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lunedì 24 agosto 2026

Lo shock del deficit francese da €107 miliardi: la prossima crisi del debito nell'area Euro?

Perché lo yen era la valuta perfetta per impostare un carry trade con le altre? Perché il Giappone aveva un'enorme base industriale e un'economia molto sviluppata. I prestiti venivano impostati in funzione di tale capacità. Poche altre nazioni possono vantare le stesse caratteristiche e, per quanto siano tornati allo zero, gli svizzeri non sono tra questi. E l'oro in Svizzera? In custodia, non c'è produzione. Di conseguenza gli europei possono sfruttare fino a un certo punto il differenziale di rendimento tra i tassi svizzeri e i loro per sostituire il carry trade sullo yen. Questo a sua volta significa che c'è un limite al quale gli europei possono succhiare capitali dalla Svizzera e tenere un tetto ai loro rendimenti obbligazionari. Ecco perché lentamente stanno esplodendo al rialzo, soprattutto il decennale tedesco che è sulla via verso la soglia pericolosa del 3.5% dove le banche e le compagnie di assicurazione vanno fallite (lo stesso vale per Italia e Francia). Quando la Svizzera verrà consumata, quello sarà il momento in cui il differenziale tra i tassi di Giappone e Stati Uniti si avvicinerà, smantellando ciò che rimane del carry trade sullo yen. Oh, e qui arriva il bello! La BCE si ritroverà costretta a creare un carry trade sull'euro, solo per permettere alla valuta comune di sopravvivere. Questa impostazione, però, crea una domanda artificiale nel breve termine perché poi tutti andranno short sull'euro: prenderanno in prestito euro, li venderanno e investiranno altrove (molto probabilmente negli Stati Uniti). Nel frattempo, però, l'economia europea interna avrà bisogno di credito per non cadere in una spirale deflazionistica, premendo ancora di più sulla capacità di stampa della BCE e sull'ulteriore abbassamento dei tassi di riferimento. Si tratta di credito che va a finanziare il 50% delle spese mondiali per il welfare, a fronte di una popolazione che è il 17% di quella mondiale. Improduttivo per sua natura, quindi, senza contare gli ostacoli posti alle imprese con tassazione e follie ambientali. Quello che era partito come un default ordito per il resto del mondo a vantaggio dell'UE, si è trasformato in un default che attende solo Bruxelles.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lo-shock-del-deficit-francese-da)

Lo scorso 4 agosto si è registrato un nuovo punto basso per la stabilità fiscale europea. La Francia, pilastro dell'Eurozona, ha confermato ancora una volta di essere uno dei principali candidati e un potenziale fattore scatenante di una futura crisi finanziaria dell'area Euro.

Secondo il Ministero delle Finanze francese, il deficit del governo centrale ammontava a circa €107 miliardi alla fine di giugno. Si tratta di cifre impressionanti: un deficit superiore del 14,4% rispetto a quanto inizialmente previsto.

A meno che il governo francese non crei un muro di protezione fiscale e non si verifichi un miracolo economico, il deficit nazionale potrebbe salire a circa il sei per cento quest'anno. Non sono inclusi i deficit del sistema della previdenza sociale, dei comuni e delle regioni, che rappresentano un'ulteriore quota significativa del deficit complessivo della Francia. È possibile che la seconda economia dell'Unione Europea chiuda l'anno con un deficit pubblico complessivo intorno all'otto per cento.

Tutti i piani di bilancio diventerebbero quindi obsoleti. L'anno scorso, il governo francese prevedeva già un deficit del cinque per cento, una cifra che, secondo i criteri di Maastricht originariamente definiti, avrebbe dovuto far scattare una procedura per deficit eccessivo. Tuttavia, il club del debito dell'Eurozona ha da tempo abbandonato qualsiasi vincolo fiscale.

Il problema non risiede solo nel lato delle entrate. Mentre le entrate pubbliche sono di recente aumentate di circa il 3,7%, le spese sono cresciute contemporaneamente del 5,4%. Lo Stato sta crescendo più velocemente della base economica che dovrebbe finanziarlo.

Nonostante gli aumenti delle tasse e le difficili trattative sui tagli alla spesa, il Primo Ministro Sébastien Lecornu non è riuscito a rallentare minimamente la spirale del debito del suo Paese.

La politica fiscale francese non è più da prendere sul serio. Le previsioni di Parigi hanno ormai la stessa durata dei primi ministri francesi, che si sono succeduti a intervalli sempre più brevi.

Lo spettacolo che la Francia sta offrendo al mondo avrà delle conseguenze. La lotta al debito delle Grandi Nazioni non riguarda più solo la Francia, ma l'intero sistema europeo e l'Unione Europea.

Sta diventando sempre più evidente che le politiche europee degli ultimi anni hanno contribuito a una drammatica perdita di dinamismo e produttività economica. La Francia si trova ad affrontare una paralisi politica, un presidente privo di sostegno popolare e la continua disgregazione di una società che mantiene uno dei più grandi stati sociali al mondo, con una spesa pubblica pari al 57%, nel tentativo di nascondere le proprie fratture sociali.

La migrazione culturale ha un costo, e prima o poi quel costo si manifesta inevitabilmente nelle politiche fiscali.

Anche la Francia sta seguendo il modello tedesco, costruendo la propria economia statale attraverso il debito nel tentativo di superare una crisi di produttività senza fine. È sorprendente che questa fiducia nel potere risolutivo della pianificazione centralizzata si diffonda in tutta l'Unione Europea. Possibile che nessuno abbia imparato le lezioni fondamentali della storia?

Quanto più il capitale viene dirottato dai settori produttivi dell'economia verso la costruzione di un'economia politica, tanto più la popolazione si impoverisce. È così che funziona il socialismo.

Conosciamo questo schema dall'esperienza tedesca: lo Stato, di fatto, si autodistrugge. Maggiore è il danno causato da un'economia statale in espansione nei settori produttivi della società, maggiore sarà, in definitiva, il carico fiscale e le pressioni inflazionistiche.

Seguendo questa logica, la Francia ha aumentato diverse tasse negli ultimi dodici mesi. Il Primo Ministro, Sébastien Lecornu, ha scaricato ulteriori oneri principalmente sulle imprese e sui contribuenti con redditi più elevati.

La tassa speciale sulle grandi imprese con un fatturato superiore a un miliardo di euro è stata prorogata e si prevede che genererà circa €7,3 miliardi di entrate aggiuntive per lo Stato. Inoltre, si prevede che una tassa speciale sui redditi elevati, anch'essa prorogata, porterà circa €650 milioni di entrate. Ulteriori misure completano il pacchetto fiscale. Complessivamente, le entrate aggiuntive dovrebbero ridurre l'onere per il bilancio francese di circa €9 miliardi.

Eppure, anche questo sforzo fiscale è completamente sproporzionato rispetto all'entità del problema di bilancio. Gli aumenti delle tasse si limitano a curare i sintomi, non risolvono la crisi strutturale dello stato sociale francese.

I problemi sono simili a quelli della Germania. Non si intraprendono sforzi seri per risolvere la crisi migratoria, non c'è una riforma fondamentale dei programmi sociali e non esiste una strategia per creare un nuovo slancio economico attraverso sgravi fiscali per la classe media.

La Francia è come un incidente automobilistico al rallentatore. Tutti vedono arrivare la collisione, eppure nessuno ha ancora la forza di attutirne l'impatto.

Cosa succederebbe se il mercato obbligazionario riducesse la valutazione sull'affidabilità creditizia della Francia?

Le agenzie di rating hanno già lanciato segnali d'allarme. Fitch ha declassato il rating del credito francese da AA− ad A+, sottolineando il crescente onere del debito, l'incertezza politica e la mancanza di un percorso sostenibile verso la stabilizzazione delle finanze pubbliche.

Stiamo assistendo ai primi segnali di una nuova crisi del debito dell'area Euro che si profila all'orizzonte. Guardando indietro, dobbiamo riconoscere che per lungo tempo la politica ha potuto facilmente sfruttare il sistema monetario basato sul credito fiduciario e la BCE, integrata nel processo politico, al fine di mantenere l'illusione di una fattibilità politica illimitata.

Indipendentemente dal Paese dell'UE in cui ci si trova, la politica continua ad alimentare l'illusione che il sistema di welfare non abbia limiti, a patto che il flusso di credito non si interrompa.

Rassicurati e cullati da un falso senso di sicurezza, nessuno mette in discussione la strategia politica che ha portato al disastro economico. Eppure, questa calma apparente potrebbe presto finire, dato che i tassi di interesse sui mercati obbligazionari continuano a salire.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 23 luglio 2026

La spirale negativa dei problemi fiscali in Francia: una nazione incapace di riforme

La stessa spirale negativa a livello economico, il benchmark del trentennale francese ha raggiunto un massimo preoccupante tra le altre cose, ha un parallelo anche a livello sociale. La neolingua orwelliana è stata adottata ad hoc dall'Unione Europea, infatti l'ultima iterazione di questa presa per i fondelli nei confronti dei sudditi europei è lo “Scudo Democratico”. La Commissione europea afferma che il suo obiettivo è creare uno spazio informativo “sicuro” in cui dovrebbero prevalere i messaggi “affidabili”, in pratica, le narrazioni allineate al consenso dominante. Il problema è che i criteri di “credibilità” dell'UE, di ciò che è considerato “disinformazione” e – cosa è particolarmente dannoso – di “discorso divisivo” sono estremamente vaghi e soggetti a interpretazioni ideologiche. Di conseguenza non saranno nemmeno tribunali indipendenti, ma piattaforme online che collaborano con organizzazioni non governative selezionate da Bruxelles a decidere quali contenuti potranno raggiungere i cittadini dell'Unione Europea. Vale la pena sottolineare il ruolo dei cosiddetti “trusted flaggers” e delle reti di fact-checker. Sono proprio queste entità, spesso finanziate con fondi pubblici dell'Unione Europea o degli stati membri, e ideologicamente uniformi, a ottenere una posizione privilegiata nel processo di moderazione dei contenuti. In pratica ciò significa delegare la censura a entità che non sono soggette ad alcun controllo democratico. Allo stesso tempo le restrizioni sulla targetizzazione e sul finanziamento dei messaggi politici rendono molto più difficile raggiungere gli elettori. In pratica le piattaforme più grandi, come Facebook, hanno già smesso di pubblicare annunci “politici” per evitare rischi legali. Non è più possibile promuovere liberamente petizioni contro l'aborto o le unioni tra persone dello stesso sesso. L'Unione Europea, sotto la bandiera della tutela della democrazia, ha iniziato a limitare sistematicamente la libertà di parola e il pluralismo politico. In questo modo ci si incammina lungo i sentieri storici di ogni regime autoritario, ricorrendo alla violenza e alla censura quando il consenso pubblico svanisce.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-spirale-negativa-dei-problemi)

Quanto sta accadendo in Francia potrebbe presto trascinare l'intera Eurozona in una profonda crisi. Il Paese sta arrancando in una crisi fiscale, bloccato in una situazione di stallo politico che sembra insormontabile. Sul mercato obbligazionario il tempo stringe e il debito pubblico francese sfugge al controllo.

Il Primo Ministro Sébastien Lecornu ha celebrato una classica vittoria di Pirro: l'Assemblea Nazionale ha approvato a stretta maggioranza la sua bozza di bilancio sociale per il prossimo anno, ma la vittoria è arrivata a caro prezzo date le ampie concessioni che non faranno altro che peggiorare una situazione fiscale già esplosiva.


Strane coalizioni

Con 247 voti a favore, 234 contrari e 93 astensioni, l'Assemblea ha approvato un piano che prevede un deficit di €20 miliardi nel bilancio sociale, significativamente peggiore rispetto ai €17 miliardi inizialmente previsti. Sia il partito di Marine Le Pen che il blocco di estrema sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon hanno respinto la proposta.

È surreale: l'impasse politica ha portato la Francia in una situazione in cui l'estrema sinistra e l'estrema destra votano insieme, spingendo collettivamente il governo verso il collasso. Per il presidente Emmanuel Macron questo potrebbe presto significare la formazione di un altro governo fragile, poiché non vi è alcuna indicazione che la Francia possa uscire da questa catastrofica situazione di stallo.

Il disegno di legge poi è passato al Senato, dove la coalizione di governo detiene la maggioranza, ciononostante lo stallo politico continua.


Riforma delle pensioni in stallo: una paralisi permanente della riforma

Lecornu è stato costretto a congelare la riforma pensionistica prevista, che avrebbe innalzato l'età pensionabile da 62 a 64 anni. Invece la Francia la porterà solo a 62 anni e nove mesi. Il Paese mantiene il bilancio sociale più elevato dell'UE, pur conservando una delle età pensionabili più basse. Ancora una volta, la Francia elude la crescente crisi pensionistica, seguendo la Germania lungo lo stesso pericoloso percorso di un sistema a ripartizione al collasso. Parigi si rifiuta inoltre di affrontare le conseguenze fiscali dell'immigrazione clandestina, una bomba a orologeria sociale la cui miccia è già esplosa.

Questa decisione mette a nudo la profonda negazione politica radicata nella classe dirigente francese: continuano a vivere a spese delle generazioni future, consumando risorse economiche che non esistono più. La Francia è diventata fondamentalmente incapace di riforme e sta precipitando in una grave crisi fiscale.

Il deficit di bilancio di quest'anno si aggira intorno al 5,6% del PIL; la proiezione eccessivamente ottimistica del governo francese per il prossimo anno è del 5%. Con enormi lacune nei conti sociali, nessuno sa spiegare come si possa raggiungere una cifra simile. È pura fantasia. Una previsione molto più realistica è un deficit compreso tra il 6% e il 7%.

La crisi politica francese rispecchia la sua paralisi economica. La produttività economica è in calo da anni. Con una quota statale del 57% del PIL, il governo francese blocca la libera allocazione dei capitali e assorbe proprio le risorse necessarie per rilanciare l'economia. La Francia non si è mai trovata a suo agio con l'economia di mercato e ora, come un gemello siamese delle disastrose linee di politica di Berlino, spinge la pianificazione centrale ancora più in profondità nell'economia.


Immobilismo economico

Con 68.000 fallimenti aziendali negli ultimi dodici mesi e un settore industriale in contrazione, il Paese si sta dirigendo a capofitto verso una grave crisi sociale, che si riflette già in un'inevitabile trappola fiscale.

La Francia sta vivendo un'ondata di fallimenti di proporzioni bibliche, che probabilmente costerà 400.000 posti di lavoro quest'anno. L'economia è in ginocchio e i francesi si rifugiano nell'illusione che un debito infinito possa in qualche modo risollevare il loro sistema di welfare.

Abbiamo visto cosa questo significhi per la stabilità dell'Eurozona: quindici anni fa la piccola Grecia perse l'accesso ai mercati e scatenò una crisi del debito che si diffuse a macchia d'olio in tutta Europa.

All'epoca, la credibilità della politica monetaria dell'Eurozona fu sacrificata per mantenere liquidi i mercati del credito, fortemente interconnessi, attraverso massicci interventi della BCE e anni di salvataggi.

Se la seconda economia dell'Eurozona dovesse subire un “arresto” sul suo mercato obbligazionario – un improvviso crollo della domanda per la crescente emissione di debito – gli strumenti tradizionali della Banca Centrale Europea non sarebbero sufficienti a contenerne le conseguenze.


Un cambiamento secolare nei titoli obbligazionari

In caso di crisi acuta, la BCE sarebbe pronta a intervenire. Il suo strumento principale sarebbe l'acquisto di titoli di Stato nell'ambito del PSPP (Programma di acquisto del settore pubblico). Ulteriore liquidità potrebbe essere iniettata attraverso operazioni di rifinanziamento mirate a lungo termine, o tramite il sostegno alle banche che detengono ingenti volumi di debito sovrano francese.

Il programma Outright Monetary Transactions (OMT) potrebbe essere attivato, consentendo l'acquisto diretto di obbligazioni di Paesi in crisi, sebbene solo nel rispetto di rigide condizioni fiscali. Ma nella prossima crisi queste condizioni saranno quasi certamente ignorate per evitare la disgregazione dell'Eurozona. La BCE ha già fornito le linee guida quando Mario Draghi pronunciò la sua famosa frase “a qualunque costo”.

Tuttavia l'influenza effettiva della BCE ha dei limiti: la parte a lunga scadenza del mercato obbligazionario – quella con scadenze superiori a dieci anni – è il segmento più profondo e liquido. Nessuna singola banca centrale può controllarlo completamente.

Da mesi i rendimenti a lungo termine sono in aumento, prima in Giappone e ora sempre più in diverse aree dell'Eurozona. Il mercato sta segnalando una perdita di fiducia nella sostenibilità del debito degli stati fiscalmente indisciplinati.

Nei mercati obbligazionari mondiali si è già verificato un punto di svolta epocale. Al suo culmine, segnerà la fine definitiva di ogni imminente crisi fiscale. Pensiamo all'Argentina: si avvicina l'era della motosega.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 22 luglio 2026

L'ultima linea di difesa della NATO?

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di Matthew Andersson

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lultima-linea-di-difesa-della-nato)

I critici potrebbero aver interpretato erroneamente il recente vertice della NATO.

A loro sembra che gli Stati Uniti si stiano schierando unilateralmente con l'Europa e contro la Russia.

Il presidente Trump è più astuto: sa chi ha la mano vincente e le sue comunicazioni dirette con i suoi pari, Xi e Putin, non sono sempre pubbliche.

Le critiche iniziali del presidente Trump nei confronti dell'UE e della NATO rimangono valide. Sebbene gli Stati Uniti stiano attualmente offrendo loro una certa cortesia diplomatica e un sostegno limitato, l'Europa è in definitiva circondata da ogni lato da potenze che la rendono irrilevante in termini di influenza mondiale. L'Europa si è messa in questa situazione a causa del proprio declino economico interno, dovuto a scelte politiche errate. Sta usando la guerra come mezzo per risollevare le proprie sorti, ma le sue probabilità di successo sono scarse.

L'UE è economicamente circondata dagli Stati Uniti a ovest, dalla Russia e dalla Cina a est, da un vasto territorio artico a nord che non può controllare e dall'India e da Israele, potenza emergente in Medio Oriente, a sud. L'Europa non ha margini di manovra strategica. Ha scarse prospettive di riemergere come potenza di rilievo e la NATO ha perso da tempo la sua rilevanza e la sua solvibilità.

Fin dal suo primo mandato il presidente Trump ha avuto ragione riguardo alla Russia e alla NATO.

Avere “ragione” significa comprendere l'importanza economica e commerciale a lungo termine della Russia e apprezzarne la potenza militare. Insieme a Cina e Stati Uniti, essa costituisce la triade delle superpotenze. Avere ragione significa anche comprendere che i giorni dell'UE e della NATO sono contati e che il mondo è cambiato senza di esse.

Dopo l'incontro di Anchorage con Trump, il presidente Putin ha invitato il suo omologo a Mosca: la cauta risposta di Trump ha ricordato che, sebbene relazioni produttive possano essere benvenute da entrambi i leader, ognuno di loro opera all'interno di una complessa tradizione di difesa e politica estera che non si fida dell'altro. Alcuni l'hanno definita il “crogiolo della fiducia” e l'esperienza passata è difficile da superare. Il cambiamento avverrà lentamente.

L'Europa fa parte di quella massa continentale eurasiatica condivisa, e della sua sicurezza, ma “l'Europa” non è un unico Paese unificato. Anche all'interno della sua limitata sfera occidentale è stata una regione costantemente impegnata in rivalità e guerre. C'è stato un periodo dopo Napoleone – circa un secolo – in cui si è goduto di una relativa pace, ma il XX secolo è stato l'esatto opposto: una catena quasi ininterrotta di guerre – regionali, rivoluzionarie, mondiali e fredde – e ora, una nuova guerra nel XXI secolo è sempre più vista come inevitabile.

Esistono molteplici spiegazioni di natura politica, sociale e istituzionale, ma il declino economico è al centro della motivazione per cui l'UE è determinata a provocare la Russia (e perché si sta appellando agli Stati Uniti).

Se però Germania, Francia e Regno Unito fossero guidate da una solida crescita industriale interna, avessero confini controllati tramite l'immigrazione e una minore dipendenza energetica dall'estero, se non addirittura sull'orlo del collasso energetico nazionale, un simile conflitto non sarebbe necessario né verrebbe preso seriamente in considerazione.

Nella storia recente basta ripercorrere la disastrosa linea di politica della cosiddetta “energia verde” di Angela Merkel, la deindustrializzazione, le frontiere aperte e la chiusura del centro nucleare tedesco per averne una chiara spiegazione. È caduta completamente nella trappola di un'ingenua ideologia progressista che sostiene che il petrolio non conti più nulla.

E gli Stati Uniti stavano imboccando la stessa strada.

Francia e Regno Unito non sono da meno, con la loro serie di leader deboli, confini incontrollati, violenza interna da parte di culture straniere, deindustrializzazione e delocalizzazione. Non c'è da stupirsi se i “leader” europei siano ora intrappolati economicamente e si stiano rivolgendo alla guerra come disperata forma di ripresa economica.

Il presunto capo della NATO, Mark Rutte, è stato di recente alla Casa Bianca, perorando la causa della guerra e chiedendo il sostegno finanziario degli Stati Uniti, con slide e grafici che sembravano più un piano fallimentare di risanamento aziendale. Il vecchio detto “attenti a ciò che desiderate” potrebbe essere pertinente, dato che la NATO sta agendo da intermediaria per l'Europa occidentale e guarda agli Stati Uniti come al suo garante prima del fallimento. Il presidente Trump ha già visto situazioni simili.

Ovviamente molti altri interessi e attori guidano questa strategia, ma il declino di Germania, Francia e Gran Bretagna potrebbe essere il fattore determinante. La Scandinavia è in qualche modo immune, soprattutto la Norvegia grazie alle sue risorse naturali e ai suoi capitali, ma è vulnerabile alle influenze politiche e di policy europee.

Lo storico dell'economia Walt Rostow, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca sotto i presidenti statunitensi Eisenhower, Kennedy e Johnson, ha fornito un modello economico che contribuisce in larga misura a spiegare perché l'Eurasia e l'Europa siano sempre state instabili e soggette a conflitti. Il suo libro, The Stages of Economic Growth: A Non-Communist Manifesto, illustra come i Paesi si sviluppano attraverso diverse fasi di maturità.

Ma prevede anche come i Paesi ricorreranno alla guerra quando queste fasi saranno messe in discussione, interrotte o, a causa di una leadership inadeguata o di interferenze statali, ristagneranno o regrediranno.  L'Europa è scivolata indietro da potenza industriale e coloniale avanzata a uno Stato sociale con frontiere aperte, guidato da una classe politica debole, priva di piani, idee, impegno e lealtà nazionale.

Il Cremlino russo ha di recente annunciato che la sua operazione militare speciale in Ucraina si è trasformata in una vera e propria guerra. Sebbene prevedere gli sviluppi sia problematico, il vantaggio di potenza della Russia è talmente schiacciante che la NATO non può che essere vista come impegnata in un suicidio di fatto. Data la tendenza culturale europea al pessimismo esistenzialista, forse ciò è comprensibile.

Quando la guerra finalmente finirà, come inevitabilmente accade, di solito porta alla formazione di nuovi confini, relazioni, alleanze e accordi. La NATO e l'Europa sembrano contare sul caos della guerra come via d'uscita dalla propria debolezza.

Gli Stati Uniti potrebbero offrire loro un certo supporto tecnico-militare attraverso la vendita di armi, ma questo potrebbe rivelarsi un'autolesione, un inganno.

Alla fine Stati Uniti, Russia e Cina riprenderanno il loro dominio mondiale e la loro alleanza di potere. L'UE probabilmente crollerà o verrà ridimensionata; la NATO verrà definitivamente smantellata e la vecchia Alleanza Atlantica aggirerà l'Europa per allinearsi economicamente con l'Est e il Sud dell'Eurasia, perché è lì che risiede il potere.

Questo è ciò che prevedono le fasi di crescita.

L'UE sarà ulteriormente eclissata sul piano commerciale e militare da un Medio Oriente in ascesa dominato da Israele, perché quest'ultimo sa cosa vuole, ha un piano e sa come combattere. I burocrati europei come Rutte, Macron, Merz e la von der Leyen non lo sanno, e si troveranno di fronte a un destino fatale quando finalmente si renderanno conto che questa battaglia sarà probabilmente la loro ultima resistenza politica.

I cittadini europei possono tirare un sospiro di sollievo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 13 luglio 2026

L'estrema sinistra in Francia minimizza il ruolo del debito pubblico per poter spendere ancora di più

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di Mihai Macovei

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lestrema-sinistra-in-francia-minimizza)

Jean-Luc Mélenchon, leader del partito di estrema sinistra francese “La France Insoumise”, vuole minimizzare le preoccupazioni relative all'elevatissimo debito pubblico francese, il quale supera il 100% del PIL. Tali timori minano le sue richieste di maggiore spesa pubblica e le sue possibilità di vincere le elezioni presidenziali del 2027. Ha sempre cercato con entusiasmo soluzioni per ridurre il debito pubblico, anche ricorrendo a espedienti contabili. Nel 2020, da membro del Parlamento francese, Mélenchon propose la cancellazione di parte del debito pubblico francese detenuto dalla Banca Centrale Europea. Nel giugno 2026, dopo aver rinnovato la sua candidatura alla presidenza, chiese inoltre che il debito pubblico venisse misurato in base al valore economico aggiunto nell'arco della sua vita utile, e non in base al PIL di un singolo anno. Secondo questo nuovo indicatore, il debito pubblico francese si ridurrebbe magicamente a circa il 12-13% del PIL.


La misurazione del debito rappresenta un problema?

A seguito della crisi finanziaria globale, della pandemia di COVID-19, di anni di crescita stagnante e di persistenti deficit di bilancio, il debito pubblico ha raggiunto livelli record in molte economie occidentali. Secondo il Global Debt Monitor dell'FMI, il debito pubblico nelle economie occidentali è più che raddoppiato, passando da circa il 45% del PIL negli anni '60 a circa il 110% del PIL nel 2024. Tra queste, il debito pubblico francese è stato uno di quelli con la crescita più rapida, passando da meno del 20% del PIL negli anni '60 al 115% del PIL nel 2025.

Ciononostante Mélenchon e i sostenitori del suo partito ritengono che il debito pubblico francese non sia elevato, perché può essere finanziato a tassi di interesse relativamente bassi. Inoltre il debito sarebbe protetto da una svendita grazie all'importanza dell'economia francese e delle banche sistemiche. Implicitamente Mélenchon ammette che la BCE interverrebbe senza dubbio in caso di necessità, acquistando titoli di Stato francesi e abbassando i tassi di interesse. Questo è esattamente ciò che è accaduto all'indomani della crisi finanziaria globale, quando il governatore della BCE, Mario Draghi, ha pronunciato la famosa frase “a qualunque costo” per salvare l'euro e la BCE ha ampliato il proprio bilancio di ben €5.000 miliardi, pari al 37,5% del PIL. In realtà il debito pubblico francese e dell'area Euro non è finanziato a basso costo perché è basso, ma perché beneficia del sostegno e del trattamento preferenziale delle banche centrali.

Al fine di evitare la monetizzazione del debito pubblico da parte delle banche centrali, che sarebbe inflazionistica e politicamente divisiva in un'unione monetaria di stati sovrani, i padri fondatori dell'euro hanno ideato le regole fiscali di Maastricht. In base a tali regole gli stati membri sono tenuti a limitare i disavanzi di bilancio al di sotto del 3% del PIL e a mantenere il debito pubblico al di sotto del 60% del PIL, o a ridurlo gradualmente verso tale livello. A 115% del PIL, il debito pubblico francese è quasi il doppio del valore di riferimento e la Francia è gradualmente diventata il terzo Paese più indebitato dell'area Euro dopo Grecia e Italia (Grafico 1). Modificare la definizione di debito pubblico sarebbe probabilmente ben accolto anche da altri Paesi fortemente indebitati e scatenerebbe una spirale negativa. La Germania ha già abbandonato la sua politica fiscale più frugale, innescando una corsa alla spesa per la difesa e gli investimenti pubblici al fine di sostenere la sua economia in difficoltà.

Grafico 1: Rapporto tra debito pubblico lordo e PIL (2025). Fonte: Eurostat (link: Debito pubblico pari all'87,8% del PIL nell'area Euro - Indicatori euro - Eurostat)

Mélenchon sostiene che misurare il debito pubblico (una variabile di stock) in rapporto al PIL (una variabile di flusso) sia fuorviante. Non siamo d'accordo, perché la misurazione dell'indebitamento in relazione alla capacità del debitore di ripagare il debito è un indicatore consolidato anche nel settore privato. Anche lo stock di debito privato viene confrontato con gli utili (EBITDA) di un'azienda in un dato anno. L'indicatore del debito pubblico è in realtà più generoso perché, a differenza degli utili aziendali, solo una parte relativamente piccola del PIL può essere accantonata per il rimborso del debito. Sarebbe più significativo confrontare lo stock di debito con le entrate che un governo può incassare in un anno (di solito solo il 30-40% circa del PIL) e che non sono destinate a voci di spesa obbligatorie.

Innanzitutto il debito pubblico gode già di un trattamento preferenziale rispetto al debito privato. Mentre le imprese sono tenute a generare profitti sufficienti per onorare e rimborsare il debito, in genere non ci si aspetta che i governi lo rimborsino interamente, ma solo che mantengano un livello di indebitamento sostenibile in relazione alle dimensioni dell'economia e alla capacità fiscale. Per questo motivo la crescita economica, i disavanzi di bilancio e la pressione fiscale rivestono un ruolo chiave nella valutazione della solvibilità del debito pubblico. Vi sono inoltre vantaggi normativi, come coefficienti di ponderazione del rischio di capitale molto bassi o nulli per gli investimenti bancari in titoli di Stato, requisiti minimi per determinate istituzioni finanziarie, come i fondi pensione, per detenere titoli di Stato e l'utilizzo da parte delle banche centrali del debito pubblico come garanzia per le operazioni di moneta.

È vero che i governi possono mobilitare entrate più facilmente delle imprese, poiché possono ricorrere a mezzi coercitivi non di mercato come l'aumento delle tasse e l'inflazione per svalutare parte del debito in valuta nazionale; tuttavia questa capacità non è illimitata e l'estrazione di risorse dal settore privato mina la crescita e può facilmente condurre l'economia in una spirale discendente.


Un debito pubblico eccessivo soffoca la crescita?

Sulla scia della crisi finanziaria globale, Reinhart e Rogoff hanno analizzato l'impatto del debito pubblico sulla crescita, basandosi sull'esperienza di quarantaquattro Paesi in un arco di due secoli. I loro risultati hanno dimostrato che un debito molto elevato, superiore al 90% del PIL, è associato a tassi di crescita mediani inferiori, dell'uno per cento o più, in modo analogo sia nei mercati emergenti che nelle economie avanzate. Un debito pubblico elevato aumenta i premi di rischio e i costi degli interessi, spiazzando gli investimenti privati. Inoltre accresce l'incertezza fiscale e le aspettative di aumenti delle imposte, inducendo le imprese a ritardare gli investimenti, ostacolando l'imprenditorialità e modificando i modelli di consumo. Infine il rischio di crisi del debito non è trascurabile, soprattutto quando l'onere fiscale è già eccessivo e i tagli alla spesa sono impopolari.

Gwartney, Holcombe e Lawson hanno sostenuto che non solo l'elevato debito pubblico, ma anche la spesa pubblica eccessiva deprimono il dinamismo economico. Poiché la spesa pubblica nei Paesi OCSE è quasi raddoppiata tra il 1960 e il 1996, i loro tassi di crescita del PIL reale sono diminuiti in media di quasi due terzi. Con circa il 44% del PIL, il carico fiscale in Francia è il secondo più alto tra i Paesi OCSE, quasi 10 punti percentuali al di sopra della media. È opinabile che le tasse possano essere ulteriormente aumentate senza una grave reazione negativa da parte dell'economia. A ciò si aggiunge un livello di spesa pubblica altrettanto elevato, che si avvicina al 57% del PIL (Grafico 2), il che suggerisce che il rendimento marginale dell'ulteriore spesa pubblica pianificata da Mélenchon sarà molto basso. 

Grafico 2: Spesa pubblica generale. Fonte: OCSE (link: Spesa pubblica generale | OCSE)

Negli ultimi tre anni il disavanzo di bilancio si è attestato intorno al 5% del PIL. La Francia non ha avuto un bilancio in pareggio per oltre 50 anni, ovvero dal 1974, e i disavanzi di bilancio hanno superato il limite del 3% del PIL previsto dalle regole di Maastricht in 26 anni su 34 sin dal 1992. Di conseguenza il debito pubblico è salito alle stelle, passando da meno del 20% del PIL negli anni '70 a circa il 115% del PIL di oggi. Ciò riflette anche l'effetto di una crescita economica sempre più lenta, dovuta al progressivo soffocamento del settore privato e della crescita economica da parte dell'intervento statale (Grafico 3).

Grafico 3: Debito pubblico e crescita reale in Francia. Fonte: Elaborazioni proprie con dati dell'FMI (2025 Global Debt Monitor.pdf) & della FRED (Conti nazionali: PIL per spesa: prezzi costanti: prodotto interno lordo: totale per la Francia (FRAGDPRQPSMEI) | FRED | St. Louis FED)

Una relazione recente della Corte dei Conti francese ha lanciato nuovamente l'allarme sull'insostenibilità della situazione fiscale e sulle sue fosche prospettive. Senza ulteriori misure di risanamento fiscale, il debito pubblico è destinato a crescere rapidamente fino a raggiungere il 129,4% del PIL entro il 2031, mentre il deficit di bilancio si attesterà intorno al 6% del PIL. A causa dell'aumento dei tassi di interesse, anche il costo annuo del debito è cresciuto rapidamente, passando da circa il 2% del PIL nel 2024 al 2,5% del PIL nel 2026, contraddicendo l'atteggiamento accomodante di Mélenchon.

Quest'ultimo e i suoi partner politici nell'alleanza di partiti di sinistra “Nouveau Front Populaire” (NFP) si sono presentati alle elezioni del 2024 con un programma economico che promuoveva un maggiore intervento statale. Prevedono di aumentare la spesa pubblica annua di ben €150 miliardi (circa il 5% del PIL) incrementando i salari pubblici e minimi, annullando la riforma pensionistica di Macron e aumentando altre spese sociali. Vogliono inoltre tassare maggiormente l'economia introducendo una tassa sugli “extraprofitti” delle aziende, ripristinando l'imposta patrimoniale sui ricchi e aumentando la progressività delle imposte sul reddito e sulle successioni.

I critici di centro-destra e le associazioni imprenditoriali dubitano che le misure fiscali proposte possano effettivamente raccogliere gli importi previsti, dato l'elevato carico fiscale già in vigore in Francia. Pertanto prevedono che il programma dell'NFP aumenterà il deficit di bilancio del 3-5% del PIL annuo, spingendo il debito pubblico verso un'impennata. Indipendentemente da come venga misurato, un elevato livello di debito pubblico è innanzitutto un segnale d'allarme che indica come la spesa pubblica e l'intervento statale nell'economia siano già eccessivi. Politici come Mélenchon farebbero bene a prestare attenzione a questo aspetto, altrimenti rischiano di condannare l'economia a un declino permanente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 29 maggio 2026

I veri termini della vittoria di Trump

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-veri-termini-della-vittoria-di)

La City di Londra, per quanto potente, non è onnipotente. Appare tale perché è in grado di spostare le attenzioni nella direzione sbagliata e impedire di avere quelle discussioni chiave in grado di arrivare organicamente a ciò che deve essere aggiustato. Se non si ha idea di chi fomenta il caos, chi ha l'incentivo a farlo, allora è impossibile impedire a chi sposta le attenzioni nella direzione sbagliata di smetterla. In questo senso Israele è un'ottima distrazione. È una questione di chi ha vero potere e chi no; chi è un esecutore e chi è il mandante; chi ha la capacità di muovere il mercato del petrolio in su e in giù, insieme ai titoli dei giornali, per trasmettere la percezione che Trump ha perso il controllo e vuole salvare solo sé stesso. Questo stesso gioco è stato portato avanti negli ultimi 4 anni nei confronti di Putin e non è un caso che lui e Trump si siano parlati quando ancora Carlo si trovasse negli USA. E poi ha parlato con Xi. L'Iran in questo contesto è IRRILEVANTE, è solo un nodo in una rete molto più grande, una rete fatta di ombre che viene portata alla luce ed essendo questa l'arma difensiva più importante che ha tale rete, le mosse per preservarla saranno sempre più disperate e manifeste. La pressione che sta montando nel mercato obbligazionario inglese segnala che il governo Starmer possa essere alle battute finali. Qualcosa sta cambiando e se il cambiamento avviene tramite i Gilt, come avvenuto con la Truss, allora sarà un evento in sordina.

Niente di eclatante, soprattutto sulla scia del discorso di Carlo III al Congresso americano. Starmer, così come Carney in Canada, sono stati eletti per distruggere le nazioni da essi governate.

Lo stesso pattern di distruzione è stato imbastito in Medio Oriente. Tutti i Paesi mezionati da Trump riguardo gli Accordi di Abramo erano nell'orbita inglese e francese, usati per riciclaggio di denaro e altre macchinazioni geopolitiche. L'obiettivo, ora, è convincerli che è meglio l'orbita americana di Trump. Soprattutto con Russia e Cina che non supportano più l'Iran, o per meglio dire l'attuale catena di comando il cui vertice è l'IRGC. Ecco perché Trump parla di “cambio di governo”. Cina e Russia, in passato, sono penetrati in Iran per fare da contraltare ai colonialisti europei, i quali tramite il JCPOA e Total Energy hanno permesso a inglesi e francesi di determinare/impostare la linea di politica (ed economica) in Medio Oriente. Non erano lì perché credevano nella causa dell'Iran, ma per ragioni geopolitiche: la Russia otteneva il corridoio nord-sud fino all'Oceano indiano per bypassare lo Stretto del Bosforo e la Cina ampliava la sua Belt and Road Initiative. Chiaramente questa è un'analisi semplificata, ma tutto si riduce a questo: Trump sta riorientando le rotte commerciali/logistiche lontano dal Medio Oriente e dall'Europa, quindi i precedenti obiettivi geopolitici russi e cinesi possono essere abbandonati. Il più grande perdente qui è l'India, una delle ultime e più grandi colonie inglesi. Ecco perché Rubio la scorsa settimana è volato in India: per testare la volontà di Modi, perché sono le navi indiane quelle che si rifiutano di passare a Hormuz. Non solo, ma siglando gli Accordi di Abramo ciò porterà finalmente pace in Medio Oriente, rimuovendo quell'effetto destabilizzante rappresentato dalle macchinazioni anglo-francesi. E Israele potrà finalmente sviluppare la propria economia, uscendo da quella di guerra.

Il soft-power dell'IRGC, ovvero la confusione sull'apertura/chiusura dello Stretto di Hormuz e la propaganda mediatica (le uniche carte rimaste da giocarsi), è come un'opzione dove la funzione tempo rappresenta la variabile “impazzita”. Chi le ha trattate sa di cosa parlo: per tutto il periodo in cui le si possiede trattengono il 95% del loro valore, poi, a 4-5 giorni dalla loro scadenza, crollano in valore. Il tempismo nel roll-over di questo strumento finanziario è tutto, altrimenti piuttosto che una lieve perdita si viene spazzati via completamente. Dovete trattare l'Iran, quindi, o per meglio dire l'IRGC, come un'opzione: sta disperatamente cercando di vendere al mondo una certa percezione della realtà, mentre i burattinai al di sopra (Londra e Bruxelles) li spalleggiano rinforzando una tale illusione. Ma come con le opzioni, c'è una data nel futuro in cui scadono: c'è una data nel futuro in cui questo raggiro scadrà (es. la chiusura dei pozzi petroliferi, il meeting Xi-Trump, la Brexit automatica, il 4 di luglio, le midterm, ecc.). Non lo possiamo sapere in anticipo quale sarà lo “strike day” in questo caso, ma sarà uno di quelli elencati. Tutta questa storia ha senso, e la confusione viene diradata, nel momento in cui si pensa in modo strategico: il blocco statunitense dello Stretto è arrivato quando l'intelligence americana sapeva che l'Iran sarebbe stato costretto a scaricare il petrolio nel Golfo persico, o chiudere i pozzi, e ha calcolato questo evento facendolo coincidere con la data del meeting Trump-Xi. E quando è subentrato questo tipo di dolore alcune linee rosse sono state spostate, soprattutto quando Carlo III è andato via dagli USA: Zelensky e Aragchi hanno smosso, seppur di poco, le loro posizioni intransigenti. Unendo tutti questi puntini, quindi, si capisce che la funzione tempo dell'opzione sta degradando verso lo 0.

Tre sono le cose che contano per essere immuni alla propaganda sull'Iran:

  1. La curva dei rendimenti americana ha assorbito la precedente inversione;
  2. I mercati azionari/obbligazionari americani non sono affatto perturbati;
  3. Il mercato forward del petrolio è bearish.

I persiani hanno inventato il gioco degli scacchi, un gioco dove le informazioni sono sostanzialmente alla luce del sole. Il Texas Hold'em, invece, è un gioco puramente americano, dove le informazioni sono sostanzialmente nascoste. In quest'ultimo caso l'obiettivo è quello di spingere l'avversario a credere di “avere le carte giuste” e puntare più di quello che è disposto a perdere. È così che si fanno i soldi col poker. L'IRGC credeva che attirando gli USA in un confronto (non è una guerra questa) il campo da gioco sarebbe stato quello navale, e lì avrebbe dato loro un bel filo da torcere. Invece Trump, piuttosto che giocare a scacchi, ha preferito giocare a poker (non fraintendetemi, un azzardo anche questo) e ha dato all'IRGC un confronto aereo. È la stessa cosa può ripetersi su Bandar Abbas, con gli eserciti emiratini e sauditi che si prendono quel fazzoletto di terra e gli A10 che lo difendono. Ecco perché l'unica arma rimasta nelle mani dell'IRGC-City di Londra è la guerra di propaganda mediatica e le giravolte nelle trattative di “pace”. Su questa scia, è a dir poco “curioso” come quello che vale per l'Iran non vale “magicamente” per gli USA. E qui solo chi è in malafede dimostra palesemente di esserlo, avvalorando ancora di più la tesi che all'Iran è rimasta solo la propaganda mediatica in questo confronto. Questo a sua volta significa che la stampa e i commentatori sui social si strappano i capelli per il “blocco” iraniano dello Stretto, ma non coprono assolutamente l'efficacia del “contro-blocco” americano; si strappano i capelli per il vantaggio orografico iraniano, ma non applicano la stessa logica agli USA e ai loro alleati (sauditi ed emiratini potrebbero prendere Bandar Abbas e gli americani difenderlo con l'aeronautica, dato che gli iraniani praticamente non hanno più né quest'ultima né una Marina); si strappano i capelli per criticare la presunta assenza di un piano iniziale nel confronto con l'Iran, ignorando ingenuamente (o consapevolmente, se si vuole “pensare male”) che in passato il petrolio ha raggiunto picchi più alti e COME MINIMO era stato messo in conto che il petrolio potesse arrivare ai $150 al barile (salvo poi non arrivarci, o almeno finora non l'ha fatto dato che gli USA sanno cosa stanno facendo); si strappano i capelli per elogiare la presunta lungimiranza della Cina che ha immagazzinato barili di petrolio, dimenticandosi però che un conto è avere una popolazione il cui reddito medio annuale è ~$65.000 e un prezzo della benzina a ~$4, un altro è avere una popolazione il cui reddito medio annuale è ~$20.000.

Diffidate, quindi, da chi afferma che gli Stati Uniti sono stati sconfitti dall'Iran, o che a esso basta “sopravvivere” per vincere. Non sono questi i termini reali della vittoria. L'attuale fase di transizione ci porta in un mondo in cui non importa quale sia il prezzo del petrolio. La cosa che conterà davvero, e il vero termine della vittoria americana, è il controllo al margine sulla consegna dei barili di petrolio (qualunque sia il prezzo). E del controllo sul ritmo di consegna, potete star certi, è qualcosa di cui hanno discusso Trump e Xi. Soprattutto perché un altro obiettivo dell'amministrazione Trump è rendere obsoleti le strozzature geografiche mondiali, spostando la produzione di petrolio nel Golfo d'America. In questo modo verranno resi obsoleti i ricatti che potrebbero emergere se QUALCUNO prendesse come ostaggio suddette strozzature. L'unica che conterebbe, sarebbe il Canale di Panama (e i porti americani). Da “price taker” a “price setter” del prezzo del petrolio, ed è nelle città portuali americane che i Democratici sferreranno il loro attacco durante le midterm.

Gli americani iniziano a preoccuparsi delle midterm ad agosto. Quindi tutte quelle chiacchiere che sentite adesso sulla stampa italiana secondo cui Trump sarebbe a rischio a novembre, sono fasulle. Inoltre le recenti elezioni in Ohio ci dicono due cose principalmente. La prima è che gli americani hanno fiducia nelle parole di Trump secondo cui i prezzi della benzina scenderanno, ecco perché non ci sono disordini sociali (soprattutto negli stati rossi). La seconda è che i repubblicani stanno tirando su molti più soldi dei democratici per le elezioni, questi ultimi rimangono all'asciutto soprattutto perché Bessent sta tagliando loro tutti quei finanziamenti ombra tramite ONG e altre organizzazioni no-profit.

Lo stesso copione dell'Ohio l'abbiamo visto ripetersi in Kentucky, a dimostrazione che tutte le preoccupazioni per le midterm sono sentite all'estero e rappresentano un grimaldello per deturpare l'immagine che ha il popolo americano nei confronti di Trump. A ciò bisogna aggiungere che Massie, come altri nel movimento MAGA, ad esempio Marjorie Taylor Greene, sono elementi di divisione inseriti apposta dagli avversari per sabotare dall'interno. Potremmo chiamarla “Operazione Mitt Romney”: essere sempre allineati e votare sempre per le sciocchezze, per le cause ininfluenti e per quelle proposte di leggi “innocue” agli occhi degli avversari degli USA... ma quando si presenta davvero il momento di essere in linea con un cambiamento reale e dannoso per gli agenti esteri, ecco che scatta la trappola e gli asset infiltrati adducono giustificazioni e scuse per essere contrari. Nel suo discorso di concessione alle primarie Massie ha espresso ripudio per la guerra... quale? In Iran sono stati 10 giorni di bombardamento e un blocco tutt'ora in vigore, come a Cuba sostanzialmente, il tutto per riorientare le catene di approvvigionamento e le rotte logistico/commerciali dell'energia. Massie ha poi reiterato lo slogan “End the FED”... come? Non si accorge che già adesso è in corso un processo di trasformazione della stessa? Un ritorno a ciò che era prima del 1935? Davvero non ha idea di cosa Tether stia diventando per il mercato estero e interno del dollaro?

Oppure, la spiegazione più coerente: è sempre stato un asset divisivo che s'è guadagnato la fiducia dell'elettorato repubblicano a suon di “difesa dei principi”, salvo poi effettuare le vere mosse per cui era stato “reclutato”. Non fraintendetemi, alcune leggi da lui sostenute/presentate non erano affatto male (es. filiera della carne), ciononostante proprio questo conferma la tesi asset attivato in caso di necessità prima che si deprezzi definitivamente.

E in questo frangente storico, il deprezzamento degli asset infiltrati corre molto veloce. Soprattutto per un motivo: a chi fa più male un prezzo del petrolio a circa $110? Non agli Stati Uniti, non sono loro ad avere una curva dei rendimenti in sofferenza. Soprattutto non sono loro a rischiare di rimanere a corto di dollari. Senza contare che sono nel bel mezzo di una fase di transizione che li sta portando ad abbandonare il sistema estrattivo-keynesiano a favore di uno produttivo (Hamilton-Clay). Se ci uniamo che col SOFR adesso la FED controlla il front-end della curva dei rendimenti americana, l'uscita dalla conservatorship da parte di Fannie Mae/ Freddie Mac le permetterà di controllare anche il back-end. I guai sono tutti per gli europei, e per estensione canadesi, perché sin dal 2022 hanno portato avanti una “yield curve control” per impostare un tetto ai rendimenti delle loro obbligazioni. Il Canada infatti è un proxy che a mesi alterni vende/compra titoli del Tesoro americani per impedire che il rapporto di leva nel mercato dell'eurodollaro crolli bruscamente. Il problema: è una lenta erosione, man mano che le precedenti “linee rosse” vengono tutte attraversate al rialzo (es. 2,5%, 2,7%, 3%, ecc.). Infatti dov'è il trentennale statunitense? Laddove si trovava al momento del ciclo di rialzi dei tassi di Powell, mentre invece la Lagarde ha perso quasi 100 punti base nel differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello tedesco. Questa è la ragione principale per cui gli USA possono permettersi di “tergiversare” sulla questione Iran.

Quello che molti commentatori faticano a capire è il concetto di tempo integrato nei processi industriali e commerciali. Se prendete ad esempio lo sconquasso causato dai lockdown nella filiera della carne, ciò è stato dovuto alla rottura della catena del rimpiazzo dei capi che necessitano tempo per essere allevati. L'offerta rimane indietro, mentre la domanda riprende e si intensifica: aumento dei prezzi. Ciò vale anche per gli altri settori industriali, poiché l'impegno di capitale per progetti che vedranno i loro frutti nel futuro sembrano nell'immediato carenti. Infatti la re-industrializzazione degli USA è un processo che richiederà come minimo una generazione per vederne i frutti maturi, mentre invece i commentatori parlano nel presente di “fallimenti”, “crisi”, “debiti impagabili” e “disastri economici”.

Nel momento in cui mettiamo insieme due elementi dell'esecutivo americano, come il Project Vault e il Defense Production Act, capiamo che gli sforzi imprenditoriali che vengono incentivati a livello federale vedranno, come minimo, i primi risultati da qui ai prossimi 5 anni. Il vantaggio in questo contesto è il prezzo “di favore” delle materie prime a cui possono accedere le aziende americane. Infatti già il cambiamento di atteggiamento è significativo: non più progetti industriali/imprenditoriali fatti per soddisfare gli appetiti degli azionisti (tipico modello inglese, dove la “mano invisibile” è la loro che tramite la finanziarizzazione dell'economia trattengono parte dei guadagni). Logistica, trasformazione, energia, sono caratteristiche che spingeranno i cambiamenti industriali nel tempo, non nel presente.

Stiamo assistendo allo stesso meccanismo che negli anni '30 Roosevelt usò, tramite i mutui trentennali a tasso fisso, per rilanciare la classe media e l'economia americana. Queste supply chain non possono essere ricostruite senza supporto alla base, senza lo smantellamento della finanziarizzazione che le ha reso eteree e ha allungato oltremodo la produzione di un bene. L'accorciamento del processo produttivo unito alle catene di approvvigionamento non è protezionismo, o autarchia, ma il modo per riorganizzare un'economia che era stata trasformata in un guscio vuoto.

Come ripetuto spesso, uno degli obiettivi di Trump è sbarazzarsi della volatilità del petrolio come arma in mano ai suoi nemici. Infatti il prezzo del petrolio dovrebbe essere l'argomento più noioso di questa Terra. C'è qualcuno che, ad esempio si preoccupa del prezzo del carbone? Solo i produttori e i consumatori. Il carbone è noioso. Perché? Perché nessuno può più inserire un pedaggio, o un punto di strozzatura, nel flusso di carbone. Quest'ultimo non è stato finanziarizzato affinché il mondo girasse attorno a esso come mezzo per influenzare il commercio globale. Non esiste alcun mercato dei futures strutturato sul carbone che abbia davvero importanza! Esiste invece con il Brent e se si ha il controllo su di esso, allora si ha il potere per muovere i mercati, per sbarazzarsi di presidenti, per far cadere governi, per finanziare intermediari e terroristi, ecc. In sintesi, è la base dell'instabilità mondiale... per come vengono gestiti gli affari OGGI. Rimuovete le strozzature geografiche e il petrolio tornerà a essere noioso. Questo è il termine della vittoria REALE perseguito da Trump. Raggiungerlo significa mandare in fumo tutto quel capitale che la City di Londra ha dispiegato in Iran per arrivare a questo momento storico... e questo è un altro termine della vittoria perseguito da Trump.

La manifestazione della superiorità americana si evince anche attraverso un mondo in cui il dollaro è dominante ma secondo i canoni di chi lo emette, non più di chi lo controlla indirettamente tramite il prezzo impostato altrove. Per quanto tutto questo possa sembrare un “far west” monetario, non è altro che ciò che esisteva negli USA prima della FED: banche commerciali con le loro banconote, coperte dall'oro, che facevano riferimento a stanze di compensazione regionali. Un sistema decentrato/distribuito senza un regolatore centrale unico. Per quanto possa sembrare instabile a leggerlo così, le crisi economiche erano ridotte ai minimi termini.

(Nota: il panico del 1907 venne invece gonfiato mediaticamente per dare l'impressione che si necessitasse di una versione americana della Banca d'Inghilterra, e col senno di poi, data anche la presenza di Wilson, sappiamo di chi fosse lo zampino.)

GENIUS Act, STABLE Act e CLARITY Act sono le tre componenti che permetterebbero di tornare a un sistema analogo a quello pre-Federal Reserve (senza contare che anch'essa verrà riformata affinché il suo statuto torni a quello pre-1935). Il percorso inverso dalla moneta puramente fiat a un sistema che potremmo chiamare Bretton Woods 2.0 passa per ovvi motivi da un periodo in cui il presunto “caos” del libero mercato si assesta verso un sistema più affine alla società che lo determina. Internamente, negli USA, ci saranno diversi “dollari digitali” emessi da varie realtà, mentre esternamente ci sarà Tether. Una novità? Niente più niente meno di quanto descritto da Hayek in, A Choice in Currency. Non sarà un mondo perfetto, nemmeno buono... senza dubbio sarà un mondo migliore rispetto a quello attuale. E se ci sono da fare compromessi in quella fase di transizione che porta a un mondo in cui le idee libertarie/Austriache diventeranno dominanti, allora questo è il momento per gettare tali basi. Un momento storico come questo, dove i libertari possono avere una reale occasione per affermare tra il pubblico più ampio le loro idee di miglioramento filosofico/sociale, è fondamentale da sfruttare se si vuole avere DAVVERO una possibilità di vincere. Il percorso è tortuoso, certo; impervio, senza dubbio; ma è la possibilità concreta di avere una strada chiara e definita che parte dal punto A (statalismo “sfrenato”) al punto B (libertarismo “sfrenato”) in cui il processo intermedio è finalmente percorribile.

Le stablecoin hanno il potenziale per essere tanto trasformative per il sistema monetario mondiale quanto lo fu l'abbandono di Bretton Woods. Una stablecoin come Tether, collateralizzata sostanzialmente da oro e Bitcoin, ha la possibilità di raggiungere tutti i Paesi del mondo... che le loro autorità monetarie lo vogliano o meno. Meglio se lo accetteranno volontariamente, perché è nel loro migliore interesse dato che il dollaro rimane la valuta di raccordo commerciale per eccellenza. Certo, forse dovrebbero scegliere l'oro in quanto tale o Bitcoin in quanto tale, ma stanno preferendo trattare tali asset come riserve piuttosto che come circolante. Immaginate un possessore estero di Tether, in particolare in Unione Europea: egli è più “pericoloso” rispetto allo stesso possessore di oro o Bitcoin, perché in questo caso trasferisce potere di leva a Washington a scapito di Bruxelles.

Non solo, ma l'ascesa delle stablecoin, oltre a rappresentare nuova domanda per i titoli del Tesoro americani, permetterà al governo federale di emettere più titoli sul front-end della curva dei rendimenti (rendendo tali titoli più attraenti). Questo è importante perché se il back-end sale, Washington non deve necessariamente pagare tassi alti per ripagare il suo debito. E anche se il back-end dovesse salire, ciò metterebbe pressione sugli altri decennali nel resto del mondo e loro si ritroverebbero in guai molto più seri. I tassi alti fanno male agli USA? Certo, ma stritolano letteralmente il resto del mondo. Vi basti vedere cosa è successo nel 2022: nonostante una flessione economica gli USA ne sono usciti bene, mentre la Cina è dovuta intervenire per salvare il suo mercato obbligazionario, l'Inghilterra è dovuta intervenire per salvare il suo mercato obbligazionario, la BCE è dovuta intervenire per salvare il mercato obbligazionario della periferia europea.

Il cambiamento della FED sarà quello da una istituzione monopolistica che emette unità monetarie a una Exim Bank per l'eurodollaro, fino a tornare al suo mandato originale: prestatore di ultima istanza nel commercial paper market americano e impostazione del valore nominale del dollaro all'estero. Questo significa che tra i suoi “compiti” non figurerà più il QE, l'espansione del proprio bilancio, il savataggio di banche così come lo abbiamo visto finora, ecc. In particolar modo, la riduzione ulteriore dell'attuale bilancio sarà importante: maturazione dei titoli garantiti da ipoteca (ormai nel loro ultimo terzo di vita dato che sono vecchi di 18 anni) e maturazione dei titoli di stato americani. Inoltre Warsh è la cosa migliore che potesse capitare ad asset che sono garanzie ed equity, come oro e Bitcoin, dato che una linea di politica attuale e conclamata degli USA è quello di “gestire” gli asset che migliorano gli attivi di bilancio. Infatti questo è l'unico modo efficace per disinnescare le criticità del lato dei passivi. Quindi l'obiettivo di Trump, Bessent e Warsh è quello di “svegliare” tutti questi asset dormienti tramite un fondo sovrano che li valorizzi ai prezzi di mercato, ma questa è un'analisi che sfugge se ci si concentra solo sui debiti e non sugli attivi, ad esempio, o solo sull'offerta di denaro e non sulla domanda.

In sintesi, senza il controllo monetario e senza il controllo sui flussi monetari, in particolare per quanto riguarda il dollaro, il processo di re-industrializzazione americano sarebbe destinato a fallire miseramente. Ecco perché Trump, nel recente viaggio in Cina, è riuscito a staccare un accordo con Xi riguardo la commessa su 200 jet della Boeing (iniziali). Infatti pensate alla filiera industriale necessaria per costruire una macchina complessa come un aereo: dai sedili delle varie classi fino ai singoli chiodi da 1 pollice. E questo è anche il motivo per cui l'automotive è un settore cruciale ed è stato anch'esso riportato in patria: nell'alveo della difesa è imperante la costruzione di veicoli sul proprio territorio, il motivo per cui gli USA hanno avuto un vantaggio nella Seconda guerra mondiale.

Infatti i Bush, gli Obama e in generale i sodali dei globalisti hanno fatto di tutto per distruggere il sistema logistico e dei trasporti americani, in particolare la Marina. 

Il sistema bancario e finanziario inglese nella sfera d'influenza cinese (es. Singapore, Hong Kong, Africa orientale) sono da tempo coinvolti non solo nel riciclaggio dei proventi della droga, ma anche, e soprattutto, nel contrabbando di commodity. Qual è quindi l'interesse della Cina nel Canada in virtù del progetto A(merica)-R(ussia)-C(ina) che si sta sviluppando (e la recente visita di Trump in Cina sta rafforzando)? Condividere informazioni d'intelligence finanziaria. Il fatto che tutti i “pezzi grossi” si siano presentati insieme a Trump nel suo viaggio in Cina dimostra che essi “si parlano”.

Diversamente, quindi, da tutte le chiacchiere che sentite da una certa narrativa sulla stampa e sui canali d'informazione alternativi (gli stessi che gridavano al nemico quando parlavano di Russia e poi Cina), secondo cui la Cina vuole papparsi Taiwan, quello che farà Pechino invece sarà ridimensionare l'influenza inglese nella sua sfera d'influenza. Questo significa che nel mirino ha Hong Kong e Singapore, altro che Taiwan. L'interesse cinese nel Canada, quindi, non vuole un takeover silenzioso del Paese, bensì lo smantellamento sistematico di tutte le strutture finanziarie nel Pacifico e in Asia che fanno riferimento al Canada (e per estensione alla City di Londra). Questo perché il “centro commerciale ed economico” del mondo diventerà il Pacifico e non può diventarlo se prima non viene bonificato a dovere.

Dispiace rovinare i sogni dei commentatori sui social che ci raccontano della trappola di Tucidide che affrontano gli USA nei confronti della Cina. Non è così. Agli USA sta bene che la Cina sia dominante in Asia... fintanto che tale dominio non esca dai confini locali. Se la Cina rappresentasse davvero una minaccia reale nei confronti del primato americano, non si sarebbero fatti buttare fuori dal Venezuela, dall'Argentina, dal Canale di Panama, ecc. I cinesi temono e rispettano ciò che sono diventati gli USA dopo il 2022: un player che difende il dollaro e per estensione il suo primato nel mondo. Un futuro conflitto cinetico tra americani e cinesi è solo propaganda da chi ha più da perdere in questo nuovo contesto geopolitico: Londra e Bruxelles.


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venerdì 27 febbraio 2026

Decadentismo europeo/inglese & Rinascimento americano/giapponese

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/decadentismo-europeoinglese-and-rinascimento)

Nell'era moderna un impero non si estende più controllando fisicamente un territorio, bensì controllando il flusso dei capitali. Gli inglesi lo sanno bene. Controllare i binari lungo cui corrono capitali e soldi. Questo a sua volta significa costruire una struttura di fiducia nell'ombra tramite intermediari, società di clearing, società di assicurazioni, ecc. e con essa controllare il movimento dei beni fisici tramite i mercati dei futures. Vengono altresì coltivate connessioni e privilegi che maturano nel tempo. C'è quindi bisogno di controllare fisicamente i possessori delle proprietà e dei titoli di proprietà? No. E cosa sono le CBDC se non la digitalizzazione dei sopraccitati binari? E qui diventa più chiaro il motivo per cui Bitcoin adesso è sotto attacco, dato che il prezzo è solo uno show secondario rispetto al potenziale inattaccabile rappresentato dalla tecnologia sottostante.

Ma se non si smantella la rete di privilegi nel sottobosco e non si blocca il flusso, ciò che importa davvero, questa storia continuerà a ripetersi. Ecco perché Bessent ha ragione quando parla dell'urgenza di approvare il CLARITY Act: cambiare definitivamente il flusso con cui si muovono i dollari sottrarrà capacità di manipolazione a quei player, come Bruxelles e la City di Londra, che stanno lottando con unghie e denti per mantenere i loro privilegi acquisiti. La “buona notizia” è che tali privilegi si reggevano sul furto ai danni degli USA e questi ultimi sono determinati a mettere fine a questa storia. A questo corre parallelo il passaggio del SAVE Act, il quale permetterebbe delle elezioni degne di un Paese civile. A quel punto basterebbe mettere gli agenti ICE a ogni seggio affinché gli immigrati illegali non possano votare e i Democratici non vinceranno... nonostante tutti i soldi che Soros senior e junior possano spendere a riguardo.

Infatti il singolo e più importante obiettivo dell'amministrazione Trump, ora, è quello di ridurre ai minimi termini il sistema attuale che ha reso gli americani il capro espiatorio per tutti i mali del mondo e che ha sottratto loro capacità produttiva/ricchezza reale. Una delle fonti di ansia nel movimento MAGA è stata Steve Bannon, ad esempio, e non è un caso che tramite gli Epstein file abbiamo compreso che lui e i suoi programmi erano un cavallo di Troia. Dopo essere cresciuto mediaticamente grazie a Breitbart e Andrew Breitbart è stato uno dei catalizzatori delle critiche “interne” all'amministrazione Trump per non avere eseguito arresti, per non essere stato abbastanza incisivo, di rischiare di perdere le elezioni di medio termine, ecc. Lo scopo di gente come Bannon e di tutti coloro che sono orbitati attorno a lui e al suo programma era, ed è, quello di raffreddare quell'entusiasmo che ha accolto positivamente l'elezione di Trump. E per estensione raffreddare l'entusiasmo per altri riformatori come Milei, Orban, Fico. In questo modo diventa più facile disinnescarne altri come Norwaki in Polonia e Rupert Lowe in Inghilterra.

Ancora una volta tutte le strade conducono a(lla City di) Londra, la fonte di questa destabilizzazione cronica. E non importa se prima conducevano ad Amsterdam, Venezia e Roma, adesso la fonte di quel potere è lì e l'amministrazione Trump vuole impedire che si ricicli altrove (come ha tentato di fare a Pechino e ora sta tentando di fare a Dubai). Il modo più efficace che ha per contingentarlo è dichiarare indipendenza dall'Europa e presentarsi come vero punto di stabilità per il resto del mondo: ciò a sua volta cambierà come agiranno Russia e Cina, come si organizzerà il Medio Oriente, cambierà il Sud-est asiatico e l'Africa, cambierà soprattutto l'America Latina.

Guardare all'evoluzione della curva dei rendimenti tra Italia, Francia e Germania (i tre pilastri su cui si regge l'UE) spiega molto degli andamenti geopolitici ed economici. Senza il bisogno dei commenti della stampa generalista. I rendimenti tedeschi continuano a salire e quelli sul front-end sono ormai sovrapponibili; il punto interessante di adesso è che il trentennale italiano ha superato quello francese, quest'ultimo più rischioso del primo. Ecco perché Macron è diventato irrequieto nelle ultime settimane parlando di usare lo strumento di “anti-coercizione” europeo nei confronti degli USA e quindi alleviare le pressioni al rialzo sull'euro, permettendo quindi di compensare col suo indebolimento i dazi, la linea di politica americana “dollaro debole-oro forte” e proteggere i rendimenti obbligazionari europei. Ma questo assetto non servirebbe a molto: prezzi dell'energia più alti. La trappola “dollaro debole-tassi alti” che ha prosciugato lentamente il mercato degli eurodollari e ha permesso la stretta di accordi commerciali a Trump, adesso si invertirà continuando a tenere alta la pressione sull'Europa man mano anche che il Giappone normalizzerà la sua politica monetaria.

Alla fine dell'anno i tassi giapponesi e americani probabilmente convergeranno, eliminando quella fonte di finanziamenti gratis con cui l'Europa ha potuto sfornare pasti gratis, rendere ipertrofici gli Stati sociali e credere che l'iper-regolamentazione fosse un modello di business percorribile nonostante la desertificazione industriale incalzante. Sostituire il carry trade sullo yen e quella masnada di ONG sul territorio americano (inclusa l'uscita dall'OMS, dall'IPCC, ecc.) che facevano fluire dollari all'estero con la ZIRP della Svizzera è imbarazzante. Un disperato tentativo di guadagnare tempo mentre l'UE si trova davanti una decisione: accettare i termini della resa o far saltare in aria il tabellone di gioco.

Come in una partita di GO, Trump sta muovendo le sue pedine per guadagnare territorio e se questo significa stringere accordi con quatarini, siriani, lasciar “sfogare” Israele, abbattere il mondo “basato sulle regole” (inglesi) e ripulire il volto dell'Iran agli occhi del mondo (togliendo dall'equazione il cosiddetto “asse del male” e la minaccia nucleare) in modo da appianare le tensioni territoriali e settarie, e quindi risparmiare tempo e denaro con cui ricostruire l'America, allora tutto ciò è qualcosa che val la pena sostenere. La maggior parte delle persone ancora non riesce a comprendere questi obiettivi perché non ha la minima idea di come scorrono denaro e influenze. Il mondo degli intermediari, che lo stesso Epstein ha contribuito a costruire, è quello che ha alimentato la macchina della City di Londra grazie alla quale sono state combattute guerre mondiali. Trump, con la sua strategia, ha nel mirino “eserciti” e infrastrutture che avrebbero scatenato l'ennesima iterazione bellica mondiale con cui abbattere gli enormi debiti accumulati finora e ripetere di nuovo il ciclo. Se si guarda al modo in cui operano geopolitica e mondo finanziario, intricati tra loro, si capisce altresì che non importa chi sia pubblicamente al comando, per l'oligarchia di Davos è importante che sia essa a tirare le fila dietro le quinte. Per quanto si possano etichettare con la fantascienza i libri di Neal Stephenson, The Baroque Cycle, spiega accuratamente i natali del mondo moderno dalla creazione della Banca d'Inghilterra.

Le iterazioni di questi cicli hanno raggiunto il loro picco massimo e offrono il fianco a una correzione. Martin Armstrong parla di cicli che durano 300 anni circa, evoluzioni di sistemi a guida pubblica o privata. Stiamo vivendo uno di questi avvicendamenti.

Infatti, come spesso ripetuto, bisogna guardare a quello che Trump fa, non quello che dice. La maggior parte delle sue esternazioni sono “teatro”. Per l'appunto non c'è alcuna invasione dell'Iran, non c'è alcuna guerra cinetica contro Russia e Cina, il governo venezuelano è quello di prima fatto salvo “l'uccello che deve cantare”. E cos'altro era il rilascio degli Epstein file se non un altro tipo di “uccello che deve cantare”? Vedete, sono dell'idea che l'anno scorso quando Trump fece visita al re Carlo, presentò i termini della resa alla City di Londra: il loro ruolo nel processo decisionale internazionale sarebbe stato ridimensionato, in ritorno si sarebbero tenuti tutte le loro ricchezze e privilegi acquisiti fino a quel momento. La stessa offerta è stata presentata alla cricca di Davos il mese scorso dal discorso di Trump al forum mondiale nella stessa città e da Rubio alla Conferenza di Monaco. Gli Epstein file hanno scagionato Trump dalle accuse che venivano mosse contro di lui, mentre invece stanno mettendo nei guai gente facente riferimento a “middle management” e “upper management” che rappresentano le linee lungo cui corre il potere di intermediazione di City di Londra/cricca di Davos.

In questa nuova schermaglia nell'ambito più grande della partita di GO sia l'amministrazione Trump che gli avversari vogliono cavalcare la narrativa degli Epstein file per portare acqua al loro mulino. Essendo la mole di informazioni gigantesca, non è una bolla che si sgonfierà tanto presto. I termini della resa sono ancora validi, dato che parecchi documenti sono ancora parzialmente oscurati, ma l'esposizione di ulteriori intermediari non significa altro che escalation. Quest'ultima già resa chiara dalla ridicola audizione tenuta da quell'asset estero Massie contro Pam Bondi. Non una gran prova quella di quest'ultima, ciononostante il suo compito è decisamente arduo nel ripulire il Dipartimento di Giustizia e in suddetta audizione aveva ragione quando ha sottolineato che Massie aveva impostato la sua tesi sfruttando la fallacia della domanda complessa. Così come la sua critica all'intervento chirurgico in Venezuela, lamentando uno scavalcamento del Congresso in merito a dichiarazioni di guerra. Si dimenticava che operazioni simili sono nel potere esclusivo del Presidente degli Stati Uniti? Certo che no.

La realtà è che per quanto i numeri del Congresso dicano che l'amministrazione Trump abbia una maggioranza al Senato e alla Camera, ce l'ha solo in quest'ultima... ed è lieve. Ecco perché far passare il SAVE Act è fondamentale così come vincere le elezioni di medio termine, altrimenti ci vorrà un solo giorno dopo la tornata elettorale affinché il Congresso proceda con l'impeachment di Trump. La decisione della Corte Suprema in merito ai dazi è solo un assaggio di questo esito. Il team di Trump è perfetto? Ovviamente no. È buono per questa guerra? Sì. Pam Bondi è stata sotto attacco mediatico sin da quando ha ricevuto la carica, Kash Patel è stato sotto attacco mediatico sin da quando ha ricevuto la carica, Tulsi Gabbard è stata sotto attacco mediatico sin da quando ha ricevuto la carica. Quest'ultima è tenuta apposta nell'ombra dallo stesso Trump e non ne parla quasi mai: il DNI è un potente strumento nelle mani dell'amministrazione Trump per smembrare la piovra dello Stato profondo e la presenza della Gabbard a Fulton era nientemeno un guanto di sfida.

Stiamo parlando di una partita molto lunga e per usare la metafora del baseball siamo solo al terzo inning. Alla battuta si avvicendano i vari atleti e, a volte, bisogna lasciar agire l'avversario per cercare di “prevedere” le mosse successive. Hanno provato ad attaccare il mercato obbligazionario sovrano americano e hanno fallito; hanno provato ad attaccare il mercato dell'argento e hanno fallito; stanno provando ad attaccare Bitcoin, ma non fanno altro che spostarlo in mani più forti. Ancora una volta, il nodo gordiano sono i flussi; ecco perché i dazi fanno molto male al portafoglio della cricca di Davos e c'è una narrativa feroce contro di essi.

A proposito di flussi, una delle conseguenze della rimozione di Maduro è quella del controllo sui flussi di petrolio dal Venezuela. Ora sono gli Stati Uniti a manovrare il rubinetto energetico di Caracas. Questo significa che il petrolio continuerà a scorrere verso Pechino, ma quel tanto che basta affinché siano soddisfatte le esigenze industriali; gli approvvigionamenti non saranno più tali da permettergli di costruire una riserva strategica nazionale o alimentare una guerra contro Washington. I tentacoli inglesi ancora raggiungono la Cina e il recente colpo di stato fallito ne è la prova, ma oltre a ciò il timore della Cina è un'inversione dei ruoli con la Russia: se prima quest'ultima era un partner subordinato, com'erano consapevoli anche i russi e affermarono all'indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, ora la Cina dipenderà molto di più dalle importazioni di energia russe. Questo a sua volta significa anche che la Russia, oltre a ottenere un vantaggio geopolitico, ottiene indirettamente una motivazione per avvicinarsi di più alle posizioni americane nella chiusura del conflitto in Ucraina.

In Iran ci sono come minimo tre fazioni sul suo territorio. Una di queste è l'IRGC, decisamente supportata dagli inglesi. Il cosiddetto “asse del male” (es. Hamas, Hezbollah, IRGC, ecc.) in Medio Oriente era finanziato tramite fondi e passaporti, per muoversi nel mondo, provenienti dal Venezuela. Con l'esfiltrazione di Maduro l'amministrazione Trump ha tagliato questa importante fonte di approvvigionamento, alimentando al contempo le proteste di piazza a Teheran e le pressioni dei curdi a nord del Paese. Gli inglesi, famosi per la loro tattica “divide et impera”, vogliono altresì rimuovere la fazione religiosa al comando, ormai diventata un asset in rapido deprezzamento, e sostituirla con il loro fantoccio Pahlavi. Ripristinare lo Sha, la cui rimozione fu un'operazione dell'MI6 (i servizi di intelligence francesi entrarono in gioco dopo... Khamenei partì con un volo da Parigi). Per quanto l'operazione americana in Venezuela possa aver smosso le acque in Iran, gli effetti secondari e terziari sono i benvenuti perché tolgono capacità di minaccia a un Paese che da sempre ha mosso le sue intimidazioni nei confronti di Israele per creare ad hoc instabilità nella regione per il tornaconto inglese.

Oltre agli USA, chi riesce rafforzato da questo assetto in evoluzione in Medio Oriente è la Russia. La Cina, infatti, otterrà petrolio venezuelano alle condizioni americane e se ne vorrà di più dovrà rivolgersi esclusivamente alla Russia ora, ribaltando la situazione di subordinazione precedente. Un favore indiretto, nonché conciliazione e buona volontà americane, per motivare la Russia a terminare le ostilità in Ucraina. Ciò permetterebbe alla Russia anche di riconvertire il suo tessuto industriale concentrato adesso sullo sforzo bellico, generando un asse commerciale tra USA, Russia e Giappone in grado di spezzare il retaggio obsoleto del XIX secolo con cui inglesi ed europei avevano venduto il loro eccezionalismo commerciale.

Il Nikkei è sui 57.000 e molto presto arriverà ai 60.000 sulla scia della certezza politica, mentre la BOJ può tranquillamente lasciar salire il back-end della curva dei rendimenti perché puntellato dal suo portafoglio di azioni. Con una maggioranza di 2/3 alla Camera, essa può neutralizzare il potere di veto del Senato: questa stabilità politica permetterà, entro 6 mesi, di riaprire i rapporti con la Russia e terminare le ostilità recalcitranti sin dalla Seconda guerra mondiale. Questo a sua volta significa che, sulla scia della fine del carry trade sullo yen, i tassi di riferimento tra USA e Giappone si allineeranno (~2%) facendo fronte unico contro la City di Londra. Quest'ultima, infatti, ha perso un nodo di instabilità economica da propagare nel resto del mondo, oltre a una diminuzione del propellente finanziario con cui alimentare manipolazione di valute, obbligazioni, ecc. Quando l'arbitraggio tra dollari, yen e relativi tassi di entrambi i Paesi scomparirà, sparirà anche il mondo disegnato da Werner nel suo famoso libro e l'incubo di Mackinder diventerà realtà.

Non esiste solo il livello geopolitico ed economico, poi, ma anche quello sociale. Una società in salute è anche una società produttiva, ecco perché è stato necessario ribaltare la piramide alimentare negli USA. Questo ha permesso altresì di stoppare i finanziamenti pubblici a tutte quelle società nel campo dei cibi ultraprocessati e infatti la Doritos, ad esempio, ha dovuto abbassare i prezzi del 15%. Come lei anche altre, riscoprendo qualcosa che prima con i “food stamp” avevano scordato che esistesse: la concorrenza. Questo a sua volta significa la possibilità di diminuire la platea di idonei all'Obamacare, programma messo in piedi per tenere al guinzaglio Fannie/Freddie e ostracizzare la classe media dalla creazione di ricchezza reale. L'abbattimento sistematico delle fondamenta che rendevano "eccezionale" gli USA hanno permesso di convogliare i capitali altrove, laddove non erano fisiologicamente meglio serviti, ma in mancanza di alternative scorrevano in tal modo.

Capite adesso come mai ogni Dipartimento toccato dall'amministrazione Trump fa parte di un disegno più ampio per ricapitalizzare gli USA a ogni livello. Ribaltare la piramide alimentare permetterà agli americani di ritrovare un po' di salute in più, questo a sua volta significherà meno peso sul sistema sanitario, questo a sua volta significherà giustificare lo smantellamento dell'Obamacare, questo a sua volta significherà liberare Fannie/Freddie da costi esorbitanti che ne impediscono il debutto fuori dall'alveo pubblico, questo a sua volta significherà condizioni immobiliari migliori per la classe media (es. mutui trentennali a tasso fisso), questo a sua volta significherà prosperità per la classe media su solide basi economiche e sociali, questo a sua volta significherà maggiore spazio di manovra interno per abbattere i fardelli di debito, questo a sua volta significherà controllo sul back-end della curva dei rendimenti americana (esito propedeutico per evitare ulteriori attacchi al mercato dei titoli di stato americani).

Gli Epstein file, inoltre, ci hanno fornito la prova definitiva che Powell non è mai stato a bordo della cricca di Davos, mentre invece quest'ultima aveva reclutato parte del movimento MAGA e deputati del Congresso al seguito per remare contro l'indipendenza degli USA. Se da un lato c'era la stampa che premeva sullo spauracchio russo, dall'altra c'erano i Bannon e coloro che vi orbitavano attorno (es. Ted Cruz, Marjorie Taylor Greene, Tucker Carlson, Mark Mitchell, ecc.) che invece sventolavano lo spauracchio cinese, oltre a tutta una serie di altre critiche come “non ci sono arresti”, “i giovani vengono radicalizzati” e “Trump perderà le elezioni di medio termine”. I narcisisti sono fenomenali nell'instillare “pulsanti emotivi” nella testa delle persone e poi premerli in caso di necessità. E questo ci suggerisce anche l'importanza delle riforme dell'amministrazione Trump in termini dei flussi di capitali internamente ed esternamente. Per parecchio tempo è circolata la narrazione secondo cui vivevamo in un sistema basato sul petrodollaro, quando in realtà si trattava di un sistema giuridico basato sulla fiducia nel sottobosco tra banche, istituti di credito vari e società di assicurazione. Questo è la cricca di Davos; questo è la City di Londra. E questo a sua volta significa che, se necessario, potrebbero saltare in aria bombe a orologeria finanziarie in stile Archegos... Bank of America, a tal proposito, è una banca che ancora adesso “si rifiuta” di bilanciare il proprio bilancio per quanto riguarda i derivati...

BofA e Citigroup saranno l'extrema ratio nell'arsenale della City di Londra. Saranno usate come usò AIG nel 2008. Ecco perché le 2 banche negli ultimi 7 anni non hanno ripulito i loro bilanci dalla masnada di derivati in loro possesso.

Qual è il messaggio che la stampa europea sta facendo passare adesso? Negli Stati Uniti regna l'incertezza, tra Epstein file, scandali in Minnesota, elezioni di medio termine in avvicinamento, ecc. L'obiettivo di chi coordina questo attacco è congelare i mercati dei capitali, far apparire gli USA in una condizioni apparentemente instabile rispetto a quella che è veramente. Come avrete notato, nel momento in cui il Giappone ha stabilizzato la questione politica tramite le elezioni i capitali sono volati lì (smorzando le voci di coloro che ancora raccontano la favoletta che Ueda abbia “perso il controllo”). Nel frattempo l'UE guadagna tempo per imbastire un sistema di “ingabbiamento finanziario” per quanto resta dei capitali in questo continente.

Qual è quel catalizzatore che permetterà agli USA di apparire stabili, senza alcun ragionevole dubbio contrario, dal punto di vista socio-economico anche agli occhi più scettici e che scatenerà un'uscita furiosa di capitali dall'Europa? Perché è a questo che si sta preparando l'UE, ecco perché gente come Draghi e Letta parlano di “urgenza” e “tempi stretti”. Qual è quindi? La Corte Suprema americana. In particolare, il suo parere sui dazi imposti da Trump. Ritardare questa decisione ha permesso all'UE di guadagnare tempo nel percorso di erezione di barriere ai capitali. Ma è altresì un'arma a doppio taglio: il tempo passato ha aumentato la difficoltà per quanto riguarda inversione di accordi commerciali stretti e flussi di denaro coinvolti. Quando questo ostacolo giuridico vedrà una soluzione stabile, coloro che gestiscono asset per conto terzi realizzeranno che il nuovo sistema americano è qui per restare. Sarà a quel punto che i fund manager europei in Lussemburgo, ad esempio, e altrove si guarderanno negli occhi e tireranno la spoletta.


CONCLUSIONE

Ciò che sta prendendo forma negli USA, almeno nel medio termine, è quel sistema di capacità produttiva che venne delineato da Alexander Hamilton e che intesse una relazione di partnership pubblico-privato. Nel suo vortice finiranno gli asset digitali, oro/argento, il ribilanciamento delle linee commerciali, ecc. Un sistema che non si intromette nelle opportunità che la classe media può cogliere per migliorare la propria capacità produttiva, in opposizione al falso binomio rivoluzione dei lavoratori e soldi a pioggia ai poveri o iperfinanziarizzazione degli asset ed élite che gestiscono tutto dall'alto. La via verso la ricchezza è il laissez-faire, la possibilità in mano alla classe media di avere solide basi al suo attivo per potere pensare esclusivamente a come migliorare le proprie condizioni economiche e, per estensione, quelle del resto della società. Bitcoin e oro hanno ovviamente un ruolo in tutto questo: limitare l'abuso che può accadere quando il credito è in espansione. Il credito non è una cosa negativa, così come non lo è il debito; è l'iperfinanziarizzazione del debito e la rimozione del collaterale dal debito il problema, elemento che permette agli “intermediari” di succhiare i profitti nel processo di creazione di ricchezza reale. È qui che si sono inseriti la cricca di Davos/City di Londra, la loro concentrazione di potere è avvenuta grazie al posizionamento strategico tra produttore e consumatore. Quando il potere si concentra negli intermediari, la classe media perde. E per mantenere i loro privilegi cosa fanno gli intermediari? Mettono le classi sociali una contro l'altra. Nel frattempo rubano, oltre alla capacità produttiva, anche asset reali con cui poi resettare il sistema quando si arriva a un punto di saturazione critico.

Il super potere della City di Londra, in forza della sua autonomia giuridica, è quello di apporre la stessa garanzia per comprare diversi asset: comprare un titolo del Tesoro USA, apporlo come garanzia per diventare titolari di un bond giapponese, apporre il bond giapponese per comprare azioni, apporre le azioni per ritornare all'inizio di questa catena. Benvenuti nel carry trade infinito. Stessa cosa con qualche migliaia di dollari e all'improvviso ecco comparire dal nulla derivati per milioni di dollari con cui comprare elezioni o muovere le probabilità su Polymarket. No i mercati non sempre hanno ragione, la liquidità è cruciale. C'è una ragione per cui non esiste un'architettura strutturata di opzioni sul BIST 100 turco, mentre invece esiste per il DJIA.

Tra l'altro qual è una delle caratteristiche che ha reso popolare Bitcoin? Il superamento della necessità degli intermediari. Ed eccovi servita una delle motivazioni strategiche sufficienti a spiegare l'attenzione dell'amministrazione Trump su Bitcoin.

I metalli preziosi sono arrivati a cifre che solo qualche anno fa ci saremmo sognati, così come Bitcoin. Anzi, quelle cifre avrebbero comportato gravi dislocazioni sociali anche, soprattutto nell'immaginario di coloro che prevedevano gravi conseguenze sulla scia di salite così ripide. Ciononostante l'economia statunitense sta reagendo bene; non ha risolto tutti i suoi problemi, ma tiene botta. Il Giappone anche, se si guardano le risposte dei mercati azionari e obbligazionari. La concentrazione su asset credibili, affidabili e tangibili, nonché il potenziale di crescita annesso alle prospettive di policy implementate e da implementare, sta premiando americani e giapponesi con la fiducia dei mercati.

L'effimero, l'evanescente, l'ectoplasmatico, o per meglio dire l'iperfinanziarizzazione delle economie europee, è ciò che ha perso di credibilità. In particolar modo ora che gli USA hanno dato una svolta alla loro linea di politica. Ci provarono nel 1971, quella di Nixon fu una mossa difensiva per impedire che l'oro continuasse a scorrere dalle casse statunitensi a quelle europee. Venne “ricompensato” con lo scandalo Watergate. Ma se andiamo indietro nel tempo ci sono stati altri presidenti che hanno segnato la complicità di una parte degli Stati Uniti col piano di espropriazione e devastazione della nazione, come ad esempio Wilson e Johnson. L'eurodollaro ha rappresentato il manifesto di questa espropriazione, lo strumento per eccellenza: nonostante la mossa difensiva di Nixon nel sostituire l'oro con i titoli del Tesoro americani, l'impostazione del prezzo del dollaro era determinato altrove. E questo ha fatto proseguire il deflusso di ricchezza reale dalla nazione a vantaggio di Bruxelles e City di Londra.

Il motivo per cui i mercati, adesso, stanno credendo alla narrazione secondo cui gli USA possono cavarsela è che sono in grado di usare l'aumento dei prezzi di asset duri come base; hanno la capacità di resistere a questi venti contrari e nonostante tutto sfruttare questa opportunità per recuperare il terreno perso. Il personale fa la linea di politica, come si suol dire, e guardando ai protagonisti attuali (es. Bessent, Miran, Warsh) la scommessa di un successo dell'amministrazione Trump nei suoi intenti non è solo probabile ma allettante.


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