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lunedì 5 ottobre 2026

L'erosione della libertà nell'UE: dalla censura al potere centralizzato

Il messaggio dietro la rimozione di tutte quelle frodi assistenziali ai danni degli USA è sostanzialmente uno: i dollari dei contribuenti non verranno più dirottati verso attività avulse dal controllo americano. Non più indirizzati da Londra, Parigi, Bruxelles, Singapore, o una SIU ad esempio. I titoli dei giornali allarmistici e i post apocalittici sui social sulla rovina americana non tengono affatto conto che sono gli europei a dover capire come tenere alta la liquidità man mano che il sistema eurodollaro viene prosciugato. In parole povere, è questo prosciugamento che sta facendo salire i rendimenti a livello obbligazionario e li sta facendo salire a un tasso accelerante in Europa soprattutto, la quale ha avuto un disperato bisogno del carry trade sullo yen per controllare il livello dei differenziali di rendimento tra i titoli europei e quelli del resto del mondo. I giapponesi non sono più disposti a fornire pasti gratis in tal senso. Con cosa vorrebbero sostituirlo? Secondo la Lagarde, Pontes. Perché, quindi, un Congresso (popolato da traditori e vandali) dovrebbe fermare il CLARITY Act che fornirebbe regole e norme coerenti a banche e altre istituzioni americane riguardo gli asset digitali, mentre l'UE se ne esce improvvisamente con una regolamentazione in tal senso che vorrebbe venisse adottata a livello internazionale? Lo stesso discorso possiamo farlo riguardo le recenti idiozie pronunciate da Anthropic sull'IA. Si tratta di barriere, ostacoli e rallentamenti posti da un continente indietro su tutto e che ha una disperata necessità di non far uscire capitali. Guardate ai differenziali di rendimento tra i decennali tedeschi o inglesi e quelli giapponesi: equilibrio precario. Fate lo stesso esercizio sostituendo i primi con il decennale francese: esplosione in alto. Cosa significa? La BCE e l'UE stanno perdendo il controllo, così come mostrano il pair EUR/USD schiantatosi a 1.13 e il DXY che punta verso i 102 (starebbe a 110 se tale paniere considerasse anche lo yuan).

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lerosione-della-liberta-nellue-dalla)

In politica estera, l'Unione Europea si è trovata sempre più sulla difensiva. Sul fronte interno, il Green Deal ha gravemente danneggiato le fondamenta economiche. Insieme ai suoi pilastri principali, Berlino e Parigi, la Commissione europea con sede a Bruxelles sta portando avanti la costruzione sistematica di un apparato di censura per insabbiare i propri fallimenti.

L'acceso dibattito sulla censura di piattaforme impopolari come Nius è ben più di un semplice segnale d'allarme. Il Ministro-Presidente dello Schleswig-Holstein, Daniel Günther, ha offerto una profonda analisi degli strumenti strategici della politica attuale durante la trasmissione di Markus Lanz sulla ZDF. I successivi tentativi, a tratti disperati, del politico – insieme al conduttore e ai media statali – di ritrattare le sue richieste di censura, dichiarate apertamente, nei confronti di piattaforme e media critici come Nius, dimostrano la gravità della situazione: la Germania sta scivolando lentamente ma inesorabilmente verso uno stato di sorveglianza.


Il lato volgare della censura

Il dibattito sul controllo dell'opinione pubblica, soprattutto nello spazio digitale, ha anche un lato volgare e sfrenato, come ha potuto constatare Apollo News qualche mese fa. In quell'occasione, la sezione locale del Partito della Sinistra ha apertamente invocato, se necessario, azioni violente contro la redazione per costringerla ad abbandonare il quartiere. La dichiarazione recitava: “Bisognerebbe prendere a calci i giornalisti”. Questo è ben più di una semplice gaffe verbale di ideologi radicalizzati. Segna una rottura nella cultura politica della Repubblica Federale, in cui elementi repressivi, confrontati con una crisi economica latente e crescenti critiche alla linea politica, emergono apertamente e senza remore.

Stiamo assistendo a un tentativo di delegittimazione di ciò che è visibile: il diritto democratico alla libertà di parola e al libero dibattito. La natura stessa dei nuovi media digitali – la loro capacità di creare gruppi di opinioni frammentati – li rende pericolosi per un sistema politico sempre più concentrato sul controllo. Media come Apollo News contribuiscono a un autentico dibattito pubblico e, in tal modo, sfuggono all'autorità interpretativa degli apparati consolidati, rappresentando una minaccia per la censura.


Un modello a livello UE

A livello europeo, emerge uno schema tattico-mediatico. I rappresentanti a Bruxelles e i loro sostenitori a livello nazionale perseguono un obiettivo chiaro: quando subiscono pressioni esterne, come nel conflitto in Groenlandia con gli Stati Uniti, si presentano pubblicamente come vittime. A livello nazionale, tuttavia, adottano proprio la posizione di cui accusano il presidente americano Donald Trump: agire con la forza, senza alcun riguardo per una negoziazione equa.

La narrazione creata in questo modo è in gran parte veicolata da un apparato mediatico strettamente allineato alle linee di politica di Bruxelles. Lo abbiamo visto nella linea di politica sul clima (come riportato da Apollo News): in primo luogo, si instaura la narrazione di un'emergenza esistenziale, la storia di un pianeta in fiamme si radica nel discorso pubblico nel corso degli anni. A ciò segue la costruzione di un'economia di trasformazione pianificata centralmente e rigorosamente regolamentata. Le critiche a questa strategia sono state finora emarginate attraverso una forma di censura velata, equiparando i critici a complottisti sui media pubblici. Il critico viene ridicolizzato, umiliato a livello di dibattito pubblico.

Un modello simile è evidente nel trattamento che l'UE riserva a Paesi come l'Ungheria. Poiché Budapest si è opposta per anni alle frontiere aperte e all'immigrazione di massa, viene sanzionata con lo stile di un noto prepotente: a volte attraverso tagli ai finanziamenti, a volte tramite minacce esplicite di sanzioni. Si tratta sempre di soldi. L'UE sanziona anziché negoziare. In sostanza, l'UE applica con precisione la strategia del “negoziatore” contro i propri cittadini.

Lo scorso anno la Romania ha subito un trattamento simile. Durante le elezioni presidenziali, è stata esercitata una forte pressione sull'apparato giudiziario affinché annullasse l'elezione, non desiderata, di un presidente conservatore di destra. L'obiettivo non era la competizione politica sul futuro del Paese, bensì l'intervento istituzionale e legale per controllare l'esito delle elezioni.

L'obiettivo esplicito della linea di politica dell'UE è quello di centralizzare il potere in modo permanente all'interno dell'apparato della Commissione di Bruxelles. Ciò può essere realizzato solo se le forze dissidenti, come la crescente opposizione di destra nell'Europa orientale, vengono tenute a bada e se le crescenti critiche al disastroso corso economico del Green Deal vengono sistematicamente escluse dal dibattito pubblico.


Il declino della Germania

Dal 2018, i tedeschi hanno assistito al graduale declino della loro industria e, con esso, all'erosione delle fondamenta della loro prosperità. L'idea “Net Zero”, ovvero la ristrutturazione forzata dell'economia verso un ordine completamente privo di CO₂, ha portato finora a un calo di circa il 14% della produzione industriale in Germania, secondo il Kiel Institute for the World Economy. La Camera di Commercio tedesca riporta che sono andati persi oltre 400.000 posti di lavoro nel settore industriale.

Mentre la creazione di valore industriale e la produttività si riducono, l'apparato statale si espande. La burocrazia e l'amministrazione prosperano, creando centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro che non generano alcun valore di mercato. Allo stesso tempo, un PIL stagnante o in calo – aggravato dalle continue migrazioni di massa – si ripercuote su una popolazione in crescita. Il risultato è un programma di lotta alla povertà su vasta scala, di cui il governo preferisce non parlare apertamente.


La legge sui servizi digitali come strumento di censura

Il dibattito su questo processo si sposta sempre più sulle piattaforme digitali. A fare da apripista sono X di Elon Musk, così come piattaforme secondarie come Telegram o Reddit, che offrono forum per lo scambio, la ricerca e il dibattito critico: luoghi in cui circolano informazioni che Bruxelles o Berlino non accetterebbero senza contestazioni. È proprio qui che risiede il problema dal punto di vista dei decisori politici: vogliono guadagnare tempo, convinti del successo della loro strategia di trasformazione sociale ed economica, mentre un'inversione di rotta significherebbe una perdita di potere.

Con il Digital Services Act (DSA), è entrato in vigore a livello europeo un quadro normativo completo. In parole semplici, obbliga le grandi piattaforme online a rimuovere, limitare o segnalare i contenuti classificati dal diritto dell'UE come illegali, incitanti all'odio o socialmente dannosi, inclusa la disinformazione. Le aziende sono inoltre tenute a rendicontare dettagliatamente tali azioni.

In pratica, il DSA obbliga aziende come Meta, X o TikTok – sotto la minaccia di pesanti multe – ad agire sistematicamente contro i contenuti ritenuti problematici, ad esempio su politica climatica, conseguenze della pandemia, migrazione, o guerra in Ucraina. Le misure includono cancellazioni, shadow banning, etichette di avvertimento e interventi profondi sugli algoritmi di raccomandazione.

I critici sostengono che i criteri di base sono spesso vaghi, il che sottopone il discorso politico a una pressione preventiva di moderazione, ancor prima che possa aver luogo un dibattito pubblico aperto.


La perfidia del DSA

La perfidia del DSA sta nel creare basi pseudo-legali deliberatamente vaghe, mascherandole da termini come odio, incitamento e disinformazione. Gli operatori delle piattaforme sono spinti da incentivi economici verso la censura preventiva. La chiarezza giuridica non è il fattore determinante; lo è la pressione economica esercitata tramite la minaccia di multe.

Insieme a una rete crescente di cosiddetti “segnalatori fidati” – ONG e soggetti privati che segnalano contenuti potenzialmente critici alle autorità nazionali – emerge un discorso pubblico più limitato. Le norme di conformità di Bruxelles vengono quindi di fatto applicate senza formalizzare un regime di censura.

In questo contesto, è comprensibile perché un politico come Daniel Günther offra con disinvoltura uno sguardo dietro le quinte nello spazio sicuro della radiotelevisione pubblica. Dove ci si crede inosservati, si dice ciò che altrove viene accuratamente celato: incapaci o non disposti ad apportare modifiche sostanziali alle politiche economiche, climatiche o migratorie, o ai rapporti con Mosca, i critici vengono eliminati tramite la censura.

La disputa, deliberatamente provocata, con gli Stati Uniti sul futuro della libertà di parola in Europa e le minacce rivolte alle aziende tecnologiche americane passano senza scrutinio alcuno. I costi politici vengono esternalizzati. In definitiva, è il cittadino a pagarne il prezzo, sia come contribuente, sia come utente, sia come partecipante censurato a un discorso pubblico sempre più ristretto.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 19 agosto 2026

Il cavallo di Troia di Obama: come la sua macchina per i rifugiati ha orchestrato il saccheggio degli Stati Uniti

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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da Zerohedge

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/il-cavallo-di-troia-di-obama-come)

Immaginate di svegliarvi domani e trovare il vostro conto in banca vuoto. Ogni singolo dollaro che avete risparmiato per la retta scolastica dei vostri figli, per la pensione, per la vostra sicurezza economica... sparito. Ora immaginate di guardare fuori dalla finestra e di vedere il ladro alla guida di una Porsche acquistata con i vostri soldi, che ride mentre sventola un biglietto di ringraziamento rilasciato dal governo federale. Questo non è uno scenario ipotetico: è la realtà del contribuente americano all'indomani della più grande frode dell'era COVID nella storia del Paese. Mentre eravate chiusi in casa, con la mascherina e preoccupati per il prezzo delle uova, una sofisticata rete di truffatori in Minnesota ha sottratto un quarto di miliardo di dollari – probabilmente molti di più – da programmi destinati a sfamare i bambini affamati.

Lo scandalo “Feeding Our Future” non è solo una storia di avidità, è la prova schiacciante di un'operazione politica ben più oscura. I procuratori federali hanno incriminato 70 persone per una cospirazione da $250 milioni e l'FBI starebbe indagando su frodi che potrebbero superare i $2 miliardi in diversi settori, tra cui la terapia per l'autismo, gli alloggi e gli asili nido. La stragrande maggioranza degli imputati proviene dalla comunità somala del Minnesota, ma non lasciatevi distrarre dai semplici esecutori: per capire come si possa realizzare una frode di questa portata, bisogna guardare oltre le persone che incassano gli assegni e concentrarsi sull'architetto che ha costruito la banca. Questo furto su scala industriale risale direttamente a Barack Obama. È stata la sua amministrazione a inondare deliberatamente il Minnesota con decine di migliaia di rifugiati, creando un'enclave dipendente e isolata, pronta per essere sfruttata. È stata la sua politica di “equità” a paralizzare i controlli e sono i suoi eredi politici che ora stanno cercando disperatamente di insabbiare le prove.


L'architetto dell'enclave

Vi starete chiedendo come mai il Minnesota, uno stato un tempo noto per lo stoicismo scandinavo e i suoi laghi, sia diventato l'epicentro delle frodi legate alla diaspora somala. Non è stato un caso: si è trattato di un mandato federale. Tra il 2008 e il 2016 l'amministrazione Obama ha supervisionato l'ingresso negli Stati Uniti di oltre 54.000 rifugiati somali, ma non li ha semplicemente distribuiti tra i 50 stati: ha preso di mira specifici stati e contee chiave, con il Minnesota come principale luogo di destinazione.

Quando Obama lasciò l'incarico, il Minnesota ospitava la più grande comunità somala del Paese, oggi stimata in oltre 80.000 persone. Questa concentrazione era strategica. Raggruppando i rifugiati a Minneapolis, la macchina democratica ha creato un blocco elettorale da sfruttare per le elezioni e un gruppo demografico che richiedeva ingenti stanziamenti governativi. La chiamavano “diversità”; in realtà, si trattava di ingegneria demografica. L'amministrazione Obama riversò fondi federali nei “servizi per i rifugiati”, creando un'industria redditizia di organizzazioni non profit e attivisti la cui intera esistenza dipendeva dal mantenere costante il flusso di rifugiati – e di fondi federali. Questo ha gettato le basi per le frodi che vediamo oggi. Quando si importa una popolazione da uno stato fallito, privo di una tradizione di senso civico occidentale, e le si insegna che il governo è una fonte inesauribile di denaro gratuito, non si ottiene l'assimilazione: si ottiene la predazione.


Lo scudo dell'“equità”: come hanno paralizzato la polizia

La genialità della strategia dell'era Obama non risiedeva solo nell'importazione di persone, ma nell'utilizzo della questione razziale come arma per mettere a tacere il dissenso. Con il pretesto dell'“equità”, l'amministrazione Obama ha promosso standard meno rigorosi negli appalti federali, favorendo in particolare le organizzazioni non profit “di proprietà di minoranze”. Ciò ha creato un contesto normativo in cui porre domande diventava un rischio che poteva compromettere la carriera.

Prendiamo in considerazione i meccanismi della frode “Feeding Our Future”. I truffatori affermavano di distribuire migliaia di pasti al giorno a bambini inesistenti. In un caso, dichiaravano di sfamare 2.000 bambini al giorno in un appartamento al secondo piano. Chiunque con un minimo di buon senso poteva constatare l'impossibilità di una cosa del genere. Perché, dunque, il Dipartimento dell'Istruzione del Minnesota non è intervenuto? Perché, quando ci hanno provato, sono stati accusati di razzismo. I truffatori, incoraggiati dalla cultura del risentimento razziale alimentata da Obama, hanno citato in giudizio lo Stato per discriminazione. Terrorizzato dall'etichetta di “razzismo”, lo Stato ha ripreso i pagamenti. Questo è il risultato diretto di un decennio di politiche dell'era Obama che equiparavano la supervisione all'oppressione. I burocrati temevano più una causa intentata dall'ACLU che lasciare che miliardi di dollari di denaro pubblico sfuggissero all'attenzione.


La protetta: Ilhan Omar e il MEALS Act

Se Barack Obama ha costruito la macchina, Ilhan Omar ne è l'operatrice. La Omar è il prodotto per eccellenza dell'enclave somala del Minnesota. È salita al potere non nonostante il suo radicalismo, ma grazie alla realtà demografica creata da Obama. E la sua impronta legislativa è ben visibile in questo scandalo.

Nel 2020, all'inizio della pandemia, la Omar ha promosso il MEALS Act. Questa legge ha modificato radicalmente le regole dei programmi federali di assistenza alimentare, consentendo ai genitori di ritirare i pasti anche in assenza dei figli ed eliminando l'obbligo di consumare i pasti in luoghi pubblici. Pur essendo stata presentata come una misura compassionevole, di fatto ha rimosso l'unico meccanismo di verifica a disposizione del governo. Era come un assegno in bianco. Non è un caso che la frode sia esplosa subito dopo l'allentamento di queste regole. La campagna della Omar ha accettato migliaia di dollari da persone successivamente incriminate nell'ambito della truffa, denaro che ha restituito in silenzio solo quando l'attenzione dei media è diventata troppo forte. Difende le regole permissive come necessarie per “sfamare i bambini”, distorcendo la narrazione per far sentire in colpa chi mette in discussione il furto. Ma quel denaro non è andato ai bambini: è finito in appartamenti di lusso a Nairobi, proprietà fronte mare in Turchia e Porsche a Minneapolis.


Il riciclaggio di denaro dello Stato profondo

La questione va ben oltre i semplici buoni pasto. I legami tra la rete di frode somala e i più alti livelli dell'establishment democratico stanno diventando impossibili da ignorare. Prendiamo ad esempio Rose Lake Capital, una società di venture capital fondata da Tim Mynett, marito di Ilhan Omar. Con l'intensificarsi delle indagini sulla frode, osservatori attenti hanno notato che dal sito web della società erano stati rimossi alcuni nomi molto interessanti.

Prima della revisione dei dati, la società annoverava tra i suoi consulenti un ex-ambasciatore di Obama in Bahrein, un ex-ambasciatore di Obama in Cina e un ex-tesoriere del DNC. Perché alti funzionari dell'amministrazione Obama si muovono negli stessi ambienti finanziari della famiglia di una deputata il cui distretto è stato teatro della più grande frode della storia? Queste reti forniscono la copertura, forniscono la legittimità e potenzialmente forniscono il meccanismo per riciclare i proventi della truffa. Non si tratta solo di corruzione locale. È un'operazione integrata a livello federale in cui l'élite politica protegge i soldati semplici che consegnano i voti e il denaro.


Il costo della sottomissione

Siete voi a pagare per tutto questo. Ogni volta che guardate la vostra busta paga e vedete l'enorme somma trattenuta per le tasse federali, ricordate che quei soldi non vengono usati per costruire strade. Non servono a mettere in sicurezza i confini. Stanno finanziando lo stile di vita di persone che vi odiano. I $250 milioni rubati con la truffa di Feeding Our Future sono solo la punta dell'iceberg. Gli inquirenti ritengono che il furto totale nei programmi per l'infanzia, l'autismo e l'edilizia abitativa potrebbe raggiungere miliardi.

Ma il costo finanziario impallidisce al confronto con la minaccia alla sicurezza. Gran parte di questo denaro rubato è stato trasferito all'estero. Sappiamo che è stato utilizzato per acquistare immobili in Kenya e Turchia. Ciò che non sappiamo è quanto di esso sia finito nelle mani di Al-Shabaab o di altri gruppi estremisti nel Corno d'Africa. Chiudendo un occhio su questa frode per preservare i “rapporti comunitari”, i Democratici hanno di fatto trasformato il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti in un salvadanaio per interessi stranieri. E politicamente, ci sono riusciti: il blocco somalo in Minnesota vota per oltre l'80% per i Democratici. Hanno mandato Ilhan Omar al Congresso per ben tre volte. Sono un elettorato asservito ormai, comprato e pagato con i vostri soldi delle tasse.


Smantellare l'eredità

Lo scandalo in Minnesota è la conseguenza inevitabile della dottrina Obama: importare una classe dipendente, smantellare le garanzie contro la corruzione sotto la bandiera dell'“equità” e bollare come bigotto chiunque se ne accorga. Contavano sul vostro silenzio, contavano sulla vostra paura di essere insultati.

Ma le prove sono arrivate. Sappiamo chi l'ha fatto, sappiamo come l'ha fatto e sappiamo chi l'ha permesso. La soluzione non è la “riforma”, è lo smantellamento completo del sistema di reinsediamento dei rifugiati che Obama ha costruito. Abbiamo bisogno di un'indagine forense su ogni dollaro federale inviato alle “organizzazioni non profit di comunità” negli ultimi dieci anni. Dobbiamo sequestrare i beni – le auto, le case, i conti all'estero – di tutti i coinvolti e, soprattutto, dobbiamo smettere di avere paura. Il grido del “razzismo” è l'ultima difesa del ladro: ignoratelo. Tenete gli occhi puntati sul denaro, tenete gli occhi puntati sulla verità. Vi hanno rubato il Paese e ve l'hanno rivenduto come “diversità”. È ora di chiedere un rimborso. 


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 28 luglio 2026

Privacy per i potenti, sorveglianza per tutti gli altri: la proposta di regolamentazione tecnologica dell'UE si spinge troppo oltre

La preoccupante deriva politica che sta allontanando l'Europa dalla libertà va vista nel contesto di una coercizione economica praticata da decenni nel Vecchio Continente. È difficile definire “libera” una società sotto la schiacciante pressione fiscale che soffoca le economie europee. La pressione fiscale in Europa è esorbitante, ma forse l'aspetto più sconcertante è che i lavoratori con un salario medio in molti Paesi non riescono nemmeno a trattenere la metà di quanto le loro aziende pagano per loro (compresi i contributi a carico del datore di lavoro). Quando le imprese europee sono costrette a rimandare, ridurre o annullare gli investimenti a causa degli elevati costi del lavoro e delle imposte sulle aziende, l'intera società ne risente economicamente, con salari stagnanti, aumento della disoccupazione, disincentivi al lavoro e mancanza di innovazione. Sebbene contribuiscano anche altri fattori, come l'energia e la burocrazia, gli effetti della tassazione si fanno sentire... eccome! L'Europa non può quindi essere definita una zona di “libertà” economica, nonostante gli indici irragionevolmente alti generalmente attribuiti ai Paesi europei dalla Heritage Foundation. Inoltre la Curva di Laffer mostra ciò che molti politici europei sembrano incapaci di comprendere: oltre un certo livello di tassazione le entrate fiscali diminuiscono man mano che questo parassitismo indebolisce lentamente la società. I ​​cittadini europei sono vagamente consapevoli di questa situazione, ma sono convinti che ciò che perdono in libertà economica lo guadagnino in sicurezza e altri benefici sociali. Questo è il vecchio adagio di sostituire la libertà con la sicurezza, una china scivolosa verso l'autoritarismo e un coinvolgimento sempre più profondo dello Stato nella società. Questa posizione è errata sia dal punto di vista pratico che morale. Da un punto di vista pratico, è ovvio per la maggior parte delle persone che la sicurezza fornita dallo Stato oggi è a dir poco frammentaria: criminalità e insicurezza sono in aumento in Europa. Dal punto di vista morale, l'amara ironia della mancanza di libertà economica in Europa oggi è che i pensatori europei l'avevano compresa ed espressa nelle loro opere: Cantillon, Quesnay, Hume, Smith, Turgot, Bastiat, Spencer, Leoni e Mises, per citare i più importanti, avevano capito che le minacce alla libertà nella società provengono esclusivamente dallo Stato. Nonostante questa lunga tradizione intellettuale di libertà, in Europa è stata accantonata all'inizio del secolo scorso, sostituita da visioni socialiste e stataliste che promuovevano un numero sempre maggiore di “diritti” per tutti. Il concetto di “diritti” è stato ampliato nel corso di decenni di politiche stataliste fondate sulla confusione, spesso intenzionale, tra libertà, democrazia e uguaglianza. L'unica soluzione per permettere all'Europa di rimanere competitiva e crescere di nuovo in modo naturale è quella di allentare la coercizione fiscale. Ciò significa togliere lo stivale del fisco dalla gola dei lavoratori europei, al fine di liberare le economie europee. Concretamente, questo significa una massiccia riduzione della pressione fiscale, con una riduzione ancora più drastica della spesa pubblica e un progressivo ridimensionamento del ruolo dello Stato nella società. Un programma di questo tipo non solo aumenterebbe la libertà in Europa, ma porterebbe anche a una ripresa degli investimenti e dell'imprenditorialità, nonché della creatività e dell'ottimismo, tutti elementi a lungo repressi.

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di Elen Irazabal Arana & Nikolai G. Wenzel

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/privacy-per-i-potenti-sorveglianza)

Il mese scorso abbiamo criticato il Frontier AI Act della California. La legge privilegia la conformità alla gestione del rischio, proteggendo al contempo burocrati e legislatori da ogni responsabilità. In sostanza, impone norme regolamentari dall'alto, invece di consentire alla società e agli esperti del settore di sperimentare e sviluppare standard etici dal basso.

Forse potremmo liquidare la legge come l'ennesimo esempio della propensione interventista della California, ma alcuni politici e regolatori americani stanno già chiedendo che la legge diventi un “modello per armonizzare la supervisione federale e statale”. L'altra fonte di ispirazione per questo modello sarebbe l'Unione Europea (UE), quindi vale la pena tenere d'occhio le normative che usciranno da Bruxelles.

L'UE è già molto più avanti della California nell'imporre normative problematiche e calate dall'alto. Infatti l'Artificial Intelligence Act del 2024 segue i principi di precauzione generali dell'UE. Come spiega il think tank interno del Parlamento europeo: “Il principio di precauzione consente ai decisori di adottare misure precauzionali quando le prove scientifiche su un rischio per l'ambiente o la salute umana sono incerte e la posta in gioco è alta”. Il principio di precauzione conferisce un potere immenso all'UE in materia di regolamentazione in condizioni di incertezza, anziché consentire la sperimentazione con le garanzie di sanzioni e responsabilità civile (come negli Stati Uniti). Soffoca l'apprendimento etico e l'innovazione. A causa del principio di precauzione e della relativa regolamentazione, l'economia dell'UE soffre di una maggiore concentrazione del mercato, di costi di conformità normativa più elevati e di una minore innovazione, rispetto a un contesto che consente la sperimentazione e una gestione oculata del rischio. Non sorprende quindi che solo quattro delle 50 maggiori aziende tecnologiche al mondo siano europee.


Dall'innovazione soffocata alla privacy soffocata

Oltre al principio di precauzione, la seconda forza motrice alla base della regolamentazione UE è la promozione dei diritti, ma selezionando dalla Carta dei diritti fondamentali dell'UE solo quelli che spesso sono in conflitto tra loro. Ad esempio, il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) del 2016 è stato imposto con l'idea di tutelare il diritto fondamentale alla protezione dei dati personali (tecnicamente distinto dal diritto alla privacy, e che conferisce all'UE un potere di intervento molto maggiore, ma questo è argomento di studio accademico). Il GDPR ha finito per limitare il diritto alla libertà economica.

Questa volta i diritti fondamentali vengono invocati per giustificare la lotta dell'UE contro gli abusi sessuali sui minori. Tutti noi amiamo i diritti fondamentali e tutti noi detestiamo gli abusi sui minori. Tuttavia, nel corso degli anni, i diritti fondamentali sono stati utilizzati come un'arma per espandere i poteri normativi dell'UE. Il regolamento proposto in materia di abusi sessuali sui minori (CSA) non fa eccezione. Ciò che è eccezionale è la portata dell'intrusione: l'UE propone di monitorare le comunicazioni tra i cittadini europei, raggruppandole tutte come potenziali minacce anziché come espressione protetta che gode di un diritto primario alla privacy.

Il 26 novembre 2025 la macchina burocratica dell'UE stava negoziando i dettagli del CSA (Child Sexual Abuse Act) e nell'ultima bozza la scansione obbligatoria delle comunicazioni private è stata fortunatamente rimossa, almeno formalmente. Ma c'è un intoppo: i fornitori dei servizi di hosting e di comunicazione interpersonale devono identificare, analizzare e valutare come i loro servizi potrebbero essere utilizzati per abusi sessuali su minori online, e quindi adottare “tutte le misure di mitigazione ragionevoli”. Di fronte a un mandato così vago e alla minaccia di responsabilità, molti fornitori potrebbero concludere che il modo più sicuro – e legalmente prudente – per dimostrare di essere conformi alla direttiva UE sia quello di implementare la scansione su larga scala delle comunicazioni private.

La bozza del CSA insiste sul fatto che le misure di mitigazione dovrebbero, ove possibile, essere limitate a parti specifiche del servizio o a gruppi specifici di utenti, ma la struttura degli incentivi punta in un'unica direzione. Il monitoraggio diffuso potrebbe finire per essere l'unica opzione praticabile per la conformità normativa. Ciò che oggi viene presentato come volontario rischia di diventare un obbligo di fatto domani.

Nelle parole di Peter Hummelgaard, Ministro della Giustizia danese: “Ogni anno vengono condivisi milioni di file che ritraggono abusi sessuali su minori. E dietro ogni singola immagine e video c'è un bambino che ha subito gli abusi più orribili e terribili. Questo è assolutamente inaccettabile”. Nessuno mette in dubbio la gravità o la turpitudine del problema, ciononostante, in base a questa narrazione, ci si aspetta che l'industria delle telecomunicazioni e i cittadini europei si facciano carico di pericolose misure di mitigazione del rischio che probabilmente comporteranno la perdita della privacy per i cittadini e ampi poteri di sorveglianza per lo Stato.

Ci viene detto che il costo è irrisorio rispetto al beneficio. Dopotutto, chi non vorrebbe combattere gli abusi sessuali sui minori? È ora di fare un respiro profondo. Chi abusa dei minori deve essere punito severamente. Ciò non esime una società libera dal rispetto di altri valori fondamentali.

Ma aspettate... c'è dell'altro...


Monitoraggio diffuso? Beh, non del tutto diffuso

Nonostante l'imperativo morale di proteggere i bambini – un imperativo morale così impellente che l'UE è disposta a violare altri valori fondamentali per promuoverlo – la proposta di legge sulla protezione dei minori introduce una comoda eccezione. Tutto ciò che rientra nella sicurezza nazionale e qualsiasi servizio di comunicazione elettronica non accessibile al pubblico (ovvero accessibile solo a funzionari eletti e burocrati) rimarrebbe completamente inalterato. Le chat private tra cittadini sono soggette a controllo, ma le conversazioni di coloro che affermano di proteggerci sono off limits.

Come ha detto il sopraccitato ministro: “Dietro ogni singola immagine e video c'è un bambino che ha subito gli abusi più orribili e terribili”. Se ciò è vero per ogni “singola immagine e video”, perché non dovrebbe esserlo anche per i messaggi protetti dalle eccezioni di sicurezza nazionale e di riservatezza previste dalla legge sulla protezione dei dati personali? Forse l'orrore si dissolve quando gli autori sono politici o burocrati? Ciò che è inaccettabile diventa improvvisamente accettabile quando riguarda chi scrive le regole?

Nella gerarchia dei diritti dell'UE, la tutela dei minori ha la precedenza sulla privacy, ma la tutela degli eurocrati ha la precedenza sulla tutela dei minori. In definitiva, la tecnologia moderna offre ai politici opportunità senza precedenti di monitorare i cittadini, sottraendosi al contempo a qualsiasi controllo.

Al momento non si parla – per quanto ne sappiamo – dell'introduzione di misure simili negli Stati Uniti. Tuttavia, dalla tassa patrimoniale alla regolamentazione dell'intelligenza artificiale – e persino alle origini dello stato amministrativo americano – le cattive idee provenienti dall'Europa hanno la brutta abitudine di attraversare l'Atlantico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 30 giugno 2026

Canada e Regno Unito guidano la discesa dell'Occidente verso l'autoritarismo digitale

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di Sonia Elijah

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/canada-e-regno-unito-guidano-la-discesa)

“Il Grande Fratello vi osserva”.

Queste agghiaccianti parole tratte dal capolavoro distopico di George Orwell, 1984, non sono più solo finzione, ma stanno diventando una triste realtà nel Regno Unito e in Canada, dove le misure distopiche digitali stanno sfilacciando il tessuto della libertà in due delle più antiche democrazie occidentali.

Con il pretesto della sicurezza e dell'innovazione, il Regno Unito e il Canada stanno implementando strumenti invasivi che minano la privacy, soffocano la libertà di espressione e promuovono una cultura di autocensura. Entrambe le nazioni stanno esportando i propri sistemi di controllo digitale attraverso l'alleanza Five Eyes, una rete segreta di condivisione di informazioni di intelligence che unisce Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda, istituita durante la Guerra Fredda.

Allo stesso tempo il loro allineamento con l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, in particolare con l'Obiettivo di Sviluppo Sostenibile (SDG), che prevede un'identità giuridica universale entro il 2030, supporta una linea di politica mondiale per le identità digitali, come la Brit Card proposta nel Regno Unito e il Programma di Identità Digitale del Canada, che convogliano i dati personali in sistemi centralizzati con il pretesto di “efficienza e inclusione”. Sostenendo normative digitali estensive, come l'Online Safety Act nel Regno Unito e il disegno di legge C-8 in Canada, le quali privilegiano la “sicurezza” definita dallo Stato rispetto alle libertà individuali, entrambe le nazioni non solo abbracciano l'autoritarismo digitale, ma accelerano la spirale discendente di cui è preda ormai l'Occidente.


La rete digitale del Regno Unito

Il Regno Unito si è a lungo affermato come leader mondiale nella sorveglianza. L'agenzia di spionaggio britannica, il Government Communications Headquarters (GCHQ), gestisce il programma di sorveglianza di massa, un tempo segreto, nome in codice Tempora, operativo sin dal 2011, che intercetta e memorizza enormi quantità di traffico internet e telefonico mondiale sfruttando i cavi in fibra ottica transatlantici. La sua esistenza è emersa solo nel 2013, grazie ai documenti esplosivi trapelati dall'ex-collaboratore dei servizi segreti della National Security Agency (NSA) e informatore, Edward Snowden. “Non è solo un problema degli Stati Uniti. Il Regno Unito ha un ruolo determinante in questa vicenda”, ha dichiarato Snowden al Guardian in un articolo del giugno 2013. “Loro [il GCHQ] sono peggio degli Stati Uniti”.

A ciò si aggiunge l'Investigatory Powers Act (IPA) del 2016, anche soprannominato “Snooper's Charter”, che impone ai fornitori di servizi internet di conservare la cronologia di navigazione, le email, i messaggi di testo e le telefonate degli utenti per un periodo massimo di un anno. Le agenzie governative, tra cui polizia e servizi di intelligence (come MI5, MI6 e GCHQ), possono accedere a questi dati senza mandato in molti casi, consentendo la raccolta massiva di metadati relativi alle comunicazioni. Questa pratica è stata criticata in quanto permette una sorveglianza di massa su una scala che viola la privacy quotidiana.

Le recenti espansioni previste dall'Online Safety Act (OSA) conferiscono alle autorità maggiori poteri per richiedere l'installazione di backdoor nelle app crittografate come WhatsApp, consentendo la scansione dei messaggi privati alla ricerca di contenuti definiti “dannosi” in modo, però, molto vago: una mossa che critici come Big Brother Watch, un gruppo di difesa della privacy, denunciano come una porta d'accesso alla sorveglianza di massa. L'Online Safety Act, che ha ricevuto l'assenso reale il 26 ottobre 2023, rappresenta un'ampia normativa del governo britannico volta a regolamentare i contenuti online e a “proteggere” gli utenti, in particolare i minori, da “materiale illegale e dannoso”.

Implementata gradualmente da Ofcom, l'autorità britannica di controllo delle comunicazioni, la legge impone obblighi a una vasta gamma di servizi internet, tra cui social media, motori di ricerca, app di messaggistica, piattaforme di gioco e siti con contenuti generati dagli utenti, obbligando alla conformità attraverso valutazioni del rischio e pesanti sanzioni. A luglio 2025 l'Online Safety Act era considerata “pienamente in vigore” per la maggior parte delle sue principali disposizioni. Questo regime pervasivo, in linea con le tendenze mondiali in materia di sorveglianza promosse dall'Agenda 2030 per il controllo digitale, rischia di consolidare una rete di sorveglianza digitale sancita dallo Stato, privilegiando la “sicurezza” rispetto alle libertà fondamentali.

La piattaforma X di Elon Musk ha avvertito che la legge rischia di “violare gravemente” la libertà di parola, con la minaccia di multe fino a £18 milioni, o al 10% del fatturato annuo mondiale, in caso di inadempienza, incoraggiando le piattaforme a censurare contenuti legittimi per evitare sanzioni. Musk ha usato X per esprimere la sua opinione personale sul vero scopo della legge: “La soppressione del popolo”.

A fine settembre Imgur (una piattaforma di hosting di immagini popolare per meme e contenuti multimediali condivisi) ha deciso di bloccare gli utenti del Regno Unito piuttosto che conformarsi alle rigide normative dell'Online Safety Act. Ciò sottolinea l'effetto dissuasivo che tali leggi possono avere sulla libertà digitale.

Lo scopo dichiarato della legge è quello di rendere il Regno Unito “il luogo più sicuro al mondo per navigare online”. Tuttavia i critici sostengono che si tratti di un'audace manovra di potere da parte del governo britannico per incrementare la censura e la sorveglianza, mascherata da una nobile crociata per “proteggere” gli utenti.

Un altro sviluppo cruciale è il Data (Use and Access) Act 2025 (DUAA), che ha ricevuto l'assenso reale lo scorso giugno. Questa legge di ampia portata semplifica le norme sulla protezione dei dati per stimolare la crescita economica e i servizi pubblici, ma a scapito delle garanzie sulla privacy. Consente una maggiore condivisione dei dati tra agenzie governative ed enti privati, anche per analisi basate sull'intelligenza artificiale. Ad esempio, abilita i “sistemi di dati intelligenti” in cui le informazioni personali provenienti dai settori bancario, energetico e delle telecomunicazioni possono essere accessibili più facilmente, apparentemente a vantaggio dei consumatori, come i servizi personalizzati, ma sollevando timori di una profilazione incontrollata.

I miglioramenti alla sicurezza informatica ampliano ulteriormente le misure pervasive di sorveglianza del Regno Unito. Il prossimo disegno di legge sulla sicurezza e la resilienza informatica, annunciato nel discorso del Re di luglio 2024 e la cui presentazione è prevista entro la fine dell'anno, estende il Regolamento sui sistemi di rete e informativi (NIS) alle infrastrutture critiche, imponendo la segnalazione delle minacce in tempo reale e l'accesso del governo ai sistemi. Ciò si basa su strumenti già esistenti come la tecnologia di riconoscimento facciale, ampiamente utilizzata ormai negli spazi pubblici. Nel 2025 le sperimentazioni in città come Londra hanno integrato telecamere con intelligenza artificiale in grado di scansionare la folla in tempo reale, collegandosi a database nazionali per l'identificazione istantanea, evocando di fatto uno stato di polizia biometrico.

Il New York Times ha scritto: “Le autorità britanniche hanno di recente ampliato la supervisione dei discorsi online, tentato di indebolire la crittografia e sperimentato l'intelligenza artificiale per esaminare le richieste di asilo. Queste azioni, accelerate sotto il governo del Primo Ministro Keir Starmer con l'obiettivo di affrontare i problemi sociali, rappresentano una delle più ampie forme di sorveglianza digitale e regolamentazione di Internet mai adottate da una democrazia occidentale”.

A peggiorare ulteriormente la situazione, secondo il Times, la polizia britannica arresta oltre 30 persone al giorno per tweet e messaggi online “offensivi”, spesso in base a leggi vaghe, alimentando i giustificati timori di una polizia del pensiero orwelliana.

Eppure tra tutte le misure distopiche digitali del Regno Unito, nessuna ha scatenato maggiore indignazione della “Brit Card”, la carta d'identità digitale obbligatoria voluta dal Primo Ministro Starmer: un sistema basato su smartphone che di fatto trasforma ogni cittadino in un'entità tracciabile.

Annunciata inizialmente lo scorso 4 settembre come strumento per “contrastare l'immigrazione clandestina e rafforzare la sicurezza delle frontiere”, la Brit Card ha rapidamente ampliato il suo raggio d'azione, estendendosi a servizi essenziali quotidiani come assistenza sociale, servizi bancari e accesso ai luoghi pubblici. Questi documenti d'identità, memorizzati su smartphone contenenti dati sensibili come foto, nomi, date di nascita, nazionalità e status di residenza, vengono venduti “come la porta d'accesso a ogni tipo di attività quotidiana”, un punto di vista sostenuto dal Tony Blair Institute for Global Change e ripresa dalla Segretaria al Lavoro e alle Pensioni Liz Kendall, membro del Parlamento, nel suo discorso dello scorso 13 ottobre.

Questo sistema di catene digitali ha scatenato una forte resistenza in tutto il Regno Unito. Una lettera durissima, promossa dal deputato indipendente Rupert Lowe e sottoscritta da quasi 40 parlamentari di diversi partiti, denuncia la proposta del governo di introdurre una carta d'identità digitale obbligatoria, la “Brit Card”, definendola “pericolosa, invasiva e profondamente anti-britannica”. Il deputato conservatore David Davis ha lanciato un severo monito, dichiarando che tali sistemi “sono profondamente pericolosi per la privacy e le libertà fondamentali del popolo britannico”.

Davis ha intensificato le sue critiche citando una multa di £14 milioni inflitta a Capita dopo che degli hacker avevano violato i dati personali dei risparmiatori previdenziali: “Questo è l'ennesimo esempio del perché le carte d'identità digitali siano una pessima idea”. All'inizio di ottobre una petizione contro la proposta aveva raccolto oltre 2,8 milioni di firme, a testimonianza dell'ampia indignazione pubblica. Il governo inglese, tuttavia, ha respinto queste obiezioni, dichiarando: “Introdurremo un'identità digitale entro la fine di questa legislatura per contrastare l'immigrazione clandestina, semplificare l'accesso ai servizi governativi e migliorare l'efficienza. Presto ci consulteremo sui dettagli”.


L'aumento della sorveglianza in Canada

Dall'altra parte dell'Atlantico l'ondata di sorveglianza in Canada sotto il Primo Ministro Mark Carney, ex-governatore della Banca d'Inghilterra e membro del consiglio del World Economic Forum, rispecchia la traiettoria distopica del Regno Unito. Carney, con la sua agenda globalista, ha supervisionato una serie di leggi che privilegiano la “sicurezza” rispetto alla sovranità. Si pensi al disegno di legge C-2, una legge di modifica della legge doganale, presentata il 17 giugno 2025, la quale consente l'accesso ai dati riguardo le frontiere senza alcun mandato e la condivisione con le autorità statunitensi tramite accordi CLOUD Act (Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act), consegnando di fatto la vita digitale dei cittadini canadesi a potenze straniere. Nonostante le proteste dell'opinione pubblica che hanno portato a proposte di modifica in ottobre, il suo cuore – il monitoraggio rafforzato delle transazioni e delle esportazioni – rimane suscettibile di abusi.

A complemento di ciò il disegno di legge C-8, presentato per la prima volta il 18 giugno 2025, modifica la legge sulle telecomunicazioni per imporre obblighi di sicurezza informatica a settori critici come le telecomunicazioni e la finanza. Conferisce al governo canadese il potere di emettere ordini segreti che obbligano le aziende a installare backdoor o indebolire la crittografia, compromettendo potenzialmente la sicurezza degli utenti. Tali ordini possono imporre l'interruzione dei servizi internet e telefonici a specifici individui senza bisogno di mandato o supervisione giudiziaria, con la vaga motivazione di proteggere il sistema da “qualsiasi minaccia”.

L'opposizione a questo disegno di legge è stata feroce. In un discorso parlamentare, il deputato conservatore canadese Matt Strauss ha denunciato gli articoli 15.1 e 15.2 del disegno di legge, affermando che conferirebbero al governo un “potere incredibile e senza precedenti”. Ha paventato un futuro in cui gli individui potrebbero essere esiliati digitalmente, tagliati fuori da email, servizi bancari e lavoro, senza spiegazioni né possibilità di ricorso, paragonando la situazione a un “gulag digitale”.

La Canadian Constitution Foundation (CCF) e i difensori della privacy hanno fatto eco a queste preoccupazioni, sostenendo che il linguaggio ambiguo del disegno di legge e la mancanza di un giusto processo violano i diritti fondamentali sanciti dalla Carta, tra cui la libertà di espressione, la libertà personale e la protezione contro perquisizioni e sequestri irragionevoli.

Il disegno di legge C-8 integra l'Online Harms Act (disegno di legge C-63), presentato per la prima volta a febbraio 2024, il quale imponeva alle piattaforme di eliminare contenuti come lo sfruttamento minorile e l'incitamento all'odio entro 24 ore, rischiando la censura a causa delle vaghe definizioni di “dannoso”. Ispirato all'Online Safety Act del Regno Unito e al Digital Services Act (DSA) dell'UE, il C-63 è naufragato a seguito delle forti critiche per il suo potenziale di favorire la censura, violare la libertà di parola e per la mancanza di un giusto processo. Il CCF e Pierre Poilievre, definendolo “autoritarismo woke”, hanno guidato una petizione nel 2024 con 100.000 firme. La petizione è decaduta durante la sospensione dei lavori parlamentari nel gennaio 2025, dopo le dimissioni di Justin Trudeau.

Questi disegni di legge si basano su un precedente allarmante: durante l'era Covid l'Agenzia canadese per la salute pubblica ha ammesso di aver tracciato 33 milioni di dispositivi durante il lockdown – quasi l'intera popolazione – con il pretesto della salute pubblica, una palese violazione smascherata solo grazie a un'attenta e costante attività di controllo. Il Communications Security Establishment (CSE), autorizzato dal disegno di legge C-59, in vigore da tempo, continua la raccolta massiva di metadati, spesso senza un'adeguata supervisione. Queste misure non sono isolate; derivano da un problema più profondo, in cui i controlli dell'era pandemica sono stati normalizzati e integrati nelle politiche quotidiane.

Il Programma canadese di identità digitale, presentato come uno strumento “conveniente” per un accesso agevole ai servizi governativi, emula la Brit Card del Regno Unito ed è in linea con l'obiettivo 16.9 dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. È tuttora in fase di sviluppo e sperimentazione, con un lancio nazionale completo previsto per il 2027-2028.

“Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”. Il romanzo 1984 di Orwell ci avverte che dobbiamo resistere a questa deriva verso l’autoritarismo digitale – attraverso petizioni, proteste e richieste di trasparenza – prima che venga eretto un Grande Firewall occidentale, replicando la morsa cinese che controlla ogni tasto premuto e ogni pensiero.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 24 giugno 2026

Il neofeudalesimo di Bruxelles su Internet

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-neofeudalesimo-di-bruxelles-su)

La Commissione europea sta portando avanti senza sosta il suo progetto di soggiogare i media indipendenti. Oltre alla censura classica, vengono impiegate tecnologie sofisticate come il controllo algoritmico dei risultati di ricerca. In questo modo testate alternative, come Tichys Einblick, vengono sempre più precluse al pubblico. Lo spirito repubblicano sta morendo silenziosamente.

Negli ultimi mesi si è acceso un intenso dibattito sulle pericolose tendenze anticivilizzazione di Bruxelles e sulla sua crescente ossessione per il controllo. È significativo che la stessa presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, abbia sottolineato il netto contrasto tra l'impotenza dei cittadini europei e una burocrazia che opera con limiti sempre più ristretti.

Attualmente Bruxelles sta utilizzando ogni mezzo a sua disposizione per esaminare le chat private tramite meccanismi algoritmici invasivi, limitando e censurando la comunicazione pubblica sui media digitali e sui social network. Nel frattempo la von der Leyen si è rifiutata di garantire la trasparenza nello scandalo dei vaccini Pfizer.

Questo comportamento può essere descritto solo come neofeudale e post-illuminista. In quale altro luogo al mondo le nazioni sovrane permettono ai propri governi di intessere una ragnatela di burocrazie repressive tra gli stati membri, se non nell'Europa dell'UE?


Londra come laboratorio oscuro

Chiunque voglia farsi un'idea della traiettoria attuale di Bruxelles dovrebbe guardare a Londra. Sin dalla Brexit il Regno Unito ha funzionato come una sorta di laboratorio per il progetto di centralizzazione dell'UE.

Qualche anno dopo la Gran Bretagna ha promulgato alcune delle leggi sulla censura più severe del mondo (ancora) libero. Le autorità non sono più concentrate sullo smascherare complotti islamisti, smantellare bande di stupratori o attuare un necessario processo di rimpatrio per preservare la cultura inglese.

No, ora l'attenzione dello Stato si concentra sulle attività di opposizione. Sfruttando le nuove definizioni di “odio” e “incitamento all'odio” online, migliaia di cittadini rispettosi della legge sono stati perquisiti e arrestati solo per aver criticato le politiche migratorie o il caos urbano.

In virtù del Communications Act e del Malicious Communications Act, leggi apparentemente innocue, il governo britannico effettua ora oltre 30 arresti al giorno per motivi politici, a seguito di post online ritenuti offensivi o minacciosi dalle autorità: un attacco diretto alle libertà dei cittadini nella patria del liberalismo.


Il filtro algoritmico

Un approccio simile è auspicato dalla Commissione europea e dalle sue capitali satellite fedeli. Essa funge da centro, da spirito guida di questa linea di politica. Con l'aumento dell'opposizione politica – dall'AfD in Germania alle forze conservatrici di destra nei Paesi Bassi e nella Repubblica Ceca, fino al Fidesz in Ungheria – le basi narrative del socialismo climatico e delle politiche di frontiere aperte rischiano di dissolversi nella percezione pubblica.

Attraverso definizioni sempre più lasche di “odio” e “incitamento all'odio”, utilizzate come scudi per immunizzare dalle critiche fenomeni sociali come l'islamizzazione, il declino economico dovuto al crescente centralismo di Bruxelles o il degrado urbano, l'UE tenta di soffocare un blocco conservatore in ripresa prima ancora che possa formarsi.

Questa tendenza era già stata evidenziata dal vicepresidente statunitense, JD Vance, durante il suo intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Secondo Vance, la partnership con l'UE è a rischio se questo attacco istituzionalizzato alla libertà di espressione non viene fermamente bloccato.


Il bastone, niente carota e il pugnale

Per evitare il controllo internazionale, Bruxelles adotta anche una seconda strategia: il pugnale, più sottile ma altrettanto efficace. Al centro della censura rimane l'algoritmo di ricerca dominante di Google, dove il controllo opera in modo occulto, invisibile all'utente medio di internet.

Con l'eufemismo di “Scudo europeo per la democrazia”, ​​è emersa una pratica di monitoraggio dei contenuti online e di definizione politica della “disinformazione” al fine di ripulire lo spazio digitale. L'UE finanzia presunti verificatori di fatti indipendenti che segnalano alle autorità nazionali presunti discorsi d'odio, innescando azioni legali.

Si tratta di un apparato di intimidazione malevolo. Nemmeno Erich Mielke avrebbe potuto orchestrarlo meglio.


Conformità ai dettami dell'UE

Per Google questa architettura di fatto impone la sottomissione al regime dell'UE: i contenuti valutati positivamente dai verificatori di fatti accreditati dall'UE vengono privilegiati, mentre le pubblicazioni alternative, come Tichys Einblick, Apollo News, NIUS o Junge Freiheit, vengono declassate algoritmicamente. Ciò accade anche quando i post generano un traffico considerevole che normalmente li collocherebbe in cima ai risultati di ricerca.

Cosa succede quando il dibattito pubblico viene compresso in un corsetto statale? Il potere si sposta dal sovrano a un'élite politica illimitata e invasiva che, soprattutto nell'UE, può portare avanti il ​​suo progetto ecosocialista ben oltre quanto sarebbe mai immaginabile in condizioni normali.

Una società ampiamente informata e dotata di spirito critico non avrebbe mai permesso che intere popolazioni venissero spinte nella disoccupazione e nella povertà sotto i dettami distruttivi dell'allarmismo climatico di origine antropica. Né le linee di politica sulle frontiere aperte sarebbero persistite di fronte alla visibile islamizzazione dell'Europa, cosa che minaccia i sistemi di sicurezza sociale e la cultura del continente.


Trump ha posto fine alla censura 

Negli Stati Uniti, questa pratica è terminata con l'elezione del presidente Donald Trump. Di conseguenza chi utilizza una VPN naviga in un panorama informativo completamente diverso rispetto a chi non è a conoscenza di tali manipolazioni.

In questo modo l'UE controlla il dibattito pubblico e cerca di ridurre lo spettro delle opinioni a un monologo compatibile con l'UE. Ciò ricalca la cosiddetta “Valle degli inconsapevoli” (Tal der Ahnungslosen) dell'epoca della DDR, quando gli abitanti della zona di Dresda non avevano accesso alla televisione della Germania Ovest e credevano nei benefici del socialismo.

Se non si impedisce alla von der Leyen e alla sua Commissione di istituzionalizzare questo regime in tutta l'UE, la libertà scomparirà, il dibattito pubblico verrà messo a tacere, il manto di ferro dell'apatia dittatoriale calerà sull'Europa e sull'UE. Ciò che osserviamo ora nel Regno Unito minaccia i cittadini dell'Unione Europea.


Il cane si morde la coda

Per rispondere alla domanda iniziale: l'UE sta usando il bastone o un pugnale nella sua campagna di censura? Entrambi gli strumenti vengono impiegati simultaneamente nella lotta per il predominio interpretativo online. Se l'opposizione di destra e conservatrice non interviene in tempo, il dibattito pubblico verrà brutalmente soffocato.

Potrebbero emergere nuovi metodi di comunicazione crittografata per preservare una rudimentale libertà di parola, finché l'arroganza di Bruxelles non la soffocherà. La cinica conseguenza: le persone si autocensureranno persino in privato, alimentando un clima di reciproca sfiducia. Questo è assolutamente riprovevole.

Aggiungiamoci l'euro, simbolo del controllo digitale, e il quadro si fa più chiaro. Un'istituzione che detta legge sia sul dibattito pubblico che sulle transazioni dei cittadini è una dittatura. In Europa si tratta di una dittatura ecosocialista, talmente tanto debole dal punto di vista economico che possiamo sperare che entrambi gli attacchi alla libertà si arrestino per bancarotta.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 9 giugno 2026

La nuova macchina europea della censura

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di Thomas Fazi

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-nuova-macchina-europea-della-censura)

L'UE adora parlare di libertà.

Basta guardare uno dei suoi recenti comunicati stampa dove si inaugura un'iniziativa chiamata Scudo Europeo per la Democrazia, la quale promette di proteggere tutto, dalle “persone libere” alle “elezioni libere” fino a – trattandosi di Bruxelles – “una società civile vivace”.

Tutto ciò è ammirevole, almeno sulla carta.

In realtà, però, lo Scudo della Democrazia non è altro che l'ultima manifestazione di mancanza di libertà: sopprimere il dissenso e controllare la libertà di parola con il pretesto di difendere la democrazia dalle interferenze straniere e dalle fake news.

Nell'ambito dello Scudo per la Democrazia, la Commissione europea propone la creazione di un Centro di monitoraggio che identifichi e rimuova “contenuti falsi” e “disinformazione” da internet. Come ha affermato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sicurezza e la Democrazia, lo Scudo consentirà all'Europa di “rispondere più rapidamente ed efficacemente alla manipolazione delle informazioni e alle minacce ibride”. L'Alto rappresentante dell'UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, non ha nascosto la natura anti-russa dell'iniziativa: “Stiamo assistendo a campagne, anche provenienti dalla Russia, specificamente concepite per polarizzare i nostri cittadini, minare la fiducia nelle nostre istituzioni e inquinare la politica nei nostri Paesi”.

Il termine “indipendente” ricorre ripetutamente nel comunicato stampa. Verrà istituita una nuova “rete europea indipendente di verificatori dei fatti” in tutte le lingue ufficiali dell'UE, mentre l'Osservatorio europeo dei media digitali (EDMO), la rete di “verifica dei fatti” di punta dell'UE, finanziata con quasi €30 milioni, acquisirà nuovi poteri analitici “indipendenti” per monitorare le elezioni e le situazioni di crisi. Ma, ricordiamolo, l'indipendenza a Bruxelles si traduce in dipendenza finanziaria dalla Commissione. Infatti, per garantire questa “indipendenza”, la Commissione promette generosi finanziamenti a ONG e organi di informazione “indipendenti”.

Lo Scudo della Democrazia si basa sul recente Digital Services Act (DSA), la più ampia normativa su internet mai attuata in Europa. In teoria queste iniziative dovrebbero proteggere la democrazia; in pratica sortiscono l'effetto opposto. Il loro obiettivo non è “combattere la disinformazione”, come affermato, bensì controllare la narrazione in un momento in cui le élite politiche europee si trovano ad affrontare livelli di sfiducia pubblica senza precedenti, centralizzando il controllo sul flusso di informazioni e imponendo un'unica “verità” definita da Bruxelles. In breve, la Commissione europea sta costruendo una macchina di censura a livello continentale.

Come ha di recente affermato un diplomatico dell'UE, in modo decisamente orwelliano: “La libertà di parola rimane per tutti. Allo stesso tempo, però, i cittadini devono essere liberi da interferenze”. Ma chi decide cosa costituisce “interferenza”? Chi determina cosa è “vero” e cosa è “falso”? Le stesse istituzioni e gli stessi media che si sono ripetutamente macchiati di allarmismo e disinformazione. Solo poche settimane fa Ursula von der Leyen ha affermato che il sistema GPS del suo aereo era stato disturbato dalla Russia, un'accusa prontamente smentita dagli analisti. Nel frattempo la BBC, spesso considerata un modello di integrità giornalistica, è stata di recente colta in flagrante mentre modificava un discorso di Donald Trump per farlo apparire più estremista.

L'UE afferma di proteggere i cittadini dalle “falsità”, ma su quale base democratica o morale la Commissione si arroga il diritto di decidere cosa sia vero, soprattutto quando è evidente che lo stesso establishment politico-mediatico dell'UE si dedica regolarmente alla disinformazione e alla propaganda? Inoltre quando i cosiddetti verificatori dei fatti indipendenti vengono selezionati e finanziati dalla Commissione stessa, si crea un circolo vizioso: l'UE finanzia istituzioni che poi “verificano” e amplificano le narrazioni dell'UE. Lo Scudo della Democrazia, come i suoi predecessori, istituzionalizza quindi il potere di definire la realtà stessa.

In una serie di reportage ho dimostrato che l'Unione Europea gestisce già un vasto apparato di propaganda e censura che si estende a ogni livello della società civile: ONG, think tank, stampa e persino il mondo accademico. La pietra angolare di questo sistema è una rete di programmi finanziati dall'UE, in particolare CERV (Cittadini, Uguaglianza, Diritti e Valori), Europa Creativa e l'iniziativa Jean Monnet, che convogliano complessivamente miliardi di euro verso organizzazioni che, in teoria, sono “indipendenti” ma in realtà sono profondamente intrecciate con la macchina di Bruxelles.

Solo attraverso il programma CERV, che vanta un budget di quasi €2 miliardi per il periodo 2021-2027, oltre 3.000 ONG hanno ricevuto finanziamenti per realizzare più di 1.000 progetti. Ufficialmente questi fondi promuovono i “valori europei”; in pratica finanziano l'attivismo progressista e filo-europeo: ideologia di genere, multiculturalismo, antinazionalismo e “contrasto all'euroscetticismo”. Molti progetti sono esplicitamente concepiti per “aumentare la fiducia nell'UE” o “contrastare le narrazioni anti-UE”. Nel frattempo le ONG dell'Europa centrale e orientale ricevono generosi finanziamenti per “combattere le narrazioni autocratiche” e “sfidare l'euroscetticismo”, spesso prendendo di mira direttamente i governi in Polonia (sotto la precedente amministrazione) o in Ungheria: strategie di influenza esterna non dissimili da quelle storicamente associate ad agenzie come la USAID.

Il risultato è una pseudo-società civile: una rete di attori nominalmente “dal basso” che fungono da intermediari per la Commissione, amplificandone l'agenda e creando l'illusione di un sostegno popolare alle sue linee di politica.

Lo stesso schema si applica alla stampa. La mia ricerca ha dimostrato che l'UE destina come minimo €80 milioni all'anno direttamente a giornali, emittenti televisive, agenzie di stampa e “partenariati giornalistici”, per un totale di quasi €1 miliardo nell'ultimo decennio. Programmi come IMREG (Misure informative per la politica di coesione) hanno pagato testate giornalistiche per pubblicare articoli che elogiavano i fondi di coesione dell'UE, in alcuni casi senza nemmeno rivelare che il contenuto era finanziato dall'UE. La Commissione lo definisce “sensibilizzazione”; in qualsiasi altro contesto verrebbe chiamato pubblicità occulta o propaganda.

La macchina propagandistica dell'UE si estende anche al mondo accademico. Attraverso il programma Jean Monnet, la Commissione destina circa €25 milioni all'anno a università e istituti di ricerca di tutto il mondo, finanziando oltre 1.500 cattedre Jean Monnet in 700 istituzioni. L'obiettivo non è sostenere la ricerca indipendente, bensì instillare l'ideologia filo-europea nell'istruzione superiore. I documenti ufficiali affermano esplicitamente che i beneficiari sono tenuti ad agire come “ambasciatori dell'Unione europea” e “agenti di comunicazione”, interagendo con la stampa e le ONG. Il mondo accademico è stato di fatto trasformato in uno strumento ideologico.

Con lo Scudo della Democrazia, la Commissione intende ora espandere enormemente questo meccanismo. Propone non solo di istituire quello che di fatto è un Ministero della Verità, ma anche di iniettare ancora più denaro in ONG, stampa “indipendente” e reti di verifica dei fatti incaricate di promuovere i “valori europei”. Di fatto la von der Leyen sta comprando il consenso – e per farlo usa i soldi dei cittadini – annullando i confini tra il super-stato europeo, la stampa, la società civile e il mondo accademico.

E se l'obiettivo dell'UE, in questo caso, fosse semplicemente quello di manipolare la narrazione, sarebbe già abbastanza allarmante, ma il modello attuale indica una diretta interferenza nei processi elettorali. Abbiamo già visto questo scenario in Paesi come la Romania e la Moldavia, dove le élite locali – con il sostegno aperto o tacito di Bruxelles – hanno invocato lo spettro dell'“interferenza russa” (senza fornire prove concrete) per giustificare una palese manipolazione delle elezioni interne. In Romania le autorità hanno annullato le elezioni e impedito al principale candidato populista di partecipare. In Moldavia le autorità filo-europee hanno usato “problemi di sicurezza” per impedire agli espatriati filo-russi di votare. La protezione della democrazia diventa quindi il pretesto per sospenderla, anche se lo Scudo per la Democrazia prevede esplicitamente il rafforzamento della Rete europea di cooperazione per le elezioni e, in modo inquietante, la promozione di “scambi sistematici sull'integrità dei processi elettorali”.

La sete di controllo della Commissione europea non si limita all'informazione e alle elezioni. Ursula von der Leyen ha di recente avviato anche la creazione di una nuova unità di intelligence sotto l'autorità diretta della Commissione europea. L'obiettivo, secondo il Financial Times, è quello di unificare i dati di intelligence degli Stati membri e “migliorare la capacità dell'UE di individuare e rispondere alle minacce”. Il piano prevede la creazione di un servizio europeo di cooperazione in materia di intelligence, di fatto un'agenzia sovranazionale che opererebbe a fianco dei servizi di intelligence nazionali. Ufficialmente rafforzerebbe l'“autonomia strategica”; in pratica funzionerebbe come una sussidiaria della NATO e, per estensione, della CIA, soprattutto perché la stessa proposta auspica esplicitamente un “rafforzamento della cooperazione UE-NATO”.

Ciò evidenzia una più ampia e preoccupante tendenza alla centralizzazione del potere nelle mani della Commissione europea e, più in generale, della von der Leyen. Molti osservatori trovano profondamente inquietante la prospettiva di dotare “l'imperatrice Ursula” di un esercito di spie sovranazionali, operanti al di fuori del controllo dei parlamenti nazionali. Fornire a un'istituzione non eletta e opaca come la Commissione europea un proprio apparato di intelligence rappresenterebbe un'ulteriore tappa nella trasformazione dell'Europa in un colosso tecno-autoritario, che sorveglia non i nemici stranieri, ma i propri cittadini.

Vista in quest'ottica, lo Scudo della Democrazia non è nient'altro che uno strumento per istituzionalizzare ulteriormente un regime di controllo della libertà di parola e della narrazione. Il suo obiettivo è quello di censurare i discorsi online secondo vaghe definizioni di “disinformazione” strumentalizzate politicamente; di costringere piattaforme, giornalisti, accademici e cittadini a conformarsi a una visione del mondo ristretta e approvata dalla Commissione europea; di mettere a tacere il dissenso in nome della “lotta alle interferenze straniere”. Invece sta diventando sempre più chiaro che la vera guerra alla democrazia non è condotta da Mosca o Pechino, ma dall'interno, dalle stesse istituzioni che affermano di difenderla.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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