martedì 28 giugno 2022

Irlanda: quando MMT e controllo dei prezzi entrano in collisione, rimangono solo macerie

 

 

di James Murphy

Quello che segue è un esempio dal mondo reale (e sfortunatamente non un'ipotesi) di ciò che accade quando i pericoli insiti nella MMT e nel controllo dei prezzi vengono entrambi ignorati.

David McWilliams è uno scrittore irlandese di economia ed è un grande fan della MMT, spesso confonde il risparmio con la stampa di denaro. In un articolo recente si è espresso sul mercato immobiliare irlandese, riferendosi all'aumento dei costi di costruzione e al fatto che l'offerta di alloggi deve essere aumentata, evitando accuratamente di menzionare le ragioni principali per cui i prezzi stanno aumentando e l'offerta d'immobili è ridotta in Irlanda.

A titolo informativo, in Irlanda abbiamo due banche centrali e un governo che attualmente seguono politiche/determinano regole con effetti opposti sul mercato.

La Banca Centrale Europea (BCE) (attraverso la sua applicazione decennale della MMT) intende gonfiare l'offerta di denaro e quindi i prezzi. Questo, come sanno tutti i pensatori economici con criterio, fa salire il costo di tutti i beni reali (compresi i terreni e i materiali utilizzati per costruire le proprietà) e ora sta influenzando anche i prezzi al consumo e alla produzione. Questi aumenti precedono da tempo l'invasione russa dell'Ucraina, nonostante i recenti sforzi di politici e giornalisti di tutto il mondo di dare tutta la colpa di Putin.

La Banca Centrale d'Irlanda (BCI) è intenzionata a mantenere basso il prezzo delle proprietà (attraverso le sue regole sui prestiti ipotecari). Tali regole sono state introdotte dopo la grande crisi finanziaria (GCF) per frenare l'eccessiva crescita del credito che aveva alimentato l'aumento dei prezzi degli immobili.

I bassi tassi d'interesse della BCE all'inizio degli anni 2000 hanno gonfiato una bolla immobiliare in Irlanda che poi è esplosa leggermente prima della GCF.

Queste regole sui prestiti ipotecari sono state introdotte nel 2015 e hanno avuto varie iterazioni. Dopo la GCF c'è stata una significativa eccedenza di offerta d'immobili e una conseguente pressione al ribasso sui prezzi delle case e sugli affitti, ma nel 2014/15 i segnali di una "ripresa" stavano diventando più evidenti attraverso un parziale recupero dei prezzi e affitti, soprattutto nelle grandi città.

Le regole sui prestiti ipotecari limitano la capacità di acquisto di una serie di acquirenti (proprietari di case speranzosi e investitori privati ​​che intendono finanziare i propri acquisti), mentre altri non vengono altrettanto ostacolati (acquirenti in contanti e fondi d'investimento). Inutile dire che questo stato di cose permette ad alcuni acquirenti di metterne fuori mercato altri, un terreno fertile per il tipo di politici che credono che il Venezuela sia un modello economico da emulare.

La ragione principale della nostra carenza di alloggi negli ultimi dieci anni è stata che la BCI ha fatto del suo meglio per sopprimere i prezzi delle case e non si è preoccupata di averlo soppresso al di sotto dei costi di offerta. Tali costi sono aumentati sempre di più a causa delle politiche ispirate alla MMT da parte della BCE.

Nel frattempo il governo irlandese ha risposto alla pressione al rialzo sugli affitti introducendo nel 2016 le zone con affitti sotto pressione (ZAP). In primo luogo, una breve storia sul controllo degli affitti in Irlanda: è esistito in forma limitata fino all'inizio degli anni '80, poi la Corte Suprema irlandese ha ritenuto il controllo degli affitti un attacco incostituzionale al diritto di proprietà riconosciuto dalla Costituzione irlandese.

Le ZAP sono state/sono identificate come aree specifiche (inizialmente le grandi città ma gradualmente diffondendosi nel Paese, ente locale per ente locale) in cui vi è una significativa pressione al rialzo sugli affitti causata da una carenza di alloggi (in gran parte causata dalle regole sul credito ipotecario della CBI, come vedremo più avanti). Gli aumenti annuali degli affitti erano limitati al 4% annuo (qualunque fosse l'affitto di ogni particolare proprietà nel 2016 e non necessariamente l'affitto di mercato in quel momento). Queste regole inizialmente si applicavano per quattro anni, ma da allora sono state portate avanti. Le limitazioni temporali dei massimali e gli aumenti molto modesti consentiti erano/sono chiaramente mezzi per evitare d'innescare una contestazione costituzionale ai controlli sugli affitti.

Nell'iterazione più recente delle regole, gli aumenti annuali degli affitti sono limitati tra il 2% annuo e l'aumento dell'indice dei prezzi al consumo (IPC), a seconda di quale sia il più basso. Altri partiti politici di sinistra (alcuni dei quali bramano i miracoli economici compiuti dal socialismo venezuelano) chiedono un blocco totale degli affitti per tre anni.

Quindi le regole sui prestiti ipotecari della BCI operano essenzialmente per limitare il potere d'acquisto di un gran numero di partecipanti al mercato, le ZAP sono uno sforzo per limitare gli affitti e la BCE gonfia allegramente l'offerta di denaro verso l'infinito e oltre seguendo le ricette della MMT, con la conseguenza che i costi di costruzione si sono impennati nell'ultimo decennio.

L'offerta d'immobili, nel frattempo, ha ristagnato, perché come sanno tutti i pensatori economici con criterio, ogni volta che viene introdotto un tetto di prezzo per un particolare bene o servizio a un livello inferiore a quello che il libero mercato avrebbe altrimenti impostato, il risultato è una carenza e/o un calo della qualità. Anche Paul Krugman lo sa.

La politica della BCI è anch'essa responsabile dell'aumento dei prezzi degli affitti negli ultimi dieci anni. Cercando di limitare i prezzi a cui possono essere venduti gli immobili residenziali, la BCI ha, per anni, disincentivato gli sviluppatori nel mondo dell'edilizia.

Impedendo agli aspiranti proprietari di case di acquistare prima del tempo (attraverso le regole sui prestiti ipotecari), la BCI li ha costretti a rimanere affittuari. Ostacolando severamente gli investitori privati ​​nell'investire in alloggi residenziali, la BCI ha ridotto l'offerta d'immobili in affitto.

Tutto quanto sopra è una ricetta per una cosa e una cosa sola: una carenza di alloggi in affitto che può solo spingere gli affitti al rialzo. Come già scritto, il governo ha quindi cercato di risolvere questo problema creando le ZAP, le quali hanno avuto l'effetto di spingere fuori mercato molti proprietari (che non hanno voglia di pagare un'aliquota marginale sull'imposta sul reddito del 52%) riducendo ulteriormente l'offerta d'immobili in affitto.

Inoltre molti proprietari che avevano affittato a un valore inferiore a quello di mercato nel 2016 (e sono rimasti intrappolati nell'indicizzare i loro aumenti a questo canone inferiore a quello di mercato) o hanno venduto e sono usciti dal mercato (riducendo l'offerta di proprietà in affitto), oppure si sono assicurati d'indicizzare al rialzo gli affitti a ogni occasione disponibile. La risposta della sinistra è stata prevedibile: vietare ai proprietari di vendere.

Questo senza entrare in tutte le altre questioni che spingono verso l'alto i prezzi degli immobili; vale a dire, l'imposta sul valore aggiunto (un'imposta sulle vendite del 13,5%, un'imposta sulla prima vendita di proprietà di nuova costruzione) e l'insistenza da parte di una fascia della popolazione affinché ci siano "pasti gratis", senza oneri di utenza e in generale tassazione: un mondo senza limiti. Ciò ha avuto un effetto a cascata sui promotori immobiliari che hanno pagato maggiori costi d'infrastruttura, che poi sono stati trasferiti agli acquirenti delle proprietà.

Nella nazione con il sistema fiscale più progressivo sia nell'Unione Europea che nell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, è ovvio continuare a chiedere "pasti gratis" visto che significherebbe pagare meno oneri fiscali rispetto a quanto dovuto altrimenti. Inoltre McWilliams sostiene continuamente una tassa sui terreni sfitti per incentivarne lo sviluppo, in sostanza imponendo un costo aggiuntivo allo sviluppo stesso.

Questo funziona bene per i suoi lettori, che o si rifiutano di capire, o sono incapaci d'intendere, o dimenticano che i costi di un'attività devono essere trasferiti ai clienti, altrimenti l'attività fallisce; nel qual caso un'altra attività, ad esempio un fondo d'investimento, colma il divario.

C'è stato un movimento verso schemi "costruire per affittare", i quali hanno creato contraccolpi politici contro coloro che si rifiutano o non riescono a capire che la situazione attuale è una conseguenza diretta e prevedibile della linea di politica della banca centrale e dello stato. L'unica cosa che si può dire del governo irlandese è che le politiche krugmanesche dell'opposizione sono di gran lunga peggiori, perché  implicano tasse, deficit, spesa pubblica e stampa di denaro. Anche in questo caso, quando la MMT e il controllo dei prezzi entrano in collisione, rimangono solo macerie (dell'offerta).


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


lunedì 27 giugno 2022

Libertà e denaro sano/onesto: due facce della stessa medaglia

 

 

di Thorsten Polleit

È impossibile cogliere il senso dell'idea di denaro sano e onesto se non ci si rende conto che esso è stato concepito come strumento di tutela delle libertà civili contro le incursioni dispotiche da parte degli stati. Ideologicamente appartiene alla stessa classe delle costituzioni politiche e delle carte di diritto.
Così scrisse Ludwig von Mises in The Theory of Money and Credit nel 1912. E inoltre:

Il principio del denaro sano e onesto ha due aspetti. È positivo nel sostenere la scelta del mercato di un mezzo di scambio comunemente utilizzato; è negativo nell'ostacolare la propensione dello stato a intromettersi nel sistema monetario.

In questo contesto, i sistemi monetari moderni si sono allontanati sempre più dal principio del denaro sano e onesto. In tutti i Paesi del cosiddetto mondo libero, il denaro rappresenta oggigiorno una carta irredimibile controllata dallo stato, o uno standard monetario "fiat". L'opinione diffusa è che questo sistema monetario sarebbe compatibile con l'ideale di una società libera e favorevole alla produzione sostenibile e alla crescita dell'occupazione.

A dire il vero, ci sono voci che dissentono. Da un punto di vista storico, Milton Friedman disse:

Il mondo è ora impegnato in un grande esperimento per vedere se può creare un'ancora diversa, che dipenda dalla moderazione dello stato piuttosto che dai costi di acquisto di un bene fisico.

Irving Fisher, valutando l'esperienza del passato, scrisse: "La cartamoneta irredimibile si è quasi sempre rivelata una maledizione per il Paese che la impiega".

La principale causa di preoccupazione risiede in una caratteristica chiave della cartamoneta controllata dallo stato: la capacità illimitata del sistema di espandere l'offerta di denaro e credito. Al contrario, con il gold standard (scelto liberamente) ci si aspettava che anche l'offerta di denaro (ad es. oro) aumentasse nel tempo, ma solo in proporzione all'espansione dell'economia; ovvero un aumento della domanda di denaro, determinato da un aumento dell'attività economica, avrebbe portato sul mercato un'offerta di oro aggiuntiva (ad esempio, aumentando l'estrazione mineraria che sarebbe diventata sempre più redditizia). In quanto tale, il gold standard poneva una "rottura automatica" sull'espansione monetaria: quest'ultima sarebbe stata correlata, almeno in teoria, al trend di crescita dell'economia.

Il sistema monetario fiat controllato dallo stato non ha limiti intrinseci all'espansione del denaro e del credito. In realtà, è vero esattamente il contrario: le banche centrali, i fornitori di denaro in regime di monopolio per conto dello stato, sono state progettate deliberatamente per essere in grado di cambiare denaro e offerta di credito di qualsiasi importo e in qualsiasi momento.

Per prevenire l'abuso del loro potere illimitato sulla quantità di denaro, la maggior parte delle banche centrali ha ottenuto l'indipendenza politica negli ultimi decenni. Ciò è stato fatto per impedire ai politici di barattare i benefici di uno stimolo indotto dalla politica monetaria per essere rieletti con i costi futuri sotto forma d'inflazione. Inoltre molte banche centrali sono state incaricate di cercare un'inflazione bassa e stabile, misurata dagli indici dei prezzi al consumo, come obiettivo principale. Questi due fattori istituzionali, l'indipendenza politica e il mandato di preservare il potere d'acquisto del denaro, sono ora ampiamente visti come garanzie adeguate per preservare il denaro sano e onesto.

Comunque sia, le preoccupazioni di Mises paiono più rilevanti che mai:

La dissociazione delle valute da una parità aurea definitiva e immutabile ha reso il valore del denaro un giocattolo della politica. [...] Non siamo molto lontani ora da uno stato di cose in cui per "politica economica" si intende principalmente la questione dell'influenza sul potere d'acquisto del denaro.

Mentre l'obiettivo di preservare il valore della cartamoneta controllata dallo stato sembra essere lodevole, la verità è che è (praticamente) impossibile mantenere tale promessa. Infatti ci sono spesso incentivi politico-economici schiaccianti ad aumentare l'offerta di denaro e credito, se possibile, al fine di influenzare gli sviluppi della società secondo schemi ideologici preimpostati piuttosto che fare affidamento sui principi del libero mercato.

Questa tendenza è evidenziata in particolare dal fatto che le banche centrali sono regolarmente invitate a tenere conto della crescita della produzione e della situazione occupazionale dell'economia nell'impostazione dei tassi d'interesse. E queste considerazioni sono ciò che causano seri problemi in un sistema di moneta cartacea se e quando non c'è un limite netto all'espansione del denaro e del credito.

Per chiarire questo punto, è istruttivo dare una breve digressione sul rapporto tra credito, produzione nominale e crescita della "ricchezza" (che qui è definita, per semplicità, come prodotto interno lordo più capitalizzazione di borsa). Il grafico seguente mostra le variazioni annue del prodotto interno lordo (PIL) nominale statunitense e del credito bancario in percentuale dal 1974 all'inizio del 2022. Come si può vedere, entrambe le serie sono correlate positivamente nel periodo in esame: in media, l'aumento della produzione è stato accompagnato da un aumento del credito bancario e viceversa. In realtà è un'illustrazione istruttiva della teoria Austriaca del ciclo economico (ABCT), secondo la quale l'espansione del credito bancario non è solo strettamente associata a un ciclo di boom/bust, che influenza sia le grandezze reali che i prezzi delle merci, ma la sua forza trainante.

Sempre dal 1974 all'inizio del 2022, il grafico seguente mostra lo stock di denaro statunitense in miliardi di dollari USA e l'indice del mercato azionario S&P 500. L'aumento della massa monetaria è fondamentalmente il risultato dell'espansione del credito bancario, attraverso il quale viene creata nuova moneta. Come si può vedere, l'andamento dello stock monetario va sulla stessa lunghezza d'onda del mercato azionario. Come mai? Da un lato l'aumento del PIL nominale nel tempo si riflette nei valori crescenti delle valutazioni aziendali; dall'altro l'aumento dello stock monetario spinge al rialzo i prezzi delle merci, compresi i prezzi delle azioni.

In altre parole: la performance del mercato azionario è, a volte di più, a volte meno, attribuibile all'inflazione dei prezzi dei beni causata dal denaro fiat. Dalla fine del 2019 al primo trimestre del 2022 la banca centrale statunitense ha aumentato M2 del 43%, mentre il mercato azionario ha guadagnato il 63% nello stesso periodo. Poiché l'aumento della massa monetaria ha contribuito a gonfiare il PIL nominale, ciò si è anche tradotto (sostanzialmente) in un aumento dei prezzi delle azioni. In altre parole: l'espansione monetaria ha causato "l'inflazione dei prezzi degli asset".

Guardando questi grafici, il messaggio è: l'aumento cronico del credito e dell'offerta di denaro è stato, in media, "abbastanza positivo" per la produzione e la ricchezza. Tuttavia questa sarebbe un'interpretazione piuttosto miope. In un sistema monetario fiat l'espansione del credito e del denaro apporta benefici a pochi e spese a tutti gli altri. Inoltre il suo "effetto invisibile" è che impedisce tutto il successo economico e gli effetti di ricchezza che si sarebbero verificati se non ci fosse stata un'emissione di credito aggiuntivo e denaro fiat.

Come dicevano anche gli economisti classici, uno stimolo all'economia indotto dal denaro e dal credito è (come mostra l'ABCT) di breve durata e alla fine porterà all'inflazione, come delineato da David Hume nel 1742:

L'aumento (nella quantità di denaro) non ha altro effetto che aumentare il prezzo del lavoro e delle merci [...] nel progresso verso questi cambiamenti, suddetto aumento può avere una certa influenza, eccitando il settore industriale, ma dopo che i prezzi si sono stabilizzati [...] non ha più alcun tipo d'influenza.

Tuttavia l'odierna convinzione del mainstream economico, dominato dall'economia keynesiana, è che abbassando i tassi d'interesse la banca centrale può stimolare la crescita e l'occupazione. Quindi non c'è da stupirsi che, soprattutto nei periodi in cui l'inflazione è considerata "sotto controllo", le banche centrali siano spinte vero una politica monetaria "espansiva" per combattere la recessione. Infatti è ampiamente considerato "appropriato" che la politica monetaria mantenga gli oneri finanziari al livello più basso possibile.

Nei lavori di Mises si trova una critica fondata a questa convinzione largamente diffusa. Egli scrive:

L'opinione pubblica tende a vedere nell'interesse solo un ostacolo meramente istituzionale all'espansione della produzione. Non si rende conto che lo sconto sui beni futuri rispetto ai beni presenti è una categoria necessaria ed eterna dell'azione umana e non può essere abolita dalla manipolazione bancaria. Agli occhi dei maniaci del controllo e dei demagoghi, l'interesse è un prodotto delle sinistre macchinazioni di spietati sfruttatori. La secolare disapprovazione dell'interesse è stata pienamente ravvivata dall'interventismo moderno. Si aggrappa al dogma che è uno dei principali doveri del buon governo abbassare il più possibile il tasso d'interesse o abolirlo del tutto. Tutti i governi di oggi sono fanaticamente impegnati in una politica di cosiddetto denaro facile.

Mises delinea anche cosa comporta per l'economia la propensione ad abbassare i tassi d'interesse e ad aumentare l'offerta di denaro e credito. La teoria del ciclo economico della Scuola Austriaca sostiene che è l'espansione monetaria l'elemento al centro dei cicli di boom/bust. Un'offerta eccessivamente generosa di denaro e credito induce quella che di solito viene chiamata una "ripresa economica"; la crescita economica aumenta e l'occupazione aumenta.

Con il flusso di liquidità, tuttavia, arrivano disallineamenti e una distorsione dei prezzi relativi. Prima o poi l'espansione alimentata dal credito diventa insostenibile e si trasforma in una recessione. Nell'ignoranza e/o nell'incapacità di identificare le stesse forze responsabili del malessere economico, vale a dire l'eccessiva creazione di denaro e credito in passato, il calo della produzione e l'aumento della disoccupazione provocano richieste pubbliche di una politica monetaria ancora più accomodante.

Le banche centrali non sono in grado di resistere a tali richieste se non hanno alcun "ancoraggio", ovverosia una regola (fissa) che limiti l'aumento dell'offerta di denaro e credito nelle operazioni quotidiane. In assenza di tale limite, è molto probabile che le banche centrali, di fronte a una grave crisi economica, siano costrette a barattare l'obiettivo di crescita e occupazione con la conservazione del valore del denaro, compromettendo così un pilastro cruciale della società libera.

Vista in questo contesto, la politica monetaria odierna assomiglia in realtà a un'impresa illegale. Lo zeitgeist sostiene che il "targeting dell'inflazione" (IT), il cosiddetto concetto all'avanguardia dal punto di vista della maggior parte delle banche centrali, impedirà alla politica monetaria di causare problemi involontari. In pratica, l'IT non ha ancoraggio esterno: è la banca centrale stessa che calcola le previsioni di inflazione che, a loro volta, determinano come essa stessa imposterà i tassi d'interesse; impostare un limite quantitativo all'espansione del denaro e del credito non è generalmente visto come un obiettivo perseguibile. L'IT difficilmente potrà quindi ispirare una tale fiducia da attenuare la minaccia al valore della cartamoneta derivante dai governi (sotto forma di frode/abusi) e/o dai banchieri centrali (sotto forma di errori di policy).

Il ritorno ad una "politica monetaria senza regole" è iniziato negli anni '90, quando varie banche centrali abbandonarono gli aggregati monetari come punto di riferimento per la determinazione dei tassi d'interesse. Venne affermato che la "domanda di denaro" era diventata un indicatore instabile nel "breve termine" e che, in quanto tale, il denaro non poteva più essere utilizzato come parametro per definire la politica monetaria, in particolare perché i banchieri centrali stavano prendendo decisioni sui tassi d'interesse ogni poche settimane.

In vista di un ritorno alla discrezionalità nella politica monetaria, potrebbe essere utile citare le preoccupazioni di Hayek: l'inflazione "è il risultato inevitabile di una politica che considera tutte le altre decisioni come dati a cui deve essere adattata l'offerta di denaro, in modo che il danno causato da altre misure sia il meno notato possibile". A lungo termine una tale linea di politica fa sì che le banche centrali diventino "prigioniere delle proprie decisioni, quando altri le costringano ad adottare misure che esse stesse sanno di essere dannose".

Facendo eco all'avvertimento che Ludwig von Mises espose in The Theory of Money and Credit, Hayek concluse:

Il pregiudizio inflazionistico dei nostri giorni è in gran parte il risultato del prevalere di una visione a breve termine, che a sua volta deriva dalla grande difficoltà di riconoscere le conseguenze più lontane nel tempo delle misure attuali e dall'inevitabile preoccupazione degli uomini pratici, e in particolare dei politici,di problemi immediati e del raggiungimento di obiettivi vicini.

Cosa possiamo imparare da tutto questo? I rischi intrinseci dell'odierno standard monetario cartaceo, la capacità stessa di espandere lo stock di denaro e credito a piacimento, non sono più oggetto di adeguata attenzione: porre un limite all'espansione di denaro e credito non è classificato tra gli ingredienti essenziali di una politica monetaria "moderna". La gestione discrezionale della cartamoneta aumenta quindi notevolmente il potenziale di un costoso fallimento. Un primo passo per tornare al principio del denaro sano e onesto, che rende giustizia all'ideale di una società libera, sarebbe quello di fare in modo che la politica monetaria limiti la crescita dell'offerta di denaro, fermandola del tutto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


venerdì 24 giugno 2022

I cicli sono alimentati dal credito

 

 

di Alasdair Macleod

Le narrazioni dei banchieri centrali stanno andando in pezzi. E di fronte all'impopolarità dovuta all'aumento dei prezzi, i politici stanno cominciando a mettere in discussione l'indipendenza del sistema bancario centrale. Spinti dal pensiero di gruppo coordinato nelle riunioni presso la Banca dei regolamenti internazionali, sono diventati collettivamente ciechi di fronte agli errori da loro stessi commessi.

In diverse occasioni ho scritto sugli errori alla base delle politiche sui tassi d'interesse, ho scritto sul legame perduto tra la quantità di denaro e credito in circolazione e il livello generale dei prezzi, ho scritto sull'effetto del cambiamento delle preferenze tra denaro e merci e sull'effetto sui prezzi.

Questo articolo entra nel vivo del motivo per cui la politica monetaria delle banche centrali era originariamente imperfetta. L'errore fondamentale è considerare i cicli economici come originati dal settore privato, quando invece sono la conseguenza di fluttuazioni del credito, a cui si aggiungono i presunti benefici della continua inflazione dei prezzi.

 

Introduzione

Molti investitori imprecano contro i cicli. Sfortunatamente c'è poco da collegare tra questi cicli e la teoria economica, a parte il legame tra il ciclo economico e il ciclo del credito bancario. L'economista americano Irving Fisher vi si avvicinò con la sua teoria della deflazione del debito, attribuendo il crollo del credito bancario alla depressione degli anni '30.

Quella di Fisher fu una tesi ben argomentata da parte del padre del monetarismo moderno, ma ogni ulteriore ricerca degli economisti è stata spazzata via dalla rivoluzione keynesiana: le recessioni, le depressioni, o i crolli, erano la prova dei fallimenti del libero mercato cosa che richiedeva l'intervento dello stato. Né Fisher, né Keynes sembravano essere consapevoli del lavoro svolto dagli economisti della Scuola Austriaca, principalmente quello di von Mises e Hayek. Fisher era sulla scena americana troppo presto per poter beneficiato delle loro scoperte, e Keynes era, beh, Keynes... lo statista che, in comune con altri statisti in generale, dava poca importanza al tempo e ai suoi effetti sul comportamento umano.

Ha senso, quindi, basarsi sulla tesi Austriaca e mettere i primi punti saldi:

• Si presume erroneamente che i cicli economici derivino dal libero mercato. Sono invece la conseguenza dell'espansione e della contrazione del denaro e del credito malsani creati dalle banche e dal sistema bancario.

• L'inflazione del credito bancario trasferisce ricchezza dai risparmiatori e dai redditi fissi ai clienti privilegiati del settore bancario. È diventata una delle principali cause delle crescenti disparità tra ricchi e poveri.

• Il ciclo del credito è un fenomeno ripetitivo di boom/bust che storicamente ha avuto una durata di circa dieci anni. La fase del bust è il modo in cui il mercato elimina il debito insostenibile, creato attraverso l'espansione del credito. Se il bust non è autorizzato a procedere, i problemi si accumulano nel prossimo ciclo del credito.

• Oggi le distorsioni economiche dei precedenti cicli creditizi si sono accumulate al punto che basterà solo un piccolo rialzo dei tassi d'interesse per innescare la prossima crisi. Di conseguenza le banche centrali hanno pochissimo spazio di manovra per affrontare l'inflazione dei prezzi attuale e futura.

• Il coordinamento internazionale delle politiche monetarie ha aumentato la portata potenziale della prossima crisi del credito e non l'ha contenuta, come erroneamente credono le banche centrali.

• L'allentamento della massiccia espansione del credito nell'Eurozona, in seguito alla creazione dell'euro, rappresenta un rischio aggiuntivo per l'economia globale. Eccessi comparabili nel sistema monetario giapponese rappresentano una minaccia simile.

• Le banche centrali falliranno sempre nell'usare la politica monetaria come strumento di gestione dell'economia. Agiscono per lo stato e non per il settore privato produttivo e non finanziario.


Ipotesi monetarie moderne

La politica keynesiana alla base dello stimolo monetario e fiscale era intenzionata ad aiutare un'economia a riprendersi da una recessione incoraggiando consumi extra attraverso l'espansione del credito bancario e i disavanzi pubblici finanziati con mezzi inflazionistici. In origine Keynes non raccomandava una politica di continua espansione monetaria, perché presumeva che una recessione fosse il risultato di un temporaneo fallimento dei mercati a cui si poteva rimediare alimentando la spesa pubblica. L'errore fu quello di non capire che il ciclo è del credito stesso e la conseguenza fu l'imposizione di un ciclo boom/bust su quella che altrimenti sarebbe stata un'economia non ciclica, dove l'azione casuale delle imprese in un ambiente monetario sano avrebbe consentito un processo di evoluzione che a sua volta avrebbe portato al progresso economico.

Era questo ambiente che Schumpeter descriveva come distruzione creativa. In un sistema monetario sano, le imprese impiegano le varie forme di capitale a loro disposizione nel modo più produttivo e redditizio in un ambiente competitivo. La concorrenza e il fallimento d'investimenti impropri forniscono i migliori rendimenti ai consumatori, soddisfacendo i loro desideri. Qualsiasi azienda che non capisca che il cliente è il re, merita di fallire.

Credere nello stimolo monetario e fiscale presuppone erroneamente che non vi siano effetti intertemporali. Già nel 1730 Richard Cantillon descrisse come l'introduzione di nuovo denaro in un'economia influisse sui prezzi: quando entra in circolazione nuovo denaro esso procede a far salire i prezzi dei beni acquistati. In questo modo il denaro creato ex novo si distribuisce gradualmente, aumentando i prezzi man mano che viene speso, fino a quando non viene completamente assorbito dall'economia. Di conseguenza il massimo beneficio del potere d'acquisto del nuovo denaro spetta ai primi destinatari, essendo a suo tempo l'oro e l'argento importati dalla Spagna dalle Americhe; ma oggi sono principalmente le banche a creare crediti scoperti e i loro clienti a beneficiare maggiormente dell'espansione del credito bancario. I perdenti sono gli ultimi a riceverlo, in genere i sottopagati, i pensionati, gli unbanked e i poveri, i quali scoprono che i loro guadagni e risparmi acquistano meno.

C'è un trasferimento di ricchezza dai più poveri alle banche e ai loro clienti privilegiati. Le banche centrali moderne sembrano del tutto ignare di questo effetto e la Banca d'Inghilterra si è anche data la pena di criticarlo, citando variazioni marginali nel Coefficiente di Gini, che in media non ci dice nulla su come individui o gruppi d'individui siano colpiti dalla svalutazione monetaria.

Dovremmo mettere in discussione le politiche monetarie del sistema bancario centrale sulla base sia dell'efficacia che della moralità, che svalutando il denaro trasferisce ricchezza dai risparmiatori ai mutuatari dissoluti, incluso lo stato. Perseguendo le stesse politiche monetarie, tutte le principali banche centrali sono pervase da questa nube d'ignoranza e tutte sono intrappolate in questo pensiero di gruppo.


Come funziona un ciclo del credito

Per comprendere la relazione tra il ciclo del credito e le conseguenze per l'attività economica, è necessaria una descrizione di un ciclo del credito tipico, anche se va notato che i singoli cicli possono variare significativamente nel dettaglio.

Tipicamente una crisi del credito si verifica dopo che la banca centrale lascia salire i tassi d'interesse e restringe le condizioni di prestito per frenare l'inflazione dei prezzi, sempre il risultato prevedibile di una precedente espansione monetaria. Ciò è illustrato nel grafico qui sopra. La gravità della crisi è determinata dall'ammontare di debito nel settore privato finanziato dal credito bancario rispetto all'economia nel suo complesso. Inoltre la gravità è sempre più esacerbata dall'integrazione internazionale delle politiche monetarie. Mentre le crisi del 2007-2008 nel Regno Unito, nell'Eurozona e in Giappone sono state in varia misura autoctone, l'eccessiva speculazione sul mercato immobiliare americano, facilitata inoltre dalle cartolarizzazioni fuori bilancio trattate dalla rete bancaria globale, ha fatto in modo che la la crisi in ciascuna delle altre principali giurisdizioni fosse più grave di quanto avrebbe potuto essere altrimenti.

Agendo come prestatore di ultima istanza per le banche commerciali, la banca centrale cerca di stabilizzare l'economia dopo la crisi. Incoraggiando un rilancio del credito bancario, cerca di stimolare l'economia verso la ripresa sopprimendo i tassi d'interesse. Ci vuole inevitabilmente del tempo prima che le imprese, consapevoli della crisi appena trascorsa, abbiano la fiducia necessaria per investire nella produzione. Risponderanno ai segnali dei consumatori solo quando a loro volta diventeranno meno cauti nelle loro spese. Le banche, che in questa fase saranno ugualmente caute sui loro prestiti, preferiranno investire in titoli di stato a breve scadenza per ridurre al minimo il rischio di bilancio.

Segue quindi un periodo durante il quale i tassi d'interesse rimangono soppressi da parte della banca centrale al di sotto del loro tasso naturale. Durante tal periodo, la banca centrale monitorerà la disoccupazione, le indagini sulla fiducia delle imprese e le misure dell'inflazione dei prezzi per individuare segnali di ripresa economica. In assenza di espansione del credito bancario, la banca centrale cerca di stimolare l'economia, principalmente sopprimendo i tassi d'interesse e, più di recente, con un quantitative easing.

Alla fine i tassi d'interesse soppressi iniziano a stimolare l'attività aziendale, poiché gli imprenditori utilizzano un basso costo del capitale per acquisire rivali più deboli e ridistribuiscono le attività sottoutilizzate nelle società target. Migliorano i loro guadagni riacquistando le proprie azioni, operazione spesso finanziata dal credito bancario a buon mercato, nonché intraprendendo altre azioni di ingegneria finanziaria. Le imprese più grandi, in cui le banche hanno fiducia, sono favorite in queste attività rispetto alle PMI, che trovano generalmente difficoltà a reperire finanziamenti nelle prime fasi della ripresa. In tal senso, la manipolazione del denaro e del credito da parte delle banche centrali finisce per discriminare le piccole imprese, ritardando la ripresa dell'occupazione.

I consumi alla fine riprenderanno, alimentati dal credito delle banche e di altri istituti di credito, che riacquisteranno gradualmente la loro propensione al rischio. Il costo degli interessi sui prestiti al consumo per articoli ad alto costo, come automobili e beni per la casa, viene spesso ridotto grazie alle pressioni competitive, stimolando la domanda dei consumatori. I primi a beneficiare di questa espansione del credito tendono ad essere i consumatori più meritevoli di credito e le grandi società, che sono i primi beneficiari dell'espansione del credito bancario.

Ci si potrebbe aspettare che la banca centrale lasci salire i tassi d'interesse per rallentare la crescita del credito se riuscisse ad avere una gestione efficace, tuttavia il calo della disoccupazione è sempre in ritardo nel ciclo ed è probabile che sia al di sopra del livello obiettivo desiderato. E l'inflazione dei prezzi sarà quasi certamente al di sotto dell'obiettivo, incoraggiando la banca centrale a continuare a sopprimere i tassi d'interesse. Si tenga presente l'Effetto Cantillon: l'espansione del credito bancario richiede tempo per far salire i prezzi in tutto il Paese, tempo che contribuisce all'effetto ciclico.

Anche se la banca centrale lasciasse salire i tassi d'interesse in questa fase, sarebbe inevitabilmente troppo poco. A questo punto le banche commerciali inizieranno a competere per l'attività di prestito tra le grandi società meritevoli di credito, tagliando i loro margini per guadagnare quote di mercato. Quindi, anche se la banca centrale lasciassare salire modestamente i tassi d'interesse, in un primo momento il maggior costo dei prestiti non verrebbe trasferito dalle banche commerciali.

Con la fiducia delle imprese non finanziarie che si diffonde verso l'esterno dai centri finanziari, i prestiti bancari aumentano ulteriormente e sempre più aziende iniziano ad espandere la propria produzione in base a calcoli sul ritorno sul capitale proprio, tassi d'interesse e prezzi di input artificialmente bassi. C'è uno slancio crescente per beneficiare del nuovo stato d'animo, ma l'inflazione futura dei prezzi degli input aziendali è generalmente sottovalutata. Vengono attuati piani aziendali basati su informazioni false, la crescente speculazione finanziaria è supportata dal credito facile e ci sono le condizioni per lo sviluppo di un'altra crisi.

Poiché le entrate fiscali sono in ritardo in qualsiasi ripresa economica, le finanze pubbliche devono ancora beneficiare in modo sostanziale di un aumento delle entrate fiscali. I disavanzi di bilancio non interamente finanziati dalle emissioni obbligazionarie sottoscritte dalla popolazione interna e dalle società non bancarie rappresentano un ulteriore stimolo monetario, alimentando ancor di più il ciclo del credito in un momento in cui l'espansione del credito dovrebbe essere quantomeno moderata.

Per i pianificatori monetari centrali, l'economia si è ora stabilizzata e le statistiche seguite da vicino iniziano a mostrare segni di ripresa. In questa fase del ciclo del credito, gli effetti della precedente inflazione monetaria iniziano a riflettersi più ampiamente nell'aumento dei prezzi. Questo ritardo tra l'espansione del credito e l'effetto sui prezzi è dovuto all'Effetto Cantillon e solo ora comincia a riflettersi nel calcolo degli indici dei prezzi al consumo. Pertanto i prezzi iniziano a salire in modo persistente a un ritmo superiore a quello perseguito dalla politica monetaria e la banca centrale non ha altra scelta se non lasciar salire i tassi d'interesse e frenare la domanda di credito. Ma con i prezzi ancora in aumento a causa dell'espansione del credito ancora in corso, aumenti moderati dei tassi d'interesse hanno scarso o nessun effetto. Di conseguenza continuano ad essere rialzati al punto che i prestiti incoraggiati da denaro facile e a buon mercato, iniziano a diventare antieconomici.

Un aumento della disoccupazione e un potenziale calo dei prezzi diventano quindi una minaccia incombente. In quanto intermediari finanziari in una crisi del debito, le banche sono improvvisamente esposte a ingenti perdite sul proprio capitale. L'avidità dei banchieri si trasforma nella paura di essere travolti dalle condizioni economiche in via di sviluppo; sono pronti a ridurre la loro esposizione al rischio liquidando i prestiti dove possono, indipendentemente dalla loro solidità, mettendo in vendita quantità crescenti di garanzie sui prestiti. L'inflazione degli asset si inverte rapidamente, con tutti i titoli negoziabili in forte calo di valore. L'inizio della crisi finanziaria è sempre rapido e coglie di sorpresa la banca centrale.

Quando arriva la fase di crisi, le banche con un capitale insufficiente per le dimensioni dei loro bilanci rischiano di crollare; le aziende con debiti improduttivi e che dipendono da ulteriore credito vanno in bancarotta. La crisi è catartica e una necessaria pulizia degli eccessi dovuti al desiderio umano dei banchieri e dei loro azionisti di massimizzare i profitti attraverso la leva finanziaria. Almeno questo è ciò che dovrebbe accadere. Invece una banca centrale si muove per contenere la crisi impegnandosi a sostenere artificialmente il sistema bancario commerciale per arginare una potenziale circolo vizioso di vendite di garanzie e per garantire che l'aumento della disoccupazione sia contenuto. Di conseguenza si impedirà che molti molti investimenti sbagliati vengano liquidati.

Nell'arco di diversi cicli, si accumula il debito associato a investimenti sbagliati non liquidati in passato, rendendo ogni crisi successiva più grave. Il 2007-2008 è stato peggiore rispetto alle ricadute della bolla dot-com nel 2000, che a sua volta è stato peggiore rispetto alle crisi precedenti. E per questo l'attuale crisi creditizia si preannuncia ancora più grande della precedente.

I cicli del credito sono sempre più un affare globale. Sfortunatamente tutte le banche centrali condividono lo stesso malinteso: per loro il ciclo economico deriva da errori aziendali nel settore privato e non dalle banche commerciali e dai fallimenti delle proprie politiche. Le banche centrali, attraverso il forum della Banca dei Regolamenti Internazionali o le riunioni del G7, G10 e G20, sono pienamente impegnate a coordinare le politiche monetarie su base globale e la conseguenza è che le crisi del credito sono potenzialmente contagiose a livello mondiale. Ricordate che il G20 è stato istituito dopo la crisi della Lehman per rafforzare il coordinamento delle politiche monetarie e finanziarie, promuovendo ancora di più il pensiero di gruppo. Non solo l'inizio di una crisi del credito in un Paese diventa potenzialmente esogena, ma il fallimento di una qualsiasi delle principali banche centrali nel contenere la sua crisi indebolirà sicuramente tutte le altre.

Ora il rischio sistemico, il rischio che i sistemi bancari falliscano, è veramente globale ed è peggiorato. L'introduzione dell'euro ha distorto i cicli del credito per i membri dell'Eurozona e oggi è diventata una minaccia finanziaria e sistemica aggiuntiva per il sistema bancario globale. Dopo l'introduzione dell'euro, il costo dei prestiti è diminuito notevolmente per molti stati membri ad alto rischio; non sorprende che i governi di questi stati abbiano colto l'opportunità di aumentare la loro spesa finanziata dal debito. Gli esempi più estremi sono stati la Grecia, seguita da Italia, Spagna e Portogallo, collettivamente i PIGS.

Di conseguenza le pressioni politiche per sopprimere i tassi d'interesse in euro sono schiaccianti, per evitare che le finanze di questi attori crollino.

Le banche commerciali dell'Eurozona sono altamente indebitate, i cui bilanci sono ingombrati da rapporti attivi/capitale proprio in media più di venti volte per le banche di importanza sistemica globale. I cicli del credito per questi Paesi sono stati resi notevolmente più pericolosi dalla leva finanziaria, dal debito deteriorato e dal sistema TARGET2 pericolosamente squilibrato. Di conseguenza il compito che la BCE deve affrontare oggi, impedire al sistema bancario di precipitare in una crisi di contrazione del credito, è a dir poco impossibile. La liquidazione degli investimenti sbagliati e del debito associato è stata finora differita con successo, ma l'Eurozona rimane una fonte importante e crescente di rischio sistemico e un fattore scatenante la prossima crisi globale.


Sono stati già gettati i semi della prossima crisi del credito

Quando il denaro creato ex novo viene completamente assorbito in un'economia, si può dire che i prezzi si siano aggiustati per adattarsi. L'apparente stimolo del denaro extra si invertirà, poiché la ricchezza viene trasferita dai chi lo riceve più in avanti nel tempo ai beneficiari iniziali, lasciando uno stock più elevato di valuta e credito e prezzi aumentati. Ciò presuppone sempre che non ci sia alcun cambiamento nel livello generale delle preferenze della popolazione per la conservazione del denaro rispetto ai beni.

Le modifiche di questo livello di preferenza possono avere un profondo effetto sui prezzi. Ad un estremo un'avversione generale per detenere denaro lo renderà privo di valore, mentre una forte preferenza per esso farà scendere i prezzi di beni e servizi in quella che gli economisti chiamano erroneamente deflazione. Questo è ciò che accadde nel 1980-81, quando Paul Volcker al Federal Reserve Board lasciò salire il tasso di riferimento della FED oltre il 19% per porre fine a una crescente iperinflazione dei prezzi. È quello che è successo più di recente nel 2007/08 quando è scoppiata la grande crisi finanziaria, costringendo la FED a inondare i mercati finanziari con credito illimitato per fermare il calo dei prezzi e salvare il sistema finanziario dal collasso.

Il ciclo dei tassi d'interesse indotto dallo stato, il quale ritarda il ciclo del credito per i motivi sopra descritti, comporta sempre un aumento dei tassi d'interesse sufficiente a indebolire l'attività economica. I due esempi citati nella sezione precedente erano estremi, ma ogni ciclo del credito termina con il rialzo dei tassi da parte della banca centrale di un ammontare sufficiente da innescare una crisi.

I picchi nel tasso di riferimento della FED, uniti dalla linea tratteggiata, hanno segnato le svolte nel ciclo del credito statunitense a gennaio 1989, metà 2000, inizio 2007 e metà 2019. Questi punti hanno segnato anche l'inizio della recessione nei primi anni Novanta, il crollo post-bolla dotcom, la crisi del mercato immobiliare statunitense e la crisi dei pronti contro termine nel settembre 2019. Il periodo medio tra questi picchi è stato esattamente dieci anni, echeggiando una periodicità simile osservata nel diciannovesimo secolo in Gran Bretagna.

La minaccia per l'economia statunitense e il suo sistema bancario è cresciuta a ogni crisi. I picchi nel grafico qui sopra hanno segnato un aumento della gravità nelle crisi del credito successive ed è da notare che il livello dei tassi d'interesse necessari per innescare una crisi è continuamente diminuito. L'estensione di questa tendenza suggerisce che un tasso di riferimento statunitense di poco superiore al 2% sarà l'innesco di una crisi finanziaria. La ragione è il continuo accumulo di debiti nel settore privato denominati in dollari; e questa volta i prezzi sono alimentati da aumenti record nella quantità di valuta e credito in circolazione.


Conclusioni

Il fattore trainante nel ciclo di espansione e contrazione dell'attività imprenditoriale è il credito stesso. È quindi logico che maggiore è il livello dell'intervento monetario, più incontrollabile diventa il risultato. Ciò è confermato sia dalla logica che dall'evidenza empirica. È altrettanto chiaro che, cercando di gestire il ciclo del credito, le stesse banche centrali sono diventate la causa principale dell'instabilità economica.

Pertanto il tentativo di stimolare i consumi incoraggiando la continua inflazione dei prezzi, e quindi modificare l'allocazione delle risorse dal consumo differito al consumo presente, è eccessivamente semplicistico e ignora le conseguenze negative.

Qualsiasi economista che si rifà a un obiettivo specifico d'inflazione, come quello comunemente fissato dalle banche centrali al 2%, non si rende conto che l'inflazione monetaria trasferisce ricchezza dalla maggior parte delle persone, le quali sono il vero motore della produzione e della spesa. Impoverendo la società, le politiche inflazionistiche sono decisamente controproducenti. Gli economisti neokeynesiani non riescono a capire che i prezzi di beni e servizi in generale non agiscono come quelli degli investimenti speculativi; le persone non compreranno un bene se il suo prezzo è in aumento, non seguiranno un effetto gregge. Invece cercano valore, come possiamo osservare nei cali di prezzo dei prodotti elettrici ed elettronici.

Abbiamo visto che per i policymaker il margine di manovra sui tassi d'interesse è diventato sempre più limitato nel corso dei successivi cicli creditizi. Inoltre il continuo accumulo di debito nel settore privato ha ridotto l'altezza dei tassi d'interesse che scatenerebbe una crisi finanziaria e sistemica. In ogni caso, una nuova crisi globale potrebbe essere innescata dalla FED se rialzasse i tassi al di sopra del 2%. Questo può essere previsto con un alto grado di confidenza... a meno che una crisi sistemica non provenga da altrove: l'eurosistema e il Giappone stanno già vedendo l'euro e lo yen nelle prime fasi di un crollo monetario. È destinato a portare a un rialzo dei tassi d'interesse in euro e yen, destabilizzando i rispettivi sistemi bancari. La probabilità di un loro fallimento sale di giorno in giorno, una situazione che diventa ovvia quando si accetta che il problema è interamente finanziario, il risultato di un'espansione irresponsabile del credito e della valuta in passato.

Un'economia che funziona meglio è quella in cui il denaro sano e onesto consente un aumento del potere d'acquisto nel tempo di tale strumento, riflettendo tutti i vantaggi per i consumatori dei miglioramenti nella produzione e nella tecnologia. In una tale economia, il processo di "distruzione creativa" di Schumpeter avviene su base casuale.

Al contrario, nel mondo economico di oggi i consumatori e le imprese sono indotti ad agire come un gregge, finanziati dal flusso e riflusso ciclico del credito bancario. La creazione del ciclo del credito costringe tutti noi a una forma di comportamento distruttivo che altrimenti non si verificherebbe.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


giovedì 23 giugno 2022

JPMorgan è diventata il miglior amico di Bitcoin?

 

 

da Bitcoin Magazine

Di recente c'è stata molta fanfara per una nota d'investimento rilasciata da JPMorgan Chase che sembrava elevare Bitcoin rispetto al settore immobiliare e ad altre classi di asset tradizionali come "asset alternativo privilegiato".

Una nota agli investitori del 25 maggio ha affermato che Bitcoin era sottovalutato di circa il 28% e che la banca puntava a un prezzo di circa $38.000 per unità, sostenendo che la recente debolezza del prezzo di Bitcoin è esagerata rispetto a immobili, private equity e debito privato.

Questo sembra essere un grande cambiamento rispetto all'unica grande banca statunitense il cui CEO, Jamie Dimon, si rifiuta categoricamente di salire a bordo del treno Bitcoin.

Semmai l'antipatia di Dimon per Bitcoin rivaleggia solo con quella della presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde, che continua a spacciare l'idea che Bitcoin non ha valore perché manca del sostegno di una banca centrale e/o di un governo.

Anche Dimon è stato molto chiaro su tale punto: Bitcoin non ha importanza perché non ha supporto ufficiale. Dato che JPMorgan è uno degli azionisti della Federal Reserve Bank di New York, non lo si può biasimare per aver "parlato dei suoi interessi", proprio come la Lagarde o un altro famoso odiatore di Bitcoin, Charlie Munger di Berkshire Hathaway.

Che dire allora della nota agli investitori? Ebbene, come sempre, il diavolo è nei dettagli.

La prima cosa da ricordare è che questa è una nota dell'analista cosiddetta "sell side", il che significa che è l'opinione degli analisti di JPMorgan su dove gli investitori dovrebbero investire i loro soldi nelle attuali condizioni di mercato. Non ha nulla a che fare con il parere dell'amministratore delegato della società.

Chiunque pensi che Dimon starebbe giocando dietro le quinte della sua divisione di investment banking per andare contro Bitcoin, non capisce come funziona una società come JPMorgan Chase.

Lo stesso Dimon lo ha ribadito in un'intervista nel maggio 2021:

"Non sono un sostenitore di Bitcoin", ha detto Dimon durante il vertice del Wall Street Journal martedì. "Non mi interessa Bitcoin. Non mi interessa".

"Dall'altra parte, se i clienti sono interessati non dico loro cosa fare".

"La blockchain è reale. La usiamo, ma le persone devono ricordare che una valuta è supportata dall'autorità fiscale di un Paese, dallo stato di diritto, da una banca centrale".

Ci sono molte idee in queste citazioni di Dimon. È l'amministratore delegato di una delle banche più grandi, potenti e influenti del mondo e mantiene tale attività essendo abbastanza intelligente da offrire ai suoi clienti ciò che vogliono, anche se lui stesso non è interessato a quel prodotto e/o sta lavorando su prodotti che sono, tangenzialmente, concorrenti.

I suoi analisti non sono pagati per essere i suoi portavoce,; sono pagati per vedere le cose chiaramente e presentare una tesi d'investimento ai clienti e convincerli a cedere alcuni fondi per permettere alla banca d'incassare una commissione sugli investimenti.

Non è niente di più complicato di così.

Detto ciò, se davvero questa storia si esaurisse qui, non scriverei questo articolo; c'è di più. JPMorgan, insieme al resto di Wall Street, è in un vero guaio. Negli ultimi 14 anni la Federal Reserve ha mantenuto i tassi d'interesse vicino allo zero.

A tal livello, anche i tradizionali modelli dei profitti bancari crollano a zero. Il margine d'interesse netto, o MIN, dovrebbe essere il core business di una banca. Il MIN è semplicemente la differenza tra ciò che la banca paga i clienti per i loro depositi affinché li prestino agli investitori a un tasso più elevato.

La banca addebita X, voi ricevete dal 30% al 50% di X e la banca trattiene il resto; tal "resto" è il MIN. Quest'ultimo, quindi, è un peso morto nei vari rapporti trimestrali sugli utili della maggior parte delle principali banche in quest'era di politica monetaria coordinata delle banche centrali.

Le banche commerciali si sono impegnate in schemi d'investimento e trading sempre più estremi per fare soldi, mentre hanno considerato sempre più i loro tradizionali depositanti come un albatro con cui devono fare i conti per tenere a bada le autorità di regolamentazione.

In quanto tali, quindi, Bitcoin e altri asset digitali sono diventati solo l'ennesima fonte di fondi che le banche possono sfruttare e vendere l'ennesimo prodotto strutturato agli investitori, ed è qui che fanno la maggior parte dei soldi.

Ecco quindi che gli analisti di JPM parlano di Bitcoin in un momento cruciale del mercato. Onestamente, quando quella nota agli investitori è stata pubblicata e Bitcoin si aggrappava disperatamente al supporto tecnico a circa $29.000 per unità, è difficile non credere che fosse un segnale al mercato: JPMorgan stessa aveva deciso di accumulare abbastanza Bitcoin da infilarne alcuni nel proprio bilancio.

Bitcoin è a prezzi scontati ora e con lo spostamento del potere di hashing dalla Cina agli Stati Uniti negli ultimi due anni, c'è più interesse che mai nel trovare modi per vendere prodotti d'investimento agli investitori; soprattutto mentre Wall Street trova il modo di accumularne di più alimentando il FUD ogni volta che il prezzo di Bitcoin sale.

Perché pensate che Dimon odi Bitcoin? Non perché è un guanto di sfida agli affari della sua azienda. Invece è per lo stesso motivo per cui lui e Munger odiano l'oro. Munger non può fare pressioni su un funzionario statale affinché crei un'operazione a senso unico su Bitcoin in cui "investire" e allo stesso modo Dimon non può strutturare un prodotto legato a Bitcoin per creare un flusso di reddito regolare.

Non è redditizio per loro. Non c'è profitto vendendovi una o due volte un fondo che contiene Bitcoin in un wallet.

Come possono inventare i loro flussi d'entrate "due & venti" su qualcosa che le persone vogliono solo comprare e HODLare fino alla fine dei tempi? Questo è il motivo per cui, fin dall'inizio, Dimon e persone come lui hanno avuto occhi solo per Ethereum e la DeFi, mentre hanno diffamato Bitcoin ogni volta che hanno potuto.

Naturalmente niente potrebbe essere più lontano della verità. Bitcoin, come l'oro e altri asset che esistono indipendentemente dal sistema finanziario (ciò che Zoltan Pozsar di Credit Suisse ha definito "denaro esterno"), è qualcosa che ha la capacità di ristabilire la disciplina finanziaria nel mondo.

Ma ciò mette a rischio la natura stessa del sistema esistente, anche se tal sistema sta scricchiolando e sia Munger che Dimon lo capiscono meglio di chiunque altro.

Bitcoin sta combattendo una lotta insurrezionalista che tenta di invertire la dinamica di estrazione di ricchezza nel sistema esistente. Ricordate, Dimon e il resto di Wall Street hanno fatto i loro soldi estraendo rendite (ricchezza non guadagnata) dal mondo attraverso l'Effetto Cantillon, dato che sono molto vicini alla stampante monetaria.

Dimon non ha alcun interesse a dare un po' di respiro a qualcosa che lo minaccia, ma allo stesso tempo lui e JPMorgan sono intrappolati nel ruolo di attori importanti che cercano di rimanere a galla mentre tal sistema viene prosciugato dal suo bacino di capitale reale.

Questo è ciò che spiega meglio i segnali contrastanti provenienti dalla sua organizzazione. Il mercato sta lentamente, ma inesorabilmente, scegliendo asset "esterni" per preservare la ricchezza mentre JPMorgan e il resto di Wall Street fanno soldi manipolando i costi degli asset "interni" per mantenere i rendimenti abbastanza alti da fermarne il deflusso.

Infatti siamo ora sulla strada verso un futuro incerto, in cui ci sono grandi forze in lizza per strappare quote di mercato durante il disfacimento del vecchio sistema e l'istituzione di uno nuovo.

Uomini come Dimon e Klaus Schwab del World Economic Forum combatteranno con le unghie e i denti per rimanere attori importanti in futuro. Questo è il motivo per cui JPMorgan da un lato può e consiglierà Bitcoin ai suoi clienti e società d'investimento, ma dall'altro spenderà miliardi per sviluppare un qualcosa per sostituire lo SWIFT.

Trovo che la lotta attorno a Ripple (XRP) sia molto più interessante del fatto che Dimon e JPMorgan stiano trovando o meno modi per fare soldi con Bitcoin. Dimon sta sostenendo il suo prodotto tramite ConsenSys, Schwab e il WEF stanno sostenendo Ripple e, a mio avviso, la causa della Securities and Exchange Commission (SEC) degli Stati Uniti è stata una mela avvelenata lasciata dal presidente uscente della SEC, Jay Clayton, a Gary Gensler mentre tutti lavorano per rallentare la vera crypto-rivoluzione, dove nessuno di questi oligarchi e cercatori di rendite sarà più necessario.

Questa è la vera promessa di Bitcoin e gli investitori di JPMorgan, per la prima volta da decenni, sono davvero spaventati da come stanno andando le cose dal punto di vista finanziario. Schwab e il WEF hanno delineato i loro piani per il futuro: una vita completamente tracciata e catalogata per tutte le persone che vivono all'interno di un'identità digitale, la quale decide per voi quale può essere la vostra gamma di azioni nel mondo reale.

Troppo grassi? Niente pizza. Partito sbagliata? Nessun lavoro. Non siete usciti con un trans? Nessuna assistenza sanitaria. In un tal mondo non c'è alcun bisogno di banche come JPMorgan, o la vostra cooperativa di credito locale. Questa è una minaccia che, sono sicuro, Dimon percepisce all'orizzonte. Non era alla riunione a Davos di quest'anno, c'erano invece altri membri di Wall Street come Larry Fink di Blackrock e Brian Moynihan della Bank of America, per citarne un paio.

JPMorgan non è amica di Bitcoin, ma Dimon è pienamente consapevole delle minacce reali non solo al sistema attuale, di cui è un attore centrale, ma anche a tutte le potenziali vie di fuga desiderate dai suoi migliori clienti.

Questo è il motivo per cui lo vedo gongolare mentre Bitcoin continua ad evolversi per minare Schwab e il WEF e nel frattempo lui lavora per indebolirlo a lungo termine con le sue soluzioni privilegiate.

Personalmente penso che lui sia destinato a fallire, come penso che lo stesso destino attenda Schwab. Il modo in cui entrambi sembrano avere successo a breve termine sarà frustrante per gli appassionati di Bitcoin, ma entrambi stanno combattendo contro uno tsunami il cui tempo è atteso da tempo.

Mai nella storia dei mercati dei capitali i prezzi delle materie prime sono stati così bassi rispetto a quelli delle azioni (come l'indice S&P 500) o degli asset di debito. Bitcoin, essendo il primo derivato dell'energia per l'approvvigionamento di merci nel mondo reale in cui si costruisce la ricchezza reale, è quindi, per estensione, anche decisamente sottovalutato.

Dimon, Schwab e i loro luogotenenti presso la FED e la BCE possono mantenere alto il flusso di dollari e euro sopravvalutati per rafforzare il loro dominio, ma devono anche limitarne offerta per impedire all'inflazione di erodere il potere politico da cui le loro valute ricavano la propria quota di mercato.

Questo è il proverbiale comma 22 in cui Dimon e JPMorgan si trovano oggi. Amico o nemico, a Bitcoin non importa. Continuerà ad aumentare di valore e a costruire una rete abbastanza forte da permetterci di ignorare i loro grandi sogni di controllo globale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 22 giugno 2022

La stagflazione è causata da una gigantesca stampa di denaro e una spesa pubblica senza freni

 

 

di Antony P. Mueller

L'eccessiva spesa pubblica e la politica monetaria accomodante portano a un aumento dei prezzi insieme a tassi di crescita economica in calo. Tutte le strade keynesiane portano alla stagflazione. È il risultato di una cattiva gestione economica, senza contare che più e più volte è stata smentita la convinzione secondo cui i banchieri centrali potessero garantire la cosiddetta stabilità dei prezzi e che la politica fiscale potesse prevenire le recessioni economiche. L'attuale crisi è un'ulteriore prova del fatto che le politiche monetarie e fiscali interventiste sono devastanti: invece di un boom permanente, il risultato è la stagflazione.


Stagflazione: una maledizione keynesiana

La “stagflazione” caratterizza un'economia afflitta dall'inflazione e dalla stagnazione. In tale situazione, gli strumenti macroeconomici convenzionali della politica monetaria e fiscale non servono a nulla.

L'aumento dell'inflazione dei prezzi e un'economia in calo sono i risultati delle politiche economiche degli ultimi decenni. È diventato comune ritenere che politiche monetarie e fiscali espansive non avrebbero scatenato un'inflazione dei prezzi, infatti nel 2020 la politica economica ha seguito il falso consenso secondo cui combattere le ricadute dei lockdown con una creazione aggiuntiva di denaro e una maggiore spesa pubblica avrebbe portato a una ripresa economica senza un'inflazione dei prezzi più elevata. Si presumeva che ciò che avrebbe funzionato nel 2008 avrebbe funzionato anche nel 2020. Tuttavia i policymaker hanno ignorato la differenza tra i due episodi.

All'indomani della crisi finanziaria del 2008, le politiche di stimolo non si sono trasformate subito in inflazione dei prezzi perché il denaro di nuova creazione è rimasto in gran parte nel settore finanziario e non si è riversato in modo rilevante sull'economia reale. A quel tempo, l'effetto principale della ZIRP era quello di sostenere il mercato azionario e di fornire una manna agli investitori finanziari. Mentre Wall Street ha prosperato, Main Street è stato lasciato indietro: i profitti sui mercati finanziari sono aumentati, i salari sono rimasti stagnanti.

Rispetto alla crisi finanziaria del 2008, la differenza è che questa volta il lato produttivo dell'economia è stato gravemente danneggiato. La crisi del 2008 ha lasciato intatta la struttura del capitale nell'economia reale; a causa dei lockdown, però, le cose sono cambiate in suddetta struttura. Di conseguenza si sono verificate gravi interruzioni nelle supply chain globali. In un tale ambiente, nuove misure di stimolo hanno l'effetto d'indebolire ulteriormente l'economia. La situazione attuale è più simile allo shock dei prezzi petroliferi nel 1973: anche allora uno shock esterno colpì un'economia strabordante liquidità e stimolare l'economia mediante l'espansione fiscale e monetaria produsse una stagflazione di lunga durata. Allora, insieme alla "stagflazione", venne coniato il termine "slumpflation" per caratterizzare un'economia che si era impantanata in una profonda crisi e veniva devastata dall'inflazione dei prezzi.

Quando la stagnazione e la recessione si manifestano insieme all'inflazione dei prezzi, la politica macroeconomica convenzionale diventa impotente. Applicare la ricetta keynesiana a un'economia la cui struttura del capitale è stata devastata significa esporsi al disastro.

Intenzionalmente o per ignoranza, i politici hanno trascurato gli effetti a lungo termine delle loro azioni. Percorrere questa strada sbagliata ha portato ad aberrazioni che si ritenevano incredibili in passato, tanto che i politici e i loro lacché nel mondo accademico hanno persino iniziato a credere che ci fosse un qualche fondo di verità nell'alchimia della cosiddetta teoria monetaria moderna e del monetarismo.

Le conseguenze di questi gravi errori sono ora emersi, soprattutto perché sono stati commessi da tutte le principali banche centrali e dai governi di tutti i principali Paesi industrializzati. Tutti seguono il concetto di "targeting dell'inflazione". A parte la tempistica, non c'è stata molta differenza tra le politiche delle principali economie occidentali. Il Giappone è un caso speciale solo nella misura in cui i suoi politici hanno applicato la ricetta keynesiana ormai da oltre tre decenni.

Diamo un'occhiata prima al Giappone e poi agli Stati Uniti.


Giappone

Il Giappone ha iniziato con l'applicazione del keynesismo già nel 1990. Di fronte a una leggera flessione dell'economia dopo il boom degli anni '80, la leadership giapponese non voleva che l'economia si raffreddasse ma proseguisse con lo spettacolo.

Il governo iniziò ad accelerare la spesa pubblica e aumentò gli stimoli fiscali, ma la sua politica di spesa non generò il risultato atteso di una ripresa economica. Anche quando la politica monetaria sostenne pienamente la politica fiscale espansiva del governo, la prevista ripresa non si materializzò.

Il breve periodo è diventato il lungo periodo. Il mix tra politica fiscale e monetaria è andato avanti negli ultimi tre decenni. La Banca del Giappone ha attuato una politica di tassi d'interesse estremamente bassi e alla fine ha fatto ricorso ad una politica di tassi d'interesse negativi (NIRP). Nel frattempo il debito pubblico in percentuale del prodotto interno lordo (PIL) è salito al 266% (si veda il Grafico 1).

Grafico 1: tasso d'interesse ufficiale e debito pubblico in percentuale del PIL

Fonte: Trading Economics

Nonostante l'entità degli stimoli, questo mix di politiche non ha risollevato l'economia giapponese dal suo pantano. In netto contrasto con il boom giapponese degli anni '80, la crescita economica è rimasta anemica nell'ultimo quarto di secolo (Grafico 2).

Grafico 2: crescita annuale del PIL reale

Fonte: Trading Economics

In quanto "anticipatore" nell'applicare il keynesismo come obiettivo della politica macroeconomica, anche l'economia giapponese ha presto risentito della stagnazione dei suoi tassi di produttività. Diversamente da Paesi come Stati Uniti, Francia, Germania e molti altri Paesi industrializzati, che hanno continuato ad aumentare la produttività negli ultimi decenni, il Giappone si è spostato lateralmente dopo aver iniziato con il suo keynesismo estremo negli anni '90 (Grafico 3).

Grafico 3: Produttività per ora lavorata: Germania, Stati Uniti, Francia, Giappone

Fonte: Our World in Data

È importante notare che uno degli effetti più devastanti del mix di politiche keynesiane è quello sulla produttività. La crescita economica di lungo periodo di un Paese è principalmente il risultato di miglioramenti nella produttività e la produttività del lavoro è la principale determinante dei salari. Un rallentamento della produttività precede il declino economico. Quando la produzione per unità di input tende a diminuire, anche tassi d'interesse più bassi non stimoleranno gli investimenti delle imprese. Quando lo stato interviene per compensare questa "mancanza di domanda aggregata", le cose peggiorano perché le imprese pubbliche sono fondamentalmente meno produttive di quelle nel settore privato.


Gli Stati Uniti

Di fronte alla crisi finanziaria del 2008, il governo statunitense ha deciso di approvare una serie di pacchetti di stimolo. La banca centrale americana ha fornito pieno sostegno a questa linea di politica e ha iniziato a ridurre drasticamente il suo tasso d'interesse di riferimento.

Come risultato di queste politiche, il rapporto tra debito pubblico e PIL è passato dal 62,6% nel 2007 a oltre il 91,2% nel 2010, raggiungendo il 100,0% nel 2012. I due successivi aumenti sono arrivati ​​sulla scia delle politiche per contrastare gli effetti dei lockdown, quando il rapporto debito pubblico/PIL è salito al 128,1% nel 2020 e a 137,2% nel 2021 (si veda il Grafico 4).

Grafico 4: tasso d'interesse ufficiale e debito federale in percentuale del PIL

Fonte: Trading Economics

Di fronte allo scoppio della crisi dei mercati finanziari nel 2008, la banca centrale americana ha rapidamente abbassato il suo tasso d'interesse di riferimento da oltre il 5% nel 2007 a meno dell'1% nel 2008. Dopo un breve periodo in cui ha cercato di al rialzarlo, la conseguente reazione del mercato al calo dei prezzi di obbligazioni e azioni ha indotto la FED a riprendere la sua politica di “quantitative easing” la quale combinava bassi tassi d'interesse con la massiccia espansione della base monetaria. Cercando di alleviare gli effetti economici dei lockdown all'inizio del 2020, la FED ha deciso di proseguire una politica monetaria ulteriormente espansiva. Il bilancio della banca centrale americana è salito a $7.170 miliardi nel giugno 2020 e ha raggiunto $8.960 miliardi nell'aprile 2022.

Grafico 5: Bilancio della Federal Reserve statunitense

Fonte: Trading Economics

Come mostra il Grafico 4, la FED aveva cercato di ridurre il proprio bilancio dal 2015 al 2019 quando aveva ridotto la somma dei suoi attivi a $3.800 miliardi nell'agosto 2019. Ma già a settembre 2019, molti mesi prima dell'attuazione del lockdown, il bilancio della banca centrale americana ha ricominciato ad espandersi e ha raggiunto oltre $4.000 miliardi prima che si verificasse il grande balzo dovuto alle ricadute dei lockdown.

Dall'epoca precedente la crisi finanziaria del 2008, il patrimonio del Federal Reserve System è passato da $870 miliardi nell'agosto 2007 a $4.500 miliardi all'inizio del 2015 e poi a circa $9.000 miliardi all'inizio del 2022.

Anche quando i tassi d'inflazione hanno iniziato a salire verso la fine del 2020, la banca centrale statunitense ha evitato un tapering graduale. Le autorità monetarie avevano rinunciato all'obiettivo di frenare l'offerta di denaro e ogni volta che tentavano di ridurla, i mercati finanziari iniziavano a scricchiolare dando sentore di crolli dietro l'angolo. Infatti non appena la banca centrale iniziava a lasciar salire il tasso d'interesse ufficiale, il mercato obbligazionario scendeva e si portava dietro i titoli azionari. Nel 2022 non è diverso. Nei primi mesi del 2022 la stagflazione è diventata pienamente visibile: mentre l'inflazione dei prezzi è salita, il tasso di crescita economica reale ha cominciato a calare. Nel primo trimestre del 2022 il tasso d'inflazione è salito all'8,5%, mentre il tasso di crescita annuo reale è sceso dell'1,4% (Grafico 6).

Grafico 6: tasso d'interesse ufficiale e tasso ufficiale dell'inflazione dei prezzi al consumo

Fonte: Trading Economics

Con le catene di approvvigionamento globali ormai allo sbando e il protezionismo nazionale in ascesa, l'assistenza che è arrivata dall'espansione del commercio internazionale dopo la crisi del 2008 non è più con noi. Il blocco dell'economia ha gravemente danneggiato il sistema globale delle catene di approvvigionamento. Ora un'enorme eccedenza monetaria incontra una produzione in calo; la guerra in Ucraina, iniziata nel febbraio 2022, non è responsabile delle distorsioni, anche se le renderà più gravi.


Conclusione

L'argine si è rotto. L'inflazione dei prezzi è in ascesa e questo è il risultato dell'accumulo di liquidità che va avanti da decenni. C'è il rischio che le cose peggiorino, perché l'economia mondiale è stata gravemente ferita dai lockdown. Più che solo una lieve stagflazione, si profila all'orizzonte una "slumpflation" mentre l'economia mondiale viene risucchiata da una profonda crisi unita a un'inflazione dei prezzi in forte aumento.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 21 giugno 2022

La Lagarde capitola mentre l'Eurozona cade a pezzi

 

 

di Tom Luongo

So che probabilmente vi sarete stancati a sentirlo dire, ma l'Eurozona è diretta verso una grave crisi. Giovedì 9 giugno la BCE ha rilasciato la sua dichiarazione riguardo la linea di politica, meno di una settimana prima della dichiarazione del FOMC (14 giugno).

È stata uno schifo. Christine Lagarde ha tentato all'inizio di proiettare quella calma che i banchieri centrali dovrebbero trasudare anche quando tutto sta crollando intorno a loro, ma in realtà è stato il suo momento da "Baghdad Bob". Si è alzata in piedi e ha letto la dichiarazione della BCE dal gobbo come se avesse un groppo in gola, probabilmente i resti di ciò che è rimasto della sua coscienza, perché nemmeno lei poteva sentire le idiozie che stava leggendo.

Abbiamo l'inflazione sotto controllo, cresceremo ancora nel 2022 (BWAHAHAHA!) e la crescita accelererà nel 2023 e nel 2024. Queste persone non hanno una previsione trimestrale proprio da... sempre? Ciononostante fingono lo stesso di avere la minima idea di quale sarà la crescita del PIL nel 2024?

Ma, come ha sottolineato Zerohedge, la Lagarde si è poi trasformata durante la conferenza stampa, cercando di resuscitare il fantasma di Mario Draghi, dicendo che è pronta a fare "tutto il necessario" per stabilizzare la situazione.

Esistono strumenti con la capacità di reinvestimento nell'ambito del PEPP.

“E se necessario, come abbiamo ampiamente dimostrato in passato, implementeremo strumenti esistenti o nuovi che saranno messi a disposizione”.

La Lagarde afferma che "nell'ambito del nostro mandato ci impegniamo a prevenire i rischi di frammentazione all'interno della zona Euro".

Quindi una specie di schema di acquisto di asset per i Paesi della periferia? La vaghezza è intenzionale in quanto sembra che la Lagarde stia cercando di riproporre il "whatever it takes" di Draghi mentre tira più in alto il freno a mano.

Come ha sottolineato Robin Brooks dell'IIF:

Se la BCE dice ai mercati: “difenderemo lo spread dell'Italia”, i mercati metteranno sicuramente alla prova tale affermazione. Quindi ciò che la BCE ha fatto oggi è stato aumentare le probabilità che i mercati cerchino di forzare la sua mano. Tutto questo è evitabile: nessun rialzo dei tassi, altrimenti 'Eurozona entrerà in recessione...

Il risultato finale era ovvio per chiunque avesse orecchie per ascoltare: stiamo seguendo con riluttanza l'esempio della FED nel concludere il QE, sperando che qualcuno pensi ancora che il trading del BTP italiano a 65 pb sopra i titoli statunitensi della stessa scadenza sia un "buon affare" e investa in un Paese che ora comporta un rischio di ridenominazione crescente.

Se non fosse così idiota, sarebbe divertente. Con l'orribile corsa dell'indice dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, che ha svegliato un sacco di investitori di fronte al fatto che la FED ha il via libera per essere ancora più aggressiva, la folle corsa è iniziata per capire dove parcheggiare quei soldi che sono stati congelati dallo spettacolo cialtronesco chiamato politica interna degli Stati Uniti.

La FED ha il controllo in un certo senso, ma non nel modo in cui molte persone pensano. Il prossimo livello di intuizione che dovrebbe iniziare a prendere piede, soprattutto se le prossime cifre dell'IPC saranno ancor più terribili, sarà quello di cui sto mettendo in guardia da un anno a questa parte...

La FED non sta rialzando i tassi per combattere l'inflazione, lo sta facendo per rompere la BCE e la cricca di Davos.


Differenziali in ampliamento

Due mesi fa il debito italiano, grazie alla menzogna della Lagarde e a tutti i front-running delle sue operazioni, veniva trattato a premio rispetto al debito statunitense. Ehm, Chrissy, dovrai vedere uno spread rispetto al debito statunitense più simile a 650 bps (6,5%) anziché a 65, se vuoi attrarre anche l'investitore medio di NFT a questo punto.

I mercati obbligazionari si stanno tutti allontanando dagli esperimenti monetari che la Lagarde ha ereditato da Mario Draghi e lei non ha né l'esperienza né il carisma per portare avanti questa farsa.

Il grande vantaggio, e il motivo per cui l'euro ha avuto un lieve attacco di miocardite giovedì mattina prima di crollare a terra mentre si dirigeva verso il bagno, è perché la Lagarde è aperta a creare un nuovo programma di QE in futuro se terminare quello attuale non avrà gli effetti sperati.

Con la FED ora al sicuro nel suo ruolo di agente di liquidazione europea, non c'è niente che la Lagarde possa fare se non seguire i suoi passi per trarre il meglio da una terribile situazione che peggiora di giorno in giorno.

Detto questo, devo porre una domanda seria: sono davvero preoccupati per l'Italia a questo punto? Non è che la cricca di Davos non abbia manipolato la scena politica italiana per raggiungere esattamente questo stato di cose. Quindi, onestamente, non penso che gli importi affatto dell'Italia.

Infatti direi che preferirebbero che Mario Draghi cavalcasse l'Italia e trasformasse il Paese in un cumulo di macerie fumanti nella speranza di salvare il blocco monetario dell'Europa settentrionale.

Lo scopo di mettere Draghi al comando era liquidare l'Italia. L'implosione finanziaria dell'Italia sarebbe solo una manna per la cricca di Davos in modo da consolidare il proprio potere all'interno della BCE assumendo il controllo completo del suo sistema bancario quando tutte le banche commerciali crolleranno.

Ripensate all'implosione del Banco Popular, liquidato con la forza da Draghi quando era presidente della BCE e venduto a Santander per $1. Il potere che Draghi esibiva lì era sbalorditivo ed era un avvertimento indirizzato agli investitori: nessuno è al sicuro dai commissari della BCE, soprattutto i loro soldi.

Mentre Draghi ha tenuto la baracca in piedi attraverso un'armamento forte e, all'epoca, un simpatico FOMC con Janet Yellen al timone, venne stabilito un precedente: la BCE ha potere sulle banche membri, cosa che la FED non ha. Oggi, guardando la situazione, direi che è un'ottima cosa.

Troppi commentatori non sono preparati all'idea che quanto stiamo vedendo sia tutto intenzionale.

Non è il piano che volevano, ovvero un crollo della zona Euro secondo i loro schemi temporali e non attraverso i mercati, ma è comunque il loro piano. Speravano di avere una FED compiacente che avvisasse le banche di New York che non avevano più amici.

La cricca di Davos potrebbe improvvisare da qui in poi, perché la FED la sta chiaramente strigliando per bene mentre i mercati dell'eurodollaro si stanno prosciugando; malgrado ciò vuole ancora trarre il meglio da una brutta situazione.

Ed è per questo che la Lagarde stava cercando di ammorbidire i mercati dicendo: "Abbiamo tutto sotto controllo e abbiamo ancora strumenti". È tutto ciò che sentite da questi banchieri centrali, quando, in realtà, non hanno nessun indizio reale più di noi.

Se il sistema bancario europeo crollerà nel modo in cui prevedo, allora l'innesco sarà rappresentato dai mercati dell'eurodollaro, poiché le banche che in precedenza hanno aumentato a leva i propri saldi in dollari non avranno alcuna capacità di farlo di nuovo una volta che saranno assorbiti dalla BCE.

Una volta che questo potenziale risultato sarà digerito dai mercati, e penso che lo spettacolo ridicolo di venerdì sia stato l'inizio, allora vedremo rapidi cambiamenti negli spread obbligazionari, nei tassi del mercato monetario e nei grafici USD LIBOR a 1 mese e 3 mesi.

A proposito, mercoledì lo spread SOFR/LIBOR 1 mese è esploso a 44 punti base. Dopo la performance della BCE e le cifre dell'IPC statunitense peggiori del previsto (8,6% contro 8,3% previsto), stento a credere che non vedremo uno spread più ampio dei 53 punti base che abbiamo visto il giorno dell'ultima riuonione del FOMC.


Il deragliamento della politica

La cosa più importante qui è che l'esposizione della BCE indebolisce le posizioni politiche di quasi tutti i principali politici della zona Euro. Non è che una crisi bancaria renderà più forte la coalizione di Olaf Scholz in Germania, o il governo provvisorio di Draghi in Italia.

Questi tizi inizieranno finalmente a provare una vera rabbia politica per il cambiamento, mentre l'inflazione mangierà viva la classe media, i prezzi elevati dell'energia sventreranno i profitti aziendali e non ci sarà fine alla tirannia normativa proveniente da Bruxelles.

Detto questo, sapete che la cricca di Davos cercherà di mantenersi stretto il cuore dell'UE, perché è questo a detenere il potere più politico. Ciò che non sarà in grado di controllare, una volta che questa storia comincerà a frantumarsi, è ciò che farà la cosiddetta periferia europea.

Il governo bulgaro sostenuto dalla cricca di Davos ha perso un partner chiave. Boris Johnson è finito nel Regno Unito, mentre la Notte dei Lunghi Coltelli dei Tories ha fatto le sue vittime.

La Turchia ha quasi dichiarato guerra alla Grecia per l'interpretazione creativa di Erdogan della sovranità greca, accusandola di militarizzare le isole dell'Egeo. L'Estonia ha perso la maggioranza la scorsa settimana a causa dell'inflazione, causata non dalla Russia ma dalla propria rabbiosa russofobia.

Le realtà economiche messe in moto dalla Lagarde et.al., ma che non possono controllare, si consolideranno in un crollo di quasi tutti i principali governi in Europa nel prossimo anno o due, incentivando Paesi come l'Ungheria a dichiarare l'indipendenza da Bruxelles.

Questo è il motivo per cui la Lagarde ha voluto ricordarci che è consapevole dei cosiddetti "rischi di frammentazione".

Il punto chiave è che la Russia continua a ottenere vittorie nell'Ucraina orientale, mentre rafforza le sue posizioni nel sud ed espone la totale bancarotta dell'Occidente. Ve l'avevo detto che questa era una corsa al Grande Reset di qualcuno, non necessariamente quello della cricca di Davos, quando è scoppiata la guerra.

Putin sta aumentando il ritmo operativo sulla cricca di Davos in Europa e alla Casa Bianca e sui loro utili idioti neocon nei circoli di politica estera USA/Regno Unito, nel Congresso e nei servizi d'intelligence.

L'Ucraina rappresenta la minaccia esistenziale di tutti.

Se i neocon perdono, possono scordarsi la loro influenza all'interno dei circoli di politica estera in Occidente perché non saranno riusciti a penetrare nella Fortezza Russia.

Se la cricca di Davos perde, i suoi grandi piani per il dominio globale verranno ridotti, nella migliore delle ipotesi, all'Unione Europea e ad alcune parti del Commonwealth.

Se la Russia perde, l'intero Sud del mondo non riuscirà a sfuggire alla schiavitù basata sul debito del cartello delle banche centrali occidentali, perché esso controllerà il flusso delle risorse naturali russe in modo tale da non essere fermato.

Dopo Bojo nel Regno Unito, la grande domanda è: chi sarà il prossimo?

Ci sono molte ipotesi sulla caduta del governo tedesco, ma ho già visto questa storia in Italia. La coalizione potrebbe fallire e il presidente Frank-Walter Steinmeyer, un uomo della cricca di Davos in tutto e per tutto, rifiuterà di approvare nuove elezioni e dovrebbe costringere i partiti a mettere insieme un nuovo governo tecnocratico che sarà indistinguibile da quello esistente.

Dal momento che i Verdi sono incorporati in quasi tutte le delegazioni statali al Bundesrat tedesco (camera alta), non ci sarà un vero cambiamento politico poiché controlleranno quale legislazione verrà effettivamente approvata.

Ecco perché Scholz è così debole.

Poiché ogni stato del Bundesrat vota in blocco, i Verdi controllano 41 dei 69 voti presenti, dando loro un controllo effettivo sulla linea di politica. Questo è stato il più grande risultato della Merkel, oltre ad aver ingannato Putin facendogli pensare che gli accordi di Minsk fossero qualcosa di diverso da una perdita di tempo, visto che la NATO ha costruito e addestrato l'esercito ucraino che ora però sta mangiando la polvere.

Questo è ciò che la Merkel ha istituito con ciascuno dei governi statali: rifiutandosi di formare coalizioni AFD in qualsiasi stato, ha assicurato che, qualunque cosa fosse accaduta, non ci sarebbe stata alcuna sfida alla rivoluzione dei Verdi nell'agenda legislativa tedesca.

La cricca di Davos sta preparando la caduta del governo tedesco per consegnarlo a Bruxelles. Quindi, se il governo tedesco cade e Steinmeyer si rifiuta di andare a nuove elezioni, il governo provvisorio risultante sarà ancora più debole del governo di Scholz e assicurerà il completo tradimento del popolo tedesco.

E la parte peggiore sarà che sentiranno ancora di avere il controllo su ciò che accadrà loro dopo, perché al popolo tedesco viene ancora detto che esso controlla la linea di politica dell'UE al vertice.

Quando in realtà tutto ciò che accadrà è che l'UE si spezzerà lungo le linee dell'efficienza del capitale e l'euro la porterà alla bancarotta, forzando una vera e propria frattura politica. L'Europa orientale si staccherà nel momento in cui l'UE tenterà di imporre l'embargo energetico alla Russia, soprattutto se la Russia acquisirà Odessa e l'accesso al sistema fluviale del Danubio. Osservate attentamente la Bulgaria, poiché sarà la prossima giunta sostenuta da Soros a cadere completamente nella realtà economica di un'UE morente.

Buon lavoro, Chrissie, hai ottenuto l'esatto opposto di quello che intendevi, ovvero un sistema bancario e politico unito. Come sempre, le persone rispondono agli incentivi: negli Stati Uniti abbiamo detto "No" ai cambiamenti climatici, alle CBDC e al controllo delle armi; in Russia hanno detto "No" al debito e ai nazisti; e in Cina hanno detto "No" agli oligarchi che non erano cinesi.

Abbastanza facile fare a pezzi l'Unione Sovietica Europea in questo scenario; altrettanto facile vedere cosa succederà dopo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/