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martedì 27 ottobre 2026

La Germania respinge un investimento da un miliardo di euro su un data center: la burocrazia ha la meglio

Un differenziale di rendimento agli attuali 170 punti tra i decennali tedeschi e americani è possibile solo in un contesto in cui la BCE manipola pesantemente il rapporto. L'articolo di oggi sottolinea l'ennesimo esempio di una lunga serie già documentati su queste pagine: la Germania, un tempo locomotiva d'Europa, è diventato un carretto. I rendimenti delle sue obbligazioni dovrebbero essere molto più alti, ma grazie alle manipolazioni della BCE/BOE sul lato lungo della curva dei rendimenti americana e l'appoggio del Canada (Paese con una parvenza restante di garanzie collaterali), viene venduta l'illusione che l'UE sia più attraente per i mercati dei capitali rispetto agli Stati Uniti. Questa illusione sta venendo erosa lentamente, ma inesorabilmente. Il piano di spese di Bruxelles è il seguente: a partire dal 2028 il bilancio annuale della Commissione dovrebbe passare dagli attuali €170 miliardi a €285 miliardi, un incremento pari al 68%. La Von der Leyen punta a raggiungere la cifra complessiva di duemila miliardi di euro nell'arco di sette anni. È un piano quinquennale cinese. Un aumento di quasi il 70% tra un quadro finanziario e l'altro non rappresenta una semplice espansione di bilancio; questa megalomania fiscale cela una trasformazione sistemica. L'ultima trovata degli esperti di redistribuzione a Bruxelles – i fautori di un'economia basata sui sussidi – consiste nello stoccare la CO2 catturata sotto i fondali del Mare del Nord e del Mar Baltico; un'idea che richiede una fantasia davvero fuori dal comune. Di recente la presidenza irlandese nel Consiglio dell'UE ha proposto un taglio di €141 miliardi al bilancio di Bruxelles: si tratterebbe di circa €20 miliardi in meno all'anno, ovvero una riduzione dell'8% rispetto alla proposta iniziale della Commissione. Ciononostante il bilancio registrerebbe comunque una crescita superiore al 55%. Per il cancelliere tedesco, la proposta irlandese è risultata inaccettabile. Mese dopo mese, la Commissione europea sollecita i mercati dei capitali per ottenere nuova liquidità attraverso l'emissione di obbligazioni. Solo quest'anno circa €180 miliardi di nuovo credito sono affluiti nelle casse di Ursula von der Leyen. Tale credito – garantito collettivamente dagli Stati membri, sebbene una pratica del genere sia ufficialmente vietata – finanzia l'intero apparato. Grazie a queste risorse, leader socialisti come lo spagnolo Pedro Sánchez arrivano a finanziarsi e saranno i contribuenti europei a dover saldare il conto, e i consumatori non avranno altra scelta se non quella di pagare la propria quota di questo sperpero politico attraverso l’inflazione che esso genera. Nell’agosto dello scorso anno Bruxelles ha trasferito a Madrid oltre €23 miliardi, di cui €16 miliardi sotto forma di prestiti; altri €6,23 miliardi sono arrivati ​​nell’agosto di quest’anno. Finora la Spagna ha ricevuto complessivamente €78 miliardi. Che l'UE ricorra alla repressione finanziaria per costringere banche, investitori e risparmiatori privati ​​ad acquistare Eurobond, o che invece offra titoli a tassi di interesse allettanti che il mercato accetti di buon grado, non fa più molta differenza ormai. Il «club del debito» europeo ha già urtato l’iceberg nel mercato obbligazionario e gli unici rimasti sul ponte di comando di questa nave destinata al naufragio sono quei funzionari pubblici talmente inebriati dalla propria brama di potere da non essersi accorti di aver dato il via al capitolo conclusivo della loro stessa storia.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-germania-respinge-un-investimento)

A Groß-Gerau, in Assia, un progetto da un miliardo di euro è stato bloccato dall'opposizione dei cittadini e dalla maggioranza del consiglio comunale. La città appare ora l'emblema del declino della Germania: arretrata, ostinata e irrimediabilmente persa in un'epoca che non lascia spazio a un solipsismo passivo.

Con circa 27.000 abitanti, Groß-Gerau beneficia di collegamenti diretti con Francoforte e Darmstadt, il che la rende una città ideale per i pendolari. Qui vive la tradizionale classe media tedesca: in parte al riparo dagli sconvolgimenti economici e sociali del Paese, ma al contempo sufficientemente vicina ai principali centri di sviluppo da ritrovarsi improvvisamente sotto i riflettori.


La CDU ha votato a favore del progetto

Il consiglio comunale ha respinto la proposta di un data center della società statunitense, Vantage Data Centers, a seguito delle proteste dei residenti. Con i voti di SPD, Verdi e Sinistra, la città ha bocciato un investimento privato di circa €2,5 miliardi.

La struttura prevista avrebbe fatto parte dell'infrastruttura digitale della regione Reno-Meno, incentrata su DE-CIX, uno dei più importanti centri internet al mondo. Si tratta delle nuove autostrade digitali mondiali: intelligenza artificiale, sistemi autonomi, guida autonoma, soluzioni cloud, tutte infrastrutture su cui fanno affidamento le principali economie come Stati Uniti e Cina per uscire dalla stagnazione economica.

Per la Germania, questi sviluppi sono considerati, nella migliore delle ipotesi, marginali. L'atteggiamento prevalente si maschera da superiorità ideologico-morale, utilizzando la regolamentazione per garantire che aziende e utenti non “si spingano troppo oltre”. Nella politica europea, la sfera digitale non è altro che un terreno di gioco per polemiche e meschine critiche al piano generale per la costruzione di uno stato ideale basato sul socialismo verde.

Con 18 voti a favore e 14 contrari, il consiglio comunale si è infine opposto al progetto. Solo la CDU, insieme al Kombi-FWG, lo ha sostenuto. Questo getta luce sulle dinamiche politiche tedesche: in assenza dell'AfD, la CDU agisce sorprendentemente in modo indipendente, sfidando persino il cosiddetto cartello dei partiti “firewall”. Che questo possa essere un segnale di una potenziale liberazione politica della Germania? O l'azione locale della CDU è stata semplicemente un'eccezione all'interno di un'ideologia altrimenti saldamente allineata a Bruxelles?

Il sito proposto si trovava a poche centinaia di metri dalle zone residenziali, separato da un parco industriale. Eppure, questo è bastato a far sì che le presunte preoccupazioni per il rumore dominassero il dibattito locale. I Verdi sostenevano che il data center avrebbe creato “corridoi termici” e deprezzato il valore degli immobili, una preoccupazione mai sollevata durante la costruzione di turbine eoliche. Mentre l'interesse pubblico ha sempre prevalso sulla proprietà privata durante la costruzione di parchi eolici, in questo caso l'ideologia ha sostituito una valutazione razionale del rischio. Fin dall'inizio, la politica locale ha cercato pretesti per bloccare il progetto, spinta dalla paura di assumersi responsabilità e dall'inerzia burocratica.


Scuse ed elusioni

Le giustificazioni addotte per respingere l'investimento erano tanto bizzarre quanto tipicamente tedesche: timide, sulla difensiva e prive di qualsiasi visione. Le entrate fiscali previste erano considerate insufficienti, i potenziali posti di lavoro minimi: una scusa dopo l'altra. La burocrazia si è radicata a tal punto che gli investimenti privati ​​sono ormai percepiti come una minaccia piuttosto che come un'opportunità.

Questo sistema ha eroso le capacità di astrazione e trasformato la debolezza in superiorità morale. Il futuro non è più visto come malleabile, il cambiamento è percepito come un peso e l'immaginazione viene sistematicamente indebolita. Le persone imparano a seguire le regole invece di risolvere i problemi.

La soluzione consiste nel liberarsi da questa gabbia di ferro della regolamentazione, rilanciando l'innovazione e costruendo le infrastrutture essenziali per l'economia di domani.


Il villaggio degli ideologi verdi

La politica tedesca non ha mai avuto seri problemi a espropriare le case dei proprietari per installare turbine eoliche. La cosiddetta partecipazione dei cittadini non è altro che un palliativo per le reali perdite materiali inflitte ai residenti. Persino i simbolici sistemi di compensazione in alcuni Länder non riescono ad affrontare il disprezzo strutturale per i diritti di proprietà. La proprietà privata è vista con sospetto e trattata come una preda fiscale per ambizioni ideologiche.

Il progetto di Groß-Gerau avrebbe potuto rappresentare un'opportunità per implementare un modello di remunerazione equa orientato al mercato, anteponendo i principi economici alle logiche ideologiche. Invece, la Germania rimane in un “villaggio tribale” dal punto di vista psicologico: perennemente sulla difensiva contro la modernizzazione, con la burocrazia e le ONG che alimentano il provincialismo.

Per le aziende statunitensi, questa è prassi consolidata: i diritti di proprietà impongono negoziati seri con i residenti interessati, oppure il contenzioso garantisce un equilibrio. La Francia offre un esempio contrastante: il presidente Emmanuel Macron ha di recente investito €30 milioni nella “Silicon Valley” del suo Paese, mentre gli investimenti privati ​​statunitensi superano di centinaia di miliardi tali iniziative statali. La lezione è chiara: l'Europa rimane vincolata alla centralizzazione, incapace di competere con sistemi più agili e orientati al mercato.

È giunto il momento che la Germania abbandoni la rigidità del socialismo climatico e inizi ad abbracciare nuovi modelli di business. L'ostinazione e la timidezza non devono più impedire al Paese di riconoscere le opportunità di crescita e innovazione.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 26 ottobre 2026

Il futuro della Volkswagen

Di recente abbiamo assistito all'ennesima torsione della semantica per permettere all'Unione Europea di apparire quello che in realtà non è. Infatti la recente ondata di protezionismo, salvo condannare gli altri quando lo fanno nei suoi confronti e assolvere sé stessa quando adotta tale misura, mira a limitare lo tsunami di veicoli cinesi in Europa. Questa misura, infatti, è stata accolta con entusiasmo sia dalla stampa che dai commentatori indipendenti. Dato che il polo ARC sta ufficialmente prendendo forma, l'Europa si ritrova a dover ricorrere a misure progressivamente draconiane per trincerarsi al suo interno e non far fuggire i capitali dal continente. L’economia dell’area Euro ha un disperato bisogno di tornare in forma, essendo stata sedata per decenni dall’UE, paladina del protezionismo. Il corpus normativo di Bruxelles in materia climatica – probabilmente il più vasto impianto normativo della storia umana – persegue l’obiettivo di scoraggiare una concorrenza sgradita. E ci è riuscito, come dimostrano i persistenti avanzi commerciali. Da un lato, l’economia dell’area Euro subisce gravi danni a causa di questa linea di politica; dall’altro, in molti settori manca la concorrenza, il che incide negativamente sul ciclo dell’innovazione e sulla crescita della produttività. I sussidi agiscono come un veleno che ottunde l’intelletto. Attrarre genuinamente capitali internazionali significa che menti brillanti, investitori e imprenditori dovrebbero trovare qui condizioni migliori rispetto a quelle offerte dalle semi-dittature presenti nel mondo. Il fatto che ciò non accada è tragico, ma descrive bene il processo di declino generale di quell’entità culturale che chiamiamo Europa. Il protezionismo non può sostituire la competitività. È contraddittorio, se non addirittura distruttivo, lasciarsi sedurre da questo populismo spicciolo, sulla scia di quanto proposto da figure come Merz o Macron. La prosperità va conquistata attraverso la concorrenza, in una sorta di maratona economica. Anche la concorrenza estera è, senza dubbio, una compagna indispensabile in questo percorso. Gli europei sono gli unici responsabili della propria miseria economica. Chi per decenni si è cullato nella falsa illusione di una prosperità duratura, spalancando le porte a linee di politica di «decrescita», a un’economia statalizzata e all’immigrazione legata alla povertà, non deve stupirsi se la Cina fiuta l’odore di un cadavere.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/il-futuro-della-volkswagen)

Il Consiglio di Sorveglianza di Volkswagen ha di recente approvato all'unanimità il “Piano Futuro 2030” dell'azienda. Accelerando i tempi, Volkswagen non solo intende sottolineare la reale gravità della situazione, ma anche dimostrare di aver riconosciuto il pericolo e di voler riprendere il controllo della situazione. Il simbolismo è fondamentale in questi giorni, poiché i danni causati dalla strategia aziendale degli ultimi anni sono diventati evidenti come una ferita aperta. Il presidente del Consiglio di Sorveglianza, Hans Dieter Pötsch, ha descritto la decisione come la prova della determinazione del Gruppo a trasformarsi e a lavorare con tutte le sue forze per il proprio futuro a lungo termine e per la propria competitività. Ciononostante, rimane l'impressione che il percorso di consolidamento del Gruppo rappresenti più un collasso aziendale interno che una riduzione controllata delle dimensioni, il crepuscolo di un'era economica.

Entro la metà degli anni 2030, in tutto il mondo verranno eliminati 50.000 posti di lavoro. I piani sociali e le offerte di pensionamento anticipato rappresenteranno probabilmente la parte del leone di questa riduzione della forza lavoro. Si dice che Volkswagen si trovi ad affrontare una sovraccapacità produttiva di 500.000 veicoli in Europa. I costi di ristrutturazione per il Gruppo potrebbero ammontare fino a €10 miliardi. Volkswagen sta inciampando su ostacoli sociali che l'azienda stessa ha creato durante i periodi di prosperità: la legislazione tedesca sul lavoro impedisce un rapido adeguamento delle strutture aziendali alle condizioni del mercato e all'effettiva forza economica dell'azienda.

Per la Germania, in quanto polo industriale, le prospettive sono fosche: gli stabilimenti Volkswagen di Emden, Hannover e Zwickau, così come quello Audi di Neckarsulm, rischiano di essere vittime del piano di ridimensionamento del Gruppo. La decisione non è ancora stata formalizzata: entro la fine di giugno 2027, l'azienda intende chiarire il destino dei singoli siti. Dal 2031 al 2034, non ci sarà più un'assegnazione competitiva della produzione in questi stabilimenti, il che suggerisce che Volkswagen si stia preparando ad abbandonare i siti.

È sorprendente che, solo pochi giorni fa, l'amministratore delegato Oliver Blume avesse sottolineato, durante una visita allo stabilimento di Zwickau, che il sito avrebbe avuto, per usare le sue parole, le stesse opportunità di qualsiasi altro stabilimento in Europa. Blume, tuttavia, aveva già evidenziato la sua scarsa redditività rispetto ad altre sedi: secondo lui i costi del lavoro erano più del doppio rispetto a quelli di siti europei comparabili.

È qui che risiede il vero problema: Volkswagen non è più competitiva. Costi del lavoro eccessivi, costi energetici esorbitanti e una regolamentazione dilagante stanno spingendo non solo le case automobilistiche, ma l'intera produzione industriale ad abbandonare la Germania.

A Wolfsburg c'è effettivamente un bisogno urgente di intervenire. Il business in Cina, in particolare, è praticamente collassato. Complessivamente, il fatturato del primo semestre dell'anno in corso è diminuito leggermente, attestandosi a €158,1 miliardi. Il problema è che l'utile operativo è crollato dell'11,6% a €5,9 miliardi, lasciando un margine operativo imbarazzante e basso, pari ad appena il 3,8%. È il persistere del trend negativo a destare preoccupazione. Volkswagen, quindi, non ha solo un problema di vendite, ma soprattutto un immenso problema di costi. La possibilità che si stiano manifestando anche problemi di liquidità è stata dimostrata dalla vendita di Everllence, la controllata del Gruppo specializzata in motori di grossa cilindrata, precedentemente nota come MAN Energy Solutions: Volkswagen ha ceduto una quota di maggioranza alla società di investimento statunitense Bain Capital, ricavando €7,4 miliardi.

Volkswagen – e con essa l'intero settore automobilistico tedesco, nonché le industrie ad alta intensità energetica in generale – si trova con le spalle al muro. Come riporta il Bild, citando dati interni del Gruppo Volkswagen, i costi di produzione per veicolo nello stabilimento di Emden ammontano a €4.850, circa 4,5 volte la cifra corrispondente nello stabilimento cinese di Tianjin, dove si attestano a €1.078. Il costo della manodopera diretta per la produzione sarebbe di €74 all'ora a Emden, contro i €12 a Tianjin, un fattore di oltre sei.

Gli errori del passato emergono con particolare evidenza se si considera la produttività del lavoro. A Emden, il calcolo indica 29 veicoli per dipendente all'anno, contro i 51,3 di Tianjin. Ciò corrisponde a circa il 77% di veicoli in più per dipendente. Anche l'assenteismo per malattia presenta una differenza notevole nel confronto interno: a Emden il tasso è del 10,5%, contro l'1,0% di Tianjin. Questa cifra va ben oltre una semplice questione di politica del personale che incide sulle operazioni interne. Forse la spirale discendente in cui sono precipitati il ​​Gruppo e l'intero settore ha già lasciato il segno sul morale dei dipendenti? In ogni caso, questo dato in particolare richiede un'interpretazione, proprio perché è così eclatante.

Le conseguenze dell'abbandono del nucleare in Germania e della continua espansione delle normative sul clima sono state ampiamente discusse in questo contesto. Nel loro insieme rappresentano un suicidio economico ideologicamente motivato, perpetrato da una società appagata e convinta del proprio successo, che ora si trova a dover assistere al progressivo smantellamento del proprio tessuto industriale, motore della prosperità, schiacciato dagli eccessivi costi dell'energia e del lavoro, dalla crescente regolamentazione e dalle spietate forze della concorrenza globale.

Volkswagen è diventata vittima della crescente pianificazione centralizzata a livello politico e della pervasività dell'ideologia ambientalista nel panorama aziendale. La lezione ora è chiara: il corporativismo e la dipendenza dalle direttive politiche non ripagano a lungo termine. Alla fine, come sempre, a pagare il conto sono altri, ovvero i dipendenti e gli investitori che avevano riposto la loro fiducia nel futuro della casa automobilistica.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 12 ottobre 2026

La Germania affronta una crisi di carenza di gas: il settore industriale chiede riserve strategiche

Nonostante i commenti sui media e sui social, il calo delle riserve denominate in euro e yen è stato più marcato rispetto a quello del dollaro. Quest'ultimo è la “valuta debole” più forte al mondo, grazie a una liquidità superiore, istituzioni più indipendenti e maggiori garanzie legali e tutele per gli investitori rispetto a qualsiasi alternativa. I dati COFER del Fondo Monetario Internazionale indicano che la quota del dollaro sulle riserve monetarie allocate si attesta al 56,7%; al netto delle fluttuazioni dei tassi di cambio, lo stesso FMI conclude che tale quota è rimasta sostanzialmente stabile, attribuendo i recenti cali principalmente a effetti di valutazione piuttosto che a vendite attive. L'euro, con una quota del 20,6%, è ben lungi dal poter competere. Euro, yen, sterlina e persino il renminbi cinese non hanno assorbito la quota di mercato presumibilmente “persa” dal dollaro. La loro incidenza complessiva nelle riserve è stagnante o in calo, mentre la quota in crescita riguarda l'oro e “altri asset”, tra cui argento, petrolio, Bitcoin o, nel caso del Giappone, azioni nazionali. I dati della BRI sui volumi degli scambi monetari e quelli dello SWIFT sui pagamenti confermano questa conclusione. Il dollaro è coinvolto in quasi il 90% di tutte le transazioni monetarie e in circa la metà dei pagamenti mondiali tramite lo SWIFT; l'euro segue a grande distanza, mentre il renminbi detiene ancora una quota a una sola cifra. Non si osserva alcun passaggio di consegne in cui un'altra valuta fiat prenda il posto del dollaro negli scambi commerciali, nella finanza, o nelle riserve. La realtà è che tutte le principali valute fiat stanno perdendo fiducia a vantaggio di un asset esterno al sistema, come l'oro. Definire questo fenomeno “de-dollarizzazione” è fuorviante, poiché suggerisce una transizione da un ordine incentrato sul dollaro a uno basato sull'euro, sullo yuan o sui BRICS, scenario che i dati smentiscono chiaramente. Ciò che sta realmente accadendo è meglio descrivibile come una “de-fiatizzazione marginale”: un progressivo allontanamento da tutte le valute fiat e soggette a linee di politica discrezionali, a favore di asset reali indipendenti dagli Stati. Il dollaro rimane la valuta fiat meno imperfetta, con liquidità ineguagliabile, sicurezza legale e per gli investitori, e sostegno nel commercio e nella finanza; pertanto non esiste un'alternativa scalabile verso cui i gestori delle riserve possano orientarsi senza assumersi rischi maggiori. Il sistema mondiale non si sta quindi spostando dall'“egemonia del dollaro” all'“egemonia dello yuan” o a un sistema multipolare di valute fiat; si sta spostando da una fiducia incondizionata nella cartamoneta dei mercati sviluppati a un mondo in cui le commodity riemergono come asset di riserva per eccellenza e il dollaro rimane al centro del declino delle valute fiat perché nulla può sostituirne la sicurezza, le infrastrutture e la profondità.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-germania-affronta-una-crisi-di)

Sulla scia dell'Agenzia federale per le reti, anche l'organizzazione di rappresentanza del settore energetico chiede ora l'istituzione di una riserva strategica nazionale di gas naturale. L'azione coordinata del settore dimostra chiaramente che il calo delle riserve di gas è ben più grave di quanto la politica abbia finora ammesso.

Kerstin Andreae, presidente dell'Associazione tedesca delle industrie energetiche e idriche (BDEW), ha chiesto, in un'intervista alla Redaktionsnetzwerk Deutschland, la creazione di una riserva strategica nazionale di gas.

La Andreae ha sottolineato la necessità di un solido cuscinetto per assorbire gli shock esterni nell'approvvigionamento energetico della Germania. Con questa richiesta, il BDEW si è esplicitamente allineata alla posizione dell'Agenzia federale per le reti, il cui presidente, Klaus Müller, aveva già sostenuto la necessità di una tale riserva strategica in un'intervista alla dpa.

Segnali analoghi provengono ora anche dal mondo imprenditoriale. Anche il fornitore di energia EWE, con sede a Oldenburg, ritiene che sia giunto il momento di discutere ulteriori strumenti di gestione della crisi e di seguire l'esempio di altri Paesi europei. Austria, Francia e Polonia mantengono già riserve strategiche di gas per tutelarsi da eventuali crisi di approvvigionamento.


La realtà viene ignorata

È sorprendente che la Germania abbia per anni ignorato in larga misura questioni fondamentali relative alla progettazione del mercato energetico e alla sicurezza delle reti con fonti di energia di base, una conseguenza di decisioni dettate da motivazioni ideologiche, per le quali anche l'allora Ministro federale dell'Economia, Robert Habeck, ha una responsabilità politica.

I dati attuali sottolineano l'urgenza della situazione. A causa del freddo, i livelli di stoccaggio del gas in Germania stanno diminuendo di circa l'uno per cento al giorno, con un livello di riempimento complessivo che si attesta ora intorno al 30%.

In casi estremi, come ad esempio in condizioni simili a quelle dell'inverno del 2010, una carenza di gas è del tutto plausibile. In uno scenario del genere, il consumo giornaliero non potrebbe più essere coperto da ulteriori importazioni di GNL e dalle scorte di gas rimanenti. Il risultato sarebbero arresti programmati, inizialmente nei settori ad alta intensità energetica, con effetti a cascata e drammatici sull'economia in ampi settori.

La Germania del 2026 si trova tra le rovine della sua irrazionale politica energetica. Sembra una beffa che il Paese che ha smantellato il suo impianto nucleare, ha eliminato il gas russo a basso costo su richiesta di Bruxelles e ora punta ad abbandonare il carbone, stia discutendo delle riserve nazionali di gas, il tutto in nome di un'isteria climatica amplificata dalla politica e dai media.


Assicurazioni e ostinazione

Pubblicamente, la politica e l'Agenzia federale per le reti stanno cercando di minimizzare il problema del calo delle scorte di gas. Poco prima dell'intervista rilasciata alla dpa, il presidente dell'Agenzia federale per le reti, Klaus Müller, ha dichiarato al Rheinische Post che il rischio di problemi di approvvigionamento era generalmente basso. La Germania ha creato maggiore flessibilità attraverso molteplici canali di importazione, sia gasdotti che terminali GNL di nuova costruzione. Inoltre, ha aggiunto Müller, i prezzi del mercato all'ingrosso non mostravano segni di scarsità, pur essendo aumentati di recente.

È una dote rara quella di contraddirsi più volte nel giro di poche frasi, come ha fatto Müller in quell'intervista.

Al contrario, il gruppo di pressione INES ha parlato di livelli storicamente bassi di stoccaggio del gas in Germania. L'anno scorso, nello stesso periodo, il livello di riempimento si attestava intorno al 58%, e l'anno precedente addirittura al 76%. La differenza non è marginale, ma strutturale, e mette in luce la crescente vulnerabilità della sicurezza energetica del Paese.

Il Ministero federale dell'Economia ha adottato un tono simile. A gennaio ha fatto riferimento alla nuova flessibilità delle importazioni e di recente ha affermato di non ritenere necessario un intervento statale nel mercato, sebbene oggigiorno sia difficile definire la rete energetica tedesca un “mercato”, un fatto forse ancora sfuggito all'attenzione del ministero.

Anche Claudia Kemfert, economista energetica presso l'Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW), aveva affermato a gennaio che non vi era alcuna crisi di approvvigionamento e che le importazioni rimanevano stabili. Il fatto che ora le consegne di GNL dal principale fornitore, gli Stati Uniti – responsabili di oltre il 90% dell'approvvigionamento di GNL della Germania – sono incerte, potrebbe essere un'ironia della sorte. Ciò non cambia, tuttavia, il fatto che la politica energetica tedesca sia intrappolata tra cecità ideologica, negligenza generale e una semplificazione intellettuale eccessiva del problema di fondo.

La Germania rappresenta oggi un esempio da manuale delle conseguenze di una linea di politica interventista pianificata centralmente. Una volta avviata, ogni ulteriore revisione del modello di mercato, sempre più distorto, impone ulteriori interventi e misure regolamentari. Il sistema si sta gradualmente trasformando in un'economia socialista. Si tratta di una spirale discendente che può essere interrotta solo se misure a lungo termine consentiranno al settore energetico tedesco di tornare a produrre energia sufficiente a garantire il carico di base.

Ciò includerebbe il ritorno alle forniture di gas russo, l'annullamento delle decisioni di abbandono graduale del carbone e l'adozione di moderni reattori nucleari modulari di piccole dimensioni. Questi, tra l'altro, non producono scorie nucleari tradizionali, un argomento che disinnesca immediatamente le obiezioni istintive degli oppositori del nucleare.

A livello mondiale, l'energia nucleare sta vivendo una notevole rinascita, soprattutto negli Stati Uniti, in Cina e in Russia. Solo in Germania l'ostinazione ideologica impedisce il riconoscimento di questa realtà.

Occorre esercitare pressioni sulla politica europea affinché sfrutti le consistenti riserve di gas, guadagnando così spazio geostrategico e liberandosi, almeno in parte, dalla morsa autoimposta.


Ironia della storia

L'emergere della necessità di una riserva nazionale di gas porta con sé due ironie. In primo luogo, rappresenta un'ammissione tardiva del completo fallimento della transizione energetica. Le energie rinnovabili, a causa della loro volatilità e per mantenere la stabilità della rete e la sicurezza dell'approvvigionamento, richiedono capacità di stoccaggio e di riserva che non possono essere fornite economicamente senza gravare enormemente sull'economia o addirittura provocarne il collasso parziale.

In secondo luogo, è proprio il dichiarato acerrimo nemico della politica tedesca, il presidente statunitense Donald Trump, che in questi giorni chiede non solo il mantenimento delle riserve strategiche di petrolio esistenti, ma anche la creazione di ulteriori riserve nazionali. Washington intende investire circa dodici miliardi di dollari per accumulare metalli come litio, terre rare, nichel e cobalto, riducendo così strategicamente la dipendenza dalla Cina e da altri fornitori di materie prime.

I termini “nazionale” e “riserva” nel contesto della politica energetica risultano particolarmente offensivi per gli ambienti ecologisti di sinistra. In tali ambienti, le persone non sono abituate a cedere alla realtà e a riconoscere che il pensiero conservatore in materia di sicurezza degli approvvigionamenti, preparazione e resilienza sociale è superiore sotto ogni aspetto, anche come concetto socio-politico.

Negli Stati Uniti, la sicurezza degli approvvigionamenti e la resilienza strategica occupano un posto di rilievo nell'agenda politica, insieme alla deregolamentazione del mercato energetico. In Germania, invece, si nota una notevole coerenza nel tentativo di stabilizzare un'economia clientelare verde, la cui sostenibilità economica è in costante declino.

Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, le famiglie tedesche risentiranno concretamente delle conseguenze di questo errore fatale, in particolare nei loro conti correnti.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 5 ottobre 2026

L'erosione della libertà nell'UE: dalla censura al potere centralizzato

Il messaggio dietro la rimozione di tutte quelle frodi assistenziali ai danni degli USA è sostanzialmente uno: i dollari dei contribuenti non verranno più dirottati verso attività avulse dal controllo americano. Non più indirizzati da Londra, Parigi, Bruxelles, Singapore, o una SIU ad esempio. I titoli dei giornali allarmistici e i post apocalittici sui social sulla rovina americana non tengono affatto conto che sono gli europei a dover capire come tenere alta la liquidità man mano che il sistema eurodollaro viene prosciugato. In parole povere, è questo prosciugamento che sta facendo salire i rendimenti a livello obbligazionario e li sta facendo salire a un tasso accelerante in Europa soprattutto, la quale ha avuto un disperato bisogno del carry trade sullo yen per controllare il livello dei differenziali di rendimento tra i titoli europei e quelli del resto del mondo. I giapponesi non sono più disposti a fornire pasti gratis in tal senso. Con cosa vorrebbero sostituirlo? Secondo la Lagarde, Pontes. Perché, quindi, un Congresso (popolato da traditori e vandali) dovrebbe fermare il CLARITY Act che fornirebbe regole e norme coerenti a banche e altre istituzioni americane riguardo gli asset digitali, mentre l'UE se ne esce improvvisamente con una regolamentazione in tal senso che vorrebbe venisse adottata a livello internazionale? Lo stesso discorso possiamo farlo riguardo le recenti idiozie pronunciate da Anthropic sull'IA. Si tratta di barriere, ostacoli e rallentamenti posti da un continente indietro su tutto e che ha una disperata necessità di non far uscire capitali. Guardate ai differenziali di rendimento tra i decennali tedeschi o inglesi e quelli giapponesi: equilibrio precario. Fate lo stesso esercizio sostituendo i primi con il decennale francese: esplosione in alto. Cosa significa? La BCE e l'UE stanno perdendo il controllo, così come mostrano il pair EUR/USD schiantatosi a 1.13 e il DXY che punta verso i 102 (starebbe a 110 se tale paniere considerasse anche lo yuan).

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lerosione-della-liberta-nellue-dalla)

In politica estera, l'Unione Europea si è trovata sempre più sulla difensiva. Sul fronte interno, il Green Deal ha gravemente danneggiato le fondamenta economiche. Insieme ai suoi pilastri principali, Berlino e Parigi, la Commissione europea con sede a Bruxelles sta portando avanti la costruzione sistematica di un apparato di censura per insabbiare i propri fallimenti.

L'acceso dibattito sulla censura di piattaforme impopolari come Nius è ben più di un semplice segnale d'allarme. Il Ministro-Presidente dello Schleswig-Holstein, Daniel Günther, ha offerto una profonda analisi degli strumenti strategici della politica attuale durante la trasmissione di Markus Lanz sulla ZDF. I successivi tentativi, a tratti disperati, del politico – insieme al conduttore e ai media statali – di ritrattare le sue richieste di censura, dichiarate apertamente, nei confronti di piattaforme e media critici come Nius, dimostrano la gravità della situazione: la Germania sta scivolando lentamente ma inesorabilmente verso uno stato di sorveglianza.


Il lato volgare della censura

Il dibattito sul controllo dell'opinione pubblica, soprattutto nello spazio digitale, ha anche un lato volgare e sfrenato, come ha potuto constatare Apollo News qualche mese fa. In quell'occasione, la sezione locale del Partito della Sinistra ha apertamente invocato, se necessario, azioni violente contro la redazione per costringerla ad abbandonare il quartiere. La dichiarazione recitava: “Bisognerebbe prendere a calci i giornalisti”. Questo è ben più di una semplice gaffe verbale di ideologi radicalizzati. Segna una rottura nella cultura politica della Repubblica Federale, in cui elementi repressivi, confrontati con una crisi economica latente e crescenti critiche alla linea politica, emergono apertamente e senza remore.

Stiamo assistendo a un tentativo di delegittimazione di ciò che è visibile: il diritto democratico alla libertà di parola e al libero dibattito. La natura stessa dei nuovi media digitali – la loro capacità di creare gruppi di opinioni frammentati – li rende pericolosi per un sistema politico sempre più concentrato sul controllo. Media come Apollo News contribuiscono a un autentico dibattito pubblico e, in tal modo, sfuggono all'autorità interpretativa degli apparati consolidati, rappresentando una minaccia per la censura.


Un modello a livello UE

A livello europeo, emerge uno schema tattico-mediatico. I rappresentanti a Bruxelles e i loro sostenitori a livello nazionale perseguono un obiettivo chiaro: quando subiscono pressioni esterne, come nel conflitto in Groenlandia con gli Stati Uniti, si presentano pubblicamente come vittime. A livello nazionale, tuttavia, adottano proprio la posizione di cui accusano il presidente americano Donald Trump: agire con la forza, senza alcun riguardo per una negoziazione equa.

La narrazione creata in questo modo è in gran parte veicolata da un apparato mediatico strettamente allineato alle linee di politica di Bruxelles. Lo abbiamo visto nella linea di politica sul clima (come riportato da Apollo News): in primo luogo, si instaura la narrazione di un'emergenza esistenziale, la storia di un pianeta in fiamme si radica nel discorso pubblico nel corso degli anni. A ciò segue la costruzione di un'economia di trasformazione pianificata centralmente e rigorosamente regolamentata. Le critiche a questa strategia sono state finora emarginate attraverso una forma di censura velata, equiparando i critici a complottisti sui media pubblici. Il critico viene ridicolizzato, umiliato a livello di dibattito pubblico.

Un modello simile è evidente nel trattamento che l'UE riserva a Paesi come l'Ungheria. Poiché Budapest si è opposta per anni alle frontiere aperte e all'immigrazione di massa, viene sanzionata con lo stile di un noto prepotente: a volte attraverso tagli ai finanziamenti, a volte tramite minacce esplicite di sanzioni. Si tratta sempre di soldi. L'UE sanziona anziché negoziare. In sostanza, l'UE applica con precisione la strategia del “negoziatore” contro i propri cittadini.

Lo scorso anno la Romania ha subito un trattamento simile. Durante le elezioni presidenziali, è stata esercitata una forte pressione sull'apparato giudiziario affinché annullasse l'elezione, non desiderata, di un presidente conservatore di destra. L'obiettivo non era la competizione politica sul futuro del Paese, bensì l'intervento istituzionale e legale per controllare l'esito delle elezioni.

L'obiettivo esplicito della linea di politica dell'UE è quello di centralizzare il potere in modo permanente all'interno dell'apparato della Commissione di Bruxelles. Ciò può essere realizzato solo se le forze dissidenti, come la crescente opposizione di destra nell'Europa orientale, vengono tenute a bada e se le crescenti critiche al disastroso corso economico del Green Deal vengono sistematicamente escluse dal dibattito pubblico.


Il declino della Germania

Dal 2018, i tedeschi hanno assistito al graduale declino della loro industria e, con esso, all'erosione delle fondamenta della loro prosperità. L'idea “Net Zero”, ovvero la ristrutturazione forzata dell'economia verso un ordine completamente privo di CO₂, ha portato finora a un calo di circa il 14% della produzione industriale in Germania, secondo il Kiel Institute for the World Economy. La Camera di Commercio tedesca riporta che sono andati persi oltre 400.000 posti di lavoro nel settore industriale.

Mentre la creazione di valore industriale e la produttività si riducono, l'apparato statale si espande. La burocrazia e l'amministrazione prosperano, creando centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro che non generano alcun valore di mercato. Allo stesso tempo, un PIL stagnante o in calo – aggravato dalle continue migrazioni di massa – si ripercuote su una popolazione in crescita. Il risultato è un programma di lotta alla povertà su vasta scala, di cui il governo preferisce non parlare apertamente.


La legge sui servizi digitali come strumento di censura

Il dibattito su questo processo si sposta sempre più sulle piattaforme digitali. A fare da apripista sono X di Elon Musk, così come piattaforme secondarie come Telegram o Reddit, che offrono forum per lo scambio, la ricerca e il dibattito critico: luoghi in cui circolano informazioni che Bruxelles o Berlino non accetterebbero senza contestazioni. È proprio qui che risiede il problema dal punto di vista dei decisori politici: vogliono guadagnare tempo, convinti del successo della loro strategia di trasformazione sociale ed economica, mentre un'inversione di rotta significherebbe una perdita di potere.

Con il Digital Services Act (DSA), è entrato in vigore a livello europeo un quadro normativo completo. In parole semplici, obbliga le grandi piattaforme online a rimuovere, limitare o segnalare i contenuti classificati dal diritto dell'UE come illegali, incitanti all'odio o socialmente dannosi, inclusa la disinformazione. Le aziende sono inoltre tenute a rendicontare dettagliatamente tali azioni.

In pratica, il DSA obbliga aziende come Meta, X o TikTok – sotto la minaccia di pesanti multe – ad agire sistematicamente contro i contenuti ritenuti problematici, ad esempio su politica climatica, conseguenze della pandemia, migrazione, o guerra in Ucraina. Le misure includono cancellazioni, shadow banning, etichette di avvertimento e interventi profondi sugli algoritmi di raccomandazione.

I critici sostengono che i criteri di base sono spesso vaghi, il che sottopone il discorso politico a una pressione preventiva di moderazione, ancor prima che possa aver luogo un dibattito pubblico aperto.


La perfidia del DSA

La perfidia del DSA sta nel creare basi pseudo-legali deliberatamente vaghe, mascherandole da termini come odio, incitamento e disinformazione. Gli operatori delle piattaforme sono spinti da incentivi economici verso la censura preventiva. La chiarezza giuridica non è il fattore determinante; lo è la pressione economica esercitata tramite la minaccia di multe.

Insieme a una rete crescente di cosiddetti “segnalatori fidati” – ONG e soggetti privati che segnalano contenuti potenzialmente critici alle autorità nazionali – emerge un discorso pubblico più limitato. Le norme di conformità di Bruxelles vengono quindi di fatto applicate senza formalizzare un regime di censura.

In questo contesto, è comprensibile perché un politico come Daniel Günther offra con disinvoltura uno sguardo dietro le quinte nello spazio sicuro della radiotelevisione pubblica. Dove ci si crede inosservati, si dice ciò che altrove viene accuratamente celato: incapaci o non disposti ad apportare modifiche sostanziali alle politiche economiche, climatiche o migratorie, o ai rapporti con Mosca, i critici vengono eliminati tramite la censura.

La disputa, deliberatamente provocata, con gli Stati Uniti sul futuro della libertà di parola in Europa e le minacce rivolte alle aziende tecnologiche americane passano senza scrutinio alcuno. I costi politici vengono esternalizzati. In definitiva, è il cittadino a pagarne il prezzo, sia come contribuente, sia come utente, sia come partecipante censurato a un discorso pubblico sempre più ristretto.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 30 settembre 2026

La stretta ambientale dell'UE minaccia l'industria europea nel contesto della de-industrializzazione

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-stretta-ambientale-dellue-minaccia)

Bruxelles e Berlino stanno intensificando la pressione normativa sull'industria europea. Con l'inasprimento della Direttiva UE sulle emissioni industriali, l'agricoltura si trova ora ancora più nel mirino delle normative sul clima. Il fatto che l'UE si stia isolando sempre di più sulla scena internazionale sembra non preoccupare nessuno.

Se il Forum economico mondiale di Davos di quest'anno ha trasmesso un messaggio chiaro, è stato questo: la delegazione statunitense guidata dal presidente Donald Trump ha mostrato il cartellino rosso alla trasformazione economica europea in chiave socialista-climatica. In termini inequivocabili, il presidente americano ha chiarito che il percorso europeo – il tentativo normativo di raggiungere un'economia a zero emissioni nette di CO₂ – è già fallito agli occhi degli americani, che hanno quindi premuto il freno.

Ora che il governo tedesco sta recependo nella legislazione nazionale l'inasprimento della Direttiva sulle emissioni industriali, imposto dall'UE, estendendolo anche al settore agricolo dopo l'approvazione parlamentare (come riportato da Apollo News), si consolida l'impressione che la crisi dell'industria europea, indotta da fattori politici – la lenta de-industrializzazione dei principali poli industriali europei – sia ancora considerata nei modelli economici della leadership politica come una questione di secondaria importanza, un danno collaterale sulla strada verso l'utopia verde.

Si sta ricorrendo alla domanda artificiale generata dallo Stato per cercare di rimpiazzare le capacità industriali liberate, sia attraverso la produzione militare sia tramite progetti ecologici sovvenzionati artificialmente, che però falliscono a causa delle pressioni sui costi o semplicemente non hanno domanda.


Pressione normativa ad hoc

Nello specifico, la nuova Direttiva UE sottoporrà circa il 30% degli allevamenti di pollame e suini alla regolamentazione delle emissioni industriali. Come se il settore non fosse già sull'orlo del collasso a causa delle pressioni normative esistenti, ora si sta orchestrando il prossimo attacco a queste attività.

In tutta l'UE, circa 50.000 aziende saranno tenute ad attuare sistemi di gestione ambientale vincolanti, sottoposti a verifiche periodiche da uno a tre anni. Nella sola Germania, 13.000 impianti sono soggetti alla conformità alle normative UE. Gli allevamenti con almeno 1.200 suini da ingrasso o 700 scrofe da riproduzione, così come gli allevamenti avicoli con circa 40.000 polli da carne o 21.400 galline ovaiole, saranno ora direttamente interessati dalle norme più severe.

Sotto la minaccia di pesanti sanzioni, pari ad almeno il tre percento del fatturato annuo in caso di violazioni, l'Unione Europea sta tentando di imporre il Green Deal con la forza. L'obiettivo è garantire la riduzione delle emissioni nocive nell'aria, nell'acqua e nel suolo, promuovendo al contempo l'efficienza delle risorse e un'economia circolare senza anidride carbonica entro il 2050.

Per il ministro dell'Ambiente tedesco, Carsten Schneider (SPD), l'inasprimento della direttiva è motivo di festa. Ha citato i successi ottenuti da questa linea di politica nell'ultimo decennio, i quali hanno già portato a significative riduzioni delle emissioni di CO₂ e promosso una produzione più ecologica in Europa. Il fatto che il progresso tecnologico derivi principalmente dalla concorrenza e dalle dinamiche di mercato è un aspetto che difficilmente trova spazio nella pianificazione politica centrale odierna.

Sono state erette alte fortezze ideologiche, che oscurano completamente la visione della realtà economica.

Per le aziende agricole interessate, l'attuazione della normativa significa soprattutto una cosa: un massiccio aumento degli obblighi di documentazione, approvazione e conformità. Saranno ora soggette a misurazioni periodiche delle emissioni e a relazioni dettagliate, che dovranno essere presentati alle autorità ambientali statali e inseriti in registri e portali pubblici a livello europeo: improvvisamente, la trasparenza diventa fondamentale. Questo requisito di trasparenza crea una forte pressione pubblica sulle aziende agricole affinché si conformino rapidamente e pienamente, indipendentemente da come verranno finanziati i costi aggiuntivi.

Gli esperti del settore stimano che i costi di conformità, ad esempio per la riduzione delle emissioni di ammoniaca, si aggirino tra i €100.000 e i €500.000 per stalla, a seconda delle dimensioni e della tecnologia. Se i requisiti delle BAT (“Best Available Techniques”, ovvero le tecniche disponibili migliori) devono essere implementati annualmente, questi oneri possono rapidamente raggiungere milioni di euro.

In precedenza, la direttiva UE si applicava principalmente a settori come quello chimico, siderurgico, del cemento, delle raffinerie e degli impianti energetici, prendendo di mira soprattutto le grandi installazioni con elevate emissioni e volumi di produzione. I funzionari governativi sottolineano ripetutamente che la maggiore pressione normativa si applica solo alle grandi imprese. In realtà, sia la legge sulle catene di approvvigionamento che la nuova direttiva creano una pressione significativa lungo l'intera filiera. Le grandi aziende sono costrette a trasferire i propri obblighi ambientali sui fornitori più piccoli, estendendo i meccanismi di ispezione e conformità all'intera catena del valore.


Paralisi politica

La politica europea rimane impassibile di fronte alla continua de-industrializzazione della sua base economica, difendendo ostinatamente la propria linea. Con l'erosione delle fondamenta industriali, diminuisce anche l'influenza geopolitica dell'UE. Ogni attività industriale che cede alle pressioni normative e all'aumento dei costi energetici e si trasferisce altrove, porta con sé un prezioso know-how. Le catene del valore si destabilizzano, i redditi elevati derivanti dai fattori produttivi scompaiono e lo Stato si trova ad affrontare crescenti pressioni fiscali.

La risposta a questo disastro – che ha portato a circa 24.000 fallimenti aziendali lo scorso anno – rimane prevedibile: una performance teatrale messa in scena dai rappresentanti del governo. Gli appelli benintenzionati del Cancelliere tedesco alla riduzione della burocrazia vengono ripetuti con crescente enfasi, soprattutto in vista delle elezioni. La riduzione della burocrazia è diventata una frase politica standard, priva di reali conseguenze.

La strategia di fondo diventa chiara: pubblicamente il governo tedesco si presenta come chi risolve i problemi, guadagnando tempo mentre persegue con fermezza l'obiettivo prefissato della transizione ecologica.

I politici tedeschi potrebbero facilmente invertire questa rotta distruttiva. La Germania è il maggiore contributore netto dell'UE e le leve del potere chiave sono detenute dai cristiano-democratici a Berlino, Bruxelles e al Parlamento europeo.

L'unica via d'uscita da questa trappola autoimposta sarebbe un ritorno a un'economia di libero mercato completamente deregolamentata, unitamente a un riavvicinamento politico con i flussi energetici russi. Eppure, lo spirito della pianificazione centralizzata e del presunto controllo industriale continua a prevalere.


Burocrazia in continua espansione

L'aumento della regolamentazione richiede inevitabilmente un apparato amministrativo in espansione. Negli ultimi cinque anni, l'occupazione nel settore pubblico è cresciuta di circa il due percento all'anno, ovvero circa 100.000 posti di lavoro in più. In questo contesto, i ripetuti appelli del Cancelliere tedesco alla riduzione della burocrazia appaiono come una farsa mediatica.

Gli obblighi di documentazione, prova e revisione contabile nell'industria tedesca hanno assunto dimensioni kafkiane. Solo negli ultimi tre anni, sono stati creati circa 325.000 posti di lavoro aggiuntivi nelle aziende per far fronte al crescente carico amministrativo proveniente da Bruxelles e Berlino. Di fatto, lo Stato sta esternalizzando la propria burocrazia al settore privato.

Queste decisioni politiche esercitano una pressione tangibile sulle imprese. Berlino e Bruxelles stanno rispondendo alla concorrenza internazionale e alla deregolamentazione statunitense con linee di politica che intensificano le sfide industriali esistenti anziché risolverle.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 28 settembre 2026

Come l'UE sta rovinando il boom dell'IA

L'UE è attaccata su tutti i fronti ormai. La stretta energetica è il miglior modo che ha sfoggiato Trump per costringere al tavolo delle trattative gli eurocrati. Questi ultimi, consapevoli di non avere una mano vincente al tavolo da gioco, hanno continuato a bluffare raddoppiando la posta in gioco in Ucraina. Ogni loro rifiuto ha rappresentato un tassello aggiuntivo inserito dall'amministrazione Trump per costringerli a capitolare, perché in questa guerra finanziaria l'UE è destinata a firmare una resa incondizionata. Come si fa a non arrivare a questa conclusione quando viene siglato un accordo tra USA e Bielorussia per escludere il Canada? Come si fa a non arrivare a questa conclusione quando gli USA possono piazzare i loro sistemi radar di early warnings in Groenlandia e bypassare quindi l'UE? È un lento accerchiamento, o un assedio, assecondato anche da Cina e Russia tramite il gruppo nascente ARC. Inutile dire che sta diventando urgente per i singoli Paesi dell'UE riuscire a tirare fuori il meglio da questa situazione, dato che la direzione centrale è lanciata come un treno in corsa verso un ponte sospeso a dir poco traballante. Da qui la nascita prematura di un progetto ormai palesemente destinato al fallimento come l'euro digitale, in una corsa disperata per anticipare il CLARITY Act tenuto ostaggio da un Congresso americano popolato da agenti ostili alla nazione. L'impellenza delle elezioni di medio termine negli USA si fa sentire per tutti e per quanto gli americani abbiano continuato a giocare “al gatto e al topo” con gli europei, arriva infine sempre il momento degli “artigli”. L'UE sarà fatta a pezzi, in particolar modo dalla sua volontà di annientare la propria base industriale per estrarre ricchezza, trasferirla alle istituzioni centrali e permettere loro di continuare a normare centralmente. L'unico modo che ha di finanziarsi un apparato di burocrazia progressivamente propenso a espandersi. È una questione di tempo e infine la realtà prevale e si soldi finiscono: entro l'ottobre dell'anno prossimo ArcelorMittal cesserà la produzione primaria di acciaio nel suo stabilimento di Duisburg. Con il ritiro dell'azienda, svanisce un altro tassello dell'illusione legata alla transizione ecologica: la produzione industriale in Germania è diventata non redditizia. “L'acciaio verde” (acciaio prodotto mediante un processo che utilizza l'idrogeno al posto dell'anidride carbonica come agente riducente) non ha futuro in Germania, a prescindere da quanti fondi continuino a fluire attraverso i canali della macchina dei sussidi “green”: in un contesto industriale tedesco caratterizzato da eccessiva regolamentazione, da politiche energetiche penalizzanti e da una crescente marginalizzazione, la produzione industriale è sempre meno redditizia. ArcelorMittal non è affatto l'unica azienda a fare marcia indietro: ci sono anche Thyssenkrupp e Salzgitter. In definitiva, tutti devono porsi una domanda: quanto costa realmente produrre una tonnellata di “acciaio verde”? E chi copre le perdite di un'attività che deve confrontarsi con una concorrenza molto più economica e conveniente, proveniente ad esempio da India o Cina? Queste aziende dovranno dipendere per sempre dai contribuenti? Il divario di costi è enorme: a seconda dei calcoli e delle condizioni di produzione, “l'acciaio verde” comporta un aumento dei costi compreso tra i $100 e i $500 per tonnellata. Per l'industria siderurgica europea, si stima che la transizione verso metodi di produzione a basse emissioni di anidride carbonica comporterà costi aggiuntivi variabili tra il 35% e il 100% per tonnellata. Una soluzione del genere è semplicemente insostenibile. Lo stesso discorso lo possiamo fare per l'industria della carta in Italia. L'occultamento dei costi crescenti a implementazioni di politiche anti-mercato conduce inevitabilmente a un'agonia economica che risucchierà porzioni crescenti di settori industriali, esercitando continua pressione sui contribuenti. Quando lo Stato interviene ripetutamente nell'economia, le risorse scarse non affluiscono più laddove la concorrenza genererebbe il massimo beneficio, bensì nelle tasche di chi fa della caccia a sovvenzioni e contributi la propria specialità. È così che inizia l'ultimo capitolo di un'economia (precedentemente) di mercato.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/come-lue-sta-rovinando-il-boom-dellia)

Nei mercati liberi, la prosperità economica viene creata da aziende innovative. Oltre il 50% delle aziende “unicorno” nel settore dell'intelligenza artificiale a livello mondiale si trova negli Stati Uniti, mentre l'Europa non gioca praticamente alcun ruolo. La corsa alle tecnologie del futuro è già decisa.

Sembra che la storia economica si stia ripetendo. In borsa, le aziende dei settori dell'intelligenza artificiale e dei data center vengono trattate in modo frenetico. Enormi flussi di capitale affluiscono in queste tecnologie. Gran parte di questo fenomeno ricorda la bolla delle dot-com di 25 anni fa.

Dal punto di vista strutturale e regionale, da allora poco è cambiato: Stati Uniti e Cina si contendono la posizione di leader, mentre l'economia dell'Unione Europea rimane in gran parte ai margini, relegata a un ruolo di spettatrice dalle autorità di regolamentazione dell'UE.


Gli “unicorni” come indicatore di innovazione

Un indicatore interessante del ritardo dell'UE nell'intelligenza artificiale è il numero dei cosiddetti “unicorni”: startup private valutate almeno un miliardo di dollari prima della quotazione in borsa. Questo parametro è considerato un valido indicatore della capacità innovativa di una regione e, per l'UE, il  confronto con gli Stati Uniti è catastrofico.

Negli Stati Uniti operano attualmente circa 1.700 aziende innovative di questo tipo, mentre nell'UE se ne contano solo circa 280. Gli Stati Uniti dominano questo mercato con una quota superiore al 50%, mentre l'economia europea è molto indietro con meno del 10% del mercato mondiale.

Questo divario economico si riflette anche nel volume degli investimenti. Giganti come Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta hanno investito oltre $320 miliardi in intelligenza artificiale e relative infrastrutture per data center solo quest'anno. Più di 550 nuovi progetti, concentrati in Virginia, Texas e Arizona, stanno formando la spina dorsale di una nuova economia.

Quest'anno la capacità dei data center negli Stati Uniti è cresciuta di circa il 160%, mentre in Europa l'aumento è stato solo del 75% circa, per un volume di investimenti di poco inferiore a €100 miliardi.

Con investimenti di circa $125 miliardi, anche l'economia cinese è molto indietro rispetto a quella statunitense. Un contesto interessante, soprattutto dal punto di vista dei policymaker europei, e in particolare tedeschi, è che l'energia nucleare sta guadagnando terreno in modo significativo in queste regioni.

Anche se la Germania, da sempre attenta all'ambiente, si rifiuta di ammetterlo a causa della sua posizione ideologica contraria all'energia nucleare, l'enorme fabbisogno energetico delle nuove tecnologie sarà in futuro coperto in larga misura dall'espansione dell'energia nucleare.

Tra i pochi grandi progetti nell'Unione Europea figurano il progetto Brookfield in Svezia, con un volume di investimenti di circa $10 miliardi, e lo Start Campus in Portogallo, che potrebbe anch'esso generare investimenti per quasi $10 miliardi.


Scontro tra ideologie

Soprattutto nel campo dell'intelligenza artificiale, lo scontro ideologico tra Stati Uniti e Unione Europea si manifesta nella pratica e in tutte le sue conseguenze. Mentre gli Stati Uniti puntano sulla deregolamentazione e su soluzioni private, eliminando le barriere per una concorrenza agguerrita, l'Europa rimane fedele al mantra del controllo politico mondiale. Nulla può accadere se non previa pianificazione da parte dei funzionari di Bruxelles, che con tutta la loro saggezza hanno ordito un piano ben preciso al loro tavolo verde.

Il motto di Draghi è ancora valido: solo ingenti investimenti pubblici – finanziati tramite credito e pianificati centralmente – potranno, secondo i pianificatori statalisti dell'UE, colmare l'enorme divario tra Europa e Stati Uniti.

Nelle simulazioni del piano generale della Commissione europea, ora esteso su sette anni sotto la guida di Ursula von der Leyen, tutto sembra sorprendentemente semplice, quasi semplificato. Il piano Invest-AI dell'UE prevede di contrarre prestiti per circa €50 miliardi e di investirli in progetti selezionati nei prossimi anni. Questo dovrebbe innescare investimenti privati ​​per €150 miliardi, creando in definitiva quattro gigafactory legate all'intelligenza artificiale.

Benvenuti nel mondo da manuale socialista dell'“Habeckonomics”: un sistema in cui progetti statali come Northvolt falliscono ripetutamente. Eppure, finché saranno possibili garanzie pubbliche, sussidi e prezzi di acquisto garantiti dallo Stato, la piccola fiamma della speranza politica continuerà a tremolare nel vento tiepido dell'Europa.

Come di consueto, osserviamo anche la tipica giungla europea di programmi di finanziamento, sovvenzioni e progetti di coordinamento. Tra questi figurano “Horizon Europe”, volto a rafforzare la potenza di calcolo nella ricerca scientifica, il progetto pilota RAISE e l'iniziativa Gen-AI-4-EU, che insieme investono un altro miliardo di euro nelle infrastrutture digitali dell'UE.


Il potere della competizione

Lo scontro ideologico tra i due principali blocchi economici, Stati Uniti e Unione Europea, sta producendo effetti singolari. Mentre il libero mercato dei capitali statunitense permette alle startup di proliferare come funghi, la regolamentazione europea – soprattutto attraverso il Digital Markets Act – ha favorito una mentalità predatoria. Che questo fosse probabilmente l'obiettivo degli eurocrati fin dall'inizio non sorprende affatto.

Bruxelles ha imposto quest'anno sanzioni per violazione delle norme sulla concorrenza per oltre €3,2 miliardi, prendendo di mira principalmente le aziende statunitensi. Bruxelles si è trasformata in un leviatano burocratico, un parassita insaziabile che assorbe energia economica e genera strutture rigide e un vuoto economico.

Nell'Europa dell'UE, il motto è: il quadro normativo è ciò che conta di più, e lo Stato si prende la sua parte. Il fatto che l'industria privata preferisca altre località e ritiri i capitali ha poca importanza per gli esperti di estrazione di Bruxelles.

Nel contesto della massiccia deriva dell'Europa verso una distopia climatica e socialista, è sorprendente che le radici del pensiero economico libertario affondino proprio in questo continente. Si pensi al grande economista Ludwig von Mises, il quale ha ripetutamente sottolineato che è l'imprenditore a far girare il motore dell'economia di mercato attraverso la ricerca del profitto e che, senza eccezioni, i processi decentralizzati creano prosperità, mentre gli interventi statali la compromettono regolarmente.

Modelli considerati superiori alla civiltà, come il libero mercato, affondano tra le onde dell'infantilismo ideologico dell'UE. Il suo socialismo climatico repressivo promuove la crescita di strutture corporativiste in cui la politica e i settori dell'economia sovvenzionati attuano l'estrazione, eliminando la concorrenza.

La rigida adesione al controllo centralizzato del nuovo settore tecnologico ricalca tragicamente la storia dell'era delle dot-com. Ciò che l'Europa non riesce a comprendere è che l'innovazione rivoluzionaria innesca inevitabilmente un boom degli investimenti, che spesso sfocia in sovrainvestimenti e crolli del mercato azionario, ma che alla fine lascia strutture economicamente redditizie permanentemente integrate nell'economia esistente.

Come è successo con aziende del calibro di Amazon, Google o Microsoft, tra qualche anno gli europei guarderanno indietro a questi mesi ed esamineranno questa biforcazione economica intercontinentale attraverso gli esempi di OpenAI, Gemini, o Perplexity. L'energia necessaria proverrà dai reattori nucleari francesi e presto anche da quelli polacchi.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 23 settembre 2026

La Germania si sta preparando a introdurre una tassa patrimoniale?

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-germania-si-sta-preparando-a-introdurre)

Il 2027 sarà l'anno in cui verrà introdotto il registro patrimoniale? La ministra del Lavoro, Bärbel Bas, ha confermato al quotidiano Bild che il prossimo anno il suo ministero prevede di condurre un'indagine rappresentativa sui cittadini riguardante i loro patrimoni e le loro opinioni sulla giustizia distributiva. Un classico dietrofront di questo governo: solo tre settimane prima, la Bas aveva categoricamente escluso qualsiasi piano del genere.

Nello specifico, è prevista una raccolta dati finanziata con fondi pubblici che coinvolgerà circa 5.000 cittadini. L'iniziativa sarà gestita da un istituto di ricerca esterno nell'ambito di una gara d'appalto a livello europeo, il cui termine per la presentazione delle offerte è fissato al 1° settembre.

“Esperimento di indagine sulla disuguaglianza di ricchezza nella popolazione” è il nome apparentemente innocuo di questo studio, che probabilmente non è altro che un primo passo verso un registro completo della ricchezza tedesca.

Avvolta nel manto della ricerca scientifica, la linea di politica si sta avvicinando, passo dopo passo, alla delicata questione che da anni incombe sul dibattito politico come una spada di Damocle: il registro patrimoniale. Questo registro – uno dei numerosi progetti dell'Unione Europea – ha lo scopo ultimo di consentire valutazioni patrimoniali personalizzate e senza intoppi: la base imponibile perfetta per un cittadino perfettamente trasparente.

La novità non risiede tanto nel formato: indagini simili sulla ricchezza sono già state condotte ogni quattro anni da istituti come il DIW di Berlino. La vera novità sta nell'esplicita cornice politica e nell'interpretazione normativa dei risultati.

Naturalmente, la distribuzione della ricchezza in Germania è ineguale: una conseguenza naturale di un sistema di libero mercato e parte integrante di un sistema fondato sul principio che la ricompensa debba essere proporzionale al merito.

La progettazione dell'indagine e l'interpretazione dei suoi risultati si basano direttamente su questa disuguaglianza e mirano a legittimare opzioni politiche come l'introduzione di una tassa patrimoniale, l'aumento delle imposte di successione o altre misure ridistributive. Almeno Berlino si preoccupa ancora di mantenere una parvenza di razionalità scientifica prima di mettere in atto il suo spudorato saccheggio dei risparmi della classe media.

Che il governo tedesco abbia fatto ben più che limitarsi a dare un'occhiata alla ricchezza dei cittadini è ormai diventato evidente. L'Ufficio federale di statistica ha riportato un deficit nazionale di €71,3 miliardi per il primo semestre dell'anno, con un aumento di €36,6 miliardi rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. La situazione è disperata. I danni che le politiche ideologiche di Berlino e Bruxelles hanno inflitto all'economia negli ultimi anni rischiano di mandare in rovina le casse dello Stato tedesco.

Solo una settimana prima, l'Istituto IFO aveva lanciato l'allarme su un punto di non ritorno per le finanze pubbliche. Gli economisti avevano concluso che le entrate fiscali avrebbero potuto effettivamente diminuire in futuro, ponendo fine alla linea di politica spendacciona di Berlino. Come possibili contromisure, Berlino sta ora chiaramente pianificando aumenti delle tasse e un ampliamento della base imponibile per includere il patrimonio dei cittadini.

La situazione è drammatica: le imposte ciclicamente sensibili, come l'imposta sulle società e l'imposta sul commercio, mostrano un andamento negativo da diversi trimestri, e l'ondata di insolvenze che sta travolgendo il Paese, il crescente numero di chiusure aziendali e l'aumento della disoccupazione non lasciano presagire un'inversione di tendenza a breve termine.

Dal punto di vista del cittadino medio, la situazione si presenta così: dati gli enormi oneri fiscali che un apparato statale in continua espansione gli impone, un sovrano rischia di diventare un vassallo fiscale, se non lo è già diventato.

Uno Stato che non riesce a tenere sotto controllo il proprio bilancio tende a sperperare denaro pubblico e non esiterà a imporre pesanti tasse sul patrimonio di famiglie e imprese, già gravato da molteplici imposte.

Sapete già come funziona: tutto viene fatto in nome della giustizia sociale. Si trovano sempre delle giustificazioni, ma con questo tipo di politiche si erode la sovranità residua della società stessa, il motore stesso della prosperità, della stabilità sociale e del repubblicanesimo.

Friedrich August von Hayek avrebbe probabilmente giudicato così: la Germania è sulla strada verso la schiavitù, e ne ha già percorso un buon tratto.

E chiunque creda ancora che i raid alla ricchezza, alle eredità e alle terre si fermerà ai cosiddetti ricchi, si troverà di fronte a una brutta sorpresa: i veri ricchi sfuggono alla retata fiscale proprio grazie alla loro elevata mobilità geografica.

No, lo Stato ha messo gli occhi su coloro che non possono sottrarsi al suo controllo: la classica classe media, il Mittelstand, coloro che sono legati alla terra, giusto per usare una terminologia neofeudale.

L'opposto del feudalesimo sarebbe un diritto illimitato alla proprietà privata, che naturalmente include anche l'accumulo di ricchezza, senza alcun dibattito politico. Le persone non sono sovrane quando la spada di Damocle della tassazione arbitraria incombe sulle loro teste: una volta che lo Stato può confiscare i beni a piacimento, la proprietà privata diventa un possesso preso in prestito e il cittadino si trasforma in un servo spremuto dalle tasse. È proprio per questo che i dibattiti, alimentati dall'invidia, sulle imposte patrimoniali e sulla giustizia distributiva sono così pericolosi: trasferiscono il potere dal cittadino all'apparato statale, che per sua stessa natura non conosce limiti e ormai non si preoccupa nemmeno più di nasconderlo.

Alla fine, rimane solo un'amara constatazione: uno Stato che spreme senza vergogna i propri cittadini, spogliandoli della sacralità della proprietà privata e degli ultimi rifugi che un tempo lo rendevano sovrano, con un argomento meschino e intriso di risentimento, ha già spezzato il legame di fiducia tra di esso e il cittadino. La ricchezza, quale ultima linea di difesa di quest'ultimo, non può far altro che evaporare.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 21 settembre 2026

I servizi segreti tedeschi si preparano ad ampliare la sorveglianza

Mentre la Lagarde dice di «fare presto» sull'euro digitale, oltreoceano il Congresso continua a rallentare il CLARITY Act. Nessun coincidenza... ovviamente! Gli eurocrati sono consapevoli della fine che faranno i capitali restanti in UE se dovesse passare prima quest'ultimo. La giustificazione addotta dalla BCE e dai sostenitori dell'euro digitale, che fanno riferimento all'«occasione persa» rappresentata dai miliardi di euro investiti negli Stati Uniti anziché nell'Unione Europea, è priva di fondamento. Gli investitori europei scelgono di operare su scala mondiale; se non tutti i capitali rimangono nell'Unione Europea, ciò è dovuto alla stagnazione, all'eccessiva regolamentazione e alla carenza di opportunità. Inoltre diventa centrale il rischio che la politica monetaria venga utilizzata per alimentare la spesa pubblica ben oltre i livelli attuali: non fungerà da freno agli eccessi della spesa pubblica, bensì li faciliterà ulteriormente, penalizzando soprattutto i risparmiatori e gli investitori prudenti. Una CBDC non è semplice moneta elettronica. La differenza fondamentale tra l'attuale moneta elettronica e l'euro digitale non risiede nella digitalizzazione, ma nel controllo. Nel sistema attuale i depositi sono custoditi presso le banche commerciali, le quali agiscono da intermediari, assorbono il rischio e mantengono una certa separazione tra le autorità monetarie e le singole transazioni, pur nel rispetto dei vincoli normativi e legali. Con una CBDC il deposito verrebbe detenuto dalla banca centrale e ciò aprirebbe la strada a pericolose forme di potere, una delle quali l'accesso diretto e in tempo reale alla quasi totalità delle transazioni, eliminando quel residuo di riservatezza finanziaria ancora garantito dal contante e dall'intermediazione bancaria. Quando ogni pagamento viene registrato in un sistema centralizzato, le autorità possono monitorare le abitudini di spesa, segnalare comportamenti indesiderati e creare profili che vanno ben oltre le legittime esigenze delle forze dell'ordine. La programmabilità rappresenta un aspetto critico dell'architettura del sistema. Le CBDC possono essere concepite come moneta programmabile, consentendo alle autorità di aumentare o ridurre i saldi, limitare i luoghi e le modalità di spesa dei fondi, nonché imporre scadenze o sanzioni per comportamenti ritenuti dannosi, che spaziano dal consumo «eccessivo» di carburante a spese politicamente impopolari. Non si tratta di congetture: la stessa BCE sottolinea la programmabilità come un mezzo per rendere più fluida la trasmissione della politica monetaria, il che si traduce in una generazione di inflazione più rapida e in un ritiro della liquidità più celere qualora i pianificatori centrali ritenessero di aver stimolato troppo l'economia. Eliminando la necessità di intermediari, quali le banche commerciali e la domanda di credito, le banche centrali possono immettere liquidità direttamente sui conti dei cittadini, fondendo di fatto politica monetaria e politica fiscale. Ciò rimuove i vincoli che il credito bancario e la disciplina di mercato impongono ai deficit pubblici, trasformando la valuta in uno strumento di finanziamento del bilancio pubblico e sostanzialmente privo di controlli. È per questo che la BCE insiste sulla necessità che le autorità ne impongano l'uso attraverso regolamenti, obblighi fiscali e norme sul corso legale. Legislatori e autorità di vigilanza stanno già discutendo di tetti individuali di detenzione pari a circa €3.000 a persona per limitare la fuga di capitali dai bilanci bancari europei. Le conseguenze sono rilevanti e la più evidente è lo spiazzamento del credito privato. Man mano che i depositi affluiscono verso la banca centrale e la normativa favorisce questa forma di moneta pubblica, la capacità delle banche di erogare prestiti a famiglie e imprese si riduce, mentre l'opzione più sicura ed economica rimane il finanziamento dei governi. Ciò accelera la tendenza, già manifesta, all'espansione del settore pubblico a scapito dell'economia privata. L'euro digitale consente alla banca centrale di espandere o contrarre l'offerta di moneta direttamente nei portafogli di famiglie e imprese, eliminando vincoli essenziali e trasformando la valuta in un puro strumento al servizio di priorità politiche, agende climatiche, politiche industriali o ingegneria sociale. Inoltre la stessa architettura di programmazione crea un incentivo perverso che penalizza il risparmio prudente sotto forma di depositi e gli investimenti conservativi. L'indipendenza formale e le leggi sulla privacy costituiscono garanzie deboli quando le istituzioni europee hanno già ceduto ripetutamente alle pressioni politiche per finanziare l'espansione statale e tollerare un'inflazione persistente. Una CBDC amplifica questo problema aggiungendo il rischio di controllo sociale alla manipolazione monetaria a livello macroeconomico. Il risultato è, sì, una valuta più facile da usare, ma dalla quale è più difficile sottrarsi e che è più vulnerabile al controllo politico discrezionale.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/i-servizi-segreti-tedeschi-si-preparano)

Secondo i piani della Cancelleria, il servizio di intelligence estera tedesco, il BND, si appresta ad ampliare significativamente le proprie capacità di sorveglianza. L'attenzione si concentrerà in particolare sulle comunicazioni internet trasmesse dalla Germania verso l'estero, le quali saranno incluse nel catalogo di monitoraggio dell'agenzia.

Dopo mesi di accesi dibattiti sull'espansione dell'apparato di censura di Bruxelles ai sensi del Digital Services Act e sul controllo delle chat da parte dell'UE, l'attenzione sulle attività di spionaggio della Commissione europea si è in qualche modo affievolita. Ora, una bozza di legge della Cancelleria, ottenuta da WDR, NDR e Süddeutsche Zeitung, sta suscitando scalpore.

La proposta di ampliamento dei poteri del BND mette in chiaro una cosa: la politica tedesca si sta muovendo di pari passo con la Commissione di Bruxelles, schierandosi apertamente contro la privacy e la libertà di comunicazione dei cittadini, dei media e delle organizzazioni critiche nei confronti dei governi.


Un promemoria dello scandalo NSA

Ricordiamo lo scandalo di oltre un decennio fa che coinvolse la National Security Agency statunitense. L'informatore Edward Snowden smascherò le operazioni dell'agenzia. La NSA raccoglieva dati mondiali sulle telecomunicazioni e su Internet, incluse telefonate, email e comunicazioni online di milioni di cittadini, spesso senza alcuna motivazione criminale. Programmi come PRISM, che consentiva l'accesso diretto ai dati delle aziende tecnologiche statunitensi, o X-Keyscore, in grado di monitorare l'attività su Internet in tempo reale, avevano già dimostrato quanto fosse avanzata la sorveglianza statale e quali possibilità tecniche fossero a disposizione degli attori governativi.

Il documento della Cancelleria trapelato mostra ora la direzione intrapresa dalla Germania: la bozza di legge segue quasi lo stesso principio. Il BND sarebbe autorizzato a monitorare il traffico internet dalla Germania verso l'estero, cosa precedentemente vietata, intercettando fino al 30% di tale traffico. Le comunicazioni internet verrebbero conservate per sei mesi, questa volta includendo anche il contenuto, non solo i metadati, tracciando le connessioni tra specifici soggetti.


Un apripista strategico

L'approccio della Cancelleria all'espansione dei poteri del BND è ben noto: in primo luogo, si apre la strada alla violazione effettiva delle regole. Gli spazi sicuri per i giornalisti che lavorano per i media di stati autoritari vengono gradualmente erosi. La definizione di chi debba essere considerato “autoritario” spetterà probabilmente a una “commissione etica” soggetta alle rigide norme della Cancelleria di Merz.

Ben presto, termini come “incitamento all'odio” o “attività antidemocratiche”, sempre citati nella lotta contro l'opposizione, entreranno in gioco. In breve: i contenuti prioritari ruotano attorno alla cerchia dell'AfD. Ciò influenza anche le posizioni libertarie e conservatrici che si oppongono al complesso social-climatico o all'espansione del settore militare. Temi come un'“Europa delle regioni” e la resistenza al crescente complesso di potere di Bruxelles entreranno probabilmente a far parte delle linee guida di monitoraggio del BND.

Partendo da questo presupposto, i poteri di sorveglianza vengono gradualmente ampliati, in base all'urgenza politica.

Se i fornitori e i gestori di piattaforme stranieri si dimostrano non collaborativi, il BND potrebbe ottenere l'autorizzazione a violare legalmente la sicurezza e ad estrarre dati personali e comunicazioni, persino all'interno dei confini tedeschi. Si tratta di un assegno in bianco per ogni “agente segreto”. Il clima sociale in Germania sta assumendo chiaramente le caratteristiche di una DDR digitalizzata.


Sorveglianza di massa digitale

La bozza del cancelliere Friedrich Merz va ben oltre i precedenti tentativi di controllo delle chat a livello europeo. È previsto l'accesso non autorizzato a sistemi stranieri, tra cui Google, Meta e la piattaforma X di Elon Musk. La giustificazione di questa linea di politica invasiva viene presentata come una necessità strategica: l'infrastruttura informatica tedesca è sempre più minacciata da attacchi informatici ostili.

Il BND dovrebbe svolgere un ruolo chiave e agire in modo più indipendente dai servizi segreti statunitensi. La Germania mira a partecipare allo scacchiere mondiale della rete di intelligence. In pratica, è più probabile che la sorveglianza prenda di mira i propri cittadini, poiché le risorse tecniche e di personale sono insufficienti per operare a livello internazionale. I lunghi periodi di conservazione e analisi chiariscono la direzione intrapresa: mentre i servizi segreti francesi possono conservare i dati fino a quattro anni e il Regno Unito o l'Italia operano secondo il criterio “per tutto il tempo necessario”, i cittadini tedeschi stanno lentamente perdendo la propria privacy a causa di una burocrazia in espansione.


Politica cinica e controllo dell'opposizione

Per Konstantin von Notz, politico del Partito dei Verdi e presidente della Commissione parlamentare di controllo sull'intelligence, la situazione è chiara: la sicurezza informatica dovrebbe essere finanziata meglio, ma entro rigidi limiti giuridici.

A prima vista, questo punto sembra legittimo, ma viene sistematicamente minato dalle azioni concrete del governo: i poteri proposti vanno ben oltre il necessario lavoro di intelligence. L'orientamento politico di Bruxelles e Berlino punta proprio alla sorveglianza di massa delle comunicazioni digitali. Piattaforme come X fungono da catalizzatori per le voci di opposizione contro Berlino e Bruxelles, criticando la politica nei confronti della Russia, le risposte alla pandemia e il crescente apparato burocratico. In questo contesto, si intensificano gli scontri tra Stato e opposizione.

Particolarmente riprovevole è l'esternalizzazione del monitoraggio ai cosiddetti “Trusted Flaggers”, che segnalano contenuti indesiderati, creando una rete di sorveglianza che ricorda i metodi della DDR: i membri dell'opposizione subiscono pressioni, azioni legali o la perdita dell'accesso ai conti bancari, una vera e propria morte sociale per ordine del governo. In questo contesto, l'ampliamento dei poteri del BND rappresenta un passo verso l'interconnessione di molteplici sistemi di sorveglianza. La fine della segretezza della corrispondenza e dell'anonimato delle comunicazioni digitali sembra ormai segnata per i cittadini dell'UE.


Repressivo e ipocrita

Durante il dibattito sul controllo delle chat targato UE, la Germania si è inizialmente opposta pubblicamente alla sorveglianza indiscriminata per salvare le apparenze e dare l'impressione di aderire alle tradizioni in materia di libertà civili. Storicamente, le forze libertarie in Germania hanno resistito con successo alla conservazione dei dati imposta dallo Stato, a dimostrazione di un sano sistema immunitario sociale.

Ora, il BND si appresta a colmare questo divario “informativo”, su iniziativa diretta della Cancelliera. Merz si atteggia teatralmente a difensore della libertà, mentre il suo partito e la sua coalizione si oppongono a chiacchiere al controllo delle chat da parte dell'UE.

Durante i dibattiti di fine anno, Merz è rimasto in silenzio, ben consapevole che la successiva inversione di rotta era già stata sancita per legge. Ora, con calcolato cinismo, mette l'apparato di spionaggio tedesco contro i propri cittadini.

Non è ancora chiaro quando la bozza entrerà in parlamento. La Cancelleria non ha rilasciato dichiarazioni su questa questione cruciale; opera clandestinamente. La Germania di questo decennio è ancora priva di efficaci “anticorpi” sociali contro il crescente apparato repressivo statale, forse a causa di decenni di narrazione mediatica che ha dipinto lo Stato come benevolo.

In sintesi: la Germania è diventata un fattore determinante sia nelle politiche climatiche distruttive sia nella sistematica erosione dei diritti civili nell'UE, o forse lo è sempre stata, evitando abilmente di apparire come un attore malintenzionato in questo spiacevole gioco.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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