martedì 21 aprile 2026

Socialismo & americanismo

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/socialismo-and-americanismo)

Il nuovo sindaco di New York non ha nascosto le sue idee socialiste e la storia ha dimostrato che il tipo di pensiero a cui aderisce dovrebbe destare preoccupazione.

Per dirla senza mezzi termini, non stiamo parlando di un socialismo fabiano, raffinato e alla moda, tipico dell'alta borghesia britannica di cento anni fa, con il suo desiderio di costruire uno Stato sociale che garantisse assistenza dalla culla alla tomba. Ci riferiamo piuttosto a quello che affonda le radici nella tradizione più antica di Karl Marx e nel suo tentativo, del tutto errato, di ricondurre tutti i mali sociali all'esistenza del capitale privato. Questa visione è antiquata, mantenuta in vita esclusivamente dal mondo accademico, totalmente avulsa da qualsiasi esperienza economica concreta.

Naturalmente questo implica, in parte, non guardare al mondo materiale attraverso la lente della realtà oggettiva e dell'economia. Questa visione del mondo immagina che lo stato possa semplicemente rendere tutto gratuito, abbassare e congelare gli affitti, e consegnare la spesa a domicilio annunciandolo, con l'aiuto di pesanti tasse sui più abbienti.

Quando il piano non funziona, come accade sempre in questa visione del mondo, i leader sarebbero costretti a ricorrere a misure autoritarie. New York City è in condizioni terribili in questo momento e questa strada non farà altro che peggiorare la situazione. Nei prossimi mesi assisteremo a un'altra ondata di esodo dalla città, non solo una fuga dei capitali, ma anche delle persone.

Non sono solo le grandi imprese e le multinazionali a doversi preoccupare, sono tutte le attività commerciali della città. Questo punto di vista prende in considerazione qualsiasi afflusso di capitale come un flusso ingiusto dai lavoratori ai padroni; ovvero, dai creatori di valore agli sfruttatori di valore.

Si tratta di una prospettiva relativamente semplice, radicata in un unico errore, che a prima vista sembra plausibile ma che crolla di fronte un'analisi più approfondita. Esso attribuisce l'esistenza stessa del valore economico esclusivamente alla manifestazione del lavoro fisico. È nota come teoria del valore-lavoro ed è una proposizione esclusivamente empirica.

Secondo questa visione, l'intera produzione industriale equivaleva al valore del lavoro manuale e doveva essere ripartita di conseguenza. Qualsiasi somma di denaro sottratta al lavoro – per pagare i padroni del capitale, le materie prime, le nuove invenzioni, il marketing, o i creditori – era un furto ai danni del lavoro stesso. Paradossalmente, secondo quest'ottica, coloro che svolgono un lavoro intellettuale non facevano nulla. Tuttavia i socialisti hanno escogitato una via d'uscita: gli intellettuali sono l'avanguardia del proletariato e quindi necessari.

È davvero vero che ogni fatica genera valore economico che dovrebbe sempre e comunque andare solo ai lavoratori e mai ai padroni? Chiaramente no. Chiunque è perfettamente in grado di fare qualsiasi cosa che non venga considerata di valore da qualcuno. Il lavoro da solo non crea valore; ciò che genera valore è l'atto di attribuirgli valore.

La teoria del valore-lavoro ha radici profonde nella storia, accennate persino nelle opere di Adam Smith e David Ricardo, punti poi ripresi dai socialisti per sostenere la nazionalizzazione del capitale.

Fu l'avvento della teoria marxista a portare chiarezza all'interno della teoria del valore durante la cosiddetta Rivoluzione marginale della decade del 1880. Tre teorici – Stanley Jevons, Leon Walras e Carl Menger – argomentarono in modo convincente a favore di quella che divenne nota come la teoria soggettiva del valore, in contrapposizione alla teoria del valore-lavoro.

Tra queste opere la mia preferita è, Principi di economia (1871), di Carl Menger. È ancora una lettura avvincente e un ottimo manuale sui fondamenti dell'economia. Sulla questione del valore egli scrisse: “Il valore non è dunque nulla di intrinseco ai beni, nessuna loro proprietà, ma semplicemente l'importanza che attribuiamo innanzitutto alla soddisfazione dei nostri bisogni, cioè alla nostra vita e al nostro benessere, e di conseguenza trasferiamo ai beni economici come cause esclusive della soddisfazione dei nostri bisogni. [...] È un giudizio che gli uomini economicisti formulano sull'importanza dei beni a loro disposizione per il mantenimento della propria vita e del proprio benessere. Pertanto il valore non esiste al di fuori della coscienza degli uomini”.

Una volta compreso questo punto, l'intera struttura teorica del marxismo e persino del socialismo crolla. È il processo infinito di scambio cooperativo, guidato dalla percezione che le persone hanno dei propri bisogni e dal continuo lavoro volto a soddisfare i bisogni altrui, che genera valore, un valore che viene impartito dalle menti individuali.

Nessun politico, intellettuale o burocrate è in grado di replicare questo delicato sistema, tanto meno di sostituirlo con una visione nuova e completamente esterna di ciò che ha valore e di ciò che non ne ha. Né gli estranei possono sezionare e manipolare prezzi e contabilità derivanti dal processo di mercato e dire: questo è troppo alto, questo è troppo basso, ed ecco un piano per rimediare. Un simile tipo di pianificazione non può che portare a distorsioni estreme.

C'è un punto più profondo da tenere a mente, legato alla storia degli Stati Uniti. Non c'è nulla nella nostra storia nazionale che affondi le sue radici nella teoria socialista. Non riesco a pensare a un solo Padre Fondatore che avesse interesse per la teoria socialista utopica pre-marxista. Certo, esistevano sette anabattiste che condividevano valori comuni e celebravano la comunità, ma non è la stessa cosa. Dall'antichità ai giorni nostri, sono esistiti molti socialisti utopisti, ma i Padri Fondatori non ne hanno mai parlato.

Sapete qual era il nome dell'economista preferito di Thomas Jefferson? Non Adam Smith, bensì il fisiocrate francese Anne Robert Jacques Turgot, barone de l'Aulne (1727-1781). Era un sostenitore delle tasse basse, dei diritti di proprietà, delle piccole imprese, del commercio e dell'esperienza commerciale in generale. Fu lui ad avvertire la monarchia francese della necessità di ridurre le tasse e liberalizzare i prezzi per scongiurare la rivoluzione, un appello rimasto inascoltato.

Jefferson era un attento lettore del grande libro di Turgot, Riflessioni sulla produzione e la distribuzione della ricchezza (1766), che aveva anticipato la teoria del valore di mercato ben prima di Menger. Il suo libro è meticoloso e profondamente empirico, e illustra la formazione dei prezzi attraverso la domanda e l'offerta, discutendo l'origine e gli usi della moneta.

Nel suo ruolo di consigliere della corte, condannò i monopoli industriali e l'ingerenza della Corona negli affari commerciali delle piccole imprese. Fu un brillante innovatore. Jefferson lo ammirava a tal punto da fargli realizzare un busto da esporre nel portico principale di Monticello.

Se esiste un'economia americana, è questa: la celebrazione della proprietà privata, delle piccole imprese, delle tasse basse, dell'assenza di monopoli industriali, dell'agronomia, dell'imprenditorialità, del servizio alla comunità, dell'indipendenza, dell'autosufficienza, del duro lavoro, della creatività, dell'orgoglio per un lavoro ben fatto, della frugalità, di una moneta solida, del risparmio, dell'impegno a lungo termine, della famiglia e della fede.

Certamente, fin dai primi anni della sua storia, in America si sono avuti dibattiti sull'economia. I jeffersoniani si scontrarono con gli hamiltoniani. Jefferson detestava il debito, la tassazione, diffidava degli imperi bancari e si opponeva all'industrializzazione forzata e ai dazi doganali. Hamilton, al contrario, apprezzava la finanza aziendale, l'industria, le grandi banche e la leva finanziaria, ed era favorevole ai dazi. Si tratta di dibattiti americani legittimi, profondamente radicati nella nostra storia. L'idea di una banca nazionale ha attraversato diverse fasi di controversia per oltre un secolo, fino all'avvento del Federal Reserve Act e dell'imposta sul reddito.

Nonostante tutte queste dispute e dibattiti, non abbiamo alcuna storia hegeliana del tipo che è emersa a sinistra e talvolta anche a destra. Nemmeno i nostri primi socialisti, come Eugene Debs, erano comunisti. La sua passione principale era la libertà di parola, i diritti individuali e la pace, non la guerra. Questa è la lunga eredità della sinistra americana di un secolo fa. La teoria woke, la ridistribuzione di massa e il rifiuto radicale della libertà economica non sono davvero nel nostro DNA.

È necessario che gli americani riscoprano il sistema economico che ha reso grande questo Paese. Esso è inseparabile dalla libertà e dai diritti. Ciò che è morale è anche pratico dal punto di vista economico. Ciò che garantisce dignità garantisce anche prosperità. Questa è la convinzione e la pratica americana.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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