prestiti e di funzionare. Non si tratta di diplomazia, né di guerra economica nel senso tradizionale del termine; si tratta piuttosto dell'esercizio della sovranità su un sistema finanziario mondiale i cui centri di controllo rimangono a Londra e New York.

I banchieri e gli organi di controllo che gestiscono questo sistema sono a loro volta controllati attraverso meccanismi tanto sottili quanto grossolani. Le trappole del debito personale – il mutuo che impone la continuità lavorativa, le tasse scolastiche dei figli che dipendono da bonus regolari – garantiscono la lealtà. Il kompromat sulle attività di trading – il front-running, l'insider trading, la manipolazione – assicura il silenzio. Le reti di frode finanziaria e riciclaggio di denaro, legate alla criminalità organizzata, riciclano capitali illeciti direttamente nel sistema, finanziando il successivo ciclo di appropriazione indebita di potere con i profitti del precedente.

Intelligence

L'intelligence è il sistema nervoso del sistema: l'apparato che raccoglie informazioni, identifica le minacce e coordina le risposte. L'alleanza Five Eyes – composta da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda – costituisce il nucleo di questo apparato, una rete permanente e discreta che trascende qualsiasi governo o amministrazione. I suoi membri condividono informazioni, coordinano le operazioni e mantengono l'infrastruttura di sorveglianza mondiale che Edward Snowden ha rivelato a un pubblico sconvolto nel 2013.

Il capitalismo della sorveglianza – la raccolta e la monetizzazione dei dati personali da parte di società private – si è fuso con l'intelligence statale per creare un panopticon mondiale. Ogni telefonata, ogni email, ogni ricerca sul web, ogni transazione finanziaria genera dati a cui il sistema può accedere quando necessario. L'infrastruttura di compromissione opera attraverso questi dati: analisti e dirigenti che potrebbero opporsi vengono ricattati tramite le proprie tracce digitali – la relazione extraconiugale rivelata nella cronologia delle ricerche, l'irregolarità finanziaria scoperta negli estratti conto bancari, il dissenso politico documentato nelle comunicazioni private.

Le agenzie di intelligence sono anche il braccio operativo principale delle Legioni del male. Documenti declassificati mostrano la preoccupazione documentata della CIA per leader antimperialisti come Michael Foot, con rapporti interni che affermano che “un governo a maggioranza laburista rappresenterebbe la più grande minaccia per gli interessi statunitensi”. Tale minaccia è stata neutralizzata non attraverso un intervento palese, ma attraverso il discreto coordinamento di agenti dei servizi segreti, alleati nei media e operatori politici. Lo stesso schema si ripete nel corso dei decenni e in diversi continenti: i leader che minacciano gli interessi finanziaristi si ritrovano indeboliti, destabilizzati e infine rimossi.

Il coordinamento con reti jihadiste e criminali per operazioni sotto copertura e reclutamento di informatori, documentato da investigatori che vanno dalla Commissione Intelligence del Senato alle Nazioni Unite, non è un'aberrazione, ma una caratteristica intrinseca del sistema. Il sistema che ha finanziato e armato i mujahidin in Afghanistan, che ha collaborato con i trafficanti di cocaina dei Contras in Nicaragua, che ha addestrato milizie jihadiste in Libia e Siria, è lo stesso sistema che ora si presenta come difensore della civiltà contro il terrorismo. I terroristi non sono nemici del sistema, ma risorse utilizzabili o scartabili a seconda delle circostanze.

Applicazione della legge

L'applicazione della legge, l'elemento finale, fornisce al sistema la capacità di repressione interna. La portata extraterritoriale – il Magnitsky Act, il Foreign Agents Registration Act, la proliferazione di sanzioni secondarie – non viene utilizzata per la giustizia, ma per la repressione pretoriana del dissenso sovranista. Una nazione che approva leggi a tutela dei propri cittadini contro le azioni legali straniere si ritrova con i propri funzionari soggetti ad arresto quando viaggiano all'estero. Un politico che sostiene politiche contrarie agli interessi finanziari si ritrova indagato, incriminato e imprigionato con accuse che non verrebbero mai perseguite contro un collega compiacente.

I pubblici ministeri e i giudici che amministrano questo sistema sono a loro volta corrotti dal finanziamento delle campagne elettorali, dagli scandali personali e dalla promessa di sinecure post-pensionamento. Un pubblico ministero che prende di mira un politico sovranista sa che il successo gli porterà avanzamento di carriera, mentre il fallimento lo porterà all'emarginazione. Un giudice che si pronuncia contro gli interessi finanziaristi sa che le sue decisioni saranno ribaltate in appello, la sua reputazione attaccata dai media e le sue prospettive di carriera ridotte. Il sistema seleziona coloro che ne comprendono le esigenze ed emargina coloro che non le comprendono.

A livello locale, i centri di fusione – operazioni congiunte che collegano le forze dell'ordine federali con la polizia statale e locale, la sicurezza privata e le agenzie di intelligence – fanno rispettare sul campo il diritto di veto degli obbligazionisti. Quando una comunità tenta di opporsi alla costruzione di un oleodotto, quando un sindacato si organizza contro il furto sui salari, quando un movimento sovranista guadagna terreno, si scontra non solo con la polizia, ma anche con l'apparato coordinato del potere statale e privato. Il braccio interno delle Legioni del male garantisce che la resistenza rimanga localizzata, contenuta e, in definitiva, sconfitta.


La posta in gioco: il recupero della sovranità come terza guerra civile

Ogni evento di portata mondiale – l'Ucraina, gli attacchi in Iran, le tensioni tra Stati Uniti e Cina – è teatro di questa guerra civile interna all'Inghilterra. Non si tratta di rivalità tra grandi potenze nel senso convenzionale del termine, né di conflitti tra civiltà distinte con interessi contrastanti. Sono sintomi della stessa scissione interna all'élite che ebbe inizio negli anni Quaranta del Seicento e culminò nella guerra del 1688, il tutto ora proiettato su uno schermo planetario.

Da questa prospettiva la guerra in Ucraina non riguarda principalmente l'espansione della NATO, l'aggressione russa o la sovranità ucraina, sebbene coinvolga tutti questi elementi. È un teatro di guerra in cui le fazioni di Londra e Washington si contendono il controllo degli oleodotti, le strutture di rimborso del debito e il futuro dell'integrazione finanziaria europea, mentre le Legioni del male forniscono la forza che alimenta il conflitto. Le spedizioni di armi, la condivisione di informazioni di intelligence, i regimi sanzionatori: questi non sono strumenti politici neutrali, ma attraverso i quali le fazioni finanziarie perseguono il proprio vantaggio.

Le tensioni con la Cina si riflettono in modo analogo. La narrazione superficiale di una competizione strategica maschera una realtà più profonda di compromesso tra le élite: le stesse istituzioni finanziarie che finanziano le aziende americane del settore della difesa finanziano anche le imprese statali cinesi; gli stessi gestori patrimoniali che dominano i mercati occidentali si stanno rapidamente infiltrando in quelli cinesi; le stesse famiglie che hanno guidato le fortune dei finanziari per generazioni si stanno preparando per un futuro in cui Pechino potrebbe essere il partner dominante.

L'apparato descritto in questo saggio è un regime di occupazione. Lo “Stato profondo” che tanto preoccupa i populisti americani non è una cospirazione di americani, né una cricca segreta di generali e burocrati che perseguono i propri interessi. È la presenza radicata di un nemico finanziarista transnazionale i cui centri di comando e controllo anglofoni sono divisi tra Londra e Washington, la cui lealtà è al sistema piuttosto che a qualsiasi nazione, e il cui potere dipende dalla continua subordinazione della sovranità al mondo della finanza.

Persino il governo britannico – sede della Corona, culla della sovranità parlamentare – è uno stato vassallo in questo regime. Le crisi della sterlina nel secondo dopoguerra, le svalutazioni forzate, il salvataggio dell'FMI nel 1976, la subordinazione della politica economica britannica alle esigenze dei detentori di dollari: tutto ciò ha dimostrato che la “sovranità parlamentare” è una finzione quando la valuta non è sovrana. Se Londra non può controllare la propria moneta, non può controllare nient'altro.

E se Londra non è sovrana, allora anche Washington – apparentemente il partner più anziano – è occupata. La differenza è di grado, non di natura. Il popolo americano elegge i propri rappresentanti, ma questi, una volta eletti, entrano a far parte di un sistema che ha catturato ogni elemento del potere nazionale. Possono approvare leggi, ma esse saranno interpretate da giudici asserviti, applicate da agenzie asservite e minate da media asserviti. Possono promuovere linee di politica, ma esse saranno osteggiate da una burocrazia permanente la cui lealtà è al sistema piuttosto che a una qualsiasi amministrazione transitoria. Possono tentare di governare, ma scopriranno che farlo richiede il controllo sui sette elementi – ed essi non sono nelle loro mani.

La lotta in cui siamo ora impegnati, attraverso tutti e sette gli elementi, è la guerra per riconquistare la sovranità degli Stati Uniti sradicando e distruggendo le Legioni del male della City di Londra in tutto il mondo. Non è una lotta partigiana tra Repubblicani e Democratici, non è una disputa politica tra destra e sinistra, non è un conflitto culturale tra progressisti e conservatori. È una competizione intra-élite trasformatasi in Guerra Civile 3.0: la fase finale di una lotta quadriennale tra la tipologia finanziarista e le popolazioni che sfrutta.

Carroll Quigley, che comprese questa lotta meglio di qualsiasi altro osservatore, svelò le ambizioni del finanziarismo nel libro, Tragedy and Hope: “Le potenze del capitalismo finanziario avevano un altro obiettivo di vasta portata, niente di meno che creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private, capace di dominare il sistema politico di ogni Paese e l'economia mondiale nel suo complesso”. Tale obiettivo è stato raggiunto: il sistema mondiale esiste, il dominio è reale.

Ma Quigley aveva anche capito che i sistemi possono essere smantellati. Non sono eterni, non sono inevitabili, non sono al di sopra di ogni critica. Esistono perché gli esseri umani li creano e li sostengono attraverso le loro scelte. E ciò che gli esseri umani creano, altri esseri umani possono distruggere.

La scelta binaria è netta.

Opzione A — Bisanzio 2.0: richiede un centro di sovranità restaurato, che sia a Washington o in una nuova configurazione del potere americano, che porti a termine l'opera del 1776. Deve smantellare i sette elementi compromessi, estirpare le Legioni del male dal suolo americano e dalle reti mondiali, e riprendere il controllo della propria valuta, della diplomazia e delle forze armate dalla classe finanziaria. Non si tratta di una riforma, ma di una rivoluzione: una seconda rivoluzione americana che realizzi ciò che la prima non è riuscita a fare.

Opzione B — Declino irreversibile: è la strada che stiamo percorrendo. Il consolidamento finale del regime condanna non solo la civiltà anglofona, ma il mondo intero che avvolge a un declino irreversibile. L'estrazione continua finché non rimane più nulla da estrarre; il debito cresce fino a diventare insostenibile; le guerre si moltiplicano fino a diventare incontrollabili. Il sistema si autodistrugge, trascinando con sé le popolazioni che avrebbe dovuto servire.


La mappa dell'occupazione

Il sistema finanziarista ha raggiunto il dominio mondiale impadronendosi dei sette elementi del potere nazionale, consolidando tale dominio attraverso ricatti sistematici e compromessi illeciti legati alla ricchezza, e imponendolo tramite le Legioni del male che operano in ogni continente e in ogni ambito dell'attività umana. A questo punto il mondo è un unico, vasto teatro di una terza guerra civile inglese, i cui conflitti e crisi sono i sintomi visibili di una lotta invisibile tra élite che condividono il DNA del 1688.

Comprendere questo apparato – le sue istituzioni, i suoi meccanismi di compromesso, i suoi bracci di coercizione – non è un esercizio accademico. È il rapporto di intelligence essenziale, la ricognizione, necessaria per spezzare la Catena finanziaria della morte. Questo saggio ha fornito la mappa dell'occupazione, il compito che resta da svolgere è agire di conseguenza.

Il prossimo saggio delineerà le linee di battaglia conclusive e i possibili percorsi per superare la crisi: liberazione o distruzione totale. Esaminerà le forze che potrebbero spezzare la morsa dei finanziaristi, le strategie che potrebbero avere successo laddove i precedenti tentativi hanno fallito e la posta in gioco che rende questa lotta il conflitto determinante del nostro tempo. Perché se Quigley aveva ragione – se l'obiettivo dei finanziaristi era davvero quello di creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private – allora l'unica domanda che rimane è se tale sistema possa essere rovesciato prima che porti a termine la sua opera.

La risposta a questa domanda determinerà non solo il futuro della civiltà anglofona, ma il futuro dell'umanità stessa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Letture consigliate:

• Michael Hudson, Super Imperialism: The Economic Strategy of American Empire (terza edizione, 2021);

• Jeremy Green, The Political Economy of the Special Relationship: Anglo-American Development from the Gold Standard to the Financial Crisis (Princeton University Press, 2020);

• Benn Steil, The Battle of Bretton Woods: John Maynard Keynes, Harry Dexter White, and the Making of a New World Order (Princeton University Press, 2013);

• Catherine R. Schenk, The Decline of Sterling: Managing the Retreat of an International Currency, 1945–1992 (Cambridge University Press, 2010);

• Carroll Quigley, Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time (1966; ristampato 1975);

• Carroll Quigley, The Anglo-American Establishment: From Rhodes to Cliveden (1949; pubblicato 1981);

• G. William Domhoff, Who Rules America? The Triumph of the Corporate Rich (settima edizione, McGraw-Hill, 2013);

• Thomas Ferguson, Golden Rule: The Investment Theory of Party Competition and the Logic of Money-Driven Political Systems (University of Chicago Press, 1995);

• Rodney Campbell, The Luciano Project: The Secret Wartime Collaboration of the Mafia and the U.S. Navy (McGraw-Hill, 1977);

• Tim Newark, The Mafia at War: Allied Collusion with the Mob (Greenhill Books, 2007);

• Alfred W. McCoy, The Politics of Heroin: CIA Complicity in the Global Drug Trade (Lawrence Hill Books, rivisto 2003);

• Lawrence E. Walsh, Iran-Contra: The Final Report (1993);

• Christopher Andrew, For the President’s Eyes Only: Secret Intelligence and the American Presidency from Washington to Bush (HarperCollins, 1995);

• Richard J. Aldrich, GCHQ: The Uncensored Story of Britain’s Most Secret Intelligence Agency (HarperPress, 2010);

• Shoshana Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the Frontier of New Power (PublicAffairs, 2019);

• Ben Macintyre, The Spy and the Traitor: The Greatest Espionage Story of the Cold War (Viking, 2018);

• Martin Moore, The Crisis of Trust in News Media (Reuters Institute for the Study of Journalism, 2021);

• Jonathan Macey, The Death of Corporate Law (Yale Law School, 2021);

• Lucian Bebchuk & Scott Hirst, The Specter of the Giant Three (Boston University Law Review, 2019);

• P.W. Singer, Corporate Warriors: The Rise of the Privatized Military Industry (Cornell University Press, 2003);

• Joseph Stiglitz, Globalization and Its Discontents (W.W. Norton, 2002);

• Naomi Klein, The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism (Metropolitan Books, 2007);

• Eric Toussaint, The Debt System: A History of Sovereign Debts and Their Repudiation (Haymarket Books, 2019);

• Lincoln A. Mitchell, The Color Revolutions (University of Pennsylvania Press, 2012).