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lunedì 12 ottobre 2026

La Germania affronta una crisi di carenza di gas: il settore industriale chiede riserve strategiche

Nonostante i commenti sui media e sui social, il calo delle riserve denominate in euro e yen è stato più marcato rispetto a quello del dollaro. Quest'ultimo è la “valuta debole” più forte al mondo, grazie a una liquidità superiore, istituzioni più indipendenti e maggiori garanzie legali e tutele per gli investitori rispetto a qualsiasi alternativa. I dati COFER del Fondo Monetario Internazionale indicano che la quota del dollaro sulle riserve monetarie allocate si attesta al 56,7%; al netto delle fluttuazioni dei tassi di cambio, lo stesso FMI conclude che tale quota è rimasta sostanzialmente stabile, attribuendo i recenti cali principalmente a effetti di valutazione piuttosto che a vendite attive. L'euro, con una quota del 20,6%, è ben lungi dal poter competere. Euro, yen, sterlina e persino il renminbi cinese non hanno assorbito la quota di mercato presumibilmente “persa” dal dollaro. La loro incidenza complessiva nelle riserve è stagnante o in calo, mentre la quota in crescita riguarda l'oro e “altri asset”, tra cui argento, petrolio, Bitcoin o, nel caso del Giappone, azioni nazionali. I dati della BRI sui volumi degli scambi monetari e quelli dello SWIFT sui pagamenti confermano questa conclusione. Il dollaro è coinvolto in quasi il 90% di tutte le transazioni monetarie e in circa la metà dei pagamenti mondiali tramite lo SWIFT; l'euro segue a grande distanza, mentre il renminbi detiene ancora una quota a una sola cifra. Non si osserva alcun passaggio di consegne in cui un'altra valuta fiat prenda il posto del dollaro negli scambi commerciali, nella finanza, o nelle riserve. La realtà è che tutte le principali valute fiat stanno perdendo fiducia a vantaggio di un asset esterno al sistema, come l'oro. Definire questo fenomeno “de-dollarizzazione” è fuorviante, poiché suggerisce una transizione da un ordine incentrato sul dollaro a uno basato sull'euro, sullo yuan o sui BRICS, scenario che i dati smentiscono chiaramente. Ciò che sta realmente accadendo è meglio descrivibile come una “de-fiatizzazione marginale”: un progressivo allontanamento da tutte le valute fiat e soggette a linee di politica discrezionali, a favore di asset reali indipendenti dagli Stati. Il dollaro rimane la valuta fiat meno imperfetta, con liquidità ineguagliabile, sicurezza legale e per gli investitori, e sostegno nel commercio e nella finanza; pertanto non esiste un'alternativa scalabile verso cui i gestori delle riserve possano orientarsi senza assumersi rischi maggiori. Il sistema mondiale non si sta quindi spostando dall'“egemonia del dollaro” all'“egemonia dello yuan” o a un sistema multipolare di valute fiat; si sta spostando da una fiducia incondizionata nella cartamoneta dei mercati sviluppati a un mondo in cui le commodity riemergono come asset di riserva per eccellenza e il dollaro rimane al centro del declino delle valute fiat perché nulla può sostituirne la sicurezza, le infrastrutture e la profondità.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-germania-affronta-una-crisi-di)

Sulla scia dell'Agenzia federale per le reti, anche l'organizzazione di rappresentanza del settore energetico chiede ora l'istituzione di una riserva strategica nazionale di gas naturale. L'azione coordinata del settore dimostra chiaramente che il calo delle riserve di gas è ben più grave di quanto la politica abbia finora ammesso.

Kerstin Andreae, presidente dell'Associazione tedesca delle industrie energetiche e idriche (BDEW), ha chiesto, in un'intervista alla Redaktionsnetzwerk Deutschland, la creazione di una riserva strategica nazionale di gas.

La Andreae ha sottolineato la necessità di un solido cuscinetto per assorbire gli shock esterni nell'approvvigionamento energetico della Germania. Con questa richiesta, il BDEW si è esplicitamente allineata alla posizione dell'Agenzia federale per le reti, il cui presidente, Klaus Müller, aveva già sostenuto la necessità di una tale riserva strategica in un'intervista alla dpa.

Segnali analoghi provengono ora anche dal mondo imprenditoriale. Anche il fornitore di energia EWE, con sede a Oldenburg, ritiene che sia giunto il momento di discutere ulteriori strumenti di gestione della crisi e di seguire l'esempio di altri Paesi europei. Austria, Francia e Polonia mantengono già riserve strategiche di gas per tutelarsi da eventuali crisi di approvvigionamento.


La realtà viene ignorata

È sorprendente che la Germania abbia per anni ignorato in larga misura questioni fondamentali relative alla progettazione del mercato energetico e alla sicurezza delle reti con fonti di energia di base, una conseguenza di decisioni dettate da motivazioni ideologiche, per le quali anche l'allora Ministro federale dell'Economia, Robert Habeck, ha una responsabilità politica.

I dati attuali sottolineano l'urgenza della situazione. A causa del freddo, i livelli di stoccaggio del gas in Germania stanno diminuendo di circa l'uno per cento al giorno, con un livello di riempimento complessivo che si attesta ora intorno al 30%.

In casi estremi, come ad esempio in condizioni simili a quelle dell'inverno del 2010, una carenza di gas è del tutto plausibile. In uno scenario del genere, il consumo giornaliero non potrebbe più essere coperto da ulteriori importazioni di GNL e dalle scorte di gas rimanenti. Il risultato sarebbero arresti programmati, inizialmente nei settori ad alta intensità energetica, con effetti a cascata e drammatici sull'economia in ampi settori.

La Germania del 2026 si trova tra le rovine della sua irrazionale politica energetica. Sembra una beffa che il Paese che ha smantellato il suo impianto nucleare, ha eliminato il gas russo a basso costo su richiesta di Bruxelles e ora punta ad abbandonare il carbone, stia discutendo delle riserve nazionali di gas, il tutto in nome di un'isteria climatica amplificata dalla politica e dai media.


Assicurazioni e ostinazione

Pubblicamente, la politica e l'Agenzia federale per le reti stanno cercando di minimizzare il problema del calo delle scorte di gas. Poco prima dell'intervista rilasciata alla dpa, il presidente dell'Agenzia federale per le reti, Klaus Müller, ha dichiarato al Rheinische Post che il rischio di problemi di approvvigionamento era generalmente basso. La Germania ha creato maggiore flessibilità attraverso molteplici canali di importazione, sia gasdotti che terminali GNL di nuova costruzione. Inoltre, ha aggiunto Müller, i prezzi del mercato all'ingrosso non mostravano segni di scarsità, pur essendo aumentati di recente.

È una dote rara quella di contraddirsi più volte nel giro di poche frasi, come ha fatto Müller in quell'intervista.

Al contrario, il gruppo di pressione INES ha parlato di livelli storicamente bassi di stoccaggio del gas in Germania. L'anno scorso, nello stesso periodo, il livello di riempimento si attestava intorno al 58%, e l'anno precedente addirittura al 76%. La differenza non è marginale, ma strutturale, e mette in luce la crescente vulnerabilità della sicurezza energetica del Paese.

Il Ministero federale dell'Economia ha adottato un tono simile. A gennaio ha fatto riferimento alla nuova flessibilità delle importazioni e di recente ha affermato di non ritenere necessario un intervento statale nel mercato, sebbene oggigiorno sia difficile definire la rete energetica tedesca un “mercato”, un fatto forse ancora sfuggito all'attenzione del ministero.

Anche Claudia Kemfert, economista energetica presso l'Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW), aveva affermato a gennaio che non vi era alcuna crisi di approvvigionamento e che le importazioni rimanevano stabili. Il fatto che ora le consegne di GNL dal principale fornitore, gli Stati Uniti – responsabili di oltre il 90% dell'approvvigionamento di GNL della Germania – sono incerte, potrebbe essere un'ironia della sorte. Ciò non cambia, tuttavia, il fatto che la politica energetica tedesca sia intrappolata tra cecità ideologica, negligenza generale e una semplificazione intellettuale eccessiva del problema di fondo.

La Germania rappresenta oggi un esempio da manuale delle conseguenze di una linea di politica interventista pianificata centralmente. Una volta avviata, ogni ulteriore revisione del modello di mercato, sempre più distorto, impone ulteriori interventi e misure regolamentari. Il sistema si sta gradualmente trasformando in un'economia socialista. Si tratta di una spirale discendente che può essere interrotta solo se misure a lungo termine consentiranno al settore energetico tedesco di tornare a produrre energia sufficiente a garantire il carico di base.

Ciò includerebbe il ritorno alle forniture di gas russo, l'annullamento delle decisioni di abbandono graduale del carbone e l'adozione di moderni reattori nucleari modulari di piccole dimensioni. Questi, tra l'altro, non producono scorie nucleari tradizionali, un argomento che disinnesca immediatamente le obiezioni istintive degli oppositori del nucleare.

A livello mondiale, l'energia nucleare sta vivendo una notevole rinascita, soprattutto negli Stati Uniti, in Cina e in Russia. Solo in Germania l'ostinazione ideologica impedisce il riconoscimento di questa realtà.

Occorre esercitare pressioni sulla politica europea affinché sfrutti le consistenti riserve di gas, guadagnando così spazio geostrategico e liberandosi, almeno in parte, dalla morsa autoimposta.


Ironia della storia

L'emergere della necessità di una riserva nazionale di gas porta con sé due ironie. In primo luogo, rappresenta un'ammissione tardiva del completo fallimento della transizione energetica. Le energie rinnovabili, a causa della loro volatilità e per mantenere la stabilità della rete e la sicurezza dell'approvvigionamento, richiedono capacità di stoccaggio e di riserva che non possono essere fornite economicamente senza gravare enormemente sull'economia o addirittura provocarne il collasso parziale.

In secondo luogo, è proprio il dichiarato acerrimo nemico della politica tedesca, il presidente statunitense Donald Trump, che in questi giorni chiede non solo il mantenimento delle riserve strategiche di petrolio esistenti, ma anche la creazione di ulteriori riserve nazionali. Washington intende investire circa dodici miliardi di dollari per accumulare metalli come litio, terre rare, nichel e cobalto, riducendo così strategicamente la dipendenza dalla Cina e da altri fornitori di materie prime.

I termini “nazionale” e “riserva” nel contesto della politica energetica risultano particolarmente offensivi per gli ambienti ecologisti di sinistra. In tali ambienti, le persone non sono abituate a cedere alla realtà e a riconoscere che il pensiero conservatore in materia di sicurezza degli approvvigionamenti, preparazione e resilienza sociale è superiore sotto ogni aspetto, anche come concetto socio-politico.

Negli Stati Uniti, la sicurezza degli approvvigionamenti e la resilienza strategica occupano un posto di rilievo nell'agenda politica, insieme alla deregolamentazione del mercato energetico. In Germania, invece, si nota una notevole coerenza nel tentativo di stabilizzare un'economia clientelare verde, la cui sostenibilità economica è in costante declino.

Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, le famiglie tedesche risentiranno concretamente delle conseguenze di questo errore fatale, in particolare nei loro conti correnti.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 18 settembre 2026

L'assedio di Bessent & Warsh a Londra e Bruxelles



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lassedio-di-bessent-and-warsh-a-londra)

Dapprima l'Argentina con le Falkland, adesso Israele che viene sanzionata da Londra: il mondo si sta rimodellando a immagine di Washington. O per meglio dire, il mondo, sia a livello finanziario che geopolitico, si sta rimodellando lontano dalla morsa colonizzatrice/estorsiva inglese/europea. Il recente accordo tra Venezuela e Stati Uniti rappresenta il manifesto della rottura col passato: accordi vicendevolmente vantaggiosi piuttosto che a somma zero. C'è un “nuovo sceriffo in città” e la City di Londra vede ridimensionata la sua preponderanza internazionale, soprattutto perché a un certo punto ha iniziato ad esistere solo a scapito di Washington. E qui mi tocca ricordarlo ancora una volta, visto che i canali di informazione generalisti e quelli alternativi dimostrano di (voler) brancolare nel buio: la collateralizzazione del flusso commerciale del petrolio tramite canali ombra, sia dal Venezuela che dall'Iran, ha creato quella volatilità necessaria alla City di Londra e ai club P&I londinesi per guadagnare sui premi delle assicurazioni e al contempo aprire posizioni a leva sui mercati monetari/obbligazionari (es. carry trade sullo yen).

Un gigantesco credito gonfiato dalla leva finanziaria nel mercato dell'eurodollaro progettato per destabilizzare gli Stati Uniti e venire pagato dai contribuenti americani. Tutto il caos fomentato dall'Europa e dal Canada ha avuto origine dallo smantellamento americano di tutti quei nodi ombra che usavano il flusso di petrolio come collaterale, o base se volete, per finanziare un gioco a leva e alimentare operazioni illecite a livello finanziario e geopolitico. Il terrorismo era una di queste attività, insieme a molte altre: cartelli della droga, traffico di esseri umani, riciclaggio di denaro tramite i Paesi caraibici. Solo adesso stiamo vedendo Bessent iniziare a parlare apertamente di queste cose di cui voi, cari lettori, avete sentito parlare in abbondanza sul mio blog. Una guerra civile contro l'Inghilterra. Il petrolio può essere usato come garanzia collaterale per accendere prestiti e avere la credibilità di ripagarli in futuro (es. andare short sullo yen e long sui bund tedeschi). La finestra di opportunità magistralmente sfruttata da Trump è stata quella di attaccare prima che il ricatto nucleare potesse chiudere qualsiasi iniziativa in tal senso in futuro; il riorientamento dei flussi petroliferi, la produzione al margine di una barile di petrolio, è stata sottratta dalle grinfie delle assicurazioni della City di Londra e delle vecchie compagnie di spedizione europee. La minaccia dell'Iran è sempre stata quella di farsi passare come l'unico esportatore di petrolio in Medio Oriente, favoletta che ha alimentato per un po' i timori di un prezzo a $200 al barile. La rottura dell'OPEC ha distrutto definitivamente questa fantasia e tra un anno, massimo due, Hormuz sarà un ricordo lontano.

Infatti dopo i magheggi di Kpler, ecco un altro indizio che punta verso una verità che era palese sin dall'inizio del confronto in Iran: gli USA avevano chiuso la partita sin da subito. Invece i canali d'informazione generalisti e alternativi hanno fatto da grancassa alle fandonie uscite dall'Iran, come se quello che dicesse l'IRGC fosse pura verità mentre ciò che affermavano gli americani fosse solo menzogna. Sì, detta in parole povere quelli che si sono sbracciati per sostenere il controllo di Hormuz per mano dell'IRGC sono stati abbindolati... e adesso si guardano bene dal tirare fuori di nuovo l'argomento. Il punto cruciale è che sin da allora c'è QUALCUNO che vuole un prezzo del petrolio ingiustificatamente alto, come si può notare dalle manipolazioni a cavallo tra la chiusura del venerdì e l'apertura della domenica, dato che il grafico tende NATURALMENTE verso una fascia compresa tra i $75-80.

È chiaro ormai come si stesse usando la manipolazione del cross EUR/YEN, EUR/GBP e i differenziali di rendimento tra i titoli obbligazionari europei e quelli giapponesi per alimentare posizioni short sia sullo yen che sui bond americani. Carry trade, tutti questi, alimentati dal sottostante petrolio. Per tre anni lo yen è sceso nei confronti dell'euro... poi da marzo di quest'anno ha lateralizzato. Qualcuno era “naked short” in questo trade. Quando la BOJ ha rialzato i tassi fino all'1%, il differenziale di rendimento tra il decennale giapponese e tedesco è sceso sotto i 30 punti (i rendimenti dei Bund erano superiori a quelli dei JGB). Quel carry trade ha iniziato a invertirsi e chi lo sfruttava era spaventato a morte che Ueda rialzasse ancora i tassi, facendo circolare nello spazio informativo finanziario l'idea che Warsh debba rialzare i tassi. Se invece Warsh taglia, e Ueda rialza, la crisi se la beccano in faccia gli europei. Il sequestro delle petroliere iraniane è un messaggio indiretto degli USA a chi stava usando quel collaterale per alimentare le sopraccitate manipolazioni a loro discapito, così come il controllo sulla consegna al margine dei barili di petrolio. Insensate, poi, le polemiche sulla pesantezza della materia prima venezuelana, dati i siti di estrazione di Lake Maracaibo.

Ma quanto descritto finora è solo una cosa: effetti. Conseguenze di due giganteschi eventi causali che hanno portato all'escalation della guerra finanziaria tuttora in atto. Sto parlando del prosciugamento del mercato dell'eurodollaro da parte della FED e la liberazione del Giappone. Quest'ultimo punto è quello poco discusso, ma che invece troverete ben argomentato su queste pagine. Infatti l'amplificazione della leva finanziaria nell'eurodollaro è avvenuta grazie alla NIRP della BOJ e la conquista del Paese nipponico da parte della City di Londra. Era fondamentale che l'amministrazione Trump si adoperasse per raggiungere questo obiettivo e, per lo stupore di molti, l'Iran è solo un punto intermedio. Quando la Takaichi è riuscita ad avere un numero sufficiente di seggi tale da permetterle di accordarsi con diversi partiti nazionalisti minori, e così facendo avere una maggioranza solida, il Giappone si è ritrovato con un governo nazionalista per la prima volta sin dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il problema di leadership che il PLD ha avuto negli ultimi 3 anni era una conseguenza di quella lotta imbastita per portare fuori il Paese dalla sfera inglese: non più una colonia della City di Londra. Il boom industriale del Giappone era funzionale alla costruzione di una capacità tale da sorreggere qualcosa come il carry trade sullo yen; non si può fare la stessa cosa in Svizzera, ad esempio. Perché? Perché i prestiti non vengono accessi in base ai tassi d'interessi (realmente), bensì in base alla capacità produttiva del Paese. Un po' quello che viene delineato nel libro, Princes of the Yen, solo che bisogna togliere la retorica anti-americana e sostituirla con Churchill e gli inglesi.

A febbraio la cricca di Davos/City di Londra sperava che Komeito, un partito minore con forti legami col Partito comunista cinese e facente riferimento alla fazione di Hu Jintao, riuscisse a ricattare il primo ministro... la tipica situazione di quando un partito minore riesce a gestire un'intera coalizione di governo e tiene per gli “zebedei” il partito di maggioranza. Niente più, niente meno che il classico divide et impera. Viene allestito il palcoscenico con l'operazione Maduro, gli attori vanno in scena sulla scia delle elezioni giapponesi e il dramma si consuma con l'Iran che mette in evidenza tutte quelle operazioni che scorrevano nelle trame ombra del sistema finanziario. Al che possiamo chiederci: “Perché Trump ha rischiato così tanto in Iran a ridosso delle elezioni di medio termine?” Perché queste cose sono così dannatamente giganti e consequenziali che non si tratta del ciclo elettorale attuale, bensì di una trasformazione generazionale nella linea di politica estera ed economica americane. Quindi non c'è indipendenza americana senza indipendenza del Giappone.

Gli Stati Uniti sanno benissimo qual è il gioco della cricca di Davos/City di Londra: uno attendista, in cui vengono aperti diversi fronti di guerra per impedire che si riesca a sbrogliare una matassa che viene complicata sempre di più. Vi basti pensare quanto è stato difficile occuparsi del Giappone tramite l'Iran, o ad esempio di tutti quei programmi federali che inviano dollari all'estero tramite le ONG e altri programmi sociali truffaldini. L'amministrazione Trump non può far altro che spostare quanto più possibile in avanti il baricentro della propria “squadra” e mettere pressione su quei punti più delicati per l'UE: come ad esempio il mercato obbligazionario. Anche qui si ripropone la solita riflessione: chi è in grado di resistere più a lungo ad un rialzo dei tassi dei titoli di stato? Gli USA si dimostrano ancora la meta preferita per i capitali.

Ma non solo quello, ci sono anche altri eventi che puntano tutti in un'unica direzione: la stretta sull'UE. Infatti possiamo annoverare tra di essi il volo di Ratcliffe a Mosca, dato che missioni del genere vengono effettuate in segretezza mentre invece stavolta si voleva che si sapesse (probabilmente per avvertire Putin di un attacco false flag di matrice inglese); la presenza di Siluanov al G20 e l'incontro con Bessent; la divulgazione della presenza di un sottomarino russo di stanza presso le coste americane; ancora Bessent che avverte le Isole Vergini Britanniche dato il loro ruolo, tra gli altri, di riciclaggio di denaro per conto della City di Londra tramite i titoli di stato americani; infine lo stesso Bessent che raddoppia lo posta in gioco sui mercati finanziari e obbligazionari sfidando apertamente i manipolatori della City che, come detto sopra, avevano imbastito un carry trade (es. short yen e titoli di stato americani collateralizzato con il flusso di petrolio) per estrarre ricchezza e risorse dagli USA. La risposta dell'UE è arrivata attraverso la Von der Leyen la quale ha accelerato i tempi per l'implementazione della Savings & Investments Union, unico strumento di liquidità ora a disposizione dell'Eurozona per sopravvivere al prosciugamento del mercato dell'eurodollaro, all'inversione del carry trade sullo yen e alla salita dei rendimenti obbligazionari europei.

Il messaggio è semplice: Bessent sta dicendo senza mezzi termini e mezze misure che i NY Boys sono ben consapevoli delle strategie europee e londinesi. “Noi vi vediamo, noi sappiamo”. I mercati obbligazionari in tutto il mondo si stanno accartocciando e la spinta definitiva l'ha data Bessent col suo intervento sullo yen, ma quest'unico evento è solo l'ultimo di una lunga serie che voi lettori avete potuto leggere su queste pagine: l'Iran, l'eurodollaro, Maduro, i prezzi del petrolio... tutti sono nodi di un'unica trama. E questa trama è possibile vederla se si risponde a una singola domanda: “Chi è più infuriato per quello che è successo in Medio Oriente?” Non gli iraniani, bensì coloro che sfruttavano il flusso di petrolio per manipolare i mercati delle valute e obbligazionari per affibbiare la colpa della destabilizzazione economica esclusivamente a Giappone e Stati Uniti mentre essi riuscivano a uscirne indenni: Londra e Bruxelles. Il carry trade sullo yen doveva essere smantellato, perché lo yen a prezzi ridicoli ha rappresentato l'amplificazione per eccellenza nel mercato dell'eurodollaro, il tutto collateralizzato dal flusso di petrolio a livello mondiale che poteva essere usato come una manopola con cui accendere/spegnere le tensioni in Medio Oriente e soprattutto accendere/spegnere la volatilità del prezzo del petrolio. Stiamo parlando di una cifra tra il 5-7% a livello settimanale dell'asset più importante della società odierna: un anatema per gli imprenditori e i loro calcoli. Ciononostante è così che la Lloyd riusciva a sovvenzionarsi: un pizzo pagato attraverso i contratti di spedizione/assicurazione, la benzina alla pompa, la spesa al supermercato, ecc. E c'era solo un modo per smantellare questo premio pirata: togliere all'Iran la capacità di ricattare il mondo tramite Hormuz, abbattere i cartelli della droga in Messico, disconnettere le banche canadesi dal riciclaggio di denaro via Caracas e l'Avana. La mente dietro tutto questo è sempre stata quella di Bessent, il quale non ha fatto altro che sfilacciare, pezzo dopo pezzo dopo pezzo, questa rete ombra. Nessuno l'aveva mai fatto finora.

Ciò tra le altre cose ha richiesto far salire i rendimenti dei bond sovrani. Sin da quando Powell ha iniziato a prosciugare la liquidità in dollari nel 2022, gli europei hanno comprato titoli sovrani americani a pacchi per manipolare la curva dei rendimenti americana. Hanno usato la lentezza giapponese nel rialzare i tassi per finanziare il mercato dei bund tedeschi, affinché rimanessero al di sotto di tutti gli altri nell'Eurozona e negli USA. Lo smantellamento del carry trade sullo yen non è il pezzo finale di questo puzzle, ma uno importante. Gli stessi che adesso si stracciano le vesti per i debiti giganteschi di USA e Giappone, sono gli stessi che davano per spacciati gli americani 4 anni fa quando Powell si sbarazzò della ZIRP. Poi sono arrivati i 550 punti base nei tassi di riferimento e gli USA non sono crollati grazie al SOFR; gli altri, invece, al di fuori delle “amicizie” americane sono stati costretti a mosse dettate dal panico e difendere i loro mercati, al ritmo di $1.700 miliardi di acquisti di titoli di stato americani.

Ora che il giocattolo della collateralizzazione del petrolio è rotto e il carry trade sullo yen è in inversione, il panico sui mercati statunitensi sarà solo sulla carta dei titoli di giornale: per quanto possano essere temporaneamente venduti, i bond americani saranno ricomprati al più presto perché altrimenti Londra e Bruxelles non saranno in grado di manipolare i mercati del Forex tanto a lungo. Da qui il balletto ricorsivo degli allarmi esclusivamente affibbiati dalla stampa agli Stati Uniti per alimentare una crisi del debito sovrano, oltre alla disperata escalation della guerra in Ucraina, e quindi scatenare un disastro economico simile a quello del COVID, del 2008, o della Seconda guerra mondiale. Scenario propedeutico a un default per il debito sovrano europeo, introduzione dell'euro digitale senza patemi d'animo, integrazione fiscale ed emissione di perpetual bond. È sempre stato questo il modus operandi, o modello di business, della cricca di Davos/City di Londra e finora le mosse/contromosse dell'accoppiata Bessent e Powell, prima, Warsh adesso, sono indirizzate a condurre la nazione verso elezioni di medio termine quanto più tranquille possibile senza un panico esteso nel mercato obbligazionario americano (talmente esteso da farlo diventare bidless).

La cricca di Davos/City di Londra si muove in interstizi che la maggior parte delle persone non capisce: Forex, bond, flussi di cassa, private equity, ecc. Sono tutti pezzi di un grande puzzle, ma nessuno al di fuori di loro ha il quadro completo ovviamente. Voi lettori leggete il mio blog perché, oltre a guardare ai mercati, applico una teoria sull'azione politica che mi permette inizialmente di effettuare ipotesi e successivamente testarle. In questo modo erigo una fondazione di conoscenza attorno alle ipotesi rimanenti, affinché possa arrivare a una tesi. È una mole di lavoro non indifferente da portare avanti, ciononostante i lettori sono poi in grado di distinguere in modo cristallino le ombre sulla proverbiale caverna dalle figure effettive. Per questo vi invito a sostenere questo spazio di divulgazione sottoscrivendo abbonamenti su Substack, comprando i libri sulla mia pagina Amazon, oppure prenotando una consulenza su Calendly. Il valore aggiunto a livello di vantaggio competitivo non si rispecchia solo sul piano della comprensione, ma soprattutto sui mercati perché si ha una visione privilegiata rispetto a chi invece non ha la minima idea di cosa accade a livello geopolitico ed economico.

Di conseguenza quando vediamo cosa Trump e Bessent hanno fatto finora, possiamo accarezzare l'idea che abbiamo superato la parte peggiore della stampa scriteriata di denaro e ora è tempo di spingere su produttività e garanzie collaterali (alla base della capacità produttiva della società), farle salire in valore per accettare il passato e andare avanti. Che siate d'accordo o meno con le idee di Hamilton, è decisamente un sistema migliore di quello attuale dato che almeno si concentra sulla produzione. Mette le persone al lavoro per costruire qualcosa di creativo e utile, in opposizione al sistema keynesiano/estrattivo tuttora vigente. Certo, non un sistema perfetto quello hamiltoniano, ma uno transitorio per superare un'economia iper-finanziarizzata come quella di oggi. La chiosa di questo ragionamento indica il motivo per cui adesso tutti sulla stampa e altrove sono infuriati contro Scott Bessent: ha smantellato quel carry trade che sin dalla fine di Bretton Woods ha alimentato l'iper-finanziarizzazione dell'economia mondiale.

Ecco come funzionava per chi ancora non l'avesse capito: se si mantiene debole la valuta di una potenza industriale e i suoi tassi bassi, si può finanziare costantemente la leva nel sistema finanziario tramite l'arbitraggio tra suddetta potenza industriale e tutte le altre economie. Esempio: si accende un prestito in yen allo 0.5% e si comprano titoli del Tesoro americani che rendono il 4%. Guadagno netto del 3.5%, il quale si può sottoporre a leva finanziaria nel mercato del dollaro offshore (completamente diversa da ciò che si suole fare a Wall Street). Tutti i mercati dei bond sono stati distorti dal carry trade sullo yen e i differenziali tra gli interessi sono la chiave.

Inutile dire che un tale trade è deleterio per Trump, soprattutto in concomitanza delle elezioni di medio termine. Anche perché, siamo onesti: davvero si crede che tutti gli stati vadano d'amore e d'accordo? Non serve una mente “cospirazionista” per sapere che alla prima occasione si salterebbero alla gola per sfilare soldi e risorse l'uno dall'altro. Altrimenti non esisterebbero i servizi segreti... Non esistono alleanze nei rapporti geopolitici, solo interessi divergenti o convergenti. Di conseguenza Washington farà la sua parte per preservare Tokyo, usando la sua autorevolezza per calmare i mercati dei capitali e quindi stabilizzare i fondi pensione giapponesi che si ritrovano buchi di bilancio. La stessa copertura non è disponibile per fondi pensione e società di assicurazione europei e questa è una cosa chiara a tutti sin dalla crisi (alimentata artificialmente) di Credit Suisse. Ma non si tratta di un caso isolato: questa estate è stato un rimbombo quotidiano sui giornali finanziari di un evento critico a ottobre che manderà in crisi gli Stati Uniti. Davvero queste “predizioni” si avverano perché fondate solo su analisi, o vengono spinte ad avverarsi? Come si può pensarla diversamente quando gente condannata più e più volte per reati finanziari viene ricoperta per l'ennesima volta di liquidità e incentivata a perseguire trade spericolati? Come si può pensarla diversamente quando una Bank of America ancora non ha pulito il suo bilancio da posizioni short sull'oro quando il metallo giallo è palesemente in trend rialzista? La giustificazione ufficiale è incompetenza, ma è una scusa troppo comoda: si tratta semplicemente di vandali.

Vandali al soldo di chi li spinge a essere tali perché copre loro le spalle. E allora è logico concludere che si tratta di quelle élite europee la cui sopravvivenza dipende dalle fasi di estrazione di ricchezza altrui, colonialismo finanziario sostanzialmente, e l'amministrazione Trump rappresenta la mina vagante in grado di ridimensionare pericolosamente il loro ascendente a livello internazionale. Perché se si pungola un simile “drago” è inevitabile una reazione, nonché prevedibile ex-ante. Dopo tutto ancora non hanno messo in gioco i loro capitali in questa partita, visto che possono ancora ricorrere a ciò che resta dell'eurodollaro e ai risparmi dei contribuenti europei (es. SIU). Ciò che finora si è degradato sono tutti quegli asset che fungevano da “complicità interna” sul suolo statunitense, i quali lavoravano contro gli interessi del proprio Paese. Vengono in mente tutti i casi di frodi previdenziali, frodi sanitarie, frodi assistenziali, ecc. O anche l'ostracismo nei confronti di leggi come il CLARITY Act, il SAVE Act e la liberalizzazione di Fannie Mae/Freddie Mac. Quest'ultimo punto verrà combattuto unghie e denti dagli infiltrati ostili sul suolo statunitense, perché l'assenza di controllo sul lato lungo della propria curva dei rendimenti è ciò che manca a Washington per liberarsi definitivamente dal giogo straniero. La nazionalizzazione dei sopraccitati istituti di finanziamento immobiliare, oltre a salvare AIG (agente inglese), ha permesso di creare un divario talmente grande tra il rendimento del decennale americano e quello del trentennale da rendere disfunzionale il mercato dei mutui e rendere illiquidi i titoli coperti da ipoteca. Un carico pendente sulle spalle della FED e una incapacità di gestire i tassi a lungo termine da parte del mercato interno.

È un lungo cammino quello che punta verso il dispendio di capitali da parte della “Tavola Alta”, ma la fase di transizione/trasformazione in cui si trova la FED costringerà un simile esito alla fine. Pensateci: il SOFR ha ucciso il Federal funds rate che sostanzialmente rappresentava una porta d'accesso estera ai dollari; le stablecoin faranno mutare il mercato dei titoli sovrani americani, poi. A tutti gli effetti ci troviamo nel bel mezzo di un processo che ci traghetterà dal sistema eurodollaro al sistema stablecoin: dominio della FED sostituito dal dominio del Dipartimento del Tesoro americano. E di cosa si preoccupava, e preoccupa, maggiormente l'UE? Di non ottenere linee di swap privilegiate con la FED. Spogliata la banca centrale americana del suo ruolo di dominio economico e decentralizzato tramite le FED regionali, ciò che rappresenterà in futuro sarà solo un cancello per avere accesso al dollaro... niente di più. Niente più salvataggi centrali.

È una cosa che gli Stati Uniti possono permettersi in virtù del fatto che si trovano all'apice della catena delle garanzie collaterali, mentre invece Londra e Bruxelles si trovano alla fine. Ed ecco un altro motivo per cui chi ha più da perdere in una crisi sono le capitali europee, non Washington. Una ovvietà se si pensa ad Hormuz: non sono gli USA a rimanerne danneggiati se resta chiuso, così come non lo sono se viene chiuso Bab-el-Mandeb. È vero che i prezzi della benzina sono aumentati negli USA... ma al gallone! Infatti se il prezzo medio è circa $4 al gallone oltreoceano, qui staremmo parlando di circa €8 al gallone. Una bella differenza tra chi esporta quantità in eccesso di carburante perché ne è provvisto e chi deve affidarsi alle importazioni perché, tra le altre cose, ha ucciso le raffinerie tramite la religione dell'ambientalismo. Senza contare che Trump non ha venduto i barili della SPR, bensì li ha sottoposti a contratti pronti contro termine con le società petrolifere (es. Exxon prende in prestito oggi 100 milioni di barili e ne riconsegna 105 milioni tra un anno).

Chi è sotto assedio, quindi, non è il dollaro né il mercato obbligazionario americano, bensì i mercati monetari e obbligazionari europei. Loro deficitano di tutte quelle garanzie collaterali in grado di giustificare livelli spropositati di leva finanziaria e creazione di strumenti finanziari “esotici” con cui far traboccare il mondo della loro influenza politica ed economica.

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martedì 18 agosto 2026

Come il monopolio cinese sulle terre rare sta liberando l'innovazione americana

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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da The Epoch Times

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/come-il-monopolio-cinese-sulle-terre)

L'Occidente potrebbe aver trovato un modo inaspettato per erodere il predominio della Cina comunista nella produzione di minerali critici: estrarre metalli da pozzi petroliferi, flussi di rifiuti e apparecchiature elettroniche dismesse, nel tentativo di potenziare le tecnologie di lavorazione a livello nazionale.

Anziché attendere anni per l'apertura di nuove miniere, una serie di startup si sta rivolgendo alle risorse esistenti per recuperare metalli che Pechino controlla da decenni.

“I pozzi della Chevron in sole tre contee [del Texas] potrebbero effettivamente produrre l'intera fornitura mondiale di rodio”, ha dichiarato di recente Eric Herrera, amministratore delegato di MaverickX, a The Epoch Times.

Il rodio è il metallo più prezioso al mondo, apprezzato per la sua capacità di neutralizzare le emissioni tossiche.

Si colloca accanto a una più ampia classe di materiali che costituiscono i componenti nascosti di smartphone, veicoli elettrici, energie rinnovabili e persino armi.


Strumenti geostrategici militarizzati

Gli elementi delle terre rare, come il neodimio e il disprosio, in realtà non sono rari. Sono abbondanti ma difficili da separare, mentre minerali come il litio, il cobalto e il tungsteno sono considerati “critici” perché le economie moderne e i sistemi di difesa non possono funzionare senza di essi.

Attualmente, la Cina controlla circa il 90% della capacità mondiale di lavorazione, fusione e separazione di tutti questi materiali, nonché di produzione di materiali magnetici.

Questo significa che, mentre Stati Uniti, Australia, Brasile, India e alcune zone dell'Africa sono impegnate in una corsa contro il tempo per aprire nuove miniere, la maggior parte dei loro concentrati dovrà comunque essere trasportata alle raffinerie cinesi.

Pechino è consapevole del potere contrattuale che questo monopolio gli conferisce e lo ha utilizzato di recente durante una disputa commerciale contro gli Stati Uniti, limitando le esportazioni di terre rare, germanio e altri materiali critici.

Nel 2010, la Cina ha interrotto le esportazioni di terre rare verso il Giappone per circa due mesi a causa di una disputa territoriale.

Nel frattempo, le aziende occidentali stanno cercando di contrastare il vantaggio tecnologico della Cina superandolo.

Una vista dell'impianto di lavorazione del China Rare Earth Group nella contea di Longnan, provincia di Jiangxi, Cina, il 20 novembre 2025. Mentre i Paesi si affrettano a erodere il dominio della Cina comunista sui minerali critici, le startup si stanno rivolgendo all'estrazione di metalli da pozzi petroliferi, flussi di rifiuti e apparecchiature elettroniche dismesse per recuperare materiali a lungo controllati da Pechino. Hector Retamal/AFP via Getty Images


Sostituire la Cina

L'azienda di Herrera sta sviluppando metodi per recuperare più metallo da minerali e scarti esistenti, spremendo rocce e dispositivi elettronici dismessi fino a ricavarne tutto il loro valore.

Ha dichiarato a The Epoch Times di credere anche lui che parte della soluzione si trovi sotto i giacimenti petroliferi americani.

Ha affermato che il suo processo può utilizzare i pozzi petroliferi per estrarre non solo rodio, ma anche titanio, nichel, vanadio, cobalto, rame e altro ancora.

“Il petrolio qui in Texas si trova a 19.000 piedi di profondità, in circa 110 strati”, ha affermato. “Ogni strato ha a disposizione circa 110.000 galloni o 20.000 galloni d'acqua, per i quali sono già state ottenute le autorizzazioni, che sono già state predisposte e per i quali le infrastrutture sono già state implementate”.

“Tutto quello che dobbiamo fare è aggiungere la nostra sostanza chimica per estrarre i metalli e poi separare le sostanze chimiche. ... È molto, molto più veloce e anche molto più economico”, ha affermato.

Secondo Herrera, l'industria petrolifera può anche muoversi più rapidamente rispetto alle tradizionali attività minerarie. Per le grandi aziende, occorrono almeno dai cinque ai dieci anni affinché una nuova tecnologia raggiunga un sito minerario.

Inoltre, sfrutta le infrastrutture esistenti. A differenza di un progetto minerario, un pozzo può essere chiuso con un impatto minimo, mentre la chiusura di una miniera di rame ha conseguenze ben più gravi, ha affermato.

Secondo Herrera, questa velocità potrebbe consentire alle aziende occidentali di competere con il vantaggio di elaborazione della Cina in modo “lento e costante”.

“Non credo che accadrà tutto in una volta”, ha detto. “Penso che sarà un processo graduale, prima un paio di pozzi, poi altri pozzi, poi giacimenti, poi intere pianure petrolifere; tutti questi dovranno essere a pieno regime per sottrarre petrolio alla Cina”.

“Non siamo ancora a quel livello, penso che tra un paio d'anni potremo raggiungerlo, e se lo facessimo tutti contemporaneamente, allora sì, la Cina risponderebbe senza dubbio”, ha affermato, sottolineando che la stessa tecnologia potrebbe essere impiegata in altri importanti Paesi con una geologia ricca di metalli, tra cui il Kazakistan e l'Arabia Saudita, i cui scisti bituminosi ad alta temperatura sono noti per contenere uranio estraibile.

Eric Herrera, CEO di MaverickX, durante una spedizione di ricerca in Antartide il 9 dicembre 2025. L'azienda di Herrera sta sviluppando metodi per recuperare più metallo da minerali e scarti esistenti, estraendo il massimo possibile da rocce e dispositivi elettronici dismessi. Per gentile concessione di MaverickX.


È possibile “prevenire le guerre”?

Alla Rice University di Houston, il chimico e nanotecnologo James Tour ha ideato un metodo innovativo per estrarre rapidamente i metalli delle terre rare.

Tour ha sviluppato una tecnica in grado di scomporre rifiuti elettronici, ceneri, scarti minerari e altro materiale per recuperare rapidamente metalli delle terre rare e altri minerali critici, con un impatto ambientale minimo.

Il suo metodo utilizza la tecnologia di riscaldamento Joule a impulsi, un processo brevettato che innalza la temperatura dei materiali a migliaia di gradi in pochi millisecondi e utilizza gas cloro per estrarre elementi delle terre rare dai rifiuti magnetici in pochi secondi senza bisogno di acqua o acidi.

Tour ha affermato che la sua tecnologia di riscaldamento Joule a impulsi è già stata commercialmente collaudata presso l'azienda Universal Matter, nata come spin-off del suo laboratorio, e in altri contesti con il grafene, una forma di carbonio spessa un solo atomo utilizzata per rinforzare i materiali, migliorare le prestazioni delle batterie e potenziare i dispositivi elettronici.

“Nessuno sapeva davvero come scalare questo processo, e noi abbiamo ideato una procedura che utilizza il riscaldamento Joule istantaneo”, ha dichiarato a The Epoch Times. “L'azienda è già operativa e produce una tonnellata di grafene al giorno, ed è già stata introdotta nei mercati del calcestruzzo e dell'asfalto”.

La versione per le terre rare segue a ruota, con uno stabilimento in Texas che ha ottenuto la licenza per il metodo di recupero dei metalli.

Ha affermato che Flash Metals USA, la filiale statunitense dell'australiana Metallium, processa 1 tonnellata al giorno di circuiti stampati e punta a processare 20 tonnellate al giorno entro settembre 2026 per recuperare gli elementi delle terre rare e i metalli critici in essi contenuti.

I rifiuti elettronici possono contenere concentrazioni di metalli fino a 1.000 volte superiori a quelle riscontrate nei minerali naturali.

“È più facile occuparsi di cose che abbiamo già separato, che abbiamo già implementato nei nostri dispositivi elettronici e nei magneti che stiamo buttando via”, ha detto Tour. “Questo è un tesoro, una vera e propria miniera d'oro”.

Le tecnologie alla base della moderna separazione delle terre rare sono state sviluppate negli Stati Uniti durante il Progetto Manhattan, guidato da J. Robert Oppenheimer. Successivamente, sono stati adottati metodi di estrazione con solventi per isolare i singoli elementi delle terre rare.

Gli Stati Uniti dominarono la produzione mondiale negli anni '60 e '70 grazie alla miniera di Mountain Pass in California, ma persero tale posizione a partire dalla metà degli anni '80, quando la Cina, inizialmente priva di competenze nella raffinazione di terre rare pesanti, espanse le attività di estrazione e lavorazione.

In questa immagine d'archivio, la miniera di terre rare e gli impianti di lavorazione della Molycorp a Mountain Pass, in California. Gli Stati Uniti hanno dominato la produzione mondiale di terre rare negli anni '60 e '70 grazie alla miniera di Mountain Pass, ma hanno perso tale posizione a metà degli anni '80. AlanM1/CC-BY-3.0

Un punto di svolta fondamentale si verificò nel 1995, quando la General Motors vendette la sua controllata Magnequench, produttrice di magneti e ultima azienda statunitense a produrre magneti in terre rare, a un consorzio guidato dalla Cina. La vendita fu approvata dal Committee on Foreign Investment in the United States (CFIUS) e comportò il trasferimento di tecnologie e attività in Cina, segnando la fine della leadership statunitense nella produzione di terre rare.

L'accordo fu condannato nel 2005 dal senatore Jim Inhofe (repubblicano dell'Oklahoma) perché avrebbe lasciato gli Stati Uniti senza un fornitore nazionale di magneti al neodimio durante la più ampia apertura economica di Washington verso Pechino sotto la presidenza di Bill Clinton.

Tour ha affermato che il monopolio cinese ha anche favorito lo sviluppo di metodi di raffinazione dannosi per l'ambiente.

“In Cina si tratta di un processo terribilmente caotico, che ha contaminato le città, i fiumi e gli acquedotti di queste città”, ha affermato.

Tour ha detto che l'amministrazione Trump sta trattando la questione della lavorazione delle terre rare con grande importanza.

“Il presidente [Donald] Trump è molto serio, ed è proprio questo tipo di cose che possono prevenire le guerre”, ha affermato.

“Ma se non avremo accesso a questi elementi, andremo in guerra. Sono queste le cose per cui si combatte”.

Con prezzi garantiti, ha affermato Tour, il governo statunitense contrasterà la tattica cinese di abbassare artificialmente i prezzi e mandare in bancarotta i concorrenti inondando i mercati con materiali a basso costo per rendere antieconomici i progetti occidentali.

“Il governo statunitense ci sosterrà, assicurandosi che ci venga pagato un prezzo equo, in modo che i cinesi non possano abbassarlo artificialmente e metterci fuori gioco”, ha affermato.

Un'ex-ufficiale dell'esercito americano ha affermato di considerare la questione delle terre rare come “il mondo libero contro il mondo non libero”.

Il chimico della Rice University James Tour (a sinistra) e il ricercatore post-dottorato Bing Deng si preparano a “riscaldare rapidamente” i rifiuti elettronici per recuperarne i metalli preziosi da riciclare. Tour ha sviluppato una tecnica per estrarre rapidamente i metalli delle terre rare da rifiuti elettronici, ceneri, scarti di lavorazione e altri materiali. (In alto) Questa ricerca innovativa si basa sullo sviluppo, da parte di Tour nel 2020, di applicazioni per lo smaltimento e il riciclo dei rifiuti tramite riscaldamento Joule.

Jessica Lewis McFate, che ora è direttrice senior delle soluzioni di intelligence presso Babel Street, con particolare attenzione all'intelligence open-source e alla sicurezza nazionale, ha affermato che le implicazioni relative all'approvvigionamento di terre rare sono profonde.

La McFate ha dichiarato a The Epoch Times che se un'azienda Fortune 500 dovesse perdere l'accesso a componenti che dipendono dalle terre rare, come il gallio, per sei mesi, l'impatto si estenderebbe ben oltre la carenza di chip ad alte prestazioni utilizzati nel calcolo ad alta intensità o nelle applicazioni a radiofrequenza, inclusi sistemi d'arma e radar.

Il gallio, ha affermato, è fondamentale anche nelle tecnologie mediche, il che significa che eventuali interruzioni avrebbero ripercussioni sia sul settore della sicurezza nazionale che su quello civile.

“È applicabile ai nostri smartphone, è applicabile alle macchine per la risonanza magnetica”, ha affermato.

“E diventa quindi un obbligo per gli amministratori delegati chiedersi improvvisamente quanto ne sappiano e porre ai loro fornitori domande difficili, come ad esempio ‘Dove avete preso il circuito stampato?’”

“Dal punto di vista cinese, stanno combattendo una guerra”, ha affermato.

“Credo che sia molto più sicuro per l'umanità difenderci con mezzi non letali per ciò in cui crediamo. Quindi penso che sia giusto essere profondamente competitivi e persino astuti nella nostra lotta per il vantaggio”.


“È evidente che la situazione sta cambiando”

Miliardi di dollari in finanziamenti federali stanno ora affluendo in questo settore.

Il Dipartimento dell'Energia ha annunciato opportunità di finanziamento per quasi $1 miliardo destinate alle filiere di approvvigionamento di minerali critici e terre rare, che comprendono l'estrazione, la lavorazione, la produzione, il riciclaggio e il recupero dei sottoprodotti.

Sotto l'amministrazione Trump, Washington detiene ora partecipazioni in MP Materials, Vulcan Elements, ReElement Technologies e Lithium Americas, e ha concluso accordi sui minerali critici con oltre una dozzina di Paesi.

L'Australia sta diventando il più importante polo di trasformazione non cinese grazie all'espansione di Lynas, alla raffineria di Eneabba di Iluka e al progetto Nolans di Arafura.

(Da sinistra a destra) Il Ministro degli Esteri australiano Penny Wong, il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il Segretario alla Guerra americano Pete Hegseth intervengono durante la 35ª Consultazione Ministeriale Australia-USA a Washington l'8 dicembre 2025. Brendan Smilowski/AFP via Getty Images

Il Critical Raw Materials Act europeo prevede inoltre che gran parte delle materie prime strategiche debba essere lavorata all'interno dell'Unione Europea entro il 2030.

Sunil Kansal, specialista in valutazioni con sede a Londra, ha affermato che la ricostruzione della capacità di lavorazione non cinese è realizzabile, ma richiederà tempo.

“Nel prossimo decennio, Stati Uniti, UE, Australia e pochi altri Paesi potranno probabilmente coprire una parte significativa del proprio fabbisogno, ma non sostituire completamente la Cina, soprattutto per quanto riguarda le terre rare pesanti”, ha dichiarato Kansal a The Epoch Times via e-mail.

“Detto questo, è chiaro che l'inerzia si sta spostando dalle aspirazioni politiche alla reale costruzione industriale”.


Il Progetto Pebble

Alcuni ritengono che nemmeno le tecnologie più promettenti risolveranno completamente il problema della dipendenza dalla Cina, a meno che gli Stati Uniti non siano ancora in grado di autorizzare e costruire grandi miniere convenzionali e, in definitiva, ripristinare una filiera di approvvigionamento minerario nazionale.

John Shively, presidente e amministratore delegato della Pebble Limited Partnership, ha affermato che la proposta bloccata in Alaska illustra bene questa sfida. Il Progetto Pebble, uno dei più grandi giacimenti di oro e rame non sfruttati al mondo, è rimasto intatto per decenni nella regione di Bristol Bay, in Alaska.

“Quando ero giovane, negli anni '60 e '70, un progetto come Pebble sarebbe stato celebrato dagli Stati Uniti”, ha dichiarato Shively a The Epoch Times.

“E ora, progetti come Pebble sono praticamente impossibili da avviare a causa delle procedure di autorizzazione e dei contenziosi. Il giacimento di Pebble è stato scoperto per la prima volta nel 1988 e la vera esplorazione seria è iniziata nel 2000-2001, quindi sono passati 25 anni da allora”.

La Cina, ha affermato, “lavora il concentrato praticamente gratis”, costringendo gli Stati Uniti a competere con un'economia non di mercato.

“Dal punto di vista economico non è favorevole, ma dovremo farlo”, ha dichiarato Shively.

Ha aggiunto che con Pebble si sta valutando la possibilità di costruire un impianto di lavorazione in Alaska che eviterebbe la fusione tradizionale, utilizzando invece nuove tecniche che prevedono l'impiego di pressione e liquidi per estrarre il metallo dal concentrato in modo più ecocompatibile.

L'area della miniera di Pebble proposta nel 2007. Il progetto Pebble, uno dei più grandi giacimenti di oro e rame non sfruttati al mondo, è rimasto intatto per decenni nella regione di Bristol Bay, in Alaska. Erin McKittrick/CC-BY-2.5

“La tecnologia c'è”, ha affermato. “Non è stata sfruttata a sufficienza”.

Shively ha affermato che, da una prospettiva di “sicurezza nazionale”, mantenere le attività di estrazione e lavorazione sul suolo statunitense è fondamentale.

“Se riusciamo a farlo, è un vantaggio indubbio”, ha dichiarato.

Diana Rasner, responsabile del gruppo per materiali, prodotti chimici, rifiuti e riciclaggio presso Cleantech Group, ha avvertito che, senza affrontare l'aspetto normativo, le economie occidentali rimarranno limitate dal predominio cinese nel settore delle terre rare per il prossimo futuro.

“Sebbene gli Stati Uniti abbiano ottenuto un periodo di grazia di un anno sulle restrizioni all'esportazione di terre rare, lo scorso aprile, tale lasso di tempo è trascurabile rispetto al tempo necessario per avviare e ampliare la capacità di lavorazione o produzione in Occidente”, ha dichiarato a The Epoch Times via e-mail.

“La finestra di opportunità per agire è quindi estremamente ristretta”.

I tentativi di ricostruire la capacità di lavorazione delle terre rare sono “un passo nella giusta direzione”, ha affermato.

“Ma sarebbe miope sottovalutare il tempo necessario per rendere effettivamente operativi questi impianti, soprattutto nel contesto occidentale”, ha dichiarato a The Epoch Times.

La Cina ha trascorso gli ultimi decenni a sviluppare la propria capacità di lavorazione delle terre rare, grazie alla semplificazione dei processi di approvazione statali per una maggiore efficienza.

Il Parco Industriale delle Terre Rare è in costruzione nella contea di Anyuan, provincia di Jiangxi, Cina, il 21 novembre 2025. La Cina attualmente controlla circa il 90% della capacità mondiale di lavorazione, fusione e separazione degli elementi delle terre rare. Hector Retamal/AFP via Getty Images

La Rasner ha affermato che un processo simile semplicemente non esiste in Occidente.

“Pensiamo a cose come permessi, gestione dei rifiuti, ingegneria e fattibilità, normative locali/ambientali, costruzione. Tutto questo deve essere risolto prima ancora di poter ottenere i primi metalli e ossidi delle terre rare”, ha affermato.

“E questo senza nemmeno considerare la produzione di prodotti finali come i magneti permanenti”.


Catene di approvvigionamento parallele

I principali attori del settore hanno affermato che questa tecnologia è un tassello fondamentale per ricostruire le catene di approvvigionamento.

Pini Althaus, fondatore di USA Rare Earth e ora presidente di Cove Capital, ha dichiarato che il dominio della Cina sui minerali critici si è consolidato nel corso di “diversi decenni” attraverso investimenti coordinati, sussidi a tutto campo e la volontà di ignorare i costi ambientali.

“Rappresenta oltre il 90% della lavorazione dei minerali critici”, ha affermato.

Ma anziché replicare al sistema cinese, ha detto Althaus, gli Stati Uniti dovrebbero costruire una catena di approvvigionamento parallela e indipendente.

“Cercare di competere con la Cina è l'approccio sbagliato, perché non possiamo competere con la Cina”, ha affermato. “Ci vorranno almeno 15-20 anni per raggiungere il livello in cui saremo in grado di competere con la Cina”.

Un cumulo di rifiuti elettronici, in questa foto d'archivio. Il metodo di riscaldamento Joule flash sviluppato dal laboratorio di James Tour recupera metalli preziosi dai rifiuti elettronici in pochi secondi. Screenshot tramite Epoch Times, Brandon Martin/Rice University

“L'attenzione non dovrebbe essere rivolta alla competizione con la Cina. Penso che l'attenzione dovrebbe essere rivolta alla creazione di una nostra catena di approvvigionamento indipendente che ci fornisca sufficienti minerali critici. E questo sta iniziando ad accadere”.

Un'opportunità immediata è il riciclo dei magneti, che Althaus ha definito “la grande opportunità” per l'approvvigionamento a breve termine.

Una delle sue aziende, REEMAG, utilizza un processo di frammentazione a idrogeno senza emissioni di anidride carbonica e senza reagenti chimici, impiegando piccole quantità di elettricità per scomporre i magneti.

Secondo Althaus, al di fuori dei confini statunitensi, l'Asia centrale, in particolare il Kazakistan, rappresenta una promettente fonte di minerali critici a rapida acquisizione.

Le trivellazioni dell'era sovietica hanno già mappato importanti giacimenti, tra cui una risorsa di tungsteno che potrebbe soddisfare “praticamente tutta” la domanda militare e industriale statunitense per decenni, ha affermato.

Ha definito “assurdo” che il complesso militare-industriale statunitense sia dipeso da un non alleato strategico, in particolare la Cina, per l'approvvigionamento di materiali.

“Credo che assisteremo a un cambiamento significativo del panorama nei prossimi cinque anni”, ha dichiarato, prevedendo che un maggior numero di progetti ridurrà il predominio cinese.

“In pratica, si toglie una freccia dalla faretra della Cina”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 24 luglio 2026

Trasparenza: anatema di Londra e Bruxelles

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trasparenza-anatema-di-londra-e-bruxelles)

Diversamente dall'armata brancaleone dell'attuale governo italiano, l'amministrazione Trump sa con chi ha a che fare quando di sparla di potere giudiziario. La più recente sentenza della SCOTUS in materia di “ius soli” è l'ennesima prova che, per grande influenza di John Roberts, il potere eversivo del ramo giudiziario negli USA è determinato è scavalcare quello legislativo ed esecutivo. In merito alla questione, si fondono insieme giurisdizione politica e geografica nel modo peggiore possibile (laddove il Congresso può offrire protezione agli immigrati, ma essi sono ancora soggetti alla giurisdizione della loro cittadinanza d'origine) e la magistratura ostracizza potere legislativo ed esecutivo. Qui c'è da smantellare una illusione accuratamente seminata da Hollywood: la Corte Suprema non è quell'organo finale dove vengono finalizzate le controversie. Alla creazione degli USA c'erano le Corti Supreme dei singoli stati americani, le quali hanno appaltato parte dei loro poteri a quella federale. Si tratta di una concessione, non di una scala gerarchica di poteri. Infatti alla sua formazione, il governo federale aveva come compito l'impostazione dei commerci tra gli stati americani, l'impostazione della linea di politica estera e la difesa. Quindi, i dazi ad esempio, erano materia per Presidente e Congresso, la Corte Suprema non doveva metterci becco. Ogni organo aveva i suoi compiti, determinati dal nono e decimo emendamento.

L'eversività della magistratura, in ogni nazione ormai, è il sintomo della conquista esterna di un Paese (così come l'immigrazione incontrollata è una forma di conquista sociale, dato che il mercato dell'eurodollaro non può più essere usato in modo estensivo) e viene usata, negli USA in particolare, per fomentare una guerra civile. Perché è così che funziona. I migranti scaricano a pacchi figli in Florida, ad esempio, e richiedono un certificato di nascita americano. De Santis gli nega quello della Florida, questo significa che questi scalzacani non possono avere documenti validi nello stato della Florida e quindi impossibilitati a vivere. Per di più possono solo spostarsi nei territori americani (es. DC, Guam, ecc.), ma non possono spostarsi negli altri stati americani perché non sono cittadini di quello stato (la Florida nel nostro esempio). Ciò a sua volta permetterebbe allo stato in questione di chiamare in tribunale il governo federale stesso (decimo emendamento), nel qual caso la Corte Suprema potrebbe invocare la Clausola di supremazia per annullare ciò che resta del federalismo americano. Gente come Roberts è pronta a tirare questa spoletta pur di aizzare al punto di non ritorno la guerra civile voluta ardentemente dalla Tavola Alta oltreoceano?

Lo scenario ottimista è quello che più viene preso in considerazione, ma non bisogna scordarsi che l'amministrazione Trump tiene presente anche quello pessimista: una sconfitta alle elezioni di medio termine e una vittoria Dem nel 2029. Uno dei principali scopi adesso, quindi, è quello di degradare quanto più possibile tutti quegli asset americani che possono essere ritorti contro il Paese. Questo significa levare le tende dal Medio Oriente e ridurre drasticamente il numero di basi sul quel territorio in modo da impedire ad agenti esterni di alimentare conflitti; lo stesso lo si può dire degli aiuti a Israele. Il rapporto tra USA e Israele non cambierà, solo che non ci saranno di mezzo soldi “gratis” con cui alimentare un azzardo morale a livello militare e trasformare di nuovo in un proxy di destabilizzazione Israele e altri Paesi mediorientali. Soprattutto adesso che gli USA hanno un canale diretto col governo civile in divenire a Teheran, il quale viene usato per smantellare ciò che rimane degli asset dell'IRGC. 

Facciamola semplice, così anche il più obnubilato da stampa e algoritmi di selezione (che, ricordiamolo, “allena” l'utente stesso) possa capire. Gli inglesi controllavano entrambi i lati della barricata in Medio Oriente, sia in Israele che in Iran. Era solamente questa l'origine della guerra infinita che ha infuriato nella zona. Il Golfo Persico era a loro esclusiva determinazione, dato che controllavano Iran, Qatar (pompa del gas), Emirati Arabi (riciclaggio di denaro), Oman (avamposto dell'MI6 sullo Stretto). Se non si parte da questo assunto, e se non si parte dal fatto che esistono diverse fazioni all'interno di una nazione (compresi anche i cosiddetti “intransigenti” e coloro che portano avanti solo ed esclusivamente una linea dura), allora inevitabilmente si finisce per avere una chiave di lettura insufficiente per leggere gli eventi. E quindi attecchiscono narrative fasulle, o addirittura accuse di irrazionalità nei confronti dell'amministrazione Trump.

Quest'ultima, sin dalla sua prima iterazione, sa che il modo migliore per far uscire allo scoperto infiltrati e situazioni compromesse è quello di rivelare l'agenda che hanno i diversi player sulla scena geopolitica. Siamo adesso arrivati al momento in cui i vari leader (di facciata) mondiali e gli opinionisti influenti devono scoprire le carte e mostrare per chi lavorano davvero o da chi sono finanziati per perseguire una certa linea di politica. L'attacco all'Iran, oltre a disinnescare l'arma di ricatto finanziaria e geopolitica dello Stretto di Hormuz, e trasferire logistica e commercio dall'Europa al continente americano nel suo complesso, è servito a smascherare le agende reali dei capi di stato.

Questa è una questione che va al di là delle singole filosofie politiche, o economiche. Si può odiare lo stato quanto si vuole, ma che dire della rete ombra di intrallazzi, interessi, influenze e ricatti che gli inglesi hanno imparato a padroneggiare nel corso della storia? È un concetto che va ben oltre lo stato e paradossalmente il loro superamento significa anche un oscuramento più intricato di suddette ombre. Qual è quell'asset, decentralizzato e distribuito, che fa della trasparenza il suo cavallo di battaglia? Bitcoin. Qual è quella nazione che sta accogliendo una tale filosofia nelle sue strategie economiche e politiche? Gli Stati Uniti. Questo mi porta a pensare che la nascita dell'asset fosse stata pensata esattamente per un momento del genere, che gli USA abbiano alimentato la sua evoluzione per avere a disposizione un'arma con cui gettare luce su quell'impero delle ombre. Pensateci un momento: la migliore definizione di Bitcoin attualmente è una backdoor a un sistema che ha fatto del dollaro ombra offshore la sua cannuccia con cui succhiare indefinitamente ricchezza dagli USA. L'algoritmo su cui “gira” il protocollo è lo stesso di quello usato dal sistema bancario e finanziario. Ciò spiegherebbe anche perché c'è una pagina di un giornale inglese all'interno del Genesis Block.

E questo spiegherebbe ulteriormente perché Powell e Wall Street hanno dapprima lottato unghie e denti per far avanzare i lavori per il SOFR e poi hanno abbracciato la possibilità di aprire a Bitcoin e alle stablecoin. La chiave di lettura della trasparenza è il miglior modo per intendere l'evoluzione di tutti gli eventi finora accaduti nel mondo, sin dalla prima amministrazione Trump e addirittura fin dalla nascita di Bitcoin stesso. Qui si inserisce anche l'abbandono della politica keynesiana in materia di banca centrale americana nel momento in cui Warsh abiura ufficialmente la Curva di Phillips, linea di politica puramente di matrice inglese. Qui si inserisce anche il dialogo con Mosca e Pechino, e lo spostamento di Washington verso un'economia hamiltoniana (in termini commerciali). Mettendo tutte queste cose insieme si arriva alla conclusione che l'attacco all'Iran è stato il palco finale per ridimensionare definitivamente il flusso finanziario ombra che ha tenuto in piedi l'impero inglese sin dal post-Seconda guerra mondiale.

E la maestria degli inglesi nel ribaltare causa-effetto è prodigiosa, soprattutto quando, tramite la propaganda mediatica, instillano nella mente della maggior parte delle persone che gli USA “si stanno isolando”. Sbagliato: sono gli USA a voler isolare Londra e Bruxelles dal resto del mondo.

Lo spostamento di asset militari americani in Grecia, che adesso è il Paese europeo più armato, rappresenta il proverbiale “bastone” agitato nei confronti della Turchia, mentre la “carota” è la stabilizzazione della lira turca. Erdogan ha sempre giocato la sua partita sul filo del rasoio, tra gli interessi americani e quelli della cricca di Davos/City di Londra (es. Fratelli musulmani). Un gioco pericoloso ma che ha rappresento la carta vincente affinché il Paese non venisse invaso né dall'una, né dall'altra fazione. Trump, comunque, come ha dimostrato anche col Qatar, offre una via per collaborare ed è la stessa offerta che ha di recente presentato allo stesso Erdogan. Ed è anche un modo per effettuare una de-escalation sia in Medio Oriente che in Europa dell'est: Iran e Israele non hanno più bisogno di essere monitorati affinché non causino caos nella regione. Il rifiuto recente israeliano di aiuti americani annuali è un segno che la strategia di distensione in Medio Oriente funziona, soprattutto se ci aggiungiamo i piani per costruire nuove infrastrutture di trasporto del petrolio. E questo l'ha capito anche la Turchia, da qui la fanfara grandiosa che è stata allestita all'arrivo di Trump al recente G7, mentre uno squallido pulmino è stato affibbiato ai “leader” europei.

Puntellare il fronte greco e sguarnire quello polacco è stato anche un modo per dimostrare buona volontà nei confronti di Putin, senza però abbassare la guardia (Stretto del Bosforo). Ciò che emerge da questi rapporti è solo una cosa: forza. Concessioni di buona volontà, senza però depotenziare la propria posizione negoziale. Infatti tutte le connessioni inglesi nel Golfo Persico sono state rovesciate e i piani di Londra e Bruxelles di poter maneggiare le leve geopolitiche mondiali si riducono man mano che il tempo passa. In fondo, la Brexit altro non era che una faida interna alla cosiddetta Tavola Alta per decidere chi dovesse guidare il mondo post-reset.

Ora Washington sta offrendo la sopraccitata “carota” a Erdogan, il quale ne ha davvero bisogno per stabilizzare il mercato della lira. Solo una manciata di mesi fa ha scaricato tutti i suoi titoli del Tesoro americani, una mossa che può essere letta in due modi: o Londra ha richiamato i suoi asset, oppure Ankara continua a fare da ponte per i flussi finanziari ombra inglesi. Perché, ricordiamolo, Ankara è uno dei pochi Paesi che permette alle banche locali di detenere oro come riserve Tier-1 e, sin dal 2013 quando Obama tagliò fuori l'Iran dallo Swift affinché venissero potenziati i flussi finanziari ombra inglesi che passavano da lì, il denaro ombra iraniano è stato riciclato in Turchia tramite l'oro. In questo modo Obama ha finanziato indirettamente l'armamento nucleare iraniano. Riportare l'Iran nello Swift significa gettare luce sui flussi ombra. Ancora una volta trasparenza, l'anatema della City di Londra. Trump ha praticamente fatto capire a Erdogan di scegliere da che parte stare e questa offerta può essere presentata solo da un Leader che sta avendo la meglio sui propri avversari. La stessa offerta che è stata presentata a Israele... che tanto si dice controlla gli stati Uniti... mentre invece Trump ha fatto capire a Netanyahu che può sconfiggere Hezbollah, ma può scordarsi di prendersi mezzo Libano.

L'unione di tutti questi temi rappresenta un piano che gli Stati Uniti stanno portando avanti non per bontà o nobiltà di cuore, ma solo perché la classe dirigente americana è stufa di farsi fregare dalle sue controparti oltreoceano.

Infatti il differenziale di rendimento tra il decennale inglese e quello americano è +32 punti base, mentre tra quello inglese e quello giapponese è +210 punti base. La Banca d'Inghilterra continua a manipolare il lato lungo della curva dei rendimenti americana tramite il carry trade sullo yen e la Banca del Canada, mentre combatte unghie e denti per impedire a Trump di tornare a far avere un mercato ai titoli garantiti da ipoteca (cosa che permetterebbe la riconquista completa della politica sui tassi). La vera guerra è tutta qui: lungo lo spettro dei rendimenti tra i 10 anni e i 30 anni. Ed ecco perché il Giappone deve continuare a rialzare i tassi: i differenziali di rendimento vengono a mancare. A quel punto o la Banca d'Inghilterra lascia correre ancora più in alto il back-end della sua curva (causando una crisi obbligazionaria), o lo abbassa a costo dell'arbitraggio sulla valuta (passando la patata bollente dei bond all'UE). Ueda non è conosciuto per il suo coraggio e se sta resistendo alla pressione mediatica è solo grazie all'appoggio di Bessent, il cui obiettivo è la fine degli arbitraggi sulle valute come arma e la fine dei differenziali di rendimento obbligazionari come arma.

Infatti la fine del carry trade sullo yen ha potenziato il prosciugamento di liquidità in eurodollari nei mercati mondiali. Ciò ha permesso agli USA di dedicarsi ad altre faccende geopolitiche, come il Venezuela e l'Iran, e lasciando la componente economica al Giappone. Questo non ha impedito agli avversari degli USA di attaccarli, come continuano a fare sulla parte meno liquida della curva dei rendimenti (trentennale), e a incamerare bond americani per accedere ai dollari (dato che il SOFR è un tasso collateralizzato a differenza del LIBOR). In questo contesto il margine di manovra della BOJ è abbastanza ampio, dato che può coprire le perdite sulle obbligazioni con il portafoglio di azioni in suo possesso. Alla fine della fiera, gli allarmismi (stampa inglese) sul Giappone non erano direzionati al Paese stesso, ma alle conseguenze che avrebbero causato su quelle economie dipendenti dall'eurodollaro e a cui non avrebbero più avuto accesso privilegiato. Washington sta praticamente liberando il Giappone dalla morsa finanziarista inglese che da tempo immemore ha spremuto il Paese.

I futures sulla benzina, poi, mostrano chiaramente un andamento ribassista per i prezzi futuri della materia. Per le elezioni di medio termine si prospetta infatti un valore di $2.35. Lo stesso per la curva forward del petrolio, in manifesta discesa rispetto alle oscillazioni presenti. Certo, il range rimarrà intorno ai $75-80 per il momento, non rivedremo i $60 molto probabilmente fino all'anno prossimo. La backwardation è sul Brent; il WTI è in contango invece. Ma il primo è un contratto puramente finanziario, mentre il secondo prevede la consegna fisica. E con il Venezuela in supporto alla produzione americana e l'OPEC+ che ha tagliato i prezzi del petrolio più del previsto (spiazzando progressivamente l'Iran), i guai saranno esclusivamente europei. Senza contare che il presunto partner dell'UE, ovvero l'Ucraina, continua ad avere come obiettivo bersagli russi la cui distruzione fa esclusivamente del male alle importazioni di energia europee. Un “curioso” modo per farsi continuare a dare soldi e supporto militare...

Un ricatto interno potremmo chiamarlo, perché non dimentichiamoci di un punto: esistono fazioni “moderate” e disposte al compromesso anche all'interno della cosiddetta cricca di Davos. E così come Trump e i suoi alleati sono costretti a superare linee rosse degli avversari per forzarli a una reazione (bombardare nuovamente l'Iran ha come obiettivo indebolire l'IRGC rispetto ai negoziatori disposti a collaborare con gli USA), lo stesso indebolimento è messo in piedi a livello di City di Londra/cricca di Davos. La strategia regina è sempre stata quella di degradare la capacità dei propri avversari nell'accedere alle fonti di collaterale. Infatti chi è che viene più impattato dalla recente decisione cinese di limitare le esportazioni di elio? Non gli Stati Uniti, i quali sono esportatori di elio. Ovviamente l'Unione Europea. Inutile dire che, per motivi logici, Xi, Putin e Trump non possono mostrare pubblicamente la loro alleanza d'intenti in questo conflitto. La quantità di infiltrati nei loro rispettivi Paesi è incapacitante ancora (basti pensare al Congresso americano e la spasmodica e recalcitrante volontà di finanziare indefinitamente la guerra in Europa orientale se potesse).

Visto che l'IRGC ha scelto chiaramente l'annientamento, e per estensione i burattinai dietro di essi ovvero Londra e Bruxelles, il conflitto in Iran si dimostra ancora una volta lo stadio finale di una strategia volta a rendere gli Stati Uniti i decisori ultimi in cima alla Tavola Alta. In sintesi, si stanno prendendo il ruolo di coloro che imposteranno le decisioni che daranno forma al mondo di domani, al sistema mondiale di domani. Infatti non crediate che Londra, Parigi o Bruxelles stessi siano “amici”; si è sempre trattato di chi avrebbe impostato la linea di politica del nuovo sistema. Washington si sta dimostrando semplicemente un “amministratore” più tollerabile visto che vuole far respirare la classe media, diversamente dai piani di Londra e Bruxelles che vogliono un chiaro annientamento della stessa.

In questo contesto attaccare Teheran è un modo, indiretto ovviamente, di risolvere l'altro scenario di guerra in Ucraina, stringendo il cappio energetico intorno al collo dell'UE. In che modo può rifornire di militari, armamenti e strumenti Kiev se la possibilità di accedere a petrolio e gas a basso costo diventa sempre più esigua? E se non ha più accesso alle risorse energetiche, come farà ad attenuare una crisi sul debito sovrano dato che rifinanziare i debiti dei vari Paesi membri non potrà più essere fatto a costi bassi? La più recente asta di titoli decennali tedeschi è stata un disastro (la quale ha raccolto solo la metà dei fondi che si proponeva di raccogliere). Non dimentichiamoci che il petrolio è il collaterale principale tramite cui scorre il denaro nel sistema finanziario odierno.

Disinnescare l'Iran, quindi, era fondamentale a differenza di ciò che dicono “pacifisti oltranzisti” e propagandisti bannoniani/duginisti (se davvero l'obiettivo di Trump fosse stato quello di annientare l'Iran, gli sarebbe bastato imporre un embargo alle importazioni d'acqua). Contenere l'IRGC, e per estensione le influenze della cricca di Davos/City di Londra in Medio Oriente, ha permesso a Trump di ottenere il supporto di quelle fazioni nelle varie nazioni di quella regione tramite un colpo di stato finanziario: dall'entrata in vigore del SOFR sono principalmente gli Stati Uniti a decidere chi può avere accesso facilitato al mercato dell'eurodollaro e chi no. “Bastone e carota”. Riprendiamo in considerazione la Turchia: l'Europa dell'est non è più una minaccia per essa, così come non lo è più il conflitto a Nord-est tra Azerbaijan e Armenia, e l'Iran non è più una fonte di destabilizzazione contro Israele.

Così come gli asset militari americani sono stati spostati in Grecia dal Nord e dall'Est Europa, anche asset finanziari stanno affluendo in Turchia (sotto forma di capitali di rischio, stablecoin in dollari, Bitcoin, ecc.) per convincerla con la “carota”, senza però nascondere il “bastone”. Non mancherà nemmeno l'intelligence necessaria per stanare tutti quei canali che hanno reso Ankara un potenziale nodo nella rete della cricca di Davos/City di Londra, come doveva esserlo Dubai e Pechino. Infatti quest'ultimo sta ritorcendo contro l'Europa, fungendo da punto di pressione in sintonia con Washington, la devastazione industriale autoinflitta senza essere più quella destinazione che le “locuste” di Davos avevano scelto per avviare una nuova Catena della morte finanziaria.

In questo contesto Londra, Bruxelles e Parigi vengono costrette a rimanere in quelle zone che hanno contribuito a devastare, in grado solo di parassitarle fino all'osso pur di rilanciare in qualche modo il loro piano di sopravvivenza. Non possono forzare un reset adesso senza finire per essere spazzati via come classe dirigente a livello internazionale; la crisi obbligazionaria che ho descritto nel mio libro, Il Grande Default, dovevano pagarla Stati Uniti e Russia affinché il Vecchio Continente emergesse come guida unica nell'impostazione del sistema futuro. Entrambi i Paesi si sono rifiutati di stare al gioco: il primo a livello finanziario, il secondo a livello militare. Così facendo hanno costruito un nuovo equilibrio e impostato la loro presenza alla guida al “tavolo delle decisioni”. Il modo di fare guerra ormai è cambiato, rendendo obsoleti gli armamentari nucleari. Oreshnik e la rimozione chirurgica di Maduro sono stati i punti di svolta. Il mondo finanziario è cambiato, dato il SOFR ha permesso agli USA di riprendere il controllo della valuta e del lato corto della loro curva dei rendimenti.

I grafici qui sotto mostrano rispettivamente il differenziale di rendimento tra il decennale inglese e quello americano, e il differenziale tra le obbligazioni a 2 e 10 anni americane (il benchmark di riferimento delle banche a cui concedere mutui e prestiti). Da quando il Giappone ha iniziato il suo percorso di rialzo dei tassi, normalizzazione dei rendimenti obbligazionari e inversione del carry trade sullo yen, questi due grafici si muovono in sincronia. In sintesi, gli inglesi, avendo perso la capacità di manipolare il lato corto della curva dei rendimenti americana, si aggrappano alla manipolazione del lato lungo per disinnescare una crisi del debito sui loro titoli (ecco perché finora hanno fatto in modo che fosse impossibile far uscire fuori dalla conservatorship Fannie Mae & Freddie Mac). E questa semplice descrizione di una delle loro tante manipolazioni è anche il motivo per cui non esistono condizioni di vittoria per l'Ucraina, solo un continuo logoramento per ritardare un redde rationem su quel flusso di prestiti che è stato scaricato nella dolina finanziaria dell'Europa dell'est.


In una qualsiasi partita di GO con più di 4 giocatori è praticamente impossibile costruire una “struttura” stabile con cui vincere il gioco e “l'ideatore” del sistema, chi ne controlla le regole (sistema di estrazione/colonizzazione/divisione conflittuale), vincerà sempre. Oh ma se si bypassa il gioco stesso e si punta direttamente al sistema, le cose cambiano...

Alla fine gli europei non avranno più energia con cui rifornire l'Ucraina e la recente offerta di Trump nei confronti di Zelensky, ovvero quello di fornire Patriot, è stata una buotade. Come può non esserlo se per costruire la fabbrica per produrli richiede come minimo 5 anni per essere costruita e diventare pienamente operativa? Bastone e carota. Trump ha fornito la carota a Zalensky, una via d'uscita, ma quest'ultimo l'ha rifiutata. Così come il MOU è stato rifiutato dalla fazione oltranzista iraniana. L'euristica in questi casi è dannatamente semplice: quando un individuo o un gruppo di individui agiscono diversamente dal loro miglior interesse, e fanno scelte palesemente scellerate, allora qualcuno sta puntando loro una pistola alla testa. Allo stesso modo non basta essere “amici”, o accettare la “carota”, degli Stati Uniti per ottenere più di quello che si merita: non lo otterrà Putin oltre al Donbass e Crimea, non lo otterrà Netanyahu oltre alla distruzione di Hezbollah.

A chi davvero basta sopravvivere per vincere la guerra a questo punto non è l'Iran contro gli USA, bensì alla Russia contro la NATO. I membri europei hanno firmato assegni per sostenere Kiev con collaterale la cui riscossione è ancora intrappolata dietro l'esercito russo. Il cappio, oltre a quello energetico, è anche monetario, stretto intorno al collo dell'UE, e sta soffocando più velocemente le economie europee.

Quali sono quei punti su cui Londra e Bruxelles stanno combattendo più alacremente? Stanno combattendo unghie e denti contro il CLARITY Act, contro la liberalizzazione di Fannie/Freddie, contro l'emancipazione di Canada e Australia come vettori con cui pompare il mercato dell'eurodollaro. Stanno combattendo contro l'eventualità sempre più manifesta della loro mancanza di accesso a garanzie collaterali. Questo è il mosaico dove ha luogo la guerra finanziaria tra la City e Washington, ma se si alterano tutte le cose sopraccitate a livello strutturale allora il sistema risultante sarà molto più durevole. Questo significa rimettere flusso di cassa nelle mani della classe media. Un sistema a due livelli: il governo americano che prende quote in aziende importanti in grado di migliorare la capacità produttiva e il flusso di credito (es. Intel); poi ricostruire il mercato dei mutui trentennali il quale ha permesso alla classe media americana di prosperare come ha fatto, fino alla sua implosione ad hoc nel 2008.

L'idea che dazi e industria manifatturiera siano la fonte della ricchezza, della forza e della sicurezza di una nazione risale ad Alexander Hamilton. Scrivendo poco dopo la Rivoluzione, Hamilton temeva che una nazione di agricoltori ed esportatori di merci non sarebbe stata in grado di resistere a lungo alle grandi potenze europee. Nella sua relazione intitolata, Sul tema delle manifatture, pubblicata nel 1791, scrisse: “Non solo la ricchezza, ma anche l'indipendenza e la sicurezza di un Paese sono materialmente connesse alla prosperità delle manifatture. Ogni nazione, in vista di questi grandi obiettivi, dovrebbe sforzarsi di possedere al suo interno tutti gli elementi essenziali per l'approvvigionamento nazionale. Questi comprendono i mezzi di sussistenza, l'abitazione, il vestiario e la difesa”.

Oppure pensate a Energy Fuels. Il suo impianto di White Mesa, nello Utah, è/era l'unico impianto di lavorazione dell'uranio operativo negli Stati Uniti. Ha una capacità autorizzata di otto milioni di libbre di uranio all'anno. È il principale produttore statunitense di U308, il concentrato necessario per produrre combustibile per le centrali nucleari. È un'attività legata all'uranio, ma è anche un'attività legata alle terre rare. La lavorazione dell'uranio è tossica, in parte perché il minerale è radioattivo e bisogna prendere ogni sorta di precauzione per il residuo generato, oltre a trovarsi in una giurisdizione/area geografica favorevole a tali attività. Lo Utah è uno di questi luoghi. Il mese scorso, il Dipartimento della Guerra ha approvato un prestito condizionato di $720 milioni con Energy Fuels per la lavorazione della monzanite presso l'impianto di White Mesa. Questo potrebbe renderla un produttore nazionale di successo di terre rare. Ciò si integrerebbe perfettamente con la strategia perseguita dall'amministrazione Trump. 

Questo sistema di incentivi negli Stati Uniti attrarrà capitali, cosa che a sua volta creerà non poche difficoltà alla Banca d'Inghilterra e alla BCE affinché li trattengano sul loro territorio e smettano di interferire nel differenziale di rendimento nei titoli americani a dieci e trent'anni tramite la manipolazione, come suggerito sopra, del differenziale due anni-dieci anni americani e quello tra il decennale inglese e americano.

Come si fa affinché la Tavola Alta metta in gioco i propri di capitali? Si adotta la stessa strategia di logoramento applicata dalla Russia forzando la NATO a tirargli contro uomini e materiali militari. Si tratta di un drenaggio dalla classe fiananziarista alla classe media americana, la quale è stata spremuta da tassi dei mutui alti, alta inflazione, regolamentazione selvaggia, sprechi fiscali/sociali, ecc. 


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