Visualizzazione post con etichetta Finlandia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Finlandia. Mostra tutti i post

giovedì 12 marzo 2026

Con l'aumento dei costi energetici, il mining di Bitcoin domestico riscalderà l'Europa

Per molti investitori la recente correzione di prezzo di Bitcoin è motivo di preoccupazione, tuttavia questo vale solo se si considera Bitcoin in valute canoniche, euro o dollari. Per i cittadini di tutto il mondo, da Cuba all'Iran, che soffrono per l'elevata inflazione e la demolizione monetaria creata dai loro governi, Bitcoin è certamente un rifugio sicuro. Esso e l'oro stanno dimostrando che il potere d'acquisto sta diminuendo in un modo che le misure ufficiali dell'inflazione mirano a nascondere. L'offerta di moneta globale sta aumentando più rapidamente del PIL nominale e i governi dipendono da deficit e repressione finanziaria. Bitcoin è un adolescente che sta lentamente diventando un asset digitale adulto, decentralizzato e non confiscabile. Rende più difficile per stati e banche centrali rubare ricchezza attraverso l'inflazione. Questo non significa che prenderà il posto del dollaro come valuta di riserva o diventerà immediatamente un'alternativa alle valute fiat nel mondo. Ciononostante è diventato un freno alle politiche fiscali predatorie e un esempio visibile dei risultati del disordine monetario, poiché è al di fuori del controllo della politica e delle burocrazie. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a sostanziali prelievi da molti ETF spot su Bitcoin negli Stati Uniti, alimentati da investimenti con leva finanziaria eccessiva. Gli investitori non dovrebbero confondere i fattori positivi di un ETF con una promessa di stabilità o aumenti di prezzo garantiti; ripulire le posizioni a leva è positivo nel lungo periodo, ma può creare volatilità a breve termine. Per gli investitori a breve termine aggiungere un'eccessiva volatilità alla leva finanziaria è una ricetta per il disastro: un calo del 10% in un giorno può spazzare via il 30% del capitale, e un calo significativo dei prezzi, unito a sostanziali richieste di margine, può affossare una posizione anche se il trend a lungo termine è positivo. Richieste di margine, liquidazioni forzate e sistemi di gestione del rischio automatizzati sono sintomi di un eccesso di investimenti a leva, ma anche un'opportunità per ripulire la base di acquirenti. Se si utilizza Bitcoin come copertura contro la distruzione di denaro anziché come asset speculativo, è meglio evitare i prodotti a leva. In un mondo in cui i bilanci delle banche centrali si stanno ampliando, il debito pubblico aumenta e la minaccia delle valute digitali delle banche centrali, potenzialmente utilizzabili per il monitoraggio e il controllo, è in crescita, detenere una certa quantità di asset decentralizzati e non confiscabili ha senso, non è una moda passeggera. La cosa più importante è pensare a Bitcoin a l'ennesimo modo con cui proteggersi finanziariamente, insieme alle azioni di aziende reali, agli asset reali e ai metalli preziosi.

____________________________________________________________________________________


di Joakim Book

(Versione audio dell traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/con-laumento-dei-costi-energetici)

Maximilian Obwexer aveva un problema.

Riscaldava la sua casa in Austria con il gasolio da riscaldamento, un sistema costoso. Appassionato di ingegneria per natura, ed ex-ingegnere con esperienza in centrali idroelettriche, stava cercando un modo migliore per riscaldare la sua casa.

Dopo molti cicli di sperimentazione e dopo aver esplorato la proverbiale tana del bianconiglio del mining Bitcoin, tre anni fa ha fondato un'azienda dedicata a questo progetto. La sua azienda, 21energy, produce macchine per il mining ben bilanciate, robuste e incredibilmente belle (e incredibilmente silenziose!) per uso domestico. I primi modelli di Ofen 1 vantavano fino a 10 TH/s, mentre il modello premium poteva raggiungere, alla massima velocità e con un rumore notevole, i 40 TH/s. Dopo aver aumentato la produzione, assunto 12 nuovi dipendenti solo quest'anno e lanciato il nuovo Ofen 2 (35-42 TH/s), il riscaldatore Bitcoin ha lo stile di un radiatore convenzionale, alimentato però da Bitcoin. E sì, potete minare con questo riscaldatore Bitcoin... oppure unirvi a una pool che ritenete più adatta.

“I riscaldatori Bitcoin sono un bilanciamento decentralizzato della rete elettrica, a casa!” ha proclamato sul palco di Helsinki, davanti a centinaia di volti curiosi tra il pubblico della conferenza nordica su Bitcoin. Fortunatamente ha dedicato gran parte della sua presentazione non a vendere i suoi eccellenti prodotti, o a spiegare la sua storia in Bitcoin, ma ai numerosi problemi che affliggono la rete elettrica europea.

Gli europei sono in debito con gli stranieri per l'importazione di energia. Gli attuali produttori di elettricità – carbone, gas e idroelettrico – sono sempre più spesso costretti a interrompere la fornitura alla rete, a favore delle sempre più diffuse turbine eoliche e pannelli solari. La generazione basata sui combustibili fossili produce emissioni di CO2 e particelle nell'ambiente circostante, ma le sue proposte sostitutive immettono nella rete una produzione di elettricità volatile e incontrollabile. Al picco di fornitura, persino i fornitori di energia rinnovabile vengono invitati dalla gestione della rete a ridurre la produzione; detto in modo semplice, non c'è nessuno che prenda l'elettricità in eccesso, nessun posto dove metterla.

Tutto ciò ovviamente è negativo in quanto viene sprecata energia elettrica che avrebbe potuto essere utilizzata, ma ancora peggio è che complica i calcoli di investimento per gli investitori in energie rinnovabili. Non a caso le famiglie in Europa pagano tariffe esorbitanti per l'elettricità... e, per giunta, il riscaldamento in generale è piuttosto costoso.

Mettendo insieme tutti questi aspetti, è come se il vecchio mondo stesse reclamando a gran voce il mining di Bitcoin. In piedi accanto al suo stand verde scintillante e a suoi termosifoni che mantenevano il padiglione dell'Expo di Helsinki davvero caldo, Obwexer ha affermato: “È una scelta ovvia, anche se non vi piace o non capite Bitcoin”.

Infatti gran parte della sua clientela è composta da “sostenitori del solare”, attivisti devoti contro il cambiamento climatico che vogliono fare qualcosa di concreto per defossilizzare il proprio consumo di energia. Sebbene non sia esattamente il primo gruppo a cui si pensa quando ci si immagina chi è interessato a Bitcoin, “l'aspetto economico ha senso”, dice Obwexer.

In una recente intervista con Knut Svanholm e Luke de Wolf, due dei co-organizzatori di BTCHel, Obwexer ha detto che “la Finlandia è davvero all'avanguardia nel riscaldamento e nel teleriscaldamento tramite bitcoin”:

L'Europa ha un disperato bisogno del mining di Bitcoin, data l'elevata volatilità delle reti elettriche [...] non dobbiamo temere troppo i politici, perché [...] è una storia già scritta, solo che non sanno ancora leggere quella scritta ed essa dice mining di Bitcoin ovunque.

Sul palco di Helsinki ha mostrato uno dei grafici più importanti dell'intero dibattito su economia ed energia, il quale sottolinea con precisione quanto l'energia sia cruciale per il benessere e la prosperità di una società. “Se si vuole una società pulita, ricca e sana, serve molta energia”.

Il prossimo obiettivo di Obwexer e del suo team di 21energy è contribuire alla riduzione flessibile del carico a livello di rete. Mettere i miner mobili su un camion e ridurre la pressione di produzione, ad esempio nelle centrali idroelettriche, è un caso d'uso perfetto per il mining di Bitcoin: invece di dover ridurre la produzione a causa di una rete sovraccarica, possono deviare l'elettricità derivante dal flusso d'acqua ai miner di Bitcoin, il che riduce anche i loro tempi di risposta da minuti a secondi.

In generale utilizzare miner di Bitcoin costruiti appositamente, o ricostruiti, per riscaldare la propria casa è il modo più ovvio per decentralizzare il mining, soprattutto perché i miner domestici sono molto meno vulnerabili all'economia spietata del mining di Bitcoin rispetto, ad esempio, alle grandi mining farm.

Mentre risolvono contemporaneamente diversi problemi energetici del mondo reale, Obwexer e il suo team di 21energy stanno facendo proprio questo: “Dal Tirolo al mondo”.

“Sono molto ottimista sul mining di Bitcoin in Europa”, ha concluso Obwexer.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


mercoledì 22 giugno 2016

Il Brexit e una nuova Lega anseatica

Domani la Gran Bretagna andrà al voto per decidere se rimanere nell'Unione Europea o meno. Se gli elettori voteranno per lasciare l'UE, allora questo esperimento del NWO finirà in grossi guai. Come sottolineato anche nel presente articolo, altri paesi domanderanno la stessa cosa. Inutile dire che l'establishment di Bruxelles odia quanto sta accadendo e quanto potrà accadere, perché non ha nessuna intenzione di onorare simili decisioni. Questo è stato vero sin dal referendum in Irlanda per entrare nell'Unione Europea. Ma quando le politiche dei tassi negativi della BCE produrranno la prossima recessione, una peggiore rispetto a quella scoppiata nel 2009-2010, allora questa gente perderà legittimità. Non riusciranno a tenere incollati tutti quei pezzi del mosaico che tenteranno di staccarsi. Soprattutto in virtù del fatto che stanno guadagnando trazione voci contrarie all'accentramento coatto europeo. Una di queste è senza dubbio quella di Nigel Farage. Se gli inglesi andranno al voto domani, è gran parte merito della sua compagna contro gli eurocrati. Come ha fatto a guadagnare trazione? Fondamentalmente grazie alla popolarità acquisita su Internet, e in particolar modo grazie ai suoi video su Youtube. Il decentramento informatico sta facendo cadere, pezzo dopo pezzo, burocrazia dopo burocrazia, il mostro statale affamato di centralità dei poteri. Se la Gran Bretagna lascia l'UE, sarà difficile per gli eurocrati indire un nuovo referendum. Il vecchio adagio che ha caratterizzato fino ad ora il loro modus operandi, "mai prendere no come risposta", sarà inapplicabile. Il decentramento tecnologico permette agli individui d'organizzarsi. Se invece la Gran Bretagna sceglierà di restare, sarà applicato un nuovo adagio: "Mai prendere un sì come risposta". Farage e i suoi estimatori condurranno questa battaglia di resistenza grazie al decentramento tecnologico e informatico, aiutati, inoltre, dall'inevitabile auto-distruzione della pianificazione monetaria centrale.
___________________________________________________________________________________


di Alasdair Macleod


David Cameron, il primo ministro della Gran Bretagna, ha negoziato i termini con gli altri stati membri dell'UE e ha indetto un referendum il 23 giugno sulla permanenza o meno del suo paese nell'Eurozona.

In questa prima fase della campagna, i termini non sono sufficienti per dare un chiaro vantaggio a favore di un voto, contribuendo ad una discesa della sterlina sul mercato dei cambi esteri. Tuttavia, se gli elettori votassero per lasciare l'Unione Europea, non sarà solo la sterlina che ne soffrirà, ma anche l'euro dovrà affrontare sfide considerevoli.

Si pensa che quanto più presto verrà organizzato il referendum, tanto più si limiterà la disaffezione nei confronti dell'UE. All'interno di questo lasso di tempo, la strategia è quella di sottolineare i pericoli del Brexit, evidenziare i vantaggi d'influenzare le politiche dell'UE dall'interno e sottolineare i vantaggi in fatto di sicurezza. Si tratta essenzialmente di una campagna debole e negativa progettata per spaventare gli elettori contro il cambiamento. Le campagne negative sono una strategia debole e tendono a tramontare attraverso la ripetizione.

C'è un elefante nella stanza che potrebbe anche ribaltare il risultato previsto: un rischio crescente d'instabilità finanziaria nella zona Euro. Mentre è probabile che prima di giugno non emergeranno grossi problemi, c'è una possibilità significativa che invece le cose andranno diversamente. Il sistema bancario della zona Euro vacilla tra l'insolvenza e la bancarotta, con le banche italiane, greche e portoghesi in terapia intensiva. I prezzi dei titoli di stato della zona Euro, talmente cari da avere rendimenti negativi, è sicuro che caleranno in modo significativo ad un certo punto, portando ad un'inevitabile crisi del debito nell'Eurozona.

Se a questo ci aggiungiamo il problema dei profughi, abbiamo gli ingredienti di un bust europeo fin troppo evidente. Inoltre il primo ministro della Repubblica Ceca, Bohuslav Sobotka, ha avvertito che se la Gran Bretagna decidesse di lasciare l'Unione Europea, la Repubblica Ceca potrebbe seguire l'esempio. Inoltre vi è la possibilità di un referendum simile nei Paesi Bassi. La disaffezione nei confronti di Bruxelles è molto diffusa, e non sarà solo un "ratto britannico" che abbandonerà la nave che affonda.

Finora queste tesi sono state definite solo chiacchiere allarmiste, ma il problema finanziario dell'UE sta già diventando esorbitante. George Osborne, alla riunione del G-20 a Shanghai, ha detto che "i colleghi ministri delle finanze e i capi delle banche centrali hanno concluso che una volontà inglese di lasciare l'UE rappresenterebbe uno dei maggiori pericoli economici di quest'anno". Inoltre ha fatto notare che "lo shock di una potenziale uscita del Regno Unito dall'Unione Europea sarebbe destabilizzante." Queste dichiarazioni sono un'ammissione che l'UE, piuttosto che il Regno Unito, è in pericolo e che l'uscita della Gran Bretagna sarebbe la classica goccia che fa traboccare il vaso. È anche un appello affinché la Gran Bretagna sacrifichi i propri interessi a favore del bene comune.

L'incubo default dell'UE non è più solo un parto della fantasia di catastrofisti e teorici della cospirazione. I suoi problemi sono ufficialmente spaventosi. Con i suoi problemi di debito intrattabili, la zona Euro e l'euro potrebbero essere le prime vittime del deterioramento delle condizioni economiche e finanziarie globali; e il rischio è abbastanza reale affinché l'elettorato della Gran Bretagna recepisca il messaggio. Quindi è giunto il momento che le autorità escogitino un piano B in caso di Brexit. Di recente ho discusso questa possibilità con un contatto stretto che ha familiarità con la macchina del governo, e abbiamo concluso che è quasi certa la presenza di una squadra a Downing Street a lavoro su un piano d'emergenza. Stiamo parlando di alti funzionari del Tesoro, del Ministero degli Esteri e del Ministero delle Finanze.

Lo scopo di questa squadra è quello di contattare i loro omologhi negli altri stati europei e porre rimedio ad eventuali attriti sollevati dal Brexit, in modo che se succedesse il peggio e il referendum andasse nella direzione da loro ritenuta avversa, la transizione verso l'indipendenza britannica sarà gestita con pochi contraccolpi. Oltre ai problemi per il Regno Unito, ci sono le conseguenze per i restanti membri dell'UE e per quegli interessi che influenzerebbero le loro risposte.

Riemergerebbe quasi certamente il divario tra gli stati del nord relativamente responsabili e quelli del sud dissoluti, con risposte politiche dei paesi del nord che differirebbero nettamente da quelle dei paesi del Mediterraneo, tra cui anche la Francia. È difficile immaginare che i PIIGS(F) se ne escano con un qualche input positivo; per tutti loro questo sarebbe un primo passo verso la rapida disintegrazione dell'Unione politica che fino ad ora hanno munto con successo. Il gruppo settentrionale è più interessante, ed è probabile che adotti un approccio costruttivo.

Nel periodo precedente alla crisi greca, c'è stata una significativa pressione politica all'interno della Germania affinché abbandonasse l'euro. Pertanto, se la Gran Bretagna sconvolgesse l'Europa con il Brexit, la Germania potrebbe anch'essa cogliere la palla al balzo. Oltre alla Germania possiamo aggiungerci i Paesi Bassi, la Finlandia e pare anche la Repubblica Ceca.

Il commento di Sobotka potrebbe essere un indizio. La Repubblica Ceca produce beni strumentali di altissima qualità, e molti tedeschi la ritengono il meglio nel campo dell'ingegneria. La sua esperienza nell'UE è stata tutt'altro che felice. Il suo governo ha dovuto abbandonare il progetto di aderire all'euro, a causa della forte opposizione dell'opinione pubblica. La sua politica di tenere le frontiere aperte, nel quadro dell'accordo di Schengen, ha esposto il paese ad ondate di rifugiati indesiderati da Siria, Iraq e Afghanistan. Le sanzioni UE contro la Russia hanno limitato il commercio con un mercato di maggior potenziale a lungo termine rispetto all'UE stessa. E, infine, la sua sicurezza energetica è stata minacciata, non dalla Russia, ma da Bruxelles.

La Repubblica Ceca è in una posizione simile alla Germania sulla questione degli immigrati e delle sanzioni alla Russia. La Germania ha sofferto per aver sacrificato la sua moneta, e attraverso l'euro ha dovuto finanziare gli stati spendaccioni. In certi ambienti ancora è vivo il desiderio d'abbandonare la zona Euro e formare una zona separata con una valuta forte, anche se attualmente i titoli dei giornali non ne parlano. Il dilemma della Germania è di natura politica: sta ancora espiando le colpe per le due guerre mondiali del secolo scorso, e non osa essere la responsabile della fine dell'esperimento europeo.

Tuttavia, se il Regno Unito votasse per abbandonare l'UE, la posizione della Germania cambierebbe in modo significativo. Potrebbe essere attratta dalla libertà di ri-emettere la propria valuta e stilare i propri accordi commerciali. Non v'è dubbio che la scissione da Italia, Spagna, Francia ed altri paesi significherà cancellare parte, o tutti, i loro debiti dovuti alla Germania. In alternativa, l'appartenenza alla zona Euro, e quindi all'UE, finirà per mandarla in bancarotta per la terza volta in cento anni.

Si tratta di una scelta difficile, ma il livello di paura è già alto e ciò è dimostrato dalle preoccupazioni del G-20; quindi i membri della squadra inglese atta a stilare il piano B, troveranno una base pronta per la discussione con i loro omologhi a Berlino. Al progredire del processo di pianificazione di una contingenza per il Brexit, la fragilità di tutta l'UE e della zona Euro diventerà sempre più evidente. In caso di Brexit, i pianificatori del piano d'emergenza sono d'accordo che questo evento segnerà l'inizio della fine dell'esperimento europeo e dell'euro. La relativa stabilità di Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Paesi Bassi, Finlandia, Polonia e degli stati baltici sarebbe meglio garantita sotto nuove disposizioni, in linea con le realtà geopolitiche di oggi. La soluzione logica, presumendo che questi stati non considerino un'opzione percorribile affondare con la nave dell'euro, sarebbe quella di negoziare una nuova alleanza commerciale con il Regno Unito, una versione della Lega anseatica ma del XXI secolo, basata sul commercio piuttosto che sulla politica.

Questa soluzione interromperebbe anche le relazioni con la NATO, perché il libero scambio con la Russia e l'Asia diventerebbe un obiettivo primario. La Gran Bretagna ha già dimostrato che il commercio ha la priorità sulla partnership riguardo la difesa quando è diventata il primo membro della NATO a supportare l'Asian Infrastructure Investment Bank, un'istituzione i cui elementi motore sono la Cina e la Russia. Questo è stato un segnale importante, perché ha segnato una svolta nelle relazioni britanniche con la Russia, compromettendo i rapporti della Gran Bretagna con gli Stati Uniti. Quindi non solo la Gran Bretagna s'è posizionata per beneficiare dai futuri sviluppi in Asia, ma ha anche voltato le spalle ai trattati di difesa.

Pertanto se l'elettorato britannico voterà per un Brexit, il costo sarà quasi certamente la disintegrazione della stessa Unione Europea, e questo è qualcosa che il governo britannico non vuole. È difficile capire come riusciranno a sopravvivere le banche della zona Euro. Questo è il motivo per cui David Cameron sta lavorando sodo per evitare un Brexit, nonostante abbia mostrato in precedenza un certo sostegno per l'idea. Dopo tutto, ha impegnato il governo ad un referendum.

Anche gli eurocrati di Bruxelles sono consapevoli del pericolo. Stanno addirittura rimandando normative minori che in qualche modo possano indispettire gli elettori britannici, come ad esempio il limite al consumo di energia dei bollitori e dei tostapane (Daily Telegraph, 28 febbraio). E uno si chiede anche se il regolatore bancario della Germania non abbia lasciato cadere tre indagini nei confronti di Deutsche Bank, solo per non creare una potenziale pubblicità negativa durante la campagna referendaria. Ciò di cui hanno bisogno disperatamente Bruxelles e David Cameron, è qualcosa di positivo e credibile da dire affinché la Gran Bretagna rimanga nell'UE, ma è difficile trovare qualcosa di simile.

In conclusione, i ministri delle finanze del G-20 e i banchieri centrali hanno buone ragioni per essere preoccupati di un Brexit.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 1 dicembre 2015

L'oro — La moneta del passato, del presente e del futuro

È notizia della settimana scorsa che quattro delle più grandi banche commerciali greche sono state acquisite (o quasi) da fondi d'investimento esteri. A prezzo ribassato ovviamente, anche se la cifra finale rimane ancora troppo alta. Sebbene questa mossa possa fornire al paese in bancarotta un po' d'ossigeno, non ne allevia affatto le pene strutturali le quali sono ben radicate a causa di giganteschi prestiti non performanti all'interno del settore bancario commerciale. Tutti quei polli che continuano a detenere grandi depositi presso Alpha Bank, Piraeus Bank, National Bank of Greece ed Eurobank, ad esempio, faranno la fine di tutti coloro che sono stati immolati sull'altare del bail-in a Cipro. Oppure, se i depositi sono inferiori ai €100,000, basta semplicemente incanalare i depositanti verso le obbligazioni della banca per renderli a tutti gli effetti dei candidati ottimali per un bail-in. I correntisti di Banca Etruria ne sanno qualcosa. Ma per quanto possa sembrare "stabile" per ora la situazione europea, non durerà per sempre perchè ad un certo punto la grande mole di debiti impagabili alla base del progetto europeo finirà per far stramazzare anche quei paesi dichiarati "fiscalmente responsabili". Infatti, se solo 3 anni fa l'agenzia di rating Fitch considerava fiscalmetne solida la Finlandia, ora stiamo assistendo a tutta un'altra storia. È questa la meta finale del welfare state: bancarotta. Ma chi legge Freedonia era già pronto a questa eventualità, perché 5 anni fa su queste pagine veniva spiegato come e perché la Finlandia sarebbe finita sul lastrico. Alla fine gli individui non potranno far altro che staccare la spina. Se ci aggiungiamo anche la crisi dei rifugiati, l'Europa al giorno d'oggi non è altro che una pentola a pressione destinata ad esplodere.
___________________________________________________________________________________


di James Rickards


L'oro ha raggiunto il fondo?

Nessuno lo sa per certo. Se la FED alzerà i tassi d'interesse il prossimo dicembre (cosa che secondo noi non accadrà), l'effetto sarà altamente deflattivo e i prezzi dell'oro potrebbero scendere, almeno temporaneamente.

Al contrario, se la FED non alzerà i tassi e offrirà un qualche motivo per credere che non li alzerà nel futuro prossimo (la cosiddetta "forward guidance"), allora i prezzi dell'oro potrebbero salire in previsione di un'inflazione.

E' un peccato che i mercati siano ormai ridotti a leggere la mente di Janet Yellen, ma è quello che succede dopo sette anni d'intervento nei mercati e di pianificazione centrale da parte della Federal Reserve.

Usando il mio sistema, che combina un'analisi complessa di sistemi dinamici e un accesso unico alle informazioni pertinenti, siamo in grado di trarre alcune conclusioni utili riguardo il percorso futuro dei prezzi dell'oro. La nostra stima è che l'oro abbia raggiunto un fondo e che sia pronto a muoversi costantemente verso l'alto rispetto ai livelli attuali.

Per coloro che sono completamente posizionati in oro fisico (raccomando circa un 10% degli asset investibili), non c'è più nulla da fare su questo fronte. Si può solo tenere duro e godersi il viaggio.

Per coloro che non sono in possesso della quantità d'oro fisico consigliata, questo è un punto d'ingresso attraente e la possibilità d'allocare la propria posizione ai prezzi migliori da sei anni a questa parte.

E' stata sicuramente una corsa lunga e volatile per gli investitori in oro. A partire da un minimo di circa $250 l'oncia a metà del 1999, l'oro ha messo in scena un rally spettacolare di oltre il 600%, a circa $1,900 l'oncia nell'agosto 2011. Purtroppo quel rally è diventato sempre più instabile verso la fine.

L'oro era a circa $1,400 l'oncia alla fine del gennaio 2011 e ha guadagnato quasi $500 l'oncia in soli sette mesi prima del picco. Questo tipo di crescita iperbolica è quasi sempre insostenibile.

L'oro è sceso bruscamente da quel picco, al di sotto dei $1,100 l'oncia lo scorso luglio. Il grafico a 15 anni indica ancora un guadagno di circa il 350%, ma il grafico a quattro anni evidenzia una perdita di oltre il 40%.

Coloro che hanno investito nel corso del rally del 2011 risultano sommersi, e molti hanno rinunciato all'oro. Per gli osservatori di lunga data dei mercati dell'oro, il sentiment è il peggiore che si sia mai visto.




Ciononostante cerchiamo d'andare oltre i grafici e il sentiment, provando a discernere le dinamiche sistemiche che guidano il prezzo. Una volta specificate queste dinamiche, la previsione diventa molto più affidabile.

Abbiamo identificato tre fattori che possono spiegare bene la dinamica dei prezzi dell'oro. Questi tre fattori rispondono al nome di tassi d'interesse reali, forza del dollaro e interventismo della banca centrale. Guardare al probabile percorso di questi fattori è la migliore guida per ipotizzare il prezzo futuro dell'oro.

I tassi d'interesse reali sono uno dei migliori predittori del prezzo nominale in dollari dell'oro. Quando i tassi d'interesse reali sono bassi (o negativi), l'oro riceve una bella spinta. Quando i tassi d'interesse reali sono elevati, l'oro rallenta.

La correlazione non è perfetta, ma è molto più forte di altre correlazioni nel mercato azionario o nella crescita economica. La ragione di questa correlazione è facile da comprendere. L'oro non ha rendimento. La valutazione dell'oro deve competere con altre classi di asset, quali azioni e obbligazioni che invece hanno rendimenti. Quando i rendimenti delle classi di asset concorrenti sono più alti, il prezzo dell'oro tende a soffrirne, e viceversa.

Ciò che conta non è il tasso d'interesse nominale, ma il tasso reale. I tassi d'interesse reali sono definiti come tassi d'interesse nominali meno l'inflazione. Ad esempio, se il tasso d'interesse nominale è del 5%, ma l'inflazione è al 3%, il tasso reale è solo il 2% (5% meno 3%). Ciò sembra abbastanza semplice, ma ci sono complicazioni.

Nel selezionare i tassi d'interesse nominali, è necessario specificare una scadenza. I tassi dei buoni del Tesoro a 2 anni sono molto più bassi rispetto ai tassi dei buoni del Tesoro a 10 anni. Nelle nostre analisi usiamo il tasso del decennale, perché è un buon indicatore per i tassi dei mutui e i tassi delle obbligazioni societarie, i quali rappresentano il costo di finanziamento degli investimenti a lungo termine in immobili e asset a reddito fisso da parte d'individui e aziende. Ha più senso pensare all'oro come ad un asset da possedere nel lungo termine piuttosto che uno strumento da tradare nel breve termine.

L'altra complicazione sorge quando il tasso d'inflazione è maggiore del tasso d'interesse nominale. In tal caso, il tasso reale è negativo. Questo può accadere quando il tasso del decennale è all'1% e l'inflazione è al 2%.

In tal caso il tasso reale è -1% (1% meno 2%). Questo è l'ambiente ideale per l'oro. Un rendimento nullo è maggiore di un rendimento reale negativo.

Gli analisti di Wall Street continuano a parlare di quanto siano bassi i tassi d'interesse. E' vero che i tassi nominali sono bassi, ma i tassi reali sono piuttosto alti per gli standard storici. Negli ultimi anni i tassi nominali del decennale sono stati per lo più del 2%, ma l'inflazione è stata di circa l'1%, e a volte più bassa.

Questo significa che il tasso reale del decennale è stato superiore all'1%. Confrontate tutto questo con la situazione nel 1980 (quando l'oro raggiunse un massimo di $800 l'oncia). Allora i buoni del Tesoro rendevano il 13%, ma l'inflazione era del 15%, per cui il tasso reale era -2%. Non lasciatevi ingannare dai tassi d'interesse nominali bassi. Concentratevi sui tassi reali, e avrete una comprensione migliore del prezzo futuro dell'oro.

Il secondo fattore è la forza del dollaro. Qui la correlazione è ancor più evidente. Se si considera l'oro come una forma di denaro, allora è facile capire come un dollaro forte segnali un prezzo debole dell'oro in dollari e come un dollaro debole segnali un prezzo forte dell'oro in dollari.

La misura migliore per determinare la forza del dollaro (oltre all'oro stesso) è il Price-Adjusted Broad Dollar Index gestito dal Federal Reserve Board.

Il livello più basso di questo indice è stato 80.501 nel luglio 2011, il periodo che corrisponde esattamente con il picco storico del prezzo in dollari dell'oro.

Al contrario, tale indice oggi riporta la cifra 95.595. Questa è la lettura più alta da sei anni a questa parte. Proprio come il dollaro è ad un picco di sei anni, l'oro è vicino ad un minimo di sei anni. Anche in questo caso la correlazione non è perfetta, ma è sorprendentemente robusta.

Gli analisti di Wall Street hanno la tendenza a selezionare gli indici sbagliati nelle loro analisi.

Gli indici di Wall Street sono pesantemente inclinati verso l'euro e lo yen, mentre l'indice della FED guarda anche ai mercati emergenti tra cui la Cina. Uno sguardo a pagina 253 del mio libro, The Death of Money, conferma che abbiamo sempre usato lo strumento giusto.

Il terzo fattore è l'interventismo della banca centrale. E' una semplice questione tra domanda e offerta. La produzione mineraria è risultata notevolmente costante negli ultimi decenni: circa 2,000 tonnellate l'anno.

L'oro ha pochi usi industriali. Considero i gioielli una "ricchezza indossabile," quindi non faccio distinzioni tra domanda di gioielli e domanda di lingotti — entrambe sono forme di tutela del patrimonio. Quindi, con una produzione costante e una domanda variabile per l'oro come riserva di ricchezza, è stato relativamente facile per le banche centrali manipolarne il prezzo scaricando riserve d'oro sul mercato fisico nei momenti critici.

Possiamo individuare tre grandi manipolazioni del mercato dell'oro fisico da parte delle banche centrali.

La prima è stata il London Gold Pool del 1960, il quale è crollato nel 1968.

La seconda ha rappresentato uno sforzo segreto degli Stati Uniti e del FMI di scaricare 1,700 tonnellate d'oro sui mercati nel 1975-79, in modo da mascherare il vero impatto dell'inflazione. Questo tentativo fallì nel 1980, quando l'inflazione e il prezzo dell'oro andarono fuori controllo.

La terza è arrivata col “Central Bank Gold Agreement” (CBGA), un cartello di venditori composto da 11 banche centrali (esclusi gli Stati Uniti).

Il CBGA è stato creato nel 1999 e rinnovato nel 2004 e nel 2009. La Svizzera è stata il più grande venditore. Questo accordo è ormai fallito, e sin dal 2010 non c'è stata più una vendita fatta registrare da nessuno dei relativi firmatari.

Sin da allora le banche centrali sono passate dall'essere venditrici all'essere compratrici. Con pochi venditori ufficiali e molti acquirenti ufficiali e non ufficiali, la domanda d'oro ora supera l'offerta delle miniere, mettendo sotto pressione i rottami d'oro e le mani deboli.

L'importanza di questa analisi è che non ci dice dove ci troviamo, ma dove stiamo andando. Le banche centrali non possono tollerare tassi d'interesse reali alti, perché rappresentano un fardello per il consumo e per gli investimenti.

La Federal Reserve non può tollerare un dollaro forte perché importa deflazione (sotto forma di prezzi all'importazione più bassi) da tutto il mondo. I mercati dell'oro fisico fanno registrare un eccesso di domanda perché Cina, Russia, Iran e altri paesi continuano a richiedere oro per diversificarsi dai dollari, mentre la produzione è piatta e sono cessate le vendite ufficiali da parte dell'occidente.

Tutti e tre i fattori — tassi reali, dollaro forte e vendite ufficiali — puntano verso un'inversione delle tendenze recenti e ad uno slancio verso condizioni che favoriranno prezzi più elevati dell'oro.

L'oro può muoversi in entrambe le direzioni, ma è molto più probabile che si muoverà in su piuttosto che in giù date le condizioni attuali.

Vi auguro il meglio,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 20 marzo 2015

La resa dei conti tra Europa e Grecia: La somma di tutti gli errori degli stati europei





di David Stockman


I politici europei si stanno dilettando con una nuova forma di fratricidio ideologico mentre continuano ad assillare la Grecia. E "fratricidio" è proprio la parola giusta, perché in questa battaglia non ci sono tante differenze — solo statalisti.

Di conseguenza tutti i combattenti — tedeschi, greci e altri politici e burocrati di Bruxelles e Francoforte — hanno fondamentalmente torto, sebbene per motivi diversi. Anche se perseverano a commettere tutti gli errori che finora c'hanno condotto a questa triste condizione, in definitiva possono farci un favore. Vale a dire, screditare e distruggere i salvataggi di stato e la banca centrale, entrambi guidati da quel modello di finanziarizzazione che minaccia la democrazia politica e la prosperità capitalistica in Europa — e nel resto del mondo.

Il caso più difficile è quello dei tedeschi, molto rigorosi dal punto di vista fiscale. Lode ad Angela Merkel, alla sua decisa opposizione alla dissolutezza fiscale keynesiana e alla sua forte resistenza ogni volta che ha dovuto sciropparsi le richieste incessanti di uno "stimolo maggiore" — da tipi come Summers, Geithner, Lew, il FMI e gli esperti del FT tra gli innumerevoli altri. Almeno i tedeschi riconoscono che se le nazioni europee dedicano il 49% del PIL alla spesa statale (tra cui quasi un quarto del reddito nazionale è destinato ai trasferimenti sociali come è avvenuto nel 2014), allora è maledettamente chiaro che non possono contrarre nuovi prestiti.

Nonostante il presunto regime di austerità chiesto dai tedeschi, questo è esattamente ciò che stanno facendo. La Germania è riuscita a nuotare contro la corrente del debito pubblico, abbassando il rapporto d'indebitamento dall'80% al 76% del PIL negli ultimi quattro anni. Eppure il debito complessivo dell'UE-19 è salito incessantemente, il che significa che il resto dell'UE sta scivolando sempre più vicino al disastro fiscale.


Debito Statale dell'Area Euro in % del PIL


Infatti, la frustrazione della Germania nei confronti degli irresponsabili fiscali europei è più che comprensibile, in quanto è sua volontà non voler cedere un millimetro di terreno ai greci. O come ha detto a Bloomberg il vice della Merkel, Michael Fuchs:

Per la Grecia non c'è via d'uscita dai suoi obblighi..... le condizioni fissate dalla Troika (UE, BCE, FMI) per accedere ai fondi di salvataggio "devono essere soddisfatte.... Questo è tutto, ed è molto semplice."

Qui non si tratta solo di rigidità teutonica. In realtà è tutta una questione di quello che viene chiamato contributo chiave in conto capitale — la quota del fondo di salvataggio UE che deve essere coperta da ogni stato membro in caso di inadempienza.

Dei $350 miliardi di debito della Grecia, $210 miliardi sono dovuti al meccanismo di salvataggio dell'Eurozona. La quota della Germania è del 27%, o circa $57 miliardi. Ma la prospettiva che i contribuenti tedeschi rimangano fregati in caso di default della Grecia, non è il problema principale — anche se porterebbe una marea di voti al partito tedesco anti-UE.

Il vero incubo per il governo della Merkel è che non si possano salvare Francia e Italia. E' per questo motivo che insiste tanto affinché la Grecia soddisfi alla lettera i suoi obblighi, perché se la Francia o l'Italia saranno chiamate a coprire le perdite, l'intero sistema di salvataggio andrà in fumo.

E' impossibile che i governi già vacillanti di questi due Paesi possano sopravvivere alla richiesta di coprire la loro quota dei fondi di salvataggio europei. Infatti, quando è stata scattata questa foto durante l'incontro con Varoufakis, quello che frullava nella mente del Ministro delle Finanze tedesco, Schaeuble, era la prospettiva di una partnership tra Marine Le Pen e Beppe Grillo.

Vi basta considerare i partner che attualmente ha la Germania — già in essere prima degli sconvolgimenti elettorali portati da Syriza. In un altro dei suoi slanci di verità incansapevoli, il Ministro delle Finanze greco ha affermato che l'Italia sarà la prossima e scoprirà come sia "impossibile rimanere all'interno della camicia dell'austerità."

Questa esternazione ha attirato una risposta immediata da parte del Ministro dell'Economia italiano, Pier Carlo Padoan, il quale ha twittato al mondo che il debito in Italia è "solido e sostenibile".

Sta scherzando, vero? Il PIL italiano è morto sin dal 2007, eppure il Paese ha continuato ad avere enormi deficit di bilancio — circa $75 miliardi solo quest'anno — e il suo debito in rapporto al PIL è schizzato in alto.

In effetti, affermare che il trend mostrato qui sotto abbia davvero qualcosa a che fare con una posizione fiscale "solida e sostenibile", è indicativo della corruzione nella discussione economica che è stata introdotta dagli accademici keynesiani e dai burocrati dell'UE, del FMI e degli USA.

La loro falsa affermazione secondo cui tutto va bene in Italia, si basa sul fatto che il Paese è vicino ad un "avanzo primario" (ciò non prende in considerazione i pagamenti degli interessi).

Il fatto innegabile è che l'Italia, anno dopo anno, sta contraendo prestiti per pagare i suoi interessi e così sta solamente sprofondando in una trappola del debito. Cioè, una situazione senza speranza che nessun governo può fermare — per il semplice fatto che gli enormi aumenti fiscali e i tagli alla spesa necessari per invertire la spirale debito sarebbero politicamente impossibili da realizzare.

E questo è il punto cruciale. I modellatori keynesiani farneticano sulla possibilità di abbassare la curva del debito offrendo ricette economiche idiote: affermano che l'assunzione di una maggiore dose di veleno — spesa in deficit — possa magicamente risollevare la "domanda aggregata" e il PIL dell'Italia. Ma la crisi fiscale in Europa è ben altro, e i tempi in cui si poteva farneticare di soluzioni fantasiose disegnate sulle lavagne delle scuole è finito. Il keynesismo è finito.




Per loro grande merito, i tedeschi non credono nelle favolette dei keynesiani né in quelle dei supply-side. Di conseguenza, l'ultima cosa che vogliono è mettere alla prova la capacità dei politici italiani di coprire anche una piccola frazione dei $37 miliardi di debito greco di cui si sono fatti garanti. A scanso di equivoci, ecco la traiettoria post-crisi del PIL reale in Italia — una curva che, non a caso, si sta dirigendo verso il basso.




Inoltre, gli incubi della Germania su chi pagherà il conto non finiscono con l'Italia. La quota del debito greco garantita dalla Francia è di circa $42 miliardi. Ma come l'Italia la sua economia è in coma, avendo guadagnato solo l'1% in termini reali rispetto al picco pre-crisi.




La verità è che lo stato francese sta percorrendo la strada verso la bancarotta da diversi decenni, sotto governi di sinistra e di destra. Con lo stato che ora consuma quasi il 60% del PIL, non può decisamente aspettarsi una crescita economica. Il capitalismo non funziona quando viene soffocato dalle tasse, dalla burocrazia, dal clientelismo e dal torpore dello stato sociale.




Quindi la Francia sta vivendo una crisi che parte da lontano. La sua condizione fiscale in rapido deterioramento non ha nulla a che fare con la crisi finanziaria o la presunta deflazione. Sta pagando il pedaggio distruttivo dell'avere un'economia statalista, mentre il debito pubblico continua a salire inesorabilmente. Di conseguenza, il suo rapporto deibto/PIL si sta rapidamente dirigendo oltre il livello del 100%.




Quindi è assolutamente comprensibile la posizione inflessibile della Germania sul debito greco. Se venisse infranta la barriera del default, inizierebbero diverse corse agli sportelli parlamentari di diverse nazioni dell'UE. Anche gli olandesi sarebbero colti in fallo se fossero chiamati a soddisfare la loro parte di coperture — nonostante le lezioni di Dijsselbloem a Varoufakis sulla rettitudine fiscale. Infatti, per quanto tempo ancora lui e l'attuale governo olandese rimarrebbero in carica data la spirale del debito già in moto?




In breve, l'UE (tranne la Germania e un'altra manciata di stati come la Finlandia) ha superato il punto di non ritorno sul fronte fiscale. Nessuno stato che dovrà aumentare la sua quota di "solidarietà" in caso di default sopravviverà.

La Germania sarà lasciata col cerino in mano e speriamo che le serva da lezione.

Merkel & Co. possono anche essere fiscalmente virtuosi, ma sono decisamente ottusi in materia di banche centrali e ordine monetario. In realtà, non hanno la minima idea di ciò che rappresenti il capitalismo nel sistema finanziario.

Chiacchierano all'infinito su come la banca centrale non debba finanziare i "deficit degli stati", ma tutta questa ideologia equivale ad un vuoto assalto intellettuale ad un uomo di paglia monetario. La Germania ha assecondato il programma LTRO della BCE, per esempio, perché a quanto pare non comportava "l'acquisto" di debito sovrano.

In realtà, quando la BCE ha iniettato quell'enorme flusso di denaro fiat nel sistema finanziario europeo, ha sostanzialmente anticipato sconti triennali a quelle banche europee in possesso di debito pubblico di Germania, Francia, Italia, Spagna, ecc. Di conseguenza il rischio di credito assunto dalla BCE non era quello di BNP Paribas, ma quello dei titoli di stato francesi.

Inutile dire che si è trattato di un finanziamento statale sotto altro nome. Inoltre, questa non è la sola prova dell'ipocrisia tedesca sulla questione della politica monetaria.

Se fossero stati veramente fedeli al principio del denaro onesto, non avrebbero mai permesso alla BCE di cimentarsi in un'espansione monetaria dopo che i politici tedeschi, incantati dal "progetto europeo", scambiarono il quietismo monetario e la rettitudine della Bundesbank con la macrogestione keynesiana della BCE.

Nell'arco dei dieci anni precedenti al "whatever it takes" di Draghi del luglio 2012, il bilancio della BCE è aumentato di quasi quattro volte. Non importa se questa eruzione si sia basata su garanzie sovrane piuttosto che su acquisti "definitivi" di debito pubblico, e se le iniezioni di liquidità nel sistema bancario europeo siano state considerate come prestiti "temporanei" o permanenti.

In tutto il mondo impazza la mania di stampare denaro, e i bilanci delle banche centrali non si sono mai ristretti; si sono metastatizzati all'infinito. Le differenze tra acquisti a titolo definitivo e operazioni di questo tipo sono puramente tecniche.

Come tutte le banche centrali, la BCE è diventata uno scarafaggio monetario proprio sotto il naso della Germania. Le obbligazioni statali entrano, ma non escono. E come spiegato di seguito, la recente contrazione nominale del bilancio della BCE, che Draghi ha ora promesso di invertire con pieno supporto tedesco, era solamente un'illusione contabile.

Il fatto è che sin da quando ha aperto i battenti, la BCE si è impegnata in una monetizzazione su larga scala. Così facendo, ha drasticamente distorto il price discovery nei mercati obbligazionari e, quindi, ha spalleggiato la dissolutezza fiscale che imperversa in tutto il continente.




Come indicato in precedenza, sebbene nei due anni successivi all'ukase di Draghi il bilancio della BCE sembrasse ridursi drasticamente (di circa €1 bilione) e i ripagamenti degli sconti LTRO sembrassero fluire regolarmente, era solo una messinscena. La mole di asset della BCE è stata temporaneamente parcheggiata nei bilanci degli hedge fund e delle banche commerciali.

Questi speculatori erano più che desiderosi di fare front-running alla promessa di Draghi, ovvero, la BCE avrebbe implicitamente monetizzato tutte le emissioni sovrane di quegli stati necessitanti finanziamenti, dimodoché i mercati del debito potessero offrire loro i tassi più convenienti immaginabili. Dal momento che questa promessa incorporava tutti quegli stati della periferia irresponsabili (dal punto di vista fiscale), i front-runner hanno banchettato di cuore. Assicurandosi il valore crescente di quelle obbligazioni che avevano finanziato con pronti contro termine a costo zero o con depositi, hanno praticamente affittato i loro bilanci ai burocrati di Francoforte in cambio di profitti da favola.

Eppure nessuno dei salvataggi del debito greco, o il salvataggio del debito italiano, spagnolo, portoghese, ecc. tramite l'ukase di Draghi, sarebbe stato necessario se la BCE avesse lasciato operare un price discovery onesto nei mercati del debito durante gli anni del falso boom prima della crisi. La BCE ormai è diventata uno strumento del superstato europeo, inondando i ministeri degli stati membri ed i parlamenti con prezzi falsi sul loro debito sovrano.

In realtà, nei dieci anni prima della crisi del 2010 i tassi dei titoli di stato non avevano alcun motivo di scendere drasticamente. Prima del recente blip al ribasso nell'ICP europeo a causa del crollo globale del prezzo del petrolio e delle materie prime, il livello tendenziale dell'inflazione non era affatto cambiato sin dalla fine del secolo. Quindi quadruplicando il proprio bilancio tra il 2002 e il 2012, la BCE ha incarnato l'agente che ha scatenato la dissolutezza fiscale in tutta l'UE.

Durante suddetto periodo, l'ICP della zona Euro è aumentato inesorabilmente ad un tasso annuo composto del 2.3%, mentre l'indebitamento pubblico è salito costantemente. Dunque né un calo dell'inflazione né un miglioramento delle prestazioni fiscali — nella periferia o nel centro Europa — hanno fatto diminuire i rendimenti dei bond.

Infatti, in un regime di moneta onesta, il bilancio della BCE difficilmente sarebbe cresciuto dopo la fine del secolo. Ciò di cui necessitavano di più i paesi dell'UE, era un mercato obbligazionario onesto in grado di segnalare ai suoi governi costituenti il vero costo del debito pubblico a fronte di una crescita vacillante e una marea inarrestabile di dati demografici tristi (un crescendo di prestazioni sociali rispetto a tassi di natalità in calo e una forza lavoro in contrazione).

Detto in altro modo, gli stati europei necessitavano disperatamente di un regime monetario che lasciasse il finanziamento dei loro deficit nelle mani dei risparmi privati e degli afflussi di capitali, e non in quelle della stampante monetaria della banca centrale. Ciò avrebbe causato un "crowding out" visibile degli investimenti privati, un aumento dei tassi di interesse e l'opposizione politica ad una fiscalità sconsiderata nelle capitali europee.

Infatti la repressione finanziaria della banca centrale e la monetizzazione del debito sovrano rappresentano il nemico giurato della rettitudine fiscale tedesca. Ma i successivi governi di Berlino non ne avevano idea e non ce l'hanno tuttora.

Non sorprende, quindi, se durante la monetizzazione post-2000 della BCE, i tassi d'interesse dei Paesi periferici siano diventati una trappola. In questo contesto non importa se la BCE stesse acquistando debito italiano o greco (o se non lo stesse comprando affatto), o quali fossero le voci precise che componevano il suo bilancio in ascesa. Gli strumenti di mercato del debito sono sempre sotto l'occhio vigile dell'arbitraggio. L'impatto negativo della repressione finanziaria della BCE sarebbe avvenuto lo stesso, sia se avesse comprato debito italiano, obbligazioni stradali spagnole o conchiglie greche.


Decennale spagnolo

Decennale italiano

Decennale greco


Inutile dire che c'è sempre una controparte. All'epoca la crisi del debito dei Paesi periferici aveva raggiunto il picco nel 2010-2012, le banche europee e le compagnie di assicurazione si erano rimpinzate di debito mispriced a causa della repressione finanziaria della BCE. Di conseguenza quello era il momento in cui Berlino doveva togliersi le fette di prosciutto dagli occhi e riconoscere che la causa della crisi non erano soltanto i politici dissoluti del Club Med, ma soprattutto gli stampatori keynesiani della BCE che avevano gettato l'onestà della Bundesbank nella pattumiera della storia.

Invece la Germania è inciampata in un errore monumentale. Al culmine della crisi, tutte le grandi banche tedesche, francesi e italiane erano economicamente insolventi perché le perdite incorporate nei debiti sovrani e privati erano abbondantemente superiori ai capitali di queste istituzioni.

Nel caso di Deutsche Bank, per esempio, il suo bilancio da $1.9 bilioni alla fine del 2010 era in equilibrio precario su un patrimonio netto tangibile di soli $34 miliardi. Infatti aveva una leva finanziaria del 56X. Le grandi banche francesi non stavano molto meglio. BNP-Paribas aveva $60 miliardi di patrimonio netto tangibile su cui poggiavano $2.1 bilioni di asset, tra cui più di $600 miliardi di esposizione a prestiti ad alto rischio e obbligazioni.

Ma i rapporti di leva folli sfoggiati dalle grandi banche europee, erano il prodotto di un altro tipo di politica statalista di cui i tedeschi erano pienamente complici: il regime regolamentare noto come contabilità degli asset in base al rischio. Secondo questo quadro statistico, il debito sovrano non viene preso in considerazione ai fini del calcolo dell'adeguatezza patrimoniale. In breve, la BCE ha avallato vaste perdite sui debiti sovrani drasticamente mispriced e le autorità di regolamentazione delle banche UE hanno fatto finta di niente. Come se non fossero mai esistite!

Al di fuori del mondo primitivo keynesiano in cui esistono solo le meccaniche del PIL e non ci si preoccupa dei mercati finanziari e dei bilanci, ci sono tre "dati di fatto" estremamente pericolosi nel mondo reale della finanza.

Il primo: le banche non sono istituzioni di libero mercato, ma reparti pericolosi dello stato che devono essere strettamente regolamentati e controllati poiché altrimenti giocherebbero incautamente con i fondi dei depositanti, il capitale degli investitori e i vari programmi di assicurazione statale.

Il secondo: i politici devono essere messi di fronte al vero costo economico del denaro, o saranno tentati all'infinito ad espandere il loro potere erogando pasti gratis, sussidi industriali e sovvenzioni fiscali per gruppi di interesse organizzati e capitalisti clientelari predatori. L'indebitamento dello stato deve ferire le circoscrizioni del mondo reale, non solo offendere i requisiti della virtù fiscale.

Il terzo: i mercati finanziari sono il nucleo vitale del capitalismo, ma per loro stessa natura attraggono i giocatori d'azzardo. Di conseguenza il nemico più pericoloso per la prosperità capitalistica non è tanto la sinistra politica, bensì l'insormontabile "azzardo morale" che si verifica quando le agenzie dello stato — comprese le autorità fiscali e le banche centrali — salvano le scommesse andate male, le scommesse inacidite e gli eccessi di avidità sconsiderata che spuntano inesorabilmente nei mercati finanziari.

Va da sé che i tedeschi, fanatici della disciplina fiscale, hanno ignorato tutte e tre queste regole cardinali quando hanno collaborato con i burocrati keynesiani a Bruxelles e Francoforte per salvare il debito inacidito dei Paesi periferici. Così facendo, hanno commesso un immenso atto di follia statalista.

Innanzitutto, hanno sottratto ai mercati finanziari europei qualunque vestigia di disciplina e di price discovery onesto che li era rimasto; hanno permesso ai dirigenti finanziari e ai trader di caricare i bilanci delle loro istituzioni con perdite enormi; e hanno fatto capire ai giocatori d'azzardo che l'unico limite per BCE e UE è il cielo.

Per loro il rischio di perdite è svanito. Anche in caso di brevi turbolenze dei mercati e di modeste svendite, i tedeschi hanno chiarito che il superstato dell'UE sarebbe intervenuto con reti di sicurezza e sovvenzioni. Il triste spettacolo di hedge fund che acquistavano titoli italiani, spagnoli e titoli azionari bancari (anche greci prima della comparsa di Syriza), forti dell'ukase di Draghi, è stato il risultato di una quasi nazionalizzazione dei mercati europei del debito sovrano.

Sì, queste azioni hanno messo una pezza sull'insolvenza del settore bancario europeo. Ma anche su questo punto, i tedeschi sono profondamente colpevoli. Non c'era alcuna necessità di proteggere banche e altri investitori dalle perdite nei loro portfoli gonfi di debito dei Paesi periferici. Se avessero voluto tutelare i depositanti e il sistema finanziario in generale, avrebbero permesso alla Grecia di andare in bancarotta nel 2010 e non avrebbero interferito con gli sconquassi fiscali degli altri Paesi periferici — e, ovviamente, non avrebbero permesso una ricapitalizzazione del settore bancario con denaro pubblico, lasciando spazio ad una nuova leadership e ad un ambiente economico onesto.

Alla fine, la strada statalista scelta dai tedeschi è diventata un vicolo cieco. Ed è stato il governo tedesco che alla fine ha scelto il percorso della stampa di denaro e dei salvataggi bancari, perché nessun altro paese dell'UE aveva le risorse finanziarie e la credibilità per approvare simili cose.

Il trasferimento delle perdite di banche e speculatori ai Paesi periferici, ha portato alla distruzione della sovranità democratica nelle nazioni salvate. E questo va ben oltre l'usurpazione palese che si è verificata quando, durante il picco della crisi, Bruxelles ha praticamente deposto i governi eletti di Italia e Grecia.

Il fatto è che il "programma" odiato della Troika non esisterebbe in assenza delle depredazioni stataliste dei tedeschi. Senza quest'ultime, i governi delle nazioni europee fallite avrebbero dovuto progettare e imporre i propri programmi di "austerità" per compensare la mancanza di denaro preso in prestito e riguadagnare il loro profilo di credito nei mercati dei capitali.

Quindi Syriza ha ragione a dire che i cittadini devastati della Grecia non devono un centesimo alla Deutsche Bank e al resto dei banchieri per le obbligazioni greche che i loro governi precedenti hanno emesso imprudentemente, e che i trader e i manager di queste istituzioni finanziarie hanno acquistato scioccamente. Il fatto che il governo tedesco abbia trasferito questi debiti ai propri contribuenti è un problema di Berlino, non di Atene.

Infatti questa è l'ironia dell'attuale fiasco. Alla fine, non ci sarà alcuna "mutualizzazione" del salvataggio del debito greco o quello di qualsiasi altra nazione periferica. Finirà tutto sul conto della Germania, perché qualsiasi altro governo che tenterà di pagare la sua quota finirà come il governo Samaras — cioè, scapperà a gambe levate nel bel mezzo della notte.

I salvataggi sono stati uno dei più grandi atti di follia fiscale di tutti i tempi.

Ma non è finita qui, perché Berlino potrebbe commettere un altro grande atto di follia. I tedeschi potrebbero perdere le staffe, consentire alla Grecia di rimanere nell'UE senza rispettare i suoi impegni, e abbracciare il piano socialista di Syriza inneggiante ad un nuovo "New Deal" finanziato dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI).

Beh, questa sarebbe una mutualizzazione del debito di gran lunga più pericolosa. Per il momento Frau Merkel pare aver imparato la lezione e declinerà l'offerta di saltare dalla padella fiscale alla brace populista.

In breve, la Germania non ha altra scelta se non quella di lasciare andare la Grecia, smantellare l'intero piano di salvataggio dell'UE e quindi pagare il conto salato delle follie finora commesse.

L'alternativa è un superstato onnipotente a Bruxelles e Francoforte, il quale annullerà ciò che rimane della democrazia politica e della prosperità capitalistica in Europa.

Questo superstato seppellirà definitivamente i contribuenti tedeschi sotto il debito di altre persone. Il fiasco in Grecia l'ha già dimostrato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 4 marzo 2015

Un'anteprima completa del Q€ della BCE — E perché fallirà





da Zerohedge


Ultimamente abbiamo scritto un bel po' sull'imminente avventura della BCE nel mondo della monetizzazione del debito (o come lo chiamiamo noi, la Waterloo di Draghi); sebbene odiamo ripetere sempre le stesse cose, la follia di un programma di acquisto di bond (attenuata soltanto dalla penuria di obbligazioni da comprare) non può assolutamente essere sopravvalutata.

Tra le molte assurdità insite nel programma c'è l'evidente sproporzione nelle dimensioni e il fatto più sfumato che gli effetti dei precedenti sforzi di allentamento della BCE garantiscono un fallimento di questo nuovo Q€. Su quest'ultimo punto, anche se i tassi di deposito sono negativi e i rendimenti minuscoli limitano le opzioni di quello che si può fare con i proventi di una qualsiasi vendita di EGB alla BCE, le banche potrebbero anche scegliere di fare l'impensabile e tornare a concedere prestiti. Il capo economista della BCE, Peter Praet, è abbastanza fiducioso che le banche verranno costrette a fare proprio questo, se vogliono conservare i propri margini (che ironicamente sono stati schiacciati dallo stesso tipo di politiche che la BCE è pronta a perseguire):

“[...] come ci aspettavamo, i rendimenti dei titoli rimarranno compressi e conservare il margine di interesse richiederà che le banche spostino la loro attenzione dai titoli azionari verso i prestiti a imprese e famiglie.”

Tuttavia, questo non accadrà. Perché? Per lo stesso motivo che ha impedito a Main Street di ottenere il denaro dei precedenti pompaggi monetari: le banche sono troppo spaventate per concedere nuovi prestiti e un regime normativo più duro sta rafforzando la loro riluttanza. Ecco Bloomberg:

L'incentivo a concedere prestiti, creato da rendimenti più bassi sui titoli, rientra nel quadro normativo di Basilea III. Le nuove regole, che mirano a rendere le banche più resistenti agli shock, richiedono che le banche mettano da parte più capitali per i prestiti. Il cocktail tra Basilea III e il QE rappresenta un dilemma per le banche: o continuano a detenere obbligazioni statali e contanti (entrambi sono asset liquidi e hanno una ponderazione del rischio pari allo 0%), o concedono prestiti in cambio di pagamenti di interessi più elevati (ma in presenza di coefficienti di liquidità e di capitale inferiori).

Nella misura in cui le banche realizzano un profitto quando vendono le loro obbligazioni sovrane, ci può essere un maggior margine di rendimento dalla concessione di nuovi prestiti. Tuttavia, dato il contesto normativo, le probabilità di una grande spinta verso i prestiti sono sottili.

Questa dinamica è aggravata se si considera il notevole aumento delle sofferenze che si è verificato in tutto il blocco valutario nel corso di questa crisi.




Non abbiamo ancora finito. Considerate anche questo effetto a catena nello squilibrio domanda/offerta: se i venditori inizieranno a sospettare che i prezzi saliranno perché crederanno che la BCE sarà disperata nel voler raggiungere il suo obiettivo di €60 miliardi/ mese, è probabile che possano fare una certa resistenza, soprattutto se gli operatori di mercato diventeranno nervosi circa la disponibilità di alcune emissioni di short covering.

Dal FT:

Quando la Banca d'Inghilterra e la Federal Reserve hanno lanciato il QE, i loro governi avevano grandi deficit di bilancio. Con i governi della zona Euro che si stanno trattenendo dal punto di vista fiscale, gli acquisti nell'ambito del programma di QE della BCE supereranno comodamente le emissioni di debito netto — soprattutto in Germania.

Quindi, per raggiungere il suo obiettivo, la BCE dovrà buttare fuori qualcuno dai mercati dei titoli di stato. Ciò sarà difficile se i detentori di obbligazioni non vorranno vendere, o perché non hanno altro posto dove mettere i loro soldi, o si aspettano un aumento dei prezzi (cosa che poi potrebbe avverarsi).

[Inoltre] non è chiaro a quali condizioni la BCE presterà i bond che acquisirà, in modo che gli operatori possano coprire le loro vendite, note come posizioni "short". Se i dealer temono di non essere in grado di sostituire le obbligazioni che offrono, potrebbero astenersi dal venderle — o chiedere alla BCE un prezzo più elevato.

Tutto questo è aggravato dal fatto che nessuno sa se tutto questo funzionerà veramente (logisticamente si intende). Le meccaniche non sono state affatto esplicitate, e mentre Hank Paulson probabilmente vi dirà che non c'è bisogno di conoscere i dettagli del bazooka, il mercato sta cominciando ad innervosirsi. Infatti, come spiega Bloomberg, ci sono molte domande senza risposta, tra cui: "Quanto spenderà la banca centrale di Francoforte per ogni classe di asset? Il suo budget mensile comprenderà i programmi esistenti per acquistare obbligazioni garantite e titoli garantiti da asset, così come i titoli di stato? Queste operazioni saranno condotte tramite aste inverse, come ha fatto la Federal Reserve, o sul mercato secondario, come ha fatto in precedenza la BCE stessa?"

Fortunatamente, Morgan Stanley è qui per aiutarci a far luce su questi temi; anche se, alla fine, non possiamo dire di essere convinti che, per usare le parole dello stratega di Citi Matt King, un altro bilione possa eventualmente fare una qualche differenza nell'attuale tentativo di stimolare l'inflazione (e quindi la domanda), soprattutto dopo che non ci sono riusciti 5 bilioni.

Da MS:

Finora le nazioni dell'area Euro hanno emesso un totale di €192 miliardi di titoli tra gennaio e febbraio, ossia il 24% del target stimato per il 2015: €814 miliardi. Questa cifra è superiore del 20.5% alle emissioni medie degli ultimi cinque anni. Le emissioni lorde e nette a febbraio sono pari a €86 miliardi e €46 miliardi, rispetto alla media (2010-14) di €83 miliardi e €64 miliardi.

Confrontiamo l'andamento dei finanziamenti su base nazionale. Veloci: nel mese di febbraio Irlanda e Portogallo hanno già completato il 62% e il 52% degli obiettivi di finanziamento (Exhibit S1). Regolari: il Belgio e l'Italia hanno completato il ~27% delle emissioni, un dato leggermente superiore alla media. L'Olanda sta rallentando, ma è probabile che a marzo riguadagni il terreno perso. Lenti: Austria e Finlandia sono ancora in ritardo, mentre la Germania, la Francia e la Spagna sono in linea con la media.




... e ora i numeri spaventosi (cioè, la parte in cui ripetiamo di nuovo quanto sia ridicola questa avventura di politica monetaria nel contesto di cose come le emissioni lorde e, ancora meglio, il PIL):

A marzo, il programma di acquisto di obbligazioni della BCE avrà il maggiore impatto sulle dinamiche domanda/offerta. Per mettere nel contesto la portata del programma, €1,140 miliardi equivalgono al 12% del PIL dell'area Euro e al 14% dei mercati obbligazionari nazionali. Anche se questo confronto è relativamente migliore rispetto a Stati Uniti e Giappone in termini di percentuale del mercato obbligazionario, è piuttosto ristretto rispetto al PIL. Dato che gli acquisti avranno luogo lungo un arco tepmorale di due anni, la percentuale di emissioni annue lorde (54%) è simile a quella di altri sistemi, ma gli acquisti della BCE sono i più alti in termini di emissioni nette.

Quindi la BCE monetizzerà più della metà delle emissioni lorde (e più di due volte quelle nette) e il 12% del PIL della zona Euro. Quest'ultimo dato potrebbe facilmente aumentare se il PIL si contrae e il Q€ viene espanso, uno scenario che non dovrebbe essere escluso data la situazione economica fragile in Europa e le aspettative della BCE di rimanere accomodante per il prossimo futuro. In effetti, il mercato sta già parlando della probabilità che il programma sarà ampliato/esteso.

Da Citi:

Probabilmente sarà necessario un ulteriore stimolo; aspettatevi che la politica rimanga accomodante per un lungo periodo di tempo, molto probabilmente oltre il settembre 2016.

La BCE potrebbe essere pronta ad essere ulteriormente accomodante se le prospettive di crescita non miglioreranno, molto probabilmente tramite un taglio del tasso dei depositi (ZH: ancora più NIRP.)

Da Credit Agricole:

Non aspettatevi che la BCE rallenti con i suoi acquisti di bond.

Da UBS:

Se le previsioni per il 2017 indicheranno un'inflazione ancora fuori dal range voluto dalla banca centrale, ciò potrebbe portare la BCE ad estendere ulteriormente il QE oltre il settembre 2016.

Le probabilità di un evento del genere "non sono piccole".

Ecco come saranno gli acquisti del programma da paese a paese.




... ed ecco una ripartizione più completa da Deutsche:




Per quanto riguarda la distribuzione dei €60 miliardi mensili, ecco la ripartizione proiettata da MS:




Quindi ecco qui, una tabella di marcia di come e dove la BCE spenderà più di €1 bilione. Se la storia è una guida, però, tutto questo alla fine sarà fatto per nulla, almeno per quanto riguarda aumentare l'inflazione e la domanda, poiché come ha dimostrato Citi, il QE non sta facendo molto per le aspettative dell'inflazione (e potrebbe addirittura produrre deflazione):




A rafforzare questo punto, ecco uno sguardo alla valutazione del mercato dell'inflazione rispetto alle previsioni degli economisti di MS:




E questo è tutto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 4 febbraio 2015

2015: L'anno della crisi?





di Alasdair Macleod


Il 2014 si è chiuso con due sviluppi inquietanti: la forza del dollaro e un crollo dei prezzi delle materie prime.

Di solito li si considera come un unico evento, ma il continuo calo del prezzo del petrolio rivela che sono sequenziali: prima c'è stata una maggiore preferenza per i dollari rispetto alle altre valute, poi suddetta preferenza ha interessato tutte le valute tranne quelle più deboli, il tutto a scapito delle materie prime e dell'energia. Si tratta di due passi lungo un percorso che dovrebbe portare ad un crollo globale.

La forza del dollaro americano è stato il primo avvertimento: le cose si sono messe male; con conseguente aumento dei tassi di interesse in molte delle economie emergenti, poiché le loro banche centrali hanno cercato di controllare la fuga degli investimenti. Dal momento che il panorama economico attuale è figlio di un lungo periodo di espansione del credito, questi paesi sono entrati nella fase di bust del ciclo economico; per loro il 2015 significherà un crollo dell'attività economica, poiché gli investimenti improduttivi accumulati in passato continueranno ad essere liquidati. Secondo la banca dati del FMI, i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo costituiscono $30 bilioni del PIL mondiale, rispetto ai $47 bilioni delle economie avanzate. E' chiaro che un crollo delle prime avrà gravi ripercussioni anche sulle seconde.

Come valuta di riserva mondiale, il dollaro ricopre un ruolo fondamentale per il valore di scambio di tutte le altre valute. Questo nonostante i tentativi di Cina e Russia di commerciare senza di esso. Nel corso degli anni l'economia globale ha fatto un crescente affidamento sul dollaro, proprio perché è cresciuta in relazione agli Stati Uniti. Nel 2000 gli Stati Uniti ricoprivano un terzo del PIL mondiale; oggi ne ricoprono circa un quinto.

Il secondo sviluppo (es. un calo dei prezzi dell'energia e delle materie prime) è stato inizialmente guidato dagli stessi fattori che hanno rafforzato il dollaro, e conferma la crescente probabilità di un crollo globale. Se il calo dei prezzi fosse interamente dovuto ad una maggiore offerta di merci, potremmo gioirne. Tuttavia, mentre si è registrato un certo aumento dell'offerta di energia e delle materie prime, il messaggio è chiaro: la domanda ai prezzi correnti è diminuita in modo imprevisto e ora i prezzi stanno cercando di trovare un nuovo equilibrio. E poiché stiamo considerando la domanda mondiale, questo sviluppo è sfuggito o è stato frainteso dagli economisti che non hanno una prospettiva globale.

Il prezzo del petrolio si è dimezzato negli ultimi sei mesi. Il calo è stata attribuito ad una volontà dell'Occidente di voler mandare in bancarotta la Russia, o alla volontà dell'Arabia Saudita di mandare fuori dal mercato l'offerta di scisto americana. Questi punti di vista non prendono in considerazione il quadro generale: secondo lo Statistical Review 2014 di BP, agli inizi dello scorso anno il consumo mondiale di petrolio ha ampiamente superato l'offerta, 91.3 millioni di barili al giorno rispetto agli 86.8 milioni. Ciò indica che è cambiato qualcosa di fondamentale nel 2014, e quel qualcosa può essere solo un improvviso calo della domanda nel secondo semestre.

Negli ultimi sei mesi i prezzi del ferro si sono dimezzati, ma altri prodotti chiave, come il rame che è sceso solo dell'11% nel corso dello stesso periodo, sembra che non si siano ancora adeguati al crollo dei mercati emergenti. Ciò è conforme alla teoria del ciclo economico, perché nelle prime fasi di una crisi le imprese rimangono fedeli ai loro piani d'investimento nella vana speranza che le condizioni migliorino. Possiamo prevedere che il crollo della domanda di energia si intensificherà e si diffonderà ad altre materie prime industriali non appena i produttori inizieranno a gettare la spugna e i loro piani d'investimento verranno infine abbandonati.

Pertanto il contesto economico per l'economia globale non è incoraggiante. Né lo era all'inizio del 2014, quando era ovvio che sarebbe stato un anno difficile. La differenza un anno dopo è che le preoccupazioni per il futuro sono più cristallizzate. L'anno scorso scrissi di come ci stessimo dirigendo verso un secondo evento Lehman e che una crisi finanziaria e valutaria sarebbe potuta spuntare fuori in qualsiasi momento. Posso aggiungere solo che la crisi è iniziata e avrà molto da dire quest'anno. Questo è il contesto in cui considereremo brevemente alcune delle altre valute principali e i metalli preziosi.



Il Giappone e lo Yen

La compiacenza mainstream sulle scelte del Giappone è davvero incredibile. Il Giappone si è impegnato in un'operazione di inflazione monetaria che se continuata distruggerà lo yen. La Banca del Giappone sta finanziando il doppio del disavanzo pubblico (¥41 bilioni) mediante l'emissione di nuova moneta, parte della quale viene utilizzata per acquistare ETF giapponesi e REIT. Di conseguenza i prezzi di bond, azioni, e mercati immobiliari commerciali sono diventati irrilevanti. "L'Abenomics" consiste nel finanziare il governo e gestire i mercati con la scusante di stimolare l'economia e gli spiriti animali. In realtà con più di ¥1.2 trilioni di debito pubblico, il governo è finito in una trappola del debito da cui non c'è via d'uscita. L'Abenomics è stata inaugurata due anni fa, sin da allora lo yen è sceso da 75 a 120 rispetto al dollaro, o del 37%.

Invece di imparare dalle lezioni delle iperinflazioni precedenti, gli economisti mainstream seguono la linea ufficiale e ignorano i fatti: il Giappone è un gigantesco welfare state popolato da una popolazione di pensionati sempre maggiore e insostenibile. Rappresenta la nazione avanzata da cui stanno prendendo esempio le altre nazioni. Le previsioni secondo cui l'economia giapponese si riprenderà nel 2015 sono illusorie: in realtà il Giappone sta distruggendo la sua valuta e la ricchezza del suo settore privato.



L'Eurozona e L'Euro

Nel breve termine l'Eurozona dovrà fare i conti col suo problema greco. Se il prossimo governo greco smetterà di fare la voce grossa davanti agli altri membri della zona Euro e alla BCE, è ancora da vedere. I problemi dell'Eurozona hanno radici molto più profonde della Grecia, aggravate dai politici che sono stati riluttanti a utilizzare il tempo acquistato dalla BCE per affrontare le difficoltà strutturali dei loro Paesi. Il risultato è il blocco del nord più forte (Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Lussemburgo) che viene paralizzato dal peso degli stati del Mediterraneo, più Portogallo e Francia. Inoltre Germania e Finlandia hanno subito un ulteriore colpo dovuto alla perdita di preziose attività di esportazione in Russia.

Nei prossimi mesi la zona Euro affronterà molto probabilmente una carenza di gas dalla Russia attraverso il gasdotto trans-ucraino, e la deflazione dei prezzi dell'energia e di altre materie prime. La deflazione dei prezzi porta a considerare altri due punti, uno falso e l'altro vero: prezzi più bassi sono sinonimo di recessione (falso) e il calo dei prezzi aumenta il peso del debito reale (vero). La conseguenza è che la BCE sonderà vari modi per espandere l'offerta di moneta in modo da fermare il diffondersi di una crisi economica nella zona Euro. In breve, svilupperà probabilmente la propria versione dell'Abenomics, l'unica differenza è che il Giappone ha iniziato prima.



Stati Uniti e Regno Unito

Il Giappone e la zona Euro totalizzano $18.3 bilioni di PIL, poco più quello degli Stati Uniti, e in aggiunta a quello delle economie emergenti e in via di sviluppo otteniamo un totale di $48 bilioni, ovvero il 62% del PIL mondiale è costituito da nazioni che stanno conducendo il mondo verso un crollo economico. Così quando consideriamo le prospettive per gli Stati Uniti e il Regno Unito, che insieme producono $20.4 bilioni o il 26% del PIL mondiale, le prospettive non sono affatto buone. Il Regno Unito come nazione commerciale esposta alla zona Euro è a rischio, meno gli Stati Uniti che non sono così dipendenti dal commercio internazionale.



Metalli Preziosi

L'analisi svolta fin qui ha riguardato i driver economici primari su cui si basa tutto il resto. Il rischio di un crollo globale può essere definito un evento di primo ordine, mentre la possibilità di una crisi bancaria, di un default dei derivati o di un'altra dislocazione dei mercati causata da un crollo potrebbero essere definiti un evento di secondo ordine. E' inutile fare ipotesi circa la possibilità e la tempistica di quegli eventi di secondo ordine che potrebbero verificarsi nel 2015, perché essi dipendono in ultima analisi dalla performance dell'economia globale.

Tuttavia, quando agli investitori diventerà chiaro che l'economia globale starà entrando nell'ennesimo crollo, è sicuro che il rischio finanziario e sistemico degenereranno. Giudicare questa escalation monitorando i mercati sarà difficile perché le banche centrali, i fondi di stabilità dei cambi e i fondi sovrani intervengono sovente nei mercati, generando segnali di prezzo ingannevoli.

I metalli preziosi sono gli unici asset fuori dal controllo degli stati. Almeno nel lungo termine. Nel breve termine possono distorcere i mercati dei metalli preziosi espandendo la quantità di derivati, e vi è un nutrito corpo di prove che dimostra come questi metodi siano stati utilizzati negli ultimi anni. Gran parte di questa distorsione è arrivata dalle banche d'investimento e dalle bullion bank, le quali stanno festeggiando con bond, azioni e derivati, e per le quali l'oro è un asset trascurabile. Questo compiacimento verrà smorzato ad un certo punto, e il catalizzatore più probabile è una crisi economica globale.

I pericoli di valute inflazionate all'inverosimile sono chiaramente illustrati dalla Fiat Money Quantity, che ha continuato ad espandersi ad un ritmo allarmante come mostrato nel grafico qui sotto.




La FMQ misura la quantità di moneta fiat emessa in sostituzione dell'oro come denaro, quindi è una misura che tiene traccia di un'espansione monetaria scoperta. Arrivata a $13.52 bilioni lo scorso novembre, è $5.68 bilioni al di sopra del percorso di crescita pre-Lehman, prova evidente di una moneta in forte deprezzamento in termini monetari. Regolando il prezzo dell'oro a questo deprezzamento otteniamo un prezzo di $490 a quel tempo e a quella quantità, quindi l'oro si è all'incirca dimezzato in termini valutari reali dopo la crisi Lehman.



Conclusione

Ci sono prove convincenti che il 2015 vedrà un crollo dell'attività economica mondiale. Stando così le cose, i rischi finanziari e sistemici aumenteranno. Possiamo prevedere che suddetto crollo indebolirà le azioni, le proprietà e, infine, i mercati obbligazionari, asset che mostrano tutti un prezzo da stabilità economica. Anche se questi mercati sono sempre più controllati da un intervento delle banche centrali, è pericoloso presumere che questa presunta stabilità continuerà a persistere all'accumularsi di rischi finanziari e sistemici.

I metalli preziosi sono, in ultima analisi, avulsi da una manipolazione dei prezzi di lungo termine. Inoltre sono l'unica classe di asset che oggi è venduta ad un prezzo inferiore al dovuto, dato l'enorme aumento della quantità di moneta fiat dopo la crisi Lehman.

In breve, il 2015 si preannuncia un anno molto brutto per le valute fiat e molto bello per l'oro e l'argento.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/