lunedì 12 settembre 2022

Cos'è il Grande Reset? Parte II: socialismo corporativista

 

 

di Michael Rectenwald

Come ho scritto nella puntata precedente, il Grande Reset, se i suoi architetti riusciranno a portarlo a termine, comporterebbe trasformazioni di quasi ogni aspetto della vita. Oggi limiterò la mia discussione all'economia del Grande Reset promossa dal World Economic Forum (WEF), nonché ai recenti sviluppi che hanno portato avanti tali piani.

Come suggerisce F. A. Hayek nel suo saggio introduttivo a Collectivist Economic Planning, il socialismo può essere diviso in due aspetti: i fini e i mezzi.[1] Il mezzo socialista è la pianificazione collettivista, mentre i fini, almeno nel socialismo proletario, sono la proprietà collettiva dei mezzi di produzione e la distribuzione “uguale” o “equa” dei prodotti finali. Distinguendo tra questi due aspetti, e per mettere da parte la questione dei fini e concentrarsi sui mezzi, Hayek ha suggerito che la pianificazione collettivista potrebbe essere schierata al servizio di scopi diversi da quelli associati al socialismo proletario: “Una dittatura aristocratica, per esempio, può utilizzare gli stessi metodi per favorire l'interesse di qualche élite razziale, o di altro tipo, o al servizio di qualche altro scopo decisamente anti-egualitario”.[2] La pianificazione collettivista potrebbe incorrere nel problema del calcolo economico, a seconda che venga mantenuto o meno un mercato nei fattori di produzione. Se ciò dovesse accadere, tal problema non si applicherebbe rigorosamente.

I pianificatori collettivisti del Grande Reset non mirano ad eliminare i mercati per i fattori di produzione, piuttosto intendono deviare la proprietà e il controllo dei fattori più importanti verso coloro che aderiscono al "capitalismo degli stakeholder".[3] Le attività produttive di tali stakeholder, nel frattempo, sarebbero guidate dalle direttive di una coalizione di governi con una missione e un insieme di politiche unificate, in particolare quelle esposte dallo stesso WEF.

Sebbene questi stakeholder corporativisti non siano necessariamente monopoli di per sé, l'obiettivo del WEF è di conferire loro il maggior controllo possibile sulla produzione e distribuzione, con l'obiettivo di eliminare i produttori i cui prodotti, o processi, sono ritenuti non necessari o ostili ai desideri dei globalisti per "un futuro più equo e più verde". Naturalmente ciò comporterebbe vincoli alla produzione e al consumo, oltre a un ruolo più ampio per stati al fine di imporre tali vincoli — o, come ha affermato Klaus Schwab nel contesto della crisi Covid, “il ritorno del big government[4] — come se l'apparato statale non fosse già abbastanza grande.

Schwab e il WEF promuovono il capitalismo degli stakeholder contro un presunto "neoliberismo" dilagante. Neoliberismo è una parolaccia che sta per qualunque cosa la sinistra ritenga sbagliata nell'ordine socioeconomico. È il nemico comune della sinistra, inutile dire quindi che il neoliberismo — che Schwab definisce vagamente come "un corpus di idee e politiche che può essere definito come il favorire la concorrenza rispetto alla solidarietà, la distruzione creativa rispetto all'intervento statale e la crescita economica rispetto al benessere sociale"[5] — è un feticcio. Schwab & Co. considerano il neoliberismo come la fonte dei nostri guai economici, ma nella misura in cui è stato in gioco l'"antineoliberismo", ovvero lo stato che favorisce determinati settori industriali (o corporatocrazia) e non la concorrenza, la fonte di ciò che Schwab e i suoi simili dovrebbero denigrare dovrebbe essere esattamente quest'ultima. Il Grande Reset non farebbe altro che amplificare gli effetti della corporatocrazia.

Tuttavia gli obiettivi del WEF non sono di pianificare ogni aspetto della produzione e quindi di dirigere tutta l'attività individuale, piuttosto vuole limitare le possibilità dell'attività individuale, inclusa quella dei consumatori, a forza di escludere dall'economia industrie e produttori. “Ogni Paese, dagli Stati Uniti alla Cina, deve partecipare, e ogni industria, dal petrolio e gas alla tecnologia, deve essere trasformata”.[6]

Come ha scritto Hayek: "Quando il sistema delle gilde medievali era al suo apice e quando le restrizioni al commercio erano più estese, non venivano utilizzate come mezzo per dirigere l'attività individuale".[7] Allo stesso modo, il Grande Reset non mira a una pianificazione strettamente collettivistica dell'economia, quanto piuttosto raccomanda e richiede restrizioni neofeudali che andrebbero oltre qualsiasi cosa vista nel periodo medievale, senza contare lo stesso socialismo di stato. Nel 1935 Hayek descrisse fino a che punto le restrizioni economiche avevano già portato a distorsioni del mercato:

Con i nostri tentativi di utilizzare il vecchio apparato del restrizionismo come strumento di adattamento quasi quotidiano al cambiamento, siamo già andati molto più in là nella pianificazione centrale dell'attività attuale di quanto non sia mai stato tentato prima [...]. È importante rendersi conto, in qualsiasi indagine sulle possibilità della pianificazione, che è un errore supporre che il capitalismo, come esiste oggi, sia l'alternativa. Siamo tanto lontani dal capitalismo nella sua forma pura quanto da qualsiasi sistema di pianificazione centrale. Il mondo di oggi è solo caos interventista.[8]

Quanto più lontano, quindi, ci porterebbe il Grande Reset verso tipi di restrizioni imposte dal feudalesimo, inclusa la stasi economica che il feudalesimo comporta!

Definisco questo neofeudalismo "socialismo corporativista", non solo perché la retorica per guadagnare aderenti deriva dall'ideologia socialista ("equità", "uguaglianza economica", "bene collettivo", "destino condiviso", ecc.), ma anche perché la realtà ricercata prevede de facto il controllo monopolistico della produzione attraverso l'eliminazione dei produttori non conformi, cioè una tendenza al monopolio sulla produzione che è caratteristica del socialismo. Questi interventi non solo si aggiungerebbero al “caos interventista” già esistente, ma distorcerebbero ulteriormente i mercati a un livello senza precedenti. Le élite potrebbero tentare di determinare, a priori, bisogni e desideri del consumatore limitando la produzione a beni e servizi accettabili; limiterebbero anche la produzione a stati e produttori accondiscendenti. La regolamentazione aggiuntiva porterebbe i produttori di medie e piccole dimensioni a chiudere l'attività o ai mercati neri, nella misura in cui questi ultimi potrebbero esistere con una valuta digitale e una maggiore centralizzazione bancaria. In quanto tali, le restrizioni e le normative tenderebbero a un sistema statico simile a una casta con gli oligarchi aziendali in cima e il "socialismo"[9] per la stragrande maggioranza al di sotto. Aumento della ricchezza per pochi, “uguaglianza economica”, compreso il reddito di base universale, per tutti gli altri.


I lockdown, le rivolte e il socialismo corporativista

I lockdown e, in misura minore, le rivolte alimentate dalla sinistra, ci hanno spostato verso il socialismo corporativista. Le draconiane misure di lockdown impiegate da governatori e sindaci e la distruzione perpetrata dai rivoltosi svolto fatto il lavoro che i socialisti nel WEF volevano che svolgessero. Oltre a destabilizzare lo stato-nazione, queste linee di politica hanno contribuito a distruggere le piccole imprese, eliminando così i concorrenti.

Come sottolinea la Foundation for Economic Education (FEE), i lockdown e le rivolte si sono combinati per mettere KO milioni di piccole imprese, "la spina dorsale dell'economia americana":

7,5 milioni di piccole imprese in America rischiano di chiudere definitivamente i battenti. Un sondaggio recente ha mostrato che anche con i prestiti federali, quasi la metà di tutti i proprietari di piccole imprese afferma che dovrà chiudere per sempre. Il bilancio è già grave. Nella sola New York, gli ordini casalinghi hanno costretto alla chiusura permanente oltre 100.000 piccole imprese.[10]

Nel frattempo, come hanno notato FEE e altri, non ci sono prove che i lockdown abbiano fatto qualcosa per rallentare la diffusione del virus. Allo stesso modo, non ci sono prove che Black Lives Matter abbia fatto qualcosa per aiutare le vite dei neri. Semmai gli episodi distruttivi di Black Lives Matter e Antifa hanno dimostrato che le vite dei neri non contano. Oltre a uccidere i neri, i rivoltosi di Black Lives Matter e Antifa hanno fatto enormi danni alle imprese e ai quartieri in cui vivono gli stessi neri, e quindi alle loro vite.[11]

Mentre le piccole imprese sono state schiacciate da lockdown e follia ribelle, giganti aziendali come Amazon hanno prosperato come mai prima d'ora. Come ha osservato la BBC, almeno tre dei giganti della tecnologia — Amazon, Apple e Facebook — hanno visto enormi guadagni durante i lockdown,[12] favoriti, in misura minore, da rivolte che sono costate da $1-2 miliardi in danni alla proprietà.[13] "Il profitto trimestrale di Amazon a $5,2 miliardi (£4 miliardi) è stato il più grande dalla nascita dell'azienda nel 1994 ed è arrivato nonostante le pesanti spese per dispositivi di protezione e altre misure dovute al virus". Le vendite di Amazon sono aumentate del 40% nello stesso periodo.

Come riportato da TechCrunch, Facebook e le sue piattaforme WhatsApp e Instagram hanno registrato un aumento del 15% degli utenti, cosa che ha portato i ricavi a un totale di $17,74 miliardi nel primo trimestre.[14] Gli utenti totali di Facebook sono saliti a 3 miliardi a marzo, ovvero i due terzi degli utenti Internet mondiali, un record. I ricavi di Apple sono aumentati vertiginosamente nello stesso periodo, con guadagni trimestrali in aumento dell'11% su base annua a $59,7 miliardi. "Walmart, il più grande droghiere del Paese, ha affermato che i profitti sono aumentati del 4%, a $3,99 miliardi", durante il primo trimestre del 2020, come riportato dal Washington Post.[15]

Il numero di piccole imprese è stato quasi dimezzato dai lockdown e dalle rivolte di Black Lives Matter/Antifa, mentre i giganti aziendali hanno consolidato la loro presa sull'economia, così come il loro potere sulla libertà di parola su Internet. Pertanto i lockdown, le chiusure parziali e le rivolte sono proprio ciò che desideravano i fautori del Grande Reset, visto che hanno eliminato dall'economia il sottobosco delle piccole e medie imprese al fine di rendere la conformità più semplice e pervasiva.

Il Grande Reset è semplicemente una campagna di propaganda, non un pulsante che gli oligarchi globalisti possono premere a piacimento, sebbene il WEF lo abbia rappresentato proprio così.[16] I loro piani devono essere contrastati con migliori idee economiche e azioni individuali concertate. L'unica risposta ragionevole al progetto del Grande Reset è sfidarlo, promuovere una maggiore concorrenza e chiedere la piena riapertura dell'economia, a qualsiasi costo. Se questo significa che produttori e distributori su piccola scala devono unirsi per sfidare gli editti statali, allora così sia. È necessario formare nuove associazioni imprenditoriali, con l'obiettivo di sventare il Grande Reset, prima che sia troppo tardi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


👉 Qui il link alla Prima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-i.html

👉 Qui il link alla Terza Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-iii.html

👉 Qui il link alla Quarta Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/09/cose-il-grande-reset-parte-iv.html

👉 Qui il link alla Quinta Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2022/10/cose-il-grande-reset-parte-v-lideologia.html

👉 Qui il link alla Sesta Parte: 

👉 Qui il link alla Settima Parte: 

👉 Qui il link all'Ottava Parte:

👉 Qui il link alla Nona Parte:

👉 Qui il link alla Decima Parte:


____________________________________________________________________________________

Note

[1] F. A. Hayek, “The Nature and History of the Problem”, in N.G. Pierson and F.A. Hayek, Collectivist Economic Planning (London: Routledge and Kegan Paul, 1963), p. 14.

[2] Ibid., p. 15.

[3] Klaus Schwab, “What Kind of Capitalism Do We Want?”, Time, 2 dicembre 2019.

[4] Klaus Schwab and Thierry Malleret, COVID-19: The Great Reset (n.p.: Forum Publishing, 2020), p. 89.

[5] Ibid., p. 78.

[6] Klaus Schwab, “Now Is the Time for a ‘Great Reset’,” World Economic Forum, 3 giugno 2020.

[7] Hayek, “The Nature and History of the Problem”, p. 23.

[8] Ibid., pp. 23–24.

[9] In questo contesto è usato per descrivere il socialismo come esisteva in Unione Sovietica e altrove. Divenne un termine peggiorativo usato sarcasticamente dai dissidenti nei Paesi socialisti per riferirsi a com'era veramente la vita sotto il socialismo, piuttosto che nei perfidi libri di Marx e in quelli dei suoi epigoni.

[10] Jon Miltmore and Dan Sanchez, “America’s Small Business Owners Have Been Horribly Abused during These Riots and Lockdowns. That Will Have Consequences”, Foundation for Economic Education (FEE), 5 giugno 2020.

[11] Brad Polumbo, “The Lockdowns Crushed Minority-Owned Businesses the Most”, FEE, 19 giugno 2020.

[12] Amazon, Facebook and Apple Thriving in Lockdown”, BBC, 13 luglio 2020.

[13] Morgan Phillips, “Damage from Riots across US Will Cost at Least $1B in Claims: Report”, Fox Business, 16 settembre 2020.

[14] Lucas Matney, “The Lockdown Is Driving People to Facebook”, TechCrunch, 29 aprile 2020.

[15] Abha Bhattarai, “Sales Soar at Walmart and Home Depot during the Pandemic, Washington Post, 19 maggio 2020.

[16] Schwab, “Now Is the Time for a ‘Great Reset’.”

____________________________________________________________________________________


Nessun commento:

Posta un commento