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lunedì 27 luglio 2026

Il difficile cammino dell'Argentina verso la libertà economica

Javier Milei è salito al potere con obiettivi non negoziabili: un surplus di bilancio, il contenimento dell'inflazione e la ripresa di un'economia in crisi. I suoi primi due anni  e mezzo di mandato si sono conclusi con risultati macroeconomici spettacolari: l'inflazione è crollata dai massimi, la povertà è tornata ai livelli del 2018, l'economia è di nuovo in fase di crescita, il debito netto è stato significativamente ridotto e i salari reali stanno iniziando a riprendersi, il tutto grazie al più grande piano di aggiustamento e deregolamentazione degli ultimi decenni. A dicembre 2023 Milei ha ereditato un tasso di inflazione mensile del 25,5%, vicino al 300% annuo – il più alto al mondo – e lo ha rapidamente ridotto a circa il 2,3% al mese entro ottobre dell'anno successivo, il livello più basso dal 2018, con previsioni che indicano un ulteriore calo nel 2026. Inoltre il bilancio nazionale è passato da un deficit insostenibile a un surplus per la prima volta in 14 anni, grazie a drastici tagli alla spesa superflua senza compromettere i servizi essenziali, alla chiusura di ministeri, all'eliminazione di agenzie inutili, alla riduzione dei sussidi e al taglio di decine di migliaia di posti di lavoro sovradimensionati nel settore pubblico ereditati dalla precedente amministrazione. Lasciare respirare l'economia funziona. Politiche di liberalizzazione appropriate hanno ridotto significativamente la povertà: le stime dell'UCA mostrano un calo di quasi 20 punti percentuali rispetto ai picchi della crisi e un tasso compreso tra il 31% e il 36%, il livello più basso degli ultimi sei anni; l'UNICEF stima che circa 1,7 milioni di bambini siano usciti dalla povertà negli ultimi due anni. L'FMI prevede che quest'anno l'Argentina mostrerà una crescita del PIL intorno al 3-4%, con una crescita cumulativa di quasi 8 punti percentuali tra il 2025 e il 2026. Le misure di austerità di Milei hanno portato a una forte riduzione dell'occupazione nel settore pubblico, gonfiata dal kirchnerismo e finanziata con debito e inflazione. Milei ha creato oltre 650.000 nuovi posti di lavoro nel settore privato. Secondo l'INDEC l'occupazione totale è cresciuta di 330.000 posti di lavoro in due anni e, cosa ancora più importante, l'occupazione nel settore pubblico è diminuita di 370.000 unità. Il debito pubblico ha raggiunto livelli molto elevati alla fine del 2023 e da allora è diminuito drasticamente in termini netti. L'onere del debito per l'economia si è ridotto drasticamente: è stato diminuito di decine di miliardi di dollari ed è calato in termini assoluti e in percentuale del PIL, e la dinamica esplosiva ereditata è stata arrestata. Il rapporto debito/PIL è sceso da oltre il 100% tra il 2020 e il 2023, raggiungendo un picco del 155%, al 70% nel terzo trimestre del 2025. Milei ha azzerato il debito della banca centrale trasferendolo al Dipartimento del Tesoro e nei due anni e mezzo della sua presidenza il debito totale ha fatto registrare una diminuzione netta di $48,5 miliardi. Il ministro Luis Caputo e il presidente della banca centrale, Santiago Bausili, hanno svolto un ruolo cruciale nel disinnescare le potenziali minacce lasciate dal socialismo, impedendo che esplodessero. Non possiamo dimenticare gli sforzi di Diego Santilli per garantire la sicurezza e la tranquillità degli argentini di fronte alle continue minacce di sabotaggio, né gli sforzi di Manuel Adorni per smantellare la propaganda e la disinformazione socialista. Il surplus primario è stato raggiunto tagliando la spesa, riducendo il peso dei sussidi inefficienti, frenando la crescita dell'occupazione pubblica e dando priorità ai programmi sociali essenziali. Meno sussidi per tutti e più assistenza per chi ne ha veramente bisogno hanno permesso di ridurre il debito, controllare la spesa e aiutare chi ne ha davvero bisogno. La deregolamentazione, grazie al ministro Sturzenegger, ha permesso di eliminare l'ingerenza statale nell'economia. L'eliminazione dei controlli sui prezzi, la riduzione dei dazi e l'apertura di settori come il trasporto aereo e il mercato immobiliare hanno portato a una maggiore varietà di prodotti e a prezzi migliori per i consumatori. Ora è il turno degli investimenti, che devono eliminare l'incertezza giuridica creata dal socialismo. Il programma RIGI, progettato per attrarre grandi investimenti superiori a $100 milioni, offre stabilità normativa e certezza giuridica, e sono già stati annunciati progetti per oltre $31 miliardi, soprattutto nei settori minerario ed energetico. Non è un miracolo, non è un esperimento... Milei e il suo team di governo hanno applicato la logica economica e una difesa inequivocabile della libertà.

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di Finn Andreen

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-difficile-cammino-dellargentina)

L'ascesa al potere in Argentina del primo libertario dichiarato, Javier Milei, è stata accolta con entusiasmo da molti libertari, ma anche come un momento cruciale. Non solo ha dimostrato la possibilità di ottenere il voto della maggioranza dell'elettorato di un grande Paese a favore di un programma radicale di libertà, ma ha anche suggerito che i libertari avrebbero finalmente potuto dimostrare al mondo intero che un libero mercato senza vincoli non solo è possibile, ma anche estremamente vantaggioso per qualsiasi società.

Non sorprende, quindi, che sia i libertari che gli statalisti stiano osservando con attenzione quest'ultimo esperimento argentino, iniziato nel 2024, per individuare segnali di successo o fallimento del modello Milei. I libertari possono sentirsi tranquilli riguardo a questa aspettativa, considerando le solide basi teoriche della Scuola Austriaca di economia che ispira il modello Milei.

A questo proposito occorre fare un paio di precisazioni. In primo luogo, la difficile transizione da una società statalista a una società libera non deve essere ignorata e non può essere attribuita al libertarismo in sé. Va detto che il processo politico e pratico per giungere a un libero mercato senza ostacoli non è stato un punto focale del pensiero libertario. In secondo luogo, il cammino verso la libertà potrebbe essere ostacolato da una serie di ragioni pratiche, come fattori esterni o umani, del tutto estranei al libertarismo. Ad esempio, il leader eletto e il governo potrebbero essere imperfetti e la classe politica potrebbe opporsi al cambiamento.


Risultati generalmente positivi dopo un inizio difficile

L'inizio del governo Milei è stato turbolento, con rapidi risultati positivi delle riforme, ma accompagnato dalle prevedibili difficoltà nella transizione da un'economia caratterizzata da tasse elevate, spese eccessive e inflazione. Quest'ultima, uno dei principali flagelli degli argentini per decenni, ha subito una netta decelerazione. Nel 2024 il PIL si è contratto dell'1,8%, un risultato migliore rispetto al 2023 (-3,1%), e c'è stata una forte ripresa del PIL nel 2025 (5,2%). Grazie ai tagli alla spesa pubblica, ad agosto dell'anno scorso lo Stato argentino ha fatto registrare un surplus di bilancio pari all'1,3% del PIL, un'inversione di tendenza senza precedenti per un Paese abituato a spendere più di quanto incassa.

Ma le misure di austerità – tagli ai sussidi, riduzioni di posti di lavoro nel settore pubblico, forti svalutazioni – hanno inevitabilmente comportato costi sociali, facendo precipitare inizialmente milioni di persone nella povertà. Tuttavia il tasso di povertà è poi diminuito drasticamente nella seconda metà del 2024, passando dal 52,9% nella prima metà del 2024 al 38,1%. La disoccupazione nella provincia di Buenos Aires è salita al 9,8%, un valore superiore a quello del 2023.

In generale, gli indicatori macroeconomici puntano nella giusta direzione, nonostante l'inevitabile e prevedibile inizio difficile. Tuttavia la sfida più seria per Milei riguarda probabilmente il pèso argentino, un ambito in cui l'economia Austriaca potrebbe essere un faro per evitare di ripetere gli errori del passato.


Il pèso argentino: una storia di cattiva gestione

Nel 1991 l'Argentina agganciò il pèso al dollaro con un tasso di cambio di uno a uno. Ogni pèso doveva essere coperto da un equivalente dollaro statunitense detenuto nelle riserve. Inizialmente l'inflazione crollò e gli investimenti aumentarono vertiginosamente. Tuttavia, rinunciando alla sovranità monetaria, l'Argentina perse la capacità di adattarsi alle condizioni mondiali. Con il rafforzamento del dollaro alla fine degli anni '90, il pèso si sopravvalutò, danneggiando le esportazioni e alimentando la disoccupazione. Incapace di svalutare o di impostare i propri tassi di interesse, il governo argentino si indebitò pesantemente in dollari, aggravando le future vulnerabilità.

Nel 2001 l'Argentina era in recessione. Con la fuga degli investitori e il calo delle riserve, il governo argentino bloccò i prelievi bancari per arrestare la fuga di capitali. Scoppiarono rivolte, il governo dichiarò default su oltre $100 miliardi di debito e il sistema di cambio fisso fu abbandonato nel 2002. Il pèso perse circa il 70% del suo valore in pochi mesi, con le conseguenze sociali che si possono immaginare. Dopo il crollo, l'Argentina adottò un sistema di cambio flessibile, ma i vantaggi iniziali svanirono rapidamente con il ritorno dell'indisciplina fiscale; l'inflazione cronica, superiore al 30%, divenne la norma, emersero molteplici tassi di cambio e la fiducia si erose.

Con il programma Milei, il pèso è stato inizialmente svalutato in modo significativo (da circa 400 ARS/USD a circa 800 ARS/USD) nell'ambito degli sforzi per ridurre l'inflazione. Nell'aprile del 2025 il governo è passato a un sistema di cambio più flessibile: il pèso è stato autorizzato a fluttuare all'interno di una banda di oscillazione (ad esempio, tra circa 1.000 e 1.400 ARS/USD) e molti controlli sui capitali e sulla valuta sono stati rimossi.

Alla fine del 2025 l'Argentina ha adottato un sistema di cambio “gestito” per la propria valuta. Il tasso di cambio ufficiale si aggirava intorno ai 1.480 pèso argentini per dollaro statunitense, mentre il tasso informale, noto come “dollaro blu”, era di circa 1.580 pèso. Il rischio principale era che il pèso non potesse essere facilmente difeso in questa fase di transizione, con riserve nette della banca centrale pari a soli $6 miliardi. Questa è la ragione principale per cui l'Argentina ha ricevuto dagli Stati Uniti, nell'ottobre del 2025, un fondo di stabilizzazione aggiuntivo di $20 miliardi, il quale ha anche contribuito all'importante vittoria di Milei alle elezioni di medio termine.

Ma il pèso è ancora sopravvalutato, il che danneggia le esportazioni e la competitività. Ad esempio, gli argentini hanno acquistato dall'estero elettrodomestici di marca e carne bovina – un prodotto di punta dell'esportazione argentina – che, a causa del tasso di cambio del pèso, risultano più economici rispetto ai prodotti locali equivalenti.

Tuttavia il piano di Milei per il pèso non si limita a lasciarlo fluttuare liberamente, ma prevede addirittura l'abolizione della banca centrale e la determinazione dei tassi di interesse da parte del mercato, come raccomanda la teoria Austriaca. Questo ci ricorda che la transizione verso un'economia di libero mercato è un processo che deve tenere conto della politica.


Lezioni dalla Scuola Austriaca

Dal punto di vista dell'economia Austriaca, le ripetute crisi che l'Argentina ha attraversato in passato sono la conseguenza inevitabile di una manipolazione monetaria artificiale. Come scrisse Ludwig von Mises nel suo libro, L'azione umana: “Non c'è modo di evitare il crollo finale di un boom causato dall'espansione del credito. L'alternativa è solo se la crisi debba arrivare prima... o dopo, come catastrofe finale e totale del sistema monetario”. Per l'Argentina, queste parole restano importanti da ricordare.

Il sistema di ancoraggio al dollaro del 1991 rappresentava una forma di controllo monetario artificiale. Fissando il tasso di cambio, i politici aggirarono il meccanismo naturale del mercato per l'equilibrio tra scambi commerciali, risparmi e investimenti. Quando il pèso diventò sopravvalutato, invece di deprezzarsi, il governo argentino prese in prestito dollari per mantenere la parità, alimentando così un'enorme bolla creditizia.

Come sottolineava Mises, una moneta sana non può essere creata per decreto; il suo valore deve emergere dallo scambio volontario. Quando lo Stato fissa i prezzi, compreso il prezzo della moneta, distorce i segnali di mercato e incoraggia consumi e indebitamento insostenibili. Murray Rothbard ha ribadito questo concetto nel libro, La Grande Depressione americana: “C'è un solo modo per porre fine all'inflazione: fermare immediatamente l'espansione monetaria e lasciare che il mercato si riallinei”.

Da questa prospettiva un pèso veramente libero, senza una banca centrale che decida i tassi d'interesse, porterebbe inevitabilmente difficoltà a breve termine, ma anche un equilibrio a lungo termine. La valuta si deprezzerebbe ulteriormente rispetto al dollaro, abbassando il tenore di vita, ma allineando i consumi alla reale capacità produttiva del Paese. Il vantaggio sarebbe che ciò stimolerebbe le esportazioni e renderebbe le importazioni più costose, incentivando così la produzione interna.

Milei è uno dei pochissimi leader politici al mondo ad aver compreso questi punti. L'unico vero ostacolo a una crescita economica duratura e a un miglioramento a lungo termine del tenore di vita dei poveri argentini è il ciclo elettorale: a Milei e al suo programma di libertà economica verrà data una possibilità concreta, non solo per due anni, ma per un intero decennio o anche di più? Perché questo è il lasso di tempo necessario per la transizione verso un'economia di libero mercato.

Se all'Argentina fosse consentito di diventare economicamente libera, ciò rappresenterebbe non solo un'importante vittoria per il libertarismo, ma anche una luminosa fonte di ispirazione per la riforma di innumerevoli nazioni occidentali attualmente in difficoltà sotto il giogo dello statalismo keynesiano. Il successo di Milei contribuirebbe a convincere concretamente tutti coloro che ancora dubitano che un programma politico basato sull'economia Austriaca possa portare a una prosperità duratura per tutti, a patto che si possano superare gli ostacoli politici.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 16 luglio 2026

Friedman aveva ragione, solo che le sue citazioni erano perlopiù errate...

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/friedman-aveva-ragione-solo-che-le)

La celebre frase di Milton Friedman, che fa da filo conduttore a metà dei dibattiti sull'inflazione in televisione, omette la parte in cui risiede la vera economia. Una volta reinserita, la tesi catastrofista si ridimensiona notevolmente.

Di recente Per Bylund ha scritto un articolo incisivo in cui sosteneva che l'indice dei prezzi al consumo e il PIL incarnano la Legge di Goodhart. Quando un indicatore diventa un obiettivo, cessa di essere un indicatore utile. Ha ragione, e ci torneremo, ma il problema più grande del dibattito sull'inflazione non riguarda tanto l'IPC in sé, quanto il modo in cui la famosa citazione di Milton Friedman sull'inflazione viene strumentalizzata da persone che quasi certamente non hanno letto oltre la virgola.

La frase che si sente sempre è: “L'inflazione è sempre e comunque un fenomeno monetario”. Punto e basta. Se stampi moneta, ottieni inflazione, oppure sono le aziende a causare l'inflazione. Poi i catastrofisti tirano fuori un grafico di M2 e lanciano un allarme sull'iperinflazione.

Non è quello che Friedman ha effettivamente detto.


Ciò che Friedman ha effettivamente detto

La frase completa è: “L’inflazione è sempre e comunque un fenomeno monetario, nel senso che è e può essere prodotta solo da un aumento della quantità di moneta più rapido rispetto all’aumento della produzione.”

Quell'inciso finale cambia tutto.

I catastrofisti monetari lo abbandonano perché complica lo slogan, e infatti è proprio nel “rispetto alla produzione” che risiede la vera tesi.

Friedman ragionava a partire dall'equazione dello scambio: MV = PQ. Moneta per velocità di circolazione uguale prezzi per produzione reale. È un'identità, non una teoria. La questione si fa interessante quando ci si chiede quale variabile svolga il lavoro. L'affermazione di Friedman era che, nel lungo periodo, variazioni sostenute del livello generale dei prezzi possono derivare solo da una crescita monetaria più rapida della capacità produttiva dell'economia. L'offerta era già inclusa nel suo modello. Un crollo della produzione con una massa monetaria stabile produce lo stesso effetto sui prezzi di una crescita monetaria con una produzione stabile.

Quindi l'intuizione secondo cui “l'inflazione è alimentata dalla domanda e dall'offerta” non è in contrasto con Friedman, ma si inserisce nel suo modello. La questione è se lo squilibrio persisterà, il che dipende dal fatto che la politica monetaria lo gestisca o meno.


La distinzione che tutti si perdono

Friedman tracciò una netta distinzione tra variazioni relative dei prezzi e inflazione sostenuta. È proprio questa distinzione che ci si perde nel dibattito moderno.

Quando i prezzi del petrolio aumentano vertiginosamente a causa di una guerra, i consumatori spendono di più per l'energia e necessariamente meno per tutto il resto. I prezzi relativi si modificano, l'energia aumenta, i beni non essenziali subiscono una pressione al ribasso. Il livello generale dei prezzi non deve necessariamente aumentare a meno che la politica monetaria non espanda la quantità di denaro disponibile da spendere per tutto. Senza tale intervento, si verifica una variazione una tantum dell'indice dei prezzi, dopodiché i prezzi si stabilizzano. Questa non è inflazione nel senso inteso da Friedman, bensì un aggiustamento dei prezzi relativi.

Ecco perché Friedman poteva definire l'inflazione “un fenomeno monetario” senza essere ingenuo riguardo agli shock dell'offerta. Sosteneva semplicemente che gli shock dell'offerta da soli non producono  un'inflazione sostenuta; producono volatilità attorno a un certo livello. L'andamento di tale livello deriva dal lato monetario.

Ecco il problema con il modo in cui questo concetto viene utilizzato oggi. Sia gli allarmisti dell'inflazione che gli opinionisti delle emittenti televisive tendono a minimizzare la distinzione. I catastrofisti, di fronte a qualsiasi aumento della massa monetaria, prevedono un'inflazione persistente, ignorando che la velocità di circolazione della moneta potrebbe crollare e assorbire l'espansione. Gli opinionisti, invece, di fronte a qualsiasi impennata dei prezzi, la definiscono inflazione, ignorando che, senza un intervento monetario, è probabile che si attenui.

Gli anni '70 rappresentano l'esempio storico più lampante del perché sia ​​l'offerta che la moneta siano necessarie per un'inflazione sostenuta. Molti ricordano quel decennio come lo “shock petrolifero”, ma questa è solo una mezza verità. L'indice dei prezzi al consumo era già in forte aumento prima dell'embargo petrolifero arabo del 1973 e di nuovo prima della rivoluzione iraniana del 1979.

La crescita dell'offerta di moneta era stata eccessiva per anni e i tassi di interesse erano stati mantenuti troppo bassi. Gli shock petroliferi non hanno creato inflazione dal nulla; hanno semplicemente spinto fuori un tappo già allentato da una bottiglia già sotto pressione. Lacy Hunt ha sostanzialmente sostenuto questa tesi riguardo all'attuale situazione ed è giusto che si evidenzi il parallelismo. Uno shock dell'offerta che si verifica in un contesto di moneta espansiva è la configurazione che produce un problema di inflazione persistente; uno shock dell'offerta che si verifica con una base monetaria disciplinata produce uno spostamento di livello che si attenua.


Affinché l'economia cresca, la moneta deve crescere

Ecco dove la tesi catastrofista comincia davvero a vacillare. L'accusa è che “la stampa di moneta causi inflazione”, ma in un moderno sistema a moneta fiduciaria, ogni dollaro in circolazione è debito. O si tratta di un prestito bancario commerciale che ha creato un deposito dall'altra parte del libro mastro, oppure si tratta di prestiti governativi finanziati attraverso il sistema bancario. Non esiste una terza opzione.

Il documento della Banca d'Inghilterra del 2014, “La creazione di moneta nell'economia moderna”, lo ha spiegato esplicitamente. Le banche non prestano riserve: creano depositi quando concedono prestiti e le riserve vengono create parallelamente. Quindi l'intera base monetaria è, in un certo senso, un debito che deve essere ripagato con un reddito nominale in crescita.

Ciò ha un'implicazione strutturale che la maggior parte dei monetaristi da salotto non coglie. Se la moneta non cresce, nemmeno l'economia può crescere. I debiti reali (fissi in termini nominali) diventano più pesanti man mano che il reddito nominale ristagna. I default si moltiplicano, il credito si contrae. Si arriva al 1933, che è esattamente ciò che Irving Fisher descrisse nella sua teoria della deflazione da debito. Il sistema è concepito per richiedere espansione.

Di conseguenza quando qualcuno grida che M2 è in aumento, la domanda rilevante non è se M2 sia aumentato... M2 deve aumentare. La domanda rilevante è se sia aumentato più velocemente di quanto la capacità produttiva dell'economia potesse assorbirlo. Questo è il vero test di Friedman ed è un criterio molto più rigoroso di quello proposto dai catastrofisti: “In un sistema basato sul debito, la questione non è se la moneta sia cresciuta... deve crescere. La questione è se sia cresciuta più velocemente di quanto l'economia sia in grado di produrre”.


La velocità è la variabile mancante

Un altro aspetto di cui quasi nessuno parla è la velocità di circolazione della moneta. L'equazione MV = PQ ha quattro variabili, non tre. E, V, il ritmo con cui il denaro circola nell'economia, è estremamente instabile. Ignorarlo porta a previsioni sull'inflazione che, a posteriori, appaiono ridicole.

Consideriamo l'esperimento naturale più puro che abbiamo mai avuto. Dal 2008 al 2020 la Federal Reserve ha ampliato il proprio bilancio di migliaia di miliardi attraverso tre cicli di quantitative easing. I catastrofisti hanno gridato all'iperinflazione per tutto il decennio. Non si è mai verificata. Perché? Perché la velocità di circolazione della moneta è crollata. Le banche hanno parcheggiato le nuove riserve invece di prestarle; i consumatori hanno ridotto il debito invece di spendere; il denaro è rimasto immobile. M è aumentato, ma V è diminuito all'incirca della stessa quantità e PQ sono rimasti pressoché invariati.

Poi è arrivato il 2020. La FED ha ampliato nuovamente il bilancio, ma questa volta il governo federale ha anche inviato assegni direttamente sui conti bancari dei consumatori. Le catene di approvvigionamento si sono interrotte, i lavoratori sono rimasti a casa e la velocità di circolazione della moneta, invece di diminuire, si è ripresa. C'era denaro che cresceva rapidamente, denaro che ricominciava a circolare e capacità produttiva interrotta, tutto contemporaneamente. L'inflazione ha raggiunto il 9,1% entro giugno 2022.

Questo è l'esempio più chiaro che avremo mai del perché il semplice schema “M2 in aumento significa inflazione in aumento” sia incompleto. L'inflazione è emersa quando M, V e il vincolo di offerta su Q si sono mossi simultaneamente nella stessa direzione. I pessimisti si sbagliavano dal 2009 al 2020 perché ignoravano V. Chi sosteneva la tesi “transitoria” si sbagliava nel 2021, perché sottovalutava l'effetto cumulativo di tutti e tre i fattori.

Ed eccoci arrivati ​​al 2026, con una situazione che merita di essere monitorata attentamente. La FED ha riavviato gli acquisti di titoli all'inizio di quest'anno, definendola un'operazione tecnica per allentare le tensioni nel mercato dei pronti contro termine. Qualunque sia la definizione, i prestiti bancari sono aumentati vertiginosamente. Prestiti e leasing crescono a un ritmo annuo del 10%; i prestiti commerciali e industriali si attestano intorno al 20%. L'offerta di moneta sta nuovamente accelerando. Non ci troviamo più nella situazione del periodo 2009-2020, in cui il denaro rimaneva inattivo nei bilanci delle banche.

Il denaro viene impiegato, la questione della velocità di circolazione è saldamente sul tavolo e la svolta del Dipartimento del Tesoro verso l'emissione di titoli a breve termine sta costringendo la FED a operare nella parte a breve termine della curva, che lo voglia o no. Questa è la situazione che Friedman avrebbe segnalato. Denaro più velocità di circolazione più una configurazione fiscale-monetaria che assomiglia moltissimo a una politica accomodante.


La composizione del credito conta più della quantità

Oltre alla velocità di erogazione del credito, c'è un secondo elemento che il monetarismo da slogan ignora completamente: la provenienza del credito è importante quanto la quantità di credito che viene creata.

Un dollaro prestato per costruire una fabbrica espande la capacità produttiva futura, ma un dollaro prestato per finanziare un riacquisto di azioni proprie gonfia i prezzi correnti degli asset senza espandere la capacità produttiva dell'economia. Un dollaro prestato a un consumatore per una vacanza espande i consumi correnti senza lasciare alcun residuo produttivo. Stesso dollaro, stessa “creazione di moneta”, ma effetto a valle molto diverso.

Gli economisti della Scuola Austriaca hanno colto un punto importante che i monetaristi tendono a minimizzare. Quando i fondi creditizi vengono investiti in investimenti improduttivi anziché in capitale produttivo, si può avere un'apparente “crescita” che in realtà non fa altro che svuotare la base produttiva e gonfiare i prezzi degli asset finanziari. Gran parte del periodo successivo al 2008 ha funzionato esattamente in questo modo. Gli aggregati creditizi sono esplosi al rialzo, ma i flussi si sono diretti in modo sproporzionato verso asset finanziari, immobili e manipolazioni di bilancio aziendali. I prezzi al consumo sono rimasti pressoché invariati; i prezzi degli asset sono cresciuti vertiginosamente. Questa non è inflazione nel senso dell'indice dei prezzi al consumo, ma non è nemmeno “crescita” in alcun senso significativo.

L'attuale boom degli investimenti nell'IA rappresenta la prova concreta di questo modello. L'ondata di prestiti bancari che sta investendo il sistema finanziario sembra finanziare data center, stabilimenti di produzione di chip, infrastrutture energetiche e le relative attività di sviluppo. Si tratta, per definizione, di credito produttivo, in quanto espande la capacità produttiva futura. Se è così, l'impatto inflazionistico della recente crescita monetaria dovrebbe essere più contenuto di quanto suggerisca il semplice grafico di M2, poiché Q si espande di pari passo con M.

Se, d'altro canto, una quota consistente di questo credito finanzia valutazioni speculative anziché capacità produttiva reale, si ottiene il risultato tipico del modello Austriaco: i prezzi degli asset salgono alle stelle, la capacità produttiva non si espande di pari passo e l'inflazione finisce per manifestarsi o sui prezzi al consumo o con una brusca inversione di tendenza dal lato degli asset. Non sapremo in quale scenario ci troveremo prima di un anno o due, ma il modello ci dice esattamente cosa monitorare. Bisogna tenere d'occhio dove finisce il credito, non solo quanto ne viene creato.


Come diverse Scuole definiscono l'inflazione

Il motivo per cui in questi dibattiti sembra che tutti parlino senza capirsi è che la definizione di inflazione varia a seconda delle Scuole di pensiero. La tabella seguente illustra il punto di partenza di ciascuna tradizione e ciò che considera come causa dell'inflazione.

Quest'ultima riga ci riporta a Bylund. La sua tesi è che l'indice dei prezzi al consumo e il PIL abbiano cessato di essere indicatori utili perché sono diventati obiettivi della politica economica. La Legge di Goodhart, praticamente, e non ha torto. Il controllo dei prezzi non combatte l'inflazione, sopprime il sintomo (l'indice dei prezzi al consumo misurato) peggiorando la malattia, la quale consiste in reali carenze e cattiva allocazione del capitale. Il controllo dei prezzi e dei salari attuato da Nixon nel 1971 ne è l'esempio lampante. La spesa pubblica che non produce alcun risultato produttivo gonfia il PIL senza crare ricchezza. L'Unione Sovietica fece registrare una crescita del PIL impressionante sulla carta per decenni prima del suo crollo, perché la “produzione” non generava beni che qualcuno apprezzasse.

Fin qui tutto bene. Ma è proprio qui che la critica si scontra con un muro. Bylund attacca le misure senza proporre come i policymaker, le banche centrali, gli investitori, o i lettori comuni dovrebbero effettivamente operare senza di esse. “Basta comprendere meglio il concetto di base” non è sufficiente. La FED deve prendere decisioni, gli allocatori devono impiegare il capitale e gli investitori devono fare scelte di portafoglio. Non si può gestire un'economia da $27.000 miliardi basandosi esclusivamente sulla purezza metodologica della Scuola Austriaca.

Sì, l'indice dei prezzi al consumo è imperfetto. Ogni economista serio lo sa, ma la soluzione non è abbandonare la misurazione. Si tratta di utilizzare rigorosamente più indicatori, comprenderne i limiti e triangolare i dati. Esempi di indicatori sono la spesa per consumi personali, l'IPC con media troncata, l'IPC a prezzi rigidi, l'IPC mediano della Federal Reserve di Cleveland e l'aggregato monetario M2 aggiustato alla velocità di circolazione della moneta. Questi indicatori esistono proprio perché le persone competenti sanno che un singolo dato è insufficiente. Gli “esperti” che Bylund attacca per aver considerato l'IPC come verità assoluta sono in gran parte una caricatura di opinionisti televisivi e discorsi politici, non la vera comunità analitica.


Cosa significa tutto questo per gli investitori

In definitiva, entrambe le fazioni nel dibattito sull'inflazione sbagliano in modo speculare. I catastrofisti che citano Friedman con la frase “la stampante di denaro è su di giri” hanno tralasciato la seconda parte della sua frase, ignorato la velocità di circolazione della moneta e trascurato un decennio di disinflazione che avrebbe dovuto aggiornare il loro modello. Chi invece crede che l'indice dei prezzi al consumo sia tutto ha ignorato l'aspetto monetario ed è stato colto di sorpresa nel 2021 da un'impennata inflazionistica che continuava a definire transitoria.

La sintesi che effettivamente regge al confronto con i dati è questa: un'inflazione sostenuta richiede che la massa monetaria e la sua velocità di circolazione crescano più velocemente della capacità produttiva. In un sistema basato sul debito la massa monetaria deve crescere, quindi la sola espansione monetaria non è un segnale significativo. Il vero segnale si manifesta quando la crescita della massa monetaria moltiplicata per la sua velocità di circolazione si disaccoppia dalla crescita della produzione reale. Questo è il test di Friedman, così come lo ha formulato, ed è ancora il test corretto.

Per quanto riguarda i portfolio, questo significa che NON dovreste:

• Analizzare i dati di M2 singolarmente; invece moltiplicate M2 per la velocità;

• Reagire ai singoli valori dell'IPC, osservate invece la media troncata e le componenti persistenti;

• Partire dal presupposto che la spesa pubblica generi crescita solo perché si riflette sul PIL, chiediamoci se abbia effettivamente ampliato la capacità produttiva o si sia limitata a spostare crediti finanziari;

• Considerare questi indicatori come segnali imperfetti, non come verità assoluta, ma non illudetevi di poter investire senza di essi.

C'è un altro aspetto da segnalare per il 2026. Il Dipartimento del Tesoro sta finanziando un deficit crescente ricorrendo in modo massiccio all'emissione di titoli a breve termine, con la quota di questi sul debito totale che supera il limite del 20% raccomandato dal Treasury Borrowing Advisory Committee. Quando il debitore di ultima istanza inonda la parte a breve termine della curva dei rendimenti, la banca centrale è costretta a fornire liquidità, che lo voglia o no.

Questa è la definizione da manuale di dominio fiscale ed è la configurazione che trasforma una banca centrale discrezionale in una banca accomodante. Se a ciò si aggiungono l'impennata dei prestiti bancari e il boom del credito alimentato dall'intelligenza artificiale, la domanda rilevante per gli investitori non è se la FED inasprirà la politica monetaria, bensì se l'assetto fiscale le lascerà margini di manovra per un eventuale inasprimento.

È così che si prende sul serio la critica di Bylund a Goodhart senza rinunciare agli strumenti analitici. Ed è così che si legge Friedman senza farlo diventare una caricatura.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 28 aprile 2026

Mises, Rothbard e la teoria libertaria della guerra giusta

Il mercato del petrolio è diventato negli ultimi anni un coacervo di grande volatilità, con una media mobile a 5 anni del suo rapporto prezzo/range che supera il 7% su base settimanale, un valore superiore addirittura a quello di Bitcoin. Dovrebbe essere il mercato più noioso del pianeta, dato che tutti ne dipendono, e invece è quello più nervoso del pianeta. Sembra quasi diventato una penny stock... Inutile dire che se è diventato un trend, allora aignifica che qualcuno ne sta traendo profitto; qualcuno collabora con altri per crearla questa volatilità. Essa è nemica della certezza. In alcuni casi frena gli investimenti e in altri li dirotta verso investimenti meno redditizi: energia eolica, solare, ecc. Se vogliamo un mondo in cui l'incertezza può essere ridotta al minimo, lo scopo essenziale dell'azione umana, allora bisogna accettare che a volte è necessario rivendicarlo questo mondo... anche insistentemente. Nessuno ve lo consegnerà su un piatto d'argento, anzi chi trae profitto dal caos vi venderà una versione edulcorata della realtà affinché possa continuare a conservare un tale assetto della società. Sebbene il background misesiano parli generalmente di incentivi, è bene ricordare che gli esseri umani hanno anche l'incentivo a gerarchizzare la società e nascondere le proprie azioni affinché possano applicare quell'atavica pulsione: ovvero, vivere al massimo col minimo sforzo. Ecco perché il SOFR è stato l'inizio di questa guerra. Per generazioni gli investitori sono stati ricattati da persone malvagie affinché accettassero questa mancanza di certezze sugli investimenti, per assecondare il cinismo o una mancanza di fiducia nell'umanità. Questa è la verità e tutto riconduce all'intersezione tra la vendita di una narrativa e il colpire le persone disperate nel loro punto debole... il portafoglio. In definitiva, i prezzi del petrolio tenderanno a scendere perché i fondamentali sono ribassisti soprattutto, perché questo sistema di controllo dei prezzi sta venendo distrutto dall'amministrazione Trump. Sta smantellando il controllo di Londra sui flussi petroliferi attraverso l'applicazione studiata di dollari, materie prime e “power politics”. Trump ora ha la mano sul rubinetto globale del petrolio e può regolarne la volatilità. Gli Stati Uniti ora sono coloro che ne determinano i prezzi a livello mondiale, che vi piaccia o no.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/mises-rothbard-e-la-teoria-libertaria)

Stati Uniti e Israele ancora oggi sono in guerra contro l'Iran. Il conflitto è iniziato il 28 febbraio con i bombardamenti a sorpresa che hanno ucciso la Guida Suprema, Ali Khamenei, e altri alti funzionari. Da allora gli attacchi alle infrastrutture sono proseguiti, causando gravi interruzioni dei servizi essenziali e un'escalation delle tensioni nella regione. Di conseguenza l'Iran ha attaccato obiettivi nei Paesi del Golfo e ha rafforzato il suo controllo sullo Stretto di Hormuz.

Il conflitto ha danneggiato l'economia in tutto il mondo, alimentando l'inflazione e i timori di interruzioni delle catene di approvvigionamento.

La guerra è spesso considerata un modo per proteggere Israele, le nazioni del Golfo e, in ultima analisi, gli Stati Uniti da una brutale dittatura teocratica che mirava a costruire armi nucleari ed era il principale finanziatore del terrorismo mondiale. Tuttavia esiste una domanda comune tra i libertari: le idee libertarie supportano l'invio di truppe in altri Paesi per fermare la tirannia?

Ludwig von Mises, scrivendo durante la lotta contro la Germania nazista, sostenne un rapido intervento militare. Nel suo libro, Omnipotent Government: The Rise of of the Absolute State and Total War (1944), Mises affermò che statalismo, socialismo e autarchia conducono al controllo assoluto da parte dello stato, cosa che a sua volta sfocia inevitabilmente nella violenza. Il nazismo non fu un'anomalia, ma l'inevitabile conseguenza di tali linee di politica, e il compromesso era irraggiungibile. Mises sostenne che il nazismo non era solo un problema tedesco, ma anche una minaccia per le civiltà occidentali. Il lettore può notare forti parallelismi tra il regime iraniano e i suoi legami politici e terroristici con altri regimi totalitari, così come le sue politiche di “morte all'America”, “annientamento di Israele” e le sue intenzioni espansionistiche nei confronti delle nazioni sunnite.

Mises riteneva che, se il nazismo non fosse stato distrutto, il risultato sarebbe stato un'espansione del totalitarismo, cosa che avrebbe ridotto le persone a “schiavi in ​​una società governata dai nazisti”, dove l'individuo non avrebbe avuto alcun diritto.

“La realtà del nazismo pone a tutti un'alternativa: distruggerlo, o rinunciare all'autodeterminazione, ovvero alla libertà e alla stessa esistenza come esseri umani. Se si cede, saremo schiavi in un mondo dominato dai nazisti”. Mises esortò gli Alleati a “combattere disperatamente fino a quando il potere nazista non sarà completamente annientato”.

Mises era chiaramente contrario alla neutralità, dato che affermava: “Nella situazione attuale la neutralità equivale a sostenere il nazismo”, sottolineando che una vittoria decisiva, o la sconfitta definitiva del nazismo, erano le uniche vie per ristabilire la pace e l'ordine liberale. Solo dopo la “totale distruzione del nazismo” si sarebbe potuta iniziare a costruire una società libera. Si può sostenere che Mises credesse che il governo avesse un ruolo nella protezione della civiltà dal totalitarismo.

Nel 2026 un seguace di Mises direbbe che il totalitarismo teocratico del regime iraniano, che include l'espansione della sua influenza e del suo potere a livello mondiale, la repressione del dissenso, le guerre per procura e la ricerca di armi nucleari per distruggere Israele, è simile allo statalismo nazista. Il mondo libero potrebbe ricorrere ad attacchi per distruggere la potenza militare e la leadership del regime iraniano al fine di proteggersi ed evitare una guerra più ampia nella regione o a livello mondiale. Se tutti avessero collaborato per fermare Hitler prima, la Seconda guerra mondiale forse non sarebbe scoppiata. Oggi l'uso della forza contro Teheran potrebbe potenzialmente fermare un olocausto nucleare, il terrorismo sciita, l'espansione totalitaria, o il massacro di manifestanti civili iraniani.

Murray Rothbard non condivideva questa tesi. Riteneva che tutte le guerre combattute dallo stato fossero sbagliate, a prescindere da chi fosse il nemico. Rothbard scrisse del principio di non aggressione nei suoi articoli, “Guerra, pace e lo Stato”, e nella sua più ampia teoria libertaria del conflitto. La violenza, affermava, è accettabile solo per la protezione degli individui da specifici criminali, e non contro individui innocenti o attraverso la coercizione statale. “È accettabile usare la violenza contro i criminali per proteggere il proprio diritto alla vita e alla proprietà; tuttavia è assolutamente inaccettabile violare i diritti di individui innocenti”.

Rothbard affermava che i Paesi non possono combattere guerre giuste perché si finanziano con le tasse e finanziano le proprie forze armate con la coscrizione obbligatoria. Ricordava inoltre che le armi moderne sono così letali da uccidere sempre anche i civili. Persino una guerra “difensiva” contro la tirannia conferisce al Paese coinvolto maggiore potere in patria. “La guerra è la salute dello Stato. La vera libertà dalla tirannia deve venire dagli oppressi che si ribellano ai loro oppressori, non da forze esterne che si limitano a insediare un nuovo governante”. Rothbard probabilmente definirebbe gli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele in Iran “espansione statale aggressiva”, a prescindere dal grado di autoritarismo di quello stato. Potrebbe sostenere che le guerre in Medio Oriente sembrano non finire mai, a supporto della sua tesi secondo cui la “liberazione” straniera porta sempre a una maggiore oppressione in patria.

Ci sono importanti elementi aggiuntivi da considerare nel dibattito. Le proteste in Iran del 2025 e del 2026 hanno dimostrato che era quasi impossibile rovesciare il governo dall'interno, come evidenziato dalla forte repressione governativa del dissenso e dalla mancanza di movimenti di opposizione efficaci in grado di sfidarne l'autorità. Alla fine di dicembre 2025 le proteste contro la crisi economica si sono trasformate rapidamente in richieste di cambio di regime in tutto il Paese. Le forze di sicurezza hanno ucciso decine di migliaia di persone nel gennaio 2026. Il governo iraniano ha interrotto la connessione Internet in tutto il Paese, ha arrestato oltre 50.000 cittadini, torturato e fatto sparire migliaia di persone e accelerato le esecuzioni. Questa brutale repressione, una delle più sanguinose della storia moderna, potrebbe sollevare dubbi sulla tesi di Rothbard. Quando un regime totalitario ha il controllo completo delle proprie forze di sicurezza ed è disposto a uccidere il proprio popolo, una rivoluzione interna, pacifica, o persino armata, diventa praticamente impossibile. Se il regime persegue politiche espansionistiche e finanzia il terrorismo e i regimi totalitari altrove, la situazione può diventare ancora più problematica, poiché tali azioni possono portare a una maggiore instabilità internazionale e al potenziale per conflitti esterni che distolgono l'attenzione dal dissenso interno.

Questa divisione di idee esemplifica la teoria libertaria della guerra giusta. Il principio di non aggressione riprende i vecchi concetti di guerra giusta – giusta causa, giusto obiettivo, ultima risorsa, proporzionalità e discriminazione – e li migliora. Si può attaccare solo chi rappresenta una reale minaccia aggressiva.

Entrambe le prospettive possono essere rilevanti nel contesto della guerra contro l'Iran e le opinioni possono variare a seconda della percezione personale della minaccia rappresentata dal regime iraniano. Il realismo di Mises può essere utilizzato per evidenziare l'aggressività del regime, le minacce a Israele e agli Stati Uniti, e l'uso del terrorismo e delle milizie per procura per giustificare attacchi mirati al minor numero possibile di vittime civili. I critici, seguendo Rothbard, potrebbero sostenere che la campagna viola i principi della guerra giusta perché fa uso della forza statale.

Il regime iraniano rappresenta una minaccia per la sicurezza mondiale e nazionale, o è solo un'altra autocrazia come tante altre nel mondo? La differenza di percezione sulla guerra probabilmente si riduce a questa domanda. Riflettiamo se riteniamo che le azioni del regime iraniano, sia all'interno che all'esterno del Paese, costituiscano una minaccia mondiale, o siano irrilevanti. Credo che possiamo tutti concordare sul fatto che il regime iraniano si distingua significativamente dalle altre dittature. È innegabile che il regime iraniano persegua una politica di annientamento di Israele, affermi che “la morte all'America non è uno slogan, ma una linea di politica” e sia coinvolto in attività terroristiche e nel finanziamento di dittature dall'America Latina al Libano. La domanda, quindi, è: quali azioni dovrebbero essere intraprese in risposta? La risposta dipenderà dalla visione che ciascuno ha della portata della minaccia mondiale che il regime iraniano rappresenta.

La guerra in Iran sta suscitando numerosi dibattiti tra i libertari, dimostrando che il libertarismo non è una setta che impone un pensiero unitario. Ciò che conta, in definitiva, è che l'indipendenza di pensiero e il libero arbitrio rimangano principi cardine del dibattito.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 8 aprile 2026

L'intelligenza artificiale non renderà sostenibile una società pianificata centralmente

Come si suol dire, non tutto è oro ciò che luccica. Ed è così. Questo a sua volta significa che il gradiente di errori e inefficienze nel settore dell'IA è presente; ciò non significa, però, che esse siano superiori ai vantaggi. È una questione di bilanciamento, soprattutto in un ambiente economico, come quello americano, dove la FED si sta muovendo per proteggere la classe media piuttosto che affossarla. Di conseguenza il monitoraggio delle attività legate a questo settore è pressoché serrato e finché sarà in una espansione sostenibile non dovrebbe rappresentare una minaccia. Almeno non a livello economico. La preoccupazione più comune riguardo all'intelligenza artificiale è il suo consumo di risorse, principalmente elettricità e acqua. I detrattori sostengono che il consumo dell'IA sia pericoloso, eccessivo e superfluo. È vero che i modelli LLM consumano quantità considerevoli di elettricità e acqua, ma il consumo effettivo è molto inferiore a quanto comunemente si creda. OpenAI ha riferito che ChatGPT elabora 2,5 miliardi di query al giorno: 750 milioni di wattora al giorno e 650.000 litri d'acqua al giorno. Considerati singolarmente, questi numeri sembrano molto più allarmanti di quanto non siano in realtà. Se visti in paragone con altre tecnologie, la situazione cambia. Il confronto in termini di consumo idrico è ancora più sconcertante. L'US Geological Survey riporta che gli Stati Uniti consumano oltre 1.200 miliardi di litri d'acqua ogni giorno. Ciò significa che ChatGPT rappresenta circa lo 0,00000043% del consumo idrico giornaliero degli Stati Uniti. Se il consumo di elettricità e acqua dell'IA è motivo di preoccupazione, abbiamo una lunga lista di problemi ben più urgenti. C'è poi la preoccupazione per le risorse scarse: dato il dubbio valore dell'IA allo stato attuale, non dovremmo considerare la possibilità di limitarne l'uso per preservare le nostre risorse naturali? Non corriamo il rischio che la Terra “esaurisca” metalli preziosi o rari a breve? Ad esempio, l'USGS stima che ci siano tra le 54.000 e le 64.000 tonnellate metriche di oro in riserve sotterranee accertate, rispetto alle circa 210.000 tonnellate di oro estratte nel corso della storia. Allo stesso modo stima che rimangano 6,3 miliardi di tonnellate di rame, di cui solo 700 milioni di tonnellate estratte finora. Le risorse finite sono sempre una preoccupazione, ma la storia ci dimostra che i mercati sono abili nel gestire i vincoli e le carenze attraverso due metodi: il razionamento legato al prezzo e l'incentivazione di beni sostitutivi. Un esempio storico mostra questo meccanismo di mercato: tra il XVI e il XVII secolo il legno era di gran lunga la principale fonte di combustibile per il riscaldamento e la cottura. L'uso della legna da ardere era così massiccio che gli alberi divennero sempre più difficili da trovare e reperire. Il prezzo della legna nel 1620 era dieci volte superiore a quello del 1540. Con la progressiva diminuzione degli alberi, gli inglesi cercavano disperatamente un'alternativa più economica. All'epoca il carbone era già noto come potenziale fonte di combustibile, ma non era ampiamente utilizzato. Quando il prezzo della legna, però, salì alle stelle, divenne un'alternativa sempre più allettante. Grazie a ulteriori investimenti e innovazioni il carbone divenne più economico, più facilmente reperibile e alla fine sostituì la legna come combustibile. Oggi l'Inghilterra è di nuovo ricoperta di alberi e foreste. Ciononostante anche se l'impatto dell'intelligenza artificiale è minimo, e il rischio di esaurimento delle risorse naturali è basso, si dice che il suo funzionamento causi comunque danni ambientali. Questa, però, è una vecchia fallacia che ancora ci portiamo dietro e che presuppone l'intoccabilità della natura. Coem se gli esseri umani non si fossero evoluti e non avessero sconfitto lo stato di natura modificando l'ambiente! E questa fallacia è anche il cuore dell'ambientalismo da quattro soldi che ha soffocato artificialmente e consapevolmente lo sviluppo industriale europeo, soprattutto in quei settori energetici che in questo frangente storico sarebbero stati salvifici per il benessere della classe media europea.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lintelligenza-artificiale-non-rendera)

Nel 1935 la casa editrice Macmillan pubblicò un libro intitolato, Planned Society, curato dall'economista e giornalista americano George Soule. L'idea centrale era che la disoccupazione di massa, la depressione economica, l'instabilità finanziaria e la privazione materiale avessero tutte una soluzione: c'era bisogno che i migliori e i più brillanti arrivassero al potere con un nuovo piano per l'intera società.

Seguirono numerosi capitoli che esplorarono l'idea. Con il piano giusto il governo può produrre e distribuire cibo; può costruire tutte le case e gli appartamenti; può esercitare la principale influenza sui mercati dei capitali e quindi stabilizzare i cicli economici; può fissare i prezzi e garantire che siano corretti; può fornire standard di vita minimi per tutti, oltre a garantire istruzione e assistenza sanitaria.

L'intento del libro non era quello di replicare l'esperienza sovietica, che a quel tempo era già stata screditata. Gli slogan sui lavoratori rivoluzionari e sull'espropriazione degli espropriatori non erano di moda. Anzi, intellettuali e industrie influenti temevano seriamente tali atteggiamenti. La società pianificata descritta in quel libro doveva rappresentare l'alternativa.

Il presupposto di fondo – condiviso da quasi tutti gli intellettuali pubblici dell'epoca – era che sia la libertà che la democrazia avessero fallito. Avevano condotto al caos e alla divisione sociale. Queste idee antiquate – basate sul lasciare che la società si evolvesse da sola – erano profondamente antiscientifiche. Dovevano essere sostituite da nuove idee provenienti dalle università dell'Ivy League.

L'appellativo di “società pianificata” servì anche a sostituire il socialismo come programma politico. Perché il socialismo doveva essere sostituito? In primo luogo era politicamente perdente a causa dei disastri che si stavano consumando nell'Unione Sovietica. In secondo luogo tutte le classi sociali negli Stati Uniti e nel Regno Unito tenevano ai propri diritti di proprietà, alla religione e alla famiglia, e non avevano alcun interesse in un piano per rinunciarvi. In terzo luogo a quel tempo nessuno aveva una soluzione al fallimento economico del socialismo.

Per comprendere quest'ultimo punto, torniamo indietro di oltre un decennio, al 1920. L'economista Ludwig von Mises scrisse un saggio intitolato, Economic Calculation in the Socialist Commonwealth. In esso proponeva un punto di vista innovativo in contrapposizione alla teoria socialista. Si era generalmente dato per scontato che il socialismo fallisse perché gli esseri umani non sono angeli e, pertanto, non ci si può aspettare che lavorino per il bene di tutti.

Mises disse qualcosa di diverso: era felice di immaginare un mondo di persone con un forte senso di comunità, altruiste e che non avessero bisogno di incentivi monetari per lavorare e fare un buon lavoro. Persone felici di produrre, condividere e impegnarsi per il benessere di tutti. Diciamo pure che tutti gli esseri umani siano degli angeli: anche in tal caso il socialismo fallirà necessariamente per una precisa ragione tecnologica.

Il socialismo immagina di eliminare la proprietà privata del capitale, ovvero dei mezzi di produzione. Parliamo di acciaio, legno, tutti gli strumenti, i camion e qualsiasi altra cosa che non sia né una risorsa naturale né un bene di consumo. Tutto ciò sarebbe di proprietà collettiva. In questo modo, secondo le tesi socialiste, si potrebbe impedire che il valore fluisca ingiustamente dai lavoratori ai proprietari. Questo risponde alla tesi centrale di Karl Marx nel suo libro, Il Capitale, e a una lamentela costante dei socialisti fin dall'antichità.

Con la proprietà collettiva dei beni capitali, il mercato per questi ultimi scomparirebbe; di conseguenza non ci sarebbe più scambio di capitali, né prezzi per essi. Senza tali prezzi, verrebbe meno anche la contabilità dei profitti e delle perdite derivanti dal capitale. Ci ritroveremmo con enormi cumuli di beni che dovrebbero essere allocati attraverso metodi diversi dalla normale contabilità; ciò significa che la responsabilità spetterebbe ai pianificatori.

Quali segnali avrebbero i pianificatori? I prezzi sarebbero stati eliminati: non avrebbero accesso ai sistemi informativi sui bisogni della società. Non saprebbero se le risorse scarse di acciaio dovrebbero essere destinate a treni, camion, ponti, edifici, riparazioni di strutture obsolete, o alla costruzione di nuove. Non saprebbero se cotone e lana dovrebbero essere utilizzati per coperte, abbigliamento, biancheria da letto, o uniformi. Non avrebbero idea dei compromessi implicati in queste decisioni e nessun mezzo per valutare se avessero preso la decisione giusta.

E poi c'è il problema del cambiamento. Nel mondo reale tutto è in continua evoluzione: gusti dei consumatori, tecnologia, esigenze stagionali, demografia e talenti. Una società socialista gestita dall'alto non disporrebbe di alcun sistema di segnalazione per adattarsi a tali cambiamenti. La società rimarrebbe bloccata e la vita economica ristagnerebbe. Questo è il miglior risultato possibile; il peggiore è il caos più totale.

“Senza calcolo economico non può esserci economia”, scrisse Mises, “pertanto in uno stato socialista in cui la ricerca del calcolo economico è impossibile, non può esserci – nel proprio senso del termine – alcuna economia”.

Cosa sostituirebbe l'economia?

“Ci sarebbero centinaia e migliaia di fabbriche in funzione. Pochissime di queste produrrebbero beni pronti all'uso; nella maggior parte dei casi ciò che verrebbe prodotto sarebbero beni semilavorati e prodotti intermedi. Tutte queste attività sarebbero interconnesse. Ogni bene attraverserebbe una serie di fasi prima di essere pronto per l'uso. Nell'incessante fatica e nelle difficoltà di questo processo l'amministrazione centrale non avrebbe alcun mezzo per verificarne la correttezza. Non sarebbe mai in grado di stabilire se un determinato bene non sia stato trattenuto per un tempo superfluo nei necessari processi produttivi, o se lavoro e materiali non siano stati sprecati per la sua realizzazione”.

Infine: “Pertanto nella comunità socialista ogni cambiamento economico diventerebbe un'impresa il cui successo non può essere valutato né preventivamente, né successivamente. Si brancolerebbe nel buio. Il socialismo è l'abolizione dell'economia razionale”.

La tesi di Mises fu devastante per gli intellettuali europei e trovò conferma nell'esperienza sovietica. Nessuno riuscì a trovare una vera risposta fino a quando, a metà degli anni '30, l'economista polacco Oskar Lange non se ne occupò. Egli sostenne che i pianificatori centrali non avrebbero avuto bisogno di mercati reali, in quanto avrebbero potuto simularli con le aste. Lo stato avrebbe potuto assumere operatori finanziari per fare offerte e richieste, ottenendo così prezzi che i pianificatori avrebbero potuto utilizzare come informazioni per alimentare i loro piani.

Tale tesi fu ulteriormente sviluppata da F. A. Hayek, il quale ampliò il concetto di Mises in una teoria generale della conoscenza nella società. Tutti i sistemi sociali necessitano di informazioni per il coordinamento e la pianificazione, ma da dove provengono queste informazioni? Secondo Hayek le uniche informazioni affidabili sono connesse al tempo, al luogo e all'esperienza umana reale. Anche in questo caso ogni decisione economica si basa su speculazioni riguardo ai bisogni umani e alle incertezze future. I dati di cui abbiamo bisogno sono necessari per localizzare e diffondere, e spesso anche per incorporare tacitamente informazioni in abitudini, costumi e tradizioni.

I pianificatori centrali, disse, saranno sempre ignoranti rispetto all'intelligenza delle società che governano.

Negli anni Cinquanta i pianificatori elaborarono un nuovo schema che sembrava confutare tutte le precedenti critiche al socialismo e offrire una nuova via per organizzare una società razionale. Sostenevano che l'avvento dell'era informatica avesse reso la pianificazione socialista pienamente possibile. “Inseriamo il sistema di equazioni in un computer elettronico e otterremo la soluzione in meno di un secondo”, scrisse Lange. “Il processo di mercato, con i suoi macchinosi meccanismi di compensazione, appare così antiquato. Anzi, può essere considerato un dispositivo di calcolo dell'era pre-elettronica”.

Naturalmente quel sistema non funzionò. Il problema della conoscenza, chiarì Hayek, non era semplicemente una questione tecnica risolvibile con una maggiore potenza di calcolo. Era un problema di apprendimento e scoperta che richiedeva libertà d'azione, di scelta e di scambio per generare informazioni utili che si adattassero al cambiamento.

Avrete capito dove si vuole arrivare: innumerevoli pensatori si sono schierati a favore di una soluzione tecnologica al problema socialista del calcolo economico razionale e dell'uso oculato delle risorse.

Jack Ma, fondatore di Alibaba, ha scritto: “Nell'era dei big data, le capacità degli esseri umani di acquisire ed elaborare dati sono superiori a quanto si possa immaginare. Con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, o delle intelligenze multiple, la nostra percezione del mondo raggiungerà un nuovo livello. Pertanto i big data renderanno il mercato più intelligente e consentiranno di pianificare e prevedere le forze di mercato, permettendoci così di raggiungere finalmente un'economia pianificata”.

È la stessa arroganza che portò Vladimir Lenin a credere che risolvere il problema economico sotto il comunismo fosse facilissimo, finché non scoprì, due anni dopo essere salito al potere, che persino le torte erano sparite.

Lo stesso accadrà a chi pensa che l'intelligenza artificiale realizzerà i propri sogni. Lo sapete già: anche i dati migliori sono dati passati. Non forniscono una sfera di cristallo per il futuro. Sono inoltre profondamente soggetti a errori. Come tutti i sistemi pianificati centralmente, non offrono alcun meccanismo di adattamento alla realtà, nemmeno quando quest'ultima richiede a gran voce un cambiamento.

Non è incredibile? Per qualche ragione gli intellettuali sono sempre restii ad ammettere di non essere in grado di pianificare la società sotto alcuna bandiera ideologica, e che solo la libertà è capace di generare i migliori risultati sociali ed economici possibili. Le vecchie soluzioni dei diritti individuali e della libertà – i principi cardine dei Padri Fondatori americani – non solo hanno resistito alla prova del tempo, ma offrono ancora il modello migliore per il futuro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 22 gennaio 2026

La legge di Gresham: Bitcoin salverà il mondo!

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Mark Thornton

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-legge-di-gresham-bitcoin-salvera)

Cosa spiega Bitcoin? Perché esiste e perché il presunto “niente” vale invece $90.000+ l'uno? Inoltre ci sono milioni di possessori di Bitcoin e altre crittovalute, eppure, relativamente parlando, avvengono poche transazioni reali. Che relazione c'è tra questo, lo status di riserva del petrodollaro e la guerra al denaro contante?

Il mio vero scopo qui è parlare della Legge di Gresham, uno dei principi più antichi e influenti della società umana moderna. Non è più insegnata nelle aule universitarie da quando i socialisti hanno preso il controllo dell'istruzione circa un secolo fa, ma è il fattore determinante più influente degli eventi socioeconomici, della geopolitica e dei libri di storia.

Parlerò sia dell'antichità di questa Legge sia di come si applica a Bitcoin e risolverò alcuni degli enigmi a esso correlati, ma prima parlerò della Legge stessa.

La Legge di Gresham si basa sul detto “la moneta cattiva scaccia quella buona”, con il tono anticapitalista che rimarca di come la concorrenza scaccia la “moneta buona” e promuove l'uso di quella “cattiva”, implicando che una corsa al ribasso sia una conseguenza del capitalismo stesso.

Niente di più lontano dalla verità. Si applica solo al controllo governativo sulla moneta. In genere si applica quando sia la moneta buona, ovvero l'oro, deve competere con quella cattiva, ovvero la cartamoneta, sia quando si crea un campo di gioco “livellato” in cui i commercianti sono tenuti ad accettare entrambe allo stesso prezzo per i loro prodotti. Ecco alcuni esempi, in ordine storico crescente, di incompetenza e malvagità statale:

  1. I dollari d'argento usurati scacciano i nuovi dollari d'argento, quindi ci si ritrova con denaro alterato e sottopeso in circolazione.

  2. Gli stati ci tassano in termini di peso pieno delle monete, ma poi le tosano per ricavarne monete extra, ma più leggere, da spendere; questo era uno dei trucchi preferiti dai governi prima della stampante monetaria, che ha portato alla produzione di monete più piccole e leggere. I bordi sfrangiati o rigati dei quarti erano il tentativo moderno da parte degli stati di dimostrare la qualità delle proprie monete, ovvero che non erano state smussate.

  3. Gli stati nel corso della storia hanno svalutato la monetazione e portato alla caduta di grandi imperi, come Roma. In questo caso venivano aggiunti metalli vili a basso costo alle monete d'oro e d'argento, e cacciato quelle buone, lasciando in circolazione solo le monete “cattive” e “annacquate”. Gli Stati Uniti fecero lo stesso nel 1965, cacciando dalla circolazione tutte le monete d'argento.

  4. Il presidente Franklin Roosevelt ritirò dalla circolazione le monete d'oro nel 1933, aumentando il prezzo dell'oro da $20 a $35 l'oncia e rendendo illegale il possesso di oro!

  5. Con nient'altro che cartamoneta inflazionistica da usare, gli americani ritirarono dalla circolazione tutti i penny di rame. Ora contengono tre centesimi di rame e sono stati ritirati dalla circolazione; persino gli attuali penny di zinco rivestiti di rame e i nickel in rame-nickel stanno uscendo dalla circolazione perché il metallo vale più delle monete stesse.

  6. Si applica anche alle valute fiat buone e cattive. Prima dell'euro, greci e italiani preferivano detenere marchi tedeschi e spendere le loro valute locali altamente inflazionistiche, la dracma e la lira. Le persone nei Paesi del Terzo Mondo preferiscono detenere dollari e spendere le loro valute locali.


Bitcoin e la Legge di Gresham

In un mondo di valute cartacee fiat, le persone si sono orientate verso il dollaro e l'euro. Le persone risparmiano la valuta più stabile e spendono quelle in deprezzamento, in conformità con La legge di Gresham.

È qui che entrano in gioco Bitcoin e altre crittovalute. Non solo il mondo era inondato di cartamoneta fiat, ma persino la migliore, come il dollaro, aveva la garanzia, da parte della sua banca centrale, la Federal Reserve, di deprezzarsi intorno al 2% annuo! Poi quando la crisi finanziaria e i massicci salvataggi bancari hanno fatto seguito alla Grande Crisi Finanziaria, sulla scia della bolla immobiliare, sono stati inventati e introdotti Bitcoin e le crittovalute.

Bitcoin è stato un enorme successo che ha travolto l'economia mondiale e vale migliaia di miliardi di dollari. Il suo successo come nuova moneta concorrente si basa sul fatto che viene prodotta sul libero mercato, come l'oro e l'argento. È costoso da estrarre e l'estrazione diventa più difficile nel tempo, proprio come in un gold standard. Ciò ha reso questa moneta più preziosa nel tempo e ha attratto un mercato mondiale sempre più ampio verso di esso.

La gente si lamenta del fatto che Bitcoin non sia denaro “reale”, ma d'altra parte, anche il dollaro e l'euro non sono denaro reale: sono un sostituto del denaro reale, imposto dallo stato, che può essere prodotto con arbitrio, non dal mercato.

La gente si lamenta del fatto che Bitcoin non venga utilizzato come denaro nelle transazioni quotidiane, ma sia più simile a un investimento e utilizzato nei trasferimenti di denaro. Tuttavia questo ignora la Legge di Gresham! Naturalmente le persone non spendono molto in crittovalute, preferiscono detenerle piuttosto che spenderle. Spendono prima il denaro inflazionistico. Questo È la Legge di Gresham!

Nel lungo termine Bitcoin è in lotta con il denaro fiat. I Paesi hanno combattuto guerre monetarie per mantenere quello che l'economista Barry Eichengreen ha definito il “privilegio esorbitante” degli Stati Uniti di stampare denaro che altri devono detenere e utilizzare. Al momento l'oro è in prima linea nella battaglia con il denaro fiat, ma in futuro una crittovaluta – probabilmente denominata in oro o argento – combatterà una battaglia epica contro gli stati e le loro banconote, e per il bene dell'umanità. Speriamo tutti che la moneta cattiva perda e che lo stato-leviatano venga distrutto per sempre.

Gresham stesso visse all'inizio del 1500, ma questa Legge monetaria era nota fin dai greci e dai romani, e il grande matematico polacco, Copernico, riconobbe e spiegò la Legge prima di Gresham stesso. L'eternità e la potenza di questa Legge mi dicono che la moneta buona è una buona scommessa per il nostro futuro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 13 gennaio 2026

Chi controlla l'opinione pubblica?

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/chi-controlla-lopinione-pubblica?)

Alcune delle più grandi opere di letteratura politica del XX secolo furono scritte durante anni di violenza, guerra e sconvolgimenti, tra il 1934 e il 1946. In quei periodi il mondo delle idee uscì dai giochi di società e iniziò a influenzare il destino di milioni di persone. Momenti che avrebbero diviso gli studiosi seri dagli impostori.

Durante una crisi, dal punto di vista della carriera, è sempre meglio tacere. Parlare apertamente significa rischiare tutto. Richiede più del coraggio, richiede la volontà di rischiare tutto per vedere le proprie idee realizzate nel mondo reale. È anche il momento in cui gli intellettuali possono avere il loro maggiore impatto sul mondo. Eppure, pochi lo fanno; pochi si fanno avanti quando sono più necessari.

Uno dei miei pensatori preferiti di tutto il sopraccitato periodo è F. A. Hayek, economista monetario dell'Università di Vienna che la lasciò (come molti) per trasferirsi a Londra, presso la London School of Economics. Lì si affermò rapidamente come alternativa a John Maynard Keynes, le cui nuove teorie contraddicevano l'intera economia classica.

Keynes era considerato il guru degli esperimenti fascisti in tutto il mondo, al punto da scrivere un'introduzione all'edizione tedesca del suo libro nel 1936, quando i nazisti erano saldamente al potere. Celebrò i regimi e il loro potenziale.

Al contrario Hayek rappresentava il liberalismo del vecchio mondo. Prima del suo trasferimento a Londra, Hayek si era impegnato a fondo su problemi teorici che riguardavano le strutture del capitale, le problematiche legate alla segnalazione dei tassi di interesse, la determinazione dei prezzi come strumento informativo, l'inapplicabilità del socialismo e altre questioni simili. Il suo lavoro in quell'area gli valse infine il Premio Nobel nel 1974.

Nel pieno della Seconda guerra mondiale Hayek fu allarmato nel vedere l'Inghilterra intraprendere la strada della pianificazione economica centralizzata, diversa per grado ma non per natura da quanto stava accadendo in Europa e negli Stati Uniti. Il nuovo sistema emerso dalla Grande depressione univa lo stato e i maggiori settori aziendali in un'unica unità gestita dall'alto.

La sua critica era che nessun pianificatore potesse possedere le conoscenze necessarie per far funzionare questi sistemi in modo da apportare benefici alla collettività. La risposta ai problemi sociali non era affidare il compito della pianificazione a intellettuali dotati di risorse e potere, come si stava facendo in tutto il mondo. I loro piani avrebbero necessariamente scavalcato la pianificazione di individui e famiglie.

Ciò lo spinse ad affrontare questioni riguardanti i problemi della conoscenza in senso più generale. In una società sana, funzionante e prospera, dov'è che risiede la conoscenza delle risorse, dei modelli di rischio, delle tecnologie e la consapevolezza delle condizioni mutevoli? Non presso statisti e burocrati, disse, ma presso individui e comunità – attingendo al pozzo dell'esperienza umana – che sono più consapevoli delle condizioni uniche di tempo e luogo.

Fino a quel momento Hayek era noto soprattutto a ricercatori accademici ed economisti. Ma nel 1944 pubblicò un libro che divenne un bestseller in tutto il mondo. Il titolo era The Road to Serfdom. Fu ampiamente distribuito anche negli Stati Uniti, grazie a una versione abbreviata apparsa sul Reader's Digest.

Ogni libro ha un suo elevator pitch. Quello che accompagnava il libro di Hayek suonava più o meno così: se gli stati occidentali continuano a espandere gli Stati sociali, si trasformeranno in una sorta di socialismo che distruggerà la democrazia politica e la libertà in generale.

Nonostante questa sintesi, non è questo il vero messaggio del libro. La sua critica era molto più sofisticata. Ciò che rende strana la reputazione del libro è il fatto che contraddica persino il testo. Lo stesso Hayek affermava che un sistema di welfare limitato e universale per la società può mitigare gli impulsi rivoluzionari e stabilizzare la società stessa.

Non sono d'accordo con questa opinione, ma è un punto che vale la pena discutere.

Il suo vero punto, se vogliamo davvero fare un discorso da ascensore, è che gli attacchi alla libertà economica erodono sempre e comunque le libertà politiche e civili in generale. Potrebbero essere ben intenzionati e le persone che gestiscono i sistemi di pianificazione potrebbero essere le migliori e le più brillanti. Scavalcando i sistemi di segnalazione del mercato e calpestando i titoli di proprietà, elevano necessariamente alcuni a governare sugli altri. La via verso la schiavitù potrebbe non essere il piano, ma può esserne il risultato.

Il libro dedica molto tempo all'esame del rapporto tra libertà e flussi di informazioni necessari all'evoluzione sociale. La conoscenza migliore è quella che nasce dall'esperienza di un problema in sé. Chi ne sa di più di agricoltura: l'Organizzazione Mondiale della Sanità o un agricoltore? Chi progetterà l'edificio più adatto a resistere alle intemperie costiere degli Stati Uniti meridionali: un professore di Harvard o un costruttore locale?

Si capisce il punto di Hayek, ma come lui stesso ha sottolineato, all'epoca sembrava che tutti i governi del mondo fossero ormai convinti che esperti iperintelligenti e qualificati potessero sempre strutturare un sistema sociale ed economico meglio di chiunque altro sul campo. Questo era il suo obiettivo.

Il libro è brillante sotto molti aspetti, ma c'è un capitolo che mi fa davvero venire i brividi. Riguarda il tema della verità: in particolare mette in guardia dalla fine della verità. Scrive che ogni sistema totalitario deve prendere il controllo dell'opinione pubblica. È un tema su cui tutti dovremmo riflettere.

“Per far funzionare in modo efficiente un sistema totalitario”, scrisse Hayek, “non è sufficiente che tutti siano costretti a lavorare per gli stessi fini. È essenziale che le persone arrivino a considerarli come propri fini”.

Ciò richiede diversi passaggi. Deve esserci un'ideologia, ovvero un sistema di credenze artificiale che definisca un nuovo paradiso, un possibile inferno e un modo per raggiungere l'uno ed evitare l'altro. Deve esserci propaganda attorno a tale ideologia, diffusa attraverso ogni possibile canale. E deve esserci censura delle opinioni contrastanti.

Tutti e tre questi elementi sono necessari per un totalitarismo coerente che cerchi di gestire l'opinione pubblica. Hayek scrisse che tutti questi tentativi attaccano necessariamente la verità e la morale: “Sono distruttivi di ogni morale perché minano uno dei fondamenti di ogni morale: il senso e il rispetto per la verità”.

Infatti il sistema totalitario deve sostituire tutte le vecchie verità, o quelle concorrenti, con un'unica verità definita dal partito al potere in base ai propri fini: “La parola stessa ‘verità’ cessa di avere il suo antico significato. Non descrive più qualcosa che si può trovare, con la coscienza individuale come unico arbitro nel decidere se, in un caso particolare, l'evidenza (o la reputazione di coloro che la proclamano) giustifichi la fiducia; diventa qualcosa da stabilire per autorità, qualcosa a cui bisogna credere nell'interesse dell'unità dello sforzo organizzato e che può dover essere modificato a seconda delle esigenze di questo sforzo organizzato”.

Concluse con un'osservazione: qualsiasi sistema collettivista “finisce per distruggere la ragione perché fraintende il processo da cui dipende la crescita della ragione stessa”. Questo perché quest'ultima è possibile solo attraverso una mente individuale, una singola persona in grado di esprimere una valutazione. Affidare tale compito a un'agenzia, a una fonte mediatica, o a un governo, indebolisce la capacità della ragione e della verità di emergere dalla libera evoluzione dell'interazione e del pensiero volontari.

Tenete presente che Hayek scrisse in un periodo in cui la censura era molto diffusa in tutte le nazioni. Il suo obiettivo non era solo il sistema nazista e quello sovietico, ma anche i problemi emergenti nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Questo era il suo monito: “In questo modo ci stiamo avviando lungo la strada verso la schiavitù”.

Mentre leggevo l'infuocato capitolo di Hayek, continuavo a pensare ad esempi dei nostri tempi. Ce ne sono molti che sono più evidenti oggi di quanto lo sarebbero stati anche solo pochi anni fa.

Quante volte avete sentito dire che credere nel cambiamento climatico causato dall'uomo, risolvibile con la deindustrializzazione, è l'unica verità e che chiunque ne dubiti è un dissidente pazzo e confuso? L'ho sentito proprio stamattina alla radio.

Oggigiorno circolano molti postulati di questo tipo, punti a cui si suppone si debba credere anche se si hanno dubbi sulle prove. La salute pubblica ne è un buon esempio. Le guerre sui vaccini non riguardano più la salute; riguardano l'aderenza alle norme e la vergogna per chi nutre dubbi.

La minaccia del totalitarismo non scompare mai del tutto. La vediamo oggi in molti Paesi del mondo e ne avvertiamo la minaccia anche in Unione europea. Di certo abbiamo vissuto qualcosa di simile nei giorni più difficili della risposta alla pandemia.

Un segno del pericolo è sempre la richiesta di credere in questo o quello per essere un buon cittadino e contribuire al grande progetto. I tre elementi di Hayek – ideologia, propaganda e censura – sono i segnali che qualcuno sta tentando di manipolare l'opinione pubblica per scopi totalitari.

Uno stato totalitario non tollera alcun dissenso. Finché siamo liberi di dissentire – e un popolo libero deve necessariamente esercitare tale libertà – non siamo ancora sprofondati nel totalitarismo. Quando finalmente arriverà – e in UE ci stiamo andando molto vicini – sarà troppo tardi per fermare tale processo.

Hayek apparteneva a una generazione di rari intellettuali che sapevano per certo che la battaglia delle idee non è un semplice gioco da salotto. Si oppose ai poteri forti e fece un'enorme differenza, a caro prezzo. Lo stesso dobbiamo fare tutti noi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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