venerdì 25 settembre 2020

Nonostante tutti gli interventi, il dissesto economico è onnipresente



di Francesco Simoncelli

Le restrizioni sulla scia del virus C ed i successivi disordini economico-sociali causeranno molte più morti di quanto non ne farà mai il Covid-19. Non solo, ma le azioni delle banche centrali continuano a persuadere gli individui che ci sia una sorta di "piano" per fermare il crollo di cui ESSE sono la causa prima. L'unico piano è aumentare il dolore a lungo termine, non hanno alcuna intenzione di prevenire qualsiasi disastro. I lockdown hanno intaccato i risparmi e distrutto le piccole imprese, quindi Main Street ha invocato misure di stimolo sempre maggiori in modo da poter sopravvivere. Le persone e il sistema diventano dipendenti da un unico punto di sostegno: denaro fiat a profusione e welfare. Inutile dire che questa strategia non fa altro che bloccare l'inevitabile nel breve termine. Se l'obiettivo era davvero quello di ridurre il più possibile il dolore dell'epidemia, la strategia doveva essere quella di mantenere l'ambiente economico il più aperto possibile e lasciare che il virus facesse il suo corso. Invece quei Paesi che hanno implementato strategie di lockdown hanno esteso il danno economico nell'arco di anni anziché di mesi.

Disoccupazione, carneficina tra le piccole e medie imprese ed inflazione dei prezzi al di sopra delle statistiche ufficiali sono i cavalieri dell'Apocalisse che stanno imperversando su Main Street. E questo è un ulteriore grattacapo per i pianificatori monetari centrali, perché non hanno più un cuscinetto con cui socializzare le perdite. Quando il settore delle piccole/medie imprese subisce un duro colpo come quello subito negli ultimi mesi, molte di queste imprese e posti di lavoro non torneranno. Ci sono molte ragioni, ma principalmente è una questione di debito. Il proprietario medio di una piccola impresa si carica di debiti per 3-5 anni prima di raggiungere la redditività o di pareggiare l'importo con cui ha avviato la sua attività. Ovviamente presuppone che in tal periodo non ci siano catastrofi economiche.

Con l'epidemia di virus C, le restrizioni, la burocrazia asfissiante, ecc., le imprese dovranno contrarre molti più debiti con poche garanzie di ripresa nei prossimi anni, figuriamoci nei prossimi mesi. I fallimenti aziendali negli Stati Uniti, ad esempio, sono saliti oltre il 26% nella sola prima metà del 2020 (occhio, però, questo è un trend che parte da lontano). Questo è il motivo per cui le grandi banche stanno tagliando i prestiti agli imprenditori ed ai consumatori: sanno esattamente come andrà a finire. Le banche fungono da intermediari per i prestiti, anche quelli "sociali" approvati sulla scia delle misure contro il Covid, ma questi prestiti non arrivano alla maggior parte delle imprese. Le banche hanno anche tagliato i prestiti per le carte di credito negli ultimi mesi e l'attività di prestito generale è crollata. Tutto questo nonostante i bassi tassi d'interesse e gli stimoli della FED. Dove vanno a finire tutti i soldi? Li stanno tenendo per sé, acquistando beni durevoli e sostenendo il mercato azionario.


SEGUIRE IL DENARO

Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito al "punta-tacco" del sistema bancario centrale per attenuare le conseguenze degli errori economici spazzati sotto il tappeto dalle loro misure interventiste e arginare in qualsiasi modo la fase completa di bust che avrebbe dovuto portare ad una correzione più profonda nel post-Lehman. Invece, per salvaguardare l'ambiente finanziario, fonte primaria dei disordini economici di cui soffre l'attuale ambiente economico, è stata inaugurata la più grande stampa di denaro tra le varie banche centrali più importanti del mondo. Il problema è che, dopo aver esaurito il potenziale di socializzazione delle perdite su Main Street, la base per continuare a giustificare i continui interventi sui mercati è stata incapacitata severamente. E questo non ha fermato l'ingrossamento del pachiderma rappresentato dalla mole di debito globale. Quindi adesso è arrivato il momento di aiutare in qualche modo anche Main Street, perché altrimenti la socializzazione delle perdite sarà impossibile e di conseguenza spazzare ulteriormente i problemi economici sotto il tappeto. Altrimenti chi pagherà per le sconsideratezze del passato saranno anche i privilegiati (es. Effetto Cantillon) che negli ultimi dieci anni hanno goduto sostanzialmente della manna monetaria delle banche centrali. Già, ma come?

L'obiettivo generale di tutta quella pletora di programmi di welfare è sostituire i flussi di cassa personali e aziendali distrutti dai lockdown. Le intenzioni potrebbero sembrare buone, ma hanno comunque aperto la strada per l'inferno. Gli sforzi per mascherare il calo di ciò che le persone e le aziende guadagnano, non possono mai essere coperti a lungo, soprattutto perché si basano sempre e comunque sulla stampa monetaria per farli funzionare. Nel breve termine sembrano mantenere ciò che si promette, ma non senza conseguenze. Primo, distrugge i soldi guadagnati e risparmiati; secondo, trasforma il mercato azionario in un barometro per l'espansione dell'offerta di moneta. Le conseguenze della svalutazione monetaria sono impossibili da annullare: una volta che il denaro fasullo si mescola con i soldi guadagnati e risparmiati, l'effetto scatenato non può più essere invertito. La veridicità del denaro usato tutti i giorni diventa discutibile e sospetto; e quello che viene dopo può essere riassunto con una parola: "Sempre di più".

Più stimoli monetari, più stimoli fiscali, più programmi di spesa, più indennità di disoccupazione, più salvataggi, più prestiti sovvenzionati dal governo, più offerta di denaro, più acquisti di obbligazioni societarie da parte delle banche centrali, più debiti, più deficit, ecc. Naturalmente più denaro fasullo significa più distorsioni. Il che significa più bolle nei prezzi degli asset, più inflazione, più disuguaglianza di ricchezza, più proteste, più rivolte, più caos. Lentamente questo processo smetterà di funzionare e sempre più persone seguiranno il denaro fino alla sua genesi. Sempre più persone si renderanno conto che c'è qualcosa che non va, che le cose non tornano del tutto. Tuttavia, per molti anni, le divisioni politiche e di classe sono state una grande distrazione per incanalare il loro malcontento. Ma si tratta solo di tempo preso in prestito, il cui tasso d'interesse (costo reale) sta salendo vertiginosamente. Nonostante quasi €3.000 miliardi di asset acquistati finora nell'ambito del programma di quantitative easing della BCE, l'economia europea mostra scarsi segnali di ritorno alla normalità.

Le tre maggiori economie europee, Germania, Francia e Italia, sono tutte bloccate in recessione con poche possibilità che la produzione raggiunga i livelli pre-pandemici nei prossimi tre anni. La domanda, quindi, sorge spontanea: qual è quella componente dell'ambiente economico che farà esplodere l'intera costruzione sbilenca mantenuta in piedi a fatica dal sistema bancario centrale mondiale? Le aziende zombi, la quintessenza dell'apodittismo del mercato sulla presunta onniscienza dei banchieri centrali. Sì, cari lettori, si è sempre trattato di un problema di offerta e non di domanda. Salvando il mercato del credito aziendale, e in particolare il mercato delle obbligazioni spazzatura e il mercato dei prestiti collateralizzati da obbligazioni, le banche centrali hanno permesso alle società zombi di raccogliere nuove risorse dagli investitori e diventare degli zombi ancora più grandi, piuttosto che essere ristrutturati e ripuliti.

E i loro bilanci sovraindebitati stanno ora intasando l'economia, la produttività e la crescita economica. Anche la Banca dei Regolamenti Internazionali usa il termine "società zombi", le quali non sono in grado di servire il debito con i loro utili e finiscono per dover contrarre prestiti per pagare gli interessi sui debiti esistenti. Sono aziende con un indebitamento eccessivo e con un modello di business che non è autosufficiente, il che significa che hanno bisogno di raccogliere costantemente nuovo denaro da nuovi creditori per pagare quelli precedenti. Questo è un processo accettabile per le giovani aziende che ancora non hanno un prodotto, o ancora non hanno vendite sostanziali, oppure iniziano solo da poco ad ingranare la marcia; ma una volta che un'azienda esiste da anni, ha migliaia di dipendenti e miliardi in attivi e passivi, il suo modello di business dovrebbe essere tale che i ricavi coprano tutte le spese operative più gli interessi.

Secondo la BRI, alla fine degli anni '80 meno del 3% delle società statunitensi quotate in borsa erano zombi. Nel 2018 il 19%, compreso quasi l'intero settore del petrolio e del gas di scisto. E non scordiamoci che questa era la condizione in cui si trovavano le aziende quando è arrivata l'epidemia. La BRI ha scoperto che l'ascesa delle società zombi è collegata alla riduzione della pressione finanziaria, il che significa soldi facili a profusione; inutile ricordare che tali aziende sono meno produttive ed impediscono investimenti in imprese più produttive. Il denaro che prendono in prestito permette loro di inglobare risorse scarse che andranno sprecate, ma il debito rimarrà, e non saranno in grado di sbarazzarsene a meno che non lo ristrutturino, con gli azionisti che vengono spazzati via e creditori che subiscono grosse perdite.

Senza il meccanismo di auto-pulizia del libero mercato, il capitalismo non può più funzionare: le cose rischiose devono fallire, gli investitori devono subire perdite e, sì, i mercati devono essere lasciati liberi di agire, il che ricorderà in futuro agli investitori di essere più prudenti. Questo meccanismo fa sì che il capitale venga allocato in base al rischio e alla produttività. Senza tale funzione il sistema economico si impantana, pieno di zombi che barcollano di salvataggio in salvataggio, non ristrutturando mai i loro debiti e facendo pagare agli investitori le perdite. Il denaro facile è una maledizione per il capitalismo.


ARGENTINIZZAZIONE

In questo contesto, poi, si inserisce la nuova politica sull'inflazione della Federal Reserve. Il compromesso al giorno d'oggi è tra inflazione e stabilità finanziaria. Volere più inflazione finirà per creare, anche se lo ha già fatto secondo le stime indipendenti, squilibri finanziari che a loro volta innescheranno un crollo economico. Come già scritto in un precedente articolo, la volontà è quella di mettere in campo le stesse politiche degli anni '70 ma su una scala nettamente superiore. La Federal Reserve sostiene che l'inflazione al consumo è stata costantemente al di sotto del suo obiettivo del 2% e che una bassa inflazione persistente deprime le aspettative d'inflazione, che a sua volta crea inflazione e aspettative d'inflazione sempre più basse, ecc. Anche senza scomodare le stime indipendenti, addirittura le cifre ufficiali non supportano questi argomenti.

Il Bureau of Labor Statistics pubblica l'indice dei prezzi al consumo (CPI) e il Bureau of Economic Analysis (BEA) pubblica il deflatore dei consumi personali (PCE). Il CPI è la misura di base dell'inflazione dei prezzi al consumo, mentre la PCE prende buona parte dei suoi dati dal CPI e include anche articoli o servizi forniti ai consumatori da aziende e governi. Il BEA utilizza molte imputazioni (prezzi non di mercato) per valutare questi articoli e servizi, poiché non vengono "venduti" al consumatore. Nei 4 degli ultimi 5 anni, il CPI core è stato superiore all'obiettivo della FED (2%). L'unico anno degli ultimi 5 anni in cui è sceso poco al di sotto del 2% è stato il 2017 e, inutile dirlo, non è statisticamente significativo e sicuramente non giustifica un cambiamento fondamentale nella linea di politica.

Inoltre la tesi secondo cui un'inflazione bassa stia indebolendo le aspettative d'inflazione al consumo non è supportato dai fatti. Negli ultimi due decenni le uniche volte in cui le aspettative d'inflazione al consumo sono scese al di sotto del 2% sono state durante l'11 settembre e la grande crisi finanziaria. Senza contare che ogni calo nelle aspettative è stato di breve durata.

I cambiamenti nella politica monetaria hanno conseguenze indesiderate e cercare di provocare più inflazione è un errore, soprattutto perché l'inflazione effettiva è andata oltre l'obiettivo in precedenza sbandierato urbi et orbi. Ma il problema più grande è che la nuova politica innescherà più speculazioni e rischi nella finanza in un momento in cui i valori degli asset sono già a livelli da capogiro. Il motivo è ovvio: la FED sta monetizzando il debito facendo salire pesantemente la quantità di denaro. Alla fine di agosto M1 era cresciuta del 40% rispetto allo scorso anno e M2 del 23%. La maggiore quantità di denaro, prima o poi, si rifletterà in prezzi più alti, siano essi prezzi al consumo e/o degli asset. Le politiche sbagliate degli anni '70 alla fine si sono concluse con un crollo economico. Questa volta andrà diversamente? Non credo proprio. La grande differenza oggi rispetto agli anni '70 è che gli Stati Uniti non hanno le difese, con tassi ufficiali a zero e deficit di bilancio oltre i mille miliardi, per attutire la caduta.

Per quanto possa sembrare incredibile, a mio giudizio questo treno in deragliamento sperimenterà dapprima una nipponizzazione dell'economia mondiale e infine una "argentinizzazione". Ho scritto già altri articoli in materia per cercare di far capire come Europa e Stati Uniti condividano questo fato, ma oggi affronterò nuovamente questo aspetto aggiungendo ulteriori dettagli, soprattutto storici. Cento anni fa andare in Argentina non lo si faceva per vacanza, ma per trovare opportunità migliori in una nazione decisamente ricca. Non a caso anche un mio bisnonno andò nelle pampa per trovare fortuna e mantenere la famiglia qui in Italia. La fonte della ricchezza del Paese era proprio la vastità delle pampa: terra piatta, ben irrigata e fertile. Alla fine del XIX secolo i contadini argentini erano tra i più produttivi al mondo, enormi mandrie di pecore e bovini potevano essere nutrite solo con l'erba. Poi, con l'arrivo del trasporto refrigerato, poterono vendere la loro carne ai mercati esteri (principalmente l'Inghilterra) e arricchirsi.

Nel 1900 Buenos Aires era una città spettacolare, molto più impressionante di New York o San Francisco. Strade più ampie, un grande teatro dell'opera, più alberi e parchi, fabbriche e un comodo porto, era una delle città più dinamiche e in più rapida crescita del mondo. Nei suoi quartieri eleganti la gente viaggiava su carrozze eleganti e viveva in sontuose dimore. Spesso avevano anche appartamenti a Parigi, perché apprezzavano il lusso europeo e potevano permetterselo. Nei suoi quartieri poveri la gente arrivava da ogni parte del mondo: italiani, spagnoli, baschi, siriani, palestinesi; Buenos Aires aveva la seconda più grande popolazione ebraica del mondo, superata solo da New York. Non c'era nessuna legge che impedisse loro di arrivare, nemmeno una tassa o una registrazione. Era un Paese libero!

Questo grande afflusso di immigrati, combinato con la ricchezza naturale del Paese, il suo small government, il suo stato di diritto e il rispetto dei diritti di proprietà, permisero al Paese di diventare il sesto più ricco del mondo, con un reddito medio pari a quello dell'Inghilterra. Ora è al numero 80 nella lista delle nazioni più ricche, con un PIL inferiore a $20.000 a persona. Cos'è successo? Cosa ha causato una caduta così violenta dell'Argentina? La risposta è nota come il "paradosso argentino".

Il primo problema era la democrazia stessa. Nel 1905 la legge Sáenz Peña diede il voto a tutti, quindi, per farla breve, il proletariato di Buenos Aires sarebbe stato in grado di superare la vecchia élite più ricca e proprietaria terriera. E data la mole di immigrati che si riversavano nella capitale all'inizio del XX secolo, c'erano molte idee a dir poco malsane.

Negli anni '30 e '40 i movimenti di "riforma" erano popolari in tutto il mondo "europeo": dalle idee di Lloyd George in Inghilterra a quelle di Léon Blum in Francia, si diffuse a macchia d'olio una simpatia per Roosevelt e per il suo modello di welfare state. Purtroppo, come sottolineò anni dopo l'economista Jacques Rueff, era una frode. L'Argentina non venne risparmiata da tali movimenti sociali, ma il suo campione, Juan Perón, seguì un riformatore diverso: prese come modello Benito Mussolini. Come Hitler, Mussolini era un socialista e le sue riforme erano più o meno le stesse di Blum e Beveridge, ma con una "piccola" differenza: mentre Roosevelt, Blum e Beveridge pendevano a sinistra, Mussolini, Hitler e Perón pendevano a destra. Fortunatamente per tedeschi e italiani, i loro "riformatori" furono sconfitti nella seconda guerra mondiale. I peronisti no.

Perón fu eletto presidente nel 1946 e mise in moto le tipiche riforme socialiste: pensioni, assistenza sanitaria, salari minimi, tredicesima, e così via. Il settore più importante dell'Argentina era l'agricoltura, dove c'erano i soldi, e il team di Perón prese il controllo delle esportazioni, riducendo i guadagni degli agricoltori e utilizzando le entrate per finanziare programmi di assistenza sociale per l'acquisto di voti. Successivamente banche e ferrovie furono nazionalizzate, vennero annunciati piani quinquennali, vennero erette barriere commerciali e messi in atto controlli sui prezzi.

Grazie alle sue esportazioni agricole l'Argentina aveva sempre registrato un surplus commerciale, ma nel terzo anno di presidenza di Perón, il 1948, l'avanzo si era trasformato in un deficit. L'inflazione aumentò al 33% nel 1949 e gli scioperi divennero una prassi. In un breve tempo l'economia naufragò, portando un'ondata di disgusto e dissenso, principalmente da parte di dirigenti sindacali e intellettuali. La risposta di Perón fu da manuale: li definì "traditori" e li fece arrestare e torturare. Corruzione e violenza furono il risultato inevitabile, con gli elettori che iniziarono a farsi abbindolare dalle chiacchiere di oratori che parlavano di soluzioni facili e promesse impossibili. Questa corruzione ha gradualmente invaso l'intera società: imprese, governo, cittadini. E oggi, dalla più grande azienda al più umile venditore ambulante, nulla in Argentina è ciò che sembra: disonestà, corruzione, doppiogiochismo, inflazione, insolvenze, tutti fanno parte della vita pubblica argentina.

Mentre Juan Perón imponeva sempre più controlli e pianificazione, l'economia arrancava e cadeva a pezzi. L'inflazione raggiunse il 50% nel 1951 e tra il 1948 e il 1952 la crescita era pari a zero. Juan Perón morì nel 1974, ma il peronismo, la politica da “uomo forte”, pianificazione centrale, elargizioni welfaristiche alle masse, spesa in deficit e stampa di denaro, governano ancora l'Argentina.


TENERE I COCCI INSIEME COL NASTRO ISOLANTE

Traslate ora la storia dell'Argentina a quanto sta accadendo ora. La carneficina e il caos nel mondo sono la sostanza di ciò che vogliono i collettivisti-statalisti. È questo il preludio all'imposizione di un ordine totalitario? Le prove puntano in tal direzione. Le città sono tecnicamente in bancarotta, gravate da promesse di welfare e pensionistiche che non possono essere mantenute. Potrebbero rivolgersi ai rispettivi stati, ma essi non sono in condizioni migliori. Possono creare debito e scambiarlo tra loro, ma nessuna delle due figure può creare un centesimo di produzione o occupazione reale.

Ciò presumibilmente lascia solo un superstato globale, guidato da collettivisti-statalisti, ad imporre il suo ordine. Però un superstato globale e la sua banca centrale che abolisce il contante, emette valuta digitale e monitora le transazioni, avranno ancora lo stesso vecchio problema: nessuno dei due può creare un centesimo di produzione reale o occupazione. Una criptovaluta fiat è pur sempre una valuta fiat e farà la stessa fine di tutte le valute fiat: dalla svalutazione all'annichilimento.

Le persone libere e produttive in un'economia capitalista troveranno sempre modi per migliorare le loro vite; lo statalismo collettivista porta solo povertà, fame, orrore e morte. Sotto la sua retorica questo è ciò che vogliono i suoi sostenitori. È meglio rendersene conto prima che partano i proverbiali carri bestiame socialmente distanziati e muniti di museruole alla moda.

Il potere nasce dalla canna di una pistola, ma la legittimità morale finisce quando quella pistola è puntata contro gli innocenti. Niente di buono è venuto o mai verrà da un tale male. Dostoevskij, ad esempio, sapeva che non è la storia, o un sistema socioeconomico, o un'ideologia politica da cui scaturisce il male, è l'animo umano. È cruciale, quindi, per il tempo a venire saper riconoscere quegli animi malvagi tra di noi...


CONCLUSIONE

Il gioco è quello di ridurre il debito con una inflazione dei prezzi quanto più diffusa possibile. Inutile dire che data la mole che il debito pubblico-privato ha raggiunto oggigiorno, ci vorranno eoni (anche con i tassi d'inflazione registrati da statistiche indipendenti). Ma la domanda davvero importante è fondamentalmente una: cosa fai se gli investitori (un tempo conosciuti come bond vigilantes) cominciano a vendere le loro posizioni obbligazionarie e quindi i rendimenti nominali salgono al di sopra del tasso d'inflazione (il premio al rischio aumenta a fronte dell'incertezza)? Inutile dire che tutta la costruzione teorica finora spacciata dal sistema bancario centrale scoppierà in faccia alle figure presumibilmente onniscienti che lo popolano. E qui si spalancherebbero definitivamente le porte dell'inferno...

Soprattutto perché la maggior parte dei risparmiatori ha una divisione del portafoglio 60-40, in cui il primo numero riguarda le azioni (equities) e il secondo le obbligazioni (fixed income). Chiamiamola gestione controllata del rischio. Ovviamente nell'attuale era di tassi a zero e fame per rendimenti decenti, è un ricordo del passato. Quindi se c'è una fiammata di inflazione "inaspettata" nelle cifre ufficiali ed i grandi player tornano ad indossare il mantello di bond vigilantes, l'unica istituzione in grado di compensare suddette vendite è solo la banca centrale. Sulla scia di un'esplosione nucleare della base monetaria, l'unica opzione rimanente sarebbe quella di un controllo a tavolino della curva dei rendimenti. E se c'è caos sul mercato obbligazionario, quello azionario lo seguirà a ruota (e viceversa). Cari lettori questa è logica: se la banca centrale arriva a controllare la curva dei rendimenti imponendo il prezzo del decennale, diciamo all'1%, per quale motivo gli investitori devono perdere denaro a causa dell'inflation targeting, diciamo al 3%?

Finora il sistema bancario centrale ha ingannato i bond vigilantes con una promessa di rendimenti positivi nel lungo termine, attraverso la cosiddetta "moral suasion", ma varcare anche la soglia della repressione finanziaria conclamata attraverso il controllo diretto della curva dei rendimenti significherebbe sbracare totalmente e darla vinta ai pazzi della MMT. Che lo si voglia o meno, comunque, la trappola è scattata: i disordini di natura finanziaria o monetaria trascineranno a fondo quella poca credibilità che resta al sistema bancario centrale.


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