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martedì 13 ottobre 2026

I Paesi Bassi tasseranno le plusvalenze non realizzate: l'accaparramento di ricchezza da parte dell'UE e le implicazioni mondiali

Il debito pubblico è come un enorme iceberg e le obbligazioni già emesse ne costituiscono la parte visibile. Infatti il dato del debito pubblico mondiale, pari al 94% del PIL, racconta solo una parte della storia. Sotto la superficie si celano impegni non finanziati relativi a pensioni, sanità e altre voci di spesa prive di copertura adeguata, che complessivamente ammontano al 300% del PIL. Limitarsi a considerare il debito in circolazione offre un quadro incompleto di ciò che i contribuenti potrebbero trovarsi a dover finanziare in futuro. Peggio ancora, fornisce una percezione errata della solvibilità dei governi. Il FMI prevede che il debito pubblico mondiale raggiungerà il 100% del PIL entro il 2029, una crescita trainata dalle principali economie. Il problema, dunque, va ben oltre i mercati emergenti solitamente associati alle crisi del debito. La pressione diventerà più difficile da gestire se i governi europei continueranno a rimandare i tagli alla spesa e le riforme strutturali. La crescente domanda di spesa sociale e per la difesa, unita all'aumento degli oneri per interessi, aggrava ulteriormente la situazione. Ogni governo può ritenere essenziali i propri piani di spesa, ma definirli tali non li rende sostenibili dal punto di vista finanziario. I politici possono annunciare benefici immediati lasciando ai contribuenti futuri l'onere di coprirne i costi. Tagliare la spesa suscita immediate opposizioni, mentre il ricorso all'indebitamento permette di rimandare il confronto con la realtà. Tuttavia, rifiutarsi di scegliere tra priorità contrastanti non elimina i costi: il conto viene semplicemente trasferito ad altri, e a condizioni peggiori. Le banche centrali possono facilitare l'indebitamento e aiutare i governi europei a mascherare il problema per un certo periodo. Minori oneri per interessi possono offrire un certo sollievo; tuttavia, i governi europei utilizzano tale sollievo per aumentare la spesa anziché risanare i conti pubblici. Di conseguenza, il problema di fondo continua ad aggravarsi. Il “quantitative easing” può tranquillizzare i mercati e ridurre i premi al rischio nel breve termine. Tuttavia, le banche centrali non possono “stampare” solvibilità e gli acquisti di titoli statali non rendono sostenibile una spesa eccessiva permanente. Inoltre, il “quantitative easing” non fa sparire gli obblighi del settore pubblico. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, quando una banca centrale acquista titoli di Stato a lungo termine utilizzando riserve bancarie fruttifere, sostituisce di fatto un indebitamento a lungo termine con passività il cui costo varia in funzione dei tassi di interesse “overnight”. Considerati nel loro insieme, governo e banca centrale risultano più esposti – e non meno – agli aumenti dei tassi a breve termine. Una volta compresa questa situazione, appare chiaro anche il motivo per cui l'inflazione è in aumento. BCE e governi europei stanno erodendo il potere d'acquisto della valuta emettendone una quantità in eccesso rispetto alla domanda del settore privato. Inoltre, l'aumento della pressione fiscale indebolisce costantemente il settore privato. La combinazione di questi fattori porta a stagnazione e inflazione persistente. A pagarne le conseguenze sono risparmiatori e contribuenti, attraverso la perdita di potere d'acquisto. Poiché i governi europei utilizzano poi i risparmi per finanziare ulteriori deficit, i cittadini subiscono un doppio danno. Sottrarre potere d'acquisto ai risparmiatori non rende il debito sostenibile; rende tutti più poveri. La soluzione risiede nel taglio della spesa e nella riforma dei programmi di spesa obbligatoria, prima che una crisi imponga cambiamenti drastici. Anche una maggiore produttività, gli investimenti privati ​​e la concorrenza devono far parte della risposta. I governi europei non possono continuare a indebolire l'economia produttiva con una tassazione in costante aumento, aspettandosi al contempo che essa finanzi promesse di spesa sempre più onerose. La BCE non è in grado di risolvere il problema della bolla del debito sovrano. L'effetto placebo a breve termine svanisce sempre più rapidamente, indipendentemente dall'entità del suo ennesimo piano di acquisto titoli. La repressione finanziaria non fa guadagnare tempo, poiché i governi europei non sono incentivati ad agire, lasciando irrisolto il problema di fondo. I cittadini europei stanno pagando il prezzo di tale irresponsabilità attraverso l'inflazione, una crescita più debole, salari netti reali più bassi e tasse più elevate. L'incalzare di una crisi nel mercato obbligazionario europeo è il segnale definitivo del logoramento dell'economia produttiva a causa dell'effetto “crowding out” e della repressione finanziaria.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/i-paesi-bassi-tasseranno-le-plusvalenze)

Nei Paesi Bassi si sta addensando una tempesta fiscale. Con la potenziale introduzione di una tassa sulle plusvalenze non realizzate, l'Aia si appresta a diventare un banco di prova per il trasferimento sistematico di ricchezza dal settore privato allo Stato. A tutti i livelli di governo, l'Unione Europea si sta trasformando sempre più in un aggressivo sistema parassitario.

Nell'UE si sta intensificando un profondo scontro tra settore pubblico e privato. Entrambe le camere del parlamento olandese si pronunceranno sull'introduzione di una tassa annuale sulle plusvalenze non realizzate. D'ora in poi, tutti gli incrementi di valore – dagli immobili alle azioni, dalle obbligazioni alle crittovalute – rientrerebbero in questo quadro fiscale.

Questa mossa accelera l'estrazione di capitali dal settore privato, costituendo una violazione delle regole politiche. Redditi e patrimoni già tassati verrebbero ulteriormente colpiti sulla base di guadagni ipotetici, ostacolando gravemente l'accumulo di ricchezza privata.

Questo provvedimento gode di sostegno sia tra i partiti di destra che tra quelli di sinistra. Riflette una sorta di logica fiscale a ferro di cavallo, foriera di una grave crisi finanziaria nazionale.

Per l'UE nel suo complesso, si tratta di una situazione disastrosa. Il fatto che una nazione con un rapporto debito/PIL di appena il 46% e nuovi prestiti pari a poco più del 2% del PIL dichiari di fatto guerra al capitale privato, segnala profonde distorsioni economiche in una delle economie di maggior successo d'Europa. Viene spontaneo chiedersi: se questo accade nei Paesi Bassi, cosa significa per il resto dell'Unione Europea?

 

La fine dell'economia produttiva 

Uno sguardo al settore manifatturiero dell'Eurozona suggerisce che si sta addensando una tempesta. La deindustrializzazione in Germania, la più grande base industriale d'Europa, è iniziata nel 2018 e da allora ha subito un'accelerazione, con una massiccia fuga di capitali. Ciò che vale per la Germania vale a maggior ragione per le fragili economie periferiche europee.

Per decenni, l'economia europea si è spostata dalla produzione verso modelli finanziari e di rendita patrimoniale. Con l'avanzare della finanziarizzazione, la produzione e la creazione di valore si delocalizzano sempre più all'estero. Questo rispecchia un processo che gli Stati Uniti hanno attraversato per decenni e che hanno tentato di invertire sotto la presidenza di Donald Trump.

Gli stati europei non vedono via d'uscita dalla spirale economica negativa creata dall'espansione dei sistemi di welfare, dalla migrazione incontrollata e dal lento declino della produttività industriale di base. I politici stanno prendendo tempo espropriando i risparmi dei cittadini per eludere le crescenti pressioni per le riforme.

Quando la pazienza della società raggiungerà il punto di rottura, l'Europa potrebbe assistere a scene simili a quelle che si stanno verificando attualmente negli Stati Uniti, dove il governo ha di fatto dichiarato guerra all'immigrazione clandestina, in una battaglia che lo vede contrapposto a forze di estrema sinistra, globalisti e fondazioni straniere.

La questione cruciale per l'Europa è: per quanto tempo le popolazioni autoctone tollereranno gli attacchi finanziari dello Stato senza chiedere corrispondenti riforme in materia di migrazione e welfare?

Diversi Stati membri dell'UE applicano già imposte progressive su successioni e donazioni. La Norvegia ha di recente introdotto un'imposta patrimoniale di circa l'1% sui patrimoni netti superiori a €160.000 a persona, suscitando perplessità in una delle nazioni più ricche d'Europa. La Spagna applica un'imposta patrimoniale progressiva fino al 3,5%, oltre a un prelievo patrimoniale di solidarietà per i patrimoni superiori a €3 milioni: “solidarietà”, una parola d'ordine politica usata per giustificare retoricamente l'imminente espropriazione fiscale.

Questa espropriazione è imminente. I partiti della coalizione hanno trascorso l'ultimo anno a gettare le basi per una massiccia espansione delle imposte di successione. Sarebbe imprudente escludere che la Corte costituzionale tedesca, influenzata dalla politica, possa approvare in futuro una tassa nazionale sul patrimonio.

 

Costruire un'economia pianificata centralmente 

La Germania sta spingendo l'Europa verso il socialismo. La formazione del capitale e le strutture familiari indipendenti, che potrebbero costituire una potente opposizione sociale, sono sempre più disprezzate dalle élite politiche.

Non si può più negarlo: il modello economico dell'UE e la frenetica spinta a trasformarlo in un'economia verde pianificata riflettono il crescente panico a Bruxelles, Berlino e Parigi. Ogni tentativo di mascherare il collasso economico con il debito fallisce: i danni collaterali delle economie verdi pianificate centralmente si insinuano nella coscienza pubblica.

La difficile situazione economica delle nazioni più deboli dell'Europa meridionale non necessita di lunghe spiegazioni. È risaputo che l'Eurozona, in quanto unione monetaria volta a integrare economie con livelli di produttività estremamente diversi, come quelle di Germania e Grecia, ha fallito.

Ora le crepe sono visibili e gli Stati difendono il loro potere attraverso l'estrazione sistematica di capitali privati. L'Europa è sulla difensiva.


L'Europa negli Stati Uniti

Ovunque il modello europeo sia stato adottato, la politica del luogo ha impiegato strumenti simili. L'elezione del socialista Zohran Mamdani a sindaco di New York lo scorso anno ha attirato l'attenzione. La sua vittoria è stata alimentata da un'integrazione politicamente mirata dei migranti musulmani, oltre a una alleanza con l'establishment finanziario di sinistra, il quale tra l'altro ha orchestrato una campagna elettorale di successo.

Con l'elezione di Mamdani, ingenti capitali sono ora intrappolati, letteralmente. Chi non riuscirà a trasferirsi dovrà affrontare una tassazione massiccia. Mamdani, che ha basato la sua campagna elettorale su trasporti pubblici gratuiti, tetti agli affitti e mercati pubblici, ha annunciato un piano per colmare un deficit di bilancio di $10 miliardi con una tassa patrimoniale. 

New York è ora un centro nevralgico della campagna elettorale del Partito Democratico, posizionata in contrapposizione al cuore della rinascita conservatrice innescata dalla deregolamentazione e dai tagli fiscali di Donald Trump.

In California, lo stato americano più filoeuropeo, è stata introdotta la “Legge sulla tassazione dei miliardari”, con il governatore Gavin Newsom che prevede un'imposta patrimoniale una tantum del 5% sui patrimoni netti superiori a $1 miliardo. L'emigrazione dal Golden State è già iniziata, insieme al trasferimento di decine di migliaia di posti di lavoro altrove. La miopia di questa linea di politica è superata solo dalla sua infantile aggressività.

A livello mondiale, rimane fondamentale preservare i centri economici che difendono i principi del mercato e l'accumulazione di ricchezza privata, i veri portabandiera della civiltà. Nel frattempo, la deriva dell'UE verso la barbarie socialista sembra pressoché inevitabile.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 5 ottobre 2026

L'erosione della libertà nell'UE: dalla censura al potere centralizzato

Il messaggio dietro la rimozione di tutte quelle frodi assistenziali ai danni degli USA è sostanzialmente uno: i dollari dei contribuenti non verranno più dirottati verso attività avulse dal controllo americano. Non più indirizzati da Londra, Parigi, Bruxelles, Singapore, o una SIU ad esempio. I titoli dei giornali allarmistici e i post apocalittici sui social sulla rovina americana non tengono affatto conto che sono gli europei a dover capire come tenere alta la liquidità man mano che il sistema eurodollaro viene prosciugato. In parole povere, è questo prosciugamento che sta facendo salire i rendimenti a livello obbligazionario e li sta facendo salire a un tasso accelerante in Europa soprattutto, la quale ha avuto un disperato bisogno del carry trade sullo yen per controllare il livello dei differenziali di rendimento tra i titoli europei e quelli del resto del mondo. I giapponesi non sono più disposti a fornire pasti gratis in tal senso. Con cosa vorrebbero sostituirlo? Secondo la Lagarde, Pontes. Perché, quindi, un Congresso (popolato da traditori e vandali) dovrebbe fermare il CLARITY Act che fornirebbe regole e norme coerenti a banche e altre istituzioni americane riguardo gli asset digitali, mentre l'UE se ne esce improvvisamente con una regolamentazione in tal senso che vorrebbe venisse adottata a livello internazionale? Lo stesso discorso possiamo farlo riguardo le recenti idiozie pronunciate da Anthropic sull'IA. Si tratta di barriere, ostacoli e rallentamenti posti da un continente indietro su tutto e che ha una disperata necessità di non far uscire capitali. Guardate ai differenziali di rendimento tra i decennali tedeschi o inglesi e quelli giapponesi: equilibrio precario. Fate lo stesso esercizio sostituendo i primi con il decennale francese: esplosione in alto. Cosa significa? La BCE e l'UE stanno perdendo il controllo, così come mostrano il pair EUR/USD schiantatosi a 1.13 e il DXY che punta verso i 102 (starebbe a 110 se tale paniere considerasse anche lo yuan).

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lerosione-della-liberta-nellue-dalla)

In politica estera, l'Unione Europea si è trovata sempre più sulla difensiva. Sul fronte interno, il Green Deal ha gravemente danneggiato le fondamenta economiche. Insieme ai suoi pilastri principali, Berlino e Parigi, la Commissione europea con sede a Bruxelles sta portando avanti la costruzione sistematica di un apparato di censura per insabbiare i propri fallimenti.

L'acceso dibattito sulla censura di piattaforme impopolari come Nius è ben più di un semplice segnale d'allarme. Il Ministro-Presidente dello Schleswig-Holstein, Daniel Günther, ha offerto una profonda analisi degli strumenti strategici della politica attuale durante la trasmissione di Markus Lanz sulla ZDF. I successivi tentativi, a tratti disperati, del politico – insieme al conduttore e ai media statali – di ritrattare le sue richieste di censura, dichiarate apertamente, nei confronti di piattaforme e media critici come Nius, dimostrano la gravità della situazione: la Germania sta scivolando lentamente ma inesorabilmente verso uno stato di sorveglianza.


Il lato volgare della censura

Il dibattito sul controllo dell'opinione pubblica, soprattutto nello spazio digitale, ha anche un lato volgare e sfrenato, come ha potuto constatare Apollo News qualche mese fa. In quell'occasione, la sezione locale del Partito della Sinistra ha apertamente invocato, se necessario, azioni violente contro la redazione per costringerla ad abbandonare il quartiere. La dichiarazione recitava: “Bisognerebbe prendere a calci i giornalisti”. Questo è ben più di una semplice gaffe verbale di ideologi radicalizzati. Segna una rottura nella cultura politica della Repubblica Federale, in cui elementi repressivi, confrontati con una crisi economica latente e crescenti critiche alla linea politica, emergono apertamente e senza remore.

Stiamo assistendo a un tentativo di delegittimazione di ciò che è visibile: il diritto democratico alla libertà di parola e al libero dibattito. La natura stessa dei nuovi media digitali – la loro capacità di creare gruppi di opinioni frammentati – li rende pericolosi per un sistema politico sempre più concentrato sul controllo. Media come Apollo News contribuiscono a un autentico dibattito pubblico e, in tal modo, sfuggono all'autorità interpretativa degli apparati consolidati, rappresentando una minaccia per la censura.


Un modello a livello UE

A livello europeo, emerge uno schema tattico-mediatico. I rappresentanti a Bruxelles e i loro sostenitori a livello nazionale perseguono un obiettivo chiaro: quando subiscono pressioni esterne, come nel conflitto in Groenlandia con gli Stati Uniti, si presentano pubblicamente come vittime. A livello nazionale, tuttavia, adottano proprio la posizione di cui accusano il presidente americano Donald Trump: agire con la forza, senza alcun riguardo per una negoziazione equa.

La narrazione creata in questo modo è in gran parte veicolata da un apparato mediatico strettamente allineato alle linee di politica di Bruxelles. Lo abbiamo visto nella linea di politica sul clima (come riportato da Apollo News): in primo luogo, si instaura la narrazione di un'emergenza esistenziale, la storia di un pianeta in fiamme si radica nel discorso pubblico nel corso degli anni. A ciò segue la costruzione di un'economia di trasformazione pianificata centralmente e rigorosamente regolamentata. Le critiche a questa strategia sono state finora emarginate attraverso una forma di censura velata, equiparando i critici a complottisti sui media pubblici. Il critico viene ridicolizzato, umiliato a livello di dibattito pubblico.

Un modello simile è evidente nel trattamento che l'UE riserva a Paesi come l'Ungheria. Poiché Budapest si è opposta per anni alle frontiere aperte e all'immigrazione di massa, viene sanzionata con lo stile di un noto prepotente: a volte attraverso tagli ai finanziamenti, a volte tramite minacce esplicite di sanzioni. Si tratta sempre di soldi. L'UE sanziona anziché negoziare. In sostanza, l'UE applica con precisione la strategia del “negoziatore” contro i propri cittadini.

Lo scorso anno la Romania ha subito un trattamento simile. Durante le elezioni presidenziali, è stata esercitata una forte pressione sull'apparato giudiziario affinché annullasse l'elezione, non desiderata, di un presidente conservatore di destra. L'obiettivo non era la competizione politica sul futuro del Paese, bensì l'intervento istituzionale e legale per controllare l'esito delle elezioni.

L'obiettivo esplicito della linea di politica dell'UE è quello di centralizzare il potere in modo permanente all'interno dell'apparato della Commissione di Bruxelles. Ciò può essere realizzato solo se le forze dissidenti, come la crescente opposizione di destra nell'Europa orientale, vengono tenute a bada e se le crescenti critiche al disastroso corso economico del Green Deal vengono sistematicamente escluse dal dibattito pubblico.


Il declino della Germania

Dal 2018, i tedeschi hanno assistito al graduale declino della loro industria e, con esso, all'erosione delle fondamenta della loro prosperità. L'idea “Net Zero”, ovvero la ristrutturazione forzata dell'economia verso un ordine completamente privo di CO₂, ha portato finora a un calo di circa il 14% della produzione industriale in Germania, secondo il Kiel Institute for the World Economy. La Camera di Commercio tedesca riporta che sono andati persi oltre 400.000 posti di lavoro nel settore industriale.

Mentre la creazione di valore industriale e la produttività si riducono, l'apparato statale si espande. La burocrazia e l'amministrazione prosperano, creando centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro che non generano alcun valore di mercato. Allo stesso tempo, un PIL stagnante o in calo – aggravato dalle continue migrazioni di massa – si ripercuote su una popolazione in crescita. Il risultato è un programma di lotta alla povertà su vasta scala, di cui il governo preferisce non parlare apertamente.


La legge sui servizi digitali come strumento di censura

Il dibattito su questo processo si sposta sempre più sulle piattaforme digitali. A fare da apripista sono X di Elon Musk, così come piattaforme secondarie come Telegram o Reddit, che offrono forum per lo scambio, la ricerca e il dibattito critico: luoghi in cui circolano informazioni che Bruxelles o Berlino non accetterebbero senza contestazioni. È proprio qui che risiede il problema dal punto di vista dei decisori politici: vogliono guadagnare tempo, convinti del successo della loro strategia di trasformazione sociale ed economica, mentre un'inversione di rotta significherebbe una perdita di potere.

Con il Digital Services Act (DSA), è entrato in vigore a livello europeo un quadro normativo completo. In parole semplici, obbliga le grandi piattaforme online a rimuovere, limitare o segnalare i contenuti classificati dal diritto dell'UE come illegali, incitanti all'odio o socialmente dannosi, inclusa la disinformazione. Le aziende sono inoltre tenute a rendicontare dettagliatamente tali azioni.

In pratica, il DSA obbliga aziende come Meta, X o TikTok – sotto la minaccia di pesanti multe – ad agire sistematicamente contro i contenuti ritenuti problematici, ad esempio su politica climatica, conseguenze della pandemia, migrazione, o guerra in Ucraina. Le misure includono cancellazioni, shadow banning, etichette di avvertimento e interventi profondi sugli algoritmi di raccomandazione.

I critici sostengono che i criteri di base sono spesso vaghi, il che sottopone il discorso politico a una pressione preventiva di moderazione, ancor prima che possa aver luogo un dibattito pubblico aperto.


La perfidia del DSA

La perfidia del DSA sta nel creare basi pseudo-legali deliberatamente vaghe, mascherandole da termini come odio, incitamento e disinformazione. Gli operatori delle piattaforme sono spinti da incentivi economici verso la censura preventiva. La chiarezza giuridica non è il fattore determinante; lo è la pressione economica esercitata tramite la minaccia di multe.

Insieme a una rete crescente di cosiddetti “segnalatori fidati” – ONG e soggetti privati che segnalano contenuti potenzialmente critici alle autorità nazionali – emerge un discorso pubblico più limitato. Le norme di conformità di Bruxelles vengono quindi di fatto applicate senza formalizzare un regime di censura.

In questo contesto, è comprensibile perché un politico come Daniel Günther offra con disinvoltura uno sguardo dietro le quinte nello spazio sicuro della radiotelevisione pubblica. Dove ci si crede inosservati, si dice ciò che altrove viene accuratamente celato: incapaci o non disposti ad apportare modifiche sostanziali alle politiche economiche, climatiche o migratorie, o ai rapporti con Mosca, i critici vengono eliminati tramite la censura.

La disputa, deliberatamente provocata, con gli Stati Uniti sul futuro della libertà di parola in Europa e le minacce rivolte alle aziende tecnologiche americane passano senza scrutinio alcuno. I costi politici vengono esternalizzati. In definitiva, è il cittadino a pagarne il prezzo, sia come contribuente, sia come utente, sia come partecipante censurato a un discorso pubblico sempre più ristretto.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 7 settembre 2026

Il cancelliere tedesco avverte del rischio di un collasso economico... e poi raddoppia la dose di pianificazione centrale

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/il-cancelliere-tedesco-avverte-del)

In una lettera ai membri della coalizione di governo, finora nota solo in frammenti, il cancelliere Friedrich Merz ha messo in guardia contro una grave crisi economica e ha chiesto riforme. Tuttavia, gli elementi del documento diffusi e citabili dalla Cancelleria non hanno rivelato alcun cambiamento rispetto alla linea già intrapresa.

Friedrich Merz ha iniziato il nuovo anno con un messaggio interno al partito. In una lettera ai membri della coalizione di governo composta dai partiti dell'Unione e dall'SPD – finora nota solo in alcuni estratti – il cancelliere ha invocato una lotta comune contro la crisi economica. Ancora una volta, ha chiesto un “anno di riforme”, dopo che il tanto annunciato “autunno di riforme” dello scorso anno gli è sfuggito di mano come sabbia.

Ancora una volta, Merz ha visto un'iniziativa retorica dissolversi nel vuoto delle dinamiche di coalizione, dinamiche che, sotto il dogma della politica del “firewall”, hanno spinto il suo governo sempre più in profondità in acque ideologiche che persino i socialdemocratici della vecchia scuola di Helmut Schmidt avrebbero probabilmente considerato inaccettabilmente a sinistra della ragione economica.


Il miracolo della comprensione

Nella sua lettera, Merz ha avvertito – e si percepisce quasi un brivido di sconcerto – che si sono verificate pericolose perdite di posti di lavoro in tutti i settori e che la situazione è drammatica. Era giunto il momento, scriveva, di favorire una nuova crescita attraverso migliori condizioni di localizzazione e di impedire che il mercato del lavoro collassasse. In breve: più concorrenza, più crescita, meno burocrazia, minori costi energetici.

Un'intuizione profonda, che sembrava essere giunta al cancelliere come in un sogno febbrile della sua “Germania ideale” ecologicamente ambiziosa.

Non è che commentatori e industria non discutano da anni delle cause della deindustrializzazione e della catastrofica situazione economica, ma la bolla ideologica di Berlino – la ristretta cerchia di ONG e media filogovernativi – hanno svolto il loro compito, preservando negli ambienti politici l'illusione del successo della transizione verde.

Com'è possibile che una crisi economica che dura da oltre sette anni – iniziata nei settori chiave dell'industria tedesca e ora infiltratasi in tutta l'economia – sia giunta alla Cancelleria con tanta urgenza solo ora? Che la Germania sia da tempo intrappolata in una spirale di deindustrializzazione non è una novità. È stata innescata da una trasformazione verde guidata da ideologie, da un'eccessiva regolamentazione e da un eccessivo carico fiscale. Va riconosciuto a Merz il merito di averlo capito. La sua soluzione, tuttavia, consiste in ulteriori sussidi per le strutture verdi in rovina; sussidi per le grandi industrie influenti sui media generalisti; slogan di resistenza e rimproveri al Mittelstand.

Eppure, persino questa diagnosi apparentemente semplice rimane incompleta, fraintesa e accuratamente celata. Nei passaggi noti della lettera, non c'è una parola sul caos migratorio che per un decennio ha trascinato al ribasso i sistemi di previdenza sociale come piombo e scosso la sicurezza interna; non una parola sulla convinzione ingenua che economie complesse possano essere guidate verso un'economia pianificata verde nello stile di Robert Habeck; non una parola sul fatto che lo Stato sociale tedesco ha prodotto oneri fiscali e contributivi che non sono più competitivi a livello internazionale.

Di fronte all'incombente catastrofe nel Donbass, il cancelliere non ricava altro che una lealtà incrollabile a Kiev, a qualunque costo. Dopotutto, non sono soldi suoi.


Coalizione senza correzione di rotta

Friedrich Merz ha già dimostrato l'anno scorso di essere pronto, in caso qualcuno avesse dubbi, a fare qualsiasi concessione pur di preservare la sua coalizione. Basti pensare alla ridenominazione del “reddito di cittadinanza” nell'invariata “sicurezza di base”: nessuno dovrà temere tagli finanziari se, dopo aver saltato due appuntamenti, riuscirà a presentarsi in tempo all'ufficio di assistenza sociale competente per ottenere la piena erogazione dei sussidi.

Il dibattito su una vera inversione di tendenza in materia di migrazione, sulle espulsioni dei migranti irregolari, è stato completamente soffocato. Assistiamo invece ad azioni individuali, pensate per attirare l'attenzione dei media, volte a nascondere il fatto che Merz, Klingbeil e i loro alleati concordano sui principi fondamentali: la politica della Commissione europea di perseguire un'economia a zero emissioni nette e una politica di frontiere aperte deve proseguire, a qualunque costo.

Conosciamo bene la diagnosi mancante e le soluzioni stereotipate: riduzione della burocrazia, prezzi agevolati per l'elettricità industriale, una vaga promessa di riduzione delle imposte sulle società per il 2028. Tutto ciò non è altro che un palliativo. I veri strumenti ideologici – dalla legge sulle catene di approvvigionamento alla legge sul riscaldamento e fino al recente aumento della tassa sulla CO₂ – vengono difesi con tutte le loro forze.

I contribuenti e le piccole e medie imprese vengono dissanguati nella speranza di raggiungere, un giorno, un Elisio verde. Merz vede lo Stato come l'attore decisivo dell'economia. I settori chiave devono essere controllati integralmente: dalle industrie culturali verdi al settore militare in espansione, fino alle materie prime, naturalmente mascherato da prodotti fallimentari come l'“acciaio verde”. Questa visione è condivisa dai partner del governo tedesco a Parigi e Bruxelles.

La fatale convinzione dell'onniscienza del pianificatore centrale sta trascinando il Paese verso il basso come piombo.


La fuga di capitali come voto con i piedi

È sorprendente con quanta sfrontatezza Friedrich Merz continui a indicare tagli fiscali e incentivi agli investimenti, nonché presunti lavori preparatori svolti dalla coalizione lo scorso anno. Abbiamo già sentito tutto questo. Alla fine, la colpa del declino ricade sempre sugli imprenditori. Che in Germania la situazione rimanga stagnante, ovviamente, non ha nulla a che vedere con l'eccessiva regolamentazione kafkiana che, solo negli ultimi tre anni, ha costretto l'economia a creare 325.000 nuovi posti di lavoro semplicemente per far fronte ai nuovi requisiti normativi.

Lo stato iper-potente è strabordante, sta diventando obeso e ora esternalizza il suo lavoro burocratico tentacolare.

In realtà, il capitale sta votando con i piedi. Anno dopo anno, la Germania perde tra i €60 e i €100 miliardi in investimenti diretti netti. Non si tratta di una coincidenza, ma di un chiaro verdetto sulle condizioni catastrofiche del territorio.

In risposta a questo salasso economico orchestrato dallo Stato, il cancelliere ha presentato il suo cosiddetto “Fondo Germania”: un fondo di investimento statale destinato a convogliare capitali privati ​​verso settori di crescita ritenuti promettenti. Ancora una volta, un'economia pianificata, questa volta sotto le spoglie della promozione dell'innovazione. Allocazione dei capitali per decreto politico.

La crisi del debito autoinflitta, innescata dallo smantellamento del freno al debito, viene convenientemente ignorata da Merz nella sua lettera: saranno le future generazioni di politici e contribuenti a dover affrontare questo disastro.

“Fondo Germania”: quando la situazione si fa scomoda, la stessa classe politica che rifiuta categoricamente qualsiasi riferimento nazionale improvvisamente ricorre a simboli patriottici. Una manovra trasparente che si inserisce perfettamente nei giochi mediatici della Cancelleria: dal “Made for Germany” (come riportato da Apollo News) agli appelli agli imprenditori affinché investano in Germania dopo un presunto brillante lavoro preparatorio politico. Merz si atteggia ripetutamente a cancelliere favorevole alle imprese, apparentemente ignaro del fatto che la sua credibilità e la fiducia nei suoi confronti siano state da tempo dilapidate.

Friedrich Merz si comporta come un pianificatore centrale privo di una bussola ordoliberale. Il suo periodo come dirigente di facciata alla BlackRock sembra non avergli fornito l'accesso alla conoscenza segreta dei processi di mercato. Forse avrebbe dovuto studiare con il tanto criticato Javier Milei per capire che una ristrutturazione ecologica dell'economia secondo un piano statale è destinata al fallimento.

Nella prossima circolare, Merz probabilmente riproporrà il suo consueto repertorio di slogan di resistenza e luoghi comuni tipici delle piccole e medie imprese, guadagnando tempo in quella che si sta trasformando in un'inevitabile lotta contro il declino.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 1 settembre 2026

La classe media tedesca sotto assedio

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-classe-media-tedesca-sotto-assedio)

Risparmiate quando avete abbondanza, e ne avrete quando ce ne sarà bisogno. Un vecchio proverbio tedesco, che ora si rivela tragicamente profetico. Le difficoltà causate da un'ideologia socialista sono solo all'inizio. È probabile che questo esperimento eco-socialista continui a devastare il Paese fino a quando la sua sostanza economica non sarà completamente consumata.

Il nuovo anno è iniziato come è finito quello vecchio: un'incursione fiscale nelle tasche della classe media. A Bruxelles e Berlino si respira un senso di soddisfazione per il fatto che i cittadini siano stati silenziosamente, senza clamore, sottoposti a ulteriori aumenti delle tasse, i cui introiti, come la marea che sale, sollevano solo leggermente tutte le navi.

Il 1° gennaio, il prezzo della CO₂ per tonnellata di gas emesso è salito da €55 a €65. Questa tassa, applicata ai combustibili fossili come benzina, diesel, gas naturale e olio combustibile, si insinua come una linea rossa lungo l'intera catena del valore, arrivando persino a pesare sulle bollette delle famiglie. Il meccanismo di estrazione verde è ormai saldamente radicato nella società, finanziando in misura crescente le attività di Bruxelles e venendo difeso a spada tratta dai politici al governo.


La menzogna degli sgravi fiscali

Quando il governo federale celebra i suoi sgravi fiscali per le fasce di reddito basse e medie, la realtà racconta una storia diversa. In verità, questi implacabili esattori fiscali stanno ulteriormente aumentando il carico tributario. Solo l'opera fuorviante dei media generalisti impedisce che i costi di questo iperstato in continua espansione diventino pienamente visibili.

Il 2026 si sta rivelando un anno costoso per la classe media tedesca, in costante contrazione, come si è notato dal primo stipendio dell'anno. I tedeschi si sono trovati di fronte al vero costo di uno stato sociale eccessivamente esteso e dell'esperimento unico nel suo genere di trasformazione del sistema di previdenza sociale tedesco in un sistema assicurativo quasi globale.

Mai dalla Seconda guerra mondiale la classe media tedesca si era trovata ad affrontare una pressione fiscale ed economica di tale portata.


Il peso dei sussidi statali sulla classe media

Gli innumerevoli sussidi e interventi statali che finanziano il complesso settore delle “arti verdi”, la guerra in Ucraina e ora il rafforzamento militare costituiscono un attacco diretto alla classe media tedesca. Le imprese e i contribuenti pagano ogni anno un “prezzo di sangue” sempre più alto per sostenere le ambizioni ideologiche e di potere di Berlino e Bruxelles.

Il programma di sovvenzioni per le energie rinnovabili, l'EEG, tuttora attivo, da solo consuma oltre €16 miliardi per una rete energetica che, sin dalla fine dell'energia nucleare, non fornisce più una base sicura per la produzione industriale, spingendo i costi dell'elettricità, sia per l'industria che per le famiglie, a livelli vertiginosi. La “palla di ghiaccio” di Trittin è diventata un Himalaya dei costi che nessuno riesce a scalare.

Il declino industriale della Germania, che dura da sette anni e che ora sta accelerando, ripercorre fedelmente il percorso di distruzione deliberata della sua base industriale. Quasi 300.000 posti di lavoro nel settore industriale sono andati persi sin dal 2018: una tragedia, eppure apparentemente di scarsa preoccupazione per i politici di Berlino.

I tesorieri comunali, tuttavia, stanno subendo le conseguenze: con il crollo delle entrate fiscali delle imprese a causa della distruzione industriale, i cittadini possono aspettarsi tagli ai servizi pubblici e forti aumenti delle tasse. Scuole, asili, impianti sportivi: tutti dovranno affrontare drastici tagli. Un grande ringraziamento va all'ufficio di pianificazione centrale a Berlino.


Settore industriale sull'orlo del baratro: i prestiti si esauriscono

L'obiettivo di Friedrich Merz, Ursula von der Leyen e degli altri pianificatori centrali è chiaro: utilizzare i prestiti statali per occupare le capacità industriali liberate. Eppure, per quanto i finanziamenti affluiscano nel nuovo programma sociale sotto l'egida di un fondo speciale per la produzione verde e militare, l'effetto si è già esaurito. A dicembre dell'anno scorso, l'intero settore industriale dell'Eurozona, misurato dagli attuali indici PMI (Purchasing Managers' Index), è scivolato in recessione. Da sette anni ormai la Germania sta vedendo ridimensionarsi continuamente la sua industria.

Una vittoria per i pianificatori centrali di Bruxelles, il cui obiettivo è la neutralizzazione economica e geopolitica del Paese. Dopo anni di deindustrializzazione e ondate di fallimenti, questa strategia è difficile da interpretare diversamente. L'indice PMI tedesco si attesta ora a 47 punti, chiaramente in contrazione. Centinaia di migliaia di posti di lavoro andranno persi quest'anno. Solo l'anno scorso, 24.000 aziende sono fallite. Non sono ancora disponibili cifre precise sui deflussi di posti di lavoro e investimenti diretti netti; nel 2024, €64,5 miliardi sono usciti dalla Germania. L'industria tedesca non è più competitiva.


Il gioco dell'attribuzione delle colpe

I colpevoli vengono individuati rapidamente. Spesso si citano i dazi statunitensi, un tema caro ai media generalisti, sebbene la crisi sia iniziata ben prima dell'elezione di Donald Trump. Viene inoltre evidenziata la concorrenza del dumping cinese. Pur essendo un fattore da tenere in considerazione, il 99% dei problemi economici della Germania ha origini interne.

Nessuno ha costretto il Paese a tenere i confini spalancati per un decennio, spingendo il suo sistema di previdenza sociale sull'orlo del collasso, il tutto per creare nuove basi elettorali per la sinistra e per spezzare la resistenza della destra borghese.


Contrazione della classe media e calo degli investimenti

Questa tendenza si riflette anche nella classe media. L'indice DATEV PMI mostra un calo dei ricavi reali in tutti i settori, in particolare nel commercio, nell'edilizia e nei servizi al consumo. Gli investimenti sono pressoché congelati: solo il 20% delle imprese prevede un aumento degli investimenti, secondo il PMI di LBBW.

L'agenda ideologica ecologista ha lasciato il segno. Costi elevati dell'elettricità, redditi in calo e inflazione persistente stanno prosciugando le risorse della classe media. Il settore della vendita al dettaglio ne ha risentito per la prima volta durante il periodo natalizio: le vendite nominali sono aumentate dell'1,5%, ma le vendite reali sono diminuite dell'1% nel mese di punta.

Nel 2026, la classe media tedesca è costantemente afflitta dallo stress economico. Prezzi immobiliari elevati, tassi di interesse reali pari a zero sui risparmi e una rapida erosione della sostanza economica si scontrano con uno Stato in continua espansione. La burocrazia e l'apparato statale si stanno trasformando in un leviatano parassitario, finanziato da un numero sempre minore di contribuenti.


Conseguenze per l'industria, il commercio e i centri urbani

Troppo dipende dall'elevata creazione di valore industriale della Germania: imprese di servizi, alti redditi da fattori produttivi e finanze comunali solide, tutto ciò sta andando perduto, e i suoi effetti si riflettono nei centri urbani.

Dove un tempo la vita fioriva, ogni anno chiudono circa 5.000 negozi, una perdita irreparabile. La desolazione rispecchia ciò che i cittadini avvertono nelle proprie tasche: il declino è iniziato.

Il calo del potere d'acquisto della classe media è particolarmente evidente nel settore dell'ospitalità, dove le famiglie sono le prime a tagliare le spese. Gli hotel hanno perso il 3,7% del fatturato reale nel 2025, mentre ristoranti e bar hanno registrato un calo del 4,1% su base annua. Le famiglie risparmiano ovunque sia possibile. Gli alti costi energetici, l'aumento degli oneri sociali e l'indebolimento del mercato del lavoro lasciano dietro di sé una scia di declino economico.


Lezioni mancate: la popolazione e la crisi

Le crisi economiche strutturali impiegano tempo a penetrare nella coscienza pubblica. La maggior parte delle famiglie inizialmente stringe la cinghia senza lamentarsi.

Lo Stato sfrutta questa calma prima della tempesta per consumare la ricchezza dei cittadini più velocemente di quanto il settore privato sia in grado di compensare. Con un nuovo debito netto superiore al 5,5% quest'anno – inclusi gli artifici contabili – ciò è particolarmente evidente. La devozione di una parte della popolazione a una dottrina ideologica si trasforma in una tragedia costosa e distruttiva.

La Germania si trova ad affrontare una nazione impreparata a trarre le lezioni necessarie: invertire la politica migratoria, adattare l'apparato statale ipertrofico alle nuove realtà economiche e ridimensionarlo di conseguenza. Manca ancora una svolta verso un'economia di mercato meritocratica.

Finché queste lezioni non saranno apprese e messe in pratica, la Germania continuerà a declinare.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 24 agosto 2026

Lo shock del deficit francese da €107 miliardi: la prossima crisi del debito nell'area Euro?

Perché lo yen era la valuta perfetta per impostare un carry trade con le altre? Perché il Giappone aveva un'enorme base industriale e un'economia molto sviluppata. I prestiti venivano impostati in funzione di tale capacità. Poche altre nazioni possono vantare le stesse caratteristiche e, per quanto siano tornati allo zero, gli svizzeri non sono tra questi. E l'oro in Svizzera? In custodia, non c'è produzione. Di conseguenza gli europei possono sfruttare fino a un certo punto il differenziale di rendimento tra i tassi svizzeri e i loro per sostituire il carry trade sullo yen. Questo a sua volta significa che c'è un limite al quale gli europei possono succhiare capitali dalla Svizzera e tenere un tetto ai loro rendimenti obbligazionari. Ecco perché lentamente stanno esplodendo al rialzo, soprattutto il decennale tedesco che è sulla via verso la soglia pericolosa del 3.5% dove le banche e le compagnie di assicurazione vanno fallite (lo stesso vale per Italia e Francia). Quando la Svizzera verrà consumata, quello sarà il momento in cui il differenziale tra i tassi di Giappone e Stati Uniti si avvicinerà, smantellando ciò che rimane del carry trade sullo yen. Oh, e qui arriva il bello! La BCE si ritroverà costretta a creare un carry trade sull'euro, solo per permettere alla valuta comune di sopravvivere. Questa impostazione, però, crea una domanda artificiale nel breve termine perché poi tutti andranno short sull'euro: prenderanno in prestito euro, li venderanno e investiranno altrove (molto probabilmente negli Stati Uniti). Nel frattempo, però, l'economia europea interna avrà bisogno di credito per non cadere in una spirale deflazionistica, premendo ancora di più sulla capacità di stampa della BCE e sull'ulteriore abbassamento dei tassi di riferimento. Si tratta di credito che va a finanziare il 50% delle spese mondiali per il welfare, a fronte di una popolazione che è il 17% di quella mondiale. Improduttivo per sua natura, quindi, senza contare gli ostacoli posti alle imprese con tassazione e follie ambientali. Quello che era partito come un default ordito per il resto del mondo a vantaggio dell'UE, si è trasformato in un default che attende solo Bruxelles.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lo-shock-del-deficit-francese-da)

Lo scorso 4 agosto si è registrato un nuovo punto basso per la stabilità fiscale europea. La Francia, pilastro dell'Eurozona, ha confermato ancora una volta di essere uno dei principali candidati e un potenziale fattore scatenante di una futura crisi finanziaria dell'area Euro.

Secondo il Ministero delle Finanze francese, il deficit del governo centrale ammontava a circa €107 miliardi alla fine di giugno. Si tratta di cifre impressionanti: un deficit superiore del 14,4% rispetto a quanto inizialmente previsto.

A meno che il governo francese non crei un muro di protezione fiscale e non si verifichi un miracolo economico, il deficit nazionale potrebbe salire a circa il sei per cento quest'anno. Non sono inclusi i deficit del sistema della previdenza sociale, dei comuni e delle regioni, che rappresentano un'ulteriore quota significativa del deficit complessivo della Francia. È possibile che la seconda economia dell'Unione Europea chiuda l'anno con un deficit pubblico complessivo intorno all'otto per cento.

Tutti i piani di bilancio diventerebbero quindi obsoleti. L'anno scorso, il governo francese prevedeva già un deficit del cinque per cento, una cifra che, secondo i criteri di Maastricht originariamente definiti, avrebbe dovuto far scattare una procedura per deficit eccessivo. Tuttavia, il club del debito dell'Eurozona ha da tempo abbandonato qualsiasi vincolo fiscale.

Il problema non risiede solo nel lato delle entrate. Mentre le entrate pubbliche sono di recente aumentate di circa il 3,7%, le spese sono cresciute contemporaneamente del 5,4%. Lo Stato sta crescendo più velocemente della base economica che dovrebbe finanziarlo.

Nonostante gli aumenti delle tasse e le difficili trattative sui tagli alla spesa, il Primo Ministro Sébastien Lecornu non è riuscito a rallentare minimamente la spirale del debito del suo Paese.

La politica fiscale francese non è più da prendere sul serio. Le previsioni di Parigi hanno ormai la stessa durata dei primi ministri francesi, che si sono succeduti a intervalli sempre più brevi.

Lo spettacolo che la Francia sta offrendo al mondo avrà delle conseguenze. La lotta al debito delle Grandi Nazioni non riguarda più solo la Francia, ma l'intero sistema europeo e l'Unione Europea.

Sta diventando sempre più evidente che le politiche europee degli ultimi anni hanno contribuito a una drammatica perdita di dinamismo e produttività economica. La Francia si trova ad affrontare una paralisi politica, un presidente privo di sostegno popolare e la continua disgregazione di una società che mantiene uno dei più grandi stati sociali al mondo, con una spesa pubblica pari al 57%, nel tentativo di nascondere le proprie fratture sociali.

La migrazione culturale ha un costo, e prima o poi quel costo si manifesta inevitabilmente nelle politiche fiscali.

Anche la Francia sta seguendo il modello tedesco, costruendo la propria economia statale attraverso il debito nel tentativo di superare una crisi di produttività senza fine. È sorprendente che questa fiducia nel potere risolutivo della pianificazione centralizzata si diffonda in tutta l'Unione Europea. Possibile che nessuno abbia imparato le lezioni fondamentali della storia?

Quanto più il capitale viene dirottato dai settori produttivi dell'economia verso la costruzione di un'economia politica, tanto più la popolazione si impoverisce. È così che funziona il socialismo.

Conosciamo questo schema dall'esperienza tedesca: lo Stato, di fatto, si autodistrugge. Maggiore è il danno causato da un'economia statale in espansione nei settori produttivi della società, maggiore sarà, in definitiva, il carico fiscale e le pressioni inflazionistiche.

Seguendo questa logica, la Francia ha aumentato diverse tasse negli ultimi dodici mesi. Il Primo Ministro, Sébastien Lecornu, ha scaricato ulteriori oneri principalmente sulle imprese e sui contribuenti con redditi più elevati.

La tassa speciale sulle grandi imprese con un fatturato superiore a un miliardo di euro è stata prorogata e si prevede che genererà circa €7,3 miliardi di entrate aggiuntive per lo Stato. Inoltre, si prevede che una tassa speciale sui redditi elevati, anch'essa prorogata, porterà circa €650 milioni di entrate. Ulteriori misure completano il pacchetto fiscale. Complessivamente, le entrate aggiuntive dovrebbero ridurre l'onere per il bilancio francese di circa €9 miliardi.

Eppure, anche questo sforzo fiscale è completamente sproporzionato rispetto all'entità del problema di bilancio. Gli aumenti delle tasse si limitano a curare i sintomi, non risolvono la crisi strutturale dello stato sociale francese.

I problemi sono simili a quelli della Germania. Non si intraprendono sforzi seri per risolvere la crisi migratoria, non c'è una riforma fondamentale dei programmi sociali e non esiste una strategia per creare un nuovo slancio economico attraverso sgravi fiscali per la classe media.

La Francia è come un incidente automobilistico al rallentatore. Tutti vedono arrivare la collisione, eppure nessuno ha ancora la forza di attutirne l'impatto.

Cosa succederebbe se il mercato obbligazionario riducesse la valutazione sull'affidabilità creditizia della Francia?

Le agenzie di rating hanno già lanciato segnali d'allarme. Fitch ha declassato il rating del credito francese da AA− ad A+, sottolineando il crescente onere del debito, l'incertezza politica e la mancanza di un percorso sostenibile verso la stabilizzazione delle finanze pubbliche.

Stiamo assistendo ai primi segnali di una nuova crisi del debito dell'area Euro che si profila all'orizzonte. Guardando indietro, dobbiamo riconoscere che per lungo tempo la politica ha potuto facilmente sfruttare il sistema monetario basato sul credito fiduciario e la BCE, integrata nel processo politico, al fine di mantenere l'illusione di una fattibilità politica illimitata.

Indipendentemente dal Paese dell'UE in cui ci si trova, la politica continua ad alimentare l'illusione che il sistema di welfare non abbia limiti, a patto che il flusso di credito non si interrompa.

Rassicurati e cullati da un falso senso di sicurezza, nessuno mette in discussione la strategia politica che ha portato al disastro economico. Eppure, questa calma apparente potrebbe presto finire, dato che i tassi di interesse sui mercati obbligazionari continuano a salire.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 24 luglio 2026

Trasparenza: anatema di Londra e Bruxelles

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trasparenza-anatema-di-londra-e-bruxelles)

Diversamente dall'armata brancaleone dell'attuale governo italiano, l'amministrazione Trump sa con chi ha a che fare quando di sparla di potere giudiziario. La più recente sentenza della SCOTUS in materia di “ius soli” è l'ennesima prova che, per grande influenza di John Roberts, il potere eversivo del ramo giudiziario negli USA è determinato è scavalcare quello legislativo ed esecutivo. In merito alla questione, si fondono insieme giurisdizione politica e geografica nel modo peggiore possibile (laddove il Congresso può offrire protezione agli immigrati, ma essi sono ancora soggetti alla giurisdizione della loro cittadinanza d'origine) e la magistratura ostracizza potere legislativo ed esecutivo. Qui c'è da smantellare una illusione accuratamente seminata da Hollywood: la Corte Suprema non è quell'organo finale dove vengono finalizzate le controversie. Alla creazione degli USA c'erano le Corti Supreme dei singoli stati americani, le quali hanno appaltato parte dei loro poteri a quella federale. Si tratta di una concessione, non di una scala gerarchica di poteri. Infatti alla sua formazione, il governo federale aveva come compito l'impostazione dei commerci tra gli stati americani, l'impostazione della linea di politica estera e la difesa. Quindi, i dazi ad esempio, erano materia per Presidente e Congresso, la Corte Suprema non doveva metterci becco. Ogni organo aveva i suoi compiti, determinati dal nono e decimo emendamento.

L'eversività della magistratura, in ogni nazione ormai, è il sintomo della conquista esterna di un Paese (così come l'immigrazione incontrollata è una forma di conquista sociale, dato che il mercato dell'eurodollaro non può più essere usato in modo estensivo) e viene usata, negli USA in particolare, per fomentare una guerra civile. Perché è così che funziona. I migranti scaricano a pacchi figli in Florida, ad esempio, e richiedono un certificato di nascita americano. De Santis gli nega quello della Florida, questo significa che questi scalzacani non possono avere documenti validi nello stato della Florida e quindi impossibilitati a vivere. Per di più possono solo spostarsi nei territori americani (es. DC, Guam, ecc.), ma non possono spostarsi negli altri stati americani perché non sono cittadini di quello stato (la Florida nel nostro esempio). Ciò a sua volta permetterebbe allo stato in questione di chiamare in tribunale il governo federale stesso (decimo emendamento), nel qual caso la Corte Suprema potrebbe invocare la Clausola di supremazia per annullare ciò che resta del federalismo americano. Gente come Roberts è pronta a tirare questa spoletta pur di aizzare al punto di non ritorno la guerra civile voluta ardentemente dalla Tavola Alta oltreoceano?

Lo scenario ottimista è quello che più viene preso in considerazione, ma non bisogna scordarsi che l'amministrazione Trump tiene presente anche quello pessimista: una sconfitta alle elezioni di medio termine e una vittoria Dem nel 2029. Uno dei principali scopi adesso, quindi, è quello di degradare quanto più possibile tutti quegli asset americani che possono essere ritorti contro il Paese. Questo significa levare le tende dal Medio Oriente e ridurre drasticamente il numero di basi sul quel territorio in modo da impedire ad agenti esterni di alimentare conflitti; lo stesso lo si può dire degli aiuti a Israele. Il rapporto tra USA e Israele non cambierà, solo che non ci saranno di mezzo soldi “gratis” con cui alimentare un azzardo morale a livello militare e trasformare di nuovo in un proxy di destabilizzazione Israele e altri Paesi mediorientali. Soprattutto adesso che gli USA hanno un canale diretto col governo civile in divenire a Teheran, il quale viene usato per smantellare ciò che rimane degli asset dell'IRGC. 

Facciamola semplice, così anche il più obnubilato da stampa e algoritmi di selezione (che, ricordiamolo, “allena” l'utente stesso) possa capire. Gli inglesi controllavano entrambi i lati della barricata in Medio Oriente, sia in Israele che in Iran. Era solamente questa l'origine della guerra infinita che ha infuriato nella zona. Il Golfo Persico era a loro esclusiva determinazione, dato che controllavano Iran, Qatar (pompa del gas), Emirati Arabi (riciclaggio di denaro), Oman (avamposto dell'MI6 sullo Stretto). Se non si parte da questo assunto, e se non si parte dal fatto che esistono diverse fazioni all'interno di una nazione (compresi anche i cosiddetti “intransigenti” e coloro che portano avanti solo ed esclusivamente una linea dura), allora inevitabilmente si finisce per avere una chiave di lettura insufficiente per leggere gli eventi. E quindi attecchiscono narrative fasulle, o addirittura accuse di irrazionalità nei confronti dell'amministrazione Trump.

Quest'ultima, sin dalla sua prima iterazione, sa che il modo migliore per far uscire allo scoperto infiltrati e situazioni compromesse è quello di rivelare l'agenda che hanno i diversi player sulla scena geopolitica. Siamo adesso arrivati al momento in cui i vari leader (di facciata) mondiali e gli opinionisti influenti devono scoprire le carte e mostrare per chi lavorano davvero o da chi sono finanziati per perseguire una certa linea di politica. L'attacco all'Iran, oltre a disinnescare l'arma di ricatto finanziaria e geopolitica dello Stretto di Hormuz, e trasferire logistica e commercio dall'Europa al continente americano nel suo complesso, è servito a smascherare le agende reali dei capi di stato.

Questa è una questione che va al di là delle singole filosofie politiche, o economiche. Si può odiare lo stato quanto si vuole, ma che dire della rete ombra di intrallazzi, interessi, influenze e ricatti che gli inglesi hanno imparato a padroneggiare nel corso della storia? È un concetto che va ben oltre lo stato e paradossalmente il loro superamento significa anche un oscuramento più intricato di suddette ombre. Qual è quell'asset, decentralizzato e distribuito, che fa della trasparenza il suo cavallo di battaglia? Bitcoin. Qual è quella nazione che sta accogliendo una tale filosofia nelle sue strategie economiche e politiche? Gli Stati Uniti. Questo mi porta a pensare che la nascita dell'asset fosse stata pensata esattamente per un momento del genere, che gli USA abbiano alimentato la sua evoluzione per avere a disposizione un'arma con cui gettare luce su quell'impero delle ombre. Pensateci un momento: la migliore definizione di Bitcoin attualmente è una backdoor a un sistema che ha fatto del dollaro ombra offshore la sua cannuccia con cui succhiare indefinitamente ricchezza dagli USA. L'algoritmo su cui “gira” il protocollo è lo stesso di quello usato dal sistema bancario e finanziario. Ciò spiegherebbe anche perché c'è una pagina di un giornale inglese all'interno del Genesis Block.

E questo spiegherebbe ulteriormente perché Powell e Wall Street hanno dapprima lottato unghie e denti per far avanzare i lavori per il SOFR e poi hanno abbracciato la possibilità di aprire a Bitcoin e alle stablecoin. La chiave di lettura della trasparenza è il miglior modo per intendere l'evoluzione di tutti gli eventi finora accaduti nel mondo, sin dalla prima amministrazione Trump e addirittura fin dalla nascita di Bitcoin stesso. Qui si inserisce anche l'abbandono della politica keynesiana in materia di banca centrale americana nel momento in cui Warsh abiura ufficialmente la Curva di Phillips, linea di politica puramente di matrice inglese. Qui si inserisce anche il dialogo con Mosca e Pechino, e lo spostamento di Washington verso un'economia hamiltoniana (in termini commerciali). Mettendo tutte queste cose insieme si arriva alla conclusione che l'attacco all'Iran è stato il palco finale per ridimensionare definitivamente il flusso finanziario ombra che ha tenuto in piedi l'impero inglese sin dal post-Seconda guerra mondiale.

E la maestria degli inglesi nel ribaltare causa-effetto è prodigiosa, soprattutto quando, tramite la propaganda mediatica, instillano nella mente della maggior parte delle persone che gli USA “si stanno isolando”. Sbagliato: sono gli USA a voler isolare Londra e Bruxelles dal resto del mondo.

Lo spostamento di asset militari americani in Grecia, che adesso è il Paese europeo più armato, rappresenta il proverbiale “bastone” agitato nei confronti della Turchia, mentre la “carota” è la stabilizzazione della lira turca. Erdogan ha sempre giocato la sua partita sul filo del rasoio, tra gli interessi americani e quelli della cricca di Davos/City di Londra (es. Fratelli musulmani). Un gioco pericoloso ma che ha rappresento la carta vincente affinché il Paese non venisse invaso né dall'una, né dall'altra fazione. Trump, comunque, come ha dimostrato anche col Qatar, offre una via per collaborare ed è la stessa offerta che ha di recente presentato allo stesso Erdogan. Ed è anche un modo per effettuare una de-escalation sia in Medio Oriente che in Europa dell'est: Iran e Israele non hanno più bisogno di essere monitorati affinché non causino caos nella regione. Il rifiuto recente israeliano di aiuti americani annuali è un segno che la strategia di distensione in Medio Oriente funziona, soprattutto se ci aggiungiamo i piani per costruire nuove infrastrutture di trasporto del petrolio. E questo l'ha capito anche la Turchia, da qui la fanfara grandiosa che è stata allestita all'arrivo di Trump al recente G7, mentre uno squallido pulmino è stato affibbiato ai “leader” europei.

Puntellare il fronte greco e sguarnire quello polacco è stato anche un modo per dimostrare buona volontà nei confronti di Putin, senza però abbassare la guardia (Stretto del Bosforo). Ciò che emerge da questi rapporti è solo una cosa: forza. Concessioni di buona volontà, senza però depotenziare la propria posizione negoziale. Infatti tutte le connessioni inglesi nel Golfo Persico sono state rovesciate e i piani di Londra e Bruxelles di poter maneggiare le leve geopolitiche mondiali si riducono man mano che il tempo passa. In fondo, la Brexit altro non era che una faida interna alla cosiddetta Tavola Alta per decidere chi dovesse guidare il mondo post-reset.

Ora Washington sta offrendo la sopraccitata “carota” a Erdogan, il quale ne ha davvero bisogno per stabilizzare il mercato della lira. Solo una manciata di mesi fa ha scaricato tutti i suoi titoli del Tesoro americani, una mossa che può essere letta in due modi: o Londra ha richiamato i suoi asset, oppure Ankara continua a fare da ponte per i flussi finanziari ombra inglesi. Perché, ricordiamolo, Ankara è uno dei pochi Paesi che permette alle banche locali di detenere oro come riserve Tier-1 e, sin dal 2013 quando Obama tagliò fuori l'Iran dallo Swift affinché venissero potenziati i flussi finanziari ombra inglesi che passavano da lì, il denaro ombra iraniano è stato riciclato in Turchia tramite l'oro. In questo modo Obama ha finanziato indirettamente l'armamento nucleare iraniano. Riportare l'Iran nello Swift significa gettare luce sui flussi ombra. Ancora una volta trasparenza, l'anatema della City di Londra. Trump ha praticamente fatto capire a Erdogan di scegliere da che parte stare e questa offerta può essere presentata solo da un Leader che sta avendo la meglio sui propri avversari. La stessa offerta che è stata presentata a Israele... che tanto si dice controlla gli stati Uniti... mentre invece Trump ha fatto capire a Netanyahu che può sconfiggere Hezbollah, ma può scordarsi di prendersi mezzo Libano.

L'unione di tutti questi temi rappresenta un piano che gli Stati Uniti stanno portando avanti non per bontà o nobiltà di cuore, ma solo perché la classe dirigente americana è stufa di farsi fregare dalle sue controparti oltreoceano.

Infatti il differenziale di rendimento tra il decennale inglese e quello americano è +32 punti base, mentre tra quello inglese e quello giapponese è +210 punti base. La Banca d'Inghilterra continua a manipolare il lato lungo della curva dei rendimenti americana tramite il carry trade sullo yen e la Banca del Canada, mentre combatte unghie e denti per impedire a Trump di tornare a far avere un mercato ai titoli garantiti da ipoteca (cosa che permetterebbe la riconquista completa della politica sui tassi). La vera guerra è tutta qui: lungo lo spettro dei rendimenti tra i 10 anni e i 30 anni. Ed ecco perché il Giappone deve continuare a rialzare i tassi: i differenziali di rendimento vengono a mancare. A quel punto o la Banca d'Inghilterra lascia correre ancora più in alto il back-end della sua curva (causando una crisi obbligazionaria), o lo abbassa a costo dell'arbitraggio sulla valuta (passando la patata bollente dei bond all'UE). Ueda non è conosciuto per il suo coraggio e se sta resistendo alla pressione mediatica è solo grazie all'appoggio di Bessent, il cui obiettivo è la fine degli arbitraggi sulle valute come arma e la fine dei differenziali di rendimento obbligazionari come arma.

Infatti la fine del carry trade sullo yen ha potenziato il prosciugamento di liquidità in eurodollari nei mercati mondiali. Ciò ha permesso agli USA di dedicarsi ad altre faccende geopolitiche, come il Venezuela e l'Iran, e lasciando la componente economica al Giappone. Questo non ha impedito agli avversari degli USA di attaccarli, come continuano a fare sulla parte meno liquida della curva dei rendimenti (trentennale), e a incamerare bond americani per accedere ai dollari (dato che il SOFR è un tasso collateralizzato a differenza del LIBOR). In questo contesto il margine di manovra della BOJ è abbastanza ampio, dato che può coprire le perdite sulle obbligazioni con il portafoglio di azioni in suo possesso. Alla fine della fiera, gli allarmismi (stampa inglese) sul Giappone non erano direzionati al Paese stesso, ma alle conseguenze che avrebbero causato su quelle economie dipendenti dall'eurodollaro e a cui non avrebbero più avuto accesso privilegiato. Washington sta praticamente liberando il Giappone dalla morsa finanziarista inglese che da tempo immemore ha spremuto il Paese.

I futures sulla benzina, poi, mostrano chiaramente un andamento ribassista per i prezzi futuri della materia. Per le elezioni di medio termine si prospetta infatti un valore di $2.35. Lo stesso per la curva forward del petrolio, in manifesta discesa rispetto alle oscillazioni presenti. Certo, il range rimarrà intorno ai $75-80 per il momento, non rivedremo i $60 molto probabilmente fino all'anno prossimo. La backwardation è sul Brent; il WTI è in contango invece. Ma il primo è un contratto puramente finanziario, mentre il secondo prevede la consegna fisica. E con il Venezuela in supporto alla produzione americana e l'OPEC+ che ha tagliato i prezzi del petrolio più del previsto (spiazzando progressivamente l'Iran), i guai saranno esclusivamente europei. Senza contare che il presunto partner dell'UE, ovvero l'Ucraina, continua ad avere come obiettivo bersagli russi la cui distruzione fa esclusivamente del male alle importazioni di energia europee. Un “curioso” modo per farsi continuare a dare soldi e supporto militare...

Un ricatto interno potremmo chiamarlo, perché non dimentichiamoci di un punto: esistono fazioni “moderate” e disposte al compromesso anche all'interno della cosiddetta cricca di Davos. E così come Trump e i suoi alleati sono costretti a superare linee rosse degli avversari per forzarli a una reazione (bombardare nuovamente l'Iran ha come obiettivo indebolire l'IRGC rispetto ai negoziatori disposti a collaborare con gli USA), lo stesso indebolimento è messo in piedi a livello di City di Londra/cricca di Davos. La strategia regina è sempre stata quella di degradare la capacità dei propri avversari nell'accedere alle fonti di collaterale. Infatti chi è che viene più impattato dalla recente decisione cinese di limitare le esportazioni di elio? Non gli Stati Uniti, i quali sono esportatori di elio. Ovviamente l'Unione Europea. Inutile dire che, per motivi logici, Xi, Putin e Trump non possono mostrare pubblicamente la loro alleanza d'intenti in questo conflitto. La quantità di infiltrati nei loro rispettivi Paesi è incapacitante ancora (basti pensare al Congresso americano e la spasmodica e recalcitrante volontà di finanziare indefinitamente la guerra in Europa orientale se potesse).

Visto che l'IRGC ha scelto chiaramente l'annientamento, e per estensione i burattinai dietro di essi ovvero Londra e Bruxelles, il conflitto in Iran si dimostra ancora una volta lo stadio finale di una strategia volta a rendere gli Stati Uniti i decisori ultimi in cima alla Tavola Alta. In sintesi, si stanno prendendo il ruolo di coloro che imposteranno le decisioni che daranno forma al mondo di domani, al sistema mondiale di domani. Infatti non crediate che Londra, Parigi o Bruxelles stessi siano “amici”; si è sempre trattato di chi avrebbe impostato la linea di politica del nuovo sistema. Washington si sta dimostrando semplicemente un “amministratore” più tollerabile visto che vuole far respirare la classe media, diversamente dai piani di Londra e Bruxelles che vogliono un chiaro annientamento della stessa.

In questo contesto attaccare Teheran è un modo, indiretto ovviamente, di risolvere l'altro scenario di guerra in Ucraina, stringendo il cappio energetico intorno al collo dell'UE. In che modo può rifornire di militari, armamenti e strumenti Kiev se la possibilità di accedere a petrolio e gas a basso costo diventa sempre più esigua? E se non ha più accesso alle risorse energetiche, come farà ad attenuare una crisi sul debito sovrano dato che rifinanziare i debiti dei vari Paesi membri non potrà più essere fatto a costi bassi? La più recente asta di titoli decennali tedeschi è stata un disastro (la quale ha raccolto solo la metà dei fondi che si proponeva di raccogliere). Non dimentichiamoci che il petrolio è il collaterale principale tramite cui scorre il denaro nel sistema finanziario odierno.

Disinnescare l'Iran, quindi, era fondamentale a differenza di ciò che dicono “pacifisti oltranzisti” e propagandisti bannoniani/duginisti (se davvero l'obiettivo di Trump fosse stato quello di annientare l'Iran, gli sarebbe bastato imporre un embargo alle importazioni d'acqua). Contenere l'IRGC, e per estensione le influenze della cricca di Davos/City di Londra in Medio Oriente, ha permesso a Trump di ottenere il supporto di quelle fazioni nelle varie nazioni di quella regione tramite un colpo di stato finanziario: dall'entrata in vigore del SOFR sono principalmente gli Stati Uniti a decidere chi può avere accesso facilitato al mercato dell'eurodollaro e chi no. “Bastone e carota”. Riprendiamo in considerazione la Turchia: l'Europa dell'est non è più una minaccia per essa, così come non lo è più il conflitto a Nord-est tra Azerbaijan e Armenia, e l'Iran non è più una fonte di destabilizzazione contro Israele.

Così come gli asset militari americani sono stati spostati in Grecia dal Nord e dall'Est Europa, anche asset finanziari stanno affluendo in Turchia (sotto forma di capitali di rischio, stablecoin in dollari, Bitcoin, ecc.) per convincerla con la “carota”, senza però nascondere il “bastone”. Non mancherà nemmeno l'intelligence necessaria per stanare tutti quei canali che hanno reso Ankara un potenziale nodo nella rete della cricca di Davos/City di Londra, come doveva esserlo Dubai e Pechino. Infatti quest'ultimo sta ritorcendo contro l'Europa, fungendo da punto di pressione in sintonia con Washington, la devastazione industriale autoinflitta senza essere più quella destinazione che le “locuste” di Davos avevano scelto per avviare una nuova Catena della morte finanziaria.

In questo contesto Londra, Bruxelles e Parigi vengono costrette a rimanere in quelle zone che hanno contribuito a devastare, in grado solo di parassitarle fino all'osso pur di rilanciare in qualche modo il loro piano di sopravvivenza. Non possono forzare un reset adesso senza finire per essere spazzati via come classe dirigente a livello internazionale; la crisi obbligazionaria che ho descritto nel mio libro, Il Grande Default, dovevano pagarla Stati Uniti e Russia affinché il Vecchio Continente emergesse come guida unica nell'impostazione del sistema futuro. Entrambi i Paesi si sono rifiutati di stare al gioco: il primo a livello finanziario, il secondo a livello militare. Così facendo hanno costruito un nuovo equilibrio e impostato la loro presenza alla guida al “tavolo delle decisioni”. Il modo di fare guerra ormai è cambiato, rendendo obsoleti gli armamentari nucleari. Oreshnik e la rimozione chirurgica di Maduro sono stati i punti di svolta. Il mondo finanziario è cambiato, dato il SOFR ha permesso agli USA di riprendere il controllo della valuta e del lato corto della loro curva dei rendimenti.

I grafici qui sotto mostrano rispettivamente il differenziale di rendimento tra il decennale inglese e quello americano, e il differenziale tra le obbligazioni a 2 e 10 anni americane (il benchmark di riferimento delle banche a cui concedere mutui e prestiti). Da quando il Giappone ha iniziato il suo percorso di rialzo dei tassi, normalizzazione dei rendimenti obbligazionari e inversione del carry trade sullo yen, questi due grafici si muovono in sincronia. In sintesi, gli inglesi, avendo perso la capacità di manipolare il lato corto della curva dei rendimenti americana, si aggrappano alla manipolazione del lato lungo per disinnescare una crisi del debito sui loro titoli (ecco perché finora hanno fatto in modo che fosse impossibile far uscire fuori dalla conservatorship Fannie Mae & Freddie Mac). E questa semplice descrizione di una delle loro tante manipolazioni è anche il motivo per cui non esistono condizioni di vittoria per l'Ucraina, solo un continuo logoramento per ritardare un redde rationem su quel flusso di prestiti che è stato scaricato nella dolina finanziaria dell'Europa dell'est.


In una qualsiasi partita di GO con più di 4 giocatori è praticamente impossibile costruire una “struttura” stabile con cui vincere il gioco e “l'ideatore” del sistema, chi ne controlla le regole (sistema di estrazione/colonizzazione/divisione conflittuale), vincerà sempre. Oh ma se si bypassa il gioco stesso e si punta direttamente al sistema, le cose cambiano...

Alla fine gli europei non avranno più energia con cui rifornire l'Ucraina e la recente offerta di Trump nei confronti di Zelensky, ovvero quello di fornire Patriot, è stata una buotade. Come può non esserlo se per costruire la fabbrica per produrli richiede come minimo 5 anni per essere costruita e diventare pienamente operativa? Bastone e carota. Trump ha fornito la carota a Zalensky, una via d'uscita, ma quest'ultimo l'ha rifiutata. Così come il MOU è stato rifiutato dalla fazione oltranzista iraniana. L'euristica in questi casi è dannatamente semplice: quando un individuo o un gruppo di individui agiscono diversamente dal loro miglior interesse, e fanno scelte palesemente scellerate, allora qualcuno sta puntando loro una pistola alla testa. Allo stesso modo non basta essere “amici”, o accettare la “carota”, degli Stati Uniti per ottenere più di quello che si merita: non lo otterrà Putin oltre al Donbass e Crimea, non lo otterrà Netanyahu oltre alla distruzione di Hezbollah.

A chi davvero basta sopravvivere per vincere la guerra a questo punto non è l'Iran contro gli USA, bensì alla Russia contro la NATO. I membri europei hanno firmato assegni per sostenere Kiev con collaterale la cui riscossione è ancora intrappolata dietro l'esercito russo. Il cappio, oltre a quello energetico, è anche monetario, stretto intorno al collo dell'UE, e sta soffocando più velocemente le economie europee.

Quali sono quei punti su cui Londra e Bruxelles stanno combattendo più alacremente? Stanno combattendo unghie e denti contro il CLARITY Act, contro la liberalizzazione di Fannie/Freddie, contro l'emancipazione di Canada e Australia come vettori con cui pompare il mercato dell'eurodollaro. Stanno combattendo contro l'eventualità sempre più manifesta della loro mancanza di accesso a garanzie collaterali. Questo è il mosaico dove ha luogo la guerra finanziaria tra la City e Washington, ma se si alterano tutte le cose sopraccitate a livello strutturale allora il sistema risultante sarà molto più durevole. Questo significa rimettere flusso di cassa nelle mani della classe media. Un sistema a due livelli: il governo americano che prende quote in aziende importanti in grado di migliorare la capacità produttiva e il flusso di credito (es. Intel); poi ricostruire il mercato dei mutui trentennali il quale ha permesso alla classe media americana di prosperare come ha fatto, fino alla sua implosione ad hoc nel 2008.

L'idea che dazi e industria manifatturiera siano la fonte della ricchezza, della forza e della sicurezza di una nazione risale ad Alexander Hamilton. Scrivendo poco dopo la Rivoluzione, Hamilton temeva che una nazione di agricoltori ed esportatori di merci non sarebbe stata in grado di resistere a lungo alle grandi potenze europee. Nella sua relazione intitolata, Sul tema delle manifatture, pubblicata nel 1791, scrisse: “Non solo la ricchezza, ma anche l'indipendenza e la sicurezza di un Paese sono materialmente connesse alla prosperità delle manifatture. Ogni nazione, in vista di questi grandi obiettivi, dovrebbe sforzarsi di possedere al suo interno tutti gli elementi essenziali per l'approvvigionamento nazionale. Questi comprendono i mezzi di sussistenza, l'abitazione, il vestiario e la difesa”.

Oppure pensate a Energy Fuels. Il suo impianto di White Mesa, nello Utah, è/era l'unico impianto di lavorazione dell'uranio operativo negli Stati Uniti. Ha una capacità autorizzata di otto milioni di libbre di uranio all'anno. È il principale produttore statunitense di U308, il concentrato necessario per produrre combustibile per le centrali nucleari. È un'attività legata all'uranio, ma è anche un'attività legata alle terre rare. La lavorazione dell'uranio è tossica, in parte perché il minerale è radioattivo e bisogna prendere ogni sorta di precauzione per il residuo generato, oltre a trovarsi in una giurisdizione/area geografica favorevole a tali attività. Lo Utah è uno di questi luoghi. Il mese scorso, il Dipartimento della Guerra ha approvato un prestito condizionato di $720 milioni con Energy Fuels per la lavorazione della monzanite presso l'impianto di White Mesa. Questo potrebbe renderla un produttore nazionale di successo di terre rare. Ciò si integrerebbe perfettamente con la strategia perseguita dall'amministrazione Trump. 

Questo sistema di incentivi negli Stati Uniti attrarrà capitali, cosa che a sua volta creerà non poche difficoltà alla Banca d'Inghilterra e alla BCE affinché li trattengano sul loro territorio e smettano di interferire nel differenziale di rendimento nei titoli americani a dieci e trent'anni tramite la manipolazione, come suggerito sopra, del differenziale due anni-dieci anni americani e quello tra il decennale inglese e americano.

Come si fa affinché la Tavola Alta metta in gioco i propri di capitali? Si adotta la stessa strategia di logoramento applicata dalla Russia forzando la NATO a tirargli contro uomini e materiali militari. Si tratta di un drenaggio dalla classe fiananziarista alla classe media americana, la quale è stata spremuta da tassi dei mutui alti, alta inflazione, regolamentazione selvaggia, sprechi fiscali/sociali, ecc. 


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