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martedì 14 gennaio 2025

Il capitalismo degli stakeholder e il culto degli indicatori chiave di prestazione

L'articolo di oggi mi riporta alla mente quanto disse l'ex-amministratore delegato di Stellantis, Tavares, qualche tempo fa: “Se le persone non vogliono l'auto elettrica, allora produrremo meno auto a combustione interna affinché comprino solo elettrico”. Un'impresa che rinuncia al “fare profitto” è l'espressione di un tessuto economico a brandelli e un incubo a livello di organizzazione sociale. Questa è una linea di politica voluta. Ciò che fa davvero paura sono le imprese che si inchinano al volere politico piuttosto che al volere economico del mercato. Ma qui c'è in gioco il futuro della cricca di Davos, quindi tutto passa in secondo piano. Soprattutto il futuro della persona media la quale deve essere sottoposta da qui ai prossimi 5 anni a un “sanguinamento” progressivo per sostenere un sistema in bancarotta. La macchina è simbolo di indipendenza e già il fatto che sia inaccessibile ormai la dice lunga sulla volontà alla base della classe dirigente. Lo stesso discorso lo si può fare per la casa. Disabituarsi alla indipendenza e abituarsi invece alla dipendenza (che sia dal welfare state o altro) è l'ingrediente principale per la portata madre di questo pastone, come ho anche scritto nel mio ultimo libro “Il Grande Default”: controllo capillare per un haircut degli obbligazionisti (di cui fanno parte anche i pensionati).

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di Thomas DiLorenzo

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-capitalismo-degli-stakeholder)

Nelle imprese private “non c’è bisogno di limitare la discrezionalità dei subordinati con regole o regolamenti diversi da quelli che stanno alla base di tutte le attività commerciali, vale a dire, rendere le loro operazioni redditizie”.

In questa citazione dal suo libro del 1944, Bureaucracy, Mises spiega perché le aziende private a scopo di lucro non hanno bisogno della burocrazia e non dovrebbero essere invischiate in regole e regolamenti imposti dall'alto di una gerarchia amministrativa. Invece dovrebbero fare il miglior uso della “conoscenza del tempo e del luogo” decentralizzata per svolgere il loro lavoro. L'ammonimento di Mises, secondo cui l'obiettivo delle imprese capitaliste è e dovrebbe essere “fare profitti”, divenne in seguito, nelle mani degli economisti della Scuola di Chicago, “massimizzare il valore per gli azionisti”. Questo punto di vista è associato a Milton Friedman ed è stato accettato dalla gran parte delle aziende americane per molti anni.

Poi, nel 2018, l'amministratore delegato di Blackrock, Larry Fink, che all'epoca gestiva $6.000 miliardi in asset aziendali, ha insistito pubblicamente sul fatto che i dirigenti d'azienda avrebbero dovuto concentrarsi sugli “stakeholder” (ovvero tutti coloro che sono in qualche modo collegati a una società) invece che sugli azionisti. A ciò fece seguito, nell'agosto del 2019, una dichiarazione di 200 amministratori delegati di grandi società secondo cui massimizzare il valore per gli azionisti non era più il loro obiettivo principale; lo era, invece, aggiungere valore per tutti gli “stakeholder”.

All'epoca George Reisman scrisse che questo dimostrava che “molti amministratori delegati sanno talmente poco di economia da ignorare che in un libero mercato produrre per il profitto dei propri azionisti implica di per sé produrre per il beneficio di tutti”. Un'attività di successo e redditizia in un libero mercato concorrenziale avrà clienti che traggono benefici più di quanto spendono; i lavoratori saranno pagati più di quanto potrebbero guadagnare altrove; ci saranno città e paesi prosperi; e ne trarranno beneficio tutti gli “stakeholder” in generale.

Ciò che era significativo nella dichiarazione degli amministratori delegati, scrisse Reisman, era che “mostra fino a che punto l'eredità intellettuale americana del diritto a perseguire la felicità (il che include la ricerca del profitto) sia marcita e sia stata sostituita da una mentalità improntata al socialismo”. Inoltre dobbiamo tenere a mente che “man mano che cresce il potere arbitrario dello stato, gli uomini d'affari vengono messi in una posizione sempre più simile a quella degli ostaggi sequestrati dai terroristi”.

Ciò che intendeva dire è che i poteri normativi dello stato sono cresciuti talmente tanto (si veda la pubblicazione annuale del Competitive Enterprise Institute intitolata “Diecimila comandamenti”) che gli imprenditori sono costretti a trascorrere gran parte di ogni giornata lavorativa a seguire le regole e i regolamenti governativi invece di essere produttivi, proprio come Mises aveva messo in guardia. I regolatori sono “i terroristi” e gli imprenditori sono “gli ostaggi”. Inoltre, scrisse Reisman, “sono arrivati al punto in cui tentano di anticipare i desideri dei loro padroni e cercano di gratificarli senza prima ricevere gli 'ordini' normativi”. Ecco perché gli amministratori delegati hanno rilasciato quella dichiarazione: annunciare allo stato che avrebbero adottato volontariamente tutti i controlli e i regolamenti socialisti che esso avrebbe voluto imporre loro. È di fatto socialismo.

Ecco perché vediamo banchieri imporre quote razziali sui loro prestiti ipotecari per paura di essere perseguiti ai sensi del Community Reinvestment Act e bollati come razzisti; o case automobilistiche che si impongono normative più severe sul chilometraggio rispetto a quelle attualmente in vigore per paura di essere viste in futuro ed etichettate come “ostruzioniste”; e la più predominante in assoluto, l'imposizione di quote di razza e genere per assunzioni e promozioni sotto le mentite spoglie di “diversità, equità e inclusione”. Tutte queste cose vi faranno guadagnare punti KPI (indicatori chiave di prestazione) in ​​qualsiasi azienda americana.

Prima del 2019 molte aziende avevano ignorato l'ammonimento di Mises sull'istruire i subordinati a “fare profitto”, o addirittura “massimizzare il valore per gli azionisti”, e li avevano valutati con un guazzabuglio di “indicatori chiave di prestazione” (per l'appunto KPI). Questi “indicatori” hanno rapidamente incluso una miriade di obiettivi nebulosi per gli “stakeholder” e annunci di pubbliche relazioni. Scrivendo su Forbes un articolo intitolato, “Perché i KPI non funzionano”, il consulente aziendale e autore Steve Denning ha scritto di come le aziende avessero adottato un “labirinto di offuscamenti in chiave pubbliche relazioni solo per far contento il pubblico [...]”.

Un problema persistente con i KPI è, come sottolinea Denning, che molti degli indicatori “portano a incentivi perversi e conseguenze indesiderate come risultato del fatto che i dipendenti lavorano in base a misurazioni specifiche a spese della qualità o del valore effettivo per i clienti”. Il risultato è che i dipendenti stessi tendono a sviluppare KPI che mostrano semplicemente che si sta facendo più lavoro di facciata, ma non dimostrano che le prestazioni o il servizio clienti siano migliorati. I KPI, afferma Denning, “misurano la velocità della burocrazia”, ma “sono inversamente proporzionali alla produttività effettiva”. Mises sarebbe d'accordo.

“Come criceti in una ruota, il personale lavora di più ma non riesce a fare granché dal punto di vista produttivo”. Ciò riporta alla mente le storie di come l'Unione Sovietica cercò di giocare al capitalismo con vari obblighi, come l'ordine di produrre tante tonnellate di chiodi all'anno per soddisfare il successivo piano quinquennale di costruzione di case. I direttori di fabbrica stabilirono che il modo più semplice per farlo era produrre chiodi molto pesanti, abbastanza pesanti da spaccare assi di legno da due per quattro!

Peggio ancora, la mancanza di performance causata dai KPI in genere porta i dirigenti a rispondere “offrendo una valanga di nuovi KPI nel tentativo di dimostrare quanto siano produttivi”. Essi sono quindi “un dono di Dio alla burocrazia”, ​​secondo Denning: “Aiutano a perpetuarla e a creare infinite giustificazioni per essa. È lavoro, si nutre di lavoro e crea altro lavoro, senza servire a uno scopo esterno”.

Denning conclude suggerendo che le aziende dovrebbero concentrarsi sulla “creazione di valore per i clienti”, che è un altro modo di dire “fare solo profitti” invece di creare una gigantesca mostruosità burocratica. Ci si chiede se abbia letto Bureaucracy di Mises, come ha di recente ammesso di aver fatto il senatore Ted Cruz.

In un altro articolo intitolato, “Non aggiustate la burocrazia, uccidetela”, Denning ricorda la Genentech Corporation che ha oltre 100.000 dipendenti, ognuno dei quali è tenuto a elaborare un elenco KPI. Pochissimi degli elementi negli elenchi, scrive Denning, “avevano a che fare con la fornitura di valore ai clienti”.

Anche le organizzazioni non profit e le agenzie governative hanno adottato i KPI, ma questi problemi sono destinati a essere ancora più gravi in tali settori. Come per le aziende, è probabile che vengano utilizzati per dimostrare che è stato svolto molto lavoro di routine, anche se quest'ultimo non contribuisce in alcun modo a realizzare la missione dell'organizzazione.

Esistono metriche facili da usare per tutti i tipi di organizzazioni che rientrano nella definizione di KPI e possono essere utili se non essenziali. Ma ciò che è successo nelle aziende americane è la “mentalità improntata al socialismo” descritta da Reisman: la folle anticipazione di obblighi, controlli e regolamenti governativi con l'autoimposizione degli stessi. Sembra tutto una pianificazione centrale socialista di fatto, non è vero?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 12 maggio 2017

Lo sporco segreto del socialismo: lo scopo dei socialisti è il socialismo, non la prosperità






di Thomas J. DiLorenzo & William L. Anderson


Dopo il crollo dell'ideologia socialista alla fine degli anni '80, i socialisti non hanno mai rinunciato al loro sogno di controllare gli altri esseri umani, derubarli con le tasse, ed arricchirsi alle loro spalle. Pochissimi degli ideologi socialisti del XX secolo hanno ammesso che avevano torto, o si sono scusati per aver giustificato personaggi del calibro di Stalin, Mao e Castro. Al contrario, essi ed i loro discendenti intellettuali hanno lavorato senza sosta per inventare una realtà parallela – almeno nella mente dei giovani – mentre censuravano tutte le opinioni contrarie. Dobbiamo rivelare gli sporchi segreti del socialismo ai giovani americani, affinché comprendano l'essenza della gigantesca macchina conosciuta come "istruzione superiore." (Ci sono alcune eccezioni, naturalmente, ma la maggior parte di quel mondo è ora dominato dal totalitarismo culturale della sinistra marxista.)

Quali sono gli sporchi segreti del socialismo che devono essere nascosti ai giovani? Esaminiamone alcuni:

  1. Il socialismo è sempre stato un disastro economico, e ogni studioso onesto lo sa. Dopo settant'anni di socialismo, l'economia sovietica era a malapena il 5% dell'economia degli Stati Uniti, nonostante le false affermazioni degli economisti pro-socialisti come Paul Samuelson, il quale nell'edizione del 1988 del suo famoso libro di testo, ha scritto che l'economia sovietica avrebbe superato l'economia degli Stati Uniti entro il 2000.

  2. Non si può aggiustare il socialismo con pianificatori centrali più intelligenti, o piani presumibilmente migliori. Il socialismo non può funzionare perché il calcolo economico è impossibile senza la proprietà privata, prezzi di libero mercato, un meccanismo genuino di feedback profitti/perdite e la libertà economica in generale.

  3. L'obiettivo apparente del socialismo – egualitarismo – è in guerra con la natura umana, perché tutti gli esseri umani sono unici in migliaia di modi diversi. L'unico tipo di "uguaglianza" che il socialismo abbia mai creato è l'uguaglianza di miseria e povertà.

  4. Il socialismo genera molta più disuguaglianza sociale rispetto alla libertà economica. In tutte le società socialiste le élite collegate alla politica vivono una vita di lusso, mentre quasi tutti gli altri navigano nella povertà. Nella democrazia socialista del Venezuela, l'economia è stata rovinata dal socialismo, mentre la figlia del defunto Hugo Chavez, il padre del socialismo venezuelano, possiede circa $4.5 miliardi.

  5. Col socialismo vanno al potere le persone peggiori – le più immorali, corrotte, ciniche, indifferenti e brutali – perché il socialismo costringe le persone ad abbandonare i propri piani e ad abbracciare invece quelli dello stato. Non è un caso se il socialismo è associato a personaggi brutali come Stalin, Hitler, Mussolini e Mao.

  6. Il fascismo era solo una variante del socialismo. La parola "nazismo" era un acronimo per nazionalsocialismo. I socialisti tedeschi si distinguevano dai socialisti russi perché definivano il loro socialismo "nazionale" in contrapposizione a quello "internazionale".

  7. È un mito che il socialismo scandinavo abbia avuto successo. Il capitalismo svedese era stato un grande successo alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX. Gli svedesi hanno cominciato a vivere oltre le proprie capacità di crescita adottando negli anni '50 un socialismo democratico. Di conseguenza non è spuntato un solo nuovo posto di lavoro tra il 1955 ed il 1995.

  8. Il socialismo del XIX secolo significava "proprietà pubblica dei mezzi di produzione", ma ora include l'imposta progressiva sul reddito per sostenere lo stato sociale e lo strangolamento del capitalismo con la regolamentazione e la tassazione. Lo stato sociale ha distrutto l'etica del lavoro di milioni di persone; ha distrutto milioni di famiglie; ha causato negli Stati Uniti un aumento del 400% delle nascite fuori dal matrimonio sin dal 1960; e milioni sono stati trasformati in mendicanti per le briciole dello stato.

  9. I sistemi sanitari gestiti dallo stato sono simili a tutte le altre attività gestite dallo stato, operando con tutta l'efficienza del servizio postale e tutta la compassione dell'agenzia delle entrate. Qualcosa così importante come l'assistenza medica non dovrebbe mai essere messa nelle mani di politici e burocrati.

  10. In tutto il secolo scorso e anche di più i problemi peggiori legati all'inquinamento li ritroviamo nei paesi socialisti, come documentato da libri come Ecocide in the USSR. Dopo il crollo del socialismo il mondo ha appreso che, oltre ad essere casi economici disperati, i paesi socialisti erano anche pozzi neri ecologici.

Queste sono solo alcune delle verità ben documentate circa il socialismo, e raramente, se non mai, vengono citate nei campus universitari. Sono tra i principali motivi per cui i marxisti culturali hanno eretto tanti strumenti di ferrea censura nei campus universitari. Sono il motivo per cui le istituzioni come il Mises institute – e tutti gli studiosi ad esso associati – sono così inorriditi dalla loro presente esistenza, e s'impegnano a fornire ai loro studenti – ed a chiunque altro – una fonte di formazione economica alternativa, una formazione in base a principi economici solidi e reali. Nell'Azione Umana Mises scrisse di come i socialisti del suo tempo erano in guerra con l'economia, perché il buon senso economico minacciava i loro piani totalitari. I socialisti di oggi sperano di non dover mai rispondere a tesi e fatti economici sensati, o altrimenti si limitano a censurarli.

Circa 40 anni fa l'economista Bruce Yandle andò a Washington per lavorare per il Council on Wage and Price Stability, pronto ad applicare le sue conoscenze di economia ed istruire i suoi colleghi di lavoro. Dopo tutto, egli ricorda, sarebbe bastato qualcuno di esperto in economia per esporre la stupidità, la dispendiosità, e addirittura la ridicolaggine di alcuni piani statali.



Lo stato serve gli interessi dello stato

Ad un certo punto Yandle si rese conto che la configurazione del terreno normativo sembrava molto diversa a Washington rispetto a quella di Clemson, South Carolina. I regolatori — ed i rappresentanti delle imprese che regolavano — non cercavano di creare un'atmosfera in cui il governo avrebbe generato un set "ottimale" di politiche normative per diminuire i costi di regolamentazione e per rimuovere qualunque "esternalità".

Ma come scrive Yandle:

[...] Invece di presumere che i regolatori volessero minimizzare i costi, ho cominciato a pensare che non volessero affatto minimizzarli — almeno non i costi di cui ero preoccupato — procedendo a commettere errori madornali e sciocchi. Stavano cercando di minimizzare i loro costi, proprio come fa la maggior parte delle persone di buon senso.

Quanto più esaminava la situazione, tanto più si rendeva conto che tutti i vari attori del sistema agivano nei loro interessi personali — regolatori, politici, e quelli regolati — e la combinazione dei loro interessi creava esiti perversi. Il "quadro" che potrebbero avere coloro al di fuori della situazione è irrilevante, poiché ciò che effettivamente accade è diverso.

Lontano dagli obiettivi dichiarati dai regolatori e da coloro coinvolti nel processo — la promozione di un presunto "interesse pubblico" — il vero scopo dell'apparato normativo è la promozione dell'apparato normativo. Il sistema esiste per conservare e proteggere sé stesso.



I socialisti sono interessati al controllo, non alla prosperità economica

Mentre osservo (e partecipo ad) alcune discussioni su Facebook e altrove riguardo il socialismo, sono giunto ad alcune conclusioni sulla natura degli argomenti e le ragioni per le quali i socialisti rimangono socialisti nonostante il totale fallimento delle economie socialiste nel corso della storia. Forse il meme che ogni tanto ricompare — "Se i socialisti capissero d'economia, non sarebbero socialisti" — potrebbe essere vero, ma ne dubito. Per come la vedo io, lo scopo del socialismo è quello di promuovere ulteriormente il socialismo, non migliorare la sorte di una società e certamente non promuovere la prosperità.

In primo luogo, e più importante, la mente dei socialisti funziona in modo diverso da quella degli economisti che considerano l'economia come un mix di fattori tra cui produzione, prezzi, beni finali, mercati ed imprenditori che guidano l'intero percorso. Quelli di noi che sono economisti, sono affascinati da questo processo perché vediamo l'ingegno umano, il coordinamento degli obiettivi di numerose persone e, quando funziona il sistema, uno standard di vita superiore per la maggior parte delle persone.

I socialisti, però, non vedono quello che vediamo noi. Invece, vedono il caos ed esiti disuguali. Non a vantaggio di tutti, giusto? In alcune situazioni qualcuno può perdere il lavoro, o un modo di fare le cose diventa obsoleto. Alla fine alcune persone non saranno aiutate affatto, almeno non direttamente, e nella mente di qualcuno che ha una visione organica della società, il fatto che alcune azioni imprenditoriali abbiano creato prodotti che soddisfano le esigenze di altri è irrilevante. La società avrebbe dovuto fornire quei beni gratuitamente! Le persone non dovrebbero pagare per quello di cui hanno bisogno!

Siete un chirurgo che se la cava bene dal punto di vista finanziario perché avete compiuto miracoli medici per le persone che avevano bisogno dei vostri servizi? Avete sfruttato le persone malate! Siete come Martha Stewart che è diventata ricca mostrando alla gente come migliorare le feste? Che dire dei poveri? Non hanno case belle!

Quando ho iniziato a scrivere di economia quasi 40 anni fa, ero come Bruce Yandle: credevo che tutto ciò che fosse necessario per convincere i socialisti a smettere di essere socialisti, era un argomento economico ben motivato. Spiegare che gli imprenditori non guadagnano profitti sfruttando i lavoratori, ma piuttosto gli imprenditori migliorano la vita dei lavoratori indirizzando le risorse verso usi ritenuti dal mercato più urgenti. Spiegare come un sistema di prezzi comporti esiti moralmente giusti perché, alla fine, indirizza le risorse verso la soddisfazione delle esigenze dei consumatori. E così via.

Credo ancora in questi argomenti, e nel corso degli anni sono arrivato a capirli anche meglio di quando scrissi il mio primo articolo per la rivista The Freeman nel 1981. (È strano come il libro, L'economia cristiana in una lezione, continui ad essere sempre più rilevante ogni volta che lo leggo.) Tuttavia credo che la fine di tutta questa attività sia — o dovrebbe essere — il miglioramento della vita delle persone in un modo che non sia predatorio e porti alla cooperazione volontaria tra gli attori economici. In altre parole, l'attività economica è un mezzo per un fine, e lo scopo è persone libere che guadagnano ricchezza e migliorano il proprio tenore di vita.

Un socialista non vede le cose in questo modo. Lo scopo del socialismo non è uno standard di vita più elevato, o addirittura migliorare la vita dei poveri, per quanto un socialista parlerà del benessere delle persone povere. No, lo scopo del socialismo è il socialismo, o per meglio dire, l'ideale del socialismo. Una volta che viene implementato il socialismo, come accaduto in Venezuela o nell'ex-URSS o a Cuba, l'ideale sociale è ormai stato raggiunto, non importa quale possa essere il risultato effettivo.

Ma per quanto riguarda i problemi che inevitabilmente si verificano in un'economia socialista? I socialisti non sono scossi dalla crisi economica in Venezuela? La risposta è NO. Ad esempio, The Nation, che per generazioni ha sostenuto vari movimenti comunisti, ritiene che il Venezuela soffra di una carenza di socialismo:

Se il socialismo è inteso come un sistema in cui i lavoratori e le comunità (piuttosto che burocrati, politici ed imprenditori ammanicati) esercitano un controllo democratico efficace sul processo decisionale economico e politico, il Venezuela non è affetto da troppo socialismo, ma da troppo poco socialismo. Chi può negare che il Venezuela sarebbe stato meglio se le centinaia di miliardi di dollari inghiottiti dalla corruzione fossero invece finiti nelle mani delle comunità organizzate?

L'autore crede che il socialismo possa essere separato dallo stato, dando plateale sfoggio di disonestà o ingenuità, o forse entrambe le cose. Dopo tutto, l'autore continua affermando che il sistema di controllo dei prezzi imposto dal governo, ha avuto scarso effetto economico e non è stato dannoso; non solo, ma visto che la maggior parte delle aziende in Venezuela è ufficialmente di proprietà privata, egli afferma che il governo ha poco controllo economico sulle loro operazioni. (Come sappiamo, il governo ha sequestrato le imprese, ha arrestato i proprietari di quei negozi che hanno aumentato i prezzi a fronte del diluvio di cartamoneta, e ha vaneggiato di ridicole cospirazioni atte a rovesciare il governo.)

L'unica cosa che l'autore non dice, è che il governo sta implementando le sue politiche e la sua ideologia socialista. Ciò vorrebbe dire che il socialismo ha fallito e nessun socialista abbraccerà mai l'idea che il socialismo possa fallire.

Forse il miglior esempio è il famoso articolo di Robert Heilbroner del 1989 sul New Yorker, "The Triumph of Capitalism," scritto ancor prima che crollasse il muro di Berlino insieme ai governi comunisti dell'Europa orientale e l'URSS. Un anno dopo scrisse, sempre sul New Yorker, "After Communism." Nel suo primo articolo scrisse:

L'Unione Sovietica, la Cina e l'Europa orientale ci hanno dato la più chiara prova possibile che il capitalismo organizza gli affari materiali del genere umano in modo più soddisfacente rispetto al socialismo: per quanto il mercato possa distribuire le merci in modo iniquo o irresponsabile, lo fa meglio delle code in un'economia pianificata [...]. La grande domanda ora è quanto sarà rapida la trasformazione del socialismo in capitalismo, e non il contrario.

Tuttavia è chiaro, soprattutto dopo il secondo articolo, che Heilbroner non stava sostenendo i mercati liberi, ma considerava il crollo del sistema comunista come una pausa strategica in quella che definiva la Lunga Marcia verso il Socialismo. Per raggiungere tale utopia, scrisse Heilbroner, i socialisti dovevano rivolgersi all'ambientalismo. (Che la maggior parte dei paesi socialisti fosse un disastro anche dal punto di vista ecologico, non sfiorò neanche per un momento la mente di Heilbroner, e nessuno dovrebbe rimanerne sorpreso. Per Heilbroner lo scopo del socialismo non era produrre e distribuire equamente le merci; no, lo scopo del socialismo era il socialismo.)

In altre parole, anche dopo aver visto crollare il sistema socialista che economisti come lui, John Kenneth Galbraith e Paul Samuelson avevano elogiato per una generazione, Heilbroner non riusciva ad ammettere che forse i socialisti dovevano abbandonare il loro credo e promuovere il capitalismo. No, Heilbroner decise che i socialisti necessitassero semplicemente di nuove strategie per trovare il modo di implementare un controllo statale (leggi, sociale) sulle risorse e sui risultati economici. È interessante notare che scrisse queste parole anche dopo aver riconosciuto che Ludwig von Mises e F. A. Hayek avevano ragione nella loro valutazione del "problema del calcolo economico" in un ambiente socialista, ma anche tale ammissione non portò Heilbroner a rifiutare in toto il sistema socialista.

Come il personaggio di Fonzie in Happy Days che non riusciva mai ad ammettere di aver "torto", Heilbroner — e altri come lui — non riusciva ad ammettere che il socialismo in qualsiasi forma si sarebbe arenato, sia che si trattasse di fornire cure mediche, che di stabilire severe politiche ambientali, o creare un vasto stato sociale. Il problema centrale che deve affrontare il socialismo — il calcolo economico — non scompare solo perché un governo non possiede direttamente i fattori di produzione e s'impegna in piani economici quinquennali.

Ciò significa che gli economisti come me, non dovrebbero smettere di scrivere sui fallimenti del socialismo o smettere di spiegare come funziona la proprietà privata ed un sistema di prezzi. In primo luogo, non si finisce mai d'imparare né nella vita in generale né nel campo economico. I socialisti potrebbero non essere in grado di abbandonare la loro fede, ma altri che potrebbero essere interessati ad ascoltare argomentazioni ben motivate, potrebbero non unirsi alla Chiesa del Socialismo.

In secondo luogo, non vi è nulla di sbagliato nel dire la verità e solo perché i socialisti ed i loro seguaci sono contrari alla verità, non significa che dobbiamo rinunciare a dire ciò che sappiamo essere vero. Solo perché i socialisti rifiutano di credere che il socialismo sia un fallimento — anche quando le prove dimostrano il contrario — non significa che siano in possesso di una superiorità morale ed intellettuale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


domenica 29 aprile 2012

Il Mito del Monopolio Naturale #3





Terza ed Ultima Parte.




[Originariamente pubblicato in The Review of Austrian Economics 9 (2), 1996.]


Qui il link alla Prima Parte.

Qui il link alla Seconda Parte.

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di Thomas J. DiLorenzo


Il Mito del Monopolio Naturale: Sevizi Elettrici

Secondo la teoria del monopolio naturale, la concorrenza non può persistere nel settore dell'energia elettrica. Ma la teoria è contraddetta dal fatto che la concorrenza ha infatti continuato ad esserci per decenni in decine di città degli Stati Uniti. L'economista Walter J. Primeaux ha studiato la concorrenza nel settore elettrico per più di 20 anni. Nel suo libro del 1986, Direct Utility Competition: The Natural Monopoly Myth, egli conclude che in quelle città dove c'è concorrenza diretta tra le aziende dell'energia elettrica:

  • La rivalità diretta tra due aziende concorrenti è esistita per periodi molto lunghi di tempo — oltre 80 anni in alcune città;
  • Le aziende elettriche rivali competono vigorosamente con prezzi e servizi;
  • I clienti hanno ottenuto notevoli benefici dalla concorrenza, rispetto alle città dove c'erano solo monopoli di aziende elettriche;
  • Contrariamente alla teoria del monopolio naturale, i costi sono in realtà inferiori dove ci sono due aziende che operano;
  • Contrariamente alla teoria del monopolio naturale, non c'è più capacità in eccesso in regime concorrenza di quanto non ce ne sia in regime di monopolio nel settore elettrico;
  • La teoria del monopolio naturale, fallisce su tutti i fronti: la concorrenza esiste, le guerre dei prezzi non sono "serie", vi è un servizio migliore per i consumatori e prezzi più bassi con la concorrenza, la concorrenza persiste per periodi molto lunghi di tempo, ed i consumatori stessi preferiscono la concorrenza al monopolio regolamentato;
  • Eventuali problemi di soddisfazione dei consumatori causati da doppie linee elettriche sono considerati meno significativi rispetto ai benefici dalla concorrenza.[1]

Primeaux scoprì anche che, sebbene i dirigenti delle aziende elettriche generalmente riconoscevano i benefici della concorrenza per i consumatori, personalmente preferivano il monopolio!

Dieci anni dopo la pubblicazione del libro di Primeaux, almeno uno stato — la California — sta trasformando il suo settore dell'energia elettrica "da un monopolio controllato da una manciata di aziende pubbliche ad un mercato aperto."[2] Altri stati si stanno muovendo nella stessa direzione, abbandonando, infine, la teoria infondata del monopolio naturale a favore della concorrenza naturale:[3]

  • La Ormet Corporation, una fonderia di alluminio in West Virginia, ha ottenuto il permesso dello stato per sollecitare offerte competitive provenienti da 40 aziende elettriche;
  • L'Alcan Aluminum Corp. in Oswego, New York, ha approfittato di innovazioni tecnologiche che hanno consentito di costruire un nuovo impianto di generazione di energia a fianco alla propria fabbrica, diminuendo i costi energetici di due terzi. La Niagara Mohawk, la sua precedente (e più costosa) fornitrice di energia, ha citato in giudizio lo stato per aver vietato alla Alcan di utilizzare la propria energia;
  • Le autorità politiche dell'Arizona hanno permesso alla Cargill, Inc. di acquistare energia da chiunque volesse nell'Ovest; la compagnia prevede di risparmiare $8 milioni l'anno;
  • Nuove leggi federali permettono alle aziende di importare energia a basso prezzo, utilizzando le linee elettriche di altre compagnie per il suo trasporto;
  • Il commissario del Wisconsin Public Service, Scott Neitzel, ha recentemente dichiarato, "i liberi mercati sono il miglior meccanismo per rifornire il consumatore [...] il miglior servizio al minor costo";
  • La prospettiva della futura concorrenza sta già costringendo alcuni monopoli di aziende elettriche a tagliare costi e prezzi. Quando la TVA dovette affrontare la concorrenza della Duke Power nel 1988, riuscì a tenere i suoi costi costanti, senza un aumento negli anni successivi.

I potenziali benefici per l'economia degli Stati Uniti dallo smantellamento dei monopoli nel settore dei servizi elettrici sono enormi. La concorrenza farà risparmiare inizialmente ai consumatori almeno $40 miliardi l'anno, secondo l'economista Robert Michaels.[4] Farà scaturire anche lo sviluppo di nuove tecnologie che genereranno uno sviluppo economico grazie a costi energetici più bassi. Ad esempio, "le case automobilistiche e altre utenze del metallo farebbero un uso molto più intenso di strumenti al laser e macchine di saldatura a laser, entrambe le cose sono consumatrici di elettroni.[5]



Il Mito del Monopolio Naturale: la TV via Cavo

Anche la televisione via cavo è un monopolio nella maggior parte delle città a causa della teoria del monopolio naturale. Ma il monopolio in questo settore è tutt'altro che "naturale." Come l'energia elettrica, ci sono decine di città negli Stati Uniti dove ci sono imprese concorrenti per il via cavo. "La concorrenza diretta [...] si verifica attualmente in almeno tre dozzine di giurisdizioni a livello nazionale."[6]

L'esistenza di una concorrenza di lunga data nel settore del via cavo smentisce l'idea che tale settore sia un "monopolio naturale" e quindi abbia bisogno di una regolamentazione del monopolio. La causa del monopolio nella TV via cavo è la regolamentazione del governo, non le economie di scala. Anche se gli operatori del via cavo si lamentano della "duplicazione," è importante tenere a mente che "mentre costruire eccessivamente su un sistema esistente via cavo può abbassare la redditività dell'operatore, migliora in modo inequivocabile la posizione dei consumatori che affrontano i prezzi determinati non dai costi storici , ma dal gioco della domanda e dell'offerta."[7]

Inoltre, come nel caso dell'energia elettrica, i ricercatori hanno scoperto che in quelle città dove ci sono imprese concorrenti per il via cavo i prezzi sono circa il 23% inferiori a quelli degli operatori via cavo monopolistici.[8] Cablevision of Central Florida, per esempio, ridusse i prezzi di base da $12.95 a $6.50 al mese nell'area di "duopolio" al fine di competere. Quando entrò Telestat Riviera Beach, Florida, offrì 26 canali di servizio di base a $5.75 dollari, rispetto all'offerta di 12 canali di Comcast per $8.40 dollari al mese. Comcast rispose aggiornando il suo servizio ed abbassando i propri prezzi.[9] In Presque Isle, Maine, quando il governo della città invitò la concorrenza, l'impresa migliorò rapidamente il suo servizio da solo 12 a 54 canali.[10]

Nel 1987 la Pacific West Cable Company citò in giudizio la città di Sacramento, California, sulla base del Primo Emendamento per aver bloccato il suo ingresso nel mercato del via cavo. Una giuria rilevò che "il mercato del via cavo a Sacramento non era un monopolio naturale e che la tesi di monopolio naturale era una farsa utilizzata dagli imputati come pretesto per la concessione di un singolo franchise per la televisione via cavo [...] per promuovere pagamenti in contanti e servizi di pagamento "in natura" [...] e per ottenere un contributo maggiore dalla campagna elettorale."[11] La città fu costretta ad adottare una politica competitiva per il via cavo, il cui risultato fu che l'operatore via cavo in carica, Scripps Howard, diminuì il prezzo mensile da $14.50 a $10 per competere col prezzo della concorrenza. La compagnia offriva inoltre l'installazione gratuita e tre mesi di servizio gratuito in ogni settore in cui aveva concorrenza.

Eppure, la grande maggioranza dei sistemi in via cavo negli Stati Uniti sono monopoli proprio per le ragioni esposte dalla giuria di Sacramento: sono schemi mercantilisti in base a cui viene creato un monopolio a favore di compagnie del via cavo, che condividono il bottino con i politici attraverso contributi alle campagne elettorali, dirette live gratuite sul tema "community service programming," contributi a fondazioni locali favorite dai politici, partecipazioni azionarie e contratti di consulenza per coloro politicamente ben collegati, e regali vari alle autorità di franchise.

In alcune città, i politici raccolgono questi doni indiretti dai cinque ai dieci anni o più da molte imprese prima di concedere il franchise. Poi godono di una parte delle rendite guadagnate col monopolio. Come l'ex-capo economista del FCC Thomas Hazlett, che forse è l'autorità più importante della nazione sull'economia del settore della TV via cavo, ha concluso, "si può caratterizzare il processo di franchising come palesemente inefficiente dal punto di vista del benessere, anche se produce benefici per il franchise comunale."[12] Le barriere d'ingresso nel settore della TV via cavo non sono economie di scala, ma politiche di fissaggio dei prezzi che esistono tra i politici locali e gli operatori del via cavo.



Il Mito del Monopolio Naturale: Servizi Telefonici

Il più grande mito di tutti in questo senso è il concetto che il servizio telefonico sia un monopolio naturale. Gli economisti hanno insegnato a generazioni di studenti che il servizio telefonico è un esempio "classico" del fallimento del mercato e che la regolamentazione del governo era necessaria per "l'interesse pubblico." Ma, come Adam D. Thierer ha recentemente dimostrato, non c'è niente di "naturale" nel monopolio telefonico di cui gode da tanti decenni AT&T; fu puramente una creazione dell'intervento del governo."[13]

Una volta che i brevetti iniziali di AT&T  terminarono nel 1893, spuntarono decine di concorrenti. "Alla fine del 1894 oltre 80 nuovi concorrenti indipendenti avevano già afferrato il 5% della quota di mercato totale [...] dopo la fine del secolo, esistevano oltre 3,000 concorrenti.[14] In alcuni stati c'erano oltre 200 compagnie telefoniche che operavano simultaneamente. Nel 1907, i concorrenti di AT&T avevano catturato il 51% del mercato della telefonia ed i prezzi venivano spinti nettamente verso il basso dalla concorrenza. Inoltre, non vi era alcuna evidenza di economie di scala, e le barriere d'entrata erano ovviamente quasi inesistenti, contrariamente alla descrizione standard della teoria del monopolio naturale applicata al settore telefonico.[15]

L'eventuale creazione del monopolio telefonico fu il risultato di una cospirazione tra AT&T e politici che volevano offrire un "servizio di telefonia universale" come modo per spendere denaro in una determinata area per ottenere il consenso popolare in vista delle votazioni. I politici iniziarono a denunciare la concorrenza come un "servizio duplicativo", "distruttivo" e "sprecone", e vari economisti vennero pagati per assistere alle udienze del Congresso in cui dichiararono tristemente che la telefonia era un monopolio naturale. "Non c'è nulla da guadagnare dalla concorrenza nel settore telefonico locale," concluse un'audizione al Congresso.[16]

La crociata del governo per creare un'industria telefonica monopolista ebbe infine successo quando il governo federale utilizzò la Prima Guerra Mondiale come scusa per nazionalizzare il settore nel 1918. AT&T gestiva ancora il proprio sistema telefonico, ma era controllato da una commissione governativa presieduta dall'ufficiale in capo del servizio postale nazionale. Come molti altri casi di regolamentazione del governo, AT&T "catturò" rapidamente le autorità di regolamentazione ed usò l'apparato normativo per eliminare i suoi concorrenti. "Nel 1925 non solo ogni stato aveva praticamente stabilito rigorose linee guida sulla regolamentazione delle tariffe, ma la concorrenza telefonica locale era o scoraggiata oppure esplicitamente proibita in molte di queste giurisdizioni."[17]



Conclusioni

La teoria del monopolio naturale è una finzione economica. Non è mai esisto qualcosa come un monopolio "naturale." La storia del cosiddetto concetto di servizio per la colletività risale alla fine del XIX ed inizio del XX secolo in cui le "aziende di servizi pubblici" competevano con vigore e, come tutte le altre industrie, a loro non piaceva la concorrenza. In primo luogo si assicurarono monopoli approvati dal governo, e poi, con l'aiuto di alcuni economisti influenti, costruirono una razionalizzazione ex post per il loro potere di monopolio.

Questo deve essere uno dei più grandi colpi delle pubbliche relazioni aziendali di tutti i tempi. "Con un processo di razionalizzazione rassicurante", scrisse Horace M. Gray più di 50 anni fa, "gli uomini sono in grado di contrastare i monopoli in generale, ma di approvare alcuni tipi di monopoli. [...] Dato che questi erano monopoli erano 'naturali' e poiché la natura è benefica, ne conseguiva che essi erano 'buoni' monopoli. [...] Il governo fu quindi legittimato a stabilire monopoli 'buoni'."[18]

Settore dopo settore, il concetto di monopolio naturale si sta finalmente erodendo. L'energia elettrica, la TV via cavo, i servizi telefonici e le poste, sono tutti sul punto di essere deregolamentati, o legislativamente oppure de facto, a causa del cambiamento tecnologico. Introdotti negli Stati Uniti quasi nello stesso periodo in cui il comunismo stesso fu introdotto nell'ex-Unione Sovietica, i monopoli stanno per diventare altrettanto defunti. Come tutti i monopolisti, useranno tutte le risorse fini all'ultima per fare pressioni e conservare i loro privilegi monopolistici, ma i guadagni potenziali per i consumatori nel libero mercato sono troppo grandi per giustificarli. La teoria del monopolio naturale è una finzione economica del XIX secolo che difende i privilegi monopolistici del XIX secolo (o XVIII secolo, nel caso del Servizio Postale degli Stati Uniti), e non ha utilità nell'economia Americana del XXI secolo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Walter J. Primeaux, Jr., Direct Electric Utility Competition: The Natural Monopoly Myth (New York: Praeger, 1986), p. 175.

[2] "California Eyes Open Electricity Market," The Washington Times, 27 Maggio 1995, p. 2.

[3] La seguente informazione viene da Toni Mack, "Power to the People," Forbes, 5 Giugno 1995, pp. 119-126.

[4] Ibid., p. 120.

[5] Ibid., p. 126.

[6] Thomas Hazlett, "Duopolistic Competition in Cable Television: Implications for Public Policy," Yale Journal on Regulation, vol. 7 (1990).

[7] Ibid.

[8] Ibid.

[9] Ibid.

[10] Thomas Hazlett, "Private Contracting versus Public Regulation as a Solution to the Natural Monopoly Problem," in Robert W. Poole, ed., Unnatural Monopolies: The Case for Deregulating Public Utilities (Lexington, Mass.: Lexington Books, 1985), p. 104.

[11] Pacific West Cable Co. v. City of Sacramento, 672 F. Supp. 1322, 13491340 (E.D. Cal. 1987), citato in Hazlett, "Duopolistic Competition."

[12] Hazlett, "Duopolistic Competition."

[13] Adam D. Thierer, "Unnatural Monopoly: Critical Moments in the Development of the Bell System Monopoly," Cato Journal, Autunno 1994, pp. 267-285.

[14] Ibid., p. 270.

[15] Ibid.

[16] G.H. Loeb, "The Communications Act Policy Toward Competition: A Failure to Communicate," Duke Law Journal, vol. 1 (1978), p. 14.

[17] Thierer, "Unnatural Monopoly," p. 277.

[18] Gray, "The Passing of the Public Utility Concept," p. 10.

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sabato 28 aprile 2012

Il Mito del Monopolio Naturale #2





Seconda Parte



[Originariamente pubblicato in The Review of Austrian Economics 9 (2), 1996.]


Qui il link alla Prima Parte.

Qui il link alla Terza Parte.


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di Thomas J. DiLorenzo


Quanto Erano "Naturali" i Primi Monopoli Naturali?

Non vi è alcuna prova che all'inizio della regolamentazione dei servizi essenziali per la collettività esistesse alcun fenomeno come un "monopolio naturale." Come Harold Demsetz sottolineò:

Sei compagnie elettriche furono organizzate nel 1887 a New York. Quarantacinque le aziende elettriche che avevano il diritto legale di operare a Chicago nel 1907. Prima del 1895, Duluth, Minnesota, era servita da cinque aziende di illuminazione elettrica, e Scranton, Pennsylvania, ne aveva quattro nel 1906. [...] Durante l'ultima parte del XIX secolo, la concorrenza era la situazione abituale nel settore del gas in questo paese. Prima del 1884, sei compagnie concorrenti operavano nella città di New York [...] la concorrenza era comune e soprattutto persistente nel settore telefonico [...] Baltimora, Chicago, Cleveland, Columbus, Detroit, Kansas City, Minneapolis, Philadelphia, Pittsburgh, e St. Louis, tra le grandi città, avevano almeno due servizi di telefonia nel 1905.[1]

In un eufemismo estremo, Demsetz conclude che "si comincia a dubitare che le economie di scala caratterizzassero il settore dei servizi al momento in cui la regolamentazione sostituì la concorrenza di mercato."[2]

Un esempio più istruttivo della non-esistenza di un monopolio naturale nelle industrie dei servizi viene fornita in un libro del 1936 dell'economista George T. Brown dal titolo "The Gas Light Company of Baltimore," che reca il sottotitolo fuorviante, "A Study of Natural Monopoly."[3] Il libro presenta "lo studio del carattere evolutivo dei servizi" in generale, con particolare riferimento alla Società Gas e Luce di Baltimora, i problemi della quale "non sono peculiari all'azienda di Baltimora o allo Stato del Maryland, ma sono tipici di chi si destreggia in tutto il settore dei servizi essenziali alla collettività."[4]

La storia della Società Gas e Luce di Baltimora compare notevolmente in tutta la storia del monopolio naturale, in teoria e in pratica, poiché l'autorevole Richard T. Ely, che era un professore di economia presso la Johns Hopkins University di Baltimora, elencò i problemi della società in una serie di articoli del Baltimore Sun, che furono poi pubblicati in un libro ampiamente venduto. Gran parte dell'analisi di Ely divenne un dogma economico, accettato per quanto riguarda la teoria del monopolio naturale.

La storia della Società Gas e Luce di Baltimora è che, dalla sua fondazione nel 1816, lottò costantemente con nuovi concorrenti. La sua risposta non era solo cercare di competere sul mercato, ma anche esercitare pressioni sulle autorità governative statali e locali affinché non concedessero atti istitutivi aziendali ai suoi concorrenti. La società operò con economie di scala, ma ciò non impedì ai numerosi concorrenti di saltar fuori.

"La concorrenza è la vita delle imprese", aggiunse il Baltimore Sun nel 1851 mentre accoglieva con favore le notizie di nuovi concorrenti nel settore della luce e del gas.[5] La Società Gas e Luce di Baltimora, comunque, "contestò la concessione di diritti di franchising alla nuova società."[6]

Brown afferma che "le compagnie del gas in altre città erano esposte ad una concorrenza rovinosa," e poi cataloga come quelle stesse aziende cercarono disperatamente di entrare nel mercato di Baltimora. Ma se tale concorrenza era così "disastrosa", perchè queste aziende avrebbero voluto inserirsi in nuovi mercati — e presumibilmente anch'essi "rovinosi"? O la teoria di Brown della "concorrenza rovinosa" — che ben presto divenne quella generalmente accettata — era incorretta, oppure quelle imprese erano irrazionalmente golose di punizioni finanziarie.

Ignorando la natura dinamica del processo concorrenziale, Brown commise lo stesso errore che molti altri economisti commettono ancora: credere che la concorrenza "eccessiva" possa essere "distruttiva" se i produttori a basso costo scacciano dal mercato i loro rivali meno efficienti.[7] Tale competizione può essere "distruttiva" per i concorrenti con costi alti, ma è vantaggiosa per i consumatori.

Nel 1880 ci furono tre compagnie del gas concorrenti a Baltimora, che erano ferocemente in concorrenza l'una con l'altra. Cercarono di fondersi ed operare come monopolisti nel 1888, ma un nuovo concorrente sventò i loro piani: "Thomas Aha Edison introdusse la luce elettrica che minacciava l'esistenza di tutte le società del gas."[8] Da quel momento in poi esistette una concorrenza tra le società del gas e quelle elettriche, ognuna delle quali incorse in elevati costi fissi che condusse ad economie di scala. Tuttavia, non si materializzò mai un monopolio "naturale" o di libero mercato.

Quando apparve il monopolio, fu solamente a causa di un intervento del governo. Ad esempio, nel 1890 venne introdotta una proposta di legge nella legislatura del Maryland che "chiese un pagamento annuale alla città dalla Consolidata [Gas Company] di $10,000 l'anno e il 3% di tutti i dividendi dichiarati in cambio del privilegio di godere di 25 anni di monopolio.[9] Questo è l'ormai familiare approccio dei funzionari governativi in collusione con i dirigenti del settore per stabilire un monopolio che penalizza i consumatori, e poi condividere il bottino con i politici in forma di tasse ed imposte sui redditi di monopolio. Questo approccio è particolarmente diffuso oggi nel settore della TV via cavo.

La "regolamentazione" legislativa delle società del gas e dell'elettricità produsse il risultato prevedibile di prezzi di monopolio, di cui la popolazione se ne lamentava amaramente. Invece di deregolamentare il settore e lasciare che la concorrenza controllasse i prezzi, tuttavia, la regolamentazione dei servizi essenziali per la collettività venne adottata per placare apparentemente i consumatori che, secondo Brown, "percepivano che il modo negligente con cui i loro interessi venivano serviti [dal controllo legislativo dei prezzi del gas e dell'elettricità] avrebbe portato ad enormi privilegi di monopolio. Lo sviluppo della regolamentazione di tali servizi nel Maryland rappresentava l'esperienza di altri stati."[10]

Non tutti gli economisti vennero ingannati dalla teoria del "monopolio naturale" invocata dai monopolisti del settore dei servizi essenziali per la collettività e dai loro consulenti economici pagati. Nel 1940 l'economista Horace M. Gray, un assistente del decano presso la University of Illinois, esaminò la storia del "concetto di servizi essenziali per la collettività," inclusa la teoria del monopolio "naturale." "Durante il XIX secolo," osservò Gray, era opinione diffusa che "l'interesse pubblico sarebbe stato meglio promosso da sovvenzioni di privilegio speciale a persone ed imprese private" in molti settori.[11] Ciò includeva i brevetti, le sovvenzioni, le tariffe, le concessioni di terra alle ferrovie, ed il monopolio dei servizi essenziali per la "collettività." "Il risultato finale fu il monopolio, lo sfruttamento e la corruzione politica."[12]

Per quanto riguarda i servizi essenziali per la "collettività," Gray ricorda che "tra il 1907 ed il 1938, la politica del monopolio creato e protetto dallo stato andò consolidandosi in una parte significativa dell'economia e divenne la chiave di volta della moderna regolamentazione dei servizi essenziali per la colletività."[13] Da quel momento in poi, "lo status dei servizi essenziali per la colletività sarebbe stato il porto di rifugio per tutti gli aspiranti monopolisti che trovavano troppo difficile, troppo costoso, o troppo precario garantire e mantenere un monopolio con la sola azione privata."[14]

A sostegno di questa tesi, Gray sottolineò come praticamente ogni aspirante monopolista nel paese cercò di ottenere un "servizio essenziale per la collettività," tra cui la radio, il settore immobiliare, il latte, il trasporto aereo, il carbone, il petrolio e le industrie agricole, per citarne alcuni. In questa stessa linea, "l'intero esperimento NRA può essere considerato come uno sforzo da parte delle grandi imprese per assicurarsi la sanzione legale per le sue pratiche monopolistiche."[15] Le industrie fortunate che furono in grado di farsi assegnare "servizi essenziali per la colletività," usarono perfino il concetto di servizio pubblico per tenere fuori la concorrenza.

Il ruolo degli economisti in questo schema era quello di costruire ciò che Gray chiamò "la razionalizzazione confusa" per "le forze sinistre di privilegio e di monopolio privato," cioè, la teoria del monopolio "naturale." "La tutela dei consumatori sbiadì in secondo piano."[16]

Ricerche economiche più recenti supportano l'analisi di Gray. In uno dei primi studi statistici sugli effetti della regolamentazione delle tariffe nel settore elettrico, pubblicato nel 1962, George Stigler e Claire Friedland non trovarono differenze significative nei prezzi e nei profitti di questo settore con e senza commissioni di regolamentazione dal 1917 al 1932.[17] I primi regolatori delle tariffe non optarono a beneficio del consumatore, ma furono piuttosto "catturati" dal settore, come accadde in tanti altri settori, dal trasporto su gomma alle compagnie aeree alla televisione via cavo. È degno di nota — ma non molto lodevole — che ci vollero 50 anni agli economisti affinché iniziassero a studiare gli effetti attuali, in contrasto con quelli teorici, della regolamentazione delle tariffe.

Sedici anni dopo lo studio di Stigler-Friedland, Gregg Jarrell osservò che 25 stati sostituirono la regolamentazione statale con quella comunale in materia di tariffazione dell'energia elettrica tra il 1912 e il 1917, i cui effetti furono quelli di aumentare i prezzi del 46% ed i profitti del 38%, riducendo il livello della produzione del 23%.[18] Così, la regolamentazione comunale non riuscì a tenere bassi i prezzi. Ma tali servizi videro un aumento ancora più rapido dei loro prezzi, quindi esercitarono pressioni a favore della regolamentazione statale sotto la teoria che i regolatori statali sarebbero stati meno influenzati dalle pressioni di gruppi di clienti locali, rispetto a sindaci e consigli comunali.

Questi risultati delle ricerche sono coerenti con l'interpretazione precedente di Horace Gray del costo della regolamentazione dei servizi pubblici: un piano di fissazione dei prezzi, anti-consumatore, monopolistico.



Il Problema della "Duplicazione Eccessiva"

Oltre alla fandonia dell'economie di scala, un altro motivo che è stato fornito per concedere diritti esclusivi ai "monopoli naturali" è questo: permettere a troppi concorrenti di competere è troppo pericoloso. E' troppo costoso per una comunità, prosegue questa tesi, premttere a diversi fornitori d'acqua, produttori di energia elettrica ed operatori TV via cavo di scavare le strade. Ma, come Harold Demsetz ha osservato:

[Il] problema della duplicazione eccessiva dei sistemi di distribuzione è da attribuire al fallimento delle comunità di fissare un prezzo appropriato all'uso di tali risorse scarse. Il diritto di utilizzare strade di proprietà pubblica è il diritto di utilizzare una risorsa scarsa. L'assenza di un prezzo per l'utilizzo di queste risorse, un prezzo abbastanza alto in modo da riflettere i costi di opportunità di tali usi alternativi come la manutenzione del traffico ininterrotto e le viste non deturpate, porterà alla loro sovrautilizzazione. La fissazione di un costo adeguato per l'utilizzo di queste risorse potrebbe ridurre il grado di duplicazione a livelli ottimali.[19]

Proprio come il problema con i monopoli "naturali" è effettivamente causato da un intervento del governo, così è il problema della "duplicazione delle strutture." E' nato dal fallimento dei governi di mettere un prezzo alle risorse urbane scarse. Più precisamente, il problema è in realtà causato dal fatto che i governi possiedono le strade in cui sono poste le linee di utilità, e che l'impossibilità di un calcolo economico razionale all'interno delle istituzioni socialiste impedisce loro di prezzare queste risorse in modo appropriato, diversamente da come accadrebbe in un mercato con proprietà privata in competizione.

Contrariamente a quanto sostenuto da Demsetz, in questo caso un prezzo economico razionale è impossibile proprio a causa della proprietà pubblica delle strade. I politici benevoli e illuminati, anche quelli che hanno studiato ai piedi di Harold Demsetz, non avrebbero alcun modo razionale per determinare quali prezzi far pagare. Murray Rothbard spiegò tutto questo più di 25 anni fà:

Il fatto che il governo debba dare il permesso per l'utilizzo le sue strade è stato citato per giustificare le normative governative stringenti dei "servizi essenziali per la collettività," molti dei quali (come l'acqua o le società elettriche) devono far uso delle strade. I regolamenti vengono quindi trattati come quid pro quo volontari. Ma così si trascura il fatto che la proprietà statale delle strade è di per sé un atto permanente di intenti. La regolamentazione dei servizi essenziali per la collettività o di qualsiasi altro settore scoraggia gli investimenti in questi settori, privando così i consumatori della migliore soddisfazione dei loro bisogni. Poiché distorce le allocazioni di risorse del libero mercato.[20]

La cosiddetta tesi del "monopolio dello spazio limitato" a favore dei diritti di monopolio, sosteneva inoltre Rothbard, è uno specchietto per le allodole, poiché per quanto molte imprese saranno redditizie in qualsiasi linea di produzione

è una questione istituzionale e dipende da dati concreti come il livello di domanda dei consumatori, il tipo di prodotto venduto, la produttività fisica dei processi, l'offerta ed il prezzo dei fattori, la previsione degli imprenditori, ecc. Le limitazioni dello spazio possono essere irrilevanti.[21]

In realtà, anche se le limitazioni spaziali consentono ad una sola impresa di operare in un determinato mercato geografico, questo non è necessariamente monopolio, poiché "monopolio" è "un appellativo senza senso, a meno che non vengano raggiunti prezzi di monopolio," e "tutti i prezzi in un libero mercato sono competitivi."[22] Solo l'intervento del governo è in grado di generare prezzi monopolistici.

L'unico modo per ottenere un libero mercato dei prezzi che rifletta i costi di opportunità reali e porti a livelli ottimali di "duplicazione" è attraverso il libero scambio in un mercato veramente libero, un'impossibilità assoluta senza proprietà privata e mercati liberi.[23] La politica forzosa semplicemente non è un sostituto fattibile per i prezzi che sono determinati dal libero mercato, perché il calcolo economico razionale è impossibile senza mercati.

Sotto la proprietà privata di strade e marciapiedi, ai singoli proprietari viene offerto un compromesso di prezzi più bassi per il temporaneo disagio di ritrovarsi una compagnia di servizi che scava un fosso nella loro proprietà. Se la "duplicazione" si verifica in un tale sistema, è perché gli individui liberi di scegliere apprezzano di più un servizio supplementare o prezzi più bassi o entrambe le cose rispetto al costo imposto loro dal disagio di un progetto di costruzione temporaneo sulla loro proprietà. I mercati liberi non richiedono né un monopolio né una "duplicazione eccessiva" in un qualunque senso economico significativo.



Concorrenza nel Campo

L'esistenza di economie di scala in servizi idrici, del gas, elettrici, o altri "servizi essenziali per la colletività" non necessita in alcun modo di prezzi di monopolio o di un monopolio. Come scrisse Edwin Chadwick nel 1859, un sistema di gare d'appalto per i servizi privati può eliminare i prezzi di monopolio fintanto che non vi è concorrenza "nel campo."[24] Finché c'è un'offerta vigorosa per il franchise, le conseguenze possono essere un'assenza di duplicazioni di strutture oppure prezzi competitivi del prodotto o servizio. Cioè, l'offerta per il franchise può essere fatta sottoforma di assegnazione dello stesso all'utilità che offre ai consumatori il prezzo più basso per una qualità costante del servizio (in contrasto con il prezzo più alto del franchise).

Harold Demsetz ravvivò l'interesse per il concetto di "concorrenza nel campo" in un articolo del 1968.[25] La teoria del monopolio naturale, sottolineò Demsetz, non riesce a rivelare "i passi logici che portano da economie di scala nella produzione a prezzi di monopolio nel mercato."[26] Se un offerente può fare il lavoro a costi inferiori,

allora l'offerente con il prezzo d'offerta più basso per il lavoro si vedrà assegnato l'appalto, se il bene sia di cemento, elettricità, distributori automatici, o qualsiasi altra cosa, ma il prezzo d'offerta più basso non deve essere un prezzo di monopolio. [...] La teoria del monopolio naturale non fornisce alcuna base logica per i prezzi di monopolio.[27]

Non vi è alcun motivo per credere che il processo di offerta non sarà competitivo. Hanke e Walters hanno dimostrato che un tale processo di licitazione opera in modo molto efficiente nel settore della fornitura idrica Francese.[28]


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Burton N. Behling, "Competition in Public Utility Industries" (1938), in Harold Demsetz, ed., Efficiency, Competition, and Policy (Cambridge, Mass.: Blackwell, 1989), p. 78.

[2] Ibid.

[3] George T. Brown, The Gas Light Company of Baltimore: A Study of Natural Monopoly (Baltimore, Maryland: Johns Hopkins University Press, 1936).

[4] Ibid., p. 5.

[5] Ibid., p. 31.

[6] Ibid.

[7] Ibid., p. 47.

[8] Ibid., p. 52.

[9] Ibid., p. 75.

[10] Ibid., p. 106.

[11] Horace M. Gray, "The Passing of the Public Utility Concept," Journal of Land and Public Utility Economics, Febbraio 1940, p. 8.

[12] Ibid.

[13] Ibid., p. 9.

[14] Ibid.

[15] Ibid., p. 15.

[16] Ibid., p. 11.

[17] George Stigler and Claire Friedland, "What Can Regulators Regulate? The Case of Electricity," Journal of Law and Economics, Ottobre 1962, pp. 116.

[18] Gregg A. Jarrell, "The Demand for State Regulation of the Electric Utility Industry," Journal of Law and Economics, Ottobre 1978, pp. 269-295.

[19] Demsetz, Efficiency, Competition, and Policy, p. 81.

[20] Murray N. Rothbard, Power and Market: Government and the Economy (Kansas City: Sheed Andrews and McMeel, 1977), pp. 75-76.

[21] Murray N. Rothbard, Man, Economy, and State: A Treatise on Economic Principles (Auburn, Ala.: Ludwig von Mises Institute, 1993), p. 619.

[22] Ibid., p. 620.

[23] Ibid., p. 548.

[24] Edwin Chadwick, "Results of Different Principles of Legislation and Administration in Europe of Competition for the Field as Compared With Cmopetition Within the Field of Service," Journal of the Statistical Society of London, vol. 22 (1859), pp. 381-420.

[25] Harold Demsetz, "Why Regulate Utilities?" Journal of Law and Economics, Aprile 1968, pp. 55-65.

[26] Ibid.

[27] Ibid.

[28] Steve Hanke and Stephen J.K. Walters, "Privatization and Natural Monopoly: The Case of Waterworks," The Privatization Review, Primavera 1987, pp. 24-31.

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venerdì 27 aprile 2012

Il Mito del Monopolio Naturale #1

Oggi ci occuperemo di un vecchio mito che ancora aleggia nell'aria. E' davvero un problema che in un determinato mercato ci sia una sola impresa che produce un determinato bene? Forse. Se prendiamo come esempi determinati segmenti di mercato ci accorgiamo di essere "circondati" da monopoli; ad esempio, la Asus ha il monopolio sui notebook, la Fanta ha il monopolio sull'aranciata Fanta, ecc. Ma allora il “monopolio”, ci si potrebbe chiedere, non è un problema? Ovviamente si, ma non perché vi sia una sola azienda a produrre un determinato prodotto. Potrebbe farlo, eccezionalmente ed a prezzi bassi. Qual è quindi il dannato intoppo? I problemi sorgono quando si tenta, e si ha successo, di impedire che altri concorrenti entrino in scena; ad esempio, attraverso vie giuridiche (cavilli legali e burocratici), attraverso la violenza (assoldare delle persone per operare minaccie ed intimidazioni verso coloro che si vuole escludere), ecc. In questi casi il “capitalista,” nonostante possa vendere degli ottimi prodotti e grazie ad essi essere arrivato al successo, vuole solidificare la sua posizione,ottnere "per legge" il diritto al profitto, ed impedire agli altri di fargli concorrenza. Questo è il monopolio da combattere.
Se alcune imprese si "mettono d'accordo" per vendere un determinato bene ad un determinato prezzo, ottenendo grandi guadagni, questo spronerà altri imprenditori ad entrare sul mercato presentando un prezzo minore per accaparrarsi la clientela. Se le quelle stesse imprese in accordo impediscono ai nuovi imprenditori di presentarsi sul mercato, utilizzando mezzi legali, allora quel mercato non è più “concorrenziale” e quindi si genera quella situazione che bisogna ostacolare. Ogni imprenditore, essendo essere umano, mira ad ottenere una certa rendita da una posizione e tentare di proteggersi contro la possibile concorrenza; ma senza l’intervento dello stato in suo soccorso questi scopi non possono essere raggiunti. [Prima Parte di Tre.]
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di Thomas J. DiLorenzo


[Originariamente pubblicato in The Review of Austrian Economics 9 (2), 1996.]


Il termine stesso "azienda che fornisce servizi pubblici" [...] è assurdo. Ogni bene è utile "al pubblico", e quasi ogni bene [...] può essere considerato "necessario". La nomina di alcune industrie come "servizi pubblici" è del tutto arbitraria ed ingiustificata.
    — Murray Rothbard, Power and Market

Alla maggior parte dei cosiddetti servizi pubblici è stata concessa l'esclusiva dei monopoli governativi, perché si pensa che siano dei "monopoli naturali." In parole povere, un monopolio naturale si dice che abbia luogo quando la tecnologia di produzione, come i costi fissi relativamente alti, fa sì che i costi medi totali di lungo periodo diminuiscano con l'espansione della produzione. In tali settori, recita la teoria, un unico produttore sarà in grado di produrre ad un costo inferiore rispetto ad ulteriori due produttori, creando così un monopolio "naturale". Risulteranno prezzi più alti se più di un produttore rifornirà il mercato.

Inoltre, si dice che la concorrenza sia fonte di disagi per i consumatori a causa della costruzione di impianti doppi, ad esempio, scavare le strade per installare due linee del gas o dell'acqua. Evitare tali inconvenienti è un altro motivo offerto dai monopoli statali alle industrie con un declino nei costi medi totali di lungo periodo.

E' un mito che la teoria del monopolio naturale sia stata dapprima sviluppata da economisti, e poi utilizzata dal legislatore per "giustificare" i monopoli. La verità è che i monopoli sono stati creati decenni prima che la teoria venisse formalizzata da un intervento degli economisti, che utilizzarono poi la teoria come una logica ex post per l'intervento del governo. Nel momento in cui venivano garantiti i primi monopoli di stato, la grande maggioranza degli economisti capì che su larga scala la produzione intensiva di capitale non portava al monopolio, ma era un aspetto assolutamente desiderabile del processo concorrenziale.

Qui la parola "processo" è importante. Se la concorrenza è vista come un processo dinamico, di rivalità imprenditoriale, allora il fatto che un unico produttore abbia i costi più bassi in qualsiasi punto nel tempo è di scarsa o nessuna conseguenza. Le forze durevoli della concorrenza — tra cui la concorrenza potenziale — renderanno impossibile il monopolio di libero mercato.

La teoria del monopolio naturale è astorica. Non ci sono prove storiche di un "monopolio naturale" — di un produttore che raggiunge nel lungo periodo costi medi totali ridotti rispetto a tutti gli altri nel settore, creando così un monopolio permanente. Come viene discusso di seguito, in molti dei cosiddetti settori pubblici nel tardo XVIII ed all'inizio del XIX secolo, ci sono letteralmente stati decine di concorrenti.



Economie di Scala Durante l'Era del Monopolio

Durante la fine del XIX secolo, quando i governi locali cominciavano a concedere monopoli, la comprensione economica generale era che il "monopolio" fosse causato dall'intervento del governo, non dal libero mercato, attraverso la concessione esclusiva, il protezionismo, ed altri mezzi. La produzione su larga scala e le economie di scala erano considerate come una virtù competitiva, non un vizio monopolistico. Per esempio, Richard T. Ely, co-fondatore della American Economic Association, ha scritto che "la produzione su larga scala è una cosa che non significa necessariamente una produzione di monopolio."[1] John Bates Clark, cofondatore con Ely, scrisse nel 1888 che la nozione secondo cui le combinazioni industriali "distruggerebbero la concorrenza non deve essere accettata troppo frettolosamente."[2]

Herbert Davenport dell'Università di Chicago suggerì nel 1919 che solo poche imprese in un settore dove ci sono economie di scala non "richiedono l'eliminazione della concorrenza,"[3] ed il suo collega, James Laughlin, osservò che anche quando "un'alleanza è grande, un'alleanza rivale può fornire una competizione più vivace"[4] Irving Fisher[5] ed Edwin R.A. Seligman[6] erano entrambi d'accordo sul fatto che la produzione su larga scala produsse vantaggi competitivi attraverso la riduzione dei costi pubblicitari, le vendite, e costi di spedizione minori.

Le unità della produzione su larga scala andarono inequivocabilmente a beneficio del consumatore, secondo gli economisti d'inizio secolo. Poiché senza una produzione su larga scala, secondo Seligman, "il mondo sarebbe tornato ad uno stato più primitivo di benessere, ed avrebbe praticamente rinunciato ai benefici inestimabili della migliore utilizzazione del capitale."[7] Simon Patten della Wharton School espresse un punto di vista simile "l'associazione di capitale non provoca alcun svantaggio economico per la comunità. [...] Le alleanze sono molto più efficienti di quanto lo fossero i piccoli produttori che esse hanno rimpiazzato."[8]

Praticamente come ogni altro economista dell'epoca, Franklin Giddings della Columbia considerava la concorrenza alla stregua degli economisti Austriaci moderni, come un processo dinamico di rivalità. Di conseguenza, osservò che

la concorrenza in alcune forme è un processo economico permanente. [...] Pertanto, quando la competizione di mercato sembra essere soppressa, dobbiamo indagare cosa ne è stato delle forze da cui è stata generata. Dobbiamo indagare, inoltre, a quale livello la concorrenza sul mercato è stata praticamente soppressa o convertita in altre forme.[9]

In altre parole, un'azienda "dominante" che offre prezzi più bassi rispetto a tutti i suoi rivali in qualsiasi punto nel tempo non ha soppresso la concorrenza, poiché la concorrenza è "un processo economico permanente."

David A. Wells, uno degli scrittori economici più popolari della fine del XIX secolo, scrisse che "il mondo esige abbondanza di merci, e le chiede a basso prezzo; e l'esperienza dimostra che le si può avere solo con l'impiego di grande capitale su vasta scala."[10] E George Gunton ritiene che

la concentrazione del capitale non manda fuori dal mercato i piccoli capitalisti, ma li integra semplicemente in sistemi di produzione più grandi e più complessi, in cui sono in grado di produrre [...] più a buon mercato per la comunità ed ottenere un reddito maggiore per se stessi. [...] La concentrazione di capitale non tende a distruggere la concorrenza. [...] Con l'uso di grandi capitali, di macchinari migliorati e di strutture migliori la fiducia permette alla corporazione di vendere a prezzi più bassi.[11]

Le citazioni qui sopra non sono una selezione, ma piuttosto un elenco comprensibile. Può sembrare strano per gli standard odierni, ma come A.W. Coats sottolineò, alla fine del 1880 c'erano solo dieci uomini che avevano raggiunto uno status professionale a tempo pieno come gli economisti negli Stati Uniti.[12] Così, le citazioni qui sopra coprono praticamente ogni economista di professione che aveva qualcosa da dire sul rapporto tra economie di scala e competitività al volgere del secolo.

Il significato di questi punti di vista è che questi uomini hanno osservato in prima persona l'avvento della produzione su larga scala e non hanno visto che ciò abbia condotto al monopolio, "naturale" o di altra natura. Nello spirito della Scuola Austriaca, hanno capito che la concorrenza è un processo continuo, e che la posizione dominante sul mercato è sempre necessariamente temporanea, in assenza di un monopolio regolamentare creato del governo. Questo punto di vista è anche coerente con le mie stesse scoperte per cui le "società d'investimento" della fine del XIX secolo stavano di fatto diminuendo i loro prezzi ed espandendo la produzione più velocemente rispetto al resto dell'economia — erano le industrie più dinamiche e competitive tra tutte le altre, non monopoliste.[13] Forse è per questo che vennero prese di mira dai legislatori protezionisti e sottoposte a leggi "antitrust."

La professione economica abbracciò la teoria del monopolio naturale dopo il 1920, quando si infatuò dello "scientismo" ed adottò più o meno una teoria della costruzione della concorrenza che calssificava le industrie in termini di rendimenti in costante diminuzione ed incremento (media dei costi totali in diminuzione). Secondo questo modo di pensare, i rapporti escogitati determinavano una struttura del mercato e, di conseguenza, della competitività. Il significato della concorrenza non era più visto come un fenomeno comportamentale, ma come un rapporto costruito. Con l'eccezione di economisti come Joseph Schumpeter, Ludwig von Mises, Friedrich Hayek, ed altri membri della Scuola Austriaca, il processo di rivalità competitiva ed imprenditorialità venne ampiamente ignorato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Richard T. Ely, Monopolies and Trusts (New York: MacMillan, 1990), p. 162.

[2] John Bates Clark and Franklin Giddings, Modern Distributive Processes (Boston: Ginn & Co., 1888), p. 21.

[3] Herbert Davenport, The Economics of Enterprise (New York: MacMillan, 1919), p. 483.

[4] James L. Laughlin, The Elements of Political Economy (New York: American Book, 1902), p. 71.

[5] Irving Fisher, Elementary Principles of Economics (New York: MacMillan, 1912), p. 330.

[6] E.R.A. Seligman, Principles of Economics (New York: Longmans, Green, 1909), p. 341.

[7] Ibid, p. 97.

[8] Simon Patten, "The Economic Effects of Combinations," Age of Steel, 5 Gen. 1889, p. 13.

[9] Franklin Giddings, "The Persistence of Competition," Political Science Quarterly, Marzo 1887, p. 62.

[10] David A. Wells, Recent Economic Changes (New York: DeCapro Press, 1889), p. 74.

[11] George Gunton, "The Economics and Social Aspects of Trusts," Political Science Quarterly, Settembre 1888, p. 385.

[12] A.W. Coats, "The American Political Economy Club," American Economic Review, Settembre 1961, pp. 621-637.

[13] Thomas J. DiLorenzo, "The Origins of Antitrust: An Interest-Group Perspective," International Review of Law and Economics, Autunno 1985, pp. 73-90.

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