Visualizzazione post con etichetta India. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta India. Mostra tutti i post

venerdì 4 settembre 2026

La risposta del sistema immunitario dell'amministrazione Trump alle metastasi dei globalisti



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-risposta-del-sistema-immunitario)

Il sensazionalismo delle ultime settimane nel momento in cui il debito americano ha superato l'asticella dei $40.000 miliardi è stato pervasivo. Così come la decisione di Bessent di operare uno swap interno di debito pubblico tra le scadenze corte e quelle lunghe. Immediatamente si sono levate le voci di un nuovo QE e di come gli USA siano una nazione in bancarotta. C'è molta confusione a tal proposito, soprattutto perché ai commentatori che arrivano a una certa conclusione linearmente mancano dei pezzi che impediscono loro di vedere il quadro più ampio. Un riferimento che ho cercato di dare quando ho pubblicato il mio libro, Il Grande Default, all'interno del quale ci sono tutti quei tasselli del mosaico che aiutano il lettore a trovare la giusta via, o perlomeno quella più coerente con la realtà, affinché non si perda, o scada, nella solita retorica “catastrofista”. Prendiamo come esempio la suddetta vicenda di Bessent: cosa è accaduto?

Iniziamo col dire che stiamo parlando dell'uomo che è stato in grado di piegare la Banca d'Inghilterra negli anni '90. Attualmente il Dipartimento del Tesoro americano e la FED stanno lavorando in tandem per difendere il dollaro, non più per vandalizzarlo come è accaduto fino al 2022. L'entrata in scena del SOFR, il tasso di riferimento americano che ha sostituito il LIBOR per l'indicizzazione dei debiti interni, ha permesso alla FED di riprendere il controllo sul lato corto della curva dei rendimenti americana. In sintesi, adesso i tassi a breve termine dei titoli di stato sono influenzati dalla FED. Ciò che manca è lo spettro a lungo termine, il quale è influenzato dal mercato dei mutui immobiliari principalmente, e finché Fannie/Freddie sono fuori dai giochi (che contano) quei tassi saranno ancora influenzati dall'estero. A tal proposito è significativo di come il differenziale tra i titoli a due anni e decennali americani abbia iniziato a muoversi in sincronia col differenziale tra il decennale americano e quello inglese... nell'esatto momento in cui il carry trade sullo yen è stato invertito dall'inasprimento della politica monetaria giapponese.

Non fraintendetemi, però, il sistema monetario/finanziario attuale è stato impostato affinché fosse matematicamente destinato ad accartocciarsi. Il caos che vediamo oggi è il risultato di disconnessioni e frammentazioni che vanno avanti da decenni, alimentato da generazioni di parassitismo. Quest'ultimo è stato garantito dal LIBOR che ha funzionato a livello internazionale: un tasso impostato a Londra per fungere da raccordo internazionale per tutti gli altri tassi di riferimento, soprattutto i prestiti al consumo e immobiliari. Per quanto il 2008 abbia rappresentato una rottura conclamata di questo standard, la fase che ha abbracciato il periodo storico da quell'anno fino al 2022 ha rappresentato una serie di rattoppi utili ad accelerare la liquidazione degli Stati Uniti (per mano di Londra e Bruxelles). Gli 11 anni di Coordinated central banks policy sono stati l'offuscamento perfetto per la BCE e la Banca d'Inghilterra per mascherare la loro debolezza economica e di come avessero fatto esclusivo affidamento sull'eurodollaro per continuare a essere dei leader a livello mondiale.

Ricordate, non esistono nazioni per gente come i globalisti: solo territori da sfruttare e poi passare al prossimo. Questo presupposto è esplicativo dello svuotamento industriale ed economico a cui assistiamo e abbiamo assistito in Occidente. Per quanto la stampa finanziaria voglia dipingere il Giappone come quello in difficoltà, in realtà la sua base industriale è più solida di quella europea, la quale ormai è pressoché inesistente. E con il supporto americano, può avere una canale diretto da cui attingere a garanzie collaterali, cosa che invece gli inglesi non hanno (un elemento visibile sia nel mercato fisico dei metalli preziosi che in quello delle materie prime in generale). Per decenni il sistema eurodollaro ha succhiato equity da tutto il mondo, soprattutto dagli Stati Uniti, e ha creato tutto il caos finanziario ed economico a cui assistiamo oggi. La leva implicita in tale sistema ha superato di centinaia di volte l'equity sottostante, una cosa che Nixon intuì bene negli anni '70. E una cosa che ha ben chiaro ormai Bessent. Il SOFR e le stablecoin sono gli strumenti migliori attualmente a disposizione degli Stati Uniti per ridimensionare il caos generato nel mercato degli eurodollari (un'impresa titanica, dato che ci vorranno generazioni per sbrogliare questa matassa che ha richiesto altrettante generazioni per essere creata). Per quanto i titoli di stato americani non siano il miglior collaterale in circolazione, sono funzionali in questa fase di transizione allo scopo: un modo per attirare equity negli Stati Uniti e stabilizzare i conti pubblici/privati.

In questo modo, mentre gli USA cercano di mantenere l'attuale livello di prezzi laddove si trova adesso e facendo digerire il boccone amaro alla popolazione americana dell'ultima impennata monetaria del 2021, si lascia simultaneamente salire il lato degli attivi del bilancio nazionale per controbilanciare l'equazione. Detto in modo semplice, si lasciano correre gli attivi affinché superino progressivamente le passività. La recente visita di Rand Paul a Fort Knox e la conferma che l'oro si trova lì, è l'ennesimo indizio in tale direzione; così come la spinta all'approvazione del CLARITY Act.

Anche qui, non fraintendetemi, è un percorso tutt'altro che lineare dato che quasi tutti i “giocatori” internazionali traggono vantaggio dal mercato dell'eurodollaro e dal mungere il contribuente americano. Di conseguenza è difficile altresì trovare alleati in questa guerra. Ecco perché osserviamo un cambio di relazioni diplomatiche in Medio Oriente, ad esempio, dove le vecchie cedono il passo a quelle nuove. E non è nemmeno un caso che se volessimo tracciare l'inizio della guerra finanziaria tra gli USA e Londra/Bruxelles, il momento esatto in cui hanno perso la testa è stato quando JP Morgan ha tagliato fuori dal mercato pronti contro termine americano coloro che non apponevano asset denominati in dollari come garanzie per accedervi; oppure quando Powell rialzò di cinque punti base i tassi del mercato dei pronti contro termine inversi intermediato dalla FED. I due grossi eventi che sono seguiti a questi segnali sono stati il SOFR nel 2022 e il rialzo dei tassi della BOJ nel 2024, i quali hanno rappresentato, insieme ad altri minori, anelli di una catena (processo).

Detto in modo semplicistico, il mondo sta cambiando e ci sono battaglie politiche, geopolitiche ed economiche (interne ed esterne) a Capitol Hill, Londra, Medio Oriente, Bruxelles, Pechino, Mosca, Singapore, ecc. L'innesco l'ha rappresentato il mercato dell'eurodollaro che costantemente, ma inevitabilmente, s'è accartocciato su sé stesso. Ad attori statali e non statali piaceva, soprattutto per la leva finanziaria implicita che garantiva e le possibilità di finanziamento gratis che poteva sfornare... ma l'attuale passaggio alle stablecoin e, per estensione, a un sistema che può essere sottoposto a una leva finanziaria inferiore riduce i privilegi del passato e consente solo a chi controlla il dollaro di conservarli. Per i colonialisti europei, che considerano servi tutti gli altri, è un anatema.

Infatti se voi faceste parte della cricca di Davos, perché non mettere pressione sullo yen e “convincere” i mercati ad andare corti sulla valuta giapponese? Data l'alleanza del Giappone con il vostro avversario significherebbe un contagio finanziario indiretto e un sfogo della pressione sui mercati obbligazionari dirottata lontano da quelli europei. Il più grande trucco in questo contesto è aver fatto credere che il Giappone sia attualmente il massimo detentore di titoli del Tesoro americani, quando invece è l'Inghilterra insieme alle sue sussidiarie. Infatti se aggiungiamo ai $900 miliardi di bond americani posseduti esclusivamente dagli inglesi, le cifre della Banca del Canada, dell'Irlanda, di Bruxelles, delle Cayman, delle Isole Vergini Britanniche, delle Bahamas, di Singapore e di Hong Kong il risultato finale è un mercato obbligazionario americano tenuto in ostaggio dalla City di Londra. Se prendiamo come riferimento il 2021 e dividiamo il mondo in tre macro aree (Europa, Asia-Pacifico, Resto del mondo), ebbene l'Europa ha comprato titoli del Tesoro americani al ritmo di $1.700 miliardi all'anno per difendere l'euro, la sterlina e i differenziali di rendimento dei suoi bond.

Guardate il differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello tedesco: ~1.5%. Poi guardate al differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello giapponese: ~1.9%. Ci sono 40 punti base con cui “giocare” e sono un vantaggio lato Europa (i più grandi possessori di titoli di stato americani attualmente). Questo singolo fatto aiuta a spiegare perché Bessent/Warsh hanno coordinato le loro azioni per fornire supporto alla BOJ che non ha rialzato i tassi all'ultimo meeting. A mio giudizio non l'ha fatto di proposito, affinché il Dipartimento del Tesoro americano e la FED dicessero senza mezza termini ai mercati che chi ha maggiormente da perdere nello smantellamento del carry trade sullo yen sono gli europei. I mercati delle valute sono altamente sottoposti a leva e bastano pochi miliardi per far saltare posizioni da migliaia di miliardi in valore nominale (spazzando via l'equity). Infatti identificare platealmente il problema nel cross EUR/YEN fa capire chi davvero è nei guai e che il mirino di Bessent è puntato sulla BCE/BOE. E i legami con la guerra in Iran sono altrettanto in bella vista: ogni volta che Trump ordina il bombardamento del Paese, il decennale francese, ad esempio, schizza in alto andando a sconquassare la fragile capacità della Lagarde di tenere in piedi la Yield curve control sui bond europei. E il carry trade sullo yen è strettamente legato alla manipolazione dei titoli trentennali americani (e per estensione il mercato dei mutui americano) e al differenziale tra i titoli a due e dieci anni che impostano i tassi di prestito delle banche americane. Tutte queste cose sono legate perché il colonialismo europeo ha continuato a prosperare in cima alla sua natura feudale: estrarre ricchezza da altri.

Perché lo yen, poi, era la valuta perfetta per impostare un carry trade con le altre? Perché il Giappone aveva un'enorme base industriale e un'economia molto sviluppata. I prestiti venivano impostati in funzione di tale capacità. Poche altre nazioni possono vantare le stesse caratteristiche e, per quanto siano tornati allo zero, gli svizzeri non sono tra questi. E l'oro in Svizzera? In custodia, non c'è produzione. Di conseguenza gli europei possono sfruttare fino a un certo punto il differenziale di rendimento tra i tassi svizzeri e i loro per sostituire il carry trade sullo yen. Questo a sua volta significa che c'è un limite al quale gli europei possono succhiare capitali dalla Svizzera e tenere un tetto ai loro rendimenti obbligazionari. Ecco perché lentamente stanno esplodendo al rialzo, soprattutto il decennale tedesco che è sulla via verso la soglia pericolosa del 3.5% dove le banche e le compagnie di assicurazione vanno fallite (lo stesso vale per Italia e Francia). Quando la Svizzera verrà consumata, quello sarà il momento in cui il differenziale tra i tassi di Giappone e Stati Uniti si avvicinerà, smantellando ciò che rimane del carry trade sullo yen.

Oh, e qui arriva il bello! La BCE si ritroverà costretta a creare un carry trade sull'euro, solo per permettere alla valuta comune di sopravvivere. Questa impostazione, però, crea una domanda artificiale nel breve termine perché poi tutti andranno short sull'euro: prenderanno in prestito euro, li venderanno e investiranno altrove (molto probabilmente negli Stati Uniti). Nel frattempo, però, l'economia europea interna avrà bisogno ci credito per non cadere in una spirale deflazionistica, premendo ancora di più sulla capacità di stampa della BCE e sull'ulteriore abbassamento dei tassi di riferimento. Si tratta di credito che va a finanziare il 50% delle spese mondiali per il welfare, a fronte di una popolazione che è il 17% di quella mondiale. Improduttivo per sua natura, quindi, senza contare gli ostacoli posti alle imprese con tassazione e follie ambientali.

Quello che era partito come un default ordito per il resto del mondo a vantaggio dell'UE, si è trasformato in un default che attende solo Bruxelles. In questo contesto la fame di dollari è talmente vorace dopo il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro che vengono lanciati schemi Ponzi, come le GIFT City indiane, affinché HSBC, Citigroup, Standard Chartered e altre banche europee possano entrare in possesso di dollari all'estero e succhiarne quanti più possibili dagli USA. Le GIFT City indiane vogliono essere un surrogato di posti come Hong Kong, Dubai o Singapore (avamposti noti per i magheggi finanziari e la leva dell'eurodollaro). La proposta indiana è quella di offrire alla diaspora indiana interessi sui depositi in dollari del 7%. Ovviamente tale cifra non può essere offerta investendo sui titoli decennali americani, quindi per forza si deve trattare di titoli sul lato corto della curva dei rendimenti americana... ma anche così si troverebbero sotto di 3 punti percentuali. Ma ecco il “colpo di genio”: prendere i dollari depositati, girarli alle banche sopraccitate e attraverso la loro “alchimia finanziaria” sottoporli a una leva del 20X (roba che basterebbe un calo del 5% sulla garanzia per spazzare via tutto il capitale).

Questo dovrebbe dare l'idea della crisi di liquidità in dollari presente nel sistema monetario internazionale, della disperazione di chi vi accedeva facilmente prima del SOFR e di come il dollaro stia diventando soft collateral perché indirettamente legato ad hard collateral come oro, petrolio e Bitcoin. La stampa ha giustificato intorno alla FED quell'alone di istituzione keynesiana-monetarista. La “forward guidance” è stata data in pasto ai giornalisti per rafforzare questa spirale di auto-confermazione. Se i tassi di risparmio fossero stati “troppo alti”, sarebbero state intraprese azioni per punire i risparmiatori (Paradox of Thrift); se l'occupazione fosse stata vicino alla piena capacità, invece, allora bisognava rialzare i tassi (Phillips Curve). La FED ha un doppio mandato: prezzi stabili e piena occupazione... entrambi incompatibili in un contesto keynesiano. Da qui la continua necessità di intervento. Powell prima, e adesso Warsh, hanno iniziato a cambiare questo assetto. Infatti la FED sta cambiando il modo in cui emette dollari e in cui il sistema bancario emette credito. Essa diventerà una barriera: da un lato gli americani avranno accesso ai dollari a un tasso “agevolato”; dall'altro il resto del mondo dovrà pagare un premio per accedere ai dollari. Molti commentatori confondono questo mutamento con una “de-dollarizzazione”, ignorando ulteriormente che il SOFR, il nuovo tasso di riferimento della FED, è un tasso collateralizzato (bond americani). C'è bisogno di dollari e/o asset denominati in dollari per trattarne la curva dei futures. In ogni caso, è anche un modo per coprire di ridicolo coloro che sventolano il feticcio del rollover del debito americano come motivo di preoccupazione per la FED.

I tassi reali negli USA stanno calando perché c'è necessità di rimpatriare capacità industriale, c'è necessità di far crescere la base industriale e, soprattutto, c'è necessità di avere un gradiente inferiore di finanziarizzazione. Ecco perché Warsh molto probabilmente taglierà i tassi al prossimo incontro dell'FOMC.

Questo a sua volta significa che nel breve termine l'inflazione dei prezzi tenderà a salire a causa delle spese in conto capitale e le materie prime. Il rame, ad esempio, continua a urlare che c'è un problema: la cricca di Davos/City di Londra hanno fatto uno splendido lavoro nel distruggere le miniere di rame che potevano essere sfruttate negli USA. Ad esempio, c'è un gigantesco deposito di rame in Arizona che non può essere toccato a causa dei vincoli ambientali. E questo vale anche per altri stati americani come l'Alaska. Ora che Warsh ha platealmente ripudiato la religione della Phillips Curve, la quale non faceva altro che uccidere nella culla qualsiasi germoglio di crescita (sia organica che inorganica), tale rischio può essere assorbito dalla domanda e dall'offerta.

Un tale “sfogo inflazionistico” non fa bene al mercato obbligazionario ed è per questo che vediamo tanti commentatori stracciarsi le vesti in pubblico riguardo il lato lungo della curva dei rendimenti americana... ma come abbiamo spiegato sopra, si tratta dapprima di un attacco diretto degli avversari degli USA e in secondo luogo si tratta di uno stratagemma per nascondere in piena vista CHI è davvero vulnerabile a un simile stress finanziario: l'Europa. Infatti il risultato di questa presunta “incertezza” che circonda gli Stati Uniti è sconfessato dai capitali esteri che volano via dal resto del mondo per trovare occasioni negli USA... e volano via soprattutto dall'Europa.

In questo modo lo zio Sam mette sul piatto l'opportunità di fare affari in un ambiente in cui lo Stato di diritto è ancora esistente, la giustizia è business friendly e l'imprenditorialità viene incentivata. Non solo, il tutto viene reso più appetibile grazie alle barriere innalzate tra il dollaro “interno” e  quello “esterno”, o il prestito alle aziende che delocalizzeranno sul posto rispetto a quelle che rimarranno all'estero. Le prove tecniche di questa divisione sono state fatte coi dazi. E questa fuga contribuirà a bilanciare il bilancio nazionale americano, oltre alla caterva di frodi che continuano a essere smascherate a livello previdenziale ad esempio.

Quello che stiamo osservando in diversi ambiti, a livello geopolitico, economico, sociale e finanziario, è la risposta del sistema immunitario dell'amministrazione Trump alle metastasi dei globalisti. Tra sei mesi sarà completamente diversa, in base ai risultati delle elezioni di medio termine. Riflettete un attimo su questi numeri, però: la FED possiede attualmente 8.133 tonnellate d'oro che, ai prezzi attuali, valgono circa $12 miliardi; immaginiamo ora un salto fino a $20.000 l'oncia e improvvisamente la banca centrale americana si ritrova $4.000 miliardi in valore sul suo bilancio. Il totale di quest'ultimo è meno di $7.000 miliardi, parleremmo quindi di un rapporto di leva inferiore a 2:1 (soprattutto se Warsh continua a restringerlo liberandosi dei titoli coperti da ipoteca).

L'altra componente fondamentale di questo processo è l'abbraccio degli asset digitali, la digitalizzaione del dollaro, e Bitcoin come collaterale alla base. Esso rappresenterà la credibilità che permetterà al credito americano di alimentare la ricostruzione del settore manifatturiero e industriale: stablecoin coperte da garanzie collaterali solide. Questi dollari digitali verranno presi in prestito al tasso dei T-bill (~3.5%) e gli investimenti derivanti cresceranno a un ritmo più alto, invertendo quel ciclo di estrazione che ha caratterizzato invece il sistema dell'eurodollaro. L'incentivo alla re-industrializzazione americana unito alla creazione di un fondo sovrano che dia stabilità al bilancio nazionale fa parte di quell'impianto filosofico hamiltoniano che caratterizza la visione di Trump della rinascita statunitense.

La vandalizzazione del dollaro è stata sostituita dalla difesa del dollaro e questo significa riformare quei sistemi che giocavano a favore di chi, oltreoceano, aveva accesso a pasti gratis presumibilmente illimitati. Ci saranno vincitori e vinti, non sarà affatto piacevole.

•••


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.

•••

giovedì 27 agosto 2026

Superciclo delle materie prime: il nemico della tesi rialzista (Parte 1)

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

____________________________________________________________________________________


di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/superciclo-delle-materie-prime-il)

La tesi del superciclo delle materie prime è onnipresente in questo momento. Michael Hartnett di Bank of America, uno degli strateghi più letti di Wall Street, ha di recente dichiarato che “le materie prime rappresentano il più grande investimento dei prossimi cinque anni”, basando la sua previsione sulla de-globalizzazione, sulla cronica sotto-capitalizzazione e su un mondo che si sta allontanando dal dominio del dollaro. Come spesso accade, la narrazione è estremamente convincente. Tuttavia, presenta anche delle contraddizioni interne che la maggior parte degli investitori non si sofferma ad analizzare.

Dopo trent'anni di gestione del denaro, ho imparato a essere il più scettico possibile riguardo alle operazioni che sembrano inevitabili. Questo scetticismo non è fine a sé stesso, ma piuttosto la consapevolezza che quando una tesi raggiunge il consenso, la massa ha solitamente già scontato la parte più semplice del movimento, e la parte difficile è ciò che verrà dopo. L'argomentazione del superciclo delle materie prime ha solide basi strutturali, ma porta con sé anche un problema di riflessività, un problema di meccanica del dollaro e un problema di presupposto catastrofista che, presi insieme, rendono la conclusione netta di “investire sulle materie prime” molto più complessa di quanto il titolo lasci intendere.

Analizziamo attentamente ciascuno di essi e, come sempre, basandoci sui dati.


Il problema della riflessività: quando il trade si auto-sabota

La critica più diretta a qualsiasi tesi sul superciclo delle materie prime è che un rally prolungato delle materie prime è, per definizione, inflazionistico. E un'inflazione prolungata distrugge la domanda. Prima di passare alle controargomentazioni (che sono legittime), vale la pena delineare con precisione il meccanismo di feedback, perché è più complesso di quanto suggerisca il semplice titolo “l'inflazione è dannosa per la crescita”.

I sostenitori di una visione ottimistica sulle materie prime offrono una valida controargomentazione. Innanzitutto, distinguono tra inflazione da domanda, in cui un'economia in forte espansione fa aumentare i prezzi, e inflazione da offerta. Quest'ultima si verifica quando una cronica mancanza di investimenti fa sì che il mondo non riesca a produrre a sufficienza, indipendentemente dai livelli di domanda. La tesi di Hartnett si concentra principalmente sull'offerta, e questa è la versione più difendibile dell'argomentazione. Un decennio di disinvestimenti di capitali, motivati ​​da criteri ESG, nei settori dell'energia e dei metalli, uniti ai rendimenti decrescenti della rivoluzione dello shale gas, hanno creato reali deficit di offerta in diversi mercati delle materie prime.

I dati riportati di seguito illustrano l'entità di tale sottoinvestimento. La spesa mondiale in conto capitale per l'esplorazione e produzione di petrolio e gas ha raggiunto il picco intorno al 2014 ed è rimasta circa il 40% al di sotto di tale livello fino al 2023, anche quando la domanda è tornata ai livelli pre-pandemia. Si tratta di un problema strutturale reale, che merita senz'altro attenzione.

Ma anche ammettendo l'inquadramento dal lato dell'offerta, il problema della riflessività non scompare. Questo è un punto che viene spesso dimenticato nella “calma del momento” di una transazione redditizia. I mercati non sono statici, ma dinamici e, come dice il vecchio adagio, “i prezzi alti sono una cura per i prezzi alti”. Ci sono due ragioni per cui questo è vero.

In primo luogo, i prezzi alti delle materie prime rappresentano una tassa sulla crescita, trasferendo ricchezza dai consumatori ai produttori stessi. Tale trasferimento comprime la domanda da cui dipendono i produttori di materie prime. I governi e le banche centrali reagiscono in modo asimmetrico all'inflazione delle materie prime, rilasciando riserve strategiche, imponendo tasse sugli extraprofitti o accelerando la sostituzione. Il picco del petrolio nel 2022 ne è un perfetto esempio: il WTI ha raggiunto brevemente i $130 al barile, l'amministrazione Biden ha rilasciato oltre 180 milioni di barili dalle riserve strategiche di petrolio e il crollo della domanda, combinato con un ciclo di inasprimento della politica monetaria della FED, ha fatto crollare il prezzo delle materie prime entro pochi mesi dal picco iniziale.

In secondo luogo, i prezzi elevati stimolano l'offerta. Quando i prezzi aumentano, i produttori sono incentivati ​​a produrre di più. Quando questo aumento dell'offerta si scontra con il crollo della domanda, il ciclo si inverte rapidamente a causa dell'eccesso di offerta. Come mostrato nel grafico qui sotto, il mercato delle materie prime è noto per i suoi cicli di boom e crollo proprio per questo motivo.

L'episodio del 2022 ha compresso in tempo reale un processo che normalmente richiederebbe anni, ma abbiamo già assistito a un episodio simile tra il 2000 e il 2007, quando la Cina consumava materie prime nel tentativo di accelerare la crescita economica. Tale episodio si è concluso nel 2008 con la crisi finanziaria che ha fatto crollare la domanda mondiale. La risposta politica e dei produttori non è ipotetica; è un riflesso documentato, e più importante è il rialzo dei prezzi delle materie prime, più certa diventa la risposta politica.


La contraddizione del dollaro al centro della tesi

Ecco la faglia che la maggior parte degli ottimisti sulle materie prime non affronta direttamente, ed è quella che trovo più significativa dal punto di vista analitico: praticamente tutte le materie prime sono prezzate e regolate in dollari sui mercati mondiali. Non è un caso; è la spina dorsale strutturale del sistema del petrodollaro che ha ancorato la domanda di dollari sin dagli anni '70. Quando i prezzi del petrolio aumentano, il riciclo del petrodollaro si intensifica. Gli esportatori di materie prime accumulano eccedenze di dollari e le reinvestono in titoli del Tesoro statunitensi e attività denominate in dollari (tra cui azioni statunitensi, oro e altre materie prime). Un maggiore volume di materie prime a prezzi più elevati significa più transazioni denominate in dollari, maggiori esigenze di liquidità in dollari e maggiori riserve di dollari detenute dalle nazioni importatrici di materie prime.

Un superciclo delle materie prime, se correttamente interpretato, è strutturalmente di supporto al dollaro, non di danno per esso. Come dimostrato, molti indicano il calo della “quota” del dollaro statunitense nelle riserve monetarie mondiali come “prova” del suo declino dominante.

Il grafico qui sopra riporta una storia che i catastrofisti amano citare, e non hanno torto nel dire che la quota di riserve del dollaro è diminuita rispetto al picco del 2000, pari a circa il 71%. Ma osserviamo attentamente il livello effettivo: alla fine del 2024, il dollaro rappresentava ancora circa il 57-58% delle riserve mondiali. Il concorrente più vicino, l'euro, si attestava intorno al 20%. Lo yuan cinese, nonostante anni di retorica sulla de-dollarizzazione, rappresentava meno del 3%. Il calo è reale, ma solo perché l'euro non esisteva prima del 1999 e lo yuan è stato accettato per gli scambi commerciali solo in misura limitata pochi anni fa. Tuttavia, non si tratta di una crisi, e un ciclo delle materie prime non fa che rafforzare la posizione del dollaro.

Ciò crea una contraddizione diretta con l'altro pilastro fondamentale della narrativa rialzista sulle materie prime: la tesi della svalutazione del dollaro. Se la tesi richiede che la debolezza del dollaro si concretizzi pienamente, e molte sue versioni lo prevedono esplicitamente, allora un ciclo delle materie prime di successo va contro questa tesi generando una domanda incrementale di dollari. I due argomenti spingono in direzioni opposte, e questa tensione non viene quasi mai riconosciuta nelle presentazioni di queste tesi.

L'unico scenario in cui sia la previsione di un rialzo delle materie prime sia quella di un ribasso del dollaro si verificano simultaneamente è quello in cui l'eccesso di spesa pubblica statunitense svaluta il dollaro più rapidamente di quanto la domanda di dollari trainata dalle materie prime possa compensarlo. Ciò richiede una vera e propria crisi di fiducia fiscale, un livello di stress sovrano che attualmente non è visibile e non è probabile entro un orizzonte di investimento di cinque anni. Sì, il deficit statunitense si aggira tra i $1.800 e i $2.000 miliardi all'anno, le spese per interessi hanno superato le spese per la difesa e il CBO non prevede un percorso di stabilizzazione credibile con le politiche attuali. Questo è un problema reale a lungo termine, nei prossimi 30-50 anni... ma non è un catalizzatore quinquennale.


Il problema cinese: nessun sostituto per il motore originale

La Cina è il perno più critico del superciclo delle materie prime. Il superciclo delle materie prime degli anni 2000, quello che questa tesi implicitamente richiama come modello, non è stato principalmente un problema di offerta. Si è trattato di uno shock della domanda di proporzioni storiche, e aveva un nome: l'urbanizzazione e l'industrializzazione della Cina. Tra il 2000 e il 2012, la Cina ha rappresentato circa la metà dell'intera crescita incrementale della domanda mondiale di acciaio, rame, alluminio e carbone. La sua quota del consumo mondiale di ferro è cresciuta da meno del 20% a oltre il 60% nello stesso periodo.  Non si tratta di un deficit di offerta; si tratta di un miliardo di persone che costruiscono città in cui nessuno viveva, città che ora sono diventate un pilastro dell'economia.

Quel motore è ora strutturalmente compromesso, e la tabella seguente illustra perché la narrazione sulla “domanda di sostituzione” proveniente dall'India e dai mercati emergenti è ben lontana dall'originale.

La crescita della domanda di materie prime in India è reale, e lo sviluppo infrastrutturale più ampio dei mercati emergenti aggiunge un incremento di domanda effettivo. Tuttavia, nessun singolo Paese o blocco può replicare lo shock di domanda concentrato e ad alta velocità che la Cina ha generato tra il 2000 e il 2012. Il superciclo degli anni 2000 era sostenuto da un motore di domanda di portata storica. La versione di Hartnett si basa su una logica dal lato dell'offerta. In assenza di un fattore trainante della domanda altrettanto potente, lo squilibrio tra domanda e offerta non sarà altrettanto significativo.

Nel frattempo, come già accennato, il crollo del settore immobiliare cinese ha eliminato il principale motore della domanda di materie prime a livello mondiale. Al suo apice, il settore immobiliare cinese rappresentava circa il 25-30% del PIL, considerando l'intera filiera delle costruzioni. Una situazione che non si riprenderà in cinque anni. La domanda di materie prime generata dalla Cina durante il boom edilizio era di fatto un prestito dal futuro. Ora che questo “futuro” preso in prestito sta arrivando, si è trasformato in un vuoto di domanda.


Rischio di coda mascherato da tesi di base: il problema dei catastrofisti

La narrazione incentrata sul “declino del dollaro/fuga di capitali dagli Stati Uniti/mondo bipolare” è stata una costante dei commenti macroeconomici ribassisti come minimo sin dal 2009. Ogni ciclo di quantitative easing avrebbe dovuto rappresentare il momento in cui la credibilità del dollaro si sarebbe spezzata. Ogni frattura geopolitica, la crisi del debito europeo, l'annessione della Crimea da parte della Russia, il declassamento del rating creditizio degli Stati Uniti e l'ascesa delle alternative di pagamento dei BRICS, avrebbero dovuto accelerare la de-dollarizzazione oltre ogni limite.

Niente di tutto ciò si è verificato nei tempi previsti o con la portata che i catastrofisti avevano anticipato. Eppure, questa narrazione continua a riemergere e a essere rinnovata con nuovi elementi scatenanti, perché la vecchia si è rivelata inefficace. Ecco perché i catastrofisti ripetono sempre la stessa frase chiave: “Un giorno crollerà, ma quel giorno non è oggi”.

La tabella qui sopra evidenzia un punto fondamentale. In ogni grande crisi degli ultimi 20 anni, la risposta del mondo è stata quella di acquistare dollari, non di venderli. La de-dollarizzazione che Hartnett e altri propongono nella loro tesi rialzista sulle materie prime richiede che il mondo faccia l'opposto. Il mondo dovrebbe abbandonare le riserve e le transazioni denominate in dollari in modo strutturale e duraturo: non ci sono prove che ciò stia accadendo al ritmo o nella misura richiesta da questa narrazione.

Questo non significa che il dollaro sia invulnerabile. La traiettoria fiscale è effettivamente preoccupante su un orizzonte pluridecennale. È già in atto un riassetto del premio a termine nei titoli del Tesoro statunitensi, guidato dagli acquirenti stranieri che richiedono una maggiore remunerazione per il rischio di durata. Si tratta di dinamiche reali che meritano di essere monitorate, ma sono dinamiche di 10-15 anni, non catalizzatori a cinque anni. Hartnett sta presentando una legittima preoccupazione di lungo termine come un fattore determinante per gli scambi commerciali, ed è qui che viene meno il rigore analitico.


Cosa significa questo per gli investitori

Voglio essere preciso su ciò che sostengo e su ciò che non sostengo. Non sto dicendo che le materie prime siano un cattivo investimento o che la tesi del deficit strutturale di offerta sia errata. Energia, alcuni metalli industriali e materie prime agricole si trovano ad affrontare reali vincoli di offerta a medio termine. Tali vincoli dovrebbero sostenere i prezzi al di sopra dei livelli registrati nel decennio deflazionistico degli anni 2010. La distruzione degli investimenti di capitale del ciclo precedente ha creato un deficit reale. Ci vorranno anni per colmare tale deficit, e vale la pena di considerare questa prospettiva all'interno di un portafoglio diversificato.

La mia tesi è che la narrazione del superciclo delle materie prime, lineare e pluriennale, in particolare quella basata sul crollo del dollaro e su un massiccio spostamento degli investimenti dagli asset statunitensi, sovrastimi la probabilità delle condizioni che lo rendono possibile. E, cosa ancora più importante, presenta una falla logica: il superciclo delle materie prime in sé è di supporto al dollaro, non di danno per esso. I due pilastri principali della tesi tirano in direzioni opposte.


E che dire del boom nell'intelligenza artificiale?

Ecco la vera domanda: il boom delle infrastrutture per l'intelligenza artificiale può sostituire l'urbanizzazione cinese come motore della domanda alla base di un nuovo superciclo delle materie prime? La risposta breve è no, e capire il perché chiarisce esattamente con che tipo di opportunità nel mercato delle materie prime abbiamo a che fare.

Le infrastrutture per l'intelligenza artificiale generano una reale domanda di materie prime. I data center richiedono quantità significative di rame per la distribuzione dell'energia e i sistemi di raffreddamento. L'espansione della rete elettrica necessaria a supportare i carichi di calcolo degli hyperscaler sta alimentando la domanda di acciaio, alluminio e trasformatori. Il gas naturale e l'energia nucleare si stanno affermando come fonti energetiche di base per le strutture che non possono tollerare l'intermittenza delle energie rinnovabili. Goldman Sachs ha stimato che la domanda di energia dei data center potrebbe crescere di circa il 160% entro il 2030, una cifra da non sottovalutare. Il rame, in particolare, beneficia di una legittima spinta propulsiva dovuta alla domanda di intelligenza artificiale, e la rinascita dell'uranio come fonte energetica di base pulita è direttamente collegata a questo sviluppo infrastrutturale.

Ma è qui che il paragone con la Cina si interrompe completamente. L'urbanizzazione cinese ha spostato circa 500 milioni di persone dall'agricoltura di sussistenza alle città in 20 anni. Ciò ha richiesto la costruzione di interi ecosistemi urbani. Questo boom ha richiesto di tutto, da strade e ponti a grattacieli residenziali, fabbriche, porti e ferrovie. Il tutto da zero, simultaneamente, in ogni categoria di materie prime. Si è trattato di una domanda ampia e ad alta intensità che ha coinvolto ferro, carbone, rame, alluminio, cemento ed energia, procedendo in parallelo. Un vero superciclo delle materie prime richiede questo tipo di ampiezza. La domanda di infrastrutture per l'intelligenza artificiale è concentrata quasi interamente su rame ed elettricità. Non incide minimamente sul ferro, sui prodotti agricoli, sul carbone o sulle decine di altre categorie che un autentico superciclo richiede.

C'è dell'ironia in tutto questo di cui raramente si parla.

“L’intelligenza artificiale rappresenta al contempo la più interessante nuova fonte di domanda di materie prime e una delle più potenti forze deflazionistiche a lungo termine per i consumi di materie prime”.

L'efficienza incrementata dall'intelligenza artificiale nei settori manifatturiero, logistico, della gestione energetica e dell'agricoltura di precisione riduce l'intensità di produzione economica per unità di materie prime. La manutenzione predittiva riduce i cicli di sostituzione delle apparecchiature. La gestione intelligente delle reti elettriche riduce le perdite di trasmissione. La stessa tecnologia che alimenta la domanda di rame nei data center sta ottimizzando anche i sistemi che consumano materie prime in tutti gli altri settori dell'economia. Su un orizzonte temporale di cinque anni, questi guadagni di efficienza si moltiplicano. L'impatto netto della rivoluzione dell'IA sulle materie prime è quasi certamente positivo. Tuttavia, è molto più modesto di quanto la narrazione ottimistica lasci intendere.


Conclusione

Lo scenario con la più alta probabilità, ovvero un livello minimo dei prezzi delle materie prime strutturalmente elevato con una significativa volatilità ciclica, non si presta a una strategia di acquisto a lungo termine senza ulteriori verifiche. Piuttosto, richiede una gestione tattica dell'esposizione, basata su regole precise. Gli investitori che hanno generato il maggior alfa durante la fase rialzista delle materie prime degli anni 2000 non sono stati quelli che hanno interpretato correttamente la tesi strutturale nel 2001 e l'hanno mantenuta fino al 2008. Sono stati invece coloro che hanno gestito le dimensioni delle posizioni durante le interruzioni cicliche e che avevano a disposizione schemi predefiniti per stabilire quando aumentare e quando ridurre la posizione.

Quella disciplina è esattamente ciò che l'attuale retorica del “più grande investimento dei prossimi cinque anni” scoraggia. Quando una tesi viene presentata come una certezza pluriennale, crea compiacimento riguardo ai rischi ciclici insiti nell'investimento. Tali rischi – la distruzione della domanda dovuta alla recessione, la risposta della FED, la forza del dollaro in periodi di stress – sono proprio quelli che causano i danni maggiori agli investitori che hanno dimensionato le posizioni basandosi su convinzioni radicate piuttosto che su un'analisi ponderata per il rischio.

•••

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.

•••

👉 Qui il link alla Seconda Parte:  https://www.francescosimoncelli.com/2026/09/la-narrazione-sulla-stagflazione-cosa.html

venerdì 29 maggio 2026

I veri termini della vittoria di Trump

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-veri-termini-della-vittoria-di)

La City di Londra, per quanto potente, non è onnipotente. Appare tale perché è in grado di spostare le attenzioni nella direzione sbagliata e impedire di avere quelle discussioni chiave in grado di arrivare organicamente a ciò che deve essere aggiustato. Se non si ha idea di chi fomenta il caos, chi ha l'incentivo a farlo, allora è impossibile impedire a chi sposta le attenzioni nella direzione sbagliata di smetterla. In questo senso Israele è un'ottima distrazione. È una questione di chi ha vero potere e chi no; chi è un esecutore e chi è il mandante; chi ha la capacità di muovere il mercato del petrolio in su e in giù, insieme ai titoli dei giornali, per trasmettere la percezione che Trump ha perso il controllo e vuole salvare solo sé stesso. Questo stesso gioco è stato portato avanti negli ultimi 4 anni nei confronti di Putin e non è un caso che lui e Trump si siano parlati quando ancora Carlo si trovasse negli USA. E poi ha parlato con Xi. L'Iran in questo contesto è IRRILEVANTE, è solo un nodo in una rete molto più grande, una rete fatta di ombre che viene portata alla luce ed essendo questa l'arma difensiva più importante che ha tale rete, le mosse per preservarla saranno sempre più disperate e manifeste. La pressione che sta montando nel mercato obbligazionario inglese segnala che il governo Starmer possa essere alle battute finali. Qualcosa sta cambiando e se il cambiamento avviene tramite i Gilt, come avvenuto con la Truss, allora sarà un evento in sordina.

Niente di eclatante, soprattutto sulla scia del discorso di Carlo III al Congresso americano. Starmer, così come Carney in Canada, sono stati eletti per distruggere le nazioni da essi governate.

Lo stesso pattern di distruzione è stato imbastito in Medio Oriente. Tutti i Paesi mezionati da Trump riguardo gli Accordi di Abramo erano nell'orbita inglese e francese, usati per riciclaggio di denaro e altre macchinazioni geopolitiche. L'obiettivo, ora, è convincerli che è meglio l'orbita americana di Trump. Soprattutto con Russia e Cina che non supportano più l'Iran, o per meglio dire l'attuale catena di comando il cui vertice è l'IRGC. Ecco perché Trump parla di “cambio di governo”. Cina e Russia, in passato, sono penetrati in Iran per fare da contraltare ai colonialisti europei, i quali tramite il JCPOA e Total Energy hanno permesso a inglesi e francesi di determinare/impostare la linea di politica (ed economica) in Medio Oriente. Non erano lì perché credevano nella causa dell'Iran, ma per ragioni geopolitiche: la Russia otteneva il corridoio nord-sud fino all'Oceano indiano per bypassare lo Stretto del Bosforo e la Cina ampliava la sua Belt and Road Initiative. Chiaramente questa è un'analisi semplificata, ma tutto si riduce a questo: Trump sta riorientando le rotte commerciali/logistiche lontano dal Medio Oriente e dall'Europa, quindi i precedenti obiettivi geopolitici russi e cinesi possono essere abbandonati. Il più grande perdente qui è l'India, una delle ultime e più grandi colonie inglesi. Ecco perché Rubio la scorsa settimana è volato in India: per testare la volontà di Modi, perché sono le navi indiane quelle che si rifiutano di passare a Hormuz. Non solo, ma siglando gli Accordi di Abramo ciò porterà finalmente pace in Medio Oriente, rimuovendo quell'effetto destabilizzante rappresentato dalle macchinazioni anglo-francesi. E Israele potrà finalmente sviluppare la propria economia, uscendo da quella di guerra.

Il soft-power dell'IRGC, ovvero la confusione sull'apertura/chiusura dello Stretto di Hormuz e la propaganda mediatica (le uniche carte rimaste da giocarsi), è come un'opzione dove la funzione tempo rappresenta la variabile “impazzita”. Chi le ha trattate sa di cosa parlo: per tutto il periodo in cui le si possiede trattengono il 95% del loro valore, poi, a 4-5 giorni dalla loro scadenza, crollano in valore. Il tempismo nel roll-over di questo strumento finanziario è tutto, altrimenti piuttosto che una lieve perdita si viene spazzati via completamente. Dovete trattare l'Iran, quindi, o per meglio dire l'IRGC, come un'opzione: sta disperatamente cercando di vendere al mondo una certa percezione della realtà, mentre i burattinai al di sopra (Londra e Bruxelles) li spalleggiano rinforzando una tale illusione. Ma come con le opzioni, c'è una data nel futuro in cui scadono: c'è una data nel futuro in cui questo raggiro scadrà (es. la chiusura dei pozzi petroliferi, il meeting Xi-Trump, la Brexit automatica, il 4 di luglio, le midterm, ecc.). Non lo possiamo sapere in anticipo quale sarà lo “strike day” in questo caso, ma sarà uno di quelli elencati. Tutta questa storia ha senso, e la confusione viene diradata, nel momento in cui si pensa in modo strategico: il blocco statunitense dello Stretto è arrivato quando l'intelligence americana sapeva che l'Iran sarebbe stato costretto a scaricare il petrolio nel Golfo persico, o chiudere i pozzi, e ha calcolato questo evento facendolo coincidere con la data del meeting Trump-Xi. E quando è subentrato questo tipo di dolore alcune linee rosse sono state spostate, soprattutto quando Carlo III è andato via dagli USA: Zelensky e Aragchi hanno smosso, seppur di poco, le loro posizioni intransigenti. Unendo tutti questi puntini, quindi, si capisce che la funzione tempo dell'opzione sta degradando verso lo 0.

Tre sono le cose che contano per essere immuni alla propaganda sull'Iran:

  1. La curva dei rendimenti americana ha assorbito la precedente inversione;
  2. I mercati azionari/obbligazionari americani non sono affatto perturbati;
  3. Il mercato forward del petrolio è bearish.

I persiani hanno inventato il gioco degli scacchi, un gioco dove le informazioni sono sostanzialmente alla luce del sole. Il Texas Hold'em, invece, è un gioco puramente americano, dove le informazioni sono sostanzialmente nascoste. In quest'ultimo caso l'obiettivo è quello di spingere l'avversario a credere di “avere le carte giuste” e puntare più di quello che è disposto a perdere. È così che si fanno i soldi col poker. L'IRGC credeva che attirando gli USA in un confronto (non è una guerra questa) il campo da gioco sarebbe stato quello navale, e lì avrebbe dato loro un bel filo da torcere. Invece Trump, piuttosto che giocare a scacchi, ha preferito giocare a poker (non fraintendetemi, un azzardo anche questo) e ha dato all'IRGC un confronto aereo. È la stessa cosa può ripetersi su Bandar Abbas, con gli eserciti emiratini e sauditi che si prendono quel fazzoletto di terra e gli A10 che lo difendono. Ecco perché l'unica arma rimasta nelle mani dell'IRGC-City di Londra è la guerra di propaganda mediatica e le giravolte nelle trattative di “pace”. Su questa scia, è a dir poco “curioso” come quello che vale per l'Iran non vale “magicamente” per gli USA. E qui solo chi è in malafede dimostra palesemente di esserlo, avvalorando ancora di più la tesi che all'Iran è rimasta solo la propaganda mediatica in questo confronto. Questo a sua volta significa che la stampa e i commentatori sui social si strappano i capelli per il “blocco” iraniano dello Stretto, ma non coprono assolutamente l'efficacia del “contro-blocco” americano; si strappano i capelli per il vantaggio orografico iraniano, ma non applicano la stessa logica agli USA e ai loro alleati (sauditi ed emiratini potrebbero prendere Bandar Abbas e gli americani difenderlo con l'aeronautica, dato che gli iraniani praticamente non hanno più né quest'ultima né una Marina); si strappano i capelli per criticare la presunta assenza di un piano iniziale nel confronto con l'Iran, ignorando ingenuamente (o consapevolmente, se si vuole “pensare male”) che in passato il petrolio ha raggiunto picchi più alti e COME MINIMO era stato messo in conto che il petrolio potesse arrivare ai $150 al barile (salvo poi non arrivarci, o almeno finora non l'ha fatto dato che gli USA sanno cosa stanno facendo); si strappano i capelli per elogiare la presunta lungimiranza della Cina che ha immagazzinato barili di petrolio, dimenticandosi però che un conto è avere una popolazione il cui reddito medio annuale è ~$65.000 e un prezzo della benzina a ~$4, un altro è avere una popolazione il cui reddito medio annuale è ~$20.000.

Diffidate, quindi, da chi afferma che gli Stati Uniti sono stati sconfitti dall'Iran, o che a esso basta “sopravvivere” per vincere. Non sono questi i termini reali della vittoria. L'attuale fase di transizione ci porta in un mondo in cui non importa quale sia il prezzo del petrolio. La cosa che conterà davvero, e il vero termine della vittoria americana, è il controllo al margine sulla consegna dei barili di petrolio (qualunque sia il prezzo). E del controllo sul ritmo di consegna, potete star certi, è qualcosa di cui hanno discusso Trump e Xi. Soprattutto perché un altro obiettivo dell'amministrazione Trump è rendere obsoleti le strozzature geografiche mondiali, spostando la produzione di petrolio nel Golfo d'America. In questo modo verranno resi obsoleti i ricatti che potrebbero emergere se QUALCUNO prendesse come ostaggio suddette strozzature. L'unica che conterebbe, sarebbe il Canale di Panama (e i porti americani). Da “price taker” a “price setter” del prezzo del petrolio, ed è nelle città portuali americane che i Democratici sferreranno il loro attacco durante le midterm.

Gli americani iniziano a preoccuparsi delle midterm ad agosto. Quindi tutte quelle chiacchiere che sentite adesso sulla stampa italiana secondo cui Trump sarebbe a rischio a novembre, sono fasulle. Inoltre le recenti elezioni in Ohio ci dicono due cose principalmente. La prima è che gli americani hanno fiducia nelle parole di Trump secondo cui i prezzi della benzina scenderanno, ecco perché non ci sono disordini sociali (soprattutto negli stati rossi). La seconda è che i repubblicani stanno tirando su molti più soldi dei democratici per le elezioni, questi ultimi rimangono all'asciutto soprattutto perché Bessent sta tagliando loro tutti quei finanziamenti ombra tramite ONG e altre organizzazioni no-profit.

Lo stesso copione dell'Ohio l'abbiamo visto ripetersi in Kentucky, a dimostrazione che tutte le preoccupazioni per le midterm sono sentite all'estero e rappresentano un grimaldello per deturpare l'immagine che ha il popolo americano nei confronti di Trump. A ciò bisogna aggiungere che Massie, come altri nel movimento MAGA, ad esempio Marjorie Taylor Greene, sono elementi di divisione inseriti apposta dagli avversari per sabotare dall'interno. Potremmo chiamarla “Operazione Mitt Romney”: essere sempre allineati e votare sempre per le sciocchezze, per le cause ininfluenti e per quelle proposte di leggi “innocue” agli occhi degli avversari degli USA... ma quando si presenta davvero il momento di essere in linea con un cambiamento reale e dannoso per gli agenti esteri, ecco che scatta la trappola e gli asset infiltrati adducono giustificazioni e scuse per essere contrari. Nel suo discorso di concessione alle primarie Massie ha espresso ripudio per la guerra... quale? In Iran sono stati 10 giorni di bombardamento e un blocco tutt'ora in vigore, come a Cuba sostanzialmente, il tutto per riorientare le catene di approvvigionamento e le rotte logistico/commerciali dell'energia. Massie ha poi reiterato lo slogan “End the FED”... come? Non si accorge che già adesso è in corso un processo di trasformazione della stessa? Un ritorno a ciò che era prima del 1935? Davvero non ha idea di cosa Tether stia diventando per il mercato estero e interno del dollaro?

Oppure, la spiegazione più coerente: è sempre stato un asset divisivo che s'è guadagnato la fiducia dell'elettorato repubblicano a suon di “difesa dei principi”, salvo poi effettuare le vere mosse per cui era stato “reclutato”. Non fraintendetemi, alcune leggi da lui sostenute/presentate non erano affatto male (es. filiera della carne), ciononostante proprio questo conferma la tesi asset attivato in caso di necessità prima che si deprezzi definitivamente.

E in questo frangente storico, il deprezzamento degli asset infiltrati corre molto veloce. Soprattutto per un motivo: a chi fa più male un prezzo del petrolio a circa $110? Non agli Stati Uniti, non sono loro ad avere una curva dei rendimenti in sofferenza. Soprattutto non sono loro a rischiare di rimanere a corto di dollari. Senza contare che sono nel bel mezzo di una fase di transizione che li sta portando ad abbandonare il sistema estrattivo-keynesiano a favore di uno produttivo (Hamilton-Clay). Se ci uniamo che col SOFR adesso la FED controlla il front-end della curva dei rendimenti americana, l'uscita dalla conservatorship da parte di Fannie Mae/ Freddie Mac le permetterà di controllare anche il back-end. I guai sono tutti per gli europei, e per estensione canadesi, perché sin dal 2022 hanno portato avanti una “yield curve control” per impostare un tetto ai rendimenti delle loro obbligazioni. Il Canada infatti è un proxy che a mesi alterni vende/compra titoli del Tesoro americani per impedire che il rapporto di leva nel mercato dell'eurodollaro crolli bruscamente. Il problema: è una lenta erosione, man mano che le precedenti “linee rosse” vengono tutte attraversate al rialzo (es. 2,5%, 2,7%, 3%, ecc.). Infatti dov'è il trentennale statunitense? Laddove si trovava al momento del ciclo di rialzi dei tassi di Powell, mentre invece la Lagarde ha perso quasi 100 punti base nel differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello tedesco. Questa è la ragione principale per cui gli USA possono permettersi di “tergiversare” sulla questione Iran.

Quello che molti commentatori faticano a capire è il concetto di tempo integrato nei processi industriali e commerciali. Se prendete ad esempio lo sconquasso causato dai lockdown nella filiera della carne, ciò è stato dovuto alla rottura della catena del rimpiazzo dei capi che necessitano tempo per essere allevati. L'offerta rimane indietro, mentre la domanda riprende e si intensifica: aumento dei prezzi. Ciò vale anche per gli altri settori industriali, poiché l'impegno di capitale per progetti che vedranno i loro frutti nel futuro sembrano nell'immediato carenti. Infatti la re-industrializzazione degli USA è un processo che richiederà come minimo una generazione per vederne i frutti maturi, mentre invece i commentatori parlano nel presente di “fallimenti”, “crisi”, “debiti impagabili” e “disastri economici”.

Nel momento in cui mettiamo insieme due elementi dell'esecutivo americano, come il Project Vault e il Defense Production Act, capiamo che gli sforzi imprenditoriali che vengono incentivati a livello federale vedranno, come minimo, i primi risultati da qui ai prossimi 5 anni. Il vantaggio in questo contesto è il prezzo “di favore” delle materie prime a cui possono accedere le aziende americane. Infatti già il cambiamento di atteggiamento è significativo: non più progetti industriali/imprenditoriali fatti per soddisfare gli appetiti degli azionisti (tipico modello inglese, dove la “mano invisibile” è la loro che tramite la finanziarizzazione dell'economia trattengono parte dei guadagni). Logistica, trasformazione, energia, sono caratteristiche che spingeranno i cambiamenti industriali nel tempo, non nel presente.

Stiamo assistendo allo stesso meccanismo che negli anni '30 Roosevelt usò, tramite i mutui trentennali a tasso fisso, per rilanciare la classe media e l'economia americana. Queste supply chain non possono essere ricostruite senza supporto alla base, senza lo smantellamento della finanziarizzazione che le ha reso eteree e ha allungato oltremodo la produzione di un bene. L'accorciamento del processo produttivo unito alle catene di approvvigionamento non è protezionismo, o autarchia, ma il modo per riorganizzare un'economia che era stata trasformata in un guscio vuoto.

Come ripetuto spesso, uno degli obiettivi di Trump è sbarazzarsi della volatilità del petrolio come arma in mano ai suoi nemici. Infatti il prezzo del petrolio dovrebbe essere l'argomento più noioso di questa Terra. C'è qualcuno che, ad esempio si preoccupa del prezzo del carbone? Solo i produttori e i consumatori. Il carbone è noioso. Perché? Perché nessuno può più inserire un pedaggio, o un punto di strozzatura, nel flusso di carbone. Quest'ultimo non è stato finanziarizzato affinché il mondo girasse attorno a esso come mezzo per influenzare il commercio globale. Non esiste alcun mercato dei futures strutturato sul carbone che abbia davvero importanza! Esiste invece con il Brent e se si ha il controllo su di esso, allora si ha il potere per muovere i mercati, per sbarazzarsi di presidenti, per far cadere governi, per finanziare intermediari e terroristi, ecc. In sintesi, è la base dell'instabilità mondiale... per come vengono gestiti gli affari OGGI. Rimuovete le strozzature geografiche e il petrolio tornerà a essere noioso. Questo è il termine della vittoria REALE perseguito da Trump. Raggiungerlo significa mandare in fumo tutto quel capitale che la City di Londra ha dispiegato in Iran per arrivare a questo momento storico... e questo è un altro termine della vittoria perseguito da Trump.

La manifestazione della superiorità americana si evince anche attraverso un mondo in cui il dollaro è dominante ma secondo i canoni di chi lo emette, non più di chi lo controlla indirettamente tramite il prezzo impostato altrove. Per quanto tutto questo possa sembrare un “far west” monetario, non è altro che ciò che esisteva negli USA prima della FED: banche commerciali con le loro banconote, coperte dall'oro, che facevano riferimento a stanze di compensazione regionali. Un sistema decentrato/distribuito senza un regolatore centrale unico. Per quanto possa sembrare instabile a leggerlo così, le crisi economiche erano ridotte ai minimi termini.

(Nota: il panico del 1907 venne invece gonfiato mediaticamente per dare l'impressione che si necessitasse di una versione americana della Banca d'Inghilterra, e col senno di poi, data anche la presenza di Wilson, sappiamo di chi fosse lo zampino.)

GENIUS Act, STABLE Act e CLARITY Act sono le tre componenti che permetterebbero di tornare a un sistema analogo a quello pre-Federal Reserve (senza contare che anch'essa verrà riformata affinché il suo statuto torni a quello pre-1935). Il percorso inverso dalla moneta puramente fiat a un sistema che potremmo chiamare Bretton Woods 2.0 passa per ovvi motivi da un periodo in cui il presunto “caos” del libero mercato si assesta verso un sistema più affine alla società che lo determina. Internamente, negli USA, ci saranno diversi “dollari digitali” emessi da varie realtà, mentre esternamente ci sarà Tether. Una novità? Niente più niente meno di quanto descritto da Hayek in, A Choice in Currency. Non sarà un mondo perfetto, nemmeno buono... senza dubbio sarà un mondo migliore rispetto a quello attuale. E se ci sono da fare compromessi in quella fase di transizione che porta a un mondo in cui le idee libertarie/Austriache diventeranno dominanti, allora questo è il momento per gettare tali basi. Un momento storico come questo, dove i libertari possono avere una reale occasione per affermare tra il pubblico più ampio le loro idee di miglioramento filosofico/sociale, è fondamentale da sfruttare se si vuole avere DAVVERO una possibilità di vincere. Il percorso è tortuoso, certo; impervio, senza dubbio; ma è la possibilità concreta di avere una strada chiara e definita che parte dal punto A (statalismo “sfrenato”) al punto B (libertarismo “sfrenato”) in cui il processo intermedio è finalmente percorribile.

Le stablecoin hanno il potenziale per essere tanto trasformative per il sistema monetario mondiale quanto lo fu l'abbandono di Bretton Woods. Una stablecoin come Tether, collateralizzata sostanzialmente da oro e Bitcoin, ha la possibilità di raggiungere tutti i Paesi del mondo... che le loro autorità monetarie lo vogliano o meno. Meglio se lo accetteranno volontariamente, perché è nel loro migliore interesse dato che il dollaro rimane la valuta di raccordo commerciale per eccellenza. Certo, forse dovrebbero scegliere l'oro in quanto tale o Bitcoin in quanto tale, ma stanno preferendo trattare tali asset come riserve piuttosto che come circolante. Immaginate un possessore estero di Tether, in particolare in Unione Europea: egli è più “pericoloso” rispetto allo stesso possessore di oro o Bitcoin, perché in questo caso trasferisce potere di leva a Washington a scapito di Bruxelles.

Non solo, ma l'ascesa delle stablecoin, oltre a rappresentare nuova domanda per i titoli del Tesoro americani, permetterà al governo federale di emettere più titoli sul front-end della curva dei rendimenti (rendendo tali titoli più attraenti). Questo è importante perché se il back-end sale, Washington non deve necessariamente pagare tassi alti per ripagare il suo debito. E anche se il back-end dovesse salire, ciò metterebbe pressione sugli altri decennali nel resto del mondo e loro si ritroverebbero in guai molto più seri. I tassi alti fanno male agli USA? Certo, ma stritolano letteralmente il resto del mondo. Vi basti vedere cosa è successo nel 2022: nonostante una flessione economica gli USA ne sono usciti bene, mentre la Cina è dovuta intervenire per salvare il suo mercato obbligazionario, l'Inghilterra è dovuta intervenire per salvare il suo mercato obbligazionario, la BCE è dovuta intervenire per salvare il mercato obbligazionario della periferia europea.

Il cambiamento della FED sarà quello da una istituzione monopolistica che emette unità monetarie a una Exim Bank per l'eurodollaro, fino a tornare al suo mandato originale: prestatore di ultima istanza nel commercial paper market americano e impostazione del valore nominale del dollaro all'estero. Questo significa che tra i suoi “compiti” non figurerà più il QE, l'espansione del proprio bilancio, il savataggio di banche così come lo abbiamo visto finora, ecc. In particolar modo, la riduzione ulteriore dell'attuale bilancio sarà importante: maturazione dei titoli garantiti da ipoteca (ormai nel loro ultimo terzo di vita dato che sono vecchi di 18 anni) e maturazione dei titoli di stato americani. Inoltre Warsh è la cosa migliore che potesse capitare ad asset che sono garanzie ed equity, come oro e Bitcoin, dato che una linea di politica attuale e conclamata degli USA è quello di “gestire” gli asset che migliorano gli attivi di bilancio. Infatti questo è l'unico modo efficace per disinnescare le criticità del lato dei passivi. Quindi l'obiettivo di Trump, Bessent e Warsh è quello di “svegliare” tutti questi asset dormienti tramite un fondo sovrano che li valorizzi ai prezzi di mercato, ma questa è un'analisi che sfugge se ci si concentra solo sui debiti e non sugli attivi, ad esempio, o solo sull'offerta di denaro e non sulla domanda.

In sintesi, senza il controllo monetario e senza il controllo sui flussi monetari, in particolare per quanto riguarda il dollaro, il processo di re-industrializzazione americano sarebbe destinato a fallire miseramente. Ecco perché Trump, nel recente viaggio in Cina, è riuscito a staccare un accordo con Xi riguardo la commessa su 200 jet della Boeing (iniziali). Infatti pensate alla filiera industriale necessaria per costruire una macchina complessa come un aereo: dai sedili delle varie classi fino ai singoli chiodi da 1 pollice. E questo è anche il motivo per cui l'automotive è un settore cruciale ed è stato anch'esso riportato in patria: nell'alveo della difesa è imperante la costruzione di veicoli sul proprio territorio, il motivo per cui gli USA hanno avuto un vantaggio nella Seconda guerra mondiale.

Infatti i Bush, gli Obama e in generale i sodali dei globalisti hanno fatto di tutto per distruggere il sistema logistico e dei trasporti americani, in particolare la Marina. 

Il sistema bancario e finanziario inglese nella sfera d'influenza cinese (es. Singapore, Hong Kong, Africa orientale) sono da tempo coinvolti non solo nel riciclaggio dei proventi della droga, ma anche, e soprattutto, nel contrabbando di commodity. Qual è quindi l'interesse della Cina nel Canada in virtù del progetto A(merica)-R(ussia)-C(ina) che si sta sviluppando (e la recente visita di Trump in Cina sta rafforzando)? Condividere informazioni d'intelligence finanziaria. Il fatto che tutti i “pezzi grossi” si siano presentati insieme a Trump nel suo viaggio in Cina dimostra che essi “si parlano”.

Diversamente, quindi, da tutte le chiacchiere che sentite da una certa narrativa sulla stampa e sui canali d'informazione alternativi (gli stessi che gridavano al nemico quando parlavano di Russia e poi Cina), secondo cui la Cina vuole papparsi Taiwan, quello che farà Pechino invece sarà ridimensionare l'influenza inglese nella sua sfera d'influenza. Questo significa che nel mirino ha Hong Kong e Singapore, altro che Taiwan. L'interesse cinese nel Canada, quindi, non vuole un takeover silenzioso del Paese, bensì lo smantellamento sistematico di tutte le strutture finanziarie nel Pacifico e in Asia che fanno riferimento al Canada (e per estensione alla City di Londra). Questo perché il “centro commerciale ed economico” del mondo diventerà il Pacifico e non può diventarlo se prima non viene bonificato a dovere.

Dispiace rovinare i sogni dei commentatori sui social che ci raccontano della trappola di Tucidide che affrontano gli USA nei confronti della Cina. Non è così. Agli USA sta bene che la Cina sia dominante in Asia... fintanto che tale dominio non esca dai confini locali. Se la Cina rappresentasse davvero una minaccia reale nei confronti del primato americano, non si sarebbero fatti buttare fuori dal Venezuela, dall'Argentina, dal Canale di Panama, ecc. I cinesi temono e rispettano ciò che sono diventati gli USA dopo il 2022: un player che difende il dollaro e per estensione il suo primato nel mondo. Un futuro conflitto cinetico tra americani e cinesi è solo propaganda da chi ha più da perdere in questo nuovo contesto geopolitico: Londra e Bruxelles.


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


lunedì 18 maggio 2026

Merz alla COP30: panico climatico, declino dell'industria tedesca

La California è una Unione Europea in miniatura in seno agli Stati Uniti. Se si guardano diversi parametri, si noteranno altrettanto somiglianze con Londra ad esempio (es. demolizione sociale tramite immigrazione a briglie sciolte). Oppure i prezzi del carburante, i quali sono in linea con le medie europee piuttosto che con quelle americane. Più in generale sono gli stati cosiddetti blu (a guida democratica) a essere in un pantano economico-sociale di loro stessa creazione. Anzi, possiamo aggiungere anche consapevole creazione. Questo perché il ruolo di coloro che fanno parte di tale schieramento è sempre stato quello di creare le basi per una piattaforma di guerra civile in caso i coordinatori dietro le quinte ne avessero avuto bisogno. Le rivolte per strada, i tumulti sociali, le frodi allo Stato sociale americano sono tutti elementi caratterizzanti gli stati blu (vi basta vedere l'elenco dei governatori, partite dal Minnesota). Così come i sabotaggi. Oltre alle infrastrutture, come i porti, in stati come l'Indiana viene fomentato il caos energetico interno minimizzando a livello di offerta di petrolio mondiale l'attuale uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'OPEC. Difficile non vedere la lunga mano di Londra e Bruxelles che si staglia negli USA per disinnescare la loro emancipazione dall'influenza dei globalisti. Tutte le regole sul clima, tutte le normative sull'ambiente non sono state altro che un tentativo esterno di normare gli USA internamente e spogliarli così delle proprie risorse, finanziarie ed energetiche, a vantaggio di Londra e Bruxelles. L'imponente “no” affermato dall'amministrazione Trump sta facendo ritorcere contro gli eurocrati la macchina di morte preparata appositamente per gli americani. Infatti i criteri ESG, il Digital Services Act, il Digital Markets Act, i criteri GDPR, la normazione della tecnologia (es. USB Type C) e tutta quella pletora di tasse e regole approvate finora dal carrozzone europeo rappresentavano una conquista silenziosa degli USA. L'odio viscerale che emerge dall'UE non è ovviamente nei confronti di Trump, bensì nei confronti della rinnovata guerra d'indipendenza che gli Stati Uniti stanno portando avanti sin dal 2017 contro i colonizzatori europei e inglesi. Diventa facile, quindi, capire chi si trova dietro i conflitti emersi finora nel mondo e il motivo per cui vengono protratti nel tempo. La guerra più grande, oltre a essere finanziaria, riguarda la sopravvivenza stessa dell'Unione Europea e degli Stati Uniti. Una sconfitta, o un eventuale accordo di pace, infine, siglerà la fine definitiva dell'uno o dell'altro.

______________________________________________________________________________________


di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/merz-alla-cop30-panico-climatico)

Per il cancelliere tedesco un vertice segue l'altro. Dopo il vertice sull'acciaio, Friedrich Merz si è diretto ora alla COP30 in Brasile, l'incontro del club sul clima. Lì i partecipanti tentano di nascondere le crepe evidenti nella loro struttura con il consueto panico climatico.

Il vertice sull'acciaio presso la Cancelleria federale era ancora al centro dell'attenzione mediatica quando il Cancelliere era già a bordo di un aereo diretto a Belém, in Brasile. La COP30 si è svolta sotto la guida del Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

Dal 1995 rappresentanti di oltre 70 nazioni celebrano questo evento annuale, il culmine del circo globale sul clima, conferendogli una parvenza di consenso sovranazionale. Naturalmente viaggiano a migliaia – in aereo, ovviamente – e con emissioni massime.

Nessuno salta volontariamente il gala annuale sul clima; poche tonnellate di CO₂ non contano più. Dopotutto, come sanno bene gli addetti ai lavori, il pianeta sta già bruciando e la lotta per una Terra abitabile è, in sostanza, già persa.


Commercio e affari legati alle indulgenze

Ciononostante le grandi figure dell'industria climatica strizzano l'occhio e lasciano intendere che potrebbe esserci ancora speranza per la Terra. Da Ursula von der Leyen a Lisa Neubauer, fino alla delegazione cinese, si ritiene che ingenti investimenti nell'economia verde potrebbero essere la soluzione.

Come negli ambienti spirituali, un po' di indulgenze qui, un aumento della tassa sulla CO₂ lì, e magicamente la temperatura globale scende a livelli accettabili: il dio del clima è placato.

Friedrich Merz ha intrapreso il viaggio di 9.000 chilometri da Berlino a Belém per assicurare ai suoi colleghi commercianti di indulgenze il continuo sostegno dei contribuenti tedeschi.


Ridistribuire la ricchezza

Il club prevede di investire €1.300 miliardi all'anno in misure per il clima destinate ai Paesi in via di sviluppo ed emergenti. La Germania, in quanto una delle economie considerate più forti, deve naturalmente partecipare. Con l'uscita degli Stati Uniti dall'alleanza, la sua presenza è fondamentale.

Merz doveva viaggiare, a prescindere dalle questioni interne. Cinicamente il suo tempo a disposizione per parlare era di soli tre minuti. Tre minuti per l'inviato dei tifosi più intransigenti del club, un'eresia considerando i contributi finanziari della Germania.

Prima dell'ultima traversata in barca sul Rio delle Amazzoni, il Cancelliere ha tenuto una lezione sulla trasformazione industriale e sulla transizione energetica, argomenti che pochi padroneggiano così a fondo come il massimo rappresentante della Germania.


Una commedia triste

Almeno in Brasile, Merz ha potuto affermare con orgoglio che la Germania potrebbe raggiungere i suoi obiettivi climatici: una massiccia deindustrializzazione lo rende possibile. Mentre il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha chiesto un'azione radicale all'inizio dell'evento, avvertendo con il suo solito panico che l'obiettivo di 1,5° è già stato mancato, la Cancelleria ha messo in scena la sua triste commedia.

Negli ultimi anni in Germania sono andati persi circa 300.000 posti di lavoro nel settore industriale a causa dell'impennata dei prezzi dell'energia e di normative climatiche eccessivamente restrittive. Il Paese si trova in difficoltà economiche e rischia di trasformarsi in una “cintura di ruggine” europea, secondo le tempistiche climatiche dettate da figure come Guterres.

Eventi autoreferenziali come la COP30, che ignorano consapevolmente le ripercussioni economiche delle politiche climatiche più intransigenti, distorcono la realtà, rendendo difficile per la popolazione collegare la politica climatica al declino economico.


Profonde crepe nell'edificio verde

Dal culmine del movimento ambientalista nel 2009, quando il presidente degli Stati Uniti Barack Obama dichiarò legalmente la CO₂ il più pericoloso di tutti i gas serra, questo edificio ha mostrato profonde crepe.

L'amministrazione Trump ha abrogato questa norma e gli Stati Uniti sono usciti definitivamente dal club climatico il 1° gennaio 2026, infliggendo un duro colpo al movimento. Ne sono conseguiti ingenti spostamenti di capitali: dai fondi verdi verso settori che generano rendimenti di mercato reali.

Negli Stati Uniti i finanziamenti tornano a essere destinati all'energia nucleare e convenzionale. Le energie rinnovabili devono ora competere, come in una vera economia di mercato. Il vero progresso si realizza attraverso i mercati liberi.

Il movimento ambientalista non riesce ancora a comprendere che il progresso tecnologico verso una produzione più pulita, efficiente e sostenibile non è stato guidato dallo stato, bensì dalle forze di mercato, concretizzatesi attraverso meccanismi di prezzo e non attraverso la pianificazione centrale socialista.


Cina e India

L'anacronismo del declino industriale della Germania è evidente laddove emergono nuove capacità produttive, ovvero in India e in Cina. Entrambi i Paesi ignorano le regole del club climatico dominato dall'Europa.

L'India li ignora quasi completamente, mentre la Cina gioca una partita intelligente, seppur eticamente discutibile, con gli ambientalisti occidentali più estremisti. Attraverso una rete di ONG finanziate dal governo cinese, Pechino ha a lungo contribuito a consolidare il regime climatico europeo a livello politico e mediatico, incrementando al contempo in modo massiccio la produzione orientata all'esportazione, come quella dei pannelli solari, seguendo percorsi interni diversi.

Solo l'anno scorso la Cina ha messo in funzione 80 GW di nuova capacità a carbone, ha investito nel nucleare e, laddove economicamente vantaggioso, nelle energie rinnovabili, in modo pragmatico e non ideologico, secondo la tradizione cinese.


La mucca da mungere: il contribuente

Dal punto di vista dell'UE, la COP30 deve essere vista per quello che è: uno spettacolo mediatico concepito unicamente per mantenere a pieno regime la macchina europea dei sussidi climatici.

La Commissione europea prevede di stanziare circa €750 miliardi per i sussidi al clima dal 2028 al 2034, in aggiunta ai sussidi e agli aiuti nazionali. Un business colossale, con i “partner” del movimento ambientalista che tendono la mano per ottenere fondi pubblici europei attraverso gli aiuti allo sviluppo e innumerevoli fondi per il clima.

Lo stesso Merz sa che questo gioco è imperfetto. Prima del vertice ha ripetutamente sottolineato che la protezione del clima è fondamentale, ma deve essere perseguita salvaguardando al contempo la competitività economica e l'apertura tecnologica.

Eppure l'esperienza del governo Merz dimostra che la Cancelleria non intende contestare le politiche climatiche distruttive di Bruxelles. Il divieto sui motori a combustione rimane in vigore; la legge insensata sul riscaldamento continua a costare alle famiglie tedesche miliardi. Il mantra: proseguire sulla stessa strada, sussidiando i prezzi dell'elettricità per l'industria, fino al declino economico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.