giovedì 23 gennaio 2025

Una tesi progressista per una riserva strategica di Bitcoin: rafforzare la rete di sicurezza sociale degli Stati Uniti

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Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato "fuori controllo" negli ultimi quattro anni in particolare. Questa è una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa è la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso è accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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da Zerohedge

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/una-tesi-progressista-per-una-riserva)

Inizierò dicendo che ho le mie riserve sul fatto che gli Stati Uniti perseguano una riserva strategica di Bitcoin, dati i piani principali che ho osservato tra cui la proposta di legge del senatore Lummis e una  bozza di ordine esecutivo del Bitcoin Policy Institute (questo non include quelli proposti stato per stato che hanno un approccio diverso e più diretto, dato che detengono effettivamente i bitcoin per diversificare i loro asset).

Le mie riserve riguardano i tempi, le implicazioni politiche, i meccanismi/costi per ottenere i bitcoin, un maggiore coinvolgimento del governo in Bitcoin potrebbe portare a un maggiore coinvolgimento/influenza nel suo sviluppo e le implicazioni su Bitcoin come denaro per i cittadini statunitensi (la privacy, il mezzo di scambio e l'auto-custodia sarebbero maggiormente a rischio?).

Sebbene abbia visto sostegno da parte dei sostenitori di Bitcoin, per lo più politici del Partito repubblicano e Trump (per correttezza, credo che il rappresentante democratico Ro Khanna abbia detto di essere favorevole, in teoria), non c'è ancora stata alcuna attenzione in modo positivo da parte dei progressisti. In realtà, solo critiche. Sebbene abbia le mie riserve, vorrei concentrarmi su alcuni modi in cui una riserva strategica di Bitcoin negli Stati Uniti potrebbe essere una cosa positiva per gli americani, da una prospettiva progressista e con un'enfasi sulla spesa per la rete di sicurezza sociale. Vorrei offrire alcune riflessioni su come una scelta del genere possa andare oltre rispetto al semplice “rafforzamento degli Stati Uniti come potenza globale e rafforzamento del dollaro”. Cosa potrebbe fare per le persone reali, di tutti i giorni, in America? Questo è ciò che mi interessa, e probabilmente anche a voi.

Questa immagine è stata presa oggi dal sito web https://www.usdebtclock.org/. Ciò per cui gli Stati Uniti non hanno una risposta convincente è come pagheremo per i servizi necessari e attesi dai cittadini quando ci troviamo ad affrontare una crisi del debito. A seconda di chi chiedete e a quali teorie economiche credete, ci sono diversi modi per gestire la situazione, ma il problema rimane: gli Stati Uniti stanno rinviando la questione del debito e della spesa pubblica, rifiutandosi di aumentare le tasse o di tagliare la spesa in modo drastico. Prima preparerò il terreno e poi offrirò alcuni casi di utilizzo in ambito sociale di un riserva strategica di Bitcoin.


1. Protezione contro l’inflazione per proteggere i programmi pubblici 

Stabilità per la spesa sociale: l'inflazione e la svalutazione della moneta erodono il potere d'acquisto dei bilanci governativi, riducendo l'efficacia dei programmi di sicurezza sociale. Una riserva di Bitcoin, come asset deflazionistico, potrebbe fungere da copertura contro tali rischi economici, garantendo finanziamenti stabili per programmi come Medicare, Medicaid e previdenza sociale. Man mano che le cose diventano più costose in termini di denaro fiat (es. stipendi, spese sanitarie, tecnologia ospedaliera essenziale, farmaci, trattamenti, ecc.) diventano più economiche in termini di Bitcoin.

Vantaggi a prova di futuro: l'offerta limitata di Bitcoin potrebbe proteggere dalla svalutazione a lungo termine della valuta fiat, garantendo che, nei decenni a venire, i programmi di welfare mantengano il loro valore e preservino i beneficiari delle relative prestazioni.


2. Generazione di entrate per le reti di sicurezza sociale

Apprezzamento degli asset: Bitcoin ha mostrato un apprezzamento significativo del prezzo nel lungo termine. Una riserva di Bitcoin detenuta dal governo federale potrebbe essere sfruttata in periodi di necessità finanziaria per generare entrate aggiuntive e finanziare i programmi sociali. La chiave qui è una visione a lungo termine, non un trading a breve termine.

Liquidazione controllata: nell'ambito di un quadro progressivo, il governo federale potrebbe elaborare rigidi protocolli per la vendita di parti della riserva durante periodi di crisi o recessione economica, in modo da evitare di compromettere il valore a lungo termine della riserva, sostenendo nel contempo il benessere pubblico.


3. Alternativa all'onere fiscale per i contribuenti 

Riduzione della dipendenza dai contribuenti: tradizionalmente i finanziamenti per le reti di sicurezza sociale provengono dalle tasse, che possono avere un impatto sproporzionato sulle famiglie a medio e basso reddito. Una riserva di Bitcoin potrebbe fornire una fonte di finanziamento alternativa, riducendo la dipendenza dalla tassazione diretta per i programmi sociali.

Riduzione della spesa in deficit: uno dei principali casi di inflazione è la spesa in deficit tramite meccanismi di stampa di denaro da parte della banca centrale, del Dipartimento del Tesoro e del Congresso che approva leggi ben oltre i nostri asset e le nostre entrate fiscali. Una riserva strategica di Bitcoin potrebbe essere utilizzata per aiutarci a fare meno affidamento sulla stampa di denaro che è responsabile dell'inflazione schiacciante sulla classe media/bassa e che viene spesso utilizzata per finanziare i programmi di spesa governativi. Includendo Bitcoin insieme alle riserve tradizionali come l'oro, il governo federale potrebbe migliorare la sua capacità fiscale di sostenere i programmi di welfare senza fare affidamento sulla spesa in deficit.


4. Assistenza finanziaria di emergenza 

Un fondo per la mitigazione delle crisi: durante le crisi finanziarie il governo federale spesso fatica a mobilitare rapidamente risorse per espansioni delle reti di sicurezza sociale. Bitcoin, essendo altamente liquido e accessibile a livello globale, potrebbe fungere da riserva di emergenza per trasferimenti diretti di denaro o per finanziare sussidi di disoccupazione in periodi di difficoltà economica.

Efficienza delle rimesse globali: la natura senza confini di Bitcoin potrebbe semplificare la distribuzione di aiuti internazionali, o rimesse, a sostegno delle comunità della diaspora o delle popolazioni vulnerabili all'estero, in linea con i valori progressisti dell'equità globale.


5. Promuovere l’inclusione finanziaria per le popolazioni vulnerabili 

Colmare il divario di ricchezza: una riserva strategica di Bitcoin potrebbe essere abbinata a linee di politica che incoraggiano la proprietà pubblica di Bitcoin, offrendo a individui e comunità la possibilità di partecipare a un sistema finanziario meno dipendente dalle strutture bancarie tradizionali. Guardate a programmi come l'Alaska Permanent Fund che paga dividendi in base alle riserve e alla produzione di petrolio dell'Alaska.

Meccanismi di ridistribuzione diretta: il governo federale potrebbe usare i guadagni dalle riserve di Bitcoin per finanziare programmi di reddito universale di base o assistenza mirata per le famiglie a basso reddito. Margot e io abbiamo discusso di questa possibilità con Scott Santens, uno dei massimi esperti di reddito universale di base nel nostro podcast.

Sebbene non sia direttamente collegata alla riserva strategica, l'accettazione di Bitcoin in questa fase potrebbe aprire le porte a maggiori possibilità per quanto riguarda il mining e la comunità.


6. Incentivare il mining di Bitcoin per la creazione di posti di lavoro 

Posti di lavoro per le comunità a rischio: le attività di mining di Bitcoin, se incentivate all'uso di energie rinnovabili, potrebbero creare posti di lavoro in regioni svantaggiate, offrendo un duplice vantaggio: rivitalizzazione economica e progresso ambientale.

Entrate per gli enti locali: le entrate fiscali generate da operazioni di mining sostenibili potrebbero essere reindirizzate per rafforzare le reti di sicurezza locali, come alloggi a prezzi accessibili o iniziative di assistenza sanitaria comunitaria.


7. Resilienza economica per finanziare programmi a lungo termine 

Tampone contro le crisi economiche: in periodi di crisi economica o instabilità geopolitica, l'indipendenza di Bitcoin dai sistemi di valuta fiat potrebbe fornire un cuscinetto finanziario. Ciò potrebbe garantire che i programmi di sicurezza essenziali continuino a funzionare senza interruzioni.

Rafforzare il contratto sociale: mantenendo una riserva che salvaguardi la sicurezza economica nazionale, il governo federale rafforza il suo impegno a proteggere le popolazioni vulnerabili, un principio progressista fondamentale.


8. Rafforzare la fiducia della popolazione nei programmi sociali 

Meccanismo di finanziamento trasparente: la tecnologia blockchain di Bitcoin garantisce un registro trasparente. Utilizzare una riserva di Bitcoin per finanziare parzialmente programmi sociali potrebbe aumentare la fiducia della popolazione nel modo in cui le risorse vengono allocate e gestite, riducendo lo scetticismo sullo spreco o la corruzione del governo federale. Gli indirizzi bitcoin nella riserva strategica verrebbero resi pubblici (come fa El Salvador).

Proprietà pubblica: i progressisti potrebbero proporre di assegnare una piccola parte dei guadagni di Bitcoin direttamente ai cittadini tramite rimborsi o crediti legati a programmi sociali, creando una connessione tangibile tra riserve nazionali e beneficio pubblico. Di nuovo, torniamo a un approccio basato su dividendi o reddito universale di base.

Questa è solo la punta dell'iceberg di come i progressisti potrebbero teoricamente approcciarsi a una riserva strategica di Bitcoin. Sebbene questo sia più un esercizio intellettuale a questo punto, e il mio focus continua a essere l'adozione di base di Bitcoin e come questo possa trasformare le vite degli individui e delle comunità in tutto il mondo, solleva un punto importante: quale bene sociale potremmo immaginare che Bitcoin fornisca nel nostro mondo in continua evoluzione? Oltre al semplice aumento dei numeri, quale ruolo può svolgere Bitcoin nel migliorare la vita delle persone comuni a un livello profondo e strutturale?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 22 gennaio 2025

Un commento breve su una proposta storica del presidente argentino Javier Milei

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di Jesus Huera De Soto

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/un-commento-breve-su-una-proposta)

Il Presidente della Repubblica Argentina, Javier Milei, ha dichiarato che presenterà una proposta di legge per dichiarare un crimine, per lo stato e la banca centrale, monetizzare il deficit pubblico e creare inflazione. Di conseguenza i capi di stato e di governo, i ministri, i funzionari della banca centrale e i rappresentanti pubblici che, in un modo o nell'altro, decidono, promuovono o partecipano alla creazione di denaro e al finanziamento inflazionistico del deficit pubblico, saranno processati e condannati come criminali.

Inoltre questi atti saranno dichiarati reati imprescrittibili e quindi, anche se — a causa di possibili cambiamenti politici futuri — questa legge dovesse essere abrogata, il suo successivo ripristino significherebbe, ipso facto, l'incriminazione e la condanna delle persone coinvolte in politiche inflazionistiche. In breve, l'intenzione è di scoraggiare, ex ante, l'azione di qualsiasi autorità, funzionario pubblico o politico che potrebbe, in futuro, decidere di ricorrere all'inflazione per finanziare e raggiungere obiettivi politici, economici, sociali o di altro tipo.

La ratio legis di questa nuova legge è chiara: si fonda sul danno grave causato dalle politiche inflazionistiche in generale. Nel caso particolare dell'Argentina, tali linee di politica sono state sul punto di causare una furiosa iperinflazione, che solo gli sforzi del nuovo Presidente, Javier Milei, e i sacrifici sopportati dalla nazione argentina sin dalla caduta dell'ex-governo peronista, sono riusciti a invertire. Suddetto ex-governo e quelli che lo hanno preceduto sono i principali responsabili della grave prostrazione, povertà e crisi economica e sociale che oggi hanno posto l'Argentina, un tempo uno dei Paesi più ricchi del mondo, tra le nazioni relativamente più povere e meno prospere, nonostante il suo enorme potenziale in termini di risorse umane e naturali.

Di seguito daremo un'occhiata al danno causato dalla creazione di denaro e dal finanziamento inflazionistico del deficit pubblico. Questo danno giustifica la criminalizzazione e la dura punizione di tutti coloro che, direttamente o indirettamente, diventano promotori, collaboratori o principali partecipanti a misure inflazionistiche.

Prenderemo in considerazione gli effetti della monetizzazione del deficit pubblico, dal meno severo al più severo. In primo luogo, essa costituisce un attacco diretto alle fondamenta stesse del sistema democratico. Infatti l'essenza della democrazia si basa sul controllo democratico, con completa trasparenza sia del bilancio di spesa che delle diverse fonti di entrate pubbliche, le quali devono essere note e votate dai cittadini. La monetizzazione della spesa pubblica, ovvero il finanziamento tramite la mera emissione di qualsiasi importo di nuova moneta, è profondamente antidemocratica. Rompe il legame tra spesa pubblica trasparente ed entrate, in modo nascosto e diluito, ponendo il costo della quota di spesa pubblica non finanziata con le tasse sulle spalle di chi usa le unità monetarie.

A poco a poco, e senza accorgersene all'inizio, o conoscerne la causa, queste persone ne sono colpite, poiché i loro saldi monetari subiscono un drastico calo del potere d'acquisto. Questo fenomeno si verifica sia quando il deficit viene monetizzato direttamente, come di fatto accade da anni in Argentina, sia quando, per salvare le apparenze, il deficit viene finanziato con nuovo debito pubblico che la banca centrale acquista immediatamente nel mercato secondario con denaro creato ex novo. La Banca centrale europea, la Federal Reserve e altre banche centrali, con il falso pretesto e “l'ombrello legale” di portare avanti solo la politica monetaria, hanno proceduto in questo modo e hanno acquisito fino a un terzo di tutto il debito pubblico emesso finora dai rispettivi governi.

In secondo luogo, la monetizzazione del deficit pubblico equivale a rimuovere la restrizione essenziale imposta ai politici dal controllo trasparente e democratico del bilancio e della sua attuazione. Infatti se la spesa pubblica può essere finanziata con l'inflazione, praticamente “di nascosto” e in un modo apparentemente indolore (almeno nel breve termine), gli incentivi politici saranno ovviamente e inevitabilmente orientati verso lo spreco: una “abbuffata di spesa pubblica” e un sfacciato e indiscriminato acquisto di voti che distrugge le fondamenta stesse della democrazia, oltre a demoralizzare e corrompere l'elettorato e la cittadinanza.

L'Argentina è un esempio lampante di questo fenomeno perverso. La Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno adottato politiche di monetizzazione del deficit pubblico che hanno dato origine a tal fenomeno (anche se su scala minore). Ad esempio, nel momento in cui la BCE ha avviato le sue politiche “monetarie” ultra-lassiste di “quantitative easing” e di abbassamento del tasso d'interesse a zero, i diversi governi dell'Eurozona hanno immediatamente bloccato le necessarie misure di austerità e le riforme che avevano iniziato a implementare. Nessun governo è disposto a sostenere il costo politico dell'adozione di linee di politica tanto dolorose, quanto necessarie, se il deficit che deriva dall'evitarle non costerà nulla, non avrà alcun impatto su chi è al potere e sarà persino finanziato, direttamente o indirettamente, da denaro creato ex novo dalla banca centrale e a tassi d'interesse praticamente inesistenti.

In terzo luogo, dobbiamo sottolineare che il denaro creato ex novo non raggiunge mai tutti i cittadini in egual modo. Invece viene iniettato, nel migliore dei casi, per pagare i conti della spesa pubblica, e quindi, i prezzi dei primi beni e servizi così finanziati aumentano. I primi destinatari del denaro creato ex novo ne escono vincitori, a spese di tutti gli altri cittadini. Nel peggiore dei casi, che sono peraltro i più comuni, le banche centrali mascherano la loro monetizzazione diretta del deficit pubblico sotto la cappa apparentemente più ortodossa dell'acquisto di titoli sovrani (e persino altri titoli, a reddito fisso e variabile) nei mercati secondari (azionari e obbligazionari). In questo caso la ridistribuzione del reddito a favore dei pochi è addirittura maggiore: può raggiungere l'estremo osceno di arricchire notevolmente coloro che detengono gli asset finanziari corrispondenti, sia perché vendono i titoli nel loro portafoglio alla banca centrale a un prezzo artificialmente esorbitante, sia perché il calo generalizzato dei tassi d'interesse (a zero o addirittura a meno di zero) fa schizzare alle stelle il valore di mercato dei titoli a reddito fisso, di altri asset e dei beni strumentali.

Per non parlare poi dell'enorme impatto negativo che una manipolazione così drastica e grossolana del tasso d'interesse esercita sulla struttura produttiva. Il tasso d'interesse è il prezzo più importante in un libero mercato e, quando viene manipolato in questo modo, cessa di funzionare in modo efficiente come guida per le decisioni imprenditoriali sull'allocazione intertemporale tra la produzione di beni di consumo e beni capitali.

Le banche centrali usano due processi per creare e iniettare denaro nell'economia:

  1. Espansione del credito generata dal sistema bancario a riserva frazionaria sotto la direzione della banca centrale;
  2. “Operazioni di mercato aperto”, o monetizzazione del deficit pubblico.

In entrambi i casi, un tasso d'interesse manipolato e artificialmente basso innesca ondate di investimenti errati e insostenibili che danno origine a cicli economici e crisi di instabilità finanziaria. Il fatto è che la manipolazione e l'abbassamento dei tassi d'interesse danno l'apparenza di redditività a processi di investimento che sono in realtà insostenibili, perché non corrispondono ai desideri reali dei cittadini, come consumatori e risparmiatori.

In quarto luogo, una volta che gli effetti sopra descritti hanno fatto il loro corso, ogni processo inflazionistico alla fine si traduce inevitabilmente nel graduale declino del potere d'acquisto delle unità monetarie utilizzate da tutti gli attori di mercato. Questa diminuzione del potere d'acquisto equivale a una tassa che danneggia tutti, in particolare i più vulnerabili e bisognosi, e quindi l'inflazione diventa invariabilmente una tassa particolarmente odiosa e regressiva.

In conclusione, la monetizzazione del deficit pubblico causa danni molto gravi che in realtà superano di gran lunga, sia quantitativamente che qualitativamente, quelli causati dai falsari, la cui attività è considerata un reato in tutti i codici penali del mondo (in Spagna, ad esempio, è punibile con una pena detentiva da otto a dodici anni negli articoli da 386 a 389 del codice penale spagnolo). Pertanto esiste una piena giustificazione per la proposta storica del presidente Javier Milei di criminalizzare e persino di non porre alcuna prescrizione sulla monetizzazione del deficit pubblico e di punirla con la reclusione e persino con multe pecuniarie più elevate; l'elemento storico è che varrà per tutti i capi di stato e di governo, i ministri delle finanze, i membri del parlamento e i governatori, e i membri dei consigli di amministrazione delle banche centrali che, per atto o omissione, sono responsabili della creazione di denaro. E, ancora una volta, la ragione di ciò è il danno grave, sia a livello individuale che sociale, che tale creazione di denaro causa sempre.

Pertanto ci auguriamo che il Presidente Javier Milei possa far passare questo cambiamento epocale il prima possibile. Soprattutto ci auguriamo che il suo esempio, insieme alla consapevolezza popolare degli effetti perversi e dei gravi danni che derivano dalla monetizzazione del deficit pubblico, si diffonda in tutto il mondo e raggiunga in particolar modo le aree economiche come quella del Nord America e dell'Eurozona; queste nazioni, sebbene non abbiano raggiunto la quasi iperinflazione dell'Argentina, hanno però espropriato i propri cittadini tramite la svalutazione delle unità monetarie. Ad esempio, in pochissimi anni il 20% del potere d'acquisto di tutto il loro denaro è stato espropriato. Ci auguriamo, quindi, che tutto ciò avvenga e che, in un futuro non troppo lontano, sarà anche possibile perseguire penalmente e ritenere personalmente responsabili i governatori delle banche centrali del resto del mondo e i membri dei rispettivi consigli di amministrazione per non aver raggiunto i loro obiettivi e per il danno sociale ed economico che hanno inflitto ai cittadini.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 21 gennaio 2025

Conto alla rovescia per il crollo europeo

Ci sono alcune inesattezze che è necessario correggere nell'articolo proposto di oggi. Come descritto nel Capitolo 16 del mio ultimo libro, “Il Grande Default”, il motivo per cui USA ed Europa sono in guerra è strettamente legato alla scalata di quest'ultima ai danni dei primi. La regia è la City di Londra, l'esecutore è Bruxelles. Se non si ha chiaro questo punto, se soprattutto non si ha chiaro il quadro generale, allora si continuerà a essere fuorviati dagli eventi in evoluzione, descrivendo gli effetti ma mancando le cause. Non proprio una metodologia d'analisi usabile ad ampio spettro. Sin dal 2022 Londra e Bruxelles le hanno tentate di tutte per trascinare in una crisi fiscale gli Stati Uniti, ne va della loro sopravvivenza, fallendo però. E fortunatamente aggiungerei. La crisi monetaria del dollaro è stata arginata con maestria dalla FED, da Powell e dai NY Boys (Dimon in cima) e questo lo si nota, oltre a un DXY a ~110, anche dalla capitalizzazione di mercato delle borse. Nel 2000 quella europea (compresa quella inglese) rappresentava il 34% dei mercati azionari di tutto il mondo; oggi rappresenta il 14%. A riprova che il motto, “il capitale vola dove viene trattato meglio”, rimane un assioma incrollabile. Infatti questo non è altro che un sintomo di un mercato dell'eurodollaro in contrazione, non più sottoponibile a leva arbitraria da player esterni in grado di forzare i costi di tale azzardo morale sui bilanci statunitensi. La City di Londra e Burxelles, in particolare, hanno iniziato a sanguinare perché l'aura di presunto luogo in cui il capitale poteva essere trattato meglio è svanita man mano che la FED metteva ordine nella politica monetaria interna, emancipava la nazione dal giogo esterno e contraeva la leva finanziaria nel mercato degli eurodollari. Per decenni la politica statunitense ha avallato la svendita del Paese a vantaggio dell'Europa, ma la cosiddetta “onda rossa” è servita proprio a cambiare questa situazione: mettere con le spalle al muro gli infiltrati. La recente inversione di marcia di Zuckerberg è la prova plastica di questa tesi (o le “cadute accidentali” di gente come la Pelosi o McConnell...). Senza un mercato degli eurodollari sottoponibile a riserva frazionaria sconsiderata e un ambiente finanziario con tassi a zero, tutte le fantasie green e le varie avventure militari in giro per il mondo non sono più possibili. E per entrambe le cose tutte le prove conducono a Londra. Quella degli USA, quindi, è una pulizia, dato che Bruxelles si è letteralmente suicidata. Questa storia finirà molto probabilmente con nuovi Accordi del Plaza e un dollaro sempre più forte serve a costringere i neocon inglesi e la cricca di Davos a sedersi al tavolo dei negoziati, solo che stavolta non c'è alcun LIBOR che li possa salvare.

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da Zerohedge

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/conto-alla-rovescia-per-il-crollo)

Con il divieto al flusso del gas russo verso l'Europa attraverso il territorio ucraino, manca relativamente poco al crollo economico e sociale del continente europeo...

Infine la cooperazione energetica tra Russia ed Europa è (quasi) completamente finita. Dopo quasi tre anni di sanzioni e sabotaggi, la partnership energetica bilaterale Mosca-UE ha subito il suo più grande colpo storico. Kiev ha mantenuto la promessa di non rinnovare il contratto con Gazprom, che consentiva l'arrivo del gas russo in Europa, creando quindi una situazione di insicurezza energetica estremamente scomoda per i suoi stessi “partner” nell'Unione Europea.

La mattina del primo giorno del 2025, la Federazione Russa ha smesso di fornire gas agli acquirenti europei tramite l'Ucraina. Anche nel bel mezzo del conflitto, la russa Gazprom e l'ucraina Naftogaz avevano mantenuto in vigore un accordo di transito energetico firmato nel 2020, scaduto l'ultimo giorno del 2024. In precedenza Kiev aveva già annunciato di non essere disposta a rinnovare il contratto con Gazprom, sebbene alcuni Paesi europei avessero ripetutamente chiesto all'Ucraina di farlo per davvero.

Nonostante le sanzioni imposte alla Russia sin dal 2022, alcuni Paesi europei hanno continuato a trarre vantaggio dall'importazione di gas russo, in particolare Slovacchia e Ungheria, nazioni che si sono rifiutate di partecipare al boicottaggio anti-russo sponsorizzato dall'Occidente, così come l'Austria, un Paese storicamente neutrale nelle controversie geopolitiche e militari dell'Europa. Altre nazioni, pur aderendo alle sanzioni, hanno continuato a ricevere ipocritamente gas russo, come Italia, Polonia, Romania e Moldavia. Ci sono stati anche casi di rivendita di gas, con le nazioni riceventi che hanno riesportato la merce verso Paesi che cercavano di aggirare le sanzioni.

Con la fine della rotta ucraina, tutti questi stati hanno perso ogni garanzia di una fonte energetica sicura, proprio durante l'inverno, il periodo dell'anno in cui il consumo di gas in Europa è al massimo. Attualmente ci sono riserve energetiche che potrebbero essere sufficienti per far fronte alle sfide della stagione in corso, ma la situazione diventerà progressivamente più critica nel tempo. Le nazioni europee dovranno trovare nuove fonti di gas o espandere l'uso delle uniche due rotte rimanenti per il gas russo (attraverso la Turchia e il Mar Nero). Gli indicatori recenti mostrano un aumento sostanziale dei prezzi del gas tra gli esportatori asiatici; si prevede anche che Ankara coglierà l'opportunità per ottenere maggiori profitti dal suo gasdotto.

Attualmente c'è speranza tra gli europei per una fornitura di gas a basso costo attraverso il tanto atteso progetto di gasdotto Qatar-Turchia attraverso la Siria. Con la caduta del governo di Bashar al Assad, i giganti dell'energia della Turchia e del Golfo hanno ripreso in mano la proposta, sebbene stiano aspettando la pacificazione interna in Siria da parte della giunta di Al-Qaeda per iniziare la costruzione. Alcuni analisti ottimisti in Europa ritengono che questo sarebbe l'antidoto alla dipendenza dell'Europa dal gas russo, o asiatico e americano, come nelle circostanze attuali.

Il problema principale di questa speranza è credere nella buona volontà dei falchi occidentali di “pacificare la Siria”. Senza Assad, Damasco è diventata uno “stato fallito”, con un territorio diviso tra diverse fazioni in costante ostilità. È improbabile che ciò cambi, perché nonostante gli operatori tattici della crisi siriana (Turchia e Qatar) desiderino la pacificazione, i mentori strategici (Israele e USA) non sono interessati. Tel Aviv preferisce una Siria polarizzata e dilaniata dalla guerra, incapace di fare alcunché per impedire il suo progresso territoriale nel Golan e oltre. Washington, che è subordinata agli interessi israeliani attraverso la lobby sionista, è interessata allo stesso, oltre a promuovere terroristi curdi per peggiorare ulteriormente la situazione interna siriana.

In altre parole, gli analisti occidentali non capiscono ancora che i decisori dell'asse unipolare non vogliono risolvere i problemi dell'Europa. Non è nell'interesse degli Stati Uniti che i suoi “partner” in Europa riacquistino energia a basso costo e una solida base industriale. Per Washington il crollo dell'Europa non è una tragedia, ma un obiettivo strategico, le cui radici affondano nella scienza della geopolitica stessa. Secondo i fondamenti della geopolitica occidentale, l'integrazione russo-europea sarebbe disastrosa per l'asse atlantico USA-Regno Unito. Pertanto di fronte all'imminente vittoria militare della Russia e alla riabilitazione di Mosca come potenza geopolitica eurasiatica, americani e britannici hanno adottato una strategia di “terra bruciata” in Europa.

Le sanzioni, l'attacco terroristico al Nord Stream e la chiusura della rotta ucraina verso l'Europa sono eventi che si inseriscono nello stesso contesto strategico: in tutti questi casi, gli strateghi anglo-americani vogliono provocare un crollo energetico in Europa per consentire la deindustrializzazione e la successiva crisi economica e sociale. L'obiettivo finale è un'Europa in rovina, non solo non disposta ma anche incapace di stabilire futuri legami strategici con Mosca.

Con la caduta della rotta del gas ucraina, si può dire che gli USA hanno vinto un'importante battaglia nella loro guerra economica contro l'Europa. Il crollo totale di quest'ultima è solo questione di tempo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 20 gennaio 2025

Incendi e la bufala del pianeta in fiamme

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Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato "fuori controllo" negli ultimi quattro anni in particolare. Questa è una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa è la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso è accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di David Stockman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/incendi-e-la-bufala-del-pianeta-in)

Ecco che ci risiamo: dare la colpa degli incendi di Los Angeles al cambiamento climatico, quando i veri colpevoli sono proprio i politici che non smettono mai di ululare per quella che è una bufala monumentale.

In primo luogo, gli attuali incendi in California, come quelli che si sono verificati periodicamente in passato, sono in gran parte una conseguenza di linee di politica sbagliate. I funzionari governativi hanno sostanzialmente ridotto la fornitura di acqua disponibile per i vigili del fuoco di Los Angeles e aumentato drasticamente la fornitura di legna da ardere e vegetazione combustibili che alimentano questi incendi. Questi ultimi, a loro volta, vengono amplificati dai venti stagionali di Santa Ana, che da sempre soffiano sulla costa della California.

La legna da ardere in questione deriva da una gestione forestale che impedisce la rimozione del combustibile in eccesso tramite incendi controllati, ovvero incendi appiccati intenzionalmente dai gestori forestali per ridurre l'accumulo di combustibili pericolosi. Come approfondiamo di seguito, la burocrazia e gli ostacoli burocratici hanno spesso ritardato o impedito questi incendi controllati, consentendo di accumularsi a sterpaglie, alberi morti e altri materiali infiammabili.

In questo caso i politici hanno anche ridotto la fornitura di acqua disponibile per i vigili del fuoco di Los Angeles al fine di proteggere le cosiddette specie in via di estinzione. In particolare, la California meridionale è tenuta in ostaggio da una forte riduzione della portata di pompaggio dell'acqua dal delta del fiume Sacramento-San Joaquin al fine di proteggere il latterino del Delta e il salmone Chinook.

Questi ultimi sono dei piccoli bastardi luccicanti, come si vede nella prima foto qui sotto, ma a quanto pare se vengono protetti, pescati e poi fritti, diventano una specie di prelibatezza.

Inutile dire che la California ha il diritto di cuocere a fuoco lento nella follia delle sue stesse politiche, se è questo che vogliono davvero i suoi elettori. Ma la sua miseria autoimposta non dovrebbe essere un'occasione per ulteriori ululati a favore delle politiche di Washington per combattere il cambiamento climatico.

Per quanto riguarda quest'ultimo, Trump ha la testa sulle spalle e non esita a esprimere la sua opinione sulla questione, il che va a beneficio di un ribilanciamento di quella che altrimenti è stata una narrazione della crisi climatica del tutto unilaterale e totalmente fuorviante. Quest'ultima è stata promulgata e spacciata dagli statalisti perché fornisce un'altra grande, spaventosa e urgente ragione per una campagna “più stato”: maggiore spesa, prestiti, regolamentazione e riduzione dell'imprenditoria e della libertà personale.

Quindi rivediamo ancora una volta la tesi fasulla del riscaldamento globale antropogenico. E per forza deve iniziare con prove geologiche e paleontologiche che affermano in modo schiacciante che l'attuale temperatura media globale di circa 15 °C e le concentrazioni di CO₂ di 420 ppm non sono nulla di cui preoccuparsi. E anche se entro la fine del secolo dovessero rispettivamente salire a circa 17-18 °C e 500-600 ppm, principalmente a causa di un ciclo di riscaldamento naturale in atto dalla fine della Piccola era glaciale nel 1850, ciò potrebbe nel complesso migliorare la sorte dell'umanità.

Dopotutto l'esplosione della civiltà negli ultimi 10.000 anni s'è verificata uniformemente durante la  parte rossa del grafico qui sotto: le civiltà fluviali, l'era minoica, l'era greco-romana, la prosperità medievale e le rivoluzioni industriali/tecnologiche dell'era attuale. Allo stesso tempo, quando il clima diventava più freddo (zona azzurra), si sono verificati i vari salti nei secoli bui.

Ed è solo una questione di logica: quando è più caldo e umido, le stagioni di crescita sono più lunghe e i raccolti sono migliori, indipendentemente dalla tecnologia e dalle pratiche agricole del momento. Ed è anche meglio per la salute umana e della società: la maggior parte delle piaghe mortali della storia si sono verificate in climi più freddi, come la peste nera del 1344-1350.

Eppure la narrativa sulla crisi climatica stronca queste prove “scientifiche” per mezzo di due tesi ingannevoli e senza di esse l'intera storia del riscaldamento globale antropogenico non starebbe in piedi.

In primo luogo, viene ignorata l'intera storia del pianeta nel periodo pre-Olocene (ultimi 10.000 anni), nonostante la scienza dimostri che per oltre il 90% degli ultimi 600 milioni di anni le temperature globali (linea blu) e i livelli di CO₂ (linea nera) sono stati più alti di quelli attuali; viene ignorato anche che entrambi suddetti elementi sono stati molto più alti per il 50% del tempo, con temperature nell'intervallo dei 22 °C o il 50% più alte dei livelli attuali.

Ciò va ben oltre qualsiasi cosa prevista dai più squilibrati modelli climatici odierni. Ma, cosa fondamentale, i sistemi climatici planetari non sono entrati in un ciclo apocalittico di temperature in continuo aumento che si sono concluse con un crollo rovente. Al contrario, le epoche di riscaldamento sono sempre state controllate e invertite da potenti forze di contrasto.

Anche la storia che gli allarmisti corroborano è stata grottescamente falsificata. Come abbiamo dimostrato altrove, gli ultimi 1.000 anni in cui le temperature sono state presumibilmente piatte fino al 1850 e ora stanno salendo a livelli presumibilmente pericolosi è una bufala. È stata fabbricata dall'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) per “cancellare” il fatto che le temperature nel mondo pre-industriale del periodo caldo medievale (1000-1200 d.C.) erano in realtà significativamente più alte di quelle attuali.

In secondo luogo, viene erroneamente affermato che il riscaldamento globale è una strada a senso unico in cui l'aumento delle concentrazioni di gas serra, e in particolare di CO₂, sta causando un continuo aumento del bilancio termico terrestre. La verità, tuttavia, è che concentrazioni di CO₂ più elevate sono una conseguenza e un sottoprodotto, non un elemento motore e una causa, dell'attuale aumento naturale delle temperature.

Durante il periodo Cretaceo, tra 145 e 66 milioni di anni fa, un esperimento naturale ha fornito la completa assoluzione alla molecola di CO₂ così tanto diffamata oggi. Durante quel periodo, le temperature globali salirono da 17 °C a 25 °C, un livello molto al di sopra di qualsiasi cosa i Fanatici del Clima di oggi abbiano mai previsto.

Purtroppo la CO₂ non era il colpevole. Secondo la scienza, le concentrazioni di CO₂ nell'ambiente erano crollate durante quell'arco di 80 milioni di anni, scendendo da 2.000 ppm a 900 ppm alla vigilia dell'estinzione dei dinosauri 66 milioni di anni fa.

Potreste pensare che questi fatti possano arginare i cacciatori di streghe della CO₂, ma ciò significherebbe ignorare la base su cui poggia tutta la storiella del cambiamento climatico. Cioè, non si tratta di scienza, salute e benessere umani o sopravvivenza del pianeta Terra; è una mera questione di politica e della ricerca incessante della classe politica e dei burocrati dell'ennesima scusa per esaltare il potere statale. Il conseguente ingrandimento del potere statale, a sua volta, è ampiamente supportato dalla classe politica di Washington, dai burocrati e dai criminali che ottengono potere e denaro dalla campagna contro i combustibili fossili.

Infatti la narrativa sui cambiamenti climatici è il tipo di mantra politico ritualizzato che viene invocato più e più volte dalla classe politica e dalla nomenklatura dello stato moderno – professori universitari, think tank, lobbisti, burocrati – al fine di raccogliere ed esercitare potere statale.

Per parafrasare il grande Randolph Bourne, inventare presunti fallimenti del capitalismo, come la propensione a bruciare troppi idrocarburi, è la salute dello stato. Infatti la fabbricazione di falsi problemi e minacce che presumibilmente possono essere risolti solo con un intervento dello stato è diventato il modus operandi di una classe politica che ha usurpato il controllo alla democrazia moderna.

Così facendo la classe dirigente è diventata sciatta, superficiale, negligente e, soprattutto, disonesta. Ad esempio, nel momento in cui sperimentiamo una normale ondata di caldo estivo del tipo che ha invaso Los Angeles, questi eventi meteorologici naturali vengono sequestrati nella narrativa del riscaldamento globale senza pensarci due volte e ripetuti a pappagallo dai giornalisti.

Eppure non c'è assolutamente alcuna base scientifica per tutto questo tam tam mediatico. Infatti la NOAA pubblica un indice di ondate di caldo basato su picchi di temperatura estesi che durano più di 4 giorni e che dovrebbero verificarsi una volta ogni dieci anni sulla base dei dati storici.

Come è evidente dal grafico qui sotto, gli unici veri picchi di caldo che abbiamo avuto negli ultimi 125 anni sono stati durante le ondate degli anni '30. La frequenza dei picchi di mini ondate di caldo dal 1960 non è maggiore di quella del periodo 1895-1935.

Allo stesso modo, tutto ciò che serve è un buon uragano Cat 3 e presto sentirete le urla di chi grida a gran voce “riscaldamento globale antropogenico”. Naturalmente tutto questo ignora completamente i dati della NOAA riassunti in quello che è noto come indice ACE (energia ciclonica accumulata).

Questo indice è stato sviluppato per la prima volta dal famoso esperto di uragani e professore della Colorado State University, William Gray. Utilizza un calcolo dei venti massimi di un ciclone tropicale ogni sei ore e quest'ultimo viene quindi moltiplicato per sé stesso in modo da ottenere il valore dell'indice accumulato per tutte le tempeste di tutte le regioni ogni anno. Questo grafico copre gli ultimi 170 anni, dove la linea rossa è la cifra annuale e la linea blu rappresenta la media mobile a sette anni.

Il sottoscritto ha un occhio di riguardo per l'esperienza di William Gray. Ai tempi del mio private equity abbiamo investito in una società, Property-Cat, che si occupava di un'attività super pericolosa: assicurazioni contro i danni estremi causati da uragani e terremoti molto violenti. Quindi impostare correttamente i premi non era un affare da poco e quegli assicuratori dipendevano dalle analisi, dalle banche dati a lungo termine e dalle previsioni dell'anno in corso del professor Gray.

Vale a dire, centinaia di miliardi di coperture assicurative erano allora e vengono tuttora redatte con l'ACE come input cruciale. Tuttavia se si esamina la media mobile a 7 anni (linea blu) nel grafico, è evidente che l'ACE era alto o superiore negli anni '50 e '60 come lo è oggi, e che lo stesso vale per la fine degli anni '30 e il periodo 1880-1900.

La linea blu non è piatta come una tavola perché ci sono cicli naturali a breve termine che guidano le fluttuazioni mostrate nel grafico. Ma non c'è “scienza” deducibile dal grafico che supporti il ​​presunto collegamento tra l'attuale ciclo di riscaldamento naturale e il peggioramento degli uragani.

Quanto sopra è un indice aggregato di tutte le tempeste ed è quindi una misura completa. Ma per fugare qualsiasi altro dubbio, i prossimi tre grafici esaminano i dati degli uragani a livello di conteggio delle tempeste individuali. La parte rosa delle barre rappresenta il numero di grandi tempeste Cat 3-5, mentre la parte rossa riflette il numero di tempeste Cat 1-2 e quella blu il numero di tempeste tropicali che non hanno raggiunto l'intensità Cat 1.

Le barre accumulano il numero di tempeste a intervalli di 5 anni e riflettono l'attività registrata fin dal 1851. Il motivo per cui presentiamo tre grafici, rispettivamente per i Caraibi orientali, i Caraibi occidentali e le Bahamas/Turks & Caicos, è che le tendenze in queste tre sottoregioni sono nettamente divergenti. E questa è la pistola fumante!

Se il riscaldamento globale generasse più uragani, come sostiene costantemente la narrativa mainstream, l'aumento sarebbe uniforme in tutte queste sottoregioni, ma chiaramente non lo è. Dal 2000, ad esempio:

• I Caraibi orientali hanno avuto un modesto aumento sia delle tempeste tropicali che delle Cat di grado più elevato rispetto alla maggior parte degli ultimi 170 anni;

• I Caraibi occidentali non hanno fatto registrare alcuna anomalia e sono stati ben al di sotto dei conteggi registrati durante il periodo 1880-1920;

• Sin dal 2000 la regione Bahamas/Turks & Caicos è stata in realtà molto più debole rispetto al periodo 1930-1960 e 1880-1900.

La verità è che l'attività degli uragani atlantici è generata dalle condizioni della temperatura atmosferica e oceanica nell'Atlantico orientale e nel Nord Africa. Queste forze, a loro volta, sono fortemente influenzate dalla presenza di un El Niño o La Niña nell'Oceano Pacifico. Gli eventi di El Niño aumentano il gradiente del vento sull'Atlantico, producendo un ambiente meno favorevole per la formazione di uragani e diminuendo l'attività delle tempeste tropicali nel bacino atlantico. Al contrario, La Niña provoca un aumento dell'attività degli uragani a causa della diminuzione del gradiente del vento.

Questi eventi nell'Oceano Pacifico, ovviamente, non sono mai stati correlati al basso livello dell'attuale riscaldamento globale naturale.

Il numero e la forza degli uragani atlantici possono anche subire un ciclo di 50-70 anni noto come oscillazione multidecennale atlantica. Ancora una volta, questi cicli non sono correlati alle tendenze di un riscaldamento globale sin dal 1850.

Tuttavia gli scienziati hanno ricostruito l'attività dei principali uragani dell'Atlantico all'inizio del diciottesimo secolo (≈1700) e hanno trovato cinque periodi con una media di 3-5 grandi uragani all'anno e della durata di 40-60 anni ciascuno; e altri sei periodi con una media di 1,5–2,5 grandi uragani all'anno e della durata di 10–20 anni ciascuno. Questi periodi sono associati a un'oscillazione decennale correlata all'irraggiamento solare, responsabile dell'aumento/smorzamento del numero di grandi uragani di 1–2 all'anno e chiaramente non è un prodotto del riscaldamento globale antropogenico.

Inoltre, come in tutto il resto, anche le registrazioni a lunghissimo termine dell'attività temporalesca escludono il riscaldamento globale antropogenico, perché per la maggior parte degli ultimi 3.000 anni, ad esempio, l'essere umano non può esserne stato responsabile. Secondo un proxy da un lago costiero a Cape Cod, l'attività degli uragani è aumentata in modo significativo negli ultimi 500-1.000 anni, molto prima dell'industrializzazione e della combustione di combustibili fossili, rispetto ai periodi precedenti.

In breve, non c'è motivo di credere che queste condizioni ben note e le tendenze a lungo termine siano state influenzate dal modesto aumento delle temperature medie globali dalla fine della Piccola era glaciale nel 1850.

Guarda caso, la stessa storia è vera per quanto riguarda gli incendi, la terza categoria di disastri naturali su cui si sono concentrati i Fanatici del Cilma, ma in questo caso è stata una cattiva gestione forestale, non il riscaldamento globale provocato dall'uomo, che ha trasformato gran parte della California in una discarica di legna secca.

E non credetemi sulla parola. Il seguente estratto viene da Pro Publica finanziata da George Soros, che non è esattamente un covo di complottisti di destra. Sottolinea che gli ambientalisti hanno talmente incatenato le agenzie federali e statali per quanto riguarda la gestione forestale che i piccoli “incendi controllati” di oggi non sono che una frazione infinitesimale di ciò che Madre Natura stessa realizzava prima che la mano delle autorità politiche arrivasse sulla scena:

Gli accademici ritengono che c'erano tra i 4,4 milioni e gli 11,8 milioni di acri bruciati ogni anno nella California preistorica. Tra il 1982 e il 1998 i gestori del territorio dell'agenzia della California hanno bruciato, in media, circa 30.000 acri all'anno; tra il 1999 e il 2017 quel numero è sceso a 13.000 acri all'anno. Lo stato ha approvato nuove leggi nel 2018, progettate per facilitare incendio intenzionali, ma pochi sono ottimisti che questo, da solo, porterà a cambiamenti significativi.

Ci portiamo dietro un arretrato mortale. Nel febbraio 2020 Nature Sustainability ha pubblicato questa terrificante conclusione: la California avrebbe bisogno di bruciare 20 milioni di acri – un'area delle dimensioni del Maine – per ristabilirsi in termini di incendi.

In breve, se non pulite e bruciate il legno morto, si accumula propellente naturale che poi richiede solo un fulmine, una scintilla da una linea elettrica non riparata, o la semplice negligenza umana, per scatenare un inferno di fiamme. Come ha riassunto un ambientalista con un'esperienza quarantennale nel settore: “[...] C'è solo una soluzione, quella che conosciamo ma che ancora evitiamo. Dobbiamo  fare un bel falò e ridurre parte di quel carico di carburante naturale”.

L'incapacità di effettuare incendi controllati è esattamente ciò che sta dietro all'incendio di Los Angeles di oggi. Infatti un'impronta umana notevolmente più grande nelle aree arbustive soggette a incendi e nelle aree chaparral (alberi nani) lungo le coste, aumenta il rischio che i residenti possano appiccare incendi. La popolazione della California è quasi raddoppiata dal 1970 al 2020, da circa 20 milioni di persone a 39,5 milioni di persone, e quasi tutti nelle zone costiere.

In queste condizioni, i forti venti naturali della California, che si alzano periodicamente, sono i principali colpevoli che alimentano e diffondono le fiamme nelle terre arbustive. I venti di Diablo a nord e quelli di Santa Ana a sud possono raggiungere la forza di un uragano, come è stato anche il caso questa settimana. Quando il vento si sposta a ovest sulle montagne della California e scende verso la costa, si comprime, si riscalda e s'intensifica.

I venti alimentano le fiamme e trasportano braci, diffondendo rapidamente i fuochi prima che possano essere contenuti. E, per giunta, i venti di Santa Ana fungono anche da asciugacapelli di Madre Natura: mentre scendono dalle montagne verso il mare, i venti caldi seccano rapidamente e con forza la vegetazione superficiale e il legno morto, aprendo la strada alle braci che soffiano per alimentare la diffusione degli incendi lungo i pendii.

Tra le altre prove che l'industrializzazione e i combustibili fossili non sono i colpevoli c'è il fatto che i ricercatori hanno dimostrato che quando la California fu occupata dalle comunità indigene, gli incendi avrebbero bruciato circa 4,5 milioni di acri all'anno. È quasi 6 volte il periodo 2010-2019, quando gli incendi hanno bruciato una media di soli 775.000 acri all'anno in California.

Al di là dello scontro indesiderato di tutte queste forze naturali del clima con le politiche governative scellerate sull'ambiente, c'è in realtà una pistola ancora più fumante, per così dire.

I Fanatici del Clima non hanno ancora abbracciato l'assurdità che le temperature presumibilmente in aumento del pianeta abbiano preso di mira specificamente la California per punirla. Tuttavia, quando esaminiamo i dati da inizio anno fino ad agosto riguardo gli incendi, scopriamo che a differenza della California e dell'Oregon, gli Stati Uniti nel loro insieme stanno ora vivendo gli anni di incendio più deboli sin dal 2010.

Proprio così. Al 24 agosto di ogni anno, la proporzione decennale media degli incendi era di 5,114 milioni di acri negli Stati Uniti, ma nel 2020 era inferiore del 28% a 3,714 milioni di acri.

Dati nazionali sugli incendi dall'inizio di ogni anno

Infatti ciò che mostra la tabella qui sopra è che su base nazionale non c'è stato alcun peggioramento durante l'ultimo decennio, solo enormi oscillazioni di anno in anno alimentate non da qualche grande vettore di calore planetario ma dal cambiamento delle condizioni meteorologiche ed ecologiche locali.

Non si può semplicemente passare da 2,7 milioni di acri bruciati nel 2010 a 7,2 milioni di acri bruciati nel 2012 e poi tornare a 3,9 milioni di acri bruciati nel 2019 e 3,7 milioni di acri nel 2020 e sostenere, insieme ai Fanatici del Clima, che il pianeta è arrabbiato.

Al contrario, l'unica vera tendenza evidente è che su base decennale negli ultimi tempi la superficie media degli incendi in California è aumentata lentamente, a causa del triste fallimento sopra descritto delle politiche governative di gestione forestale.

Ma anche la tendenza media della superficie incendiata in lieve aumento sin dal 1950 è un errore di arrotondamento rispetto alle medie annuali della preistoria: quasi 6 volte maggiori rispetto al decennio più recente.

Inoltre la tendenza in lieve aumento sin dal 1950, come mostrato di seguito, non deve essere confusa con l'affermazione fasulla dei Fanatici del Clima secondo cui gli incendi della California “sono diventati più apocalittici ogni anno”, come riportato dal New York Times.

Infatti significa mettere a confronto gli incendi sopra la media del 2020 con il 2019, anno che ha visto una quantità insolitamente piccola di superficie bruciata: appena 280.000 acri rispetto ai 1,3 milioni e 1,6 milioni nel 2017 e nel 2018, rispettivamente, e 775.000 in media nell'ultimo decennio.

Né questa mancanza di correlazione con il riscaldamento globale è solo un fenomeno della California e degli Stati Uniti. Come mostrato nel grafico qui sotto, l'entità globale della siccità, misurata da cinque livelli di gravità di cui il marrone è il più estremo, non ha mostrato alcuna tendenza al peggioramento negli ultimi 40 anni.

Questo ci porta al cuore del problema. Non c'è alcuna crisi climatica, ma la bufala del riscaldamento globale ha contaminato così tanto la narrativa mainstream e l'apparato politico a Washington, e nelle capitali di tutto il mondo, che la società contemporanea si sta preparando a commettere un seppuku economico... beh, finché non è arrivato Trump giurando di cacciare l'America dal campo di gioco di questa assurdità green.

In contraddizione con la tesi fasulla secondo cui l'aumento dell'uso dei combustibili fossili dopo il 1850 ha causato lo scollamento del sistema climatico planetario, c'è stata invece una massiccia accelerazione della crescita economica globale e del benessere umano. E un elemento essenziale dietro questo salutare sviluppo è stato il massiccio aumento dell'uso dei combustibili fossili a basso costo per alimentare la vita economica.

Il grafico qui sotto non potrebbe essere più chiarificatore. Durante l'era preindustriale tra il 1500 e il 1870, il PIL reale mondiale aumentava ad appena lo 0,41% annuo. Al contrario, negli ultimi 150 anni dell'era dei combustibili fossili la crescita del PIL globale è accelerata al 2,82% annuo, o quasi 7 volte più velocemente.

Questa maggiore crescita, ovviamente, è in parte il risultato di una popolazione mondiale più grande e molto più sana resa possibile dall'aumento del tenore di vita. Non sono stati solo i muscoli umani a far diventare parabolico il livello del PIL, ma soprattutto la fantastica mobilitazione del capitale intellettuale e della tecnologia.

E uno dei vettori più importanti di quest'ultima è stata l'ingegnosità dell'industria dei combustibili fossili nello sbloccare l'enorme tesoro immagazzinato che Madre Natura aveva condensato durante i lunghi eoni più caldi e umidi dei precedenti 600 milioni di anni.

Inutile dire che la curva del consumo energetico mondiale corrisponde strettamente all'aumento del PIL mondiale mostrato sopra. Nel 1860 il consumo mondiale di energia ammontava a 30 exajoule all'anno e praticamente il 100% era rappresentato dallo strato blu etichettato come “biocarburanti”, che è solo un sostantivo educato per il legno e la decimazione delle foreste che esso comportava.

Da allora il consumo energetico annuo è aumentato di 18 volte a 550 exajoule (≈100 miliardi di barili di petrolio equivalenti), ma il 90% di tale aumento è stato dovuto a gas naturale, carbone e petrolio. Il mondo moderno e la prospera economia mondiale non esisterebbero senza il massiccio aumento dell'uso di questi combustibili efficienti, il che significa che il reddito pro capite e il tenore di vita sarebbero altrimenti solo una piccola frazione dei livelli attuali.

Sì, quell'aumento della prosperità che genera il consumo di combustibili fossili ha dato origine a un aumento proporzionato delle emissioni di CO₂. Ma contrariamente alla narrativa sui cambiamenti climatici, la CO₂ non è affatto un inquinante!

Come abbiamo visto, l'aumento correlato delle concentrazioni di CO₂, da circa 290 ppm a 415 ppm sin dal 1850, equivale a un errore di arrotondamento sia nel lungo trend storico che in termini di carichi atmosferici da fonti naturali.

Per quanto riguarda il primo, le concentrazioni inferiori a 1000 ppm sono solo sviluppi recenti dell'ultima era glaciale, mentre durante le precedenti ere geologiche le concentrazioni raggiungevano fino a 2400 ppm.

Allo stesso modo, gli oceani contengono circa 37.400 miliardi di tonnellate di anidride carbonica sospesa, la biomassa terrestre ne ha 2.000-3.000 miliardi di tonnellate e l'atmosfera contiene 720 miliardi di tonnellate di CO₂, o 20 volte più delle attuali emissioni fossili mostrate di seguito. Naturalmente il lato opposto dell'equazione è che gli oceani, la terra e l'atmosfera si scambiano continuamente CO₂, quindi i carichi incrementali dalle fonti umane sono molto piccoli.

Ancora più importante, anche un piccolo cambiamento nell'equilibrio tra oceani e aria causerebbe un aumento/riduzione delle concentrazioni di CO₂ molto più grave di qualsiasi altra cosa attribuibile all'attività umana. Ma dal momento che i Fanatici del Clima postulano falsamente che il livello preindustriale di 290 parti per milione esistesse sin dal Big Bang e che il modesto aumento sin dal 1850 sia un biglietto di sola andata per far bollire vivo il pianeta, sono ossessionati dall'equilibrio nel ciclo dell'anidride carbonica senza alcun motivo valido a supporto.

In realtà il bilanciamento dinamico dell'anidride carbonica da parte del pianeta, in qualsiasi periodo di tempo ragionevole, equivale a un gigantesco dito medio nei confronti dei Fanatici del Cilma.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 17 gennaio 2025

Perché il progetto “America First” di Trump non richiede un budget per la sicurezza nazionale da $1.000 miliardi

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato "fuori controllo" negli ultimi quattro anni in particolare. Questa è una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa è la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso è accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di David Stockman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/perche-il-progetto-america-first)

Se la politica estera incentrata sul cosiddetto “America First” di Donald Trump ha un significato, allora l'attuale bilancio per la sicurezza nazionale da $1.000 miliardi è il doppio di quanto effettivamente richieda uno scudo di difesa nazionale. Infatti non è esagerato dire che, nella ricerca incessante del proprio egoistico ingrandimento, il complesso militare/industriale ha gonfiato enormemente lo Stato militare americano quando ciò di cui c'è realmente bisogno nel mondo è qualcosa di più “piccolo”.

La base di questa sorprendente disconnessione risale alla storia della guerra fredda e alle sue conseguenze. La linea di politica sulla sicurezza collettiva del dopoguerra, le estese alleanze attraverso la NATO e i suoi cloni regionali, le capacità di proiezione di potenza militare a livello globale e una rete di 750 basi straniere sono state un errore storico epico. Hanno promosso l'opposto del cosiddetto “America First” e hanno definitivamente infranto la fiducia nella saggia ammonizione di Thomas Jefferson, il quale esortava a “[...] pace, commercio e onesta amicizia con tutte le nazioni, senza stringere alleanze con nessuna”.

Alla fine Washington è diventata la capitale mondiale della guerra e la sede di un regime politico improntato invece all'“Empire First”, abbracciato sia dai funzionari eletti che dalla numerosa nomenklatura del Deep State. Infatti il regime politico “Empire First” è diventato così profondamente radicato che persino 33 anni dopo che l'Unione Sovietica è scomparsa nel cestino della storia, si rifiuta di andare tranquillamente in pensione.

La ragione, ovviamente, è che l'elefantico stato militare americano non è mai stato fondato su una minaccia esterna oggettiva. Anche durante l'epoca sovietica, la circonferenza esagerata della macchina militare americana si basava su minacce provenienti da una burocrazia militare che cercava di assicurarsi i propri finanziamenti futuri e di espandere incessantemente le proprie missioni e competenze.

Che lo stato militare da mille miliardi di dollari di Washington sia radicato nell'autoperpetuazione interna piuttosto che in minacce esterne è evidente dal cane post-guerra fredda che non abbaiava. Vale a dire, gli archivi sovietici sono ora aperti, ma non c'è assolutamente nulla che convalidi l'assioma della guerra fredda secondo cui l'Unione Sovietica, insieme alla minaccia affiliata della Cina maoista, fosse determinata a dominare il mondo, a partire dall'Europa occidentale, dal Giappone e poi alle terre minori tutt'intorno.

Infatti gli archivi sovietici chiariscono che Mosca non ha mai avuto un piano, o anche solo una vaga aspirazione, a fortificare e scatenare offensivamente l'Armata Rossa verso Bonn, Parigi e Londra. La cosa più vicina a un piano per la mobilitazione militare verso ovest era il progetto “Sette giorni sul Reno”, ma quello era un piano di azione difensiva esplicitamente formulato per rispondere a un teorico primo attacco della NATO.

Secondo quel piano se la NATO avesse lanciato un attacco nucleare sulla Polonia, il Patto di Varsavia avrebbe risposto con un massiccio contrattacco mirato a sopraffare rapidamente le forze NATO nell'Europa occidentale. L'obiettivo era raggiungere il fiume Reno entro sette giorni, dividendo di fatto l'Europa e impedendo ai rinforzi NATO di raggiungere le linee del fronte nell'Europa orientale e potenzialmente imbarcarsi in una quarta invasione post-1800 della Madre Russia.

Infatti ciò che gli archivi sovietici mostrano in realtà non sono le deliberazioni di un minaccioso colosso, ma la cronaca di una lotta cronica per tenere insieme, con filo spinato e gomma da masticare, uno stato comunista ingombrante che non funzionava e non poteva durare.

Tuttavia fu la falsa paura di una marea rossa che scendeva sull'Europa, e in ultima analisi anche sull'emisfero occidentale, che consentì all'“Empire First” di superare la naturale e corretta tendenza dei politici di Washington a ritirarsi dietro i fossati oceanici sicuri dell'America dopo la seconda guerra mondiale. Infatti per un breve intermezzo si verificò una radicale smobilitazione militare, quando il picco di $83 miliardi del budget della difesa nel 1945 crollò a soli $9 miliardi nel 1948.

Ma quel tentativo sensato per la seconda volta nel XX secolo di smobilitazione postbellica e ritorno alla normalità in tempo di pace fu annullato nel 1949, quando l'Unione Sovietica ottenne la bomba atomica e Mao vinse la guerra civile in Cina. Da allora in poi la diffusione di basi, truppe, alleanze, interventi e guerre eterne procedette inesorabilmente sulla base del fatto che gli stati comunisti con sede a Mosca e Pechino rappresentavano una minaccia esistenziale per la sopravvivenza dell'America.

Non lo erano, nemmeno lontanamente. Come sostenne all'epoca il grande senatore Robert Taft, la modesta minaccia alla sicurezza nazionale rappresentata dal corpo devastato dalla guerra dell'Unione Sovietica e dal disastro collettivista imposto alla Cina da Mao avrebbe potuto essere facilmente gestita con:

• Una schiacciante capacità di ritorsione nucleare strategica che avrebbe scoraggiato qualsiasi possibilità di attacco o ricatto nucleare;

• Una difesa convenzionale delle coste continentali e dello spazio aereo che sarebbe stata estremamente facile da realizzare, dato che l'Unione Sovietica non aveva una Marina degna di nota e la Cina era sprofondata nell'anarchia industriale e agricola a causa dei catastrofici esperimenti di collettivizzazione di Mao.

Questo quadro taftiano non è mai cambiato fino alla fine della Guerra Fredda nel 1991, anche se la tecnologia della guerra nucleare e convenzionale si è evoluta rapidamente. Con una modesta spesa militare Washington avrebbe potuto mantenere il suo deterrente nucleare pienamente efficace e mantenere una formidabile difesa della patria, senza nessuno degli apparati dell'Impero e senza stivali americani su suolo straniero. E dopo il 1991, il requisito sarebbe stato ancora meno esigente.

Infatti la necessità di una vera politica “America First”, ovvero il ritorno allo status quo pre-1948 e a una corretta postura militare da “Fortress America”, si è notevolmente rafforzata negli ultimi tre decenni. Questo perché nel mondo odierno l'unica minaccia militare teorica alla sicurezza nazionale americana è la possibilità di un ricatto nucleare. Vale a dire, la minaccia di un avversario con una capacità di First Strike così schiacciante, letale ed efficace da poter gridare “scacco matto” e chiedere la resa di Washington.

Fortunatamente non c'è nazione sulla Terra che abbia qualcosa di simile e quindi evitare un annientamento per rappresaglia del proprio Paese se tentasse di colpire per primo. Dopo tutto, gli Stati Uniti hanno 3.700 testate nucleari attive, di cui circa 1.800 sono operative in qualsiasi momento. A loro volta queste sono sparse sotto i sette mari, in silos rinforzati e protette tra una flotta di bombardieri costituita da 66 B-2 e B-52, tutti fuori dal rilevamento o dalla portata di qualsiasi altra potenza nucleare.

Ad esempio, i sottomarini nucleari di classe Ohio hanno ciascuno 20 tubi missilistici, con ogni missile che trasporta una media di quattro o cinque testate: si tratta di 90 testate indipendenti per imbarcazione. In qualsiasi momento 12 dei 14 sottomarini nucleari di classe Ohio possono essere schierati e sparsi negli oceani del pianeta entro un raggio di tiro di 4.000 miglia.

Quindi, al momento di un eventuale attacco, si tratta di 1.080 testate nucleari in acque profonde che navigano lungo i fondali oceanici e che dovrebbero essere identificate, localizzate e neutralizzate prima ancora che un potenziale aggressore nucleare, o ricattatore, possa iniziare il suo spettacolo. Infatti la sola forza nucleare basata in mare è un potente garante della sicurezza nazionale americana. Nemmeno i tanto decantati missili ipersonici della Russia sono riusciti a trovare, o a eliminare di sorpresa, il deterrente statunitense in mare.

E poi ci sono le circa 300 testate nucleari a bordo dei 66 bombardieri strategici, che non sono nemmeno seduti su un singolo aeroporto (in stile Pearl Harbor) in attesa di essere annientati, ma girano costantemente in aria e sono in movimento. Allo stesso modo i 400 missili Minutemen III sono distribuiti in silos estremamente rinforzati nel sottosuolo, in una vasta fascia del Midwest superiore. Ogni missile trasporta attualmente una testata nucleare in conformità con il Trattato Start, ma potrebbe essere MIRV in risposta a una grave minaccia, aggravando e complicando ulteriormente il calcolo del First Strike di un avversario.

Inutile dire che non c'è modo, forma o aspetto in cui il deterrente nucleare americano possa essere neutralizzato da un ricattatore. E questo ci porta al cuore della nostra tesi: secondo le più recenti stime del CBO, la triade nucleare americana costerà solo circa $75 miliardi all'anno per il suo mantenimento nel prossimo decennio, comprese le quote per gli aggiornamenti periodici delle armi.

Proprio così. La componente fondamentale della sicurezza militare americana richiede solo il 7% dell'enorme budget militare odierno, come dettagliato nella tabella qui sotto. Nel 2023 la triade nucleare americana stessa è costata solo $28 miliardi, più altri $24 miliardi per le scorte correlate e l'infrastruttura di comando, controllo e allerta.

Inoltre si stima che la componente chiave di questo deterrente nucleare, la forza missilistica balistica basata sul mare, costerà solo $188 miliardi nell'intero prossimo decennio. Ciò rappresenta solo l'1,9% della base calcolata dal CBO ($10.000 miliardi) per suddetto periodo.

Dopo aver accantonato i $75 miliardi per la triade nucleare strategica, quanto dei restanti $900 miliardi sarebbero effettivamente necessari per una difesa convenzionale delle coste continentali e dello spazio aereo?

Nell'attuale ordine mondiale non ci sono potenze industriali tecnologicamente avanzate che abbiano la capacità o l'intenzione di attaccare la patria americana con forze convenzionali. Per farlo avrebbero bisogno di un'enorme armata militare che includa una Marina e un'Aeronautica molte volte più grandi delle attuali forze armate statunitensi, enormi risorse di trasporto aereo e marittimo, e gigantesche linee di rifornimento e capacità logistiche che nessun'altra nazione sul pianeta s'è mai lontanamente sognata.

Avrebbe anche bisogno di un PIL iniziale di $50.000 miliardi per sostenere quella che sarebbe la più colossale mobilitazione di armamenti e materiali nella storia dell'umanità. E questo per non parlare della necessità di essere governati da leader talmente desiderosi di suicidarsi da essere disposti a rischiare la distruzione nucleare dei loro stessi Paesi, alleati e commercio economico per realizzare... cosa?

L'idea stessa che ci sia una minaccia esistenziale post-guerra fredda per la sicurezza americana è semplicemente folle. Per prima cosa, nessuno ha il PIL o il peso militare necessari. Il PIL della Russia è di appena $2.000 miliardi, non i $50.000 miliardi che sarebbero necessari per mettere le forze di invasione sulle coste del New Jersey. E il suo bilancio della difesa è di $75 miliardi, che ammontano a circa quattro settimane del mostro da $900 miliardi di Washington.

Quanto alla Cina, non ha il peso del PIL per pensare di sbarcare sulle coste della California, nonostante l'infinita sottomissione di Wall Street al boom cinese. Il fatto è che la Cina ha accumulato più di $50.000 miliardi di debito in appena due decenni!

Pertanto non è cresciuta organicamente secondo il modello capitalista storico; ha stampato, preso in prestito, speso e costruito come se non ci fosse un domani. Il simulacro di prosperità risultante non durerebbe un anno se il suo mercato dell'export da $3.600 miliardi, la fonte che mantiene in piedi il suo schema Ponzi, dovesse crollare ed è esattamente ciò che accadrebbe se cercasse di invadere l'America.

Di sicuro i leader totalitari della Cina sono immensamente malvagi nei confronti della loro popolazione oppressa, ma non sono stupidi. Restano al potere mantenendo la gente relativamente grassa e felice e non rischierebbero mai di far crollare quello che equivale a un castello di carte economico.

Infatti quando si tratta della minaccia di un'invasione militare convenzionale, i vasti fossati dell'Atlantico e del Pacifico sono le barriere definitive all'assalto militare straniero nel XXI secolo, molto più di quanto abbiano già dimostrato di essere nel XIX secolo. Questo perché l'attuale tecnologia di sorveglianza avanzata e i missili antinave farebbero fare compagnia allo scrigno di Davy Jones a una qualsiasi armata navale nemica non appena uscisse dalle proprie acque territoriali.

Il fatto è che, in un'epoca in cui il cielo è pieno di risorse di sorveglianza ad alta tecnologia, una massiccia armata di forze convenzionali non potrebbe essere segretamente costruita, testata e radunata per un attacco a sorpresa senza essere subito notata da Washington. Non può esserci una ripetizione della forza d'attacco giapponese (Akagi, Kaga, Soryu, Hiryu, Shokaku e Zuikaku) che attraversa il Pacifico verso Pearl Harbor senza essere avvistata con largo anticipo.

Infatti i presunti “nemici” americani in realtà non hanno alcuna capacità offensiva o di invasione. La Russia ha solo una portaerei, una reliquia degli anni '80 e che è in bacino di carenaggio per riparazioni dal 2017; non è equipaggiata né con una falange di navi di scorta, né con una serie di aerei da attacco e da combattimento, e al momento nemmeno con un equipaggio attivo.

Allo stesso modo la Cina ha solo tre portaerei, due delle quali sono vecchie navi arrugginite e ricondizionate, acquistate tra i resti della vecchia Unione Sovietica, e non hanno nemmeno catapulte moderne per lanciare i loro aerei d'attacco.

In breve, né la Cina né la Russia spingeranno i loro minuscoli gruppi di battaglia di 3 e 1 portaerei verso le coste della California o del New Jersey. Una forza d'invasione che avesse una minima possibilità di sopravvivere a una difesa statunitense fatta di missili da crociera, droni, caccia a reazione, sottomarini d'attacco e guerra elettronica dovrebbe essere 100 volte più grande.

Ancora una volta, non esiste alcun PIL al mondo ($2.000 miliardi per la Russia o $18.000 miliardi per la Cina) che si avvicini anche lontanamente ai $50.000 miliardi, o persino ai $100.000 miliardi, necessari per sostenere una forza d'invasione senza far crollare l'economia nazionale.

Eppure Washington mantiene ancora una capacità di guerra convenzionale che abbraccia tutto il mondo, di cui non ha mai avuto realmente bisogno nemmeno durante la guerra fredda. Ma ora, a un terzo di secolo dal crollo dell'impero sovietico e dalla scelta della Cina di seguire la strada di una profonda integrazione economica globale, si riduce a una forza muscolare del tutto non necessaria.

Ci riferiamo, ovviamente, ai 173.000 soldati americani in 159 Paesi e alla rete di 750 basi in 80 Paesi. Washington equipaggia, addestra e schiera una forza armata di 2,86 milioni non per scopi di difesa della patria, ma per missioni di offesa, invasione e occupazione all'estero in tutto il pianeta.

Come illustrato nel grafico qui sotto, questa obsoleta postura militare dell'“Empire First” include, tra le altre cose:

• 119 basi e circa 34.000 soldati in Germania;

• 44 basi e 12.250 soldati in Italia;

• 25 basi e 9.275 soldati nel Regno Unito;

• 120 basi e 53.700 soldati in Giappone;

• 73 basi e 26.400 soldati in Corea del Sud.

Tutta questa inutile forza militare si erge come costoso monumento alla vecchia teoria della sicurezza collettiva, la quale portò alla fondazione della NATO nel 1949 e dei suoi cloni regionali successivi. E sì, c'erano considerevoli partiti comunisti locali in Italia e Francia alla fine degli anni '40, e il partito laburista in Inghilterra aveva una sfumatura rossastra. Ma, ancora una volta, gli archivi ora aperti della vecchia Unione Sovietica dimostrano in modo conclusivo che Stalin non aveva né i mezzi né l'intenzione di invadere l'Europa occidentale.

La capacità militare che l'Unione Sovietica resuscitò dopo il massacro con gli eserciti di Hitler era di natura fortemente difensiva, quindi la minaccia comunista in Europa avrebbe potuto essere sgominata da queste nazioni alle urne, non sul campo di battaglia. Non avevano bisogno della NATO per fermare un'imminente invasione sovietica.

Naturalmente ciò che la NATO ha realizzato è stato ridurre drasticamente il peso della spesa per la difesa nell'Europa occidentale, anche se la maggior parte di queste nazioni ha optato per uno stato sociale espansivo e costoso. Vale a dire, lo stato militare di cui l'America non aveva bisogno dal 1950 al 1990 ha alla fine reso possibili gli stati sociali che l'Europa non poteva permettersi, né allora né adesso.

Inutile dire che, una volta fondato l'Impero di basi, alleanze, sicurezza collettiva e incessante ingerenza della CIA negli affari interni dei Paesi stranieri, con sede a Washington, esso vi è rimasto attaccato come la colla, anche se i fatti della vita internazionale hanno dimostrato più e più volte che l'Impero non era necessario.

Vale a dire che le presunte “lezioni” del periodo tra le due guerre mondiali sono state manipolate. L'ascesa aberrante di Hitler e Stalin non è avvenuta perché la brava gente di Inghilterra, Francia e America ha dormito durante gli anni '20 e '30.

Invece sono sorti dalle ceneri dell'intervento di Woodrow Wilson in una disputa del vecchio mondo che non era affare dell'America. Infatti l'arrivo di due milioni di americani e massicci flussi di armamenti e prestiti da Washington hanno permesso una pace vendicativa dei vincitori a Versailles piuttosto che la fine di una guerra mondiale inutile che avrebbe lasciato tutte le parti esauste, in bancarotta e demoralizzate, e i rispettivi partiti di guerra interna soggetti a un massiccio ripudio alle urne.

L'intervento di Wilson sui campi di battaglia in stallo del fronte occidentale diede vita a Lenin e Stalin, e le sue macchinazioni con i vincitori a Versailles favorirono l'ascesa di Hitler.

Fortunatamente i primi portarono alla fine del secondo a Stalingrado. Ma quella avrebbe dovuto essere la fine della questione nel 1945 e, infatti, il mondo c'era quasi arrivato. Dopo le parate della vittoria, la smobilitazione e la normalizzazione della vita civile procedettero a passo spedito in tutto il mondo.

Ahimè, l'incipiente Partito della Guerra di Washington, composto da appaltatori militari, agenti e burocrati giramondo, cresciuto nel calore della seconda guerra mondiale, non era intenzionato a dare la buonanotte e andarsene. Invece la guerra fredda fu partorita sulle rive del Potomac quando il presidente Truman cadde sotto l'incantesimo dei falchi di guerra come il segretario James Byrnes, Dean Acheson, James Forrestal e i fratelli Dulles, tutti restii a tornare alle loro vite banali di banchieri civili, politici o diplomatici in tempo di pace.

Quindi nel periodo postbellico il comunismo mondiale non era realmente in marcia e le nazioni del mondo non erano implicate nella caduta di tessere del domino o nella gestazione di nuovi Hitler e Stalin. Ma i nuovi sostenitori dell'Impero insistevano che erano esattamente la stessa cosa e che la sicurezza nazionale richiedeva un impero esteso che è ancora con noi oggi.

Quindi non c'è mistero perché si tratti di Guerre Infinite, o perché in un momento in cui lo Zio Sam sta perdendo inchiostro rosso come mai prima, una larga maggioranza bipartisan ritiene opportuno autorizzare $1.100 miliardi all'anno per una forza militare enormemente eccessiva e sprechi in aiuti esteri che non fanno assolutamente nulla per la sicurezza interna dell'America.

Infatti Washington si è trasformata in un fenomeno della storia mondiale, una capitale di guerra planetaria dominata da un complesso panoptico di mercanti d'armi, paladini dell'intervento estero e nomenklatura bellica. Mai prima d'ora si era radunata e concentrata sotto un'unica autorità statale una forza egemonica che possedeva così tante risorse fiscali e mezzi militari.

Non sorprende che la Capitale della Guerra sul Potomac sia orwelliana fino al midollo. La guerra è sempre e ovunque descritta come la promozione della pace. Il suo stivale egemonico globale è abbellito nella forma apparentemente benefica di alleanze e trattati, progettati apparentemente per promuovere un “ordine basato su regole” e sicurezza collettiva a beneficio dell'umanità.

Come abbiamo visto, però, il fondamento intellettuale di questa impresa è falso. Il pianeta non è pieno di potenziali aggressori e costruttori di imperi onnipotenti che devono essere fermati di colpo ai loro confini per timore che divorino la libertà di tutti i loro vicini.

Né il DNA delle nazioni è perennemente infettato da macellai e tiranni incipienti come Hitler e Stalin. Sono stati incidenti irripetibili della storia e completamente distinguibili dalla serie standard di piccole cose quotidiane che in realtà nascono periodicamente. Ma queste ultime disturbano principalmente l'equilibrio dei loro immediati vicini, non la pace del pianeta.

Quindi la sicurezza nazionale americana non dipende da una vasta gamma di alleanze, trattati, basi militari e operazioni di influenza straniera. Nel mondo odierno non ci sono Hitler, reali o latenti, da fermare. L'intero quadro della Pax Americana e la promozione/applicazione di un ordine internazionale “basato su regole” con sede a Washington sono un errore epico.

A questo proposito, i padri fondatori ci hanno visto giusto più di 200 anni fa, durante l'infanzia della Repubblica. Come sosteneva John Quincy Adams: “[L'America] si è astenuta dall'interferire nelle questioni degli altri, anche quando il conflitto è stato per principi a cui si aggrappa [...]. È la benefattrice della libertà e dell'indipendenza di tutti. È la paladina e la vendicatrice solo della sua stessa libertà”.

Inutile dire che il commercio pacifico è invariabilmente molto più vantaggioso per le nazioni grandi e piccole rispetto all'ingerenza, all'interventismo e all'impegno militare. Nel mondo odierno sarebbe il gioco predefinito sulla scacchiera internazionale, fatta eccezione per il Grande Egemone sulle rive del Potomac. Vale a dire, il principale disturbo della pace oggi è invariabilmente promosso dal pacificatore autoproclamato, che, ironicamente, è la nazione meno minacciata dell'intero pianeta.

Il punto di partenza per una postura militare “America First”, quindi, è il drastico ridimensionamento dell'esercito statunitense, composto da quasi un milione di uomini. Quest'ultimo non avrebbe alcuna utilità all'estero perché non ci sarebbe motivo per guerre di invasione e occupazione straniere, mentre le probabilità che battaglioni e divisioni straniere raggiungano l'America sono praticamente inesistenti. Con una guarnigione costiera adeguata di missili, sottomarini d'attacco e caccia a reazione, qualsiasi esercito invasore diventerebbe un'esca per squali molto prima di vedere le coste della California o del New Jersey.

Eppure i 462.000 soldati in servizio attivo dell'esercito a $112.000 ciascuno hanno un costo di bilancio annuale di $55 miliardi, mentre le 506.000 forze di riserva dell'esercito a $32.000 ciascuna costano più di $16 miliardi. E in cima a questa struttura di forza, ovviamente, ci sono i $77 miliardi per operazioni e manutenzione, $27 miliardi per approvvigionamento, $22 miliardi per RDT&E e $4 miliardi per tutto il resto (in base alla richiesta di bilancio per l'anno fiscale 2025).

In totale, l'attuale bilancio dell'esercito ammonta a quasi $200 miliardi e praticamente tutta questa enorme spesa, quasi 3 volte il bilancio totale della difesa della Russia, è impiegata al servizio dell'Impero, non della difesa della patria. Potrebbe essere facilmente tagliata del 70% o di $140 miliardi, il che significa che la componente dell'esercito degli Stati Uniti assorbirebbe solo $60 miliardi all'anno in base a un quadro di bilancio esclusivamente improntato alla difesa.

Allo stesso modo la Marina e il Corpo dei Marine degli Stati Uniti spendono $55 miliardi all'anno per 515.000 militari in servizio attivo e altri $3,7 miliardi per 88.000 riservisti. Tuttavia, se si considerano i requisiti fondamentali di una postura di difesa, anche queste forze e spese sono decisamente esagerate.

Per missioni principali si faceva riferimento alla componente della Marina della triade nucleare strategica e alla grande forza di sottomarini d'attacco e missili da crociera della Marina. Ecco, di seguito, gli attuali requisiti di manodopera per queste forze chiave:

14 sottomarini nucleari strategici classe Ohio: ogni imbarcazione è composta da due equipaggi da 155 ufficiali e soldati semplici, per un fabbisogno di forza diretta di 4.400 unità e un totale complessivo di 10.000 militari, includendo (o meno) ammiragli, personale di bordo e personale vigile.

50 sottomarini con missili da crociera: ci sono due equipaggi di 132 ufficiali e soldati semplici per ogni imbarcazione, per un fabbisogno diretto di 13.000 persone e un totale complessivo di 20.000 persone, inclusi ammiragli e personale di bordo.

In breve, le missioni principali della Marina in base a un quadro prettametne difensivo coinvolgerebbero circa 30.000 ufficiali e soldati semplici, ovvero meno del 6% dell'attuale forza in servizio attivo della Marina/Corpo dei Marine. D'altro canto i gruppi di battaglia delle portaerei totalmente inutili, che operano esclusivamente al servizio dell'Impero, hanno equipaggi di 8.000 uomini ciascuno, se si contano le navi di scorta e le suite di aerei.

Quindi gli 11 gruppi di battaglia delle portaerei e la loro infrastruttura richiedono 88.000 militari diretti e 140.000 in totale se si includono il solito supporto e le spese generali. Allo stesso modo, la forza in servizio attivo del Corpo dei Marine è di 175.000 unità, e questo è interamente uno strumento di invasione e occupazione. È totalmente inutile per una difesa della patria.

In breve, ben 315.000 unità o il 60%  dell'attuale forza in servizio attivo della Marina/Corpo dei Marine funziona al servizio dell'Impero. Quindi, se si ridefiniscono le missioni della Marina per concentrarsi sulla deterrenza nucleare strategica e sulla difesa costiera, è evidente che più della metà della sua struttura di forza non è necessaria per la sicurezza della patria. Invece funziona al servizio della proiezione di potere a livello mondiale, funziona come controllo delle rotte marittime dal Mar Rosso al Mar Cinese Orientale e funziona come piattaforma per guerre di invasione e occupazione.

Nel complesso, l'attuale bilancio della Marina/Corpo dei Marine ammonta a circa $236 miliardi, se si includono $59 miliardi per il personale militare, $81 miliardi per O&M, $67 miliardi per gli appalti, $26 miliardi per RDT&E e $4 miliardi per tutte le altre voci. Un taglio di $96 miliardi o del 40%, quindi, lascerebbe comunque $140 miliardi per le missioni principali... di difesa.

Tra i servizi, i $246 miliardi contenuti nel bilancio dell'Aeronautica sono considerevolmente più orientati a una postura di sicurezza nazionale rispetto a quanto avviene con l'Esercito e la Marina. Sia la branca terrestre Minuteman della triade strategica che le forze dei bombardieri B-52 e B-2 sono finanziate in questa sezione del bilancio della difesa.

E mentre una parte significativa del bilancio per l'equipaggio, le operazioni e l'approvvigionamento di aerei convenzionali e di forze missilistiche è attualmente destinata a missioni all'estero, solo la componente di trasporto aereo e di basi estere di tali spese è al servizio dell'Impero.

Seguendo una linea d'approccio prettamente difensiva, quindi, una parte sostanziale della potenza aerea convenzionale, che comprende più di 4.000 velivoli ad ala fissa e rotativi, verrebbe riconvertita in missioni di difesa della patria. Di conseguenza più del 75%, o $180 miliardi, dell'attuale bilancio dell'aeronautica rimarrebbe in vigore, limitando i risparmi a soli $65 miliardi.

Infine un coltello particolarmente affilato dovrebbe essere fatto calare sulla componente da $181 miliardi del bilancio della difesa destinato alle operazioni generali del Pentagono e del Dipartimento della Difesa. Ben $110 miliardi, ovvero il 61% della somma sopraccitata (più di 2 volte il bilancio militare totale della Russia), sono in realtà destinati alla schiera di dipendenti civili nel Dipartimento della Difesa e ai contractor con sede a DC/Virginia che si nutrono dello stato militare.

In termini di sicurezza nazionale, molte di queste spese non sono solo inutili e controproducenti, ma costituiscono la forza di lobby e di traffico di influenze finanziata dai contribuenti che mantiene l'Impero in vita. Anche in questo caso un'indennità del 38%, o $70 miliardi, per le funzioni del Dipartimento della Difesa soddisferebbero ampiamente le vere esigenze di una struttura burocratica dedicata alla difesa della nazione.

Nel complesso, quindi, ridimensionare la forza del Dipartimento della Difesa genererebbe $410 miliardi di risparmi per l'anno fiscale 2025. Altri $50 miliardi di risparmi potrebbero essere ottenuti eliminando la maggior parte dei finanziamenti per l'ONU, altre agenzie internazionali, assistenza alla sicurezza e aiuti economici. Aggiustato all'inflazione fino al 2029, il risparmio totale ammonterebbe a $500 miliardi.

Risparmi sul budget in base a una strategia prettamente difensiva:

• Esercito: $140 miliardi

• Marina/Corpo dei Marine: $96 miliardi

• Aeronautica militare: $65 miliardi

• Dipartimento della Difesa: $111 miliardi

• Contributi delle Nazioni Unite e aiuti economici/umanitari esteri: $35 miliardi

• Assistenza alla sicurezza internazionale: $15 miliardi

• Risparmio totale, base anno fiscale 2025: $462 miliardi

• Aggiustamento all'inflazione, 8% all'anno fino al 2029: +$38 miliardi

• Risparmi totali sul bilancio per l'anno fiscale 2029: $500 miliardi

Le indennità risultanti (per l'anno fiscale 2025) di $60 miliardi per l'esercito, $140 miliardi per la marina, $180 miliardi per l'aeronautica e $70 miliardi per le operazioni del Dipartimento della Difesa ridurrebbero la componente dello stato militare a $450 miliardi all'anno. In potere d'acquisto attuale questo è esattamente ciò che Eisenhower riteneva più che adeguato per la sicurezza nazionale, quando mise in guardia gli americani dal complesso militare-industriale durante il suo discorso di addio 63 anni fa.

In fin dei conti, il momento di riportare a casa l'Impero è arrivato da tempo. Il costo annuale di $1.300 miliardi dello stato militare (incluse le operazioni internazionali e i veterani) non è più sostenibile, ed è stato inutile per la sicurezza della patria per tutto il tempo che è rimasto in vigore.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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