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mercoledì 13 marzo 2013
Un Equilibrio Senza Stato
di Pedrag Rajsic
Una società di mercato senza stato — un'organizzazione pacifica basata su rapporti volontari tra gli individui in cui lo stato è assente — non è un'idea molto popolare. Tante persone credono che questa società non riuscirebbe a definire ed a far rispettare i diritti di proprietà, e che finirebbe nel caos, nella tirannia dei ricchi o in un ritorno allo stato. Questa convinzione ha portato ad un rifiuto diffuso del paradigma di una società senza stato.
Murray Rothbard è considerato da molti il campione della dottrina di una società senza stato. Tuttavia, anche Rothbard ammise che "non esiste alcuna garanzia assoluta che una società di mercato non possa cadere preda della criminalità organizzata."[1]
Se è vero che le garanzie assolute per una qualsiasi organizzazione sociale sono generalmente inappropriate, sostengo che ci sono buone ragioni per credere che cose come il caos, la tirannia dei ricchi, o anche la "criminalità organizzata" sono esiti improbabili in assenza di uno stato.
Per dimostrarlo, valuterò le forze economiche che governano lo sviluppo di ogni società e che la tengono unita. Vi mostrerò come le caratteristiche economiche di una società senza stato incentivano la non violenza e la cooperazione, e disincentivano la violenza, il furto e l'estorsione. Questo viaggio analitico ci porterà anche a capire come il collante che tiene uniti società e stato, nella loro forma attuale, non è altro che la paura di un nemico immaginario. Gli esseri umani che sono in grado di superare questa paura possono gettare le basi di una società senza stato.
Né Caos, Né Tirannia
La tipica storia che si sente quando viene messa in discussione la necessità dello stato ripropone il classico antagonismo di ogni individuo verso l'altro e la razzia delle rispettive risorse, e dal momento che non ci sarebbe lo stato a "regolare" questa situazione, il caos avrebbe via libera. Tutti deruberebbero gli altri con la forza. Questo risultato, tuttavia, è improbabile per almeno due motivi.
In primo luogo, come qualsiasi altra attività economica, prendere dagli altri richiede l'uso di risorse scarse. Si può entrare in possesso delle risorse attraverso la scoperta, la produzione, lo scambio, il regalo, oppure le si può prendere dagli altri con la forza. Ma le risorse non possono essere prese se prima non vengono acquisite in un altro modo. Ciò significa che le risorse iniziali devono passare per forza di cose da uno di questi processi: scoperta, produzione, scambio, o regalo.
Così, una situazione in cui tutti entrano in possesso delle risorse prendendole dagli altri non può essere la fase iniziale di una qualsiasi società. Qualcuno deve dapprima trovare o produrre beni prima che possano essere portati via. Qualsiasi società basata esclusivamente sul furto è illogica. Al contrario, una società in cui alcune persone prendono mentre altre producono sarebbe qualcosa che ci potremmo aspettare di vedere nella realtà. Inoltre non è escluso che gli stessi individui che producono in alcuni momenti, possono prendere in altri.[2]
In secondo luogo, le persone non specializzate sono meno produttive rispetto a quelle che si specializzano in diverse attività o in una sola attività. La legge del vantaggio comparato, o la legge dell'associazione, spinge le persone a specializzarsi in determinate attività perché in questo modo possono ottenere la maggior parte dei prodotti e dei servizi da altri soggetti specializzati. Di conseguenza tutti arrivano a godere di più beni e servizi di quanto non sarebbe accaduto se fossero rimasti auto-sufficienti. È per questo che, in una società senza stato, come in ogni altra società, diverse persone si specializzerebbero in diverse attività. Solo alcune si specializzerebbero nell'acquisizione coercitiva.
Inoltre, quest'ultima attività non sarebbe così attraente come può sembrare a prima vista. In una società senza stato povera di capitali, sarebbe molto difficile diventare un beneficiario effettivo proprio a causa della carenza delle risorse iniziali. Se uno inizia a depredare gli altri in una fase in cui acquisisce solamente un basso livello di ricchezza (ad esempio, una grotta e un bastone), non sarà in grado di difendersi da coloro a cui ha rubato le risorse. Così, il processo di furto deve essere preceduto da un processo di accumulazione di capitale.
E in una scoietà senza stato ricca di capitali? Alcuni sostengono che se lo stato dovesse essere abolito, i ricchi userebbero le loro ampie risorse per sottomettere i poveri. Ciò trasformerebbe il sistema attuale in un sistema di lavoro forzato con un compenso minimo. Gli imprenditori garantirebbero ai lavoratori solo risorse come cibo, riparo e vestiario.
Tuttavia, non è affatto chiaro perché gli imprenditori dovrebbero schiavizzare i propri dipendenti e clienti. Gli esseri umani nel corso della storia hanno imaprato che la libertà va a beneficio di tutti nel lungo periodo, perché la cooperazione volontaria è più produttiva del lavoro forzato. La forza soffoca la motivazione e la creatività, che sono necessari per la scoperta di attività nuove e più produttive. Questo è il motivo per cui le società più libere tendono a far registrare prestazioni migliori nel lungo periodo rispetto a quelle con meno libertà (economicamente e militarmente). E' stato l'aumento della produttività del lavoro, acquisito attraverso l'accumulo di capitale e la cooperazione volontaria, che ha costretto le persone ad abolire la schiavitù.
Cerchiamo di ipotizzare un collasso totale degli stati. Un possibile risultato, come molti hanno sostenuto in precedenza, sarebbe la nascita di nuovi stati, forse peggiori di quelli precedenti. Un altro risultato possibile è quello che io chiamo un equilibrio senza stato.[3] Come mostreranno le prossime due sezioni, mentre in tale equilibrio ci sono forti incentivi per la cooperazione volontaria, potrebbero essere offuscati dalla più antica delle emozioni — la paura.
Un Equilibrio Senza Stato
Supponiamo che dopo il crollo dello stato vi sia una baldoria selvaggia di "saccheggio" reciproco. Più è selvaggia la lotta, tanto prima alcuni o la maggior parte di coloro che lottano rimarranno a corto di risorse per combattere e per vivere.
A questo punto, alcuni di loro dovranno ricorrere alla produzione per sopravvivere. Altri, che non hanno risorse, potrebbero tentare di rubarle a coloro che si sono dedicati alla produzione. In questo caso, i produttori dovrebbero impegnarsi in un duplice sforzo — produrre e lottare per proteggere ciò che hanno prodotto. I produttori che avranno successo sopravviveranno, mentre gli altri no. Allo stesso modo, sopravviverebbero solo i saccheggiatori di maggior successo. Potrebbero organizzarsi in bande per diventare più efficienti. Anche i produttori potrebbero organizzarsi per difendere meglio i loro prodotti.
Alcuni di quelli che si specializzerebbero nella violenza, potrebbero rendersi conto che acquisirebbero più risorse proteggendo i produttori da altri saccheggiatori in cambio di denaro o di beni e servizi. (come vorrebbe la legge del vantaggio comparato e la legge dell'associazione). Coloro specializzati nel combattimento sarebbero più efficienti nella lotta rispetto a persone che dovrebbero essere produttori e combattenti. Coloro specializzati nella produzione sarebbero più efficienti nel produrre rispetto a quelli che dovrebbero dedicare parte del loro tempo alla lotta. Pertanto un combattente otterrebbe più risorse attraverso lo scambio volontario con un produttore specializzato. Allo stesso modo, i produttori specializzati, anche dopo aver pagato per i servizi di protezione, sarebbero in grado di consumare di più rispetto a quando dovevano dedicare parte del loro tempo e risorse a combattere i saccheggiatori.
C'è un'obiezione che spesso viene sollevata: questi protettori si rivolterebbero contro i produttori ed userebbero la forza per estorcere beni e servizi. È vero, quelli meno lungimiranti potrebbero ricorrere all'estorsione. Ma i più saggi si renderebbero conto che la violenza, o la minaccia di violenza, indebolirebbe la capacità produttiva dei produttori (e di conseguenza la loro capacità di fornire le risorse necessarie da dedicare al problema della protezione), rafforzando gli incentivi dei produttori a cercare i servizi di altri potenziali protettori. Pertanto, quei protettori che svolgerebbero transazioni volontarie con i produttori si ritroverebbero in una posizione migliore per respingere l'aggressione.
Alla fine, alcuni si specializzerebbero nel saccheggio mentre altri si specializzerebbero nella produzione o nella tutela dei produttori. Dal momento che i saccheggiatori fanno affidamento solo sul furto per acquisire risorse, non godrebbero direttamente dei benefici della scoperta imprenditoriale. Questa è una caratteristica dei produttori e di quelli che si impegnano in scambi volontari con loro. I saccheggiatori sono sempre gli utilizzatori secondari del lavoro creativo dei produttori. Arrivano sempre secondi.
I saccheggiatori che non si impegneranno in attività produttive o nella cooperazione volontaria con i produttori, renderanno la dimensione e la portata delle loro organizzazioni piuttosto limitate. Il fatto che i protettori ed i produttori entrino in un rapporto volontario permette ai primi di avere un migliore accesso ad una fonte abbondante di beni e servizi.
Ciò implica che i saccheggiatori, nonostante i vantaggi di produttività derivati da un rapporto di scambio volontario con i produttori, continuano a preferire una relazione violenta. I saccheggiatori sono quindi individui con una preferenza per la violenza.
E la risoluzione dei conflitti tra i produttori? Sarebbe ingenuo credere che tutti i produttori possano andare sempre d'accordo su chi possiede cosa e quali siano i limiti delle varie proprietà. Quindi, dovremmo aspettarci che anche i produttori possano scatenare conflitti per l'uso delle risorse (compreso l'uso delle risorse per pagare i protettori). Come verrebbe risolto questo conflitto senza lo stato?
In primo luogo, sappiamo che trovarsi in conflitto con qualcuno, anche un conflitto non violento, non è una cosa priva di costi. Il conflitto fa consumare tempo, aumenta la fatica e riduce le forze produttive dei produttori coinvolti; e così trovare una soluzione sarebbe un desiderio reciproco. E' improbabile che uno dei produttori farebbe ricorso alla violenza (cosa che potrebbe includere l'assunzione di un protettore) perché i guadagni di breve periodo dovrebbero essere valutati a fronte delle implicazioni di lungo periodo (es. essere etichettati come poco affidabili e violenti tra i vari produttori). Inoltre, il protettore assunto dovrebbe valutare i costi ed i benefici dell'essere etichettato come un delinquente tra i produttori. Questo non significa che alcune persone poco sagge non ricorrerebbero alla violenza; significa semplicemente che, per i produttori e i protettori, la violenza contro altri produttori sarebbe generalmente meno vantaggiosa rispetto alla cooperazione.
Questo suggerisce che pur essendo in disaccordo sull'uso di una risorsa in un momento o in un altro, le parti coinvolte in un conflitto sarebbero ancora d'accordo su una risoluzione non violenta piuttosto che impantanarsi in una lotta violenta o prolungata indefinitamente. La risoluzione dei conflitti dipenderebbe esclusivamente dalle loro preferenze: potrebbero negoziare direttamente o potrebbero accordarsi su un mediatore che li giudicherebbe sulla base delle argomentazioni presentate da entrambe le parti. In ultima analisi, la risoluzione dei conflitti dipende dalle preferenze delle parti in causa, e la sentenza che ne uscirebbe sarebbe accettata e rispettata non perché sostenuta da una minaccia di violenza dello stato (ad esempio il carcere), ma perché non rispettarla implicherebbe un conflitto prolungato (e tutti i costi che ne deriverebbero).
Questo non vuol dire, però, che ogni soluzione proposta ad un conflitto sarà accettata da tutte le parti coinvolte; significa semplicemente che dopo un certo periodo di tempo passato a lottare, tutte le parti raggiungerebbero un punto in cui la risoluzione del conflitto sarebbe una soluzione migliore ad un suo prolungamento. E poiché essere in conflitto richiede l'uso di risorse senza un chiaro vantaggio futuro, i produttori cercherebbero di evitare conflitti prolungati. Quelli che continuerebbero a lottare sarebbero evitati, e potrebbero anche essere etichettati come saccheggiatori; in tal caso non sarebbero più in grado di cooperare con coloro che li definirebbero così.
Lo Stato: Un Equilibrio Basato sulla Paura
Un conflitto violento su vasta scala potrebbe sorgere solo quando un numero elevato di produttori comincerebbe a credere di poter usare la forza dei loro protettori per saccheggiare le risorse di altri produttori. Ma perché i produttori vorrebbero fare una cosa del genere quando possono, nel lungo periodo, trarre maggior beneficio dagli scambi volontari con altri produttori e protettori?
A questo punto, introduciamo un vecchio istinto — la paura.[4] I produttori potrebbero temere l'aggressione da parte di altri gruppi di produttori e questa paura potrebbe spingerli a ricorrere alla violenza, credendo che questo sia l'unico mezzo per prevenire una futura aggressione da parte di altri. La paura potrebbe anche motivare i produttori a troncare i rapporti con altri gruppi di protettori. Dopo tutto, chi vorrebbe servirsi di qualcuno desideroso di aggredirvi?
In questa situazione, i protettori potrebbero derubare i produttori fino a quanto lo riterrebbero "ottimale" o "giusto" ed i produttori non si opporrebbero per paura che in futuro non li difenderebbero da potenziali "aggressori." I produttori potrebbero anche temere estorsioni se si dovessero rifiutare di pagare la loro "giusta" parte, quindi ci sarebbero forti incentivi affinché i protettori creino e mantengano una situazione in cui i produttori hanno paura di altri produttori e, potenzialmente, dei loro stessi protettori.
Ma anche se alcuni protettori riuscissero a rendere i produttori schiavi della paura degli altri, questo ancora non comporterebbe l'eliminazione dei rapporti volontari tra tutti i produttori e tutti i protettori. I produttori che non cederebbero alla paura diventerebbero, nel lungo periodo, più produttivi e quindi più capaci di proteggersi. Quelli intimoriti avrebbero maggiori probabilità di rendersi conto dell'infondatezza della loro paura se notassero l'esistenza di altri gruppi di produttori più prosperi, più protetti e non aggressivi.
Di conseguenza, potrebbe esistere un rapporto universale tra protettori e produttori (es. basato sulla paura di altri produttori) solo se l'origine di questa paura non fosse pienamente compresa dalla maggior parte dei produttori, se questa paura esistesse in una forma latente, inarticolata e non identificata.
Se ora sostituiamo la parola protettori con la parola stati, la parola produttori con contribuenti e la parola saccheggiare con tassare, otteniamo qualcosa che rassomiglia al mondo in cui viviamo. I protettori che seminano la paura di un'aggressione esterna o interna sono gli stati-nazione che con le loro forze militari e di polizia acquisiscono risorse tassando i contribuenti, mentre questi ultimi[5] sono tutti coloro che negli stati-nazione accumulano risorse attraverso attività produttive e scambi volontari con altri.
Se chiedete pareri ai protagonisti di una guerra, in genere sentirete la stessa storia: le persone sarebbero profondamente convinte di condurre una guerra difensiva. Anche quando si inizia una guerra, questa viene giustificata dicendo che fosse l'unico modo per evitare una futura aggressione. Quando si parla dell'aggressione tra singoli paesi, la maggior parte delle persone affermerebbe che uno stato di polizia è l'unico deterrente fattibile contro l'aggressione individuale e di gruppo.
L'elemento che sostiene questo equilibrio è la paura latente che altri produttori (con l'aiuto degli eserciti e delle forze di polizia dello stato) o bande specializzate possano saccheggiare le risorse con la forza.
Nel primo caso, la potenziale aggressione è alimentata dalla paura dei produttori e non dal desiderio di risorse altrui. Questo è vero perché nel lungo periodo un produttore può sempre trarre maggior beneficio dallo scambio volontario con gli altri. Nel secondo caso, le bande di saccheggiatori possono essere dissuase da altri protettori: ad esempio, servizi di sicurezza privati. Se questo è vero, si deve concludere che la paura che ci spinge nelle grinfie dello stato è, in realtà, del tutto priva di fondamento.
Conclusione
Nonostante la credenza comune secondo cui una società senza stato sia utopica, ci sono buone ragioni per credere che questa società non solo sia economicamente fattibile, ma fornisca anche incentivi continui alla non violenza. La percezione dello stato come ente inevitabile, così come la possibilità scartata di una società senza stato, si fondano su un ragionamento economico fallace e su una paura irrazionale.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/
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Note
[1] Man, Economy, and State, pag. 1055.
[2] Alcuni sostengono addirittura che siamo tutti saccheggiatori e produttori allo stesso tempo, perché, grazie alla presenza dello stato, estorciamo denaro dagli altri attraverso l'imposizione fiscale ma siamo noi che paghiamo le tasse. In una società statale, possiamo davvero ricoprire il ruolo di saccheggiatori e produttori allo stesso tempo perché il saccheggio avviene indirettamente attraverso lo stato e la sua forza viene usata per impedire alle persone di usare la loro contro questo tipo di saccheggio (tassazione).
[3] Si noti che l'equilibrio qui è una metafora che sottende la formazione di strutture e relazioni sociali (es. industrie specializzate, mercati, scambi di volontari) piuttosto che di uno stato immobile. In questo equilibrio, ci sono sempre cambiamenti in accordo col quadro generale delle strutture sociali esistenti.
[4] Mentre una descrizione dettagliata dell'origine di questa paura non concerne lo scopo di questo articolo, alcuni autori ipotizzano che si tratti di un adattamento biologico evolutivo che è stato utile durante le centinaia di migliaia di anni in cui gli esseri umani vivevano in piccoli gruppi. Hayek ed altri sostengono che durante questo lungo periodo, i potenziali vantaggi della cooperazione attraverso la divisione del lavoro erano limitati dalla struttura primitiva del capitale. Ciò limitava i piccoli gruppi e, più tardi, le tribù. Al contrario, i benefici occasionali del furto delle risorse di altri gruppi e tribù erano maggiori rispetto ai benefici derivanti dalla fusione di due o più tribù attraverso la divisione del lavoro e la cooperazione pacifica. Applicato al contesto Hayekiano dell'evoluzione sociale, l'animosità verso le altre tribù era una tradizione utile come strategia di difesa. La paura degli altri gruppi come adattamento evolutivo, utile durante la maggior parte della storia umana, non è più necessaria. Tuttavia, mentre la nostra evoluzione sociale ha superato quella biologica (es. l'abbandono dell'animosità conduce ad una società di successo), resta latente la paura istintiva degli altri.
[5] Anche se i dipendenti statali pagano le "tasse," i loro salari derivano dalle entrate fiscali e non da scambi volontari con i produttori. Pertanto, i dipendenti statali sono coloro che ricevono le tasse piuttosto che coloro che le pagano.
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lunedì 4 ottobre 2010
L'auto-sconfitta della croce Keynesiana
Su questo blog si è spesso argomentato che l'interventismo di Stato nell'economia reale è un danno per l'intero sistema finanziario (e non un bene come viene propagandato). In questo articolo si spiega, materialmente e matematicamente, la profonda verità di questo concetto. Esempio classico di sostenitore dell'interventismo è il "nobel per l'economia" Paul Krugman, denigratore continuo della teoria Austriaca; vediamo qui, come il castello di carte eretto da Keynesiani si infrange di fronte ad una semplice constatazione: l'esistenza umana._______________________________________________
di Predrag Rajsic
La teoria Austriaca del ciclo economico, iniziata con Ludwig von Mises e sviluppata ulteriormente da F.A. Hayek, è considerata da molti il caposaldo del pensiero di questa scuola. Comunque nel 1998 Paul Krugman scaricò chiaramente la teoria come non "degna di un serio studio".
Più recentemente nel suo blog del New York Times il professor Krugman ha detto che la teoria Austriaca del ciclo economico fallisce nello spiegare pienamente le fluttuazioni nella produzione e l'occupazione tra recessioni e boom. Da ciò conclude che la teoria fallisce nel dimostrare come un ciclo economico possa essere causato dall'interventismo di governo. Allo stesso tempo egli interpreta ciò come un segno dell'inconscio attaccamento degli Austriaci al Keynesianismo nello spiegare i boom, ma non la frenata. Gli economisti Austriaci, dice il professor Krugman, sembrano essere "Keynesiani durante i boom senza saperlo".
Queste affermazioni circa la presunta inadeguatezza della teoria Austriaca del ciclo economico sono state indirizzate verso Robert Murphy e non saranno il focus di questo articolo. Invece dimostrerò che la comune interpretazione della teoria che Krugman considera più degna di seri studi -- la Genral Theory of Employment, Interest and Money di J.M. Keynes -- ha gravi difetti logici. Ironicamente esce fuori che questi sono gli stessi difetti che Krugman attribuisce alla stessa teoria Austriaca, cioè l'incapacità di spiegare la continua disoccupazione durante una recessione.
Le Basi Teoriche di J.M. Keynes
Keynes basò il suo trattato del 1936 The General Theory of Employment, Interest and Money sulla supposizione chiave, che la disoccupazione involontaria sia un possibile risultato dell'equilibrio di mercato. Definisce la disoccupazione involontaria in questo modo:
"Gli uomini sono involontariamente disoccupati se, nel caso di una piccola crescita nel prezzo di salari/beni in relazione a salari/denaro, entrambe l'offerta aggregata della forza lavoro disposta a lavorare per l'attuale salario/denaro e la domanda aggregata per esso a quel salario sarebbero più grandi rispetto all'esistente volume di occupazione".[1]
Poi Keynes descrive gli elementi base della sua teoria:
"Questa teoria può essere riassunta nelle seguenti proposizioni:
- In una data situazione di tecniche, risorse e costi, le entrate (sia quelle monetarie che quelle reali) dipendono dal volume dell'impiego N.
- La relazione tra le entrate della comunità e ciò che ci si può aspettare dalla spesa nei consumi, designata da D1, dipenderà dalla caratteristica psicologica della comunità, che potremmo chiamare propensione al consumo. C'è da dire che il consumo dipenderà dal livello delle entrate aggregate e, quindi, dal livello dell'occupazione N, eccetto quando c'è qualche cambiamento nella propensione al consumo.
- L'ammontare di lavoro N che gli imprenditori decidono di impiegare dipende dalla somma (D) di due quantità, cioè D1, l'ammonatare che la comunità ci si aspetti che spenda nei consumi, e D2, l'ammontare che ci si aspetta venga dedicato a nuovi nvestimenti. D è ciò che abbiamo chiamato sopra, la domanda effettiva.
- Dal momento che D1 + D2 = D = φ(N), dove φ è la funzione dell'offerta aggregata, e dal momento che, come abbiamo visto in (2) sopra, D1 è una funziona di N, che potremmo scrivere come x(N), che dipende dalla propensione al consumo, ne segue che φ(N) - x(N) = D2.
- Da qui il volume dell'occupazione all'equilibrio dipende da:
Questa è l'essenza della Teoria Generale dell'Occupazione".[2]
- la funzione dell'offerta aggregata, φ;
- la propensione al consumo, x;
- il volume degli investimenti, D2.
Queste proposizioni furono successivamente formulate da Paul Samuelson in ciò che è conosciuto come il modello della croce Keynesiana.[3] Questo modello è diventato uno degli elementi standard dei corsi di macroeconomia universitari.
La Figura 1 mostra una rappresentazione grafica della croce Keynesiana, come è generalmente presentata nei libri di testo contemporanei di macroeconomia. L'asse orizzontale rappresenta la produzione aggregata o le entrate, l'asse verticale denota la spesa aggregata. La domanda aggregata, D, è uguale alla somma della spesa di consumo, pc·φ(N), e dell'investimento, D2. La spesa di consumo ad ogni livello d'accupazione, N, è il prodotto della propensione al consumo, pc, e le entrate, φ(N). Mentre Keynes evita di usare qualsiasi unità esplicita per le entrate aggregate, la spesa, il consumo e la domanda, implicitamente, sono trattate in termini di spesa in denaro.
La linea a 45° rappresenta il sito dei punti in cui la spesa aggregata è uguale alla produzione aggregata. Di conseguenza l'economia è in equilibrio al livello della produzione φ(N0), e N0 è il livello d'equilibrio dell'occupazione. A quesato punto la spesa aggregata è E0. Se affermiamo che N0 è l'ammontare totale del lavoro disponibile nell'economia, questo equilibrio corrisponde alla piena occupazione. Da ciò ne segue che la spesa di consumo nella piena occupazione è pc·φ(N0).

Figura 1. Diagramma della croce Keynesiana
Il passo successivo nell'applicazione di questo modello in generale coinvolge l'affermazione che la propensione al consumo, la quale è una variabile esogena, fluttua tra valori minimi e massimi. Ammettiamo che questi valori siano pc1 e pc2. Ciò è mostrato dalla Figura 2.
Se la propensione al consumo fluttua intorno il livello che assicura piena occupazione, pc0, il modello suggerisce che, in tempi in cui la propensione al consumo è al di sotto di pc0 (per esempio, pc1), la domanda aggregata, DI, è bassa e ci sarà un periodo di riduzione nella produzione e nell'occupazione. Al contrario, se la propensione al consumo aumenta al di sopra di pc0, la domanda aggregata, Dh, è alta, la piena occupazione e la produzione massima è raggiunta ed un periodo di aumenti nei prezzi di produzione può essere osservata.
Questa idea è graficamente illustrata nella Figura 3. Mostra i cicli degli aumenti dei prezzi, della produzione e della perdita d'occupazione, poichè la propensione al consumo fluttua col passare del tempo. I periodi di prezzi più alti e produzione più alta, secondo questo modello, coincidono con la piena occupazione mentre i periodi di prezzi più bassi sono accompagnati da disoccupazione e da una decrescita nella produzione.
La tipica interpretazione del modello è che i cicli osservati nella produzione, nei prezzi ed nell'occupazione sono conseguenze di fluttuazioni intertemporali nella domanda aggregata, causate dai cambiamenti nella propensione al consumo della popolazione in un mercato non stabilizzato dall'intervento del governo.

Figura 3. Fluttuazioni nel prezzo della produzione, nell'occupazione e nella produzione nel tempo, come generalmente interpretate usando il modello della croce Keynesiana
Il rimedio suggerito per queste fluttuazioni, secondo la teoria Keynesiana, implica una strategia fiscale o monetaria. Il rimedio fiscale sarebbe quello di incrementare le tasse durante i preiodi inflazionistici e ricorrere al deficit di bilancio durante i periodi di recessione. L'intervento monetario implicherebbe una riduzione nella massa monetaria durante i periodi inflazionistici ed un'espansione della massa monetaria durante i periodi di recessione.
L'effetto inteso di queste politiche sarebbe quello di ridurre la domanda aggregata quando è troppo alta ed aumentarla quando è troppo bassa. Questo farebbe del governo il corpo principale che bilancia l'attività economica in modo da causare la piena occupazione. Questa interpretazione, in superficie, suona plausibile. Comunque quando la logica interna del modello è esaminata, un serio errore può essere trovato. La prossima sezione si focalizzerà su questo.
La Contraddizione Interna
N0 nella Figura 2 è la quantità di lavoro che produce la produzione/entrata φ(N0). L'equazione della domanda implica che, all'equilibrio, alcune porzioni della produzione totale, pc0, siano consumate da coloro che guadagnano le entrate -- i lavoratori impiegati (N0) ed i datori di lavoro. Di conseguenza pc0·φ(N0) è il valore aggregato[4] del consumo di beni e servizi scambiati nel mercato.
Seguendo questa logica, la stessa relazione necessita di restare tale in qualsiasi altro equilibrio. Così se c'è un altro tipo d'equilibrio al livello d'occupazione, N1, ed un'altra propensione al consumo, pc1, il consumo, C1 = pc1·φ(N1), è il valore aggregato del consumo di beni e servizi scambiati nel mercato. Questi sono beni e servizi prodotti dai lavoratori, N1, e consumati da tutti quelli che guadagnano le entrate.
Comunque se pc1 è minore rispetto alla propensione al consumo che corrisponde alla piena occupazione, ci sarà del lavoro non occupato, uguale alla differenza tra N0 e N1. Affinchè questo lavoro sia disponibile in un altro punto nel tempo, quando la propensione al consumo (esogena) torna indietro al livello necessario per il pieno impiego, questi lavoratori disoccupati necessitano di avere un livello di consumo che non sia zero, mentre sono disoccupati. Diciamo che CU = e·N1 sia questo minimo di consumo, in cui e è la quantità fisica della produzione necessaria per sostenere la vita di una persona disoccupata.
Ma il consumo del disoccupato non si concilia con un'equivalente spesa perchè il disoccupato non ha entrate. Questa produzione fisica deve essere data al disoccupato senza un compenso monetario. Comunque da nessuna parte in questo modello è specificato che ci sia un supplemento della produzione fisica che sarà data al disoccupato senza compenso monetario. Così sembra che il modello assegni un consumo pari a zero per il disoccupato, questo implica direttamente che il disoccupato non sarà in grado di sostenere la sua esistenza fisica in una recessione prolungata.
Se, dall'altra parte, si assegna un consumo che non sia pari a zero ad un disoccupato che non è incluso nella spesa di consumo di colui che è impiegato, l'attuale produzione fisica disponibile per l'acquisto al livello di occupazione, N1, è minore rispetto alla quantità che risulta nella spesa E1. Per arrivare all'attuale valore di beni scambiati nel mercato, diciamo φ'(N1), la quantità uguale al consumo non pagato del disoccupato deve essere sottratta dall'esistente offerta: φ'(N1) = φ(N1) -- P·CU, dove P è il prezzo della produzione.
Ma ciò fa diminuire la quantità aggregata di beni e servizi disponibili per gli scambi nel mercato al di sotto della quantità che corrisponde a φ(N1). Ciò vuol dire che l'attuale offerta disponibile per gli scambi non si concilia più con la domanda effettiva di coloro che guadagnano le entrate a pc1. Assegnando quindi un consumo non pari a zero al disoccupato che non è incluso nella spesa di colui che è impiegato, non risulta essere una situazione d'equilibrio nel modello presentato sopra.
Per far muovere questa situazione verso l'equilibrio, la propensione al consumo dell'impiegato e dei datori di lavoro necessita di essere ridotta al di sotto di pc1 per conciliare i bisogni di consumo del disoccupato. Comunque la propensione al consumo è una variabile esogena e non è soggetta alla scelta individuale in questo modello.
Anche se la propensione al consumo fosse soggetta alla scelta individuale, un'ulteriore riduzione nella propensione al consumo porterebbe solo allo squilibrio ed alla disoccupazione -- dal momento che una riduzione nella propensione al consumo, secondo questo modello, causerebbe in primo luogo una recessione. L'unico equilibrio stabile in questa situazione sarebbe una produzione pari a zero per l'intera economia, il che equivale ad un completo annientamento dell'economia stessa. Perciò non possiamo affermare che il consumo del disoccupato non sia incluso nella spesa di colui che è impiegato.
Alternativamente se il consumo del disoccupato dovesse essere incluso nella spesa di colui che è impiegato (per esempio, l'impiegato usa una porzione delle sue entrate per fare la carità al disoccupato), finiremmo in un paradosso: ovvero che, mentre la propensione al consumo si riduce, l'impiegato è maggiormente in grado di sostenere il disoccupato spendendo ogni singola e più piccola porzione delle sue entrate. Così deve essere concluso che, in questo modello, il consumo del disoccupato non è incluso nella spesa di consumo di colui che è impiegato.
Ma il modello allo stesso tempo implica che il consumo dell'impiegato non può stare fuori la spesa di colui che è impiegato, se il modello si prefigge di creare una produzione all'equilibrio non pari a zero. Ciò lascia un'unica opzione -- il consumo del disoccupato deve essere zero.
Così, secondo questo modello, in qualsiasi economia continua libera da interventi esterni, se la riduzione iniziale nella propensione al consumo al di sotto il livello che assicura la piena occupazione persiste troppo a lungo, l'economia ritorna all'equilibrio ad un livello nuovo e più basso di piena occupazione, N1. Ciò è mostrato dalla Figura 4.
Ma a differenza della restaurazione dell'equilibrio in cui il disoccupato trova opportunità non ancora scoperte di impiego, la vera logica del modello Keynesiano implica che l'equilibrio è restaurato dalla cessazione dell'esistenza fisica del disoccupato (per esempio, la morte). Qualsiasi altro esito contiene contraddizioni interne non risolte.
Conclusione
Contrariamente all'interpretazione comunemente usata della "croce Keynesiana", le continue fluttuazioni nella produzione e nell'occupazione non possono essere create da questo modello se la sua rigida logica è accoppiata con la logica dell'esistenza umana. In questo caso il modello Keynesiano implica che il prolungato ciclo economico non possa persistere in assenza di un intervento esterno ai processi di mercato. Comunque, per Keynes, l'intervento del governo era la cura, non la causa del ciclo economico. Si scoprì poi che i Keynesiani sono Austriaci durante le recessioni "senza neanche saperlo".
A parte la retorica, date le inadeguatezze del paradigma Keynesiano, chiunque fosse interessato nella spiegazione delle origini del ciclo economico trarrebbe beneficio dallo studiare seriamente le altre teorie economiche. Questo è il perchè non posso concordare con la frase del professor Krugman secondo cui la teoria Austriaca del ciclo economico non è "degna di un serio studio".
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/
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Note
[1] Keynes, J.M. 2006. The General Theory of Employment, Interest and Money. Atlantic Publishers & Distributors: New Delhi, pp.14. Ho mostrato in precedenza che questa bizzarra idea ignora l'esistenza di opportunità non scoperte per la cooperazione in un'economia che consiste in migliaia o milioni di individui.
[2] Keynes, pp.23.
[3] Samuelson, P.A. 1948. Economics: An Introductory Analysis. New York: McGraw-Hill.
[4] Il concetto di contabilizzazione del valore non dovrebbe essere confuso con il valore economico. L'aggregato della contabilizzazione del valore è un numero costruito usando i dati del mercato -- quantità di beni e servizi scambiati e i corrispondenti rapporti di scambio. Il valore economico soggettivo è l'importanza che un'individuo attribuisce ai suoi mezzi e fini quando compie una scelta.
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