La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/bisanzio-20)
In tutto il mondo, non possiamo che assistere alla terza grande guerra civile inglese.
Il mondo intero si ritrova inesorabilmente intrappolato nella terza guerra civile inglese: una prolungata lotta interna tra le élite anglofone per il controllo del potere, la legittimità della ricchezza (produzione lecita contro estrazione illecita) e l'anima stessa della nostra civiltà. Questo perché il dominio mondiale dell'Impero britannico, esteso e amplificato dall'ordine americano del secondo dopoguerra come sua massima espressione, permea ogni aspetto della vita umana attraverso i sette pilastri del potere nazionale: alleanze diplomatiche che legano le nazioni in reti di obblighi, narrazioni che plasmano le percezioni globali attraverso imperi mediatici, proiezioni militari che impongono l'egemonia da basi lontane, strutture economiche che dettano il commercio e lo sviluppo, meccanismi finanziari che utilizzano il debito come arma di controllo, reti di intelligence che si infiltrano sia tra gli avversari che tra gli alleati, e apparati di polizia che estendono la loro influenza extraterritoriale per reprimere il dissenso. Questo apparato onnipresente, nato dalla presa della Corona inglese da parte dei finanziari continentali nel 1688 e replicato oltreoceano, trasforma ora i conflitti per procura in Ucraina, le guerre commerciali contro la Cina e gli sconvolgimenti economici mondiali in semplici teatri di una scissione interna, dove banche pretoriane non statali e colossi d'investimento soverchiano gli stati sovrani, costringendo miliardi – consapevolmente o meno – a finanziare e combattere in una guerra civile che potrebbe liberare la civiltà inglese da quattro secoli di dominio parassitario o condannarla, insieme al mondo intero, a un decadimento irreversibile o addirittura alla distruzione totale.
I. Introduzione: lo spettacolo e la sostanza
L'attenzione del mondo è concentrata sul dramma superficiale di una nuova Guerra Fredda, o addirittura di una Terza guerra mondiale. I commentatori parlano con entusiasmo della rivalità tra Stati Uniti e Cina, della guerra in Ucraina, dell'ascesa dei BRICS e della frammentazione dell'ordine liberale post-1945. Questi eventi vengono presentati dall'analisi dominante come uno scontro tra nazioni, una competizione convenzionale tra grandi potenze che ricorda i capitoli più bui del ventesimo secolo.
Ma questa interpretazione confonde i sintomi con le cause, gli effetti con l'essenza. Questo saggio sostiene che questi conflitti geopolitici non sono l'evento primario, bensì i sintomi visibili di una lotta più profonda e secolare: la Guerra Civile Inglese 3.0. Si tratta di una guerra intra-civiltà tra le élite anglofone per la fonte e il centro fondamentali del potere. Le sue radici affondano nella “cattura” della Corona inglese da parte di interessi finanziari continentali nel 1688, un evento che ha creato una classe dominante persistente il cui potere ora sfida la sovranità degli stati nazionali in cui vive. L'attuale instabilità globale rappresenta la fase finale di questa lotta, una contesa per l'anima stessa della civiltà inglese.
Per comprendere il nostro momento attuale, dobbiamo prima capire come una rivoluzione “incruenta” su una piccola isola quasi quattro secoli fa abbia piantato il DNA istituzionale che oggi governa la vita finanziaria di miliardi di persone. Dobbiamo ricostruire come quel DNA si sia replicato attraverso oceani e imperi, e come ora si trovi ad affrontare la sua sfida definitiva. La posta in gioco non potrebbe essere più alta: Washington D.C. potrà diventare una nuova Costantinopoli, preservando il nucleo della civiltà inglese e respingendo le influenze corruttrici, oppure, come l'antica Roma, sarà consumata dalla putrefazione interna del dominio pretoriano?
II. Parte 1: Definire il campo di battaglia – attori, concetti e posta in gioco
A. La definizione del “finanziario”: non una cospirazione, ma un tipologia
Qualsiasi argomentazione che postuli una continuità delle élite attraverso i secoli deve immediatamente confrontarsi con l'accusa di pensiero cospirazionista. Una tale accusa è prevedibile: che questo schema riduca una storia complessa a uno spettacolo di marionette, con figure oscure che tirano i fili da una stanza segreta a Ginevra o a Londra.
Questo saggio respinge tale caricatura. Quello che sto descrivendo non è una cospirazione, ma una tipologia: un gruppo di individui affini che condividono interessi materiali, istituzioni di appartenenza, percorsi formativi e una visione del mondo coerente che trascende i confini nazionali. Come documentano gli studi del Max Planck sulla finanziarizzazione, la finanza “si insinua nei rapporti di classe e di parentela” e, in modo fondamentale, “riconfigura le dimensioni legali ed ecologiche dell'organizzazione sociale”. Non si tratta dell'opera di un comitato segreto, bensì dell'espressione organica di una classe parassitaria il cui potere deriva da uno specifico rapporto con la creazione di ricchezza.
La tipologia “finanziarista” può essere definita con precisione. I suoi membri traggono potere e profitto non dalla produzione, dall'innovazione o dal commercio – ciò che potremmo definire creazione di ricchezza “lecita” – bensì dall'ingegneria finanziaria, dalla manipolazione del debito, dal controllo dell'emissione monetaria e dall'estrazione di rendite dall'economia produttiva. Questo costituisce ricchezza “illecita” nel senso che si appropria del valore creato da altri anziché generarne di nuovo. Gli strumenti del potere finanziarista sono le grandi istituzioni della finanza mondiale: banche e banche centrali che operano con diversi gradi di indipendenza dal controllo politico, enormi società di investimento che gestiscono patrimoni superiori al PIL della maggior parte delle nazioni e le interconnesse direzioni che creano una visione del mondo e un insieme di preferenze politiche unificate, a prescindere dai confini nazionali.
Quando BlackRock gestisce $10.000 miliardi in asset – una somma superiore alle economie di tutte le nazioni tranne tre – esercita un potere che non è meramente economico, ma fondamentalmente politico. Quando il presidente della Federal Reserve può influenzare i mercati con una sola frase, si tratta di potere senza mandato sociale. Quando i segretari del Tesoro e i banchieri centrali passano senza soluzione di continuità dal servizio pubblico all'impiego presso le stesse istituzioni che un tempo regolamentavano, non si tratta di cospirazione, ma di coesione di tipo.
B. La Rivoluzione Gloriosa del 1688: l'evento genesi
Per comprendere come questo tipo di rivoluzione sia riuscito a imporsi in modo così duraturo nel mondo anglofono, dobbiamo esaminare il momento cruciale del novembre 1688, quando Guglielmo d'Orange, Statolder olandese, sbarcò a Torbay con una forza d'invasione finanziata da mercanti continentali. Non si trattò di una semplice disputa dinastica, o di un riallineamento religioso. Fu, nel senso più letterale del termine, un'acquisizione ostile dello Stato inglese. La prima acquisizione ostile da parte della Compagnia Olandese delle Indie Orientali Britanniche ai danni della Compagnia Britannica delle Indie Orientali, secondo la mentalità di Gordon Gekko.
Prima del 1688 la monarchia inglese era stata costantemente insolvente. Re Carlo II era stato costretto a dichiarare un “blocco del tesoro” nel 1672, sospendendo il rimborso dei suoi debiti. Suo padre, Carlo I, aveva fatto ricorso a “prestiti forzati” quando il credito volontario si era prosciugato. Il problema fondamentale era di natura strutturale: senza il consenso parlamentare per l'imposizione fiscale, la Corona non aveva la credibilità necessaria per ripagare i propri debiti e, di conseguenza, i creditori si rifiutavano di erogare fondi.
Riflettendo sull'architettura fiscale della monarchia inglese da Elisabetta I a Giacomo II, si può individuare una deliberata orchestrazione da parte di mercanti, banchieri, parlamentari, burocrati e nobili per esternalizzare le spese essenziali del regno – difesa, sicurezza e amministrazione – sul sovrano. Ciò creò una gabbia dorata di debiti, in cui i monarchi erano costretti ad accumulare prestiti insostenibili e la loro autorità erosa dalla dipendenza da queste stesse élite che traevano profitto da tale sistema. Il regno di Elisabetta ne fu un esempio lampante: i costi per le flotte e le esplorazioni gravavano sulle casse reali, mentre i profitti commerciali confluivano negli interessi privati, costringendola a dipendere da sussidi parlamentari condizionati e da prestiti ad alto interesse della City di Londra. Gli Stuart ereditarono e amplificarono questa vulnerabilità: Giacomo I e Carlo I dovettero affrontare crescenti esigenze militari senza autonomia fiscale, il che portò a misure controverse come il “denaro navale” e i cui regni vennero definiti come tirannie ma radicati in un sistema intrappolante.
Sotto Carlo II e Giacomo II questo schema persistette tra le guerre della Restaurazione e le ambizioni coloniali, con i finanziari olandesi e inglesi che concedevano credito che sottraeva risorse attraverso gli interessi, perpetuando la corruzione senza essere contrastata da una Corona ormai indebolita. I tentativi di Giacomo II di promuovere efficienza e tolleranza furono vanificati da questa camicia di forza fiscale, e i suoi oppositori inquadrarono le riforme come assolutismo, salvaguardando al contempo i propri vantaggi. Questa dinamica non solo impoverì la monarchia, ma ne soffocò anche il ruolo di custode del popolo contro gli eccessi dell'élite, alimentando l'instabilità che culminò negli eventi del 1688.
La Rivoluzione Gloriosa, ben lungi dall'essere una semplice rivendicazione della libertà, formalizzò questo cambiamento consolidando il controllo parlamentare – in particolare quello dominato dai Whig – sulle finanze, come chiarito da North e Weingast nella risoluzione del problema dell'“impegno credibile” per i creditori. Le sessioni annuali del Parlamento, i controlli contabili e il dominio sulle finanze, sanciti dalla Dichiarazione dei Diritti del 1689, rafforzarono i settori manifatturiero e commerciale che finanziarono l'invasione di Guglielmo, vanificando l'assolutismo di Giacomo, come descrivono Pincus e Robinson. Tuttavia non si trattò di un'emancipazione popolare: consolidò un ordine finanziario che favoriva quelle élite, dando vita a istituzioni come la Banca d'Inghilterra per gestire il debito nel loro interesse, reindirizzando e perpetuando in modo permanente, anziché smantellare, le disuguaglianze imposte ai monarchi che da tempo affliggevano il regno.
La creazione della Banca d'Inghilterra nel 1694 fu l'incarnazione istituzionale di questo nuovo ordine. Come ha osservato uno storico: “La storia della Banca d'Inghilterra durante i suoi primi anni è in non poca misura la storia dell'accordo del 1689”. Essa fu istituita come società privata che avrebbe gestito il debito pubblico, prestando denaro al governo inglese in cambio del privilegio di emettere banconote e controllare la valuta nazionale. Questo fu il peccato originale: la creazione di un debito nazionale permanente, gestito da interessi privati, che avrebbe finanziato le guerre perpetue dello Stato arricchendo al contempo la classe finanziaria che deteneva il debito, quasi interamente legata alla Roma pretoriana, se non addirittura parte integrante di essa.
L'economia politica della rivoluzione stessa fu controversa. Re Giacomo II era profondamente legato alla Compagnia Reale Africana e alla Compagnia delle Indie Orientali, convinto che “solo la terra potesse produrre ricchezza” e che il futuro dell'Inghilterra risiedesse nell'impero territoriale d'oltremare. I Whig, che lo spodestarono, rifiutarono questo modello. Sostenevano che “il lavoro creasse ricchezza” e che il governo dovesse sostenere attivamente lo sviluppo economico, in particolare nel settore manifatturiero. La creazione della Banca d'Inghilterra aveva lo scopo di “promuovere lo sviluppo del settore manifatturiero” rendendo il credito più accessibile. Ma il meccanismo istituzionale che crearono – una banca centrale privata che gestiva il debito pubblico – conteneva in sé i semi di una nuova forma di potere che alla fine avrebbe trasceso e inglobato gli interessi manifatturieri che avrebbe dovuto servire.
C. Il DNA istituzionale: come il 1688 creò un sistema autoalimentante
Il significato del 1688 non risiede in un singolo evento, ma nella creazione di un modello istituzionale che si sarebbe dimostrato straordinariamente duraturo e trasferibile, nonché di natura apertamente schiavistica, se non etichettato come tale. Questo modello conteneva diversi elementi chiave:
• La centralizzazione del debito pubblico attraverso un'istituzione privata. Il modello della Banca d'Inghilterra creò un circolo vizioso: lo Stato necessitava di un debito sempre maggiore per finanziare le proprie ambizioni (principalmente guerre); la classe finanziaria deteneva tale debito e ne riscuoteva gli interessi; la necessità dello Stato di contrarre prestiti in futuro lo rendeva dipendente dalla continua benevolenza della classe finanziaria; la classe finanziaria, a sua volta, aveva un interesse acquisito nella capacità dello Stato di tassare l'economia produttiva per onorare il debito. E così la classe finanziaria mantenne il regno in un perenne stato di conflitto e guerra.
• La fusione del potere statale e degli interessi finanziari attraverso élite interconnesse. Le stesse famiglie e gli stessi interessi che controllavano la Banca d'Inghilterra sedevano anche in Parlamento, consigliavano la Corona “controllata” e dominavano le grandi compagnie commerciali. Non si trattava di corruzione nel senso moderno del termine; era il normale funzionamento di un sistema in cui potere pubblico e privato erano perfettamente integrati. Questo almeno fino a quando non si trasformò in pura corruzione a partire circa dalla Prima guerra mondiale.
• L'esportabilità del modello. L'architettura istituzionale creata a Londra dopo il 1688 – una banca centrale che gestiva il debito pubblico, un debito nazionale permanente, una classe finanziaria i cui interessi erano allineati con l'espansione statale – poteva essere replicata in altre entità politiche anglofone. E così fu, soprattutto nelle colonie americane che alla fine si ribellarono al controllo di Londra, adottando al contempo molte delle sue innovazioni finanziarie.
III. Parte 2: la lunga guerra – momenti chiave del “passaggio di consegne” e fratture
A. La guerra civile inglese 2.0 (la Rivoluzione americana): uno scisma nell'élite
La Rivoluzione americana è stata tradizionalmente interpretata come una ribellione coloniale contro l'ingerenza imperiale: una lotta contro la “tassazione senza rappresentanza” condotta da coloni amanti della libertà contro un Parlamento distante e oppressivo. Questa interpretazione non è errata, ma è incompleta.
E se considerassimo invece la Rivoluzione come una scissione all'interno dell'élite anglofona? I coloni che guidarono la ribellione non erano gli espropriati o gli emarginati, erano l'élite coloniale: la nobiltà terriera, gli industriali emergenti, i mercanti le cui ambizioni commerciali erano limitate dal sistema mercantilista londinese. La loro disputa non era con la civiltà inglese o con le istituzioni inglesi, ma con la specifica configurazione di potere emersa dall'Accordo del 1688.
Gli Atti di Navigazione, le restrizioni alla produzione coloniale, l'obbligo per tutti i commerci di passare attraverso i porti britannici: non si trattava di imposizioni arbitrarie. Erano la logica espressione di un sistema imperiale finanziarizzato, concepito per estrarre valore dalla periferia a beneficio del centro metropolitano. L'élite coloniale, che produceva ricchezza reale attraverso la terra, il lavoro e l'imprenditorialità, si trovava perennemente subordinata a una classe finanziaria con sede a Londra, il cui potere si fondava sul debito e sulla manipolazione piuttosto che sulla produzione.
La Dichiarazione d'Indipendenza, letta in quest'ottica, è un documento rivoluzionario non solo per il suo ripudio della monarchia, ma anche per il suo implicito rifiuto del modello finanziarista. La sua accusa al Re di “imporci tasse senza il nostro consenso” era anche un'accusa contro un Parlamento che, fin dal 1688, rivendicava il diritto esclusivo di tassare proprio perché era l'istituzione in cui venivano rappresentati gli interessi finanziari. Quando i coloni parlavano di “consenso”, intendevano qualcosa di diverso da ciò che intendevano gli oligarchi Whig di Londra: intendevano il consenso dei governati, non il consenso degli obbligazionisti.
Eppure la Repubblica americana, pur essendosi liberata dal controllo politico, si trovò immediatamente ad affrontare la stessa questione fondamentale che aveva tormentato l'Inghilterra: quale tipo di sistema finanziario avrebbe adottato? Le feroci battaglie tra Alexander Hamilton e Thomas Jefferson negli anni Novanta del Settecento non furono semplici dispute politiche. Il programma di Hamilton – una banca nazionale, l'assunzione dei debiti statali, l'incentivazione federale del commercio e dell'industria manifatturiera – rappresentava un esplicito tentativo di replicare il modello della Banca d'Inghilterra sul suolo americano. L'opposizione di Jefferson – la sua visione di una repubblica agraria di piccoli proprietari terrieri indipendenti – era un rifiuto totale di quella traiettoria. Il fatto che Hamilton abbia sostanzialmente vinto, che siano state istituite la Prima e la Seconda Banca degli Stati Uniti, che gli Stati Uniti abbiano infine creato una propria banca centrale e un proprio debito nazionale permanente, dimostra che la “cattura” del 1688 non fu un fenomeno esclusivamente britannico, ma un fenomeno anglosassone. Il DNA istituzionale aveva attraversato l'Atlantico: nessuno si era liberato da nulla se non dall'illusorio potere della Corona.
B. Il crogiolo del XIX secolo: industriali contro redditieri
Il XIX secolo vide il pieno sviluppo della Rivoluzione Industriale e, con essa, una nuova tensione all'interno dell'élite anglofona: la lotta tra capitalisti industriali (che creavano ricchezza attraverso la produzione) e capitalisti finanziari (che estraevano ricchezza attraverso il mondo della finanza). Questa tensione si manifestò in modo diverso in Gran Bretagna e in America, ma era presente in entrambi i Paesi.
In Gran Bretagna, l'abrogazione delle leggi sul grano nel 1846 rappresentò una vittoria per il capitale industriale sugli interessi terrieri, ma fu anche una vittoria per la classe finanziaria, che da tempo cercava di abbassare i prezzi dei generi alimentari per mantenere bassi i salari e preservare il vantaggio competitivo britannico nel settore manifatturiero. Il boom di metà epoca vittoriana fu un'età dell'oro sia per l'industria che per la finanza, ma le tensioni di fondo rimasero. Alla fine del XIX secolo, i capitali britannici affluivano all'estero in quantità enormi – per costruire ferrovie in Argentina, miniere in Sudafrica, piantagioni in India – mentre l'industria nazionale iniziava a ristagnare. La classe finanziaria trasse enormi profitti da questo portafoglio globale; la classe operaia pagò il prezzo con la disoccupazione e il peggioramento del tenore di vita.
In America, la Guerra Civile stessa può essere vista attraverso questa lente. Il conflitto tra il Nord industriale e il Sud agricolo fu molte cose: una lotta morale sulla schiavitù, una crisi costituzionale sull'unione, ma fu anche una lotta tra due diversi modelli di economia politica. Il Nord, con le sue fabbriche, le sue banche, le sue ferrovie, rappresentava il futuro che Hamilton aveva immaginato; il Sud, con la sua agricoltura dipendente dal lavoro degli schiavi e dai mercati di esportazione, rappresentava una forma più antica di estrazione di ricchezza. La vittoria del Nord assicurò che il futuro americano sarebbe stato industriale e capitalista, ma consolidò anche il potere delle case finanziarie che avevano finanziato la guerra. La vendita di titoli di stato ai cittadini comuni da parte di Jay Cooke creò una nuova classe di investitori con una partecipazione nel debito federale. Le leggi bancarie del 1863 e del 1864 crearono una valuta nazionale uniforme e un sistema di banche con statuto nazionale. L'architettura istituzionale del potere finanziario era in costruzione, proprio mentre la nazione celebrava il suo trionfo sulla schiavitù e la disunione. La schiavitù delle catene venne sostituita dalla schiavitù di tasse sempre crescenti e di un debito mai completamente ripagato, con stagnazione e declino dei salari reali.
C. Il Grande Trasferimento: Bretton Woods e il trasferimento del centro (1944)
La Seconda guerra mondiale devastò l'Europa e lasciò la Gran Bretagna prostrata. Gli Stati Uniti emersero come egemone indiscusso del mondo capitalista, ma non si trattò semplicemente di un trasferimento di potere militare e politico; fu un trasferimento del centro di un mondo anglofono ormai completamente finanziarizzato.
La conferenza di Bretton Woods del luglio 1944 è convenzionalmente interpretata come un momento di illuminata cooperazione internazionale: quarantaquattro nazioni si riunirono per progettare una nuova architettura finanziaria globale che avrebbe impedito le svalutazioni competitive e le guerre commerciali degli anni '30. Questa interpretazione contiene una parte di verità, ma nasconde tanto quanto rivela.
Come ha documentato Benn Steil del Council on Foreign Relations, i principali artefici americani di Bretton Woods – il Segretario del Tesoro Henry Morgenthau e il suo vice Harry Dexter White – avevano due obiettivi. Il primo era pubblico e lodevole: stabilire un nuovo quadro monetario internazionale, con un ruolo privilegiato per il dollaro statunitense, supervisionato da un nuovo Fondo Monetario Internazionale. Il secondo non fu mai dichiarato pubblicamente, ma era “altrettanto importante”: “Usare la leva finanziaria americana sulla Gran Bretagna in bancarotta per minare le fondamenta economiche del suo impero globale”. Ciò includeva lo status speciale della sterlina e il sistema di preferenze commerciali imperiali che garantiva alla Gran Bretagna un accesso privilegiato ai mercati delle sue colonie e dei suoi domini. Il Dipartimento del Tesoro riteneva che ciò avrebbe “eliminato definitivamente la Gran Bretagna come rivale geopolitico ed economico”.
Gli americani ebbero un successo strepitoso. La Gran Bretagna uscì dalla guerra con debiti enormi e un'economia in rovina. L'accordo Lend-Lease fu bruscamente interrotto nel 1945 e la Gran Bretagna fu costretta a negoziare un prestito ingente dagli Stati Uniti, alle condizioni americane. La sterlina fu gradualmente spodestata dal ruolo di valuta di riserva. Il dollaro divenne la moneta di riferimento mondiale, coperto dall'oro a $35 l'oncia, con tutte le altre valute ancorate a esso.
Ciononostante questo trasferimento di potere da Londra a Washington non rappresentò una liberazione dal controllo finanziario; fu piuttosto uno spostamento del centro di tale controllo. Le istituzioni create a Bretton Woods – l'FMI, la Banca Mondiale e, successivamente, l'Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio (GATT) – erano state concepite per gestire un'economia globale a condizioni favorevoli al capitale americano. Ma le stesse élite interconnesse che avevano dominato il mondo finanziario londinese trovarono ora nuove sedi a Washington e New York. Il Council on Foreign Relations, il Gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale: questi erano i nuovi nodi di coordinamento transatlantico delle élite. L'infrastruttura era cambiata, ma il software era rimasto lo stesso. Così come la stessa City di Londra.
La continuità è personificata da figure come la famiglia Rockefeller, la cui fortuna derivava dal petrolio, ma il cui potere si estendeva al settore bancario (Chase Manhattan), alla filantropia (la Fondazione Rockefeller) e alla politica estera (i vari incarichi governativi di Nelson Rockefeller). O i fratelli Dulles: John Foster Dulles come Segretario di Stato, Allen Dulles come Direttore della Central Intelligence, entrambi soci di Sullivan & Cromwell, uno dei più potenti studi legali di Wall Street. La classe finanziaria aveva semplicemente trasferito la propria sede.
Sebbene gli accordi di Bretton Woods del 1944 sembrassero orchestrare un grandioso trasferimento del dominio finanziario globale dalla storica City di Londra alla nascente potenza di Wall Street – sancendo il dollaro statunitense come valuta di riserva mondiale e dando vita a istituzioni come l'FMI e la Banca Mondiale per democratizzare, almeno in apparenza, la stabilità economica – un esame più approfondito rivela un magistrale gioco di prestigio perpetrato da figure come i fratelli Dulles, la cui esperienza a Wall Street presso la Sullivan & Cromwell si intrecciò con la nascita dello Stato di sicurezza nazionale americano. John Foster Dulles, in quanto artefice della diplomazia del dopoguerra, e Allen Dulles, fondamentale nel passaggio dell'OSS alla CIA nel 1947, facilitarono contemporaneamente la creazione della National Science Foundation nel 1950 e il rafforzamento dei National Institutes of Health, presentandoli come pilastri del progresso mentre incorporavano meccanismi per un apparato paramilitare mondiale. Questo consorzio oscuro, sostenuto da bilanci segreti, commerci illeciti e tributi internazionali estorti, ha costretto le nazioni a finanziare guerre perpetue, conflitti orchestrati e l'espropriazione di migliaia di miliardi in ricchezza, il tutto mantenendo il coordinamento operativo dal centro nevralgico finanziario permanente della City di Londra, dove le élite transnazionali si assicurano che gli apparenti cambiamenti di potere mascherassero una catena ininterrotta di controllo imperiale fino all'epoca attuale.
IV. Parte 3: la tesi raffinata – complessità, non cospirazione
A. Anticipare la controargomentazione
A questo punto, il lettore scettico obietterà: questa è una teoria del complotto. Ignora l'immensa complessità della storia, la contingenza degli eventi, il ruolo delle idee e degli individui nel plasmare gli esiti. Ipotizza un complotto secolare ordito da figure oscure che non compaiono mai nelle fonti storiche. In breve, è una cattiva ricostruzione storica.
Questa obiezione merita una risposta seria. Se questo saggio sostenesse che un comitato segreto di banchieri veneziani si sia riunito nel 1688 e abbia pianificato l'intero corso successivo della storia anglofona, sarebbe davvero un'assurdità. Ma non è questa la tesi, non è così che ragiona una tipologia di persone; non è necessario che lo faccia. Appartengono a una certa tipologia e pertanto pensano e agiscono in modo prevedibile e sempre egoistico rispetto a qualsiasi evento o circostanza.
B. La confutazione: una convergenza di interessi di classe
Quella che descrivo non è una cospirazione, ma una convergenza di interessi. Individui formatisi nelle stesse istituzioni – Oxford e Cambridge, Harvard e Yale, la London School of Economics – che frequentano gli stessi ambienti sociali e professionali – Davos, il Gruppo Bilderberg, il Council on Foreign Relations – e che condividono lo stesso interesse materiale in un sistema finanziario basato sul debito, perseguiranno naturalmente linee di politica che proteggeranno ed espanderanno tale sistema. Questa è coscienza di classe, non cospirazione.
Lo storico dell'economia potrebbe obiettare che il concetto di “classe” sia uno strumento troppo semplicistico, che oscura tanto quanto rivela. Ma gli studi del Max Planck sulla finanziarizzazione dimostrano che gli studiosi possono analizzare, e di fatto analizzano, la finanziarizzazione come un fenomeno strutturale senza scadere nel pensiero complottista. Esaminano “i modi in cui la finanza si inserisce nelle relazioni di classe e di parentela”, come “riconfigura le dimensioni legali ed ecologiche dell’organizzazione sociale”. Si tratta di ricerca seria, non di pura fantasia.
Si consideri la risposta alla crisi finanziaria del 2008. Quando il sistema finanziario mondiale vacillava sull’orlo del collasso, i policymaker negli Stati Uniti e in Europa hanno reagito con una serie di misure straordinarie: salvataggi delle principali banche, tassi di interesse prossimi allo zero, massicci acquisti di debito pubblico e societario da parte delle banche centrali. Queste linee di politica sono state descritte dai loro sostenitori come risposte pragmatiche a un’emergenza senza precedenti, ma hanno avuto anche l’effetto – prevedibile e previsto – di proteggere gli interessi della classe finanziaria. Gli obbligazionisti sono stati risarciti integralmente; gli azionisti delle principali banche sono stati in gran parte tutelati; le perdite socializzate del settore finanziario sono state pagate dal pubblico, mentre i guadagni privatizzati negli anni del boom sono rimasti in mani private.
È stato questo il risultato di una cospirazione? No. È stato il risultato di una tipologia di persone con una visione del mondo condivisa che occupa posizioni chiave nei ministeri del Tesoro, nelle banche centrali e negli enti di regolamentazione finanziaria. Un segretario del Tesoro che ha trascorso la sua carriera a Wall Street, un banchiere centrale che ha trascorso la sua vita nella confraternita dei banchieri centrali, un regolatore che prevede di tornare al settore che regolamenta: questi individui non hanno bisogno di cospirare. Condividono presupposti così profondamente radicati da apparire non come ideologia, ma come buon senso. Basta che dei malintenzionati perpetrino frodi e corruzione su scala smisurata, e un tale fallimento fa crollare l'intero sistema, il tutto rimanendo mascherato abbastanza a lungo da permettere che la situazione degeneri. A quel punto i finanziari entrano in azione, comportandosi naturalmente secondo la loro tipologia.
Come Adam Smith descriveva una “mano invisibile” che guida gli esiti del mercato, così esiste una mano invisibile, fatta di interessi di tipologia, che guida gli esiti delle linee di politica. Un cancelliere dello Scacchiere, un ministro del Tesoro e un banchiere centrale provenienti da questo ambiente giungeranno tutti “indipendentemente” alla stessa soluzione “pragmatica” a una crisi: un salvataggio, una misura di austerità, un accordo commerciale, perché la loro visione del mondo condivisa definisce tali azioni come necessarie e naturali. La “cattura” del 1688 ha creato il DNA istituzionale, e quel DNA si è replicato sin da allora.
C. Perché tutto questo è importante per comprendere il presente
Questo quadro concettuale è importante perché offre una diagnosi più accurata del nostro malcontento attuale rispetto alla narrativa convenzionale della competizione tra grandi potenze. Se il conflitto in Ucraina è semplicemente uno scontro tra NATO e Russia, allora la soluzione è più NATO, più sanzioni, più aiuti militari a Kiev. Se la rivalità tra Stati Uniti e Cina è semplicemente una nuova Guerra Fredda, allora la soluzione è il contenimento, il confronto e la preparazione a un eventuale conflitto.
Ma se questi conflitti sono sintomi di una guerra intra-élite più profonda all'interno della più ampia civiltà anglofona, allora le prescrizioni cambiano. La questione non è come sconfiggere la Russia o contenere la Cina, ma come risolvere le contraddizioni interne che hanno reso il mondo anglofono più vulnerabile nell'affrontare sfide esterne. Il nemico, se così si può usare, non è a Mosca o a Pechino; è a Londra, New York e Washington – o meglio, in una certa categoria all'interno delle tre classi elitarie che opera in tutte queste città e che ha scarso riguardo per la lealtà nazionale.
Questo non significa assolvere la Russia o la Cina dalla responsabilità delle loro azioni. L'aggressione della prima in Ucraina è reale; il capitalismo di successo della seconda presenta sfide concrete. Ma la debolezza che queste potenze sfruttano è interna al mondo anglosassone. Una civiltà che ha svuotato la propria base industriale, si è indebitata e ha permesso a una tipologia di finanziari di impadronirsi delle sue istituzioni politiche è una civiltà matura per essere sfidata dall'esterno e, ancor più, dall'interno.
V. Parte 4: Bisanzio 2.0 – l'analogia perfezionata
A. I parallelismi
La crisi dell'Impero Romano del III secolo – un periodo di cinquant'anni durante il quale più di venti imperatori furono assassinati, l'economia collassò e i confini furono violati dalle invasioni barbariche – offre una potente analogia con i nostri tempi. Allora, come oggi, la rivalità tra le élite e il degrado finanziario minacciarono di distruggere una civiltà che aveva dominato il mondo conosciuto per secoli.
La risposta di Diocleziano a questa crisi fu la Tetrarchia: una divisione dell'impero in due metà, orientale e occidentale, ciascuna governata da un imperatore anziano (Augusto) e un successore minore (Cesare). Questo sistema stabilizzò l'impero per un certo periodo, ma riconobbe anche una realtà fondamentale: il centro non poteva più reggere. L'impero d'Occidente, con capitale Roma, continuò a decadere sotto la pressione delle invasioni barbariche, della corruzione delle élite e del declino economico. Crollò definitivamente nel 476 d.C., quando l'ultimo imperatore d'Occidente fu deposto da un capo germanico.
Ma l'impero d'Oriente – quello che oggi chiamiamo Impero Bizantino – sopravvisse per altri mille anni. La sua capitale, Costantinopoli, fondata da Costantino il Grande nel 330 d.C., divenne il centro di una civiltà che preservò il diritto romano, il sapere greco e l'ortodossia cristiana ben dopo la caduta di Roma in mano ai barbari. Gli imperatori bizantini dovettero affrontare sfide che avrebbero distrutto qualsiasi altro stato: invasioni persiane, conquiste arabe, guerre bulgare, tradimenti crociati. Eppure si adattarono, scesero a compromessi e sopravvissero.
Come osserva uno studioso, l'Impero bizantino “non si inserisce facilmente in una narrazione ‘occidentale’” ed è “visto come ‘esterno’ allo sviluppo dello Stato occidentale e del sistema statale internazionale”. Ma proprio questa marginalità – questa posizione tra Oriente e Occidente, questo rifiuto di essere assimilato in una semplice storia di progresso occidentale – rende Bisanzio una potente metafora della difficile situazione attuale del mondo anglofono. Anche noi, infatti, come popoli anglofoni, come civiltà inglese, ci siamo rifiutati di assimilarci, di rimanere al di fuori della Prima e della Seconda Roma, di anteporre la sovranità al conformismo.
Per tracciare questa evoluzione attraverso le epoche:
Epoca pre-1688
• Centro dominante: Corona/Parlamento
• Influenze chiave: assolutismo monarchico e conflitti religiosi
• Livello di libertà: limitato dalla prerogativa reale e dal diritto divino
• Parallelo romano: Roma pre-crisi, il Senato si scontra con imperatori come Nerone
Epoca 1688-1945
• Centro dominante: Londra
• Influenze chiave: il sistema bancario continentale tramite prestiti olandesi e i finanziari
• Livello di libertà: conquistato; impero finanziato tramite debito perpetuo
• Parallelo romano: impero diviso (293-395 d.C.), Tetrarchia con co-imperatori d'Oriente e d'Occidente sotto Diocleziano
Epoca post-1945
• Centro dominante: Washington
• Influenze chiave: egemonia statunitense tramite Bretton Woods e istituzioni globali
• Livello di libertà: parzialmente libero; impronte persistenti dell'élite
• Parallelo romano: l'ascesa di Costantinopoli (330-476 d.C.), la sopravvivenza dell'Oriente tra i saccheggi barbarici dell'Occidente
Era contemporanea
• Centro dominante: conteso
• Influenze chiave: rivalità costruttive tra America, Russia e Cina e risvegli populisti
• Livello di libertà: potenziale per la piena indipendenza dal controllo pretoriano
• Parallelo romano: l'apice dell'Impero bizantino (476-1453 d.C.), l'eredità duratura di Roma contro le minacce persiane, arabe e ottomane
B. Raffinare la metafora: chi sono i nuovi barbari?
L'uso convenzionale dell'analogia con Roma identifica i “barbari” come potenze esterne: cartelli, invasori stranieri, terrorismo islamico. Queste sono le forze che premono contro e all'interno delle porte della civiltà inglese, minacciando di sopraffarla come i Goti e i Vandali sopraffecero Roma.
Questo saggio propone un'interpretazione diversa: i veri barbari sono all'interno.
Le minacce esterne sono indubbiamente reali, ma non rappresentano il pericolo principale. Si tratta di potenze che sfruttano il declino interno dell'Occidente, proprio come i Persiani Sasanidi e in seguito gli Arabi sfruttarono l'esaurimento romano-persiano nel VII secolo. La rivalità quadriennale tra Bisanzio e la Persia sasanide creò una zona cuscinetto che rimase stabile per lunghi periodi, ma quando le due grandi potenze si esaurirono a vicenda in guerre di annientamento, il conseguente vuoto di potere permise l'ascesa dell'Islam, “uno degli eventi più significativi della storia mediorientale e globale”.
Il parallelismo con l'attualità è impressionante. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno trascorso due decenni a combattere guerre in Medio Oriente e Asia centrale, spendendo migliaia di miliardi di dollari e sacrificando migliaia di vite. La Cina ha osservato, imparato e costruito. Ora si erge come la grande nazione creditrice, con migliaia di miliardi di dollari in riserve auree, estendendo la sua influenza attraverso la Belt and Road Initiative e competendo con l'ordine guidato dagli Stati Uniti non attraverso lo scontro diretto, ma attraverso la penetrazione economica e la persuasione diplomatica.
Ma i veri barbari non sono a Pechino, né a Mosca, né tantomeno in Messico, o nel mondo musulmano. Sono nei distretti finanziari di New York e Londra, nelle sale riunioni dove vengono prese le decisioni. La delocalizzazione dei posti di lavoro e la chiusura delle fabbriche, i comitati di azione politica che finanziano le campagne e plasmano la legislazione, gli imperi mediatici che creano consenso per politiche che arricchiscono pochi a scapito di molti. La rivolta del 6 gennaio al Campidoglio, orchestrata e gestita professionalmente, l'ascesa illusoria e finanziata a piene mani dai movimenti populisti di destra e di sinistra, l'erosione della fiducia in ogni grande istituzione: questi sono i primi segnali dell'avanzata degli eserciti barbari all'interno delle mura. Sono il prodotto di decenni di deindustrializzazione, sfruttamento finanziario, disuguaglianze enormi e crescenti, povertà e indebitamento diffusi. La classe finanziaria, discendente della Guardia Pretoriana dell'antica Roma, ha rubato quasi tutto ciò che si poteva rubare e ora invita i barbari all'interno delle mura, lasciandole indifese e non riparate.
Per un confronto più approfondito, si considerino i seguenti aspetti chiave:
Fattore scatenante
• Guerra civile inglese 3.0: guerra tra élite per la legittimità della ricchezza e i centri di potere
• Scissione romana e ascesa bizantina: guerre civili per la successione imperiale e il collasso economico
Fattori influenti
• Guerra civile inglese 3.0: finanziari continentali e banche pretoriane
• Scissione romana e ascesa bizantina: guardia pretoriana, alleanze barbariche, élite economiche
Vecchio centro
• Guerra civile inglese 3.0: Londra, conquistata dopo il 1688 grazie al controllo della Corona
• Scissione romana e ascesa bizantina: Roma, decadente a causa della corruzione interna e delle invasioni
Nuovo centro
• Guerra civile inglese 3.0: Washington, in grado di sfuggire al controllo esterno totale
• Scissione romana e ascesa bizantina: Costantinopoli, centro nevralgico resiliente per secoli
Esito
• Guerra civile inglese 3.0: liberazione dei popoli anglofoni dopo 400 anni
• Scissione romana e ascesa bizantina: continuità bizantina della civiltà romana per oltre 1000 anni
Impatto mondiale
• Guerra civile inglese 3.0: gli elementi DIMEFIL messi a dura prova negli imperi globali
• Scissione romana e ascesa bizantina: la preservazione dell'eredità romana tra la caduta dell'Occidente e le difese dell'Oriente
C. La posta in gioco: cosa significa realmente “la vittoria di Washington”
Se questa analisi è corretta, l'esito della Guerra civile inglese 3.0 determinerà se Washington potrà diventare una nuova Costantinopoli – un centro di civiltà resiliente e adattabile che preservi il nucleo dei valori anglofoni per i secoli a venire – o se seguirà le orme dell'antica Roma, andando incontro al declino e al collasso.
Per Washington “la vittoria” significa qualcosa di molto specifico: spezzare la morsa finanziaria sulle istituzioni americane. Significa:
• Riaffermare il controllo sulla propria politica monetaria, sottoporre a revisione contabile e riformare la Federal Reserve per garantire che serva l'interesse pubblico piuttosto che gli interessi degli obbligazionisti e dei banchieri.
• Smantellare le istituzioni finanziarie monopolistiche considerate “troppo grandi per fallire” e quindi troppo potenti da controllare. Riorientare la politica economica per premiare la produzione e l'innovazione anziché l'ingegneria finanziaria: riscrivere il codice tributario, la politica commerciale e il quadro normativo per favorire chi crea valore rispetto a chi lo estrae.
• Porre fine al regime di guerra perpetua, principale motore del debito pubblico e dei profitti finanziari.
Questo non è un programma per l'isolazionismo o l'autarchia. Costantinopoli non si ritirò dal mondo; interagì con esso, commerciando con Oriente e Occidente, stringendo alleanze quando necessario, combattendo quando inevitabile. Ma lo fece da una posizione di forza e coerenza interna. La sua sopravvivenza per un millennio non fu il risultato della sola fortuna geografica; fu il risultato di istituzioni funzionanti, di un'élite al servizio dello Stato anziché depredarlo e di una popolazione che identificava i propri interessi con la sopravvivenza dell'impero.
I parallelismi con la Grecia contemporanea sono istruttivi. Come osserva uno storico, lo Stato greco moderno si è a lungo confrontato con un dibattito tra le “fazioni filo-occidentali”, che sostengono che la Grecia debba abbracciare pienamente l'integrazione europea, e coloro che percepiscono questo allineamento come “una forma di resa culturale e politica”. Quest'ultima fazione propugna “una maggiore enfasi sulla sovranità greca, sui valori ortodossi e su una politica estera indipendente”. Si rifà all'eredità bizantina della “diplomazia pragmatica” e dell'“autonomia strategica”.
Il dilemma della Grecia è, in scala ridotta, il dilemma del mondo anglosassone. L'integrazione nelle strutture transnazionali porta benefici economici, ma erode anche la sovranità e l'identità culturale. Il modello bizantino suggerisce una terza via: impegno senza subordinazione, cooperazione senza resa. Come sostiene lo storico Theodoris Rakkas: “Riscoprendo questa eredità, la Grecia potrebbe adottare una politica estera più equilibrata, impegnandosi in modo costruttivo con l'UE, la NATO e i vicini regionali come la Turchia, rafforzando al contempo la propria autonomia strategica”.
Lo stesso ragionamento si applica agli Stati Uniti. L'impegno con il mondo è necessario e auspicabile, ma l'impegno da una posizione di debolezza, con un'economia svuotata, un sistema politico asservita e una popolazione demoralizzata, non è impegno; riguarda i confini. Il primo compito della politica americana deve essere la ricostruzione interna: la ricostruzione della capacità produttiva, il ripristino della responsabilità politica, la riaffermazione della sovranità nazionale sul potere finanziario transnazionale. È una guerra civile che si combatte in tutto il mondo. Una guerra civile all'interno dei popoli anglofoni che deve essere vinta se la nostra civiltà, vecchia di oltre mille anni, vuole sopravvivere, se il nostro popolo vuole sopravvivere.
VI. Conclusione: la soglia della trasformazione
Le crisi del XXI secolo non sono eventi casuali: sono le conseguenze di una lotta lunga quattrocento anni all'interno della civiltà anglofona per stabilire chi avrebbe governato e a beneficio di chi. La Rivoluzione Gloriosa del 1688 ha creato un modello istituzionale – una banca centrale privata che gestisce il debito pubblico, una classe finanziaria i cui interessi sono fusi con il potere statale – che si è dimostrato straordinariamente resistente e trasferibile. Questo modello ha attraversato l'Atlantico con i coloni americani, è sopravvissuto alla Guerra Civile e alla Rivoluzione Industriale, ed è stato trasferito con successo da Londra a Washington dopo la Seconda guerra mondiale.
Ora questo modello si trova ad affrontare la sua sfida definitiva. La tipologia di finanziario che ha favorito è diventata così potente da minacciare la sovranità degli stessi Stati che lo hanno alimentato. Il debito mondiale ha raggiunto livelli senza precedenti; le banche centrali sono diventate gli attori dominanti nei mercati finanziari; la disuguaglianza ha toccato vette mai viste dai tempi della Gilded Age. E i sistemi politici del mondo anglofono sembrano incapaci di affrontare queste sfide, proprio perché sono stati catturati dagli interessi che ne traggono profitto e si sono rivoltati contro le stesse popolazioni che per quattrocento anni hanno alimentato l'intero sistema mondiale di corruzione e furto.
Questo non è un invito alla disperazione. Gli imperi non crollano da un giorno all'altro; si trasformano sotto la pressione dei fallimenti delle élite e delle rivolte popolari. L'Impero romano d'Occidente crollò, ma l'Impero d'Oriente sopravvisse per un altro millennio, preservando e trasmettendo l'eredità di Roma alle generazioni future. La domanda per il nostro tempo è se i popoli anglofoni possano realizzare una trasformazione simile: se possiamo liberarci dall'influenza corruttrice dei finanziari e ricostruire la nostra civiltà su fondamenta più solide.
La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Se Washington soccomberà alle stesse forze che hanno travolto Londra – se rimarrà una città asservita, al servizio degli interessi finanziari anziché del bene pubblico – allora il mondo anglofono seguirà l'antica Roma nel declino e nel collasso. I barbari non avranno bisogno di sfondare le porte; le troveranno già aperte, le mura incustodite, la popolazione indifferente al proprio destino... come lo è stata per quasi quarant'anni.
Ma se Washington riuscirà a diventare una nuova Costantinopoli – se riuscirà a liberarsi dal controllo finanziario, a ricostruire la sua economia produttiva, a ripristinare la responsabilità politica e a riaffermare la propria sovranità – allora la civiltà inglese potrà durare per secoli a venire. Affronterà sfide, come Costantinopoli affrontò i Persiani, gli Arabi e i Turchi; scenderà a compromessi e subirà sconfitte, ma sopravviverà.
Ci troviamo sulla soglia di questa trasformazione. L'esito non è predeterminato, invece sarà determinato dalle scelte che faremo nei prossimi anni: in ogni elezione, in ogni dibattito politico, in ogni momento di crisi. La guerra del nostro tempo è la Guerra Civile Inglese 3.0; il suo esito plasmerà il futuro non solo dei popoli anglofoni, ma del mondo intero.
VII. Appendice: tracciare la continuità attraverso gli imperi – gli elementi DIMEFIL
Per illustrare la continuità dei meccanismi di potere attraverso gli imperi, prendiamo in considerazione come ciascuno dei sette elementi del potere nazionale sia stato impiegato da Roma ai giorni nostri:
Diplomatico
• Impero britannico: alleanze con le potenze europee, Triplice Intesa
• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: Piano Marshall per la ricostruzione dell'Europa e il contenimento del comunismo
• Impero romano: Trattati con Parti e Persiani per la sicurezza dei confini
• Tensione moderna: negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina nel contesto delle guerre commerciali; G7 contro BRICS
Informativo
• Impero britannico: propaganda coloniale tramite giornali e missioni
• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: le narrazioni della Guerra Fredda di Hollywood; Voice of America
• Impero romano: culti imperiali ed editti che proclamavano il dominio divino
• Tensione moderna: campagne di disinformazione sui social media; TikTok come vettore dell'influenza cinese
Militare
• Impero britannico: supremazia navale, battaglia di Trafalgar (1805)
• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: interventi della NATO in Corea, Vietnam e Afghanistan
• Impero romano: legioni a difesa contro i barbari, Adrianopoli (378 d.C.)
• Tensione moderna: conflitti per procura in Ucraina; tensioni tra Stati Uniti e Cina nello Stretto di Taiwan
Economica
• Impero britannico: monopoli commerciali mercantilistici in India e Africa
• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: globalizzazione guidata dall'OMC e accordi di libero scambio
• Impero romano: importazioni di grano dall'Egitto per finanziare lo stato
• Tensione moderna: interruzioni nelle catene di approvvigionamento; disaccoppiamento Stati Uniti e Cina; rilancio della politica industriale
Finanza
• Impero britannico: prestiti della Banca d'Inghilterra per finanziare le guerre napoleoniche
• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: egemonia del dollaro che ha permesso sanzioni e leva finanziaria
• Impero romano: riforme monetarie, il solido di Costantino (324 d.C.)
• Tensione moderna: crittovalute contro valute digitali delle banche centrali (CBDC); sforzi di dedollarizzazione da parte dei BRICS
Intelligence
• Impero britannico: reti di spionaggio nei territori coloniali
• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: operazioni della CIA durante la Guerra Fredda e oltre
• Impero romano: spie dei Frumentarii che monitoravano le minacce interne
• Tensione moderna: spionaggio informatico, attacco hacker a SolarWinds (2020); problemi di sicurezza di Huawei
Forze dell'ordine
• Impero britannico: polizia coloniale per reprimere le rivolte
• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: trattati di estradizione; cooperazione internazionale in materia di forze dell'ordine
• Impero romano: guardia pretoriana per far rispettare i decreti imperiali
• Tensione moderna: applicazione delle sanzioni mondiali; indagini della Corte penale internazionale
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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