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giovedì 12 ottobre 2023

Una critica al modello stock-to-flow

 

 

di Kristoffer Mousten Hansen & Karras Lambert

Nel marzo 2019 la persona sotto lo pseudonimo di “PlanB”, che si descrive come un “ex-investitore istituzionale con 25 anni di esperienza nei mercati finanziari”, ha pubblicato un breve articolo in cui descrive quello che definisce il modello “stock-to-flow” (S2F) riguardo il prezzo di Bitcoin. Influenzato dalle idee di Nick Szabo riguardo l'alto costo della falsificazione e di Saifedean Ammous riguardo lo S2F da un punto di vista generale, il post di PlanB descriveva una relazione statistica tra il valore di mercato di Bitcoin e il suo rapporto stock-to-flow.

PlanB ha presentato poi un modello diverso, denominato “Bitcoin S2F cross asset” (S2FX), nell’aprile 2020, il quale incorporava anche oro e argento. Le previsioni dei modelli S2F di un prezzo di Bitcoin in costante aumento corrispondevano all'ottimismo degli appassionati e hanno aiutato PlanB a raggiungere gli 1,8 milioni di follower su Twitter, oltre a numerose ospitate sui podcast di promotori dell'economia Austriaca nella comunità Bitcoin, come Stephan Livera e Saifedean Ammous.

In breve, il modello S2F afferma che la capitalizzazione di mercato (stock totale moltiplicato per il prezzo) di Bitcoin e di qualsiasi altra merce monetaria è determinata dal suo rapporto S2F, ovvero lo stock esistente diviso per il tasso di produzione. Il nostro modellatore produce quindi grafici che descrivono un adattamento estremamente stretto tra la capitalizzazione di mercato e il rapporto S2F.

Sono state mosse critiche tecniche alle diverse versioni di questo modello e sono state sottoposte a un crescente controllo nell’attuale mercato ribassista. Il nostro scopo in questo articolo è quello di concentrarci strettamente su alcuni degli errori concettuali dei modelli S2F dal punto di vista dell’economia misesiana; la nostra tesi è che non si può essere contemporaneamente un Austriaco misesiano e credere ciecamente in un qualsiasi modello S2F di determinazione dei prezzi degli asset.


Valore, scarsità e prezzo

Secondo PlanB nel suo primo post “l’ipotesi” del modello S2F è “che la scarsità, misurata da [stock-to-flow], guida direttamente il valore”. La volta scorsa abbiamo descritto i problemi legati all’assegnazione di una funzione di “riserva di valore” al denaro, ma PlanB fa un ulteriore passo avanti in questo errore fondendo “valore” con “prezzo”. Lasciando da parte i cavilli terminologici, la definizione di “scarsità” secondo PlanB come stock-to-flow è semplicemente errata per quanto riguarda l'economia, poiché si occupa solo di quantità fisiche e non tocca mai i fatti reali.

Secondo i grandi economisti Austriaci tutti i beni sono scarsi per definizione. La scarsità è una condizione generale in cui lo stock esistente di un oggetto non è sufficiente a soddisfare tutte le richieste. Avere un prezzo è segno che un oggetto è scarso e quindi ha, nella terminologia di Menger, “carattere di merce”. Questo non è semplicemente un cavillo terminologico, poiché la definizione di scarsità di PlanB come relazione fisica tra lo stock esistente e la produzione corrente (il “flusso”) di un bene ignora l’elemento soggettivo di valutazione che in definitiva è alla base della domanda e del carattere dei beni.

Nella concezione Austriaca di scarsità e valore, i beni scarsi ottengono sempre un certo prezzo. Tuttavia il prezzo specifico che qualcuno è disposto a pagare per una certa quantità di un bene non ha alcuna relazione necessaria con una sua misura fisica come il rapporto stock/flusso. Pertanto l’“ipotesi” del modello S2F soffredi un fraintendimento alla base e nessun ulteriore esercizio di raccolta o riparametrizzazione dei dati potrà salvarne la coerenza teorica.


S2F e la Legge della domanda

I lettori potrebbero mettere in dubbio la nostra affermazione secondo cui non esiste una relazione necessaria tra il prezzo pagato e le misure di offerta fisica facendo appello alla Legge della domanda. Non è forse vero che se l’offerta diminuisce il prezzo aumenterà? Questa linea di pensiero non riesce a comprendere la natura controfattuale delle leggi economiche. La Legge della domanda, propriamente intesa, descrive una relazione inversa tra il prezzo di un bene e la quantità domandata nel momento della scelta. Se il prezzo fosse più alto (o più basso), allora la quantità domandata sarebbe inferiore (o più alta), o almeno non sarebbe più alta (o più bassa) di quanto sarebbe altrimenti.

Inoltre la Legge della domanda non ha nulla da dire sui prezzi specifici che gli individui sono disposti a pagare per varie quantità di un bene. Le curve di domanda e offerta sono semplicemente strumenti concettuali a disposizione di un economista per rappresentare visivamente tale relazione controfattuale. Le forme specifiche delle curve, salvo quanto inteso nello stretto senso controfattuale appena descritto, non possono essere dimostrate dall'azione. Pertanto misurare le variazioni del prezzo e della quantità acquistata nel tempo non mette alla prova la Legge della domanda, ma si limita a raccogliere dati storici riguardanti le valutazioni degli individui che prendono parte ai vari scambi in momenti diversi.

Come sapranno i lettori dei trattati Austriaci o i frequentatori della Mises University, i prezzi si formano come risultato delle valutazioni soggettive delle persone che partecipano ad uno scambio. Tutti i prezzi implicano la dimostrazione di ranghi di preferenza inversa da parte degli attori che prendono parte a uno scambio, il che significa che l'acquirente di bitcoin preferisce questi ultimi al numero di unità di denaro fiat cedute e il venditore di bitcoin preferisce il contrario.

In un’economia monetaria, quantità concrete di una merce monetaria passano di mano in cambio di quantità concrete di beni non monetari, indipendentemente dallo stock totale di beni esistente nel mondo. Un “prezzo di mercato” è il prezzo che emerge dagli scambi durante un certo periodo di tempo; è impostato tra le valutazioni dell'acquirente marginale e del venditore marginale in modo tale che nessuna persona sia disposta a vendere al di sotto o ad acquistare al di sopra del prezzo di mercato.

Di conseguenza la relazione ipotizzata da PlanB tra stock-to-flow e prezzo di mercato è economicamente priva di significato. Suggerire che “la scarsità, misurata dallo stock-to-flow, guida direttamente il valore” significa respingere le peculiari intuizioni Austriache riguardanti la teoria del valore e la formazione dei prezzi a favore di una nozione meccanicistica di determinazione dei prezzi. Per evitare che i lettori pensino che siamo caduti nella fallacia dell'uomo di paglia, lo stesso PlanB ha affermato che “anche la domanda [...] è rumore, [...] lo stock-to-flow è il vero segnale”.


Stock-to-Flow e qualità del denaro

Detto questo, non vogliamo dare l’impressione che il rapporto stock/flusso di un bene sia del tutto privo di significato, poiché può essere un fattore importante nel determinare la qualità di una merce monetaria. Quando gli individui valutano una data quantità di denaro, diverse qualità di quella merce influenzano la sua valutazione, soprattutto quelle che gli individui considerano importanti. Un rapporto stock/flusso elevato può infatti essere considerato importante, in quanto indica che non si prevede che il potere d'acquisto della liquidità posseduta dall'individuo diminuisca a causa dell'aumento dell'offerta di denaro.

Tuttavia ciò non significa che un rapporto più elevato sia sempre migliore, poiché potrebbe essere irrilevante dal punto di vista degli attori di mercato in determinati periodi di tempo. Pertanto l’oro e l’argento non costituiscono merci monetarie peggiori di Bitcoin o di altre criptovalute con offerta fissa solo perché è probabile che i loro stock aumentino nel tempo o perché i programmi di produzione possano fluttuare; il punto chiave è se questi aumenti e fluttuazioni siano soggetti a decisioni burocratiche arbitrarie o lasciati a un processo decisionale individuale e volontario.

Finché esiste un libero mercato nel campo monetario, le forze di mercato standard integreranno la domanda e il costo di produzione del denaro (ad esempio attraverso l’estrazione dell’oro) in modo tale che non sorgano problemi nell’offerta. Infatti il limite fisso dell'offerta di Bitcoin si tradurrà inevitabilmente in una diminuzione della stessa, dato che le chiavi private per determinati saldi verranno dimenticate, il che va anche bene dal punto di vista Austriaco. Gli individui sceglieranno di utilizzare quel mezzo di scambio che preferiscono in base alle qualità che considerano importanti.


Riflessioni finali

Abbiamo evitato di approfondire i problemi tecnici con i modelli S2F di PlanB al fine di isolare l'errore fondamentale che rende, nella migliore delle ipotesi, incidentale qualsiasi correlazione apparente tra il prezzo di Bitcoin e il suo rapporto stock-to-flow. Tuttavia gravi problemi statistici inerenti alle specifiche di questo modello, come il fatto che le regressioni “stock-to-flow” basate sul “valore di mercato” (prezzo moltiplicato per lo stock esistente) comportano la regressione dello “stock” stesso, hanno portato il lavoro di PlanB a essere descritto da un critico come “marketing intriso di matematica”.

I sostenitori dei modelli finanziari predittivi, come il modello S2F, potrebbero ripiegare sull’idea espressa nella citazione che PlanB attribuisce a George Box: “Tutti i modelli sono sbagliati, alcuni però sono utili”. Tuttavia questo atteggiamento tradisce un’inclinazione positivista del tutto in contrasto con i principi epistemologici e metodologici di Menger, Mises e Rothbard, che di regola riconoscono che i modelli errati sono inutili per comprendere le relazioni causali nel mondo reale. Possiamo sapere che i prezzi non sono e non saranno mai impostati da cambiamenti nei parametri fisici stock-to-flow senza dover mai raccogliere dati ed eseguire regressioni. I critici positivisti potrebbero considerare la nostra posizione “intollerante” ed estrema, ma la verità stessa può sembrare intollerante a coloro che si ostinano a negarla.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 5 ottobre 2023

Bitcoin come denaro: riserva di valore o mezzo di scambio?

 

 

di Kristoffer Mousten Hansen & Karras Lambert

Gli appassionati di criptovalute generalmente apprezzano molto la Scuola Austriaca e ciò è comprensibile poiché gli economisti Austriaci hanno sempre sostenuto il merito di una forma di denaro prodotta privatamente e al di fuori del controllo dello stato. Sfortunatamente è emersa una comprensione errata nello sviluppo e nelle funzioni del denaro, la quale è diventata sempre più dominante tra alcuni sostenitori di Bitcoin; una narrazione che è in contrasto con le basi della teoria monetaria Austriaca.

Secondo questo punto di vista, che potrebbe essere ricondotto al saggio di Nick Szabo sugli oggetti da collezione, la funzione primaria e predominante del denaro è quella di “riserva di valore”, o perlomeno questa funzione è alla pari con quella di mezzo di scambio. Secondo questa visione, una merce deve prima “trasmettere valore” nel tempo. Può quindi essere utilizzato come mezzo di scambio prima di diventare finalmente un'unità di conto.

Questo resoconto ricostruisce l’emergere e la funzione del denaro al contrario: la funzione primaria e in effetti l'unica ed essenziale del denaro è quella di mezzo di scambio. Il suo status di “riserva di valore” è incidentale, mentre la funzione di unità di conto non è essenziale, poiché nel corso della storia ci sono state molte merci monetarie che non sono mai state utilizzate come unità di conto.

La tradizione Austriaca, da Carl Menger a Ludwig von Mises fino a Murray Rothbard, ha sempre insistito sul fatto che il denaro è essenzialmente un mezzo di scambio, mentre qualsiasi altra cosiddetta funzione è incidentale e, nel caso della “riserva di valore”, metaforica. Di seguito spiegheremo questa posizione.


Sul valore

Per comprendere la natura del denaro, esaminiamo innanzitutto la teoria del valore. Gli Austriaci hanno sempre sottolineato la natura soggettiva del valore: non è qualcosa di intrinseco ai beni, ma sempre relativo all'individuo agente e alle sue possibili scelte. Nel momento della scelta egli conferisce valore a un oggetto preferendolo ad altri oggetti; lo si può valutare per la sua utilità nel raggiungimento diretto di uno scopo (come bene di consumo), per aiutare la produzione di beni di consumo (come bene di capitale), o come mezzo di scambio.

Il punto chiave è che il valore è una nozione soggettiva ed è significativo solo in una situazione di scelta. Il valore soggettivo non può essere trasmesso nel tempo e quindi non esiste una “riserva di valore” in senso letterale. Naturalmente una cosa può essere conservata per un uso successivo, ma il suo valore non può essere conservato nello stesso modo in cui può essere preservata la sua integrità fisica. In ogni momento il valore soggettivo gioca il ruolo centrale nella formazione dei tassi di cambio di mercato, cioè dei prezzi.

Uno scambio avviene solo quando entrambe le parti preferiscono di più ciò che l'altro ha rispetto a ciò a cui rinunciano. In un’economia monetaria, la maggior parte degli scambi avviene tra beni e servizi monetari e non monetari, ma vale lo stesso principio delle classifiche di preferenza inversa: il venditore di un bene preferisce la somma di denaro che riceve rispetto al bene venduto e l’acquirente preferisce il bene acquistato rispetto alla somma di denaro che deve cedere per ottenerlo.

In una società con scambi costantemente ripetuti finisce per svilupparsi un sistema di prezzi di mercato. Il prezzo di mercato di una cosa è quindi uguale al suo valore di mercato. Definire qualcosa “riserva di valore” è in realtà un modo per dire che si prevede che il suo valore di mercato rimanga lo stesso o aumenti nel tempo. La differenza tra il denaro e gli altri beni è che il valore di mercato del primo non può essere espresso come un unico prezzo, ma deve essere espresso come un’intera gamma di prezzi; quest'ultima non è altro che il potere d’acquisto del denaro stesso. Quando parliamo di denaro come riserva di valore, intendiamo in realtà che ci aspettiamo che abbia un potere d’acquisto stabile o crescente rispetto a tutti gli altri beni.


Sul denaro

Un argomento chiave dei sostenitori della “riserva di valore” è che il denaro è il bene che meglio funge come tale e quindi è gradualmente emerso come mezzo di scambio più comune. Questa idea, però, ha poco a che fare con la spiegazione di Menger sull'origine del denaro. Non è la migliore riserva di valore che emerge come denaro, ma la merce più commerciabile.

Il movimento dallo scambio diretto a quello indiretto si sviluppa quando gli attori di mercato scoprono che i beni differiscono in base a quanto sono richiesti e iniziano a scambiarli con beni più richiesti – più commerciabili – invece d'impegnarsi nel baratto. Alcuni beni diventano gradualmente mezzi di scambio dominanti in base alle caratteristiche che li rendono utili a questo scopo: alto valore per unità di peso/volume, divisibilità, durabilità, trasportabilità. Fino al XX secolo i metalli preziosi furono utilizzati come denaro proprio perché le loro qualità li rendevano le merci più adatte allo scopo.

Menger sosteneva esplicitamente che fosse sbagliato attribuire al denaro in quanto moneta la funzione di riserva di valore:

Ma deve essere definita erronea la nozione che attribuisce al denaro come tale la funzione di trasferire anche “valori” dal presente al futuro. Sebbene la moneta metallica, per la sua durabilità e il basso costo di conservazione, sia senza dubbio adatta anche a questo scopo, è tuttavia chiaro che altre merci sono ancora più adatte a questo scopo. Infatti l’esperienza insegna che laddove hanno acquisito carattere monetario piuttosto che i metalli preziosi beni meno facilmente conservabili, essi servono normalmente alla circolazione, ma non alla conservazione dei “valori”.

Che i metalli monetari siano anche buone riserve di valore è solo una caratteristica accidentale; non è essenziale per la loro funzione monetaria. Le qualità che rendono una merce una cosiddetta riserva di valore probabilmente la rendono anche un buon mezzo di scambio. Pertanto la durabilità è importante per qualsiasi bene monetario ed è ovviamente essenziale che qualsiasi cosa sia una “riserva di valore” per un certo periodo di tempo.

Infatti, come spiegò Mises, la funzione di riserva di valore, nella misura in cui si può dire che esista per una certa merce monetaria, è incorporata nella funzione primaria della merce come mezzo di scambio: “Il denaro è la cosa che serve come mezzo di scambio generalmente accettato e comunemente utilizzato. Questa è la sua unica funzione. Tutte le altre funzioni che le persone attribuiscono al denaro sono semplicemente aspetti particolari della sua funzione primaria e unica, ovvero quella di mezzo di scambio”.

Non abbiamo bisogno di entrare in una discussione più approfondita sulla domanda di denaro: è ovvio, come continua Mises nel capitolo appena citato, che le persone mantengono una riserva di denaro e che tutto il denaro è sempre detenuto da qualcuno da qualche parte. Anche questo, però, non indica che il denaro serva necessariamente da “riserva di valore”. Come spiegò William H. Hutt in un suo saggio (poi rielaborato da Hans-Hermann Hoppe), l'uso del denaro nel saldo di cassa di una persona è come una riserva di potere d'acquisto contro contingenze impreviste.

Manteniamo liquidità a portata di mano per le emergenze o per avvalerci di opportunità di profitto impreviste. Ma anche il denaro "cattivo" – cioè quello che perde potere d’acquisto e che quindi non può essere definito una “riserva di valore” – serve a questo scopo. Detenere denaro significa semplicemente trattenerlo fino al giorno di un futuro incerto in cui ci si aspetta di poterlo scambiare con qualcosa che si apprezza di più.


Riflessioni finali

Gli entusiasti di Bitcoin che si allineano con la Scuola Austriaca di Menger, Mises e Rothbard sbagliano quando attribuiscono un’importanza particolare alla funzione di “riserva di valore” del denaro a scapito della funzione di “mezzo di scambio”; quest’ultima è l’unico aspetto essenziale del denaro. Allo stesso modo, minimizzare l’importanza dell’uso attivo di Bitcoin, che comporta anche un aumento della domanda da parte delle imprese, a favore di una mentalità “HODL per sempre”, va contro la spiegazione di Mises secondo cui “l’uso a livello commerciale da solo può trasformare una merce in un mezzo di scambio comune”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 23 novembre 2022

Una critica alle teorie bancarie di Diamond e Dybvig

 

 

di Kristoffer Mousten Hansen

Dall'assegnazione del Premio Nobel per l'economia a Ben S. Bernanke, Douglas W. Diamond e Philip H. Dybvig, la maggior parte dell'interesse dei media si è comprensibilmente concentrata su Bernanke. Mark Thornton ha scritto una feroce critica dello zio Ben, mentre Tyler Cowen lo ha inspiegabilmente elogiato.

Ciò ha permesso a Diamond e Dybvig (D&D) di sfuggire all'attenzione pubblica, il che è un peccato, dal momento che il loro lavoro è più responsabile di quello di Bernanke per lo stato in cui versa l'economia moderna. DD hanno anche avuto molta più influenza sul modo in cui gli economisti analizzano il sistema bancario. Il loro saggio del 1983 sul Journal of Political Economy, "Bank Runs, Deposit Insurance and Liquidity", ha oltre tredicimila citazioni su Google Scholar, un numero che ora è destinato a crescere ancora di più. È stato anche descritto come “un significativo progresso concettuale e metodologico nello studio degli accordi bancari”. Quindi diamo uno sguardo critico a questo saggio che è stato così influente e che ora è incoronato con gli allori del Nobel.


La concezione del sistema bancario secondo D&D

D&D volevano studiare l'attività bancaria e, in particolare, vedere quali tipi di equilibri un sistema bancario avrebbe prodotto e quali interventi statali avrebbero potuto migliorare l'esito del mercato. Per fare ciò hanno costruito un modello, e piuttosto particolare.

Nel modello D&D c'è un solo bene economico e l'economia funziona in tre periodi, T = 0, 1, 2. Nel periodo 0, ogni persona riceve un'unità del bene ed esso può essere consumato solo nei periodi 1 o 2: se viene investito nella produzione fino al periodo 2, frutterà il doppio e la persona potrà consumare due unità.

Nel periodo 0 tutti investiranno, poiché il bene può essere ritirato dalla produzione e consumato nel periodo 1. Nel periodo successivo accade qualcosa di magico: ognuno si sveglia e realizza il proprio tipo di personalità. Le persone del primo tipo hanno una preferenza temporale molto alta e vogliono consumare immediatamente, nonostante i rendimenti alti dell'investimento; le persone del secondo tipo hanno una preferenza temporale bassa e sono disposte ad aspettare fino al periodo 2 prima di consumare. Di conseguenza le persone del primo tipo consumano i loro beni nel presente, mentre le persone del secondo tipo aspettano.

Prima di passare alla discussione sulla concezione del sistema bancario da parte di D&D, vale la pena notare una particolarità del loro modello: qui non c'è denaro, anzi D&D affermano esplicitamente che non c'è alcuno scambio. I problemi del settore bancario sono, come insegnò Ludwig von Mises, un sottoinsieme della teoria monetaria, un punto che anche gli economisti tradizionali accettano, poiché concordano sul fatto che le banche forniscono liquidità. Tuttavia il modello che costituisce la base di gran parte della teoria bancaria moderna esclude esplicitamente il denaro: cosa molto singolare, si potrebbe pensare.

D&D poi introducono una “banca”: invece d'investire, le persone consegnano i loro beni alla banca in cambio di un credito liquido, cioè che possono ritirare in qualsiasi momento (ovvero nel periodo 1 o 2). Pertanto la banca fornisce liquidità, anche se, ancora una volta, è difficile vedere il punto in un'economia in cui lo scambio, e quindi il bisogno di denaro e liquidità, è stato esplicitamente escluso.

Dopo aver introdotto una banca, D&D procedono quindi a mostrare come sono possibili equilibri multipli: un equilibrio in cui tutte le richieste sono soddisfatte e un equilibrio di "corsa agli sportelli" in cui ognuno ritira il proprio bene nel periodo 1, portando a produzione zero nel periodo 2. Sebbene il settore bancario fornisca quindi un utile servizio di trasformazione della liquidità, D&D concludono che è anche intrinsecamente instabile e che è necessario un aiuto esterno – un'assicurazione sui depositi sponsorizzata dallo stato o da una banca centrale – per evitare corse agli sportelli.


I problemi chiave nella teoria bancaria di D&D

Dal momento che non c'è denaro nel modello D&D, ne consegue che non ci può essere alcuna attività bancaria in senso convenzionale. Nella definizione classica, il banchiere è un uomo che presta denaro altrui: fa da intermediario tra persone diverse, risparmiatori e mutuatari. La "banca" secondo D&D non fa nulla del genere: è semplicemente un direttore di produzione, non un intermediario finanziario. Raccoglie beni, gestisce il processo di produzione e restituisce i beni ai depositanti su richiesta. Può mettersi nei guai solo nella misura in cui paga i beni prima della fine della produzione, e solo se paga più di quanto i depositanti potrebbero naturalmente richiedere nel periodo 1. In breve, per dare un senso al modello, dobbiamo concepirlo come una sorta di schema piramidale.

Detto questo, si ritiene che D&D abbiano modellato il modo in cui le banche si impegnano nella trasformazione delle scadenze: infatti la commissione per il Nobel si è concentrata su questo aspetto nella sua rappresentazione del modello D&D. La trasformazione delle scadenze significa che i risparmiatori preferiscono prestare a breve termine per ridurre i propri rischi e i mutuatari preferiscono prendere in prestito a lungo termine per poter investire senza dover rimborsare i prestiti prima che i processi di produzione siano completati. Le banche poi intervengono come intermediari: prendono in prestito a breve termine dai risparmiatori e prestano a lungo termine agli imprenditori. I prestiti a breve termine vengono poi continuamente rinnovati: alcuni risparmiatori se ne vanno e altri ne prendono il posto, ma nel complesso la somma dei risparmi disponibili per l'investimento non è volatile. D&D considerano la trasformazione delle scadenze come la causa dell'instabilità bancaria: per evitare o mitigare le corse agli sportelli, che qui significano che i depositanti ritirano i propri fondi a un ritmo maggiore del previsto, è necessario l'intervento dello stato.

Il problema per D&D e per i teorici bancari moderni è che non c'è niente di nuovo in tutto questo. Il problema della trasformazione delle scadenze era ben noto secoli fa e portò alla formulazione della cosiddetta "regola d'oro riguardo l'attività bancaria", come disse Ludwig von Mises citando Karl Knies: “La data in cui le obbligazioni della banca scadono non deve precedere la data su cui possono essere realizzate le rivendicazioni corrispondenti”. In altre parole, ben lungi da ciò che D&D vorrebbero farci credere, i teorici bancari hanno criticato la trasformazione della maturità molto tempo fa e avevano una risposta chiara su come i banchieri avrebbero dovuto gestirla: non farlo.

Anche gli economisti moderni hanno affrontato la questione della trasformazione delle scadenze in modo più ponderato: gli economisti Austriaci, Philipp Bagus e David Howden, hanno analizzato la pratica del disallineamento delle scadenze, cioè del non obbedire alla regola d'oro dell'attività bancaria, e ne hanno discusso la legittimità e le conseguenze economiche con Randy Barnet e Walter Block. Questi economisti, a differenza di Diamond e Dybvig, non hanno confuso la questione della trasformazione delle scadenze con le questioni fondamentali della teoria bancaria.

Il problema fondamentale con la teoria bancaria à la D&D è che ignora il problema delle banche e la ragione della sua importanza cruciale nella teoria economica. Non ha nulla a che fare con la trasformazione delle scadenze, che è semplicemente una questione di sana gestione bancaria. Le banche sono importanti dal punto di vista economico perché possono aumentare l'offerta di denaro emettendo sostituti monetari scoperti, cioè mezzi fiduciari. Una teoria sul sistema bancario, se deve affrontare la realtà economica, deve indagare le cause e le conseguenze di questo fenomeno. Inutile dire che D&D non lo fanno e i teorici che seguono il loro esempio lo fanno solo tangenzialmente. Qualunque valore abbiano i modelli di D&D, esso è vicino allo zero per la teoria economica.


Conclusione

La banca centrale svedese non celebra solo il sistema bancario centrale moderno con il Nobel di quest'anno, ma anche teorie bancarie sostanzialmente sbagliate. La teoria monetaria mainstream si è sempre più distaccata dalla realtà nel corso degli anni e il lavoro di Diamond e Dybvig ne è un esempio chiave: nella ricerca di modelli eleganti, chiudono gli occhi di fronte ai veri problemi del sistema bancario – espansione del credito e creazione di denaro dal nulla – e nella migliore delle ipotesi si concentrano su questioni marginali e tecnicismi bancari.

Ciò è sintomatico della tendenza generale dell'economia e da nessuna parte la superiorità della Scuola Austriaca è più evidente che nel caso della teoria monetaria. Da Theory of Money and Credit (1912) in poi, gli Austriaci hanno sottolineato che la questione chiave della teoria bancaria è la creazione di denaro ex nihilo nel processo di espansione del credito. Per parafrasare F. A. Hayek, ogni progresso importante della teoria monetaria durante gli ultimi cento anni è stato un ulteriore passo nell'applicazione coerente dei principi misesiani, cioè marginali e prasseologici. Sfortunatamente né gli svedesi, né Diamond e Dybvig, né Bernanke se ne rendono conto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 19 ottobre 2022

Il presunto “successo” della Rivoluzione Verde è l'ennesimo mito progressista

 

 

di Kristoffer Mousten Hansen

Uno dei miti chiave del ventesimo secolo è il ruolo benevolo svolto dalle istituzioni internazionali, a guida americana, dopo la seconda guerra mondiale. I progressisti/liberal americani, freschi di New Deal e vittoria in una guerra mondiale, rivolsero lo sguardo agli affari internazionali: gli Stati Uniti avevano una missione storica mondiale di proporzioni messianiche, ovvero, portare i Paesi in via di sviluppo alle porte della modernità ricostruendoli a immagine dell'America.

L'era della Guerra Fredda fu ricca di progetti e organizzazioni per realizzare questa visione: da Bretton Woods al Fondo monetario internazionale (FMI) nell'area della finanza internazionale e all'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) negli affari militari fino al finanziamento del Congresso per la libertà culturale che diffondeva propaganda progressista e favorevole agli Stati Uniti. Tutte queste organizzazioni hanno avuto influenze deleterie – ho indicato in un precedente pezzo come Bretton Woods e il sistema finanziario internazionale moderno possono essere meglio descritti come imperialismo finanziario – ma in un'area l'interventismo americano è ancora oggi acclamato come benigno: la Rivoluzione Verde.


La narrativa ufficiale sulla Rivoluzione Verde

La crescita della popolazione era considerata un grave problema negli anni Sessanta. Paul Ehrlich della Stanford University nel suo Population Bomb del 1968 predisse una fame diffusa già negli anni '70 e sostenne un'azione immediata per limitare la crescita della popolazione. Il mondo non avrebbe potuto nutrire una popolazione umana più numerosa. Sebbene si concentri principalmente sui danni ambientali causati dall'uso di pesticidi, il famoso libro di Rachel Carson del 1962, Silent Spring, ha espresso punti simili. La popolazione umana era destinata a crescere e ciò avrebbe provocato sofferenze e danni ambientali indicibili.

Un pericolo chiave negli anni '60 era l'India: sempre sull'orlo della fame, solo le importazioni di grano americano hanno tenuto lontano lo spettro della morte di massa. Poi, nel 1965, arrivò la catastrofe: la siccità in gran parte del subcontinente fece fallire il raccolto indiano. Mentre la siccità sarebbe continuata nei due anni successivi, sembrava che le predizioni di Ehrlich e degli altri neo-malthusiani si fossero avverate.

Poi accadde un miracolo: entrò in scena un uomo, un semidio a giudicare dal culto che si sviluppò intorno alla sua figura. Norman E. Borlaug, il padre della Rivoluzione Verde, dagli anni Quaranta ricercava e coltivava nuove varietà di grano in Messico, inizialmente alla Fondazione Rockefeller e dopo il 1964 come leader dell'International Maize and Wheat Improvement Center (Centro Internacional de Mejoramiento de Maíz y Trigo, CIMMYT, finanziato dalle Fondazioni Rockefeller e Ford e dal governo messicano).

Borlaug coltivò varietà di grano nano ad alto rendimento che erano ampiamente adattate a diversi ambienti ecologici. Dall'inizio degli anni Sessanta aveva lavorato con M. S. Swaminathan dell'Indian Agricultural Research Institute e insieme piantarono le nuove varietà di grano nano nell'India settentrionale. Il successo fu immediato: il 1968 restituì un raccolto eccezionale, poiché i nuovi raccolti di grano furono i più alti mai registrati in India.

Sembrava che i profeti di sventura malthusiani si fossero sbagliati. Lo disse lo stesso Borlaug quando nel 1970 ricevette il Premio Nobel per la Pace: nel suo discorso di accettazione proclamò la vittoria nella guerra perpetua tra “due forze opposte, il potere scientifico della produzione alimentare e il potere biologico della riproduzione umana”. Ma la guerra non era finita, disse, e solo i continui finanziamenti per la ricerca tecnologica sulla produzione alimentare e sui limiti alla riproduzione avrebbero evitato il disastro.

Governi e filantropi raccolsero la sfida e il capitale venne riversato nella ricerca agricola borlaugiana quando vennero istituiti nuovi istituti internazionali per continuare il lavoro iniziato da Borlaug in Messico e in collaborazione con l'International Rice Research Institute nelle Filippine (fondato nel 1960). La Rivoluzione Verde sradicò il flagello della carestia e poiché l'agricoltura con la tecnologia borlaugiana aveva rese molto più elevate, masse di terra furono liberate dall'uso agricolo e restituite alla natura. Uno studio del 2021 sul Journal of Political Economy stima che il prodotto interno lordo (PIL) pro-capite dei Paesi in via di sviluppo sarebbe stato fino al 50% inferiore se non fosse stato per Borlaug, Swaminathan & Co. pronti e disposti a guidare le masse di contadini ignoranti.

C'è un duplice problema con questo resoconto della storia agricola: si basa su una cattiva economia e il suo collegamento con la storia effettiva dell'agricoltura indiana è, nel migliore dei casi, marginale.


La cattiva economia dei rivoluzionari verdi

La celebrazione della Rivoluzione Verde si basa su due errori fondamentali nel ragionamento economico: il malthusianesimo e l'incomprensione dell'economia agricola.

Il malthusianesimo è l'errata convinzione che la popolazione umana crescerà più velocemente dell'approvvigionamento alimentare: nella formulazione di Thomas Malthus, la crescita della popolazione segue una progressione geometrica (2, 4, 8, 16...) e l'approvvigionamento alimentare una progressione aritmetica (2, 3, 4, 5...). Di conseguenza l'umanità è destinata, a parte brevi periodi, a vivere ai margini della sussistenza: solo malattie, guerre e carestie limiteranno la crescita della popolazione.

Il problema con il malthusianesimo è che è completamente sbagliato, sia come teoria che come documentazione storica. La produzione alimentare e la crescita della popolazione non sono variabili indipendenti, dal momento che il lavoro umano è un input chiave nella produzione alimentare, un punto sottolineato da Joseph A. Schumpeter. Come spiegò anche Ludwig von Mises, la legge malthusiana della popolazione è solo una legge biologica: è vera per tutte le specie animali, ma gli uomini non sono semplici animali. Con l'uso della ragione, possono astenersi dall'attività procreativa insensata e lo faranno se riescono solo a sostenere essi stessi. Lo stesso Malthus lo sapeva e modificò la sua teoria nella seconda e nelle successive edizioni del suo famoso Saggio sul principio della popolazione (Frédéric Bastiat, come era suo solito, aveva una spiegazione migliore e più ottimistica del principio della popolazione).

Né i tecnofili capiscono l'economia dell'agricoltura e della produzione alimentare. Ester Boserup, un'ispirazione chiave per la seguente e breve spiegazione, ha sviluppato la corretta comprensione di questo problema negli anni '60, dopo aver studiato l'agricoltura indiana. L'ignoranza di Borlaug e compagnia ieri e delle loro cheerleader oggi è quindi difficilmente scusabile: le stesse identiche condizioni storiche considerate "malthusiane" hanno ispirato Boserup a delineare la corretta comprensione della questione.

Con l'aumento della popolazione, l'offerta di lavoro si espande e più lavoro viene applicato ai terreni agricoli. La resa della terra quindi aumenta, sebbene i rendimenti sull'input di lavoro aggiuntivo diminuiscano, secondo la legge dei rendimenti marginali decrescenti. Una volta che il ritorno sull'input di lavoro aggiuntivo è insufficiente per giustificarlo, viene invece messa a coltura nuova terra e una volta che essa è stata bonificata, la produttività fisica del lavoro aumenta. Poiché lo sgombero di nuove terre richiede uno sforzo aggiuntivo, gli agricoltori devono sempre soppesare i potenziali guadagni di nuove terre rispetto ai guadagni di una coltivazione più intensiva di quelle terre già bonificate.

Lo possiamo vedere chiaramente in termini monetari: man mano che viene applicata una maggiore quantità di lavoro per lavorare la terra, i salari diminuiscono e le rendite fondiarie aumentano. All'aumentare delle rendite fondiarie e dei valori fondiari, il valore potenziale delle terre instabili aumenta e, al diminuire dei salari, diminuisce la spesa necessaria per ripulire la terra. Una volta che il rendimento atteso sulle nuove terre supererà il costo stimato per portarle in coltivazione, il lavoro sarà applicato alla bonifica di nuove terre. Quindi le rendite fondiarie diminuiranno e i salari aumenteranno fino a quando non sarà più ritenuto redditizio portare più terra ad uso agricolo.

Così, popolazione e produzione alimentare si espandono all'unisono, a volte per una coltivazione più intensiva, a volte per un aumento della superficie coltivata. La stessa analisi vale in condizioni più capitalistiche (cioè, quando gli agricoltori hanno più strumenti e altri input di capitale disponibili): il rendimento dell'applicazione di più beni capitali alla terra nel presente viene confrontato con i potenziali guadagni derivanti dall'applicazione di beni capitali all'espansione della superficie coltivata. Anche la forma più primitiva di agricoltura è, ovviamente, capitalista, poiché l'agricoltura è un processo di produzione circolare, in cui lo sforzo produttivo è ampiamente separato nel tempo dalla produzione.

L'agricoltura indiana negli anni '60 andava bene, tranne quando venne ostacolata dall'ingerenza dello stato e dalle barriere istituzionali. Tale ingerenza è estremamente distruttiva, come aveva mostrato Mao Zedong in Cina solo pochi anni prima durante il Grande balzo in avanti. Tuttavia non c'era nulla di malthusiano in tale episodio né, come vedremo, nella presunta carestia in India negli anni '60.


La carestia indiana degli anni '60: leggere la storia al contrario

La carestia degli anni '60 in India ha lanciato la Rivoluzione Verde e la fama internazionale del suo protagonista principale, Norman Borlaug. Fin dall'inizio la narrazione è stata distorta da considerazioni politiche.

L'agricoltura americana era pesantemente sovvenzionata negli anni Sessanta, con conseguenti ed enormi eccedenze di produzione. Questo surplus non poteva essere venduto al prezzo di mercato, almeno non senza il fallimento degli agricoltori americani. Secondo la tipica logica interventista, il governo americano è intervenuto per sovvenzionare l'esportazione di prodotti agricoli americani e sostenere un prezzo artificialmente alto nel mercato interno.

L'India fu quindi inondata dal grano americano a buon mercato all'inizio degli anni Sessanta, ma, come scrive G. D. Stone, ciò non alleviò la carenza di cibo dell'India: la causò. Gli agricoltori indiani si adattarono al loro vantaggio comparato e spostarono la produzione in raccolti per loro proficui (come canna da zucchero e iuta) per poi esportarli e finanziare le loro importazioni di grano americano a buon mercato.

La siccità del 1965 e degli anni seguenti fu reale, ma il suo impatto non causò un fallimento delle colture alimentari. I raccolti di iuta e canna da zucchero ne soffrirono, certo, ma questa difficoltà non provocò una carestia diffusa. Questo non aveva importanza per la narrativa ufficiale: nel 1965 il presidente americano, Lyndon B. Johnson, stava cercando di convincere il Congresso ad approvare un nuovo disegno di legge sull'agricoltura con maggiori sussidi per le esportazioni agricole e aiuti esteri sotto forma di Food for Peace Plan. I resoconti della siccità indiana furono una manna dal cielo: di fronte a un Congresso recalcitrante, Johnson sventolò il feticcio della siccità e della fame di massa. La sua legge venne approvata e ancora più grano americano venne spedito in India, il che senza dubbio contribuì ad alleviare alcune difficoltà nel breve termine.

Giocare sulla terribile situazione in India aiutò anche l'agenda di Borlaug e compagnia. Le speciali varietà di grano coltivate in Messico furono ampiamente introdotte nell'India settentrionale e, poiché la siccità infine terminò, il primo raccolto produsse enormi eccedenze. Borlaug si prese il merito, non considerando la coincidenza che quasi tutti i raccolti erano a livelli record in India e nella vicina Cina. Il presunto successo della tecnocrazia americana influì anche sulla più ampia narrativa politica della leadership progressista americana del "mondo libero": nel 1968 l'amministratore dell'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID), William Gaud, si rivolse alla Society for International Development a Washington sostenendo che gli aiuti esteri e le sagge politiche agricole avevano favorito “una nuova rivoluzione, non una rivoluzione rossa violenta come quella dei sovietici, né una rivoluzione bianca come quella dello Scià dell'Iran; una Rivoluzione Verde”.

La Rivoluzione Verde, guidata da tecnocrati statali e delle ONG, e finanziata principalmente dalle agenzie di sviluppo occidentali, era ormai una realtà. La coltivazione di varietà ibride di riso e frumento da parte dell'International Rice Research Institute e del CIMMYT divenne il fiore all'occhiello della modernità nell'agricoltura. Ma anche così tutta questa storia è nella migliore delle ipotesi fuorviante. Quello che è successo è che l'agricoltura nel mondo sviluppato, così come in Occidente, è passata a una coltivazione molto intensiva che ha richiesto molti input di capitale. Le varietà di grano di Borlaug sono un esempio calzante, come sottolinea Stone: solo quando sono state applicate grandi quantità di fertilizzanti queste varietà hanno superato i grani nativi indiani. Le tecnologie, a quanto pare, non sono forze esogene che vengono imposte e rimodellano l'ambiente.


La realtà della Rivoluzione Verde

L'ultima linea di difesa di coloro favorevoli alla Rivoluzione Verde è la presunta produzione alimentare efficiente, l'emancipazione da lavori agricoli e l'utilizzo delle tecnologie genetiche per aumentare la qualità del cibo ed evitare la malnutrizione. Ad esempio, persone altrimenti ragionevoli come Bjørn Lomborg hanno sostenuto a lungo l'introduzione del "riso dorato" – una varietà di riso geneticamente modificata per essere ricca di vitamina A – come soluzione alla malnutrizione nei Paesi produttori di riso.

Ma i tecnocrati e le loro cheerleader dimenticano di menzionare il fatto che la Rivoluzione Verde è stata essa stessa una causa di malnutrizione. Con l'aumento della resa del grano in India, secondo Stone, il prezzo relativo del grano è diminuito e ha quindi superato le fonti alimentari alternative ricche di proteine ​​​​e micronutrienti. I tassi di malnutrizione in India sono quindi aumentati come risultato diretto della Rivoluzione Verde. Uno sviluppo simile si è verificato nei Paesi sviluppati, per ragioni diverse ma analoghe.

Quando si tratta di tecnologia che libera manodopera, ciò che è realmente accaduto è che l'eccessivo investimento di capitale in agricoltura ha ridotto la domanda di lavoro agricolo, ma questo non ha aumentato la domanda di lavoro altrove. Al contrario, poiché era disponibile meno capitale per gli investimenti nei settori non agricoli, la domanda di lavoro e salari altrove non è aumentata. Pertanto la Rivoluzione Verde è stata un importante fattore che ha contribuito alla crescita delle baraccopoli nel Terzo Mondo, dove le persone vivono con lavori a bassa retribuzione e sussidi statali.

Tutto sommato, come dovremmo aspettarci quando abbiamo a che fare con tecnocrati spinti da arroganza progressista a intervenire nel naturale sviluppo dell'economia, la Rivoluzione Verde non è stata una benedizione, o cme si suol pensare la vittoria di scienziati saggi sulla propensione degli stupidi contadini a riprodursi in modo incontrollabile. Piuttosto è stata un disastro ecologico, nutrizionale e sociale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


venerdì 7 gennaio 2022

Vaiolo: i miti storici dietro gli obblighi di vaccinazione

Negli ultimi due anni le peggio nefandezze sono state sponsorizzate dai media mainstream attraverso la loro narrazione terroristica. Ma ciò che è peggio è stata la diffamazione di tutta quella serie di medici che in qualche modo hanno cercato, chi sommessamente chi con un po' più di vigore, di offrire uno straccio di dibattito. Il fondamento e pilastro della scienza. Invece chi non si è allineato è finito sbeffeggiato, bullizzato e ridicolizzato, ad iniziare da Robert Malone. Puntualmente tutto ciò da cui aveva messo in guardia s'è verificato. Perché? Perché non ha ribaltato i principi biologici e medici che fino al 2019 valevano. Senza contare i paragoni senza senso con le malattie del passato che niente hanno a che fare con quella presente, ad esempio la poliomelite. Invece i media mainstream, insieme a quello stuolo di lacchè nel mondo medico, adesso cercano di nascondere le menzogne che fino a ieri andavano raccontando o riscrivendo il passato, oppure puntando sulla memoria a breve termine di chi legge i loro "aggiornamenti". I fanatici alla fine crollano sempre, perché al loro interno sono in continua lotta con una verità inconfessabile che deve venire a galla.

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di Kristoffer Mousten Hansen

Durante la recente "pandemia", il Santo Graal dei funzionari della sanità pubblica è stato la vaccinazione: solo vaccinando un numero sufficiente di persone (prima gli anziani e gli infermi, poi tutti gli adulti e ora anche i bambini) è possibile sconfiggere il virus nefasto. Poiché la vaccinazione si è dimostrata inefficace nel prevenire la diffusione del coronavirus, con studi che mostrano un rapido declino della relativa protezione, gli stati hanno raddoppiato la dose d'interventismo introducendo non solo i "richiami" per i vaccinati, ma anche suggerendo che i non vaccinati debbano essere sottoposti a pressioni e, se necessario, costretti ad accettare il vaccino.

È comprensibile il crescente scetticismo sull'efficacia di queste politiche, per non parlare della loro moralità. Tuttavia non sorprende che l'establishment medico degli stati abbia sposato l'idea della vaccinazione come panacea per la prevenzione delle malattie. Si tratta, infatti, di qualcosa di vicino ad uno dei grandi miti della sanità pubblica: l'obbligo di vaccinazione è ciò che ha salvato il mondo dai grandi flagelli del passato ed è stato introdotto da medici eroi nonostante l'opposizione da parte degli egoisti, degli stupidi e degli sciocchi teologi che pensavano che le malattie fossero la volontà di Dio e che l'umanità dovesse semplicemente accettarla. Il cuore di questo mito è il caso del vaiolo.


La storia ufficiale del vaiolo

La leggenda del vaiolo e della sua eradicazione, come raccontata dalla maggior parte dei libri di testo e praticamente dall'intera istituzione medica, è questa: a partire dal XVI secolo circa, l'Europa fu devastata da periodiche epidemie di vaiolo (variola major), una malattia che causava l'eruzione di pustole sulla pelle e molto spesso, in circa un quinto di tutti i casi, portava alla morte. Coloro che sopravvivevano rimanevano spesso sfregiati a vita (butterati). I primi tentativi di combatterlo attraverso la "variolazione", cioè l'inoculazione in adulti sani del pus degli individui infetti, si rivelarono inefficaci: mentre coloro che sopravvivevano a questo trattamento diventavano immuni, la pratica manteneva anche viva la malattia e la faceva circolare nella popolazione.[1]

Poi, nel 1796, l'eroico Dr. Edward Jenner fece la scoperta cruciale: prove aneddotiche suggerivano che le mungitrici non contraessero il vaiolo ed il Dr. Jenner ipotizzò che il contatto con il bestiame le avesse esposte al vaiolo bovino (variola vaccinia), una malattia molto più lieve negli umani. Sperimentò quindi l'inoculazione nei bambini del vaiolo bovino, e quando in seguito li espose al vaiolo attraverso la variolazione, si dimostrarono immuni. L'establishment medico, ovvero la Royal Society, licenziò il buon dottor Jenner, ma non si scoraggiò poiché procedette a promuovere il suo nuovo trattamento di "vaccinazione" e ricevette rapidamente il sostegno di medici e statisti illuminati, i quali sponsorizzarono la sua scoperta. Migliaia di persone vennero vaccinate in Gran Bretagna nel giro di un paio d'anni ed il trattamento si diffuse in altri Paesi europei. La vaccinazione infantile fu resa obbligatoria nel dispotismo "illuminato" di Baviera (1807), Prussia (1835), Danimarca (1810) e Svezia (1814) e promossa ovunque se non proprio imposta. Alla fine anche gli inglesi avrebbero imposto l'obbligo di vaccinazione nonostante l'opposizione di persone come l'agricoltore, il giornalista ed il William Cobbett di turno:[2]

Sono sempre stato, fin dalla prima menzione della cosa, contrario a questo tipo di pratica [...]. Io, dunque, come si vedrà nelle pagine del Registro di quel giorno, mi opposi strenuamente alla donazione di ventimila sterline a JENNER attraverso le tasse, pagate in gran parte dai lavoratori [...].

[...] Questa nazione ama la ciarlataneria di ogni tipo; e questa particolare ciarlataneria essendo stata sanzionata da Re, Lord e Comuni, si è diffusa nel Paese come una pestilenza portata dai venti [...] in seguito, o sono morti per il disordine, o sono scampati per un pelo alla morte![3]

Nonostante i reazionari come Cobbett diffondessero disinformazione, la vaccinazione fu un grande successo: il bilancio delle vittime del vaiolo scese drasticamente in tutta Europa nei primi decenni del diciannovesimo secolo, nonostante alcune battute d'arresto come le epidemie negli anni 1860, 1870 e 1880. Questi, ovviamente, dimostrarono la necessità della ri-vaccinazione e che la minoranza di chi si opponeva al vaccino doveva essere persuasa a farlo. Se qualcuno ne dubita, l'esperienza della guerra franco-prussiana, combattuta nel bel mezzo di una pandemia di vaiolo in tutta Europa, fornisce una prova conclusiva: l'esercito prussiano, i cui soldati erano stati vaccinati praticamente tutti, si dimostrò altamente resistente alla malattia, mentre le reclute francesi, spesso tratte da ottenebrate famiglie cattoliche scettiche sul vaccino, cadevano come mosche.

Infine la campagna condotta da Donald Henderson per debellare il vaiolo in tutto il mondo attraverso la vaccinazione si è rivelata un grande successo. Nel 1980 l'Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò la malattia debellata.


Realtà del vaiolo

Il lettore attento, in base ad alcune osservazioni sconsiderate nella sezione precedente, può non accettare completamente questa storia. Infatti mentre alcuni dei fatti principali sono corretti – il vaiolo è stato uno dei principali killer ed è scomparso dopo la campagna vaccinale – il ruolo della vaccinazione, ed in particolare dell'obbligo di vaccinazione, è molto esagerato. Due semplici fatti lo dimostrano:

  1. Il declino della mortalità per vaiolo in tutta Europa è iniziato nel 1800, prima che il vaccino fosse ampiamente distribuito e prima che fosse reso obbligatorio ovunque, ed è quindi semplicemente impossibile attribuire questo declino a Jenner ed al suo vaccino.
  2. Ci furono epidemie praticamente in ogni decennio successivo, ma nel 1890 le morti scomparvero: all'inizio del 1900 il vaiolo era praticamente indistinguibile dalla varicella. Il motivo era che si sviluppò un nuovo ceppo del virus, il variola minor, e divenne dominante rispetto al ceppo letale.

Il primo punto è facilmente visibile nel grafico di Henderson:[4]

Grafici simili potrebbero essere replicati per tutti i Paesi europei.[5] L'idea che la vaccinazione abbia causato il declino è ovviamente insostenibile, poiché non si è diffusa così ampiamente all'istante. Anche i primi obblighi di vaccinazione (Baviera nel 1807, Danimarca nel 1810) arrivarono dopo il declino.

Se il calo della mortalità complessiva non è dovuto al vaccino, non ha almeno limitato le epidemie successive? La guerra franco-prussiana è l'indicatore più chiaro di ciò, poiché i francesi non vaccinati soccombettero mentre i prussiani rimasero sani. Questa era ed è una delle principali prove dell'efficacia del vaccino, l'unico problema è che è falsa.

In primo luogo, mentre l'esercito prussiano non registrò un alto tasso di mortalità per vaiolo, c'era un'epidemia mortale in Prussia. Infatti la Prussia era il Paese più colpito in Europa, con un bilancio delle vittime totale superiore a sessantanovemila. Forse i giovani non soccombettero, ma gli altri prussiani non si dimostrarono altrettanto resistenti. In secondo luogo, se è vero che in Francia non vi era alcun obbligo di vaccinazione e che i tassi di vaccinazione erano bassi, i soldati francesi vennero vaccinati al momento dell'arruolamento. Semmai l'esperienza della guerra franco-prussiana dimostrò che la vaccinazione era impotente contro l'epidemia del 1870-1871.[6]

Il secondo punto è ampiamente ammesso, sebbene Henderson insinui ancora che la disponibilità del vaccino sia stato un fattore importante per l'eradicazione del vaiolo in Europa. Forse si potrebbe sostenere, anche se non l'ho visto da nessuna parte, che la vaccinazione abbia portato allo sviluppo del variola minor, che alla fine ha eliminato il ceppo letale. Tuttavia, per vedere come la vaccinazione non sia stata importante per la fine del vaiolo europeo, dobbiamo tornare al punto in cui tutto è iniziato: l'Inghilterra.


L'esperienza inglese

Mentre gli inglesi erano inizialmente entusiasti della vaccinazione, è stata rapidamente necessaria la coercizione per diffondere la pratica a livello infantile. La legge del 1840 stabiliva il pagamento dei vaccinatori pubblici fuori dalle tariffe (cioè le tasse locali) e le leggi del 1853, 1867 e 1871 stabilivano un sistema di obbligo di vaccinazione. I genitori che si rifiutavano di vaccinare i propri figli venivano puniti con pesanti multe e la reclusione.

Mentre gli inglesi generalmente rispettavano i requisiti per i vaccini, gli atti obbligatori portarono all'istituzione di una National Anti-Compulsory Vaccination League. Un importante centro di questa lega era la grande città industriale di Leicester.[7] Fu solo dopo l'epidemia del 1871-1872 che iniziò a diffondersi la resistenza alla coercizione: i genitori chiedevano, non a torto, perché dovessero esporre i loro figli ai rischi della vaccinazione quando morivano lo stesso a causa dell'epidemia? L'agitazione anti-vaccinazione culminò con una grande manifestazione a Leicester nel marzo 1885: partecipanti da tutto il Paese e molte manifestazioni di simpatia dall'estero.[8] I manifestanti esibivano striscioni con slogan come "La libertà è il nostro diritto di nascita ed è la libertà che chiediamo" e "I tre pilastri della vaccinazione: frode, forza e follia".

I contrari all'obbligo di vaccinazione avevano acquisito con successo il controllo della Corporation of Leicester nel 1882, sebbene il Board of Guardians che imponeva la vaccinazione fosse indipendente dal consiglio comunale. Allo stesso tempo si diffuse la non conformità con l'obbligo di vaccinazione dei bambini: entro la metà degli anni 1880 meno della metà di tutti i bambini a Leicester furono vaccinati e la tendenza continuò. Nel 1886 il Board of Guardians di Leicester fermò l'applicazione delle leggi sulla vaccinazione. I cittadini di Leicester attraverso una campagna di protesta non violenta e di non conformità avevano di fatto annullato gli obblighi di vaccinazione. Ci si poteva aspettare che quando l'epidemia successiva fosse arrivata in Inghilterra, nel 1892-1894, Leicester sarebbe stata particolarmente colpita, ma non fu così: solo 357 casi, o 20,5 per 10.000 abitanti, rispetto a 125,3 e 144,2 per 10,000 abitanti nelle città ben vaccinate di Warrington e Sheffield.[9] Anche il tasso di mortalità a Leicester rimase basso, con solo 21 morti, o il 5,8%.

Che Leicester non sia diventato un luogo di peste non è semplicemente dovuto all'inefficacia della vaccinazione. La città sviluppò un sistema di trattamento del vaiolo, il Metodo Leicester, che successivamente si diffuse nel resto dell'Inghilterra a partire dal 1900 circa.

Il Metodo Leicester fu organizzato dal Dr. JW Crane Johnston, assistente ufficiale medico dal 1877 al 1880 e ufficiale medico dal 1880 al 1885. Il metodo di Johnston era semplice: notifica immediata quando veniva scoperto un caso di vaiolo, ricovero in ospedale del paziente e quarantena dei contatti più stretti. In realtà la notifica era già stata istituita, in quanto il Comitato Sanitario Comunale nel 1876 decise che bisognava pagare 2 s. 6 d. per qualsiasi caso di vaiolo, scarlattina o erisipela, che richiedesse il ricovero in ospedale.[10] Anche il consiglio comunale, ed i contrari all'obbligo di vaccinazione, sottolinearono l'importanza dei servizi igienico-sanitari, di una buona igiene e di una vita sana.

L'esperienza di Leicester si dimostrò un tale successo che altre città inglesi iniziarono a copiarla e la notifica divenne legge nazionale nel 1899. Nel frattempo i tassi di vaccinazione diminuirono costantemente, ma nonostante le epidemie nel 1892-94 e nel 1901 non si ripresentarono nulla come i vecchi tassi di mortalità. Il dottor Millard, che divenne ufficiale medico a Leicester nel 1901, parlava spesso sia dei benefici del Metodo Leicester sia dei pericoli dell'obbligo di vaccinazione dei bambini, poiché il vaiolo modificato in un adulto vaccinato poteva essere una fonte nascosta di infezione e quindi porre l'intera comunità a rischio.

Nel 1948 l'obbligo di vaccinazione contro il vaiolo fu ufficialmente abolito, ma a quel punto l'intera popolazione inglese era di fatto non vaccinata e non toccata dal vaiolo. Facendo il punto della situazione nel 1946, il Dr. G. K. Bowes disse:

Il suo declino negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo è stato quasi universalmente attribuito alla vaccinazione, ma aleggia il dubbio su quanto possa essere vero. La vaccinazione non è mai stata effettuata con un grado di completezza, nemmeno tra i neonati, e si è mantenuta ad un livello elevato solo per pochi decenni. C'era quindi sempre una grande parte della popolazione non affetta dalle leggi sulla vaccinazione. La ri-vaccinazione ha interessato solo una frazione. Attualmente la popolazione è in gran parte interamente non vaccinata. I membri del servizio sanitario pubblico ora si pavoneggiano dicendo che la cessazione di tali focolai sia dovuta ai loro sforzi. Ma è davvero così? La storia dell'aumento, il cambiamento nell'incidenza dell'età e il declino del vaiolo portano piuttosto alla conclusione che abbiamo a che fare con un ciclo naturale di malattie come la peste ed il vaiolo non è più una malattia naturale per questo Paese.[11]

Qualunque siano gli effetti della vaccinazione, è chiaro che non è stata la causa della scomparsa del vaiolo dall'Inghilterra o dall'Europa.[12] Potrebbe aver contribuito all'eradicazione della malattia nel resto del mondo, ma in Europa e Nord America è stata chiaramente inutile.

Da quando la malattia è stata dichiarata ufficialmente debellata, il vaccino originale contro il vaiolo bovino non fa più parte del programma di vaccinazione infantile in nessun Paese.


Conclusione

I programmi di salute pubblica e vaccinazione si basano su un'unica tesi: sono stati cruciali per l'eliminazione di uno dei più grandi assassini della storia, il vaiolo. Come abbiamo visto, questo non è vero: la vaccinazione non è mai stata universale in tutta Europa e Nord America[13] ed il declino della mortalità e la malattia scomparvero nello stesso momento in tutto il mondo occidentale, nonostante tutte le variazioni nelle linee di politica sulla salute pubblica. Anche Paesi come l'Inghilterra che avevano de facto rinunciato all'obbligo di vaccinazione si liberarono della malattia.[14] Come hanno sostenuto Ludwig von Mises e la tradizione liberale prima di lui, le idee governano il mondo. La storia ufficiale del vaiolo è un supporto per le linee di politica delle autorità sanitarie moderne, ma se viene esposta con tutti i suoi miti, la giustificazione ideologica per l'obbligo di vaccinazione obbligatoria cessa di esistere.

Oltre a smentire la storia ufficiale del vaiolo, l'esperienza inglese mostra come le popolazioni locali imbevute di principi liberali[15] abbiano annullato le misure di sanità pubblica dettate dallo stato. Per coloro che oggi combattono contro le misure coercitive di salute pubblica, spero che questo saggio possa essere una buona fonte di ispirazione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Note

[1] Si veda Donald A. Henderson, Smallpox: The Death of a Disease (New York: Prometheus Books, 2013), EPUB.

[2] Un esempio per capire il carattere di Cobbett: quando era in esilio a Filadelfia nel 1790 per aver fatto arrabbiare l'establishment militare britannico, Cobbett gestiva una libreria nella cui vetrina mostrava con orgoglio un ritratto di Giorgio III e pubblicò molta letteratura lealista.

[3] William Cobbett, Advice to Young Men, and (Incidentally) to Young Women, in the Middle and Higher Ranks of Life. In a Series of Letters Addressed to a Youth, a Bachelor, a Lover, a Husband, a Father, a Citizen, or a Subject (1829; repr. Oxford: Horace Hart, 1906; Project Gutenberg, 2005), pp. 261– 63.

[4] Henderson, Smallpox, grafico 4.

[5] Si vedano i dati in W. Troesken, The Pox of Liberty: How the Constitution Left Americans Rich, Free, and Prone to Infection (Chicago: The University of Chicago Press, 2015), p. 77. Il professor Troesken sostiene la narrativa mainstream, ma i suoi dati mostrano chiaramente che non può essere vera.

[6] Enciclopedia Britannica, 9a ed., vol. 24 (1888), sv “vaccinazione”.

[7] Stuart MF Fraser, "Leicester and Smallpox: The Leicester Method", Medical History 24 (1980): 315-32.

[8] Cfr. S. Humphries e R. Bystrianyk, Dissolving Illusions: Disease, Vaccines, and the Forgotten History (autopubblicazione, 2013), cap. 6, per un resoconto della Grande Dimostrazione.

[9] Fraser, "Leicester and Smallpox", 322.

[10] Ivi, 317.

[11] G. K. Bowes, "Epidemic Disease: Past, Present and Future", Journal of the Royal Sanitary Institute 66, n. 3 (1946): 174-79, spec. 176. Secondo Arthur Allen, Vaccine: The Controversial History of Medicine's Greatest Lifesaver (New York: WW Norton, 2007), p. 69, il tasso di vaccinazione in Inghilterra era del 50% nel 1914 e del 18% nel 1948.

[12] Per inciso, si può menzionare che i bassi tassi di mortalità propagandati a sostegno dell'obbligo di vaccinazione sono evidenti solo in Scandinavia e (dalla fine del XIX secolo) in Germania. Una tesi un po' debole su cui appoggiare questa misura di salute pubblica.

[13] Troesken, Pox of Liberty, dettaglia il caso americano. Tuttavia sopravvaluta l'impotenza del governo nazionale, poiché le leggi obbligatorie a livello statale e locale possono essere efficaci quanto la legislazione federale.

[14] Sebbene non abbia trovato numeri per la compliance al vaccino per altri Paesi europei, sono infatti diventato estremamente scettico sull'idea che la vaccinazione fosse universale, anche nei Paesi scandinavi. Tuttavia, come dovrebbe essere chiaro da questo saggio, anche accettando i dati di Germania o Danimarca, non prova che la vaccinazione fosse necessaria, o addirittura abbia contribuito alla fine del vaiolo in Europa.

[15] Fraser, in "Leicester and Smallpox", sostiene che i contrari al vaccino erano una coalizione di artigiani, lavoratori e persone della classe media che si opponevano alla costrizione. Leicester era anche un centro di anticonformismo religioso.

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venerdì 30 aprile 2021

L'economia e l'etica di un default sovrano

 

 

di Kristoffer Mousten Hansen

Il problema della spesa pubblica in deficit e del conseguente debito pubblico rappresenta una sfida per la maggior parte delle economie moderne. Alcuni stati, come la Germania, con una reputazione di austerità fiscale, operavano con avanzi di bilancio e debito in calo, ma questo prima che il coronavirus fornisse una scusa per estendere in modo massiccio i loro poteri e aumentare la spesa. Ora sembra che tutte le nazioni dovranno sostenere il pesante carico di estinguere enormi debiti pubblici contratti nel perseguimento di politiche distruttive. Il debito pubblico netto medio, cioè il debito non dovuto a qualche agenzia statale, delle economie avanzate ha superato il 96% del PIL nel 2020 e non ci sono segni che gli stati smetteranno di indebitarsi.

Fonte: FMI. La linea piatta per gli Stati Uniti prima del 2000 è un periodo senza dati.

In tutta Europa è sempre più diffusa la sensazione che i debiti pubblici non siano altro che un peso e debbano essere cancellati. Più di recente un gruppo di economisti ha pubblicato un manifesto suggerendo che il debito pubblico detenuto dalla Banca Centrale Europea (attualmente €2.500 miliardi) debba essere cancellato. Questo manifesto è semplicemente un appello camuffato per il finanziamento inflazionistico di progetti di sinistra: non solo la BCE dovrebbe cancellare i debiti dei vari stati, ma questi ultimi dovrebbero anche impegnarsi a spendere un importo equivalente per un "piano di ripresa sociale ed ecologico". Sebbene la fonte di finanziamento per questa spesa non sia specificata, deve essere presa in prestito e l'unica istituzione disposta e in grado di prestare tali importi è la BCE.

Il mio obiettivo in questo saggio non è criticare i suggerimenti degli autori del manifesto, per quanto piacevole possa essere un compito del genere, ma di indagare seriamente sul problema del debito pubblico e in particolare sulle conseguenze di un default. Cosa significherebbe per l'economia se venisse cancellato non solo il debito nei confronti della banca centrale, ma scomparisse tutto? Non sto rivelando troppo se ora dico che, come Peter Klein e J. R. Hummel, un default sovrano sarebbe un grande vantaggio per l'economia a lungo termine.

L'idea di risolvere il problema del debito attraverso il default è generalmente considerata estrema da tutte le persone rispettabili. Secondo loro, ci sono solo due soluzioni alternative: utilizzare l'inflazione per distruggere il valore reale del debito o introdurre riforme economiche che portino ad un aumento delle entrate fiscali, che a loro volta rendono gestibile il pagamento del debito. Gli autori del manifesto europeo hanno quindi il merito di aver sollevato l'idea del ripudio del debito.

Prima di passare alla questione degli effetti economici di un default sovrano, dobbiamo prima prendere in considerazione il lato etico delle cose. Gli economisti sono restii ad accettarlo, ma tutte le proposte politiche sono intrinsecamente normative. Sarebbe moralmente giustificabile, in linea di principio, che gli stati andassero in default?


L'etica del ripudio del debito pubblico

Ripudiare il debito pubblico sembrerebbe essere l'apice della condotta immorale. Dopo tutto, il mutuatario non ha volontariamente promesso la sua persona, proprietà e sacro onore nel sostenere il debito? Come può un uomo voltare le spalle ad un tale impegno senza provare vergogna? E anche se fosse inadempiente, i creditori non avrebbero una giusta pretesa nei confronti della sua proprietà? L'essenza della giustizia è rendere a ciascuno il proprio (suum cuique tribuere) e poiché il debito è dovuto ai creditori, sarebbe immorale, un peccato contro la giustizia, rifiutarsi di pagarlo.

Al contrario, sebbene diffusa, tale opinione si basa sull'accettazione dell'equivoco di base che tutti gli stati usano per giustificare il proprio potere: lo stato è un'istituzione sociale legittima al pari di altre istituzioni, la più eminente di tutte le istituzioni e di conseguenza le sue rivendicazioni e promesse non sono solo legittime ma lo sono ad un livello superiore. Quando lo stato chiede qualcosa ai cittadini, questi sono tenuti ad obbedire; quando fa una promessa ai suoi creditori, lega non solo sé stesso, ma tutti i cittadini. Questo però non è vero: i cittadini sono sudditi dello stato e costretti a questo rapporto; non sono i suoi sponsor, mandanti o beneficiari. Anche se praticamente tutti i cittadini ad un certo punto traggono vantaggio dallo stato, questo non cambia il fatto fondamentale che lo stato è un'imposizione violenta su tutti (non è volontario e non si basa solo sui diritti di proprietà o su altre rivendicazioni legittime).

Murray Rothbard nel suo pezzo sul ripudio del debito, pubblicato per la prima volta nel 1992, enuncia in dettaglio gli errori coinvolti nel trattare il debito pubblico come se fosse la forma più sacra di debito privato. Dice Rothbard:

Le due forme di transazione del debito [debito pubblico e privato] sono totalmente diverse. Se prendo in prestito denaro da una banca, stipulo un contratto per trasferire il mio denaro ad un creditore in una data futura; in un certo senso, a quel punto è il vero proprietario del denaro e se non pago lo sto derubando della sua giusta proprietà. Ma quando lo stato prende in prestito denaro, non garantisce il proprio denaro; le proprie risorse non vengono messe in gioco. Lo stato non impegna la propria vita, fortuna e sacro onore per ripagare il debito, ma il nostro.

La santità del contratto, in altre parole, è un principio fondamentale di giustizia, ma non si applica alle promesse di pagamento dello stato. Infatti esso non promette di pagare: qualunque politico sia in carica al momento, dice ai suoi potenziali creditori "Prestaci i soldi adesso e noi promettiamo di farli ripagare agli altri". In nessun momento viene chiesto ai cittadini il loro consenso ed è quindi difficile vedere come potrebbero essere vincolati ad un contratto stipulato da altre persone. Trattandosi infatti di un contratto concluso con l'esplicito scopo di privarli della loro proprietà, è difficile vedere come possa essere considerata una transazione valida.

Una possibile obiezione qui potrebbe essere che lo stato ha la responsabilità del benessere pubblico e che mentre i cittadini non hanno acconsentito ai prestiti, sono tutti beneficiari dei beni pubblici forniti con l'aiuto di tali prestiti. Anche così non è ancora chiaro come una persona possa essere vincolata dal contratto, ma per ora lasciamo da parte questa questione. Inoltre non è affatto chiaro come lo stato sia necessario per provvedere al bene comune di tutta la società, soprattutto perché è stato dimostrato teoricamente ed empiricamenteche che le funzioni più elementari tradizionalmente attribuite allo stato, dal mantenimento della pace alla giustizia, possono essere altrettanto fornite in una società completamente libera senza alcun monopolista coercitivo. Comunque non approfondiremo ulteriormente questa questione qui. Tutto quello che ci chiederemo è: gli stati hanno contratto debiti per il bene comune di tutti? La risposta dovrebbe essere ovvia: hanno preso in prestito denaro per combattere guerre, finanziare progetti di opere pubbliche non più utili delle piramidi e per salvare/arricchire i loro clientes nel mondo della finanza. Gli stati hanno utilizzato denaro preso in prestito per corrompere i cittadini con elemosine, ma nemmeno questo può essere considerato un atto per il bene comune; soprattutto non quando suddette elargizioni hanno semplicemente lo scopo di mascherare le conseguenze della distruzione dell'economia e della società durante lo scorso anno. In ogni caso, il panem et circenses (l'equivalente moderno degli assegni governativi) non possono essere definiti bene comune, ma sono beni piuttosto particolari.

Se i creditori dello stato non hanno alcun diritto su chi paga le tasse, hanno invece un diritto sullo stato, cioè sui beni di proprietà dello stato? In alcuni casi la risposta potrebbe essere sì. Chi ha investito nel debito pubblico sapendo esattamente cosa stava facendo non può avere alcuna pretesa; anzi la domanda è se dovrebbero essere considerati complici del reato di tassazione, poiché ne beneficiano chiaramente (ad esempio, i primary dealer nel contesto statunitense). Ma la persona media che, forse ingannata dalla propaganda statale, ha acquistato un titolo di stato pensando che fosse un uso innocente del suo denaro, può avere una rivendicazione legittima. Ancor di più, i fondi pensione sottoposti a pressioni per investire in titoli di stato e le banche costrette a farlo per conformarsi ai requisiti patrimoniali hanno un legittimo diritto ad un risarcimento, non da parte del contribuente, ma da parte dello stato. Il problema qui è che c'è un grande gruppo di persone con una rivendicazione ancora migliore, vale a dire, la grande massa di contribuenti oppressi. Queste persone, i produttori a lungo espropriati coattamente della ricchezza reale, possono vantare una richiesta di risarcimento migliore rispetto ai detentori del debito pubblico. Per una questione di rigorosa giustizia, qualsiasi reclamo che i creditori di uno stato in bancarotta potrebbero presentare dovrebbe attendere il risarcimento dei contribuenti. Qualunque patrimonio rimanesse potrebbe poi essere diviso tra loro.

Sarebbe quindi giusto ripudiare il debito. Infatti è ingiusto continuare a pagare interessi su di esso, poiché ogni pagamento è un trasferimento coatto dai contribuenti ai creditori dello stato. Prima di concludere che lo stato debba andare in default, dobbiamo prendere in considerazione anche gli effetti economici del default. Se questi fossero devastanti, dopotutto, la prudenza potrebbe suggerire che sarebbe meglio subire l'ingiustizia del debito piuttosto che assistere ad un deterioramento sociale che potrebbe derivare dalla sua abolizione.


La natura del debito pubblico

Le persone che detengono debito pubblico inseriranno tale debito tra i loro attivi, insieme ad altri asset finanziari. Il debito pubblico, quindi, sembra che faccia parte del capitale delle persone investito in attività produttive, e dal punto di vista del singolo investitore è proprio così. Gli investitori non guardano necessariamente per cosa vengono utilizzati i loro fondi quando effettuano un investimento. Sono concentrati sulla sicurezza del loro capitale e sul rendimento atteso. Tuttavia l'economista ha una visione diversa del credito e può distinguere due tipi generali di investimento: credito al consumo e credito alla produzione.

Il credito al consumo è un prestito concesso al fine di un consumo presente. Il capitale risparmiato viene così distrutto o trasformato in beni di consumo durevoli come case e automobili. Il credito alla produzione, invece, viene prestato agli imprenditori che desiderano espandere la propria produzione. Se gli imprenditori hanno successo, il risultato è un allungamento della struttura della produzione e un aumento della produttività generale dell'economia. Entrambi i tipi di prestito devono essere rimborsati con il reddito attuale. Gli imprenditori, se hanno successo, rimborsano i prestiti con l'aumento delle entrate, reso possibile dall'investimento aggiuntivo, mentre i consumatori devono ridurre i loro risparmi e consumi per rimborsare i prestiti. Il credito alla produzione porta quindi ad un accumulo di capitale aggiuntivo e ad una maggiore produttività e ricchezza per tutta la società, mentre il credito al consumo riduce la quantità di capitale per gli investimenti produttivi al di sotto di quanto sarebbe stato altrimenti. Il credito al consumo è una forma di consumo di capitale, in altre parole.

Quando si tratta di valutare il debito pubblico, la domanda è se si tratti di una forma di credito alla produzione o di credito al consumo. Murray Rothbard sosteneva che tutta la spesa pubblica, compreso quello che viene chiamato investimento statale, è in realtà nella migliore delle ipotesi una forma di spesa per consumi. Anche se potrebbe sembrare che la spesa pubblica per beni immobili, come dighe o strade, costituisca una sorta di investimento, in realtà non è così:

In qualsiasi tipo di economia, i beni capitali sono costruiti non per quanto possano fare bene all'investitore, ma per usarli e produrre beni di ordine inferiore e, infine, di consumo. In breve, una caratteristica di una spesa per investimenti è che il bene in questione non viene utilizzato per soddisfare i bisogni dell'investitore, ma di qualcun altro: il consumatore. Tuttavia quando lo stato confisca risorse all'economia privata, non fa altro che distruggere i desideri dei consumatori; quando lo stato investe in un bene, lo fa per servire i capricci dei funzionari statali, non i desideri dei consumatori. Pertanto nessuna spesa pubblica può essere considerata un vero "investimento" e nessun patrimonio di proprietà dello stato può essere considerato capitale.

L'investimento statale, conclude Rothbard, deve quindi essere considerato una forma di consumo, e per di più una forma di consumo anti-produttiva. Questo è vero anche per le spese inizialmente finanziate da prestiti allo stato, poiché il rimborso di tali prestiti dipende invariabilmente dalle entrate fiscali future, non dall'impiego produttivo di "beni" statali.

Dobbiamo quindi concludere che il debito pubblico è una sorta di prestito al consumo contratto per finanziare la spesa per consumi di politici e burocrati. Ripudiarlo non interferisce e non scompone la struttura produttiva della società. Al contrario, poiché i contribuenti non dovranno più pagare le tasse per finanziare il debito, avranno redditi netti più elevati e più fondi disponibili per gli investimenti di quanto sarebbe altrimenti. Mentre il debito pubblico appare come capitale agli investitori che lo detengono, è chiaro che non si tratta di capitale reale, ma piuttosto di un diritto sulla presa forzata di risorse da cittadini produttivi. Possiamo forse appropriarci di un termine marxista e chiamare i titoli di stato "capitale fittizio" per sottolineare il fatto che non fanno parte della struttura produttiva del capitale della società, ma in realtà la deteriorano.

Un effetto immediato del default di uno stato sarà quindi un aumento dell'accumulo reale di capitale, sebbene l'eliminazione del debito pubblico possa dare alle persone l'impressione che i loro risparmi personali, nella misura in cui sono stati investiti in titoli di stato, siano stati ridotti. Questa impressione non farà che rafforzare la tendenza all'accumulo di capitale, poiché il tasso di risparmio dipende in parte da quanto le persone hanno già risparmiato. Se i loro risparmi vengono ridotti dall'inadempienza dello stato, tenderanno a limitare il consumo corrente e ad aumentare il loro tasso di risparmio.

Un secondo effetto del default è che il rating del credito dello stato ne risente. Il debito pubblico è spesso considerato un investimento molto sicuro, ma quando uno stato va in default, la fiducia degli investitori viene gravemente scossa. Sarà quindi molto più difficile per uno stato inadempiente raccogliere fondi attraverso l'assunzione di prestiti in futuro, e potrà farlo solo ad un tasso d'interesse decisamente alto. Questo, ancora una volta, significa non solo che ci saranno meno fondi disponibili per la spesa pubblica, ma anche che sarà più probabile che i fondi extra resi disponibili per gli investimenti dall'atto di un default vengano investiti nel settore privato e non in nuove emissioni di obbligazioni sovrane.


Ripudiare il debito pubblico degli Stati Uniti

Il default di uno stato sarebbe quindi economicamente vantaggioso, ma come accadrebbe nel mondo reale? Prendiamo il caso del governo degli Stati Uniti. Secondo l'orologio del debito, il fardello degli Stati Uniti è di circa $28.000 miliardi. Con l'attuale PIL del 2020 a $20.930 miliardi, ciò significa un livello di indebitamento di circa il 133% del PIL. Gran parte di questo debito è dovuto a varie agenzie governative e può essere semplicemente cancellato; dopo tutto, il debito che il governo degli Stati Uniti deve a sé stesso è sia una sua passività che attivo. La cifra ufficiale per le partecipazioni intragovernative è di circa $6.000 miliardi, ma questo è in realtà un eufemismo. Sotto il titolo di "debito detenuto dal pubblico", il Government Accountability Office (GAO) elenca i governi statali e locali. A seconda della teoria costituzionale a cui si aderisce, questi governi sono creature del governo federale o il governo federale è stato creato dagli stati; in entrambi i casi si tratta chiaramente di una sorta di holding intragovernativa. Nell'anno fiscale 2019 i governi statali e locali detenevano il 6% dei $16.800 miliardi detenuti "dal pubblico" in quel momento, o circa $1.000 miliardi. È improbabile che da allora abbiano aumentato le loro partecipazioni e penso sia ragionevole presumere che non le abbiano ridotte.

La voce molto più grande nascosta sotto il debito "detenuto dal pubblico" è il debito detenuto dalla Federal Reserve. Anche se sì, è vero che le banche Federal Reserve sono di proprietà delle banche membri private, in fin dei conti è semplicemente una facciata. La Federal Reserve è chiaramente un'agenzia creata dal governo USA, il cui consiglio di amministrazione è nominato dal governo federale e che ha il compito di gestire la politica monetaria per conto del governo USA. Potrebbe essere formalmente privata, ma in realtà la Federal Reserve è un'agenzia governativa. Il debito detenuto dal sistema dovrebbe quindi aggiungersi alle partecipazioni intragovernative che in linea di principio possono essere semplicemente cancellate. L'11 febbraio la Federal Reserve deteneva quasi $4.800 miliardi di debito pubblico degli Stati Uniti, il risultato della monetizzazione dell'enorme deficit del 2020 oltre al debito accumulato attraverso i vari cicli di quantitative easing precedenti.

Nel complesso, quindi, $11.800 miliardi sono detenuti da agenzie governative e governi statali e possono essere semplicemente cancellati. Il debito reale detenuto dal pubblico è "solo" $16.200 miliardi, o circa il 77% del PIL. L'eliminazione di questo debito rappresenterà ancora un enorme shock per il sistema. Le famiglie e le organizzazioni non profit statunitensi possedevano $98.700 miliardi in asset finanziari nel terzo trimestre del 2020. Ignorando i $6.800 miliardi di proprietà degli stranieri, il ripudio significherebbe una riduzione di $9.400 miliardi di asset finanziari dei cittadini statunitensi o un calo di circa il 10%. Tutto ciò presuppone che le valutazioni di altri asset finanziari non siano influenzate dal ripudio, ma ciò è improbabile. L'incertezza che ne deriverà porterà, almeno nel breve periodo, ad un aumento dei tassi d'interesse e quindi ad un calo generale del valore degli asset finanziari, esacerbando l'impressione di un calo del risparmio.

Il risultato sarà, da un lato, che la maggior parte degli americani scoprirà che i propri risparmi sono notevolmente inferiori a quanto pensavano che fossero, ma, dall'altro, che l'eliminazione del pagamento degli interessi sul debito pubblico ridurrà l'onere per i contribuenti e renderà loro più facile aumentare i propri risparmi. Poiché è improbabile che le persone siano talmente sciocche da investire in titoli di stato, ciò significherà un aumento della disponibilità di capitale produttivo, un aumento della produttività e, in breve tempo, un aumento dei redditi reali della popolazione in generale.

Oltre al debito del governo federale, i governi locali e statali hanno anche accumulato un debito di $3.200 miliardi. Gli effetti del ripudio di questi debiti saranno simili. I benefici per i contribuenti saranno maggiormente concentrati negli stati e nei comuni più fortemente indebitati, ma l'eliminazione del capitale fittizio avrà gli stessi effetti sull'economia nel suo complesso.


Default sovrano e privatizzazione

Il ripudio del debito metterà a repentaglio i redditi dei pensionati, troppo vecchi e fragili per ricongiungersi alla forza lavoro produttiva, dal momento che i fondi pensione privati ​​e le compagnie di assicurazione hanno investito pesantemente in titoli di stato. Ciò è particolarmente vero per quelle giurisdizioni in cui i lavoratori sono costretti ad avere i propri risparmi in specifici fondi pensione. Cedere la proprietà di asset statali, ciò che Rothbard chiama asset di scarto, ai fondi pensione mitigherebbe l'impatto sui pensionati e aumenterebbe la quantità di beni di produzione disponibili per l'occupazione produttiva.

Questa possibilità è di particolare importanza per il Giappone ed i Paesi europei. Il debito pubblico giapponese è uno dei più alti tra i Paesi sviluppati, con quasi il 177% del PIL secondo il Fondo monetario internazionale (FMI). È inoltre detenuto principalmente da investitori e fondi pensione giapponesi. I benefici di un default saranno quindi ancora maggiori in Giappone che negli Stati Uniti, ma se il ripudio non deve significare indigenza per molti anziani, i fondi pensione dovranno essere compensati con beni statali. In questo contesto sarà essenziale la privatizzazione dei beni pubblici come parte del default. Questo vale anche per i Paesi europei, sebbene i livelli del debito europeo non siano così elevati come in Giappone.

Il default statale ridurrà le tasse sui membri produttivi della società ed eliminerà il capitale fittizio. In quanto tale, è una situazione chiaramente vantaggiosa. Le persone che hanno investito molto in titoli di stato rischiano di subire perdite, ma questo può essere mitigato trasferendo gli asset statali agli obbligazionisti. Se debba essere così mitigato è una questione etica; chi è costretto a detenere obbligazioni tramite la propria pensione non è certo collaboratore del male e può ragionevolmente essere considerato spettatore innocente. Non si può quindi escludere un risarcimento per il mancato guadagno per motivi morali e la prudenza può imporre una qualche forma di privatizzazione della proprietà statale per garantire che i pensionati non siano lasciati indigenti. La nostra analisi etica chiarisce che il risarcimento può essere legittimamente pagato solo agli obbligazionisti che sono spettatori innocenti, per così dire. Coloro che hanno consapevolmente investito nel debito pubblico non possono avere diritto ad un risarcimento. Determinare esattamente chi dovrebbe essere considerato un complice dello stato e chi uno spettatore innocente è una questione pratica da determinare in ogni situazione particolare.

L'analisi economica del ripudio si applica al debito pubblico a tutti i livelli ed a tutti i Paesi. La questione centrale non è quanto è grande lo stato o quanto sia in debito, ma piuttosto se il debito è finanziato dalle tasse. In tal caso ripagare il debito pubblico, invece di ripudiarlo, è di fatto distruttivo per la ricchezza reale.

Finora non ho menzionato gli effetti del ripudio del debito sui mercati finanziari e sul sistema monetario. L'ortodossia finanziaria moderna vuole che i mercati abbiano bisogno di un asset "sicuro" e che gli stati siano incaricati di fornire tali asset sotto forma di obbligazioni prive di rischio. Se i mercati finanziari venissero improvvisamente privati ​​dei titoli di stato, ne deriverebbero dei problemi. Data la popolarità di tale pensiero, così come l'importanza dei titoli di stato nella finanza moderna, non possiamo concludere la nostra tesi a favore di un default sovrano senza esaminare anche queste argomentazioni.


Il ruolo del debito pubblico nel settore imprenditoriale

L'uso più frequente del debito pubblico nella finanza, in particolare del debito a breve termine, è da parte delle aziende, che lo detengono perché lo considerano un asset sicuro e altamente liquido. Detenendo titoli statunitensi invece di denaro, possono risparmiare sulla necessità di liquidità e guadagnare un piccolo ritorno sulle loro partecipazioni. Li considerano un mezzo di scambio secondario, come li definiva Mises, o "quasi denaro" come invece diceva Rothbard. Come spiega Mises:

Chi possiede uno stock di merci con un alto grado di commerciabilità secondaria [cioè, liquidità] è in grado di limitare la sua detenzione di liquidità propriamente detta. Può aspettarsi che, quando un giorno gli sarà necessario aumentare la sua disponibilità liquida, sarà in grado di vendere senza indugio suddette merci con un alto grado di commerciabilità secondaria al prezzo più alto ottenibile sul mercato [...]. L'entità della liquidità e le spese sostenute per mantenerla possono essere ridotte se sono disponibili merci producenti reddito con un alto grado di commerciabilità secondaria.

Il "quasi denaro" non è usato in cambio di altri beni e questo va sottolineato. È principalmente detenuto dalla tesoreria di una società al posto del denaro in modo da guadagnare un piccolo ritorno sui pagamenti delle cedole o sull'apprezzamento previsto. Quando c'è necessità di fondi, i titoli di stato statunitensi e altri tipi di "quasi denaro" vengono venduti per denaro e quest'ultimo viene quindi utilizzato in normali transazioni commerciali.

Il motivo per cui i titoli di stato statunitensi vengono utilizzati in questo modo è duplice: il mercato per loro è molto liquido e sono considerati un investimento molto sicuro o privo di rischi. In questi giorni, tuttavia, il mercato profondo dei titoli di stato statunitensi è in gran parte un'illusione. Come sottolineato in precedenza, circa il 40% del debito pubblico degli Stati Uniti è dovuto a varie agenzie governative, dalla Federal Reserve ai governi locali. È giusto dire che, a questo punto, il mercato dei titoli di stato USA è liquido solo perché la Federal Reserve è pronta a comprarli tutti. A questo punto i banchieri centrali stanno discutendo apertamente questo aspetto delle loro operazioni: la banca centrale deve agire come "market maker di ultima istanza", il che significa, in pratica, che i prezzi delle obbligazioni non possono mai e poi mai scendere.

Il fatto che i titoli di stato USA siano considerati privi di rischio è chiaramente collegato alla loro elevata liquidità, poiché sicurezza in questo senso significa semplicemente essere sempre in grado di venderli al prezzo che ci si aspetta. È anche chiaro che questo tipo di sicurezza non esiste nel mondo reale in costante cambiamento. Ciò che affermano coloro che li definiscono privi di rischio è essenzialmente che le persone hanno il diritto di godere di un reddito stabile e sicuro, e che è compito dello stato fornire un asset generatore di reddito libero dalle leggi del mercato. Mises descrisse questo punto molto tempo fa:

Lo Stato, questa nuova divinità dell'era nascente della statolatria, questa istituzione eterna e sovrumana fuori dalla portata delle fragilità terrene, offre al cittadino l'opportunità di mettere al sicuro le sue ricchezze e di godere di un reddito stabile protetto da tutte le vicissitudini [...]. Colui che investe i suoi fondi in obbligazioni sovrane emesse dallo stato e dalle sue suddivisioni non è più soggetto alle leggi ineludibili del mercato e alla sovranità dei consumatori [...]. Non è più un servitore dei suoi concittadini, soggetti alla loro sovranità; è un partner dello stato che governa il popolo e chiede loro tributi.

Il fatto che le società, e non semplicemente un'élite di redditieri parassiti, siano state indotte dallo stato ad utilizzare obbligazioni sovrane per le loro esigenze di liquidità non cambia l'analisi di Mises. È ancora una pretesa assurda pensare che esista una cosa come un asset privo di rischio, per non parlare del fatto che se ne abbia diritto o che il funzionamento del mercato dipenda da esso.

L'unico modo in cui i titoli di stato possono essere giudicati come asset privi di rischio è se la banca centrale è pronta ad acquistarli con denaro dal nulla. Gli economisti socialdemocratici se ne rendono conto e non fanno mistero di chi beneficia realmente dello status privo di rischio delle obbligazioni sovrane: lo stato stesso. Come scrive l'economista tedesco Fabian Lindner: "Solo quando i titoli di stato saranno sufficientemente a prova di insolvenza che gli investitori presteranno denaro agli stati a tassi d'interesse bassi. Solo allora gli stati potranno aumentare la spesa [...]".

I socialisti hanno un partner improbabile nella loro ricerca di obbligazioni prive di rischio: ciò che noi con un'espressione un po' datata possiamo chiamare alta finanza.


Debito pubblico e finanza

In quest'epoca di mercati iper- finanziarizzati, l'uso del debito pubblico è fondamentale per il funzionamento delle istituzioni finanziarie. In quanto garanzia di altissima qualità utilizzata nelle operazioni di riacquisto, i titoli di stato sono un ingrediente essenziale nel funzionamento dei moderni mercati dei pronti contro termine.

I pronti contro termine sono essenzialmente prestiti garantiti e altamente liquidi. In caso di pronti contro termine aperti o con scadenza giornaliera, il prestito può essere rimborsato il giorno stesso. È in corso un dibattito sull'opportunità di considerare le operazioni di pronti contro termine come una forma di sostituti del denaro, un punto sostenuto da Gabor e Vestergaard, ma per gli scopi attuali non è necessario risolvere questa diatriba. I pronti contro termine, anche se sono solo una forma di "quasi denaro", sono comunque asset molto liquidi e molto ricercati.

Tuttavia il legame tra titoli di stato e pronti contro termine è più profondo: lo stesso titolo può essere utilizzato più volte nelle operazioni di pronti contro termine, il che significa che l'offerta di pronti contro termine è un multiplo dei titoli che fungono da garanzia. Pertanto è comprensibile il motivo per cui gli investitori si lamentano della "carenza" di debito pubblico: non solo è considerato un asset privo di rischi in sé, ma può essere utilizzato per generare un flusso infinito di tali asset.


Gli effetti finanziari e monetari del default

Questa breve panoramica dovrebbe essere sufficiente per rendere evidente l'importanza finanziaria dei titoli di stato. Dal momento che nessuno, nel nostro attuale sistema inflazionistico, vuole tenere più denaro di quanto deve, le società e le istituzioni finanziarie detengono invece "quasi denaro" di diverso tipo nelle loro tesorerie. La confusione tra denaro ed asset altamente liquidi è così grande che i gestori finanziari chiamano abitualmente "contanti" le loro partecipazioni in titoli di stato. Non è solo una questione di pedanteria, poiché c'è una differenza molto grande tra il denaro contante, da un lato, e gli asset che devono essere venduti prima che i proventi possano essere utilizzati dall'altra. In circostanze normali è probabile che i mercati siano liquidi e non vi è alcun problema a realizzare le proprie disponibilità in titoli. Ma è proprio quando è probabile che uno abbia maggiormente bisogno delle proprie riserve di liquidità (cioè, in una crisi finanziaria) che i mercati diventeranno illiquidi ed i prezzi scenderanno. La dipendenza dal "quasi denaro" è quindi uno dei tratti distintivi del fragile sistema finanziario moderno e uno dei motivi per cui questo sistema cesserebbe di funzionare se le banche centrali non fossero sempre pronte ad intervenire come market maker di ultima istanza.

Quali sarebbero le conseguenze se il debito pubblico venisse ripudiato e l'offerta di titoli emessi dallo stato scomparisse? Se accadesse da un giorno all'altro, senza preavviso, è chiaro che ne deriverebbe una grave carenza di liquidità. Non solo i titoli di stato stessi diventerebbero privi di valore, ma anche tutti i pronti contro termine da essi sostenuti. Molte istituzioni finanziarie dovrebbero quindi affrontare una forte riduzione dei loro bilanci.

Questo non è così diverso da quello che abbiamo già descritto sopra: le persone si svegliano scoprendo che i loro titoli di debito pubblico sono solo "capitale fittizio". Tuttavia l'eliminazione di una grande classe di "quasi denaro"a ha più conseguenze: poiché tali asset si detengono per la loro liquidità, il risultato della loro scomparsa sarà una corsa alla liquidità. La domanda di denaro e per altri tipi di "quasi denaro" aumenterà, mentre gli attori di mercato tenteranno di ricostituire le tesorerie della loro società. Questa domanda supplementare si tradurrà in una calo dei prezzi su tutta la linea e in un aumento dei tassi d'interesse, poiché la domanda di beni presenti (il denaro) aumenta bruscamente.

Il caos che rischia di diffondersi nei mercati finanziari sarà solo mitigato in qualche modo annunciando in anticipo che un default sovrano è imminente. Man mano che diventa più certo che il debito diventerà inutile, la sua utilità nella finanza diminuirà e gli attori di mercato cercheranno di sbarazzarsene. Tuttavia questo può solo ammorbidire la caduta; la dipendenza della finanza da asset sicuri è incorporata nel sistema ed è difficile vedere come si possa rimuoverli senza far crollare l'intera struttura. Questo è un problema per il sistema finanziario e non per l'economia nel suo insieme.

Infatti è un gradito vantaggio l'eliminazione del debito, cosa che significherà anche la fine della finanziarizzazione e il ritorno a forme più solide di intermediazione del credito. La crisi sarà principalmente finanziaria, poiché l'offerta di capitale reale non sarà cambiata. Infatti, come abbiamo già sottolineato, l'eliminazione del capitale fittizio aumenterà i tassi di risparmio e porterà ad una maggiore formazione di capitale, parte del quale sarà disponibile per la ricostituzione del sistema finanziario su linee più solide.


Conclusione

Questo saggio ha esaminato la questione del debito pubblico in base ai punti di vista più importanti. Abbiamo scoperto che si tratta di un'atrocità etica, che è un fardello economico e che sostiene un sistema finanziario malsano. La conclusione non può che essere che il debito pubblico non serve al bene comune; è un'imposizione su tutta la società, e in particolare sui suoi membri più produttivi, a vantaggio di politici e speculatori finanziari irresponsabili che si credono titolari di un bene “privo di rischi”.

Il debito pubblico, come disse Mises, "è un elemento estraneo ed inquietante nella struttura di una società di mercato". Il fatto che la finanza moderna sia uno dei principali beneficiari della sua esistenza non cambia questo fatto; mostra solo quanto sia lontano il sistema finanziario dal suo ruolo in una società libera. Dopo aver esaminato la questione in ogni modo e trovato positivo il default sovrano, liberiamoci del debito pubblico, una volta per tutte. Non si tratta semplicemente del fatto che sia troppo alto, o che le tasse e l'inflazione utilizzate per sostenerlo siano troppo onerose. La cosa davvero importante è l'abuso che se ne fa!


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/