venerdì 18 settembre 2026

L'assedio di Bessent & Warsh a Londra e Bruxelles



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lassedio-di-bessent-and-warsh-a-londra)

Dapprima l'Argentina con le Falkland, adesso Israele che viene sanzionata da Londra: il mondo si sta rimodellando a immagine di Washington. O per meglio dire, il mondo, sia a livello finanziario che geopolitico, si sta rimodellando lontano dalla morsa colonizzatrice/estorsiva inglese/europea. Il recente accordo tra Venezuela e Stati Uniti rappresenta il manifesto della rottura col passato: accordi vicendevolmente vantaggiosi piuttosto che a somma zero. C'è un “nuovo sceriffo in città” e la City di Londra vede ridimensionata la sua preponderanza internazionale, soprattutto perché a un certo punto ha iniziato ad esistere solo a scapito di Washington. E qui mi tocca ricordarlo ancora una volta, visto che i canali di informazione generalisti e quelli alternativi dimostrano di (voler) brancolare nel buio: la collateralizzazione del flusso commerciale del petrolio tramite canali ombra, sia dal Venezuela che dall'Iran, ha creato quella volatilità necessaria alla City di Londra e ai club P&I londinesi per guadagnare sui premi delle assicurazioni e al contempo aprire posizioni a leva sui mercati monetari/obbligazionari (es. carry trade sullo yen).

Un gigantesco credito gonfiato dalla leva finanziaria nel mercato dell'eurodollaro progettato per destabilizzare gli Stati Uniti e venire pagato dai contribuenti americani. Tutto il caos fomentato dall'Europa e dal Canada ha avuto origine dallo smantellamento americano di tutti quei nodi ombra che usavano il flusso di petrolio come collaterale, o base se volete, per finanziare un gioco a leva e alimentare operazioni illecite a livello finanziario e geopolitico. Il terrorismo era una di queste attività, insieme a molte altre: cartelli della droga, traffico di esseri umani, riciclaggio di denaro tramite i Paesi caraibici. Solo adesso stiamo vedendo Bessent iniziare a parlare apertamente di queste cose di cui voi, cari lettori, avete sentito parlare in abbondanza sul mio blog. Una guerra civile contro l'Inghilterra. Il petrolio può essere usato come garanzia collaterale per accendere prestiti e avere la credibilità di ripagarli in futuro (es. andare short sullo yen e long sui bund tedeschi). La finestra di opportunità magistralmente sfruttata da Trump è stata quella di attaccare prima che il ricatto nucleare potesse chiudere qualsiasi iniziativa in tal senso in futuro; il riorientamento dei flussi petroliferi, la produzione al margine di una barile di petrolio, è stata sottratta dalle grinfie delle assicurazioni della City di Londra e delle vecchie compagnie di spedizione europee. La minaccia dell'Iran è sempre stata quella di farsi passare come l'unico esportatore di petrolio in Medio Oriente, favoletta che ha alimentato per un po' i timori di un prezzo a $200 al barile. La rottura dell'OPEC ha distrutto definitivamente questa fantasia e tra un anno, massimo due, Hormuz sarà un ricordo lontano.

Infatti dopo i magheggi di Kpler, ecco un altro indizio che punta verso una verità che era palese sin dall'inizio del confronto in Iran: gli USA avevano chiuso la partita sin da subito. Invece i canali d'informazione generalisti e alternativi hanno fatto da grancassa alle fandonie uscite dall'Iran, come se quello che dicesse l'IRGC fosse pura verità mentre ciò che affermavano gli americani fosse solo menzogna. Sì, detta in parole povere quelli che si sono sbracciati per sostenere il controllo di Hormuz per mano dell'IRGC sono stati abbindolati... e adesso si guardano bene dal tirare fuori di nuovo l'argomento. Il punto cruciale è che sin da allora c'è QUALCUNO che vuole un prezzo del petrolio ingiustificatamente alto, come si può notare dalle manipolazioni a cavallo tra la chiusura del venerdì e l'apertura della domenica, dato che il grafico tende NATURALMENTE verso una fascia compresa tra i $75-80.

È chiaro ormai come si stesse usando la manipolazione del cross EUR/YEN, EUR/GBP e i differenziali di rendimento tra i titoli obbligazionari europei e quelli giapponesi per alimentare posizioni short sia sullo yen che sui bond americani. Carry trade, tutti questi, alimentati dal sottostante petrolio. Per tre anni lo yen è sceso nei confronti dell'euro... poi da marzo di quest'anno ha lateralizzato. Qualcuno era “naked short” in questo trade. Quando la BOJ ha rialzato i tassi fino all'1%, il differenziale di rendimento tra il decennale giapponese e tedesco è sceso sotto i 30 punti (i rendimenti dei Bund erano superiori a quelli dei JGB). Quel carry trade ha iniziato a invertirsi e chi lo sfruttava era spaventato a morte che Ueda rialzasse ancora i tassi, facendo circolare nello spazio informativo finanziario l'idea che Warsh debba rialzare i tassi. Se invece Warsh taglia, e Ueda rialza, la crisi se la beccano in faccia gli europei. Il sequestro delle petroliere iraniane è un messaggio indiretto degli USA a chi stava usando quel collaterale per alimentare le sopraccitate manipolazioni a loro discapito, così come il controllo sulla consegna al margine dei barili di petrolio. Insensate, poi, le polemiche sulla pesantezza della materia prima venezuelana, dati i siti di estrazione di Lake Maracaibo.

Ma quanto descritto finora è solo una cosa: effetti. Conseguenze di due giganteschi eventi causali che hanno portato all'escalation della guerra finanziaria tuttora in atto. Sto parlando del prosciugamento del mercato dell'eurodollaro da parte della FED e la liberazione del Giappone. Quest'ultimo punto è quello poco discusso, ma che invece troverete ben argomentato su queste pagine. Infatti l'amplificazione della leva finanziaria nell'eurodollaro è avvenuta grazie alla NIRP della BOJ e la conquista del Paese nipponico da parte della City di Londra. Era fondamentale che l'amministrazione Trump si adoperasse per raggiungere questo obiettivo e, per lo stupore di molti, l'Iran è solo un punto intermedio. Quando la Takaichi è riuscita ad avere un numero sufficiente di seggi tale da permetterle di accordarsi con diversi partiti nazionalisti minori, e così facendo avere una maggioranza solida, il Giappone si è ritrovato con un governo nazionalista per la prima volta sin dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il problema di leadership che il PLD ha avuto negli ultimi 3 anni era una conseguenza di quella lotta imbastita per portare fuori il Paese dalla sfera inglese: non più una colonia della City di Londra. Il boom industriale del Giappone era funzionale alla costruzione di una capacità tale da sorreggere qualcosa come il carry trade sullo yen; non si può fare la stessa cosa in Svizzera, ad esempio. Perché? Perché i prestiti non vengono accessi in base ai tassi d'interessi (realmente), bensì in base alla capacità produttiva del Paese. Un po' quello che viene delineato nel libro, Princes of the Yen, solo che bisogna togliere la retorica anti-americana e sostituirla con Churchill e gli inglesi.

A febbraio la cricca di Davos/City di Londra sperava che Komeito, un partito minore con forti legami col Partito comunista cinese e facente riferimento alla fazione di Hu Jintao, riuscisse a ricattare il primo ministro... la tipica situazione di quando un partito minore riesce a gestire un'intera coalizione di governo e tiene per gli “zebedei” il partito di maggioranza. Niente più, niente meno che il classico divide et impera. Viene allestito il palcoscenico con l'operazione Maduro, gli attori vanno in scena sulla scia delle elezioni giapponesi e il dramma si consuma con l'Iran che mette in evidenza tutte quelle operazioni che scorrevano nelle trame ombra del sistema finanziario. Al che possiamo chiederci: “Perché Trump ha rischiato così tanto in Iran a ridosso delle elezioni di medio termine?” Perché queste cose sono così dannatamente giganti e consequenziali che non si tratta del ciclo elettorale attuale, bensì di una trasformazione generazionale nella linea di politica estera ed economica americane. Quindi non c'è indipendenza americana senza indipendenza del Giappone.

Gli Stati Uniti sanno benissimo qual è il gioco della cricca di Davos/City di Londra: uno attendista, in cui vengono aperti diversi fronti di guerra per impedire che si riesca a sbrogliare una matassa che viene complicata sempre di più. Vi basti pensare quanto è stato difficile occuparsi del Giappone tramite l'Iran, o ad esempio di tutti quei programmi federali che inviano dollari all'estero tramite le ONG e altri programmi sociali truffaldini. L'amministrazione Trump non può far altro che spostare quanto più possibile in avanti il baricentro della propria “squadra” e mettere pressione su quei punti più delicati per l'UE: come ad esempio il mercato obbligazionario. Anche qui si ripropone la solita riflessione: chi è in grado di resistere più a lungo ad un rialzo dei tassi dei titoli di stato? Gli USA si dimostrano ancora la meta preferita per i capitali.

Ma non solo quello, ci sono anche altri eventi che puntano tutti in un'unica direzione: la stretta sull'UE. Infatti possiamo annoverare tra di essi il volo di Ratcliffe a Mosca, dato che missioni del genere vengono effettuate in segretezza mentre invece stavolta si voleva che si sapesse (probabilmente per avvertire Putin di un attacco false flag di matrice inglese); la presenza di Siluanov al G20 e l'incontro con Bessent; la divulgazione della presenza di un sottomarino russo di stanza presso le coste americane; ancora Bessent che avverte le Isole Vergini Britanniche dato il loro ruolo, tra gli altri, di riciclaggio di denaro per conto della City di Londra tramite i titoli di stato americani; infine lo stesso Bessent che raddoppia lo posta in gioco sui mercati finanziari e obbligazionari sfidando apertamente i manipolatori della City che, come detto sopra, avevano imbastito un carry trade (es. short yen e titoli di stato americani collateralizzato con il flusso di petrolio) per estrarre ricchezza e risorse dagli USA. La risposta dell'UE è arrivata attraverso la Von der Leyen la quale ha accelerato i tempi per l'implementazione della Savings & Investments Union, unico strumento di liquidità ora a disposizione dell'Eurozona per sopravvivere al prosciugamento del mercato dell'eurodollaro, all'inversione del carry trade sullo yen e alla salita dei rendimenti obbligazionari europei.

Il messaggio è semplice: Bessent sta dicendo senza mezzi termini e mezze misure che i NY Boys sono ben consapevoli delle strategie europee e londinesi. “Noi vi vediamo, noi sappiamo”. I mercati obbligazionari in tutto il mondo si stanno accartocciando e la spinta definitiva l'ha data Bessent col suo intervento sullo yen, ma quest'unico evento è solo l'ultimo di una lunga serie che voi lettori avete potuto leggere su queste pagine: l'Iran, l'eurodollaro, Maduro, i prezzi del petrolio... tutti sono nodi di un'unica trama. E questa trama è possibile vederla se si risponde a una singola domanda: “Chi è più infuriato per quello che è successo in Medio Oriente?” Non gli iraniani, bensì coloro che sfruttavano il flusso di petrolio per manipolare i mercati delle valute e obbligazionari per affibbiare la colpa della destabilizzazione economica esclusivamente a Giappone e Stati Uniti mentre essi riuscivano a uscirne indenni: Londra e Bruxelles. Il carry trade sullo yen doveva essere smantellato, perché lo yen a prezzi ridicoli ha rappresentato l'amplificazione per eccellenza nel mercato dell'eurodollaro, il tutto collateralizzato dal flusso di petrolio a livello mondiale che poteva essere usato come una manopola con cui accendere/spegnere le tensioni in Medio Oriente e soprattutto accendere/spegnere la volatilità del prezzo del petrolio. Stiamo parlando di una cifra tra il 5-7% a livello settimanale dell'asset più importante della società odierna: un anatema per gli imprenditori e i loro calcoli. Ciononostante è così che la Lloyd riusciva a sovvenzionarsi: un pizzo pagato attraverso i contratti di spedizione/assicurazione, la benzina alla pompa, la spesa al supermercato, ecc. E c'era solo un modo per smantellare questo premio pirata: togliere all'Iran la capacità di ricattare il mondo tramite Hormuz, abbattere i cartelli della droga in Messico, disconnettere le banche canadesi dal riciclaggio di denaro via Caracas e l'Avana. La mente dietro tutto questo è sempre stata quella di Bessent, il quale non ha fatto altro che sfilacciare, pezzo dopo pezzo dopo pezzo, questa rete ombra. Nessuno l'aveva mai fatto finora.

Ciò tra le altre cose ha richiesto far salire i rendimenti dei bond sovrani. Sin da quando Powell ha iniziato a prosciugare la liquidità in dollari nel 2022, gli europei hanno comprato titoli sovrani americani a pacchi per manipolare la curva dei rendimenti americana. Hanno usato la lentezza giapponese nel rialzare i tassi per finanziare il mercato dei bund tedeschi, affinché rimanessero al di sotto di tutti gli altri nell'Eurozona e negli USA. Lo smantellamento del carry trade sullo yen non è il pezzo finale di questo puzzle, ma uno importante. Gli stessi che adesso si stracciano le vesti per i debiti giganteschi di USA e Giappone, sono gli stessi che davano per spacciati gli americani 4 anni fa quando Powell si sbarazzò della ZIRP. Poi sono arrivati i 550 punti base nei tassi di riferimento e gli USA non sono crollati grazie al SOFR; gli altri, invece, al di fuori delle “amicizie” americane sono stati costretti a mosse dettate dal panico e difendere i loro mercati, al ritmo di $1.700 miliardi di acquisti di titoli di stato americani.

Ora che il giocattolo della collateralizzazione del petrolio è rotto e il carry trade sullo yen è in inversione, il panico sui mercati statunitensi sarà solo sulla carta dei titoli di giornale: per quanto possano essere temporaneamente venduti, i bond americani saranno ricomprati al più presto perché altrimenti Londra e Bruxelles non saranno in grado di manipolare i mercati del Forex tanto a lungo. Da qui il balletto ricorsivo degli allarmi esclusivamente affibbiati dalla stampa agli Stati Uniti per alimentare una crisi del debito sovrano, oltre alla disperata escalation della guerra in Ucraina, e quindi scatenare un disastro economico simile a quello del COVID, del 2008, o della Seconda guerra mondiale. Scenario propedeutico a un default per il debito sovrano europeo, introduzione dell'euro digitale senza patemi d'animo, integrazione fiscale ed emissione di perpetual bond. È sempre stato questo il modus operandi, o modello di business, della cricca di Davos/City di Londra e finora le mosse/contromosse dell'accoppiata Bessent e Powell, prima, Warsh adesso, sono indirizzate a condurre la nazione verso elezioni di medio termine quanto più tranquille possibile senza un panico esteso nel mercato obbligazionario americano (talmente esteso da farlo diventare bidless).

La cricca di Davos/City di Londra si muove in interstizi che la maggior parte delle persone non capisce: Forex, bond, flussi di cassa, private equity, ecc. Sono tutti pezzi di un grande puzzle, ma nessuno al di fuori di loro ha il quadro completo ovviamente. Voi lettori leggete il mio blog perché, oltre a guardare ai mercati, applico una teoria sull'azione politica che mi permette inizialmente di effettuare ipotesi e successivamente testarle. In questo modo erigo una fondazione di conoscenza attorno alle ipotesi rimanenti, affinché possa arrivare a una tesi. È una mole di lavoro non indifferente da portare avanti, ciononostante i lettori sono poi in grado di distinguere in modo cristallino le ombre sulla proverbiale caverna dalle figure effettive. Per questo vi invito a sostenere questo spazio di divulgazione sottoscrivendo abbonamenti su Substack, comprando i libri sulla mia pagina Amazon, oppure prenotando una consulenza su Calendly. Il valore aggiunto a livello di vantaggio competitivo non si rispecchia solo sul piano della comprensione, ma soprattutto sui mercati perché si ha una visione privilegiata rispetto a chi invece non ha la minima idea di cosa accade a livello geopolitico ed economico.

Di conseguenza quando vediamo cosa Trump e Bessent hanno fatto finora, possiamo accarezzare l'idea che abbiamo superato la parte peggiore della stampa scriteriata di denaro e ora è tempo di spingere su produttività e garanzie collaterali (alla base della capacità produttiva della società), farle salire in valore per accettare il passato e andare avanti. Che siate d'accordo o meno con le idee di Hamilton, è decisamente un sistema migliore di quello attuale dato che almeno si concentra sulla produzione. Mette le persone al lavoro per costruire qualcosa di creativo e utile, in opposizione al sistema keynesiano/estrattivo tuttora vigente. Certo, non un sistema perfetto quello hamiltoniano, ma uno transitorio per superare un'economia iper-finanziarizzata come quella di oggi. La chiosa di questo ragionamento indica il motivo per cui adesso tutti sulla stampa e altrove sono infuriati contro Scott Bessent: ha smantellato quel carry trade che sin dalla fine di Bretton Woods ha alimentato l'iper-finanziarizzazione dell'economia mondiale.

Ecco come funzionava per chi ancora non l'avesse capito: se si mantiene debole la valuta di una potenza industriale e i suoi tassi bassi, si può finanziare costantemente la leva nel sistema finanziario tramite l'arbitraggio tra suddetta potenza industriale e tutte le altre economie. Esempio: si accende un prestito in yen allo 0.5% e si comprano titoli del Tesoro americani che rendono il 4%. Guadagno netto del 3.5%, il quale si può sottoporre a leva finanziaria nel mercato del dollaro offshore (completamente diversa da ciò che si suole fare a Wall Street). Tutti i mercati dei bond sono stati distorti dal carry trade sullo yen e i differenziali tra gli interessi sono la chiave.

Inutile dire che un tale trade è deleterio per Trump, soprattutto in concomitanza delle elezioni di medio termine. Anche perché, siamo onesti: davvero si crede che tutti gli stati vadano d'amore e d'accordo? Non serve una mente “cospirazionista” per sapere che alla prima occasione si salterebbero alla gola per sfilare soldi e risorse l'uno dall'altro. Altrimenti non esisterebbero i servizi segreti... Non esistono alleanze nei rapporti geopolitici, solo interessi divergenti o convergenti. Di conseguenza Washington farà la sua parte per preservare Tokyo, usando la sua autorevolezza per calmare i mercati dei capitali e quindi stabilizzare i fondi pensione giapponesi che si ritrovano buchi di bilancio. La stessa copertura non è disponibile per fondi pensione e società di assicurazione europei e questa è una cosa chiara a tutti sin dalla crisi (alimentata artificialmente) di Credit Suisse. Ma non si tratta di un caso isolato: questa estate è stato un rimbombo quotidiano sui giornali finanziari di un evento critico a ottobre che manderà in crisi gli Stati Uniti. Davvero queste “predizioni” si avverano perché fondate solo su analisi, o vengono spinte ad avverarsi? Come si può pensarla diversamente quando gente condannata più e più volte per reati finanziari viene ricoperta per l'ennesima volta di liquidità e incentivata a perseguire trade spericolati? Come si può pensarla diversamente quando una Bank of America ancora non ha pulito il suo bilancio da posizioni short sull'oro quando il metallo giallo è palesemente in trend rialzista? La giustificazione ufficiale è incompetenza, ma è una scusa troppo comoda: si tratta semplicemente di vandali.

Vandali al soldo di chi li spinge a essere tali perché copre loro le spalle. E allora è logico concludere che si tratta di quelle élite europee la cui sopravvivenza dipende dalle fasi di estrazione di ricchezza altrui, colonialismo finanziario sostanzialmente, e l'amministrazione Trump rappresenta la mina vagante in grado di ridimensionare pericolosamente il loro ascendente a livello internazionale. Perché se si pungola un simile “drago” è inevitabile una reazione, nonché prevedibile ex-ante. Dopo tutto ancora non hanno messo in gioco i loro capitali in questa partita, visto che possono ancora ricorrere a ciò che resta dell'eurodollaro e ai risparmi dei contribuenti europei (es. SIU). Ciò che finora si è degradato sono tutti quegli asset che fungevano da “complicità interna” sul suolo statunitense, i quali lavoravano contro gli interessi del proprio Paese. Vengono in mente tutti i casi di frodi previdenziali, frodi sanitarie, frodi assistenziali, ecc. O anche l'ostracismo nei confronti di leggi come il CLARITY Act, il SAVE Act e la liberalizzazione di Fannie Mae/Freddie Mac. Quest'ultimo punto verrà combattuto unghie e denti dagli infiltrati ostili sul suolo statunitense, perché l'assenza di controllo sul lato lungo della propria curva dei rendimenti è ciò che manca a Washington per liberarsi definitivamente dal giogo straniero. La nazionalizzazione dei sopraccitati istituti di finanziamento immobiliare, oltre a salvare AIG (agente inglese), ha permesso di creare un divario talmente grande tra il rendimento del decennale americano e quello del trentennale da rendere disfunzionale il mercato dei mutui e rendere illiquidi i titoli coperti da ipoteca. Un carico pendente sulle spalle della FED e una incapacità di gestire i tassi a lungo termine da parte del mercato interno.

È un lungo cammino quello che punta verso il dispendio di capitali da parte della “Tavola Alta”, ma la fase di transizione/trasformazione in cui si trova la FED costringerà un simile esito alla fine. Pensateci: il SOFR ha ucciso il Federal funds rate che sostanzialmente rappresentava una porta d'accesso estera ai dollari; le stablecoin faranno mutare il mercato dei titoli sovrani americani, poi. A tutti gli effetti ci troviamo nel bel mezzo di un processo che ci traghetterà dal sistema eurodollaro al sistema stablecoin: dominio della FED sostituito dal dominio del Dipartimento del Tesoro americano. E di cosa si preoccupava, e preoccupa, maggiormente l'UE? Di non ottenere linee di swap privilegiate con la FED. Spogliata la banca centrale americana del suo ruolo di dominio economico e decentralizzato tramite le FED regionali, ciò che rappresenterà in futuro sarà solo un cancello per avere accesso al dollaro... niente di più. Niente più salvataggi centrali.

È una cosa che gli Stati Uniti possono permettersi in virtù del fatto che si trovano all'apice della catena delle garanzie collaterali, mentre invece Londra e Bruxelles si trovano alla fine. Ed ecco un altro motivo per cui chi ha più da perdere in una crisi sono le capitali europee, non Washington. Una ovvietà se si pensa ad Hormuz: non sono gli USA a rimanerne danneggiati se resta chiuso, così come non lo sono se viene chiuso Bab-el-Mandeb. È vero che i prezzi della benzina sono aumentati negli USA... ma al gallone! Infatti se il prezzo medio è circa $4 al gallone oltreoceano, qui staremmo parlando di circa €8 al gallone. Una bella differenza tra chi esporta quantità in eccesso di carburante perché ne è provvisto e chi deve affidarsi alle importazioni perché, tra le altre cose, ha ucciso le raffinerie tramite la religione dell'ambientalismo. Senza contare che Trump non ha venduto i barili della SPR, bensì li ha sottoposti a contratti pronti contro termine con le società petrolifere (es. Exxon prende in prestito oggi 100 milioni di barili e ne riconsegna 105 milioni tra un anno).

Chi è sotto assedio, quindi, non è il dollaro né il mercato obbligazionario americano, bensì i mercati monetari e obbligazionari europei. Loro deficitano di tutte quelle garanzie collaterali in grado di giustificare livelli spropositati di leva finanziaria e creazione di strumenti finanziari “esotici” con cui far traboccare il mondo della loro influenza politica ed economica.

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