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venerdì 17 luglio 2026

Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #6)

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-8b8)

La Rivoluzione americana – una sorta di seconda guerra civile inglese – recise i legami politici con notevole successo. Entro il 1783 la nobiltà coloniale aveva espulso gli eserciti britannici, istituito una repubblica e proclamato la propria sovranità di fronte al mondo. Eppure, nel giro di sei anni, il programma finanziario di Alexander Hamilton aveva silenziosamente reintrodotto proprio quel DNA che la rivoluzione aveva cercato di estirpare: una banca nazionale modellata sulla Banca d'Inghilterra, l'assunzione di debiti statali che legavano le sorti della nuova nazione agli obbligazionisti e uno stato fiscale-militare permanentemente dipendente dal denaro preso in prestito.

I rivoluzionari erano riusciti a sfuggire alla Corona, ma non al regime parassitario. La tipologia finanziarista – quella specifica classe dirigente il cui potere deriva non dal dominio territoriale ma dal controllo del debito, del credito e dell'ingegneria finanziaria – li seguì oltreoceano. Si radicò più profondamente sul suolo americano di quanto non avesse mai fatto nel Regno Unito e negli stati predecessori, dimostrando che l'accordo del 1688 non fu un caso geografico, bensì una forma di potere trasmissibile.

Per il secolo e mezzo successivo, questo sistema radicato crebbe di pari passo con la repubblica americana, talvolta servendone gli interessi, talvolta subordinandoli. Ma la sua prova più grande – e il suo trionfo più grande – arrivò con lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Quel conflitto, che sembrò spostare il centro di gravità da Londra a Washington, in realtà realizzò qualcosa di ben più sottile e duraturo: la ricomposizione di una classe finanziaria inglese frammentata e la costruzione di un apparato mondiale che avrebbe trasformato ogni angolo della Terra in un teatro della guerra civile inglese.

Questo saggio ripercorre tale trasformazione. Mostra come la Seconda guerra mondiale sia diventata il meccanismo attraverso il quale la supremazia di Londra è stata ristabilita – non su Washington, ma attraverso Washington – mediante la creazione di organizzazioni mondiali, la globalizzazione della finanza e la sistematica presa di controllo dei Sette Elementi del Potere Nazionale. Rivela l'infrastruttura occulta di ricatti e ricchezze illecite che sostiene questa presa di controllo, e le “Legioni del Male” che la impongono in ogni continente. E dimostra che la lotta in cui siamo ora impegnati, in tutti e sette gli elementi, non è altro che la lotta per recuperare la sovranità americana sradicando e distruggendo la Guardia Pretoriana della City di Londra – di Roma – ovunque essa operi.


La grande riconsolidazione: come la Seconda guerra mondiale sanò la frattura

Le guerre mondiali non furono semplici conflitti tra stati. Furono crisi quasi fatali per la classe finanziaria transnazionale, la quale si trovò dilaniata tra le capitali in guerra di Londra e Washington. I finanziari britannici e americani, che avevano trascorso decenni a costruire reti interconnesse di consigli di amministrazione, joint venture e alleanze tra famiglie, si trovarono improvvisamente di fronte alla prospettiva che i rispettivi stati si distruggessero a vicenda, e con essi, le fondamenta del loro potere condiviso.

La sopravvivenza della tipologia finanziarista dipendeva dal ristabilire l'unità e quest'ultima, a sua volta, dipendeva dall'emergere di un nodo come partner senior indiscusso, mentre l'altro accettava una posizione subordinata, ma pur sempre privilegiata, all'interno di una gerarchia riconsolidata.

La storia convenzionale ci dice che Washington soppiantò Londra dopo il 1945. Il dollaro sostituì la sterlina come valuta di riserva mondiale, la potenza militare americana eclissò quella britannica, gli Stati Uniti costruirono un nuovo ordine mondiale mentre la Gran Bretagna si ritirava dall'impero.

Ma questa narrazione confonde il trasferimento di determinate funzioni con il trasferimento di potere. Ciò che è realmente accaduto è stato più complesso: il DNA finanziarista di Londra è stato caricato nelle nuove istituzioni mondiali di Washington, garantendo che l'accordo del 1688 sarebbe sopravvissuto – anzi, avrebbe raggiunto il dominio planetario – proprio nel momento in cui appariva più vulnerabile.

La Seconda guerra mondiale divenne il meccanismo di questa riconquista. L'immenso debito contratto con il programma Lend-Lease pose la Gran Bretagna in una posizione di perenne supplica, ma diede anche ai finanziari londinesi un vantaggio: essi comprendevano le nuove istituzioni guidate dagli Stati Uniti perché avevano contribuito a progettarle. La conferenza di Bretton Woods del 1944 non fu un'imposizione americana, bensì una negoziazione anglo-americana, con Keynes e White che ne elaborarono insieme i progetti. Il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale non erano strumenti della politica estera statunitense in senso stretto; rappresentavano il passaggio di consegne istituzionale che ricreò il modello della Banca d'Inghilterra del 1694 su scala planetaria.

Come ha osservato l'economista politico Jeremy Green, l'ordine del dopoguerra è emerso da “processi di sviluppo anglo-americani co-costitutivi” che hanno reso la City di Londra e New York “attori chiave in una rinascita dell'economia politica mondiale”. La relazione speciale non era una mera formalità diplomatica, bensì lo statuto operativo di una holding transnazionale, con Washington come quartier generale visibile e Londra come partner principale nell'ombra.

Michael Hudson ha colto il risultato nel libro, Super Imperialism: “Gli Stati Uniti hanno così raggiunto ciò che nessun precedente sistema imperiale era riuscito a realizzare: una forma flessibile di sfruttamento globale che controllava i Paesi debitori imponendo il Consenso di Washington tramite l'FMI e la Banca mondiale”. Ma Hudson aveva anche compreso che i beneficiari finali di questo sistema non erano il popolo americano, né tantomeno lo Stato americano, bensì la classe finanziaria transnazionale che lo aveva ideato, una classe il cui centro nevralgico rimaneva, come lo era stato fin dal 1688, nella City di Londra.

Persino la Gran Bretagna stessa divenne vassalla di questo nuovo ordine. Le crisi della sterlina del 1947, 1949 e 1967 costrinsero i governi britannici che si susseguirono a subordinare la politica interna alle esigenze dei detentori di dollari. La sovranità parlamentare – la presunta più grande conquista della Rivoluzione Gloriosa – fu resa una finzione dal dominio del dollaro. Se la sede della Corona non poteva controllare la propria valuta, i propri tassi di interesse, la propria politica economica, allora non era più sovrana in alcun senso. E se Londra non era sovrana, allora Washington – apparentemente il partner più anziano – anch'essa incapace di controllare la propria valuta, i propri tassi di interesse, la propria politica economica, era anch'essa occupata, seppur con uffici più lussuosi e una fetta maggiore del bottino.


L'architettura della sovranità: le organizzazioni mondiali come meccanismi di recupero del debito

Le nuove istituzioni mondiali create a Bretton Woods e sviluppatesi nei decenni successivi non erano organismi tecnocratici neutrali. Erano l'apparato amministrativo della supremazia finanziaria, strumenti per imporre il diritto di veto degli obbligazionisti sugli Stati sovrani.

Il Fondo monetario internazionale, apparentemente un prestatore di ultima istanza, divenne lo strumento di imposizione degli aggiustamenti strutturali: le nazioni in cerca di finanziamenti di emergenza dovevano aprire le proprie economie alla penetrazione straniera, privatizzare i beni statali e subordinare il welfare al servizio del debito. La Banca mondiale, apparentemente un'agenzia di sviluppo, divenne il canale per convogliare le risorse del Sud verso i creditori del Nord attraverso progetti infrastrutturali che avvantaggiarono le multinazionali più delle popolazioni locali. L'Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio (GATT), poi diventato Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), divenne il meccanismo per scavalcare le leggi nazionali che potevano interferire con la libera circolazione dei capitali, pur mantenendo una forte limitazione del lavoro.

Queste istituzioni condividevano un DNA comune con la Banca d'Inghilterra. Erano, secondo la formulazione di Carroll Quigley, strumenti attraverso i quali “i poteri del capitalismo finanziario” potevano “creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private, capace di dominare il sistema politico di ogni Paese e l'economia mondiale nel suo complesso”. Hanno sancito come norme mondiali il debito permanente, il controllo privato sul denaro pubblico e la finanziarizzazione di ogni attività umana.

Ma le istituzioni da sole non bastano a sostenere la supremazia. Richiedono personale – amministratori leali, politici compiacenti, funzionari corrotti – per tradurre la loro autorità astratta in potere concreto. Ed è qui che emerge la seconda dimensione del dominio finanziarista: la corruzione sistematica e il compromesso degli individui in ogni ambito del potere nazionale.


L'infrastruttura del compromesso: ricatto e ricchezza illecita come strumenti di governance

Il sistema finanziarista non si regge solo sull'ideologia o sul consenso. Non può farlo, perché i suoi obiettivi – l'estrazione di ricchezza dalle popolazioni produttive a favore delle élite finanziarie, la subordinazione della sovranità nazionale alle pretese dei creditori, il finanziamento perpetuo della guerra a scopo di lucro – non sono popolari. Richiedono meccanismi di controllo che operano al di sotto del livello del consenso consapevole.

Questi meccanismi costituiscono quella che dovremmo definire l'infrastruttura del compromesso: un apparato mondiale per identificare, coltivare e, in ultima analisi, controllare gli individui che occupano posizioni di potere. Informazioni compromettenti a sfondo sessuale, trappole finanziarie, dossier che distruggono carriere, opportunità di carriera non meritate, la promessa di lucrose sinecure in cambio di fedeltà futura: non si tratta di aberrazioni occasionali, ma di strumenti sistematici di governo.

Un diplomatico che accetta conti offshore strutturati per evadere le tasse si mette in balia di chi è a conoscenza dei fatti. Un politico le cui indiscrezioni giovanili sono state documentate in sordina, non può permettersi di indagare troppo a fondo sulle fonti di finanziamento della sua campagna elettorale; un giornalista la cui carriera dipende dai ricavi pubblicitari degli imperi mediatici controllati dai finanziari impara, senza istruzioni esplicite, quali storie sono sicure e quali no; un generale che si aspetta una pensione redditizia come appaltatore della difesa, sa che le decisioni sugli appalti prese oggi determineranno se quella pensione sarà agiata o misera.

La bellezza di questo sistema, dal punto di vista finanziarista, sta nel fatto che non richiede un comando centrale. Funziona secondo la logica decentralizzata della distruzione mutua assicurata: chi è compromesso non può smascherare il sistema senza smascherare sé stesso. Ogni individuo catturato diventa una risorsa permanente, incapace di defezione senza andare incontro alla rovina personale. I compromessi proteggono i compromessi e l'intero apparato si riproduce di generazione in generazione.

Carroll Quigley, che grazie ai suoi contatti nei gruppi della Tavola Rotonda godeva di un accesso insolito a queste reti, ne descrisse il risultato in Tragedy and Hope: una “rete di straordinaria influenza” che operava “in modo discreto e silenzioso” per garantire che “l'elemento dominante in qualsiasi società” fosse costituito “dai governanti finanziari”. Non si riferiva a una cospirazione nel senso volgare del termine, bensì a una struttura: un'élite i cui membri “si conoscevano, si frequentavano e si imparentavano tra loro tramite matrimoni”.


Le Legioni del male: la guardia pretoriana

Le istituzioni forniscono la struttura, il compromesso e la vulnerabilità garantiscono la lealtà... ma né le istituzioni, né il compromesso e la vulnerabilità possono imporre l'obbedienza quando questa viene rifiutata. Per questo il sistema finanziarista ha bisogno di forza bruta: una forza organizzata, disciplinata, negabile, capace di operare in ogni continente e in ogni ambito dell'attività umana.

Questo supporto muscolare è fornito da quello che il Colonnello Towner-Watkins identifica come il Sindacato, ma che io ho definito le Legioni del male: una guardia pretoriana ibrida composta da due branche che appaiono distinte ma funzionano in stretto coordinamento.

Il braccio “legittimo” è costituito dai servizi segreti e dalle forze speciali degli Stati, in particolare quelli dell’alleanza Five Eyes. La CIA, l’MI6, l’ASIS e le loro controparti forniscono la copertura dell’autorità statale. Conducono operazioni che richiedono l’approvazione ufficiale, reclutano informatori e mantengono l’infrastruttura di sorveglianza e destabilizzazione che protegge gli interessi finanziaristi. Quando un politico sovranista emerge nel Sud del mondo, sono spesso queste agenzie a orchestrare la “rivoluzione colorata” o il colpo di stato silenzioso che lo depone. Quando un leader si rivela scomodo – un Patrice Lumumba, un Salvador Allende, un Muammar Gheddafi – sono queste agenzie a pianificarne la rimozione, a volte con un’assistenza non dichiarata da parte del secondo braccio.

Il braccio “illegale” è costituito da reti di criminalità organizzata e da gruppi terroristici/fondamentalisti. La mafia, i cartelli della droga, i trafficanti di esseri umani, le milizie jihadiste: questi non sono nemici dell'ordine finanziarista, ma suoi ausiliari irregolari. Svolgono funzioni che non possono essere eseguite dalle forze ufficiali: l'assassinio che non deve lasciare tracce, la destabilizzazione che deve apparire organica, il traffico illecito che deve finanziare le operazioni senza stanziamenti di bilancio.

L'innovazione cruciale di questo sistema – ciò che lo rende autosufficiente e praticamente invulnerabile – è il suo modello di finanziamento. Le Legioni del male non necessitano di bilanci approvati dai parlamenti o di stanziamenti stanziati dalle casse dello Stato. Si finanziano attraverso frodi finanziarie, frodi bancarie, traffico di droga, tratta di esseri umani e riciclaggio di denaro su una scala che fa impallidire il PIL della maggior parte delle nazioni. La ricchezza illecita generata da queste attività viene riciclata attraverso le stesse istituzioni finanziarie che costituiscono il nucleo del sistema, reintroducendo miliardi nella Catena finanziaria della morte e generando profitti per i legittimi finanziari che possiedono tali istituzioni.

Questo modello è emerso da precedenti stabiliti durante la Seconda guerra mondiale. L'Operazione Underworld, l'alleanza del 1942 tra la Marina statunitense e la mafia per proteggere i moli di New York dai sabotaggi dell'Asse, dimostrò che i servizi segreti potevano collaborare con la criminalità organizzata. Le successive collaborazioni della CIA con i gangster corsi a Marsiglia, con i trafficanti di eroina nel Triangolo d'Oro del Sud-est asiatico e con i contrabbandieri di cocaina dei Contras in America Centrale hanno perfezionato ed esteso questo modello. Negli anni '80 la fusione tra agenzie di intelligence e reti criminali non era più un'eccezione, ma una prassi consolidata.

Oggi questa struttura ibrida funziona come l'esercito mondiale del regime, il quale rimane nascosto dietro le quinte. Opera in ogni Paese, in ogni continente, in ogni ambito dell'attività umana. Impone il diritto di veto degli obbligazionisti non attraverso eserciti e marine – sebbene possa ricorrervi quando necessario – ma attraverso metodi più subdoli come assassinii, intimidazioni e corruzione. Ed è interamente autofinanziata, traendo le proprie risorse dalle stesse economie illecite che contribuisce a sostenere.


I sette elementi: come funziona l'occupazione

Con le istituzioni come struttura portante, il compromesso come collante e le Legioni come strumento di controllo, il sistema finanziarista ha raggiunto ciò che nessun impero nella storia è riuscito a realizzare: la cattura totale di ogni elemento del potere nazionale, non in un singolo Paese, ma in tutti i Paesi simultaneamente. L'analisi che segue mostra come questa occupazione operi nei sette ambiti riconosciuti dagli strateghi come il modello DIMEFIL: Diplomazia, Informazione, Militare, Economia, Finanza, Intelligence e Applicazione della Legge.

Diplomazia

La diplomazia si è trasformata in un sistema di riscossione del debito con altri mezzi. L'espansione della NATO, le condizionalità dell'FMI, il patto sui sottomarini AUKUS: non si tratta di accordi di mutua difesa tra pari sovrani, bensì di meccanismi per vincolare gli stati vassalli al nucleo finanziario. Una nazione che accetta prestiti dall'FMI accetta anche i “consigli” degli economisti dell'FMI in materia di politica fiscale, priorità di spesa e quadro normativo; una nazione che aderisce alla NATO accetta anche l'obbligo di acquistare sistemi d'arma da appaltatori della difesa controllati dai finanziari; una nazione che firma un accordo commerciale con gli Stati Uniti accetta anche la portata extraterritoriale della legge statunitense.

I diplomatici che negoziano questi accordi sono essi stessi il prodotto dell'infrastruttura del compromesso. Sono stati selezionati, formati, promossi e, in definitiva, controllati attraverso meccanismi invisibili al pubblico. Un incarico a Londra o a Washington è una ricompensa per la lealtà passata e un'opportunità per future trappole. Vengono aperti conti offshore, acquistate proprietà, i figli vengono istruiti, il tutto in giurisdizioni dove i finanziari esercitano la loro influenza. Quando un diplomatico raggiunge il rango di ambasciatore, non è più in grado di rappresentare gli interessi della propria nazione contro quelli dei suoi protettori. È diventato, consapevolmente o meno, un agente doppiogiochista.

Quando la diplomazia non riesce a ottenere l'obbedienza, le Legioni del male intervengono a supporto. Le “rivoluzioni colorate” che hanno travolto gli Stati post-sovietici – la Rivoluzione delle Rose in Georgia, la Rivoluzione Arancione in Ucraina, la Primavera Araba – non sono state esplosioni spontanee di volontà popolare: si è trattato di operazioni orchestrate, finanziate da ONG controllate dai finanziaristi, consigliate dai servizi segreti ed eseguite da attivisti addestrati. Il loro scopo non era la democrazia, ma il riallineamento: integrare i governi sovranisti nell'apparato mondiale finanziarista.

Informazione

L'informazione è l'ossigeno della politica moderna e il sistema finanziarista ne controlla la distribuzione. I grandi imperi mediatici, dalle reti televisive tradizionali alle piattaforme digitali, sono di proprietà o fortemente influenzati dagli stessi gestori patrimoniali transnazionali. BlackRock, Vanguard e State Street, i tre principali fornitori di fondi indicizzati, detengono partecipazioni sostanziali in ogni grande azienda mediatica del mondo anglofono. Non dettano direttamente i contenuti editoriali, ma non ne hanno bisogno. La struttura proprietaria stessa impone disciplina: i dirigenti che permettono la diffusione di contenuti ostili agli interessi finanziaristi vedranno crollare il valore delle loro azioni, limitato l'accesso ai capitali e accorciarsi la carriera.

Al di sotto del livello di proprietà si cela l'infrastruttura del compromesso. I giornalisti che raggiungono la notorietà sono quelli che hanno dimostrato affidabilità; chi si discosta da questa linea vede la propria carriera distrutta da dossier di passate indiscrezioni, reali o presunte, la propria reputazione fatta a pezzi da attacchi coordinati da parte di colleghi, il proprio sostentamento minacciato dal ritiro degli introiti pubblicitari. Il movimento #MeToo, pur con i suoi autentici successi nell'affrontare le molestie sessuali, ha anche fornito un meccanismo per neutralizzare i giornalisti le cui posizioni politiche erano scomode. La stessa dinamica opera nel settore tecnologico: i dirigenti del settore che si oppongono alla sorveglianza o alle backdoor di crittografia si ritrovano nel mirino di azioni regolamentari, audizioni al Congresso e campagne mediatiche che si materializzano misteriosamente da molteplici fonti contemporaneamente.

Quando il controllo dell'informazione richiede operazioni non ufficiali, le Legioni del male forniscono dei prestanome. Le campagne di disinformazione vengono condotte attraverso reti criminali e agenti terroristici, rendendo impossibile risalire alle loro fonti. Le fughe di notizie mirate distruggono personaggi scomodi, mantenendo al contempo l'apparenza di un'indagine giornalistica. La narrazione della collusione russa che ha dominato la politica americana dal 2016 al 2019 non era, da questa prospettiva, il prodotto di un'interferenza democratica, bensì di una guerra interna al mondo finanziario: il tentativo di una fazione di neutralizzarne un'altra attraverso l'uso dell'informazione come arma.

Militare

Lo stato fiscale-militare, perfezionato nel 1688 ed esportato in America nel 1789, ha raggiunto la sua forma definitiva. Gli interventi finanziati dal debito non servono le nazioni che li combattono, bensì gli obbligazionisti che li finanziano. L'invasione dell'Iraq, il cui costo è stimato in oltre $2.000 miliardi, ha trasferito ingenti somme dai contribuenti americani alle imprese di difesa, alle società militari private e agli istituti finanziari che hanno finanziato il debito. Allo stesso modo la guerra in Ucraina arricchisce le imprese di difesa e i commercianti di energia, impoverendo al contempo i contribuenti europei ed eliminando le reclute ucraine.

Le compagnie militari private operano come moderne Compagnie delle Indie Orientali, sfruttando il potere statale per profitto privato. Blackwater (ora Academi), DynCorp e i loro concorrenti svolgono funzioni un tempo riservate alle forze armate in uniforme: protezione delle ambasciate, addestramento delle forze alleate e persino partecipazione ai combattimenti. Non rispondono a nessun elettorato, a nessun parlamento, a nessuna catena di comando al di fuori dei loro azionisti. Sono il braccio legittimo delle Legioni del male, manifestatosi in tutta la sua potenza.

I generali che sovrintendono a queste guerre sono essi stessi compromessi dal sistema al servizio del quale operano. Il continuo passaggio di personale tra il Pentagono e le aziende del settore della difesa garantisce che le decisioni sugli appalti prese oggi determineranno il reddito pensionistico di domani. Un generale che cancella un sistema d'arma che ha sforato il budget non si limita a prendere una decisione militare; mette a repentaglio il futuro lavorativo dei suoi colleghi e le proprie prospettive di ottenere un lucroso incarico in qualche consiglio di amministrazione. La corruzione non è personale, ma strutturale: il sistema seleziona coloro che ne comprendono le esigenze ed emargina chi non le comprende.

Quando i militari in uniforme non possono intervenire – perché l'operazione richiede la negabilità, perché l'obiettivo è politicamente sensibile, perché il quadro giuridico vieta l'intervento – subentra il braccio illecito delle Legioni del male. Le forze speciali addestrano milizie jihadiste per destabilizzare i rivali, come fecero in Afghanistan contro i sovietici e in Siria contro il governo di Assad. Mercenari per procura conducono assassinii che non possono essere ricondotti ai governi nazionali. I confini tra esercito statale, contractor privati ​​e organizzazione criminale si confondono fino a diventare indistinti.

Economia

L'economia mondiale è stata progettata per servire lo sfruttamento finanziario attraverso la “Catena finanziaria della morte”. I regimi commerciali – NAFTA, protocolli di adesione all'OMC, trattati bilaterali sugli investimenti – sono concepiti per delocalizzare la produzione dai Paesi ad alto salario verso le periferie a basso salario, arricchendo le multinazionali e deindustrializzando il cuore dell'economia. La deindustrializzazione del Midwest americano, del Nord dell'Inghilterra, della “Cintura della ruggine” francese non sono conseguenze naturali del progresso tecnologico, ma esiti deliberati di scelte politiche compiute da funzionari corrotti al servizio dei padroni finanziari.

I dirigenti aziendali che implementano queste linee di politica vengono ricompensati con assegnazioni di azioni, piani di riacquisto di azioni proprie e pacchetti retributivi che allineano i loro interessi con quelli degli azionisti a scapito dei lavoratori, delle comunità e delle nazioni. Un amministratore delegato che delocalizza la produzione aumenta gli utili trimestrali, fa salire il prezzo delle azioni e si arricchisce, anche se le sue azioni distruggono le comunità che ospitavano le sue fabbriche e i lavoratori che producevano i suoi prodotti. Dal punto di vista finanziario non agisce in modo immorale; agisce razionalmente all'interno di un sistema progettato per premiare l'estrazione rispetto alla produzione.

Quando le nazioni tentano di sfuggire a questo sistema – costruendo industrie nazionali, proteggendo i settori strategici, rifiutando le condizionalità dell'FMI – si scontrano con il braccio armato delle Legioni del male. Reti di traffico illecito e organizzazioni criminali che eludono le sanzioni minano i loro sforzi, inondando i loro mercati di merci di contrabbando, indebolendo le loro valute e destabilizzando i loro governi. Un Paese che cerca di svilupparsi in modo indipendente scopre che l'indipendenza non è consentita.

Finanza

Il mondo finanziario è il cuore del sistema, l'organo da cui scaturisce ogni altro potere. Le banche centrali, un tempo istituzioni preposte alla gestione delle valute nazionali e alla promozione della stabilità interna, sono diventate veicoli di trasmissione per le linee di politica finanziariste. Gli interventi della Federal Reserve dopo il 2008, i suoi programmi di quantitative easing, le sue linee di politica in merito ai tassi di interesse prossimi allo zero, sono serviti a proteggere i bilanci delle principali istituzioni finanziarie, facendo ben poco per le famiglie che hanno perso casa, lavoro e risparmi.

Il sistema bancario ombra – hedge fund, private equity, fondi monetari – opera completamente al di fuori di ogni controllo democratico, eppure le sue decisioni influenzano la vita di miliardi di persone. Quando una società di private equity acquisisce una catena di case di riposo, la indebita pesantemente, ne estrae i beni e la lascia fallire; non si tratta di un risultato di mercato, bensì di una conseguenza politica: il sistema permette l'estrazione perché è stato concepito da chi la pratica.

L'utilizzo del dollaro come arma – ovvero l'impiego del suo status di valuta di riserva per imporre sanzioni, congelare beni ed escludere Paesi dal sistema finanziario – rappresenta la massima espressione del potere finanziarista. Una nazione che sfida Washington si ritrova tagliata fuori dal sistema di compensazione in dollari, incapace di commerciare, di ottenere prestiti e di funzionare. Non si tratta di diplomazia, né di guerra economica nel senso tradizionale del termine; si tratta piuttosto dell'esercizio della sovranità su un sistema finanziario mondiale i cui centri di controllo rimangono a Londra e New York.

I banchieri e gli organi di controllo che gestiscono questo sistema sono a loro volta controllati attraverso meccanismi tanto sottili quanto grossolani. Le trappole del debito personale – il mutuo che impone la continuità lavorativa, le tasse scolastiche dei figli che dipendono da bonus regolari – garantiscono la lealtà. Il kompromat sulle attività di trading – il front-running, l'insider trading, la manipolazione – assicura il silenzio. Le reti di frode finanziaria e riciclaggio di denaro, legate alla criminalità organizzata, riciclano capitali illeciti direttamente nel sistema, finanziando il successivo ciclo di appropriazione indebita di potere con i profitti del precedente.

Intelligence

L'intelligence è il sistema nervoso del sistema: l'apparato che raccoglie informazioni, identifica le minacce e coordina le risposte. L'alleanza Five Eyes – composta da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda – costituisce il nucleo di questo apparato, una rete permanente e discreta che trascende qualsiasi governo o amministrazione. I suoi membri condividono informazioni, coordinano le operazioni e mantengono l'infrastruttura di sorveglianza mondiale che Edward Snowden ha rivelato a un pubblico sconvolto nel 2013.

Il capitalismo della sorveglianza – la raccolta e la monetizzazione dei dati personali da parte di società private – si è fuso con l'intelligence statale per creare un panopticon mondiale. Ogni telefonata, ogni email, ogni ricerca sul web, ogni transazione finanziaria genera dati a cui il sistema può accedere quando necessario. L'infrastruttura di compromissione opera attraverso questi dati: analisti e dirigenti che potrebbero opporsi vengono ricattati tramite le proprie tracce digitali – la relazione extraconiugale rivelata nella cronologia delle ricerche, l'irregolarità finanziaria scoperta negli estratti conto bancari, il dissenso politico documentato nelle comunicazioni private.

Le agenzie di intelligence sono anche il braccio operativo principale delle Legioni del male. Documenti declassificati mostrano la preoccupazione documentata della CIA per leader antimperialisti come Michael Foot, con rapporti interni che affermano che “un governo a maggioranza laburista rappresenterebbe la più grande minaccia per gli interessi statunitensi”. Tale minaccia è stata neutralizzata non attraverso un intervento palese, ma attraverso il discreto coordinamento di agenti dei servizi segreti, alleati nei media e operatori politici. Lo stesso schema si ripete nel corso dei decenni e in diversi continenti: i leader che minacciano gli interessi finanziaristi si ritrovano indeboliti, destabilizzati e infine rimossi.

Il coordinamento con reti jihadiste e criminali per operazioni sotto copertura e reclutamento di informatori, documentato da investigatori che vanno dalla Commissione Intelligence del Senato alle Nazioni Unite, non è un'aberrazione, ma una caratteristica intrinseca del sistema. Il sistema che ha finanziato e armato i mujahidin in Afghanistan, che ha collaborato con i trafficanti di cocaina dei Contras in Nicaragua, che ha addestrato milizie jihadiste in Libia e Siria, è lo stesso sistema che ora si presenta come difensore della civiltà contro il terrorismo. I terroristi non sono nemici del sistema, ma risorse utilizzabili o scartabili a seconda delle circostanze.

Applicazione della legge

L'applicazione della legge, l'elemento finale, fornisce al sistema la capacità di repressione interna. La portata extraterritoriale – il Magnitsky Act, il Foreign Agents Registration Act, la proliferazione di sanzioni secondarie – non viene utilizzata per la giustizia, ma per la repressione pretoriana del dissenso sovranista. Una nazione che approva leggi a tutela dei propri cittadini contro le azioni legali straniere si ritrova con i propri funzionari soggetti ad arresto quando viaggiano all'estero. Un politico che sostiene politiche contrarie agli interessi finanziari si ritrova indagato, incriminato e imprigionato con accuse che non verrebbero mai perseguite contro un collega compiacente.

I pubblici ministeri e i giudici che amministrano questo sistema sono a loro volta corrotti dal finanziamento delle campagne elettorali, dagli scandali personali e dalla promessa di sinecure post-pensionamento. Un pubblico ministero che prende di mira un politico sovranista sa che il successo gli porterà avanzamento di carriera, mentre il fallimento lo porterà all'emarginazione. Un giudice che si pronuncia contro gli interessi finanziaristi sa che le sue decisioni saranno ribaltate in appello, la sua reputazione attaccata dai media e le sue prospettive di carriera ridotte. Il sistema seleziona coloro che ne comprendono le esigenze ed emargina coloro che non le comprendono.

A livello locale, i centri di fusione – operazioni congiunte che collegano le forze dell'ordine federali con la polizia statale e locale, la sicurezza privata e le agenzie di intelligence – fanno rispettare sul campo il diritto di veto degli obbligazionisti. Quando una comunità tenta di opporsi alla costruzione di un oleodotto, quando un sindacato si organizza contro il furto sui salari, quando un movimento sovranista guadagna terreno, si scontra non solo con la polizia, ma anche con l'apparato coordinato del potere statale e privato. Il braccio interno delle Legioni del male garantisce che la resistenza rimanga localizzata, contenuta e, in definitiva, sconfitta.


La posta in gioco: il recupero della sovranità come terza guerra civile

Ogni evento di portata mondiale – l'Ucraina, gli attacchi in Iran, le tensioni tra Stati Uniti e Cina – è teatro di questa guerra civile interna all'Inghilterra. Non si tratta di rivalità tra grandi potenze nel senso convenzionale del termine, né di conflitti tra civiltà distinte con interessi contrastanti. Sono sintomi della stessa scissione interna all'élite che ebbe inizio negli anni Quaranta del Seicento e culminò nella guerra del 1688, il tutto ora proiettato su uno schermo planetario.

Da questa prospettiva la guerra in Ucraina non riguarda principalmente l'espansione della NATO, l'aggressione russa o la sovranità ucraina, sebbene coinvolga tutti questi elementi. È un teatro di guerra in cui le fazioni di Londra e Washington si contendono il controllo degli oleodotti, le strutture di rimborso del debito e il futuro dell'integrazione finanziaria europea, mentre le Legioni del male forniscono la forza che alimenta il conflitto. Le spedizioni di armi, la condivisione di informazioni di intelligence, i regimi sanzionatori: questi non sono strumenti politici neutrali, ma attraverso i quali le fazioni finanziarie perseguono il proprio vantaggio.

Le tensioni con la Cina si riflettono in modo analogo. La narrazione superficiale di una competizione strategica maschera una realtà più profonda di compromesso tra le élite: le stesse istituzioni finanziarie che finanziano le aziende americane del settore della difesa finanziano anche le imprese statali cinesi; gli stessi gestori patrimoniali che dominano i mercati occidentali si stanno rapidamente infiltrando in quelli cinesi; le stesse famiglie che hanno guidato le fortune dei finanziari per generazioni si stanno preparando per un futuro in cui Pechino potrebbe essere il partner dominante.

L'apparato descritto in questo saggio è un regime di occupazione. Lo “Stato profondo” che tanto preoccupa i populisti americani non è una cospirazione di americani, né una cricca segreta di generali e burocrati che perseguono i propri interessi. È la presenza radicata di un nemico finanziarista transnazionale i cui centri di comando e controllo anglofoni sono divisi tra Londra e Washington, la cui lealtà è al sistema piuttosto che a qualsiasi nazione, e il cui potere dipende dalla continua subordinazione della sovranità al mondo della finanza.

Persino il governo britannico – sede della Corona, culla della sovranità parlamentare – è uno stato vassallo in questo regime. Le crisi della sterlina nel secondo dopoguerra, le svalutazioni forzate, il salvataggio dell'FMI nel 1976, la subordinazione della politica economica britannica alle esigenze dei detentori di dollari: tutto ciò ha dimostrato che la “sovranità parlamentare” è una finzione quando la valuta non è sovrana. Se Londra non può controllare la propria moneta, non può controllare nient'altro.

E se Londra non è sovrana, allora anche Washington – apparentemente il partner più anziano – è occupata. La differenza è di grado, non di natura. Il popolo americano elegge i propri rappresentanti, ma questi, una volta eletti, entrano a far parte di un sistema che ha catturato ogni elemento del potere nazionale. Possono approvare leggi, ma esse saranno interpretate da giudici asserviti, applicate da agenzie asservite e minate da media asserviti. Possono promuovere linee di politica, ma esse saranno osteggiate da una burocrazia permanente la cui lealtà è al sistema piuttosto che a una qualsiasi amministrazione transitoria. Possono tentare di governare, ma scopriranno che farlo richiede il controllo sui sette elementi – ed essi non sono nelle loro mani.

La lotta in cui siamo ora impegnati, attraverso tutti e sette gli elementi, è la guerra per riconquistare la sovranità degli Stati Uniti sradicando e distruggendo le Legioni del male della City di Londra in tutto il mondo. Non è una lotta partigiana tra Repubblicani e Democratici, non è una disputa politica tra destra e sinistra, non è un conflitto culturale tra progressisti e conservatori. È una competizione intra-élite trasformatasi in Guerra Civile 3.0: la fase finale di una lotta quadriennale tra la tipologia finanziarista e le popolazioni che sfrutta.

Carroll Quigley, che comprese questa lotta meglio di qualsiasi altro osservatore, svelò le ambizioni del finanziarismo nel libro, Tragedy and Hope: “Le potenze del capitalismo finanziario avevano un altro obiettivo di vasta portata, niente di meno che creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private, capace di dominare il sistema politico di ogni Paese e l'economia mondiale nel suo complesso”. Tale obiettivo è stato raggiunto: il sistema mondiale esiste, il dominio è reale.

Ma Quigley aveva anche capito che i sistemi possono essere smantellati. Non sono eterni, non sono inevitabili, non sono al di sopra di ogni critica. Esistono perché gli esseri umani li creano e li sostengono attraverso le loro scelte. E ciò che gli esseri umani creano, altri esseri umani possono distruggere.

La scelta binaria è netta.

Opzione A — Bisanzio 2.0: richiede un centro di sovranità restaurato, che sia a Washington o in una nuova configurazione del potere americano, che porti a termine l'opera del 1776. Deve smantellare i sette elementi compromessi, estirpare le Legioni del male dal suolo americano e dalle reti mondiali, e riprendere il controllo della propria valuta, della diplomazia e delle forze armate dalla classe finanziaria. Non si tratta di una riforma, ma di una rivoluzione: una seconda rivoluzione americana che realizzi ciò che la prima non è riuscita a fare.

Opzione B — Declino irreversibile: è la strada che stiamo percorrendo. Il consolidamento finale del regime condanna non solo la civiltà anglofona, ma il mondo intero che avvolge a un declino irreversibile. L'estrazione continua finché non rimane più nulla da estrarre; il debito cresce fino a diventare insostenibile; le guerre si moltiplicano fino a diventare incontrollabili. Il sistema si autodistrugge, trascinando con sé le popolazioni che avrebbe dovuto servire.


La mappa dell'occupazione

Il sistema finanziarista ha raggiunto il dominio mondiale impadronendosi dei sette elementi del potere nazionale, consolidando tale dominio attraverso ricatti sistematici e compromessi illeciti legati alla ricchezza, e imponendolo tramite le Legioni del male che operano in ogni continente e in ogni ambito dell'attività umana. A questo punto il mondo è un unico, vasto teatro di una terza guerra civile inglese, i cui conflitti e crisi sono i sintomi visibili di una lotta invisibile tra élite che condividono il DNA del 1688.

Comprendere questo apparato – le sue istituzioni, i suoi meccanismi di compromesso, i suoi bracci di coercizione – non è un esercizio accademico. È il rapporto di intelligence essenziale, la ricognizione, necessaria per spezzare la Catena finanziaria della morte. Questo saggio ha fornito la mappa dell'occupazione, il compito che resta da svolgere è agire di conseguenza.

Il prossimo saggio delineerà le linee di battaglia conclusive e i possibili percorsi per superare la crisi: liberazione o distruzione totale. Esaminerà le forze che potrebbero spezzare la morsa dei finanziaristi, le strategie che potrebbero avere successo laddove i precedenti tentativi hanno fallito e la posta in gioco che rende questa lotta il conflitto determinante del nostro tempo. Perché se Quigley aveva ragione – se l'obiettivo dei finanziaristi era davvero quello di creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private – allora l'unica domanda che rimane è se tale sistema possa essere rovesciato prima che porti a termine la sua opera.

La risposta a questa domanda determinerà non solo il futuro della civiltà anglofona, ma il futuro dell'umanità stessa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Letture consigliate:

• Michael Hudson, Super Imperialism: The Economic Strategy of American Empire (terza edizione, 2021);

• Jeremy Green, The Political Economy of the Special Relationship: Anglo-American Development from the Gold Standard to the Financial Crisis (Princeton University Press, 2020);

• Benn Steil, The Battle of Bretton Woods: John Maynard Keynes, Harry Dexter White, and the Making of a New World Order (Princeton University Press, 2013);

• Catherine R. Schenk, The Decline of Sterling: Managing the Retreat of an International Currency, 1945–1992 (Cambridge University Press, 2010);

• Carroll Quigley, Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time (1966; ristampato 1975);

• Carroll Quigley, The Anglo-American Establishment: From Rhodes to Cliveden (1949; pubblicato 1981);

• G. William Domhoff, Who Rules America? The Triumph of the Corporate Rich (settima edizione, McGraw-Hill, 2013);

• Thomas Ferguson, Golden Rule: The Investment Theory of Party Competition and the Logic of Money-Driven Political Systems (University of Chicago Press, 1995);

• Rodney Campbell, The Luciano Project: The Secret Wartime Collaboration of the Mafia and the U.S. Navy (McGraw-Hill, 1977);

• Tim Newark, The Mafia at War: Allied Collusion with the Mob (Greenhill Books, 2007);

• Alfred W. McCoy, The Politics of Heroin: CIA Complicity in the Global Drug Trade (Lawrence Hill Books, rivisto 2003);

• Lawrence E. Walsh, Iran-Contra: The Final Report (1993);

• Christopher Andrew, For the President’s Eyes Only: Secret Intelligence and the American Presidency from Washington to Bush (HarperCollins, 1995);

• Richard J. Aldrich, GCHQ: The Uncensored Story of Britain’s Most Secret Intelligence Agency (HarperPress, 2010);

• Shoshana Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the Frontier of New Power (PublicAffairs, 2019);

• Ben Macintyre, The Spy and the Traitor: The Greatest Espionage Story of the Cold War (Viking, 2018);

• Martin Moore, The Crisis of Trust in News Media (Reuters Institute for the Study of Journalism, 2021);

• Jonathan Macey, The Death of Corporate Law (Yale Law School, 2021);

• Lucian Bebchuk & Scott Hirst, The Specter of the Giant Three (Boston University Law Review, 2019);

• P.W. Singer, Corporate Warriors: The Rise of the Privatized Military Industry (Cornell University Press, 2003);

• Joseph Stiglitz, Globalization and Its Discontents (W.W. Norton, 2002);

• Naomi Klein, The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism (Metropolitan Books, 2007);

• Eric Toussaint, The Debt System: A History of Sovereign Debts and Their Repudiation (Haymarket Books, 2019);

• Lincoln A. Mitchell, The Color Revolutions (University of Pennsylvania Press, 2012). 


venerdì 23 gennaio 2026

La crisi dei droni in Venezuela

Il pezzo di oggi l'ho tradotto nonostante abbia la volontà di spiegare completamente l'operazione dell'amministrazione Trump in Venezuela, però non la spiega affatto. È pacifico che Russia e Cina avessero un piede nel Paese per i propri traffici sotterranei e per esercitare pressione sugli USA in caso di necessità. Ma questa visione delle cose è riduttiva, perché tralascia una componente fondamentale e critica nel contesto geopolitico attuale: la City di Londra. È a dir poco curioso che nelle analisi geopolitiche, economiche e politiche questo player viene sempre estromesso. Infatti se sostituite la parola “Russia” con “Londra” in questo pezzo, secondo me diventa molto più chiaro. Infatti potremmo addirittura pensare, in base alle parti del mosaico che possiamo raccogliere in giro, che Cina e Russia possano essere state compensate affinché dessero il loro benestare agli Stati Uniti per l'esfiltrazione di Maduro. Non perché abbiano buon cuore, ma in prospettiva del modello ARC che continua a evolversi. Senza contare le connessioni con la CIA che da tempo immemore hanno sfruttato i proventi dei traffici illeciti in Venezuela per colmare il suo bilancio non sottoposto a revisione del Congresso. Senza contare il Piano Podesta di cui ho parlato nel pezzo della scorsa settimana in virtù di un blocco marittimo dei porti americani e quindi un loro isolamento militare e commerciale: il superpotere difensivo degli USA, gli oceani, verrebbe usato contro di essi. Tutti questi elementi non possono essere tralasciati quando si vuole inquadrare correttamente l'operazione Maduro.

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di Michael McNair

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-crisi-dei-droni-in-venezuela)

L'amministrazione Trump presenta l'intensificarsi delle operazioni in Venezuela come una campagna antidroga estesa. Questo, però, non spiega del tutto la faccenda.

Non voliamo con gli F-35 a Porto Rico per i trafficanti di cocaina, non inviamo un gruppo d'attacco con portaerei nei Caraibi per un'interdizione di routine, non spostiamo un gruppo anfibio con un'unità dei Marines per i trafficanti di droga. Le operazioni antidroga tradizionali si basano su motovedette della Guardia Costiera e aerei da pattugliamento che individuano, tracciano e indirizzano le forze dell'ordine su piccole imbarcazioni.

Il pacchetto di forze indica cosa preoccupa i pianificatori. Un ARG/MEU è ciò che si schiera quando si vogliono Marines disponibili per rapide operazioni a terra; i caccia di quinta generazione sono ciò che si schiera quando si prevede uno spazio aereo conteso, o si hanno bisogno di opzioni di attacco di precisione contro obiettivi saldamente difesi. Un blocco dichiarato è un atto di coercizione contro uno stato, non uno strumento per catturare i trafficanti. Niente di tutto questo ha senso come campagna antidroga, tutto ha senso come preparazione per un'emergenza più ampia.

Se la lotta alla droga è una copertura, la domanda successiva è perché l'amministrazione Trump ne abbia bisogno. La risposta più probabile è che la vera preoccupazione è più difficile da discutere pubblicamente. Una grave vulnerabilità vicina a casa, che richiede questo tipo di atteggiamento per essere affrontata, non è qualcosa che si pubblicizza. Dirlo apertamente fa sembrare permeabile la difesa nazionale, invita una reazione pubblica che potrebbe restringere le opzioni e forzare l'escalation secondo un calendario politico piuttosto che strategico. Inoltre direbbe agli avversari esattamente cosa vi preoccupa e quanta influenza hanno.

La storia della droga evita tutto questo. Sostiene un importante atteggiamento militare nell'emisfero occidentale senza spiegare il vero motivo; fa guadagnare tempo per pressioni coercitive, canali discreti e accordi prima che qualcuno si blocchi su un'unica linea d'azione; mantiene il dibattito pubblico concentrato su un problema che gli americani già comprendono piuttosto che su uno che richiederebbe una spiegazione più lunga e potrebbe provocare panico o addirittura una guerra.

Ma la copertura vi dice solo che c'è qualcosa da nascondere, l'atteggiamento vi dice di cosa si tratta. In una campagna antidroga la misura del successo sono i sequestri. Il pacchetto di forze in Venezuela non è ottimizzato per questo, è ottimizzato per la coercizione e, se necessario, per l'azione contro obiettivi a terra. L'obiettivo è estorcere concessioni al regime di Maduro o, in caso di fallimento, essere pronti a smantellare qualsiasi capacità che gli Stati Uniti ritengano intollerabile.

La posizione è coerente con una minaccia vicina sufficientemente seria da giustificare il ritiro di risorse di alto livello da altri teatri. Questa prospettiva si adatta alle mosse visibili molto meglio delle navi da carico con dentro la cocaina. Si adatta anche al cambiamento di politica. La Strategia per la Sicurezza Nazionale 2025 (NSS) della Casa Bianca pone l'enfasi sull'emisfero occidentale e richiede una maggiore presenza della Guardia Costiera e della Marina per controllare le rotte marittime e le principali rotte di transito. La patria ne esce fuori esposta in un modo che non era mai stato prima d'ora.


La contromossa

Il fattore più plausibile è la Russia.

Mosca ha bisogno di una leva contro gli Stati Uniti che non passi attraverso un'escalation nucleare e non richieda la sconfitta delle forze americane in uno scontro diretto. L'Ucraina è il centro di gravità, ma la pressione può essere esercitata altrove. Questo è un vecchio schema. Quando Washington si avvicina ai confini russi, Mosca cerca il modo di creare problemi vicino a quelli americani.

I Caraibi offrono questa contromossa e costringono gli Stati Uniti a investire attenzione e risorse vicino a casa. Creano anche una leva contrattuale in qualsiasi negoziazione sull'Ucraina. Mosca ottiene un modo per segnalare, implicitamente, che l'escalation in Europa incontrerà pressioni nelle Americhe.

La leva funziona solo se è credibile. Una minaccia alle rotte di navigazione e ai cavi sottomarini statunitensi vicino alla costa del Golfo sarebbe considerata tale. Una capacità che potrebbe interrompere il traffico commerciale, o persino creare sufficiente incertezza da far impennare i tassi assicurativi e deviare le navi, darebbe a Mosca qualcosa che attualmente le manca: un modo per imporre costi reali agli Stati Uniti senza uno scontro militare diretto. La domanda è se tale capacità esista e se il Venezuela possa ospitarla. La risposta a entrambe le domande è sì.

Il Venezuela si adatta a questo ruolo meglio di qualsiasi altro Paese della regione. Non è solo l'ennesimo governo anti-americano, è uno stato con porti, coste e istituzioni deboli in grado di assorbire consulenti, attrezzature e logistica clandestina stranieri senza una chiara attribuzione. Il regime di Maduro ha legami profondi con Mosca, risalenti alle reti della Guerra fredda in America Latina. È sopravvissuto per anni alla pressione delle sanzioni e ha costruito canali per spostare denaro e materiali al di fuori del sistema finanziario occidentale.

La posizione del Venezuela è ciò che lo rende utile. Si trova accanto ai punti di strozzatura che convogliano il traffico verso il mercato statunitense. Il Canale di Panama è evidente, ma la costa del Golfo è altrettanto vulnerabile, poiché tutto il traffico lì si muove solo attraverso due strette corsie. La vicinanza a questi canali, i cavi sottomarini e i sistemi di accesso tramite cavi sottomarini è ciò che trasforma una contromossa teorica in una contromossa operativa.

Le reti dei cartelli si occupano dell'aspetto pratico: spostano persone, denaro e merci attraverso i confini e i porti. Dispongono di violenza disciplinata, intelligence locale e accesso marittimo attraverso flotte che si integrano nel traffico di routine. Durante la Guerra fredda le operazioni segrete sovietiche in America Latina spesso passavano attraverso gruppi di insorti e reti criminali, a volte sovrapponendosi ai cartelli emersi negli anni '80. La versione moderna può passare attraverso i cartelli per le stesse ragioni: denaro, accesso e logistica negabile. Queste capacità possono destabilizzare e possono anche supportare azioni più deliberate.

Ciò non richiede sottomarini russi che stazionano al largo delle coste statunitensi, o una presenza militare visibile nell'emisfero. Il modello più plausibile è una capacità gestita localmente, abilitata da tecnologia, consulenti e finanziamenti stranieri che il Venezuela può gestire sotto la propria bandiera. Questo modello si adatta agli incentivi di Mosca: preserva la negabilità e spiega perché l'amministrazione Trump mantenga la notizia pubblica incentrata sulla droga, mentre elabora silenziosamente opzioni per qualcosa di più ampio.

Il Venezuela ha due scopi in questo contesto.

Il primo è la leva negoziale. Un problema caraibico offre a Mosca un modo per esercitare pressione senza un conflitto aperto. L'escalation in Ucraina può essere contrastata esercitando pressione più vicino alle coste statunitensi. Tale pressione non richiede una presenza navale russa visibile, può insinuarsi nell'ambiente permissivo del Venezuela e nelle reti criminali che già si muovono attraverso i confini e le rotte marittime. Questo aiuta anche a spiegare l'involucro antidroga. Se il Venezuela fa parte di un gioco di contrattazione con la Russia sull'Ucraina, che si tratti dei termini di un accordo di pace o del posizionamento di sistemi d'arma statunitensi come i missili Tomahawk, pubblicizzare tale fatto aumenta il prezzo della leva e riduce lo spazio per compromessi discreti.

Il secondo è un'opzione latente in tempo di guerra. Una capacità schierata in Venezuela non deve essere utilizzata in tempo di pace per avere importanza. Può rimanere latente e diventare decisiva se gli Stati Uniti entrano in una guerra aperta contro la Russia, o contro una coalizione che include Cina o Iran. Interruzioni in prossimità degli approcci statunitensi paralizzerebbero l'economia e costringerebbero l'esercito a dirottare risorse scarse per difendere il commercio e le infrastrutture costiere esattamente nel momento in cui tali risorse sarebbero necessarie altrove.

Ecco perché la questione deve essere affrontata ora. Una minaccia con base in Venezuela diventa più difficile da rimuovere nel momento in cui diventa più preziosa per un avversario. Aspettare che inizi un conflitto più ampio significa lottare per smantellare suddetta capacità nelle peggiori condizioni possibili, il che potrebbe richiedere un cambio di regime e una lunga campagna contro la resistenza (es. guerriglia) sostenuta dai cartelli, mentre si combatte contemporaneamente altrove. Un'amministrazione seria non può pianificare di risolvere questo problema dopo l'inizio degli scontri: deve essere risolto finché i costi sono ancora gestibili.


Anche Friedman la vede così

George Friedman, fondatore di Stratfor e Geopolitical Futures, è giunto a una conclusione simile.

Friedman ha inserito le azioni statunitensi in Venezuela nel contesto della Dottrina Monroe e della competizione della Guerra fredda nei Caraibi. Le attuali tensioni con la Russia, ha sostenuto, hanno spinto Mosca a rinnovare il suo interesse per l'emisfero occidentale come contrasto alle azioni statunitensi in Ucraina. Quando Washington esercita pressioni vicino ai confini russi, Mosca cerca una leva vicino a quelli americani.

Friedman ha anche sottolineato il legame con i cartelli, vedendo prendere forma una versione moderna delle operazioni per procura della Guerra fredda: la Russia che opera attraverso il regime di Maduro e l'infrastruttura dei cartelli per creare una leva contro Washington.

Ciò che Friedman identifica chiaramente è l'obiettivo: almeno la metà di tutte le importazioni ed esportazioni statunitensi transita attraverso i porti della costa del Golfo. Il Texas e la Louisiana rivestono un'importanza economica fondamentale e, se l'accesso fosse interrotto, i porti dell'Atlantico e del Pacifico farebbero fatica a compensare la carenza. Il Golfo è anche la porta d'accesso al sistema fluviale del Mississippi, la principale arteria interna del Paese per le merci e gli input industriali. Tutto il traffico del Golfo confluisce attraverso due sole uscite: lo Stretto della Florida e il Canale dello Yucatán. Lo Stretto si estende per soli 145 chilometri nel suo punto più stretto.

Il tema che Friedman non affronta è come un avversario potrebbe effettivamente minacciare quei corridoi senza far stazionare sottomarini, o stabilire una presenza militare visibile nell'emisfero. I veicoli sottomarini autonomi rispondono a questa domanda.


Veicoli sottomarini senza pilota e autonomi (UUV e AUV)

Ogni tanto emerge una nuova tecnologia che rompe l'equilibrio esistente. Le mitragliatrici hanno fatto crollare la logica della fanteria di massa; gli U-Boot hanno infranto l'assunto che le flotte di superficie controllassero i mari. I veicoli sottomarini autonomi appartengono a questa categoria.

L'intero sistema commerciale globalizzato si basa sul presupposto fondamentale che le merci possano circolare liberamente attraverso gli oceani del mondo. Per decenni il predominio navale degli Stati Uniti ha garantito le rotte di navigazione da cui dipendono catene di approvvigionamento sempre più tese. Abbiamo delocalizzato parti critiche della nostra base industriale e distribuito fattori di produzione chiave in tutto il mondo, dando per scontato che sarebbero sempre rimasti accessibili.

I veicoli sottomarini autonomi minacciano di infrangere questa convinzione. Sono economici, quasi impossibili da rilevare e una manciata di essi può bloccare intere rotte di navigazione. Possono recidere i cavi sottomarini, isolando i Paesi sia digitalmente che fisicamente. E non c'è quasi nulla che possiamo fare attualmente per neutralizzare la minaccia su larga scala. Il volume delle spedizioni globali oggi è di ordini di grandezza maggiore rispetto a un secolo fa. Durante la Prima guerra mondiale, la soluzione agli U-Boot erano le scorte navali e i convogli; oggi questa non è una strategia praticabile. Gli Stati Uniti non hanno la capacità di flotta per proteggere il traffico generato dalla globalizzazione.

Questa non è solo una minaccia per il commercio: mina direttamente la capacità di proiettare potere e sostenere operazioni militari. Una persistente minaccia di veicoli sottomarini autonomi in prossimità degli approcci statunitensi metterebbe a dura prova l'economia e costringerebbe le forze armate a difendere la patria esattamente nel momento in cui tali risorse sarebbero necessarie altrove.

Il 15 dicembre 2025 l'Ucraina ha aperto un nuovo capitolo nella guerra navale utilizzando un drone sottomarino per colpire un sottomarino russo nel porto difeso di Novorossijsk. Era la prima volta che un veicolo sottomarino autonomo veniva utilizzato in un attacco. L'obiettivo era un sottomarino di classe Kilo, del valore di circa $500 milioni, che era stato utilizzato per lanciare missili da crociera contro le città ucraine. L'attacco ha avuto successo in un porto ristretto dotato di pattugliamenti, barriere, sensori e accessi controllati. Se ciò può accadere in uno spazio appositamente costruito per la difesa, liberare un corridoio marittimo aperto che si estende per centinaia di chilometri è impossibile.

Due giorni dopo la Russia ha rivelato quanto sia indifesa contro questa minaccia. Il 17 dicembre 2025 la Marina russa ha affondato diverse chiatte all'ingresso del molo del porto di Novorossijsk per impedire l'ingresso di ulteriori droni ucraini. La Russia ha di fatto imprigionato la propria Flotta del Mar Nero perché non ha altro modo per difendersi dai droni autonomi a basso costo.

Le immagini satellitari del 17 dicembre 2025 mostrano chiatte affondate all'ingresso del porto navale russo di Novorossijsk per bloccare i droni sottomarini ucraini. Le difese tradizionali come le reti possono essere tagliate. Barricare il porto era l'unica opzione.

Per gran parte del periodo successivo alla Guerra fredda, una minaccia credibile di interdizione marittima in prossimità degli approcci statunitensi richiedeva un potere visibile. Significava sottomarini, mine navali, forze per le operazioni speciali e un treno logistico difficile da nascondere. Aveva anche una firma inequivocabile: l'arrivo di imbarcazioni russe nei Caraibi avrebbe significato un'attribuzione immediata e una rapida escalation.

I veicoli sottomarini autonomi cambiano questo calcolo. Lo stesso effetto strategico, che minaccia il trasporto commerciale e le operazioni navali in corridoi chiave, può ora essere ottenuto senza sottomarini russi in servizio. Un Paese ospitante, o un cartello, può lanciare e gestire i sistemi sotto la propria bandiera. Gli sponsor stranieri forniscono progetti, software, addestramento e carichi utili rimanendo sempre a un livello di distanza. Il risultato è una capacità in una zona grigia, più difficile da attribuire e da superare rispetto a qualsiasi altra cosa presente nel vecchio manuale. 

Ciò che rende i veicoli sottomarini autonomi difficili da contrastare è che le difese usuali non sono applicabili.

L'acqua salata annienta il modello standard di difesa dei droni. I segnali a radiofrequenza muoiono entro pochi centimetri nell'acqua di mare, quindi non c'è alcun collegamento con le interferenze. Il controllo è completamente autonomo, o trasmesso tramite un cavo in fibra ottica sottilissimo che può raggiungere una boa di superficie silenziosa a una distanza di cinquanta chilometri. Tagliare il cavo non pone fine alla minaccia, il veicolo può tornare in modalità autonoma e continuare a cacciare.

Il rilevamento è peggiore. Un piccolo drone aereo è visibile ai radar a lungo raggio. Un radar in banda Ka può identificare un drone delle dimensioni di un pallone da calcio da decine di chilometri. Un veicolo sottomarino autonomo da 100 chilogrammi alimentato a batteria che si muove lentamente tra i rifiuti costieri è praticamente impercettibile. Il sonar passivo ha difficoltà in acque basse e rumorose; il sonar attivo può rilevare di più, ma funziona solo a distanza ravvicinata. Bisogna essere quasi sopra il bersaglio per rilevarlo. Questo rende il sonar attivo lento e impossibile da scalare su centinaia di chilometri di rotte marittime.

La navigazione non è più il limite di una volta. I veicoli sottomarini non possono utilizzare il GPS, poiché i segnali non penetrano l'acqua di mare, ma la navigazione inerziale abbinata ai registri di velocità doppler ora consente a un veicolo di stazionare in un'area di ricerca con una deriva gestibile, il tutto senza emergere dalla superficie. Un veicolo sottomarino autonomo può rimanere in una zona di sicurezza designata per settimane, operando con regole di puntamento precaricate, richiedendo solo comunicazioni minime, mentre i segnali acustici criptati possono isolare gli scafi alleati.

Il novanta percento del commercio globale e la maggior parte dei cavi di comunicazione transoceanici passano attraverso un numero limitato di punti di strozzatura. Il Canale di Panama è un evidente collo di bottiglia, ma la costa del Golfo è altrettanto vulnerabile perché tutto il traffico del Golfo è incanalato attraverso due sole strette corsie. Una dozzina di questi “campi minati autonomi mobili” posizionati nello Stretto della Florida e nel Canale dello Yucatán potrebbero bloccare l'accesso al Golfo.

La curva dei costi è fortemente a sfavore della difesa. Un kit per sub-droni funzionante costa una frazione di quanto costa una petroliera, o una grande nave militare; un sistema di cavi a doppio percorso costa nell'ordine di centinaia di milioni di dollari. L'aspetto economico è nettamente a favore dell'attaccante perché gli obiettivi sono costosi e l'area difesa è vasta. Ogni miglio di acqua aggiuntivo aumenta il costo della difesa, mentre i costi per l'attaccante rimangono fissi. L'attaccante sceglie il momento e il luogo; il difensore deve dimostrare che l'acqua è pulita su ogni miglio di ogni corsia di transito.

L'effetto prolungato è ancora più significativo dei singoli attacchi. Secondo una relazione di Bloomberg del 18 dicembre 2025, le petroliere russe che attraversano il Mar Nero hanno iniziato a costeggiare le coste della Georgia e della Turchia anziché prendere la rotta diretta in mare aperto. Una deviazione che aggiunge 350 miglia, ovvero il 70%, al viaggio da Novorossijsk al Bosforo. Lo stanno facendo per ridurre l'esposizione ai droni marittimi ucraini. La minaccia da sola è stata sufficiente a modificare il comportamento, aumentare i costi e interrompere le normali operazioni. Questo è il modello del potere di leva. Non è necessario distruggere ogni nave, è necessario creare sufficiente incertezza da impedire che rotte, assicurazioni e programmazione funzionino normalmente. Il Mar Nero sta diventando un esempio concreto di ciò che una persistente minaccia di droni può causare al trasporto marittimo commerciale.

Anche la tempistica è degna di nota. L'Ucraina ha utilizzato droni aerei contro le forze russe fin dall'inizio della guerra, ma i droni marittimi sono uno sviluppo recente. Si tratta di sistemi molto più sofisticati. I droni aerei si basano su collegamenti a radiofrequenza che possono essere disturbati, o falsificati; i droni marittimi devono navigare autonomamente sott'acqua, senza GPS, o comunicazioni in tempo reale. Ciò richiede una navigazione inerziale avanzata, software di puntamento autonomo e un'ingegneria che l'Ucraina, combattendo una guerra terrestre estenuante con una capacità industriale limitata, farebbe fatica a sviluppare da zero. Gli Stati Uniti non hanno riconosciuto il trasferimento della tecnologia dei droni marittimi all'Ucraina, ma la capacità è apparsa proprio quando Washington ha iniziato a inviare forze verso il Venezuela. Se la tesi di questo articolo è corretta, ovvero che la Russia abbia abilitato una capacità di veicoli sottomarini autonomi in Venezuela, allora una risposta americana simmetrica avrebbe senso: dotare l'Ucraina degli strumenti per minacciare le navi russe nel Mar Nero, proprio come la Russia dota il Venezuela degli strumenti per minacciare le navi americane nei Caraibi. I due teatri diventano speculari l'uno dell'altro: gestiti per procura e progettati per creare una leva senza uno scontro diretto tra grandi potenze.

Se la risposta degli Stati Uniti al Venezuela fosse quella di dotare l'Ucraina di droni marittimi, ciò potrebbe paralizzare l'economia russa. L'escalation da lì è imprevedibile. Entrambe le parti potrebbero ora schierare un'arma da cui nessuna delle due può difendersi, in teatri in cui il commercio dell'altra è esposto. Una volta che il genio dei veicoli sottomarini autonomi è uscito dalla lampada, non può più essere rimesso dentro.


Perché il Venezuela è importante per i droni sottomarini 

Il principale limite dei veicoli sottomarini senza pilota è la durata della batteria. Un veicolo sottomarino autonomo può eseguire una missione unidirezionale su lunghe distanze, ma le missioni unidirezionali non creano una minaccia di negazione marittima prolungata. La leva deriva dalla persistenza: la capacità di mantenere le piattaforme in rotazione attraverso corridoi chiave settimana dopo settimana. Ciò richiede lancio, recupero, sostituzione delle batterie, manutenzione e ricarica del carico utile; richiede una base operativa avanzata vicina al bersaglio.

Il Venezuela fornisce questa base. La sua costa è sufficientemente vicina al Canale di Panama, alle rotte di navigazione del Golfo e agli accessi via cavo da consentire ai veicoli sottomarini autonomi di operare senza lunghi transiti che ne scarichino le batterie. Ma la manutenzione non deve necessariamente avvenire a terra. Pescherecci e narcotrafficanti possono prendere il largo, sostituire le batterie e recuperare le piattaforme senza mai riportarle in porto. Una grande nave madre è tecnicamente fattibile, ma poco pratica. Una nave cargo convertita è tracciabile, di alto valore e prevedibile. Se sospettata di fungere da piattaforma di lancio, attira la sorveglianza e in caso di crisi diventa un bersaglio legittimo. Il modello distribuito è molto più difficile da contrastare. Lanci e recuperi distribuiti su decine di piccole imbarcazioni che si fondono nel normale traffico costiero sono quasi impossibili da tracciare, figuriamoci da fermare.

Anche il Venezuela può gestire questi sistemi sotto la propria autorità. Gli sponsor stranieri forniscono la tecnologia, l'addestramento e i carichi utili, ma Caracas detiene la proprietà delle operazioni. Mosca farebbe nei Caraibi quello che Washington ha fatto in Ucraina: armare un proxy e mantenere una distanza appena sufficiente a complicare l'escalation.

L'interdizione in mare non può risolvere questo problema. Una marina può pattugliare, può scortare convogli e ispezionare il traffico. Ciò che non può fare è impedire a una costa di generare piattaforme. Finché le infrastrutture terrestri rimangono intatte, ovvero i porti, i nodi di manutenzione, il personale, le catene di approvvigionamento, la minaccia continuerebbe a incombere. L'unico modo per porre fine a una persistente campagna di veicoli sottomarini autonomi è negare l'ecosistema abilitante sulla terraferma. È per questo che gli Stati Uniti hanno assunto la loro attuale postura nei confronti del Venezuela.


Il Venezuela come base operativa avanzata

La questione non è se il Venezuela ospiterà capacità militari straniere... lo fa già.

Il caso più documentato è l'Iran. Il Venezuela è andato oltre l'importazione di droni iraniani, producendoli internamente. La fabbrica di armi CAVIM, situata vicino alla base aerea di El Libertador, produce il Mohajer-2 (conosciuto localmente come Arpia, o ANSU-100), e ingegneri venezuelani addestrati in Iran stanno sviluppando un progetto di ala rotante simile allo Shahed-171 dell'IRGC. Documenti statunitensi trapelati confermano che i funzionari venezuelani hanno coordinato le spedizioni di equipaggiamento militare dall'Iran e richiesto droni con una gittata di 1.000 chilometri, sufficiente a raggiungere le basi regionali statunitensi a Porto Rico e nei Caraibi orientali.

La cooperazione si estende oltre le cellule. Il Venezuela ha richiesto a Teheran disturbatori GPS e apparecchiature di rilevamento passivo. Il personale tecnico iraniano è presente sul territorio, contribuendo a ottimizzare la capacità del Venezuela di guerra elettronica e tattiche irregolari. Stabilendo la co-produzione sul suolo venezuelano, l'Iran ha creato un nodo avanzato sostenibile per la tecnologia militare asimmetrica nell'emisfero occidentale, che non dipende da spedizioni transatlantiche rischiose che potrebbero essere intercettate.

L'Iran ha anche dimostrato la capacità logistica necessaria per spostare le proprie capacità navali nell'Atlantico. Negli ultimi anni Teheran ha schierato la sua nave più grande, la Makran, insieme alla fregata missilistica Sahand, nell'Atlantico meridionale. Una nave base è ideale per il trasporto e lo schieramento di piattaforme specializzate più piccole, inclusi i veicoli sottomarini autonomi. Lo schieramento è un segnale sia di intenti che di fattibilità.

Il coinvolgimento pubblico della Russia opera a un livello superiore. Mosca e Caracas hanno ratificato un trattato di cooperazione strategica che copre difesa, energia e finanza. Il Vice Ministro degli Esteri, Sergei Ryabkov, ha dichiarato che la Russia potrebbe aprire nuove strutture militari in Venezuela. Nel 2024 lo schieramento nei Caraibi del Kazan, un sottomarino missilistico a propulsione nucleare avanzato, ha dimostrato che il Venezuela è un valido teatro operativo per i sistemi d'arma strategici russi. Il Kazan trasporta missili guidati con una gittata di 1.000 miglia nautiche, rendendo le coste statunitensi raggiungibili da un lancio segreto di un sottomarino dalla regione.

La Cina fornisce il supporto finanziario e logistico che rende tutto questo sostenibile. Dal 2006 Pechino ha esportato in Venezuela circa $630 milioni in equipaggiamento militare, inclusi aerei, veicoli e radar per la difesa aerea. Gran parte di questo importo è stato finanziato attraverso il Fondo Congiunto Cina-Venezuela. Quando la pressione statunitense si è intensificata, Maduro ha scritto direttamente a Xi Jinping chiedendo un'accelerazione nella produzione di sistemi di rilevamento radar. La Cina ha risposto con espliciti avvertimenti contro un intervento militare statunitense, segnalando che la sua partnership con il Venezuela non è una convenienza temporanea, ma un impegno strategico.

L'architettura finanziaria che lega tutto questo si snoda attraverso reti di evasione delle sanzioni, società di facciata legate a Hezbollah e istituzioni statali venezuelane. Si stima che circa $3,13 miliardi siano stati dirottati dal Fondo Congiunto Cina-Venezuela per sostenere queste partnership. Le stesse reti che muovono denaro muovono anche narcotici. Il Cartel de los Soles e il Tren de Aragua collaborano con i rappresentanti di Hezbollah per generare entrate ed esercitare potere di leva.

Niente di tutto ciò dimostra che i veicoli sottomarini autonomi siano attualmente in Venezuela, ma spiega perché l'assenza di conferme pubbliche non ne sia la prova. I programmi di veicoli sottomarini autonomi sono più recenti e molto più sensibili della produzione di droni o dei trasferimenti di armi convenzionali. I governi non pubblicizzano capacità progettate per operazioni di negazione: se il Venezuela e i suoi partner stessero sviluppando una capacità di negazione marittima, si tratterebbe esattamente del tipo di programma tenuto fuori da documenti trapelati e cablogrammi diplomatici.

Anche la logica della partnership punta verso i veicoli sottomarini autonomi. Russia, Iran e Cina hanno già trasferito droni, missili antinave, sistemi di guerra elettronica e piattaforme navali strategiche al Venezuela. Hanno finanziato il regime, addestrato il suo personale e costruito impianti di coproduzione sul suolo venezuelano. Perché dovrebbero fermarsi prima dell'unica capacità che genera un vero potere di leva? Droni e missili complicano la vita degli Stati Uniti. Una minaccia di negazione marittima cambia completamente il calcolo strategico. Se Mosca cerca una risposta alla pressione statunitense in Ucraina, qualcosa che costringa Washington a difendere la patria piuttosto che proiettare potere all'estero, i veicoli sottomarini autonomi in mano al Venezuela sono la mossa più ovvia. Sono economici e devastanti. I partner hanno già dimostrato la volontà di trasferire sistemi meno influenti; un sistema più influente seguirebbe la stessa logica, non la contraddirebbe.

La domanda più significativa è perché la posizione degli Stati Uniti sia cambiata così radicalmente. Washington è a conoscenza da anni della cooperazione iraniana sui droni, degli schieramenti navali russi e delle vendite di armi cinesi. Nessuna di queste minacce ha innescato un gruppo d'attacco di portaerei, caccia di quinta generazione, o un blocco navale. Le altre amministrazioni hanno risposto a queste minacce con sanzioni, pressioni diplomatiche e la presenza militare di routine, non col più grande rafforzamento navale nei Caraibi sin dal 1962.

Qualcosa ha oltrepassato una linea rossa. Le minacce precedenti erano preoccupanti ma gestibili. I droni con una gittata di 1.000 chilometri possono complicare le operazioni regionali; i missili antinave sui Su-30 creano rischi per le navi militari che operano in prossimità delle acque venezuelane. Ma nessuna di queste capacità minaccia di paralizzare l'economia statunitense, o la logistica militare. Una minaccia concreta di negazione marittima sì, invece. I droni a guida autonoma, operanti nello Stretto della Florida e vicino al Canale di Panama, metterebbero a rischio le arterie commerciali che trasportano metà del commercio americano e le rotte marittime che sostengono la proiezione di potere militare. Questo è il tipo di minaccia che fa cambiare atteggiamento da un giorno all'altro.

Il Venezuela ha stabilito un modello di accettazione della produzione di droni, del supporto alla guerra elettronica e degli schieramenti navali strategici forniti da operatori stranieri. Il regime ha costruito le infrastrutture (es. porti, accesso costiero, logistica dei cartelli, canali per eludere le sanzioni) che supporterebbero un programma di veicoli sottomarini autonomi. Se Russia, Iran e Cina sono disposte a trasferire la capacità di produzione di droni e a schierare navi base marittime nell'Atlantico, il passaggio ai veicoli sottomarini autonomi non è un salto nel vuoto: è un'estensione di quanto già in corso ed è proprio questa estensione a spiegare perché Washington ha reagito nel modo che abbiamo visto.


Ipotesi alternativa: il petrolio

La spiegazione più diffusa per la posizione degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela è il petrolio. Questa teoria, però, non regge.

Il petrolio venezuelano è importante per il regime di Maduro. Finanzia il clientelismo, i servizi di sicurezza e le reti di elusione delle sanzioni. Non spiega perché gli Stati Uniti dovrebbero lanciare una costosa campagna militare in Sud America, però.

Una guerra caotica per un cambio di regime impedirebbe all'amministrazione Trump di raggiungere i suoi altri obiettivi, sia in patria che all'estero. Gli Stati Uniti non possono permettersi di distogliere l'attenzione militare da Cina e Russia e questo è esattamente quello che accadrebbe con una campagna venezuelana prolungata. Terrebbe occupate le forze militari, consumerebbe la larghezza di banda dei vertici e darebbe agli avversari esattamente ciò che vogliono: un'America distratta e sovraccaricata nel suo stesso cortile di casa. Questa, dopotutto, è la logica stessa dell'uso del Venezuela come contromossa; una guerra per il petrolio giocherebbe direttamente su questo.

Anche la tempistica è un problema. Qualsiasi serio tentativo di rilanciare la PDVSA e aumentare la produzione è un progetto pluriennale che richiede una governance stabile, capitali, attrezzature e sicurezza. E questo presuppone che l'infrastruttura sopravviva intatta. In una transizione forzata, il regime di Maduro o i suoi alleati avrebbero ogni incentivo a sabotare giacimenti petroliferi, raffinerie e oleodotti durante la transizione. Quando il Giappone invase le Indie Orientali Olandesi nel 1942, gli olandesi distrussero i propri impianti petroliferi piuttosto che lasciarli cadere in mani nemiche. Nonostante anni di sforzi, i giapponesi non riuscirono mai a ripristinare la produzione oltre la metà dei livelli prebellici. Non c'è motivo di aspettarsi che Maduro sia più generoso. Giacimenti e impianti non sono un premio se non possono essere gestiti. Anche una campagna di successo potrebbe compromettere la produzione per anni. I costi dell'azione militare si manifestano immediatamente: vittime, disordini, richieste di stabilizzazione a tempo indeterminato e un intenso controllo politico, mentre i benefici si manifesterebbero dopo la fine dell'incarico di Trump e rimarrebbero incerti.

Nemmeno i numeri supportano questa teoria. La produzione petrolifera venezuelana è inferiore all'1% della produzione mondiale. Gli Stati Uniti producono oltre quindici volte più petrolio del Venezuela e dispongono di ampie riserve nazionali. Esistono anche modi più semplici per aumentare l'offerta che non richiedono l'occupazione del Venezuela o la ricostruzione di uno stato fallito. Se l'obiettivo fossero i barili, una guerra per il petrolio venezuelano rappresenterebbe il peggior ritorno sull'investimento.

Il petrolio è ancora importante. La pressione sulle petroliere fa parte della campagna di coercizione, l'applicazione delle sanzioni mira alle entrate che mantengono a galla il regime, ma questi sono strumenti per esercitare una leva, non motivazioni per un'invasione. Spiegano perché le petroliere vengono sequestrate, non spiegano perché gli Stati Uniti abbiano radunato una forza d'invasione al largo delle coste venezuelane.


Una necessità strategica

Il dettaglio più rivelatore non sono le navi in ​​sé, ma il modo in cui è stata presa la decisione.

Secondo John Konrad la scintilla è nata nel dibattito politico con il Sottosegretario alla Guerra, Joseph Humire, che ha spiegato perché l'emisfero occidentale è importante in questo momento: gli avversari stanno sondando il fianco meridionale degli Stati Uniti ed essi devono confluire verso la fonte del pericolo. Tale argomentazione è stata poi esaminata e approvata dal Sottosegretario alla Guerra, Elbridge Colby, l'unica persona al Pentagono con il mandato di determinare se un dispiegamento sia in linea con la strategia nazionale.

Quell'approvazione era il segnale. Colby, se dipendesse da lui, stanzierebbe tutte le portaerei nel Pacifico occidentale. Il suo quadro strategico dà priorità alla minaccia cinese sopra ogni altra cosa. Avendo approvato il dirottamento di risorse di alto livello verso i Caraibi, la valutazione della minaccia deve essere stata abbastanza seria da prevalere su quell'istinto. Non si è trattato di un gesto politico o di una reazione a un sequestro di droga, è molto di più.

Quando gli alleati si lamentano del ritiro di risorse navali dall'Europa o dal Pacifico, questo è il motivo. Non è una questione personale, non è nemmeno ideologica, è la politica che conclude che qualcosa negli approcci meridionali richiede questa risposta.


Conclusione

Il quadro antidroga spiega la versione pubblica, non spiega la reazione.

Gli Stati Uniti hanno schierato la più grande forza navale nei Caraibi sin dalla crisi missilistica cubana. Caccia di quinta generazione, un gruppo d'attacco di portaerei, un gruppo anfibio pronto con Marines imbarcati e un blocco navale dichiarato: non è così che si dà la caccia ai mercanti di cocaina. È così che ci si prepara a un eventuale sbarco contro uno stato avversario.

La tesi di questo saggio è che il Venezuela sia diventato una base operativa avanzata per la guerra asimmetrica promossa dalla Russia nell'emisfero occidentale. Il regime di Maduro offre una geografia permissiva e un governo amico; le reti dei cartelli forniscono una logistica negabile. L'obiettivo è il commercio marittimo statunitense, i porti della costa del Golfo che gestiscono metà delle importazioni ed esportazioni americane, i punti di strozzatura che incanalano tutto quel traffico attraverso due stretti corridoi e i cavi sottomarini che trasportano comunicazioni critiche.

I veicoli sottomarini autonomi sono il meccanismo che rende questa minaccia reale. Possono negare l'accesso alle rotte di navigazione senza richiedere la presenza di sottomarini russi; possono essere spostati, sottoposti a manutenzione e recuperati da pescherecci e narcotrafficanti che si mimetizzano nel traffico di routine; possono operare sotto bandiera venezuelana mentre gli sponsor stranieri rimangono a debita distanza. Il vincolo delle batterie che ne limita la gittata è risolto dalla vicinanza del Venezuela al bersaglio. Quella che un tempo era una vulnerabilità teorica è ora una possibilità operativa.

Niente di tutto ciò può essere dimostrato da fonti pubbliche: una capacità negabile, gestita per procura, è progettata per rimanere al di sotto della soglia di conferma pubblica. Questa tesi corrisponde agli incentivi, alla geografia, alla tecnologia e al modello di cooperazione militare estera che il Venezuela ha già stabilito con Iran, Russia e Cina.

L'amministrazione Trump ha concluso di non poter tollerare che una capacità di negazione marittima ostile, supportata da forze straniere, si radichi in prossimità degli approcci statunitensi. Se questa valutazione è corretta, la disponibilità a usare la forza militare per rimuoverla non potrà che aumentare. Il Venezuela e i veicoli sottomarini autonomi potrebbero rappresentare per la seconda Guerra fredda ciò che Cuba e i missili balistici rappresentarono per la prima.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 26 maggio 2025

Il ruolo della Cina nella crisi fentanyl negli Stati Uniti

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato "fuori controllo" negli ultimi quattro anni in particolare. Questa è una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa è la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso è accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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da The Epoch Times

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-ruolo-della-cina-nella-crisi-fentanyl)

Le tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina sono aumentate, con i due Paesi che hanno aumentato i dazi sulle rispettive importazioni. Nel frattempo la retorica di Pechino è diventata sempre più conflittuale.

All'inizio di marzo l'ambasciata cinese a Washington ha condiviso sui social media un post del suo Ministero degli esteri, in cui ribadiva: “Se gli Stati Uniti vogliono la guerra, che sia una guerra tariffaria, commerciale o di qualsiasi altro tipo, siamo pronti a combattere fino alla fine”.

Il presidente Donald Trump ha avvertito che, sebbene gli Stati Uniti non vogliano dichiarare guerra alla Cina, sono “ben equipaggiati per gestirla”.

Trump ha imposto un ulteriore dazio del 20% su tutti i beni fabbricati in Cina, citando l'emergenza nazionale sul continuo traffico di fentanyl negli Stati Uniti, un oppioide mortale da 50 a 100 volte più potente della morfina.

Ancora oggi la Cina rimane la principale fonte di precursori del fentanyl, i quali vengono spediti in Messico, dove vengono trasformati in questa droga. Poi viene introdotta illegalmente negli Stati Uniti, principalmente attraverso il confine meridionale.

In risposta all'ulteriore dazio di Trump, Pechino ha imposto un dazio aggiuntivo del 15% sul carbone e sul gas naturale degli Stati Uniti e un ulteriore 10% sulle attrezzature agricole e sui pick-up.

Il regime comunista ha anche definito l'epidemia di fentanyl un “problema interno” degli Stati Uniti e ha bollato i dazi statunitensi come un “ricatto”.

Yuan Hongbing, ex-professore di legge all'Università di Pechino in Cina, ora residente in Australia, ha affermato che l'epidemia di oppioidi negli Stati Uniti è ben lungi dall'essere la ferita autoinflitta che il PCC ha lasciato intendere.

Il regime cinese ha avuto un ruolo significativo nella crisi del fentanyl in America e incolpare gli Stati Uniti per questo è da tempo la strategia del leader del Partito Comunista Cinese (PCC), Xi Jinping, ha detto lo stesso Yuan a NTD, organo di stampa gemello di Epoch Times, in una recente puntata del programma in lingua cinese “Pinnacle View”.

Yuan, che ha accesso privilegiato ai vertici del PCC, ha affermato che Xi ha costantemente impartito direttive interne durante il primo e il secondo mandato di Trump, secondo cui Pechino deve continuare a sostenere che la crisi della droga in Europa e negli Stati Uniti non è collegata alla Cina.

Yuan ha affermato che il regime ha anche ricevuto da Xi l'ordine di affermare che la Cina produce legalmente i precursori chimici e che se questi vengono trasformati in farmaci mortali e introdotti di contrabbando negli Stati Uniti o in Europa, la responsabilità non ricade sulla Cina.

L'esperto cinese ha inoltre affermato che il fentanyl è al centro del tentativo di Xi di “vendicarsi” dell'Occidente. Ha detto che Xi incolpa quest'ultimo di aver sottoposto la Cina a un secolo di umiliazioni a seguito delle Guerre dell'oppio a metà del XIX secolo. Durante quel periodo la Cina doveva firmare una serie di trattati ingiusti che prevedevano la cessione dei territori cinesi e apriva i porti cinesi al controllo straniero.

“È proprio grazie alle direttive di Xi che stiamo assistendo a un aumento sia della produzione di precursori del fentanyl in Cina sia alla loro esportazione, alimentando l'attuale crisi negli Stati Uniti”, ha affermato Yuan.

I decessi per overdose da fentanyl sono diventati una crisi nazionale, con oltre 200 vittime americane al giorno, secondo la Drug Enforcement Administration. Solo nel 2023 circa 75.000 americani sono morti per overdose da fentanyl, un aumento impressionante di 23 volte rispetto a 10 anni fa.

Oggi le overdose accidentali da farmaci sono la principale causa di morte tra gli americani di età compresa tra i 18 e i 45 anni. Un dato più positivo è che il numero di decessi per overdose correlati agli oppioidi è diminuito di oltre il 20% nel 2024, secondo i Centers for Disease Control and Prevention.

La crisi fentanyl è diventata una delle principali preoccupazioni degli elettori americani ed è diventata una delle forze trainanti delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, ha affermato l'esperto cinese Alexander Liao.

Quest'ultimo ha affermato che le relazioni tra Pechino e Washington sono cambiate radicalmente. Durante l'amministrazione Biden i due Paesi hanno attraversato una “glaciazione” diplomatica, durante la quale le comunicazioni tra alti funzionari si sono bloccate per circa 10 mesi nel 2022 e nel 2023. Tuttavia Liao ritiene che il confronto abbia ora raggiunto un nuovo livello.

“Che si tratti di commercio o di altri aspetti, gli Stati Uniti e la Cina si sono rivoltati l'uno contro l'altro”, ha detto Liao a Epoch Times.

“Poco rumore ma fatti feroci” è il modo in cui definisce la situazione attuale tra Pechino e Washington, in contrasto con le “grandi discussioni e pochi fatti” in corso tra Stati Uniti ed Europa.

“La politica funziona diversamente tra nemici e amici”, ha aggiunto.


Gli Stati Uniti sono il nemico perfetto per il regime cinese

Nell'ultimo decennio la Cina ha fatto registrare una crescita economica significativa. Secondo i dati della Banca Mondiale, il suo PIL nominale è ora superiore a tre quarti di quello degli Stati Uniti. In termini di potere d'acquisto, l'economia cinese ha superato quella degli Stati Uniti nel 2016.

Qualche anno prima Xi aveva scalato i ranghi del PCC e nel 2013 ne aveva assunto la leadership.

Secondo Yuan, la natura comunista di Xi lo ha spinto a sfruttare immediatamente la forza economica della Cina per istituire un programma di politica estera, la Belt and Road Initiative, finalizzato a espandere il totalitarismo comunista in tutto il mondo.

Con il pretesto dello sviluppo infrastrutturale, la piattaforma geopolitica da $1.000 miliardi si appropria delle risorse naturali di altri Paesi, tra cui minerali essenziali per la produzione di chip per computer, ed espande l'uso dei loro porti per i propri scopi civili e militari.

Lo slogan politico distintivo di Xi è “realizzare il grande ringiovanimento della nazione cinese”.

La sua spinta verso il dominio cinese inizia con il declino del Paese 200 anni fa. Secondo il PCC, l'Occidente è responsabile della trasformazione della Cina da un vincitore a un perdente nel mondo. Il sistema educativo e la propaganda del regime comunista enfatizzano spesso le Guerre dell'oppio come l'inizio del “Secolo dell'umiliazione”.

Xi ha affermato che la riconquista di Hong Kong e Macao, rispettivamente dal Regno Unito e dal Portogallo, ha “cancellato l'umiliazione di un secolo” e che il passo successivo è l'unificazione di Taiwan con la Cina continentale.

Nonostante l'apparente promozione del nazionalismo, ha affermato Liao, la logica di Xi rimane radicata nella dottrina comunista nel perseguire la diffusione globale del comunismo – o, nel gergo del Partito, “alzare la bandiera rossa in tutto il mondo”.

Questo rende gli Stati Uniti il ​​nemico numero uno del PCC, ha aggiunto Liao. In qualità di protettori di Taiwan e leader dell'attuale ordine mondiale, gli Stati Uniti rappresentano il principale ostacolo ai piani di Xi.

Il PCC ha sfruttato decenni di rapida crescita economica della Cina per giustificare il proprio dominio. Tuttavia le draconiane misure di lockdown imposte da Xi per il COVID-19 hanno esacerbato i problemi di lunga data della sua economia alimentata dal debito e guidata dall'offerta. Dopo la revoca dei lockdown, il crollo del mercato immobiliare e la carenza di liquidità delle amministrazioni locali hanno lasciato l'economia in stagnazione.

Istigare il risentimento contro un nemico esterno è un'altra tattica utilizzata dal PCC per rafforzare il proprio potere. Gli Stati Uniti diventano quindi il bersaglio perfetto e il Partito può propagandare i propri sforzi per contrastarlo.


L'obiettivo finale di Xi

L'obiettivo finale di Xi, ha affermato Yuan, è “sostituire gli Stati Uniti nel ruolo di garante dell'ordine mondiale”. Yuan ha aggiunto che lui e Xi erano soliti bere insieme quando quest'ultimo era ancora una figura di potere a livello provinciale. Un anno dopo l'insediamento di Xi in Cina, il bilancio delle vittime per overdose di fentanyl negli Stati Uniti è aumentato vertiginosamente. Nel 2017 i decessi annuali hanno raggiunto quota 28.000; nel 2023 il numero è balzato a 75.000.

Nel 2017, quando Pechino sapeva che la Cina aveva superato gli Stati Uniti in termini di PIL misurato in termini di potere d'acquisto, Xi e i suoi seguaci credevano che il “problema americano” sarebbe stato risolto entro un decennio – con la sostituzione degli Stati Uniti da parte della Cina come superpotenza mondiale.

Liao ha affermato che le sue fonti interne a Pechino gli hanno riferito di un clima di ottimismo crescente all'interno del PCC, il quale ha portato a un atteggiamento sprezzante nei confronti degli Stati Uniti tra i leader del partito.

“In quel clima, i sostenitori della linea dura all'interno del PCC si sono sostanzialmente immessi su un percorso irreversibile di scontro con gli Stati Uniti”, ha affermato Liao.

Il fallimento degli Stati Uniti nel contenere l'epidemia di droga ha anche rafforzato l'orgoglio e la fiducia di Xi, ha affermato Yuan, aggiungendo che Xi vede la crisi fentanyl negli Stati Uniti come la prova che “l'Oriente sta crescendo, l'Occidente sta declinando”.

Secondo le fonti di Liao, durante la prima visita di stato di Trump in Cina nel novembre 2017, un alto funzionario del PCC disse a Trump: “Deve solo fornirci materie prime e un mercato di consumo per la nostra produzione”.

Una fonte interna a Pechino ha riferito a Liao che quell'incontro spinse Trump ad applicare dazi sulla Cina non appena tornato a Washington. La fonte ha affermato che l'arroganza e il tono condiscendente del funzionario cinese avevano messo Trump profondamente a disagio, in quanto la dipendenza degli Stati Uniti dalla produzione manifatturiera cinese stava sfuggendo di mano.

Epoch Times ha contattato la Casa Bianca per un commento.

Nel gennaio 2018 Trump ha iniziato a imporre dazi sulle importazioni cinesi per ridurre lo squilibrio commerciale e costringere la Cina a interrompere il furto di segreti commerciali e proprietà intellettuale statunitensi.

Due anni dopo Pechino e Washington firmarono un accordo commerciale in base al quale la Cina si impegnava ad acquistare più prodotti statunitensi.

Due mesi dopo sarebbe scoppiata la “pandemia”.

Il primo giorno del suo secondo mandato, Trump ha ordinato un'indagine sulla politica commerciale da condurre entro il 1° aprile. Lo studio individuava la Cina come bersaglio per la valutazione dell'adempimento dell'accordo commerciale e per l'esame di eventuali pratiche commerciali ingiuste o sbilanciate.

Trump ha definito il 2 aprile il “Giorno della liberazione” degli Stati Uniti, giorno in cui ha imposto dazi reciproci per livellare il campo con tutti i suoi partner commerciali. Un risultato probabile è che la Casa Bianca imporrà dazi aggiuntivi sulle importazioni cinesi.

L'economia cinese è più debole rispetto al primo mandato di Trump e dipende maggiormente dalle esportazioni.

Il senatore Steve Daines (R-Mont.), il primo politico statunitense a visitare Pechino durante il secondo mandato di Trump, ha trasmesso il messaggio del presidente agli alti dirigenti cinesi, richiedendo “azioni decisive da parte della Cina per fermare il flusso di precursori del fentanyl”. Il 23 marzo ha ribadito la richiesta degli Stati Uniti in un'intervista a Bloomberg.

“Sarà difficile discutere di dazi e barriere non tariffarie finché la questione dei precursori del fentanyl non sarà risolta”, ha affermato.

Indipendentemente dalle concessioni che Pechino proporrà a Trump in un possibile vertice Trump-Xi a giugno, i due Paesi sono su una rotta di collisione “inevitabile”, ha affermato Yuan.

“Non si tratta di un conflitto temporaneo innescato da un singolo evento, che si tratti di dazi o di altre questioni specifiche”, ha aggiunto, “il confronto è critico e inevitabile, guidato da forze più ampie e di lungo periodo”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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