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venerdì 11 giugno 2021

La fuga

di Edison Musa

Hong Kong, 18/9/2025, mezzanotte

“Is our secret safe tonight
And are we out of sight
Or will our world come tumbling down?
Will they find our hiding place
Is this our last embrace
Or will the walls start caving in?”

~ Resistance, Muse

Sul tetto del campanile della St. John's Cathedral, George Yeung, un ragazzo nato e cresciuto ad Hong Kong, aspetta standosene seduto in un angolo cercando di nascondere il più possibile il suo corpo con il cappotto isolante.

Teme di essere visto e segnalato dai numerosi droni notturni che sorvolano senza sosta le strade vuote della città. Le loro camere termiche possono intercettare qualsiasi macchia corporea di un essere vivente. La nuova normalità, che doveva essere temporanea, è diventata definitiva nella maggior parte dei paesi industrializzati.

Nelle orecchie del ragazzo risuonano ancora le parole del sacerdote che alla fine dell'ultima messa disse: Il diavolo tenta sempre di costruire la propria casa, ma Dio la distrugge!

George sapeva molto bene a cosa si riferiva e trovò rifugio per alcuni giorni nella chiesa prima che fosse chiusa definitivamente al pubblico.

Per anni combatté assieme ai Freedom Fighters per proteggere la città dall'assalto finale della tirannia. Hong Kong, una delle città più avanzate, libere e prospere al mondo, fu intrappolata anch'essa al sistema centrale del governo tecnocratico mondialista.

Durante gli scontri con l'esercito perse alcuni cari amici che morirono in mezzo alle strade. Altri vennero arrestati e portati in campi di lavoro forzato, mentre altri furono deportati forzatamente in dei centri di rieducazione...

George combatté fino all'ultimo giorno per la libertà e soprattutto per Natalie, la sua ragazza. Dopo il suo arresto, non aveva più avuto sue notizie. Perdere lei per sempre era un idea insopportabile ma era totalmente impotente in una città che era diventata un Panopticon.

Alcune goccioline di pioggia iniziano a cadere sul cappotto del ragazzo mentre stringe a sé il suo piccolo zainetto. Assieme ad un piccolo quadro in cui lui è ritratto abbracciato a Natalie, ha dentro delle pergamene sul pensiero di Lao Tse realizzate da un artigiano e due libri: Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie e Disobbedienza civile di Henry David Thoreau.

Al collo porta una collana con un crocifisso ma che in realtà è una sofisticata chiavetta USB 3.0, la sua spada...

George Yeung è uno dei cypherpunk più famosi al mondo anche se nessuno conosce la sua vera identità, nemmeno lo stato. È conosciuto tramite l'alias "láthe_biósas" (Vivi nascosto, Epicuro).

Ha programmato i migliori software per la difesa della privacy e dei dati dell'individuo, mettendo così al riparo gli utenti dalle grinfie dei Tech Giants. Il suo motto è: "Non alimentare la bestia!"

Sin da quando era adolescente ha frequentato il mondo degli hacker e sa bene quanto sono attuali ai giorni nostri le sentenziose parole dell'antico filosofo greco.

In un mondo iper connesso ed iper sorvegliato, diventare invisibili al sistema è il dovere di ogni essere umano. È rimasto sempre fedele a questa regola, la tecnologia informatica è un'arma a doppio taglio.

Da tempo, ha iniziato ad avvertire dentro di sé una forza che lo invita a cercare e lui non è rimasto impassibile al pericolo incombente per la civiltà umana.

Seguendo le tracce dei soldi sporchi di alcuni individui definiti dalla propaganda mediatica hegeliana come leader globali e filantropi, ha scoperto che loro in realtà sono le persone più misantrope che puoi trovare sulla faccia della terra.

I sponsorizzatori del "Great Reset" stanno attuando il loro losco piano di monitorare e controllare il mondo tramite la sorveglianza digitale.

Agli individui viene proibita ogni libertà d'impresa a cause delle nuove politiche per la bio-difesa e la maggior parte dei business privati sono falliti sotto la trappola del welfare e dei prestiti statali dopo i lockdown.

La classe elitaria di miliardari progressisti ha sfruttato l'isterismo globale a causa del temutissimo SARS-CoV-2® per attuare coercitivamente ed in maniera sistematica la loro agenda criminale marxista.

Ogni monito di ribellione ed indipendenza viene annichilito e persino deriso. Sotto il nome di nazionalismo positivista, una nuova gerarchia fascista regna politicamente in quasi tutti i paesi. Le popolazioni vengono istruite e programmate attraverso i mass media ed i social networks su come pensare, come comportarsi, cosa mangiare, come relazionarsi...

Tutti gli individui e tutte le risorse naturali sono semplicemente parte di un inventario i cui proprietari sono una cricca di psicopatici che vedono la società come ad un'organizzazione che deve essere controllata e plasmata secondo la loro aristocratica visione.

Questa è la nuova realtà, la nuova dannata normalità.

Dentro la chiavetta di George ci sono tutte le prove per mostrare alla gente i veri volti dei loro padroni e soprattutto le loro vere intenzioni, ma ha bisogno di potenti mezzi e macchine per scardinare il nuovo sistema e per rianimare gli spiriti e le menti degli intrappolati.
Il suo crocifisso è la spada che farà perire il Leviatano...

Dalla squadra di soccorso della base pirata nelle Pearl Islands, a Panama, gli sono state date poche informazioni su come lo porteranno via da Hong Kong. Sa solo che non deve in nessun modo farsi scoprire, che non deve assolutamente muoversi dal campanile fino all'orario prestabilito e di non portare con sé apparecchi elettronici radiotrasmittenti come smartphone, tablet, eccetera.

Ad un certo punto vede in lontananza avvicinarsi qualcosa ad una velocità sbalorditiva...
Dopo aver battuto tre volte le palpebre, una figura femminile con dietro un Jet Pack atterra in maniera atletica davanti a lui. È accompagnata da un drone guida che l'ha indirizzata fino a lì.

Gli fa subito cenno di alzarsi in piedi e di voltarsi così lei lo può agganciare alla sua imbracatura il più in fretta possibile.

A George il cuore gli batte all'impazzata, non s'immaginava qualcosa di simile. Con le mani tremanti issa all'asta del campanile la bandiera con la Bahuinia blakeana bianca con cinque petali su sfondo rosso.

Il suo ultimo gesto ribelle prima di ritornarci un giorno e con dentro al petto la speranza di poter riabbracciare Natalie.

La pioggia cade ormai incessante, i due spiriti si librano in aria. Il drone guida gli fa strada inviando inoltre segnali di disturbo ai mini droni che vigilano la città, alcuni smettono di funzionare e cadono nel vuoto.

Le sirene d'allarme hanno iniziato ad echeggiare ovunque...

Per via del doppio peso dei corpi non riescono a raggiungere la velocità massima con il Jet pack ma prima che le autorità di sorveglianza abbiano completa constatazione di quello che sta accadendo in città, loro sono già scomparsi nella linea d'orizzonte tra le tenebre della notte e l'oscurità del mare...

La porta della garitta d'ingresso del sottomarino si richiude appena dopo il rientro della donna volante, del cypherpunk e del drone guida.

I motori AIP ad idrogeno sono già accesi per fluttuare di nuovo negli abissi del pianeta azzurro.

Il primo giorno della vera rivoluzione è appena iniziato.


La città

di Edison Musa

Panama City & The Pearl Islands, 11/9/2025, mezzanotte

“Le seul moyen d'affronter un monde sans liberté est de devenir si absolument libre qu'on fasse de sa propre existence un acte de révolte.”

~ Albert Camus

Una nuova statua della libertà è stata eretta temporaneamente all'Isla del Rey, nel golfo di Panama. È identica a quella famosa che abbiamo tutti impressi in mente, solo che questa è interamente costruita in legno e verniciata di bianco.

Il mondo è cambiato ma nella torcia brucia simbolicamente ancora la stessa fiamma perché il desiderio di libertà arde, ancor più di prima, nel cuore e nelle menti di tanti uomini e donne.

A distanza dal paradisiaco ed incontaminato arcipelago delle isole del golfo, galleggia una nuova realtà nelle acque internazionali che per molti sembrava solo un miraggio, semplicemente qualcosa di sperimentale o uno stile di vita alternativo e bizzarro.

Accanto a delle navi da crociera modificate e piattaforme individuali abitabili, alcuni complessi di isole artificiali permanenti collegate tra loro formano sinergicamente la più grande Seasteading del mondo.

In lontananza s'intravedono le luci di Panama City, la prima città al mondo a diventare completamente privata e quindi la prima ad essere liberata.

Lo skyline della città è diventato ancora più attraente con il grattacielo Bastiat Tower nel distretto finanziario, l'auditorium intitolato ad Ayn Rand nel quartiere di Punta Paitilla ed i nuovi futuristici edifici che svettano nel quartiere di Calidonia dove alcune strade hanno preso il nome di Carl Menger, Jean-Baptiste Say, Albert Jay Nock...

Il giorno dell'inaugurazione i media mainstream, dopo aver dato ampio spazio alle assurdità che spacciano per nuove normalità, ne hanno parlato con un tono sospettoso intervistando politici demagoghi da ogni dove che avvisavano i loro sudditi che in questo modo era in pericolo la democrazia, la partecipazione, l'inclusione...

Ma per gli spiriti liberi ed indipendenti che si guadagnano la libertà con le proprie forze fu finalmente l'opportunità di mostrare al mondo che si possono sciogliere per sempre le catene dal potere corrotto della classe politica, delle banche centrali e delle lobby guerrafondaie.

Fu un atto volontario dei cittadini che decisero insieme di riappropriarsi dei loro diritti naturali perché la libertà si sceglie, non viene imposta e fu un atto coraggioso perché la gente tende a cadere nell'incantesimo dell'ordine sociale collettivista per avere un po' di ordine e sicurezza.

Le incorruttibili ed inattaccabili idee di Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Murray Rothbard ed altri grandi pensatori libertari si sono materializzate nella libera società di Panama City come mai si è visto nella storia dell'umanità.

L'autodeterminazione, il principio di non aggressione, l'ordine spontaneo, la difesa della proprietà privata, la libertà d'impresa, d'espressione e di associazione sono diventate le solide fondamenta per creare prosperità in tutti settori della vita e con un'accelerazione verso il progresso, quello vero dell'individuo, inarrestabile e senza precedenti.

Tutti i servizi urbani sono migliorati nettamente poiché si basano sulla libera concorrenza e le opportunità di lavoro sono più flessibili e remunerative grazie al libero mercato. Grazie alla visione e agli investimenti di molti individui creativi, nuove Startup nascono ogni giorno poiché la burocrazia non è più una palla al piede per l'azione umana.

Molte imprese hanno successo, alcune falliscono. Fa parte della vita.

Oltre ai metalli preziosi, la valuta di scambio più adoperata è diventato il Bitcoin Cash. Tutti sono felici di usare di usare le crittovalute poiché senza libertà economica non c'è libertà individuale e se non hai libero possesso e controllo del frutto del tuo lavoro, non può esercitare né l'una né l'altra.
La possibilità di creare e realizzare concretamente un ecosistema del genere è diventato un esempio virtuoso per tante altre realtà nel mondo e nuove zone territoriali autonome, indipendenti e Seasteading stanno per sorgere. Nuove oasi che daranno vitalità alle società che hanno il coraggio di liberarsi dal potere centrale corrotto alimentato tramite il furto sull'economia razionale e la coercizione militare delle masse.

I regimi democratici invece, sono diventati dei territori che hanno preso fortemente le sembianze delle distopie letterarie di Aldous Huxley, George Orwell e Ray Bradbury. In molti cercano di scappare da queste prigioni a cielo aperto...

Una bandiera pirata è issata su una vecchia nave ancorata in una frazione di mare distaccata dalla Seasteading. Le intenzioni della sua ciurma però non sono malevole, semplicemente a loro piace quella bandiera.

L'equipaggio è formato da cypherpunks, artisti ed intellettuali che sono sfuggiti in tempo dai nuovi totalitarismi sorti sia in oriente che in occidente. Sono scampati dall'arresto e dalla censura perché hanno tentato in tutti i modi di risvegliare le coscienze assopite della gente.
Hanno unito le loro forze e le loro risorse per creare una rete di sostegno per tutti gli eretici che vivono nel nuovo normale mondo.

Dall'altra parte dell'oceano Pacifico è arrivata una richiesta d'aiuto urgente ai pirati. È ora di usare le loro armi segrete perché il contatto da soccorrere porta con sé qualcosa di molto temibile per il sistema criminale che ha tessuto la sua ragnatela ovunque.

Sotto la nave, silenzioso ed invisibile a qualsiasi intercettazione, un sottomarino di piccole dimensioni con una tecnologia a bordo segreta e all'avanguardia sta per partire...


Nascita del Partito Libertario

Sulla scia dei festeggiamenti dell'undicesimo compleanno di Freedonia, ho deciso che oggi sarà lasciato spazio ai lettori che "hanno qualcosa da dire". In particolar modo darò visibilità ad alcuni di loro che mi hanno inviato delle riflessioni che vorrei condividere con il resto dei lettori. Inizieremo con il seguente articolo di uno dei veterani del blog e si proseguirà con due racconti romanzati, i quali attingono a piene mani dal sapere trasmesso dai miei articoli e traduzioni quotidiane.

Buna lettura, quindi, e "Hail Hail Freedonia!" :)

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di Giandomenico Barcellona

Nel mese di ottobre 2020 è stato fondato in Roma il Partito Libertario.

Le ragioni di questa scelta sono profonde: in effetti si avverte l’abbandono da parte di tutte le forze politiche (e non solo in Italia) dell’idea stessa di libertà; che viene sempre più vista come un disvalore e messa in opposizione alla responsabilità. Questa ottica è non solo banale ed errata ma anche pericolosa perché i drammi della storia sono sempre legati alle grandi dittature (mosse quasi sempre dalle grandi utopie) e mai ai movimenti ed ai sistemi liberali.

Al contrario, sono proprio gli attuali sviluppi dell’agenda politica mondiale e o spirito dei tempi a richiedere un approccio particolarmente sensibile all’idea di libertà. Della libertà nel suo senso più ampio, complesso e diffuso per tutti. Senza che da una parte il concetto sia distorto per ammettere la pretesa di sopraffazione verso gli altri ma senza che, specularmente dall’altra parte, si cerchi di approfittare di quelle distorsioni per  giustificare l’oppressione degli individui.

In effetti le trasformazioni sociali in corso sono rilevantissime. Investono questioni geopolitiche, l’uso e l’abuso della tecnologia (per cui si è parlato di capitalismo di sorveglianza), la crisi del sistema finanziario, l’espansione della sfera della biopolitica, la necessità di ripensare il rapporto con l’ambiente, l’accresciuta sensibilità verso la povertà l’eguaglianza e le discriminazioni, le trasformazioni del capitalismo e del lavoro, l’importanza  politica enorme raggiunta da grandi gruppi privati e per questo  la rivisitazione dei concetti di pubblico e privato.

Tanto che in uno dei luoghi più importanti dell’agenda internazionale, il forum di Davos, si è lanciata l’iniziativa denominata “grande reset”.

Tutto questo è capace di incidere fortemente sulle libertà, sui diritti e sui destini delle persone. Ma queste grandi trasformazioni, legate a fenomeni che vanno compresi e gestiti, possono essere affrontate in diversi modi. Il Partito Libertario intende farsi partecipe del dibattito e promotore di una trasformazione nel senso della valorizzazione della libertà di ogni singola persona. Vigilando che le promesse provenienti dalle grandi organizzazioni internazionali, che tutti affermano di voler perseguire, non siano poi contraddette dalla azioni politiche reali.

In questo momento il Partito Libertario, sorto su iniziativa di Fabio Massimo Nicosia, giurista e teorico del diritto, si colloca tra movimento, think tank e partito. Non è dotato di una struttura formale, promuove iniziative e dibattito interno, presentandosi ancora come una sorta di incubatore politico. Ma  ha tuttavia una sua precisa identità culturale e teoria politica, che si ricollega all’idea del geolibertarismo ed alla visione della terra e delle sue risorse come bene comune a tutti gli individui. Non a caso tra le idee promosse da Fabio Massimo Nicosia nei suoi libri si ritrova quella del “common trust” nel quale i beni comuni vengono gestiti direttamente a favore degli individui, che ne posseggono partecipazioni, dando luogo ad un reddito di esistenza che non è una concessione dello Stato ma un diritto di partecipazione alla vita sociale.

D’altra parte esperienze del genere già esistono: si pensi al proposito al dividendo corrisposto ai residenti dell’Alaska (PFD, Permanent Fund Division) proveniente dagli introiti generati dall’estrazione petrolifera.

Il partito trova riferimenti anche nell’ambito del pensiero di diversi pensatori anarchici classici europei (Proudhon) ed americani (Thoreau e Tucker). E’ però anche vicino alle ragioni della libertà di impresa, non demonizzando il profitto, e di quella monetaria. Su quest’ultimo punto si pensi al pensiero espresso da Von Hayek, sul valore dell’impresa e sulla libertà di emissione in contrasto al monopolio. E’ quindi attento anche alle recenti teorie monetarie ed all’idea di moneta positiva, promossa anche da studiosi di provenienza del FMI come Biagio Bossone (tra gli altri).

Al di là dei principi ispiratori, siccome il Partito Libertario esprime non solo un’idea politica ma intende anche esprimere un’azione politica dentro la società, si pone in modo responsabile, dialettico, democratico, costruttivo, serio, non violento e realista. 

Chi è interessato o voglia aderire può visitare la pagina facebook del partito: https://www.facebook.com/Partito-Libertario-105483331240776


martedì 31 marzo 2020

La BCE continua a tirare una situazione già al limite





di Fabrizio Ferrari


Quando il mandato di Mario Draghi si stava avvicinando alla fine, ho detto che la Banca Centrale Europea (BCE) avrebbe avuto bisogno di un governatore più intransigente; quindi non ero affatto entusiasta quando il suo successore è stata Christine Lagarde, una persona accomodante, come si può dedurre dalla sua vicinanza ideologica ad un famoso keynesiano come Olivier Blanchard.

Tuttavia sono qui per difendere la posizione assunta con il suo discorso del 12 marzo, in cui, affrontando le turbolenze economiche provocate dalla crisi del coronavirus, ha dichiarato che non era compito di un banchiere centrale prevenire i movimenti degli spread sui mercati finanziari. Inutile dire come questa posizione sia stata duramente attaccata dai media e dai politici italiani, oltre che dal presidente italiano Sergio Mattarella. Ci sono tre ragioni per cui ritengo che il punto di vista della Lagarde sia giusto. Queste ragioni sono basate sulla politica monetaria, sul quadro istituzionale dell'Unione Europea e sull'attuale situazione dell'economia italiana.



I limiti della politica monetaria

In primo luogo, dobbiamo capire che ciò che Lagarde ha affermato (che non è compito suo impedire che i prezzi dei titoli di stato nell'Unione Monetaria Europea (UEM) divergano) è assolutamente corretto da un punto di vista tecnico. Infatti, se consideriamo l'approccio teorico al ruolo della banca centrale come prestatore di ultima istanza concepito sia da Walter Bagehot che da Henry Thornton (entrambi riconosciuti e rispettati anche dagli economisti neoclassici), scopriamo che la politica monetaria non dovrebbe influenzare i prezzi relativi degli asset. Infatti il ruolo di una banca centrale (cioè, prestatore di ultima istanza in un sistema bancario a moneta fiat e riserva frazionaria) dovrebbe essere quello di concedere liquidità a banche commerciali temporaneamente illiquide, ma solventi, cioè strutturalmente solide. La politica monetaria non dovrebbe in alcun modo essere coinvolta nella gestione (e pasticciare) dei prezzi degli asset, come purtroppo è accaduto nell'UEM sin dall'inizio del QE nel marzo 2015, poiché le interferenze delle banche centrali distorcono la naturale formazione dei prezzi sul mercato, imbastendo il cosiddetto Effetto Cantillon che va ad alimentare investimenti improduttivi (riduzione generale dei rendimenti degli asset e risparmiatori che investono in quelli più rischiosi).

È evidente che la BCE è già stata una banca centrale estremamente interventista; basti pensare che attualmente il bilancio della BCE rappresenta circa il 40% del PIL dell'UEM e che il sistema bancario europeo è già inondato con €1.500 miliardi di riserve in eccesso. Quindi è difficile vedere come un ulteriore spazio per l'interferenza della politica monetaria potrebbe essere giustificabile, anche volendo dar retta ai keynesiani miopi convinti che l'attuale shock del coronavirus sia puramente demand-side, cosa che assolutamente non è.



Il quadro istituzionale dell'Unione Europea

Qui l'argomento è piuttosto semplice. Prima di tutto dobbiamo ricordare che l'UEM è un'unione monetaria in cui gli stati nazionali europei mantengono la propria sovranità fiscale. Il problema con tale quadro è che i nazionalisti monetari italiani, i keynesiani, gli MMTer ed i politici interpretano questo accordo internazionale come segue: "Gli oneri dovrebbero essere messi insieme e affrontati con uno strumento comune (cioè la valuta che condividiamo tutti, l'euro), mentre i benefici dovrebbero essere goduti privatamente dagli Stati membri". Infatti non vedono (o fingono di non vedere), anche in un paradigma keynesiano, che l'unico modo in base al quale la politica monetaria potrebbe essere utile in tale crisi sarebbe se il livello della politica fiscale fosse uguale a quello della politica monetaria.

Questo è esattamente il motivo per cui l'attuale quadro istituzionale dell'UEM, sviluppato nel mondo in cui viviamo, cioè con moneta fiat, riserva frazionaria e macroeconomia keynesiana, fornisce già l'OMT (transazioni monetarie definitive), cioè una rete di sicurezza per quei governi (come quello italiano) che chiedono uno scudo per coprire i costi del loro debito. Tuttavia, dato che l'euro è la valuta di tutti gli europei (e non solo degli italiani), il quadro normativo dell'OMT richiede che lo stato richiedente firmi un memorandum d'intesa, che sostanzialmente trasferisce la sua sovranità fiscale a livello europeo. Quindi è evidente che lo strumento a disposizione del governo italiano per ridurre i suoi costi di finanziamento esiste già e può essere attivato ogni volta che i politici italiani vogliono.

Il problema è che i politici italiani vogliono sperperare la dote di ogni europeo (cioè l'euro, la cui immensa iniezione sbilanciata causerebbe distorsioni dei prezzi) senza attuare quelle riforme fiscali e istituzionali che da sole sarebbero sufficienti a migliorare le loro finanze pubbliche ed a ridurre il costo del finanziamento del debito. In altre parole, gli italiani vogliono essere salvati dall'UE senza essere soggetti ad alcuna condizione. In secondo luogo, non dobbiamo dimenticare che la BCE ha già aiutato molto i governi italiani: il Public Sector Purchasing Program (dicembre 2019) finora ha acquistato circa €370 miliardi in obbligazioni italiane e €530 miliardi di quelle tedesche; tuttavia il PIL tedesco è ora quasi il doppio di quello italiano, il che significa che in termini di percentuale di acquisti di titoli di stato rispetto al PIL nazionale l'Italia ha avuto un enorme privilegio (530/370 = 1,4) attraverso un sostegno sproporzionato di politica monetaria per il costo del finanziamento del suo debito.



La situazione attuale dell'economia italiana

Per dirla senza mezzi termini, non c'è niente che la politica monetaria possa fare ora per la situazione italiana. L'Italia è un esempio di economia che consuma capitali, in cui il livello degli investimenti è crollato (Grafico 1) e la produttività del lavoro ristagna (Grafico 2). Inoltre la demografia sfavorevole (quasi un italiano su quattro ha più di 65 anni) e la natalità decrescente (in media circa la metà dei bambini nati negli anni '50 e '60 nati ogni anno) mettono ulteriormente in rilievo il fragile sistema pensionistico, peggiorato negli anni '70 e '80.

In altre parole, non esiste un trucco monetario o finanziario che possa salvare l'Italia ora: l'unico percorso disponibile è ridurre le spese pensionistiche (che sono le seconde più alte in proporzione al PIL tra i membri dell'OCSE, immediatamente dopo la Grecia) e impiegare queste risorse nella sanità e nella riduzione delle tasse. Tuttavia queste sono tutte politiche che non riguardano il sistema bancario centrale, e sono esattamente le politiche che altri partner europei richiederebbero all'Italia di attuare per poter usufruire dell'OMT.


Fonte: OCSE (2020), PIL per ora di lavoro (indicatore). Accesso 13 marzo 2020. DOI: 10.1787/1439e590-it.


Concludendo, la Lagarde potrebbe essere sembrata indifferente nel suo discorso; tuttavia la sostanza è giusta. L'Italia non può continuare a lamentarsi e sperare in un aiuto esterno: deve gestire il suo destino e deve imboccare una strada, sebbene socialmente e politicamente dura, che ha evitato finora. Le economie crescono, come insegna la teoria Austriaca del ciclo economico, solo se gli attori di mercato sono disposti a rinunciare al consumo oggi e a risparmiare e investire al fine di avere una produzione più elevata (grazie ad una maggiore produttività) domani. Non ci sono scorciatoie.


venerdì 30 marzo 2018

Recensione della trilogia borghese di Deirdre McCloskey





di Alberto Mingardi


Niente forma tanto le nostre opinioni politiche quanto la comprensione della storia. Forse il più influente libro dell’intera tradizione socialista è, The Condition of the Working Class in England, di Friedrich Engels. In quel lavoro, pubblicato quando la collaborazione tra Marx e Engels era agli albori, Engels preparò il terreno per un bel pezzo della futura storiografia. Il libro di Engels è la testimonianza di un borghese tedesco, rimasto scioccato dalle condizioni di vita dei poveri nella Londra del suo tempo.

Nel terzo libro della sua trilogia sui valori della borghesia, la storica dell’economia Deirdre McCloskey ha riconosciuto che lavori come quello di Engels erano una forma di "salutare rottura": “Chiunque legga questo genere di libri, viene strappato dalla comoda ignoranza verso l’altra metà”.

E ancora,

prenderne coscienza non implica perdere la speranza, o peggio prefiggersi di rovesciare il Sistema, se questo alla lunga accresce il benessere tra i poveri ad un tasso ben superiore di quanto fatto da ogni altro Sistema sperimentato fino ad ora (McCloskey 2016, 42).

La trilogia di Deirdre McCloskey (Bourgeois Virtues; Bourgeois Dignity; Bourgeois Equality), ci ricorda incessantemente l’eccezionalità della crescita economica. I tre libri costituiscono una sfida intellettuale volta a rispondere al grande rebus che attanaglia gli storici dell’economica contemporanea: perché è decollata a quel modo la crescita economica, quando precisamente e dove è successo? Perché in Inghilterra? Perché nel diciottesimo secolo?

La risposta della McCloskey è da ora ben conosciuta. Il suo lavoro è imponente, comprende circa 2000 pagine raccolte in tre volumi. A cui vanno aggiunte diverse sue interviste dove quelle tesi sono state succintamente esposte dall’autrice, e un certo numero di articoli specializzati. In poche parole, la sua tesi presuppone che sia la cultura a dirigere ed a creare le condizioni per il cambiamento che poi possono concretizzarsi attraverso lo sviluppo economico. La ricchezza poteva essere creata in dimensioni più estese che mai, ma solo fino a quando tale creazione non fosse stata più percepita come un obiettivo riprovevole.

Questo difficilmente significa che il mondo torni a celebrare come guerrieri e santi gli uomini d’affari, la cui riconoscenza ha assunto i toni celebrativi degli eroi in, Atlas Shrugged, di Ayn Rand. Di ben altra stoffa è lo spirito borghese – una comprensione del lavoro e del commercio più misurata, migliorandosi l’un l’altro attraverso l’acquisto e la vendita – che però ad un certo punto decolla e diventa parte della cultura dominante.

Il primo libro della trilogia Bourgeois Virtues (McCloskey 2006), è organizzato in modo da far recepire al lettore il sostrato etico che possiede il sistema di mercato. Fate attenzione al verbo: possedere, non avere bisogno. Una florida e libera economia di mercato non si sviluppa senza una società che premia le virtù dei borghesi, non solo quelle dei cavalieri. Questo significa la prudenza, il principale carattere del mercante previdente. Ma la prudenza non basta, a chi persegue l’innovazione è richiesto anche il coraggio.

Nel secondo e nel terzo libro della trilogia, Bourgeois Dignity e Bourgeois Equality, emerge con maggior forza il loro essere due parti di uno stesso progetto. La McCloskey qui accentua il ruolo svolto dal commercio “dignitoso” nella costruzione del grande arricchimento; fu un “livellamento” di quella dignità che condusse, attraverso la combinazione delle due forze, alla prosperità. Le persone esprimevano per certo un “egual rispetto” per il loro sforzo, e questo è uno dei due modi in cui la McCloskey utilizza il termine. D’altro canto lei spiega che “quell’uguaglianza” non aveva nulla in comune con l’uguaglianza del risultato, marchio di fabbrica del socialismo, ma piuttosto con l’uguaglianza davanti alla legge: il sovrano non deve discriminare, sebbene lo faccia il mercato. E’ l’uguaglianza “scozzese”, come si espresse in Scozia più che nell’illuminismo francese, “con la sua dura, e seppur tragica, conclusione. Ciò implica uguale compensi per uguali meriti in un mercato dove ognuno, grazie alla libertà di contrattazione, può sempre competere” (McCloskey 2016 XXXII).



Il miglioramento del mondo

Mentre la McCloskey respinge l’uguaglianza dei risultati, evidenzia continuamente come “l’idea dell’uguaglianza della libertà e della dignità per tutti gli uomini abbia causato, e pure salvaguardato, uno stupefacente progresso… materiale” (McCloskey 2016, 403). In questi ultimi due libri, la McCloskey enfatizza come queste idee, questa cultura dell’uguaglianza ben compresa, non sia in conflitto con una paziente e scrupolosa enumerazione dei modi con cui si è esteso “il grande arricchimento”, essendo andato a beneficio proprio dei meno abbienti. Certo, non c’è dubbio ci sia una certa ridondanza nei due volumi. Il lettore, comunque, lo perdonerà facilmente, non appena comprende che la McCloskey non si limita ad avanzare una tesi. La sua è una vera e propria battaglia a favore di una corretta comprensione di ciò che ha significato per tutti noi la Rivoluzione Industriale, prima nel mondo occidentale e più tardi per il resto del globo.

E di questo c’è un disperato bisogno. Il ritratto proposto da Engels, una vita destinata all’indigenza in città lerce, è diventato un cliché della Rivoluzione Industriale. Il suo spaccato del capitalismo agli albori ha formato la conoscenza dell’economia politica di milioni di persone. Questi macchinari erano una meraviglia tecnologica, ma incatenavano i poveri ad una vita di stenti e tutto ciò era percepito come una ovvietà. Solo poche persone sembrano ricordare che la povertà esisteva anche prima della comparsa del motore a vapore. Difficilmente può essere sovrastimata la conseguenza di questa attitudine nei confronti della percezione della legittimità dell’economia di mercato, come sapeva bene F. A. Hayek. In Capitalism and the Historians, egli mise insieme alcuni accademici che erano qualificati quali avanguardie degli storici “revisionisti”, convinti che la Rivoluzione Industriale meritasse un controllo più accurato.

E’ stato solo dagli anni 70 che diverse scuole di storici hanno sviluppato una comprensione più corretta della Rivoluzione Industriale. Purtroppo però le loro scoperte sono ancora relativamente sconosciute al grande pubblico. Il sentiero tracciato da Engels è difficile da scalzare quando è supportato da libri di testo tuttora ritenuti autorevoli.

Profondi e radicati pregiudizi possono causare una mancata comprensione di cambiamenti storici senza precedenti quali la crescita economica moderna. Questo è il soggetto della trilogia di McCloskey: il cambiamento dovuto alla crescita economica. Prima di affrontare in modo più accurato quest’ultimo argomento, dobbiamo esaminare il contenuto dei suoi primi libri.

Due secoli fa l’economia mondiale era al livello dell'attuale economia del Bangladesh… Nel 1800 il consumo medio atteso per figli e nipoti e per le generazioni a venire era, dollaro più dollaro meno, di $3 al giorno. Il calcolo è espresso ed attualizzato ai giorni nostri secondo il costo della vita americano. E’ sconvolgente.

Per contrasto, oggigiorno un cittadino medio di un Paese come il Giappone o la Francia spende probabilmente circa $100 al giorno. Cento dollari contro tre. Questo è l’ordine di grandezza della moderna crescita economica. (McCloskey 2010, 1)

E’ dalla comprensione dell’entità di questo miglioramento economico che la McCloskey trae le sue preferenze in politica economica. In contrasto al socialismo di Engels ed a tutti i numerosi profeti di sventura che hanno fornito una quadro della Rivoluzione Industriale come fonte dell’inquinamento dei fiumi e della corruzione dell’anima, “Il fatto che ancora le persone muoiano in ospedale, non significa che il rimedio sia la semplice rimozione dei dottori” (McCloskey 2016, 43). Quando si affronta la povertà, la crescita economica moderna è la medicina, non la malattia.

La chiave di lettura dell’insegnamento della McCloskey è che una crescita economica di queste proporzioni è la vera novità nella storia dell’uomo.[1] La McCloskey sottolinea che Malthus aveva ragione a sostenere che la produzione di cibo cresceva ad un tasso aritmetico mentre la popolazione, a quei tempi, tendeva a crescere in modo geometrico. In quel contesto era un gioco a somma zero, se uno vinceva l’altro perdeva. La corsa tra progresso tecnologico e crescita della popolazione, osserva la McCloskey citando due storici dell’economia, Voigtlander e Voth, “era una tartaruga contro una lepre”. Infatti:

prima del 1800 il tasso di crescita non era mai stato più alto di mezzo punto l’anno, e d’accordo con l’economista Oded Galor, più vicino a un decimo che all’uno per cento, raggiungendo così al massimo il 64% nell’arco di un secolo. Ma la popolazione poteva crescere al 3% l’anno, e questo significa il 1,800% in un secolo. La tartaruga non aveva alcuna possibilità (McCloskey 2016, 15).

Come è potuto avvenire questo cambiamento? Come la crescita economica moderna è diventata possibile? Per definire in modo accurato l’avvenimento, bisogna guardare a cosa è cambiato rispetto a tutto il resto. La miseria – ovvero la miseria per le masse – è stata la condizione umana naturale da quando Adamo ha morso la mela. Adam Smith non ha cercato le cause della povertà delle nazioni, perché la povertà non ha mai avuto bisogno di una spiegazione. È questa enorme crescita della ricchezza che deve essere spiegata.



Impilare un mattone sopra l’altro?

La risposta della McCloskey è duplice. Da una parte sostiene che “l’innovazione (non gli investimenti o la spoliazione) diedero vita alla Rivoluzione Industriale” (McCloskey 2010, 6). Sostiene che nell’accumulo di capitale, impilare un mattone sopra l’altro, non c’era niente di innovativo. C’è sempre stata prudenza, parsimonia e avarizia, tra le altre cose. Ma ad un certo punto l’accumulo del capitale ha smesso di essere usato per comprare ville sempre più sfarzose e invece ha iniziato ad essere usato per comprare macchinari e aziende. Il capitale ha iniziato ad essere usato per offrire un fiume senza fine di novità, a beneficio di un numero crescente di consumatori.

Ma fu veramente un mattone sull’altro la peculiarità di questo processo? Il più eminente critico del “capitalismo”, Karl Marx, derise “l’accumulo originario” come qualcosa che “gioca in economia politica all’incirca lo stesso ruolo del peccato originale in teologia” (Marx 1871, 784), e su questa falsariga avallò la favola che la parsimonia servisse solo a rafforzare l’amor proprio delle classi più agiate. Ma anziché rigettare l’intera faccenda, sviluppò la propria versione dei fatti. Per Marx il vero accumulo originario avvenne “quando la gran parte degli uomini venne improvvisamente e forzatamente strappata dai loro mezzi di sussistenza e gettati come proletari nel mercato del lavoro” (Marx 1871, 787). Paradossalmente il profeta del materialismo storico – che pretende che politica e cultura siano solo finzioni dei rapporti di produzione – cerca la sorgente dell’accumulo borghese nella violenza politica, in quel mercato degli schiavi prodotto dalle recinzioni dei terreni adottate nel quindicesimo secolo. Dal suo punto di vista, tutto il male accaduto nella storia è il prodotto dell’avvento del capitalismo.

“L’accumulo originario” di Marx potrebbe essere inteso come la versione più elaborata della non infrequente idea che ogni maniera di arricchirsi è sempre alle spese di qualcun altro. Questo, ovviamente, potrebbe accadere, anche perché il mondo non è mai a corto di ladri. Ma fu questo a rendere possibile l’emergere del capitalismo? Non per la McCloskey. “Non è un buon piano per fare affari affidarsi alle briciole guadagnate rubandole alla povera gente”, ha scritto nel secondo libro sulla "borghesia". Se così fosse, “l’industrializzazione sarebbe avvenuta quando il Faraone rubò il lavoro agli Ebrei ridotti in schiavitù”. (McCloskey 2010, 156). Rubare ai poveri non potrà mai “essere una spiegazione sostenibile per un grande arricchimento”.

La crescita senza precedenti sperimentata in Occidente negli ultimi due secoli, richiede una spiegazione differente. Avviene quando la società inizia a creare innovazioni senza precedenti. Questo si traduce in una enorme produttività.

Dal 1800 l’abilità degli uomini di avere cura ed educare se stessi, benché il loro numero crescesse secondo un fattore di sette, è cresciuta per ciascuno secondo un fattore di 10… Noi esseri umani ora produciamo e consumiamo per 70 – 7x10 – volte di più beni e servizi globali rispetto al 1800 (McCloskey 2016, 6).

Sì, questo significa molte cose. Gli individui sono migliorati in senso materialistico: possono contare sulle macchine per lavare i piatti, e possono divertirsi con la TV al plasma e Spotify. Ma vivono anche una vita più salubre; sono liberi di regolamentare i loro appetiti con una dieta vegetariana perché lo vogliono e non perché sono forzati dalle circostanze; sono cresciuti di numero, hanno accresciuto la loro capacità di leggere scrivere e far di conto; guidano auto e utilizzano macchinari complessi.

Questo processo non è stato previsto e tanto meno pianificato. E’ stato in gran parte il risultato di uno sforzo dal basso, ottenuto da persone che erano primariamente interessate alla loro sorte (“non dalla benevolenza del macellaio”). La McCloskey cita l’insigne Premio Nobel, Robert Lucas, il quale ha osservato:

affinché avvenga una significativa crescita in una società, una gran parte delle persone deve sperimentare un cambiamento nelle proprie possibilità di vita, immaginandolo per loro stessi e per i loro figli… in altre parole… lo sviluppo economico richiede “milioni di ribellioni” (Lucas 2002, 17).

Le innovazioni di successo emergono dalla diffusa ribellione nei confronti dello status quo, poiché sono soggette al giudizio dei consumatori, la più alta espressione del mercato. Anziché “capitalismo”, la McCloskey definisce la crescita economica moderna un “miglioramento certificato dal mercato”, o “progresso certificato dal mercato”. Così facendo, ne sottolinea anche gli effetti e le cause: il miglioramento e il processo di sperimentazione (qualche volta generando novità di successo, qualche volta meno efficaci) che lo rende possibile.



Cultura non istituzioni

Ma, al di là dell’innovazione, ciò che la McCloskey si sforza di comprendere è come questo processo di sperimentazione sia diventato possibile e come si sia diffuso. L’arricchimento materiale non ha cause materiali. Lei sostiene che “la comunicazione, l'etica e le idee sono la causa dell’innovazione”. In particolare, “le conversazioni quotidiane relative all’innovazione e al mercato sono determinanti per la loro diffusione ed approvazione” (McCloskey 2010, 7). La sua risposta è questa: la rivoluzione industriale ha bisogno di una cultura accogliente, la quale implica una politica accogliente, ma quest'ultima non va ad attaccare la prima.

Uno degli obiettivi preferiti della McCloskey è il neo-istituzionalismo, che lei definisce ingenuo nella comprensione delle regole del gioco. Al contrario, le critiche alle sue tesi affermano che la cultura è qualcosa di troppo vago per diventare una pietra di paragone su cui poggiare ipotesi scientifiche capaci di spiegare l’origine della crescita economica; la McCloskey replica che lo stesso argomento vale per la parola istituzione. Le istituzioni esistono “primariamente per i buoni principi morali dei partecipanti, motivate e rinforzate dall’opinione morale che le persone hanno sull’una sull’altra. (McCloskey 2016, xxiii-xxiv). Ciò che separa la McCloskey dai neo-istituzionalisti è la sua volontà, e forse il suo entusiasmo, nel tenere in considerazione dati che altri deliberatamente ignorano: i romanzi e il teatro (non tanto l'opera e la musica). Tipicamente considerati immeritevoli di attenzione e di valore scientifico fuori dai confini umani, la McCloskey li considera di importante valore. Rappresentano delle evidenze significative dei comuni preconcetti e credenze di particolari società e di precisi momenti storici – informazioni che in altra maniera non sarebbe possibile ottenere. I romanzi che le persone leggono, gli spettacoli che li divertono, gli autori che prediligono, ci permettono di dedurre qualcosa a proposito del loro punto di vista e dei loro valori.

La McCloskey non fa riferimento ad Austen o Balzac come ad un mero abbellimento del suo lavoro; il riferimento alla letteratura fa parte delle sue prove.

Discutendo il lavoro della McCloskey, Joel Mokyr ha opportunamente evidenziato che “la cultura non può essere compresa senza le istituzioni, così come le istituzioni non possono essere capite senza la cultura” (Mokyr 2014). La cultura e le norme possono rinforzarsi a vicenda, ma bisogna pensare a cosa succede quando sono in disaccordo. Più spesso di quanto non si pensi, abitudini e costume vanno oltre le norme formali. In base agli innumerevoli fallimenti di regole e procedure in Paesi esteri – se pensiamo, ad esempio, al ruolo svolto dagli aiuti esteri in tanti Paesi – tutto questo sembra supportare il ragionamento della McCloskey. Si guardi, ad esempio, all'Italia, dove una simile organizzazione di regole formali può produrre risultati completamente differenti, nonostante siano applicate ad aree geografiche contigue ma caratterizzate da “capitale civile” diverso (il quale è parte di una più larga nozione di “cultura”).

Certo “cultura” rimane un termine molto problematico. Sembra troppo denso, troppo onnicomprensivo per essere usato con perizia e precisione nelle scienze sociali. Inoltre le “idee” per la McClosckey non sono quelle che enfaticamente vengono definite le idee e le attitudini della cultura o della politica delle élite. Un “milione di ribellioni” non è un fenomeno ristretto alle élite, bensì la trasformazione di una mentalità e, in un certo senso di uno stile di vita, che attraversa l’intera società.

Questo spiega l’insistenza della McCloskey nell’uso della parola borghese, che altrimenti potrebbe essere visto come un tentativo di stupire il senso comune, di indignare lo stesso lettore. La McCloskey cita l’accademico della letteratura Franco Moretti, il quale ha scoperto che nella letteratura vittoriana ricorre spesso la tesi di due generazioni poste in competizione l’una con l’altra, la più vecchia in procinto di diventare la borghese e, naturalmente, pronta per essere sostituita e tradita da qualcosa di più giovane e filantropico (McCloskey 2016, 62). Borghese è solitamente un termine che esprime denigrazione, ancora più degradante dell’aggettivo “insignificante”.



Borghese a ragion veduta

La McCloskey non usa il termine borghese per parlare di classe: lo usa perché identifica nella borghesia una nuova ondata di simboli e idee, per mezzo dei quali viene cambiata la vita sociale. Sergio Ricossa, un grande economista italiano sfortunatamente sconosciuto all’estero, ha fatto notare nel 1986 che:

Nella cultura signorile l’eroe era un modello di perfezione e di eroismo, questo implicando un’assoluta dedizione a cause di valore infinito, in comparazione a cui ogni calcolo diventava insignificante e volgare. Il borghese, al contrario, era un calcolatore, prendeva rischi, anche se calcolati, e non era disposto a sacrificare alcunché se non in vista – o con la speranza – di un adeguato compenso. (Ricossa, 2006, 58).

Borghese è un termine utile perché esprime un’attitudine che è equidistante a due differenti, seppur convergenti, comportamenti: l’Etica e i valori dell’aristocrazia e “l’eresia dei salvatori”.[2] I primi considerano i valori economici pari a nulla, tutti intenti a perseguire l’eroismo delle armi. I secondi concordano con l’annullamento dei valori economici, perché tutti i mezzi devono essere al servizio del raggiungimento della salvezza umana, la quale è compatibile solo con l’approntamento di particolari istituzioni politiche.

Al contrario, la mentalità borghese sposa la razionalità pratica, il calcolo prudente ed il miglioramento continuo. Il borghese non sente sé stesso come un cavaliere, né le sue parole annunciano una migliore rigenerazione del mondo. Il borghese ottiene la sua ricchezza attraverso il miglioramento produttivo, diventando un uomo d’affari, un commerciante, un inventore. Laddove il nobile e l’attivista rifiutano di affrontare il calcolo presumibilmente insignificante della vita economica, il borghese non vede nessuna vergogna in esso. Lei sa che “un test commerciale per valutare la fornitura di un bene di consumo, passa attraverso il segnale del profitto monetario. Quando qualcosa verificato dal mercato diventa popolare, determina un guadagno per qualcuno.” (McCloskey 2016, 563). Non c’è nessuna vergogna nel fornire alle persone le cose che piacciono loro.

Questo genere di movimento è un processo mediante il quale le persone percepiscono sempre più sé stesse come esseri liberi di scegliere, ma anche liberi di essere scelti. Loro sono liberi di scegliere nel senso che non sono costretti in quanto consumatori, ma spesso, cosa di non poco conto, tal genere di libertà diventa alla fine parte della loro identità. Come ben sappiamo, siamo spesso in grado di dedurre cose tanto differenti quali preferenze politiche, gusti musicali, o provenienza sociale, dal modo di vestirsi delle persone. Allo stesso modo, dal loro costane esercizio della libertà di scegliere, creano le condizioni affinché essi stessi diventino fornitori di beni e servizi differenti. Adam Smith ha parlato della “divisione del lavoro limitata dall’estensione del mercato”. Più il mercato è esteso, più la specializzazione diventa complessa. Di questi tempi non si trovano "dog sitter" nei piccoli villaggi di montagna, ma nelle grandi città: alcune persone si guadagnano da vivere passeggiando con i cani di altre persone. La crescita economica moderna è un complesso enigma, ma se ha un carattere unificante, è il costante allargamento del grado di scelte disponibili. Questo è in verità l’egualitarismo della borghesia a cui la McCloskey fa riferimento nel titolo del suo libro: un idea di parità di dignità, parità di opportunità nel ricercare la realizzazione di sé stessi, nel perseguimento della propria felicità (citata nel più eminente documento borghese, la Dichiarazione d’Indipendenza).



Un cambiamento nel modo di pensare

L’era della borghesia, così come l’onda della grande crescita economica, inizia quando le persone cominciano a pensare che non c’è alcuna vergogna nel fornire ad altri cose che gli piacciono. Prima di ciò, come l’economista Don Boudreaux ha scritto riassumendo il punto di vista della McCloskey:

Diversamente dai guerrieri che si sporcavano le mani con onore (ossia col sangue), i commercianti si sporcavano le mani col disonore (ossia con il profitto). Diversamente dai nobili che ottenevano la loro ricchezza con onore (ossia incassavano la rendita della terra), i mercanti ottenevano le loro ricchezze con disonore (ossia attraverso lo scambio). Diversamente dai chierici che ricevevano la loro ricompensa con onore (ossia contemplando l’eternità), i borghesi ricevevano la loro ricompensa con disonore. (Boudreaux 2014).

Questa era “la tassa del disonore” scrisse Bourdeaux, che come tutte le tasse “scoraggia le attività che colpisce, rendendo le attività non tassate relativamente più attraenti” (Boudreaux 2014). Ad un certo punto della storia, si ebbe una sostanziale riduzione di quella tassa. Da quando si è iniziato a dire che la vita del venditore non era una vita da canaglia, allora le persone hanno iniziato a considerarla in modo differente: le persone intelligenti e ambiziose hanno iniziato a pensare che fosse una professione di valore da perseguire, senza averne vergogna.

Prendiamo in considerazione la medicina al posto del commercio. Per un lungo tempo nella storia, i medici sono stati per metà parrucchieri per metà dottori. Le cure mediche era considerate complementari alla preghiera, e quest’ultima era generalmente più efficace. Le cose cambiano quando migliorano gli strumenti, la medicina diventa una scienza, le cure sono diventate “industrializzate” con l’ospedale. E tutto ciò ha portato al contempo ad un forte apprezzamento sociale nei confronti dei medici, tant’è che tutte le madri del mondo sono piene di felicità quando i loro figli esprimono il desiderio di diventare dottori. La questione dell’approvazione sociale è determinante per il successo di una professione, poiché spinge un gran numero di studenti brillanti nelle università di medicina.

Nel mio Paese, l’Italia, gli intellettuali tendono a privilegiare le scienze umane alle scienze naturali. Le famiglie tendono a credere che i loro figli non avranno futuro se intraprenderanno studi matematici o scientifici, se non quello di diventare professori delle scuole superiori (carriere con un salario non alto). Questi fattori potrebbero avere qualcosa a che fare con il fatto che nelle università italiane è presente un basso numero di matricole nelle discipline scientifiche, tecnologiche o matematiche, e di conseguenza un basso numero di laureati. Solo ora questa domanda del mercato del lavoro si sta aggiustando, in una economia che si dirige verso l’informatica e la robotica.

Se l’apprezzamento sociale di imprenditori, commercianti e inventori è stata la chiave che ha reso possibile la crescita economica, l’ultimo libro della trilogia della McCloskey affronta difatti le forze che si contrappongono a tale apprezzamento. La McCloskey è ben consapevole che facendo risalire il sorgere della crescita economica moderna alla “cultura”, si è posta in grande dissonanza con gran parte della “cultura” del nostro mondo, che perlopiù si oppone al cosiddetto “capitalismo”. “È accaduto qualcosa di strano nelle menti dei letterati”, scrive (McCloskey 2016 559-568) riferendosi ad “artisti, intellettuali, giornalisti, professionisti e burocrati”.



Il problema degli Intellettuali

La McCloskey non è la prima ad evidenziare il problema. La questione riguardante il “perché gli intellettuali si oppongono al capitalismo?”, tanto per citare il titolo di un lavoro di Robert Nozick (Nozick 1998), è stato uno dei temi del liberalismo classico dello scorso secolo. In ambito accademico, gli intellettuali liberali classici si sono trovati di fronte ad una crescente opposizione proprio da parte dei loro pari. Solo una piccola parte del mondo accademico apprezza il sistema di mercato. Il capitalismo era visto come un sistema senza speranza nel diciannovesimo secolo, mentre una nuova era stava per sorgere, liberata dalla "anarchia della produzione". Gli accademici liberali classici hanno fatto di tutto per opporsi a questa fobia del mercato da parte di molti intellettuali, timorosi “dell’effetto a cascata” che questo avrebbe avuto sull’intera società. Per questo hanno tentato di identificarne lo schema su cui si reggeva, in modo da poter arginare i motivi che facevano schierare tanti intellettuali contro l’economia di mercato. Molti di loro pensavano che il cosiddetto interesse personale avesse avuto un ruolo importante nell’antipatia dei loro colleghi verso le relazioni commerciali, e alcuni di loro teorizzavano che gli intellettuali erano primariamente motivati dal risentimento. La McCloskey pensa che non ci siano vere prove in tal senso.

La prima serie di risposte alla domanda “perché gli intellettuali si oppongono capitalismo?” può essere sintetizzata prendendo come riferimento il lavoro di Ronald Coase, The Market for Goods and the Market for Ideas (Coase 1974, 384-391). Gli intellettuali sono fortemente favorevoli verso un’alta regolamentazione del mercato delle “cose”, ma non così tanto per il mercato delle idee, dove si oppongono in modo irremovibile.

Il mercato delle idee è il mercato in cui gli intellettuali conducono i loro commerci. Questo li conduce al paradosso prodotto dalla convergenza dell'interesse personale con l'autostima. Quest'ultima porta gli intellettuali ad enfatizzare l’importanza del loro mercato. Viceversa quello degli altri sembra naturale che debba essere regolato, soprattutto se molti intellettuali identificano in sé stessi coloro che dovranno farlo. Allo stesso modo l'interesse personale combinato con l'autostima assicura loro che, mentre gli altri vengono regolati, la medesima regolazione non deve essere applicata a loro. (Coase, 384-391)

Milton Friedman argomenta per analogia evidenziando che per gli intellettuali le soluzioni coercitive sono sempre più facili da vendere ad un largo pubblico più che quelle basate sul mercato. “Le soluzioni collettiviste sono più semplici. Se c’è qualcosa di sbagliato basta una legge per porvi rimedio” (Cobb, Maghan, Raico 1974), e una risposta semplice vende più libri e riviste di una risposta complicata.

La seconda serie di risposte è stata data da pensatori diversi come Joseph Schumpeter, Ludwig von Mises e Robert Nozick. Per Nozick gli intellettuali sono semplicemente persone che erano studenti di successo nella propria classe, dove le ricompense erano distribuite attraverso modalità definite da un'autorità centrale. Una volta usciti da scuola ed entrati nel mondo del lavoro, sono rimasti sconvolti nel constatare quante competenze differenti venivano premiate rispetto a quelle in loro possesso, per le quali si erano esercitati.

Gli intellettuali vogliono che l’intera società diventi, per decreto, una grande scuola, per ritornare in quel piacevole ambiente dove si erano trovati così bene ed erano stati tanto apprezzati (Nozick 1998, 10).

Schumpeter e Mises sottolineano come il capitalismo per la prima volta nella storia abbia generato un'abbondante istruzione di massa. Da questo punto di vista, la scuola di massa crea un'eccedenza di intellettuali, i quali difficilmente potranno trovare un lavoro conforme alle loro aspettative. Da questo nasce e si sviluppa quel risentimento contro il capitalismo. La loro evoluzione anti-capitalista si rinforza quando si rendono conto che i partiti politici e la burocrazia saranno potenzialmente i loro principali datori di lavoro.

In età avanzata Mises ha scritto un breve ed illuminate saggio, The Anticapitalist Mentality. Mettendo in evidenza quanto gli intellettuali fossero colpiti dalla povertà di gusto delle masse, e il carattere irreversibile di questa mancanza:

Il capitalismo poteva rendere le masse tanto ricche da potersi permettere di acquistare libri o riviste. Ma non le poteva dotare della capacita di discernere un Mecenate o un Can Grande della Scala. Non è una mancanza del capitalismo se l’uomo comune non è in grado di apprezzare libri non comuni (Mises 1956, 52).

Da notare che il problema non è la semplice cecità degli intellettuali nei confronti delle virtù del mercato e del libero scambio, ma la loro distonia con l'accadimento storico rappresentato dalla crescita economica moderna, la quale ci ha dato la produzione di massa e ci ha fatto diventare parte della cosiddetta “società dei consumi”.

La McCloskey mantiene un atteggiamento indulgente verso i suoi oppositori. O almeno appare indulgente ad una prima occhiata. Ci fa notare che l’anti-capitalismo può emergere per diverse ragioni, incluse quelle psicologiche: “È raro che gli intellettuali francesi e inglesi del diciannovesimo secolo non fossero simultaneamente figli della borghesia ed inflessibili oppositori a tutto ciò che è borghese” (McCloskey 2016 597). Ma l’anti-capitalismo cresce anche perché le verifiche del mercato disturbano quelle società mancanti di una prima generazione pienamente arricchita” (McCloskey 2016, 595).

Che il mondo fosse già sfuggito alla trappola malthusiana era già abbastanza chiaro al tempo in cui Engels scrisse, The Conditions of the Working Class in England: il reddito medio era già abbastanza cresciuto, seppur non ancora “alle vette raggiunte nel terzo quarto del diciannovesimo secolo” (McCloskey 2016, 608). Quell’immagine di desolazione ha eccitato la fantasia degli storici ed è stata immortalata da romanzieri, pittori e fotografi.

Ma essenzialmente, sostiene la McCloskey, gli intellettuali anti-capitalisti non comprendono ciò di cui stanno parlando. “Gli economisti e gli storici dell’economia lo sanno, in termini quantitativi” (McCloskey 2016, 26). Loro hanno una percezione quantitativa del calo del tasso di analfabetismo (“dal 90% della popolazione adulta mondiale nel 1850 al 20% nel 2000”); o quanto “la speranza di vita… sia cresciuta vertiginosamente… da una aspettativa di vita alla nascita di meno di trent’anni nel 1800 a cinquantadue nel 1960 ed a settanta nel 2010, includendo anche le zone povere del mondo” (McCloskey 2016, 26-27); o quanto “l’accesso all’acqua potabile abbia enormemente contribuito a tutto ciò” (McCloskey 2016, 27).

Certo, gli intellettuali, di destra e di sinistra, si sono sempre lamentati “del carattere di masse della nostra società” (McCloskey 2016, 25); come se la produzione di massa abbassasse l’apprendimento, la cultura o la morale. La McCloskey è d’accordo con George Stigler quando alla fine sostiene che la critica degli intellettuali alla società di massa è mal posta, e per molti versi ipocrita (Strigler 1967, 5). Strigler sostiene che:

Molte società sono state giudicate dalla loro cultura aristocratica. Infatti in periodi remoti la maggior parte della popolazione non era considerata né parte della cultura né della società: la maggior parte erano analfabeti, sottomessi alla tradizione, e gran parte di quelle persone viveva un’esistenza brutale in baracche miserabili. Viceversa ora il nostro senso sociale si forma sulla maggioranza della popolazione, e questa maggioranza oggi è generosa, insoddisfatta, impegnata duramente nel lavoro, per una larga parte concentrata in uno sforzo senza precedenti nella propria educazione, vorace frequentatrice abituali delle arti. (Strigler 1967, 5-6)

Maggior benessere, cultura del mercato, più “uguaglianza borghese”, la società tende ad essere più giusta. “La globalizzazione, il neoliberismo e Milton Friedman sono stati un bene per i poveri, in una maniera senza precedenti” (McCloskey 2016, 73). Perché i letterati non riescono a leggere i dati?



Non una vera meritocrazia

La risposta della McCloskey è che questi sono diventati degli “Neo-pseudo-aristocratici”, i quali credevano nel “merito” ma lo giudicavano non strettamente in termini monetari (McCloskey 2016 124). Il suo punto di vista è simile a quello di Nozick: gli intellettuali si risentono verso il mercato perché non ricevono quel premio per i loro sforzi che invece credevano di meritare. Ma l’autrice amplia il punto di vista di Nozick, facendo notare che gli intellettuali considerano il “merito” in termini strettamente aristocratici. Loro non sopportano la caratteristica per eccellenza del mercato: il cambiamento, quello che noi osserviamo nei prodotti e nei costumi, e che spesso rende obsolete le vecchie gerarchie, comprese le gerarchie dei meriti.

La crescita economica moderna è stata veramente “la grande trasformazione” (McCloskey 2016, 543);[3] il passaggio “dallo status al contratto”. Tutto ciò significa una maggiore mobilità sociale, ma anche erosione della gerarchia. Questa è stata una storia molto stimolante (in tre generazioni, una parte consistente delle varie famiglie è passata dalla condizione di contadini a quella di professionisti istruiti nelle università), ma ha anche generato un grande spavento. Essere bloccati in una posizione sociale può essere una maledizione, ma è psicologicamente confortevole. Per qualsiasi accadimento negativo, si può facilmente dare la colpa alla nascita o al destino. In una società basata sul contratto, le persone sono ricompensate per la loro abilità di soddisfare i bisogno dei loro simili.

Molte persone vivono con dolore il ruolo assegnato al profitto, in particolare il ristoratore che pensava fosse una buona idea aprire un locale solo per scoprire successivamente che la sua è stata una pessima idea (McCloskey 2016, 568).

La McCloskey sa bene, e lo enfatizza fortemente, che la società borghese non è in senso stretto una “meritocrazia”, che i consumatori possono non avere gusto o gli imprenditori possono solo essere più fortunati e non “migliori” dei loro competitori. E questo in verità non è il motivo dell’esistenza del mercato: non esiste per premiare il migliore, qualsiasi cosa significhi, ma per dare alle persone le cose che vogliono. In questo senso possiamo leggere ciò che la McCloskey chiama “la riforma borghese”, l’immaginario patto sociale tra gli innovatori e gli uomini d’affari e tutti noi.

Lasciateci distruggere in modo creativo il vecchio modo di fare le cose, la falce, il carro trainato dai buoi, le lampade ad olio, gli aeroplani ad elica, le macchine da presa, e la fabbriche senza l’alta tecnologia dei robot, e vi renderemo tutti ricchi. (McCloskey 2016, xxxiii).

Nessuno, ovviamente, ha sottoscritto coscientemente questo patto: ma nella società borghese questo è il comune sentire, la silenziosa accoglienza riservata alla celebrazione delle “milioni di ribellioni”. Questo tipo di attitudine è più comune negli Stati Uniti che nei Paesi europei, dove un non piccolo numero di imprese di successo inizia nel garage di un innovatore.



Libri inusuali

I libri della McCloskey sono alquanto inusuali, perciò facilmente godibili da un pubblico di non specialisti. Il suo stile rapsodico in Bourgeois Equality, come pure nei precedente, è coinvolgente e accessibile anche al profano. Lei è un’economista che sa scrivere, che rende la lettura piacevole. I suo lettori di lunga data non saranno sorpresi nel venire a sapere che tra i suoi sforzi accademici, c’è stata la pubblicazione di un piccolo e divertente libro proprio sugli accademici (McCloskey 1999). Inoltre la McCloskey è certamente colpevole di un eccesso di generosità verso gli autori che ammira. Il lettore viene messo a conoscenza di nomi e riferimenti con una pedanteria di cui farebbe certamente a meno. La McCloskey è ossessionata dal proposito di dare a ciascuno ciò che lei gli deve, vuole menzionare a tutti i costi quegli accademici che le hanno fornito informazioni utili. Questa generosità è apprezzabile e nobile, ma spesso appesantisce pagine altrimenti molto belle. Ed infatti le belle pagine non mancano in questi libri. La McCloskey travolge il lettore con fatti, intuizioni, stile.

L’importanza del lavoro di Deirdre McCloskey difficilmente può essere sottovalutata. Se inserite in un motore di ricerca “Deirdre McCloskey bourgeois” i risultati sono 215,000 collegamenti. La sua trilogia è stata largamente recensita e largamente discussa. Ancor più importante, grazie alla sua infaticabile testimonianza in ogni parte del mondo, ha aiutato a cambiare la retorica tanto dei singoli accademici quanto dei think tank, tradizionalmente attaccati ai classici argomenti del liberalismo: governo minimo e libertà di mercato. La “riforma della McCloskey” è l’aver evidenziato gli indiscutibili benefici materiali prodotti da queste idee per le masse, ed in alcuni casi il modo in cui vennero messe in pratica. Ricordare al pubblico la grandezza del cambiamento sperimentata da quando James Watt perfezionò il motore a scoppio; imparare ad apprezzarlo significa aiutare a non metterlo a rischio.

Di recente la McCloskey, riferendosi al suo approccio, lo ha definito “liberalismo umano” (McCloskey 2017, 10). Tutte le etichette sono per definizione imperfette, e questa non la è di meno. Per un verso, il liberalismo, come ogni teoria politica, si occupa dell’uomo, non di uccelli o greggi. D’altro canto, il liberalismo è stato umanitario fin da principio: si pensi a quanto ha fatto per limitare il potere assoluto, l’abolizione della schiavitù, per permettere alle persone di fare ciò che vogliono del proprio corpo e con le cose di loro proprietà. Che il liberalismo metta “il profitto prima delle persone” è una caricatura che la McCloskey ben conosce.

Il più grande valore dell'opera della McCloskey è che sottolinea un punto a volte dato per scontato dai liberali classici. Il liberalismo classico è una filosofia per l'uomo comune. Non gli importa delle visioni (aristocratiche) di grandezza ed eroismo, e non è appassionato di crociate (di sinistra) per l'umanità che non considerano affatto le vite dei singoli individui. Comprende il grande arricchimento proprio perché ha portato una prosperità senza precedenti ad un gran numero di persone.

Il carattere innovativo dell’opera della McCloskey, è l’aver dato un più solido terreno di difesa a ciò che ha iniziato l’economista Ludwig von Mises, quando, negli anni venti del secolo scorso, era il solo ed unico difensore del liberalismo classico. I demagoghi, scrisse Mises, dipingono la rivoluzione industriale come se “tutti i progressi della tecnica e della produzione fossero ricaduti ad esclusivo beneficio di pochi, mentre le masse affondavano sempre più nella miseria.” Ma:

basta solo una minima riflessione per comprendere che i frutti della rivoluzione tecnologica e industriale hanno prodotto un miglioramento e una soddisfazione proprio ai desideri delle grandi masse. Tutte le grandi industrie che producono beni di consumo lavorano direttamente a loro beneficio; tutte le industrie che producono macchine per la produzione di semilavorati lavorano indirettamente per loro. Il grande sviluppo industriale delle ultime decadi – comprese quelle della seconda metà del diciottesimo secolo – hanno prodotto un miglior soddisfacimento dei bisogni delle masse. Lo sviluppo dell’industria dell’abbigliamento, della produzione di scarpe, e i miglioramenti nel processo di distribuzione dei beni alimentari hanno avvantaggiato il grande pubblico. E’ grazie a queste industrie se oggi le masse sono meglio vestite e curate come mai prima. Comunque la produzione di massa non ha provvisto solo a cibo, alloggio e vestiti, ma anche ad altre richieste da parte della moltitudine. I giornali servono la massa tanto quanto l’industria del cinema, persino il teatro e altre simili fortezze dell’arte sono diventate, giorno dopo giorno, luoghi d’intrattenimento. (Mises 1927, 10-11).

Nell’età in cui formidabili guadagni avevano dato vita a grandi uomini, Mises ci ricorda l’uomo comune. Per troppo tempo questo punto di vista è stato omesso. Lo slogan “spennare il ricco”, senza considerare le possibili ricadute su innovazione e produttività, non funziona. “Produzione” e “distribuzione” di ricchezza sono state distinte in modo analitico, come se l’alterazione di quest’ultima non potesse mai danneggiare la prima. I consumatori sono stati biasimati per il decadimento morale, e pochissimo rispetto è stato prestato alla libertà di scelta delle persone.

Le poche voci dissidenti hanno spesso mancato quella comprensione storica del cambiamento che le avrebbe rese più forti. Una miglior apprezzamento dell’Era Borghese può dar loro coraggio. Questo liberalismo classico come filosofia dell’uomo comune, è ciò che rende perfetta la meravigliosa trilogia della McCloskey.


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Note

[1] La McCloskey fornisce una critica dettagliata dei "continuisti", i quali considerano la rivoluzione industriale nient'altro che una continuazione dei redditi in lieve aumento in Europa (McCloskey 2016, 533). Va detto che la stessa McCloskey è stata la principale critica di una delle presunte "discontinuità", cioè il comportamento dei proprietari terrieri e dei contadini prima e dopo i recinti. La McCloskey pensa che la dispersione delle trame aiutasse gli agricoltori a ridurre al minimo il rischio nelle colture, e quindi che l'uscita da un sistema del genere diventasse razionale solo quando le possibilità tecniche avrebbero consentito la concentrazione della terra senza rischi maggiori. Quindi non era un cambiamento istituzionale a rendere possibile il comportamento razionale, ma il cambiamento tecnologico e delle condizioni economiche. Si veda McCloskey (1991).

[2] Come usato in Minogue (1963).

[3] In Bourgeois Equality, la McCloskey discute dell'influenza che Karl Polanyi ha avuto sul clero (McCloskey 2016, 543-552).

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venerdì 25 luglio 2014

Fiat money, fiat market, fiat people

Oggi battezziamo su queste pagine il primo scritto di uno degli utenti più affezionati di Freedonia. Attraverso i suoi pensieri ci farà viaggiare nel flusso del tempo e dello spazio portandoci ad osservare la realtà nuda e cruda. Attraverso le sue parole il lettore riesce ad immedesimarsi nel mondo che lo circonda e a comprendere in modo netto e conciso causa ed effetto in economia. Non è un esercizio semplice. Al giorno d'oggi la maggior parte degli individui è incapace di scandagliare correttamente questo principio fondante dell'economia. Addirittura la maggior parte degli economisti mainstream non riesce a carpire questo principio. Altrimenti non penserebbero che la stupenda performance dell'S&P500 sia dovuta a fondamentali sani e segnali economici in accordo con le forze di mercato. Guardate questo grafico. Pensate che sia una coincidenza? Se il piano sarà quello di terminare il QE ad ottobre, vedremo le conseguenze. Nel frattempo abbiamo l'occasione di assumere quegli anticorpi che ci permetteranno di comprendere come i manipolatori centrali tentano di direzionare artificialmente l'ambiente economico. Nel frattempo avremo la possibilità di immunizzarci da tutti quei venditori di fumo che cercano di vendere vecchie soluzioni come nuove, cercando di tirare nuovamente a lucido la figura di una entità centrale. Nel frattempo avremo l'occasione di ricordare agli individui come la Scuola Austriaca abbia affermato sin dal crollo del 2008: "Vi avevamo spiegato come e vi avevamo spiegato perché." Vi lascio, quindi, alle semplici, seppur incisive, parole del nostro Dna, il quale ci darà prova di come la società attuale possa ancora avere una speranza di sopravvivere al dolore economico prossimo venturo e di come possa ritrovare il proprio faro nella notte dell'ignoranza: il buon senso.
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di Dna


“[…] Mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all'affermazione della verità. E la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. […] Com'è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate un colpevole.. non c'è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l'avete fatto. So che avevate paura. E chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie. C'era una quantità enorme di problemi […].”

-- V for Vendetta (2005)


Con questo testo vi propongo alcune riflessioni da affezionato lettore/commentatore di Freedonia. Mi auguro che la lettura risulti agile, interessante, non banale e che possa fornire ulteriori spunti per altre riflessioni a tutti quelli che stanno cercando risposte alternative a quelle che finora hanno trovato o sono state loro fornite. Risposte alle domande di V: Che è successo? Com'è accaduto? Di chi è la colpa? Come andrà a finire? Non troverete alcun contributo "scientifico" al corpus della Scuola Austriaca di Economia, né citazioni particolari di opere ed autori. Tutto ciò che leggerete è solo la mia opinione e deriva dalla mia interpretazione degli eventi secondo ciò che fin qui credo di aver capito dell'ottica economica "austriaca". Alla fine, troverete alcune considerazioni, probabilmente non originali, ma credo coerenti e stimolanti.

Una delle linee di ricerca della Scuola Austriaca di economia è lo studio delle conseguenze pratiche, non solo economiche, ma anche sociali e culturali, di un mercato profondamente controllato/regolato da un’autorità centrale dotata di potere inoppugnabile e costante d’intervento. Dal mio punto di vista, questo rappresenta uno dei contributi più importanti per comprendere il quadro generale ed anche i dettagli della realtà quotidiana. Una volta che si afferra la lente “austriaca” e si capisce come usarla, si riesce a “vedere” laddove, altrimenti, sarebbe soltanto una densa nuvola di fatti sconnessi, di sensazioni alterate, di immagini incerte, di illusioni ingannevoli, di parole oscure e numeri misteriosi.

Tanti pezzi dispersi di un immenso puzzle difficile da ricomporre se non si dispone di una corretta linea interpretativa, di un metodo chiaro e di una metodologia sicura, di una sana teoria della conoscenza, cioè, di una epistemologia appropriata e veritiera. Questa è, secondo me, la “pillola rossa” di Matrix, il filo di Arianna che consente a Teseo di entrare ed uscire vivo dal Labirinto di Minosse. Di vedere con chiarezza l’oggi e prevedere alcuni probabili esiti.

Ebbene, la Scuola Austriaca, attraverso l’interpretazione dell’azione economica umana, individuale, libera e volontaria, fornisce gli strumenti cognitivi più idonei a capire come opera quel gruppo di individui che prospera organizzandosi in un sistema di controllo e coercizione che per semplificazione chiamiamo Potere. Cioè, per dirla alla Oppenheimer, come operano i mezzi politici quando si sostituiscono ai mezzi economici per creare prosperità materiale per coloro che ne dispongono.

Cominciamo dai fondamentali. Quando gli uomini interagiscono per ottenere dei vantaggi economici di valenza soggettiva, l’interazione comporta uno scambio. Lo scambio economico, superato il semplice ma limitante baratto, ha bisogno di uno strumento di intermediazione, cioè di un medium, di un mezzo efficiente di scambio. Ovviamente, il mezzo di scambio deve essere reciprocamente accettato dagli attori dello scambio. Può essere, pertanto, qualsiasi cosa. Deve solo rispettare il requisito della reciproca soddisfazione che conduce alla realizzazione dello scambio stesso.

Estrapolando, paragonate il mezzo di scambio economico al mezzo di comunicazione linguistico od a qualsiasi altra cosa intermedi uno scambio di qualsiasi natura. Fate voi. L’importante è che sia reciprocamente inteso. Altrimenti, non funziona.

L’esperienza storica degli uomini ha fatto emergere, in ogni luogo ed in ogni epoca, come mezzo di scambio economico migliore e preferito tra tutti gli altri, i metalli preziosi, oro ed argento, cioè l’uso di merci dotate di certe caratteristiche ritenute da tutti le più idonee allo scopo; in particolare, la qualità del mezzo, il peso specifico e la conservazione sostanzialmente stabile nel tempo del valore attribuitogli dall’esperienza storica.

Il mezzo di scambio emerso in questo modo, da miliardi di interazioni avvenute nel corso della storia, si chiamava denaro sonante, sound money. Non aveva bisogno di organi di controllo centralizzato, non aveva bisogno di erogatori centralizzati, non aveva soprattutto bisogno di essere prezzato, valutato, da qualcuno in particolare, perché tutti ne potevano riconoscere la qualità ed il valore, che emergeva in modo dinamico e spontaneo da tutti gli scambi del libero mercato.

La sua quantità complessiva era assai poco variabile nel tempo perché la sua estrazione dalle miniere necessitava di molta fatica. Pertanto le variazioni quantitative erano, in sostanza, insignificanti e non influivano sul valore. E l’unico modo in cui poteva essere manipolato da un sovrano irresponsabile, corrotto e spendaccione era quello di falsificarne il titolo nelle monete che coniava. Ma questo era un segno premonitore del fallimento incipiente del monarca e, se con tasse vessatorie e/o guerre di conquista e rapina, cioè col sangue dei suoi sudditi e di quelli altrui, non riusciva a procurarsene di nuovo, il suo destino era segnato.

Questo segno premonitore non ha tempo e luogo, ed è infallibile. Alcuni lo chiamano “la scritta sul muro”. L’Impero Romano d’Occidente è finito così e molte teste coronate sono cadute per lo stesso motivo sostanziale. Ed oggi è ricomparso.

Pertanto il vero sound money era un mezzo di scambio non imposto, ma accettato da tutti con fiducia rafforzatasi nel lunghissimo periodo. Un mezzo sano ed onesto di scambio volontario, scelto dal libero mercato, cioè, strumento di libertà economica e di libertà in senso generale. La cartamoneta, che soltanto per comodità lo rappresentava, ne conservava tutte le caratteristiche poiché poteva essere convertita nel metallo sottostante. Così definito, il sound money era denaro-merce, cioè, la merce di scambio più commerciata perché la più facilmente commerciabile. Accettata sempre e dovunque.

E tutti i mezzi di scambio, attuali o del futuro, che posseggono o dimostreranno di possedere quelle caratteristiche, soprattutto un riconoscimento (controllo) decentrato ed un valore stabile nel tempo, potranno fregiarsi del titolo di sound money, di strumento scelto dal libero mercato. Bitcoin è qualcosa di più di un’ipotesi di lavoro in questa direzione. Ma soltanto il tempo, cioè la diffusione o meno degli scambi volontari che liberamente lo useranno come mezzo di scambio, dirà qual è il suo valore, cioè, se avrà davvero un futuro.

Purtroppo, però, da oltre 40 anni il mezzo di scambio che usiamo quotidianamente è tutta un’altra cosa. E’ difficile pure chiamarlo denaro in senso proprio, come il suo nobile predecessore. Infatti, non è un mezzo di scambio emerso storicamente dalle interazioni umane, non è uno strumento emerso dal libero scambio, non è uno strumento del mercato.

E’, invece, un mezzo di scambio imposto da un’autorità, che gestendone la quantità ne determina il valore. Più ce n’è in circolo e più velocemente vi giunge e meno vale, cioè, meno compra, meno scambia, meno funziona. L’autorità ha il potere di erogarlo, svalutarlo e rivalutarlo, può confiscarlo, dematerializzarlo, proibirne od autorizzarne l’utilizzo.

Il suo prezzo/valore (il tasso di interesse che il debitore deve pagare al creditore) viene fissato arbitrariamente da una banca centrale e perciò questo mezzo di scambio non appartiene realmente a chi lo usa, ma solo formalmente; è e rimane di chi lo impone e può manipolarne il valore secondo le proprie intenzioni. Questo mezzo è quindi uno strumento del Potere. Un cosiddetto instrumentum regni. Si chiama fiat money, denaro flessibile, manipolabile da ogni punto di vista. Cioè, non ha un valore stabile e non è un valore stabile, ma un valore relativo determinato dal Potere che lo gestisce. E’ un mezzo di scambio relativista. Ha una natura corruttibile. E perciò può diventare fonte di corruzione. In tal caso, merita davvero l’appellativo di sterco del demonio.

Cosa rappresenta, dunque, il fiat-money?

Certamente nessuna merce sottostante come un metallo prezioso, come un asset concreto, definito dal valore stabile e riconosciuto universalmente. Al contrario, esso rappresenta solo il Potere che lo usa come strumento di esercizio per realizzare i propri fini politici. E’ perciò il Potere che deve, per forza di cose, dimostrarsi, in ogni modo, stabile nel tempo. Ed, infatti, cerca di suggerire questa sua caratteristica fin dal nome che ha modernamente assunto: Stato, da status quo, potere costituito permanente. Il fiat-money è solo uno strumento politico. Ogni scambio economico mediato da esso riconosce implicitamente, come intermediario, il Potere che lo ha imposto ed autorizzato. Il fiat-money non è strumento del libero mercato. Perciò, il vero libero mercato non esiste quando esiste il fiat-money. Esiste solo una pantomima di libero mercato. Esiste qualcosa che viene arbitrariamente deformato per ingabbiarlo in una innaturale staticità, quando esso, al contrario, è intrinsecamente un fenomeno dinamico di collaborazione e libera scelta in continuo divenire.

Oggigiorno, essendosi affermato in maniera progressiva e costante nell’arco di tutto il XX secolo insieme alla forma di Potere moderno che ne ha fatto il suo strumento principale di controllo e regolazione, il mezzo dei nostri scambi economici quotidiani è solo il fiat-money. Siamo autorizzati/obbligati ad usare solo uno strumento del Potere. Idoneo ad attuare gli scopi del Potere. Ed il Potere moderno è un apparato burocratico nazionale e sovranazionale. Ed il primo potere moderno è il potere politico-finanziario: istituzioni pubbliche centrali e banca centrale che sostiene le banche commerciali e il debito pubblico. Il potere militare ed ogni altro potere coercitivo dell’apparato è soltanto funzionale all’esercizio del potere politico-finanziario. Questo Potere si chiama Sistema fiat-money.

Benevolo o implacabile che esso possa sembrarci, il sistema fiat-money domina le nostre vite decretando la prosperità materiale di ciascuno di noi; proteggendo e favorendo tutti coloro che ne compongono la corte e ne riconoscono il ruolo dominante; sfruttando in modo più o meno evidente tutti coloro che non fanno parte del suo entourage. A voi lettori, lascio individuare ruoli, protagonisti, comprimari, buffoni, alfieri e trombettieri, profittatori, sgherri, comparse e platea di questo paradossale teatro. Platea spesso inconsapevole e plaudente.

Il Novecento, nel quale ancora ideologicamente viviamo, è stato il secolo dell’affermazione contemporanea del socialismo politico e delle costruzioni stataliste quale mezzo per la realizzazione dei fini sociali del primo attraverso la compressione ed il controllo della autentica libertà economica.

Le masse popolari, quelle raffigurate simbolicamente da Pellizza da Volpedo, emerse finalmente dal recinto della miseria più nera grazie ai progressi tecnici dell’industrializzazione ottocentesca, nella rivendicazione dei propri diritti naturali alla vita, alla libertà ed alla proprietà dei frutti del proprio lavoro, sono illusoriamente precipitate, nei primi decenni del XX secolo, in un altro recinto fatto di retorica nazionalista e razzista e di anti-individualismo, di conformismo ideologico ed uniformi militari, di cieco e tragico credo nelle promesse di sicurezza sociale del potere salvifico del Partito-Stato.

Ai totalitarismi fascista, nazionalsocialista e comunista dell’Europa continentale ed al loro sanguinoso fallimento è subentrata poi, dal secondo dopoguerra, una variante atlantica ed occidentale decisamente più accettabile ed apparentemente meno cruenta. La socialdemocrazia interventista e clientelare ha mantenuto, fatto proprie e sviluppato gran parte delle istituzioni dello stato sociale nate sull'onda dei suddetti totalitarismi; ha aperto formalmente la conquista del Potere sfruttando la bolgia tra fazioni politiche di differente ispirazione, purchè stataliste; ha favorito l’imprenditoria clientelare e corporativa, l’azzardo morale e gli eccessi finanziari.

Questo sistema politico-economico, interventista e mercantilista, ha avuto innegabilmente il merito storico di contrastare l’ultimo totalitarismo europeo, il comunismo sovietico, che, come previsto dagli economisti della Scuola Austriaca, è crollato per l’insostenibilità del suo sistema economico pianificato. E, grazie ai progressi tecnologici, di migliorare enormemente le condizioni di vita dei più.
Tuttavia, adesso, anche questo sistema politico-economico mostra la sua enorme debolezza strutturale essendosi progressivamente convertito ad un sistema economico basato solo sul Potere: il Sistema del fiat-money non convertibile.

Cosa è successo? Perché si sta rivelando un sistema fragile e forse senza speranza? Che orrore è stato compiuto? Perché c’è un divario sempre maggiore tra pochissimi ricchi e tutti gli altri individui ai quali i soldi risultano non bastare mai e ce ne vogliano sempre di più? Perché è riapparso il segno premonitore del fallimento, la scritta sul muro?

Tutto può essere ricondotto ad una idea geniale e terribilmente truffaldina al contempo, che di tanto in tanto è stata riproposta nel corso della storia da chi voleva esercitare un potere immenso ed occulto: dominare il prossimo, controllandone il mezzo usato per gli scambi economici, per arricchirsi silenziosamente alle sue spalle. Usare un artifizio ben congeniato per redistribuire silenziosamente la ricchezza dal basso verso l’alto, come in una piramide il cui vertice è così in alto da non poter essere neppure intuito dalla base.

Ma così facendo, si è deliberatamente violata la legge non scritta, ma ovvia, che non consente interferenze di sorta nello svolgimento di uno scambio economico volontario senza mettere a grave rischio la tenuta dell’intero mercato. Una legge che non consente di limitare la libertà senza attendersi una reazione. Si sono gettate le basi della distruzione del libero mercato ed i presupposti della sua immancabile vendetta.

Istituire un gestore finanziario centrale del Potere, una banca centrale per dare stabilità al sistema bancario commerciale, spesso avido ed irresponsabile nel fare credito illimitato e nel creare strumenti finanziari talmente complessi da risultare misteriosi e pericolosissimi, ma in realtà necessaria per creare e manipolare completamente il mezzo di scambio economico e permettere a tutte le altre istituzioni centrali gestite dalla politica, col consenso (ignorante, complice o illuso?) degli elettori, di operare in costante deficit di bilancio per attuare le crescenti promesse di sicurezza e benessere, accumulando debito su debito fino all’inverosimile ed insostenibile situazione odierna. In altre parole, illudendosi ed illudendo di poter vivere al di sopra delle proprie possibilità di spesa, facendo debito e rinviando il redde rationem ai posteri.

Posteri che siamo proprio noialtri ed i nostri figli, che cominciamo a percepirci incatenati come schiavi a ripagare i debiti accumulati irresponsabilmente nel passato. E l’iter ideale per creare e reggere questo sistema non poteva che essere la progressiva trasformazione del mezzo di scambio da strumento economico, sound-money, rappresentante stabile di qualità, lavoro, proprietà e libertà individuale, in strumento politico, fiat-money, rappresentante flessibile di quantità, furto legale, debito e dominio oligarchico.

Ma... Ma tutto quello che ho cercato di semplificare in modo discorsivo fino ad ora, con imprecisioni e forse superficialità, sorvolando il mare oscuro dei dati, delle informazioni e delle esperienze personali, per mostrarvi e tagliare con la spada lucida del Buon Senso i tanti nodi gordiani che uniscono la nassa intricata nella quale siamo finiti, come pesci inconsapevoli della trappola, e dalla quale sembra che non riusciremo più ad uscire…

...Tutto questo sistema di Potere, di passata pia illusione e di odierna crescente vessazione evidente ed occulta (es. le tasse, la dematerializzazione del contante, l’inflazionismo quantitativo monetario che svaluta il fiat-money ed i debiti pubblici denominati in esso, che finisce soprattutto nelle tasche dei cortigiani politici, finanziari, imprenditoriali e corporativi del Potere e che viene ancora invocato dai manipolatori più irresponsabili, veri demagoghi moderni, ignoranti e dimentichi delle libere praterie di un tempo ed orgogliosi sostenitori del recinto traballante che è questo sistema farlocco)…

Tutto questo quadro… è un’interpretazione “austriaca” della realtà perfettamente trasferibile dovunque e sempre, o ci sono varianti che dimostrano che anche ciò che è intrinsecamente tossico e pericoloso, come il fiat-money ed il sistema che sostiene, come un veleno od una droga, se assunto in dosi davvero minuscole ed accorte ed in modo appropriato può, nonostante tutto, funzionare da farmaco? Dipende. Il medium conta, ma non è tutto.

Credo, per individualismo metodologico, che qualsiasi strumento abbia una valenza positiva o negativa dipendente dall’utilizzatore. Che quello che conta, sia ancora e sempre, l’individuo che usa lo strumento. Pensate a tutti gli esempi che volete. Io vi propongo questo.

Dal 15 Agosto del 1971 tutte le valute del pianeta sono inconvertibili in oro. Tutte sono soltanto valute fiat a corso legale. Eppure, è dato di realtà storica, che non tutte hanno creato gli stessi problemi nella stessa entità a tutti i governi che le hanno gestite ed alle popolazioni che le hanno usate.

Pensate al Marco tedesco ed alla Lira italiana dal secondo dopoguerra fino alla fine del secolo scorso. Il primo è rimasto sostanzialmente stabile nel corso dei decenni, addirittura rafforzandosi nel valore di cambio con il fiat-money per eccellenza, il dollaro americano, e tutte le altre valute mondiali. La nostra Lira, viceversa, ha, nel corso dei decenni, subito numerose svalutazioni “competitive” che sono risultate evidenti alla fine del secolo scorso nel rapporto di quasi 2,000 ad 1 col Marco tedesco. Vien da chiedersi, allora, cosa differenzi così tanto due divise di eguale natura. Entrambe inconvertibili, entrambe sostenute solo dal proprio Potere di riferimento. Me lo sono chiesto anch’io e sono giunto alla conclusione che Marco e Lira si sono comportate diversamente tra loro perché sostenute, appoggiate a popolazioni, storie e culture profondamente diverse tra loro. Il sottostante per entrambe non era più il metallo prezioso, eppure c’era sempre un sottostante, immateriale, ma determinante, che ne ha segnato il differente destino.

Il fiat-money chiamato Marco, gestito con rigore e responsabilità dalla Bundesbank come fosse stato sound-money, cioè, puntando non sulla sua quantità, ma attribuendogli una rigida qualità gestionale, si è dimostrato strumento, nonostante tutto, adatto a favorire la crescita economica e lo sviluppo produttivo ed il benessere complessivo dei Tedeschi.

A dimostrazione inoppugnabile che l’aumento artificiale della quantità monetaria, tutti i quantitative easing e via discorrendo che vengono proposti e riproposti coi nomi più ingannevoli dai banchieri centrali e dai politici peggiori di tutto il pianeta alle prese con gli esiti disastrosi dell’uso irresponsabile del fiat-money, nulla ha a che fare con la ripresa della crescita economica di un Paese. A dimostrazione ovvia che l’inflazione fiat-monetaria non è mai fattore di crescita, ma solo arma di distruzione di ricchezza. A dimostrazione evidente che creare mezzo di scambio economico dal nulla non solo non serve proprio a nulla, ma è solo una breve illusione, un inganno del tutto controproducente. Solo un trucco disonesto per sostenere ancora una volta l’insostenibile, depredando la popolazione in maniera occulta e non uniforme, favorendo solo lo status quo ed i suoi cortigiani più stretti a discapito della platea più ampia che subisce gli effetti della svalutazione coatta dei propri risparmi senza capirne il motivo profondo. E così, ci sentiremo ripetere ogni volta, con legittima disperazione, che “i soldi non sono mai abbastanza, che non bastano per arrivare a fine mese”. Una volta a causa dell’inflazione monetaria (tassa occulta sulla platea più ampia), adesso per la deflazione monetaria causata dalle tasse crescenti e dai costi crescenti di tutti i servizi pubblici.

Tutt’altra storia quella della nostra Lira. Davvero storia esemplare dell’abuso politico del tossico fiat-money.

Gli effetti negativi non si sono manifestati subito, anzi, per molto tempo si è vista soltanto l’illusione, ma si sono sommati progressivamente nel tempo fino a diventare evidenti ed insostenibili nel momento in cui il nostro status quo ha dovuto “mollare” la macchina della svalutazione con la quale riusciva a conservare sé stesso (al di là delle apparenti differenze del gestore politico temporaneo "eletto democraticamente") ed a tenere in piedi l’enorme e tuttavia inefficiente apparato dello stato sociale che fino ad allora sembrava in grado di mantenere tutte le promesse di benessere e prosperità di cui effettivamente alcune generazioni di conterranei hanno potuto godere. Perché il conto, fattosi col tempo insostenibile da pagare, veniva sempre rinviato ad un domani… che è il nostro oggi. E poiché, per ora, pare che non potrà inflazionare platealmente, è inevitabile che lo status quo nostrano si sorregga soltanto incrementando in maniera pesante e pervasiva la tassazione evidente, propagandando inesistenti, sostanziali riduzioni della spesa complessiva. Che, comunque, colpisce sempre e soltanto la base della piramide e mai il vertice.

Pensando ai decenni passati di relativo benessere e crescita del risparmio nel nostro territorio, alle attività produttive e non, all’assistenzialismo agli zombie, alla politica clientelare, agli interessi altissimi sul debito pubblico che si andava inevitabilmente accumulando, credo che oggigiorno lo status quo del nostro paese si stia riprendendo con disperata ed inflessibile determinazione quanto erogato in passato durante gli anni del consenso più diffuso ad un sistema di cui nessuno pareva più dubitare.

Tutto sommato, un bengodi che elargiva pasti gratuiti e promesse di prosperità diffusa, crescente ed infinita. Un’illusione collettiva: lo Stato siamo noi. Per inciso: si riprenderanno il “loro” fiat-money. Gli resterà lo strumento del loro Potere, ma poi? Poi dovranno scappare.

A questo punto, è chiaro che le differenze storiche e culturali hanno giocato un ruolo importante. E sono diventate differenze antropologiche. Che, a mio parere, spiegano tante cose. Non è difficile comprendere il rigore tedesco nella gestione della valuta nazionale, indipendentemente che fosse sound- o fiat-money, ricordando l’esperienza tragica ed indelebile della Repubblica di Weimar. Ma un ruolo non secondario l’ha svolto anche il tessuto culturale di un popolo unito da secoli e permeato di etica calvinista del lavoro, per cui la ricchezza guadagnata legittimamente è segno della benevolenza divina e la ricchezza e la prosperità derivano solo dalla costante abnegazione e dalla produzione sempre più efficiente. E che buona parte della ricchezza guadagnata venga reinvestita di nuovo e costantemente, spiega la minore ricchezza privata dei Tedeschi rispetto a quella accantonata da noi Italiani.

In pratica, credo che, se non è importante e necessario l’intermediario tra l’individuo ed il Padreterno, come non lo è per Protestanti e Calvinisti, non è neppure fondamentale cosa funga da intermediario nello scambio economico. L’importante è che avvenga lo scambio di prodotti di valore fatti da lavoro di qualità. Innovazione e produttività.

Molto diversa la nostra storia, fatta di lunghe e continue dominazioni straniere, di costante e necessario adattamento rassegnato al Potere di turno, di divisioni e diversificazioni territoriali. Una condizione che dopo l’Unità d’Italia ha continuato ad influenzare l’atteggiamento e la mentalità da sudditi timorosi, servi sciocchi o furbi profittatori nei confronti dell’intermediario di turno tra le aspirazioni e le loro realizzazioni concrete. Una mentalità più che identitaria, direi intimamente statalista e collettivista, il fascismo/comunismo come dna di un popolo da secoli soggiogato e questuante, che tiene famiglia.

Ed anche nel nostro caso la religione ha svolto il suo ruolo. L’intermediario col trascendente diventava concretamente la richiesta mediata dal prete di paese al Potere. Il diritto come concessione. E quanto era ed è importante l’intermediario! Come oggi lo Stato, la politica, la burocrazia sono l’intermediario tra, per esempio, il lavoro ed il posto di lavoro, tra l’imprenditore e l’appalto. Ecco, in questa ottica, la ragione dell’abuso del fiat-money nel nostro caso ed in quello di realtà simili alla nostra. Il mezzo di intermediazione, di scambio, è la chiave, non importa se disonesta, per la prosperità e chissenefrega se non è strumento di libero mercato, ma strumento politico, del Potere. Ecco spiegato il trasformismo del sistema all'interno della continuità come cifra politica. Ecco perché la corruzione domina la scena politico-economica. Ecco perché la deresponsabilizzazione dello stato sociale ha trovato consenso promettendo sicurezza in cambio di una libertà comoda solo per approfittare dei propri agganci col potere e dei propri privilegi. Ecco perché funzionano ancora le balle della sovranità monetaria da riconquistare, dell’inflazione monetaria benefica e del debito pubblico come ricchezza nazionale. Ecco perché si guarda sempre al mezzo, anche se è solo un mezzuccio, per trovare una soluzione, per conseguire un fine.

Mi fermo qui.

Troverete voi lettori il modo di ampliare ancora queste riflessioni, se convincenti come punto di partenza. Per esempio, pensate agli Americani ed al loro dollaro, a come era stato concepito ed a cosa è diventato.

Sono partito dal sound-money e dal fiat-money, e concludo azzardando la definizione di sound-people per i Tedeschi e di sound-market per il loro sistema produttivo, nonostante i campioni nazionali dell’industria e della finanza siano stati, anche da loro, sostenuti e tutelati a livello centrale. E la definizione assai meno dignitosa di fiat-market, per la nostra imprenditoria clientelare e corporativa, e di fiat-people per la nostra gente. Manipolata e manipolabile come il fiat-money che, forse, le si confà antropologicamente, che l’ha condotta sin qui e ne ha determinato il destino inevitabile, ma non nuovo, di schiava rassegnata o plaudente del Potere di turno.

Una vera rivoluzione antropologica potrà avvenire solo quando, chissà quando, la nostra gente comincerà a recuperare la fiducia in sé stessa a livello individuale, non avrà più paura di accettare le proprie responsabilità e così, inevitabilmente, ritroverà la propria ed autentica libertà. Libertà da ogni Potere.