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venerdì 7 settembre 2012

Una Società Satale o di Diritto Privato





di Hans-Hermann Hoppe


[Discorso tenuto al Mises Institute Brasil (2011). Foto e video disponibili qui.]


Il Problema dell'Ordine Sociale

Solo sulla sua isola, Robinson Crusoe può fare quello che vuole. Per lui, la questione relativa alle norme di una condotta umana ordinata — cooperazione sociale — semplicemente non si pone. Tale questione può nascere solo dopo che una seconda persona, Venerdì, arriva sull'isola. Eppure, anche allora, la questione rimane in gran parte irrilevante fintanto che non esiste la scarsità. Supponiamo che l'isola sia il Giardino dell'Eden. Tutti i beni esterni sono disponibili in sovrabbondanza. Sono "beni gratuiti," proprio come l'aria che respiriamo è normalmente un bene "gratuito." Qualunque cosa Crusoe faccia con questi beni, le sue azioni non hanno conseguenze — né per quanto riguarda la cessione futura di tali beni, né per quanto riguarda la fornitura attuale o futura delle stesse merci per Venerdì (e viceversa). Quindi, è impossibile che possa sorgere un conflitto concernente l'uso di tali beni tra Crusoe e Venerdì. Un conflitto è possibile solo se le merci sono scarse; e solo allora vi sarà la necessità di formulare regole che rendono possibile, ordinata e libera da conflitti la cooperazione sociale.

Nel Giardino dell'Eden esitono solo due beni scarsi: il corpo fisico di una persona e lo spazio che occupa. Crusoe e Venerdì hanno un solo corpo e può stare in un solo posto alla volta. Pertanto, anche nel Giardino dell'Eden possono sorgere conflitti tra Crusoe e Venerdì: Crusoe e Venerdì non possono occupare lo stesso posto in piedi contemporaneamente senza che l'uno entri in conflitto fisico con l'altro. Di conseguenza, anche nel Giardino di Eden devono esistere delle regole per una condotta sociale ordinata — norme relative alla corretta posizione ed al movimento dei corpi umani. Al di fuori del Giardino dell'Eden, nel regno della scarsità tutt'intorno, ci devono essere norme che regolano l'uso non solo dei corpi personali, ma di tutto quello che è scarso, in modo tale che tutti i possibili conflitti si possano escludere. Questo è il problema dell'ordine sociale.



La Soluzione: L'Idea della Proprietà Privata

Nella storia del pensiero sociale e politico, sono state offerte una miriade di proposte come soluzioni al problema dell'ordine sociale, e questa moltitudine di proposte incompatibili tra loro ha contribuito alla convinzione diffusa che la ricerca di una singola soluzione "corretta" sia inutile ed illusoria . Eppure, una soluzione corretta esiste. Non c'è motivo di cedere al relativismo morale. Infatti, la soluzione al problema dell'ordine sociale è nota da centinaia di anni. La soluzione è l'idea della proprietà privata.

Permettetemi di formulare la prima soluzione per il caso specifico rappresentato dal Giardino dell'Eden e successivamente per il caso generale rappresentato dal mondo reale composto di scarsità tutt'intorno.

Nel Giardino dell'Eden, la soluzione è fornita dalla semplice regola che prevede che chiunque possa mettere o spostare il proprio corpo dove vuole, a patto che nessun altro sia già lì ed occupi lo stesso spazio.

Al di fuori del Giardino dell'Eden, nel regno della scarsità tutt'intorno, la soluzione è fornita da quattro regole logicamente interdipendenti:

  1. Ogni individuo è il proprietario privato (esclusivo) del proprio corpo fisico. In effetti, chi altri, se non Crusoe, dovrebbe detenere la proprietà del corpo di Robinson? Venerdì? Oppure Crusoe e Venerdì congiuntamente? Eppure questo non aiuterebbe ad evitare conflitti. Piuttosto, creerebbe un conflitto e lo renderebbe permanente.

  2. Ogni individuo è il proprietario privato di tutti i beni dati dalla natura che egli percepisce come scarsi e li mette in uso per mezzo del suo corpo, prima che lo faccia qualsiasi altra persona. Ancora una volta, chi altro, se non il primo utente, dovrebbe essere il loro proprietario? Il secondo utente? Oppure, il primo e il secondo utente congiuntamente? Eppure, in questo caso tali affermazioni sarebbero contrarie alla finalità stessa delle norme: contribuire ad evitare il conflitto, piuttosto che a crearlo.

  3. Ogni individuo che, con l'aiuto del suo corpo e delle sue merci originariamente acquisite, produce nuovi prodotti ne diventa in tal modo il giusto proprietario, alla sola condizione che nel processo di produzione non danneggi fisicamente i beni di proprietà di un'altra persona.

  4. Una volta che un bene è stato acquisito originariamente o prodotto, la sua proprietà può essere acquisita solo per mezzo di un trasferimento contrattuale volontario del suo titolo di proprietà da un precedente proprietario al suo successore.

Mi posso risparmiare qui il compito di fornire una giustificazione etica dettagliata così come una giustificazione economica dettagliata di tali norme. Ciò è stato fatto altrove. Tuttavia, alcune affermazioni a tale proposito debbono essere spiegate.

Contrariamente alla pretesa spesso udita secondo cui l'istituzione della proprietà privata è solo una convenzione, deve essere dichiarato categoricamente: un convenzione ha uno scopo, ed è qualcosa per cui esiste un'alternativa. L'alfabeto Latino, per esempio, ha lo scopo della comunicazione scritta ed esiste una alternativa ad esso, l'alfabeto Cirillico. Ecco perché è indicato come una convenzione.

Qual è, tuttavia, lo scopo delle norme? Se non esiste conflitto interpersonale — cioè: se, a causa di una armonia preesistente di tutti gli interessi, non sorge mai una situazione in cui due o più persone vogliono utilizzare un unico e stesso bene in modi incompatibili — allora non sarebbe necessaria alcuna norma. E' lo scopo delle norme evitare conflitti altrimenti inevitabili. Una norma che genera conflitto piuttosto che contribuire ad evitarlo è in contrasto con la finalità stessa delle norme. Si tratta di una norma disfunzionale o una perversione.

Per quanto riguarda lo scopo dell'evitare i conflitti, tuttavia, l'istituzione della proprietà privata non è sicuramente solo una convenzione, perché non esiste alternativa. Solo una proprietà privata (esclusiva) fa sì che tutti i conflitti, altrimenti inevitabili, possano essere evitati. E solo il principio di acquisizione della proprietà attraverso atti di appropriazione originale, effettuati da persone specifiche in un determinato momento e luogo, ha permesso di evitare il conflitto fin dall'inizio del genere umano in poi, perché solo l'appropriazione originale di un bene non assegnato in precedenza può essere libera da conflitto — semplicemente, perché — per definitionem — nessun altro ha avuto rapporti precedenti con il bene.



L'Imposizione dell'Ordine Sociale e la Protezione della Proprietà Privata: Lo Stato

Importante come questa intuizione — ovvero, che l'istituzione della proprietà privata, fondata in ultima analisi su atti di appropriazione originale, è senza altre alternative la desideratum dell'annullamento del conflitto (la pace) — è il fatto che essa non è sufficiente a stabilire l'ordine sociale. Infatti, anche se tutti sanno come il conflitto possa essere evitato, è ancora possibile che la gente semplicemente non voglia evitarlo il conflitto, perché si aspetta di beneficiarne a spese degli altri.

Infatti, fintanto che l'umanità è quello che è, esisteranno sempre assassini, rapinatori, ladri, delinquenti e truffatori, vale a dire, persone che non agiscono in base alle suddette regole. Quindi, ogni ordine sociale, se deve essere gestito con successo, richiede enti e meccanismi che tengano tali trasgressori sotto controllo. Come realizzare questo compito, e da chi?

La risposta standard a questa domanda implica che questo compito, cioè, l'applicazione della legge e dell'ordine, sia il primo dovere — anzi, la ragion d'essere — dello stato. In particolare, questa è la risposta data anche dai liberali classici come il mio maestro intellettuale, Ludwig von Mises. Che questa risposta sia corretta o no dipende da come viene definito lo "stato."

Lo stato, secondo la definizione standard, non è un'azienda regolare e specializzata. Piuttosto, esso viene definito come un'agenzia caratterizzata da due caratteristiche uniche e logicamente connesse. In primo luogo, lo stato è un ente che esercita un monopolio territoriale sul processo decisionale finale. Cioè, lo stato è l'arbitro ultimo in ogni caso di conflitto, tra cui i conflitti che lo coinvolgono. Non lascia appello al di sopra e al di là di sé. In secondo luogo, lo stato è un ente che esercita un monopolio territoriale della tassazione. Cioè, è un'agenzia che fissa unilateralmente il prezzo che i privati cittadini devono pagare per il servizio dello stato come ultimo giudice ed esecutore della legge e dell'ordine.



L'Errore Fondamentale dello "Statalismo"

Il punto di vista standard ampiamente diffuso per quanto riguarda la necessità dell'istituzione di uno stato come fornitore di legge ed ordine, si distingue in chiara contraddizione con l'economia elementare, le leggi morali ed i principi.

Prima di tutto, tra gli economisti ed i filosofi esistono due proposizioni quasi universalmente accettate:

  1. Ogni "monopolio" è "cattivo" dal punto di vista dei consumatori. Il monopolio è qui inteso nel suo significato classico come un privilegio esclusivo concesso ad un singolo produttore di un bene o servizio, o come l'assenza di un "ingresso libero" in una particolare linea di produzione. Una sola agenzia, A, può produrre un determinato bene o servizio, X. Tale monopolio è "cattivo" per i consumatori, perché, protetto da potenziali nuovi operatori in un determinato settore della produzione, il prezzo del prodotto sarà maggiore e la sua qualità inferiore rispetto a quello che altrimenti sarebbe stato in condizioni di libera concorrenza.

  2. La produzione di legge ed ordine, cioè, della sicurezza, è la funzione primaria dello stato (come appena definito). La sicurezza è qui intesa in senso lato, come definita nella Dichiarazione d'Indipendenza Americana: la tutela della vita, della proprietà, e la ricerca della felicità lontano dalla violenza interna (criminalità) e dall'aggressione (guerra) esterna (estera).

Entrambe le proposizioni sono apparentemente incompatibili tra loro. Ciò ha raramente causato preoccupazione tra i filosofi e gli economisti, e nella misura in cui l'ha causato, la reazione tipica è stata quella di contestare la prima proposizione piuttosto che la seconda. Eppure, esistono ragioni teoriche fondamentali (e montagne di prove empiriche) per cui la seconda proposizione è davvero sbagliata.

Come monopolista territoriale del processo decisionale ultimo e di applicazione della legge, lo stato non è come qualsiasi altro monopolio, come un monopolio sul latte o sulle auto che produce latte ed auto di qualità relativamente inferiore ed a prezzi più elevati. A differenza di tutti gli altri monopolisti, lo stato non solo produce beni di qualità inferiore, ma "mali" (non-beni). In effetti, deve innanzitutto produrre mali (come le tasse) per poter produrre qualcosa che possa essere considerato un bene (inferiore).

Se un'agenzia è il giudice ultimo in ogni caso di conflitto, allora è anche giudice in tutti i conflitti che la coinvolgono. Di conseguenza, invece di limitarsi a prevenire e risolvere conflitti, un monopolista col processo decisionale finale causerà e provocherà anche conflitti al fine di risolverli a proprio vantaggio. Cioè, se si può solo fare appello allo stato per la giustizia, la giustizia sarà falsata a favore dello stato, malgrado le costituzioni e le corti supreme.

Le costituzioni e le corti sono costituzioni e tribunali statali, e qualunque limitazione di sorta possa essere stabilita per quanto riguarda l'azione dello stato è sempre decisa dagli agenti dell'istituzione stessa. Com'era prevedibile, la definizione di proprietà e di tutela sarà continuamente modificata e la delimitazione della giurisdizione estesa a vantaggio dello stato. Sparirà l'idea di una "data" legge eterna ed immutabile che deve essere scoperta e sarà sostituita da un'altra idea di diritto, la legislazione — una legge arbitraria fatta dallo stato.

Inoltre, come giudice ultimo lo stato è anche monopolista della tassazione, cioè, può unilateralmente, senza il consenso di tutte le persone interessate, determinare il prezzo che i suoi sudditi devono pagare per l'applicazione della legge (falsata) dello stato. Tuttavia, un'agenzia finanziata dalle tasse che controlla la vita e la proprietà è una contraddizione in termini: un protettore con la capacità di espropriare la proprietà. Motivati, come tutti, dall'interesse personale e dalla disutilità del lavoro, ma equipaggiati con il potere unico di tassare, gli agenti statali cercheranno invariabilmente di massimizzare le spese in materia di protezione — e la quasi totalità della ricchezza di una nazione può ragionevolmente essere consumata dal costo della protezione — ed al tempo stesso di ridurre al minimo la produzione effettiva di protezione. Più soldi si possono spendere e meno si deve lavorare per essi, meglio sarà.



L'Errore Composto: Lo Stato Democratico

A parte l'errore fondamentale dello statalismo in generale, ci sono altri errori nel caso particolare di uno stato democratico. Una trattazione approfondita di questo argomento è stata fornita altrove, ma un breve cenno è necessario.

La tradizionale forma premoderna dello stato è quella di una monarchia (assoluta). Ma la monarchia è stata colpevolizzata, in particolare anche dai liberali classici, per essere incompatibile con il principio fondamentale "dell'uguaglianza davanti alla legge." La monarchia invece si basava sul privilegio personale. Così, sostenevano i critici della monarchia, lo stato monarchico è stato sostituito da uno democratico. Con una partecipazione aperta ed un possibile accesso nel governo aperto a tutti, non solo ad una classe ereditaria di nobili, si pensava che il principio di uguaglianza davanti alla legge era stato soddisfatto.

Tuttavia, questa uguaglianza democratica di fronte alla legge è qualcosa di completamente diverso e incompatibile con l'idea di una legge universale, ugualmente applicabile a tutti, ovunque e in ogni momento. In realtà, l'ex-scisma discutibile e le disuguaglianze di una legge superiore per il re rispetto ad una legge subordinata per i soggetti ordinari, sono completamente conservate sotto la democrazia nella separazione del diritto "pubblico" dal "privato" e nella supremazia del primo sul secondo.

In democrazia, tutti sono uguali fintanto che l'entrata nel governo è aperta a tutti a parità di condizioni. Tutti possono diventare re, per così dire, non solo una cerchia privilegiata di persone. Così, in una democrazia non esistono privilegi personali o persone privilegiate. Tuttavia, esistono privilegi funzionali e funzioni privilegiate. I funzionari pubblici, fintanto che agiscono in veste ufficiale, sono disciplinati e protetti dal diritto pubblico e quindi occupano una posizione privilegiata nei confronti delle persone che agiscono sotto la mera autorità del diritto privato.

In particolare, i funzionari pubblici sono autorizzati a finanziare o sussidiare le proprie attività attraverso le tasse. Cioè, non guadagnano, come deve fare ogni soggetto nel diritto privato, il loro reddito attraverso la vendita e la successiva produzione di beni e servizi affinché vengano acquistati volontariamente da consumatori o meno. Piuttosto, come funzionari pubblici, essi sono autorizzati a vivere di quello che per i soggetti nel diritto privato è considerato "furto" e "bottino rubato." Così, il privilegio e la discriminazione giuridica — e la distinzione tra governanti e sudditi — non scompare sotto la democrazia. Al contrario. Invece di essere limitati a principi e nobili, nella democrazia i privilegi saranno a disposizione di tutti: tutti possono impegnarsi in furti e vivere di bottino rubato se solo riescono a ricoprire la carica di funzionario pubblico.

Com'era prevedibile, quindi, in condizioni democratiche la tendenza di ogni monopolio a far aumentare il prezzo della giustizia e di abbassarne la qualità, sostituendo l'ingiustizia alla giustizia, non è diminuita ma aggravata. Come monopolista ereditario, un re o un principe considera il territorio e la gente sotto la sua giurisdizione come sua proprietà personale e si impegna nello sfruttamento monopolistico della sua "proprietà."

Sotto la democrazia, lo sfruttamento monopolistico ed il monopolio non scompaiono. Piuttosto, ciò che accade con la democrazia è questo: invece di un principe e di una nobiltà che considerano il paese come loro proprietà privata, esiste un custode temporaneo ed intercambiabile che viene messo a capo del paese. Il custode non possiede il paese, ma finché è in carica gli è permesso di usarlo a suo vantaggio e dei suoi protetti. Egli possiede il suo uso attuale — usufrutto — ma non il suo stock di capitale. Ciò non elimina lo sfruttamento. Al contrario, rende lo sfruttamento meno evidente e realizzato con poco o nessun riguardo per il capitale sociale. Lo sfruttamento diventa nebuloso ed il consumo di capitale sarà sistematicamente favorito.



La Soluzione: Una Società di Diritto Privato Invece dello Stato

Se lo stato, e in particolare lo stato democratico, è palesemente incapace di creare e mantenere l'ordine sociale; se, invece di aiutare ad evitare il conflitto, lo stato è la fonte del conflitto permanente; e se, piuttosto che garantire la sicurezza giuridica e la prevedibilità, lo stato genera continuamente insicurezza ed imprevedibilità attraverso la sua legislazione e sostituisce la legge costante con il capriccio "flessibile" ed arbitrario, allora sorge la domanda inevitabile come anche la soluzione — ovviamente, non-statalista — corretta al problema dell'ordine sociale.

La soluzione è una società di diritto privato, cioè una società nella quale ogni individuo ed ente è soggetto ad uno e lo stesso insieme di leggi. Non esiste un diritto pubblico che concede privilegi a persone specifiche (e a nessuna proprietà pubblica) in questa società. C'è solo il diritto privato (e la proprietà privata), ugualmente applicabile a tutti ed a ciascuno. A nessuno è permesso acquistare beni con qualsiasi mezzo, se non attraverso l'appropriazione iniziale, la produzione o lo scambio volontario, e nessuno possiede un privilegio fiscale e di espropriazione. Inoltre, in una società di diritto privato a nessuno è permesso vietare a chiunque altro di usare la sua proprietà al fine di entrare in qualsiasi linea di produzione che vuole e competere contro chiunque voglia.

In particolare per quanto riguarda il problema a portata di mano: in una società di diritto privato la produzione della sicurezza — della legge e dell'ordine — deve essere effettuata da persone finanziate volontariamente e da agenzie in concorrenza per un pagamento volontario (o non-pagamento) effettuato dalla clientela, così come la produzione di tutti gli altri beni e servizi.

Sarebbe presuntuoso prevedere la forma precisa del settore della sicurezza che emergerebbe nel quadro di una società di diritto privato. Tuttavia, non è difficile prevedere alcune modifiche cruciali che fondamentalmente — e positivamente — caratterizzerebbero un settore competitivo della sicurezza rispetto a quello attuale, fin troppo statalista e produttore di (in)giustizia e (dis)ordine.

In primo luogo, mentre in una società complessa basata sulla divisione del lavoro l'auto-difesa giocherà solo un ruolo secondario (per ragioni ancora da spiegare), è opportuno sottolineare fin dall'inizio che in una società di diritto privato è indiscusso che tutti abbiano il diritto a difendersi dalle aggressioni contro la propria persona e la proprietà. In netto contrasto con il presente, la pratica statalista, che rende le persone sempre più inermi ed indifese contro gli aggressori, in una società di diritto privato non esistono restrizioni alla proprietà privata delle armi da fuoco. Il diritto elementare di ciascuno all'auto-difesa per proteggere la propria vita e la proprietà contro gli invasori sarebbe sacrosanto, e come si sa dall'esperienza di The Not So Wild, Wild West, oltre a numerose e recenti indagini empiriche sul rapporto tra la frequenza del possesso di armi ed il tasso di criminalità, più armi significa meno criminalità.

Proprio come nella complessa economia di oggi noi non produciamo le nostre scarpe, i nostri abiti, ed i nostri telefoni, però partecipiamo ai vantaggi della divisione del lavoro, così uno si deve aspettare che accadrà anche quando si tratta della produzione di sicurezza, in particolare maggiore è la proprietà che una persona possiede e più ricca sarà la società nel suo insieme. Quindi, la maggior parte dei servizi di sicurezza saranno senza dubbio forniti da agenzie specializzate che competono per clienti paganti volontariamente: varie forze di polizia private, assicurazioni ed agenzie di arbitrato.

Se si volesse riassumere in una parola decisiva la differenza e il vantaggio di un settore della sicurezza competitivo rispetto alla pratica statalista attuale, sarebbe questa: contratto. Lo stato, come decisore ultimo e giudice, opera in un vuoto giuridico senza contratti. Non esiste nessun contratto tra lo stato ed i suoi cittadini. Non è contrattualmente stabilito quello che è attualmente posseduto da chi, e che cosa, pertanto, deve essere protetto. E non è stabilito, quale servizio lo stato debba fornire, cosa deve accadere se lo stato fallisce nel suo compito, né quale è il prezzo che il "cliente" di tale "servizio" deve pagare.

Piuttosto, lo stato stabilisce unilateralmente le regole del gioco e può cambiarle, per legge, durante il gioco. Ovviamente, tale comportamento è inconcepibile per i fornitori di sicurezza finanziati liberamente. Provate ad immaginare un fornitore di protezione, che sia la polizia, l'assicuratore, o l'arbitro, la cui offerta consisteva in qualcosa di simile:

Non vi garantirò contrattualmente nulla. Io non vi dirò quali cose specifiche considero come vostra proprietà da proteggere, né vi dirò quello che mi obbliga a considerarlo se, secondo il vostro parere, io non compio il mio servizio verso di voi — ma in ogni caso, mi riservo il diritto di determinare unilateralmente il prezzo che mi dovete pagare per un servizio così indefinito.

Ogni fornitore di sicurezza sparirebbe dal mercato quasi immediatamente a causa di una totale mancanza di clienti. Ogni produttore privato di sicurezza finanziato liberamente deve invece offrire ai suoi potenziali clienti un contratto. E questi contratti devono, al fine di apparire accettabili ai consumatori che pagano volontariamente, contenere chiare descrizioni di proprietà e servizi ed obblighi reciproci ben definiti. Inoltre, ogni parte di un contratto, per la durata o fino all'adempimento del contratto stesso, sarebbe vincolata ai suoi termini ed alle sue condizioni, e ogni cambiamento di termini o condizioni richiederebbe il consenso unanime di tutte le parti interessate.

In particolare, per apparire accettabile agli acquirenti della sicurezza, tali contratti devono contenere disposizioni su ciò che sarà fatto nel caso di un conflitto o una controversia tra il protettore o l'assicuratore ed i loro clienti protetti o assicurati, così come nel caso di un conflitto tra i diversi protettori o le assicurazioni ed i loro rispettivi clienti. Ed a questo proposito esiste solo una soluzione di comune accordo: in questi casi le parti in conflitto si accordano contrattualmente ad essere giudicate da una terza parte, la quale ha la fiducia di entrambe le parti ma è indipendente.

E per quanto riguarda questa terza parte, anch'essa è finanziata liberamente e si trova in concorrenza con altri arbitri o agenzie di arbitrato. I suoi clienti, vale a dire, gli assicuratori e gli assicurati, si aspettano che emetta un verdetto che venga riconosciuto come equo e giusto da entrambe le parti. Solo gli arbitri in grado di formare tali giudizi avranno successo nel mercato dell'arbitrato. Gli arbitri incapaci di ciò e considerati come prevenuti o di parte spariranno dal mercato.

Da questo vantaggio fondamentale di una società di diritto privato seguono tutti gli altri vantaggi.

In primo luogo, la concorrenza tra le forze di polizia, le assicurazioni, e gli arbitri per i clienti paganti, condurrebbe ad una tendenza verso un continuo calo del prezzo della protezione (per valore assicurato), rendendo così la protezione sempre più accessibile, mentre in condizioni di monopolio il prezzo della protezione aumenterebbe costantemente e diventerebbe sempre più insostenibile.

Inoltre, come già indicato, la protezione e la sicurezza sono beni e servizi che competono con gli altri. Se più risorse sono allocate alla protezione, meno potranno essere spese per auto, vacanze, cibo o bevande, per esempio. Inoltre, le risorse assegnate alla protezione del gruppo A (le persone che vivono lungo il Pacifico, per esempio), sono in concorrenza con le risorse consumate per la protezione del gruppo B (le persone che vivono lungo l'Atlantico).

Lo stato, in quanto monopolista finanziato dalle tasse, allocherà necessariamente le risorse in modo arbitrario. Ci sarà una sovrapproduzione (o sottoproduzione) di sicurezza rispetto ad altri beni e servizi concorrenti, e ci sarà iperprotezione di alcuni individui, gruppi o regioni e sottoprotezione di altri.

In netto contrasto, in un sistema di agenzie di protezione liberamente concorrenti scomparirebbero tutte le arbitrarietà di assegnazione (sovrapproduzione e sottoproduzione). La protezione sarebbe in accordo con l'importanza relativa che ha agli occhi dei consumatori paganti volontariamente, e nessuna persona, gruppo o regione dovrebbe ricevere protezione a scapito di qualsiasi altra. Ognuno riceverebbe protezione in conformità con i pagamenti stessi.

Il vantaggio più importante di un sistema privato di produzione di legge e di ordine su base contrattuale, tuttavia, è di natura qualitativa.

In primo luogo, vi è la lotta contro la criminalità. Lo stato è notoriamente inefficiente in questo senso, perché gli agenti statali incaricati di questo compito sono pagati con le tasse, cioè, indipendentemente dalla loro produttività. Perché si dovrebbe lavorare se uno viene pagato anche per non fare niente?

Infatti, ci si può aspettare che gli agenti dello stato avranno un interesse nel mantenere un tasso di criminalità moderatamente elevato, perché in questo modo si può sempre giustificare un aumento dei finanziamenti. Peggio ancora, per gli agenti dello stato le vittime dei crimini ed il risarcimento e l'indennizzo delle vittime di tali svolgono un ruolo trascurabile nella migliore delle ipotesi. Lo stato non risarcisce le vittime della criminalità. Al contrario, le vittime danneggiate sono ulteriormente vessate, come contribuenti in quanto tale, perché pagano per la carcerazione e la "riabilitazione" del criminale (se dovesse essere catturato).

La situazione in una società di diritto privato è completamente diversa. I fornitori di sicurezza, gli assicuratori in particolare, devono indennizzare i loro clienti in caso di danno effettivo (altrimenti non troverebbero alcun cliente) e, di conseguenza, devono lavorare in modo efficiente. Devono essere efficaci nella prevenzione della criminalità, perché se non riuscirebbero ad impedire un reato, dovrebbero pagare. Inoltre, anche se non riuscissero ad evitare un atto criminale, dovrebbero essere efficienti nel rilevare e recuperare il bottino rubato, perché altrimenti dovrebbero pagare per sostituire questi beni. In particolare, devono essere efficienti nell'individuazione e nella cattura del criminale, perché solo se riescono ad arrestare il criminale è possibile farlo pagare per il risarcimento dovuto alla vittima e quindi ridurre i costi.

Inoltre, un'industria della sicurezza privata, competitiva e basata sul contratto ha un effetto generale di promozione della pace. Gli stati sono, come già spiegato, aggressivi per natura. Possono causare o provocare conflitti per poi "risolverli" a proprio vantaggio.

O, per dirla in modo diverso, come i monopolisti finanziati dalle tasse, gli stati possono esternalizzare i costi associati ad un comportamento aggressivo verso gli altri, cioè i contribuenti sfortunati, e di conseguenza tenderanno ad essere più aggressivi nei confronti della propria popolazione così come con gli "stranieri."

In netto contrasto, gli assicuratori privati in concorrenza sono per loro natura difensivi e pacifici. Da un lato perché ogni atto di aggressione è costoso, ed una condotta aggressiva da parte della compagnia di assicurazioni richiederebbe premi relativamente più elevati, con perdita di clienti a favore di concorrenti più economici e non aggressivi.

Dall'altro, non è possibile assicurare sé stessi contro ogni "rischio" concepibile. Piuttosto, è possibile assicurarsi solo contro degli "incidenti," cioè rischi sui quali l'assicurato non ha alcun controllo ed ai quale non può contribuire. In questo modo è possibile assicurarsi contro il rischio di morte e di incendio, per esempio, ma è impossibile assicurarsi contro il suicidio o contro l'appiccamento di un incendio.

Allo stesso modo, è impossibile assicurarsi contro il rischio di fallimento aziendale, di disoccupazione, o di antipatia verso i propri vicini, perché in ogni caso si ha un certo controllo sull'evento in questione. In particolare, il non poter assicurare le singole azioni ed i sentimenti (in contrapposizione agli incidenti) implica che è anche impossibile assicurarsi contro il rischio di danni derivanti dalla propria aggressività o provocazione.

Invece, ogni assicuratore deve limitare le azioni dei suoi clienti in modo da escludere ogni aggressione e provocazione da parte loro. Cioè, qualsiasi assicurazione contro le calamità sociali come la criminalità deve essere subordinata al rispetto degli stessi assicurati di specifiche norme di condotta non aggressiva e civile.

Inoltre, per le stesse ragioni e per preoccupazioni finanziarie, gli assicuratori tenderanno a richiedere che i loro clienti si astengano da tutte le forme di giustizia vigilante (tranne forse in circostanze del tutto straordinarie), poiché la giustizia vigilante, anche se giustificata, causa inevitabilmente incertezza e provoca il possibile intervento di una terza parte. Obbligando i propri clienti a seguire le consuete procedure pubblicizzate ogni volta che pensano che siano delle vittime, questi disturbi e spese accessorie possono essere in gran parte evitate.

Infine, vale la pena sottolineare che, mentre gli stati finanziati dalle tasse possono — e lo fanno — impegnarsi nel perseguimento su larga scala di crimini senza vittime come l'uso "illegale della droga," la prostituzione, o il gioco d'azzardo, questi "crimini" tenderebbero a destare poca o nessuna preoccupazione all'interno di un sistema di agenzie di protezione finanziate liberamente. La "protezione" contro tali "crimini" richiederebbe premi assicurativi più elevati, ma dal momento che questi "crimini" — a differenza dei crimini veri e propri contro persone e cose — non creano vittime, poche persone sarebbero disposte a spendere soldi per questa "protezione."

Ancora di più: mentre gli stati, come già notato, sono sempre e ovunque desiderosi di disarmare le loro popolazioni e quindi privarle di un mezzo essenziale di auto-difesa, le società di diritto privato sono caratterizzate da un diritto illimitato all'auto-difesa e quindi da un diffuso possesso di armi private. Provate ad immaginare un produttore di sicurezza che chiede ai suoi potenziali clienti che prima di tutto si debbono disarmare completamente prima che egli si possa rendere disponibile a difendere la vita dei clienti e la loro proprietà. Correttamente, ognuno potrebbe ritenerlo uno scherzo di cattivo gusto e quindi rifiutare tale offerta.

Le compagnie di assicurazione finanziate liberamente che hanno richiesto ai potenziali clienti di rinunciare a tutti i loro mezzi di auto-difesa, come prerequisito per la protezione, farebbero immediatamente destare il massimo sospetto sulle loro reali motivazioni ed andrebbero presto in bancarotta. Nel proprio interesse, le compagnie di assicurazione premierebbero i clienti armati, in particolare quelli in grado di certificare un certo livello di formazione nel maneggio delle armi, chiedendo loro premi più bassi che riflettono il minor rischio che essi rappresentano. Proprio come gli assicuratori chiedono meno se i proprietari di case hanno un sistema di allarme o una cassetta di sicurezza, così un proprietario di armi addestrato rappresenterebbe un rischio assicurativo inferiore.

Ultimo e più importante, un sistema di agenzie di protezione concorrenti avrebbe un duplice impatto sullo sviluppo della legge. Da un lato, consentirebbe una maggiore variabilità della legge. Piuttosto che imporre una serie uniforme di norme su tutti (come in condizioni stataliste), le agenzie di protezione sarebbero in grado di competere l'una contro l'altra non solo tramite i prezzi ma anche attraverso la differenziazione del prodotto. Potrebbero esistere fianco a fianco, per esempio, agenzie Cattoliche di protezione o assicuratori che applicano il diritto canonico, agenzie Ebraiche che applicano la legislazione Mosaica, agenzie Musulmane che applicano la legge Islamica, ed agenzie che applicano il diritto secolare di una varietà o di un'altra, tutte sostenute da una clientela pagante volontariamente. I consumatori potrebbero scegliere la legge che verrebbe applicata a loro ed alla loro proprietà. Nessuno dovrebbe vivere sotto una legge "straniera."

Dall'altro lato, il sistema privato di produzione di legge ed ordine promuoverebbe una tendenza verso l'unificazione e l'armonizzazione del diritto. La legge "domestica" — Cattolica, Ebraica, Romana, ecc. — si applicherebbe solo alla persona ed alla proprietà di coloro che l'avevano scelta. Il diritto canonico, per esempio, si applicherebbe solo ai Cattolici professi e riguarderebbe esclusivamente la risoluzione dei conflitti intra-Cattolici.

Ma è anche possibile, naturalmente, che un Cattolico possa entrare in conflitto con il sottoscrittore di un codice legale diverso, ad esempio, un Musulmano. Se entrambi i codici di legge raggiungessero la stessa o una simile conclusione, non esisterebbero difficoltà. Tuttavia, se i codici di legge concorrenti arrivassero a conclusione nettamente diverse (come accadrebbe, almeno in alcuni casi), sorgerebbe un problema.

In questo caso, la legge "domestica" (infragruppo) sarebbe inutile, ma naturalmente ogni persona assicurata vorrebbe protezione anche contro la contingenza dei conflitti intergruppo. In questa situazione, non ci si può aspettare che un assicuratore ed i sottoscrittori del suo codice di diritto subordinino semplicemente il loro giudizio a quello di un altro assicuratore ed alla sua legge. Piuttosto, come ho già spiegato, in questa situazione esiste un solo modo di uscita credibile ed accettabile: sin dall'inizio, ogni assicuratore dovrebbe essere contrattualmente obbligato a sottomottere se stesso ed i suoi clienti all'arbitrato di una terza parte indipendente. Questa parte non solo sarebbe indipendente, ma allo stesso tempo sarebbe la scelta unanime di entrambe le parti.

Riuscirebbe a metterle d'accordo grazie alla sua capacità, comunemente percepita, di trovare soluzioni reciprocamente accettabili (giuste) in caso di disaccordo tra gruppi. Se un arbitro non avesse successo in questo compito e giungesse a conclusioni che vengono percepite come "sleali" o "di parte" da uno dei due assicuratori o dai loro clienti, questa persona o agenzia non potrebbe essere scelta come arbitro in futuro.

Come conseguenza della collaborazione costante di diversi assicuratori e degli arbitri, si metterebbe in moto una tendenza verso l'unificazione del diritto di proprietà e del contratto e l'armonizzazione delle norme di procedura, delle prove, e della risoluzione dei conflitti. Così, con l'acquisto dell'assicurazione per la protezione, ogni assicuratore ed assicurato diventa partecipe di un sistema integrato di prevenzione dei conflitti e di mantenimento della pace. Ogni singolo conflitto e danno, indipendentemente da dove e da chi o contro chi, cadrebbe sotto la giurisdizione di una o più agenzie di assicurazioni specifiche e sarebbe gestito o da un singolo assicuratore di legge "domestica" oppure da disposizioni di legge e procedure "internazionali" o "universali" concordate da tutti in anticipo.

Quindi, invece del conflitto permanente, dell'ingiustizia e dell'insicurezza giuridica — come nelle condizioni stataliste attuali — in una società di diritto privato, dominerebbero la pace, la giustizia e la sicurezza giuridica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Bibliografia





Hans-Hermann Hoppe, Ed., The Myth of National Defense (2005).

Consultare anche la mia bibliografia annotata.


mercoledì 21 marzo 2012

Imprenditoria con la Proprietà Fiat

"[...] É stato il ripiego disperato di statisti deboli e inetti, che erano motivati dal desiderio di prolungare la loro permanenza in carica. Nel giustificare le loro scelte, questi demagoghi non si preoccupavano delle contraddizioni. Essi promisero agli industriali e ai contadini che la svalutazione avrebbe fatto crescere i prezzi. Ma allo stesso tempo promisero ai consumatori un rigido controllo dei prezzi per prevenire qualsiasi aumento del costo della vita. Dopo tutto, i governi potevano ancora giustificare la loro condotta riferendosi al fatto che sotto l’influenza dell’opinione pubblica, completamente soggiogata alle fallaci dottrine delle unioni sindacali, non si sarebbe potuti ricorrere a nessun’altra politica. Tale scusa non può essere usata dagli autori che avevano salutato la flessibilità dei tassi di cambio con l’estero come il perfetto e migliore sistema monetario. Mentre i governi erano ancora ansiosi di affermare che la svalutazione fosse una misura d’emergenza che non doveva essere nuovamente ripetuta, questi autori proclamavano la flessibilità del cambio come il sistema monetario più appropriato ed erano desiderosi di dimostrare i mali presunti collegati alla stabilità dei tassi di cambio. Nel cieco zelo di compiacere i governi e i potenti gruppi di pressione dei sindacati e degli agricoltori, essi gonfiarono a dismisura le ragioni a favore dei cambi flessibili. Ma gli inconvenienti della flessibilità standard si smanifestarono presto e l’entusiasmo per la svalutazione svanì subito." -- Ludwig von Mises
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di Hans-Hermann Hoppe


[Il seguente è il testo di un discorso tenutosi all'Edelweiss Holdings Symposium a Zurigo, Svizzera, il 17 Settembre 2011.]


Permettetemi di iniziare con una breve descrizione di ciò che fa un capitalista-imprenditore, e poi di spiegare come il lavoro del capitalista-imprenditore è cambiato nelle condizioni stataliste.

Quello che fa il capitalista è questo: Egli risparmia (o prende in prestito fondi risparmiati), assume lavoratori, compra o affitta beni capitali e la terra, ed acquista materie prime. Poi procede a produrre il suo prodotto o servizio, qualunque esso sia, e spera che ne ricaverà un profitto.

I profitti sono definiti semplicemente come un eccesso di fatturato nei costi di produzione. I costi di produzione, tuttavia, non determinano il reddito. Se il costo di produzione determinasse il prezzo e le entrate, ognuno potrebbe essere un capitalista. Nessuno fallirebbe. Piuttosto, sono i prezzi ed i ricavi previsti che determinano i costi di produzione che il capitalista può possibilmente permettersi.

Il capitalista non sa quali saranno i prezzi futuri o che quantità del suo prodotto sarà acquistato a tali prezzi. Questo dipende dal consumatore, e il capitalista non ha alcun controllo su di esso. Il capitalista deve ragionare su ciò che sarà la domanda futura per i suoi prodotti, e può sbagliare nel suo ragionamento, nel qual caso non fa profitti ma invece dovrà sostenere delle perdite.

Rischiare il proprio denaro in previsione di una domanda futura incerta è ovviamente un compito difficile. I grandi profitti si trovano dietro l'angolo, ma anche la totale rovina finanziaria. Pochi sono disposti a correre questo rischio, e ancora meno sono bravi a farlo e rimanere in attività per un certo periodo di tempo.

In realtà, c'è anche altro da dire sulla difficoltà di essere un capitalista.

Ogni capitalista si trova in competizione permanente con tutti gli altri per le invariabili quantità di denaro limitate che saranno spese per i loro beni e servizi da parte dei consumatori. Ogni prodotto compete con ogni altro prodotto. Ogni volta che i consumatori spendono di più (o meno) su una cosa, devono spendere di meno (o più) su un'altra. Anche se un capitalista ha prodotto un prodotto di successo e conseguito un utile, non c'è nulla che garantisce che ciò andrà avanti. Altri imprenditori possono imitare il suo prodotto, produrlo più a buon mercato, abbassare il suo prezzo e competere con lui. Per evitare ciò, ogni capitalista deve quindi continuamente sforzarsi per abbassare i suoi costi di produzione. Eppure cercare di produrre quello che si produce sempre più a buon mercato non è sufficiente.

L'insieme di prodotti offerti dai vari capitalisti è in continuo movimento, e così anche la valutazione di questi prodotti da parte dei consumatori. Vengono offerti sul mercato prodotti continuamente nuovi o migliorati ed i gusti dei consumatori cambiano costantemente. Nulla rimane costante. L'incertezza del futuro che affronta ogni capitalista non scompare mai. C'è sempre la tentazione dei profitti, ma anche la minaccia delle perdite. Però, è molto difficile avere continuamente successo come imprenditore e non ritornare al rango di dipendente.

In tutto ciò c'è solo una cosa su cui l'imprenditore può contare e dare per scontata, e questa è la sua proprietà fisica — e anche questa non è al sicuro, come vedremo.

I suoi beni immobili sono disponibili in due forme. In primo luogo, ci sono le risorse fisiche, i mezzi di produzione, inclusi i servizi della manodopera, che il capitalista ha acquistato o affittato per qualche tempo e che combina al fine di produrre quello che produce. Il valore di tutti questi elementi è variabile, come già spiegato. Dipende in ultima analisi dalle valutazioni del consumatore. La loro stabilità è data solo dal loro carattere fisico e dalla loro capacità. Ma senza questa stabilità fisica della sua proprietà produttiva il capitalista non potrebbe produrre ciò che produce.

In secondo luogo, oltre alla sua proprietà produttiva, il capitalista può contare sulla sua proprietà di denaro reale. Il denaro non è né un bene di consumo, né un buon produttore. E' il comune mezzo di scambio. Come tale, è il bene più facilmente ed ampiamente venduto. Ed è utilizzato come unità di conto. Per calcolare profitti e perdite, il capitalista deve ricorrere al denaro. I fattori di input ed output, i suoi prodotti da produrre, sono incommensurabili, come le mele e le arance. Sono resi commensurabili solo in quanto possono essere espressi in termini di denaro. Senza denaro, il calcolo economico è impossibile, soprattutto come spiegò Ludwig von Mises. Anche il valore del denaro è variabile, come il valore di tutto il resto. Ma anche il denaro ha caratteristiche fisiche. Si tratta di una moneta merce, come l'oro o argento, ed i profitti monetari si riflettono in un aumento dell'offerta di questa merce, oro o argento, a disposizione del capitalista.

Quello che può essere detto, poi, sui mezzi di produzione del capitalista e sul suo denaro, è questo: le loro caratteristiche fisiche non determinano il loro valore, ma senza le loro caratteristiche fisiche non avrebbero alcun valore, ed i cambiamenti nelle qualità fisiche e nella quantità delle sue proprietà influiscono sul valore della sua proprietà, qualunque siano gli altri fattori (come la modifica delle valutazioni dei consumatori) che possono influire sul valore della sua proprietà.

Ora vorrei introdurre lo stato e vedere come influisce sul business del capitalista.

Lo stato è convenzionalmente definito come un'istituzione che possiede un monopolio territoriale sulla decisione finale in ogni caso di conflitto, compresi i conflitti che coinvolgono lo Stato ed i suoi stessi agenti, e, implicitamente, il diritto di tassare — cioè, di determinare unilateralmente il prezzo che i suoi sudditi devono pagare affinché svolga questo compito.

Agire in questi limiti — o meglio, in assenza di vincoli — è ciò che costituisce la politica e l'azione politica, e dovrebbe essere chiaro fin dall'inizio che la politica, poi, per sua stessa natura, vuol dire sempre comportamento pericoloso.

Più precisamente, possiamo fare due previsioni interconnesse sull'effetto di uno stato sul business. Primo, e più fondamentale, in condizioni statali la proprietà reale diventerà quella che può essere chiamata proprietà fiat. E in secondo luogo e più specificamente, il denaro reale sarà trasformato in moneta a corso forzoso.

In primo luogo, con lo stato che è l'arbitro ultimo in ogni caso di conflitto compresi quelli in cui esso stesso è coinvolto, lo stato è sostanzialmente diventato il proprietario ultimo di tutte le proprietà. In linea di principio, può provocare un conflitto con un imprenditore e poi decidere contro di lui espropriandolo e rendendosi (o qualcuno in sua simpatia) il proprietario della proprietà fisica dell'imprenditore. Oppure, se non vuole arrivare fino a questo punto, può approvare leggi o regolamenti che coinvolgono solo un'espropriazione parziale. Può limitare gli usi che l'imprenditore può fare della sua proprietà fisica. All'imprenditore non è più permesso fare certe cose con la sua proprietà.

Lo stato non può aumentare la qualità e la quantità della proprietà reale. Ma può ridistribuirla come meglio ritiene opportuno. Può ridurre la proprietà reale a disposizione degli imprenditori o può limitare il loro controllo sulla loro proprietà; e può quindi aumentare la sua proprietà (o quella dei suoi alleati) e aumentare la propria gamma di controllo sulle cose fisiche.

La proprietà degli imprenditori, dunque, è loro proprietà solo di nome. E' concessa loro dallo stato, ed esiste solo finché lo stato non decide altrimenti. Questa spada di Damocle pende costantemente sulle teste degli imprenditori. L'esecuzione dei loro piani economici si basa sul loro presupposto che esistono, a loro disposizione, alcune risorse fisiche e le loro capacità fisiche, e tutti i loro ragionamenti sul valore si basano su questa base fisica. Ma queste ipotesi su basi fisiche possono essere rese incorrette in qualsiasi momento — come possono anche essere viziati i loro calcoli sul valore — se solo lo stato decide di modificare la propria legislazione e le normative vigenti.

L'esistenza di uno stato, poi, accresce l'incertezza che affronta l'imprenditore. Rende il futuro più incerto di quanto sarebbe stato altrimenti. Comprendendo questo, molte persone che sarebbero potute diventare imprenditori non diventeranno imprenditori affatto. E molti imprenditori vedranno guastati i loro piani economici — non perché non hanno correttamente anticipato la domanda futura di consumo, ma perché le basi fisiche, su cui si basavano i loro piani, sono state alterate da qualche cambiamento inatteso ed imprevisto nelle leggi statali e nei regolamenti.

In secondo luogo, piuttosto che intromettersi nel capitale produttivo dell'imprenditore, attraverso la confisca e la regolamentazione, lo stato preferisce immischiarsi con il denaro. Dato che il denaro è il bene più facilmente ed ampiamente vendibile, permette agli operatori di stato la massima libertà nella spesa delle proprie entrate. Di conseguenza la preferenza dello stato è per il denaro delle tasse, cioè, per la confisca del reddito monetario e dei profitti. Il denaro reale diventa oggetto della confisca e dei cambiamenti nei ritmi della confisca. Questo è il senso principale per cui il denaro diventa moneta fiat in condizioni statali. Le persone possiedono il loro denaro solo se lo stato permette loro di mantenerlo.

Ma c'è anche un secondo, ancora più perfido, modo in cui il denaro diventa moneta fiat in condizioni statali.

Gli stati in tutto il mondo hanno scoperto un modo ancor più agevole per arricchirsi a scapito della produttività delle persone: monopolizzare la produzione di denaro e sostituire la moneta merce reale ed il credito merce con vera moneta a corso forzoso e con credito fiat o fiduciaro.

Sul suo territorio, per legge, soltanto lo Stato è autorizzato a produrre denaro. Ma ciò non è sufficiente. Perché fino a quando il denaro è un vero bene, cioè, una merce che deve essere costosa da produrre, non c'è nulla da guadagnare per lo stato tranne le spese. Ancora più importante, poi, lo stato deve usare la sua posizione di monopolio al fine di ridurre i costi di produzione e la qualità del denaro il più vicino possibile allo zero. Invece di una qualità di denaro costosa come l'oro o l'argento, lo stato deve fare in modo che a diventare denaro siano i pezzi di carta senza valore, che possono essere prodotti praticamente a costo zero.

In condizioni di concorrenza — vale a dire, se ognuno fosse libero di produrre denaro — una moneta che può essere prodotta a costo zero sarebbe prodotta fino ad una quantità in cui il ricavo marginale è uguale al costo marginale. E poiché il costo marginale è pari a zero il ricavo marginale, cioè, il potere d'acquisto di questi soldi, sarebbe anch'esso pari a zero. Da qui la necessità di monopolizzare la produzione di cartamoneta, in modo da poterne limitare l'offerta, al fine di evitare condizioni iperinflazionistiche e la scomparsa totale del denaro dal mercato (ed uno spostamento verso dei "valori reali") — e tanto più è così tanto meno costerà la moneta merce.

Dopo aver monopolizzato la produzione di denaro e ridotto il suo costo di produzione e di qualità praticamente a zero, lo stato ha ottenuto un risultato meraviglioso. Stampare moneta non costa quasi nulla e ci si può girare intorno e comprare qualcosa di veramente prezioso, come ad esempio una casa o una Mercedes.

Quali sono gli effetti di tale moneta a corso legale, e in particolare quali sono gli effetti per l'imprenditoria? Primo e più in generale, più cartamoneta non influenza minimamente la quantità o la qualità di tutti gli altri beni non-monetari. Piuttosto, l'effetto che provoca il denaro supplementare è duplice. Da un lato, i prezzi monetari saranno superiori a quello che sarebbero stati altrimenti e il potere d'acquisto per unità di denaro sarà inferiore. E in secondo luogo, con l'iniezione di cartamoneta aggiuntiva la ricchezza esistente verrà ridistribuita a favore di coloro che ricevono e spendono per primi il nuovo denaro ed a spese di coloro che lo riceveranno e lo spenderanno in un secondo momento o per ultimi.

E in particolare per quanto riguarda il capitalista, poi, la cartamoneta aggiunge un'altra dose di incertezza ai suoi affari. Se e fino a quando il denaro è una merce, come l'oro o l'argento, potrebbe non essere esattamente "facile" predire l'offerta futura ed il potere d'acquisto della moneta. Tuttavia, sulla base di informazioni provenienti dai costi di produzione attuali e dai profitti del settore, è possibile ottenere una stima realistica. In ogni caso, il compito non è una pura congettura. E mentre è ipotizzabile che, con oro o argento come denaro, i profitti monetari nominali non sempre possono essere uguali ai profitti "reali", è come minimo impossibile che un guadagno nominale possa ammontare a niente. C'è sempre qualcosa che rimane: quantità di oro o d'argento.

In netto contrasto, con i soldi di carta, la cui produzione non è vincolata ad alcun tipo di limitazione (fisica) naturale (scarsità) ma dipendente esclusivamente dal capriccio e dalla volontà soggettiva, la previsione della futura offerta di deanro e del potere d'acquisto diventa davvero una congettura. Cosa faranno coloro che stampano denaro? E non è solo pensabile ma una possibilità molto reale che i profitti monetari nominali finiranno per rappresentare letteralmente nient'altro che fasci di carta senza valore.

Inoltre, mano nella mano con i soldi fiat c'è il credito fiat o fiduciario, e questo crea ancora più incertezza.

Se lo Stato può creare denaro dal nulla, può anche creare credito monetario dal nulla. E visto che può creare credito dal nulla, cioè senza alcun risparmio precedente da parte sua, può offrire prestiti meno onerosi rispetto a chiunque altro, al di sotto dei tassi di interesse di mercato, anche a tassi pari a zero. Il tasso di interesse è dunque distorto e falsificato, e il volume degli investimenti divergerà dal volume dei risparmi. Verranno così generati investimenti improduttivi sistematici, cioè, investimenti non coperti da risparmi. Si mette in moto un boom di investimenti insostenibile, necessariamente seguito da un bust, che rivela i grandi errori imprenditoriali.

Ultimo ma non meno importante, in condizioni statali, cioè in un regime di proprietà fiat e denaro fiat, l'atteggiamento degli imprenditori e quello di fare impresa viene cambiato, e questo cambiamento introduce un altro pericolo nel mondo.

In assenza di uno stato, sono i consumatori che determinano ciò che verrà prodotto, in quale qualità e quantità, e chi tra gli imprenditori avrà successo o fallirà. Con lo stato, la situazione dei commercianti diventa completamente diversa. Ora è lo stato ed i suoi operatori, non i consumatori, che in ultima analisi, decidono chi avrà successo o fallirà. Lo stato può tenere in vita qualsiasi imprenditore sovvenzionandolo o salvandolo; oppure rovinare chiunque, decidendo di indagarlo e trovarlo in violazione delle leggi statali e dei regolamenti.

Inoltre, lo stato è riempito dalle tasse e dal denaro fiat e può spendere più soldi di chiunque altro. Può rendere qualsiasi imprenditore ricco (o no). E lo stato ed i suoi operatori hanno un comportamento diverso per quanto riguarda la spesa rispetto ai consumatori normali. Non spendono i loro soldi, ma i soldi degli altri, e nella maggior parte dei casi non per i loro fini personali, ma per quelli di alcune terze parti anonime. Di conseguenza, sono frivoli ed inutili nelle loro spese. Né il prezzo né la qualità di ciò che acquistano è di grande interesse per loro.

Inoltre, anche lo stesso stato può lanciarsi nel mondo degli affari. E visto che non deve fare profitti ed evitare le perdite, in quanto può sempre integrare i suoi guadagni con le tasse o con i soldi truccati, può sempre travolgere qualsiasi produttore privato con gli stessi beni o servizi.

E infine, in virtù della sua capacità di legiferare, di fare leggi, lo stato può concedere privilegi esclusivi ad alcune aziende, isolandole o proteggendole dalla concorrenza, e con lo stesso metodo espropriarle in parte e svantaggiare le altre.

In questo contesto, è indispensabile che ogni imprenditore presti costante e stretta attenzione alla politica. Al fine di rimanere in vita e possibilmente prosperare, deve spendere tempo e fatica per occuparsi di questioni che non hanno nulla a che fare con la soddisfazione del cliente, ma con il potere della politica. E basandosi sulla sua comprensione della natura dello stato e della politica, poi, deve fare una scelta: una scelta morale.

Può partecipare e diventare una parte della vasta impresa criminale che è lo stato. Può corrompere politici, partiti politici o funzionari pubblici, sia in contanti o in natura (comprese le promesse di futuro impiego nel settore "privato" come "membri del consiglio", "consiglieri" o "consulenti"), al fine di ottenere per sé vantaggi economici a scapito di altre imprese. Cioè, egli può pagare tangenti per assicurarsi contratti o sovvenzioni statali per se stesso ed escludere gli altri. Oppure può pagare tangenti per l'approvazione o il mantenimento di una legislazione che assicuri a lui ed alla sua azienda privilegi legali e profitti monopolistici (e plusvalenze), mentre i suoi concorrenti vengono in parte espropriati e quindi fregati. Inutile dirlo, innumerevoli uomini d'affari hanno scelto questa strada. In particolare i grandi bancari ed i grandi industriali sono divenuti strettamente coinvolti nello stato, e molti imprenditori sono divenuti ricchi ed hanno creato la propria fortuna più per le loro abilità politiche che per le loro abilità di servire il consumatore come imprenditori economici.

Oppure, un uomo d'affari può scegliere il percorso onorevole, ma al tempo stesso anche il più difficile. Questo imprenditore è consapevole della natura dello stato. Egli sa che lo stato ed i suoi operatori sono là fuori per prenderlo ed opprimerlo, per confiscare i suoi beni ed il suo denaro e, peggio ancora, che sono arroganti, ipocriti, e pieni di sé. Sulla base di tale comprensione, questa razza molto diversa di imprenditore cerca poi di fare del suo meglio per anticipare e adattarsi ad ogni mossa malvagia dello stato. Ma non si unisce alla banda. Non paga tangenti per assicurarsi commesse o privilegi da parte dello stato. Invece, cerca così come meglio può di difendere ciò che è ancora rimasto della sua proprietà e dei suoi diritti di proprietà e di provare in questo modo a fare più profitti possibili.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


domenica 11 marzo 2012

La Giustizia dell'Efficienza Economica

Concludiamo (per così dire) il nostro viaggio settimanale con questo splendido pezzo di Hoppe su come il mercato è in grado di regolare (onestamente e, soprattutto, imparzialmente) i mille rivoli in cui si dipanano le azioni di ogni singolo individuo. Presupposto fondamentale a tale scenario è la proprietà privata, quintessenza della pacifica interazione tra due attori sul mercato. Perché, in prima istanza, è stata la mancanza di tale fattore che ha scatenato il casino finanziario Europeo. Gli attuali problemi economici, infatti, non sono dovuti ad una "mancanza di reogle" del libero mercato, e quindi un bisogno maggiore di intervento del governo. E' stata l'interferenza del governo nei mercati mondiali che ha causato questo disastro, ed i suoi ulteriori interventi non fanno altro che peggiorare le cose. Ma gli economisti mainstream tendono a confondere questi aspetti e si scagliano contro mercato e capitalismo. Non esistono più, e da molto. I problemi che affrontiamo oggi sono stati causati dall'accoppiata banche centrali/governi, e paradossalmente vengono chiamati continuamente in causa affinché il loro intervento "sistemi" le cose.
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di Hans-Hermann Hoppe


[Austrian Economics Newsletter (1988)]


Il problema centrale dell'economia politica è come organizzare la società in modo da promuovere la produzione di ricchezza. Il problema centrale della filosofia politica è come organizzare la società in modo da far scaturire un ordine sociale giusto.

La prima domanda riguarda l'efficienza: Quali sono i mezzi adeguati per raggiungere un risultato specifico, in questo caso, la ricchezza?

La seconda domanda non rientra nel campo delle cosiddette scienze positive. Si chiede se un dato scopo dell'economia politica possa essere giustificato come un oggettivo, e se, poi, i mezzi che l'economia politica raccomanda possono essere considerati efficaci per fini giusti.

Di seguito presento una giustificazione a priori della tesi seguente: i mezzi raccomandati dall'economia politica sono strumenti efficienti per fini giusti.

Comincio descrivendo i mezzi consigliati dall'economia politica e spiegando le ragioni sistematiche per cui la produzione di ricchezza raggiunta attraverso la loro adozione è maggiore rispetto alla produzione scegliendo qualsiasi altro mezzo. Dal momento che il mio compito principale è quello di dimostrare la giustizia di questi mezzi di produzione di ricchezza, la mia descrizione e spiegazione dell'efficienza economica sarà breve.

L'economia politica inizia con la comprensione della scarsità. È solo perché noi non viviamo nel Giardino dell'Eden che siamo preoccupati per il problema dell'efficienza economica. Secondo l'economia politica, il mezzo più efficace per alleviare, se non superare, la scarsità è l'istituzione della proprietà privata. Le regole alla base di questa istituzione sono state per la maggior parte correttamente identificate da John Locke. Sono le seguenti:

Ogni persona possiede il proprio corpo così come tutti i beni scarsi che mette in uso con l'aiuto del suo corpo prima di chiunque altro. Questa proprietà implica il diritto di utilizzare questi beni scarsi come si ritiene più opportuno, purché così facendo non si aggredisca la proprietà di chiunque altro, cioè, a patto che qualcuno non cambi (senza averlo rischiesto) l'integrità fisica della proprietà di un altro o delimiti il controllo di qualcuno senza il suo consenso. In particolare, una volta che un bene viene dichiarato posseduto attraverso l'aggiunta del proprio lavoro (frase di Locke), allora la proprietà di tale bene può essere acquisita solo per mezzo di un trasferimento contrattuale del titolo di proprietà da un precedente proprietario ad uno successivo.

Il motivo per cui questa istituzione porta alla produzione massima di ricchezza è semplice. Qualsiasi deviazione da questo insieme di regole comporta, per definizione, una redistribuzione dei titoli di proprietà (e quindi del reddito) da utenti-produttori e fornitori di beni verso utenti-non-produttori e non-fornitori. Di conseguenza, qualsiasi deviazione comporta che ci sarà meno appropriazione originaria delle risorse la cui scarsità è ben compresa, ci sarà meno produzione di nuovi beni, meno manutenzione dei prodotti esistenti e meno scambi e contrattazioni reciprocamente vantaggiosi. Ciò implica naturalmente un basso tenore di vita in termini di beni e servizi scambiabili.

Inoltre, la condizione secondo cui solo il primo utilizzatore (non uno successivo) acquisisce la proprietà di un bene, assicura che gli sforzi produttivi saranno più alti possibile in ogni momento. Inoltre, la condizione secondo cui solo l'integrità fisica della proprietà (non i valori delle proprietà) venga protetta garantisce che ogni proprietario si impegnerà a svolgere sforzi produttivi di valore più alti possibile, ad esempio, sforzi per promuovere cambiamenti favorevoli nei valori delle proprietà e per prevenire o combattere eventuali cambiamenti sfavorevoli dei valori delle proprietà (come potrebbero accadere da azioni di un'altra persona riguardo la sua proprietà). Pertanto, qualsiasi deroga a queste regole comporta anche livelli ridotti di sforzi per il valore produttivo in ogni momento.

Ora, rivolgiamoci al mio compito principale di dimostrare che l'istituzione della proprietà privata come appena caratterizzata è giusta — in effetti, che solo questa istituzione è giusta e che qualsiasi deviazione da essa non solo è economicamente inefficiente, ma anche immorale.

Prima, però, lasciatemi chiarire una somiglianza essenziale tra il problema che affronta l'economia politica e quello che affronta la filosofia politica — una somiglianza che i filosofi politici nella loro ignoranza diffusa in economia in genere trascurano solo per finire in infinite ad hoceries. Il riconoscimento della scarsità non è solo il punto di partenza dell'economia politica; è il punto di partenza della filosofia politica. Ovviamente, se ci fosse una sovrabbondanza di beni, non esisterebbe alcun problema economico di sorta. Con una sovrabbondanza di beni in modo tale che il loro uso non ridurrebbe né la mia scorta futura né la scorta attuale o futura di qualsiasi altra persona, non emergerebbero problemi etici di giusto o sbagliato dal momento che non potrebbero emergere conflitti sull'uso di tali beni. Solo nella misura in cui i beni sono scarsi, sono necessarie l'economia e l'etica.

Allo stesso modo, proprio come la risposta al problema della politica economica deve essere formulata in termini di regole vincolanti i possibili usi delle risorse in quanto risorse scarse, la filosofia politica deve rispondere anche in termini di diritti di proprietà. Al fine di evitare conflitti inevitabili, deve necessariamente formulare un insieme di regole che assegnano diritti di controllo esclusivo su beni scarsi. (Si noti che anche nel Giardino dell'Eden, il corpo di una persona, lo spazio occupato da quel corpo, ed il tempo sarebbero ancora scarsi e in tal misura l'economia politica e la filosofia avrebbero ancora un compito, per quanto limitato, da portare a termine.)

Ora parliamo della prova reale della tesi: tra i modi infinitamente concepibili di assegnazione dei diritti di proprietà esclusiva a persone, solo le norme precedentemente descritte di proprietà privata sono in realtà giustificabili. Presenterò la mia tesi passo dopo passo.

In primo luogo, mentre la scarsità è una condizione necessaria per far emergere un problema di filosofia politica, non è sufficiente. Poiché potremmo avere conflitti riguardanti l'uso di risorse scarse con, diciamo, un elefante o una zanzara, ma non potremmo prendere in considerazione la possibilità di risolvere questi conflitti attraverso la presentazione di norme sulla proprietà. In questi casi, evitare possibili conflitti è solo un problema tecnologico, non un problema etico. Poiché per far divenire etico un problema, è anche necessario che gli attori in conflitto siano in grado, in linea di principio, di ragionare. In realtà, questo è innegabile proprio perché siamo qui impegnati in una discussione. Negare che la filosofia politica presuppone il ragionamento è contraddittorio, poiché la negazione stessa sarebbe essa stessa un ragionamento.

Solo con il ragionamento emergono le nozioni di validità e di verità, e non solo la nozione di verità in questioni etiche ma di verità in generale. Solo all'interno del ragionamento ci sono affermazioni di verità di qualsiasi genere, ed è solo nel corso del ragionamento che vengono decise le affermazioni di verità. Questa proposizione, si scopre, è innegabilmente vera: uno non può sostenere che un altro non sappia ragionare, e uno non può contestare cosa voglia dire saper fare un'affermazione di verità senza affermare implicitamente che come minimo questa negazione stessa è vera. Il mio primo passo nella seguente catena di ragionamento, quindi, è stato definito "il ragionamento a priori" da filosofi come Jürgen Habermas e K.O. Apel.[1]

Allo stesso modo come è innegabilmente vero che l'etica richiede il ragionamento, è anche innegabilmente vero che qualsiasi ragionamento richiede una persona che ragiona. Ragionare non consiste in proposizioni fluttuanti. Si tratta di un'attività. Se oltre a tutto ciò che viene detto il ragionamento è anche un affare pratico e se il ragionamento è il presupposto di verità e di proposizioni possibilmente vere, ne consegue che devono esistere norme intersoggettivamente significative — cioè quelle che rendono azione un ragionamento — che devono avere uno status cognitivo speciale, nel senso che sono i presupposti pratici della verità. Ancora una volta questo è vero a priori, in modo che chiunque, come un empirista-positivista-emotivista, che nega la possibilità di un'etica razionale e che dichiara l'accettazione o il rifiuto di norme secondo una relazione arbitraria rimarrebbe invariabilmente intrappolato in una contraddizione pratica. Poiché contrariamente a quanto direbbe, dovrebbe infatti presupporre come valide le norme alla base di un qualsiasi ragionamento solo per dire qualcosa.

Con questo passo perdo, una volta per tutte, la compagnia di filosofi come Habermas e Apel.[2] Tuttavia, come si vedrà subito, ciò era direttamente implicito al passaggio precedente. Che Habermas e Apel non siano in grado di compiere questo passo è, a mio avviso, dovuto al fatto che anche loro soffrono, come molti altri filosofi, di una completa ignoranza in economia ed una corrispondente cecità sull'argomento scarsità. Il passo è semplicemente questo: Riconoscere che il ragionamento è una forma di azione e non costituito da suoni fluttuanti implica il riconoscimento del fatto che tutti i ragionamenti richiedono che una persona abbia il controllo esclusivo sulla risorsa scarsa del suo corpo. Finché c'è il ragionamento, c'è il riconoscimento reciproco del rispettivo diritto di proprietà del proprio corpo. E' questa comprensione del reciproco controllo esclusivo sul proprio corpo, presupposto da tutti i ragionamenti, che spiega la caratteristica unica della comunicazione verbale che, mentre si può dissentire su ciò che è stato detto, è ancora possibile trovare un accordo almeno sul fatto che vi sia un tale disaccordo.

Anche in questo caso, tale diritto di proprietà del proprio corpo deve essere considerato giustificato a priori, poiché tutti coloro che cercherebbero di giustificare una qualsiasi norma dovrebbero già presupporre il diritto esclusivo del controllo sul proprio corpo come una norma valida solo per dire: "io propongo questo e quest'altro." Inoltre, qualsiasi persona che cercherebbe di contestare il diritto di proprietà del proprio corpo verrebbe coinvolto in una contraddizione pratica, poiché ragionando in questo modo implicherebbe già l'accettazione della norma stessa che sta contestando. Non avrebbe nemmeno aperto la bocca se avesse avuto ragione.

L'ultimo argomento espone l'idea di proprietà privata come giustificata, e giustifica a priori, dal prototipo di bene scarso (il corpo di una persona) rispetto ad altri beni. Si compone di due parti. Ho dimostrato che il ragionamento, e la giustificazione ragionata di qualsiasi cosa, presuppone non solo il diritto al controllo esclusivo del proprio corpo ma anche il diritto al controllo di altri beni scarsi, perché se nessuno avesse il diritto al controllo di null'altro se non il proprio corpo, allora dovremmo cessare di esistere e il problema della giustificazione delle norme — così come tutti gli altri problemi umani — semplicemente non esisterebbe. Non viviamo solo d'aria; di conseguenza, semplicemente in virtù del fatto che siamo vivi, anche i diritti di proprietà per altre cose devono essere considerati validi. Nessuno che sia vivo potrebbe sostenere il contrario.

La seconda parte del ragionamento dimostra che solo l'idea Lockiana della rivendicazione della proprietà attraverso l'homesteading è un principio giusto per l'acquisizione della proprietà. La dimostrazione necessita di un semplice argumentum e contrario: se una persona non avesse acquisito attraverso il suo lavoro il diritto al controllo esclusivo di altri beni dati dalla natura, cioè, se altre persone, che non avevano utilizzato in precedenza tali beni, avessero il diritto di contestare la rivendicazione di possesso dell'homesteader, allora questo sarebbe possibile solo se si fossero acquisiti i titoli di proprietà non attraverso il lavoro, cioè, con qualche nesso oggettivo tra una persona ed una particolare risorsa scarsa, ma semplicemente mediante una dichiarazione verbale.

Questa soluzione — a parte l'ovvio fatto che non potrebbe nemmeno qualificarsi come una soluzione in senso puramente tecnico, in quanto non fornirebbe una base per decidere tra le rivendicazioni rivaleggianti — è incompatibile con la proprietà già giustificata del corpo di una persona. Poiché se fosse possibile l'appropriazione della proprietà per decreto, questo implicherebbe che sarebbe anche possibile che qualcuno dichiari semplicemente di possedere il corpo di un'altra persona. Tuttavia, come abbiamo visto, dire che la proprietà non viene acquisita attraverso l'azione di homesteading ma attraverso una dichiarazione, comporta una contraddizione pratica: nessuno può dire e dichiarare nulla, a meno che non venga già affermato che il diritto ad usare il proprio corpo sia valido semplicemente a causa del fatto reale che, indipendentemente da ciò che si dice, è la persona stessa, e nessun altro, che lo ha occupato come suo strumento per proferire parola.

Con questo, la mia giustificazione a priori dell'istituzione della proprietà privata è sostanzialmente completa. Solo due argomenti supplementari possono essere necessari al fine di sottolineare perché e dove tutte le altre proposte etiche (lasciatemele chiamare socialista) sono argomentativamente indifendibili.

Secondo l'etica della proprietà privata, le risorse scarse che sono sotto il controllo esclusivo dei rispettivi proprietari sono definite in termini fisici, e, mutatis mutandis, l'aggressività, è definita come un'invasione nell'integrità fisica della proprietà altrui. Come indicato, l'effetto economico di tale disposizione è quello di massimizzare il valore produttivo degli sforzi. Una deviazione popolare da ciò è l'idea di definire, invece, l'aggressione come un'invasione nel valore o nell'integrità psichica della proprietà di un'altra persona. Questa idea sta alla base del "principio di differenza" di John Rawls secondo cui tutte le disuguaglianze dovrebbero andare a beneficio di tutti a prescindere da come tali disparità si sono verificate,[3] sta alla base dell'affermazione di Robert Nozick secondo cui "un'agenzia di protezione dominante" ha il diritto di bandire i concorrenti a prescindere delle loro azioni reali, e sta alla base della sua affermazione relativa agli "scambi non produttivi", in cui una parte starebbe meglio se l'altra non esistesse o potesse essere messa fuorilegge, sempre indipendentemente dal fatto che lo scambio preso in considerazione comporti una qualche aggressione.[4]

Tali proposte sono tanto assurde quanto indifendibili. Mentre ogni persona può avere il controllo o meno sulle proprie azioni come causa scatenante di un cambiamento nell'integrità fisica di qualcosa, il controllo o meno sulle azioni di qualcuno influenzano il valore della sua proprietà poiché il cambiamento è nelle mani di altre persone e nelle loro valutazioni. Si dovrebbe interrogare e giungere ad un accordo con tutta la popolazione mondiale per assicurarsi che le azioni pianificate da qualcuno non cambierebbero le valutazioni di un'altra persona per quanto riguarda la sua proprietà. Ognuno sarebbe morto da molto tempo prima che ciò possa essere realizzato.

Inoltre, l'idea che il valore della proprietà debba essere protetto è un argomento indifendibile, perché anche al fine di discutere, si deve presupporre che le azioni debbano essere una permessa a qualsiasi accordo effettivo, perché se non lo fossero, non si potrebbe addirittura ragionare in questo modo. Eppure se qualcuno ragiona così, allora ciò è possibile solo a causa di confini oggettivi della proprietà, vale a dire, confini che ogni persona può riconoscere come tali, senza dover essere prima d'accordo con qualcun altro riguardo al proprio sistema di valori e valutazioni. Rawls e Nozick non avrebbero potuto nemmeno aprire la bocca se fosse stato diversamente. Il fatto stesso, quindi, che le aprano dimostra che quello che dicono è sbagliato.

La seconda deviazione popolare, altrettanto assurda ed indifendibile, è questa: Invece di riconoscere l'importanza vitale della distinzione prima-dopo nel decidere tra le rivendicazioni di proprietà in conflitto — come fa l'etica della proprietà privata, assicurando così il valore produttivo degli sforzi affinché sia il più elevato possibile in ogni momento — viene sostenuto, in sostanza, che la priorità è irrilevante e che coloro che arrivano dopo hanno lo stesso diritto alla proprietà di coloro che arrivano per primi. Ancora una volta, con la sua convinzione del diritto delle generazioni future e cose simili, Rawls può essere citato come esempio. Tuttavia, se davvero coloro che arrivano dopo avessero legittime rivendicazioni di proprietà sulle cose, allora a nessuno sarebbe letteralmente permesso di fare qualsiasi cosa con qualsiasi cosa poiché si dovrebbe avere il consenso di tutti coloro che arrivano dopo prima di fare sempre ciò che si voleva fare.

Né noi, né i nostri antenati, né la nostra progenie potrebbe sopravvivere se si segue questa regola. Tuttavia, in modo che ogni persona — passata, presente o futura — possa discutere di qualsiasi cosa deve essere possibile che sopravviva, allora ed ora. Inoltre, al fine di fare proprio questo — ed anche le persone dietro un "velo di ignoranza" Rawlsiano dovrebbero essere in grado di sopravvivere — i diritti di proprietà non possono essere concepiti come senza tempo e non specifici per quanto riguarda il numero di persone interessate.

Piuttosto, devono necessariamente essere considerati così: provenienti da azioni in punti specifici del tempo e da specifici individui che agiscono. Altrimenti, sarebbe impossibile per chiunque dire qualsiasi cosa per primo in un punto preciso nel tempo e che qualcun altro sia in grado di rispondergli. Semplificando, allora, ignorare la distinzione prima-dopo implica una contraddizione, proprio perché essere in grado di dirlo deve presupporre la propria esistenza come un'unità decisionale indipendente in un dato momento.

Quindi, concludo che ogni etica socialista è un completo fallimento. Solo l'istituzione della proprietà privata, che assicura anche la massima produzione possibile di ricchezza, può essere ragionevolmente giustificata, perché è il presupposto stesso del ragionamento.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] K.O. Apel, "Das Apriori der Kommunikationsgemeinschaft und die Grundlagen der Ethik," in idem, Transformation der Philosophie (Frankfurt/M., 1973), vol. II; Jürgen Habermas, Moralbewusstsein und kommunikatives Handeln (Frankfurt/M. 1983).

[2] Apel e Habermas rimangono essenzialmente silenti sulla questione decisiva di quale prescrizione etica segua praticamente la comprensione del "ragionamento a priori." Tuttavia, ci sono punti che indicano l'apparente credenza di entrambi ad una sorta di democrazia sociale partecipatoria. Ciò spiega perché nulla potrebbe essere più lontano dalla verità.

[3] John Rawls, A Theory of Justice (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1971), p. 60, pp. 75f., 83.

[4] Robert Nozick, Anarchy, State, and Utopia (New York: Basic Books, 1974), pp. 55f., 83–86.

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venerdì 17 febbraio 2012

Una Soluzione per la Sanità in Quattro Passi

A volte mi vengono presentati degli articoli che partono da premesse errate. La notizia fresca del giorno è che, diversamente da quello che si possa aver appresso da quel rimbambito di Stiglitz, l'America non è in un libero mercato. Il Medicare è un'enorme sistema burocratico-clinetelare che fa acqua da tutte le parti. (Anzi, meglio dire che ha passivi da tutte le parti.) Il casino nel sistema sanitario Americano è l'ennesima dimostrazione di come la pianificazione centrale governativa sia la ragione principale dei nostri malesseri. Se davvero ci trovassimo in un libero mercato, prima di tutto avremmo i nostri soldi in tasca e in secondo luogo sarebbe ognuno di NOI a scegliere chi premiare per le prestazioni mediche che vorremmo ottenere. L'interesse personale del medico verrebbe "ad incrociarsi" con la nostra necessità di curarci, e se si dimostrerà incapace o in malafede sarà abbandonato a se stesso senza nessuno alle sue spalle che lo possa salvare o sostenere economicamente.
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di Hans-Hermann Hoppe


E' vero che l'assistenza sanitaria degli Stati Uniti è un casino, ma questo non dimostra il fallimento del mercato bensì quello del governo. Per curare il problema non ci servono diverse norme governative o più burocrazia, come i politici vogliono farci credere, ma l'eliminazione di tutti i controlli governativi esistenti.

E' ora di fare sul serio sulla riforma sanitaria. Detrazioni, voucher e privatizzazione serviranno nel lungo cammino verso la decentralizzazione del sistema e la rimozione di oneri inutili. Ma devono essere intrapresi anche quattro passaggi aggiuntivi:

  1. Eliminare tutti i requisiti di licenza per scuole mediche, ospedali, farmacie, medici ed altri operatori sanitari. La loro offerta aumenterebbe quasi istantaneamente, i prezzi calerebbero, ed apparirebbe sul mercato una maggiore varietà di servizi sanitari.

    Agenzie di accreditamento in concorrenza prenderebbero volontariamente il posto delle licenze obbligatorie del governo — se gli operatori sanitari ritengono che tale accreditamento rafforzerebbe la propria reputazione, e che i loro consumatori si preoccupano della reputazione, e sono disposti a pagarla.

    Dato che i consumatori non sarebbero più indotti a credere che esista una cosa come uno "standard nazionale" di assistenza sanitaria, incrementerebbero la loro ricerca dei costi ed effettuerebbero scelte sanitarie più discriminanti.


  2. Eliminare tutte le restrizioni governative sulla produzione e la vendita di prodotti farmaceutici e dispositivi medici. Questo significa niente più Food and Drug Administration, che impedisce attualmente l'innovazione ed accresce i costi.

    I costi ed i prezzi diminuirebbero, e una varietà più ampia di prodotti migliori raggiungerebbe prima il mercato. Il mercato costringerebbe i consumatori ad agire in conformità con la propria valutazione del rischio — piuttosto che con quella del governo. Ed i produttori di farmaci e dispositivi medici in concorrenza, per salvaguardarsi da cause legali per la responsabilità dei prodotti così come per attirare clienti, fornirebbero descrizioni dei prodotti e garanzie sempre migliori.


  3. Deregolamentare il settore assicurativo-sanitario. L'impresa privata può offrire l'assicurazione contro eventi sul cui esito l'assicurato non possiede alcun controllo. Non ci si può assicurare contro il suicidio o il fallimento, per esempio, perché sono eventi che possono scaturire dalle proprie mani.

    Dato che la salute di una persona, o la mancanza di essa, si trova sempre all'interno del suo controllo, molti, se non la maggior parte dei rischi per la salute, sono in realtà non assicurabili. "L'assicurazione" contro rischi la cui probabilità può essere sistematicamente influenzata da un individuo rientra nella responsabilità stessa di quella persona.

    Tutte le assicurazioni, inoltre, comportano la messa in comune dei rischi individuali. Ciò implica che gli assicuratori pagano di più per alcuni e meno per altri. Ma nessuno sa in anticipo, e con certezza, chi saranno i "vincitori" ed i "perdenti". "Vincitori" e "perdenti" sono distribuiti in modo casuale, e la redistribuzione del reddito risultante non è sistematica. Se "vincitori" o "perdenti" potessero essere sistematicamente previsti, i "perdenti" non vorrebbero mettere in comune il loro rischio con i "vincitori", ma con altri "perdenti", perché ciò ridurrebbe i costi di assicurazione. Non vorrei mettere in comune i miei rischi di incidenti personali con quelli dei giocatori professionisti di rugby, per esempio, ma solo con quelli di persone in situazioni simili alla mia, a costi inferiori.

    A causa delle restrizioni legali sul diritto di rifiuto da parte degli assicuratori sanitari — escludere qualsiasi rischio individuale come non assicurabile — l'attuale sistema di assicurazione sanitaria è solo parzialmente definibile come assicurazione. L'industria non può discriminare liberamente tra i diversi gruppi di rischi.

    Come risultato, gli assicuratori sanitari coprono una moltitudine di rischi non assicurabili accorpati a rischi assicurativi genuini. Non discriminano tra diversi gruppi di persone che presentano rischi assicurativi significativamente diversi. L'industria gestisce quindi un sistema di redistribuzione del reddito — a beneficio di attori irresponsabili e gruppi ad alto rischio a spese di individui responsabili e gruppi a basso rischio. Di conseguenza, i prezzi del settore sono elevati.

    Deregolamentare il settore significa ripristinare la piena libertà del contratto: consentire ad un assicuratore sanitario di offrire qualsiasi contratto, includere o escludere qualsiasi rischio, e d una selezione tra i gruppi di individui. I rischi non assicurabili perderebbero la copertura, aumenterebbe la varietà delle polizze assicurative per la copertura restante, e le differenze di prezzo rifletterebbero i veri rischi assicurativi. In media, i prezzi diminuirebbero drasticamente. E la riforma ripristinerebbe la responsabilità individuale nella cura della salute.


  4. Eliminare tutti i sussidi ai malati. I sussidi creano più di ciò che è oggetto del finanziamento. I sussidi per i malati promuovono l'indigenza e la dipendenza. Se eliminiamo tali sovvenzioni, rafforzeremmo la volontà di vivere una vita sana e di lavorare per vivere. In primo luogo, ciò significa l'abolizione del Medicare e del Medicaid.

Solo questi quattro passi, anche se drastici, ripristineranno un mercato completamente libero nella prestazione medica. Fino a quando non verranno adottati, l'industria avrà seri problemi, e così anche noi, i suoi consumatori.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


sabato 8 ottobre 2011

Le Ragioni per una Privatizzazione Totale #4








Quarta ed Ultima Parte.

Qui il link alla Prima Parte.
Qui il link alla Seconda Parte.
Qui il link alla Terza Parte.




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di Hans-Hermann Hoppe


[Libertarians Papers (2011)]


Addendum

Privatizzazione: Principi ed Applicazioni

La sola soluzione effettiva al problema del conflitto, ovvero, la sola regola o norma che può assicurare l'elusione del conflitto dall'inizio dell'umanità in poi e produrre "pace eterna" è l'istituzione della proprietà privata, fondata in definitiva su azioni di appropriazione originaria di risorse "comuni" in precedenza non possedute. Opposto a ciò, l'istituzione della proprietà pubblica inizia col conflitto, ovvero, con un atto originario di espropriazione di una certa proprietà in precedenza privata (piuttosto che con l'appropriazione di beni in precedenza non posseduti); e la proprietà pubblica non termina il conflitto e l'espropriazione, ma li istituzionalizza e li rende permanenti.

Di conseguenza sorge l'imperativo della privatizzazione — e da qui il principio della restituzione, ovvero, la nozione che la proprietà pubblica può essere restituita qua proprietà privata a coloro da cui era stata forzatamente presa. Cioè, i beni pubblici dovrebbero diventare proprietà privata di coloro che hanno finanziato o altrimenti sovvenzionato questi beni e che possono stabilire una rivendicazione oggettiva — intersoggettivamente accertabile.

Applicare questo principio al mondo esistente è spesso complicato e richiede un considerevole sforzo legale. Dovrei considerare solo i casi di privatizzazione realistica in modo da indirizzarmi verso alcune questioni e decisioni centrali.

Il primo caso, approssimato molto da vicino dalla precedente Unione Sovietica, è di una società in cui ogni proprietà è proprietà pubblica, amministrata da un governo di Stato. Ognuno è un impiegato statale e lavora in uffici pubblici, imprese, industrie e negozi; ed ognuno si muove e vive su suolo pubblico ed in case pubbliche. Non c'è proprietà privata eccetto per i beni di consumo necessari, per la biancheria, per lo spazzolino da denti, ecc. Per di più tutte le informazioni riguardo il passato legale sono andate perse o distrutte in modo che nessuno, basandosi su queste informazioni, possa convalidare una rivendicazione per una qualsiasi parte identificabile della proprietà pubblica.

In questo caso, il principio secondo cui ogni rivendicazione della proprietà pubblica deve essere fondata su "dati" oggettivi ed intersoggettivamente accettati condurrebbe a conferire il possesso privato (ed i titoli per vendere tale proprietà) basandosi sull'occupazione presente o passata: gli uffici andranno ai burocrati che li occupano, le industrie agli operai, i campi agli agricoltori e le case ai residenti. Ai lavoratori pensionati sono conferiti i titoli di proprietà dei loro precedenti posti di lavoro in accordo con la durata del loro impiego. Come occupanti presenti o passati della proprietà in questione, solo loro hanno un legame oggettivo con questa proprietà. Sono i soli che hanno gestito la proprietà mentre altri stavano lavorando altrove in altri posti di lavoro pubblici.

Ogni altra cosa, ovvero, tutta la proprietà pubblica che non è attualmente occupata e gestita da alcuno (ad esempio, le "regioni selvagge") diventa proprietà "comune" ed è aperta a tutti i membri della società per la privatizzazione attraverso l'appropriazione originale.

Questa soluzione lascia fuori solo un'importante domanda. Tutti i documenti legali sono presumibilmente perduti. Ma le persone non hanno perso i loro ricordi. Ancora ricordano i crimini del passato. Ci sono vittime e testimoni di omicidi, percosse, torture ed imprigionamenti. Cosa fare con coloro che commettono questi crimini, che li hanno ordinati o commissionati, o che hanno cooperato nella loro esecuzione?

Gli aguzzini della polizia segreta e della nomenklatura comunista, per esempio, dovrebbero essere inclusi in questo schema di privatizzazione e divenire i proprietari privati di stazioni di polizia e palazzi di governo dove amministravano e pianificavano i loro crimini? La giustizia richiede invece che ogni presunto trasgressore criminale venga condotto in giudizio dalle sue presunte vittime e, se giudicato e condannato, non solo sarà escluso dall'ottenere qualsiasi proprietà pubblica, ma gli sarà inflitta una punizione anche più dura.

Il secondo caso differisce dal primo in un solo aspetto: il passato legale non è stato spazzato via. Documenti e dati esistono per provare le espropriazioni passate e basandosi su tali documenti persone specifiche possono avanzare rivendicazioni oggettive per specifici pezzi di proprietà pubblica. Questo fu essenzialmente il caso degli Stati in precedenza vassalli dell'Unione Sovietica, come la Germania Est, la Cecoslovacchia, la Polonia, ecc. dove l'assorbimento comunista ebbe luogo per circa 40 anni o una generazione prima (piuttosto che i 70 anni dell'Unione Sovietica).

In questo caso, i proprietari originali ed espropriati o i loro eredi legali dovrebbero essere considerati come proprietari privati della proprietà pubblica in questione. Ma che dire dei miglioramenti di capitale? Più nello specifico, che dire delle strutture da poco erette (case ed industrie) — che diventerebbero privatamente possedute dai loro attuali o passati occpanti — che sono state costruite su una terra restituita ad un proprietario terriero differente ed originale? Quante parti della proprietà dovrebbe ricevere il proprietario terriero e quante invece i possessori della struttura? Le strutture e la terra non possono essere fisicamente separati. In termini di teoria economica, sono dei fattori di produzione assolutamente specifici e complementari il cui relativo contributo al valore del prodotto non può essere sbrogliato. In questo caso non esiste alternativa per le parti contendenti se non un accordo.

Il terzo caso è quello della cosiddetta economia mista. In queste società esiste un settore pubblico a fianco di un settore teoricamente privato. Ci sono beni pubblici ed impiegati pubblici vicino alla proprietà teoricamente privata ed ai proprietari ed agli impiegati nelle attività private. Come al solito gli impiegati pubblici che amministrano la proprietà pubblica non producono beni o servizi che sono venduti sul mercato (per un caso atipico di imprese pubbliche produttrici di valore, vedere sotto).

I loro ricavi dalle vendite e le loro entrate di mercato sono zero. I loro salari e tutti gli altri costi coinvolti nelle operazioni di beni pubblici sono invece pagati da altri. Questi altri sono i porprietari e gli impiegati di attività private. Attività private ed impiegati, al contrario delle loro controparti pubbliche, producono beni e servizi che sono venduti sul mercato e così guadagnano delle entrate. Da queste entrate, le attività private non pagano solamente i salari ai loro impiegati e provvedono alla gestione della loro proprietà; pagano anche — sottoforma di imposte sul reddito e sulla proprietà — i salari (netti) di tutti gli impiegati pubblici ed i costi operativi di tutta la proprietà pubblica.

In questo caso il principio secondo cui la proprietà dovrebbe essere restituita qua proprietà privata a coloro che praticamente l'hanno finanziata condurrebbe ad assegnare i titoli di proprietà esclusivamente a proprietari, produttori ed impiegati privati secondo la loro proprietà del passato ed i pagamenti delle imposte sul reddito, mentre i manager e gli impiegati pubblici sarebbero esclusi. Tutti gli uffici di governo e palazzi, per esempio, sarebbero sgomberati dai loro attuali occupanti. I salari del settore pubblico venivano pagati solo — e la proprietà pubblica esisteva solo — a causa del sovvenzionamento fornito dai proprietari di attività private e dai loro impiegati. Di conseguenza mentre gli impiegati pubblici potrebbero tenere la loro proprietà privata, non hanno alcuna voce in capitolo per la proprietà pubblica che hanno usato ed hanno amministrato.

(Ciò è differente solo nel caso atipico dove l'impresa pubblica, come una fabbrica d'automobili posseduta dal governo, ha prodotto beni commerciabili e servizi e così ha guadagnato un'entrata di mercato. In questo caso gli impiegati pubblici potrebbero avere una rivendicazione legittima sulla proprietà, in dipendenza dalle circostanze. Hanno una piena rivendicazione al pieno possesso della fabbrica, se non esiste alcun precedente proprietario che sia stato espropriato e possa avanzare una rivendicazione per la fabbrica e se la fabbrica non abbia mai ricevuto sussidi dalle tasse. Se esiste un proprietario precedente, gli impiegati della fabbrica possono rivendicare al meglio un parziale possesso e devono trovare un accordo col proprietario riguardo la loro relativa parte dei titoli di proprietà. E se e nell'estensione in cui la fabbrica fosse stata sussidiata con le tasse, i lavoratori della fabbrica dovrebbero dividere ulteriormente la loro proporzione di titoli di proprietà con impiegati del settore privato qua contribuenti.)

Simultaneamente alla privatizzazione di tutta la proprietà pubblica, tutta la proprietà privata nominale sarebbe ripristinata al suo stato originale come proprietà privata reale. Cioè, tutta la proprietà privata nominale sarebbe liberata da tutte le tasse sul reddito e sulla proprietà e da tutte le restrizioni legislative pendenti su di essa (mentre rimangono in effetto gli accordi conclusi in precedenza tra le parti private riguardo l'uso della proprietà). Senza tasse, quindi, non ci sono spese del governo e senza spese del governo tutti gli impiegati pubblici saranno non stipendiati e dovranno cercare un lavoro produttivo per guadagnarsi da vivere. Allo stesso modo ogni beneficiario di sovvenzioni del governo, sussidi o ordini d'acquisto vedrà le proprie entrate ridursi o scomparire e dovrà cercare delle alternative.

Questa soluzione lascia ancora un'importante questione irrisolta. Una volta che a tutti i contribuenti è stata assegnato il numero appropriato di quote di proprietà pubblica, come entrano in possesso di questa proprietà ed esercitano i loro diritti come proprietari privati? Anche se esiste un inventario di tutta la proprietà pubblica, la maggior parte delle persone non ha la minima idea di cosa essi ora possiedono (parzialmente). La maggior parte delle persone ha idee abbastanza chiare sulla proprietà locale, ma per quanto riguarda la proprietà pubblica in altri luoghi distanti non ne sa quasi niente, eccetto qualcosa su alcuni "monumenti nazionali".

E' praticamente impossibile per qualcuno ottenere una stima realistica del prezzo "corretto" per tutta la proprietà pubblica e di conseguenza di una quota individuale in questa proprietà. Conseguentemente i prezzi chiesti e pagati per tali quote sarebbero altamente indeterminati ed ampiamente fluttuanti e divergenti, almeno inizialmente; e sarebbe piuttosto inefficiente ed altamente dispersivo in termini temporali fino a quando alcuni investitori o gruppi di investitori non abbiano rastrellato la maggioranza di tutte le quote in modo da iniziare ad operare o vendere le quote di questa proprietà per guadagnare un profitto su tale investimento.

Questa difficoltà può essere superata introducendo ancora una volta l'idea dell'appropriazione originale. I titoli nelle mani dei contribuenti non sono solo vendibili. Più importante, autorizzano i proprietari a riprendersi la proprietà in precedenza pubblica ed ora lasciata libera. La proprietà pubblica è aperta all'appropriazione originale ed i titoli sono una rivendicazione per la proprietà pubblica lasciata libera e momentaneamente non posseduta. Ognuno può associare i propri titoli a pezzi di proprietà pubblica e registrarli sotto il proprio possesso.

Visto che il primo a registrarsi con un particolare pezzo di proprietà sarebbe il suo possessore iniziale, è sicuro che tutti i pezzi della proprietà pubblica sarebbero quasi istantaneamente ripresi. Più nello specifico, la maggior parte della proprietà pubblica diventerebbe così, almeno inizialmente, posseduta dai residenti locali, ovvero, persone che vivono in stretta vicinanza ad un dato pezzo di proprietà e che sarebbero bene informati riguardo il suo potenziale valore produttivo.

Per di più, poiché il valore di ogni quota di proprietà diminuirebbe sempre di più in presenza di possessori di titoli addizionali che si registrerebbero con uno o lo stesso pezzo di proprietà, qualsiasi sottoscrizione in eccesso o sottoscrizione non interamente collocata per proprietà specifiche sarebbe evitata o eliminata velocemente. Molto in fretta ogni pezzo di proprietà sarebbe valutato realisticamente secondo il suo valore produttivo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Ulteriori Letture

Hans-Hermann Hoppe, The Economics and Ethics of Private Property (Auburn, Ala.: Ludwig von Mises Institute, 2006).

———, "De-Socialization in a United Germany," Review of Austrian Economics, Vol. 5, No. 2, 1991. [Scarica il PDF]

Murray N. Rothbard, The Ethics of Liberty (New York: New York University Press, 2003).

———, "How and How Not to Desocialize," Review of Austrian Economics, Vol. 6, No. 1, 1992. [Scarica il PDF]
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