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mercoledì 19 giugno 2024

La concorrenza in economia è diversa da una lotta darwiniana

La maggior parte delle persone considera il profitto come il risultato dello sfruttamento di alcuni su altri. Il profitto, però, non ha nulla a che fare con lo sfruttamento: riguarda l’uso più efficiente dei risparmi reali. Dovrebbe essere visto come un indicatore del fatto che essi siano impiegati nel miglior modo possibile o meno. Ovviamente un’espansione del bacino dei risparmi reali, il cuore della crescita economica e si manifesta attraverso i profitti, dovrebbe essere considerata il fattore chiave per innalzare il tenore di vita degli individui. Il profitto o la perdita possono essere accertati solo in un’economia di mercato in cui i prezzi dei beni e dei vari fattori di produzione sono stabiliti dall'interazione volontaria degli individui. Intuendo la discrepanza tra il prezzo di certi fattori di produzione e il valore potenziale che può emergere dalla loro trasformazione, un imprenditore la rimuove e quindi il suo premio è “il profitto”. Ma affinché un imprenditore possa realizzare profitti, deve anticipare le preferenze dei consumatori e di conseguenza investire in anticipo sulla propria idea. Attraverso la previsione accurata delle esigenze future dei consumatori, le aziende assegnano risparmi reali alla creazione di quell’infrastruttura che consentirà loro di soddisfare suddette esigenze. La pianificazione e la ricerca, tuttavia, non possono mai garantire i profitti, dato che diversi eventi imprevisti possono sconvolgere le previsioni. Gli errori, che portano a perdite, sono una parte essenziale degli strumenti di navigazione che dirigono il processo di allocazione delle risorse in un ambiente incerto. L’incertezza fa parte dell’ambiente umano e costringe gli individui ad adottare adeguate contromisure. Infatti profitti e perdite sono gli strumenti attraverso i quali i consumatori affidano la direzione delle attività produttive nelle mani di coloro che sono più adatti a servirli. Pertanto tutte quelle linee di politica intraprese per ridurre o confiscare i profitti compromettono questa funzione. In un contesto di interferenze da parte dello stato e delle banche centrali, la conseguente distorsione dei prezzi rende molto più difficile misurare se le imprese stanno realizzando profitti o meno. Di conseguenza diventa un compito arduo capire chi crea ricchezza reale da chi la spreca invece, andando a sconquassare la comunicazione imprenditori-consumatori e a intasare il panorama economico di errori che poi dovranno essere corretti.

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di Gary Galles

Coloro che promuovono l’idea che il capitalismo sia un sistema “cane mangia cane” iniziano la loro storia in un mondo con una quantità di risorse fissa o “data”. Ciò ha senso se parliamo di specie non umane perché non espandono le risorse disponibili per gli altri della loro specie. Di conseguenza la concorrenza è solo dal lato del consumo, dove ciò che uno guadagna, l’altro perde. Tuttavia questo ragionamento presupporre un mondo di risorse “date”, il che è enormemente fuorviante se si prende in considerazione le persone.


Concorrenza volontaria nella produzione

La ragione è che in una società capitalista la concorrenza nella produzione precede quella nel consumo, e la concorrenza nella produzione è la chiave. Bisogna prima produrre affinché gli altri guadagnino le risorse necessarie a finanziare i nostri desideri di consumo. Poiché in un mercato libero tale processo dev'essere volontario, come affermò da Murray Rothbard:

Un essere umano guadagna solo servendone un altro [...] attraverso la cooperazione pacifica [...] attraverso lo sviluppo della divisione del lavoro e dell'investimento di capitale.

I mercati costringono le persone a competere innanzitutto nella produzione, a cercare modi per avvantaggiare gli altri come modi indiretti per avvantaggiare sé stessi, a differenza di coloro che cercano di consumare a spese degli altri invece. Come ha scritto Sheldon Richman:

la competizione che si svolge sul mercato non è, per la maggior parte, competizione nel consumo, ma piuttosto competizione nella produzione [...] competiamo per consumare competendo per produrre.

Nei mercati le persone competono e prosperano aumentando il valore dei beni e dei servizi prodotti più di quanto ricevono in cambio, soprattutto attraverso nuove idee e innovazione. E se io riesco a produrre un widget “nuovo e migliorato” per $10 e a venderlo per $11 a qualcuno che lo valuta a $12, altri riceveranno un valore maggiore nello stesso momento in cui traggo profitto dallo scambio.

Come George Reisman ha descritto il risultato:

L'essere umano, in virtù del suo possesso della ragione, può aumentare l'offerta di tutto ciò da cui dipendono la sua sopravvivenza e il suo benessere. Quindi [...] la competizione in economia in un ambiente capitalista è una competizione tra chi può aumentare maggiormente l’offerta di cose [...] offrendo i prodotti migliori e più economici che le loro menti possano ideare [...] nella creazione positiva di nuova e aggiuntiva ricchezza.

Un altro modo di dirlo è che nei mercati la concorrenza nella produzione premia coloro che meglio cooperano con i consumatori. Gli individui competono per consumare espandendo la produzione e la ricchezza per gli altri.


La cooperazione viene premiata

Nella competizione economica chiunque può offrirsi di collaborare a condizioni stabilite e accettabili. Tale processo premia coloro che sono maggiormente in grado di soddisfare i desideri dei consumatori, chiunque essi siano. La competizione supera le restrizioni erette contro coloro che si offrirebbero volentieri di cooperare a condizioni migliori, aprendo a migliori opportunità per coloro che saprebbero fare meglio se ne avessero la possibilità. Favorisce, quindi, coloro che sono più capaci di servire gli altri.

Inoltre i mercati forniscono una ricompensa speciale per produrre ciò che “le masse” vogliono e sono disposte a pagare, in modo che tali “benefattori” possano staccare un guadagno dato che forniscono grandi benefici agli altri e non a spese degli altri. In questo modo la concorrenza nella produzione è, di fatto, la principale forza edificante per i poveri, non un mezzo per calpestarli.

Il capitalismo inoltre ovvia alla necessità per coloro che vorrebbero servire gli altri di ottenere il permesso di produrre da parte di qualche pianificatore centrale. Poiché tutto ciò che serve per acquisire le risorse è convincere un numero sufficiente di investitori che un progetto è in grado di apportare benefici sufficienti ad altri, misurati in base ai profitti potenziali, ciò aumenta notevolmente la gamma di idee e approcci che possono essere testati sul mercato, il che aumenta l’intensità della concorrenza nella produzione a vantaggio di tutti i consumatori.

Inoltre la competizione nella produzione ha creato una cornucopia di investimenti, ricchezza e tecnologia che ci ha reso tutti più produttivi, per non parlare di tutti i miracoli medici che ora salvano persone altrimenti “non idonee”.


Concorrenza antidarwinistica

Per riconoscere l’importanza della concorrenza nella produzione volta a soddisfare i desideri degli altri, basta guardare alle imposizioni statali di tetti ai prezzi (come il controllo dei prezzi degli affitti) e alle restrizioni normative che prevalgono sui prezzi e sugli accordi di mercato volontari: in questo modo si capisce come indeboliscano la stabilità dei produttori e i relativi incentivi per fornire ciò che i consumatori desiderano.

Come ha riconosciuto anche William Graham Sumner:

Libertà significa la sicurezza data a ciascun uomo di [...] disporre dei prodotti esclusivamente come preferisce. È impossibile sapere donde si possa ricavare una definizione o un criterio di giustizia, se non la si deduce da questa visione delle cose; e se non è la definizione di giustizia che ciascuno possa godere del frutto del proprio lavoro e della propria abnegazione, qual è allora?

Tuttavia gli accaniti accusatori del capitalismo negherebbero alla gente questo frutto duramente guadagnato, pertanto la soluzione è nella libertà e nella proprietà privata:

lasciare che ogni essere umano conduca la propria vita a modo suo, garantendogli soltanto che qualunque cosa faccia in termini di industria, economia, prudenza, buon giudizio, ecc., ricadrà sul suo benessere e non sarà dirottata a beneficio di qualcun altro.

C’è un abisso tra la storia che ci racconta la pletora di critici “cane mangia cane” e il fatto che il capitalismo non abbia eguali quando si tratta di fornire beni e servizi più abbondanti, e quindi più economici, per tutti. Praticamente tutti sopravvivono meglio, rendendo la concorrenza nella produzione antidarwinistica. Infatti a differenza di una lotta darwiniana in cui gli altri (nel loro unico ruolo di consumatori) sono nemici, la concorrenza nella produzione rende i produttori i migliori amici dei consumatori.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 17 giugno 2024

I diritti di proprietà sono ciò che separa gli esseri umani dagli animali

 

 

di Gary Galles

Come persona che ha studiato politiche pubbliche per decenni, sono stato spesso colpito da quante persone sono talmente assuefatte dal loro ismo preferito da ignorare analisi contraddittorie e prove che confutano le loro tesi proprio sotto il loro naso.

Un buon esempio di questa ignoranza intenzionale è la frequenza con cui gli oppositori del capitalismo reiterano il mantra “cane mangia cane”, la “sopravvivenza del più forte” e la “legge della giungla” come arsenale retorico per portare avanti la loro sequela di calunnie.


Diritti di proprietà

La confutazione di tali affermazioni è disponibile nel libro più famoso della storia dell'economia: La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, in stampa dall'anno in cui gli americani pubblicarono la Dichiarazione d'Indipendenza. È nel Libro 1, Capitolo 2, quindi anche un piccolo investimento in termini di tempo potrebbe portare il lettore fin lì. Inoltre una delle citazioni più famose di colui che molti chiamano “il padre dell’economia” (“Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo la nostra cena, ma dal loro riguardo per i propri interessi. Ci rivolgiamo non alla loro umanità ma al loro amor proprio, e non parliamo mai delle nostre necessità ma dei loro vantaggi”) dovrebbe già scardinare le tesi contrarie al capitalismo.

Il problema centrale nasce dal rischio che si corre quando si usa una qualunque analogia o metafora. Due cose diverse vengono equiparate, ma quando ci sono differenze importanti nelle circostanze sottostanti, che portano a differenze sostanziali nel comportamento e negli effetti prevedibili, se ne può abusare per indurre le persone a concludere che sono uguali mentre in realtà sono molto diverse. Questo è il caso quando si descrivono le relazioni di mercato volontarie come una legge della giungla dove cane mangia cane.

Come scrisse Adam Smith, i cani non hanno diritti di proprietà, diversamente dagli esseri umani.

Nessuno ha mai visto un animale con i suoi gesti e le sue grida dire a un altro, questo è mio, quello è tuo.

Non hanno “le strutture della ragione e della parola” che consentirebbero loro di negoziare e stipulare contratti. Non effettuano scambi tra loro.

Nessuno ha mai visto un cane fare uno scambio giusto e deliberato [...] con un altro cane.

E i cani, di conseguenza, non producono l’uno per l’altro, traendo vicendevole vantaggio in base ai loro diversi talenti e specializzazioni. “[Per] mancanza di potere o disposizione al baratto o allo scambio”, essi “non contribuiscono minimamente alla migliore sistemazione e convenienza della specie”, e quindi ciascuno “non trae alcun tipo di vantaggio da quella varietà di talenti con cui la natura ha distinto i suoi simili”.


Espansione della produzione

L'assenza di qualsiasi titoli di proprietà nel regno animale, oltre alla loro capacità di scoraggiare le invasioni altrui, significa che non hanno la protezione dei diritti sulla proprietà privata che Herbert Spencer descrisse come “la dimostrazione che i deboli possono proteggersi dai forti” e John Locke definì la ragione come “la disponibilità degli esseri umani a unirsi e formare la società”. Ignorare il motivo per cui le persone si uniscono e formano una società è una differenza piuttosto difficile da ignorare quando qualcuno equiparare il capitalismo alla giungla.

L'assenza di scambi e di produzione per gli altri da parte degli animali crea un mondo a somma zero in cui ciò che uno vince, l'altro perde. La concorrenza limitata a tali circostanze può effettivamente essere una lotta feroce, “fai o muori”, ma questa non è la competizione nei mercati bensì la competizione della guerra, in cui gli stati competono per ignorare i diritti che altri stati cercano di garantire ai propri cittadini.

Le persone, protette dai diritti sulla proprietà privata e dal diritto derivato di contrattare, sono unite dai vari benefici che la produzione e lo scambio possono generare dalle nostre differenze di interessi e capacità. Invece di un gioco a somma zero, in un sistema capitalista la concorrenza di mercato produce un “gioco” a somma incredibilmente positiva in cui ognuno avvantaggia sé stesso trovando modi migliori e nuovi per avvantaggiare gli altri, cosa che George Reisman ha accuratamente descritto come una situazione in cui “il guadagno di uno è positivamente il guadagno di altri”.

E ciò avviene attraverso la capacità di creare e scambiare con gli altri, che come Smith scrisse è “comune a tutti gli esseri umani, e non si trova in nessun’altra razza di animali”, motivo per cui per l’essere umano “la maggior parte dei suoi desideri occasionali sono fornito da [...] trattati, baratto e acquisti”, che, a loro volta, “danno vita alla divisione del lavoro” e alla massiccia espansione della produzione che rende possibile un'espansione del consumo.


Cooperazione volontaria

Non ha senso descrivere la cooperazione volontaria, che deve rispettare i diritti degli attori di mercato, come una battaglia disperata per la sopravvivenza in cui “tutto è lecito”. Tale comportamento “io vinco, tu perdi” è riconducibile a risorse date e limitate, che non è la situazione che le persone affrontano in un sistema capitalista, il quale ha fatto più di ogni altra “scoperta” sociale per sostituire tale comportamento con possibilità vantaggiose per tutti. Nelle parole di Smith:

Tra gli esseri umani, [...] i geni più dissimili sono utili gli uni agli altri [...] dove ogni essere umano può acquistare qualunque cosa i talenti degli altri esseri umani possono realizzare.

A condizione che la proprietà delle persone di sé stesse e della propria produzione sia rispettata, facendo affidamento esclusivamente su accordi volontari, la produzione e lo scambio sono il processo attraverso il quale tutti guadagnano. E un tal mondo, uomo-servizio, è ben lontano da un mondo dove cane mangia cane.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 11 giugno 2024

La teoria del vantaggio comparato di Ricardo: l'idea meno compresa del nostro tempo

 

 

di Gary Galles

Gli oppositori di coloro che sostengono i diritti di proprietà privata e il libero mercato spesso sono chiamati darwinisti sociali e secondo questi ultimi i primi desiderano sterminare i deboli a beneficio dei forti. Ciononostante grazie al capitalismo entrambi i gruppi guadagnano e praticamente tutti sopravvivono meglio, compresi i più deboli, senza violare la libertà individuale, rendendo quindi la loro tesi antidarwiniana.

Suddetti oppositori non riescono a vedere che gli accordi volontari del mercato sostituiscono la proverbiale legge della giungla. La competizione per creare ricchezza aggiuntiva non produce perdite a lungo termine, alla fine ci sono solo beneficiari. La retorica del darwinismo sociale “cane mangia cane”, “sopravvivenza del più forte”, però, lo ignora volutamente e ciò è dovuto alla sua incomprensione sia del vantaggio assoluto che del vantaggio comparato.


Vantaggio assoluto e comparato

Cosa accadrebbe se i lavoratori del gruppo B fossero bravi esattamente la metà nel produrre sia il bene X che il bene Y rispetto ai lavoratori del gruppo A? In tal caso i lavoratori del gruppo B non sarebbero tra i “più forti”, ma il vantaggio assoluto dei lavoratori del gruppo A significherebbe che i lavoratori del gruppo B morirebbero di fame? No. Qualora non venisse impedito l’aggiustamento dei salari, entrambi i gruppi lavorerebbero in modo produttivo.

Se fossi produttivo la metà di voi in tutto, potrei ancora sopravvivere sul mercato perché con la metà del vostro stipendio il mio costo di produzione sarebbe lo stesso del vostro. Laddove ai salari viene impedito di rispondere a capacità così diverse, possono verificarsi risultati negativi (come con le leggi sul salario minimo a $15 l’ora che possono sopravvalutare il lavoro poco qualificato e ridurne l’occupazione) ed è questo l'unico esito di chi vuole controllare i mercati, non di permettendo loro di funzionare adeguatamente.

Se cambiamo l’esempio di sopra in modo che i lavoratori B fossero produttivi la metà di quelli A nel produrre il bene X, ma solo un terzo nel produrre il bene Y, i lavoratori B non sarebbero ancora tra quelli apparentemente più adatti, poiché i lavoratori A avrebbero ancora un vantaggio assoluto nel produrre entrambi i beni. Ma ora i lavoratori B avrebbero un vantaggio comparato (o relativo) nel produrre il bene X rispetto ai lavoratori A, perché dovrebbero rinunciare solo a due terzi di Y per unità di X che producono rispetto ai lavoratori A.

Quando si permette ai prezzi di aggiustarsi e il commercio non viene limitato artificialmente, nessun lavoratore viene reso inoccupabile. Entrambi i gruppi di lavoratori possono guadagnare facendo in modo che i lavoratori B si specializzino nella produzione di X (in cui sono relativamente migliori), alcuni dei quali vengono scambiati con i lavoratori A in cambio della produzione di Y da parte loro (in cui sono relativamente migliori). Infatti, in questo caso i lavoratori B sono relativamente più adatti per la produzione di X sul mercato, anche se sono meno adatti dei lavoratori A in modo assoluto.

Questo è, in sostanza, ciò che David Ricardo dimostrò con la sua teoria del vantaggio comparato nel 1817. Anche se i lavoratori di un Paese sono meno produttivi nel produrre tutti i beni rispetto ai lavoratori di un altro Paese, la specializzazione basata sul vantaggio comparato combinata con il commercio internazionale può avvantaggiare entrambi i lavoratori.


Sia vero che non ovvio

Ed è un’idea importante da capire. Secondo Deirdre McCloskey, quando il matematico Stanislav Ulam sfidò il premio Nobel Paul Samuelson a nominare un principio nelle scienze sociali che fosse allo stesso tempo vero e non ovvio, la sua risposta fu: “La teoria di Ricardo del vantaggio comparato”. E ha aggiunto:

[Che] non sia banale è attestato dalle migliaia di uomini importanti e intelligenti [e anche donne, cara] che non sono mai state in grado di afferrare la dottrina da soli o di crederci dopo che è stata loro spiegata.

La critica darwinista nasce dall’idea che solo coloro che sono i migliori in assoluto in qualcosa sopravvivono, mentre gli altri cadono nel dimenticatoio. Ma questa non è la realtà della concorrenza di mercato. Finché le persone sono libere di perseguire i propri interessi e non viene impedito artificialmente l’aggiustamento dei prezzi di mercato, tenderanno a scegliere di specializzarsi in ciò in cui hanno un vantaggio comparato, anche se sono peggiori in assoluto nel produrre tutto e non possono pretendere un vantaggio assoluto in qualsiasi cosa.

Gli aggiustamenti dei prezzi nei mercati consentono anche a coloro che sono meno capaci in senso assoluto di sopravvivere piuttosto che essere eliminati. E come dice Sheldon Richman: “Sul mercato i meno 'in forma' non muoiono, guadagnano solo meno soldi. Questa non è una considerazione da poco quando si confronta il capitalismo con altri assetti sociali”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 21 giugno 2021

Perché l'amoralità dei mercati è preferibile all'immoralità della coercizione?

 

 

di Gary Galles

La libertà e le relazioni volontarie evocano il meglio negli individui e, quindi, nella società. Ciò rende doloroso vedere che gli accordi volontari vengano accusati praticamente di tutto il male nel mondo e poi vederli abbandonati a favore della coercizione di alcuni da parte di altri tramite lo stato; il tutto per una visione utopica irraggiungibile.

Ma perché le visioni utopiche irraggiungibili sono più attraenti per così tante più persone rispetto alla libertà, la quale può realizzare la migliore società raggiungibile? Leonard Read rifletté su questo problema con attenzione e offrì utili spunti in "Free Market Disciplines". Nel 50° anniversario di Let Freedom Reign, in cui era incluso, vale la pena di ricordare le sue riflessioni.

Read ha mostrato che l'incapacità della libertà di ottenere più aderenti rispetto allo statalismo utopico può essere spesso ricondotta al fatto che sono i fini previsti, piuttosto che i mezzi coinvolti, a motivare le persone. A differenza delle visioni utopiche, che sorvolano sui problemi del mondo reale non solo a livello di implementazione ma anche di contraddizioni interne, non si può dimostrare che la libertà – un "servo amorale" – non abbia risultati oggettivi. Ciò significherebbe caricarla di un deficit di ispirazione.

Tuttavia attribuire al libero mercato quei risultati sgraditi è una colpa sbagliata, pertanto limitare gli accordi volontari, oltre a prevenire l'uso della forza e la frode, non può risolvere i problemi reali. Tali ostacoli possono intorbidire la capacità del libero mercato di coordinare gli sforzi produttivi reciprocamente vantaggiosi delle persone, causando molti danni attraverso tentativi sbagliati di realizzare il bene.


I pensieri di Leonard Read sull'argomento

Il libero mercato è l'unico meccanismo che può disciplinare in modo sensato, logico e intelligente la produzione ed il consumo. Perché è solo quando il mercato è libero che il calcolo economico è possibile; il prezzo libero è la chiave.

Ma è necessario riconoscere i limiti del libero mercato: è un meccanismo, e quindi è del tutto privo di persuasione morale e spirituale [...] non incarna alcuna forza coercitiva.

Data una società di individui che scelgono liberamente, il mercato è ciò che esiste di conseguenza, è un meccanismo non definitivo. È la processione degli eventi economici che si verificano quando l'autoritarismo [...] è assente.

In una parola, il libero mercato è il desiderio individuale che parla in termini di scambio [...]. Quando i desideri delle persone sono depravati, un libero mercato accoglierà la depravazione; e accoglierà l'eccellenza con eguale alacrità [...] e il male.

È perché il libero mercato serve il male oltre che il bene che molte persone pensano di poter liberare la società dal male uccidendo questo servo fedele e amorale. Ciò equivale a dire [...] bisogna rompere lo specchio in modo da non vedere il riflesso di ciò che siamo veramente.

Il mercato non è che una risposta a — uno specchio dei — nostri desideri.

Invece di maledire il male, mettetelo fuori mercato; il male cesserà nella misura in cui smetteremo di patrocinarlo. Cercare di liberarci della spazzatura correndo dallo stato affinché approvi leggi morali è come cercare di minimizzare gli effetti dell'inflazione salariale con controlli dei prezzi. Entrambi distruggono il mercato, cioè il riflesso di noi stessi [...] tenta di non vederci come siamo.

Uccidere questo servitore fedele e amorale significa bendare e ingannare noi stessi [...] negare il mercato significa cancellare il miglior punto di riferimento che l'uomo possa avere.

Il mercato è un meccanismo e non è né saggio né morale [...]. Il mercato è un percorso ad ostacoli; prima di poter perseguire la mia inclinazione o attitudine o ossessione, devo ottenere un'approvazione o un assenso adeguato e volontario [...] o altezzoso, o depravato, non controllano il verdetto. Ciò che questi altri [...] offriranno volontariamente in cambio della mia offerta significa il mio successo o fallimento, e mi permette di perseguire la mia inclinazione o meno.

Alla fine, in una società libera, la spazzatura finisce nel mucchio della spazzatura ed i risultati vengono ricompensati.

Credo che chiunque dovrebbe seguire la sua stella, ma che lo faccia con le proprie risorse o con quelle che altri forniranno volontariamente. Questo per dire che io credo nel mercato, un meccanismo duro e disciplinare.

Un individuo, nel libero mercato, considera quanta parte della sua proprietà è disposto a mettere in gioco [...]; il libero mercato dà poca importanza ai progetti che sono in fondo alle preferenze individuali.

Read riconobbe che i difensori della libertà devono affrontare il fatto che i mercati consentono alle persone di fare ciò che desiderano di più, cioè che è un servitore amorale. Non si può fare affidamento su di esso per produrre solo cose buone ed ispiratrici. Ma quando alcune persone permettono che si faccia del male, lo fanno solo a riflesso di ciò che altri desiderano. Se ci riformassimo, i mercati non farebbero questo danno. E Leonard Read aveva grande fiducia che tali miglioramenti fossero possibili. Al contrario, “riformarci” coercitivamente non elimina le cause di tale danno e quindi fa poco per fermarle, bensì elimina il servitore amorale del bene più grande che non può essere realizzato con nessun altro mezzo.

Leonard Read riconobbe che la libertà, gli accordi volontari che vengono creati quando i diritti a noi stessi e alla nostra produzione sono protetti, fornisce i mezzi per raggiungere ciò che è realizzabile in una società dedita al progresso. Man mano che ci sviluppiamo, ognuno di noi ha di più da offrire agli altri. Questo, oltre a ciò che la libertà ha storicamente realizzato spingendosi oltre l'immaginazione di chiunque e creando possibilità ancora inconoscibili, era al centro della sua visione ispiratrice.

Per seguire il percorso di Leonard Read verso una maggiore libertà, anche noi dobbiamo sviluppare la nostra capacità di "vedere" il bene invisibile (e spesso inimmaginabile) che può essere realizzato solo liberando la capacità delle persone di creare ed innovare pacificamente. Dobbiamo anche essere in grado di vedere i difetti intrinseci della coercizione. Con una tale visione binoculare, possiamo riconoscere alla libertà quel faro d'ispirazione molto più luminoso rispetto a qualsiasi fantasia statale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 22 gennaio 2020

L'eccezionale valore dei valori sul mercato





di Gary Galles


L'ho sentito molte volte: "Un economista è qualcuno che conosce il prezzo di tutto e il valore di niente". Ma solo di recente ho scoperto che la sua origine era la definizione che Oscar Wilde affibbiava ai cinici. In realtà gli economisti sono scettici, non cinici, ma l'idea che un economista possa essere descritto come "qualcuno che conosce il prezzo di tutto e il valore di niente" è così sbagliata che non riesco a togliermela dalla mente.

"Conoscere il prezzo di tutto" travisa le cose più importanti sui prezzi di mercato e "conoscere il valore del nulla" è forse una critica ancora più fuorviante.



Conoscere il prezzo di tutto

Come per tutte le dichiarazioni false, ma popolari, descrivere gli economisti come quelli che conoscono il prezzo di tutto ha un fondo di verità. I prezzi sono una delle variabili più cruciali studiate dagli economisti. Dai principi di economia in poi, gli studenti devono affrontare molti esercizi di ottimizzazione basati su determinati prezzi, o progettati per determinare i prezzi di mercato. La microeconomia intermedia è comunemente chiamata teoria dei prezzi e gli strumenti della restrizione di bilancio e della curva di indifferenza sviluppati in tal corso non possono essere utilizzati in assenza di prezzi di mercato (è necessario che i prezzi di mercato determinino il vincolo di bilancio). Ma definire gli economisti in un modo così ristretto e riduzionista ignora le cose più preziose che gli economisti conoscono sui prezzi, paragonati ad una calcolatrice umana che cerca di determinare i prezzi relativi per massimizzare il profitto come produttore e l'utilità come consumatore.

Una visione così fuorviante ignora che i prezzi comunicano informazioni agli attori di mercato, molti dei quali sono inconoscibili in assenza di diritti di proprietà e di accordi volontari. Allo stesso modo, i prezzi coordinano le azioni degli attori di mercato in contrasto all'approccio invasivo del "comando e controllo" basato sulla coercizione. I prezzi di mercato motivano anche coloro che comprano e vendono, incluso fornire un meccanismo per indurre a trattare volontariamente con quelle persone che non conosciamo o addirittura non ci piacciono.



Conoscere i prezzi rispetto a cosa?

Dire che gli economisti sanno i prezzi delle cose, significa che gli altri non li sappiano. Se le cose stanno così, ciò attribuisce agli economisti informazioni veramente preziose, come sosteneva Ludwig von Mises. Se non esistessero prezzi di mercato noti, come farebbero i venditori a prevedere quali benefici riceverebbero dai consumatori in cambio dei loro prodotti? Come potrebbero sapere quali scelte produttive fare? Come farebbero gli acquirenti a sapere a che cosa dovrebbero rinunciare per acquisire tali prodotti? Come farebbero a sapere quali scelte di consumo effettuare? E poiché solo gli accordi volontari rivelano queste informazioni, qualsiasi alternativa imposta riduce la conoscenza degli attori di mercato e, con essa, il loro benessere. La concorrenza del mercato non è un'alternativa meno amichevole, e quindi inferiore, alla cooperazione, come spesso descritto, ma un mezzo per rivelare meglio chi può trarre il massimo vantaggio dalla cooperazione e come.



Risolvere i disaccordi sul valore

Gli economisti studiano i prezzi di mercato anche per risolvere, in modi reciprocamente vantaggiosi, le differenze tra le preferenze e le circostanze delle persone. Ogni unità di un determinato bene a cui una persona è interessata presuppone un beneficio atteso superiore al costo da sostenere; ogni unità di un determinato bene che una persona vende ha un costo marginale inferiore ai ricavi previsti in cambio. Pertanto acquirenti e venditori non sono d'accordo sui benefici e sui costi di ogni unità, fino a quando, per l'ultima unità scambiata, sono approssimativamente uguali al prezzo di mercato. La libertà di determinare quanto scambiare consente accordi sui prezzi di mercato, i quali offrono vantaggi a tutte le parti interessate. Senza un tale meccanismo di accordo al margine, i disaccordi condurrebbero facilmente a guerre per determinare quali preferenze dovrebbero dominare.

Inoltre il fatto che tutte le parti in gioco beneficino di ciascuna unità scambiata ha conseguenze importanti sulle alternative all'organizzazione del mercato, quelle applicate dagli stati. Quando vengono imposte tasse o dazi, regolamenti, massimali di prezzo o minimi, per "impostare" il risultato del mercato, si va a ridurre la quantità scambiata, spazzando via i reciproci guadagni che tali operazioni avrebbero altrimenti generato.

Inoltre i prezzi di mercato risolvono anche i cambiamenti nelle preferenze e nelle circostanze in modo flessibile e pacifico. Tali modifiche richiedono termini rinegoziati. Quando i protagonisti di una transazione devono solo concordare il valore dell'ultima unità scambiata, i prezzi possono risolvere il conflitto temporaneo prodotto da tali cambiamenti in modo congiuntamente volontario piuttosto che imposto in modo coercitivo da una parte sull'altra.



Conoscere il valore di nulla

Dire che una persona conosce il valore di nulla è un modo offensivo di dire che non c'è motivo di prestare attenzione a ciò che ha da dire su qualcosa. Ma la frase dimostra in realtà un'assenza di comprensione del valore.

Dire che gli economisti non conoscono il valore di qualcosa è vero, ma irrilevante. Nessuno conosce il valore oggettivo di nulla, perché i valori non sono tali. Il valore è negli occhi di chi guarda. Sono soggettivi e differiscono ampiamente, in particolare quando si tratta di cose che in definitiva riteniamo importanti (ad es. amore, rispetto per gli altri, rispetto di sé, ecc.). Il nostro disaccordo sui valori è illustrato ogni volta che andiamo oltre le generalità (ad esempio, siamo uniti nel desiderare il cibo, ma non siamo d'accordo su quale tipo di cibo, quanto cibo, cibo per chi, disponibile quando e dove, per non parlare di chi dovrebbe pagare e gli scambi che desideriamo tra cibo e altre cose che apprezziamo). Questo è il motivo per cui gli economisti sono scettici sul linguaggio unitario in politica. Non siamo unificati nei fini che vogliamo e nei compromessi che siamo disposti ad accettare.

Dire che gli economisti non sanno cosa non esiste non è una critica valida alla professione. Dopotutto è altrettanto vero per quelli che li criticano. Ciò che va a sottolineare, invece, è l'ignoranza o la falsa rappresentazione (intenzionale) di suddetti critici usate per affermare che i loro valori sono definitivi e quindi i giudizi degli altri dovrebbero essere conformati ai loro con la forza.

Ad esempio, le richieste di preservare le strutture "storiche" vengono utilizzate per privare i legittimi proprietari dei loro diritti di proprietà perché piacevano a qualcun altro. Allo stesso modo, preservare gli spazi verdi è una popolare scusa dei proprietari di case su terreni che sono stati convertiti e quindi negare gli stessi diritti di conversione ad altri che non hanno ancora fatto lo stesso. Il motivo è semplice: una volta che sono lì, ridefiniscono tutto ciò che gli piace della zona come loro diritto inviolabile, indipendentemente dai diritti degli altri.



Valore totale & valore marginale

Dire che gli economisti non conoscono alcun valore riflette anche la confusione dei critici sui valori marginali rispetto ai valori totali, spesso definito paradosso dei diamanti e dell'acqua. Per l'esistenza umana il valore totale dell'acqua supera quello per i diamanti. L'acqua, di gran lunga più preziosa, non dovrebbe essere più costosa dei diamanti? No. Il prezzo di mercato riflette il valore marginale dell'acqua, non il valore totale dell'acqua. Non scambiamo intere classi di merci; commerciamo unità di merci concrete e marginali e il valore marginale dell'acqua è inferiore rispetto a quello dei diamanti, poiché l'offerta è molto più abbondante rispetto alla domanda.

Questa confusione è anche alla base delle obiezioni secondo cui i prezzi di mercato non riflettono il merito individuale. Qualcuno con un merito molto maggiore nel produrre ciò che gli altri apprezzano potrebbe essere meno meritorio in altri modi, ciononostante è il merito ciò che i mercati premiano. Naturalmente non esiste nemmeno un modo oggettivo per misurare il merito e quindi nessun altro mezzo per allocare le risorse può premiare con precisione il merito.



Saperne di più sul valore

Mentre i prezzi di mercato vengono criticati perché non rivelano valori, in realtà rivelano di più sui valori delle persone rispetto a qualsiasi sistema di allocazione delle risorse imposto in modo coercitivo. Gli scambi volontari possono incorporare tutte le preferenze e le circostanze note solo a coloro che effettuano le scelte, ciò che a sua volta fornisce ad altri informazioni preziose sui valori marginali; invece qualsiasi “soluzione” pianificata centralmente scarta tali informazioni preziose e la ricchezza che ne può conseguire, come dimostrò Friedrich Hayek.

Anche se gli economisti, come gli altri, non conoscono il valore oggettivo di nulla, sanno che finché le persone stipulano volontariamente accordi di mercato, tutte le parti in ciascuna transazione si aspettano che il valore soggettivo che riceveranno come beneficio superi il valore soggettivo sopportato sotto forma di costi. E qualsiasi intrusione coercitiva che costringe gli individui ad azioni indesiderate distrugge i guadagni congiunti per i partecipanti.

Gli economisti sono lungi dall'essere limitati alla sola conoscenza dei prezzi di mercato. Infatti la loro comprensione del processo di mercato volontario e le conseguenze benefiche che ne risultano è molto più importante. Gli economisti forniscono anche approfondimenti più accurati sui valori che le persone attribuiscono ai beni e ai servizi rispetto ai loro accusatori confusi, i quali desiderano sostituire le preferenze delle persone con qualcosa di peggiore e dannoso. Come scriveva Max Borders: "Il pensiero passa dalla soggettività alla falsa oggettività. Una volta che si avalla la tesi statalista che esiste un bene oggettivo, bisogna discutere in base a tali condizioni". E la conseguenza è una chiara dimostrazione che, nelle parole di Frank Knight, "non è l'ignoranza che fa il maggior danno; bensì credere di sapere tanto di qualcosa che invece non si conosce affatto".


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 10 settembre 2019

Il breve termine è una preoccupazione più per i politici che per gli imprenditori





di Gary Galles


Vi ricordate il termine "capitalismo trimestrale"? Solo due anni fa Hillary Clinton l'ha usato per denunciare una presunta preoccupazione degli imprenditori per i risultati a breve termine a scapito della crescita a lungo termine. Le prove? Riacquisti di azioni proprie e basta. Avrebbe riparato a questa situazione con imposizioni statali.

Alla Clinton hanno fatto seguito più di recente i senatori Elizabeth Warren e Bernie Sanders, insieme ad altri, che hanno formulato proposte per ulteriori restrizioni alle imprese. Ma uno sguardo agli incentivi coinvolti ci porta a ribaltare le asserzioni di questa gente.



Le imprese sono miopi?

Gli azionisti detengono il valore attuale della loro quota proporzionale degli utili netti, non solo degli utili attuali. Non scartano buoni investimenti che possono aumentare il valore attuale previsto. Buoni risultati a breve termine fanno salire i prezzi delle azioni per le migliori implicazioni riguardo il corso futuro degli utili netti.

I prezzi delle azioni sono una metrica primaria per valutare il successo manageriale e la base per i loro premi. Ciò fa sì che i loro orizzonti temporali riflettano quelli degli azionisti, estendendosi ben oltre il presente. Gli obbligazionisti, che vogliono essere rimborsati, incorporano i rischi di rimborso nelle loro scelte. Anche le relazioni tra lavoratore e fornitore riflettono le prospettive future delle imprese.

Questa logica dell'orientamento futuro nelle relazioni commerciali è supportata anche da ricerche recenti. L'economista dell'Università di Chicago, Steven Kaplan, ha redatto un documento nel 2017 intitolato: "Le aziende statunitensi sono troppo orientate al breve termine?" Ha scoperto che "sono poche le prove che supportano la tesi di coloro che pensano che le imprese sono esclusivamente orientate al breve termine", indipendentemente dal fatto che si consideri il rapporto prezzi/utili, i profitti, o gli investimenti in capitale di rischio.

Più di recente, in un documento di discussione della Federal Reserve del 2018 intitolato "The Long and Short of It: Do Public and Private Firms Invest Differently?", Naomi E. Feldman e cinque coautori hanno scoperto "solide prove che le aziende pubbliche investono più in ricerca e sviluppo", una conclusione "incompatibile con l'idea che la pressione degli utili renda le aziende pubbliche tanto miopi da rinunciare agli investimenti netti a lungo termine".

È importante notare che tale risultato è uscito fuori nonostante una lunga storia di politiche statali, effettive e minacciate, che avrebbero spinto le aziende a preoccuparsi di più del breve termine. Con l'amministrazione Trump, tuttavia, le proposte di aumentare le tasse alle imprese e quelle sulle plusvalenze sono state sostituite da riduzioni delle tasse alle imprese; oltre ad un'attenzione a sgonfiare gli oneri statali sulle imprese. In un tale ambiente sono incentivate di più a focalizzarsi sul futuro.



Sono i politici quelli che pensano al breve termine

L'idea che lo stato possa “aggiustare” una leadership aziendale presumibilmente miope è a dir poco discutibile, se non ridicola. Gli incentivi politici di coloro che sono in carica sono molto più miopi rispetto a quelli degli azionisti, i quali sopportano tutte le conseguenze future delle scelte presenti.

Un perdente alle elezioni sarà senza poteri, incapace di trarre beneficio dalla sua carica. Durante le elezioni tutto va all'asta, solo per acquisire un vantaggio politico a breve termine. Questo è il motivo per cui le cosiddette "riforme" calzano bene alla definizione di Ambrose Bierce: "Una cosa che soddisfa i riformatori contrari alla riforma." Ciò isola  i politici dalla responsabilità delle loro azioni dannose.
Non dovremmo dimenticare la cornucopia di esempi a sostegno della preoccupazione dello stato riguardo il breve termine, il che prescinde qualunque cosa lo stato prometta di riformare.

Le passività non finanziate a 14 cifre di previdenza sociale e Medicare puniranno le generazioni future, visto che sono state fatte troppe promesse impossibile durante i periodi di elezioni. Altri fondi fiduciari e fondi pensione finiranno per espiare nel peggior modo possibile i "peccati" a breve termine dei politici. L'espansione del debito pubblico rappresenta la punizione futura delle promesse politiche a breve termine.

Gli attacchi politici alla presunta preoccupazione delle imprese per il breve termine e le presunte "riforme" che la risolveranno sono tremendamente fuori strada. Ignorano gli incentivi degli attori di mercato. Ignorano le ricerche che contraddicono tale tesi. Per loro le risposte del settore privato alle imposizioni statali sono un fallimento del settore privato stesso. Ignorano il fatto che gli incentivi politici sono peggiori.

Dobbiamo riconoscere, come disse Henry Hazlitt, che "oggi è già il domani che ieri il cattivo economista ci ha esortato ad ignorare" e che il potere dello stato di mettere i bastoni tra le ruote a tutto e tutti non è negli interessi degli americani.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 3 settembre 2019

Perché la politica divide le persone





di Gary Galles


Perché la politica è così negativa rispetto al marketing, il suo analogo nel settore privato, anche se praticamente ogni candidato fa eco al desiderio di "andare d'accordo"? La spiegazione ruota attorno a due importanti modi in cui la concorrenza politica differisce dalla concorrenza sul mercato: maggiori guadagni per gli attacchi negativi e "clienti" razionalmente ignoranti.

La vendita del vostro prodotto nel settore privato richiede che un cliente esprima un voto affermativo, ovvero, acquistandolo. Limitarsi a convincere un potenziale cliente che un prodotto rivale non dovrebbe essere acquistato non significa una vendita automatica per voi.

Questo perché un potenziale cliente può scegliere tra diversi venditori, o può scegliere di non acquistare affatto. Ma queste opzioni non sono disponibili durante un'elezione con solo due grandi partiti, in cui i clienti sono costretti ad "acquistare".

In un'elezione con due partiti convincere un elettore a votare contro "l'altro", denigrando la posizione dell'avversario, è una strategia preziosa tanto quanto convincere lo stesso elettore a votare per il proprio partito. Questo non è vero nel settore privato, poiché solo i voti per voi, gli acquisti, vi aiutano.

Allo stesso modo, quando un elettore impegnato con un rivale passa dalla vostra parte vale due voti, dal momento che ne aggiunge uno alla vostra colonna dei voti e ne sottrae uno da quella del rivale. Mentre nel settore privato si trae vantaggio solo del singolo acquisto/voto aggiuntivo. Inoltre, in un'elezione, trovare un modo per convincere a non votare affatto qualcuno che avrebbe votato il vostro rivale, è tanto prezioso quanto ottenere un voto aggiuntivo.

Questo è il motivo per cui le campagne negative che allontanano del tutto gli elettori dalla partecipazione politica sono accettabili in politica, fintanto che un candidato pensa che otterrà più voti del suo rivale. Nel settore privato tale approccio non verrebbe adottato, in quanto ridurrebbe, anziché aumentare, le vendite.

Quindi, nonostante i continui motivi per "cambiare tono" in politica, la competizione politica è molto più negativa della concorrenza sul mercato, principalmente perché gli attacchi negativi hanno un maggiore profitto in politica. Ma questo incentivo è intensificato dal fatto che gli elettori sono molto meno informati su ciò che viene venduto loro rispetto ai clienti nel settore privato.

Le persone acquisiscono informazioni per prendere decisioni solo fintanto che si aspettano che i benefici che riceveranno da una scelta superino i costi di tale sforzo. Questo vantaggio è sostanziale nelle decisioni di mercato, poiché il vostro voto modifica il risultato.



Perché ha senso ignorare i candidati e le politiche

Nell'arena politica, tuttavia, il vostro voto è solo uno tra i tanti, dandovi solo una minima possibilità di influenzare il risultato e praticamente non esiste alcun vantaggio nel votare meglio. Inoltre il costo di acquisizione delle informazioni necessarie per le decisioni nel settore pubblico tende ad essere molto più elevato, poiché sono necessarie molte più informazioni rispetto alla semplice conoscenza di come una scelta influirà direttamente su di voi.

I costi più alti ed i minori benefici nell'essere informati portano la maggior parte degli elettori ad avere meno informazioni sulle decisioni politiche rispetto alle loro decisioni sul mercato, in particolare gli elettori indecisi che sono spesso tra i meno informati nell'elettorato. Ciò aumenta ulteriormente il profitto delle campagne negative, in particolare l'uso di verità parziali e fuorvianti. Sono semplici, mentre la realtà è complessa e quindi è molto più difficile da "vendere" agli elettori che prestano scarsa attenzione.

Qualsiasi politica pubblica ha molti effetti, alcuni dei quali saranno negativi e questi possono essere facilmente confezionati per infiammare gli elettori razionalmente ignoranti. La politica comporta anche compromessi e, se eliminati dal contesto, qualsiasi compromesso può essere sfruttato per attaccare un candidato. Il risultato, secondo Barbara O'Connor, direttore dell'Istituto per lo studio della politica e dei media di Cal State Sacramento, è l'uso diffuso di "fatti presi fuori dal contesto o fuorvianti in cui si sa che includere la verità significherebbe negare il punto che si sta portando avanti".

Man mano che la competizione elettorale si surriscalda, i politici denigrano gli avversari mentre questi ultimi fanno lo stesso. Questa incoerenza manda in confusione la maggior parte dell'elettorato.

Ma la negatività è integrata nella struttura incentivante della politica moderna, quindi, nonostante i continui rimandi all'onestà e alla civiltà, non farà altro che peggiorare man mano che lo stato continuerà ad espandere il suo controllo sulla vita delle persone, aumentando il profitto derivante dal controllo del processo politico.

Infatti l'unica soluzione è quella di ridurre il potere e la portata dello stato sulle nostre vite, restituendo quel controllo alle disposizioni volontarie che prendiamo per noi stessi. Tuttavia è decisamente improbabile che questa soluzione venga sponsorizzata da coloro che abusano della verità per diventare o rimanere parte dello stato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 27 agosto 2019

Il capitalismo significa meno spreco, perché più spreco significa meno profitti





di Gary Galles


In "Come i capitalisti abbiano creato una guerra allo spreco", Chris Calton ha fatto un ottimo lavoro nel definire come la "spinta del profitto incoraggi la riduzione naturale dello spreco" senza la necessità della coercizione dello stato. La vendita di una parte dell'output di un processo produttivo, che altrimenti verrebbe buttata via o richiederebbe uno smaltimento costoso, è tanto una fonte di profitto quanto qualsiasi altro modo per aumentare le entrate o ridurre i costi. Inoltre ha illustrato il potere di quegli incentivi ambientali positivi con molteplici esempi sorprendenti. In altre parole, ha insegnato ai lettori qualcosa di importante.

Tuttavia l'articolo di Calton spinge a porci una domanda: perché gli studenti che hanno frequentato corsi di economia non hanno già familiarità con questo argomento? Sembra essere un'applicazione naturale del mondo imprenditoriale e dell'analisi dei processi di produzione per sfornare più output (prodotti congiunti o complementari).

Credo che la ragione principale sia che l'argomento venga trattato molto raramente nei principi della microeconomia o dei testi di microeconomia intermedia.

A ogni studente di economia viene mostrato come esistano relazioni "sia-sia" sul lato della domanda (ad esempio, caffè e ciambelle) e come un aumento del prezzo degli "altri" beni farà diminuire la domanda dei loro complementari. Tuttavia agli studenti viene mostrato molto meno spesso in che modo esistano relazioni "sia-sia" sul lato della produzione o dell'offerta (ad es. carne bovina e pelli come output congiunto dall'allevamento di bestiame) e come un aumento del prezzo degli "altri" beni farà aumentare l'offerta dei loro complementari produttivi.

In un articolo intitolato "Complementi produttivi: troppo spesso trascurati nel corso sui principi?", io ed i miei co-autori abbiamo esaminato una serie di testi sui principi economici per vedere quanti parlassero dei complementi produttivi. Abbiamo scoperto che quattro testi importanti ne parlavano, ma diciotto no. Siamo persino tornati alla prima edizione del libro Principles of Economics di Paul Samuelson e abbiamo scoperto che non li menzionava affatto. Abbiamo anche esteso la nostra ricerca ad una serie ridotta di testi di microeconomia intermedia, nessuno dei quali discute l'argomento.

Non insegnare agli studenti come i complementi produttivi siano fattori di cambiamento importanti dell'offerta e della domanda, significa accecarli e questo spesso significa non riconoscere l'applicazione ovvia dei principi analitici, come l'incentivo intrinseco del mercato a ridurre gli sprechi.

Quasi un secolo fa, nel suo testo del 1920, Alfred Marshall parlava di "prodotti congiunti: cioè cose che non possono essere facilmente prodotte separatamente; ma sono unite in un'origine comune e pertanto si può dire che abbiano un'offerta congiunta", fornendo numerosi esempi. Analizzò le applicazioni che coinvolgono non solo manzo e pelli, ma anche grano e paglia, lana e montone, e olio di cotone e semi di cotone. Propose persino una regola per il prezzo d'offerta di un complemento produttivo nei mercati competitivi.

Ancora prima William Stanley Jevons, nel 1871, sosteneva che "questi casi di produzione congiunta, lungi dall'essere casi particolari, rappresentano una regola generale, alla quale è difficile evidenziare una qualsiasi eccezione". E si contano sulle dita di una mano i processi produttivi che abbiano un solo output potenzialmente prezioso e non generino nulla che debba essere eliminato o esternalità negative, come l'inquinamento di una forma o dell'altra.

Viviamo in un mondo in cui le affermazioni di "fallimento del mercato" sono onnipresenti (anche se si guardano bene dal dimostrare come i meccanismi basati sul potere coercitivo dello stato possano fare meglio). Tuttavia le persone sembrano poco consapevoli di come gli incentivi al profitto spingano i produttori a ridurre costi e danni, anche se potremmo definirli "senza cuore" perché si preoccupano dei loro profitti. Per questo motivo gli studenti di economia dovrebbero apprendere di più sui complementi produttivi. Ciò non solo eliminerebbe i loro paraocchi facendo emergere una cornucopia di utili applicazioni imprenditoriali, ma amplierebbe anche i loro orizzonti verso l'ambientalismo di libero mercato e sgonfierebbe una delle diffamazioni più comuni che impediscono alle persone di ponderare correttamente i vantaggi degli accordi volontari rispetto alla coercizione dello stato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 11 marzo 2014

Il Papa è ingenuo a fidarsi della politica e dei politici

Quello che il Papa e quelle persone che la pensano un po' come lui (o si fanno trascianre dalle sue parole) non riescono a capire, è questo: la disuguaglianza di reddito è sempre esistita e continuerà ad esistere. E' intrinseca ad un'economia di mercato. Coloro che servono meglio il consumatore e hanno idee migliori dei propri concorrenti, avranno successo e prospereranno. Cosa c'è di male in questa affermazione? Se rispondete niente, allora avete compreso che l'acquisizione di ricchezza senza aggressione, legittima colui che si arricchisce. I lavori non vengono creati da "cattivi imprenditori" che un giorno si svegliano e vogliono "sfruttare" il malcapitato di turno. Prima che essi possano raggiungere la posizione di imprenditori devono impiegare tempo e risorse per scrutare il mercato e trovare il modo giusto per soddisfare al meglio la domanda dei clienti. Ma questo, però, non deve giustificare le attuali discrepanze di ricchezza. Molte imprese oggi fanno affidamento sulle pistole ed i distintivi dello stato affinché fornisca loro privilegi monopolistici e protezione dalla concorrenza.
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di Gary Galles


Una parte della prima esortazione apostolica di Papa Francesco, Evangelii Gaudium, ha condannato "le teorie trickle-down che postulano una crescita economica incoraggiata da un libero mercato e quindi foriera di una maggiore giustizia nel mondo [...] cosa che non è mai stata confermata dai fatti, [ed] esprimono una rozza ed ingenua fiducia nella bontà di coloro che maneggiano il potere economico." Quelli di sinistra hanno immediatamente celebrato queste frasi come un avallo di un  governo "progressista," e sono state riportate in ogni storia sulla figura del Papa come uomo dell'anno del Time.

Purtroppo l'evidente compassione del Papa Francesco per i poveri è sopraffatta dalla sua confusione sulla libertà espressa nei mercati. La libertà economica ha fatto molto per elevare il livello di vita della popolazione in generale, sicuramente di più rispetto a qualsiasi altra forma di organizzazione sociale nella storia. Non solo, ma migliora la giustizia ed espande l'inclusione. Inoltre è l'unico sistema che non ha fiducia nella bontà dei potenti. Le conclusioni tratte da premesse sbagliate dimostrano perché le buone intenzioni non bastano, se dobbiamo giudicare i risultati.

La cosa interessante è che il Papa ha scelto le cosiddette teorie economiche "trickle-down" per i suoi attacchi, nonostante nessun economista abbia mai promosso una cosa del genere. E' un termine come "tagli alle tasse per i ricchi," inventato dai grandi oppositori della libertà di mercato per travisarla deliberatamente.

Trickle-down è la caratterizzazione diffamatoria dell'economia "supply side" in modo da deviare l'attenzione dal mezzo principale attraverso il quale tutti guadagnano dal libero mercato. La confusione è nel ritenere che la riduzione dei disincentivi per coloro che hanno guadagni fortemente tassati (trattenendo di conseguenza più reddito) possa solo andare a loro vantaggio, fatta eccezione per quello che spendono e poi raggiunge a cascata altre persone.

La realtà è che quando le persone, ricche o povere, presentano i loro interessi attraverso accordi volontari, traggono beneficio da coloro con cui fanno affari. Questo esito viene raggiunto fornendo opportunità che gli altri ritengono migliori delle loro alternative, e tali opportunità aumentano la ricchezza altrui. Come ha detto George Reisman succintamente:

Sotto il capitalismo il guadagno di un uomo rappresenta il guadagno di un altro, e non il guadagno di un uomo e la perdita per un altro, in quanto abbiamo a che fare con un aumento della produzione totale [...] Anzi, sotto il capitalismo la concorrenza aumenta il tenore di vita del salariato medio al di sopra di quello delle persone molto ricche un paio di generazioni precedenti.

Oppure come ha detto Arthur Seldon: "il capitalismo è lo strumento che usano le genti di tutte le società [...] per fuggire dal bisogno e permette loro di arricchirsi l'un l'altro mediante lo scambio."

Di conseguenza peggiorare gli incentivi dei produttori li induce a fare di meno per gli altri. E mentre ciò danneggia questi produttori, offre vantaggi solo agli invidiosi o agli avari. Danneggia coloro con cui fanno affari, annientando quegli accordi che sarebbero risultati reciprocamente vantaggiosi. In altre parole, l'aumento delle aliquote fiscali e degli oneri normativi (che sono come tasse) distruggono la ricchezza che sarebbe stata creata per i non-ricchi.

Quando i ricchi diventano più ricchi manipolando il processo politico è certamente un'azione discutibile, ma non è un fallimento del mercato. Si tratta di un fallimento del governo, generato dall'indebolimento dei benefici che i mercati competitivi prevedono per tutti i relativi partecipanti. E la soluzione è quella di impedire allo stato di rubare (come richiederebbe il capitalismo), in modo da non permettere ai privilegiati di raccogliere il maltolto attraverso la diminuzione della concorrenza e poi usare gli abusi statali come scusa per tassare ulteriormente (e quindi scoraggiare ulteriormente) coloro che effettivamente traggono beneficio dagli altri.

E' vero che il capitalismo clientelare che vediamo intorno a noi, che è molto più vicino al fascismo che al capitalismo, è ingiusto. Papa Francesco ha ragione nel criticare tale ingiustizia, ma la proprietà privata, la base del capitalismo, impedisce (piuttosto che consentire) la competizione "cane mangia cane/sopravvivenza del più forte" di cui i suoi detrattori la accusano.

Al contrario, la proprietà privata previene l'invasione fisica nei confronti della persona, della sua libertà, o delle sue proprietà senza il relativo consenso. Impedendo tali invasioni, la proprietà privata è una difesa insostituibile contro l'aggressione da parte del forte contro il debole. A nessuno è permesso violare i diritti altrui. I diritti di proprietà negano la regola del "più forte ha ragione," il quale prevale in loro assenza. Nelle parole di Herbert Spencer: "lungi dall'essere, come qualcuno ha asserito, una difesa dei forti contro i deboli, rappresenta molto più di un'insistenza l'affermazione che i deboli debbano essere protetti contro il forte."

L'implicazione di Papa Francesco, secondo cui i mercati liberi non espandono l'inclusione, riflette la confusione tra il capitalismo ed il capitalismo clientelare. Il capitalismo è un sistema che non pone ostacoli giuridici ai partecipanti che offrono prodotti e termini che gli altri ritengono migliori. Tutti sono liberi di scoprire e di offrire modi attraverso i quali possano beneficiarne gli altri. E nessuna quota di mercato attuale (a volte erroneamente chiamata "potere di mercato" di un'azienda) può persistere di fronte ad opzioni migliori. L'essenza del capitalismo clientelare prevede l'uso di leggi, regolamenti, mandati, tasse, controllo dei prezzi, barriere commerciali e tariffarie ed arbitrarietà amministrativa per ostacolare tali offerte, elargendo ad "amici" alcuni dei guadagni generati da questi favoritismi in modo da poter mantenere la loro morsa sul potere politico.

Questo è anche il motivo per cui l'affermazione del Papa, secondo cui il capitalismo prevede "un'ingenua fiducia nella bontà di chi maneggia il potere economico," è fuorviante. Gli accordi volontari basati sulla proprietà privata proteggono tutti dagli abusi del potere economico. Come dimostrò Adam Smith in The Wealth of Nations: fintanto che tutte le relazioni sono volontarie, anche le persone che non si preoccupano affatto di coloro con cui fanno affari procureranno loro un vantaggio in modo indiretto (e la sua Teoria dei Sentimenti Morali discusse di come la gente va oltre il mero interesse nei propri rapporti).

Non c'è nulla di ingenuo nel fidarsi delle persone che perseguono il proprio interesse personale. Invece è la fede nelle "soluzioni" della politica a risultare ingenua, dove il potere coercitivo del governo vìola i diritti individuali e la capacità di scegliere per se stessi.

Papa Francesco è chiaramente compassionevole, qualità dimostrata dai suoi tentativi pastorali di guidare la Chiesa cattolica verso la santità. Da cattolico, applaudo con sincerità i suoi sforzi. Ha ragione ad opporsi a quello che vede nel mondo che lo circonda. Ma quello che contesta non è causato dal capitalismo. E' causato dalla sua caricatura del capitalismo clientelare, che è una forma di controllo statale, e non l'autodeterminazione individuale alimentata dal capitalismo. La confusione nell'Evangelii Gaudium è altamente problematica. Spinti da questo documento, i politici (nel tentativo di "aggiustare" il capitalismo, una benedizione economica piuttosto che il problema) potranno annullare ancor più scelte individuali trasferendole al diktat dello stato, ingigantendo ulteriormente la sfera d'azione del capitalismo clientelare. Verrebbero sradicati gli ampi vantaggi del capitalismo e, consecutivamente, verrebbero proprio danneggiate le persone che Francesco desidera proteggere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 13 dicembre 2011

I Ricchi Non Stanno Rubando al Resto degli Altri

"[...] Molti sostengono, senza comprendere quello che sta realmente accadendo, che in qualche modo i ricchi prendono i soldi dai poveri. I fatti dimostrano che è piuttosto il contrario, considerando i seguenti numeri. Secondo un rapporto dettagliato della Tax Foundation, nel 2004, il 20% più basso di tutti i percettori di redditi hanno ricevuto $8.21 in spesa pubblica per ogni $1.00 in tasse totali che hanno pagato (e $14,76 per ogni dollaro di tasse federali pagate). Il 20% centrale ha ricevuto $1.30 per ogni $1 di imposte pagate. Ma il 20% più alto dei percettori di reddito ha ricevuto solo $0.41 per ogni dollaro di tasse pagate. (Anche se non danno le cifre per il 5% più alto dei contribuenti, che pagano quasi il 60% di tutte le tasse, quello che hanno ricevuto dalla spesa pubblica, per deduzione logica, deve essere inferiore allo $0.05 o meno per ogni dollaro che pagano.) In dollari, nel 2004 le famiglie nel più basso quintile hanno ricevuto circa $31.185 in più della spesa pubblica che hanno pagato in tasse, mentre il quintile centrale ha ricevuto $6.424 dollari in più di quanto pagato. I quintili superiori, però, hanno pagato $48.449 di più in tasse di quanto hanno ricevuto dalla spesa pubblica. Nel complesso, il 40% più alto delle famiglie con reddito hanno pagato circa $1.03 biliardi in più di tasse totali di quanto hanno ricevuto dalla spesa pubblica, mentre il 60 % più basso ha ricevuto $1.53 biliardi in più dalla spesa pubblica rispetto a quanto hanno pagato in tasse." -- Kel Kelly
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di Gary Galles


Il Congressional Budget Office ha da poco pubblicato Trends in the Distribution of Household Income Between 1979 and 2007 che ha scoperto un insieme di redditi in crescita durante quel periodo, che andava dall'aumento del 275% per i redditi dell'1% delle famiglie e dalla crescita del 65% per il successivo 20% fino all'incremento del 18% per il 20% più basso dei redditi familiari.

I liberali di sinistra hanno immediatamente utilizzato la relazione del CBO per ripetere il loro mantra "i ricchi diventano sempre più ricchi a spese di tutti gli altri." Il deputato Sander Levin (D-MI) l'ha definita "solo l'ultima prova allarmante dell'aumento delle disuguaglianze di reddito in America", ed Eugene Robinson del Washington Post definisce il risultato "una nazione rigidamente divisa tra ricchi e poveri".

Un problema ovvio è se un periodo durante una bolla immobiliare ed un boom azionario fornisca informazioni valide sulle disuguaglianze del mondo post-bolla presente e molto diverso.

Purtroppo, c'è anche un problema molto più grande. Il rapporto CBO non può sostenere tali conclusioni. Come spiega Thomas Sowell:

Sebbene tali discussioni siano state formulate in termini di persone, l'attuale evidenza empirica riguarda ciò che è accaduto a categorie statistiche nel corso del tempo — e che risulta essere l'esatto opposto di quello che è successo nel corso del tempo ad esseri umani in carne e ossa, molti dei quali sono passati da una categoria all'altra nel corso del tempo.

In altre parole, la retorica della lotta di classe per le disuguaglianze crescenti tra ricchi e poveri (ad esempio, l'mmaginario di Occupy Wall Street dell'1% contro il 99%) mette falsamente sullo stesso piano individui con categorie statistiche, anche se si comportano in modo molto diverso.

Forse il più chiaro rifiuto dell'interpretazione delle disuguaglianze crescenti tra le classi si trova in uno studio del 2007 intitolato Income Mobility in the U.S. from 1996 to 2005. Seguendo i dati delle singole dichiarazioni dei redditi in un periodo di tempo in cui le categorie statistiche hanno mostrato una crescente concentrazione dei redditi verso l'alto, ha scoperto risultati ben diversi.

Il Tesoro ha scoperto che quelli con i redditi più alti nel 1996 — il top 1/100 dell'1% — hanno visto i loro redditi dimezzati nel 2005 (non conteggiati se vengono utilizzate le classi statistiche, perché tali diminuzioni spostano le persone fuori dalla categoria superiore). Ciò a malapena dimostra che una classe di ricchi diventa sempre più ricca a scapito di altre classi.

Altre categorie di reddito hanno rivelato una storia simile. Dal 1996 al 2005, i redditi di coloro originariamente nell'1% e nel 5% più alto sono diminuiti; i redditi di coloro originariamente nel 20% successivo sono aumentati del 10%; ma quelli originariamente nella parte inferiore del 20% hanno visto un incremento del 91% del reddito (non conteggiati se vengono utilizzate le classi statistiche, perché tali incrementi spostano le persone fuori dalla categoria del 20% più basso).

Uno studio del 2003 del Tesoro sui 400 più grandi percettori di reddito dal 1992 al 2000 scopre analoghe mobilità individuali tra le categorie di reddito, tra cui "i ricchi" che migrano verso il basso (abbandonando quindi i primi 400), piuttosto che formare una classe superiore permanente. In quegli anni, migliaia di persone diverse sono entrate nei primi 400, con meno di uno su sette più di due volte, e meno di uno su quattro più di una volta.

Anche studi precedenti hanno scoperto grandi mobilità dei redditi. W. Michael Cox e Richard Alm hanno scoperto che tra il 1975 e il 1991, solo il 5% di quelli con un reddito originariamente nella parte più bassa del 20% erano ancora lì alla fine. Al contrario, questo stesso gruppo ha avuto 15 volte la probabilità di trovarsi nel 40% più alto almeno una volta e 6 volte la probabilità di trovarsi nel 20% più alto almeno una volta.

L'interpretazione della sinistra del recente studio CBO è poco più che una ripetizione letterale di ciò che hanno sostenuto per anni. Se consideriamo le persone singole invece delle categorie statistiche, dobbiamo rifiutare la conclusione della sinistra secondo cui i ricchi stanno espropriando sempre di più il resto delle persone — così come la necessità implicita di una sempre maggiore redistribuzione del governo. Perché continuano ad ignorare le prove più rilevanti? Perché l'interpretazione sbagliata può far vendere la loro versione della storia con più efficacia, facendoli acquisire maggiori cariche elettive e potere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 6 luglio 2011

Il Welfare E' Sempre Corrotto

Ogni qual volta un politico ricorda che ci dovrebbero essere dei tagli alla spesa sociale, si alzano gli scudi ed egli perderà tutta la sua credibilità e la sua ri-elezione. Nonostante basa le sue considerazioni su dati reali, le persone non vogliono rinunciare ai benefici ottenuti nel tempo dall'oppio socialista (dal quale sono ormai cronicamente dipendenti). Gli sprechi operati in questo settore non fanno più scandalo, perché significherebbe tagliare abbondandemente i vari programmi di sussidi che permettono ad alcune persone di vivere a scapito di altre (ed alcune altre di frodare il programma). Invece di lasciare il destino economico nelle loro mani eliminando i balzelli tributari, si espropria dalle tasche di alcuni per mettere nelle tasche di altri. Il criterio? Redistribuzione a cazzo di cane, mantenendo i costi off-budget.
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di Gary Galles


Dopo i reportage secondo cui milioni di dollari di benefici del welfare in California sono stati spesi in casinò, strip club ed altri posti "incoerenti con l'intento" dell'aiuto, gli Stati si sono mossi per limitare tale uso. Ora i leader della Commissione Finanza del Senato hanno introdotto una legge che impedisce tali usi a livello nazionale. Come il co-autore Orrin Hatch (R-Utah), ha detto: "Questa legge si spera che metta fine agli enormi abusi che hanno avuto luogo in molti Stati, non solo in California."

Sfortunatamente é impossibile impedire le sostanziali deviazioni di fondi, operate dai benficiari di questi, dagli scopi intesi dai donatori. Ogni programma di trasferimento del governo permette alle risorse date per un unico scopo di avere differenti effetti rispetto a quelli intesi. Gli esempi includono non solo gli aiuti monetari (per esempio, si può facilmente giocare d'azzardo con denaro ritirato da uno sportello ATM fuori dal casinò e non necessariamente da uno interno al locale), ma anche i sussidi alimentari ed altri programmi di trasferimento simili, bond municipali, fondi della lotteria per l'istruzione, aiuti umanitari esteri, ed altri. In ogni caso, tali spese rimpiazzano i dollari che sarebbero stati spesi nelle stesse aree, rendendoli liberi di essere spesi dovunque il beneficiario volesse spenderli.

I buoni alimentari (rinominati in California benefici CallFresh) soffrono dello stesso destino dell'aiuto monetario, anche se possono essere solo spesi direttamente in cibo. La ragione é che il buono é equivalente ad un trasferimento di denaro per quasi tutti i beneficiari, perché la vasta maggioranza acquisterebbe più cibo rispetto alle loro assegnazioni. I benefici rimpiazzano semplicemente il denaro che i beneficiari avrebbero speso in cibo, impedendo che quel denaro possa essere usato a piacere. Così se le famiglie a basso reddito spendono il 25% delle loro entrate in cibo, 100$ di buoni pasto incrementerebbero i loro acquisti di cibo di soli 25$, con 75$ spesi in altre aree non intese dal programma.

Lo stesso problema lo affrontano altri programmi della stessa natura, come i sussidi immobiliari e per il riscaldamento in inverno. Per l'estensione che i sussidi rimpiazzano il denaro che sarebbe stato speso in questi oggetti, i fondi designati possono essere deviati verso qualsiasi uso che i beneficiari selezionano. Ciò mina l'efficacia dell'assegnazione dei fondi, mentre moltiplica la costosa burocrazia per amministrare molteplici programmi.

Problemi simili affliggono i bond per sovvenzionare particolari programmi di spesa del governo, come per le scuole. Le deviazioni di tali fondi verso usi diversi rispetto a quelli segnalati sono stati così comuni che ora sono state create commissioni di vigilanza dei cittadini (con effetti limitati) per convincere gli elettori dell'affidabilità delle agenzie pubbliche affinchè vengano approvate le distribuzioni di bond.

Altri esempi includono le lotterie dello Stato, promosse per arrotondare i fondi per l'istruzione. I politici, prendendo in considerazione questi fondi aggiuntivi, riducono altri sostegni al bilancio dell'istruzione. I dollari distribuiti sono quindi spesi dovunque voglia il governo dello Stato, proprio come se i profitti della lotteria fossero andati direttamente nel suo fondo generale. Come i professori Patrick Pierce e Don Miller hanno concluso da uno studio sul sovvenzionamento scolastico: "Malgrado lo Stato, la spesa per l'istruzione é diminuita una volta che la lotteria statale é entrata in auge".

La stessa sorta di deviazioni può intaccare l'efficacia degli aiuti umanitari esteri. L'aiuto libera risorse altrimenti richieste per comprare simili rifornimenti, permettendo al governo beneficiario di spenderle dovunque voglia. Come conseguenza, molto é perso per la corruzione o convertito in altri usi, inclusa la spesa militare, spesso usata dai governi beneficiari per terrorizzare quelli che l'aiuto voleva sostenere, oppure per minacciare paesi vicini.

Con così tanti scopi dei programmi d'assistenza del governo minati dalle risorse deviate, ci si chiede perchè le piccole deviazioni del denaro del welfare raggiungono i titoli dei giornali, ma ben più grandi deviazioni in molti programmi di redistribuzione in tutto il paese ottengono scarsa attenzione. Forse solo quelle deviazioni che diventano abbastanza turpi da minacciare il supporto pubblico vengono indicate — mentre moltre altre sono ignorate — come sostenitrici dell'illusione che i programmi del governo sono molto efficaci nel raggiungere i propri scopi, rispetto a quello che in realtà ottengono.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/