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giovedì 8 ottobre 2026

La trappola del debito statunitense: una crisi senza scadenza

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-trappola-del-debito-statunitense)

Ogni tot. mesi, un nuovo saggio dichiara che la trappola del debito statunitense è finalmente scattata. L'ultimo che sta circolando, pubblicato da The Economist, è ben scritto e davvero inquietante. Sostiene che Washington si è indebitata in modo così sconsiderato che la Federal Reserve non osa più aumentare i tassi di interesse. Farlo, avverte l'articolo, farebbe esplodere l'intera struttura e porterebbe i costi di finanziamento fuori controllo. È una storia avvincente, ottima per clic e visualizzazioni, e ne leggo versioni sin dal declassamento del rating creditizio del 2011.

Ecco il problema con la tesi “trappola del debito statunitense”, o con qualsiasi altra delle innumerevoli varianti sul tema: non è mai accompagnata da una data. Perché è importante? Qualsiasi analisi, per essere utile, deve includere tre aspetti fondamentali.

  1. Una data precisa in cui si verificherà la “crisi”. Senza una data precisa, l’analisi non può essere valutata in termini di accuratezza o validità.

  2. Quale sarà nello specifico la crisi? Un default del debito, un contagio finanziario, un crollo del mercato, una recessione economica, ecc.

  3. La domanda cruciale è: quale sarà l'esito finale della crisi e, nello specifico, quando finirà?

Senza questi elementi, e soprattutto senza una data in cui l'evento si verificherà, l'analisi non è una “previsione”, ma una “impressione”.

Un buon esempio è Ray Dalio, che quasi ogni anno prevede l'avvicinarsi di una crisi finanziaria.

• Marzo 2015 – Il gestore di hedge fund Dalio ritiene che la FED possa ripetere la situazione del 1937.

• Gennaio 2016 – Il superciclo del debito, lungo 75 anni, sta per finire.

• Settembre 2018 – Ray Dalio afferma che l'economia sembra quella del 1937 e che tra circa due anni arriverà una recessione.

• Gennaio 2019 – Ray Dalio prevede un rischio significativo di recessione negli Stati Uniti.

• Ottobre 2022 – Dalio avverte di una tempesta perfetta per l'economia (quello fu anche il minimo del mercato azionario).

• Settembre 2023 – Dalio afferma che gli Stati Uniti andranno incontro a una crisi del debito.

Ma si può risalire ancora più indietro nel tempo, a circa dieci anni fa, quando scrisse di alcuni dei suoi più grandi errori:

Il più grande di questi errori si verificò nel 1981-82, quando mi convinsi che l'economia statunitense stesse per precipitare in una depressione. Le mie ricerche mi avevano portato a credere che, con la politica monetaria restrittiva della Federal Reserve e l'elevato debito in circolazione, ci sarebbe stata un'ondata mondiale di insolvenze e che, se la FED avesse cercato di gestirla stampando moneta, l'inflazione sarebbe accelerata. Ero così certo dell'arrivo di una depressione che lo proclamai sui giornali, in televisione e persino durante una testimonianza al Congresso.

Sebbene Dalio sia consapevole degli errori commessi tra il 1981 e il 1982, li ha ripetuti nel corso dell'ultimo decennio. Non intendo certo criticare Ray Dalio; è una persona brillante con una comprovata e straordinaria esperienza nella gestione del denaro.

Tuttavia, gli investitori che dieci anni fa diedero ascolto alle previsioni di Dalio su una "depressione" imminente si persero uno dei mercati rialzisti più significativi della storia degli Stati Uniti.


Il genere di crisi senza data

Il saggio apocalittico sulla politica fiscale è diventato una vera e propria forma letteraria.

• Si apre con un aggregato spaventoso;

• Si sposta verso una catena di ipotesi che “gridano disperazione”;

• Si conclude aspettando un “innesco” che si cela sempre appena oltre l'orizzonte.

L'autore di quest'ennesimo articolo su The Economist ci svela persino il mistero citando la famosa frase di Rudi Dornbusch: “Una crisi impiega molto più tempo ad arrivare di quanto si pensi, e poi arriva più velocemente di quanto si possa immaginare”.

Non solo è un'affermazione vera, ma è anche l'alibi perfetto.

Questo perché qualsiasi avvertimento basato su questo adagio non può mai essere sbagliato, ma solo anticipato. Quando la resa dei conti non si verifica, la risposta è che il “detonatore” non è ancora stato premuto. Il saggio citato si conclude proprio qui, indicando un'elezione di metà mandato contestata come possibile detonatore. Tale è la struttura di ogni profezia senza data: infalsificabile per sua stessa natura. Non si può smentire una previsione che si rifiuta di indicare un anno.

Non fraintendetemi, nutro simpatia per i falchi fiscali. Ho scritto più volte che la traiettoria a lungo termine del debito federale è un problema reale che Washington si rifiuta di affrontare. Ma c'è un abisso tra un rischio strutturale a lenta progressione e un “evento” imminente, e far coincidere i due è proprio il modo in cui si allontanano gli investitori dal mercato per un decennio, privandoli dell'interesse composto che finanzia la pensione. Questo è il danno silenzioso che questi articoli provocano.


La trappola ha bisogno di un ciclo di rialzi dei tassi che non arriverà

L'intera tesi della “trappola del debito statunitense” si basa su un unico presupposto fondamentale: la Federal Reserve sarà costretta a rialzare drasticamente i tassi di interesse per combattere l'inflazione, e questi tassi più elevati porteranno al fallimento del Dipartimento del Tesoro al successivo ciclo di rinnovo dei suoi titoli. Eliminando questo presupposto, la trappola non scatta. Analizziamo i dati.

La FED ha mantenuto il suo tasso di riferimento tra il 3,50% e il 3,75% per cinque riunioni consecutive. Nella riunione di luglio, tre presidenti di banche regionali si sono espressi in dissenso perché avrebbero voluto tassi più alti, ma la maggioranza dei voti li ha respinti. L'FMI non è certo un sostenitore della politica fiscale statunitense. Nella sua revisione ai sensi dell'articolo IV di aprile, ha descritto il tasso attuale come “vicino alla neutralità”. Neutrale non significa “intrappolato”. Neutrale è all'incirca la posizione in cui una banca centrale desidera trovarsi quando non sta né accelerando, né frenando. Questa non è certo l'immagine di un'autorità monetaria che ha perso il controllo del proprio strumento.

«Ma Lance, l'inflazione si aggira intorno al 3% e sta prendendo una direzione preoccupante».

Esatto, ed è qui che la cosa si fa interessante. Questa spinta inflazionistica non è una spirale salari-prezzi dovuta al surriscaldamento dell'economia con un aumento incontrollato dei salari. Si tratta di uno shock energetico che ha portato a un'impennata dei prezzi del petrolio dopo il conflitto con l'Iran, sovrapposto al trasferimento dei dazi sui beni di prima necessità.

L'FMI prevede che entrambi gli effetti si attenuino e che l'inflazione di base torni verso l'obiettivo del 2% durante la prima metà del 2027. Nel  frattempo, il rapporto sull'occupazione di luglio ha mostrato una vera e propria perdita di posti di lavoro. Un'economia che perde lavoratori mentre la banca centrale rimane neutrale non è la situazione ideale per un ciclo di inasprimento forzato, e la FED non prenderà una decisione di politica monetaria a lungo termine basata su fattori temporanei.

C'è un'ironia più profonda che sfugge anche al The Economist: livelli di debito molto elevati sono disinflazionistici nel tempo, non inflazionistici.

L'eccesso di debito ha un effetto moltiplicatore da zero a negativo, come dimostrato dagli economisti Jones e De Rugy in uno studio del Mercatus Center della George Mason University.

Il moltiplicatore misura il rendimento della produzione economica quando il governo spende un dollaro. Se il moltiplicatore è superiore a uno, significa che la spesa pubblica attrae il settore privato e genera maggiori consumi privati, investimenti privati ed esportazioni verso l'estero (inflazionismo). Se il moltiplicatore è inferiore a uno, la spesa pubblica spiazza il settore privato, riducendolo complessivamente (deflazionismo).

Le evidenze suggeriscono che gli acquisti pubblici riducono le dimensioni del settore privato, mentre fanno aumentare quelle del governo centrale. Nel complesso, i redditi crescono, ma i redditi prodotti dal settore privato diminuiscono.

In altre parole, ogni dollaro preso in prestito per ripagare il vecchio debito è un dollaro che non finanzia la nuova produzione. Questo fa scendere il tasso di interesse naturale, non salire. L'onere del debito stesso è una delle forze che tengono a freno i tassi in rapida crescita necessari per lo scenario catastrofico della “trappola del debito statunitense”. Ho spiegato perché i rendimenti seguono la crescita nominale piuttosto che l'entità del debito in un recente articolo sulla narrativa dei tassi.


Costi degli interessi: elevati, ma non inediti

Ora passiamo alla cifra più spaventosa di tutto il genere: l'affermazione che i costi degli interessi si stiano dirigendo verso “territori inesplorati”. L'affermazione che sento ripetere più spesso è che “gli interessi hanno appena superato i mille miliardi di dollari e ora superano il bilancio della difesa”. Questa è un'affermazione vera, e se si considera l'entità del bilancio della difesa, sembra certamente una cifra spaventosa. Nel 2025, i pagamenti netti di interessi federali si sono attestati intorno ai $970 miliardi e supereranno i mille miliardi di dollari quest'anno.

Il grafico sopra è il pezzo forte dei catastrofisti, e la linea è reale. Tuttavia, guardare quel numero isolatamente è alquanto insignificante a meno che non lo si rapporta all'economia, che è l'unico modo corretto di interpretarlo. In quest'ottica, i costi degli interessi erano pari al 3,15% del PIL nel 2025. Inoltre, si noti dove si colloca questo valore nel grafico qui sotto, proprio intorno al picco precedente raggiunto nel 1991, quando la repubblica americana, di fatto, non è andata in default.

In percentuale sulle entrate federali, gli interessi si attestano intorno al 18,5%. Anche in questo caso, il valore è vicino al picco dei primi anni '90, ma non “fuori scala”. La cifra del 4,6% che viene spesso citata come la realtà odierna è una proiezione del Congressional Budget Office per il 2036. Si tratta di un orizzonte temporale di ben dieci anni, che presuppone che la legislazione vigente non cambi mai, mantenendo i tassi elevati per tutto il periodo. Tale proiezione non è presente nei dati attuali.


Dove The Economist ha ragione

Sarebbe ingiusto affermare che l'intero saggio sia errato. Alcune parti sono certamente corrette e meritano rispetto, non un rifiuto automatico.

Innanzitutto, i deficit sono strutturalmente preoccupanti. Il deficit federale si è attestato al 5,9% del PIL nell'anno fiscale 2025, in calo rispetto al 6,3%. Secondo la più ampia misura dell'FMI relativa alle amministrazioni pubbliche, si colloca tra il 7% e il 7,5%. Inoltre, il debito è destinato a superare il 140% del PIL entro il 2031. Questa traiettoria non è sostenibile a lungo termine e fingere il contrario è di per sé una forma di negazione.

In secondo luogo, la propensione del Dipartimento del Tesoro americano verso i titoli a breve termine è una critica legittima. Finanziare un volume crescente di titoli a breve termine mantiene bassi i costi degli interessi attuali. Inoltre, aumenta il rischio di rinnovo. L'FMI ha esplicitamente segnalato la crescente quota di debito a breve termine come un “rischio di coda crescente”.

Tuttavia, da una prospettiva di gestione del portafoglio, è logico che il governo americano emetta oggi principalmente titoli a breve termine. Se il Dipartimento del Tesoro americano prevede un calo dei tassi in futuro, passerà a obbligazioni a più lunga scadenza.

Tuttavia, nulla di tutto ciò rende lo stock di debito in sé il fattore scatenante della “trappola del debito statunitense”.

In terzo luogo, il punto relativo al meccanismo di base è pertinente. Gli hedge fund che gestiscono le operazioni di basis sui titoli del Dipartimento del Tesoro americano con una leva finanziaria elevata hanno amplificato la disfunzione del marzo 2020, e sia l'FMI che la Banca dei Regolamenti Internazionali hanno avvertito che la struttura potrebbe bloccarsi nuovamente in caso di forte stress. Si tratta di una reale preoccupazione per la stabilità finanziaria, ed è la parte del saggio che vorrei sottolineare piuttosto che ignorare.

Tuttavia, è qui che The Economist ed io divergiamo: tutti e tre i punti elencati rappresentano rischi da gestire nei portafogli, non la prova di un'imminente esplosione.

Inoltre, vi sono prove che il genere catastrofista tende sempre a tergiversare. L'intera paura del rapporto debito/PIL si basa su una premessa implicita: che, al di sopra di una certa cifra tonda, una crisi diventi automatica. Se ciò fosse vero, il Giappone sarebbe collassato una generazione fa. Tokyo ha un debito pubblico lordo superiore al 230% del PIL, quasi il doppio del 120% circa degli Stati Uniti. Da decenni sopporta il peso del debito più gravoso del mondo sviluppato. Seguendo la logica del saggio citato, il Giappone dovrebbe essere un cratere fumante. Invece esso rimane economicamente funzionante, le sue obbligazioni sono ancora negoziate e non sono andate in default, e il suo governo continua a pagare tutte le cedole.

La domanda, quindi, è perché il Giappone sia sfuggito al giudizio e cosa questo possa significare per gli Stati Uniti.

• Innanzitutto, i meccanismi contano molto più del rapporto principale. Oltre il 90% dei titoli di Stato giapponesi è detenuto in patria, la Banca del Giappone da sola ne possiede circa la metà, e ogni yen di tale debito è denominato in una valuta che il Giappone stesso stampa.

• In secondo luogo, il Paese registra un surplus delle partite correnti ed è il maggiore creditore netto al mondo. Finanzia il proprio governo con i propri risparmi, non con la generosità di stranieri.

• E infine, ecco la parte che dovrebbe mettere a tacere i pessimisti. Il Giappone fa tutto questo SENZA possedere la valuta di riserva mondiale.

Per i catastrofisti della “trappola del debito statunitense”, quella singola frase ha un significato che va ben oltre ogni altra cosa. Lo status di valuta di riserva rappresenta un'offerta strutturale permanente per i titoli del Tesoro e il dollaro, che Tokyo può solo invidiare. Sull'unica variabile che il saggio citato considera decisiva, gli Stati Uniti dispongono di un cuscinetto più consistente, non di uno più superficiale.

Ora, con la stessa prospettiva, osserviamo gli Stati Uniti stessi, dove ogni fattore di assorbimento su cui si appoggia il Giappone esiste in una forma più profonda. L'America si indebita in una valuta che stampa e gestisce il mercato dei titoli di Stato più profondo e liquido al mondo. Inoltre, gli Stati Uniti detengono il dollaro come riserva monetaria mondiale, sostenuto da un solido sistema di fondi pensione, banche e fondi monetari che già depositano migliaia di miliardi di dollari in titoli del Tesoro americani.

Pensiamoci in questo modo: se il Giappone può sopportare il doppio del peso per tre decenni su un terreno più debole, il Paese con basi più solide può rimandare il suo “momento della resa dei conti” molto più a lungo di quanto i catastrofisti osino ammettere, e comunque senza una data precisa.

Niente di tutto ciò significa che il debito sia gratuito, e non fingerò che lo sia. Il Giappone è una dimostrazione concreta di come si presenta il vero conto, e non ha nulla a che vedere con un'esplosione improvvisa. Mentre la Banca del Giappone esce finalmente da decenni di politica monetaria espansiva, i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi (JGB) sono saliti a livelli mai visti dagli anni '90. Lo yen si è indebolito fino a 160 per dollaro, e rifinanziare quel debito sta diventando lentamente più costoso.

L'FMI ha cortesemente invitato Tokyo a elaborare un piano di consolidamento credibile finché è ancora in tempo. Questa è la vera natura di un problema del debito sovrano. È una morsa che si stringe negli anni attraverso la valuta e il pagamento degli interessi, non una botola che si spalanca nel prossimo trimestre. Persino il governo più indebitato al mondo dimostra che la crisi arriva con sufficiente lentezza da poterla prevedere. Eppure, non arriva mai con una data precisa.


Cosa significa tutto questo per gli investitori

Quindi, cosa si fa concretamente con tutte queste informazioni? La risposta è piuttosto semplice: non molto. Tuttavia, è proprio questo il punto di tutta questa analisi.

• Oggi, i fondi del mercato monetario custodiscono una cifra record di $7.900 miliardi, la più grande riserva di liquidità della storia. Questo è l'opposto di un sistema a corto di liquidità.

• Il rendimento dei titoli del Tesoro americani a 10 anni si aggira intorno al 4,70%, vicino al massimo pluriennale ma ancora al di sotto del 5% circa toccato alla fine del 2023, e la curva dei rendimenti si è raddrizzata, con il rendimento dei titoli a 2 anni sceso al 4,22%.

Niente di tutto ciò fa pensare a un mercato in preda a una crisi di fiducia o al concretizzarsi di una “trappola del debito statunitense”.

L'atteggiamento onesto è quello di rispettare i calcoli a lungo termine senza speculare su una catastrofe senza una data precisa.

Il consenso sul fatto che “questa volta” il debito ci travolgerà definitivamente si è mantenuto per quasi quindici anni. Immaginate l'eterno pessimismo fiscale come un rilevatore di fumo programmato per suonare ogni volta che qualcuno prepara un toast. L'allarme è reale, il circuito funziona, eppure la casa non è ancora andata a fuoco. Prima o poi, un incendio potrebbe scoppiare, ma nel frattempo non si può certo gestire il proprio portafoglio dalla cucina con le mani sulle orecchie.

Gli Stati Uniti hanno effettivamente un problema di debito. È reale, strutturale e costringerà a scelte politiche difficili entro la fine di questo decennio. Ma si tratta di un problema che possiamo prevedere con dieci anni di anticipo, un problema per cui si può pianificare, non una mina antiuomo pronta a esplodere domani. La trappola descritta in questo saggio richiede un ciclo di inflazione forzata che i dati non supportano, almeno non finché l'inflazione sarà trainata dal settore energetico e il mercato del lavoro si sta raffreddando.

Quando finalmente qualcuno fisserà una data per la fine della crisi e sarà disposto a giustificarla, presterò molta attenzione. Fino ad allora, continuerò a gestire il rischio sul mercato che ho di fronte, non su quello di cui si parla nei titoli dei giornali.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 25 settembre 2026

Indipendenza americana 2.0: globalisti, Iran, Bitcoin, yen e bond

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/indipendenza-americana-20-globalisti)

Non tutte le battaglie possono essere vinte in una guerra. Soprattutto quella attuale nel mondo finanziario. A volte è necessario dare corda all'avversario.... con cui impiccarsi. Fargli credere che ha margine di vittoria, concedere una porzione di terreno, inferiore a quella conquistata, e successivamente attaccare sulla scia della sua euforia. Il recente rialzo da parte della FED, per quanto sia un errore a livello di linea di politica, ha la sua motivazione se ragioniamo in base al “dispositivo” metodologico che ho sempre descritto su queste pagine: avanzare una ipotesi, testarla e arrivare a  una tesi (dato che non disponiamo di tutti i tasselli del mosaico). La FED, con un abbassamento dei tassi, avrebbe causato un effetto domino sui mercati europei e in base alla feroce propaganda a cui abbiamo assistito quest'estate, qualsiasi evento critico sarebbe stato affibbiato agli USA causando in questo modo un contagio finanziario. È stato lo stesso Bessent a parlare di “non voler una crisi mondiale” proprio di recente, una indicazione che gli USA sono disposti a trattare per mettere fine alle ostilità... ma non alle condizioni degli europei che vorrebbero la resa degli americani nonostante siano essi palesemente in svantaggio.

Non scordiamoci nemmeno che il CLARITY Act continua a essere tenuto in ostaggio da un Congresso infiltrato, così come il SAVE Act. Ciononostante avremo avuto un quadro della situazione più chiaro solo col meeting della BOJ piuttosto che con quello della FED: infatti il vero meeting da tenere d'occhio non era tanto quello della FED, bensì quello della BOJ. Se avesse tenuto i tassi fermi, allora gli USA stavano offrendo una tregua agli europei; invece li ha rialzati e quindi niente è cambiato rispetto prima. La tregua offerta agli europei arriva a condizioni più dure.

In tutto ciò, il sistema americano ha ottenuto una sua personale vittoria: un passo in avanti per la transizione da una società in cui la banca centrale è “indipendente”, a una in cui viene messa sotto scrutinio pubblico. Tale progressione nella riforma della FED è cruciale per ottenere in futuro una decentralizzazione dei suoi poteri e compiti, soprattutto in un contesto sociale in cui la FED agiva in passato senza che l'americano medio sapesse addirittura cosa fosse realmente.

Non fraintendetemi, nessun governo o stato esiste per fare il bene della popolazione. Ci sono stati che allentano la presa su di essa, come gli Stati Uniti, e altri che la stringono di più, come l'UE. Entrambi usano la gente comune come garanzia collaterale ultima per far arrivare le proprie linee di politica all'avversario. Ad esempio, per quanto la pressione dettata dai costi della benzina sui portafogli della classe media americana non è indifferente, è inferiore a quella percepita dagli europei; ciononostante entrambi contribuenti vengono usati come strumento in questa guerra. La differenza è che gli americani lo sanno e si stanno rimboccando le maniche, e di conseguenza accetteranno anche il rialzo della FED, mentre invece gli europei vengono trattati come dei cretini tramite la retorica melensa e buonista della Von der Leyen. Un “esercito” è consapevole della guerra e dei suoi rischi, l'altro invece è totalmente impreparato e subirà le perdite maggiori, soprattutto perché sono i suoi “generali” che li mandano al macello esattamente per fregare i loro risparmi.

Infatti gli USA combattono questa guerra per sé stessi e costruire qualcosa; gli europei combattono questa guerra per distruggere e basta. Chi ha più da perdere qui sono gli americani, di conseguenza è scontato che Trump & Co. siano disposti a trattare se vedono uno spiraglio. Una debolezza che viene sfruttata non poco dagli europei/cricca di Davos, spingendo sulla propaganda che l'attuale amministrazione non “ha mantenuto le promesse” e facendo quindi leva sulla demoralizzazione della sua base elettorale. Sicuramente è questo che hanno provato coloro che hanno assistito al recente rialzo dei tassi da parte di Warsh. “Tutto ciò che vi ha offerto Trump è dolore economico, votate l'altro... assecondateci sul rendere il Canada un membro onorario dell'UE”... mentre invece sulla Groenlandia c'è stata una levata di scudi senza uguali sulla stampa. Questo è il divario contro cui sta lottando l'amministrazione Trump e per quanto l'Iran sia stato un rischio, era necessario prenderlo ora. L'apparato di propaganda e di finanziamento della cricca di Davos/City di Londra non può essere smantellato senza rischio: il nodo iraniano era un raccordo ombra per tutto quel denaro che poi sarebbe fuoriuscito da qualche parte in una banca regolamentata e pagare terroristi, agitatori, manifestanti o roba del genere.

È così che Bessent ha iniziato a mappare l'intera rete ombra di finanziamenti che hanno spremuto gli USA tramite l'eurodollaro. Ancora una volta: per il bene dell'americano medio? Indirettamente... principalmente per permettere agli interessi dei NY Boys di preservare e conservare la ricchezza creata sul territorio, senza che qualcuno di esterno potesse appropriarsene indebitamente com'è accaduto fino al SOFR. Il coro di protesta da parte di chi traeva indebito profitto da un tal processo è talmente chiassoso da mostrare gli Stati Uniti come l'unico posto in cui le criticità economiche sono così vaste da ottenere esclusiva attenzione. Potete notarlo su Twitter, o sulla carta stampata: il mercato obbligazionario statunitense è l'unico che ottiene le sole attenzioni della critica... ciononostante nessuna banca americana ha avuto bisogno di un salvataggio, mentre invece quelle tedesche sì. Infatti il mercato europeo e inglese sono quelli messi peggio.

Anzi, la situazione europea non è soltanto peggiore: è disastrosa. Il PIL dell'area Euro è cresciuto dello 0,4% nel secondo trimestre, ma tale dato è stato gonfiato dall'aumento trimestrale del 3,9% fatto registrare dall'Irlanda. Escludendo quest'ultima, la crescita è stata appena dello 0,3%. Utilizzando la domanda interna irlandese – l'indicatore che la stessa BCE ritiene più rappresentativo dell'attività economica reale – la crescita dell'area Euro si attesta appena allo 0,1% nel secondo trimestre, con stime dello 0,1% per il terzo e dello 0,2% per il quarto, secondo le proiezioni dell'Eurosistema a giugno. Germania, Francia e Italia hanno fatto registrare ciascuna una crescita dello 0,2%, dopo che nel primo trimestre l'UE aveva subito una contrazione dello 0,2%. L'Eurosistema prevede un deludente 0,8% per il 2026, mentre la Commissione Europea stima lo 0,9%, dato rivisto al ribasso. Secondo Eurostat, il tasso di disoccupazione si attesta al 6,3%, con 11,1 milioni di persone senza lavoro. A luglio l'inflazione nell'area Euro è stata del 2,9%, ma l'analisi delle componenti è rivelatrice: +10,0% per l'energia; +2,2% per l'indice al netto dell'energia; +1,2% per alimentari, alcolici e tabacchi; e appena +0,9% per i beni industriali non energetici (dati Eurostat). La BCE mantiene operativo il TPI per intervenire sui mercati dei titoli di stato e la liquidità in eccesso nell'Eurosistema ammonta ancora a €2.100 miliardi.

Il recente rialzo dei tassi della BCE non produrrà i miglioramenti sul fronte dell'inflazione. Nessun governo taglia la spesa pubblica perché i tassi salgono. Un maggior costo del servizio del debito non garantisce il controllo dei conti pubblici, ma comporta soltanto un aumento della pressione fiscale sul settore privato. Di conseguenza la BCE finirà per infliggere una doppia penalizzazione: credito più costoso o inaccessibile e una tassazione ancora più pesante, il tutto senza alcun effetto sui prezzi dell'energia.

Se la BCE volesse davvero tenere sotto controllo l'inflazione, dovrebbe smettere di sovvenzionare l'indebitamento pubblico, ridurre più rapidamente il proprio bilancio, drenare le riserve e la liquidità in eccesso ed eliminare le garanzie statali, anziché scaricare l'onere dell'aggiustamento su chi crea posti di lavoro e ricchezza reale. Invece il suo unico obiettivo era quello di proteggere il carry trade tra i rendimenti giapponesi e quelli europei, dato che un rialzo simile oltre a non servire a niente durante uno shock dell'offerta (non si possono “stampare” benzina o raffinerie) ricade sulle spalle dei contribuenti, non è nemmeno sufficiente a far credere ai mercati dei capitali che l'Europa ha trovato la sua strada verso la fine della stagnazione economica. Essi si aspettano una remunerazione molto più alta per crederci.

Per sopravvivere, quindi, la cosa che rimane all'UE e alla cricca di Davos è un differenziale di rendimento positivo rispetto alla controparte giapponese e la propaganda sui media di ogni genere che tutte le “disgrazie” finora avvenute sono da affibbiare a Trump... nonostante gli USA abbiano visto un'asta eccezionale nello spazio del decennale e del trentennale.

Questo singolo grafico è il motivo di tutto il “dannarsi l'anima” da parte degli eurocrati per quanto riguarda i temi economici e geopolitici. Non possono scappare dalla tenaglia: la BOJ che rialza i tassi in basso e la FED che li abbassa o li tiene fermi. Nel mezzo la BCE che cerca di mantenere un differenziale positivo, man mano che il mercato obbligazionario europeo si degrada e altri eventi intensificano la pressione (es. gli USA che stringono un accordo col Niger sull'uranio buttando fuori i francesi, o i sauditi che chiudono i rubinetti del petrolio nei confronti dell'UE, o gli stessi americano che vogliono stringere un accordo con la Bielorussia). Possiamo racchiudere la lettura di tutti gli eventi geopolitici, nonché il fato dell'Unione europea, in questo fazzoletto di 300 punti base e il Giappone è la chiave.

Guardiamo alla progressione degli eventi in questo 2026: 2 gennaio, gli Stati Uniti prendono Maduro; 8 febbraio, la Takaichi diventa (a tutti gli effetti) Primo ministro in Giappone; 28 febbraio, Trump inizia a bombardare l'Iran; la BOJ rialza i tassi il giorno successivo alla firma del Memorandum d'intesa di Islamabad. Queste sono tutte correlazioni importati, perché il carry trade sullo yen è sempre stato l'obiettivo sin dall'operazione americana in Venezuela. È semplice: se si voleva smantellare il controllo esterno della curva dei rendimenti americana, bisognava scardinare l'uso del Giappone da parte della cricca di Davos/City di Londra come salvadanaio infinito per loro operazioni finanziarie nel sistema bancario ombra. E questo processo richiedeva altresì liberarsi del flusso di petrolio come garanzia collaterale alla sua base... traffico che a sua volta alimentava tutta un'altra serie di illeciti come il riciclaggio di denaro sporco, il traffico di droga, la piaga del fentanyl, ecc.

Occuparsene uno a uno di tutte queste piaghe sarebbe stato improduttivo e sciocco: un modo di perdere tempo e farlo guadagnare invece alla cricca di Davos/City di Londra. Ovviamente bisognava colpire il cuore pulsante di questa rete di illeciti. Come? Bombardando l'Iran. Questa singola azione non ha fatto altro che accendere la miccia per demolire l'attuale edificio del sistema economico mondiale, costruito sul vecchio flusso di petrolio e sui flussi di cassa cresciuti al di sopra di essi. E questo a sua volta conferisce nelle mani degli Stati Uniti la possibilità di usare il mercato obbligazionario mondiale come arma: accendere/spegnere la volatilità a proprio vantaggio. Avete notato come il 27 luglio scorso, o lo scorso 16 settembre, tutti fossero preoccupati che Warsh non rialzasse i tassi perché sapevano che Ueda l'avrebbe fatto? Se Warsh non avesse rialzato i tassi di riferimento all'ultimo meeting dell'FOMC, o li avesse lasciati inalterati, mentre Ueda avrebbe seguito il percorso che ha seguito finora, il differenziale tra il decennale tedesco e quello giapponese sarebbe diventato negativo.

Differenziale di rendimento tra il decennale tedesco e quello giapponese

In parole semplici, ciò che è rimasto del carry trade sullo yen sarebbe andato in frantumi e con esso l'Unione Europea. Sin dal 2022 la strategia è stata, sostanzialmente, quella di prosciugare il mercato dell'eurodollaro e vedere chi avrebbe meglio resistito a un ambiente finanziario con costi del capitale più alti. Gli “esperimenti” del quantitative easing e della Coordinated central banks policy erano strumenti per annacquare definitivamente i segnali di mercato, forzare i contribuenti americani a sovvenzionare artificialmente gli eccessi oltreoceano e lasciare un cumulo di macerie. In sintesi, la cosiddetta catena finanziaria della morte aveva quasi fatto il suo corso e il credo keynesiano/monetarista ha sempre rappresentato la giustificazione accademica e popolare alla sua permanenza. Gli Stati Uniti si stanno semplicemente comportando come Bisanzio si comportò quando crollò l'Impero romano. Questa importante determinazione è riflessa dal cambio tra price maker e price taker nel mercato dell'eurodollaro: non più la City di Londra con il LIBOR, bensì Washington con il SOFR.

Il passo successivo è quello di abbassare il costo del capitale per sé stessi, adesso, e questo sta venendo portato avanti creando finestre di opportunità in America latina. Ma una tale linea di politica avrà effetti devastanti per qualcun altro... come stiamo vedendo adesso riguardo i mercati obbligazionari. E in questo aspetto gli USA sono stati molto “educati” nel non far scattare un panico generale a livello internazionale, graziando più volte l'UE nonostante tutte le sue scorribande. L'ultimo rialzo dei tassi da parte di Warsh va esattamente in questa direzione: “Avete ancora tempo per lasciarci in pace”. Un avvertimento conciliante a Carney, alla Von der Leyen e a tutto quello stuolo di sicofanti che sono gli addetti alle pubbliche relazioni della cricca di Davos. Il motto “America First” non è stato altro che un modo “educato” di dichiarare indipendenza dalle pastoie estere che hanno schiavizzato il contribuente americano negli ultimi 80 anni, sin da quando Churchill ha partorito quell'obbrobrio di Bretton Woods riciclando il trucchetto del post-Prima guerra mondiale: sgonfiare i propri debiti facendo pagare il prezzo agli altri tramite il mispricing dell'oro in relazione all'offerta di denaro esistente. Il ciclo di inflazione successivo sarebbe stato introdotto attraverso il sistema eurodollaro.

E adesso sono le stablecoin a essere usate per smantellare questo sistema di estrazione, con Bitcoin come collaterale (es. non è un caso che Tether si stato bandito dall'UE). Gli USA stanno transitando verso un sistema di stablecoin coperto dagli attivi del Dipartimento del Tesoro americano, dove ci sarà un dollaro a circolazione interna e uno a circolazione esterna. In questo contesto la Federal Reserve sarà relegata a una sorta di Ex-Im Bank per l'eurodollaro, privata di tutti quei poteri che sono arrivati dopo il 1935. Ogni volta che Bessent scoperchia una vaso di vermi a livello di manipolazioni dei mercati delle valute, posizioni short sui titoli di Stato americani, o posizioni a leva alla cui base c'è lo yen, schiamazzi e strepitii sono all'ordine del giorno perché la cricca di Davos è costretta a fare i conti con un paniere di privilegi in contrazione. Soprattutto perché suddetto paniere è stato riempito a discapito degli americani, come spiegato sopra.

Le stablecoin che hanno in bilancio Bitcoin, oltre a creare un ambiente di mercato più competitivo e reale per i titoli di Stato americani, fanno risparmiare importanti punti base in costi operativi agli utenti. In sintesi, tutto ciò che veniva rubato da agenti ostili esteri, viene lasciato nelle tasche degli americani. E questo a sua volta significa che rimangono a disposizione della nazione anche tutte quelle commodity che possono fungere non solo da collaterale per il dollaro, ma anche da sottostante per ridurre in valore reale il rapporto debito/PIL. Quello che dimenticano molti critici a tal proposito è che un bilancio non è fatto solo da passivi, ma anche da attivi. Il debito può essere collateralizzato, può essere compensato dagli attivi... la variabile è “a che prezzo”. Uno può essere sottoposto a leva fino alle orbite oculari, ma se il flusso di cassa che sorregge questa impalcatura è cinque volte superiore... va tutto bene. Addirittura se si mette una porzione di flusso di cassa da parte, l'interesse su tale porzione può ripagare l'esposizione alla leva.

Quello a cui stiamo assistendo adesso è il tentativo definitivo dei globalisti di impedire agli Stati Uniti, l'economia più efficiente al mondo a livello di capacità produttiva (migliore di quella cinese), di ottenere il costo del capitale che meritano. Hanno speso tutto il loro tempo sin dal 2022 a rallentarli e intralciarli. Se la strategia “higher for longer” di Powell era quello che necessitava la nazione allora, adesso i globalisti stanno facendo di tutto per sponsorizzare questa linea di politica quando invece è ora di cambiare passo. In parole povere, si tratta di un tentativo di sabotaggio, perché non esiste al mondo che i Paesi europei riescano a finanziarsi a tassi che sono la metà di quelli americani. Senza dimenticare, cari lettori, che dei famigerati $40.000 miliardi in debito pubblico americano, più di un quarto sono stati generati da agenti ostili per alimentare terrorismo internazionale, ONG canaglia, frodi assistenziali e disordini sociali interni.

Tagliare il cordone ombelicale a tali “incanalamenti” di denaro è un modo per andare in default per quei debiti accumulati e anche se dovessero essere dichiarati insoluti non sarebbe affatto un danno d'immagine per gli USA. Soprattutto quando si pensa che la cricca di Davos ha ordito un pesante haircut per risolvere la crisi del debito europea, seguito poi dall'emissione di perpetual bond. Ma se gli Stati Uniti restano ancora una meta appetibile per i mercati di capitali, come abbiamo visto la settimana scorsa, questo piano sarà un fallimento per i globalisti: l'UE non è credibile dal punto di vista finanziario, commerciale, economico e sociale come destinazione ultima per far fruttare gli investimenti. Da qui si capisce, quindi, la feroce campagna denigratoria europea e di preclusione pubblica nei confronti di Tether, Bitcoin e tutti quei mezzi che riescano a far uscire facilmente capitali dall'Eurozona.

Esistono quattro grandi zone economiche nel mondo: Stati Uniti, Russia, Cina ed Europa. Le prime tre odiano la quarta. C'è molto lavoro ancora da fare, a livello intellettuale, fisico ed economico, ma è necessario aggiustare solo il 5% di tutti i grattacapi in queste categorie per attirare la fiducia degli investitori e degli scettici.

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venerdì 18 settembre 2026

L'assedio di Bessent & Warsh a Londra e Bruxelles



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lassedio-di-bessent-and-warsh-a-londra)

Dapprima l'Argentina con le Falkland, adesso Israele che viene sanzionata da Londra: il mondo si sta rimodellando a immagine di Washington. O per meglio dire, il mondo, sia a livello finanziario che geopolitico, si sta rimodellando lontano dalla morsa colonizzatrice/estorsiva inglese/europea. Il recente accordo tra Venezuela e Stati Uniti rappresenta il manifesto della rottura col passato: accordi vicendevolmente vantaggiosi piuttosto che a somma zero. C'è un “nuovo sceriffo in città” e la City di Londra vede ridimensionata la sua preponderanza internazionale, soprattutto perché a un certo punto ha iniziato ad esistere solo a scapito di Washington. E qui mi tocca ricordarlo ancora una volta, visto che i canali di informazione generalisti e quelli alternativi dimostrano di (voler) brancolare nel buio: la collateralizzazione del flusso commerciale del petrolio tramite canali ombra, sia dal Venezuela che dall'Iran, ha creato quella volatilità necessaria alla City di Londra e ai club P&I londinesi per guadagnare sui premi delle assicurazioni e al contempo aprire posizioni a leva sui mercati monetari/obbligazionari (es. carry trade sullo yen).

Un gigantesco credito gonfiato dalla leva finanziaria nel mercato dell'eurodollaro progettato per destabilizzare gli Stati Uniti e venire pagato dai contribuenti americani. Tutto il caos fomentato dall'Europa e dal Canada ha avuto origine dallo smantellamento americano di tutti quei nodi ombra che usavano il flusso di petrolio come collaterale, o base se volete, per finanziare un gioco a leva e alimentare operazioni illecite a livello finanziario e geopolitico. Il terrorismo era una di queste attività, insieme a molte altre: cartelli della droga, traffico di esseri umani, riciclaggio di denaro tramite i Paesi caraibici. Solo adesso stiamo vedendo Bessent iniziare a parlare apertamente di queste cose di cui voi, cari lettori, avete sentito parlare in abbondanza sul mio blog. Una guerra civile contro l'Inghilterra. Il petrolio può essere usato come garanzia collaterale per accendere prestiti e avere la credibilità di ripagarli in futuro (es. andare short sullo yen e long sui bund tedeschi). La finestra di opportunità magistralmente sfruttata da Trump è stata quella di attaccare prima che il ricatto nucleare potesse chiudere qualsiasi iniziativa in tal senso in futuro; il riorientamento dei flussi petroliferi, la produzione al margine di una barile di petrolio, è stata sottratta dalle grinfie delle assicurazioni della City di Londra e delle vecchie compagnie di spedizione europee. La minaccia dell'Iran è sempre stata quella di farsi passare come l'unico esportatore di petrolio in Medio Oriente, favoletta che ha alimentato per un po' i timori di un prezzo a $200 al barile. La rottura dell'OPEC ha distrutto definitivamente questa fantasia e tra un anno, massimo due, Hormuz sarà un ricordo lontano.

Infatti dopo i magheggi di Kpler, ecco un altro indizio che punta verso una verità che era palese sin dall'inizio del confronto in Iran: gli USA avevano chiuso la partita sin da subito. Invece i canali d'informazione generalisti e alternativi hanno fatto da grancassa alle fandonie uscite dall'Iran, come se quello che dicesse l'IRGC fosse pura verità mentre ciò che affermavano gli americani fosse solo menzogna. Sì, detta in parole povere quelli che si sono sbracciati per sostenere il controllo di Hormuz per mano dell'IRGC sono stati abbindolati... e adesso si guardano bene dal tirare fuori di nuovo l'argomento. Il punto cruciale è che sin da allora c'è QUALCUNO che vuole un prezzo del petrolio ingiustificatamente alto, come si può notare dalle manipolazioni a cavallo tra la chiusura del venerdì e l'apertura della domenica, dato che il grafico tende NATURALMENTE verso una fascia compresa tra i $75-80.

È chiaro ormai come si stesse usando la manipolazione del cross EUR/YEN, EUR/GBP e i differenziali di rendimento tra i titoli obbligazionari europei e quelli giapponesi per alimentare posizioni short sia sullo yen che sui bond americani. Carry trade, tutti questi, alimentati dal sottostante petrolio. Per tre anni lo yen è sceso nei confronti dell'euro... poi da marzo di quest'anno ha lateralizzato. Qualcuno era “naked short” in questo trade. Quando la BOJ ha rialzato i tassi fino all'1%, il differenziale di rendimento tra il decennale giapponese e tedesco è sceso sotto i 30 punti (i rendimenti dei Bund erano superiori a quelli dei JGB). Quel carry trade ha iniziato a invertirsi e chi lo sfruttava era spaventato a morte che Ueda rialzasse ancora i tassi, facendo circolare nello spazio informativo finanziario l'idea che Warsh debba rialzare i tassi. Se invece Warsh taglia, e Ueda rialza, la crisi se la beccano in faccia gli europei. Il sequestro delle petroliere iraniane è un messaggio indiretto degli USA a chi stava usando quel collaterale per alimentare le sopraccitate manipolazioni a loro discapito, così come il controllo sulla consegna al margine dei barili di petrolio. Insensate, poi, le polemiche sulla pesantezza della materia prima venezuelana, dati i siti di estrazione di Lake Maracaibo.

Ma quanto descritto finora è solo una cosa: effetti. Conseguenze di due giganteschi eventi causali che hanno portato all'escalation della guerra finanziaria tuttora in atto. Sto parlando del prosciugamento del mercato dell'eurodollaro da parte della FED e la liberazione del Giappone. Quest'ultimo punto è quello poco discusso, ma che invece troverete ben argomentato su queste pagine. Infatti l'amplificazione della leva finanziaria nell'eurodollaro è avvenuta grazie alla NIRP della BOJ e la conquista del Paese nipponico da parte della City di Londra. Era fondamentale che l'amministrazione Trump si adoperasse per raggiungere questo obiettivo e, per lo stupore di molti, l'Iran è solo un punto intermedio. Quando la Takaichi è riuscita ad avere un numero sufficiente di seggi tale da permetterle di accordarsi con diversi partiti nazionalisti minori, e così facendo avere una maggioranza solida, il Giappone si è ritrovato con un governo nazionalista per la prima volta sin dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il problema di leadership che il PLD ha avuto negli ultimi 3 anni era una conseguenza di quella lotta imbastita per portare fuori il Paese dalla sfera inglese: non più una colonia della City di Londra. Il boom industriale del Giappone era funzionale alla costruzione di una capacità tale da sorreggere qualcosa come il carry trade sullo yen; non si può fare la stessa cosa in Svizzera, ad esempio. Perché? Perché i prestiti non vengono accessi in base ai tassi d'interessi (realmente), bensì in base alla capacità produttiva del Paese. Un po' quello che viene delineato nel libro, Princes of the Yen, solo che bisogna togliere la retorica anti-americana e sostituirla con Churchill e gli inglesi.

A febbraio la cricca di Davos/City di Londra sperava che Komeito, un partito minore con forti legami col Partito comunista cinese e facente riferimento alla fazione di Hu Jintao, riuscisse a ricattare il primo ministro... la tipica situazione di quando un partito minore riesce a gestire un'intera coalizione di governo e tiene per gli “zebedei” il partito di maggioranza. Niente più, niente meno che il classico divide et impera. Viene allestito il palcoscenico con l'operazione Maduro, gli attori vanno in scena sulla scia delle elezioni giapponesi e il dramma si consuma con l'Iran che mette in evidenza tutte quelle operazioni che scorrevano nelle trame ombra del sistema finanziario. Al che possiamo chiederci: “Perché Trump ha rischiato così tanto in Iran a ridosso delle elezioni di medio termine?” Perché queste cose sono così dannatamente giganti e consequenziali che non si tratta del ciclo elettorale attuale, bensì di una trasformazione generazionale nella linea di politica estera ed economica americane. Quindi non c'è indipendenza americana senza indipendenza del Giappone.

Gli Stati Uniti sanno benissimo qual è il gioco della cricca di Davos/City di Londra: uno attendista, in cui vengono aperti diversi fronti di guerra per impedire che si riesca a sbrogliare una matassa che viene complicata sempre di più. Vi basti pensare quanto è stato difficile occuparsi del Giappone tramite l'Iran, o ad esempio di tutti quei programmi federali che inviano dollari all'estero tramite le ONG e altri programmi sociali truffaldini. L'amministrazione Trump non può far altro che spostare quanto più possibile in avanti il baricentro della propria “squadra” e mettere pressione su quei punti più delicati per l'UE: come ad esempio il mercato obbligazionario. Anche qui si ripropone la solita riflessione: chi è in grado di resistere più a lungo ad un rialzo dei tassi dei titoli di stato? Gli USA si dimostrano ancora la meta preferita per i capitali.

Ma non solo quello, ci sono anche altri eventi che puntano tutti in un'unica direzione: la stretta sull'UE. Infatti possiamo annoverare tra di essi il volo di Ratcliffe a Mosca, dato che missioni del genere vengono effettuate in segretezza mentre invece stavolta si voleva che si sapesse (probabilmente per avvertire Putin di un attacco false flag di matrice inglese); la presenza di Siluanov al G20 e l'incontro con Bessent; la divulgazione della presenza di un sottomarino russo di stanza presso le coste americane; ancora Bessent che avverte le Isole Vergini Britanniche dato il loro ruolo, tra gli altri, di riciclaggio di denaro per conto della City di Londra tramite i titoli di stato americani; infine lo stesso Bessent che raddoppia lo posta in gioco sui mercati finanziari e obbligazionari sfidando apertamente i manipolatori della City che, come detto sopra, avevano imbastito un carry trade (es. short yen e titoli di stato americani collateralizzato con il flusso di petrolio) per estrarre ricchezza e risorse dagli USA. La risposta dell'UE è arrivata attraverso la Von der Leyen la quale ha accelerato i tempi per l'implementazione della Savings & Investments Union, unico strumento di liquidità ora a disposizione dell'Eurozona per sopravvivere al prosciugamento del mercato dell'eurodollaro, all'inversione del carry trade sullo yen e alla salita dei rendimenti obbligazionari europei.

Il messaggio è semplice: Bessent sta dicendo senza mezzi termini e mezze misure che i NY Boys sono ben consapevoli delle strategie europee e londinesi. “Noi vi vediamo, noi sappiamo”. I mercati obbligazionari in tutto il mondo si stanno accartocciando e la spinta definitiva l'ha data Bessent col suo intervento sullo yen, ma quest'unico evento è solo l'ultimo di una lunga serie che voi lettori avete potuto leggere su queste pagine: l'Iran, l'eurodollaro, Maduro, i prezzi del petrolio... tutti sono nodi di un'unica trama. E questa trama è possibile vederla se si risponde a una singola domanda: “Chi è più infuriato per quello che è successo in Medio Oriente?” Non gli iraniani, bensì coloro che sfruttavano il flusso di petrolio per manipolare i mercati delle valute e obbligazionari per affibbiare la colpa della destabilizzazione economica esclusivamente a Giappone e Stati Uniti mentre essi riuscivano a uscirne indenni: Londra e Bruxelles. Il carry trade sullo yen doveva essere smantellato, perché lo yen a prezzi ridicoli ha rappresentato l'amplificazione per eccellenza nel mercato dell'eurodollaro, il tutto collateralizzato dal flusso di petrolio a livello mondiale che poteva essere usato come una manopola con cui accendere/spegnere le tensioni in Medio Oriente e soprattutto accendere/spegnere la volatilità del prezzo del petrolio. Stiamo parlando di una cifra tra il 5-7% a livello settimanale dell'asset più importante della società odierna: un anatema per gli imprenditori e i loro calcoli. Ciononostante è così che la Lloyd riusciva a sovvenzionarsi: un pizzo pagato attraverso i contratti di spedizione/assicurazione, la benzina alla pompa, la spesa al supermercato, ecc. E c'era solo un modo per smantellare questo premio pirata: togliere all'Iran la capacità di ricattare il mondo tramite Hormuz, abbattere i cartelli della droga in Messico, disconnettere le banche canadesi dal riciclaggio di denaro via Caracas e l'Avana. La mente dietro tutto questo è sempre stata quella di Bessent, il quale non ha fatto altro che sfilacciare, pezzo dopo pezzo dopo pezzo, questa rete ombra. Nessuno l'aveva mai fatto finora.

Ciò tra le altre cose ha richiesto far salire i rendimenti dei bond sovrani. Sin da quando Powell ha iniziato a prosciugare la liquidità in dollari nel 2022, gli europei hanno comprato titoli sovrani americani a pacchi per manipolare la curva dei rendimenti americana. Hanno usato la lentezza giapponese nel rialzare i tassi per finanziare il mercato dei bund tedeschi, affinché rimanessero al di sotto di tutti gli altri nell'Eurozona e negli USA. Lo smantellamento del carry trade sullo yen non è il pezzo finale di questo puzzle, ma uno importante. Gli stessi che adesso si stracciano le vesti per i debiti giganteschi di USA e Giappone, sono gli stessi che davano per spacciati gli americani 4 anni fa quando Powell si sbarazzò della ZIRP. Poi sono arrivati i 550 punti base nei tassi di riferimento e gli USA non sono crollati grazie al SOFR; gli altri, invece, al di fuori delle “amicizie” americane sono stati costretti a mosse dettate dal panico e difendere i loro mercati, al ritmo di $1.700 miliardi di acquisti di titoli di stato americani.

Ora che il giocattolo della collateralizzazione del petrolio è rotto e il carry trade sullo yen è in inversione, il panico sui mercati statunitensi sarà solo sulla carta dei titoli di giornale: per quanto possano essere temporaneamente venduti, i bond americani saranno ricomprati al più presto perché altrimenti Londra e Bruxelles non saranno in grado di manipolare i mercati del Forex tanto a lungo. Da qui il balletto ricorsivo degli allarmi esclusivamente affibbiati dalla stampa agli Stati Uniti per alimentare una crisi del debito sovrano, oltre alla disperata escalation della guerra in Ucraina, e quindi scatenare un disastro economico simile a quello del COVID, del 2008, o della Seconda guerra mondiale. Scenario propedeutico a un default per il debito sovrano europeo, introduzione dell'euro digitale senza patemi d'animo, integrazione fiscale ed emissione di perpetual bond. È sempre stato questo il modus operandi, o modello di business, della cricca di Davos/City di Londra e finora le mosse/contromosse dell'accoppiata Bessent e Powell, prima, Warsh adesso, sono indirizzate a condurre la nazione verso elezioni di medio termine quanto più tranquille possibile senza un panico esteso nel mercato obbligazionario americano (talmente esteso da farlo diventare bidless).

La cricca di Davos/City di Londra si muove in interstizi che la maggior parte delle persone non capisce: Forex, bond, flussi di cassa, private equity, ecc. Sono tutti pezzi di un grande puzzle, ma nessuno al di fuori di loro ha il quadro completo ovviamente. Voi lettori leggete il mio blog perché, oltre a guardare ai mercati, applico una teoria sull'azione politica che mi permette inizialmente di effettuare ipotesi e successivamente testarle. In questo modo erigo una fondazione di conoscenza attorno alle ipotesi rimanenti, affinché possa arrivare a una tesi. È una mole di lavoro non indifferente da portare avanti, ciononostante i lettori sono poi in grado di distinguere in modo cristallino le ombre sulla proverbiale caverna dalle figure effettive. Per questo vi invito a sostenere questo spazio di divulgazione sottoscrivendo abbonamenti su Substack, comprando i libri sulla mia pagina Amazon, oppure prenotando una consulenza su Calendly. Il valore aggiunto a livello di vantaggio competitivo non si rispecchia solo sul piano della comprensione, ma soprattutto sui mercati perché si ha una visione privilegiata rispetto a chi invece non ha la minima idea di cosa accade a livello geopolitico ed economico.

Di conseguenza quando vediamo cosa Trump e Bessent hanno fatto finora, possiamo accarezzare l'idea che abbiamo superato la parte peggiore della stampa scriteriata di denaro e ora è tempo di spingere su produttività e garanzie collaterali (alla base della capacità produttiva della società), farle salire in valore per accettare il passato e andare avanti. Che siate d'accordo o meno con le idee di Hamilton, è decisamente un sistema migliore di quello attuale dato che almeno si concentra sulla produzione. Mette le persone al lavoro per costruire qualcosa di creativo e utile, in opposizione al sistema keynesiano/estrattivo tuttora vigente. Certo, non un sistema perfetto quello hamiltoniano, ma uno transitorio per superare un'economia iper-finanziarizzata come quella di oggi. La chiosa di questo ragionamento indica il motivo per cui adesso tutti sulla stampa e altrove sono infuriati contro Scott Bessent: ha smantellato quel carry trade che sin dalla fine di Bretton Woods ha alimentato l'iper-finanziarizzazione dell'economia mondiale.

Ecco come funzionava per chi ancora non l'avesse capito: se si mantiene debole la valuta di una potenza industriale e i suoi tassi bassi, si può finanziare costantemente la leva nel sistema finanziario tramite l'arbitraggio tra suddetta potenza industriale e tutte le altre economie. Esempio: si accende un prestito in yen allo 0.5% e si comprano titoli del Tesoro americani che rendono il 4%. Guadagno netto del 3.5%, il quale si può sottoporre a leva finanziaria nel mercato del dollaro offshore (completamente diversa da ciò che si suole fare a Wall Street). Tutti i mercati dei bond sono stati distorti dal carry trade sullo yen e i differenziali tra gli interessi sono la chiave.

Inutile dire che un tale trade è deleterio per Trump, soprattutto in concomitanza delle elezioni di medio termine. Anche perché, siamo onesti: davvero si crede che tutti gli stati vadano d'amore e d'accordo? Non serve una mente “cospirazionista” per sapere che alla prima occasione si salterebbero alla gola per sfilare soldi e risorse l'uno dall'altro. Altrimenti non esisterebbero i servizi segreti... Non esistono alleanze nei rapporti geopolitici, solo interessi divergenti o convergenti. Di conseguenza Washington farà la sua parte per preservare Tokyo, usando la sua autorevolezza per calmare i mercati dei capitali e quindi stabilizzare i fondi pensione giapponesi che si ritrovano buchi di bilancio. La stessa copertura non è disponibile per fondi pensione e società di assicurazione europei e questa è una cosa chiara a tutti sin dalla crisi (alimentata artificialmente) di Credit Suisse. Ma non si tratta di un caso isolato: questa estate è stato un rimbombo quotidiano sui giornali finanziari di un evento critico a ottobre che manderà in crisi gli Stati Uniti. Davvero queste “predizioni” si avverano perché fondate solo su analisi, o vengono spinte ad avverarsi? Come si può pensarla diversamente quando gente condannata più e più volte per reati finanziari viene ricoperta per l'ennesima volta di liquidità e incentivata a perseguire trade spericolati? Come si può pensarla diversamente quando una Bank of America ancora non ha pulito il suo bilancio da posizioni short sull'oro quando il metallo giallo è palesemente in trend rialzista? La giustificazione ufficiale è incompetenza, ma è una scusa troppo comoda: si tratta semplicemente di vandali.

Vandali al soldo di chi li spinge a essere tali perché copre loro le spalle. E allora è logico concludere che si tratta di quelle élite europee la cui sopravvivenza dipende dalle fasi di estrazione di ricchezza altrui, colonialismo finanziario sostanzialmente, e l'amministrazione Trump rappresenta la mina vagante in grado di ridimensionare pericolosamente il loro ascendente a livello internazionale. Perché se si pungola un simile “drago” è inevitabile una reazione, nonché prevedibile ex-ante. Dopo tutto ancora non hanno messo in gioco i loro capitali in questa partita, visto che possono ancora ricorrere a ciò che resta dell'eurodollaro e ai risparmi dei contribuenti europei (es. SIU). Ciò che finora si è degradato sono tutti quegli asset che fungevano da “complicità interna” sul suolo statunitense, i quali lavoravano contro gli interessi del proprio Paese. Vengono in mente tutti i casi di frodi previdenziali, frodi sanitarie, frodi assistenziali, ecc. O anche l'ostracismo nei confronti di leggi come il CLARITY Act, il SAVE Act e la liberalizzazione di Fannie Mae/Freddie Mac. Quest'ultimo punto verrà combattuto unghie e denti dagli infiltrati ostili sul suolo statunitense, perché l'assenza di controllo sul lato lungo della propria curva dei rendimenti è ciò che manca a Washington per liberarsi definitivamente dal giogo straniero. La nazionalizzazione dei sopraccitati istituti di finanziamento immobiliare, oltre a salvare AIG (agente inglese), ha permesso di creare un divario talmente grande tra il rendimento del decennale americano e quello del trentennale da rendere disfunzionale il mercato dei mutui e rendere illiquidi i titoli coperti da ipoteca. Un carico pendente sulle spalle della FED e una incapacità di gestire i tassi a lungo termine da parte del mercato interno.

È un lungo cammino quello che punta verso il dispendio di capitali da parte della “Tavola Alta”, ma la fase di transizione/trasformazione in cui si trova la FED costringerà un simile esito alla fine. Pensateci: il SOFR ha ucciso il Federal funds rate che sostanzialmente rappresentava una porta d'accesso estera ai dollari; le stablecoin faranno mutare il mercato dei titoli sovrani americani, poi. A tutti gli effetti ci troviamo nel bel mezzo di un processo che ci traghetterà dal sistema eurodollaro al sistema stablecoin: dominio della FED sostituito dal dominio del Dipartimento del Tesoro americano. E di cosa si preoccupava, e preoccupa, maggiormente l'UE? Di non ottenere linee di swap privilegiate con la FED. Spogliata la banca centrale americana del suo ruolo di dominio economico e decentralizzato tramite le FED regionali, ciò che rappresenterà in futuro sarà solo un cancello per avere accesso al dollaro... niente di più. Niente più salvataggi centrali.

È una cosa che gli Stati Uniti possono permettersi in virtù del fatto che si trovano all'apice della catena delle garanzie collaterali, mentre invece Londra e Bruxelles si trovano alla fine. Ed ecco un altro motivo per cui chi ha più da perdere in una crisi sono le capitali europee, non Washington. Una ovvietà se si pensa ad Hormuz: non sono gli USA a rimanerne danneggiati se resta chiuso, così come non lo sono se viene chiuso Bab-el-Mandeb. È vero che i prezzi della benzina sono aumentati negli USA... ma al gallone! Infatti se il prezzo medio è circa $4 al gallone oltreoceano, qui staremmo parlando di circa €8 al gallone. Una bella differenza tra chi esporta quantità in eccesso di carburante perché ne è provvisto e chi deve affidarsi alle importazioni perché, tra le altre cose, ha ucciso le raffinerie tramite la religione dell'ambientalismo. Senza contare che Trump non ha venduto i barili della SPR, bensì li ha sottoposti a contratti pronti contro termine con le società petrolifere (es. Exxon prende in prestito oggi 100 milioni di barili e ne riconsegna 105 milioni tra un anno).

Chi è sotto assedio, quindi, non è il dollaro né il mercato obbligazionario americano, bensì i mercati monetari e obbligazionari europei. Loro deficitano di tutte quelle garanzie collaterali in grado di giustificare livelli spropositati di leva finanziaria e creazione di strumenti finanziari “esotici” con cui far traboccare il mondo della loro influenza politica ed economica.

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martedì 8 settembre 2026

La deindustrializzazione della Germania: fuga di capitali, politiche verdi e punto di non ritorno

Come ripetuto spesso su queste pagine, la guerra che vediamo oggi è principalmente finanziaria. In gioco c'è l'indipendenza degli Stati Uniti, politicamente e finanziariamente; c'è il futuro del dollaro come fonte di finanziamento internazionale alla luce del sole e tramite le stablecoin, piuttosto che come fonte di finanziamento ombra tramite un meccanismo di leva finanziaria ed estrazione di ricchezza altrui. Dopo l'intervento del Segretario del Tesoro americano, Scott Bessent, per stabilizzare la situazione economica giapponese, in cui sono stati prestati dollari e venduti euro, la stampa generalista adesso ha scelto il suo nuovo bersaglio al posto di Trump: Bessent. Infatti anche i sassi sanno il suo nome adesso e il Financial Times è in prima linea in questo. Nessuna sorpresa, dato che lui è il protagonista della prossima fase del piano americano di scrostamento degli strati dello Stato profondo americano connessi oltreoceano. Il recente annuncio della stretta finanziaria sull'Iran, e la connessione ufficiale tra l'IRGC e Londra, rappresenta una dichiarazione di guerra a tutto quell'apparato che per decenni ha sfruttatola capacità industriale e fiscale americana per vivere al massimo col minimo sforzo. Lo smantellamento del carry trade sullo yen è la pietra tombale su tale pratica etichettata Londra/Bruxelles. Inutile dire che non accetteranno mai un simile esito, da qui l'attacco violento al back-end della curva dei rendimenti americana con la vendita di titoli a lunga scadenza e l'inevitabile intervento di Bessent per impedire uno scoppio dei rendimenti oltre il 6%. Grazie alle emissioni selvagge della Yellen durante l'amministrazione Biden, Londra e Bruxelles sono i primi detentori assoluti di titoli di stato americani e li stanno usando non solo per attaccare gli USA, ma anche per rallentare lo smantellamento del carry trade sullo yen, per impedire che i tassi nominali scendano negli USA e che l'industria americana realizzi una rinascita hamiltoniana (creando un maggiore distacco tra USA ed Europa e una maggiore fuga di capitali), e soprattutto per impedire che i tassi obbligazionari europei vadano in orbita e l'euro finisca in un fosso. Infatti non mancano anche attacchi indiretti e il Giappone non è l'unico obiettivo: la Corea del Sud l'ha dimostrato, fungendo da destabilizzante contro lo spostamento del know-how tecnologico taiwanese negli Stati Uniti. L'incertezza politica in vista delle elezioni di medio termine è la leva che sta utilizzando la cricca di Davos per usare il Congresso contro la nazione e ostacolare l'approvazione del CLARITY Act, cosa che segnerebbe un ulteriore perdita sul suo controllo dell'eurodollaro. Sta tentando di tutto affinché evidenzi un punto debole e lo sfrutti per invertire quanto fatto dalla FED e dall'amministrazione Trump 1 & 2: una crisi finanziaria che costi agli USA la sua stabilità economica e politica, tornando agli anni Obama, Geithner, Yellen e Bernanke quando la FED era la banca centrale del mondo. Gli Stati Uniti sono l'unica nazione che conta, perché a fronte di una crisi di liquidità chi si trova alla fine della catena delle garanzie collaterali è Londra e Bruxelles.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-deindustrializzazione-della-germania)

La Camera di Commercio tedesca ritiene che l'economia tedesca si trovi in ​​una fase prolungata di deindustrializzazione. Insieme alla Federazione delle Industrie Tedesche, la Camera ribadisce la necessità di riforme di ampio respiro per stimolare la crescita e gli investimenti. Tuttavia, entrambe le associazioni esitano ancora ad affrontare la sfida cruciale della transizione verde.

La crisi economica tedesca continua senza sosta anche quest'anno. Un sondaggio condotto dalla Camera di Commercio tedesca tra 23.000 aziende associate ha rilevato che solo un'impresa su sei prevede una ripresa economica nel 2026.

Il venticinque per cento delle aziende prevede ulteriori tagli al personale e solo un terzo intende effettuare investimenti per la crescita. Per la presidente della Camera di Commercio tedesca, Helena Melnikov, la situazione è drammatica. Se i policymaker non interverranno con decisione, la Germania rischia un'ulteriore, massiccia perdita di creazione di valore e di posti di lavoro, avverte la stessa Melnikov. Come in precedenza, la Camera di Commercio tedesca individua il nucleo del declino economico nell'industria tedesca. Secondo i suoi calcoli, il settore ha perso circa 400.000 posti di lavoro sin dal 2019.

Questo pesa particolarmente perché tali posizioni sono in genere ben retribuite e richiedono competenze elevate. Il valore che creano si ripercuote sull'intera struttura economica tedesca, dai servizi legati all'industria al commercio regionale e, in ultima analisi, alle finanze pubbliche.

Di conseguenza, i tesorieri comunali dei centri industriali in crisi si trovano sempre più spesso ad affrontare sfide insolubili a causa dei crescenti deficit di bilancio. In città come Stoccarda, Erlangen, Wolfsburg e altre, le entrate derivanti dalle imposte sulle imprese sono ora in visibile calo.


La realtà viene negata

La Melnikov avverte che le riforme in atto non riescono a raggiungere le imprese, sottolineando gli elevati costi del lavoro e dell'energia. Anche la Federazione delle Industrie Tedesche, in dichiarazioni rilasciate alla Reuters, ha definito il 2026 “l'anno delle riforme”.

Tutto ciò è corretto. Eppure resta da chiedersi perché le figure di spicco del mondo imprenditoriale tedesco non abbiano ancora il coraggio di criticare apertamente le politiche governative e di abbandonare definitivamente il progetto, palesemente fallimentare, di rendere più ecologica la società tedesca.

Stiamo assistendo a un fallimento epocale dell'élite economica, se così si può ancora definire. La deindustrializzazione diagnosticata dalla Melnikov viene semplicemente negata da gran parte della stampa generalista, così come dai politici. Eppure i numeri parlano chiaro.

Non è ancora del tutto chiaro a quanto ammontino i deflussi di capitali dello scorso anno. Nel 2024, i deflussi netti di investimenti diretti sono ammontati a €64,5 miliardi; nel 2023 hanno superato i €100 miliardi. Anche gli anni precedenti sono stati caratterizzati da una prolungata fuga di capitali.

Chi può, si dirige verso le uscite, fuggendo dalle normative ambientali, dagli elevati oneri fiscali e dalla devastazione economica inflitta alle aziende dalla transizione energetica tedesca.

Naturalmente, tra i punti deboli della localizzazione figurano anche le richieste di drastiche riduzioni della burocrazia. Un tema politico intramontabile, ma privo di significato alla luce del ritmo sempre più accelerato dell'intervento statale. Lo Stato dovrà creare decine di migliaia di nuovi posti di lavoro nel settore pubblico, presso le sue banche di sviluppo come la KfW e le banche statali, per poter immettere nel tessuto economico il flusso di credito a basso costo.

Di fronte a un massiccio intervento statale, le imprese preferiscono tacere. Le aziende si accontentano di ciò che riescono a ottenere. Non si parla di criticare le distorsioni del mercato o l'espulsione sistematica del settore privato dai mercati dei capitali da parte dello Stato.

Per l'anno in corso, la Camera di Commercio tedesca prevede una crescita del PIL ufficiale dello 0,7%. Tuttavia, questa cifra include un nuovo indebitamento pubblico netto – compresi i fondi speciali – di circa il 5,5%, con una quota statale superiore al 50% del PIL. Il settore privato, al contrario, dovrebbe contrarsi di circa il 4%.

Il margine di manovra politico si sta riducendo. La fuga verso i mercati finanziari sembra essere l'ultima via rimasta per guadagnare tempo e mantenere l'illusione di stabilità sociale ed economica attraverso programmi di sussidi sempre nuovi.


Il patriottismo incontra la realtà

E prima ancora che vengano versate le prime lacrime di coccodrillo patriottiche: ogni direttore di stabilimento, amministratore delegato, fondo con ingenti capitali, singolo investitore e family office avrà attentamente valutato le condizioni distruttive del quadro politico in Germania e nell'UE, e non si allontanerà da tale località senza un valido motivo.

Insistere sul patriottismo territoriale, dopo decenni di deliberata erosione del sentimento patriottico, delle tradizioni e della cultura tedesca da parte dell'apparato politico e del suo impero mediatico, è nella migliore delle ipotesi infantile, o per dirla senza mezzi termini: cinico.

Il cancelliere federale, Friedrich Merz, e il suo ministro delle finanze, Lars Klingbeil, dal canto loro, non hanno esitato in passato a giocare la carta del patriottismo in modo più o meno esplicito di fronte alla crescente fuga di aziende tedesche.

Lo scorso ottobre, Klingbeil, in un gesto di impotenza, ha lanciato un appello pubblico alle imprese presenti al congresso sindacale dell'IGBC ad Hannover, chiedendo loro di impegnarsi a sostenere la sede tedesca e a salvaguardare i posti di lavoro.

Si tratta di una trovata mediatica di basso livello, dato che Klingbeil è perfettamente consapevole che la produzione ad alta intensità energetica non è più sostenibile nella sede tedesca e che la politica di transizione verde spinge deliberatamente e sistematicamente la produzione industriale all'estero, o sempre più spesso verso il fallimento.

La narrazione di una mancanza di lealtà verso il territorio è ormai saldamente consolidata. Ciò dimostra che la politica ha già individuato i suoi capri espiatori: imprenditori e investitori, che saranno pubblicamente incolpati del declino economico del Paese. Ormai vengono dipinti come profittatori irresponsabili che abbandonano i dipendenti, la società e la comunità nella ricerca della presunta massimizzazione del profitto.

La gravità della recessione in corso e l'ormai innegabile deindustrializzazione del Paese rendono sempre più probabile, settimana dopo settimana, che sia già stato superato un punto di non ritorno, un punto di svolta economico.

La società tedesca si trova quindi essenzialmente di fronte a due opzioni: o si lascia ingannare dai trucchi retorici dei pianificatori centrali guidati da Friedrich Merz e Lars Klingbeil, accettando ulteriori nazionalizzazioni e la costruzione di economie artificiali a pianificazione centralizzata, come un'economia di guerra o una pesante eco-industria, oppure, alla fine, amplia i propri orizzonti, ritorna ai principi dell'economia di libero mercato e accetta il dolore sociale che qualsiasi autentica trasformazione in meglio deve necessariamente comportare all'inizio.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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