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martedì 13 ottobre 2026

I Paesi Bassi tasseranno le plusvalenze non realizzate: l'accaparramento di ricchezza da parte dell'UE e le implicazioni mondiali

Il debito pubblico è come un enorme iceberg e le obbligazioni già emesse ne costituiscono la parte visibile. Infatti il dato del debito pubblico mondiale, pari al 94% del PIL, racconta solo una parte della storia. Sotto la superficie si celano impegni non finanziati relativi a pensioni, sanità e altre voci di spesa prive di copertura adeguata, che complessivamente ammontano al 300% del PIL. Limitarsi a considerare il debito in circolazione offre un quadro incompleto di ciò che i contribuenti potrebbero trovarsi a dover finanziare in futuro. Peggio ancora, fornisce una percezione errata della solvibilità dei governi. Il FMI prevede che il debito pubblico mondiale raggiungerà il 100% del PIL entro il 2029, una crescita trainata dalle principali economie. Il problema, dunque, va ben oltre i mercati emergenti solitamente associati alle crisi del debito. La pressione diventerà più difficile da gestire se i governi europei continueranno a rimandare i tagli alla spesa e le riforme strutturali. La crescente domanda di spesa sociale e per la difesa, unita all'aumento degli oneri per interessi, aggrava ulteriormente la situazione. Ogni governo può ritenere essenziali i propri piani di spesa, ma definirli tali non li rende sostenibili dal punto di vista finanziario. I politici possono annunciare benefici immediati lasciando ai contribuenti futuri l'onere di coprirne i costi. Tagliare la spesa suscita immediate opposizioni, mentre il ricorso all'indebitamento permette di rimandare il confronto con la realtà. Tuttavia, rifiutarsi di scegliere tra priorità contrastanti non elimina i costi: il conto viene semplicemente trasferito ad altri, e a condizioni peggiori. Le banche centrali possono facilitare l'indebitamento e aiutare i governi europei a mascherare il problema per un certo periodo. Minori oneri per interessi possono offrire un certo sollievo; tuttavia, i governi europei utilizzano tale sollievo per aumentare la spesa anziché risanare i conti pubblici. Di conseguenza, il problema di fondo continua ad aggravarsi. Il “quantitative easing” può tranquillizzare i mercati e ridurre i premi al rischio nel breve termine. Tuttavia, le banche centrali non possono “stampare” solvibilità e gli acquisti di titoli statali non rendono sostenibile una spesa eccessiva permanente. Inoltre, il “quantitative easing” non fa sparire gli obblighi del settore pubblico. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, quando una banca centrale acquista titoli di Stato a lungo termine utilizzando riserve bancarie fruttifere, sostituisce di fatto un indebitamento a lungo termine con passività il cui costo varia in funzione dei tassi di interesse “overnight”. Considerati nel loro insieme, governo e banca centrale risultano più esposti – e non meno – agli aumenti dei tassi a breve termine. Una volta compresa questa situazione, appare chiaro anche il motivo per cui l'inflazione è in aumento. BCE e governi europei stanno erodendo il potere d'acquisto della valuta emettendone una quantità in eccesso rispetto alla domanda del settore privato. Inoltre, l'aumento della pressione fiscale indebolisce costantemente il settore privato. La combinazione di questi fattori porta a stagnazione e inflazione persistente. A pagarne le conseguenze sono risparmiatori e contribuenti, attraverso la perdita di potere d'acquisto. Poiché i governi europei utilizzano poi i risparmi per finanziare ulteriori deficit, i cittadini subiscono un doppio danno. Sottrarre potere d'acquisto ai risparmiatori non rende il debito sostenibile; rende tutti più poveri. La soluzione risiede nel taglio della spesa e nella riforma dei programmi di spesa obbligatoria, prima che una crisi imponga cambiamenti drastici. Anche una maggiore produttività, gli investimenti privati ​​e la concorrenza devono far parte della risposta. I governi europei non possono continuare a indebolire l'economia produttiva con una tassazione in costante aumento, aspettandosi al contempo che essa finanzi promesse di spesa sempre più onerose. La BCE non è in grado di risolvere il problema della bolla del debito sovrano. L'effetto placebo a breve termine svanisce sempre più rapidamente, indipendentemente dall'entità del suo ennesimo piano di acquisto titoli. La repressione finanziaria non fa guadagnare tempo, poiché i governi europei non sono incentivati ad agire, lasciando irrisolto il problema di fondo. I cittadini europei stanno pagando il prezzo di tale irresponsabilità attraverso l'inflazione, una crescita più debole, salari netti reali più bassi e tasse più elevate. L'incalzare di una crisi nel mercato obbligazionario europeo è il segnale definitivo del logoramento dell'economia produttiva a causa dell'effetto “crowding out” e della repressione finanziaria.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/i-paesi-bassi-tasseranno-le-plusvalenze)

Nei Paesi Bassi si sta addensando una tempesta fiscale. Con la potenziale introduzione di una tassa sulle plusvalenze non realizzate, l'Aia si appresta a diventare un banco di prova per il trasferimento sistematico di ricchezza dal settore privato allo Stato. A tutti i livelli di governo, l'Unione Europea si sta trasformando sempre più in un aggressivo sistema parassitario.

Nell'UE si sta intensificando un profondo scontro tra settore pubblico e privato. Entrambe le camere del parlamento olandese si pronunceranno sull'introduzione di una tassa annuale sulle plusvalenze non realizzate. D'ora in poi, tutti gli incrementi di valore – dagli immobili alle azioni, dalle obbligazioni alle crittovalute – rientrerebbero in questo quadro fiscale.

Questa mossa accelera l'estrazione di capitali dal settore privato, costituendo una violazione delle regole politiche. Redditi e patrimoni già tassati verrebbero ulteriormente colpiti sulla base di guadagni ipotetici, ostacolando gravemente l'accumulo di ricchezza privata.

Questo provvedimento gode di sostegno sia tra i partiti di destra che tra quelli di sinistra. Riflette una sorta di logica fiscale a ferro di cavallo, foriera di una grave crisi finanziaria nazionale.

Per l'UE nel suo complesso, si tratta di una situazione disastrosa. Il fatto che una nazione con un rapporto debito/PIL di appena il 46% e nuovi prestiti pari a poco più del 2% del PIL dichiari di fatto guerra al capitale privato, segnala profonde distorsioni economiche in una delle economie di maggior successo d'Europa. Viene spontaneo chiedersi: se questo accade nei Paesi Bassi, cosa significa per il resto dell'Unione Europea?

 

La fine dell'economia produttiva 

Uno sguardo al settore manifatturiero dell'Eurozona suggerisce che si sta addensando una tempesta. La deindustrializzazione in Germania, la più grande base industriale d'Europa, è iniziata nel 2018 e da allora ha subito un'accelerazione, con una massiccia fuga di capitali. Ciò che vale per la Germania vale a maggior ragione per le fragili economie periferiche europee.

Per decenni, l'economia europea si è spostata dalla produzione verso modelli finanziari e di rendita patrimoniale. Con l'avanzare della finanziarizzazione, la produzione e la creazione di valore si delocalizzano sempre più all'estero. Questo rispecchia un processo che gli Stati Uniti hanno attraversato per decenni e che hanno tentato di invertire sotto la presidenza di Donald Trump.

Gli stati europei non vedono via d'uscita dalla spirale economica negativa creata dall'espansione dei sistemi di welfare, dalla migrazione incontrollata e dal lento declino della produttività industriale di base. I politici stanno prendendo tempo espropriando i risparmi dei cittadini per eludere le crescenti pressioni per le riforme.

Quando la pazienza della società raggiungerà il punto di rottura, l'Europa potrebbe assistere a scene simili a quelle che si stanno verificando attualmente negli Stati Uniti, dove il governo ha di fatto dichiarato guerra all'immigrazione clandestina, in una battaglia che lo vede contrapposto a forze di estrema sinistra, globalisti e fondazioni straniere.

La questione cruciale per l'Europa è: per quanto tempo le popolazioni autoctone tollereranno gli attacchi finanziari dello Stato senza chiedere corrispondenti riforme in materia di migrazione e welfare?

Diversi Stati membri dell'UE applicano già imposte progressive su successioni e donazioni. La Norvegia ha di recente introdotto un'imposta patrimoniale di circa l'1% sui patrimoni netti superiori a €160.000 a persona, suscitando perplessità in una delle nazioni più ricche d'Europa. La Spagna applica un'imposta patrimoniale progressiva fino al 3,5%, oltre a un prelievo patrimoniale di solidarietà per i patrimoni superiori a €3 milioni: “solidarietà”, una parola d'ordine politica usata per giustificare retoricamente l'imminente espropriazione fiscale.

Questa espropriazione è imminente. I partiti della coalizione hanno trascorso l'ultimo anno a gettare le basi per una massiccia espansione delle imposte di successione. Sarebbe imprudente escludere che la Corte costituzionale tedesca, influenzata dalla politica, possa approvare in futuro una tassa nazionale sul patrimonio.

 

Costruire un'economia pianificata centralmente 

La Germania sta spingendo l'Europa verso il socialismo. La formazione del capitale e le strutture familiari indipendenti, che potrebbero costituire una potente opposizione sociale, sono sempre più disprezzate dalle élite politiche.

Non si può più negarlo: il modello economico dell'UE e la frenetica spinta a trasformarlo in un'economia verde pianificata riflettono il crescente panico a Bruxelles, Berlino e Parigi. Ogni tentativo di mascherare il collasso economico con il debito fallisce: i danni collaterali delle economie verdi pianificate centralmente si insinuano nella coscienza pubblica.

La difficile situazione economica delle nazioni più deboli dell'Europa meridionale non necessita di lunghe spiegazioni. È risaputo che l'Eurozona, in quanto unione monetaria volta a integrare economie con livelli di produttività estremamente diversi, come quelle di Germania e Grecia, ha fallito.

Ora le crepe sono visibili e gli Stati difendono il loro potere attraverso l'estrazione sistematica di capitali privati. L'Europa è sulla difensiva.


L'Europa negli Stati Uniti

Ovunque il modello europeo sia stato adottato, la politica del luogo ha impiegato strumenti simili. L'elezione del socialista Zohran Mamdani a sindaco di New York lo scorso anno ha attirato l'attenzione. La sua vittoria è stata alimentata da un'integrazione politicamente mirata dei migranti musulmani, oltre a una alleanza con l'establishment finanziario di sinistra, il quale tra l'altro ha orchestrato una campagna elettorale di successo.

Con l'elezione di Mamdani, ingenti capitali sono ora intrappolati, letteralmente. Chi non riuscirà a trasferirsi dovrà affrontare una tassazione massiccia. Mamdani, che ha basato la sua campagna elettorale su trasporti pubblici gratuiti, tetti agli affitti e mercati pubblici, ha annunciato un piano per colmare un deficit di bilancio di $10 miliardi con una tassa patrimoniale. 

New York è ora un centro nevralgico della campagna elettorale del Partito Democratico, posizionata in contrapposizione al cuore della rinascita conservatrice innescata dalla deregolamentazione e dai tagli fiscali di Donald Trump.

In California, lo stato americano più filoeuropeo, è stata introdotta la “Legge sulla tassazione dei miliardari”, con il governatore Gavin Newsom che prevede un'imposta patrimoniale una tantum del 5% sui patrimoni netti superiori a $1 miliardo. L'emigrazione dal Golden State è già iniziata, insieme al trasferimento di decine di migliaia di posti di lavoro altrove. La miopia di questa linea di politica è superata solo dalla sua infantile aggressività.

A livello mondiale, rimane fondamentale preservare i centri economici che difendono i principi del mercato e l'accumulazione di ricchezza privata, i veri portabandiera della civiltà. Nel frattempo, la deriva dell'UE verso la barbarie socialista sembra pressoché inevitabile.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 8 ottobre 2026

La trappola del debito statunitense: una crisi senza scadenza

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-trappola-del-debito-statunitense)

Ogni tot. mesi, un nuovo saggio dichiara che la trappola del debito statunitense è finalmente scattata. L'ultimo che sta circolando, pubblicato da The Economist, è ben scritto e davvero inquietante. Sostiene che Washington si è indebitata in modo così sconsiderato che la Federal Reserve non osa più aumentare i tassi di interesse. Farlo, avverte l'articolo, farebbe esplodere l'intera struttura e porterebbe i costi di finanziamento fuori controllo. È una storia avvincente, ottima per clic e visualizzazioni, e ne leggo versioni sin dal declassamento del rating creditizio del 2011.

Ecco il problema con la tesi “trappola del debito statunitense”, o con qualsiasi altra delle innumerevoli varianti sul tema: non è mai accompagnata da una data. Perché è importante? Qualsiasi analisi, per essere utile, deve includere tre aspetti fondamentali.

  1. Una data precisa in cui si verificherà la “crisi”. Senza una data precisa, l’analisi non può essere valutata in termini di accuratezza o validità.

  2. Quale sarà nello specifico la crisi? Un default del debito, un contagio finanziario, un crollo del mercato, una recessione economica, ecc.

  3. La domanda cruciale è: quale sarà l'esito finale della crisi e, nello specifico, quando finirà?

Senza questi elementi, e soprattutto senza una data in cui l'evento si verificherà, l'analisi non è una “previsione”, ma una “impressione”.

Un buon esempio è Ray Dalio, che quasi ogni anno prevede l'avvicinarsi di una crisi finanziaria.

• Marzo 2015 – Il gestore di hedge fund Dalio ritiene che la FED possa ripetere la situazione del 1937.

• Gennaio 2016 – Il superciclo del debito, lungo 75 anni, sta per finire.

• Settembre 2018 – Ray Dalio afferma che l'economia sembra quella del 1937 e che tra circa due anni arriverà una recessione.

• Gennaio 2019 – Ray Dalio prevede un rischio significativo di recessione negli Stati Uniti.

• Ottobre 2022 – Dalio avverte di una tempesta perfetta per l'economia (quello fu anche il minimo del mercato azionario).

• Settembre 2023 – Dalio afferma che gli Stati Uniti andranno incontro a una crisi del debito.

Ma si può risalire ancora più indietro nel tempo, a circa dieci anni fa, quando scrisse di alcuni dei suoi più grandi errori:

Il più grande di questi errori si verificò nel 1981-82, quando mi convinsi che l'economia statunitense stesse per precipitare in una depressione. Le mie ricerche mi avevano portato a credere che, con la politica monetaria restrittiva della Federal Reserve e l'elevato debito in circolazione, ci sarebbe stata un'ondata mondiale di insolvenze e che, se la FED avesse cercato di gestirla stampando moneta, l'inflazione sarebbe accelerata. Ero così certo dell'arrivo di una depressione che lo proclamai sui giornali, in televisione e persino durante una testimonianza al Congresso.

Sebbene Dalio sia consapevole degli errori commessi tra il 1981 e il 1982, li ha ripetuti nel corso dell'ultimo decennio. Non intendo certo criticare Ray Dalio; è una persona brillante con una comprovata e straordinaria esperienza nella gestione del denaro.

Tuttavia, gli investitori che dieci anni fa diedero ascolto alle previsioni di Dalio su una "depressione" imminente si persero uno dei mercati rialzisti più significativi della storia degli Stati Uniti.


Il genere di crisi senza data

Il saggio apocalittico sulla politica fiscale è diventato una vera e propria forma letteraria.

• Si apre con un aggregato spaventoso;

• Si sposta verso una catena di ipotesi che “gridano disperazione”;

• Si conclude aspettando un “innesco” che si cela sempre appena oltre l'orizzonte.

L'autore di quest'ennesimo articolo su The Economist ci svela persino il mistero citando la famosa frase di Rudi Dornbusch: “Una crisi impiega molto più tempo ad arrivare di quanto si pensi, e poi arriva più velocemente di quanto si possa immaginare”.

Non solo è un'affermazione vera, ma è anche l'alibi perfetto.

Questo perché qualsiasi avvertimento basato su questo adagio non può mai essere sbagliato, ma solo anticipato. Quando la resa dei conti non si verifica, la risposta è che il “detonatore” non è ancora stato premuto. Il saggio citato si conclude proprio qui, indicando un'elezione di metà mandato contestata come possibile detonatore. Tale è la struttura di ogni profezia senza data: infalsificabile per sua stessa natura. Non si può smentire una previsione che si rifiuta di indicare un anno.

Non fraintendetemi, nutro simpatia per i falchi fiscali. Ho scritto più volte che la traiettoria a lungo termine del debito federale è un problema reale che Washington si rifiuta di affrontare. Ma c'è un abisso tra un rischio strutturale a lenta progressione e un “evento” imminente, e far coincidere i due è proprio il modo in cui si allontanano gli investitori dal mercato per un decennio, privandoli dell'interesse composto che finanzia la pensione. Questo è il danno silenzioso che questi articoli provocano.


La trappola ha bisogno di un ciclo di rialzi dei tassi che non arriverà

L'intera tesi della “trappola del debito statunitense” si basa su un unico presupposto fondamentale: la Federal Reserve sarà costretta a rialzare drasticamente i tassi di interesse per combattere l'inflazione, e questi tassi più elevati porteranno al fallimento del Dipartimento del Tesoro al successivo ciclo di rinnovo dei suoi titoli. Eliminando questo presupposto, la trappola non scatta. Analizziamo i dati.

La FED ha mantenuto il suo tasso di riferimento tra il 3,50% e il 3,75% per cinque riunioni consecutive. Nella riunione di luglio, tre presidenti di banche regionali si sono espressi in dissenso perché avrebbero voluto tassi più alti, ma la maggioranza dei voti li ha respinti. L'FMI non è certo un sostenitore della politica fiscale statunitense. Nella sua revisione ai sensi dell'articolo IV di aprile, ha descritto il tasso attuale come “vicino alla neutralità”. Neutrale non significa “intrappolato”. Neutrale è all'incirca la posizione in cui una banca centrale desidera trovarsi quando non sta né accelerando, né frenando. Questa non è certo l'immagine di un'autorità monetaria che ha perso il controllo del proprio strumento.

«Ma Lance, l'inflazione si aggira intorno al 3% e sta prendendo una direzione preoccupante».

Esatto, ed è qui che la cosa si fa interessante. Questa spinta inflazionistica non è una spirale salari-prezzi dovuta al surriscaldamento dell'economia con un aumento incontrollato dei salari. Si tratta di uno shock energetico che ha portato a un'impennata dei prezzi del petrolio dopo il conflitto con l'Iran, sovrapposto al trasferimento dei dazi sui beni di prima necessità.

L'FMI prevede che entrambi gli effetti si attenuino e che l'inflazione di base torni verso l'obiettivo del 2% durante la prima metà del 2027. Nel  frattempo, il rapporto sull'occupazione di luglio ha mostrato una vera e propria perdita di posti di lavoro. Un'economia che perde lavoratori mentre la banca centrale rimane neutrale non è la situazione ideale per un ciclo di inasprimento forzato, e la FED non prenderà una decisione di politica monetaria a lungo termine basata su fattori temporanei.

C'è un'ironia più profonda che sfugge anche al The Economist: livelli di debito molto elevati sono disinflazionistici nel tempo, non inflazionistici.

L'eccesso di debito ha un effetto moltiplicatore da zero a negativo, come dimostrato dagli economisti Jones e De Rugy in uno studio del Mercatus Center della George Mason University.

Il moltiplicatore misura il rendimento della produzione economica quando il governo spende un dollaro. Se il moltiplicatore è superiore a uno, significa che la spesa pubblica attrae il settore privato e genera maggiori consumi privati, investimenti privati ed esportazioni verso l'estero (inflazionismo). Se il moltiplicatore è inferiore a uno, la spesa pubblica spiazza il settore privato, riducendolo complessivamente (deflazionismo).

Le evidenze suggeriscono che gli acquisti pubblici riducono le dimensioni del settore privato, mentre fanno aumentare quelle del governo centrale. Nel complesso, i redditi crescono, ma i redditi prodotti dal settore privato diminuiscono.

In altre parole, ogni dollaro preso in prestito per ripagare il vecchio debito è un dollaro che non finanzia la nuova produzione. Questo fa scendere il tasso di interesse naturale, non salire. L'onere del debito stesso è una delle forze che tengono a freno i tassi in rapida crescita necessari per lo scenario catastrofico della “trappola del debito statunitense”. Ho spiegato perché i rendimenti seguono la crescita nominale piuttosto che l'entità del debito in un recente articolo sulla narrativa dei tassi.


Costi degli interessi: elevati, ma non inediti

Ora passiamo alla cifra più spaventosa di tutto il genere: l'affermazione che i costi degli interessi si stiano dirigendo verso “territori inesplorati”. L'affermazione che sento ripetere più spesso è che “gli interessi hanno appena superato i mille miliardi di dollari e ora superano il bilancio della difesa”. Questa è un'affermazione vera, e se si considera l'entità del bilancio della difesa, sembra certamente una cifra spaventosa. Nel 2025, i pagamenti netti di interessi federali si sono attestati intorno ai $970 miliardi e supereranno i mille miliardi di dollari quest'anno.

Il grafico sopra è il pezzo forte dei catastrofisti, e la linea è reale. Tuttavia, guardare quel numero isolatamente è alquanto insignificante a meno che non lo si rapporta all'economia, che è l'unico modo corretto di interpretarlo. In quest'ottica, i costi degli interessi erano pari al 3,15% del PIL nel 2025. Inoltre, si noti dove si colloca questo valore nel grafico qui sotto, proprio intorno al picco precedente raggiunto nel 1991, quando la repubblica americana, di fatto, non è andata in default.

In percentuale sulle entrate federali, gli interessi si attestano intorno al 18,5%. Anche in questo caso, il valore è vicino al picco dei primi anni '90, ma non “fuori scala”. La cifra del 4,6% che viene spesso citata come la realtà odierna è una proiezione del Congressional Budget Office per il 2036. Si tratta di un orizzonte temporale di ben dieci anni, che presuppone che la legislazione vigente non cambi mai, mantenendo i tassi elevati per tutto il periodo. Tale proiezione non è presente nei dati attuali.


Dove The Economist ha ragione

Sarebbe ingiusto affermare che l'intero saggio sia errato. Alcune parti sono certamente corrette e meritano rispetto, non un rifiuto automatico.

Innanzitutto, i deficit sono strutturalmente preoccupanti. Il deficit federale si è attestato al 5,9% del PIL nell'anno fiscale 2025, in calo rispetto al 6,3%. Secondo la più ampia misura dell'FMI relativa alle amministrazioni pubbliche, si colloca tra il 7% e il 7,5%. Inoltre, il debito è destinato a superare il 140% del PIL entro il 2031. Questa traiettoria non è sostenibile a lungo termine e fingere il contrario è di per sé una forma di negazione.

In secondo luogo, la propensione del Dipartimento del Tesoro americano verso i titoli a breve termine è una critica legittima. Finanziare un volume crescente di titoli a breve termine mantiene bassi i costi degli interessi attuali. Inoltre, aumenta il rischio di rinnovo. L'FMI ha esplicitamente segnalato la crescente quota di debito a breve termine come un “rischio di coda crescente”.

Tuttavia, da una prospettiva di gestione del portafoglio, è logico che il governo americano emetta oggi principalmente titoli a breve termine. Se il Dipartimento del Tesoro americano prevede un calo dei tassi in futuro, passerà a obbligazioni a più lunga scadenza.

Tuttavia, nulla di tutto ciò rende lo stock di debito in sé il fattore scatenante della “trappola del debito statunitense”.

In terzo luogo, il punto relativo al meccanismo di base è pertinente. Gli hedge fund che gestiscono le operazioni di basis sui titoli del Dipartimento del Tesoro americano con una leva finanziaria elevata hanno amplificato la disfunzione del marzo 2020, e sia l'FMI che la Banca dei Regolamenti Internazionali hanno avvertito che la struttura potrebbe bloccarsi nuovamente in caso di forte stress. Si tratta di una reale preoccupazione per la stabilità finanziaria, ed è la parte del saggio che vorrei sottolineare piuttosto che ignorare.

Tuttavia, è qui che The Economist ed io divergiamo: tutti e tre i punti elencati rappresentano rischi da gestire nei portafogli, non la prova di un'imminente esplosione.

Inoltre, vi sono prove che il genere catastrofista tende sempre a tergiversare. L'intera paura del rapporto debito/PIL si basa su una premessa implicita: che, al di sopra di una certa cifra tonda, una crisi diventi automatica. Se ciò fosse vero, il Giappone sarebbe collassato una generazione fa. Tokyo ha un debito pubblico lordo superiore al 230% del PIL, quasi il doppio del 120% circa degli Stati Uniti. Da decenni sopporta il peso del debito più gravoso del mondo sviluppato. Seguendo la logica del saggio citato, il Giappone dovrebbe essere un cratere fumante. Invece esso rimane economicamente funzionante, le sue obbligazioni sono ancora negoziate e non sono andate in default, e il suo governo continua a pagare tutte le cedole.

La domanda, quindi, è perché il Giappone sia sfuggito al giudizio e cosa questo possa significare per gli Stati Uniti.

• Innanzitutto, i meccanismi contano molto più del rapporto principale. Oltre il 90% dei titoli di Stato giapponesi è detenuto in patria, la Banca del Giappone da sola ne possiede circa la metà, e ogni yen di tale debito è denominato in una valuta che il Giappone stesso stampa.

• In secondo luogo, il Paese registra un surplus delle partite correnti ed è il maggiore creditore netto al mondo. Finanzia il proprio governo con i propri risparmi, non con la generosità di stranieri.

• E infine, ecco la parte che dovrebbe mettere a tacere i pessimisti. Il Giappone fa tutto questo SENZA possedere la valuta di riserva mondiale.

Per i catastrofisti della “trappola del debito statunitense”, quella singola frase ha un significato che va ben oltre ogni altra cosa. Lo status di valuta di riserva rappresenta un'offerta strutturale permanente per i titoli del Tesoro e il dollaro, che Tokyo può solo invidiare. Sull'unica variabile che il saggio citato considera decisiva, gli Stati Uniti dispongono di un cuscinetto più consistente, non di uno più superficiale.

Ora, con la stessa prospettiva, osserviamo gli Stati Uniti stessi, dove ogni fattore di assorbimento su cui si appoggia il Giappone esiste in una forma più profonda. L'America si indebita in una valuta che stampa e gestisce il mercato dei titoli di Stato più profondo e liquido al mondo. Inoltre, gli Stati Uniti detengono il dollaro come riserva monetaria mondiale, sostenuto da un solido sistema di fondi pensione, banche e fondi monetari che già depositano migliaia di miliardi di dollari in titoli del Tesoro americani.

Pensiamoci in questo modo: se il Giappone può sopportare il doppio del peso per tre decenni su un terreno più debole, il Paese con basi più solide può rimandare il suo “momento della resa dei conti” molto più a lungo di quanto i catastrofisti osino ammettere, e comunque senza una data precisa.

Niente di tutto ciò significa che il debito sia gratuito, e non fingerò che lo sia. Il Giappone è una dimostrazione concreta di come si presenta il vero conto, e non ha nulla a che vedere con un'esplosione improvvisa. Mentre la Banca del Giappone esce finalmente da decenni di politica monetaria espansiva, i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi (JGB) sono saliti a livelli mai visti dagli anni '90. Lo yen si è indebolito fino a 160 per dollaro, e rifinanziare quel debito sta diventando lentamente più costoso.

L'FMI ha cortesemente invitato Tokyo a elaborare un piano di consolidamento credibile finché è ancora in tempo. Questa è la vera natura di un problema del debito sovrano. È una morsa che si stringe negli anni attraverso la valuta e il pagamento degli interessi, non una botola che si spalanca nel prossimo trimestre. Persino il governo più indebitato al mondo dimostra che la crisi arriva con sufficiente lentezza da poterla prevedere. Eppure, non arriva mai con una data precisa.


Cosa significa tutto questo per gli investitori

Quindi, cosa si fa concretamente con tutte queste informazioni? La risposta è piuttosto semplice: non molto. Tuttavia, è proprio questo il punto di tutta questa analisi.

• Oggi, i fondi del mercato monetario custodiscono una cifra record di $7.900 miliardi, la più grande riserva di liquidità della storia. Questo è l'opposto di un sistema a corto di liquidità.

• Il rendimento dei titoli del Tesoro americani a 10 anni si aggira intorno al 4,70%, vicino al massimo pluriennale ma ancora al di sotto del 5% circa toccato alla fine del 2023, e la curva dei rendimenti si è raddrizzata, con il rendimento dei titoli a 2 anni sceso al 4,22%.

Niente di tutto ciò fa pensare a un mercato in preda a una crisi di fiducia o al concretizzarsi di una “trappola del debito statunitense”.

L'atteggiamento onesto è quello di rispettare i calcoli a lungo termine senza speculare su una catastrofe senza una data precisa.

Il consenso sul fatto che “questa volta” il debito ci travolgerà definitivamente si è mantenuto per quasi quindici anni. Immaginate l'eterno pessimismo fiscale come un rilevatore di fumo programmato per suonare ogni volta che qualcuno prepara un toast. L'allarme è reale, il circuito funziona, eppure la casa non è ancora andata a fuoco. Prima o poi, un incendio potrebbe scoppiare, ma nel frattempo non si può certo gestire il proprio portafoglio dalla cucina con le mani sulle orecchie.

Gli Stati Uniti hanno effettivamente un problema di debito. È reale, strutturale e costringerà a scelte politiche difficili entro la fine di questo decennio. Ma si tratta di un problema che possiamo prevedere con dieci anni di anticipo, un problema per cui si può pianificare, non una mina antiuomo pronta a esplodere domani. La trappola descritta in questo saggio richiede un ciclo di inflazione forzata che i dati non supportano, almeno non finché l'inflazione sarà trainata dal settore energetico e il mercato del lavoro si sta raffreddando.

Quando finalmente qualcuno fisserà una data per la fine della crisi e sarà disposto a giustificarla, presterò molta attenzione. Fino ad allora, continuerò a gestire il rischio sul mercato che ho di fronte, non su quello di cui si parla nei titoli dei giornali.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 31 agosto 2026

L'illusione fiscale della Germania: i mercati obbligazionari puniscono la spirale del debito di Merz

L'Europa ha avuto anni per prepararsi agli shock esterni, rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti, sviluppare le risorse interne, diversificare le fonti energetiche e ridurre il carico fiscale sulle imprese. Invece i governi europei hanno optato per l'interventismo, i sussidi e una maggiore spesa pubblica, e ora stanno rispolverando la retorica del razionamento. L'Europa è sopravvissuta alla crisi energetica del 2022 meno per merito di politiche brillanti e più per un sollievo temporaneo: un inverno mite, acquisti di emergenza di gas naturale liquefatto e una debole domanda asiatica per alcuni carichi. Quel periodo avrebbe dovuto essere sfruttato per riaprire la capacità nucleare, accelerare lo sviluppo delle risorse interne, garantire contratti di fornitura di gas a lungo termine e ridurre l'onere normativo per le industrie. Invece i governi europei hanno considerato un caso fortuito come un trionfo politico. L'Europa rimane esposta a perturbazioni nei mercati mondiali del GNL, all'instabilità in Medio Oriente, a possibili interruzioni delle forniture russe e all'aumento dei costi della competizione con l'Asia per i carichi energetici. Una regione che limita deliberatamente le proprie opzioni energetiche, tassa aggressivamente l'attività produttiva e impone vincoli ideologici agli investimenti non dovrebbe sorprendersi se ogni shock geopolitico si trasforma in un'emergenza economica. Anche le catene di approvvigionamento si stanno nuovamente deteriorando. Ad aprile i tempi di consegna dei fornitori si sono allungati al ritmo più sostenuto sin dal luglio 2022. Questa è la classica trappola politica europea: invece di consentire alle imprese di investire, adattarsi e trovare alternative, i governi europei rispondono alla scarsità con maggiori controlli, interventi e tassazione. I dati PMI più recenti mostrano che l'impatto si sta diffondendo e la fiducia dei consumatori conferma il danno. Le famiglie europee non reagiscono solo alle notizie provenienti dal Medio Oriente, ma a una realtà ben nota: energia costosa, tasse elevate, reddito disponibile reale debole, incertezza occupazionale e stati che offrono più restrizioni anziché maggiore crescita. L'Europa si trova, ancora una volta, di fronte a una prova politica: la risposta corretta non è il razionamento, il controllo dei prezzi o nuovi attacchi alle imprese. La risposta corretta è la deregolamentazione, la riduzione delle tasse, procedure di autorizzazione più rapide, il realismo energetico e una strategia seria per ricostruire la competitività industriale. L'area Euro non manca di talenti, capitali o imprese in grado di risolvere le sfide dell'approvvigionamento; manca di governi disposti a rimuovere gli ostacoli. La lezione è ovvia: gli shock esterni sono inevitabili, ma la debolezza strategica è una scelta.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lillusione-fiscale-della-germania)

La Germania è stata a lungo considerata un baluardo di stabilità fiscale nell'Eurozona. Tuttavia, la politica fiscale incostante del governo Merz sta ora creando tensioni sul mercato obbligazionario. I premi di rischio sui titoli di Stato tradizionali dei Paesi periferici come Italia, Portogallo e Spagna, rispetto ai Bund tedeschi, si stanno riducendo.

Da mesi, nei mercati obbligazionari europei si sta verificando un fenomeno notevole. Gli spread di rischio sui principali titoli di Stato decennali di Paesi come Italia, Portogallo e Spagna, rispetto alla Germania, considerata un punto di riferimento economico, sono in costante calo. I rendimenti spagnoli si attestano ora a soli 0,4 punti percentuali al di sopra dei Bund tedeschi; i titoli italiani – provenienti da un Paese con un rapporto debito/PIL di circa il 125% – presentano uno spread di appena 0,7 punti percentuali superiore.

È evidente che i capitali si stanno spostando dalla Germania verso altri segmenti obbligazionari europei. Il mercato sta forse scontando una politica fiscale tedesca catastrofica?


Ricalcolo dei prezzi della politica tedesca

La strategia tedesca in materia di debito è indubbiamente oggetto di una nuova valutazione da parte dei mercati. Con il cosiddetto fondo speciale, Berlino ha di fatto trascinato il Paese in una spirale del debito praticamente dall'oggi al domani. Nei prossimi dieci anni, verranno emessi oltre €850 miliardi di nuovo debito, che si aggiungeranno a un bilancio ordinario già in deficit del 2,5-3%.

Entro la fine del decennio, il debito pubblico tedesco si attesterà probabilmente intorno all'85-90% del PIL, e nulla lascia presagire un miracolo economico in grado di tirare fuori il Paese da questa spirale. I miracoli accadono nelle favole e nei libri per bambini, ma nemmeno Robert Habeck, coautore di libri per bambini, è riuscito a compiere un'impresa economica simile durante il suo mandato come Ministro dell'Economia.

Gli obblighi impliciti derivanti dai sistemi pensionistici e sociali non vengono nemmeno presi in considerazione, né in Germania né altrove. Ciò che conta nell'andamento dei rendimenti obbligazionari non è il livello assoluto, ma l'aumento relativo dell'indebitamento tedesco, e i mercati stanno prezzando proprio questo. Tutto ciò si scontra con una realtà economica che non crea alcun valore aggiunto significativo. La politica tedesca sta immettendo credito statale – che in seguito si manifesterà sotto forma di tasse più elevate e inflazione – in un vuoto economico, proprio come fanno i sistemi a pianificazione centralizzata.


Guardare al futuro

Gli investitori osservano la politica tedesca con occhio vigile: l'uscita dal nucleare, i prezzi dell'energia alle stelle che schiacciano l'industria, una politica migratoria che prosciuga lo stato sociale come un vampiro – tutto ciò influenza i prezzi dei Bund tedeschi. I mercati obbligazionari sono sempre una scommessa sul futuro, un giudizio sulla stabilità nazionale.

La conseguenza è chiara: i rendimenti sono in aumento. E continueranno a salire. Un debito sempre più consistente diventa sempre più costoso: è così che i mercati devono reagire.

Questi dati inconfutabili non possono essere minimizzati dagli esperti di comunicazione del Parlamento tedesco o dai media generalisti asserviti al governo tedesco. La produttività tedesca è stagnante dal 2018 e ora è in calo; la produzione industriale è crollata di circa un quinto; centinaia di migliaia di posti di lavoro nel settore manifatturiero sono scomparsi, mentre solo il settore pubblico è in espansione, con una quota dello Stato nell'economia superiore al 50%.

La Germania si sta orientando verso un'economia di guerra che produce benefici pressoché nulli in termini di reale produzione economica. Accanto a un'“ecoeconomia” già fallimentare, questo settore parassitario consuma risorse, alimenta il lavoro fittizio e sostiene una rete di imprese estrattive. È finanziato da prelievi in ​​costante aumento che gravano sempre più sui lavoratori produttivi. La prosperità e la solidità economica vengono sistematicamente – e intenzionalmente – minate dai pianificatori centrali a Berlino e Bruxelles.

Questa spirale negativa viene consapevolmente e ideologicamente accelerata dal governo del cancelliere Friedrich Merz. La crisi viene orchestrata come soluzione, per piegare la popolazione all'agenda del socialismo climatico e consolidare il potere politico anche in un contesto di crescente tensione sociale. Un vero e proprio corso accelerato di ideologia, senza dubbio.

Ciò che sembra sfuggire ai pianificatori socialisti come Merz è questo: l'azione economica e la potenziale prosperità dipendono fondamentalmente da un'energia economica e affidabile. L'attuale crisi tedesca – il crollo della produttività e il declino industriale – parla da sé. Si è verificata senza necessità e si pone nella storia economica come un atto unico di vandalismo autoinflitto.

Il fatto che Merz e altri socialisti, ricorrendo a strategie mediatiche, a una censura sempre più incisiva e a continui attacchi alle imprese in eventi come i forum dei datori di lavoro, stiano cercando di guidare il loro nucleo politico attraverso la crisi dimostra una sola cosa: non capiscono che questa è una strada a senso unico. Il socialismo climatico è il problema, non la soluzione, e i mercati, insieme alla produzione tedesca, lo stanno dimostrando.

Eppure, questa mentalità è tipica dei politici intrappolati in camere di risonanza ideologiche. Lo abbiamo visto con il Ministro dell'Economia, Robert Habeck, un funzionario di partito mitizzato dai media ambientalisti filo-statali, completamente inesperto di economia e intellettualmente inadeguato. Non è riuscito a comprendere come si sia arrivati ​​alla crisi dei settori sovvenzionati che lui stesso aveva gonfiato con i salvataggi.

Il socialismo è un fenomeno ricorrente e cambia sempre pelle. Il socialismo climatico, come i suoi predecessori, fallirà a causa dell'impoverimento di massa. Per la Germania si prospettano anni difficili e nulla sembra in grado di impedire al volgare socialismo verde di metastatizzarsi nel Paese. Le capitali dell'UE sono diventate avamposti periferici del nucleo canceroso di Bruxelles.

Alcuni cambiamenti sono già visibili. L'Italia, ad esempio, ha iniziato a trasferire le riserve auree dalla banca centrale ai caveau statali e sta perseguendo l'indipendenza energetica attraverso il gas nordafricano. Sul mercato obbligazionario, questo aspetto viene premiato: i rendimenti e i premi di rischio sono in calo. Gli investitori sembrano considerare l'Italia come una “prima sopravvissuta” a una grave crisi dell'euro. La Germania non ha una narrazione simile.

A peggiorare ulteriormente la situazione c'è l'impegno quasi incomprensibile di Berlino nel conflitto ucraino, senza alcun mandato democratico, che accelera il degrado finanziario. Merz prevede di convogliare circa €11,5 miliardi dal bilancio federale del 2026 direttamente nel buco nero di Kiev – una posizione condivisa da Parigi, Londra e Bruxelles – completamente scollegata dalla realtà e che esclude persino la possibilità di un ritiro completo degli Stati Uniti dal teatro europeo.

Questa follia geopolitica si ripercuote sui mercati obbligazionari. I leader tedeschi stanno giocando a Va banque, senza alcun senso storico, responsabilità o lungimiranza.

Chi spera che l'aumento del rapporto debito/PIL in Francia e Belgio (presto superiore al 120%) possa disinnescare l'ipercrescita statale attraverso i mercati obbligazionari potrebbe rimanere deluso. Il Giappone dimostra che anche un debito fortemente finanziato internamente – con rapporti storicamente estremi intorno al 235% del PIL – può rimanere a galla per un certo periodo, sebbene gli obblighi futuri non vengano conteggiati. I mercati prezzano che la BCE proteggerà il debito dell'Eurozona acquistando obbligazioni in eccesso, ritardando così il collasso. Ma come interverrà ora – dopo il “bazooka” del 2020 – rimane opaco e poco chiaro. I premi di rischio svelano il mistero.

Il fatto che i titoli del Tesoro statunitensi vengano scambiati con un premio di circa l'1,3% rispetto ai titoli tedeschi – e di 60 punti base rispetto a quelli greci e italiani – è grottesco, considerate le debolezze strutturali dell'Europa. Questa netta discrepanza tra la realtà economica e la valutazione dei titoli obbligazionari grida a gran voce manipolazione da parte delle banche centrali di Francoforte.

Prevedere quando i mercati declasseranno finalmente un pilastro dell'Eurozona — probabilmente prima la Francia — e faranno crollare l'intero castello di carte del debito è impossibile. Come scrisse Hemingway in Il sole sorgerà ancora : “Come sei finito in bancarotta? In due modi, rispose Mike. Gradualmente, poi all'improvviso”.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 24 agosto 2026

Lo shock del deficit francese da €107 miliardi: la prossima crisi del debito nell'area Euro?

Perché lo yen era la valuta perfetta per impostare un carry trade con le altre? Perché il Giappone aveva un'enorme base industriale e un'economia molto sviluppata. I prestiti venivano impostati in funzione di tale capacità. Poche altre nazioni possono vantare le stesse caratteristiche e, per quanto siano tornati allo zero, gli svizzeri non sono tra questi. E l'oro in Svizzera? In custodia, non c'è produzione. Di conseguenza gli europei possono sfruttare fino a un certo punto il differenziale di rendimento tra i tassi svizzeri e i loro per sostituire il carry trade sullo yen. Questo a sua volta significa che c'è un limite al quale gli europei possono succhiare capitali dalla Svizzera e tenere un tetto ai loro rendimenti obbligazionari. Ecco perché lentamente stanno esplodendo al rialzo, soprattutto il decennale tedesco che è sulla via verso la soglia pericolosa del 3.5% dove le banche e le compagnie di assicurazione vanno fallite (lo stesso vale per Italia e Francia). Quando la Svizzera verrà consumata, quello sarà il momento in cui il differenziale tra i tassi di Giappone e Stati Uniti si avvicinerà, smantellando ciò che rimane del carry trade sullo yen. Oh, e qui arriva il bello! La BCE si ritroverà costretta a creare un carry trade sull'euro, solo per permettere alla valuta comune di sopravvivere. Questa impostazione, però, crea una domanda artificiale nel breve termine perché poi tutti andranno short sull'euro: prenderanno in prestito euro, li venderanno e investiranno altrove (molto probabilmente negli Stati Uniti). Nel frattempo, però, l'economia europea interna avrà bisogno di credito per non cadere in una spirale deflazionistica, premendo ancora di più sulla capacità di stampa della BCE e sull'ulteriore abbassamento dei tassi di riferimento. Si tratta di credito che va a finanziare il 50% delle spese mondiali per il welfare, a fronte di una popolazione che è il 17% di quella mondiale. Improduttivo per sua natura, quindi, senza contare gli ostacoli posti alle imprese con tassazione e follie ambientali. Quello che era partito come un default ordito per il resto del mondo a vantaggio dell'UE, si è trasformato in un default che attende solo Bruxelles.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lo-shock-del-deficit-francese-da)

Lo scorso 4 agosto si è registrato un nuovo punto basso per la stabilità fiscale europea. La Francia, pilastro dell'Eurozona, ha confermato ancora una volta di essere uno dei principali candidati e un potenziale fattore scatenante di una futura crisi finanziaria dell'area Euro.

Secondo il Ministero delle Finanze francese, il deficit del governo centrale ammontava a circa €107 miliardi alla fine di giugno. Si tratta di cifre impressionanti: un deficit superiore del 14,4% rispetto a quanto inizialmente previsto.

A meno che il governo francese non crei un muro di protezione fiscale e non si verifichi un miracolo economico, il deficit nazionale potrebbe salire a circa il sei per cento quest'anno. Non sono inclusi i deficit del sistema della previdenza sociale, dei comuni e delle regioni, che rappresentano un'ulteriore quota significativa del deficit complessivo della Francia. È possibile che la seconda economia dell'Unione Europea chiuda l'anno con un deficit pubblico complessivo intorno all'otto per cento.

Tutti i piani di bilancio diventerebbero quindi obsoleti. L'anno scorso, il governo francese prevedeva già un deficit del cinque per cento, una cifra che, secondo i criteri di Maastricht originariamente definiti, avrebbe dovuto far scattare una procedura per deficit eccessivo. Tuttavia, il club del debito dell'Eurozona ha da tempo abbandonato qualsiasi vincolo fiscale.

Il problema non risiede solo nel lato delle entrate. Mentre le entrate pubbliche sono di recente aumentate di circa il 3,7%, le spese sono cresciute contemporaneamente del 5,4%. Lo Stato sta crescendo più velocemente della base economica che dovrebbe finanziarlo.

Nonostante gli aumenti delle tasse e le difficili trattative sui tagli alla spesa, il Primo Ministro Sébastien Lecornu non è riuscito a rallentare minimamente la spirale del debito del suo Paese.

La politica fiscale francese non è più da prendere sul serio. Le previsioni di Parigi hanno ormai la stessa durata dei primi ministri francesi, che si sono succeduti a intervalli sempre più brevi.

Lo spettacolo che la Francia sta offrendo al mondo avrà delle conseguenze. La lotta al debito delle Grandi Nazioni non riguarda più solo la Francia, ma l'intero sistema europeo e l'Unione Europea.

Sta diventando sempre più evidente che le politiche europee degli ultimi anni hanno contribuito a una drammatica perdita di dinamismo e produttività economica. La Francia si trova ad affrontare una paralisi politica, un presidente privo di sostegno popolare e la continua disgregazione di una società che mantiene uno dei più grandi stati sociali al mondo, con una spesa pubblica pari al 57%, nel tentativo di nascondere le proprie fratture sociali.

La migrazione culturale ha un costo, e prima o poi quel costo si manifesta inevitabilmente nelle politiche fiscali.

Anche la Francia sta seguendo il modello tedesco, costruendo la propria economia statale attraverso il debito nel tentativo di superare una crisi di produttività senza fine. È sorprendente che questa fiducia nel potere risolutivo della pianificazione centralizzata si diffonda in tutta l'Unione Europea. Possibile che nessuno abbia imparato le lezioni fondamentali della storia?

Quanto più il capitale viene dirottato dai settori produttivi dell'economia verso la costruzione di un'economia politica, tanto più la popolazione si impoverisce. È così che funziona il socialismo.

Conosciamo questo schema dall'esperienza tedesca: lo Stato, di fatto, si autodistrugge. Maggiore è il danno causato da un'economia statale in espansione nei settori produttivi della società, maggiore sarà, in definitiva, il carico fiscale e le pressioni inflazionistiche.

Seguendo questa logica, la Francia ha aumentato diverse tasse negli ultimi dodici mesi. Il Primo Ministro, Sébastien Lecornu, ha scaricato ulteriori oneri principalmente sulle imprese e sui contribuenti con redditi più elevati.

La tassa speciale sulle grandi imprese con un fatturato superiore a un miliardo di euro è stata prorogata e si prevede che genererà circa €7,3 miliardi di entrate aggiuntive per lo Stato. Inoltre, si prevede che una tassa speciale sui redditi elevati, anch'essa prorogata, porterà circa €650 milioni di entrate. Ulteriori misure completano il pacchetto fiscale. Complessivamente, le entrate aggiuntive dovrebbero ridurre l'onere per il bilancio francese di circa €9 miliardi.

Eppure, anche questo sforzo fiscale è completamente sproporzionato rispetto all'entità del problema di bilancio. Gli aumenti delle tasse si limitano a curare i sintomi, non risolvono la crisi strutturale dello stato sociale francese.

I problemi sono simili a quelli della Germania. Non si intraprendono sforzi seri per risolvere la crisi migratoria, non c'è una riforma fondamentale dei programmi sociali e non esiste una strategia per creare un nuovo slancio economico attraverso sgravi fiscali per la classe media.

La Francia è come un incidente automobilistico al rallentatore. Tutti vedono arrivare la collisione, eppure nessuno ha ancora la forza di attutirne l'impatto.

Cosa succederebbe se il mercato obbligazionario riducesse la valutazione sull'affidabilità creditizia della Francia?

Le agenzie di rating hanno già lanciato segnali d'allarme. Fitch ha declassato il rating del credito francese da AA− ad A+, sottolineando il crescente onere del debito, l'incertezza politica e la mancanza di un percorso sostenibile verso la stabilizzazione delle finanze pubbliche.

Stiamo assistendo ai primi segnali di una nuova crisi del debito dell'area Euro che si profila all'orizzonte. Guardando indietro, dobbiamo riconoscere che per lungo tempo la politica ha potuto facilmente sfruttare il sistema monetario basato sul credito fiduciario e la BCE, integrata nel processo politico, al fine di mantenere l'illusione di una fattibilità politica illimitata.

Indipendentemente dal Paese dell'UE in cui ci si trova, la politica continua ad alimentare l'illusione che il sistema di welfare non abbia limiti, a patto che il flusso di credito non si interrompa.

Rassicurati e cullati da un falso senso di sicurezza, nessuno mette in discussione la strategia politica che ha portato al disastro economico. Eppure, questa calma apparente potrebbe presto finire, dato che i tassi di interesse sui mercati obbligazionari continuano a salire.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 3 agosto 2026

L'economia statunitense è più forte dopo un anno e mezzo di amministrazione Trump

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/leconomia-statunitense-e-piu-forte)

A un anno e mezzo dall'inizio della presidenza di Donald Trump il verdetto dei dati è inequivocabile: le previsioni apocalittiche del consenso generale si sono rivelate errate e gli Stati Uniti si confermano come l'unica grande economia sviluppata in grado di combinare una forte crescita, un'inflazione controllata e un consolidamento fiscale.

Gli stessi analisti e istituzioni che hanno applaudito ai massicci stimoli, agli eccessi monetari e agli eccessi normativi sotto la precedente amministrazione, ora faticano a spiegare perché l'economia statunitense, che si aspettavano sprofondasse nella stagflazione, stia invece superando tutti i suoi pari del G7. Inoltre i Paesi del G7 che hanno seguito linee di politica emissioni zero, di grande interventismo statale e di forte tassazione sono in una fase di stagnazione secolare.


Dal “capriccio dei dazi” a una sorpresa mondiale

Quando Trump annunciò la sua nuova ondata di dazi e politiche commerciali, gran parte del consenso globale si affrettò a prevedere un disastro. Io la definii la “crisi dei dazi”. Gli analisti misero in guardia contro un'impennata dell'inflazione oltre i livelli del 2021, rendimenti dei titoli del Tesoro al 6-7%, crollo degli investimenti, recessione e un mondo che voltava le spalle agli Stati Uniti a favore di governi europei ritenuti più responsabili.

Diciotto mesi dopo nessuna di quelle previsioni si è avverata. Al contrario, il rendimento dei titoli di Stato statunitensi a 10 anni è sceso al 4,1%; gli Stati Uniti sono l'unica economia del G7 a crescere in modo robusto, mentre le nazioni che hanno raddoppiato la posta in gioco con l'iperregolamentazione, le aggressive restrizioni legate al clima, le tasse elevate e la spesa pubblica sempre maggiore sono bloccate nella stagnazione, oltre a subire un vento sfavorevole dovuto ai prezzi del petrolio e del gas.

La “crisi dei dazi” non si è mai trasformata nello shock strutturale preannunciato dai critici, perché i dazi doganali – per quanto discutibili per altri motivi – non causano inflazione in quanto non immettono unità monetarie nell'economia; ciò che fanno, invece, la spesa pubblica incontrollata e l'eccesso di liquidità.


Crescita, investimenti e un raro aggiustamento fiscale

La performance dell'economia statunitense nel 2025 è straordinaria non solo in termini relativi, ma anche per i suoi meriti intrinseci. Il PIL reale cresce di circa il 3,8%, con la Federal Reserve di Atlanta che stima una crescita annua di circa il 3,5% nel terzo trimestre, e gli investimenti privati ​​si espandono a ritmi prossimi alla doppia cifra. È fondamentale sottolineare che questo miglioramento si verifica mentre la spesa federale viene ridotta, non aumentata come in altri Paesi: la spesa pubblica è diminuita di circa il 3% nell'arco dell'ultimo anno, invece di mascherare la scarsa crescita con spesa pubblica improduttiva.

Tutte le istituzioni internazionali hanno dovuto adattarsi rapidamente. L'FMI, che inizialmente prevedeva una performance molto più debole, ora si aspetta una crescita statunitense di circa il 2,1% nel 2026, e diverse importanti società di ricerca hanno rivisto al rialzo le loro previsioni per il 2025, portandole intorno al 2,5%, dopo aver inizialmente avvertito di una crescita pari a zero o addirittura negativa. Alcuni economisti hanno pubblicamente riconosciuto che la professione ha interpretato erroneamente sia la resilienza del settore privato statunitense sia il reale impatto dello shock dei dazi, ammettendo che da gennaio in poi il consenso ha costantemente sbagliato sulla direzione dell'economia.

Il fattore più importante è che l'espansione americana non è dovuta all'ennesima ondata di spesa politica alimentata dal debito, bensì alla ripresa del settore privato, degli investimenti, del commercio e della produttività. In un mondo in cui la maggior parte dei governi dei Paesi sviluppati ha risposto a ogni problema con più spesa, più debito e più regolamentazione, la nuova strategia statunitense fa una differenza significativa, e i risultati sono di gran lunga migliori.


Inflazione sotto controllo

La deviazione più significativa dalla narrazione condivisa è arrivata dall'inflazione. Il consenso keynesiano, che non prevedeva alcun rischio di inflazione nel 2021 quando la spesa pubblica e l'offerta di moneta erano in forte aumento, all'inizio del 2025 avvertiva unanimemente che i dazi avrebbero spinto l'inflazione a nuovi massimi annuali, persino superiori ai picchi registrati durante la precedente amministrazione. Invece lo scorso novembre l'indice dei prezzi al consumo si attestava intorno al 2,7%, al di sotto delle precedenti aspettative del 3,0% e lontanissimo dallo scenario catastrofico del 6-7% prospettato al pubblico.

L'inflazione di base racconta la stessa storia. L'indice sottostante, escludendo alimentari ed energia, si attesta intorno al 2,6%, significativamente inferiore rispetto a settembre e ottobre 2024, quando gli stessi commentatori difendevano con entusiasmo il mix di spesa pubblica massiccia e rapidi tagli dei tassi da parte della FED nell'era Biden. Nei dodici mesi fino a novembre scorso l'indice generale è aumentato del 2,7%, dopo il 3,0% dei dodici mesi precedenti, e l'inflazione di base è cresciuta solo del 2,6%. Non vi è alcun segno di un'ondata inflazionistica indotta dai dazi sui prezzi aggregati, solo l'inerzia derivante dal debito e dalla spesa pubblica ereditati nel 2024.

Anzi, la traiettoria suggerisce che, con l'arrivo dei dati definitivi, in particolare per le componenti alimentari ed energetiche, l'indice dei prezzi al consumo riportato potrebbe risultare persino inferiore. Un'analisi indipendente stima un'inflazione del 2,5%.

La lezione è chiara: non sono mai stati i dazi a causare l'impennata dell'inflazione a livello mondiale, bensì una combinazione di espansione fiscale incontrollata e monetizzazione dei deficit da parte delle banche centrali. L'esperienza statunitense del 2025 lo ha dimostrato ancora una volta.


Deficit, debito e politica della disciplina

Mentre molte economie avanzate continuano a scivolare verso deficit sempre più elevati e un debito pubblico maggiore, gli Stati Uniti sono riusciti in un raro successo: combinare la crescita con i primi segnali di consolidamento fiscale. Il deficit federale si è ridotto di circa il 22%, passando da circa $2.070 miliardi a novembre 2024 a circa $1.600 miliardi un anno dopo, grazie a una combinazione di maggiori entrate fiscali e commerciali e tagli alla spesa. Misurato in percentuale del PIL, il deficit è sceso dal disastroso 7,1% ereditato dalla precedente amministrazione a un valore stimato del 5,9%. Considerando che quasi il 97% del bilancio 2025 era già stato speso quando l'amministrazione Trump si è insediata, a causa di precedenti decisioni di spesa e delle leggi di continuazione approvate nel 2024, la riduzione del deficit è ancora più lodevole.

La riduzione è stata accompagnata da un'importante riforma fiscale. Trump ha attuato il più grande taglio delle tasse degli ultimi decenni, portando il cuneo fiscale per le famiglie al di sotto del 30%, secondo le stime della Tax Foundation. Nella maggior parte delle economie OCSE, la linea di politica è stata opposta: tasse più elevate sul lavoro e sul capitale, giustificate dalle esigenze di entrate a breve termine ma negative per gli investimenti e la produttività.

Sul fronte della spesa, i numeri sono ancora più notevoli se si considera il punto di partenza. La nuova amministrazione ha ereditato un bilancio quasi interamente già definito. Le leggi di proroga e le decisioni precedenti avevano già bloccato circa il 97% della spesa federale. Tuttavia le uscite federali sono comunque diminuite del 5,6% nel primo trimestre del 2025 e del 5,3% nel secondo, con una spesa pubblica totale in calo del 3,1% nella prima metà dell'anno. Trump ha ordinato un taglio dell'8% della spesa federale per il 2026, segnalando che gli aggiustamenti fiscali sono una priorità politica fondamentale.

Anche le dinamiche del debito sono incoraggianti. La nuova amministrazione si è insediata con un debito federale di circa $36.220 miliardi e un'eredità di passività impegnate ma non finanziate pari al 100% del PIL e circa $1.500 miliardi di obbligazioni precedentemente approvate. Nonostante questa eredità negativa, il debito si è stabilizzato e si è leggermente ridotto a circa $36.210 miliardi, mentre il rapporto debito/PIL è diminuito da circa il 122% al 120%, secondo i dati della Federal Reserve e analisi indipendenti. Anche una modesta inversione di tendenza invia un messaggio forte.


Mercato del lavoro: i lavoratori autoctoni migliorano, mentre il settore pubblico e l'immigrazione si riducono

Il quadro del mercato del lavoro è forse l'aspetto meno compreso della ripresa economica statunitense. Il rapporto sull'occupazione dello scorso novembre mostra il miglior mese per l'occupazione nel settore privato dei cittadini statunitensi in termini assoluti e destagionalizzati dal 2015, con salari reali in aumento e un netto spostamento dai lavori pubblici e da quelli a bassa produttività, alimentati dall'immigrazione incontrollata. I salari reali settimanali sono aumentati di circa lo 0,8% su base annua, e i lavoratori appartenenti alle fasce di reddito medio-basse hanno registrato aumenti reali di circa l'1,4%. I salari reali netti, al netto delle imposte, stanno crescendo al ritmo più veloce degli ultimi anni.

Il tasso di disoccupazione si attesta al 4,6%, superiore a quello di Canada, Regno Unito, Francia, Italia e alla media dell'Eurozona.

Secondo i dati delle indagini sulle famiglie, l'occupazione dei cittadini autoctoni è aumentata da circa 130,6 milioni nel novembre 2024 a 133,3 milioni un anno dopo, con un incremento di circa 2,63 milioni di posti di lavoro. Nello stesso periodo l'occupazione degli stranieri è diminuita leggermente, di circa 21.000 unità, e l'occupazione totale nel settore pubblico è calata di 188.000 unità.

Questo cambiamento – un aumento dei posti di lavoro nel settore privato per i lavoratori autoctoni e una diminuzione dei posti di lavoro dipendenti dal settore pubblico e dall'immigrazione – rappresenta una differenza enorme rispetto a Canada, Regno Unito o alla maggior parte delle economie europee, dove l'aumento dell'occupazione include un consistente incremento di posti di lavoro nel settore pubblico e fortemente sovvenzionati. L'esperienza statunitense dimostra che una combinazione di deregolamentazione, tagli fiscali e un controllo più rigoroso delle buste paga pubbliche può comunque garantire posti di lavoro migliori e salari reali più elevati per i lavoratori nazionali.


Gli accordi commerciali si sono rivelati un successo

Le prove contraddicono l'idea che i dazi distruggerebbero la posizione degli Stati Uniti nel commercio mondiale. La precedente amministrazione ha lasciato dietro di sé un enorme deficit commerciale: circa $79,8 miliardi a novembre 2024, destagionalizzato, secondo il Bureau of Economic Analysis. A settembre 2025 tale deficit si era ridotto a circa $52,8 miliardi, con una diminuzione di circa un terzo rispetto all'anno precedente.

La combinazione di dazi mirati, accordi commerciali rinegoziati e una più chiara difesa dell'industria nazionale ha migliorato i flussi commerciali senza innescare l'esplosione inflazionistica che molti avevano previsto.


Altri miglioramenti importanti

L'amministrazione Trump ha agito con decisione su diversi fronti: vietando le valute digitali delle banche centrali, revocando le restrizioni normative e alla libertà di parola imposte dal movimento “woke”, riformando il sistema sanitario e impegnandosi ad abrogare dieci regolamenti per ogni nuovo regolamento approvato. In politica estera, Washington ha spinto per un accordo di pace a Gaza, per un percorso più realistico verso una soluzione in Ucraina basato su pressioni e sanzioni contro la Russia, e per un maggiore sostegno al ritorno alla democrazia in Paesi come il Venezuela.

Il messaggio per i conservatori e i centristi in Europa e in America Latina è chiaro: se si vogliono crescita, posti di lavoro e inflazione più bassa, non si può semplicemente replicare il modello burocratico, ad alta tassazione e ad alta regolamentazione che ha lasciato gran parte del mondo sviluppato in una stagnazione secolare. Trump forse non corrisponde alla definizione tradizionale di “liberale classico”, ma i risultati del suo primo anno  e mezzo di mandato dimostrano cosa può realizzare un governo conservatore veramente riformista.

Per molti esponenti della politica internazionale, la scomoda realtà è che gli Stati Uniti hanno mantenuto le promesse fatte da altri: una crescita più robusta, un'inflazione controllata, un deficit più contenuto, un mercato del lavoro più favorevole per i lavoratori nazionali e una stabilizzazione iniziale del debito. Tutto ciò non è stato ottenuto espandendo lo Stato e sopprimendo i segnali di prezzo, bensì tagliando le tasse, riducendo la spesa pubblica, deregolamentando e confidando nella capacità del settore privato di reagire.

Altre economie avanzate hanno scelto una strategia diversa: più burocrazia, maggiore spesa pubblica e programmi ambiziosi in materia di clima e società, finanziati con debito e tasse, e ora si trovano in una situazione di stagnazione e recessione del settore privato, senza contare poi i prezzi sfavorevoli dell'energia.

Un anno e mezzo del nuovo mandato di Trump non garantisce il successo futuro e i rischi permangono – dagli shock mondiali agli errori delle banche centrali – ma offre già una sfida empirica alle raccomandazioni del consenso keynesiano. Se gli Stati Uniti avessero seguito le proposte del consenso in materia di emissioni zero, grande interventismo statale e tassazione elevata, ora si troverebbero in una situazione fiscale e di crescita disastrosa e l'inflazione sarebbe molto più alta, come dimostra il Regno Unito.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 27 luglio 2026

Il difficile cammino dell'Argentina verso la libertà economica

Javier Milei è salito al potere con obiettivi non negoziabili: un surplus di bilancio, il contenimento dell'inflazione e la ripresa di un'economia in crisi. I suoi primi due anni  e mezzo di mandato si sono conclusi con risultati macroeconomici spettacolari: l'inflazione è crollata dai massimi, la povertà è tornata ai livelli del 2018, l'economia è di nuovo in fase di crescita, il debito netto è stato significativamente ridotto e i salari reali stanno iniziando a riprendersi, il tutto grazie al più grande piano di aggiustamento e deregolamentazione degli ultimi decenni. A dicembre 2023 Milei ha ereditato un tasso di inflazione mensile del 25,5%, vicino al 300% annuo – il più alto al mondo – e lo ha rapidamente ridotto a circa il 2,3% al mese entro ottobre dell'anno successivo, il livello più basso dal 2018, con previsioni che indicano un ulteriore calo nel 2026. Inoltre il bilancio nazionale è passato da un deficit insostenibile a un surplus per la prima volta in 14 anni, grazie a drastici tagli alla spesa superflua senza compromettere i servizi essenziali, alla chiusura di ministeri, all'eliminazione di agenzie inutili, alla riduzione dei sussidi e al taglio di decine di migliaia di posti di lavoro sovradimensionati nel settore pubblico ereditati dalla precedente amministrazione. Lasciare respirare l'economia funziona. Politiche di liberalizzazione appropriate hanno ridotto significativamente la povertà: le stime dell'UCA mostrano un calo di quasi 20 punti percentuali rispetto ai picchi della crisi e un tasso compreso tra il 31% e il 36%, il livello più basso degli ultimi sei anni; l'UNICEF stima che circa 1,7 milioni di bambini siano usciti dalla povertà negli ultimi due anni. L'FMI prevede che quest'anno l'Argentina mostrerà una crescita del PIL intorno al 3-4%, con una crescita cumulativa di quasi 8 punti percentuali tra il 2025 e il 2026. Le misure di austerità di Milei hanno portato a una forte riduzione dell'occupazione nel settore pubblico, gonfiata dal kirchnerismo e finanziata con debito e inflazione. Milei ha creato oltre 650.000 nuovi posti di lavoro nel settore privato. Secondo l'INDEC l'occupazione totale è cresciuta di 330.000 posti di lavoro in due anni e, cosa ancora più importante, l'occupazione nel settore pubblico è diminuita di 370.000 unità. Il debito pubblico ha raggiunto livelli molto elevati alla fine del 2023 e da allora è diminuito drasticamente in termini netti. L'onere del debito per l'economia si è ridotto drasticamente: è stato diminuito di decine di miliardi di dollari ed è calato in termini assoluti e in percentuale del PIL, e la dinamica esplosiva ereditata è stata arrestata. Il rapporto debito/PIL è sceso da oltre il 100% tra il 2020 e il 2023, raggiungendo un picco del 155%, al 70% nel terzo trimestre del 2025. Milei ha azzerato il debito della banca centrale trasferendolo al Dipartimento del Tesoro e nei due anni e mezzo della sua presidenza il debito totale ha fatto registrare una diminuzione netta di $48,5 miliardi. Il ministro Luis Caputo e il presidente della banca centrale, Santiago Bausili, hanno svolto un ruolo cruciale nel disinnescare le potenziali minacce lasciate dal socialismo, impedendo che esplodessero. Non possiamo dimenticare gli sforzi di Diego Santilli per garantire la sicurezza e la tranquillità degli argentini di fronte alle continue minacce di sabotaggio, né gli sforzi di Manuel Adorni per smantellare la propaganda e la disinformazione socialista. Il surplus primario è stato raggiunto tagliando la spesa, riducendo il peso dei sussidi inefficienti, frenando la crescita dell'occupazione pubblica e dando priorità ai programmi sociali essenziali. Meno sussidi per tutti e più assistenza per chi ne ha veramente bisogno hanno permesso di ridurre il debito, controllare la spesa e aiutare chi ne ha davvero bisogno. La deregolamentazione, grazie al ministro Sturzenegger, ha permesso di eliminare l'ingerenza statale nell'economia. L'eliminazione dei controlli sui prezzi, la riduzione dei dazi e l'apertura di settori come il trasporto aereo e il mercato immobiliare hanno portato a una maggiore varietà di prodotti e a prezzi migliori per i consumatori. Ora è il turno degli investimenti, che devono eliminare l'incertezza giuridica creata dal socialismo. Il programma RIGI, progettato per attrarre grandi investimenti superiori a $100 milioni, offre stabilità normativa e certezza giuridica, e sono già stati annunciati progetti per oltre $31 miliardi, soprattutto nei settori minerario ed energetico. Non è un miracolo, non è un esperimento... Milei e il suo team di governo hanno applicato la logica economica e una difesa inequivocabile della libertà.

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di Finn Andreen

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-difficile-cammino-dellargentina)

L'ascesa al potere in Argentina del primo libertario dichiarato, Javier Milei, è stata accolta con entusiasmo da molti libertari, ma anche come un momento cruciale. Non solo ha dimostrato la possibilità di ottenere il voto della maggioranza dell'elettorato di un grande Paese a favore di un programma radicale di libertà, ma ha anche suggerito che i libertari avrebbero finalmente potuto dimostrare al mondo intero che un libero mercato senza vincoli non solo è possibile, ma anche estremamente vantaggioso per qualsiasi società.

Non sorprende, quindi, che sia i libertari che gli statalisti stiano osservando con attenzione quest'ultimo esperimento argentino, iniziato nel 2024, per individuare segnali di successo o fallimento del modello Milei. I libertari possono sentirsi tranquilli riguardo a questa aspettativa, considerando le solide basi teoriche della Scuola Austriaca di economia che ispira il modello Milei.

A questo proposito occorre fare un paio di precisazioni. In primo luogo, la difficile transizione da una società statalista a una società libera non deve essere ignorata e non può essere attribuita al libertarismo in sé. Va detto che il processo politico e pratico per giungere a un libero mercato senza ostacoli non è stato un punto focale del pensiero libertario. In secondo luogo, il cammino verso la libertà potrebbe essere ostacolato da una serie di ragioni pratiche, come fattori esterni o umani, del tutto estranei al libertarismo. Ad esempio, il leader eletto e il governo potrebbero essere imperfetti e la classe politica potrebbe opporsi al cambiamento.


Risultati generalmente positivi dopo un inizio difficile

L'inizio del governo Milei è stato turbolento, con rapidi risultati positivi delle riforme, ma accompagnato dalle prevedibili difficoltà nella transizione da un'economia caratterizzata da tasse elevate, spese eccessive e inflazione. Quest'ultima, uno dei principali flagelli degli argentini per decenni, ha subito una netta decelerazione. Nel 2024 il PIL si è contratto dell'1,8%, un risultato migliore rispetto al 2023 (-3,1%), e c'è stata una forte ripresa del PIL nel 2025 (5,2%). Grazie ai tagli alla spesa pubblica, ad agosto dell'anno scorso lo Stato argentino ha fatto registrare un surplus di bilancio pari all'1,3% del PIL, un'inversione di tendenza senza precedenti per un Paese abituato a spendere più di quanto incassa.

Ma le misure di austerità – tagli ai sussidi, riduzioni di posti di lavoro nel settore pubblico, forti svalutazioni – hanno inevitabilmente comportato costi sociali, facendo precipitare inizialmente milioni di persone nella povertà. Tuttavia il tasso di povertà è poi diminuito drasticamente nella seconda metà del 2024, passando dal 52,9% nella prima metà del 2024 al 38,1%. La disoccupazione nella provincia di Buenos Aires è salita al 9,8%, un valore superiore a quello del 2023.

In generale, gli indicatori macroeconomici puntano nella giusta direzione, nonostante l'inevitabile e prevedibile inizio difficile. Tuttavia la sfida più seria per Milei riguarda probabilmente il pèso argentino, un ambito in cui l'economia Austriaca potrebbe essere un faro per evitare di ripetere gli errori del passato.


Il pèso argentino: una storia di cattiva gestione

Nel 1991 l'Argentina agganciò il pèso al dollaro con un tasso di cambio di uno a uno. Ogni pèso doveva essere coperto da un equivalente dollaro statunitense detenuto nelle riserve. Inizialmente l'inflazione crollò e gli investimenti aumentarono vertiginosamente. Tuttavia, rinunciando alla sovranità monetaria, l'Argentina perse la capacità di adattarsi alle condizioni mondiali. Con il rafforzamento del dollaro alla fine degli anni '90, il pèso si sopravvalutò, danneggiando le esportazioni e alimentando la disoccupazione. Incapace di svalutare o di impostare i propri tassi di interesse, il governo argentino si indebitò pesantemente in dollari, aggravando le future vulnerabilità.

Nel 2001 l'Argentina era in recessione. Con la fuga degli investitori e il calo delle riserve, il governo argentino bloccò i prelievi bancari per arrestare la fuga di capitali. Scoppiarono rivolte, il governo dichiarò default su oltre $100 miliardi di debito e il sistema di cambio fisso fu abbandonato nel 2002. Il pèso perse circa il 70% del suo valore in pochi mesi, con le conseguenze sociali che si possono immaginare. Dopo il crollo, l'Argentina adottò un sistema di cambio flessibile, ma i vantaggi iniziali svanirono rapidamente con il ritorno dell'indisciplina fiscale; l'inflazione cronica, superiore al 30%, divenne la norma, emersero molteplici tassi di cambio e la fiducia si erose.

Con il programma Milei, il pèso è stato inizialmente svalutato in modo significativo (da circa 400 ARS/USD a circa 800 ARS/USD) nell'ambito degli sforzi per ridurre l'inflazione. Nell'aprile del 2025 il governo è passato a un sistema di cambio più flessibile: il pèso è stato autorizzato a fluttuare all'interno di una banda di oscillazione (ad esempio, tra circa 1.000 e 1.400 ARS/USD) e molti controlli sui capitali e sulla valuta sono stati rimossi.

Alla fine del 2025 l'Argentina ha adottato un sistema di cambio “gestito” per la propria valuta. Il tasso di cambio ufficiale si aggirava intorno ai 1.480 pèso argentini per dollaro statunitense, mentre il tasso informale, noto come “dollaro blu”, era di circa 1.580 pèso. Il rischio principale era che il pèso non potesse essere facilmente difeso in questa fase di transizione, con riserve nette della banca centrale pari a soli $6 miliardi. Questa è la ragione principale per cui l'Argentina ha ricevuto dagli Stati Uniti, nell'ottobre del 2025, un fondo di stabilizzazione aggiuntivo di $20 miliardi, il quale ha anche contribuito all'importante vittoria di Milei alle elezioni di medio termine.

Ma il pèso è ancora sopravvalutato, il che danneggia le esportazioni e la competitività. Ad esempio, gli argentini hanno acquistato dall'estero elettrodomestici di marca e carne bovina – un prodotto di punta dell'esportazione argentina – che, a causa del tasso di cambio del pèso, risultano più economici rispetto ai prodotti locali equivalenti.

Tuttavia il piano di Milei per il pèso non si limita a lasciarlo fluttuare liberamente, ma prevede addirittura l'abolizione della banca centrale e la determinazione dei tassi di interesse da parte del mercato, come raccomanda la teoria Austriaca. Questo ci ricorda che la transizione verso un'economia di libero mercato è un processo che deve tenere conto della politica.


Lezioni dalla Scuola Austriaca

Dal punto di vista dell'economia Austriaca, le ripetute crisi che l'Argentina ha attraversato in passato sono la conseguenza inevitabile di una manipolazione monetaria artificiale. Come scrisse Ludwig von Mises nel suo libro, L'azione umana: “Non c'è modo di evitare il crollo finale di un boom causato dall'espansione del credito. L'alternativa è solo se la crisi debba arrivare prima... o dopo, come catastrofe finale e totale del sistema monetario”. Per l'Argentina, queste parole restano importanti da ricordare.

Il sistema di ancoraggio al dollaro del 1991 rappresentava una forma di controllo monetario artificiale. Fissando il tasso di cambio, i politici aggirarono il meccanismo naturale del mercato per l'equilibrio tra scambi commerciali, risparmi e investimenti. Quando il pèso diventò sopravvalutato, invece di deprezzarsi, il governo argentino prese in prestito dollari per mantenere la parità, alimentando così un'enorme bolla creditizia.

Come sottolineava Mises, una moneta sana non può essere creata per decreto; il suo valore deve emergere dallo scambio volontario. Quando lo Stato fissa i prezzi, compreso il prezzo della moneta, distorce i segnali di mercato e incoraggia consumi e indebitamento insostenibili. Murray Rothbard ha ribadito questo concetto nel libro, La Grande Depressione americana: “C'è un solo modo per porre fine all'inflazione: fermare immediatamente l'espansione monetaria e lasciare che il mercato si riallinei”.

Da questa prospettiva un pèso veramente libero, senza una banca centrale che decida i tassi d'interesse, porterebbe inevitabilmente difficoltà a breve termine, ma anche un equilibrio a lungo termine. La valuta si deprezzerebbe ulteriormente rispetto al dollaro, abbassando il tenore di vita, ma allineando i consumi alla reale capacità produttiva del Paese. Il vantaggio sarebbe che ciò stimolerebbe le esportazioni e renderebbe le importazioni più costose, incentivando così la produzione interna.

Milei è uno dei pochissimi leader politici al mondo ad aver compreso questi punti. L'unico vero ostacolo a una crescita economica duratura e a un miglioramento a lungo termine del tenore di vita dei poveri argentini è il ciclo elettorale: a Milei e al suo programma di libertà economica verrà data una possibilità concreta, non solo per due anni, ma per un intero decennio o anche di più? Perché questo è il lasso di tempo necessario per la transizione verso un'economia di libero mercato.

Se all'Argentina fosse consentito di diventare economicamente libera, ciò rappresenterebbe non solo un'importante vittoria per il libertarismo, ma anche una luminosa fonte di ispirazione per la riforma di innumerevoli nazioni occidentali attualmente in difficoltà sotto il giogo dello statalismo keynesiano. Il successo di Milei contribuirebbe a convincere concretamente tutti coloro che ancora dubitano che un programma politico basato sull'economia Austriaca possa portare a una prosperità duratura per tutti, a patto che si possano superare gli ostacoli politici.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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