venerdì 26 giugno 2026

La morsa sempre più stretta al collo di Londra, Parigi e Bruxelles

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-morsa-sempre-piu-stretta-al-collo

Più si scava nella storia, più ci si accorge che in realtà i fatti come vengono raccontati ufficialmente sono il ritratto di Dorian Gray: belli e lineari da una parte, contorti e deformi dall'altra. Il miglior alleato della libertà d'azione sono le ombre. E così ci siamo ritrovati con la presunta vittoria degli USA dopo la Seconda guerra mondiale, a livello ufficiale, mentre è sempre stato l'impero inglese quello che ha avuto la meglio: ha trasferito con successo il vecchio sistema di colonizzazione tramite i debiti e l'estrazione di ricchezza, tramite banche centrali e arbitraggio sulle valute, negli Stati Uniti col beneplacito dell'oligarchia americana a Washington. La relazione “speciale” tra Inghilterra e Stati Uniti nacque proprio a Bretton Woods col preciso scopo di canalizzare oltreoceano la ricchezza reale prodotta dalla classe media americana. Un processo che ha impiegato praticamente 80 anni per essere portato alle sue estreme conseguenze, il che dà l'idea di quanto fosse mastodontico.

L'ancoraggio del dollaro all'oro a $35 l'oncia dopo l'imponente stampa di denaro durante la guerra è servito da innesco per far volare oltreoceano le riserve d'oro americane e dare modo a Triffin di elaborare il suo famoso “dilemma”; lo stesso trucco che Churchill impiegò dopo la Prima guerra mondiale sulla sterlina ed estrasse tutto l'oro dalla Germania. Gli USA passarono dall'avere 20.000 once d'oro nel 1946 a 8.000 nel 1971, risparmi e riserve che vennero usati per ricostruire l'Europa che aveva temporaneamente parcheggiato i “gioielli di famiglia” negli Stati Uniti (es. financial kill chain). Lo stesso processo che nel tempo ha spostato il “centro finanziario” del mondo da Venezia, Amsterdam e Londra (e nel presente l'avrebbe fatto a Dubai). In questo modo l'Europa è stata ricostruita e parallelamente ha imposto dazi alla produzione americana in modo da gestire un avanzo commerciale attraverso il quale alimentare ulteriormente il mercato dell'eurodollaro che già negli anni '50 era più grande del mercato interno del dollaro.

Nixon non fece altro che intervenire per far smettere questa emorragia. Venne “ricompensato” con una damnatio memoriae e l'effettivo saccheggio degli USA prese piede con la famosa inflazione dei prezzi dell'epoca. Le estreme conseguenze non si sarebbero palesate fino al 2008, però, quando è stata nazionalizzata l'industria dei mutui aprendo le porte alla conservatorship di Fannie/Freddie, l'Obamacare ha devastato il sistema sanitario americano e la FED è stata trasformata in una stazione di pompaggio degli eurodollari tramite la ZIRP. Il culmine, la fase finale della financial kill chain, sarebbe arrivata col COVID, il dollaro digitale e le città da 15 minuti... ma nel 2016 quella stessa oligarchia americana, o una parte di essa, ha detto basta e spezzato col passato scegliendo Trump.

Le principali istituzioni, interne ed estere, sono contro di lui esattamente perché sono luoghi catturati da quelle stesse persone e gruppi (City di Londra, cricca di Davos, Tavola Alta, chiamateli come volete) che si sono visti fermare all'ultimo passo il processo di raccolta. Questa guerra di riconquista e sostituzione non si può portare a termine senza avere dalla propria “generali” e “luogotenenti” di cui ci si può fidare, ed ecco che i test di lealtà sono all'ordine del giorno da parte dell'amministrazione Trump, così come pungolare gli avversari per farli venire allo scoperto. È in questo senso che deve essere letta la retorica trumpiana, questa è la chiave di lettura più accurata per inquadrare il recente strappo tra la Meloni e Trump.

Il modo in cui il governo degli Stati Uniti si finanzierà sta cambiando, poi, allontanandosi da quello di matrice inglese, e con esso cambierà anche l'ottica con cui si guarderà a Bitcoin, ad esempio, che avrà un ruolo importante. L'obiettivo dell'amministrazione Trump è quello di solidificare il dominio del dollaro sia a livello interno che esterno alla nazione e Bitcoin rappresenterà una delle garanzie collaterali a supporto. Un'uscita dal vecchio sistema “debito e tasse” che invece Londra e Bruxelles vogliono tenere in piedi. La “bitcoinizzazione” tanto agognata dai bitcoiner non arriverà attraverso l'asset stesso, almeno non in questo periodo storico, bensì attraverso la collateralizzazione delle stablecoin ancorate al dollaro. È in questo modo che Bitcoin “conquisterà” il mondo, soprattutto se tramite quelle stesse stablecoin sarà ancorato a qualcosa di reale anche il flusso di asset (in particolare l'energia). Wall Street e le società nel mondo dell'energia sono pronte a questo scenario e Strategy non è altro che il proxy di quello che vedremo: le società bitcoin treasury si moltiplicheranno. Non mi sorprenderà se un domani, non molto più in là nel tempo, Strategy diventerà alla stregua di Intel per il Dipartimento del Tesoro americano e in questo modo verrà creata la riserva strategica di Bitcoin in seno al governo americano.

Non c'è bisogno della FED, la quale sarà ridimensionata in importanza e portata delle sue azioni. La cosiddetta stampa di denaro che tanto ha alimentato la narrativa a sostegno di Bitcoin come difesa da una valuta in declino si sta trasformando in una narrativa in cui il suo prezzo aumenterà per abbassare quel rapporto di leva che ha svuotato il dollaro, e per estensione la ricchezza reale degli USA, a vantaggio di Londra e Bruxelles. Il LIBOR altro non era che il raccordo mondiale con cui giustificare un rapporto di leva finanziaria iper-esteso e giustificare carry trade multipli sul dollaro da cui estrarre rendimenti. Il SOFR, invece, è un tasso collateralizzato ed è per questo che la City di Londra, assetata di liquidità in dollari, sta ricorrendo a tutti i suoi canali per acquisirli; ed è anche per questo che usa uno dei suoi proxy, il Canada, per attaccare la curva dei futures sul SOFR.

Uno in meno a cui può attingere è quello del Giappone che, con l'abbattimento delle tasse sulle crittovalute, si allontana dal modello bancario incentrato sulla City di Londra. Sin dalla fine del carry trade sullo yen decretata da Ueda ad agosto dell'anno scorso, abbiamo assistito a una serie di azioni intraprese per avvalorare la tesi indipendenza dagli inglesi. E Dio solo sa quanto il Giappone abbia bisogno adesso di collaterale per stabilizzare il proprio debito pubblico, stessa strategia adottata dagli USA: congelare i prezzi nominali e lasciare che i prezzi degli asset che fungono da collaterale salgano... dopo che ne hanno acquistati a sufficienza a un prezzo quanto più basso possibile. Non sono stupidi. In questo contesto potremmo ipotizzare che il prezzo “basso” sia quello che non mandi in bancarotta società come quella di Saylor, ad esempio, destinata a essere il proxy del fondo sovrano di cui si servirà il Dipartimento del Tesoro americano per il suo processo di ricapitalizzazione degli USA.

In questo contesto fa riflettere la scelta italiana, invece, di percorrere il sentiero opposto: aumento della tassazione per le crittovalute. Al che si possono pensare a due scenari. Il primo, ovviamente, è quello in cui lo Stato profondo italiano è talmente profondo da aver fatto desistere il governo Meloni da qualsiasi possibile riforma interna in grado di concretizzare un allineamento con Trump. Adesso il suo scopo è solo quello di sopravvivere fino alla fine della legislatura. L'altro scenario, quello più fosco, era che la Meloni fosse sin dall'inizio un cavallo di Troia posto dall'UE per Trump: una finta affinità a livello di politica estera, ma non di quella interna, per dare l'impressione che ci fosse un “alleato” in Europa con cui dialogare.

Se il campanello d'allarme per essere guardinghi è suonato con la stretta fiscale sulle crittovalute, la certezza è arrivata con le scelte (pavide) italiane riguardo il confronto in Iran... a differenza della Grecia, ad esempio.

Ma torniamo un attimo indietro, ai titoli di stato americani e al SOFR. A questo link potete trovare la ripartizione dei possessori dei titoli di stato americani tra gli stranieri. Spicca il secondo il lista, ovvero il Regno Unito, che da quando è entrato in vigore il SOFR l'accesso al mercato dell'eurodollaro avviene tramite collaterale (es. T-bill o T-bond), non più il “far west” del LIBOR non collateralizzato. Ma non fatevi ingannare, perché in realtà se si contano anche le succursali UK allora Londra è la prima detentrice di titoli di stato americani al mondo. Infatti oltre a Canada, Isole Cayman, Hong Kong e Singapore, c'è un altro grosso detentore che passa inosservato. Infatti le Isole Vergini britanniche sono passate dall'avere un valore trascurabile in titoli di stato americani a circa $80 miliardi oggi. Un incremento non indifferente, che denota due cose principalmente: la necessità di Londra di tenere quanto più liquido possibile (per sé) il mercato dell'eurodollaro e la persistente presenza di infiltrati ostili nelle istituzioni americane.

Deve farlo adesso, durante questa fase di transizione, dove ancora esiste un tasso di riferimento unico, non c'è ancora un doppio dollaro e la collateralizzazione del flusso degli asset è ancora all'inizio. Questo processo è iniziato ufficialmente quattro anni fa quando JP Morgan è diventata custode del GLD, separando nettamente la consegna fisica dalla speculazione finanziaria: il COMEX si sarebbe occupato solo della consegna fisica dell'asset, mentre JP Morgan avrebbe coperto il mercato sintetico con offerta fisica. In questo modo gli short sono stati uccisi, mentre i long hanno potuto finalmente respirare un po' di determinazione onesta dei prezzi. Lo stesso discorso possiamo farlo col differenziale tra WTI e Brent, perché gli USA stanno replicando lo stesso meccanismo nel mercato del petrolio: questa volta però uccidendo i long e coprendo gli short. Ecco perché tra gli altri motivi il petrolio non è schizzato a $200.

Infatti, ricordiamolo, questa è una guerra principalmente finanziaria. E c'è un aspetto che ho notato e che mi ha fatto drizzare tutti i peli del corpo. Prima che JP Morgan compiesse la mossa sull'oro, avallata ovviamente dall'entrata in vigore del SOFR, i mercati dei differenziali tra i bond americani a 2 e 10 anni (laddove vengono impostati i tassi dei mutui) e tra i decennali americani e inglesi si muovevano in modo sproporzionato. Dopo l'avvento del SOFR, ma più in particolare quando la scorsa estate il Giappone ha posto fine al carry trade sullo yen, hanno iniziato a muoversi in sincronia.

Stesso differenziale di rendimento. Cosa significa? La City di Londra, usando il sopraccitato bacino di bond americani, sta manipolando i differenziali americani per impedire uno scoppio al rialzo delle cifre inglesi. Inoltre ecco perché finora la City di Londra/cricca di Davos ha fatto l'impossibile per impedire a Trump di togliere dalla conservatorship Fannie/Freddie. Dallo shutdown dello scorso autunno fino alla più recente bagarre contro Bill Pulte (indovinate un po' che ruolo aveva prima? FHFA). Il vero obiettivo della crisi del 2008 era quello di insediare Obama, rubare Fannie/Freddie dai suoi azionisti, salvare AIG (due volte) e dare la colpa di tutto al crollo della Lehman. E ricordiamolo, AIG è una creatura di Londra sostanzialmente. Da quel momento in poi è stato un gioco da ragazzi far scendere la FED a zero coi tassi e finanziare senza freni il mercato dell'eurodollaro. Ricordate, la FED “controlla” il front-end della curva dei rendimenti (il mercato dei T-bill); il back-end invece è “controllato” dall'industria dei mutui, ovvero Fannie/Freddie tramite acquisto/vendita di titoli garantiti da ipoteca.

Dopo il 2008 la City di Londra/cricca di Davos aveva il controllo di entrambi gli spettri della curva dei rendimenti americana. Il SOFR ha cambiato tutto, come ho documentato anche nel mio libro, Il Grande Default: ha riportato il controllo della politica monetaria nelle mani di Washington. Ora la lotta è sul back-end della curva dei rendimenti: impedire che anche il mercato dei mutui torni nel pieno controllo di Washington e, oltre a impedire l'uscita dalla conservatorship da parte di Fannie/Freddie, manipolare il back-end della curva americana (il mercato dei T-Bond) come forma di ricatto. Nel frattempo si cerca di scardinare la presa londinese usando le crittovalute.

E quanto detto finora ci conferma che chi sta conducendo lo spettacolo qui è Bessent, non Trump. Perché? Perché il confronto in Iran riguarda il flusso monetario nel mondo e il conseguente modo in cui tale liquidità scorre negli asset (in particolare energia). Quando il flusso di denaro che entra nelle casse dell'IRGC è seriamente sotto attacco, ecco che ripartono le schermaglie. La realtà qui è che l'IRGC sta finendo i soldi con cui finanziarsi, soprattutto sulla scia della morsa applicata da Bessent a tutti quei fondi oscuri che per decenni hanno svuotato di ricchezza reale gli USA a vantaggio dei terroristi, dapprima, e di Londra/Bruxelles in secondo luogo. Hezbollah e tutti gli altri gruppi facenti parte del cosiddetto Asse del male (compresi i Fratelli musulmani in Turchia) sono solo dei canali per far scorrere risorse monetarie in Iran, ecco perché vengono assediati da Israele. Ma la vera guerra qui è finanziaria, si svolge nel sottobosco delle relazioni internazionali dove Londra e Parigi hanno gran interesse a vedere scorrere dollari verso le loro economie e continuare a influenzare il mondo tramite ricatti geopolitici indiretti (es. strozzature geografiche, petrolio).

Lo scorso 17 aprile ho scritto un pezzo in cui mi interrogavo: Come si crea un equivalente di una Delci Rodriguez in Iran? Ebbene, adesso abbiamo la risposta.

L'IRGC, ridimensionata dalle operazioni militari di successo israelo-americane, ha perso nei confronti delle fazioni “moderate” (governo + esercito), permettendo a queste ultime di prendere il sopravvento. E questo grazie alle uccisioni chirurgiche e alla guerra aerea capitanata dagli A-10. Trump non ha giocato sul campo di battaglia preparato dall'IRGC-City di Londra, ma ha scelto il suo e l'ha imposto all'avversario. Il teatro imbastito dalle scaramucce tra Netanyahu e Trump era la classica “nebbia di guerra” per gli avversari (e per gli sprovveduti che non hanno saputo leggere gli eventi). Tutti gli obiettivi sono stati raggiunti ed è stata un'operazione che ha avuto successo data la natura più complicata della precedente in Venezuela. L'OPEC è sfaldato, Dubai non sarà più un hub della City di Londra, il Qatar fornirà energia all'UE alle condizioni americane e la testa che coordina Hamas a Doha ha smesso di fomentare caos in Israele, l'oleodotto che partirà dalla penisola arabica fino a Haifa sarà il simbolo di pace e prosperità per la regione, le strozzature geopolitiche non saranno più usate come arma di ricatto da Londra e Bruxelles, gli atti di terrorismo non saranno più una componente che faranno aumentare artificialmente i premi assicurativi e la Marina statunitense non fornirà più difesa gratis alle assicurazioni londinesi (che adesso hanno un concorrente in quelle americane), le rotte petrolifere e le rotte logistico/commerciali verranno concentrate nel Golfo d'America e nel Pacifico... ma soprattutto il denaro privato che scorreva nel traffico di droga ed esseri umani è stato prosciugato per arrivare a tutti questi risultati. Riflettete quindi su quali sono stati i player in questo confronto, quali erano i loro traffici iniziali e quali i risultati. In questo modo sarà più facile capire che la bonifica degli USA era necessaria e sacrosanta, nonostante i costi annessi all'operazione. Il mondo adesso non dico che sia più buono o perfetto, ma un poco migliore sì.

Ma dove conducono tutte queste strade? A un unico sbocco, come ho scritto anche nel Capitolo 16 del mio libro, Il Grande Default: la morsa sempre più stretta al collo di Londra, Parigi e Bruxelles. La BCE, con l'ultimo rialzo dei tassi, ha dimostrato che il suicidio ritualistico è ancora in voga. Secondo il modello keynesiano standard, l'aumento dell'inflazione dei prezzi trainato dall'aumento dei prezzi energetici richiede un aumento dei tassi di riferimento. Per i banchieri centrali keynesiani come la Lagarde, l'inflazione spinta dai costi delle commodity e quella trainata dalla domanda sono la stessa cosa. Sono talmente presi dalle macchinazioni centralizzate da non capire che c'è una netta differenza se l'economia si “surriscalda” a causa dei prezzi delle commodity più alti o a causa della domanda di denaro trainata da una maggiore volontà di commerciare/creare/produrre. Interferire fa sempre diffondere miseria e canalizzare le risorse verso la classe dirigente.

La BCE ha rialzato i tassi perché deve difendere la valuta. Un apprezzamento della valuta unica avrebbe significato maggiore possibilità di acquistare dollari e stemperare la crisi di liquidità. Invece che ha fatto l'euro? È sceso (in rapporto al dollaro). I mercati dei capitali hanno fatto call al bluff della Lagarde... forse perché sanno che sta perdendo il controllo quindi vogliono tassi ancora più alti prima di fare offerte d'acquisto per l'euro? Quando una valuta scende in risposta a un aumento dei tassi ciò suggerisce che nessuno la vuole.

Il problema della Lagarde è che per “smorzare l'inflazione” attraverso i rialzi dei tassi ucciderà al contempo qualsiasi possibilità di crescita nell'UE, perché è questo il segnale inviato quando la banca centrale intraprende un tale percorso. Rallentare ancora di più l'economia tedesca? Solo chi è fuori di testa potrebbe continuare a tenere euro. Sperava che Warsh avrebbe tagliato affinché anche lei potesse farlo più aggressivamente, invece no. Quando Powell rialzò i tassi anche le altre banche centrali furono costrette a seguirlo: mantenere i differenziali dei tassi. Ecco perché non è possibile difendere sia la valuta che i rendimenti dei bond, uno dei due va fuori controllo (soprattutto adesso che il mercato dell'eurodollaro non è più una risorsa a disposizione di Bruxelles): far apprezzare l'euro per mitigare il costo degli input energetici, ma questo significa vendere dollari e comprare titoli americani a scapito dei titoli europei; oppure vendere euro per comprare titoli europei, ma questo significa far apprezzare il dollaro e far salire i costi delle esportazioni. E ciò si ripercuote sugli esportatori europei anche in un secondo modo, dato che essi devono difendersi dai rischi sulle valute, uccidendo ulteriormente il comparto commerciale europeo.


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