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lunedì 27 luglio 2026

Il difficile cammino dell'Argentina verso la libertà economica

Javier Milei è salito al potere con obiettivi non negoziabili: un surplus di bilancio, il contenimento dell'inflazione e la ripresa di un'economia in crisi. I suoi primi due anni  e mezzo di mandato si sono conclusi con risultati macroeconomici spettacolari: l'inflazione è crollata dai massimi, la povertà è tornata ai livelli del 2018, l'economia è di nuovo in fase di crescita, il debito netto è stato significativamente ridotto e i salari reali stanno iniziando a riprendersi, il tutto grazie al più grande piano di aggiustamento e deregolamentazione degli ultimi decenni. A dicembre 2023 Milei ha ereditato un tasso di inflazione mensile del 25,5%, vicino al 300% annuo – il più alto al mondo – e lo ha rapidamente ridotto a circa il 2,3% al mese entro ottobre dell'anno successivo, il livello più basso dal 2018, con previsioni che indicano un ulteriore calo nel 2026. Inoltre il bilancio nazionale è passato da un deficit insostenibile a un surplus per la prima volta in 14 anni, grazie a drastici tagli alla spesa superflua senza compromettere i servizi essenziali, alla chiusura di ministeri, all'eliminazione di agenzie inutili, alla riduzione dei sussidi e al taglio di decine di migliaia di posti di lavoro sovradimensionati nel settore pubblico ereditati dalla precedente amministrazione. Lasciare respirare l'economia funziona. Politiche di liberalizzazione appropriate hanno ridotto significativamente la povertà: le stime dell'UCA mostrano un calo di quasi 20 punti percentuali rispetto ai picchi della crisi e un tasso compreso tra il 31% e il 36%, il livello più basso degli ultimi sei anni; l'UNICEF stima che circa 1,7 milioni di bambini siano usciti dalla povertà negli ultimi due anni. L'FMI prevede che quest'anno l'Argentina mostrerà una crescita del PIL intorno al 3-4%, con una crescita cumulativa di quasi 8 punti percentuali tra il 2025 e il 2026. Le misure di austerità di Milei hanno portato a una forte riduzione dell'occupazione nel settore pubblico, gonfiata dal kirchnerismo e finanziata con debito e inflazione. Milei ha creato oltre 650.000 nuovi posti di lavoro nel settore privato. Secondo l'INDEC l'occupazione totale è cresciuta di 330.000 posti di lavoro in due anni e, cosa ancora più importante, l'occupazione nel settore pubblico è diminuita di 370.000 unità. Il debito pubblico ha raggiunto livelli molto elevati alla fine del 2023 e da allora è diminuito drasticamente in termini netti. L'onere del debito per l'economia si è ridotto drasticamente: è stato diminuito di decine di miliardi di dollari ed è calato in termini assoluti e in percentuale del PIL, e la dinamica esplosiva ereditata è stata arrestata. Il rapporto debito/PIL è sceso da oltre il 100% tra il 2020 e il 2023, raggiungendo un picco del 155%, al 70% nel terzo trimestre del 2025. Milei ha azzerato il debito della banca centrale trasferendolo al Dipartimento del Tesoro e nei due anni e mezzo della sua presidenza il debito totale ha fatto registrare una diminuzione netta di $48,5 miliardi. Il ministro Luis Caputo e il presidente della banca centrale, Santiago Bausili, hanno svolto un ruolo cruciale nel disinnescare le potenziali minacce lasciate dal socialismo, impedendo che esplodessero. Non possiamo dimenticare gli sforzi di Diego Santilli per garantire la sicurezza e la tranquillità degli argentini di fronte alle continue minacce di sabotaggio, né gli sforzi di Manuel Adorni per smantellare la propaganda e la disinformazione socialista. Il surplus primario è stato raggiunto tagliando la spesa, riducendo il peso dei sussidi inefficienti, frenando la crescita dell'occupazione pubblica e dando priorità ai programmi sociali essenziali. Meno sussidi per tutti e più assistenza per chi ne ha veramente bisogno hanno permesso di ridurre il debito, controllare la spesa e aiutare chi ne ha davvero bisogno. La deregolamentazione, grazie al ministro Sturzenegger, ha permesso di eliminare l'ingerenza statale nell'economia. L'eliminazione dei controlli sui prezzi, la riduzione dei dazi e l'apertura di settori come il trasporto aereo e il mercato immobiliare hanno portato a una maggiore varietà di prodotti e a prezzi migliori per i consumatori. Ora è il turno degli investimenti, che devono eliminare l'incertezza giuridica creata dal socialismo. Il programma RIGI, progettato per attrarre grandi investimenti superiori a $100 milioni, offre stabilità normativa e certezza giuridica, e sono già stati annunciati progetti per oltre $31 miliardi, soprattutto nei settori minerario ed energetico. Non è un miracolo, non è un esperimento... Milei e il suo team di governo hanno applicato la logica economica e una difesa inequivocabile della libertà.

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di Finn Andreen

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-difficile-cammino-dellargentina)

L'ascesa al potere in Argentina del primo libertario dichiarato, Javier Milei, è stata accolta con entusiasmo da molti libertari, ma anche come un momento cruciale. Non solo ha dimostrato la possibilità di ottenere il voto della maggioranza dell'elettorato di un grande Paese a favore di un programma radicale di libertà, ma ha anche suggerito che i libertari avrebbero finalmente potuto dimostrare al mondo intero che un libero mercato senza vincoli non solo è possibile, ma anche estremamente vantaggioso per qualsiasi società.

Non sorprende, quindi, che sia i libertari che gli statalisti stiano osservando con attenzione quest'ultimo esperimento argentino, iniziato nel 2024, per individuare segnali di successo o fallimento del modello Milei. I libertari possono sentirsi tranquilli riguardo a questa aspettativa, considerando le solide basi teoriche della Scuola Austriaca di economia che ispira il modello Milei.

A questo proposito occorre fare un paio di precisazioni. In primo luogo, la difficile transizione da una società statalista a una società libera non deve essere ignorata e non può essere attribuita al libertarismo in sé. Va detto che il processo politico e pratico per giungere a un libero mercato senza ostacoli non è stato un punto focale del pensiero libertario. In secondo luogo, il cammino verso la libertà potrebbe essere ostacolato da una serie di ragioni pratiche, come fattori esterni o umani, del tutto estranei al libertarismo. Ad esempio, il leader eletto e il governo potrebbero essere imperfetti e la classe politica potrebbe opporsi al cambiamento.


Risultati generalmente positivi dopo un inizio difficile

L'inizio del governo Milei è stato turbolento, con rapidi risultati positivi delle riforme, ma accompagnato dalle prevedibili difficoltà nella transizione da un'economia caratterizzata da tasse elevate, spese eccessive e inflazione. Quest'ultima, uno dei principali flagelli degli argentini per decenni, ha subito una netta decelerazione. Nel 2024 il PIL si è contratto dell'1,8%, un risultato migliore rispetto al 2023 (-3,1%), e c'è stata una forte ripresa del PIL nel 2025 (5,2%). Grazie ai tagli alla spesa pubblica, ad agosto dell'anno scorso lo Stato argentino ha fatto registrare un surplus di bilancio pari all'1,3% del PIL, un'inversione di tendenza senza precedenti per un Paese abituato a spendere più di quanto incassa.

Ma le misure di austerità – tagli ai sussidi, riduzioni di posti di lavoro nel settore pubblico, forti svalutazioni – hanno inevitabilmente comportato costi sociali, facendo precipitare inizialmente milioni di persone nella povertà. Tuttavia il tasso di povertà è poi diminuito drasticamente nella seconda metà del 2024, passando dal 52,9% nella prima metà del 2024 al 38,1%. La disoccupazione nella provincia di Buenos Aires è salita al 9,8%, un valore superiore a quello del 2023.

In generale, gli indicatori macroeconomici puntano nella giusta direzione, nonostante l'inevitabile e prevedibile inizio difficile. Tuttavia la sfida più seria per Milei riguarda probabilmente il pèso argentino, un ambito in cui l'economia Austriaca potrebbe essere un faro per evitare di ripetere gli errori del passato.


Il pèso argentino: una storia di cattiva gestione

Nel 1991 l'Argentina agganciò il pèso al dollaro con un tasso di cambio di uno a uno. Ogni pèso doveva essere coperto da un equivalente dollaro statunitense detenuto nelle riserve. Inizialmente l'inflazione crollò e gli investimenti aumentarono vertiginosamente. Tuttavia, rinunciando alla sovranità monetaria, l'Argentina perse la capacità di adattarsi alle condizioni mondiali. Con il rafforzamento del dollaro alla fine degli anni '90, il pèso si sopravvalutò, danneggiando le esportazioni e alimentando la disoccupazione. Incapace di svalutare o di impostare i propri tassi di interesse, il governo argentino si indebitò pesantemente in dollari, aggravando le future vulnerabilità.

Nel 2001 l'Argentina era in recessione. Con la fuga degli investitori e il calo delle riserve, il governo argentino bloccò i prelievi bancari per arrestare la fuga di capitali. Scoppiarono rivolte, il governo dichiarò default su oltre $100 miliardi di debito e il sistema di cambio fisso fu abbandonato nel 2002. Il pèso perse circa il 70% del suo valore in pochi mesi, con le conseguenze sociali che si possono immaginare. Dopo il crollo, l'Argentina adottò un sistema di cambio flessibile, ma i vantaggi iniziali svanirono rapidamente con il ritorno dell'indisciplina fiscale; l'inflazione cronica, superiore al 30%, divenne la norma, emersero molteplici tassi di cambio e la fiducia si erose.

Con il programma Milei, il pèso è stato inizialmente svalutato in modo significativo (da circa 400 ARS/USD a circa 800 ARS/USD) nell'ambito degli sforzi per ridurre l'inflazione. Nell'aprile del 2025 il governo è passato a un sistema di cambio più flessibile: il pèso è stato autorizzato a fluttuare all'interno di una banda di oscillazione (ad esempio, tra circa 1.000 e 1.400 ARS/USD) e molti controlli sui capitali e sulla valuta sono stati rimossi.

Alla fine del 2025 l'Argentina ha adottato un sistema di cambio “gestito” per la propria valuta. Il tasso di cambio ufficiale si aggirava intorno ai 1.480 pèso argentini per dollaro statunitense, mentre il tasso informale, noto come “dollaro blu”, era di circa 1.580 pèso. Il rischio principale era che il pèso non potesse essere facilmente difeso in questa fase di transizione, con riserve nette della banca centrale pari a soli $6 miliardi. Questa è la ragione principale per cui l'Argentina ha ricevuto dagli Stati Uniti, nell'ottobre del 2025, un fondo di stabilizzazione aggiuntivo di $20 miliardi, il quale ha anche contribuito all'importante vittoria di Milei alle elezioni di medio termine.

Ma il pèso è ancora sopravvalutato, il che danneggia le esportazioni e la competitività. Ad esempio, gli argentini hanno acquistato dall'estero elettrodomestici di marca e carne bovina – un prodotto di punta dell'esportazione argentina – che, a causa del tasso di cambio del pèso, risultano più economici rispetto ai prodotti locali equivalenti.

Tuttavia il piano di Milei per il pèso non si limita a lasciarlo fluttuare liberamente, ma prevede addirittura l'abolizione della banca centrale e la determinazione dei tassi di interesse da parte del mercato, come raccomanda la teoria Austriaca. Questo ci ricorda che la transizione verso un'economia di libero mercato è un processo che deve tenere conto della politica.


Lezioni dalla Scuola Austriaca

Dal punto di vista dell'economia Austriaca, le ripetute crisi che l'Argentina ha attraversato in passato sono la conseguenza inevitabile di una manipolazione monetaria artificiale. Come scrisse Ludwig von Mises nel suo libro, L'azione umana: “Non c'è modo di evitare il crollo finale di un boom causato dall'espansione del credito. L'alternativa è solo se la crisi debba arrivare prima... o dopo, come catastrofe finale e totale del sistema monetario”. Per l'Argentina, queste parole restano importanti da ricordare.

Il sistema di ancoraggio al dollaro del 1991 rappresentava una forma di controllo monetario artificiale. Fissando il tasso di cambio, i politici aggirarono il meccanismo naturale del mercato per l'equilibrio tra scambi commerciali, risparmi e investimenti. Quando il pèso diventò sopravvalutato, invece di deprezzarsi, il governo argentino prese in prestito dollari per mantenere la parità, alimentando così un'enorme bolla creditizia.

Come sottolineava Mises, una moneta sana non può essere creata per decreto; il suo valore deve emergere dallo scambio volontario. Quando lo Stato fissa i prezzi, compreso il prezzo della moneta, distorce i segnali di mercato e incoraggia consumi e indebitamento insostenibili. Murray Rothbard ha ribadito questo concetto nel libro, La Grande Depressione americana: “C'è un solo modo per porre fine all'inflazione: fermare immediatamente l'espansione monetaria e lasciare che il mercato si riallinei”.

Da questa prospettiva un pèso veramente libero, senza una banca centrale che decida i tassi d'interesse, porterebbe inevitabilmente difficoltà a breve termine, ma anche un equilibrio a lungo termine. La valuta si deprezzerebbe ulteriormente rispetto al dollaro, abbassando il tenore di vita, ma allineando i consumi alla reale capacità produttiva del Paese. Il vantaggio sarebbe che ciò stimolerebbe le esportazioni e renderebbe le importazioni più costose, incentivando così la produzione interna.

Milei è uno dei pochissimi leader politici al mondo ad aver compreso questi punti. L'unico vero ostacolo a una crescita economica duratura e a un miglioramento a lungo termine del tenore di vita dei poveri argentini è il ciclo elettorale: a Milei e al suo programma di libertà economica verrà data una possibilità concreta, non solo per due anni, ma per un intero decennio o anche di più? Perché questo è il lasso di tempo necessario per la transizione verso un'economia di libero mercato.

Se all'Argentina fosse consentito di diventare economicamente libera, ciò rappresenterebbe non solo un'importante vittoria per il libertarismo, ma anche una luminosa fonte di ispirazione per la riforma di innumerevoli nazioni occidentali attualmente in difficoltà sotto il giogo dello statalismo keynesiano. Il successo di Milei contribuirebbe a convincere concretamente tutti coloro che ancora dubitano che un programma politico basato sull'economia Austriaca possa portare a una prosperità duratura per tutti, a patto che si possano superare gli ostacoli politici.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 8 aprile 2025

L'UE vuole usare la guerra come scusa per aumentare il debito

Perché in quest'ultimo mese i mercati sono rimbalzati in Europa e scesi negli Stati Uniti? Non a causa dei dazi. Se così fosse le obbligazioni sarebbero salite in Germania e Giappone e le azioni che beneficiano di tali dazi sarebbero altresì salite. La risposta è più semplice: gli attori di mercato stanno scommettendo su una FED aggressiva e su una BCE e una PBOC molto accomodanti. Seguite la stampante monetaria. Molti attori di mercato hanno paura dell'inflazione persistente, ma puntano i flussi di capitale verso quei mercati che potrebbero trarre vantaggio da una maggiore stampa di denaro, come nel caso europeo, e da piani di stimolo, come la Cina. Tuttavia questa è una scommessa pericolosa, soprattutto perché si fonda su un massiccio piano di spesa e allentamento monetario. Lo abbiamo già visto prima. La pianificazione centrale non funziona mai e le illusioni che ne conseguono sono tante. Questa volta non è diverso. Non sarà diverso nemmeno con la Cina, perché la sua sovraccapacità e le criticità nel settore immobiliare derivano da precedenti piani di “stimolo”. Gli attori di mercato avranno bisogno di più di semplici tagli ai tassi. Avranno invece bisogno di vedere i tassi reali scendere, l'inflazione sotto controllo e i deficit pubblici tagliati. Gli errori passati della BCE e della PBOC hanno creato le attuali turbolenze. Gli investimenti devono concentrarsi sui fondamentali reali e meno sul seguire la stampante monetaria, perché il problema della distruzione economica conseguente è molto più grande dei presunti benefici dell'espansione attesa.

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di Finn Andreen

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lue-vuole-usare-la-guerra-come-scusa)

L'élite politica e finanziaria europea sa che la guerra in Ucraina è persa, ma vuole usarla come un'opportunità per raggiungere l'indipendenza strategica dagli Stati Uniti. Come ha detto il futuro cancelliere della Germania, Friedrich Merz, subito dopo la sua vittoria elettorale del 23 febbraio: “Sarà una mia priorità assoluta rafforzare l'Europa il prima possibile affinché possa gradualmente raggiungere l'indipendenza dagli Stati Uniti”.

Una tale indipendenza strategica ha bisogno di soldi e investimenti, molti, non solo per potenziare la difesa ma anche molto altro, come energia e innovazione; settori in cui l'Europa è in ritardo rispetto a Stati Uniti e Cina. Per avere il pretesto e implementare questo piano di spesa, l'idea della classe dirigente europea è di assicurarsi che la guerra in Ucraina non finisca troppo in fretta. In questo modo il conflitto può essere usato per giustificare l'iniezione artificiale di denaro necessario nelle moribonde economie dell'UE.

In primo luogo c'era la questione di fornire €20 miliardi in supporto militare aggiuntivo all'Ucraina e che le regole fiscali autoimposte dall'UE venissero allentate utilizzando l'attuale “clausola di salvaguardia” in caso di circostanze “eccezionali”, come la falsa scusa della “difesa dell'Ucraina”. Come si legge su Bloomberg: “In base a questo piano, le nazioni dell'UE sarebbero esentate dai limiti di debito e deficit quando finanziano le spese militari. Ciò segna un cambiamento fondamentale nella politica finanziaria del continente, poiché tali esenzioni erano precedentemente impossibili in base alle regole dell'UE”.

Infatti la classe dirigente europea non vuole seguire le regole fiscali arbitrarie dell'UE stessa: per Parigi il limite del 3% al deficit di bilancio è politicamente doloroso; per Berlino il limite massimo del 60% in termini di debito/PIL è un vincolo artificiale.

Poi si è parlato di un pacchetto di difesa da €700 miliardi. Newsweek ha affermato che: “Baerbock ha detto che il pacchetto potrebbe valere circa €700 miliardi”. Anche il presidente francese Emmanuel Macron lo ha confermato il 2 marzo 2025: “Daremo mandato alla Commissione europea di definire le nostre esigenze di capacità per una difesa comune. Questo massiccio finanziamento raggiungerà probabilmente le centinaia di miliardi di euro”.

Lo slogan ufficiale di “aiutare l’Ucraina a difendersi” fornirà all’élite politica e finanziaria dell’UE una scusa per aprire di nuovo a tutta forza i rubinetti della Banca centrale europea e inondare l’intera economia europea di denaro “gratis” e puntellare le sue fragili economie, come fece dopo la crisi del 2011, nel 2021 e con il Green New Deal.


Doping delle economie dell’UE con obbligazioni congiunte

Questa volta l'idea è quella di utilizzare obbligazioni UE congiunte. Reuters scrive: “Gli importi maggiori dovranno provenire da un qualche tipo di finanziamento centralizzato, perché la maggior parte dei bilanci in Europa è relativamente tesa, in particolare in Italia e Francia”. Come affermato nel rapporto Draghi del settembre 2024: “L'UE dovrebbe muoversi verso l'emissione regolare di asset sicuri comuni per consentire progetti di investimento congiunti tra gli Stati membri e per aiutare a integrare i mercati dei capitali. Pertanto l'emissione comune dovrebbe nel tempo produrre un mercato più profondo e più liquido nelle obbligazioni UE”.

I bond europei congiunti sono essenzialmente emissioni obbligazionarie la cui garanzia è rappresentata dall'intera Eurozona e comporterebbero quindi un basso rischio e un tasso d'interesse inferiore rispetto ai bond UE a livello nazionale. Ciò è percepito come necessario affinché l'UE possa reggere la concorrenza con gli Stati Uniti e la Cina, i quali hanno già mercati dei capitali unificati, come ha chiarito un discorso di Draghi alla Commissione UE lo scorso anno.

Ci sono tre fonti principali di finanziamento della guerra: stampare denaro, aumentare le tasse e prendere in prestito. Mettere a disposizione “centinaia di miliardi” per l'UE si baserebbe probabilmente sul debito emesso da obbligazioni congiunte. Bloomberg ha scritto che, se la spesa fosse finanziata con aumenti delle tasse o tagli in altre aree, ciò potrebbe cancellare qualsiasi impatto positivo, o peggio. Qualsiasi spesa immediata per l'esercito non aiuterebbe l'Europa, perché verrebbe spesa principalmente per acquistare armi statunitensi.

Pertanto ciò che la classe dirigente europea ha in mente ora è mettere in atto quanto affermato da Merz: un'indipendenza strategica dagli Stati Uniti attraverso un ingente investimento in obbligazioni congiunte, emesse e utilizzate nel lungo termine per rafforzare lentamente l'industria europea, non solo nel settore della difesa, ma anche in altri.


Il piano dell’UE riguarda la centralizzazione del controllo finanziario

In un certo senso questa emissione di maggiori debiti è solo l'Unione Europea che emula il manuale degli Stati Uniti: usare la guerra per i benefici dei capitalisti clientelari, “capendo” infine come sfruttare cinicamente la guerra in Ucraina proprio come hanno fatto gli Stati Uniti dal 2022 alimentando il loro complesso militare-industriale. Ma, affinché ciò accada, la guerra non deve finire troppo presto per la classe dirigente europea, motivo per cui vengono fatti sforzi per rovinare — scandalosamente — qualsiasi piano di pace degli Stati Uniti e far sì che la guerra continui.

Questo piano è il tipico piano di spesa militarista keynesiano che gli stati europei avevano adottato già dalla prima guerra mondiale in poi, e non solo i fascisti e i nazisti, come dimostrò John T. Flynn nel suo libro, As We Go Marching.

Le conseguenze nel tempo di questa frenesia di spesa pubblica saranno tanto disastrose per l'Europa quanto ovvie per gli studenti della Scuola austriaca. Porteranno, come sempre, inflazione dei prezzi e svalutazione dell'euro, gonfierà bolle, distorceranno le economie dell'UE, porteranno a investimenti sbagliati e, ultimo ma non meno importante, abbatteranno le piccole imprese, la spina dorsale delle economie europee. Serviranno solo a rimandare la risoluzione dei problemi strutturali dell'UE, sia economici che politici. Ciò è particolarmente vero per la Francia.

Ma tutto questo è irrilevante per la classe dirigente europea, perché dal loro punto di vista questa spesa aumenterà artificialmente il PIL nei numerosi stati membri, creerà posti di lavoro nei settori della difesa e dell'energia in tutta Europa e quindi assorbirà parte della disoccupazione sistemica, un prodotto di decenni di pesante interventismo statale. Ciò consentirà un'ulteriore centralizzazione delle economie europee nelle mani di Bruxelles, poiché spingerà verso piattaforme di difesa comuni invece del frammentato mosaico di fornitori di difesa che esiste oggi in Europa. Come al solito, gli interessi della minoranza dominante divergono dagli interessi della maggioranza disorganizzata e governata.

Infine renderà gli attuali politici dell'UE più popolari di adesso (il che, bisogna ammetterlo, non è difficile da immaginare), e ne trarrà beneficio la loro carriera e molto probabilmente anche il loro patrimonio personale attraverso tutte le tangenti che riceveranno. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen e molti altri parassiti burocratici nell'UE, conoscono bene questo tipo di “business”.

Questo, almeno, sembra essere il piano. Non ci sarà tanta opposizione politica, poiché sarebbe un suicidio politico opporsi a un piano che “non solo renderà l'Europa di nuovo grande, ma anche più sicura (dalla Russia)!” La vittoria della CDU di Merz in Germania ha già reso più leggera la potenziale opposizione politica di AfD.

Questo è l'ennesimo caso che dimostra che i cittadini occidentali, in particolare in Europa, devono capire meglio che la creazione di denaro, sia attraverso il debito o in altro modo, e la successiva immissione nell'economia, non andrà a loro vantaggio. I benefici trascurabili e passeggeri di tali linee di politica non possono mai giustificare il loro vero obiettivo di sostenere enormi burocrazie e aumentare il loro controllo sulla società. È quindi più urgente che mai continuare a diffondere la conoscenza e la saggezza dell'economia Austriaca.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 7 gennaio 2025

La vera democrazia può essere solo la libertà

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato "fuori controllo" negli ultimi quattro anni in particolare. Questa è una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa è la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso è accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Finn Andreen

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-vera-democrazia-puo-essere-solo)

Con l'avvento della democrazia rappresentativa più di un secolo fa nella maggior parte dell'Occidente, la credenza popolare era che il “governo dei pochi” sarebbe stato relegato nella pattumiera della storia. Ciò non è mai accaduto, ovviamente, come è diventato più chiaro ai “molti” nel corso dei decenni. Infatti l'oligarchia occidentale al potere è diventata più visibile di prima, troppo sfacciata nei suoi tentativi d'imporre la sua agenda globalista al mondo.

L'illusione della democrazia rappresentativa è svanita anche con il peggioramento delle condizioni sociali ed economiche in Occidente. Da un lato, le politiche monetarie e di immigrazione che sono state implementate a lungo termine e senza legittimità democratica stanno influenzando il tessuto stesso delle società occidentali. Dall'altro, il processo democratico stesso ha contribuito alla crescita dell'interventismo statale per oltre un secolo, con effetti disastrosi.

Per queste ragioni la democrazia rappresentativa non può certamente essere associata alla libertà, nonostante quanto si possa credere a livello popolare. Farlo significherebbe che l'essenza della libertà, vale a dire la protezione dei diritti di proprietà, viene spinta in secondo piano. La democrazia non è un baluardo contro la violazione della proprietà privata, è l'esatto contrario. Come scrisse Ludwig von Mises in Nation, State and Economy (1919): “La democrazia è il mezzo migliore per realizzare il socialismo”.

La realtà è che il sistema politico noto come democrazia rappresentativa non è “democratico” nel senso etimologico di “governo del popolo”. Un autentico governo del popolo non potrà mai essere raggiunto da un sistema politico. L'unico modo in cui il popolo può governare è quando ogni sua singola unità è libera politicamente ed economicamente. Questa dovrebbe essere la vera definizione di “democrazia”.


La vera democrazia è il diritto all'autodeterminazione 

Dal punto di vista politico il governo del popolo può significare solo il diritto all'autodeterminazione. Mises lo definì in questo modo: “La democrazia è autodeterminazione e autogoverno [...]. Non è il diritto all'autodeterminazione di un'unità nazionale delimitata, ma il diritto degli abitanti di ogni territorio a decidere circa lo stato a cui desiderano appartenere”.

In altre parole, gli individui dovrebbero avere il diritto di secedere da uno stato, politicamente e legalmente, se lo desiderano. Quindi la vera “democrazia” significa anche il diritto alla secessione; la libertà politica aumenta per qualsiasi minoranza, regione o città a cui è consentito decidere di non essere governata da un particolare stato-nazione.

La secessione potrebbe portare all'indipendenza dell'unità secessionista. Tale e completa autodeterminazione, in particolare a livello regionale o comunale, rappresenterebbe un passo importante verso la libertà per gli interessati, perché gli stati più piccoli sono generalmente più liberi e più ricchi di quelli più grandi, come dimostra il caso del Liechtenstein.

La transizione verso tale autodeterminazione da società controllate centralmente non è, ovviamente, semplice. Un primo passo potrebbe essere un aumento del sostegno al principio di sussidiarietà e decentramento fiscale.

La secessione effettiva porterebbe probabilmente a questioni spinose tipo la risoluzione delle rivendicazioni legate alla proprietà privata e al possibile trasferimento volontario di individui che rifiutano la secessione. Un grande ostacolo è quello politico poiché, anche se le secessioni accadono, tali iniziative sono solitamente respinte dallo stato di controllo, anche nelle “democrazie” rappresentative. E quando hanno successo, è spesso con il sostegno egoistico di forze politiche esterne.


La vera democrazia è il libero mercato

Dal punto di vista economico il governo del popolo può esistere solo nel libero mercato, dove gli scambi avvengono senza alcuna interferenza da parte dello stato. Questo è ciò che Mises chiamava, in Human Action (1949), la “democrazia del mercato”.

È l'intervento dello stato nel mercato che conferisce potere politico alla minoranza dominante e limita in innumerevoli modi lo sviluppo e il progresso della società, non da ultimo a livello individuale. La maggioranza può quindi avere più influenza sulla direzione della società solo attraverso una limitazione di questo potere politico. Un aumento della libertà (vale a dire uno scambio più volontario e non forzato) richiede quindi la riduzione del potere dello stato sulla società.

Il libero mercato è l'unico ordine sociale basato sulla sovranità popolare intesa come diritto di scelta. Solo l'economia di libero mercato consente che le scelte di milioni di individui siano prese in considerazione, non una volta ogni pochi anni alle urne, ma ogni giorno, innumerevoli volte al giorno per ogni individuo. Come scrisse Mises: “Il capitalismo è il compimento dell'autodeterminazione dei consumatori”. La vera democrazia può quindi esistere solo nel libero mercato.


Conclusione

Queste due descrizioni della vera democrazia, vale a dire, come diritto alla secessione e come libero mercato, rappresentano due facce della stessa medaglia: l'autodeterminazione dell'individuo a livello politico ed economico. La vera democrazia può, quindi, essere solo libertà, nel senso di assenza di intervento statale nella società.

È chiaro che la realizzazione di una democrazia reale di questo tipo, in qualsiasi luogo oggi, sarebbe a dir poco difficile. Infatti potrebbe non realizzarsi nelle forme pure descritte sopra. Tuttavia, anche da un punto di vista pragmatico, un più ampio riconoscimento dei principi e dei benefici dell'autodeterminazione è diventato assolutamente necessario.

L'impasse statalista e il malessere sociale in cui si trovano attualmente le società occidentali rendono urgente una tale comprensione, in virtù soprattutto della restrizione della circolazione delle idee di libertà a causa della propaganda statalista prevalente.

Con il peggioramento delle condizioni economiche e politiche, diventerà quindi più probabile che una crisi importante o una violenza politica (o entrambe) rendano popolare l'idea che la vera democrazia possa essere solo libertà. I tempi attuali, fatti di incertezza, rappresentano un rischio di controllo dall'alto ancora più stretto, ma anche un'opportunità di libertà che dovrebbe essere colta.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 2 dicembre 2024

I limiti dell'opinione pubblica e il fallimento della democrazia

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato "fuori controllo" negli ultimi quattro anni in particolare. Questa è una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa è la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso è accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Finn Andreen

Non sempre viene ammesso, ma il popolo non potrà mai essere rappresentato dalla classe politica. Tuttavia l'opinione pubblica la influenza, a volte anche fortemente. In tutti i sistemi politici la minoranza al potere deve tenere conto, a vari livelli, dell'umore pubblico espresso nei municipi, nei sondaggi, nelle elezioni, nelle dimostrazioni e, ora, nei social media.

Il governo più stabile e popolare non è, quindi, necessariamente quello più “democratico”, ma quello che considera meglio l’opinione pubblica e adatta le sue linee di politica a essa quando necessario. L’impopolarità e l’instabilità politica della maggior parte dei governi occidentali odierni sono in parte spiegate dal fatto che l’opinione pubblica è stata sempre più ignorata dalla minoranza al potere, mentre le elezioni si sono trasformate in rituali “mediatizzati”.

Il sistema politico cinese non è amico della libertà, ma è stabile e popolare proprio perché, secondo un accademico cinese, il Partito Comunista Cinese cerca di “tastare il polso del pubblico nella governance e riflettere la volontà pubblica”. In Occidente c'è una notevole frustrazione derivante dal fatto che la priorità è sempre data ormai all'agenda politica dell'attuale oligarchia cosmopolita e finanziaria.

Sebbene l'opinione pubblica si basi in gran parte sul buon senso, soffre purtroppo della diffusa ignoranza in materia di politica ed economia. Stereotipi e confusioni sul libero mercato sono comuni, di conseguenza la maggioranza è stata a lungo influenzata dalle idee socialiste moderne di interventismo statale e socializzazione forzata.

Persiste un comune malinteso sulla causalità dei problemi sociali ed economici. Un esempio è il libero scambio che la maggior delle persone in Occidente non supporta, anche se le barriere commerciali agiscono come una tassa su di loro e avvantaggiano solo alcuni settori o imprese politicamente connessi. La maggioranza viene danneggiata quando lo stato aumenta i dazi per proteggere interessi speciali, ma quando è consapevole di questo fatto, non si oppone perché confonde i propri interessi con quelli della minoranza dominante.


“Come si possono limitare le persone?”

Non sorprende, quindi, se una larga parte dell'élite in Occidente, in particolare i leader aziendali non politici, siano piuttostofavorevoli al libero mercato e al libero scambio rispetto al resto della società. Queste persone riconoscono che il capitalismo di libero mercato non avvantaggia solo loro stessi, ma anche la società nel suo complesso.

Infatti uno studio di cinquant'anni di verbali delle riunioni a porte chiuse della Mont Pélerin Society mostra che i suoi membri spesso esprimevano preoccupazioni sul fatto che “le legislature democratiche tendono a sconvolgere il libero mercato” votando per sussidi di welfare e assistenza sociale. Si chiedevano quindi: “Come si possono limitare le persone?”, poiché “la classe politica tende a intervenire nell'economia, distorcendo, o persino distruggendo, il meccanismo di mercato”.

La questione della limitazione della democrazia è emersa perché le persone tendono a votare in modi contrari ai propri interessi a lungo termine, portando a stagnazione economica e declino sociale di cui alla fine sarebbero profondamente insoddisfatte. Questo è ovviamente un punto altamente rilevante per le società occidentali odierne.

Ciò a cui sono arrivati, per deduzione, quelli della Mont Pélerin Society è l'idea espressa da Hans-Hermann Hoppe nel suo libro Democracy: the God that Failed: la democrazia introduce nella società una tragedia dei beni comuni. La maggioranza spesso non vuole che la spesa pubblica venga tagliata, nonostante gli evidenti segnali di inefficienza burocratica ed economica. Tende a votare per ulteriori espansioni dello stato sociale, cosa che a sua volta porta a un aumento della tassazione e della ridistribuzione, e che, a sua volta, soffoca l'economia. Questa spirale continua se il carico fiscale della maggioranza è ritenuto inferiore al valore presunto dei sussidi e dei servizi sociali che riceve. L'immigrazione di massa intensifica questo processo, poiché il tipico immigrato povero in Occidente ha tutto da guadagnare e nulla da perdere da una simile strategia di voto.


La crescita dello stato

L'avvento dell'era “democratica” è quindi strettamente legato alla crescita drammatica dello stato fin dall'inizio del XX secolo. La democrazia contribuisce a questa crescita burocratica poiché la maggioranza vota per linee di politica che richiedono o giustificano uno stato più grande. Questo statalismo cancerogeno nella società può essere misurato da numeri fuori controllo: entrate fiscali, debito pubblico, spesa pubblica e dipendenti pubblici.

Nonostante la rabbia piuttosto sciocca della maggioranza, l'aumento della spesa pubblica non si traduce automaticamente in servizi pubblici migliori. Al contrario, secondo l'effetto Baumol il costo relativo dei servizi tende ad aumentare, soprattutto nei servizi non di mercato delle amministrazioni statali. E, secondo la Public Choice Theory, gli incentivi dei dipendenti statali per una gestione buona ed equa nell'interesse pubblico sono deboli, il che porta a sprechi e inefficienza nel migliore dei casi e a corruzione nel peggiore.

Sfortunatamente questi punti non sono ben noti alla maggioranza degli elettori, di conseguenza molte persone sottovalutano quanto effettivamente contribuiscono finanziariamente allo stato rispetto a quanto ne ricevono. C'è una sconsideratezza ingenua riguardo alle tasse regressive come l'IVA e l'inflazione. Nel 1845 Frédéric Bastiat aveva già colto questi punti quando considerava la tassazione come un furto: “Per derubare le persone è necessario ingannarle. Ingannarle significa persuaderle che le si sta derubando per il loro tornaconto e indurle ad accettare, in cambio della loro proprietà, servizi fittizi o spesso peggiori”.


Votare per scambiare la libertà con la sicurezza

Le società occidentali hanno progressivamente votato per rinunciare alla libertà in favore di una presunta sicurezza fornita dallo stato. Molti erano convinti che Herbert Marcuse avesse ragione quando scrisse che “la perdita di libertà economiche e politiche che erano il vero risultato dei due secoli precedenti può sembrare un danno lieve in uno stato in grado di rendere la vita amministrata sicura e confortevole”. Tuttavia, sebbene ciò possa sembrare vero per un breve periodo, la vita in una democrazia moderna non può essere “sicura e confortevole” a lungo termine a causa del “processo di decivilizzazione” descritto sopra.

La libertà di voto contribuisce ironicamente alla perdita di libertà economica nell'Occidente “democratico”. Questo processo va contro l'opinione prevalente di equiparare democrazia e libertà, pertanto questo processo è l'opposto delle presunte “contraddizioni intrinseche” del capitalismo di Marx: è l'interventismo statalista che porta a tensioni economiche e sociali e che spinge la società verso la crisi e persino il collasso.

Questo risultato diventa inevitabile quando a sempre più persone nella società viene impedite di progredire economicamente, quando non riescono più a sbarcare il lunario e quando si trovano ad affrontare una crescente insicurezza, servizi sociali in declino e infrastrutture in rovina. O gli effetti nefasti dell'interventismo statale, tragicamente rafforzati dal processo democratico, diventano chiari per la maggioranza, oppure la spirale discendente della distruzione della ricchezza e del declino sociale continuerà. Si spera che le idee di libertà diventino di nuovo attraenti e che i benefici del vero capitalismo vengano compresi, a patto che il fallimento della democrazia verrà finalmente svelato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 6 novembre 2024

Perché la democrazia ha una tale resistenza

 

 

di Finn Andreen

Come è stato sottolineato in precedenza, la “regola della maggioranza”, in senso politico, non esiste nel modo in cui viene presentata dalle istituzioni dominanti nelle cosiddette “democrazie” occidentali. L'avversione della popolazione occidentale alle critiche alla “democrazia” è a dir poco sconcertante.

La resistenza della democrazia rappresentativa in Occidente può essere spiegata come segue: la democrazia è acriticamente vista come un sistema politico progressista e illuminato che ha sostituito le monarchie, solitamente descritte come retrograde e repressive; nonostante le criticità del “governo della maggioranza”, la democrazia svolge un ruolo di canalizzazione del dissenso dell'opinione pubblica in una società politicizzata. Questi due punti verranno spiegati di seguito.


La democrazia come presunto miglioramento rispetto alla monarchia

La narrativa dominante è quella che vede la democrazia come un miglioramento morale rispetto alla monarchia. I governi odierni ricevono la loro legittimità dalla “volontà del popolo” e non più dal diritto divino dei re. Tuttavia questa è una visione in gran parte caricaturale e controfattuale, non da ultimo perché le elezioni e le pratiche di voto non sono specifiche delle “democrazie liberali”; alcune erano in uso molto prima che venisse introdotta la rappresentanza politica.

La tanto decantata “volontà del popolo” è l’ultima “formula politica”, per usare l’espressione dello storico italiano Gaetano Mosca, che consente alla “minoranza organizzata” di giustificare il suo dominio su una “maggioranza disorganizzata e disinteressata” nell’era dei diritti individuali. Da questo punto di vista non c’è alcuna differenza tra democrazia e monarchia.

Come riassunse James Burnham in The Machiavellians (1943):

L'esistenza di una classe dirigente minoritaria è, bisogna sottolinearlo, una caratteristica universale di tutte le società organizzate di cui abbiamo traccia. Essa vale indipendentemente dalle forme sociali e politiche, che la società sia feudale o capitalista o schiavista o collettivista, monarchica o oligarchica o democratica, indipendentemente dalle costituzioni e dalle leggi, indipendentemente dalle professioni e dalle credenze.

Sebbene oggi sia comune parlare bene della democrazia rispetto alla monarchia, ciò diventa problematico quando il metro di paragone è la libertà. La libertà economica e politica non sono una conseguenza ovvia del diritto di voto, come dovrebbe essere chiaro oggi in Occidente. La libertà è correlata alla protezione della proprietà privata e dovrebbe essere vista come inversamente correlata alle dimensioni e al potere dello stato.

Nonostante i difetti della monarchia, specialmente nella sua tarda espressione assolutista, come sistema politico che collega il potere alla proprietà privata della terra essa aveva una naturale inclinazione a proteggere i diritti di proprietà. Con il tempo, in particolare nell'era democratica, il demanio pubblico è cresciuto a spese della proprietà privata. Non a caso la crescita dello stato regolatore moderno, finanziato da un'esplosione di stampa di denaro e tassazione, è iniziata quando le società sono diventate democratiche.

Nelle democrazie moderne le differenze tra i partiti politici sono diminuite sulla scia della forza centripeta del centro politico. L'elettorato spesso vota per programmi che conosce a malapena e che, in seguito, difficilmente vengono implementati. La frode elettorale è diffusa. Troppo spesso le promesse elettorali hanno poco a che fare con la politica effettiva. Rousseau potrebbe non aver esagerato quando scrisse, in The Social Contract (1762) sul parlamentarismo britannico, che tra un'elezione e l'altra “l'individuo è uno schiavo, non è niente”.

Questa realtà sta iniziando a far capolino sempre di più in Occidente, come si può notare dalle crescenti tensioni politiche, ma l'illusione rimane così forte, non da ultimo tra le persone istruite, che la maggior parte sembra, come nella favola “I vestiti nuovi dell'imperatore”, complice volontaria di questo inganno.


La democrazia come valvola di sfogo per l’opinione pubblica

L'importanza dell'opinione pubblica per il potere politico fu riconosciuta da Tommaso d'Aquino nel XIII secolo e poi espressa da Etienne de la Boétie nel suo Discorso sulla servitù volontaria (1549). David Hume scrisse (1777) che “È [...] solo sull'opinione che si fonda lo stato e questa massima si estende ai governi più dispotici e più militari, così come a quelli più liberi e popolari”.

Le democrazie tengono quindi conto dell'opinione pubblica, ma non tanto per la loro natura “democratica” quanto perché sono obbligate a farlo. Ma poiché i governanti traggono la loro legittimità dalla “volontà del popolo”, la gestione dell'opinione pubblica è decisamente più importante nei sistemi politici “rappresentativi” che nei regimi autoritari, come ha osservato anche Noam Chomsky. Di conseguenza gli stati democratici saranno tentati di usare propaganda, disinformazione e censura al fine di ottenere, o mantenere, il consenso del popolo, come riconobbe con lungimiranza Aldous Huxley.

Un quarto potere forte e indipendente è ovviamente cruciale. Come scrisse il teorico del diritto tedesco, Carl Schmitt, “discussione” e “apertura” sono prerequisiti affinché una democrazia rappresentativa non scivoli nell’autoritarismo.

Alla discussione appartengono le convinzioni condivise, la volontà di essere persuasi, l'indipendenza dai legami di partito, la libertà da interessi egoistici. La maggior parte delle persone oggi considererebbe un tale disinteresse come implausibile, ma anche questo scetticismo appartiene alla crisi del parlamentarismo.

Infatti una democrazia che soddisfi questi prerequisiti, ovvero che consenta tali condizioni di trasparenza nella società, è “implausibile” perché tende inevitabilmente a diventare vittima del suo stesso successo. La minoranza al potere, pressata dall'inevitabile controllo politico e dalla sana critica consentita dalle condizioni sopraccitate, cerca di indebolire proprio “discussione” e “apertura” che inizialmente hanno contribuito a legittimarne il governo. I tentativi di restrizioni e controllo dei contenuti sui social media sono esempi per eccellenza di una tale deriva.

A differenza dei regimi autoritari, il processo democratico può consentire alla maggioranza di sanzionare o premiare pubblicamente diverse forze politiche all'interno della minoranza dominante, agendo come un canale per l'opinione pubblica. Come spiegò Mosca: “La funzione elettorale è un mezzo con cui alcune forze politiche controllano e limitano l'azione di altre, quando viene esercitata in buone condizioni sociali”. Queste “buone condizioni sociali” includono i criteri di Carl Schmitt di cui sopra.

Anche Ludwig von Mises riconobbe la “funzione sociale” della democrazia, “quella forma di costituzione politica che rende possibile l’adattamento del governo ai desideri dei governati senza lotte violente”. In particolare, nell’Occidente politicizzato, con i suoi stati altamente interventisti, il processo democratico può, quando le condizioni lo consentono, fungere da valvola di sfogo per l’insoddisfazione politica repressa della maggioranza.

Quando le condizioni sociali sono sfavorevoli affinché questo processo abbia un effetto significativo, allora la democrazia come sistema politico inizia a essere messa in discussione e ne consegue una crisi politica. Questo è ciò che sta accadendo oggi in Occidente, poiché le elezioni difficilmente portano cambiamenti politici e l'oligarchia globalista occidentale cerca di rafforzare il suo controllo sull'agenda politica internazionale.

Nonostante le debolezze della democrazia, essa ha comunque una notevole capacità di resistenza in Occidente per le ragioni di cui sopra. Poiché questa capacità di resistenza si sta progressivamente erodendo, è essenziale ricordare al pubblico i principi e i benefici della libertà.


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mercoledì 2 ottobre 2024

Smascherare l'illusione occidentale della democrazia

 

 

di Finn Andreen

In questi tempi politicamente turbolenti “l’illusione della democrazia sta svanendo in tutto il mondo”, così ha scritto di recente un esperto. In Occidente c’è una crescente sensazione che la “democrazia” non stia funzionando bene, ma non c’è ancora pieno e chiaro apprezzamento di questo fatto. Michel Maffesoli, professore onorario alla Sorbona di Parigi, afferma da diversi anni che “la fine dell’ideale democratico è ormai sotto gli occhi di tutti”. Segnali di ciò possono essere visti nelle elezioni problematiche che hanno avuto luogo in Francia e in altri Paesi occidentali.

L'“ideale” o “illusione” della democrazia deriva da idee sbagliate diffuse su questo sistema politico, nonostante i chiari dubbi dei più illustri pensatori politici del passato. Le idee sbagliate più importanti sulla democrazia: i rappresentanti eletti sono in genere leali e disinteressati, e l'elettorato è in genere informato e razionale per quanto riguarda la politica.

David Hume scrisse nei suoi celebri Saggi (1777) che la democrazia non può essere “rappresentativa”, perché tutte le società sono “governate da pochi”. Il sociologo Robert Michels, nel suo lavoro pionieristico sui partiti politici (1911), definì la “legge ferrea dell’oligarchia”, mostrando metodicamente che tutte le organizzazioni mature, senza eccezioni, diventano oligarchiche (cioè governate da minoranze).

Per i primi movimenti democratici del XIX secolo, la democrazia rappresentativa non era l'obiettivo, bensì il modello ateniese. Come ha osservato Robert Michels, è stato solo quando le impossibilità pratiche della democrazia diretta su larga scala sono diventate evidenti che il concetto di rappresentanza politica ha acquisito legittimità. Nel tempo questo concetto è diventato sinonimo di “democrazia”.

Montesquieu, in The Spirit of the Laws (1739), scriveva che la principale giustificazione del sistema rappresentativo non è solo che la persona media non ha il tempo o l'interesse per impegnarsi nella vita politica, ma che è incompetente per farlo. Tocqueville, in Democracy in America (1835), scriveva che una delle potenziali minacce alla democrazia è che le persone possono finire talmente assorbite dalla ricerca di opportunità economiche da perdere interesse per la politica.

Infatti la maggioranza non ha né l'interesse, né la motivazione per impegnarsi profondamente nella politica. Gli elettori capiscono implicitamente che il loro voto è solo una piccola goccia in un oceano di schede e che, di per sé, non farà alcuna differenza nell'esito delle elezioni. Alcuni hanno anche sostenuto che non solo gli elettori mancano di interesse e motivazione, ma mancano anche del tempo e della capacità di pensare razionalmente alla politica, come riassunto dl teorico politico James Burnham nella sua opera The Machiavellians (1943):

L'incapacità delle masse di agire scientificamente in politica si basa principalmente sui seguenti fattori: l'enorme dimensione della massa che la rende troppo poco maneggevole per l'uso di tecniche scientifiche; l'ignoranza, da parte delle masse, dei metodi di amministrazione e di governo; la necessità, per le masse, di spendere la maggior parte delle loro energie nel mero guadagnarsi da vivere, il che ne lascia poche per acquisire maggiori conoscenze sulla politica o per svolgere compiti politici pratici; la mancanza, nella maggior parte delle persone, di un grado sufficiente di quelle qualità psicologiche (ambizione, spietatezza e così via) che sono prerequisiti per una vita politica attiva.

Sebbene queste intuizioni sulla rappresentanza politica siano note da tempo, sono state soppresse per mantenere l'illusione del governo della maggioranza. “Democrazia” ha una connotazione talmente positiva nel sistema dei valori occidentali che la maggior parte delle persone accetta di non dover “governare”. Questa realtà è difficile da comprendere poiché alcune linee di politica della minoranza al potere prendono in considerazione, e persino devono, l'opinione della maggioranza... almeno in una certa misura. Se pressata, la maggior parte delle persone ammetterebbe comunque che, sebbene abbiano eletto “rappresentanti”, in realtà non hanno voce in capitolo su diverse aree (ad esempio, politica estera, monetaria e commerciale), anche se queste hanno un impatto notevole sulle loro vite.


L'instabilità intrinseca di tutti i sistemi politici

Sebbene l'illusione della democrazia stia lentamente svanendo in Occidente, non è tanto per la presa di coscienza delle verità presentate sopra, ma è perché la democrazia rappresentativa, come tutti i sistemi politici, è intrinsecamente instabile. È noto da tempo che le condizioni cambiano costantemente, tanto per parafrasare Eraclito, ma non è ampiamente compreso che i sistemi politici siano inadatti a questa realtà di base. Sebbene la democrazia possa a volte sembrare funzionare bene, gli infiniti cambiamenti economici, sociali, demografici e tecnici della società rendono tali impressioni di breve durata.

Indipendentemente dal sistema politico, l'equilibrio di potere in un dato momento tra stato e società, e tra la minoranza dominante e la maggioranza governata, è costantemente interrotto da suddette condizioni mutevoli. L'aumento inesorabile dell'interventismo statale ha un impatto negativo sulla creazione di ricchezza e sulla proprietà privata, forzando la socializzazione e portando a un aumento delle tensioni politiche. Quando lo stato diventa più burocratico, non riesce a tenere il passo con una società in cambiamento, e quindi destabilizza l'equilibrio di potere. Inoltre le tensioni politiche sorgono anche se la minoranza dominante spinge un certo programma politico che ignora o addirittura si oppone alla maggioranza.

La democrazia, in particolare, è soggetta a oscillazioni costanti a causa della sua intrinseca mancanza di equità: la parte perdente di un'elezione (più della metà nei sistemi pluralistici) non è rappresentata. Come scrisse Gustave de Molinari, la democrazia “insiste sul fatto che le decisioni della maggioranza debbano diventare legge e che la minoranza sia obbligata a sottomettersi a essa, anche se è contraria alle sue convinzioni più radicate e lede i suoi interessi più preziosi”. Fenomeni di voto come la legge di Duverger e il paradosso di Arrow tendono ad ammorbidire la cruda descrizione di Molinari ma, distorcendo i risultati elettorali, difficilmente li rendono più rappresentativi o più equi.

Quando le dimensioni e il potere dello stato sono limitati (ad esempio quando l'interventismo statalista nella società è debole), il ruolo di difensore dei diritti di proprietà sarebbe considerato più importante del fatto che la maggioranza sia o meno rappresentata democraticamente. Al contrario quando il potere dello stato è esteso (ad esempio esso è fortemente interventista), sia a livello nazionale che sovranazionale, la maggioranza si aspetta tanto dalla democrazia poiché la direzione della società dipende dalle decisioni dei suoi rami esecutivo e legislativo.


Una  riduzione necessaria del potere dello stato

È possibile quindi concludere che una limitazione del potere statale è necessaria per ridurre le tensioni politiche nella società e per introdurre la tanto agognata stabilità, indipendentemente dal fatto che il sistema politico sia considerato “democratico” o meno. Ciò richiede una decentralizzazione del processo decisionale e una riduzione del ruolo dello stato, rafforzando il libero mercato e i diritti individuali. Il risultato sarebbe una società più libera, in grado di adattarsi in modo più naturale e armonioso alle condizioni mutevoli. Ciò di cui c'è bisogno è “più libertà” piuttosto che “più democrazia”.

Sfortunatamente l'illusione della democrazia ha portato le maggioranze in Occidente a confonderla con la libertà. Questo è un errore madornale perché la democrazia non è una garanzia di libertà, anche se fosse possibile il governo della maggioranza. Al contrario, quando sono state fatte concessioni alla maggioranza, come la spesa sociale attraverso la ridistribuzione fiscale, queste hanno avuto effetti deleteri sulla società e hanno ridotto la libertà economica. Come disse Tocqueville: “Amo profondamente la libertà e il rispetto dei diritti, ma non la democrazia”.

Considerati i concetti errati sulla rappresentanza politica che sono stati qui presentati, è giunto il momento di smascherare una volta per tutte l'illusione della democrazia in Occidente e sostituirla con la libertà, facendo di questa missione l'obiettivo politico più alto da raggiungere e proteggere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 10 luglio 2024

Il discorso globalista di Draghi all’UE invita una maggiore concentrazione del potere

 

 

di Finn Andreen

Un discorso piuttosto rivelatore sul futuro dell’Unione Europea è stato tenuto a Bruxelles lo scorso 16 aprile da Mario Draghi, che un tempo era in lizza per diventare presidente della Commissione europea, in sostituzione della scandalosa Ursula von der Leyen e a cui invece è stato confermato un altro mandato. Draghi, l’ex-primo ministro italiano ed ex-capo della Banca Centrale Europea, ha fornito raccomandazioni per il futuro direttamente ai membri della Commissione Europea. Alla luce delle elezioni di quest'anno per il Parlamento europeo, il contenuto di questo discorso dovrebbe essere rimarcato perché esemplifica gran parte di ciò che oggi c'è di sbagliato nella linea di politica dell'Unione Europea.

Il discorso si intitolava “Un cambiamento radicale: è ciò che serve”, una dichiarazione d'intenti considerando il triste percorso che sta attualmente percorrendo l’UE. Sarebbe infatti un “cambiamento radicale” nell’attuale contesto politico consentire più libertà, meno regolamentazione, meno ridistribuzione e meno tassazione per far ripartire l’Europa dal punto di vista economico. Non sorprende che questo non sia affatto ciò che Draghi avesse in mente dal momento che è uno statalista in tutto e per tutto. Ciò che invece propone è ancora più interventismo.


Soluzioni sbagliate alla mancanza di competitività

Draghi lamenta le difficoltà incontrate dall’UE nel gestire la concorrenza, nonostante quella che definisce una “strategia deliberata volta ad abbassare i costi salariali l’uno rispetto all’altro”. I risultati non sono convincenti poiché anche le statistiche dell’UE concludono che “all’interno dell’area Euro il costo orario del lavoro è aumentato in tutti gli stati membri dell’UE”. Va ricordato che un libero mercato (cioè, non l'UE) tende a cancellare le differenze salariali e di prezzo nel tempo attraverso il flusso di capitale e lavoro; quando lo stato cerca di forzare questo processo, ciò porta solo a costi aggiuntivi.

Draghi si lamenta inoltre della terribile situazione della competitività dell’UE nelle tecnologie all’avanguardia, ma sono le condizioni normative e fiscali dell’UE a soffocare l’innovazione. Per quanto sbagliasse a generalizzare, ci sono grandi differenze regionali all’interno dell’UE proprio per questi motivi. Le aree con ambienti di start-up fiorenti dovrebbero essere premiate consentendo loro di attrarre capitali e talenti secondo i principi del libero mercato.

Invece di collegare l’innovazione e gli investimenti con il libero mercato, dice Draghi

l’UE dispone di risparmi privati ​​molto elevati, ma sono per lo più incanalati nei depositi bancari e non finiscono per finanziare la crescita come invece accadrebbe in un mercato dei capitali più ampio. Questo è il motivo per cui il progresso dell’Unione dei mercati e dei capitali (UMC) è una parte indispensabile della strategia complessiva per la competitività.

Secondo l’UE l’unione dei mercati e dei capitali è “un’iniziativa per creare un mercato unico dei capitali in tutta l’UE” e che deve essere utilizzato, secondo l’ex-primo ministro italiano Enrico Letta, “per tirare migliaia di miliardi fuori dai materassi del blocco europeo offrendo ai risparmiatori un modo più semplice per investire in azioni”.

Questa proposta non sorprende, poiché le attuali istituzioni europee che spendono e stampano denaro stanno spudoratamente cercando modi per accedere ai risparmi personali in tutta l’UE. L’ufficio del presidente francese Emmanuel Macron, pienamente allineato con l’UE, ha dichiarato che “il risparmio delle famiglie dovrebbe finanziare più direttamente gli investimenti di cui abbiamo bisogno per rilanciare la nostra competitività”. Inoltre, come ha anche affermato un think tank favorevole all’UE: “L’Unione Europea dispone di €33.500 miliardi in risparmi delle famiglie, ovvero un quarto del suo PIL collettivo, ma gran parte di questo denaro è bloccato nelle banche perché le famiglie preferiscono i contanti rispetto agli investimenti”. Le parole “seduto” e “bloccato” parlano di istituzioni che non solo vogliono prima o poi sbarazzarsi del denaro contante per un maggiore controllo, ma che vogliono soprattutto utilizzare i risparmi delle famiglie per compensare le rigide e fallimentari linee di politica dell’UE che per decenni hanno soffocato investimenti e competitività.

Persino il Financial Times ha riconosciuto che “la competitività e l’unione dei mercati e dei capitali sono il logoro standard dei comunicati dell’UE. L’enfasi sulla competitività è un riflesso del difficile contesto geoeconomico. Promettere l’unione dei mercati e dei capitali elude la questione del prestito comune dell’UE”.

A causa della sua agenda politica a favore della concentrazione del potere a Bruxelles, Draghi ignora il fatto che, come scrisse Ludwig von Mises: “Il denaro non è mai inattivo”. I depositi non solo riflettono le inclinazioni naturali e variabili degli individui al risparmio, ma “se il singolo risparmiatore impiega i risparmi per aumentare la sua liquidità perché questa è ai suoi occhi la modalità più vantaggiosa di utilizzarli, stimola un calo dei prezzi delle materie prime e un aumento del potere d’acquisto dell’unità monetaria”. Pertanto in una società libera (cioè non nell'Unione Europea) il risparmio svolge un ruolo importante e non dovrebbe essere compito di alcuna istituzione governativa manipolarlo o disincentivarlo.


Incolpare il resto del mondo

Queste proposte per migliorare la competitività sono state formulate da Draghi nel contesto di una grande lotta di potere a tre, tra Stati Uniti, UE e Cina. Tuttavia una tale competizione geopolitica non può essere nell’interesse dei consumatori europei, i quali vedrebbero ulteriori restrizioni al libero scambio con le aziende delle altre due nazioni. L’unica competizione naturale è economica – non politica – ed esiste tra imprese e individui nel libero mercato. L’obiettivo dell’UE è quello di entrare in una grande rivalità contro Stati Uniti e Cina, o è quello di consentire agli europei di prosperare in pace? Sembra chiaro che per Draghi e la Commissione Europea sia la prima.

Lo status del progetto europeo, sempre più moribondo, viene quindi implicitamente attribuito da Draghi a forze esterne, in particolare alla Cina, ma sempre più anche agli Stati Uniti. È invece il dilagante interventismo statalista in quasi tutti i settori della vita economica e sociale dell’UE a essere alla radice di tutti i suoi problemi. Draghi afferma che “altre regioni non rispettano più le regole e stanno elaborando linee di politica per migliorare la loro posizione competitiva”. Infatti per molti decenni il sostegno statale alle industrie nazionali è stato uno strumento politico primario dai governi occidentali, per non parlare del fatto che l’UE non è per nulla innocente quando si tratta di fare uno strappo alle “regole”.


L’obiettivo è concentrare il potere politico

L’agenda globalista dell’Unione Europea, costantemente sostenuta dall’idea hegeliana dello “Stato universale omogeneo”, è palesemente evidente nel discorso di Draghi. Segni di questa agenda sono ovunque, come quando sollecita “la standardizzazione dei dati dei pazienti dell’UE” o “ad accettare un approccio comune” nel settore energetico, o quando spinge sulla “capacità di prestito comune dell’UE”. Le sue proposte tendono tutte alla centralizzazione del potere nell’UE e all’ulteriore indebolimento della sovranità degli stati membri. Ciò è chiaro quando parla della necessità di “abilitare la scalabilità” e quando si lamenta della “mancanza di scalabilità” e del fatto che “la frammentazione ci impedisce di progredire”. Queste e altre proposte vengono utilizzate da Draghi per giustificare la concentrazione di maggiore potere nelle mani dei burocrati a Bruxelles.

Il successo dell’Europa non dipende da tali linee di politica. Al contrario, non faranno altro che stimolare la spesa pubblica e gonfiare l’amministrazione statale, mentre faranno poco per i veri imprenditori che sono la spina dorsale delle economie europee. C’è davvero bisogno di maggiore competitività in Europa, ma ciò può essere raggiunto solo se l’UE e gli stati nazionali iniziano ad allentare la loro stretta mortale sull’economia europea.

È ovvio che l’UE è andata oltre il suo obiettivo originario di garantire le quattro libertà nelle nazioni europee. Oggi, dopo le ratifiche antidemocratiche del trattato di Maastricht del 1992 e del trattato di Lisbona del 2008, Draghi conferma che l’UE sta portando avanti la sua agenda di controllo globalista. Questo era il vero scopo delle elezioni parlamentari europee del mese scorso.

Il progetto dell’UE e i governi europei che lo hanno sostenuto hanno devastato l’intera civiltà europea attraverso decenni di linee di politica coercitive. Se si vuole che l’Europa risorga economicamente, scientificamente e culturalmente, è necessario prima rimuovere i pesi politici che ne soffocano l’economia.


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mercoledì 15 maggio 2024

Perché l’Occidente sta rinunciando ai diritti individuali

 

 

di Finn Andreen

Sebbene la classe politica occidentale critichi costantemente la natura “autoritaria” di alcune nazioni, bisognerebbe prima spazzare davanti alla propria porta tanto per parafrasare Johann von Goethe. Infatti gli stati-nazione occidentali e le istituzioni internazionali da anni intaccano la libertà e i diritti sia degli individui che delle imprese.

In primo luogo le pressioni fiscali e inflazionistiche esorbitanti sulle popolazioni occidentali non dovrebbero mai essere considerate “normali” o “accettabili”; sono gravi violazioni dei diritti di proprietà in sé e per sé. Queste pressioni da sole aiutano a spiegare la stagnazione economica e la decadenza politica delle società occidentali. Inoltre alla polizia e alle forze di sicurezza occidentali sono stati conferiti poteri precedentemente impensabili, molti dei quali ora permanenti. Wikileaks e altri hanno rivelato i programmi di sorveglianza di massa su intere popolazioni imbastiti dalle agenzie di intelligence occidentali.

La censura e la propaganda sono pratiche comuni da parte dei governi e dei media generalisti, soprattutto nelle democrazie occidentali dove il controllo dell’opinione pubblica è fondamentale. Ma la violazione dei diritti in Occidente ha preso una svolta drammatica con i confinamenti senza precedenti e ingiustificati di persone sane durante la pandemia Covid-19, con l'obbligatorietà della vaccinazione e con gli altri scandali politici che hanno riguardato questi vaccini.

All’ordine del giorno ci sono ulteriori restrizioni alla libertà di parola su alcune piattaforme social. Nuove leggi, come il RESTRICT Act (Restricting the Emergence of Security Threats that Risk Information and Communications Technology) negli Stati Uniti e il Digital Services Act in Europa, vengono approvate in modo antidemocratico. Sebbene all'apparenza vengono propagandate come protezione per le persone, consentono all’élite oligarchica occidentale di aumentare il proprio controllo sulla società, attuare la propria agenda globalista e proteggersi dal dissenso.

Nel futuro prossimo le cose probabilmente andranno molto peggio: dall’allarmante controllo capillare delle vite individuali attraverso i wallet digitali e le valute digitali delle banche centrali alle gravi  conseguenze economiche e sociali dei “Green Deal”, tutti i campanelli d’allarme suonano già da tempo.

Alla luce di queste gravi violazioni dei diritti e le minacce di ulteriori violazioni, ci si potrebbe aspettare una reazione da parte della maggioranza dei destinatari. È vero, ci sono sacche di disobbedienza politica, come le proteste degli agricoltori in Europa, ma si tratta di movimenti marginali di persone che stanno sperimentando in prima persona le linee di politica sopra menzionate.

Ci sono segnali positivi di disapprovazione tra la popolazione in generale, come una misurabile perdita di fiducia sia nei media generalisti occidentali che nei leader politici, ma non c’è una massiccia opposizione a queste evidenti violazioni dei diritti individuali. Quindi, prima di chiedersi quali siano le condizioni necessarie per un cambiamento politico radicale in Occidente, è necessario analizzare questa indifferenza.


L'abbandono dei diritti individuali

Il mondo occidentale è stato in grado di produrre testi importanti come la Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino e la Carta dei diritti degli Stati Uniti, entrambi del 1789. Il loro scopo era quello di garantire la protezione dei diritti e delle libertà individuali contro la coercizione statale. Per più di due secoli questi due documenti hanno svolto un certo ruolo nel frenare le violazioni più eclatanti dei diritti individuali da parte dei governi occidentali contro i loro sudditi.

Va notato, tuttavia, che questi documenti non solo sono stati interpretati in modo abbastanza “arbitrario”, ma sono stati violati, anche apertamente, in molte occasioni (ad esempio, la coscrizione forzata e la tassazione, per citarne solo due). Ciò è inevitabile quando tali diritti sono tutelati solo dalla volontà dei legislatori e dei giudici di aderire a vecchie pergamene, per quanto “sacre” spesso si pretenda che siano. Considerando la protezione relativamente scarsa dei diritti individuali che questi documenti hanno di fatto fornito, non sorprende che tali diritti – in particolare quello più fondamentale, il diritto di proprietà – possano essere indeboliti tanto facilmente oggi.

Probabilmente l’attuale sfrontata violazione dei diritti può verificarsi per diverse ragioni. In primo luogo, nella cultura postmodernista prevalente, i significati delle parole sono soggettivi, positivisti e non devono essere presi sul serio. Ciò si riflette nell’attuale zeitgeist che considera l’intervento statalista non solo accettabile, ma anche un mezzo migliore per muovere la società rispetto ai “vecchi e pittoreschi principi”. Un buon esempio di ciò sono le misure draconiane che si prevede verranno imposte per combattere il “cambiamento climatico”.

In secondo luogo, i diritti individuali sono solitamente disattesi dalla maggioranza perché sono dati per scontati. Questa è l'ingenua convinzione della “fine della storia”, secondo la quale le “democrazie liberali” occidentali sono l'apice dello sviluppo morale e politico dell'umanità. È l’idea, comune tra le persone di buon cuore ma politicamente ignoranti, che i diritti individuali non necessitano più di attenzione perché sono già stati acquisiti, una volta per tutte.

Oggi in Occidente non si capisce che la lotta per la libertà non finisce mai. Come disse Benjamin Constant in un famoso discorso all’assemblea francese del 1819: “Per beneficiare della libertà che vorrebbe, il popolo deve esercitare una sorveglianza attiva e costante sui suoi rappresentanti”. Altrimenti, come scrisse George Santayana: “Se tutti gli interessati non manterranno un occhio vigile sul corso degli affari pubblici e non si pronunceranno frequentemente sulla loro condotta, presto si renderanno conto del fatto che sono stati ignorati e ridotti in schiavitù”. Tali parole di saggezza non sono mai state assorbite dalla popolazione occidentale.


L’attenzione ai diritti positivi

Il terzo modo in cui i diritti individuali vengono compromessi è quando vengono interpretati in modo troppo ampio e quindi diluiti. Ciò accade quando vengono ampliati per includere non solo i diritti negativi, ma anche quelli positivi, quelli che ci si aspetta che lo stato faccia rispettare. Ciò legittima sia la crescita di quest'ultimo sia la sua coercitiva e ingiusta redistribuzione della ricchezza al fine di garantire “uguaglianza di opportunità” o, peggio, “uguaglianza di risultati”.

Tale pensiero permea la società occidentale odierna, anche nella Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite, la quale parla di “diritti” positivi come il diritto al lavoro, il diritto alla parità di retribuzione, o il diritto al riposo e al tempo libero. Questi ovviamente non sono “diritti” nello stesso senso del diritto naturale alla proprietà e la loro applicazione da parte dello stato viola necessariamente i diritti di proprietà altrui. Infatti, come scrisse Murray Rothbard nel suo libro L’etica della libertà: “Il concetto stesso di 'diritti' è 'negativo', poiché delimita le aree dell’azione di una persona nelle quali nessun essere umano può interferire”.


Come sempre, bisogna istruirsi sulla libertà

Può esserci un solo risultato da questo abbandono dei diritti individuali da parte della maggioranza in Occidente: la loro strisciante violazione evidente oggi. Se i principi dei diritti naturali fossero davvero insegnati, invece del vacuo mantra ripetuto fino alla nausea secondo cui “tutti gli uomini sono creati uguali”, il nefasto programma di controllo imposto dalla minoranza dominante potrebbe essere contrastato molto più facilmente.

Vale la pena ricordare che la prima frase della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino afferma: “L’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti umani sono le uniche cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione del governo”. Gli sforzi devono quindi continuare senza sosta per informare e istruire le persone sui principi di libertà e sull’importanza di proteggere i diritti negativi contro i continui tentativi di violarli.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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