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martedì 28 febbraio 2023

I padroni del futuro: la megalomania del WEF

 

 

di Michael Rectenwald

Il cinquantatreesimo incontro annuale del World Economic Forum (WEF) ha riunito cinquantadue leader mondiali, millesettecento dirigenti aziendali, artisti vari e altre personalità per parlare di “Cooperazione in un mondo frammentato”. La frammentazione è la nemesi del World Economic Forum, delle Nazioni Unite (ONU) e dei partner aziendali. "Frammentazione" significa che grossi segmenti della popolazione mondiale non aderiscono all'agenda incentrata sul catastrofismo climatico e ai precetti del Grande Reset.

Il Grande Reset è a un cartello ibrido statale-corporativista che amministra l'economia mondiale (e per estensione i sistemi politici mondiali) sotto la direzione del WEF, delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Centrale Europea (BCE) e dell'Organizzazione mondiale della sanità, nonché di principali responsabili delle decisioni aziendali come il CEO di BlackRock, Larry Fink.

Sebbene il WEF e le sue riunioni rappresentino semplicemente le illusioni di potere di un branco di pagliacci megalomani, va notato che il "capitalismo degli stakeholder" del WEF – introdotto nel 1971 da Klaus Schwab, fondatore e presidente del WEF, e da Hein Kroos, nel libro Modern Enterprise Management in Mechanical Engineering – è stato adottato dalle Nazioni Unite, dalla maggior parte delle banche centrali, nonché dalle principali aziende, banche commerciali e gestori patrimoniali del mondo. Il capitalismo degli stakeholder è ora considerato il modus operandi del sistema economico mondiale.

Nel libro del 1971 Schwab e Kroos scrissero che “la gestione di un'impresa moderna deve servire non solo gli azionisti, ma tutte le parti interessate per ottenere crescita e prosperità a lungo termine”. Le parti interessate sono le corporazioni e i governi compiacenti e complici, non i cittadini.

BlackRock, il più grande asset manager del mondo, detiene oltre $10.000 miliardi di asset under management (AUM), inclusi i fondi pensione di molti stati degli Stati Uniti. Nel 2019 il CEO di BlackRock, Larry Fink, ha guidato la US Business Roundtable sul capitalismo degli stakeholder. Gli amministratori delegati di 181 grandi società hanno ridefinito lo scopo comune della società in termini dell'idea di Schwab, il capitalismo degli stakeholder, segnalando la presunta fine del capitalismo degli shareholder. Nella sua lettera del 2022 agli amministratori delegati, Fink ha reso chiara la posizione di BlackRock sulle decisioni d'investimento: “Il rischio climatico è un rischio d'investimento”. Ha promesso uno “spostamento tettonico del capitale”, una maggiore accelerazione degli investimenti destinati a società “focalizzate sulla sostenibilità”.

Fink ha anche messo in guardia gli amministratori delegati: “E poiché questo avrà un impatto importante su come viene allocato il capitale, ogni team di gestione e consiglio di amministrazione dovrà considerare come ciò influirà sulle azioni della propria azienda” (enfasi mia). Secondo Fink, il capitalismo degli stakeholder non è un'aberrazione e fornisce la prova dell'imperativo woke al suo interno: “Non è un'agenda sociale o ideologica. Non è roba "woke", è capitalismo”. Questa definizione di capitalismo sarebbe stata certamente una novità per Ludwig von Mises.

Fink siede nel consiglio di amministrazione del WEF, insieme all'ex-vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore, l'amministratore delegato dell'FMI Kristalina Georgieva, il presidente della BCE Christine Lagarde e il vice primo ministro e ministro delle finanze canadese Chrystia Freeland, tra gli altri.

Nel suo discorso di benvenuto del 2023, Schwab ha indicato le molteplici crisi che il mondo deve affrontare: “La trasformazione energetica, le conseguenze del Covid, il rimodellamento delle catene di approvvigionamento stanno tutti fungendo da forze catalitiche per la trasformazione economica”. Per inciso, questi sono tutti fattori che il WEF ha promosso e/o esacerbato. E insieme hanno scatenato “l'alta inflazione, l'aumento dei tassi d'interesse e il crescente debito pubblico”, cose che anche Schwab ha sottolineato.

Secondo lui il problema della frammentazione sociale e geopolitica è “un disordinato mosaico di poteri”, alludendo alla guerra in Ucraina. Ma Schwab ha anche lamentato “i grandi poteri aziendali e dei social media, tutti in competizione sempre per maggiore potere e influenza. Di conseguenza la tendenza si sta spostando di nuovo verso una maggiore frammentazione e confronto”, riferendosi, almeno in parte, alla recente acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, la perdita di un'importante piattaforma per la propaganda e la censura. Naturalmente Schwab ha fatto riferimento al "cambiamento climatico" e ai "virus" come minacce esistenziali che potrebbero portare “all'estinzione di gran parte della popolazione mondiale”. La domanda è se il "cambiamento climatico" e i "virus", o piuttosto le risposte a queste presunte minacce, saranno la causa delle estinzioni di massa.

Ma “la minaccia di frammentazione più critica”, ha affermato Klaus, è rappresentata da coloro che “negano questi problemi” e mantengono un “atteggiamento critico e conflittuale” nei confronti dell'agenda di Davos; coloro che hanno la temerarietà di opporsi a un'agenda globale che sventola il feticcio del catastrofismo climatico per controllare la produzione e il consumo, oltre a voler eliminare la proprietà privata e i diritti di proprietà per la stragrande maggioranza.

Una questione centrale affrontata dal cinquantatreesimo incontro annuale è stata “l'attuale crisi energetica e alimentare nel contesto di un nuovo sistema per l'energia, il clima e la natura”. Il tema si accorda con le precedenti e ripetute affermazioni del WEF secondo cui la filiera agricola è troppo “frammentata” per un'agricoltura “sostenibile”. “Un sistema alimentare resiliente e rispettoso dell'ambiente richiederà un allontanamento dalle nostre attuali catene di approvvigionamento frammentate”, ha scritto Lindsay Suddon, chief strategy officer di Proagrica, nel 2020. Nei documenti della Suddon e in molti altri del WEF, il ritornello della "frammentazione" è ripetuto fino alla nausea. L'agricoltura sostenibile non può essere raggiunta nelle condizioni agricole "frammentate" che esistono attualmente.

Un documento intitolato Can Collective Action Cure What’s Ailing Our Food Systems?, parte dell'incontro annuale del WEF nel 2020, sosteneva che la frammentazione rappresenta l'ultimo ostacolo alla sostenibilità:

In qualità di capi delle principali istituzioni finanziarie agricole multilaterali e commerciali, siamo convinti che la frammentazione all'interno degli attuali sistemi alimentari rappresenti l'ostacolo più significativo per nutrire una popolazione in crescita in modo sostenibile.

Scritto da Wiebe Draijer, allora presidente del consiglio di amministrazione di Rabobank, e Gilbert Fossoun Houngbo, direttore generale eletto dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), il documento era piuttosto eloquente. Diceva che, a meno che non si affronti la frammentazione, “non avremo alcuna speranza di raggiungere l'Obiettivo di Sviluppo Sostenibile di zero emissioni nette entro il 2050, dato che l'odierna filiera agricola, dal campo alla tavola, rappresenta circa il 27% delle emissioni di gas serra (GHG)”.

La Rabobank è uno degli sponsor finanziari della Food Action Alliance del WEF. Sul suo sito web, la Rabobank ci informa che opera nei Paesi Bassi, servendo clienti al dettaglio e aziendali e, a livello mondiale, finanziando il settore agricolo. La OIL è un'agenzia delle Nazioni Unite che stabilisce gli standard di lavoro in 187 Paesi.

Quali interessi possono avere in comune una banca internazionale e un'agenzia internazionale del lavoro delle Nazioni Unite? Secondo il loro documento scritto congiuntamente, hanno in comune la determinazione di eliminare la frammentazione nell'agricoltura. L'interesse della banca nella deframmentazione è quello di acquisire una partecipazione di controllo in aziende agricole piccole e grandi; l'interesse dell'agenzia internazionale del lavoro è quello di avere più lavoratori sotto la propria supervisione e controllo. Entrambi questi interessi si traducono in grandi aziende agricole gestite da braccianti agricoli organizzati – non proprietari – sotto il controllo della banca. Inoltre, secondo questo "schema", gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite possono essere implementati più facilmente attraverso “catene del valore agricolo e pratiche agricole”. Gli autori concludono: “La cosa più importante è che dobbiamo aggregare opportunità, risorse e competenze complementari in progetti su larga scala che possano quindi sbloccare investimenti e produrre un certo impatto” (enfasi mia). “L'azione collettiva” è la “cura”.

In termini agricoli “frammentazione” significa troppe aziende indipendenti e disparate. La soluzione a questo problema è il consolidamento, ovvero la proprietà dei beni agricoli da parte di sempre meno soggetti. E qui entra in scena Bill Gates. I "progetti su larga scala" saranno di proprietà di coloro che possono permettersi di rispettare la strategia Farm to Fork della Commissione europea (CE). “La strategia Farm to Fork è al centro del Green New Deal europeo”. L'obiettivo del Green New Deal europeo è “nessuna emissione netta di gas serra entro il 2050”.

La questione dell'approvvigionamento alimentare è stata affrontata in una sessione intitolata Sustainably Served. La didascalia riassuntiva della sessione rileva che “quasi 830 milioni di persone affrontano l'insicurezza alimentare e più di 3 miliardi non sono in grado di permettersi una dieta sana. Le sfide per la salute umana e planetaria sono state ulteriormente aggravate dall'aumento dei costi, dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento e dal cambiamento climatico”.

Il momento clou della sessione Sustainably Served è arrivato quando un membro del pubblico, "Jacob, dall'America", ha posto delle domande:

Voglio fare una domanda sulla produzione alimentare. L'anno scorso il governo olandese ha annunciato dure restrizioni all'uso di fertilizzanti a base di azoto. Tali restrizioni hanno costretto molti agricoltori a mettere fuori produzione gran parte della loro terra. E queste linee di politica hanno portato 30.000 agricoltori olandesi a protestare. E questo veniva fatto in un momento in cui la produzione alimentare era già stata fortemente ridotta a causa della guerra in Ucraina. Le mie domande sono, una, il panel supporta linee di politica simili implementate in tutto il mondo? E lei sostiene gli agricoltori olandesi che stanno protestando? Linee di politica così rigide che portano alla riduzione della produzione alimentare non danneggiano in ultima analisi le popolazioni più povere del mondo e non aggravano il problema della malnutrizione?

L'interrogante era uno di quattro, ma le sue domande hanno dominato il resto della sessione e hanno portato il moderatore, Tolu Oni, e il relatore Hanneke Faber, presidente del dipartimento nutrizione presso Unilever che ha sede nei Paesi Bassi, a mettersi sulla difensiva. Quest'ultimo ha risposto:

Sono olandese e la nostra attività ha sede in Olanda. È una situazione molto difficile. Ho molta simpatia per gli agricoltori che stanno protestando, perché sono a rischio i loro mezzi di sussistenza e le loro attività. Ma ho anche molta simpatia per ciò che il governo sta cercando di fare, perché le emissioni di azoto sono troppo alte [...]. Quindi, bisogna fare qualcosa [...].

Ma è un problema strettamente olandese. Non penso che debba preoccuparti che quelle soluzioni verranno adottate da qualche altra parte.

Quest'ultima affermazione è smentita dal fatto che i Paesi Bassi sono la sede del programma Food Action Alliance del WEF e la sede del Global Coordinating Secretariat (GCS) dei Food Innovation Hub del WEF. Inaugurati alla riunione di Davos nel 2021, i Food Innovation Hub hanno come obiettivo l'allineamento con il Food System Summit delle Nazioni Unite: “Il ruolo del GCS sarà quello di coordinare gli sforzi degli Hub regionali e allinearsi con i processi e le iniziative mondiali come il vertice sui sistemi alimentari delle Nazioni Unite”. E l'obiettivo dichiarato del vertice sui sistemi alimentari delle Nazioni Unite è allineare la produzione agricola con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030: “Il Food System Summit delle Nazioni Unite, tenutosi durante l'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York il 23 settembre [2021], ha posto le basi per la trasformazione dei sistemi alimentari mondiali affinché raggiungano gli Obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030”.

“Sostenibilità” e “sviluppo sostenibile” non significano, come le parole sembrano suggerire, la capacità di resistere a shock di vario genere – crisi economiche, disastri naturali, ecc. Significano sviluppo orchestrato da imperativi ambientalisti, utopidi e non scientifici, inclusa una riduazione della produzione e del consumo nel mondo sviluppato e un blocco dello sviluppo che comporterebbe la produzione di ulteriori gas serra nel mondo in via di sviluppo. In termini di agricoltura, ciò comporta una riduzione dell'uso di fertilizzanti ricchi di azoto e la loro eventuale eliminazione, oltre alla graduale eliminazione dei bovini produttori di metano e ammoniaca. Nei Paesi Bassi l'iniziativa Food Hubs ha già portato all'acquisizione obbligatoria e alla chiusura da parte del governo di ben tremila aziende agricole, il che porterà a una drastica riduzione dei raccolti del secondo esportatore mondiale di prodotti agricoli.

Anche la situazione nei Paesi Bassi fa parte della strategia Farm to Fork della Commissione europea. Sotto l'amministrazione Trump, il Dipartimento dell'agricoltura degli Stati Uniti (USDA) ha scoperto che l'adozione del piano comporterebbe un calo della produzione agricola tra il 7% e il 12% per l'Unione Europea, a seconda che l'adozione sia a livello di UE o mondiale. Con l'adozione solo nell'UE, il calo della produzione agricola è prevista intorno al 12%, contro il 7% se l'adozione fosse mondiale. Nel caso di quest'ultima, si prevedeva che la produzione agricola mondiale sarebbe diminuita dell'11%. Inoltre l'USDA ha anche aggiunto:

Il calo della produzione agricola ridurrebbe l'approvvigionamento alimentare nell'UE, con conseguenti aumenti dei prezzi che incideranno sui bilanci dei consumatori. I prezzi e i costi alimentari pro capite aumenterebbero maggiormente per l'UE, in ciascuno dei tre scenari [nello studio è stato incluso uno scenario intermedio di adozione di Farm to Fork da parte dell'UE e degli stati-nazione limitrofi]. Tuttavia gli aumenti dei prezzi e dei costi alimentari sarebbero significativi per la maggior parte delle regioni se le strategie [dal produttore al consumatore] fossero adottate a livello mondiale. Per gli Stati Uniti il prezzo e il costo del cibo rimarrebbero relativamente invariati, tranne nel caso di un'adozione globale.

Il calo della produzione nell'UE e altrove porterebbe a una riduzione degli scambi, anche se alcune regioni ne trarrebbero vantaggio a seconda delle variazioni della domanda delle importazioni. Tuttavia, se il commercio viene limitato a seguito dell'imposizione delle misure proposte, gli impatti negativi si concentreranno nelle regioni con le popolazioni più insicure al mondo [...].

L'insicurezza alimentare, misurata come il numero di persone che non hanno accesso a una dieta di almeno 2.100 calorie al giorno, aumenta significativamente nei 76 Paesi a basso e medio reddito coperti dalla nostra analisi a causa dell'aumento dei prezzi delle materie prime alimentari e del calo del reddito, in particolare in Africa. Entro il 2030 il numero di persone con insicurezza alimentare in caso di adozione solo nell'UE aumenterebbe di altri 22 milioni in più rispetto a quanto previsto senza le strategie proposte dalla CE. Il numero salirebbe a 103 milioni con lo scenario medio e a 185 milioni con l'adozione globale. (enfasi mia)

Quindi possiamo constatare che “servito in modo sostenibile” significa affamato in modo sostenibile.

Un'altra sessione degna di nota è stata Stewarding Responsible Capitalism, la quale ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Brian T. Moynihan, CEO di Bank of America e presidente del consiglio aziendale del WEF. Grande sostenitore del capitalismo degli stakeholder, Moynihan ha suggerito che le aziende che non soddisfano i criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) saranno lasciate indietro. Nessuno farà affari con loro.

I commenti di Moynihan hanno rivelato fino a che punto il capitalismo degli stakeholder e la metrica per misurarlo, l'indice ESG, sono penetrati nel settore bancario commerciale. Infatti oltre trecento grandi banche sono firmatarie dei "Principi per un'attività bancaria responsabile" delle Nazioni Unite, “che rappresentano quasi la metà del settore bancario mondiale”. Nel frattempo 4700 società di gestione patrimoniale, proprietari di asset e fornitori di servizi patrimoniali hanno firmato i sei "Principi per l'investimento responsabile" delle Nazioni Unite. Questi principi sono interamente incentrati sulla conformità ai criteri ESG e sul raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite. L'indicizzazione ESG ora pervade ogni aspetto dell'attività bancaria e d'investimento, comprese le società in cui investono, il modo in cui aderiscono ai criteri ESG stessi e il modo in cui cooperano con i concorrenti per promuovere suddetti criteri. Pertanto l'obiettivo dei Principi è quello di universalizzare gli investimenti ESG. Inutile dire che l'indicizzazione ESG aumenta il costo di fare affari, affama il capitale non conforme e crea un cartello woke di produttori privilegiati.

Nella sessione Philanthropy: A Catalyst for Protecting Our Planet, l'inviato statunitense per il clima John Kerry ha suggerito che lui e le persone a Davos erano “un gruppo selezionato di esseri umani in grado di sedersi in una stanza e parlare davvero di salvare il pianeta”. Tradendo il carattere religioso e cultuale del gruppo di Davos, Kerry ha suggerito che l'unzione sua e di altri come salvatori del pianeta fosse “quasi extraterrestre”. Se dici loro che sei interessato a salvare il pianeta “la maggior parte delle persone”, ha continuato Kerry, “pensa che tu sia un benefattore liberal di sinistra che abbraccia gli alberi”. Ma io sostengo che “la maggior parte delle persone” pensa che Kerry e la sua gente non siano affatto i buoni, ma maniaci del controllo e megalomani intenzionati a controllare la popolazione mondiale.

In altre sessioni i relatori hanno affermato che mangiare carne, guidare automobili e vivere al di fuori dei limiti delle città dovrebbe essere vietato.

In breve, con l'agenda di Davos ci troviamo di fronte a una campagna concertata e coordinata per smantellare le capacità produttive nei settori energetico, manifatturiero e agricolo. Questo progetto, guidato dalle élite e che va a loro vantaggio, rappresenta il più grande balzo all'indietro mai registrato nella storia. Se non viene fermato e invertito, porterà a un disastro economico, inclusa una drastica riduzione dei consumi e degli standard di vita. E quasi certamente si tradurrà in più fame nel mondo sviluppato e carestie nel mondo in via di sviluppo. Il presidente del WEF, Schwab, potrebbe superare Mao... se glielo permettiamo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 7 novembre 2022

Cos'è il Grande Reset? Parte X: l'agenda dietro il catastrofismo climatico

 

 

di Michael Rectenwald

I democratici a Capitol Hill stanno facendo pressioni sull'amministrazione Biden affinché dichiari un'emergenza climatica, sventolando le loro previsioni apocalittiche secondo cui senza un'azione immediata per frenare e infine porre fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili, "il pianeta" e, di conseguenza, ogni creatura vivente che lo abita, morirà. "Se non iniziamo davvero a ridurre le emissioni, questo pianeta non ha alcuna possibilità di sopravvivere", ha affermato il rappresentante Alan Lowenthal, un democratico della California. "Ci restano pochi anni e basta. Il pianeta sta morendo". Questa terribile valutazione e questo avvertimento apocalittico fanno eco al libro e al documentario di Al Gore del 2006, An Inconvenient Truth, e alle sue successive affermazioni secondo cui l'inazione climatica avrebbe causato il completo scioglimento del ghiaccio del Polo Nord entro il 2013.

Anche se previsioni ridicole come quelle di Gore si sono rivelate false, sembra che, grazie all'ascesa del "capitalismo degli stakeholder" e dell'indice ESG (Environmental, Social, and Governance), il periodo d'oro del catastrofismo riguardo il cambiamento climatico sia giunto alla fine. Diventa necessario, quindi, affrontarlo direttamente. Questo non significa necessariamente rivalutare tutta la scienza dietro il cambiamento climatico, dal momento che altri hanno fatto bene a sottoporre tale narrazione a critiche e sfatarla. I critici hanno sollevato i seguenti problemi con il catastrofismo riguardo il cambiamento climatico:[1]

• le “crisi” precedenti, dal raffreddamento globale, alle piogge acide fino all'esaurimento dello strato di ozono, si sono rivelate infondate;

• ignorare del tutto i benefici derivanti dall'uso di combustibili fossili;

• il mancato riconoscimento del fatto che le tecnologie alimentate a combustibili fossili mitigano significativamente gli effetti delle emergenze climatiche;

• i decessi per eventi meteorologici estremi sono diminuiti durante la cosiddetta emergenza climatica;

• le tecnologie dell'energia solare ed eolica, dopo oltre cinquant'anni di sviluppo, sono ben lungi dall'essere in grado di sostituire i combustibili fossili;

• l'uso disonesto del periodo più freddo dell'Olocene come punto di partenza per misurare l'aumento delle temperature;

• la manipolazione delle letture della temperatura superficiale da mettere confronto con le letture satellitari, le quali invece non mostrano un riscaldamento recente e significativo;

• la sintesi esagerata degli studi scientifici da parte del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) e l'ulteriore esagerazione nella divulgazione dei risultati sintetizzati da parte di “esperti” designati e dei media;

• il fatto che l'IPCC nasconda i suoi dati grezzi e la sua metodologia, il suo offuscamento delle indagini esterne che tentano di replicare i suoi risultati e la sua censura degli scienziati scettici sul cambiamento climatico impossibilitati a pubblicare le loro scoperte su riviste sottoposte a revisione paritaria ("Climategate");

• l'alterazione dei rapporti dell'IPCC, dopo che gli scienziati hanno scritto e approvato i testi finali, per rimuovere lo scetticismo riguardo alle affermazioni secondo cui le attività umane stanno avendo un impatto importante sul clima e sul riscaldamento globale;

• il periodo di quindici anni (1998–2013) senza un riscaldamento significativo, nonostante un aumento del 7% dei livelli di CO2 atmosferica;

• il tasso di riscaldamento globale è decelerato sin dal 1951, nonostante un aumento del 26% dei livelli di CO2;

• il fatto che le ricostruzioni termiche del passato mostrano temperature pari a quelle recenti in alcune regioni (l'anomalia climatica medievale);

• le recenti stime dell'IPCC riguardo la risposta climatica transitoria (TCR, o stima del clima per il resto del ventunesimo secolo) rientrano nell'intervallo di variazione del clima naturale degli ultimi sei milioni di anni;

• la ricerca scientifica non mostra aumenti della siccità o dell'attività dei cicloni tropicali negli ultimi quarant'anni;

• l'estensione del ghiaccio marino antartico è aumentata tra il 1979 e il 2012, contraddicendo i modelli di circolazione globale (GCM);

• la modellazione climatica non è riuscita a prevedere con precisione le tendenze climatiche;

• la forte probabilità che il riscaldamento non sia necessariamente negativo ma possa, invece, essere positivo;

• il noto inverdimento del pianeta dovuto all'aumento dei livelli di CO2 e ai benefici che ne derivano, anche per l'agricoltura e il raffreddamento;

• il fatto che non sia nota una temperatura mondiale ottimale o "naturale", anche se le temperature mondiali potrebbero essere misurate con precisione.

Questo non è che lo scheletro di un insieme di ragioni per concludere che il catastrofismo riguardo il cambiamento climatico è esagerato e iperbolico, se non addirittura basato su una vera e propria frode. Come hanno osservato S. Fred Singer, David R. Legates e Anthony R. Lupo:

Contrariamente ad alcuni resoconti della storia sul dibattito scientifico, non è emers alcun “consenso” sul ruolo umano nei cambiamenti climatici. Piuttosto, la politica ha rapidamente superato la scienza poiché i sostenitori dell'ambiente e altri gruppi d'interesse hanno riconosciuto l'utilità della questione del cambiamento climatico nel portare avanti i propri programmi.

Perché, allora, l'establishment è così deciso a promuovere il catastrofismo climatico? E quali sono questi programmi?

È chiaro che il catastrofismo climatico non ha niente a che fare col clima. Se così fosse, come ha notato Rupert Darwall in Green Tyranny , la Germania, di fronte all'aumento delle emissioni di CO2 sin da quando ha avviato l'Energiewende (transizione energetica), non avrebbe accelerato la chiusura delle sue centrali nucleari, l'unica fonte affidabile elettricità a zero emissioni diversa dagli impianti idroelettrici, tecnologia anch'essa abiurata dagli ambientalisti. Lo stesso discorso vale per la California e New York.

Filosoficamente, come ha chiarito da Alex Epstein in Fossil Future, il catastrofismo climatico è alimentato da un "quadro anti-impatto" che ostacola l'umanità tentando di eliminare del tutto l'impatto umano sull'ambiente. È anti-esseri umani alla base. Mette il benessere dell'"ambiente" al di sopra della prosperità umana, mentre nega che gli esseri umani facciano parte dell'ambiente.

Il risultato del catastrofismo climatico è la riduzione della crescita economica. Questo è a dir poco ironico, perché le élite globali nel World Economic Forum (WEF) suggeriscono regolarmente che uno dei loro obiettivi è quello di raggiungere "l'equità" per le persone nei Paesi sottosviluppati. A oggi, questa "equità" ha comportato trasferimenti di ricchezza dai Paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo che equivalgono a tangenti per arginare un ulteriore sviluppo.

Il catastrofismo climatico si riduce alla rinuncia e all'eliminazione di energia a basso costo e affidabile e all'arricchimento degli allarmisti climatici come Al Gore, tutto nell'interesse di promuovere un'agenda politica globalista. La cosa più importante è che il catastrofismo riguardo l cambiamento climatico ha a che fare con la decantata "solidarietà", "inclusività" e "cooperazione internazionale" – i mezzi che il WEF, le Nazioni Unite, le multinazionali loro affiliate e i loro delegati nei vari governi ritengono necessari per mitigare la presunta crisi. Queste parole in codice rappresentano un regime totalitario in base al quale un rinnovato collettivismo abrogherà i diritti individuali e ridurrà notevolmente la libertà umana. A quanto pare, i mezzi per mitigare il cambiamento climatico sono i fini perseguiti dai catastrofisti del clima.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


👉 Qui il link alla Prima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-i.html

👉 Qui il link alla Seconda Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-ii.html

👉 Qui il link alla Terza Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-iii.html

👉 Qui il link alla Quarta Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-iv.html

👉 Qui il link alla Quinta Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/10/cose-il-grande-reset-parte-v-lideologia.html

👉 Qui il link alla Sesta Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/10/cose-il-grande-reset-parte-vi-i-piani.html

👉 Qui il link alla Settima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/10/cose-il-grande-reset-parte-vii.html

👉 Qui il link all'Ottava Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/10/cose-il-grande-reset-parte-viii-come.html

👉 Qui il link alla Nona Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/10/cose-il-grande-reset-parte-ix-il.html


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Note

[1] Si veda Bjørn Lomborg, Cool It: The Skeptical Environmentalist's Guide to Global Warming (London: Marshall Cavendish, 2010); Rupert Darwall, The Age of Global Warming: A History (London: Quartet Books, 2014); Bjørn Lomborg, The Skeptical Environmentalist: Measuring the Real State of the World, (Cambridge: Cambridge University Press, 2016); Rupert Darwall, Green Tyranny: Exposing the Totalitarian Roots of the Climate Industrial Complex (New York: Encounter Books, 2019); S. Fred Singer, David R. Legates e Anthony R. Lupo, Hot Talk, Cold Science: Global Warming's Unfinished Debate (Oakland, CA: Independent Institute, 2021); Alex Epstein, Fossil Future: Why Global Human Flourishing Requires More Oil, Coal, and Natural Gas—Not Less (New York: Portfolio/Penguin, 2022).

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lunedì 31 ottobre 2022

Cos'è il Grande Reset? Parte IX: il meeting annuale del World Economic Forum

 

 

di Michael Rectenwald

L'incontro annuale del World Economic Forum (WEF) a Davos è forse la conferenza più impopolare al mondo e il fondatore e presidente del WEF, Klaus Schwab, è una delle figure più disprezzate al mondo. Spesso paragonato al "Dr. Male", il personaggio interpretato da Mike Meyers nella serie Austin Powers, o a un supercriminale di James Bond, Schwab è visto come un megalomane messianico che guida una nefasta cabala di leader mondiali e capi di grandi aziende verso un futuro dominato da un'élite globalista.

Un sondaggio su Twitter di TruthBoost chiede: "Il World Economic Forum renderà il mondo un posto migliore?" Al momento della stesura di questo articolo, il 98,4% degli intervistati ha dichiarato di no.

Che cosa c'è in questo concilio e nei suoi leader che rende il WEF e le sue riunioni così disprezzate? Dopotutto il WEF è "impegnato a migliorare lo stato del mondo", o almeno così dice il suo slogan. A quanto pare, alla maggior parte delle persone non piace avere un gruppo di dittatori auto-nominati e non eletti che emettono decreti dall'alto verso il basso e raccomandano linee di politica che limitano la loro libertà e violano i loro diritti.

L'incontro annuale di quest'anno è stato annunciato come il più importante dei suoi cinquant'anni di storia, data la guerra in Ucraina e la "nuova normalità" post-pandemica. Schwab ha suggerito lo stesso nelle sue osservazioni di benvenuto, aggiungendo: "Dobbiamo rafforzare la nostra resilienza contro un nuovo virus, o altri rischi che abbiamo nell'agenda globale" (8:30, corsivo mio).

Dato che la retorica collettivista e i piani di Schwab sono stati accolti così male da aver dovuto scrivere un libro intitolato The Great Narrative per giustificare e riformulare il precedente, The Great Reset, si potrebbe pensare che Schwab potrebbe scegliere le parole con più attenzione senza suggerire che un "nuovo virus" o "altri rischi" fanno parte di una "agenda globale" che "noi" (loro) stiamo intraprendendo; come se si trattasse di eventi futuri pianificati. Ma l'aura di Schwab e del WEF è nota per generare naturalmente teorie cospirazioniste e complotti (per inciso, la parola "collettivo" è usata cinquantadue volte in The Great Narrative).

L'incontro annuale è stato caratterizzato da tavole rotonde su una serie di temi, tra cui la realtà aumentata, valute digitali delle banche centrali, transizione climatica nelle economie emergenti, l'impronta di anidride carbonica delle criptovalute, l'economia digitale, diversità, equità e inclusione, sanzioni economiche, occupazione nella quarta rivoluzione industriale, transizione energetica in Cina, indicizzazione ambientale, sociale e di governance (criteri ESG), geopolitica, un fisco mondiale, assistenza sanitaria pandemica, consumo responsabile, restituire la natura alle città e Russia, nonché un discorso speciale del presidente dell'Ucraina, Volodymyr Zelenskyy.

La gamma di argomenti è sbalorditiva, ma anche indicativa dell'etica di pianificazione centrale e arrogante del WEF. Dalle valute digitali centralizzate alla pianificazione urbana, le preoccupazioni del WEF ricordano quelle del Club di Roma, molto probabilmente influenzate da quest'ultimo, e sono intrise di neo-malthusianesimo. Sembra che non ci sia nulla in cui il WEF non pretenda di essere esperto e nulla su cui non emetta raccomandazioni. Eppure i media generalisti considerano ancora il Grande Reset del WEF una teoria del complotto, nonostante la recente osservazione di Joe Biden secondo cui i prezzi elevati del gas sono qualcosa da celebrare come parte di "un'incredibile transizione" verso le energie rinnovabili. In altre parole, i prezzi elevati del gas hanno sempre fatto parte della pianificazione del Green New Deal e il politburo di Biden è stato certamente parte della loro ascesa.

Un punto culminante della riunione del 2022 includeva il commissario australiano per la sicurezza, Julie Inman Grant, che durante un panel intitolato Ushering in a Safer Digital Future ha detto: "La libertà di parola non è la stessa cosa di una libertà per tutti" e che "avremo bisogno di un ricalibrazione di un'intera gamma di diritti umani che si stanno manifestando online, dalla libertà di parola, all'essere liberi dalla violenza online".

Questi commenti minacciosi arrivano sulla scia dello scivolamento dell'Australia verso il totalitarismo durante la pandemia e della recente approvazione da parte dell'Unione Europea del Digital Services Act, il quale vieta l'incitamento all'odio" e la "disinformazione" e rappresenta un passo importante verso la governance mondiale di Internet. In particolare, il quadro normativo dell'UE per le comunicazioni digitali regolerà il discorso in merito a "cambiamenti climatici", sfide per la salute come il coronavirus e altre "pandemie" e l'"incitamento all'odio" o altri "discorsi illegali" definiti dall'UE. Per soddisfare i requisiti normativi dell'UE e razionalizzare i propri sforzi, i siti di ricerca e le piattaforme di social media molto probabilmente si conformeranno di conseguenza.

In breve, che il WEF e i suoi partecipanti siano pianificatori centrali e globalisti incapaci o, ciò che è più probabile, potenti influencer che hanno un impatto su tutto, dalle politiche governative al processo decisionale aziendale, questo gruppo ha l'ardire di suggerire che sono o dovrebbero essere responsabili del mondo. Non si può lasciare le persone in pace affinché perseguano i loro interessi, comprese le loro vite economiche e familiari. Questi pianificatori devono intervenire contro tutti i piani individuali, locali, regionali e nazionali. Come fece notare Ludwig von Mises, pianificatori centrali del genere sono sempre totalitaristi che desiderano sovrascrivere i piani degli individui; credono di avere indubbiamente ragione, nonostante l'orrenda esperienza dell'interventismo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 24 ottobre 2022

Cos'è il Grande Reset? Parte VIII: come distruggere il liberalismo classico

 

 

di Michael Rectenwald

Come dovrebbe essere ormai chiaro, la dichiarazione di Francis Fukuyama in The End of History: The Last Man (1992), secondo cui eravamo arrivati ​​alla "fine della storia", non significava che il liberalismo classico, o l'economia del laissez-faire, fossero emersi vittoriosi su comunismo e fascismo, o che l'egemonia ideologica segnò la fine del socialismo. Infatti, per Fukuyama, il capolinea della storia è sempre stato il socialismo democratico, o la socialdemocrazia. Come ha scritto Hans-Hermann Hoppe in Democracy: The God That Failed, "l'ultimo uomo" che sarebbe rimasto in piedi non sarebbe stato un homo economicus capitalista ma piuttosto un homo socio-democraticus (p. 222). La fine della storia, con tutte le sue pretese hegeliane, non ha comportato la sconfitta del socialismo-comunismo, ma del liberalismo classico. Lo stato e la sua rete di clientes avrebbero dovuto raggiungere un'inevitabile e definitiva distensione; il Grande Reset è il compimento di tale distensione finale.

La sovversione del sistema del libero mercato e della democrazia repubblicana era già in corso da molti decenni prima della "fine della storia". Secondo Cleon W. Skousen in The Naked Capitalist, sin dai primi anni '30 le élite posizionate all'interno di grandi banche, grandi società, importanti gruppi di riflessione, influenti case editrici, media, fondazioni esenti da tasse, sistema scolastico e burocratico degli Stati Uniti hanno cercato di ricostituirli a immagine del suo (ex) rivale collettivista (57-68). Come ha scritto Carrol Quigley in Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time (1966), le élite propagarono in patria ideologie socialiste, comuniste e altri tipi d'ideologie sempre collettiviste, finanziando/armando i bolscevichi in Russia e i comunisti in Vietnam e promuovendo politiche internazionali che hanno condotto all'abbandono deliberato dell'Europa orientale e del sud-est asiatico al flagello comunista.

Per molti l'obiettivo di far progredire il socialismo è stato più evidente nell'alacrità con cui le istituzioni scolastiche hanno assorbito e fatto circolare le ideologie collettiviste marxiste, neomarxiste e post-marxiste dai primi anni '30, compresi propaganda sovietica, teoria critica, teoria postmoderna e le varianti più recenti (teoria critica della razza, studi critici sulla bianchezza e ideologia LGBTQIA+). La temuta “lunga marcia attraverso le istituzioni” non è mai stato un progetto dal basso verso l'alto, ma un lavoro interno svolto da élite in posizioni di potere e influenza. Quando i filosofi, i sociologi e gli psicologi della Scuola di Francoforte emigrarono negli Stati Uniti nel 1933, armati della teoria marxista della rivoluzione e del modello di egemonia culturale socialista di Antonio Gramsci, non ci pensarono minimamente a inaugurare questa marcia; invece furono accolti dalle élite e finanziati da fondazioni esenti da tasse il cui lavoro era già a buon punto.[1] La cosiddetta lunga marcia attraverso le istituzioni è stata piuttosto una corsa precipitosa al loro interno.

Per comprendere il Grande Reset, quindi, dobbiamo riconoscere che il progetto rappresenta il completamento di un tentativo secolare e ancora in corso di distruggere il liberalismo classico (il libero mercato, la libertà di parola e la democrazia liberale), il costituzionalismo americano e la sovranità nazionale. L'idea di reimpostare il capitalismo suggerisce che in precedenza esso fosse puro, ma il Grande Reset è il culmine di un processo di collettivizzazione molto più lungo e di un progetto socialista, con la corrispondente crescita dello stato. Nonostante sia stato presentato come l'antidoto alle presunte debolezze del libero mercato, che il fondatore e presidente del World Economic Forum, Klaus Schwab, e la società identificano con "neoliberismo", il Grande Reset intende intensificare e completare un già prevalente interventismo economico e intende utilizzare la potenza militare degli Stati Uniti per completare questo processo laddove l'intervento economico si riveli infruttuoso. Questo spiega, in parte, l'armamento e il finanziamento dell'Ucraina da parte dell'Occidente contro il suo aggressore russo.

Non intendo suggerire che l'economia neomarxista del Grande Reset, e il suo fascismo economico internazionale piuttosto che nazionale, non siano nuovi. Sono nuovi, come lo sono i mezzi con cui intende promuoverli, ma non dobbiamo illuderci che il progetto del Grande Reset sia nato ab nihilo: è il culmine di decenni di pensiero e attivismo delle élite.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Note

[1] Il teorico della Scuola di Francoforte, Herbert Marcuse, per esempio, venne finanziato dall'American Council of Learned Societies, dalla Louis M. Rabinowitz Foundation, dalla Rockefeller Foundation e dal Social Science Research Council. Si veda Herbert Marcuse, One-Dimensional Man (1964; repr., London: Routledge, 2002), p. iv, dove l'autore stesso parla di questi finanziamenti.

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lunedì 17 ottobre 2022

Cos'è il Grande Reset? Parte VII: capitalismo per i ricchi e socialismo per i poveri

 

 

di Michael Rectenwald

Il ritornello standard della sinistra sul capitalismo recita: "Socialismo per i ricchi e capitalismo per i poveri". Come la maggior parte delle nozioni della sinistra, questa idea rappresenta l'esatto opposto della verità. Il sistema a cui si riferiscono è tutt'altro che socialismo per i ricchi e capitalismo per i poveri, i capitalisti non vogliono il socialismo per sé stessi e il capitalismo per gli altri; i capitalisti cercano il profitto, concetto che può rientrare solo in un sistema capitalista.

Naturalmente l'espressione "socialismo per i ricchi e capitalismo per i poveri" si basa sulla convinzione della sinistra che il socialismo sia benefico, mentre il capitalismo sia nefasto, dove la gente comune combatte tra loro per gli scarti e molti muoiono di fame. Il socialismo va ricercato e il capitalismo invece evitato, a tutti i costi, ma la verità è che il capitalismo è il sistema produttivo che crea ricchezza e la distribuisce giustamente, mentre il socialismo è il sistema consumistico che limita la creazione di ricchezza e la divora ingiustamente.

Perché? Socializzando i mezzi di produzione, il socialismo disincentiva l'investimento personale e privato nella formazione del capitale, compreso il capitale in sé stessi. Con il socialismo, l'investimento privato in risorse di capitale, incluso in sé stessi, è scoraggiato (o non consentito). Il socialismo quindi favorisce il non investitore, il non produttore e il non utente dei mezzi di produzione e sfavorisce (o rifiuta) l'investitore privato, il produttore e l'utente dei mezzi di produzione. Pertanto meno persone assumeranno questi ruoli, meno formazione di capitale ci sarà; si verificherà una minore appropriazione delle risorse naturali, un minore sviluppo di nuovi fattori di produzione e una minore conservazione dei vecchi fattori di produzione.[1]

Inoltre, poiché l'investimento in fattori produttivi è scoraggiato (o non consentito), il socialismo disincentiva il risparmio e incoraggia il consumo. Dal momento che non si può diventare capitalisti, ci sono meno ragioni per risparmiare e più ragioni per spendere. Il risultato sarà una minore produzione di beni di consumo e, allo stesso modo, un tenore di vita più basso per tutti. Il socialismo si traduce anche in un uso dispendioso dei mezzi di produzione, perché non risponde ai cambiamenti della domanda. Senza gli imprenditori che riallocano le risorse di capitale in base al cambiamento della domanda e al miglioramento dei mezzi, la pianificazione socialista non può adattarsi ai cambiamenti della domanda e della produzione. Ciò significa che ne risulterà una produzione di beni e servizi meno desiderati e la non produzione di beni e servizi necessari.

Inutile sottolineare come il socialismo cambi il carattere della società e persino le personalità di coloro che ci vivono. Le persone diventano meno abili nel produrre, innovare e rispondere alle mutevoli esigenze dei loro simili; diventano meno capaci di adattarsi. Più tempo vivono in un'economia socialista, più diventano orientati al presente e meno prudenti.

Contrariamente alle affermazioni popolari, è la produzione socialista, non capitalista, a essere irrazionale. La sua irrazionalità è dovuta all'eliminazione degli indici essenziali per determinare la produzione e la distribuzione razionali, cioè i prezzi. Ludwig von Mises dimostrò che i prezzi rappresentano i set di dati vitali e necessari per allocare le risorse nella produzione e calibrarle in rapporto alla domanda. Il socialismo è irrazionale, perché partendo senza prezzi per i fattori di produzione, non riuscirà mai a far emergere alcun criterio razionale per allocare le risorse in specifici processi produttivi. Eliminando i prezzi, l'economia socialista non può fornire i circuiti di feedback necessari per determinare cosa produrre, quanto produrre o come produrlo. Capacità produttive sovradimensionate in certi settori sono compensate da capacità produttive anemiche in altri, e così via.

Ciò significa che il socialismo fallisce non solo nell'allocazione delle risorse, ma anche nella rappresentazione economica delle persone che afferma di difendere. In assenza di meccanismi di prezzo, i consumatori non hanno modo di esprimere i propri bisogni e desideri. La produzione e la distribuzione devono basarsi sul processo decisionale non democratico delle autorità centralizzate. Inoltre, senza che i propri bisogni si riflettano nella produzione, il socialismo rappresenta tutt'altro che una "democrazia economica". Coloro che hanno veramente a cuore le masse lavoratrici devono rifiutare il socialismo per la sua incapacità di stabilire una democrazia economica, in teoria la sua ragione d'essere.

Il capitalismo è il sistema etico che rispetta i diritti di proprietà, a cominciare dalla proprietà dei corpi delle persone, mentre il socialismo è l'aggressione immorale contro i diritti di proprietà, inclusa l'aggressione contro la proprietà dei corpi delle persone. Senza proprietà del proprio corpo, si è schiavi.

Basato sulla “proprietà privata dei mezzi di produzione”, il capitalismo implica quanto segue:

  1. le persone possiedono il proprio corpo e possono fare tutto ciò che vogliono con esso, purché non trasgrediscano la proprietà fisica o di altro tipo di un altro;
  2. tutto ciò che le persone creano con risorse altrimenti non reclamate, o per le quali hanno un contratto, qualora tale azione non comporti aggressione contro beni altrui, diventa di loro proprietà;
  3. la protezione dei diritti di proprietà e dello scambio illimitato, una crescente divisione del lavoro, l'aumento della produzione di ricchezza e un generale miglioramento del benessere sociale.

In breve, tutto ciò che viene insegnato sul capitalismo e sul socialismo, come la maggior parte di tutto ciò che viene insegnato in generale, è l'inverso della realtà.

I capitalisti "clientelisti", cioè coloro che si ingraziano lo stato, ricercano il profitto riducendo o eliminando il rischio e perseguono il favoritismo dello stato per ottenerlo. Ma attenzione, i capitalisti di qualsiasi genere intraprendono sempre le loro attività in cerca di profitto. Perché allora i capitalisti "clientelisti" dovrebbero volere il socialismo per sé stessi e il capitalismo per gli altri? La risposta breve è che vogliono il capitalismo per sé stessi e il socialismo per gli altri. Cioè, vogliono monopolizzare la produzione a scopo di lucro, eliminando la proprietà degli altri e riducendo il proprio rischio.

Infatti l'obiettivo di quello che è stato definito il Grande Reset è l'esatto contrario della formula "socialismo per i ricchi e capitalismo per i poveri". Il Grande Reset rappresenta un tentativo da parte di una classe protetta di capitalisti di formare cartelli e cercare il favoritismo statale per stabilire il capitalismo per sé stessi consegnando la stragrande maggioranza degli altri nelle mani del socialismo. Questo spiega perché le multinazionali capitaliste, insieme ai propagandisti del World Economic Forum, diffondono retorica e ideologia socialista e promuovono un'agenda socialista socialdemocratica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Note

[1] In questo e nei successivi due paragrafi, farò una parafrasi della tesi “socialismo russo” presente in A Theory of Socialism and Capitalism di Hans-Hermann Hoppe (Auburn, AL: Ludwig von Mises Institute, 2010), pp. 40–47.

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lunedì 10 ottobre 2022

Cos'è il Grande Reset? Parte VI: i piani di un'élite tecnocratica

 

 

di Michael Rectenwald

Nelle puntate precedenti, ho introdotto l'idea di Grande Reset e l'ho trattata in base alle sue componenti economiche e ideologiche. In questa sesta puntata, discuterò cosa comporta il Grande Reset in termini di governance e Quarta Rivoluzione Industriale, concludendo con osservazioni sul progetto complessivo e sulle sue implicazioni.

Secondo Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum (WEF), la Quarta Rivoluzione Industriale segue la prima, la seconda e la terza rivoluzione industriale, rispettivamente meccanica, elettrica e digitale.[1] La Quarta Rivoluzione Industriale si basa sulla rivoluzione digitale, ma Schwab la vede come un decollo esponenziale e una convergenza di campi esistenti ed emergenti, inclusi i cosiddetti Big Data; intelligenza artificiale, apprendimento automatico, calcolo quantistico, genetica, nanotecnologia e robotica. La conseguenza è la fusione dei mondi fisico, digitale e biologico. L'offuscamento di queste categorie alla fine va a sfidare le stesse ontologie con cui comprendiamo noi stessi e il mondo, incluso "cosa significa essere umani".[2]

Le applicazioni specifiche che compongono la Quarta Rivoluzione Industriale sono troppo numerose e varie per essere trattate per intero, ma includono Internet onnipresente, Internet delle cose, Internet dei corpi, veicoli autonomi, città intelligenti, stampa 3D, nanotecnologie, biotecnologia, scienza dei materiali, accumulo di energia e altro ancora.

Mentre Schwab e il WEF promuovono la visione particolare della Quarta Rivoluzione Industriale, gli sviluppi che annuncia non sono frutto della sua invenzione e non c'è nulla di originale nelle sue formulazioni. Transumanisti e singolaristi (o profeti della singolarità tecnologica), come Ray Kurzweil e molti altri, prevedevano questi e altri sviluppi rivoluzionari molto prima che Schwab li annunciasse.[3] Il significato che Schwab e il WEF affibbiano alla nuova rivoluzione tecnologica è il tentativo di sfruttarla per un fine particolare, presumibilmente "un futuro più equo e più verde"[4]

Ma se gli sviluppi esistenti della Quarta Rivoluzione Industriale sono un'indicazione del futuro, allora l'entusiasmo di Schwab è fuori luogo e tale rivoluzione è travisata. Questi sviluppi includono già algoritmi Internet che alimentano notizie e pubblicità prescritte dalle autorità per gli utenti e declassano, o escludono, contenuti vietati; algoritmi che censurano i contenuti sui social media e consegnano individui e organizzazioni "pericolosi" ai gulag digitali; app che tracciano e rintracciano sospetti Covid e denunciano i trasgressori alla polizia; polizia robotica con scanner di codici QR per identificare i dissidenti; città intelligenti in cui tutti sono un'entità digitale da monitorare, sorvegliare e registrare, mentre i dati su ogni loro spostamento vengono raccolti, archiviati e allegati a un'identità digitale e a un punteggio di credito sociale.

Cioè, le tecnologie della Quarta Rivoluzione Industriale sottopongono gli esseri umani a una gestione tecnologica che fa sembrare la precedente sorveglianza da parte dell'Agenzia per la sicurezza nazionale una scaramuccia tra ragazzi. Schwab elogia gli sviluppi futuri che collegheranno i cervelli direttamente al cloud, consentendo il "data mining" di pensiero e memoria, una padronanza tecnologica sull'esperienza che minaccia l'autonomia individuale e mina qualsiasi parvenza di libero arbitrio. La Quarta Rivoluzione Industriale accelera la fusione tra esseri umani e macchine, dando vita a un mondo in cui tutte le informazioni, comprese quelle genetiche, sono condivise e ogni azione, pensiero e motivazione inconscia è nota, prevista e forse anche preclusa. Inutile dire che mi viene in mente Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. Eppure Schwab promuove le interfacce cervello-cloud come miglioramenti, come enormi miglioramenti rispetto all'intelligenza umana standard, conferendo loro così un fascino non immaginabile per il soma.

È indubbio che la Quarta Rivoluzione Industriale possa portare con sé molti sviluppi positivi, ma a meno che non venga tolta dalle mani dei tecnocrati del socialismo aziendale, costituirà una prigione virtuale.

Secondo il modello di governance del Grande Reset, gli stati e le società privilegiate formano "partenariati pubblico-privato" per il controllo della governance. Tale configurazione produce un ibrido corporazioni-stato non responsabile nei confronti dei costituenti dei governi nazionali.

Il rapporto intimo tra multinazionali e governi ha persino suscitato il disprezzo di alcuni critici di sinistra: essi notano che il modello di governance del WEF rappresenta la privatizzazione parziale dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, con il WEF che porta sul tavolo partner aziendali, denaro e presunte competenze sulla Quarta Rivoluzione Industriale. E il modello di governance del WEF si estende ben oltre l'ONU, influenzando la costituzione e il comportamento dei governi di tutto il mondo. Questa usurpazione ha portato il politologo Ivan Wecke a definire la riprogettazione governativa del sistema mondiale da parte del WEF "un'acquisizione corporativa della governance mondiale".[5]

Questo è vero, ma non è finita qui: il modello del WEF rappresenta anche la socializzazione dell'industria privata. Sotto il “capitalismo degli stakeholder” di Schwab e il modello di governance multipartecipativa, la governance non solo è sempre più privatizzata, ma anche e soprattutto, le società sono considerate importanti aggiunte agli stati e agli organismi intergovernativi. Lo stato viene così esteso, potenziato e accresciuto con l'aggiunta di enormi asset aziendali: finanziamenti diretti allo "sviluppo sostenibile" a esclusione dei non conformi, nonché l'uso dei Big Data, intelligenza artificiale e 5G per monitorare e controllare i cittadini. Nel caso dei vaccini contro il Covid, lo stato garantisce a Big Pharma la tutela del monopolio e l'indennizzo da responsabilità in cambio di un veicolo attraverso il quale ampliare i propri poteri di coercizione. In quanto tali, questi stakeholder diventano attori parastatali, organizzazioni private che si muovo attraverso il diritto pubblico e non devono rispondere a contribuenti/elettori.[6] Poiché queste società sono multinazionali, lo stato diventa essenzialmente mondiale, indipendentemente dal fatto che venga mai formalizzato o meno in un "governo mondiale".

In Google Archipelago ho sostenuto che l'autoritarismo di sinistra è l'ideologia politica e il modus operandi di ciò che definisco Big Digital e che esso sia l'avanguardia di un sistema mondiale emergente. Il Big Digital è il braccio comunicativo, ideologico e tecnologico di un emergente socialismo di stampo corporativo. Il Grande Reset è il nome che da allora è stato dato al progetto per applicare questo sistema mondiale.

Proprio come speravano Klaus Schwab e il WEF, la crisi sanitaria ha accelerato lo sviluppo dello statalismo corporativo-socialista del Grande Reset. Gli sviluppi che portano avanti la sua agenda includono la stampa sfrenata di denaro da parte del sistema bancario centrale, la successiva inflazione, la crescente tassazione su tutto ciò che si può immaginare, la maggiore dipendenza dallo stato, la crisi delle catene di approvvigionamento, le restrizioni e la perdita di posti di lavoro dovute agli obblighi di vaccinazione e la prospettiva di quote personali sull'anidride carbonica.[7] Complessivamente, queste e altre politiche simili costituiscono un attacco coordinato alla maggioranza. Ironia della sorte, rappresentano anche l'aspetto "equo" del Grande Reset, se intendiamo correttamente equità nel senso di livellare lo status economico dell'"americano medio" con quelli nelle regioni meno "privilegiate". E questa è una delle funzioni dell'ideologia woke: far sentire la maggioranza dei Paesi sviluppati indegna dei loro stili di vita e modelli di consumo "privilegiati", che l'élite sta riportando a una nuova normalità ridotta e statica.

Negli ultimi ventuno mesi, la risposta al flagello del Covid-19 ha consolidato la presa delle corporazioni monopolistiche sulle economie mondiali, mentre avanzava il "socialismo vero". In collaborazione con Big Tech, Big Pharma, i media generalisti, le agenzie sanitarie nazionali/internazionali e le popolazioni obbedienti, gli stati occidentali, fino a ora "democratici", vengono sempre più trasformati in regimi totalitari sul modello della Cina. Non ho bisogno di fornire un elenco della tirannia e degli abusi finora subiti; potete leggere a riguardo su siti di notizie alternativi, fino a quando non potrete leggere nemmeno più quelli.[8]

Il Grande Reset, quindi, non è semplicemente una teoria del complotto; è un progetto dichiarato apertamente e pianificato, ed è ben avviato. Ma poiché il capitalismo con caratteristiche cinesi, o statalismo corporativo-socialista, manca di libero mercato e dipende dall'assenza di libero arbitrio e libertà individuale, è, ironia della sorte, “insostenibile” e destinato a fallire. La domanda è quanta sofferenza e distorsione dovranno essere sopportate fino a quando non fallirà.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Note

[1] Klaus Schwab, The Fourth Industrial Revolution (New York: Crown Business, 2016), pp. 6–8, Kindle.

[2] Schwab, The Fourth Industrial Revolution, vii.

[3] Ray Kurzweil, The Singularity Is Near: When Humans Transcend Biology (London: Duckworth, 2006).

[4] Klaus Schwab e Thierry Malleret, COVID-19: The Great Reset (Geneva: Forum Publishing, 2020), p. 57, Kindle.

[5] Ivan Wecke, “Conspiracy Theories aside, There Is Something Fishy about the Great Reset”, openDemocracy, 16 agosto 2021.

[6] Michael Rectenwald, “The Google Election”, Mises Wire, 10 novembre 2020.

[7] Francesco Fuso Nerini, Tina Fawcett, Yael Parag e Paul Ekins, “Personal Carbon Allowances Revisited”, Nature Sustainability (2021).

[8] Lori R. Price ha contribuito alla seconda metà di questa affermazione.

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lunedì 3 ottobre 2022

Cos'è il Grande Reset? Parte V: l'ideologia woke

 

 

di Michael Rectenwald

Negli articoli precedenti ho discusso del Grande Reset e ho introdotto diversi modi per comprenderne l'economia. Il Grande Reset può essere pensato come neofeudalesimo, come "socialismo corporativista", come "capitalismo con caratteristiche cinesi" e in termini di "capitalismo degli stakeholder" contrapposto al cosiddetto "neoliberismo". Nelle prossime puntate intendo trattare gli aspetti tecnologici (transumanisti) e monetari (ulteriore accentramento bancario e valuta digitale) che Klaus Schwab e altri anticipano e prescrivono.

In questo articolo voglio prendere in considerazione l'aspetto ideologico del Grande Reset. In che modo i pianificatori intendono stabilire ideologicamente tale reset? Cioè, come avverrebbe un reset della mentalità di massa senza ribellione di massa? Dopotutto, se il Grande Reset vuole prendere piede, sarà necessario un certo grado di conformità da parte della popolazione, nonostante il controllo rafforzato, esteso e più capillare sulla popolazione che la tecnologia transumanista e una valuta digitale centralizzata permetterebbero.

Questa è la funzione dell'ideologia: come ha affermato lo storico marxista, Richard Lewontin, funziona "convincendo le persone che la società in cui vivono è giusta ed equa, o se non giusta ed equa è inevitabile, e che è del tutto inutile ricorrere alla violenza".[1] L'ideologia stabilisce la “legittimazione sociale” che Lewontin considera necessaria per ottenere il consenso dei governati. "Il campo di battaglia è nella testa delle persone, e se la battaglia viene vinta su tal terreno, allora la pace e la tranquillità della società sono garantite".[2] L'ideologia per questo motivo non equivale alla visione del mondo. È piuttosto la programmazione mentale necessaria per il dominio e il controllo senza l'uso della forza. L'indottrinamento ideologico è più facile, meno disordinato e meno costoso della violenza statale.

Alcuni potrebbero sostenere che l'ideologia del Grande Reset sia semplicemente un'ideologia socialista-comunista. Dopotutto, per molti aspetti, l'ideologia socialista-comunista sostiene ciò che il Grande Reset promette di realizzare. E questo potrebbe funzionare per alcuni: ci sono quelli che accetterebbero, su basi socialiste, l'"equità" e l'"uguaglianza" che il Grande Reset promette. I socialisti potrebbero trascurare o giustificare il controllo oligarchico della società sulla base della presunta equità e uguaglianza tra la massa della popolazione e sulla presunzione che l'oligarchia sarà rovesciata in un futuro non molto lontano. Il socialismo incorpora una predisposizione livellante che premia l'"uguaglianza" tra la maggioranza visibile, anche quando tale uguaglianza rappresenta una grande perdita per molti soggetti altrimenti della "classe media". Infatti il Partito Comunista Rivoluzionario statunitense, compreso il suo leader, Bob Avakian, hanno ammesso che il socialismo mondiale significherebbe standard di vita ridotti per gran parte del mondo, specialmente negli Stati Uniti. Non hanno avuto problemi con questa confessione, infatti la prospettiva gli piaceva. Senza dubbio, come ha suggerito Friedrich Nietzsche, il socialismo è alimentato, almeno in parte, dal risentimento e dall'invidia nei confronti di chi possiede qualcosa. Si potrebbe dire molto altro sull'approvazione da parte dei socialisti, o almeno l'accettazione condizionale e temporanea, dei grandi oligarchici monopolistici e sulla loro preferenza per il corporativismo rispetto ai piccoli.[3] I socialisti considerano la monopolizzazione sotto il capitalismo come un qualcosa d'inevitabile, una necessità per produrre un obiettivo più consolidato da rovesciare e come un segno dell'imminente crollo del capitalismo e dell'imminente apocalisse socialista-comunista.

Allo stesso modo, molti socialisti saranno in linea di principio suscettibili al Grande Reset, specialmente quelli che accettano la sua retorica. Ma nonostante tutta la sua ritrovata popolarità, il socialismo-comunismo non rappresenta ancora la maggioranza. Sebbene popolare tra giovani e giovanissimi, il socialismo-comunismo rimane sgradevole per molti. È considerato alieno, oscuro e connota vagamente qualcosa di negativo. Ma soprattutto, per le ragioni che esporrò di seguito, l'ideologia socialista-comunista non è l'ideologia che meglio si adatta agli obiettivi del Grande Reset. È qui che entra in gioco la wokeness.

Che cos'è esattamente la wokeness? Come ho scritto in Beyond Woke:

Secondo il credo della giustizia sociale, essere "woke" significa risveglio politico derivante dall'emergere di una coscienza e una coscienziosità riguardo l'ingiustizia sociale e politica. Essere "woke" significa iscrizione indelebile della consapevolezza davanti l'ingiustizia sociale, consapevolezza che provoca il pungiglione della coscienza, che costringe a cambiare le proprie convinzioni e comportamenti.[4]

Questa è la definizione di wokeness più vicina possibile alla realtà, spogliata da tutte le affermazioni personali di coloro che la abbracciano. Naturalmente l'etimologia della parola "woke", e come sia diventata un aggettivo per descrivere coloro che si sono risvegliati di fronte alla coscienza dell'ingiustizia sociale e politica, è un'altra questione. Discuto dell'etimologia in Google Archipelago:

"Woke" è il participio passato e passato di "wake". Significa "essersi svegliati". Ma, negli anni '60, "woke" iniziò a funzionare anche come aggettivo, acquisendo il significato figurativo nella comunità afroamericana di "ben informato" o "aggiornato". Nel 1972 iniziò a descrivere un'elevata coscienza politica. Nel 2017 l'Oxford English Dictionary ha riconosciuto la consapevolezza sociale dei "woke" e ha aggiunto la definizione: "Attenzione alla discriminazione e all'ingiustizia razziale o sociale".[5]

Eppure ci sono tante definizioni di wokeness quante le persone che ne hanno sentito parlare, come nel caso della maggior parte delle cose meno controverse. Sono sicuro che altri suggeriranno che dovrebbe essere definita in modo completamente diverso, ma la definizione di cui sopra e le rappresentazioni storico-semantiche sono sufficienti per i nostri scopi. Secondo gli aderenti, quindi, la wokeness è una maggiore consapevolezza dell'ingiustizia sociale e politica e la determinazione a sradicarla.

Ma cosa potrebbe avere a che fare con il Grande Reset? La wokeness non è rivolta a chi soffre, le cui lamentele, o lamentele immaginarie, vorrebbero una riparazione della società, tale ideologia agisce sulla maggioranza, i presunti beneficiari dell'ingiustizia. Lo fa facendo capire alla maggioranza che ha beneficiato di "privilegi" basati sul colore della pelle (bianco), sul genere (patriarcato), sulla propensione sessuale (eteronormatività), sul luogo di nascita (colonialismo, imperialismo e primo mondanismo), sul genere d'identità (cis gender) e sull dominio della natura (specismo) solo per citarne alcuni. L'elenco potrebbe andare avanti, ma l'idea di base è che questa maggioranza deve essere riabilitata, per così dire. Le masse devono capire che hanno ottenuto tutti i vantaggi di cui hanno finora goduto sulla base del trattamento ingiusto degli altri, direttamente o indirettamente, e questo trattamento ingiusto si basa sulle circostanze della nascita. Il “privilegio” della maggioranza è arrivato a spese di quelle minoranze designate come beneficiarie della wokeness e quest'ultima è il mezzo per rettificare tutte le ingiustizie.

E quali sono gli effetti di essere ripetutamente rimproverati, di sentirsi dire che si è stati beneficiari di “privilegi” immeritati, che la propria ricchezza e il proprio benessere relativi sono andati a scapito degli altri? Vergogna, senso di colpa, rimorso, indegnità. E quali sono gli adeguamenti attitudinali e comportamentali che la maggioranza deve adottare? Avere meno. L'ideologia woke prevede che uno perda i propri diritti, perché anche essi sono a spese di altri.

Pertanto la wokeness abitua la maggioranza alle aspettative ridotte che ho introdotto nel mio primo articolo su questa serie sul Grande Reset. Lo fa instillando la convinzione dell'indegnità della maggioranza a prosperare e godersi la vita. La wokeness indottrina la maggioranza a un futuro senza proprietà (almeno per loro), mentre gratifica la Sinistra, i suoi principali propagatori ideologici, con un senso di superiorità morale.

Rimane una domanda: perché la wokeness è più adatta agli obiettivi del Grande Reset rispetto all'ideologia socialista-comunista? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo ricordare i punti di forza del socialismo-comunismo. Nonostante il livellamento che ho menzionato sopra, il socialismo-comunismo è promissario: promette benefici, non svantaggi; non opera promettendo alla maggioranza che perderà al momento della sua istituzione, al contrario, il socialismo-comunismo promette condizioni notevolmente migliorate (equità e uguaglianza, ma anche prosperità per la massa che le è stata negata sotto il capitalismo). I lavoratori del mondo sono chiamati a unirsi, non sotto la prospettiva di aspettative ridotte, ma sulla base di grandi aspettative; non, secondo Marx, per stabilire un'utopia, ma almeno per distruggere e sostituire l'attuale distopia con una cornucopia condivisa. Sappiamo, ovviamente, come questa promessa venga mantenuta, ciononostante continua a essere creduta da troppi in mezzo a noi.

Abbiamo visto, d'altra parte, il carattere sottrattivo dell'ideologia woke: richiede la decadenza dei vantaggi per motivi morali. A differenza del socialismo-comunismo, non offre potere né sostiene l'acquisizione dei mezzi di produzione con mezzi politici. La wokeness è una forma di recriminazione che obbliga all'abdicazione, non all'acquisizione, dei beni.

L'ideologia woke ha dissodato il terreno e piantato i semi per il raccolto che il Grande Reset prospetta per l'élite dominante. La wokeness è stata creata intenzionalmente per questo scopo? Non credo, ma tuttavia viene adottata per questi fini, così come altre formazioni ideologiche sono state utilizzate per altri fini. Le élite dominanti si appropriano dei mezzi disponibili a loro disposizione per realizzare i propri piani, comprese le ideologie disponibili. L'ideologia woke era disponibile e pronta per l'appropriazione e l'applicazione. La wokeness serve al meglio il Grande Reset e quindi ne vediamo il linguaggio nei libri e in altra letteratura dedicata alla sua istituzione: equità, inclusione, ecc.

Naturalmente la wokeness non funzionerà su tutti, ma la richiesta è stata resa così universale che i dissidenti impenitenti e non conformi sono considerati regressivi, reazionari, razzisti, suprematisti bianchi e altro, e sono respinti, se non puniti, sulla base di questi motivi. La wokeness ha così raggiunto il predominio, contrastarla sarà un requisito importante per sfidare il Grande Reset.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


👉 Qui il link alla Prima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-i.html

👉 Qui il link alla Seconda Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-ii.html

👉 Qui il link alla Terza Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-iii.html

👉 Qui il link alla Quarta Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-iv.html

👉 Qui il link alla Sesta Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/10/cose-il-grande-reset-parte-vi-i-piani.html

👉 Qui il link alla Settima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/10/cose-il-grande-reset-parte-vii.html

👉 Qui il link all'Ottava Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/10/cose-il-grande-reset-parte-viii-come.html

👉 Qui il link alla Nona Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/10/cose-il-grande-reset-parte-ix-il.html

👉 Qui il link alla Decima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/11/cose-il-grande-reset-parte-x-lagenda.html


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Note

[1] R.C. Lewontin, Biology as Ideology: The Doctrine of DNA (New York: HarperPerennial, n.d.), p. 6.

[2] Lewontin, Biology as Ideology, p. 7.

[3] Matt Bruenig, “Small Businesses Are Overrated”, Jacobin, 16 gennaio 2018.

[4] Michael Rectenwald, Beyond Woke (Nashville, TN: New English Review Press, 2020), pp. 7–8.

[5] Michael Rectenwald, Google Archipelago: The Digital Gulag and the Simulation of Freedom (Nashville, TN: New English Review Press, 2019), p. 42.

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