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martedì 13 ottobre 2026

I Paesi Bassi tasseranno le plusvalenze non realizzate: l'accaparramento di ricchezza da parte dell'UE e le implicazioni mondiali

Il debito pubblico è come un enorme iceberg e le obbligazioni già emesse ne costituiscono la parte visibile. Infatti il dato del debito pubblico mondiale, pari al 94% del PIL, racconta solo una parte della storia. Sotto la superficie si celano impegni non finanziati relativi a pensioni, sanità e altre voci di spesa prive di copertura adeguata, che complessivamente ammontano al 300% del PIL. Limitarsi a considerare il debito in circolazione offre un quadro incompleto di ciò che i contribuenti potrebbero trovarsi a dover finanziare in futuro. Peggio ancora, fornisce una percezione errata della solvibilità dei governi. Il FMI prevede che il debito pubblico mondiale raggiungerà il 100% del PIL entro il 2029, una crescita trainata dalle principali economie. Il problema, dunque, va ben oltre i mercati emergenti solitamente associati alle crisi del debito. La pressione diventerà più difficile da gestire se i governi europei continueranno a rimandare i tagli alla spesa e le riforme strutturali. La crescente domanda di spesa sociale e per la difesa, unita all'aumento degli oneri per interessi, aggrava ulteriormente la situazione. Ogni governo può ritenere essenziali i propri piani di spesa, ma definirli tali non li rende sostenibili dal punto di vista finanziario. I politici possono annunciare benefici immediati lasciando ai contribuenti futuri l'onere di coprirne i costi. Tagliare la spesa suscita immediate opposizioni, mentre il ricorso all'indebitamento permette di rimandare il confronto con la realtà. Tuttavia, rifiutarsi di scegliere tra priorità contrastanti non elimina i costi: il conto viene semplicemente trasferito ad altri, e a condizioni peggiori. Le banche centrali possono facilitare l'indebitamento e aiutare i governi europei a mascherare il problema per un certo periodo. Minori oneri per interessi possono offrire un certo sollievo; tuttavia, i governi europei utilizzano tale sollievo per aumentare la spesa anziché risanare i conti pubblici. Di conseguenza, il problema di fondo continua ad aggravarsi. Il “quantitative easing” può tranquillizzare i mercati e ridurre i premi al rischio nel breve termine. Tuttavia, le banche centrali non possono “stampare” solvibilità e gli acquisti di titoli statali non rendono sostenibile una spesa eccessiva permanente. Inoltre, il “quantitative easing” non fa sparire gli obblighi del settore pubblico. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, quando una banca centrale acquista titoli di Stato a lungo termine utilizzando riserve bancarie fruttifere, sostituisce di fatto un indebitamento a lungo termine con passività il cui costo varia in funzione dei tassi di interesse “overnight”. Considerati nel loro insieme, governo e banca centrale risultano più esposti – e non meno – agli aumenti dei tassi a breve termine. Una volta compresa questa situazione, appare chiaro anche il motivo per cui l'inflazione è in aumento. BCE e governi europei stanno erodendo il potere d'acquisto della valuta emettendone una quantità in eccesso rispetto alla domanda del settore privato. Inoltre, l'aumento della pressione fiscale indebolisce costantemente il settore privato. La combinazione di questi fattori porta a stagnazione e inflazione persistente. A pagarne le conseguenze sono risparmiatori e contribuenti, attraverso la perdita di potere d'acquisto. Poiché i governi europei utilizzano poi i risparmi per finanziare ulteriori deficit, i cittadini subiscono un doppio danno. Sottrarre potere d'acquisto ai risparmiatori non rende il debito sostenibile; rende tutti più poveri. La soluzione risiede nel taglio della spesa e nella riforma dei programmi di spesa obbligatoria, prima che una crisi imponga cambiamenti drastici. Anche una maggiore produttività, gli investimenti privati ​​e la concorrenza devono far parte della risposta. I governi europei non possono continuare a indebolire l'economia produttiva con una tassazione in costante aumento, aspettandosi al contempo che essa finanzi promesse di spesa sempre più onerose. La BCE non è in grado di risolvere il problema della bolla del debito sovrano. L'effetto placebo a breve termine svanisce sempre più rapidamente, indipendentemente dall'entità del suo ennesimo piano di acquisto titoli. La repressione finanziaria non fa guadagnare tempo, poiché i governi europei non sono incentivati ad agire, lasciando irrisolto il problema di fondo. I cittadini europei stanno pagando il prezzo di tale irresponsabilità attraverso l'inflazione, una crescita più debole, salari netti reali più bassi e tasse più elevate. L'incalzare di una crisi nel mercato obbligazionario europeo è il segnale definitivo del logoramento dell'economia produttiva a causa dell'effetto “crowding out” e della repressione finanziaria.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/i-paesi-bassi-tasseranno-le-plusvalenze)

Nei Paesi Bassi si sta addensando una tempesta fiscale. Con la potenziale introduzione di una tassa sulle plusvalenze non realizzate, l'Aia si appresta a diventare un banco di prova per il trasferimento sistematico di ricchezza dal settore privato allo Stato. A tutti i livelli di governo, l'Unione Europea si sta trasformando sempre più in un aggressivo sistema parassitario.

Nell'UE si sta intensificando un profondo scontro tra settore pubblico e privato. Entrambe le camere del parlamento olandese si pronunceranno sull'introduzione di una tassa annuale sulle plusvalenze non realizzate. D'ora in poi, tutti gli incrementi di valore – dagli immobili alle azioni, dalle obbligazioni alle crittovalute – rientrerebbero in questo quadro fiscale.

Questa mossa accelera l'estrazione di capitali dal settore privato, costituendo una violazione delle regole politiche. Redditi e patrimoni già tassati verrebbero ulteriormente colpiti sulla base di guadagni ipotetici, ostacolando gravemente l'accumulo di ricchezza privata.

Questo provvedimento gode di sostegno sia tra i partiti di destra che tra quelli di sinistra. Riflette una sorta di logica fiscale a ferro di cavallo, foriera di una grave crisi finanziaria nazionale.

Per l'UE nel suo complesso, si tratta di una situazione disastrosa. Il fatto che una nazione con un rapporto debito/PIL di appena il 46% e nuovi prestiti pari a poco più del 2% del PIL dichiari di fatto guerra al capitale privato, segnala profonde distorsioni economiche in una delle economie di maggior successo d'Europa. Viene spontaneo chiedersi: se questo accade nei Paesi Bassi, cosa significa per il resto dell'Unione Europea?

 

La fine dell'economia produttiva 

Uno sguardo al settore manifatturiero dell'Eurozona suggerisce che si sta addensando una tempesta. La deindustrializzazione in Germania, la più grande base industriale d'Europa, è iniziata nel 2018 e da allora ha subito un'accelerazione, con una massiccia fuga di capitali. Ciò che vale per la Germania vale a maggior ragione per le fragili economie periferiche europee.

Per decenni, l'economia europea si è spostata dalla produzione verso modelli finanziari e di rendita patrimoniale. Con l'avanzare della finanziarizzazione, la produzione e la creazione di valore si delocalizzano sempre più all'estero. Questo rispecchia un processo che gli Stati Uniti hanno attraversato per decenni e che hanno tentato di invertire sotto la presidenza di Donald Trump.

Gli stati europei non vedono via d'uscita dalla spirale economica negativa creata dall'espansione dei sistemi di welfare, dalla migrazione incontrollata e dal lento declino della produttività industriale di base. I politici stanno prendendo tempo espropriando i risparmi dei cittadini per eludere le crescenti pressioni per le riforme.

Quando la pazienza della società raggiungerà il punto di rottura, l'Europa potrebbe assistere a scene simili a quelle che si stanno verificando attualmente negli Stati Uniti, dove il governo ha di fatto dichiarato guerra all'immigrazione clandestina, in una battaglia che lo vede contrapposto a forze di estrema sinistra, globalisti e fondazioni straniere.

La questione cruciale per l'Europa è: per quanto tempo le popolazioni autoctone tollereranno gli attacchi finanziari dello Stato senza chiedere corrispondenti riforme in materia di migrazione e welfare?

Diversi Stati membri dell'UE applicano già imposte progressive su successioni e donazioni. La Norvegia ha di recente introdotto un'imposta patrimoniale di circa l'1% sui patrimoni netti superiori a €160.000 a persona, suscitando perplessità in una delle nazioni più ricche d'Europa. La Spagna applica un'imposta patrimoniale progressiva fino al 3,5%, oltre a un prelievo patrimoniale di solidarietà per i patrimoni superiori a €3 milioni: “solidarietà”, una parola d'ordine politica usata per giustificare retoricamente l'imminente espropriazione fiscale.

Questa espropriazione è imminente. I partiti della coalizione hanno trascorso l'ultimo anno a gettare le basi per una massiccia espansione delle imposte di successione. Sarebbe imprudente escludere che la Corte costituzionale tedesca, influenzata dalla politica, possa approvare in futuro una tassa nazionale sul patrimonio.

 

Costruire un'economia pianificata centralmente 

La Germania sta spingendo l'Europa verso il socialismo. La formazione del capitale e le strutture familiari indipendenti, che potrebbero costituire una potente opposizione sociale, sono sempre più disprezzate dalle élite politiche.

Non si può più negarlo: il modello economico dell'UE e la frenetica spinta a trasformarlo in un'economia verde pianificata riflettono il crescente panico a Bruxelles, Berlino e Parigi. Ogni tentativo di mascherare il collasso economico con il debito fallisce: i danni collaterali delle economie verdi pianificate centralmente si insinuano nella coscienza pubblica.

La difficile situazione economica delle nazioni più deboli dell'Europa meridionale non necessita di lunghe spiegazioni. È risaputo che l'Eurozona, in quanto unione monetaria volta a integrare economie con livelli di produttività estremamente diversi, come quelle di Germania e Grecia, ha fallito.

Ora le crepe sono visibili e gli Stati difendono il loro potere attraverso l'estrazione sistematica di capitali privati. L'Europa è sulla difensiva.


L'Europa negli Stati Uniti

Ovunque il modello europeo sia stato adottato, la politica del luogo ha impiegato strumenti simili. L'elezione del socialista Zohran Mamdani a sindaco di New York lo scorso anno ha attirato l'attenzione. La sua vittoria è stata alimentata da un'integrazione politicamente mirata dei migranti musulmani, oltre a una alleanza con l'establishment finanziario di sinistra, il quale tra l'altro ha orchestrato una campagna elettorale di successo.

Con l'elezione di Mamdani, ingenti capitali sono ora intrappolati, letteralmente. Chi non riuscirà a trasferirsi dovrà affrontare una tassazione massiccia. Mamdani, che ha basato la sua campagna elettorale su trasporti pubblici gratuiti, tetti agli affitti e mercati pubblici, ha annunciato un piano per colmare un deficit di bilancio di $10 miliardi con una tassa patrimoniale. 

New York è ora un centro nevralgico della campagna elettorale del Partito Democratico, posizionata in contrapposizione al cuore della rinascita conservatrice innescata dalla deregolamentazione e dai tagli fiscali di Donald Trump.

In California, lo stato americano più filoeuropeo, è stata introdotta la “Legge sulla tassazione dei miliardari”, con il governatore Gavin Newsom che prevede un'imposta patrimoniale una tantum del 5% sui patrimoni netti superiori a $1 miliardo. L'emigrazione dal Golden State è già iniziata, insieme al trasferimento di decine di migliaia di posti di lavoro altrove. La miopia di questa linea di politica è superata solo dalla sua infantile aggressività.

A livello mondiale, rimane fondamentale preservare i centri economici che difendono i principi del mercato e l'accumulazione di ricchezza privata, i veri portabandiera della civiltà. Nel frattempo, la deriva dell'UE verso la barbarie socialista sembra pressoché inevitabile.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 7 ottobre 2026

Legge europea sulle reti digitali: un incentivo alle infrastrutture o l'ennesima camicia di forza normativa?

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/legge-europea-sulle-reti-digitali)

La Commissione europea ha presentato la bozza definitiva del Digital Networks Act. La normativa mira a stabilire un quadro normativo a livello europeo per gli investimenti nell'espansione della banda larga e nelle infrastrutture di telecomunicazione. Resta tuttavia da vedere se questo approccio riuscirà a mobilitare capitali privati ​​su larga scala.

Con il Digital Networks Act (DNA), un importante quadro normativo dell'Unione europea in materia di infrastrutture sta entrando nella sua fase legislativa finale. Dopo le consultazioni preparatorie dello scorso anno, la Commissione europea ha ora pubblicato la sua proposta ufficiale, volta ad armonizzare le reti nazionali di telecomunicazione degli Stati membri sotto norme uniformi. L'obiettivo è colmare il notevole divario tecnologico con le principali economie digitali come Stati Uniti e Cina e fornire alle imprese un quadro giuridico affidabile per accelerare la diffusione della tecnologia 5G e delle reti in fibra ottica. La responsabilità del progetto è affidata alla Commissaria europea per la Tecnologia, Henna Virkkunen.


Il DNA per riorientare le politiche di sovvenzione

Il DNA sostituirà l'attuale Codice europeo delle comunicazioni elettroniche (EECC) e definirà il quadro strutturale per la concorrenza, la sicurezza informatica e lo sviluppo delle reti digitali. Se la Commissione europea riuscirà a raggiungere un accordo con il Parlamento europeo e il Consiglio – eventualità ampiamente considerata probabile – il regolamento potrebbe entrare in vigore già a gennaio 2027. Il testo definitivo dovrà poi essere recepito nel diritto nazionale dagli Stati membri.

A livello UE, il programma Europa Digitale fornisce il quadro finanziario per l'espansione delle infrastrutture digitali tra il 2021 e il 2027, con un budget totale di circa €7,6 miliardi. Il programma sostiene progetti in materia di cybersicurezza, soluzioni cloud e infrastrutture digitali. Inoltre, il Connecting Europe Facility (CEF Digital), lanciato un anno fa con una dotazione di €865 milioni, promuove specificamente progetti di banda larga gigabit e 5G in tutta l'UE.

A livello dei singoli Stati membri, i finanziamenti sono ancora prevalentemente trainati da investimenti pubblici. Nel 2025, ad esempio, la Germania ha investito circa €4 miliardi di fondi pubblici nella digitalizzazione, di cui circa €2,9 miliardi sono stati specificamente destinati all'espansione della banda larga. Il settore privato ha integrato questo investimento con oltre €10 miliardi nella realizzazione di reti in fibra ottica e mobili.

In tutta l'UE, gli Stati membri hanno delineato misure nelle loro roadmap digitali per un volume cumulativo di €288,6 miliardi. Circa €205,1 miliardi di questo totale provengono dai bilanci pubblici, mentre la parte restante è attribuibile a investimenti privati ​​e co-finanziamenti da parte di imprese e attori regionali. Programmi a livello europeo come Digital Europe, CEF Digital, Horizon Europe, InvestEU e gli IPCEI integrano ulteriormente questi fondi nazionali, indirizzandoli verso progetti di rete e tecnologici.

Rispetto agli Stati Uniti, emerge un profilo di investimento nettamente diverso. Lì, il capitale privato è predominante, con volumi di transazione che superano i $200 miliardi nel settore delle infrastrutture digitali. La spesa pubblica, in particolare in ricerca e sviluppo, si è attestata intorno ai $145 miliardi, includendo stanziamenti significativi nei settori della difesa e della tecnologia.

Negli Stati Uniti, l'iniziativa privata è il principale motore degli investimenti, mentre l'Europa tradizionalmente si affida alla pianificazione centralizzata e all'intervento statale. Resta incerto cosa il Digital Networks Act possa realisticamente realizzare in termini di mobilitazione di ulteriori capitali privati, visti gli ingenti sforzi nazionali già in corso. Da un punto di vista economico, poco potrebbe cambiare: l'Europa continua a essere un contesto difficile e fortemente regolamentato, in cui gli investimenti sono più complessi e meno flessibili rispetto agli Stati Uniti.


Applicabilità a livello europeo e aziende interessate

Il DNA si applicherà in tutta l'UE e avrà un impatto diretto sulle società di telecomunicazioni e di infrastrutture. In Germania, ciò riguarda principalmente Deutsche Telekom, Vodafone Germany e Telefónica Germany (O2), le quali gestiscono estese reti mobili e fisse e detengono importanti licenze per lo spettro radio. Anche i fornitori di fibra ottica, gli operatori di rete regionali e le aziende municipalizzate che investono nell'espansione delle reti ad alta velocità rientreranno nel nuovo quadro normativo.

Un aspetto positivo è che il DNA garantisce alle aziende diritti sullo spettro radio più lunghi e stabili, migliorando la sicurezza della pianificazione per le decisioni di investimento. Tuttavia, resta da vedere come i requisiti di trasparenza, le norme anti-discriminazione imposte dall'UE e le disposizioni in materia di sicurezza saranno definiti nel successivo processo normativo e come funzionerà nella pratica la nuova struttura di conformità dell'UE.

Dal punto di vista del consumatore, l'espansione della tecnologia 5G e della fibra ottica si tradurrebbe idealmente in reti stabili e affidabili, soprattutto in Germania, dove persistono lacune nella copertura. La certezza giuridica per i principali operatori di rete e gli incentivi agli investimenti per lo sviluppo delle infrastrutture andrebbero a vantaggio dei consumatori, mentre anche i fornitori più piccoli potrebbero beneficiare di regole di mercato più uniformi.


Opportunità e rischi per la concorrenza e l'innovazione

La legislazione ridefinisce radicalmente il quadro normativo per le infrastrutture digitali dell'UE senza generare immediatamente nuovi costi, una notizia positiva visti i bilanci pubblici sotto pressione. Un quadro normativo europeo unificato potrebbe ridurre le incertezze nazionali ed eliminare le discrepanze transfrontaliere, potenzialmente diminuendo i costi di transazione per le imprese.

Tuttavia, l'iniziativa della Commissione europea nell'ambito del DNA deve essere vista con cautela. I negoziati finora condotti indicano che Bruxelles intende mantenere la possibilità di intervenire sulle strutture dei prezzi, sugli obblighi di accesso e sui requisiti di sicurezza. Ciò potrebbe portare alla nascita di una nuova burocrazia che interferirebbe profondamente con i processi di investimento, favorendo le grandi imprese già presenti sul mercato ed escludendo di fatto i nuovi concorrenti.

Inoltre, il coordinamento centralizzato dello spettro a livello UE potrebbe limitare la concorrenza qualora gli operatori di mercato esistenti traessero un vantaggio sproporzionato dalla vicinanza politica. Resta da vedere se il quadro normativo diventerà un ostacolo all'accesso al mercato o se riuscirà a stimolare realmente l'innovazione all'interno dell'economia dell'UE.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 5 ottobre 2026

L'erosione della libertà nell'UE: dalla censura al potere centralizzato

Il messaggio dietro la rimozione di tutte quelle frodi assistenziali ai danni degli USA è sostanzialmente uno: i dollari dei contribuenti non verranno più dirottati verso attività avulse dal controllo americano. Non più indirizzati da Londra, Parigi, Bruxelles, Singapore, o una SIU ad esempio. I titoli dei giornali allarmistici e i post apocalittici sui social sulla rovina americana non tengono affatto conto che sono gli europei a dover capire come tenere alta la liquidità man mano che il sistema eurodollaro viene prosciugato. In parole povere, è questo prosciugamento che sta facendo salire i rendimenti a livello obbligazionario e li sta facendo salire a un tasso accelerante in Europa soprattutto, la quale ha avuto un disperato bisogno del carry trade sullo yen per controllare il livello dei differenziali di rendimento tra i titoli europei e quelli del resto del mondo. I giapponesi non sono più disposti a fornire pasti gratis in tal senso. Con cosa vorrebbero sostituirlo? Secondo la Lagarde, Pontes. Perché, quindi, un Congresso (popolato da traditori e vandali) dovrebbe fermare il CLARITY Act che fornirebbe regole e norme coerenti a banche e altre istituzioni americane riguardo gli asset digitali, mentre l'UE se ne esce improvvisamente con una regolamentazione in tal senso che vorrebbe venisse adottata a livello internazionale? Lo stesso discorso possiamo farlo riguardo le recenti idiozie pronunciate da Anthropic sull'IA. Si tratta di barriere, ostacoli e rallentamenti posti da un continente indietro su tutto e che ha una disperata necessità di non far uscire capitali. Guardate ai differenziali di rendimento tra i decennali tedeschi o inglesi e quelli giapponesi: equilibrio precario. Fate lo stesso esercizio sostituendo i primi con il decennale francese: esplosione in alto. Cosa significa? La BCE e l'UE stanno perdendo il controllo, così come mostrano il pair EUR/USD schiantatosi a 1.13 e il DXY che punta verso i 102 (starebbe a 110 se tale paniere considerasse anche lo yuan).

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lerosione-della-liberta-nellue-dalla)

In politica estera, l'Unione Europea si è trovata sempre più sulla difensiva. Sul fronte interno, il Green Deal ha gravemente danneggiato le fondamenta economiche. Insieme ai suoi pilastri principali, Berlino e Parigi, la Commissione europea con sede a Bruxelles sta portando avanti la costruzione sistematica di un apparato di censura per insabbiare i propri fallimenti.

L'acceso dibattito sulla censura di piattaforme impopolari come Nius è ben più di un semplice segnale d'allarme. Il Ministro-Presidente dello Schleswig-Holstein, Daniel Günther, ha offerto una profonda analisi degli strumenti strategici della politica attuale durante la trasmissione di Markus Lanz sulla ZDF. I successivi tentativi, a tratti disperati, del politico – insieme al conduttore e ai media statali – di ritrattare le sue richieste di censura, dichiarate apertamente, nei confronti di piattaforme e media critici come Nius, dimostrano la gravità della situazione: la Germania sta scivolando lentamente ma inesorabilmente verso uno stato di sorveglianza.


Il lato volgare della censura

Il dibattito sul controllo dell'opinione pubblica, soprattutto nello spazio digitale, ha anche un lato volgare e sfrenato, come ha potuto constatare Apollo News qualche mese fa. In quell'occasione, la sezione locale del Partito della Sinistra ha apertamente invocato, se necessario, azioni violente contro la redazione per costringerla ad abbandonare il quartiere. La dichiarazione recitava: “Bisognerebbe prendere a calci i giornalisti”. Questo è ben più di una semplice gaffe verbale di ideologi radicalizzati. Segna una rottura nella cultura politica della Repubblica Federale, in cui elementi repressivi, confrontati con una crisi economica latente e crescenti critiche alla linea politica, emergono apertamente e senza remore.

Stiamo assistendo a un tentativo di delegittimazione di ciò che è visibile: il diritto democratico alla libertà di parola e al libero dibattito. La natura stessa dei nuovi media digitali – la loro capacità di creare gruppi di opinioni frammentati – li rende pericolosi per un sistema politico sempre più concentrato sul controllo. Media come Apollo News contribuiscono a un autentico dibattito pubblico e, in tal modo, sfuggono all'autorità interpretativa degli apparati consolidati, rappresentando una minaccia per la censura.


Un modello a livello UE

A livello europeo, emerge uno schema tattico-mediatico. I rappresentanti a Bruxelles e i loro sostenitori a livello nazionale perseguono un obiettivo chiaro: quando subiscono pressioni esterne, come nel conflitto in Groenlandia con gli Stati Uniti, si presentano pubblicamente come vittime. A livello nazionale, tuttavia, adottano proprio la posizione di cui accusano il presidente americano Donald Trump: agire con la forza, senza alcun riguardo per una negoziazione equa.

La narrazione creata in questo modo è in gran parte veicolata da un apparato mediatico strettamente allineato alle linee di politica di Bruxelles. Lo abbiamo visto nella linea di politica sul clima (come riportato da Apollo News): in primo luogo, si instaura la narrazione di un'emergenza esistenziale, la storia di un pianeta in fiamme si radica nel discorso pubblico nel corso degli anni. A ciò segue la costruzione di un'economia di trasformazione pianificata centralmente e rigorosamente regolamentata. Le critiche a questa strategia sono state finora emarginate attraverso una forma di censura velata, equiparando i critici a complottisti sui media pubblici. Il critico viene ridicolizzato, umiliato a livello di dibattito pubblico.

Un modello simile è evidente nel trattamento che l'UE riserva a Paesi come l'Ungheria. Poiché Budapest si è opposta per anni alle frontiere aperte e all'immigrazione di massa, viene sanzionata con lo stile di un noto prepotente: a volte attraverso tagli ai finanziamenti, a volte tramite minacce esplicite di sanzioni. Si tratta sempre di soldi. L'UE sanziona anziché negoziare. In sostanza, l'UE applica con precisione la strategia del “negoziatore” contro i propri cittadini.

Lo scorso anno la Romania ha subito un trattamento simile. Durante le elezioni presidenziali, è stata esercitata una forte pressione sull'apparato giudiziario affinché annullasse l'elezione, non desiderata, di un presidente conservatore di destra. L'obiettivo non era la competizione politica sul futuro del Paese, bensì l'intervento istituzionale e legale per controllare l'esito delle elezioni.

L'obiettivo esplicito della linea di politica dell'UE è quello di centralizzare il potere in modo permanente all'interno dell'apparato della Commissione di Bruxelles. Ciò può essere realizzato solo se le forze dissidenti, come la crescente opposizione di destra nell'Europa orientale, vengono tenute a bada e se le crescenti critiche al disastroso corso economico del Green Deal vengono sistematicamente escluse dal dibattito pubblico.


Il declino della Germania

Dal 2018, i tedeschi hanno assistito al graduale declino della loro industria e, con esso, all'erosione delle fondamenta della loro prosperità. L'idea “Net Zero”, ovvero la ristrutturazione forzata dell'economia verso un ordine completamente privo di CO₂, ha portato finora a un calo di circa il 14% della produzione industriale in Germania, secondo il Kiel Institute for the World Economy. La Camera di Commercio tedesca riporta che sono andati persi oltre 400.000 posti di lavoro nel settore industriale.

Mentre la creazione di valore industriale e la produttività si riducono, l'apparato statale si espande. La burocrazia e l'amministrazione prosperano, creando centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro che non generano alcun valore di mercato. Allo stesso tempo, un PIL stagnante o in calo – aggravato dalle continue migrazioni di massa – si ripercuote su una popolazione in crescita. Il risultato è un programma di lotta alla povertà su vasta scala, di cui il governo preferisce non parlare apertamente.


La legge sui servizi digitali come strumento di censura

Il dibattito su questo processo si sposta sempre più sulle piattaforme digitali. A fare da apripista sono X di Elon Musk, così come piattaforme secondarie come Telegram o Reddit, che offrono forum per lo scambio, la ricerca e il dibattito critico: luoghi in cui circolano informazioni che Bruxelles o Berlino non accetterebbero senza contestazioni. È proprio qui che risiede il problema dal punto di vista dei decisori politici: vogliono guadagnare tempo, convinti del successo della loro strategia di trasformazione sociale ed economica, mentre un'inversione di rotta significherebbe una perdita di potere.

Con il Digital Services Act (DSA), è entrato in vigore a livello europeo un quadro normativo completo. In parole semplici, obbliga le grandi piattaforme online a rimuovere, limitare o segnalare i contenuti classificati dal diritto dell'UE come illegali, incitanti all'odio o socialmente dannosi, inclusa la disinformazione. Le aziende sono inoltre tenute a rendicontare dettagliatamente tali azioni.

In pratica, il DSA obbliga aziende come Meta, X o TikTok – sotto la minaccia di pesanti multe – ad agire sistematicamente contro i contenuti ritenuti problematici, ad esempio su politica climatica, conseguenze della pandemia, migrazione, o guerra in Ucraina. Le misure includono cancellazioni, shadow banning, etichette di avvertimento e interventi profondi sugli algoritmi di raccomandazione.

I critici sostengono che i criteri di base sono spesso vaghi, il che sottopone il discorso politico a una pressione preventiva di moderazione, ancor prima che possa aver luogo un dibattito pubblico aperto.


La perfidia del DSA

La perfidia del DSA sta nel creare basi pseudo-legali deliberatamente vaghe, mascherandole da termini come odio, incitamento e disinformazione. Gli operatori delle piattaforme sono spinti da incentivi economici verso la censura preventiva. La chiarezza giuridica non è il fattore determinante; lo è la pressione economica esercitata tramite la minaccia di multe.

Insieme a una rete crescente di cosiddetti “segnalatori fidati” – ONG e soggetti privati che segnalano contenuti potenzialmente critici alle autorità nazionali – emerge un discorso pubblico più limitato. Le norme di conformità di Bruxelles vengono quindi di fatto applicate senza formalizzare un regime di censura.

In questo contesto, è comprensibile perché un politico come Daniel Günther offra con disinvoltura uno sguardo dietro le quinte nello spazio sicuro della radiotelevisione pubblica. Dove ci si crede inosservati, si dice ciò che altrove viene accuratamente celato: incapaci o non disposti ad apportare modifiche sostanziali alle politiche economiche, climatiche o migratorie, o ai rapporti con Mosca, i critici vengono eliminati tramite la censura.

La disputa, deliberatamente provocata, con gli Stati Uniti sul futuro della libertà di parola in Europa e le minacce rivolte alle aziende tecnologiche americane passano senza scrutinio alcuno. I costi politici vengono esternalizzati. In definitiva, è il cittadino a pagarne il prezzo, sia come contribuente, sia come utente, sia come partecipante censurato a un discorso pubblico sempre più ristretto.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 30 settembre 2026

La stretta ambientale dell'UE minaccia l'industria europea nel contesto della de-industrializzazione

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-stretta-ambientale-dellue-minaccia)

Bruxelles e Berlino stanno intensificando la pressione normativa sull'industria europea. Con l'inasprimento della Direttiva UE sulle emissioni industriali, l'agricoltura si trova ora ancora più nel mirino delle normative sul clima. Il fatto che l'UE si stia isolando sempre di più sulla scena internazionale sembra non preoccupare nessuno.

Se il Forum economico mondiale di Davos di quest'anno ha trasmesso un messaggio chiaro, è stato questo: la delegazione statunitense guidata dal presidente Donald Trump ha mostrato il cartellino rosso alla trasformazione economica europea in chiave socialista-climatica. In termini inequivocabili, il presidente americano ha chiarito che il percorso europeo – il tentativo normativo di raggiungere un'economia a zero emissioni nette di CO₂ – è già fallito agli occhi degli americani, che hanno quindi premuto il freno.

Ora che il governo tedesco sta recependo nella legislazione nazionale l'inasprimento della Direttiva sulle emissioni industriali, imposto dall'UE, estendendolo anche al settore agricolo dopo l'approvazione parlamentare (come riportato da Apollo News), si consolida l'impressione che la crisi dell'industria europea, indotta da fattori politici – la lenta de-industrializzazione dei principali poli industriali europei – sia ancora considerata nei modelli economici della leadership politica come una questione di secondaria importanza, un danno collaterale sulla strada verso l'utopia verde.

Si sta ricorrendo alla domanda artificiale generata dallo Stato per cercare di rimpiazzare le capacità industriali liberate, sia attraverso la produzione militare sia tramite progetti ecologici sovvenzionati artificialmente, che però falliscono a causa delle pressioni sui costi o semplicemente non hanno domanda.


Pressione normativa ad hoc

Nello specifico, la nuova Direttiva UE sottoporrà circa il 30% degli allevamenti di pollame e suini alla regolamentazione delle emissioni industriali. Come se il settore non fosse già sull'orlo del collasso a causa delle pressioni normative esistenti, ora si sta orchestrando il prossimo attacco a queste attività.

In tutta l'UE, circa 50.000 aziende saranno tenute ad attuare sistemi di gestione ambientale vincolanti, sottoposti a verifiche periodiche da uno a tre anni. Nella sola Germania, 13.000 impianti sono soggetti alla conformità alle normative UE. Gli allevamenti con almeno 1.200 suini da ingrasso o 700 scrofe da riproduzione, così come gli allevamenti avicoli con circa 40.000 polli da carne o 21.400 galline ovaiole, saranno ora direttamente interessati dalle norme più severe.

Sotto la minaccia di pesanti sanzioni, pari ad almeno il tre percento del fatturato annuo in caso di violazioni, l'Unione Europea sta tentando di imporre il Green Deal con la forza. L'obiettivo è garantire la riduzione delle emissioni nocive nell'aria, nell'acqua e nel suolo, promuovendo al contempo l'efficienza delle risorse e un'economia circolare senza anidride carbonica entro il 2050.

Per il ministro dell'Ambiente tedesco, Carsten Schneider (SPD), l'inasprimento della direttiva è motivo di festa. Ha citato i successi ottenuti da questa linea di politica nell'ultimo decennio, i quali hanno già portato a significative riduzioni delle emissioni di CO₂ e promosso una produzione più ecologica in Europa. Il fatto che il progresso tecnologico derivi principalmente dalla concorrenza e dalle dinamiche di mercato è un aspetto che difficilmente trova spazio nella pianificazione politica centrale odierna.

Sono state erette alte fortezze ideologiche, che oscurano completamente la visione della realtà economica.

Per le aziende agricole interessate, l'attuazione della normativa significa soprattutto una cosa: un massiccio aumento degli obblighi di documentazione, approvazione e conformità. Saranno ora soggette a misurazioni periodiche delle emissioni e a relazioni dettagliate, che dovranno essere presentati alle autorità ambientali statali e inseriti in registri e portali pubblici a livello europeo: improvvisamente, la trasparenza diventa fondamentale. Questo requisito di trasparenza crea una forte pressione pubblica sulle aziende agricole affinché si conformino rapidamente e pienamente, indipendentemente da come verranno finanziati i costi aggiuntivi.

Gli esperti del settore stimano che i costi di conformità, ad esempio per la riduzione delle emissioni di ammoniaca, si aggirino tra i €100.000 e i €500.000 per stalla, a seconda delle dimensioni e della tecnologia. Se i requisiti delle BAT (“Best Available Techniques”, ovvero le tecniche disponibili migliori) devono essere implementati annualmente, questi oneri possono rapidamente raggiungere milioni di euro.

In precedenza, la direttiva UE si applicava principalmente a settori come quello chimico, siderurgico, del cemento, delle raffinerie e degli impianti energetici, prendendo di mira soprattutto le grandi installazioni con elevate emissioni e volumi di produzione. I funzionari governativi sottolineano ripetutamente che la maggiore pressione normativa si applica solo alle grandi imprese. In realtà, sia la legge sulle catene di approvvigionamento che la nuova direttiva creano una pressione significativa lungo l'intera filiera. Le grandi aziende sono costrette a trasferire i propri obblighi ambientali sui fornitori più piccoli, estendendo i meccanismi di ispezione e conformità all'intera catena del valore.


Paralisi politica

La politica europea rimane impassibile di fronte alla continua de-industrializzazione della sua base economica, difendendo ostinatamente la propria linea. Con l'erosione delle fondamenta industriali, diminuisce anche l'influenza geopolitica dell'UE. Ogni attività industriale che cede alle pressioni normative e all'aumento dei costi energetici e si trasferisce altrove, porta con sé un prezioso know-how. Le catene del valore si destabilizzano, i redditi elevati derivanti dai fattori produttivi scompaiono e lo Stato si trova ad affrontare crescenti pressioni fiscali.

La risposta a questo disastro – che ha portato a circa 24.000 fallimenti aziendali lo scorso anno – rimane prevedibile: una performance teatrale messa in scena dai rappresentanti del governo. Gli appelli benintenzionati del Cancelliere tedesco alla riduzione della burocrazia vengono ripetuti con crescente enfasi, soprattutto in vista delle elezioni. La riduzione della burocrazia è diventata una frase politica standard, priva di reali conseguenze.

La strategia di fondo diventa chiara: pubblicamente il governo tedesco si presenta come chi risolve i problemi, guadagnando tempo mentre persegue con fermezza l'obiettivo prefissato della transizione ecologica.

I politici tedeschi potrebbero facilmente invertire questa rotta distruttiva. La Germania è il maggiore contributore netto dell'UE e le leve del potere chiave sono detenute dai cristiano-democratici a Berlino, Bruxelles e al Parlamento europeo.

L'unica via d'uscita da questa trappola autoimposta sarebbe un ritorno a un'economia di libero mercato completamente deregolamentata, unitamente a un riavvicinamento politico con i flussi energetici russi. Eppure, lo spirito della pianificazione centralizzata e del presunto controllo industriale continua a prevalere.


Burocrazia in continua espansione

L'aumento della regolamentazione richiede inevitabilmente un apparato amministrativo in espansione. Negli ultimi cinque anni, l'occupazione nel settore pubblico è cresciuta di circa il due percento all'anno, ovvero circa 100.000 posti di lavoro in più. In questo contesto, i ripetuti appelli del Cancelliere tedesco alla riduzione della burocrazia appaiono come una farsa mediatica.

Gli obblighi di documentazione, prova e revisione contabile nell'industria tedesca hanno assunto dimensioni kafkiane. Solo negli ultimi tre anni, sono stati creati circa 325.000 posti di lavoro aggiuntivi nelle aziende per far fronte al crescente carico amministrativo proveniente da Bruxelles e Berlino. Di fatto, lo Stato sta esternalizzando la propria burocrazia al settore privato.

Queste decisioni politiche esercitano una pressione tangibile sulle imprese. Berlino e Bruxelles stanno rispondendo alla concorrenza internazionale e alla deregolamentazione statunitense con linee di politica che intensificano le sfide industriali esistenti anziché risolverle.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 28 settembre 2026

Come l'UE sta rovinando il boom dell'IA

L'UE è attaccata su tutti i fronti ormai. La stretta energetica è il miglior modo che ha sfoggiato Trump per costringere al tavolo delle trattative gli eurocrati. Questi ultimi, consapevoli di non avere una mano vincente al tavolo da gioco, hanno continuato a bluffare raddoppiando la posta in gioco in Ucraina. Ogni loro rifiuto ha rappresentato un tassello aggiuntivo inserito dall'amministrazione Trump per costringerli a capitolare, perché in questa guerra finanziaria l'UE è destinata a firmare una resa incondizionata. Come si fa a non arrivare a questa conclusione quando viene siglato un accordo tra USA e Bielorussia per escludere il Canada? Come si fa a non arrivare a questa conclusione quando gli USA possono piazzare i loro sistemi radar di early warnings in Groenlandia e bypassare quindi l'UE? È un lento accerchiamento, o un assedio, assecondato anche da Cina e Russia tramite il gruppo nascente ARC. Inutile dire che sta diventando urgente per i singoli Paesi dell'UE riuscire a tirare fuori il meglio da questa situazione, dato che la direzione centrale è lanciata come un treno in corsa verso un ponte sospeso a dir poco traballante. Da qui la nascita prematura di un progetto ormai palesemente destinato al fallimento come l'euro digitale, in una corsa disperata per anticipare il CLARITY Act tenuto ostaggio da un Congresso americano popolato da agenti ostili alla nazione. L'impellenza delle elezioni di medio termine negli USA si fa sentire per tutti e per quanto gli americani abbiano continuato a giocare “al gatto e al topo” con gli europei, arriva infine sempre il momento degli “artigli”. L'UE sarà fatta a pezzi, in particolar modo dalla sua volontà di annientare la propria base industriale per estrarre ricchezza, trasferirla alle istituzioni centrali e permettere loro di continuare a normare centralmente. L'unico modo che ha di finanziarsi un apparato di burocrazia progressivamente propenso a espandersi. È una questione di tempo e infine la realtà prevale e si soldi finiscono: entro l'ottobre dell'anno prossimo ArcelorMittal cesserà la produzione primaria di acciaio nel suo stabilimento di Duisburg. Con il ritiro dell'azienda, svanisce un altro tassello dell'illusione legata alla transizione ecologica: la produzione industriale in Germania è diventata non redditizia. “L'acciaio verde” (acciaio prodotto mediante un processo che utilizza l'idrogeno al posto dell'anidride carbonica come agente riducente) non ha futuro in Germania, a prescindere da quanti fondi continuino a fluire attraverso i canali della macchina dei sussidi “green”: in un contesto industriale tedesco caratterizzato da eccessiva regolamentazione, da politiche energetiche penalizzanti e da una crescente marginalizzazione, la produzione industriale è sempre meno redditizia. ArcelorMittal non è affatto l'unica azienda a fare marcia indietro: ci sono anche Thyssenkrupp e Salzgitter. In definitiva, tutti devono porsi una domanda: quanto costa realmente produrre una tonnellata di “acciaio verde”? E chi copre le perdite di un'attività che deve confrontarsi con una concorrenza molto più economica e conveniente, proveniente ad esempio da India o Cina? Queste aziende dovranno dipendere per sempre dai contribuenti? Il divario di costi è enorme: a seconda dei calcoli e delle condizioni di produzione, “l'acciaio verde” comporta un aumento dei costi compreso tra i $100 e i $500 per tonnellata. Per l'industria siderurgica europea, si stima che la transizione verso metodi di produzione a basse emissioni di anidride carbonica comporterà costi aggiuntivi variabili tra il 35% e il 100% per tonnellata. Una soluzione del genere è semplicemente insostenibile. Lo stesso discorso lo possiamo fare per l'industria della carta in Italia. L'occultamento dei costi crescenti a implementazioni di politiche anti-mercato conduce inevitabilmente a un'agonia economica che risucchierà porzioni crescenti di settori industriali, esercitando continua pressione sui contribuenti. Quando lo Stato interviene ripetutamente nell'economia, le risorse scarse non affluiscono più laddove la concorrenza genererebbe il massimo beneficio, bensì nelle tasche di chi fa della caccia a sovvenzioni e contributi la propria specialità. È così che inizia l'ultimo capitolo di un'economia (precedentemente) di mercato.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/come-lue-sta-rovinando-il-boom-dellia)

Nei mercati liberi, la prosperità economica viene creata da aziende innovative. Oltre il 50% delle aziende “unicorno” nel settore dell'intelligenza artificiale a livello mondiale si trova negli Stati Uniti, mentre l'Europa non gioca praticamente alcun ruolo. La corsa alle tecnologie del futuro è già decisa.

Sembra che la storia economica si stia ripetendo. In borsa, le aziende dei settori dell'intelligenza artificiale e dei data center vengono trattate in modo frenetico. Enormi flussi di capitale affluiscono in queste tecnologie. Gran parte di questo fenomeno ricorda la bolla delle dot-com di 25 anni fa.

Dal punto di vista strutturale e regionale, da allora poco è cambiato: Stati Uniti e Cina si contendono la posizione di leader, mentre l'economia dell'Unione Europea rimane in gran parte ai margini, relegata a un ruolo di spettatrice dalle autorità di regolamentazione dell'UE.


Gli “unicorni” come indicatore di innovazione

Un indicatore interessante del ritardo dell'UE nell'intelligenza artificiale è il numero dei cosiddetti “unicorni”: startup private valutate almeno un miliardo di dollari prima della quotazione in borsa. Questo parametro è considerato un valido indicatore della capacità innovativa di una regione e, per l'UE, il  confronto con gli Stati Uniti è catastrofico.

Negli Stati Uniti operano attualmente circa 1.700 aziende innovative di questo tipo, mentre nell'UE se ne contano solo circa 280. Gli Stati Uniti dominano questo mercato con una quota superiore al 50%, mentre l'economia europea è molto indietro con meno del 10% del mercato mondiale.

Questo divario economico si riflette anche nel volume degli investimenti. Giganti come Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta hanno investito oltre $320 miliardi in intelligenza artificiale e relative infrastrutture per data center solo quest'anno. Più di 550 nuovi progetti, concentrati in Virginia, Texas e Arizona, stanno formando la spina dorsale di una nuova economia.

Quest'anno la capacità dei data center negli Stati Uniti è cresciuta di circa il 160%, mentre in Europa l'aumento è stato solo del 75% circa, per un volume di investimenti di poco inferiore a €100 miliardi.

Con investimenti di circa $125 miliardi, anche l'economia cinese è molto indietro rispetto a quella statunitense. Un contesto interessante, soprattutto dal punto di vista dei policymaker europei, e in particolare tedeschi, è che l'energia nucleare sta guadagnando terreno in modo significativo in queste regioni.

Anche se la Germania, da sempre attenta all'ambiente, si rifiuta di ammetterlo a causa della sua posizione ideologica contraria all'energia nucleare, l'enorme fabbisogno energetico delle nuove tecnologie sarà in futuro coperto in larga misura dall'espansione dell'energia nucleare.

Tra i pochi grandi progetti nell'Unione Europea figurano il progetto Brookfield in Svezia, con un volume di investimenti di circa $10 miliardi, e lo Start Campus in Portogallo, che potrebbe anch'esso generare investimenti per quasi $10 miliardi.


Scontro tra ideologie

Soprattutto nel campo dell'intelligenza artificiale, lo scontro ideologico tra Stati Uniti e Unione Europea si manifesta nella pratica e in tutte le sue conseguenze. Mentre gli Stati Uniti puntano sulla deregolamentazione e su soluzioni private, eliminando le barriere per una concorrenza agguerrita, l'Europa rimane fedele al mantra del controllo politico mondiale. Nulla può accadere se non previa pianificazione da parte dei funzionari di Bruxelles, che con tutta la loro saggezza hanno ordito un piano ben preciso al loro tavolo verde.

Il motto di Draghi è ancora valido: solo ingenti investimenti pubblici – finanziati tramite credito e pianificati centralmente – potranno, secondo i pianificatori statalisti dell'UE, colmare l'enorme divario tra Europa e Stati Uniti.

Nelle simulazioni del piano generale della Commissione europea, ora esteso su sette anni sotto la guida di Ursula von der Leyen, tutto sembra sorprendentemente semplice, quasi semplificato. Il piano Invest-AI dell'UE prevede di contrarre prestiti per circa €50 miliardi e di investirli in progetti selezionati nei prossimi anni. Questo dovrebbe innescare investimenti privati ​​per €150 miliardi, creando in definitiva quattro gigafactory legate all'intelligenza artificiale.

Benvenuti nel mondo da manuale socialista dell'“Habeckonomics”: un sistema in cui progetti statali come Northvolt falliscono ripetutamente. Eppure, finché saranno possibili garanzie pubbliche, sussidi e prezzi di acquisto garantiti dallo Stato, la piccola fiamma della speranza politica continuerà a tremolare nel vento tiepido dell'Europa.

Come di consueto, osserviamo anche la tipica giungla europea di programmi di finanziamento, sovvenzioni e progetti di coordinamento. Tra questi figurano “Horizon Europe”, volto a rafforzare la potenza di calcolo nella ricerca scientifica, il progetto pilota RAISE e l'iniziativa Gen-AI-4-EU, che insieme investono un altro miliardo di euro nelle infrastrutture digitali dell'UE.


Il potere della competizione

Lo scontro ideologico tra i due principali blocchi economici, Stati Uniti e Unione Europea, sta producendo effetti singolari. Mentre il libero mercato dei capitali statunitense permette alle startup di proliferare come funghi, la regolamentazione europea – soprattutto attraverso il Digital Markets Act – ha favorito una mentalità predatoria. Che questo fosse probabilmente l'obiettivo degli eurocrati fin dall'inizio non sorprende affatto.

Bruxelles ha imposto quest'anno sanzioni per violazione delle norme sulla concorrenza per oltre €3,2 miliardi, prendendo di mira principalmente le aziende statunitensi. Bruxelles si è trasformata in un leviatano burocratico, un parassita insaziabile che assorbe energia economica e genera strutture rigide e un vuoto economico.

Nell'Europa dell'UE, il motto è: il quadro normativo è ciò che conta di più, e lo Stato si prende la sua parte. Il fatto che l'industria privata preferisca altre località e ritiri i capitali ha poca importanza per gli esperti di estrazione di Bruxelles.

Nel contesto della massiccia deriva dell'Europa verso una distopia climatica e socialista, è sorprendente che le radici del pensiero economico libertario affondino proprio in questo continente. Si pensi al grande economista Ludwig von Mises, il quale ha ripetutamente sottolineato che è l'imprenditore a far girare il motore dell'economia di mercato attraverso la ricerca del profitto e che, senza eccezioni, i processi decentralizzati creano prosperità, mentre gli interventi statali la compromettono regolarmente.

Modelli considerati superiori alla civiltà, come il libero mercato, affondano tra le onde dell'infantilismo ideologico dell'UE. Il suo socialismo climatico repressivo promuove la crescita di strutture corporativiste in cui la politica e i settori dell'economia sovvenzionati attuano l'estrazione, eliminando la concorrenza.

La rigida adesione al controllo centralizzato del nuovo settore tecnologico ricalca tragicamente la storia dell'era delle dot-com. Ciò che l'Europa non riesce a comprendere è che l'innovazione rivoluzionaria innesca inevitabilmente un boom degli investimenti, che spesso sfocia in sovrainvestimenti e crolli del mercato azionario, ma che alla fine lascia strutture economicamente redditizie permanentemente integrate nell'economia esistente.

Come è successo con aziende del calibro di Amazon, Google o Microsoft, tra qualche anno gli europei guarderanno indietro a questi mesi ed esamineranno questa biforcazione economica intercontinentale attraverso gli esempi di OpenAI, Gemini, o Perplexity. L'energia necessaria proverrà dai reattori nucleari francesi e presto anche da quelli polacchi.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 25 settembre 2026

Indipendenza americana 2.0: globalisti, Iran, Bitcoin, yen e bond

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/indipendenza-americana-20-globalisti)

Non tutte le battaglie possono essere vinte in una guerra. Soprattutto quella attuale nel mondo finanziario. A volte è necessario dare corda all'avversario.... con cui impiccarsi. Fargli credere che ha margine di vittoria, concedere una porzione di terreno, inferiore a quella conquistata, e successivamente attaccare sulla scia della sua euforia. Il recente rialzo da parte della FED, per quanto sia un errore a livello di linea di politica, ha la sua motivazione se ragioniamo in base al “dispositivo” metodologico che ho sempre descritto su queste pagine: avanzare una ipotesi, testarla e arrivare a  una tesi (dato che non disponiamo di tutti i tasselli del mosaico). La FED, con un abbassamento dei tassi, avrebbe causato un effetto domino sui mercati europei e in base alla feroce propaganda a cui abbiamo assistito quest'estate, qualsiasi evento critico sarebbe stato affibbiato agli USA causando in questo modo un contagio finanziario. È stato lo stesso Bessent a parlare di “non voler una crisi mondiale” proprio di recente, una indicazione che gli USA sono disposti a trattare per mettere fine alle ostilità... ma non alle condizioni degli europei che vorrebbero la resa degli americani nonostante siano essi palesemente in svantaggio.

Non scordiamoci nemmeno che il CLARITY Act continua a essere tenuto in ostaggio da un Congresso infiltrato, così come il SAVE Act. Ciononostante avremo avuto un quadro della situazione più chiaro solo col meeting della BOJ piuttosto che con quello della FED: infatti il vero meeting da tenere d'occhio non era tanto quello della FED, bensì quello della BOJ. Se avesse tenuto i tassi fermi, allora gli USA stavano offrendo una tregua agli europei; invece li ha rialzati e quindi niente è cambiato rispetto prima. La tregua offerta agli europei arriva a condizioni più dure.

In tutto ciò, il sistema americano ha ottenuto una sua personale vittoria: un passo in avanti per la transizione da una società in cui la banca centrale è “indipendente”, a una in cui viene messa sotto scrutinio pubblico. Tale progressione nella riforma della FED è cruciale per ottenere in futuro una decentralizzazione dei suoi poteri e compiti, soprattutto in un contesto sociale in cui la FED agiva in passato senza che l'americano medio sapesse addirittura cosa fosse realmente.

Non fraintendetemi, nessun governo o stato esiste per fare il bene della popolazione. Ci sono stati che allentano la presa su di essa, come gli Stati Uniti, e altri che la stringono di più, come l'UE. Entrambi usano la gente comune come garanzia collaterale ultima per far arrivare le proprie linee di politica all'avversario. Ad esempio, per quanto la pressione dettata dai costi della benzina sui portafogli della classe media americana non è indifferente, è inferiore a quella percepita dagli europei; ciononostante entrambi contribuenti vengono usati come strumento in questa guerra. La differenza è che gli americani lo sanno e si stanno rimboccando le maniche, e di conseguenza accetteranno anche il rialzo della FED, mentre invece gli europei vengono trattati come dei cretini tramite la retorica melensa e buonista della Von der Leyen. Un “esercito” è consapevole della guerra e dei suoi rischi, l'altro invece è totalmente impreparato e subirà le perdite maggiori, soprattutto perché sono i suoi “generali” che li mandano al macello esattamente per fregare i loro risparmi.

Infatti gli USA combattono questa guerra per sé stessi e costruire qualcosa; gli europei combattono questa guerra per distruggere e basta. Chi ha più da perdere qui sono gli americani, di conseguenza è scontato che Trump & Co. siano disposti a trattare se vedono uno spiraglio. Una debolezza che viene sfruttata non poco dagli europei/cricca di Davos, spingendo sulla propaganda che l'attuale amministrazione non “ha mantenuto le promesse” e facendo quindi leva sulla demoralizzazione della sua base elettorale. Sicuramente è questo che hanno provato coloro che hanno assistito al recente rialzo dei tassi da parte di Warsh. “Tutto ciò che vi ha offerto Trump è dolore economico, votate l'altro... assecondateci sul rendere il Canada un membro onorario dell'UE”... mentre invece sulla Groenlandia c'è stata una levata di scudi senza uguali sulla stampa. Questo è il divario contro cui sta lottando l'amministrazione Trump e per quanto l'Iran sia stato un rischio, era necessario prenderlo ora. L'apparato di propaganda e di finanziamento della cricca di Davos/City di Londra non può essere smantellato senza rischio: il nodo iraniano era un raccordo ombra per tutto quel denaro che poi sarebbe fuoriuscito da qualche parte in una banca regolamentata e pagare terroristi, agitatori, manifestanti o roba del genere.

È così che Bessent ha iniziato a mappare l'intera rete ombra di finanziamenti che hanno spremuto gli USA tramite l'eurodollaro. Ancora una volta: per il bene dell'americano medio? Indirettamente... principalmente per permettere agli interessi dei NY Boys di preservare e conservare la ricchezza creata sul territorio, senza che qualcuno di esterno potesse appropriarsene indebitamente com'è accaduto fino al SOFR. Il coro di protesta da parte di chi traeva indebito profitto da un tal processo è talmente chiassoso da mostrare gli Stati Uniti come l'unico posto in cui le criticità economiche sono così vaste da ottenere esclusiva attenzione. Potete notarlo su Twitter, o sulla carta stampata: il mercato obbligazionario statunitense è l'unico che ottiene le sole attenzioni della critica... ciononostante nessuna banca americana ha avuto bisogno di un salvataggio, mentre invece quelle tedesche sì. Infatti il mercato europeo e inglese sono quelli messi peggio.

Anzi, la situazione europea non è soltanto peggiore: è disastrosa. Il PIL dell'area Euro è cresciuto dello 0,4% nel secondo trimestre, ma tale dato è stato gonfiato dall'aumento trimestrale del 3,9% fatto registrare dall'Irlanda. Escludendo quest'ultima, la crescita è stata appena dello 0,3%. Utilizzando la domanda interna irlandese – l'indicatore che la stessa BCE ritiene più rappresentativo dell'attività economica reale – la crescita dell'area Euro si attesta appena allo 0,1% nel secondo trimestre, con stime dello 0,1% per il terzo e dello 0,2% per il quarto, secondo le proiezioni dell'Eurosistema a giugno. Germania, Francia e Italia hanno fatto registrare ciascuna una crescita dello 0,2%, dopo che nel primo trimestre l'UE aveva subito una contrazione dello 0,2%. L'Eurosistema prevede un deludente 0,8% per il 2026, mentre la Commissione Europea stima lo 0,9%, dato rivisto al ribasso. Secondo Eurostat, il tasso di disoccupazione si attesta al 6,3%, con 11,1 milioni di persone senza lavoro. A luglio l'inflazione nell'area Euro è stata del 2,9%, ma l'analisi delle componenti è rivelatrice: +10,0% per l'energia; +2,2% per l'indice al netto dell'energia; +1,2% per alimentari, alcolici e tabacchi; e appena +0,9% per i beni industriali non energetici (dati Eurostat). La BCE mantiene operativo il TPI per intervenire sui mercati dei titoli di stato e la liquidità in eccesso nell'Eurosistema ammonta ancora a €2.100 miliardi.

Il recente rialzo dei tassi della BCE non produrrà i miglioramenti sul fronte dell'inflazione. Nessun governo taglia la spesa pubblica perché i tassi salgono. Un maggior costo del servizio del debito non garantisce il controllo dei conti pubblici, ma comporta soltanto un aumento della pressione fiscale sul settore privato. Di conseguenza la BCE finirà per infliggere una doppia penalizzazione: credito più costoso o inaccessibile e una tassazione ancora più pesante, il tutto senza alcun effetto sui prezzi dell'energia.

Se la BCE volesse davvero tenere sotto controllo l'inflazione, dovrebbe smettere di sovvenzionare l'indebitamento pubblico, ridurre più rapidamente il proprio bilancio, drenare le riserve e la liquidità in eccesso ed eliminare le garanzie statali, anziché scaricare l'onere dell'aggiustamento su chi crea posti di lavoro e ricchezza reale. Invece il suo unico obiettivo era quello di proteggere il carry trade tra i rendimenti giapponesi e quelli europei, dato che un rialzo simile oltre a non servire a niente durante uno shock dell'offerta (non si possono “stampare” benzina o raffinerie) ricade sulle spalle dei contribuenti, non è nemmeno sufficiente a far credere ai mercati dei capitali che l'Europa ha trovato la sua strada verso la fine della stagnazione economica. Essi si aspettano una remunerazione molto più alta per crederci.

Per sopravvivere, quindi, la cosa che rimane all'UE e alla cricca di Davos è un differenziale di rendimento positivo rispetto alla controparte giapponese e la propaganda sui media di ogni genere che tutte le “disgrazie” finora avvenute sono da affibbiare a Trump... nonostante gli USA abbiano visto un'asta eccezionale nello spazio del decennale e del trentennale.

Questo singolo grafico è il motivo di tutto il “dannarsi l'anima” da parte degli eurocrati per quanto riguarda i temi economici e geopolitici. Non possono scappare dalla tenaglia: la BOJ che rialza i tassi in basso e la FED che li abbassa o li tiene fermi. Nel mezzo la BCE che cerca di mantenere un differenziale positivo, man mano che il mercato obbligazionario europeo si degrada e altri eventi intensificano la pressione (es. gli USA che stringono un accordo col Niger sull'uranio buttando fuori i francesi, o i sauditi che chiudono i rubinetti del petrolio nei confronti dell'UE, o gli stessi americano che vogliono stringere un accordo con la Bielorussia). Possiamo racchiudere la lettura di tutti gli eventi geopolitici, nonché il fato dell'Unione europea, in questo fazzoletto di 300 punti base e il Giappone è la chiave.

Guardiamo alla progressione degli eventi in questo 2026: 2 gennaio, gli Stati Uniti prendono Maduro; 8 febbraio, la Takaichi diventa (a tutti gli effetti) Primo ministro in Giappone; 28 febbraio, Trump inizia a bombardare l'Iran; la BOJ rialza i tassi il giorno successivo alla firma del Memorandum d'intesa di Islamabad. Queste sono tutte correlazioni importati, perché il carry trade sullo yen è sempre stato l'obiettivo sin dall'operazione americana in Venezuela. È semplice: se si voleva smantellare il controllo esterno della curva dei rendimenti americana, bisognava scardinare l'uso del Giappone da parte della cricca di Davos/City di Londra come salvadanaio infinito per loro operazioni finanziarie nel sistema bancario ombra. E questo processo richiedeva altresì liberarsi del flusso di petrolio come garanzia collaterale alla sua base... traffico che a sua volta alimentava tutta un'altra serie di illeciti come il riciclaggio di denaro sporco, il traffico di droga, la piaga del fentanyl, ecc.

Occuparsene uno a uno di tutte queste piaghe sarebbe stato improduttivo e sciocco: un modo di perdere tempo e farlo guadagnare invece alla cricca di Davos/City di Londra. Ovviamente bisognava colpire il cuore pulsante di questa rete di illeciti. Come? Bombardando l'Iran. Questa singola azione non ha fatto altro che accendere la miccia per demolire l'attuale edificio del sistema economico mondiale, costruito sul vecchio flusso di petrolio e sui flussi di cassa cresciuti al di sopra di essi. E questo a sua volta conferisce nelle mani degli Stati Uniti la possibilità di usare il mercato obbligazionario mondiale come arma: accendere/spegnere la volatilità a proprio vantaggio. Avete notato come il 27 luglio scorso, o lo scorso 16 settembre, tutti fossero preoccupati che Warsh non rialzasse i tassi perché sapevano che Ueda l'avrebbe fatto? Se Warsh non avesse rialzato i tassi di riferimento all'ultimo meeting dell'FOMC, o li avesse lasciati inalterati, mentre Ueda avrebbe seguito il percorso che ha seguito finora, il differenziale tra il decennale tedesco e quello giapponese sarebbe diventato negativo.

Differenziale di rendimento tra il decennale tedesco e quello giapponese

In parole semplici, ciò che è rimasto del carry trade sullo yen sarebbe andato in frantumi e con esso l'Unione Europea. Sin dal 2022 la strategia è stata, sostanzialmente, quella di prosciugare il mercato dell'eurodollaro e vedere chi avrebbe meglio resistito a un ambiente finanziario con costi del capitale più alti. Gli “esperimenti” del quantitative easing e della Coordinated central banks policy erano strumenti per annacquare definitivamente i segnali di mercato, forzare i contribuenti americani a sovvenzionare artificialmente gli eccessi oltreoceano e lasciare un cumulo di macerie. In sintesi, la cosiddetta catena finanziaria della morte aveva quasi fatto il suo corso e il credo keynesiano/monetarista ha sempre rappresentato la giustificazione accademica e popolare alla sua permanenza. Gli Stati Uniti si stanno semplicemente comportando come Bisanzio si comportò quando crollò l'Impero romano. Questa importante determinazione è riflessa dal cambio tra price maker e price taker nel mercato dell'eurodollaro: non più la City di Londra con il LIBOR, bensì Washington con il SOFR.

Il passo successivo è quello di abbassare il costo del capitale per sé stessi, adesso, e questo sta venendo portato avanti creando finestre di opportunità in America latina. Ma una tale linea di politica avrà effetti devastanti per qualcun altro... come stiamo vedendo adesso riguardo i mercati obbligazionari. E in questo aspetto gli USA sono stati molto “educati” nel non far scattare un panico generale a livello internazionale, graziando più volte l'UE nonostante tutte le sue scorribande. L'ultimo rialzo dei tassi da parte di Warsh va esattamente in questa direzione: “Avete ancora tempo per lasciarci in pace”. Un avvertimento conciliante a Carney, alla Von der Leyen e a tutto quello stuolo di sicofanti che sono gli addetti alle pubbliche relazioni della cricca di Davos. Il motto “America First” non è stato altro che un modo “educato” di dichiarare indipendenza dalle pastoie estere che hanno schiavizzato il contribuente americano negli ultimi 80 anni, sin da quando Churchill ha partorito quell'obbrobrio di Bretton Woods riciclando il trucchetto del post-Prima guerra mondiale: sgonfiare i propri debiti facendo pagare il prezzo agli altri tramite il mispricing dell'oro in relazione all'offerta di denaro esistente. Il ciclo di inflazione successivo sarebbe stato introdotto attraverso il sistema eurodollaro.

E adesso sono le stablecoin a essere usate per smantellare questo sistema di estrazione, con Bitcoin come collaterale (es. non è un caso che Tether si stato bandito dall'UE). Gli USA stanno transitando verso un sistema di stablecoin coperto dagli attivi del Dipartimento del Tesoro americano, dove ci sarà un dollaro a circolazione interna e uno a circolazione esterna. In questo contesto la Federal Reserve sarà relegata a una sorta di Ex-Im Bank per l'eurodollaro, privata di tutti quei poteri che sono arrivati dopo il 1935. Ogni volta che Bessent scoperchia una vaso di vermi a livello di manipolazioni dei mercati delle valute, posizioni short sui titoli di Stato americani, o posizioni a leva alla cui base c'è lo yen, schiamazzi e strepitii sono all'ordine del giorno perché la cricca di Davos è costretta a fare i conti con un paniere di privilegi in contrazione. Soprattutto perché suddetto paniere è stato riempito a discapito degli americani, come spiegato sopra.

Le stablecoin che hanno in bilancio Bitcoin, oltre a creare un ambiente di mercato più competitivo e reale per i titoli di Stato americani, fanno risparmiare importanti punti base in costi operativi agli utenti. In sintesi, tutto ciò che veniva rubato da agenti ostili esteri, viene lasciato nelle tasche degli americani. E questo a sua volta significa che rimangono a disposizione della nazione anche tutte quelle commodity che possono fungere non solo da collaterale per il dollaro, ma anche da sottostante per ridurre in valore reale il rapporto debito/PIL. Quello che dimenticano molti critici a tal proposito è che un bilancio non è fatto solo da passivi, ma anche da attivi. Il debito può essere collateralizzato, può essere compensato dagli attivi... la variabile è “a che prezzo”. Uno può essere sottoposto a leva fino alle orbite oculari, ma se il flusso di cassa che sorregge questa impalcatura è cinque volte superiore... va tutto bene. Addirittura se si mette una porzione di flusso di cassa da parte, l'interesse su tale porzione può ripagare l'esposizione alla leva.

Quello a cui stiamo assistendo adesso è il tentativo definitivo dei globalisti di impedire agli Stati Uniti, l'economia più efficiente al mondo a livello di capacità produttiva (migliore di quella cinese), di ottenere il costo del capitale che meritano. Hanno speso tutto il loro tempo sin dal 2022 a rallentarli e intralciarli. Se la strategia “higher for longer” di Powell era quello che necessitava la nazione allora, adesso i globalisti stanno facendo di tutto per sponsorizzare questa linea di politica quando invece è ora di cambiare passo. In parole povere, si tratta di un tentativo di sabotaggio, perché non esiste al mondo che i Paesi europei riescano a finanziarsi a tassi che sono la metà di quelli americani. Senza dimenticare, cari lettori, che dei famigerati $40.000 miliardi in debito pubblico americano, più di un quarto sono stati generati da agenti ostili per alimentare terrorismo internazionale, ONG canaglia, frodi assistenziali e disordini sociali interni.

Tagliare il cordone ombelicale a tali “incanalamenti” di denaro è un modo per andare in default per quei debiti accumulati e anche se dovessero essere dichiarati insoluti non sarebbe affatto un danno d'immagine per gli USA. Soprattutto quando si pensa che la cricca di Davos ha ordito un pesante haircut per risolvere la crisi del debito europea, seguito poi dall'emissione di perpetual bond. Ma se gli Stati Uniti restano ancora una meta appetibile per i mercati di capitali, come abbiamo visto la settimana scorsa, questo piano sarà un fallimento per i globalisti: l'UE non è credibile dal punto di vista finanziario, commerciale, economico e sociale come destinazione ultima per far fruttare gli investimenti. Da qui si capisce, quindi, la feroce campagna denigratoria europea e di preclusione pubblica nei confronti di Tether, Bitcoin e tutti quei mezzi che riescano a far uscire facilmente capitali dall'Eurozona.

Esistono quattro grandi zone economiche nel mondo: Stati Uniti, Russia, Cina ed Europa. Le prime tre odiano la quarta. C'è molto lavoro ancora da fare, a livello intellettuale, fisico ed economico, ma è necessario aggiustare solo il 5% di tutti i grattacapi in queste categorie per attirare la fiducia degli investitori e degli scettici.

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lunedì 21 settembre 2026

I servizi segreti tedeschi si preparano ad ampliare la sorveglianza

Mentre la Lagarde dice di «fare presto» sull'euro digitale, oltreoceano il Congresso continua a rallentare il CLARITY Act. Nessun coincidenza... ovviamente! Gli eurocrati sono consapevoli della fine che faranno i capitali restanti in UE se dovesse passare prima quest'ultimo. La giustificazione addotta dalla BCE e dai sostenitori dell'euro digitale, che fanno riferimento all'«occasione persa» rappresentata dai miliardi di euro investiti negli Stati Uniti anziché nell'Unione Europea, è priva di fondamento. Gli investitori europei scelgono di operare su scala mondiale; se non tutti i capitali rimangono nell'Unione Europea, ciò è dovuto alla stagnazione, all'eccessiva regolamentazione e alla carenza di opportunità. Inoltre diventa centrale il rischio che la politica monetaria venga utilizzata per alimentare la spesa pubblica ben oltre i livelli attuali: non fungerà da freno agli eccessi della spesa pubblica, bensì li faciliterà ulteriormente, penalizzando soprattutto i risparmiatori e gli investitori prudenti. Una CBDC non è semplice moneta elettronica. La differenza fondamentale tra l'attuale moneta elettronica e l'euro digitale non risiede nella digitalizzazione, ma nel controllo. Nel sistema attuale i depositi sono custoditi presso le banche commerciali, le quali agiscono da intermediari, assorbono il rischio e mantengono una certa separazione tra le autorità monetarie e le singole transazioni, pur nel rispetto dei vincoli normativi e legali. Con una CBDC il deposito verrebbe detenuto dalla banca centrale e ciò aprirebbe la strada a pericolose forme di potere, una delle quali l'accesso diretto e in tempo reale alla quasi totalità delle transazioni, eliminando quel residuo di riservatezza finanziaria ancora garantito dal contante e dall'intermediazione bancaria. Quando ogni pagamento viene registrato in un sistema centralizzato, le autorità possono monitorare le abitudini di spesa, segnalare comportamenti indesiderati e creare profili che vanno ben oltre le legittime esigenze delle forze dell'ordine. La programmabilità rappresenta un aspetto critico dell'architettura del sistema. Le CBDC possono essere concepite come moneta programmabile, consentendo alle autorità di aumentare o ridurre i saldi, limitare i luoghi e le modalità di spesa dei fondi, nonché imporre scadenze o sanzioni per comportamenti ritenuti dannosi, che spaziano dal consumo «eccessivo» di carburante a spese politicamente impopolari. Non si tratta di congetture: la stessa BCE sottolinea la programmabilità come un mezzo per rendere più fluida la trasmissione della politica monetaria, il che si traduce in una generazione di inflazione più rapida e in un ritiro della liquidità più celere qualora i pianificatori centrali ritenessero di aver stimolato troppo l'economia. Eliminando la necessità di intermediari, quali le banche commerciali e la domanda di credito, le banche centrali possono immettere liquidità direttamente sui conti dei cittadini, fondendo di fatto politica monetaria e politica fiscale. Ciò rimuove i vincoli che il credito bancario e la disciplina di mercato impongono ai deficit pubblici, trasformando la valuta in uno strumento di finanziamento del bilancio pubblico e sostanzialmente privo di controlli. È per questo che la BCE insiste sulla necessità che le autorità ne impongano l'uso attraverso regolamenti, obblighi fiscali e norme sul corso legale. Legislatori e autorità di vigilanza stanno già discutendo di tetti individuali di detenzione pari a circa €3.000 a persona per limitare la fuga di capitali dai bilanci bancari europei. Le conseguenze sono rilevanti e la più evidente è lo spiazzamento del credito privato. Man mano che i depositi affluiscono verso la banca centrale e la normativa favorisce questa forma di moneta pubblica, la capacità delle banche di erogare prestiti a famiglie e imprese si riduce, mentre l'opzione più sicura ed economica rimane il finanziamento dei governi. Ciò accelera la tendenza, già manifesta, all'espansione del settore pubblico a scapito dell'economia privata. L'euro digitale consente alla banca centrale di espandere o contrarre l'offerta di moneta direttamente nei portafogli di famiglie e imprese, eliminando vincoli essenziali e trasformando la valuta in un puro strumento al servizio di priorità politiche, agende climatiche, politiche industriali o ingegneria sociale. Inoltre la stessa architettura di programmazione crea un incentivo perverso che penalizza il risparmio prudente sotto forma di depositi e gli investimenti conservativi. L'indipendenza formale e le leggi sulla privacy costituiscono garanzie deboli quando le istituzioni europee hanno già ceduto ripetutamente alle pressioni politiche per finanziare l'espansione statale e tollerare un'inflazione persistente. Una CBDC amplifica questo problema aggiungendo il rischio di controllo sociale alla manipolazione monetaria a livello macroeconomico. Il risultato è, sì, una valuta più facile da usare, ma dalla quale è più difficile sottrarsi e che è più vulnerabile al controllo politico discrezionale.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/i-servizi-segreti-tedeschi-si-preparano)

Secondo i piani della Cancelleria, il servizio di intelligence estera tedesco, il BND, si appresta ad ampliare significativamente le proprie capacità di sorveglianza. L'attenzione si concentrerà in particolare sulle comunicazioni internet trasmesse dalla Germania verso l'estero, le quali saranno incluse nel catalogo di monitoraggio dell'agenzia.

Dopo mesi di accesi dibattiti sull'espansione dell'apparato di censura di Bruxelles ai sensi del Digital Services Act e sul controllo delle chat da parte dell'UE, l'attenzione sulle attività di spionaggio della Commissione europea si è in qualche modo affievolita. Ora, una bozza di legge della Cancelleria, ottenuta da WDR, NDR e Süddeutsche Zeitung, sta suscitando scalpore.

La proposta di ampliamento dei poteri del BND mette in chiaro una cosa: la politica tedesca si sta muovendo di pari passo con la Commissione di Bruxelles, schierandosi apertamente contro la privacy e la libertà di comunicazione dei cittadini, dei media e delle organizzazioni critiche nei confronti dei governi.


Un promemoria dello scandalo NSA

Ricordiamo lo scandalo di oltre un decennio fa che coinvolse la National Security Agency statunitense. L'informatore Edward Snowden smascherò le operazioni dell'agenzia. La NSA raccoglieva dati mondiali sulle telecomunicazioni e su Internet, incluse telefonate, email e comunicazioni online di milioni di cittadini, spesso senza alcuna motivazione criminale. Programmi come PRISM, che consentiva l'accesso diretto ai dati delle aziende tecnologiche statunitensi, o X-Keyscore, in grado di monitorare l'attività su Internet in tempo reale, avevano già dimostrato quanto fosse avanzata la sorveglianza statale e quali possibilità tecniche fossero a disposizione degli attori governativi.

Il documento della Cancelleria trapelato mostra ora la direzione intrapresa dalla Germania: la bozza di legge segue quasi lo stesso principio. Il BND sarebbe autorizzato a monitorare il traffico internet dalla Germania verso l'estero, cosa precedentemente vietata, intercettando fino al 30% di tale traffico. Le comunicazioni internet verrebbero conservate per sei mesi, questa volta includendo anche il contenuto, non solo i metadati, tracciando le connessioni tra specifici soggetti.


Un apripista strategico

L'approccio della Cancelleria all'espansione dei poteri del BND è ben noto: in primo luogo, si apre la strada alla violazione effettiva delle regole. Gli spazi sicuri per i giornalisti che lavorano per i media di stati autoritari vengono gradualmente erosi. La definizione di chi debba essere considerato “autoritario” spetterà probabilmente a una “commissione etica” soggetta alle rigide norme della Cancelleria di Merz.

Ben presto, termini come “incitamento all'odio” o “attività antidemocratiche”, sempre citati nella lotta contro l'opposizione, entreranno in gioco. In breve: i contenuti prioritari ruotano attorno alla cerchia dell'AfD. Ciò influenza anche le posizioni libertarie e conservatrici che si oppongono al complesso social-climatico o all'espansione del settore militare. Temi come un'“Europa delle regioni” e la resistenza al crescente complesso di potere di Bruxelles entreranno probabilmente a far parte delle linee guida di monitoraggio del BND.

Partendo da questo presupposto, i poteri di sorveglianza vengono gradualmente ampliati, in base all'urgenza politica.

Se i fornitori e i gestori di piattaforme stranieri si dimostrano non collaborativi, il BND potrebbe ottenere l'autorizzazione a violare legalmente la sicurezza e ad estrarre dati personali e comunicazioni, persino all'interno dei confini tedeschi. Si tratta di un assegno in bianco per ogni “agente segreto”. Il clima sociale in Germania sta assumendo chiaramente le caratteristiche di una DDR digitalizzata.


Sorveglianza di massa digitale

La bozza del cancelliere Friedrich Merz va ben oltre i precedenti tentativi di controllo delle chat a livello europeo. È previsto l'accesso non autorizzato a sistemi stranieri, tra cui Google, Meta e la piattaforma X di Elon Musk. La giustificazione di questa linea di politica invasiva viene presentata come una necessità strategica: l'infrastruttura informatica tedesca è sempre più minacciata da attacchi informatici ostili.

Il BND dovrebbe svolgere un ruolo chiave e agire in modo più indipendente dai servizi segreti statunitensi. La Germania mira a partecipare allo scacchiere mondiale della rete di intelligence. In pratica, è più probabile che la sorveglianza prenda di mira i propri cittadini, poiché le risorse tecniche e di personale sono insufficienti per operare a livello internazionale. I lunghi periodi di conservazione e analisi chiariscono la direzione intrapresa: mentre i servizi segreti francesi possono conservare i dati fino a quattro anni e il Regno Unito o l'Italia operano secondo il criterio “per tutto il tempo necessario”, i cittadini tedeschi stanno lentamente perdendo la propria privacy a causa di una burocrazia in espansione.


Politica cinica e controllo dell'opposizione

Per Konstantin von Notz, politico del Partito dei Verdi e presidente della Commissione parlamentare di controllo sull'intelligence, la situazione è chiara: la sicurezza informatica dovrebbe essere finanziata meglio, ma entro rigidi limiti giuridici.

A prima vista, questo punto sembra legittimo, ma viene sistematicamente minato dalle azioni concrete del governo: i poteri proposti vanno ben oltre il necessario lavoro di intelligence. L'orientamento politico di Bruxelles e Berlino punta proprio alla sorveglianza di massa delle comunicazioni digitali. Piattaforme come X fungono da catalizzatori per le voci di opposizione contro Berlino e Bruxelles, criticando la politica nei confronti della Russia, le risposte alla pandemia e il crescente apparato burocratico. In questo contesto, si intensificano gli scontri tra Stato e opposizione.

Particolarmente riprovevole è l'esternalizzazione del monitoraggio ai cosiddetti “Trusted Flaggers”, che segnalano contenuti indesiderati, creando una rete di sorveglianza che ricorda i metodi della DDR: i membri dell'opposizione subiscono pressioni, azioni legali o la perdita dell'accesso ai conti bancari, una vera e propria morte sociale per ordine del governo. In questo contesto, l'ampliamento dei poteri del BND rappresenta un passo verso l'interconnessione di molteplici sistemi di sorveglianza. La fine della segretezza della corrispondenza e dell'anonimato delle comunicazioni digitali sembra ormai segnata per i cittadini dell'UE.


Repressivo e ipocrita

Durante il dibattito sul controllo delle chat targato UE, la Germania si è inizialmente opposta pubblicamente alla sorveglianza indiscriminata per salvare le apparenze e dare l'impressione di aderire alle tradizioni in materia di libertà civili. Storicamente, le forze libertarie in Germania hanno resistito con successo alla conservazione dei dati imposta dallo Stato, a dimostrazione di un sano sistema immunitario sociale.

Ora, il BND si appresta a colmare questo divario “informativo”, su iniziativa diretta della Cancelliera. Merz si atteggia teatralmente a difensore della libertà, mentre il suo partito e la sua coalizione si oppongono a chiacchiere al controllo delle chat da parte dell'UE.

Durante i dibattiti di fine anno, Merz è rimasto in silenzio, ben consapevole che la successiva inversione di rotta era già stata sancita per legge. Ora, con calcolato cinismo, mette l'apparato di spionaggio tedesco contro i propri cittadini.

Non è ancora chiaro quando la bozza entrerà in parlamento. La Cancelleria non ha rilasciato dichiarazioni su questa questione cruciale; opera clandestinamente. La Germania di questo decennio è ancora priva di efficaci “anticorpi” sociali contro il crescente apparato repressivo statale, forse a causa di decenni di narrazione mediatica che ha dipinto lo Stato come benevolo.

In sintesi: la Germania è diventata un fattore determinante sia nelle politiche climatiche distruttive sia nella sistematica erosione dei diritti civili nell'UE, o forse lo è sempre stata, evitando abilmente di apparire come un attore malintenzionato in questo spiacevole gioco.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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