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lunedì 3 agosto 2026

L'economia statunitense è più forte dopo un anno e mezzo di amministrazione Trump

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/leconomia-statunitense-e-piu-forte)

A un anno e mezzo dall'inizio della presidenza di Donald Trump il verdetto dei dati è inequivocabile: le previsioni apocalittiche del consenso generale si sono rivelate errate e gli Stati Uniti si confermano come l'unica grande economia sviluppata in grado di combinare una forte crescita, un'inflazione controllata e un consolidamento fiscale.

Gli stessi analisti e istituzioni che hanno applaudito ai massicci stimoli, agli eccessi monetari e agli eccessi normativi sotto la precedente amministrazione, ora faticano a spiegare perché l'economia statunitense, che si aspettavano sprofondasse nella stagflazione, stia invece superando tutti i suoi pari del G7. Inoltre i Paesi del G7 che hanno seguito linee di politica emissioni zero, di grande interventismo statale e di forte tassazione sono in una fase di stagnazione secolare.


Dal “capriccio dei dazi” a una sorpresa mondiale

Quando Trump annunciò la sua nuova ondata di dazi e politiche commerciali, gran parte del consenso globale si affrettò a prevedere un disastro. Io la definii la “crisi dei dazi”. Gli analisti misero in guardia contro un'impennata dell'inflazione oltre i livelli del 2021, rendimenti dei titoli del Tesoro al 6-7%, crollo degli investimenti, recessione e un mondo che voltava le spalle agli Stati Uniti a favore di governi europei ritenuti più responsabili.

Diciotto mesi dopo nessuna di quelle previsioni si è avverata. Al contrario, il rendimento dei titoli di Stato statunitensi a 10 anni è sceso al 4,1%; gli Stati Uniti sono l'unica economia del G7 a crescere in modo robusto, mentre le nazioni che hanno raddoppiato la posta in gioco con l'iperregolamentazione, le aggressive restrizioni legate al clima, le tasse elevate e la spesa pubblica sempre maggiore sono bloccate nella stagnazione, oltre a subire un vento sfavorevole dovuto ai prezzi del petrolio e del gas.

La “crisi dei dazi” non si è mai trasformata nello shock strutturale preannunciato dai critici, perché i dazi doganali – per quanto discutibili per altri motivi – non causano inflazione in quanto non immettono unità monetarie nell'economia; ciò che fanno, invece, la spesa pubblica incontrollata e l'eccesso di liquidità.


Crescita, investimenti e un raro aggiustamento fiscale

La performance dell'economia statunitense nel 2025 è straordinaria non solo in termini relativi, ma anche per i suoi meriti intrinseci. Il PIL reale cresce di circa il 3,8%, con la Federal Reserve di Atlanta che stima una crescita annua di circa il 3,5% nel terzo trimestre, e gli investimenti privati ​​si espandono a ritmi prossimi alla doppia cifra. È fondamentale sottolineare che questo miglioramento si verifica mentre la spesa federale viene ridotta, non aumentata come in altri Paesi: la spesa pubblica è diminuita di circa il 3% nell'arco dell'ultimo anno, invece di mascherare la scarsa crescita con spesa pubblica improduttiva.

Tutte le istituzioni internazionali hanno dovuto adattarsi rapidamente. L'FMI, che inizialmente prevedeva una performance molto più debole, ora si aspetta una crescita statunitense di circa il 2,1% nel 2026, e diverse importanti società di ricerca hanno rivisto al rialzo le loro previsioni per il 2025, portandole intorno al 2,5%, dopo aver inizialmente avvertito di una crescita pari a zero o addirittura negativa. Alcuni economisti hanno pubblicamente riconosciuto che la professione ha interpretato erroneamente sia la resilienza del settore privato statunitense sia il reale impatto dello shock dei dazi, ammettendo che da gennaio in poi il consenso ha costantemente sbagliato sulla direzione dell'economia.

Il fattore più importante è che l'espansione americana non è dovuta all'ennesima ondata di spesa politica alimentata dal debito, bensì alla ripresa del settore privato, degli investimenti, del commercio e della produttività. In un mondo in cui la maggior parte dei governi dei Paesi sviluppati ha risposto a ogni problema con più spesa, più debito e più regolamentazione, la nuova strategia statunitense fa una differenza significativa, e i risultati sono di gran lunga migliori.


Inflazione sotto controllo

La deviazione più significativa dalla narrazione condivisa è arrivata dall'inflazione. Il consenso keynesiano, che non prevedeva alcun rischio di inflazione nel 2021 quando la spesa pubblica e l'offerta di moneta erano in forte aumento, all'inizio del 2025 avvertiva unanimemente che i dazi avrebbero spinto l'inflazione a nuovi massimi annuali, persino superiori ai picchi registrati durante la precedente amministrazione. Invece lo scorso novembre l'indice dei prezzi al consumo si attestava intorno al 2,7%, al di sotto delle precedenti aspettative del 3,0% e lontanissimo dallo scenario catastrofico del 6-7% prospettato al pubblico.

L'inflazione di base racconta la stessa storia. L'indice sottostante, escludendo alimentari ed energia, si attesta intorno al 2,6%, significativamente inferiore rispetto a settembre e ottobre 2024, quando gli stessi commentatori difendevano con entusiasmo il mix di spesa pubblica massiccia e rapidi tagli dei tassi da parte della FED nell'era Biden. Nei dodici mesi fino a novembre scorso l'indice generale è aumentato del 2,7%, dopo il 3,0% dei dodici mesi precedenti, e l'inflazione di base è cresciuta solo del 2,6%. Non vi è alcun segno di un'ondata inflazionistica indotta dai dazi sui prezzi aggregati, solo l'inerzia derivante dal debito e dalla spesa pubblica ereditati nel 2024.

Anzi, la traiettoria suggerisce che, con l'arrivo dei dati definitivi, in particolare per le componenti alimentari ed energetiche, l'indice dei prezzi al consumo riportato potrebbe risultare persino inferiore. Un'analisi indipendente stima un'inflazione del 2,5%.

La lezione è chiara: non sono mai stati i dazi a causare l'impennata dell'inflazione a livello mondiale, bensì una combinazione di espansione fiscale incontrollata e monetizzazione dei deficit da parte delle banche centrali. L'esperienza statunitense del 2025 lo ha dimostrato ancora una volta.


Deficit, debito e politica della disciplina

Mentre molte economie avanzate continuano a scivolare verso deficit sempre più elevati e un debito pubblico maggiore, gli Stati Uniti sono riusciti in un raro successo: combinare la crescita con i primi segnali di consolidamento fiscale. Il deficit federale si è ridotto di circa il 22%, passando da circa $2.070 miliardi a novembre 2024 a circa $1.600 miliardi un anno dopo, grazie a una combinazione di maggiori entrate fiscali e commerciali e tagli alla spesa. Misurato in percentuale del PIL, il deficit è sceso dal disastroso 7,1% ereditato dalla precedente amministrazione a un valore stimato del 5,9%. Considerando che quasi il 97% del bilancio 2025 era già stato speso quando l'amministrazione Trump si è insediata, a causa di precedenti decisioni di spesa e delle leggi di continuazione approvate nel 2024, la riduzione del deficit è ancora più lodevole.

La riduzione è stata accompagnata da un'importante riforma fiscale. Trump ha attuato il più grande taglio delle tasse degli ultimi decenni, portando il cuneo fiscale per le famiglie al di sotto del 30%, secondo le stime della Tax Foundation. Nella maggior parte delle economie OCSE, la linea di politica è stata opposta: tasse più elevate sul lavoro e sul capitale, giustificate dalle esigenze di entrate a breve termine ma negative per gli investimenti e la produttività.

Sul fronte della spesa, i numeri sono ancora più notevoli se si considera il punto di partenza. La nuova amministrazione ha ereditato un bilancio quasi interamente già definito. Le leggi di proroga e le decisioni precedenti avevano già bloccato circa il 97% della spesa federale. Tuttavia le uscite federali sono comunque diminuite del 5,6% nel primo trimestre del 2025 e del 5,3% nel secondo, con una spesa pubblica totale in calo del 3,1% nella prima metà dell'anno. Trump ha ordinato un taglio dell'8% della spesa federale per il 2026, segnalando che gli aggiustamenti fiscali sono una priorità politica fondamentale.

Anche le dinamiche del debito sono incoraggianti. La nuova amministrazione si è insediata con un debito federale di circa $36.220 miliardi e un'eredità di passività impegnate ma non finanziate pari al 100% del PIL e circa $1.500 miliardi di obbligazioni precedentemente approvate. Nonostante questa eredità negativa, il debito si è stabilizzato e si è leggermente ridotto a circa $36.210 miliardi, mentre il rapporto debito/PIL è diminuito da circa il 122% al 120%, secondo i dati della Federal Reserve e analisi indipendenti. Anche una modesta inversione di tendenza invia un messaggio forte.


Mercato del lavoro: i lavoratori autoctoni migliorano, mentre il settore pubblico e l'immigrazione si riducono

Il quadro del mercato del lavoro è forse l'aspetto meno compreso della ripresa economica statunitense. Il rapporto sull'occupazione dello scorso novembre mostra il miglior mese per l'occupazione nel settore privato dei cittadini statunitensi in termini assoluti e destagionalizzati dal 2015, con salari reali in aumento e un netto spostamento dai lavori pubblici e da quelli a bassa produttività, alimentati dall'immigrazione incontrollata. I salari reali settimanali sono aumentati di circa lo 0,8% su base annua, e i lavoratori appartenenti alle fasce di reddito medio-basse hanno registrato aumenti reali di circa l'1,4%. I salari reali netti, al netto delle imposte, stanno crescendo al ritmo più veloce degli ultimi anni.

Il tasso di disoccupazione si attesta al 4,6%, superiore a quello di Canada, Regno Unito, Francia, Italia e alla media dell'Eurozona.

Secondo i dati delle indagini sulle famiglie, l'occupazione dei cittadini autoctoni è aumentata da circa 130,6 milioni nel novembre 2024 a 133,3 milioni un anno dopo, con un incremento di circa 2,63 milioni di posti di lavoro. Nello stesso periodo l'occupazione degli stranieri è diminuita leggermente, di circa 21.000 unità, e l'occupazione totale nel settore pubblico è calata di 188.000 unità.

Questo cambiamento – un aumento dei posti di lavoro nel settore privato per i lavoratori autoctoni e una diminuzione dei posti di lavoro dipendenti dal settore pubblico e dall'immigrazione – rappresenta una differenza enorme rispetto a Canada, Regno Unito o alla maggior parte delle economie europee, dove l'aumento dell'occupazione include un consistente incremento di posti di lavoro nel settore pubblico e fortemente sovvenzionati. L'esperienza statunitense dimostra che una combinazione di deregolamentazione, tagli fiscali e un controllo più rigoroso delle buste paga pubbliche può comunque garantire posti di lavoro migliori e salari reali più elevati per i lavoratori nazionali.


Gli accordi commerciali si sono rivelati un successo

Le prove contraddicono l'idea che i dazi distruggerebbero la posizione degli Stati Uniti nel commercio mondiale. La precedente amministrazione ha lasciato dietro di sé un enorme deficit commerciale: circa $79,8 miliardi a novembre 2024, destagionalizzato, secondo il Bureau of Economic Analysis. A settembre 2025 tale deficit si era ridotto a circa $52,8 miliardi, con una diminuzione di circa un terzo rispetto all'anno precedente.

La combinazione di dazi mirati, accordi commerciali rinegoziati e una più chiara difesa dell'industria nazionale ha migliorato i flussi commerciali senza innescare l'esplosione inflazionistica che molti avevano previsto.


Altri miglioramenti importanti

L'amministrazione Trump ha agito con decisione su diversi fronti: vietando le valute digitali delle banche centrali, revocando le restrizioni normative e alla libertà di parola imposte dal movimento “woke”, riformando il sistema sanitario e impegnandosi ad abrogare dieci regolamenti per ogni nuovo regolamento approvato. In politica estera, Washington ha spinto per un accordo di pace a Gaza, per un percorso più realistico verso una soluzione in Ucraina basato su pressioni e sanzioni contro la Russia, e per un maggiore sostegno al ritorno alla democrazia in Paesi come il Venezuela.

Il messaggio per i conservatori e i centristi in Europa e in America Latina è chiaro: se si vogliono crescita, posti di lavoro e inflazione più bassa, non si può semplicemente replicare il modello burocratico, ad alta tassazione e ad alta regolamentazione che ha lasciato gran parte del mondo sviluppato in una stagnazione secolare. Trump forse non corrisponde alla definizione tradizionale di “liberale classico”, ma i risultati del suo primo anno  e mezzo di mandato dimostrano cosa può realizzare un governo conservatore veramente riformista.

Per molti esponenti della politica internazionale, la scomoda realtà è che gli Stati Uniti hanno mantenuto le promesse fatte da altri: una crescita più robusta, un'inflazione controllata, un deficit più contenuto, un mercato del lavoro più favorevole per i lavoratori nazionali e una stabilizzazione iniziale del debito. Tutto ciò non è stato ottenuto espandendo lo Stato e sopprimendo i segnali di prezzo, bensì tagliando le tasse, riducendo la spesa pubblica, deregolamentando e confidando nella capacità del settore privato di reagire.

Altre economie avanzate hanno scelto una strategia diversa: più burocrazia, maggiore spesa pubblica e programmi ambiziosi in materia di clima e società, finanziati con debito e tasse, e ora si trovano in una situazione di stagnazione e recessione del settore privato, senza contare poi i prezzi sfavorevoli dell'energia.

Un anno e mezzo del nuovo mandato di Trump non garantisce il successo futuro e i rischi permangono – dagli shock mondiali agli errori delle banche centrali – ma offre già una sfida empirica alle raccomandazioni del consenso keynesiano. Se gli Stati Uniti avessero seguito le proposte del consenso in materia di emissioni zero, grande interventismo statale e tassazione elevata, ora si troverebbero in una situazione fiscale e di crescita disastrosa e l'inflazione sarebbe molto più alta, come dimostra il Regno Unito.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 8 luglio 2026

Il declino della moneta fiat nelle nazioni sviluppate

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-declino-della-moneta-fiat-nelle)

I governi presumono di poter stampare tutta la moneta che vogliono e che verrà accettata con la forza. Tuttavia la storia delle valute fiat è sempre la stessa: prima i governi superano i limiti di credito, poi ignorano tutti i segnali di allarme e infine assistono al crollo della valuta.

Oggi assistiamo in tempo reale al declino delle valute fiat nelle economie sviluppate. Il sistema di riserva mondiale si sta lentamente ma inesorabilmente diversificando, allontanandosi da un ancoraggio basato esclusivamente sulle valute scoperte per orientarsi verso uno misto in cui l'oro gioca un ruolo dominante.

I dati COFER dell'FMI mostrano che, sebbene il dollaro continui a dominare, la sua quota di riserve dichiarate è scesa verso il 50%. L'oro ha superato il dollaro e l'euro come principale bene rifugio delle banche centrali per la prima volta in 40 anni.

C'è una ragione per questo cambiamento storico: le economie sviluppate hanno superato tutti i loro limiti di indebitamento.

Il debito pubblico è costituito da emissioni di valuta e la credibilità delle nazioni sviluppate come emittenti sta rapidamente svanendo. Tutto è iniziato quando la BCE, la FED e le principali banche centrali mondiali hanno fatto registrare ingenti perdite. I loro attivi generavano rendimenti negativi, mentre l'inflazione e i problemi di solvibilità diventavano evidenti. Gli economisti e i governi tradizionali hanno minimizzato queste perdite, considerandole insignificanti, eppure esse dimostravano l'estremo rischio associato agli acquisti di asset effettuati negli anni precedenti.

L'inflazione è una forma di default graduale sugli obblighi emessi, e le banche centrali stanno evitando il debito dei Paesi sviluppati perché prevedono un deterioramento delle prospettive fiscali e inflazionistiche. Il debito sovrano non è più un bene di riserva.

Il debito pubblico mondiale ha raggiunto circa $102.000 miliardi, un nuovo record storico, ben al di sopra dei livelli pre-pandemia e vicino ai picchi toccati durante la più aggressiva espansione monetaria. Il debito sovrano ha alimentato questa crescita fenomenale, con Paesi come la Francia e gli Stati Uniti che hanno fatto registrare enormi deficit annuali anche in periodi non di crisi. La politica economica statunitense, nota come “Bidenomics”, è stata la prova più evidente di una politica fiscale imprudente, con deficit record e un aumento della spesa di oltre $2.000 miliardi in un periodo di forte ripresa economica.

Come si è verificata questa perdita di fiducia? Le nazioni con una forte sovranità monetaria non hanno una capacità illimitata di emettere valuta e debito; hanno dei limiti ben precisi che, una volta superati, generano un'immediata perdita di fiducia a livello mondiale. Le economie sviluppate hanno oltrepassato questi tre limiti, soprattutto a partire dal 2021:

• Il limite economico viene raggiunto quando un debito sempre più elevato porta a una diminuzione della crescita marginale. La spesa pubblica ha gonfiato il PIL, ma la produttività è stagnante e i salari reali netti sono invariati o in calo.

• Il limite fiscale deriva dallo spiazzamento degli investimenti produttivi da parte degli oneri finanziari e della spesa per i servizi sociali. Nonostante la repressione finanziaria, i bassi tassi di interesse e gli stimoli monetari, gli oneri finanziari assorbono quote sempre maggiori dei bilanci dei Paesi sviluppati, rendendo più oneroso il finanziamento degli obblighi pubblici, anche se l'indice dei prezzi al consumo annuo si modera.

• Il limite inflazionistico viene raggiunto quando il ripetuto finanziamento monetario della spesa pubblica erode la fiducia nel potere d'acquisto della moneta fiduciaria e l'inflazione cumulativa supera i salari reali, creando una crisi di accessibilità economica.

La recente combinazione di elevato debito nominale, aumento degli oneri finanziari e deficit fiscali strutturali nelle principali economie avanzate dimostra il superamento di ogni limite.

Le banche centrali comprendono la natura della moneta fiat e sanno che il debito sovrano non rappresenta più l'asset sicuro in grado di garantire stabilità e rendimenti economici reali, pertanto hanno reagito con un'ondata senza precedenti di acquisti d'oro. Gli acquisti ufficiali netti hanno superato le 1.100 tonnellate nel 2022 e si sono mantenuti al di sopra delle 1.000 tonnellate sia nel 2023 che nel 2024, più del doppio della media annua registrata tra il 2010 e il 2021. Nel 2024 le banche centrali hanno acquistato ufficialmente 1.045 tonnellate d'oro, segnando il terzo anno consecutivo al di sopra delle 1.000 tonnellate e prolungando una serie di 15 anni di aumenti netti. Tuttavia si stima che gli acquisti non ufficiali siano significativamente maggiori. I sondaggi mostrano che circa un terzo delle banche centrali prevede di aumentare le proprie riserve auree nei prossimi anni e oltre quattro quinti si aspettano che le riserve auree ufficiali mondiali continuino a crescere a causa delle preoccupazioni per l'inflazione persistente, la stabilità finanziaria e i problemi di solvibilità.

La domanda record di oro è una risposta diretta alla mancanza di fiducia nella sostenibilità delle passività in valuta fiat emesse da stati eccessivamente indebitati. L'oro non presenta rischi di default e non è soggetto al controllo delle banche centrali, il che lo rende un investimento adatto quando le stesse banche centrali dubitano della credibilità a lungo termine delle valute dei grandi Paesi.

Molti gestori di riserve ritengono che il modo in cui i governi aumentano massicciamente l'offerta di moneta durante le crisi, unitamente al lento ritorno alle politiche normali, implichi che l'inflazione e il controllo finanziario siano ormai componenti permanenti del sistema, anziché semplici soluzioni temporanee; pertanto l'acquisto di riserve auree rappresenta una sorta di polizza assicurativa contro la graduale tassazione dei risparmiatori attraverso rendimenti reali negativi e inflazione.

Un simile esito non significa un imminente crollo del dollaro, né un processo di “de-dollarizzazione”, bensì un'indiscutibile perdita di fiducia nelle valute fiat in generale, dall'euro e dalla sterlina allo yen e al dollaro stesso. Quest'ultimo, però, rimane la valuta fiat dominante, rappresentando l'89% delle transazioni mondiali e detenendo il 57% delle riserve mondiali.

Investitori e banche centrali si stanno orientando verso un ordine di riserva ibrido in cui le valute fiat coesistono con un'allocazione strutturalmente più elevata nei confronti dell'oro, ma anche con un utilizzo crescente di crittovalute decentralizzate.

Alcune banche centrali sono nel panico. La BCE mira a imporre l'uso dell'euro attraverso l'introduzione di una valuta digitale emessa dalla banca centrale, ma questo approccio errato riflette sia la disperazione che il desiderio di controllo. La FED e il governo statunitense stanno incentivando le stablecoin coperte da titoli del Tesoro come mezzo per stimolare la domanda di dollari. È un'idea migliore rispetto all'imposizione e alla repressione, soprattutto considerando che il governo statunitense è concentrato sulla riduzione del deficit e del debito. Tuttavia se il governo statunitense non accelera le misure per ridurre il debito attraverso politiche di crescita e tagli alla spesa, la fiducia nella sua valuta potrebbe indebolirsi rapidamente.

Nessun governo nelle economie avanzate vuole tagliare la spesa pubblica, fatta eccezione per l'amministrazione statunitense, che lo sta facendo con moderazione. Con economie che si trovano ad affrontare rapporti debito pubblico/PIL superiori al 100%, persistenti disavanzi primari e resistenza politica a seri tagli alla spesa, è probabile che chi emette valuta fiat rimanga intrappolato oltre i limiti economici, fiscali e inflazionistici.

Stiamo vivendo un cambiamento monetario storico che avrà implicazioni a lungo termine. Le banche centrali di tutto il mondo hanno smesso di credere alle promesse sulla carta e richiedono moneta reale. La prima nazione ad adottare politiche monetarie e fiscali solide vincerà... le altre perderanno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 29 aprile 2026

Da risorsa a passività: lo Stretto di Hormuz è ora il punto debole più grande dell'Iran

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/da-risorsa-a-passivita-lo-stretto)

Per mezzo secolo lo Stretto di Hormuz è stato l'arma dell'Iran; oggi è il suo cappio. I principi matematici dell'energia si sono capovolti e con essi l'equilibrio del potere coercitivo nel Golfo Persico.

La strategia di deterrenza implicita dell'Iran era di natura geografica e si estendeva dalle guerre alle petroliere negli anni '80 alle tensioni legate alle sanzioni negli anni 2010. Quasi il 20% del petrolio trasportato via mare a livello mondiale, e una quota simile di gas naturale liquefatto, transita attraverso lo Stretto. La formula era semplice: qualsiasi confronto militare che minacciasse il regime di Teheran rischiava di provocare una chiusura che avrebbe bloccato gli scambi commerciali, fatto impennare i prezzi del greggio, danneggiato i consumatori occidentali e, soprattutto, inflitto gravi danni agli Stati Uniti, che erano il maggiore importatore di petrolio al mondo.

Lo Stretto fungeva da polizza assicurativa per Teheran e da suo più potente strumento di negoziazione. La minaccia si basava sulla convinzione del regime di poter bloccare chiunque tranne le proprie esportazioni. Il regime iraniano ha rivelato la sua più grande debolezza minacciando costantemente di danneggiare l'economia mondiale attraverso la chiusura dello Stretto. In realtà una chiusura totale avrebbe l'impatto più grave sull'Iran.

Quasi il 90% delle esportazioni di petrolio greggio dell'Iran e circa l'80% delle sue esportazioni totali dipendono dal transito attraverso lo Stretto di Hormuz. Circa il 25% del PIL iraniano e il 60% delle entrate statali dipendono completamente dalla navigabilità dello Stretto.

Prima della guerra l'Iran esportava circa 1,7 milioni di barili al giorno, ricavando circa $160 milioni al giorno dalle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz. Pertanto la chiusura totale dello Stretto voluta da Trump costa a Teheran centinaia di milioni di dollari al giorno in perdite, senza contare le ulteriori conseguenze fiscali e monetarie in un Paese già alle prese con una catastrofe economica, con un'inflazione del 40-50%. La completa dipendenza dallo Stretto di Hormuz aggrava ulteriormente la situazione: il 95% del petrolio greggio iraniano trasportato via mare viene venduto a un unico acquirente, la Cina. Teheran non vende in un mercato aperto e diversificato. Le sue esportazioni sono destinate a un monopsonio che impone forti sconti, tra i $10 e gli $11 al barile.

Queste debolezze erano evidenti ben prima della guerra. La fuga di capitali ha raggiunto i $15 miliardi solo nella prima metà del 2025; il rial è crollato rispetto al dollaro e il bilancio governativo, che destina il 51% delle entrate petrolifere al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, è diventato ancor più dipendente da un'unica rotta di esportazione che non può permettersi di chiudere. Allo scoppio della guerra le spedizioni di greggio iraniano sono crollate del 94%. Successivamente la decisione degli Stati Uniti di bloccare tutte le navi mercantili iraniane adibite all'esportazione ha dimostrato che il punto di strozzatura dell'Iran si è trasformato in un vero e proprio soffocamento.

Negli ultimi 30 giorni l'80% dei volumi essenziali che transitavano attraverso lo Stretto è stato reindirizzato, o compensato, da altri produttori di petrolio, comprese le esportazioni record degli Stati Uniti.

Il mondo è molto diverso da come lo immaginava il regime iraniano. Nel 2025 la produzione statunitense di petrolio greggio ha raggiunto un nuovo record annuale di 13,6 milioni di barili al giorno, rendendo gli Stati Uniti il ​​più grande produttore al mondo, ma anche il maggiore esportatore. Nel marzo 2026 gli Stati Uniti hanno esportato 5,2 milioni di barili al giorno di greggio e 7,2 milioni di barili al giorno di prodotti petroliferi, entrambi record mondiali. Per la prima volta l'America ha esportato più petrolio di quanto ne abbia importato, con un margine netto di quasi 2,8 milioni di barili al giorno, secondo l'EIA. La produzione totale di idrocarburi liquidi negli Stati Uniti supera ora quella di Arabia Saudita e Russia messe insieme. Per quanto riguarda il gas naturale, le esportazioni statunitensi di GNL hanno raggiunto ben oltre 15 miliardi di piedi cubi al giorno, superando Qatar e Australia, e rendendo gli Stati Uniti il ​​più grande esportatore mondiale di gas naturale liquefatto, mentre la produzione statunitense di gas secco supera la produzione combinata di Russia, Iran e Cina. Inoltre gli Stati Uniti sono anche il maggiore produttore mondiale di energia elettrica nucleare, con circa il 30% della produzione mondiale, e leader mondiali nel settore delle energie rinnovabili.

Quando questo mese il presidente Trump ha potuto affermare che gli Stati Uniti stavano “liberando lo Stretto di Hormuz per fare un favore a Paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea e Germania”, la sua dichiarazione descriveva accuratamente chi aveva bisogno dell'apertura dello Stretto di Hormuz e chi no. Secondo SP Global, solo il 4% del traffico attraverso lo Stretto è diretto verso gli Stati Uniti.

Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, il traffico di petrolio nello stretto di Hormuz è crollato dalla sua media di lungo periodo di circa 20 milioni di barili al giorno a 3,8 milioni dall'inizio della guerra fino alla seconda settimana di aprile. I transiti navali giornalieri sono diminuiti di circa il 95%. Il regime di Teheran, con un gesto più teatrale che realistico, ha tentato di imporre un pedaggio di $2 milioni a ogni nave che attraversava lo Stretto, senza comprendere che tale mossa dimostrava disperazione anziché potere negoziale.

La risposta degli Stati Uniti è stata la misura più importante adottata contro l'Iran in due decenni di scontri. L'operazione Economic Fury ha imposto un blocco navale totale dei porti iraniani. Le perdite navali iraniane nei primi 38 giorni di combattimenti hanno superato le 150 unità. L'accordo di cessate il fuoco in fase di negoziazione prevede che l'Iran riapra Hormuz, ma gli Stati Uniti ne mantengono il controllo. Pertanto i negoziati vertono sullo smantellamento dell'Iran, non sulle concessioni americane.

La lezione non è solo che l'Iran ha commesso un errore di valutazione, ma che ha sottovalutato enormemente le proprie evidenti debolezze. Gli Stati Uniti non sono ostaggi del Golfo; sono la garanzia della sicurezza delle loro rotte marittime. L'Europa è legata al GNL statunitense, pur mantenendo una sostanziale dipendenza dalla Russia, il che complica la sua sicurezza energetica e la rende vulnerabile alle fluttuazioni di offerta e prezzo provenienti da entrambe le fonti. Le principali economie asiatiche, in particolare la Cina, stanno subendo il costo marginale di un'interruzione di Hormuz, cosa che ha portato a un aumento dei prezzi dell'energia e a incertezze nelle catene di approvvigionamento, aggravando ulteriormente le loro difficoltà economiche. L'incubo economico per l'Iran è appena iniziato.

Occorre prendere in considerazione tre fattori importanti. In primo luogo, il premio di rischio per il Brent, cosa che si riferisce al costo aggiuntivo imposto ai prezzi del petrolio a causa delle tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz; esso è strutturalmente inferiore rispetto agli anni 2010 perché l'offerta statunitense può assorbire shock che in precedenza non avevano alternative. Il prezzo del Brent è inferiore, sia in termini reali che nominali, rispetto ai picchi del 2008, 2018 e 2022. In secondo luogo, la forza del settore energetico americano, inclusi l'economia, le infrastrutture per l'esportazione e la capacità di GNL, è diventata una variabile geopolitica chiave, la quale influenza i prezzi mondiali dell'energia e le decisioni strategiche di altre nazioni. In terzo luogo, l'economia iraniana non solo ha subito danni, ma è stata letteralmente distrutta, e la sua posizione fiscale estremamente debole indica che non può sostenere la minaccia rappresentata nello Stretto di Hormuz.

Quest'ultimo rimane il punto strategico più importante al mondo. Tuttavia un punto strategico danneggia chi ne dipende maggiormente, e l'Iran ne dipende completamente... gli Stati Uniti no. Il vantaggio geopolitico che Teheran deteneva un tempo è ora diventato la sua più grande debolezza, il che probabilmente porterà alla scomparsa dell'effettivo potere negoziale del regime.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 28 aprile 2026

Mises, Rothbard e la teoria libertaria della guerra giusta

Il mercato del petrolio è diventato negli ultimi anni un coacervo di grande volatilità, con una media mobile a 5 anni del suo rapporto prezzo/range che supera il 7% su base settimanale, un valore superiore addirittura a quello di Bitcoin. Dovrebbe essere il mercato più noioso del pianeta, dato che tutti ne dipendono, e invece è quello più nervoso del pianeta. Sembra quasi diventato una penny stock... Inutile dire che se è diventato un trend, allora aignifica che qualcuno ne sta traendo profitto; qualcuno collabora con altri per crearla questa volatilità. Essa è nemica della certezza. In alcuni casi frena gli investimenti e in altri li dirotta verso investimenti meno redditizi: energia eolica, solare, ecc. Se vogliamo un mondo in cui l'incertezza può essere ridotta al minimo, lo scopo essenziale dell'azione umana, allora bisogna accettare che a volte è necessario rivendicarlo questo mondo... anche insistentemente. Nessuno ve lo consegnerà su un piatto d'argento, anzi chi trae profitto dal caos vi venderà una versione edulcorata della realtà affinché possa continuare a conservare un tale assetto della società. Sebbene il background misesiano parli generalmente di incentivi, è bene ricordare che gli esseri umani hanno anche l'incentivo a gerarchizzare la società e nascondere le proprie azioni affinché possano applicare quell'atavica pulsione: ovvero, vivere al massimo col minimo sforzo. Ecco perché il SOFR è stato l'inizio di questa guerra. Per generazioni gli investitori sono stati ricattati da persone malvagie affinché accettassero questa mancanza di certezze sugli investimenti, per assecondare il cinismo o una mancanza di fiducia nell'umanità. Questa è la verità e tutto riconduce all'intersezione tra la vendita di una narrativa e il colpire le persone disperate nel loro punto debole... il portafoglio. In definitiva, i prezzi del petrolio tenderanno a scendere perché i fondamentali sono ribassisti soprattutto, perché questo sistema di controllo dei prezzi sta venendo distrutto dall'amministrazione Trump. Sta smantellando il controllo di Londra sui flussi petroliferi attraverso l'applicazione studiata di dollari, materie prime e power politics. Trump ora ha la mano sul rubinetto globale del petrolio e può regolarne la volatilità. Gli Stati Uniti ora sono coloro che ne determinano i prezzi a livello mondiale, che vi piaccia o no.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/mises-rothbard-e-la-teoria-libertaria)

Stati Uniti e Israele ancora oggi sono in guerra contro l'Iran. Il conflitto è iniziato il 28 febbraio con i bombardamenti a sorpresa che hanno ucciso la Guida Suprema, Ali Khamenei, e altri alti funzionari. Da allora gli attacchi alle infrastrutture sono proseguiti, causando gravi interruzioni dei servizi essenziali e un'escalation delle tensioni nella regione. Di conseguenza l'Iran ha attaccato obiettivi nei Paesi del Golfo e ha rafforzato il suo controllo sullo Stretto di Hormuz.

Il conflitto ha danneggiato l'economia in tutto il mondo, alimentando l'inflazione e i timori di interruzioni delle catene di approvvigionamento.

La guerra è spesso considerata un modo per proteggere Israele, le nazioni del Golfo e, in ultima analisi, gli Stati Uniti da una brutale dittatura teocratica che mirava a costruire armi nucleari ed era il principale finanziatore del terrorismo mondiale. Tuttavia esiste una domanda comune tra i libertari: le idee libertarie supportano l'invio di truppe in altri Paesi per fermare la tirannia?

Ludwig von Mises, scrivendo durante la lotta contro la Germania nazista, sostenne un rapido intervento militare. Nel suo libro, Omnipotent Government: The Rise of of the Absolute State and Total War (1944), Mises affermò che statalismo, socialismo e autarchia conducono al controllo assoluto da parte dello stato, cosa che a sua volta sfocia inevitabilmente nella violenza. Il nazismo non fu un'anomalia, ma l'inevitabile conseguenza di tali linee di politica, e il compromesso era irraggiungibile. Mises sostenne che il nazismo non era solo un problema tedesco, ma anche una minaccia per le civiltà occidentali. Il lettore può notare forti parallelismi tra il regime iraniano e i suoi legami politici e terroristici con altri regimi totalitari, così come le sue politiche di “morte all'America”, “annientamento di Israele” e le sue intenzioni espansionistiche nei confronti delle nazioni sunnite.

Mises riteneva che, se il nazismo non fosse stato distrutto, il risultato sarebbe stato un'espansione del totalitarismo, cosa che avrebbe ridotto le persone a “schiavi in ​​una società governata dai nazisti”, dove l'individuo non avrebbe avuto alcun diritto.

“La realtà del nazismo pone a tutti un'alternativa: distruggerlo, o rinunciare all'autodeterminazione, ovvero alla libertà e alla stessa esistenza come esseri umani. Se si cede, saremo schiavi in un mondo dominato dai nazisti”. Mises esortò gli Alleati a “combattere disperatamente fino a quando il potere nazista non sarà completamente annientato”.

Mises era chiaramente contrario alla neutralità, dato che affermava: “Nella situazione attuale la neutralità equivale a sostenere il nazismo”, sottolineando che una vittoria decisiva, o la sconfitta definitiva del nazismo, erano le uniche vie per ristabilire la pace e l'ordine liberale. Solo dopo la “totale distruzione del nazismo” si sarebbe potuta iniziare a costruire una società libera. Si può sostenere che Mises credesse che il governo avesse un ruolo nella protezione della civiltà dal totalitarismo.

Nel 2026 un seguace di Mises direbbe che il totalitarismo teocratico del regime iraniano, che include l'espansione della sua influenza e del suo potere a livello mondiale, la repressione del dissenso, le guerre per procura e la ricerca di armi nucleari per distruggere Israele, è simile allo statalismo nazista. Il mondo libero potrebbe ricorrere ad attacchi per distruggere la potenza militare e la leadership del regime iraniano al fine di proteggersi ed evitare una guerra più ampia nella regione o a livello mondiale. Se tutti avessero collaborato per fermare Hitler prima, la Seconda guerra mondiale forse non sarebbe scoppiata. Oggi l'uso della forza contro Teheran potrebbe potenzialmente fermare un olocausto nucleare, il terrorismo sciita, l'espansione totalitaria, o il massacro di manifestanti civili iraniani.

Murray Rothbard non condivideva questa tesi. Riteneva che tutte le guerre combattute dallo stato fossero sbagliate, a prescindere da chi fosse il nemico. Rothbard scrisse del principio di non aggressione nei suoi articoli, “Guerra, pace e lo Stato”, e nella sua più ampia teoria libertaria del conflitto. La violenza, affermava, è accettabile solo per la protezione degli individui da specifici criminali, e non contro individui innocenti o attraverso la coercizione statale. “È accettabile usare la violenza contro i criminali per proteggere il proprio diritto alla vita e alla proprietà; tuttavia è assolutamente inaccettabile violare i diritti di individui innocenti”.

Rothbard affermava che i Paesi non possono combattere guerre giuste perché si finanziano con le tasse e finanziano le proprie forze armate con la coscrizione obbligatoria. Ricordava inoltre che le armi moderne sono così letali da uccidere sempre anche i civili. Persino una guerra “difensiva” contro la tirannia conferisce al Paese coinvolto maggiore potere in patria. “La guerra è la salute dello Stato. La vera libertà dalla tirannia deve venire dagli oppressi che si ribellano ai loro oppressori, non da forze esterne che si limitano a insediare un nuovo governante”. Rothbard probabilmente definirebbe gli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele in Iran “espansione statale aggressiva”, a prescindere dal grado di autoritarismo di quello stato. Potrebbe sostenere che le guerre in Medio Oriente sembrano non finire mai, a supporto della sua tesi secondo cui la “liberazione” straniera porta sempre a una maggiore oppressione in patria.

Ci sono importanti elementi aggiuntivi da considerare nel dibattito. Le proteste in Iran del 2025 e del 2026 hanno dimostrato che era quasi impossibile rovesciare il governo dall'interno, come evidenziato dalla forte repressione governativa del dissenso e dalla mancanza di movimenti di opposizione efficaci in grado di sfidarne l'autorità. Alla fine di dicembre 2025 le proteste contro la crisi economica si sono trasformate rapidamente in richieste di cambio di regime in tutto il Paese. Le forze di sicurezza hanno ucciso decine di migliaia di persone nel gennaio 2026. Il governo iraniano ha interrotto la connessione Internet in tutto il Paese, ha arrestato oltre 50.000 cittadini, torturato e fatto sparire migliaia di persone e accelerato le esecuzioni. Questa brutale repressione, una delle più sanguinose della storia moderna, potrebbe sollevare dubbi sulla tesi di Rothbard. Quando un regime totalitario ha il controllo completo delle proprie forze di sicurezza ed è disposto a uccidere il proprio popolo, una rivoluzione interna, pacifica, o persino armata, diventa praticamente impossibile. Se il regime persegue politiche espansionistiche e finanzia il terrorismo e i regimi totalitari altrove, la situazione può diventare ancora più problematica, poiché tali azioni possono portare a una maggiore instabilità internazionale e al potenziale per conflitti esterni che distolgono l'attenzione dal dissenso interno.

Questa divisione di idee esemplifica la teoria libertaria della guerra giusta. Il principio di non aggressione riprende i vecchi concetti di guerra giusta – giusta causa, giusto obiettivo, ultima risorsa, proporzionalità e discriminazione – e li migliora. Si può attaccare solo chi rappresenta una reale minaccia aggressiva.

Entrambe le prospettive possono essere rilevanti nel contesto della guerra contro l'Iran e le opinioni possono variare a seconda della percezione personale della minaccia rappresentata dal regime iraniano. Il realismo di Mises può essere utilizzato per evidenziare l'aggressività del regime, le minacce a Israele e agli Stati Uniti, e l'uso del terrorismo e delle milizie per procura per giustificare attacchi mirati al minor numero possibile di vittime civili. I critici, seguendo Rothbard, potrebbero sostenere che la campagna viola i principi della guerra giusta perché fa uso della forza statale.

Il regime iraniano rappresenta una minaccia per la sicurezza mondiale e nazionale, o è solo un'altra autocrazia come tante altre nel mondo? La differenza di percezione sulla guerra probabilmente si riduce a questa domanda. Riflettiamo se riteniamo che le azioni del regime iraniano, sia all'interno che all'esterno del Paese, costituiscano una minaccia mondiale, o siano irrilevanti. Credo che possiamo tutti concordare sul fatto che il regime iraniano si distingua significativamente dalle altre dittature. È innegabile che il regime iraniano persegua una politica di annientamento di Israele, affermi che “la morte all'America non è uno slogan, ma una linea di politica” e sia coinvolto in attività terroristiche e nel finanziamento di dittature dall'America Latina al Libano. La domanda, quindi, è: quali azioni dovrebbero essere intraprese in risposta? La risposta dipenderà dalla visione che ciascuno ha della portata della minaccia mondiale che il regime iraniano rappresenta.

La guerra in Iran sta suscitando numerosi dibattiti tra i libertari, dimostrando che il libertarismo non è una setta che impone un pensiero unitario. Ciò che conta, in definitiva, è che l'indipendenza di pensiero e il libero arbitrio rimangano principi cardine del dibattito.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 19 marzo 2026

La Banca Centrale Europea accelera sull'euro digitale

Mi è capitato di leggere un pezzo interessante su Bitcoin di recente firmato da Hugh Hendry. Non credo valesse la pena tradurlo sinceramente, dato che presenta un solo punto intrigante e che aggiunge qualcosa di concreto al dibattito pubblico: il problema della “durezza”. Vedete, dal punto di vista oggettivo/tecnologico Bitcoin è una macchina da guerra a dir poco perfetta. E su questo non ci piove. Il “guaio” arriva quando si analizza la componente soggettiva e lì la durezza oggettiva/tecnologica può iniziare a creparsi. Secondo l'autore i cicli di Bitcoin stanno cambiando forma, cercando di formare la durezza nello spirito e nelle preferenze soggettive di coloro che si interfacciano con esso. In questo senso, egli continua, Bitcoin non esiste per sostituire la moneta fiat, ma come un “oggetto duro” provocatorio in un mondo monetario elastico. La moneta fiat ha successo perché bara: rinviando nel tempo il dolore economico, socializzando le perdite e piegando le regole. La moneta fiat guadagna tempo durante il trauma, ma crea un'inflazione a catena che grava in modo sproporzionato su chi ha meno risorse, premiando al contempo la mobilità del capitale. Bitcoin ricrea la caratteristica principale dell'oro: scarsità non discrezionale e priva di rischio in forma digitale. A differenza dell'oro (che reagisce al prezzo tramite nuova offerta), il limite di 21 milioni di bitcoin è imposto meccanicamente dal codice informatico e dal tempo, immune quindi a incentivi esterni. Questo lo rende un potenziale ancoraggio per la valuta fiat, ovvero una garanzia collaterale per l'espansione del credito, se raggiunge un valore di mercato simile a quello dell'oro (circa $45.000 miliardi contro i ~$1.000 miliardi di Bitcoin). Secondo Hendry, però, il vero rischio non risiede nella matematica (la crittografia a 256 bit rimane robusta contro gli attacchi classici), ma nel coordinamento umano: governance, minacce quantistiche che richiedono aggiornamenti del consenso e temperamento dei detentori durante i violenti ribassi. I mercati fissano il prezzo del divario di Bitcoin rispetto all'oro non in base a dubbi sulla scarsità, ma all'incertezza sulla capacità degli esseri umani di sopportare il suo processo rigido e psicologicamente impegnativo senza capitolare. Bitcoin mette alla prova la resistenza umana più del codice informatico: il suo valore dipende da chi lo detiene e per quanto tempo. La sua conclusione: il difetto di Bitcoin, se ne ha uno, non è tecnologico ma è una rivelazione. Mostra il futuro troppo presto e troppo chiaramente. Un milione di dollari a unità non è una vaga speranza, è un'immagine vivida. Il nostro cervello non è progettato per mantenere stabile quella visione attraverso una violenta volatilità. Non siamo programmati per perdere denaro sapendo, con insopportabile chiarezza, che la pazienza alla fine ci renderà ricchi. Questa contraddizione frigge il sistema nervoso. Così il prezzo scende, chi è entrato da poco va nel panico e la fiducia evapora a contatto con lo stress. Bitcoin non sta fallendo, bensì gli esseri umani: creature ingenue, fantasiose e isteriche che possono intravedere il futuro ma non possono sopravvivere emotivamente al percorso per arrivarci. L'asset non si rompe, chi lo detiene sì. Questo è anche il motivo per cui saremo sostituiti dalle macchine: non perché siano più intelligenti, anche se lo sono, ma perché possono tollerare la certezza senza emozioni. Non si tirano indietro di fronte ai ribassi, non cercano sollievo: semplicemente eseguono. Bitcoin è stato concepito fin dall'inizio come un oggetto per rivelare piuttosto che come uno strumento. Questa concezione ha attirato devozione e la devozione ha reso il percorso più difficile del necessario: avere ragione troppo presto è esattamente come avere torto. Una convinzione mantenuta senza sollievo si trasforma in capitolazione. Ciò che conta ora non è la fiducia, ma la perseveranza. Bitcoin non promette comodità, non promette giustizia, non promette di salvare nessuno. Offre una sola cosa: un insieme di regole che non si piegano al prezzo, alla politica, o alla persuasione. Il valore di tutto ciò dipende interamente da chi lo detiene e perché. La matematica reggerà abbastanza a lungo; la domanda è sempre stata se noi faremo altrettanto.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-banca-centrale-europea-accelera)

Molti operatori di mercato hanno costruito posizioni lunghe su asset denominati in euro, aspettandosi un esito positivo dal piano di stimolo tedesco e dai progetti Rearm Europe. Tuttavia scommettere su un euro più forte potrebbe essere ottimistico, considerando gli scarsi risultati di questi piani governativi, le crescenti sfide fiscali della Francia e di altre nazioni, l'elevato debito e le enormi passività non finanziate, nonché l'imminente implementazione di una valuta digitale della banca centrale. Negli Stati Uniti vi sono indubbi problemi fiscali e di deficit, ma la posizione relativa rispetto all'euro è innegabilmente più forte considerando tutti i fattori precedentemente menzionati.

La Banca Centrale Europea ha accelerato il suo piano per un euro digitale e ha di recente incaricato le principali aziende tecnologiche globali di crearne l'architettura. Tuttavia le banche europee sono giustamente preoccupate, poiché una valuta digitale della banca centrale comporta significativi rischi per la privacy e una grave erosione della capacità del settore bancario di erogare prestiti e di operare in modo adeguato.

Le valute digitali delle banche centrali (CBDC) possono essere uno strumento pericoloso dati i potenziali rischi che pongono alla privacy, alla stabilità finanziaria e alla concentrazione del potere monetario. Negli Stati Uniti l'amministrazione Trump ha emesso un ordine esecutivo che vieta l'uso di questi strumenti, etichettandoli come “tirannia monetaria”.

Una CBDC non è la stessa cosa di una moneta elettronica. Un euro digitale conferirebbe alla banca centrale capacità di sorveglianza senza precedenti. A differenza degli attuali pagamenti elettronici, una valuta digitale della banca centrale offre alle autorità monetarie accesso completo e diretto a ogni transazione e conto di risparmio, eliminando la privacy finanziaria dei cittadini. Ciò potrebbe consentire il monitoraggio, il controllo, o persino la penalizzazione di comportamenti finanziari che le autorità centrali potrebbero considerare indesiderati. Inoltre una CBDC eliminerebbe gli attuali limiti del sistema finanziario che impediscono un'eccessiva stampa di moneta. Aggirare le banche commerciali e i meccanismi di credito consente alle banche centrali di aumentare istantaneamente l'offerta di moneta e finanziare la spesa pubblica, erodendo i tradizionali controlli di bilancio. L'esclusione delle banche commerciali dal meccanismo di trasmissione del sistema monetario destabilizza la creazione di credito e aumenta il rischio di spiazzamento del settore privato.

Le principali argomentazioni a favore di un euro digitale, come l'efficienza e il miglioramento della trasmissione della politica monetaria, non resistono all'analisi approfondita. Nessuno di questi benefici richiede una valuta centralizzata, tanto meno un monopolio monetario controllato da una banca centrale. Se questi fossero i veri obiettivi, i policymaker incoraggerebbero una maggiore decentralizzazione e concorrenza anziché una maggiore pianificazione centralizzata. L'obiettivo è un maggiore controllo statale e un rapido finanziamento della spesa pubblica, non reali miglioramenti per consumatori o risparmiatori.

Una CBDC è la prova che il sistema bancario centrale non vuole rafforzare la valuta rendendola attraente per gli investitori, ma imporne l'uso.

Nell'ottobre 2025 la BCE ha firmato accordi con dieci delle maggiori aziende tecnologiche per fornire le principali componenti operative e infrastrutturali per il previsto euro digitale, per un valore di oltre €1,1 miliardi. Tra queste figurano aziende come Giesecke+Devrient (che produce soluzioni di pagamento offline), Feedzai (che utilizza l'intelligenza artificiale per individuare le frodi), Almaviva e Fabrick (che realizzano app di portafoglio mobile) e Senacor FCS (che rende sicura la condivisione delle informazioni di pagamento). Gli accordi preparano l'Eurozona a un possibile lancio dell'euro digitale entro il 2029. Riguardano lo sviluppo software, la sicurezza e la gestione delle frodi.

La BCE afferma che questi accordi sono solo di pianificazione e che la moneta non verrà emessa fino all'approvazione delle leggi e delle fasi successive del progetto. I fornitori della tecnologia contribuiranno a progettare e testare diversi requisiti tecnici, come il monitoraggio delle frodi in tempo reale e l'utilizzo offline. Nessuno di questi elementi riduce la preoccupazione per la privacy, il controllo e l'erosione dei meccanismi di credito così come sono attualmente in vigore.

Le banche commerciali europee temono che un euro digitale possa danneggiare i loro principali modelli di business, e hanno ragione. I legislatori del Parlamento europeo temono che un euro digitale possa costringere le persone a trasferire ingenti somme di denaro dalle banche commerciali ai conti delle banche centrali, il che danneggerebbe l'erogazione del credito al settore privato. La banca centrale avrebbe accesso a tutti i dati finanziari dei cittadini, sollevando gravi preoccupazioni sulla privacy, anche se “promette” di non utilizzarli.

Le banche sostengono che un euro digitale, considerato esente da rischi a livello ufficiale, sottrarrebbe fondi al sistema finanziario privato, rendendo più difficile per gli istituti finanziari erogare prestiti e dare priorità al credito ai governi piuttosto che ai prestiti a famiglie e imprese. Inoltre i costi di conformità e infrastrutturali sono enormi, le normative sono poco chiare e vaghe e le tutele della privacy sono, nella migliore delle ipotesi, indefinite.

Una CBDC consentirebbe alle banche centrali di monitorare quasi tutte le transazioni e le decisioni finanziarie dei cittadini, eliminando la privacy associata al contante e dando agli stati il potere di indagare, limitare, o persino sanzionare le attività finanziarie degli utenti. Le banche centrali possono anche aumentare rapidamente l'offerta di moneta con un euro digitale diretto, senza i consueti limiti derivanti dalla domanda di credito nel settore bancario. Ciò elimina i limiti attuali all'inflazione e rende la politica monetaria direttamente subordinata alle priorità politiche.

La CBDC spingerà inevitabilmente le banche commerciali verso un ruolo marginale, creando una pericolosa concentrazione del potere finanziario nelle mani di politici e tecnocrati.

L'indipendenza della banca centrale e le leggi che garantiscono la privacy forniscono risposte vaghe a tutte queste preoccupazioni. Tuttavia la centralizzazione è sempre una minaccia, e quelle leggi e la loro presunta indipendenza sono ampiamente messe in discussione quando la banca centrale ha costantemente ceduto alle pressioni politiche per utilizzare strumenti monetari espansivi per il finanziamento pubblico. È probabile che l'euro digitale diventi un ulteriore strumento per una rapida e illimitata espansione fiscale e la conseguente perdita del potere d'acquisto della valuta, man mano che i limiti offerti dall'intermediazione bancaria vengono eliminati.

Se gli stati vogliono più efficienza, tecnologia e una moneta più forte, apprezzata a livello globale, dovrebbero incoraggiare la decentralizzazione e la competizione, non il contrario.

I contratti tra la BCE e le principali aziende tecnologiche stanno gettando le basi tecniche per un euro digitale. Purtroppo la privacy e l'indipendenza non hanno alcuna priorità. L'euro digitale presenta gravi problemi sistemici, economici ed etici e può essere utilizzato da stati con problemi di spesa e debito insostenibili per svalutare la valuta e utilizzarla per finanziare progetti clientelari e improduttivi. Le banche europee sono preoccupate, e a ragion veduta. Il rischio di un allentamento eccessivo della politica monetaria e di un conseguente finanziamento eccessivo della spesa pubblica è significativo.

Un euro digitale è una forma di sorveglianza mascherata da denaro, e gli stati faranno tutto il possibile per utilizzarlo come strumento per il finanziamento diretto dei deficit. Se credete che gli stessi politici e stati che non hanno fatto nulla per controllare l'accumulo di debito e la spesa in eccesso difenderanno il potere d'acquisto della moneta, state sognando.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 10 marzo 2026

La prossima crisi dell'Europa: un crollo dell'approvvigionamento di gas naturale?

Recuperate l'articolo di ieri e quello di venerdì scorso, perché laddove altri brancolano nel buio, essi diradano la confusione imperante e rendono chiaro contro chi è stata mossa guerra dagli USA. La City di Londra è un concetto, non tanto il posto fisico in cui si trova. Si basa su processi ombra che, tramite la finanziarizzazione, permettono una concentrazione di potere e privilegi senza possedere nell'effettivo alcunché. I flussi controllano il mondo, soprattutto quello economico. La demolizione controllata di Londra è il segno distintivo che c'è una volontà ben precisa di spostare queste attività altrove, soprattutto da quando la Brexit ha rappresentato il primo colpo sparato nell'iterazione presente della guerra civile tra inglesi e americani. Pechino era la prima scelta, ma Xi ha resistito agli assalti finanziari e, tenendo chiusi i mercati dei capitali, s'è pappato quelli che erano stati spostati. La scelta poi è ricaduta su Dubai. Ritenuto lo scalo di chi parcheggiava soldi per “evadere le tasse” o metterli in “cassaforte” in una giurisdizione attraente, l'incertezza della guerra sta facendo cambiare idea a chi era stato polarizzato nel credere che in futuro sarebbe stata trasformata in una zona a statuto speciale. Oltre le pacificazioni in tutto il Medio Oriente ottenute da Trump e la bonifica delle influenze inglesi/francesi nella regione, uno dei sottoprodotti benvenuti dell'operazione americana in Iran è quella di chiudere le porte al “trasloco” della City altrove. Ma l'amministrazione Trump non si è limitata a questo, perché dopo l'avvio del drenaggio dei metalli preziosi dalla LBMA adesso sta passando alla materia prima più finanziarizzata al mondo: il Brent. Il divario tra quest'ultimo e il WTI non è un caso e vi racconta una storia. Ovvero quella di un contratto puramente sintetico che non prevede consegna del sottostante ed è la base del castello della finanziarizzazione che vi ha costruito sopra la City di Londra. Da qui ha espanso esponenzialmente la sua capacità di manipolazione dei mercati, inglobando il resto degli hard asset, e per estensione la sua capacità di tirare su capitali con cui manipolare elezioni, linee di politica nazionali, ecc. L'exploit dei metalli preziosi era solo l'inizio del processo di smantellamento targato Bessent-Trump-Powell di questa impalcatura che ha reso la City di Londra una piovra implacabile. L'obiettivo finale è sempre stato il Brent, dato che il petrolio è quell'asset su cui si basa attualmente tutta la società civile odierna. E se davvero questo scontro fosse risultato in una sconfitta per Trump allora avremmo visto una storia diversa raccontata dai mercati dei capitali. Infatti non c'è altro parametro tanto affidabile quanto i mercati dei capitali per capire come sta davvero andando il conflitto in Iran. Se fossero gli USA ad avere davvero la peggio, allora il differenziale tra i decennali inglesi e quelli americani si sarebbe assottigliato. Invece si sta ampliando a favore dei titoli di stato americani. E poi c'è l'UE, che oltre a vedersi strangolata dai costi energetici in aumento, viene strangolata anche dai costi finanziari: prima alcuni istituti di credito svizzeri, poi quelli lussemburghesi, poi le società di mutui inglesi e adesso il private equity. Scott Bessent, veterano di strategie finanziarie sin dai primi anni '90, sta facendo emergere criticità in tutti quei player che in precedenza avevano un canale diretto con la FED per linee di liquidità privilegiate e che le sfruttavano per svuotare la nazione. Adesso devono elemosinarle, grazie al prosciugamento del mercato degli eurodollari a opera di Powell. Non tutte le mosse dell'amministrazione Trump saranno piacevoli, dato che avranno poi come risultato anche l'aiuto di “cattivi”. Ma ecco il segreto: non esistono buoni o cattivi. Esistono solo percorsi peggiori o migliori; accordi volontari o accordi forzati. Dopo la sentenza della Corte Suprema americana sui dazi, è partita la controffensiva dell'amministrazione Trump e, nonostante il rischio elevato che comportava questa scelta, i risultati sono incoraggianti.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-prossima-crisi-delleuropa-un-crollo)

L'Unione Europea ha avuto anni per prepararsi a una crisi energetica dopo lo shock del 2022. Grazie a un inverno mite e all'abbondante fornitura dagli Stati Uniti, la crisi europea del gas è stata significativamente meno grave del previsto. Il continente, quindi, ha evitato blackout e un collasso economico grazie alla combinazione di condizioni meteorologiche favorevoli e di un eccesso di capacità produttiva negli Stati Uniti.

Invece di riconoscere il fattore fortuna, l'Unione Europea ha continuato a non fare nulla di serio per la sicurezza dell'approvvigionamento, mentre alcuni Paesi hanno mantenuto la chiusura delle centrali nucleari, il che li ha resi vulnerabili a future carenze energetiche. Invece di elaborare un piano per eliminare i divieti sullo sviluppo delle risorse, le chiusure delle centrali nucleari e i limiti agli investimenti, l'Unione Europea ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia, aspettandosi che non accadesse nulla.

L'Europa sta camminando verso il precipizio di un'altra crisi energetica, la quale potrebbe essere peggiore di quella del 2022. La guerra in Medio Oriente, una nuova crisi diplomatica tra Spagna e Stati Uniti, il conflitto in corso contro l'Algeria e la dipendenza irrisolta dall'approvvigionamento di gas russo hanno contribuito a far salire alle stelle i prezzi del petrolio e del gas, rappresentando una minaccia per la già fragile economia europea.

L'escalation della guerra con l'Iran ha influito negativamente sulla maggior parte del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo i dati di tracciamento delle navi, il traffico marittimo giornaliero attraverso lo Stretto è sceso da 138 a 20 unità. Kuwait e Qatar hanno dichiarato forza maggiore, il che significa che tutti i contratti esistenti possono essere rivisti in termini di quantità e prezzo, mentre Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno ridotto la produzione di greggio a causa delle minacce dell'Iran.

Il Brent ha già superato i $90, con un aumento del 21% in una sola settimana, il maggiore incremento settimanale degli ultimi cinque anni. I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono saliti a $4 al gallone, ancora inferiori però alla media del periodo 2021-2023. Per l'Europa il quadro del gas naturale è ancora più allarmante.

Il benchmark olandese del gas naturale TTF è aumentato del 50% in una settimana, il salto più in alto sin dall'estate 2023. Il contratto TTF di aprile 2026 ha raggiunto i 58,42 dollari/MWh, in rialzo rispetto ai 37 dollari/MWh di appena una settimana prima. La volatilità implicita nei future TTF si è quadruplicata da gennaio.

Il Qatar, il secondo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), ha interrotto la produzione di Ras Laffan, il più grande impianto di liquefazione al mondo e ha emesso avvisi di forza maggiore. Qatar ed Emirati Arabi Uniti forniscono oltre il 20% della fornitura globale di GNL e sono ora offline. Secondo Kpler un approccio realistico all'approvvigionamento alternativo da tutte le possibili fonti ammonta a meno di 2 milioni di tonnellate al mese, a fronte di una perdita mensile di 5,8 milioni di tonnellate.

L'Europa non era preparata a questa interruzione e ha fatto ben poco per garantire l'approvvigionamento a lungo termine. Ricorrere alla forza maggiore consente ai fornitori di gestire i contratti nel modo più efficiente, tenendo conto dei rischi, il che è fondamentale nell'attuale contesto di carenza di approvvigionamento e di necessità di flessibilità nella gestione dei contratti.

La Cina ha posto la sicurezza dell'approvvigionamento come priorità. Le navi adibite al trasporto di GNL originariamente dirette in Europa vengono dirottate verso l'Asia. Perché? Ciò è dovuto al fatto che i premi spot asiatici stanno ora superando i prezzi europei, indicando il segnale di arbitraggio più forte sin dal 2022, come riportato dalla Reuters. Tre navi che trasportavano GNL statunitense e nigeriano sono state dirottate verso l'Asia solo questa settimana. L'Europa sta subendo una perdita nella guerra globale delle offerte per le petroliere.

Allo stesso tempo l'esaurimento dei siti europei di stoccaggio del gas ha raggiunto i livelli più bassi degli ultimi anni. L'Europa necessita di un afflusso significativo di merci in primavera e in estate per rifornire gli stoccaggi anche dopo la fine della stagione del riscaldamento, il 31 marzo. La costruzione di nuovi depositi sarà più difficile e significativamente più costosa a causa della crescente concorrenza per il gas naturale liquefatto (GNL) e delle potenziali interruzioni nella catena di approvvigionamento, aggravate dalle tensioni geopolitiche.

Il deterioramento delle relazioni diplomatiche della Spagna con gli Stati Uniti aggiunge un'ulteriore dimensione pericolosa. Il cambio di politica estera del governo Sánchez, guidato da una retorica provocatoria, dall'allineamento con posizioni ostili agli interessi statunitensi e dalle tensioni sulla cooperazione in materia di difesa, ha isolato Madrid diplomaticamente proprio nel momento sbagliato.

I maggiori fornitori spagnoli di gas naturale liquefatto sono l'Algeria e gli Stati Uniti: il governo Sánchez ha creato incidenti diplomatici con entrambi i Paesi. I sei terminali di rigassificazione spagnoli sono essenziali per la logistica europea del GNL, ma solo se i carichi arrivano. In un mercato con forniture limitate in cui gli Stati Uniti sono il maggiore esportatore mondiale di GNL, una crisi diplomatica con Washington non è solo un problema politico; rappresenta un rischio per l'approvvigionamento energetico. I produttori e i commercianti di GNL statunitensi potrebbero decidere di dirottare i carichi, e i segnali politici contano, soprattutto se le tensioni aumentano e incidono sugli accordi commerciali o sulle rotte marittime.

Anche le scarse relazioni diplomatiche tra Spagna e Algeria sulla questione del Sahara Occidentale sono state una delle cause principali della riduzione dei volumi di gas algerino in Spagna.

Il rischio di un ulteriore taglio delle forniture di gas russo aumenta ulteriormente. Sebbene l'Europa abbia ridotto la dipendenza dal gasdotto russo dal 2022, dal 40% al 15%, continuano a esserci flussi significativi, principalmente attraverso TurkStream verso l'Europa meridionale e sudorientale. Gli acquisti europei di gas russo hanno raggiunto oltre 40 miliardi di metri cubi e un valore di €15 miliardi nel 2025. Nonostante l'annuncio di un'eliminazione graduale nel 2027, l'UE importa ancora ingenti volumi di GNL (gas naturale liquefatto) dalla Russia, destinati in particolare a Spagna, Francia e Belgio, rendendo la Russia il secondo fornitore nel terzo trimestre del 2025, con una quota del 12,7%.

La Spagna, quinto importatore, ha acquistato €114 milioni di GNL russo a gennaio. Le importazioni francesi di GNL dalla Russia hanno registrato un massiccio aumento del 57% su base mensile, mentre i volumi totali delle importazioni hanno registrato un aumento molto più modesto del 15%, secondo il CREA.

Un blocco totale delle forniture in Russia, sommato alle difficoltà in Medio Oriente e alla probabile riduzione dei volumi negli Stati Uniti, spingerebbe l'Europa in una crisi energetica senza precedenti, che comporterebbe persino il razionamento. La recessione industriale della Germania, già al terzo anno consecutivo, si aggraverebbe; Spagna, Italia e le economie dell'Europa centrale si troverebbero ad affrontare un'inflazione a due cifre dei costi energetici e un crollo verticale della produzione industriale e dei consumi interni.

Le valutazioni dell'AIE hanno ripetutamente messo in guardia contro la tensione sui mercati del gas in caso di interruzioni dell'approvvigionamento. Nessuno a Bruxelles ha ascoltato e adesso se ne pagano le conseguenze.

La classe politica europea ha trascorso tre anni a congratularsi con sé stessa per essere sopravvissuta alla crisi energetica del 2022. Tuttavia ha raggiunto questa sopravvivenza distruggendo la domanda, smantellando le industrie, limitando i consumi e pagando prezzi significativamente più alti. Le vulnerabilità del settore energetico europeo non sono mai state affrontate. Nel frattempo la produzione interna è diminuita, la capacità nucleare è stata ridotta e la dipendenza è aumentata, mentre la burocrazia ha reso ancora più difficile investire nella sicurezza energetica, portando a una situazione precaria in cui l'Europa è ora vulnerabile a shock esterni e interruzioni dell'approvvigionamento.

Ora, con il petrolio che si avvicina ai $90-100 al barile, i prezzi del gas che raddoppiano in una settimana, lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso, il GNL del Qatar fuori servizio e alcuni Paesi impegnati in dispute diplomatiche con il loro più importante alleato fornitore di energia, l'Europa si trova ad affrontare le conseguenze della propria indifferenza.

La crisi energetica europea è una minaccia evidente. I leader europei devono ascoltare gli esperti del settore e rispondere con logica, non ideologicamente, riconoscendo il rischio di crisi. Purtroppo molti di loro vivono nella confortante illusione che qualcun altro risolverà il problema, mentre altri, come lo spagnolo Sanchez, preferiscono la crisi, aspettandosi che qualche elusivo vantaggio politico possa distogliere l'attenzione dagli scandali di corruzione che lo affliggono, il che in ultima analisi ostacola un'azione efficace e prolunga la risoluzione della crisi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 4 marzo 2026

Il modello di debito cinese crea un rischio di stagnazione

Una delle tecniche finanziarie che la Cina ha copiato dall'Occidente è stata quella dell'esternalizzazione dei debiti. È stato così che è riuscita a nascondere sotto il proverbiale tappeto il pompaggio delle passività per mantenere in piedi una macchina di crescita altrimenti insostenibile. La Belt and Road Initiative ha finanziato progetti infrastrutturali su larga scala in Asia, Africa e America Latina attraverso prestiti garantiti dallo stato, rendendo la Cina il principale creditore bilaterale al mondo. A sua difesa il Partito Comunista Cinese avanza 4 tesi per negare che la BRI sia una trappola del debito: molti Paesi in via di sviluppo devono di più ai creditori occidentali; gli aumenti dei tassi di interesse americani hanno causato i loro problemi di debito; la svalutazione della valuta e il rallentamento dell'economia globale sono il vero problema; la Cina raramente confisca beni ai Paesi che non sono in grado di rimborsarli. La prima difesa del PCC è matematicamente vera in alcuni casi, ma fuorviante. Sebbene i prestiti cinesi possano rappresentare meno della metà del debito totale di un Paese, queste nazioni avevano già un rating creditizio estremamente basso ed erano considerate troppo rischiose per i creditori tradizionali. Pechino è diventata il prestatore di ultima istanza perché i creditori responsabili se n'erano andati. La seconda tesi è altrettanto fuorviante. I Paesi che continuano a indebitarsi pesantemente nonostante i rating bassi lo fanno sapendo che il rifinanziamento diventerà più costoso con l'aumento dei tassi globali. I creditori responsabili tengono conto di questo rischio e si ritirano quando i debitori si avvicinano a livelli di debito insostenibili. La Cina ignora tutto ciò, continuando a erogare prestiti e rendendo inevitabile il default. Anche la terza tesi crolla sotto attento esame. Le recessioni e le fluttuazioni dei tassi di cambio sono rischi prevedibili che devono essere valutati prima di indebitarsi. Molti Paesi nella Belt and Road Initiative hanno valute deboli e parzialmente convertibili, ma devono rimborsare i loro prestiti in dollari. Con il rafforzamento di questi ultimi, i costi del servizio del debito aumentano, prosciugando le riserve nazionali e aggravando la crisi economica. Questa non è colpa dell'Occidente, né il risultato della politica monetaria statunitense, soprattutto perché la maggior parte dei prestiti della BRI sono denominati in dollari. La quarta tesi significa aggravare la dipendenza dalla Cina. Uno studio di AidData, Banca Mondiale, Harvard Kennedy School e Kiel Institute ha rilevato che a fine 2021 la Cina aveva effettuato 128 operazioni di salvataggio per un totale di $240 miliardi in 22 Paesi, segnando un netto passaggio dal finanziamento delle infrastrutture ai prestiti di salvataggio di emergenza. Nel 2010 meno del 5% dei prestiti esteri della Cina era destinato a debitori in difficoltà; nel 2022 questa percentuale era salita al 60%. Questi salvataggi smascherano anche l'ipocrisia di Pechino: mentre il PCC accusa l'Occidente di tassi di interesse predatori, i salvataggi cinesi medi prevedono un tasso di interesse di circa il 5%, più del doppio del 2% standard dell'FMI. Al 1° ottobre 2025, nonostante i tassi di interesse americani più elevati, il tasso di prestito sui DSP dell'FMI si attestava solo al 3,41%, significativamente inferiore a quello che la Cina applica alle nazioni in difficoltà. Per proteggere il proprio sistema bancario, il regime cinese utilizza sempre più la rete globale di linee di swap della Banca Popolare Cinese, la quale ha fornito oltre $170 miliardi in liquidità a breve termine alle banche centrali estere. Questi prestiti, spesso etichettati come “temporanei”, vengono regolarmente rinnovati per anni, consentendo ai governi di nascondere la loro reale esposizione debitoria, poiché le norme internazionali in materia di rendicontazione escludono le passività a breve termine. Questa pratica ha creato enormi “debiti nascosti”, stimati da AidData a circa $385 miliardi nel 2021, e la cifra è probabilmente molto più alta oggi, poiché sono in scadenza più prestiti e pochi sono stati rimborsati negli anni successivi. La reale portata del debito della Belt and Road potrebbe essere molto peggiore di quanto suggeriscano i dati ufficiali.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-modello-di-debito-cinese-crea)

Gli ultimi dati sulla finanza sociale provenienti dalla Cina mostrano un'economia che fa sempre più affidamento sul debito pubblico, mentre la domanda di credito privata rimane debole. La forza del settore tecnologico cinese e delle sue aziende esportatrici  offre ampio margine di manovra, tuttavia dietro la debole domanda di credito del settore privato si celano un evidente rallentamento economico, riconosciuto dal governo cinese anche, modelli di consumo difficili da sostenere, un significativo problema di sovraccapacità produttiva e la gravità della crisi immobiliare.

L'attuale modello economico, incentrato sul raggiungimento di una crescita economica reale del 5%, richiede dosi maggiori di debito per ottenere incrementi di crescita che però man mano diventano sempre più contenuti, in particolare per quanto riguarda la crescita del settore produttivo. Il governo cinese si è concentrato sulla riduzione del debito e degli squilibri di sovraccapacità produttiva, riorientando al contempo le esportazioni e il sistema finanziario per ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense; tuttavia la sfida principale per l'economia cinese rimane quella di stimolare la domanda dei consumatori, nonostante i tagli dei tassi e l'allentamento delle condizioni finanziarie.

Per comprendere l'intensità del debito nel modello cinese, dobbiamo tornare al 2000 e osservare l'accelerazione del flusso di debito, non solo lo stock attuale. A quel tempo la crescita del PIL reale si aggirava intorno all'8-9%, quindi ogni punto percentuale di crescita corrispondeva a circa 13-16 punti di debito/PIL. Il debito pubblico era molto basso, intorno al 25% del PIL, e la maggior parte della leva finanziaria era concentrata nel settore delle imprese statali, con un modesto debito delle famiglie. La Cina è stata in grado di far registrare una crescita quasi a due cifre con un rapporto debito/PIL non finanziario totale di poco superiore al 120%.

Nel 2023 il debito del settore non finanziario era salito a circa il 285% del PIL, più che raddoppiato rispetto al livello del 2000. Secondo l'Accademia cinese delle scienze sociali, i think tank e i commentatori ufficiali cinesi il “macro leverage ratio” si sarebbe avvicinato al 300% del PIL entro il 2025. Il macro leverage ratio è aumentato di 11,8 punti percentuali, raggiungendo il 302,3% nel 2025, superando l'aumento di 10,1 punti registrato nel 2024.

Nello stesso periodo la tendenza alla crescita del PIL reale ha rallentato a circa il 4-5%, quindi ogni punto percentuale di crescita richiede ora circa 60-75 punti di debito sul PIL, più di tre volte il debito per punto di crescita richiesto negli anni 2000. Inoltre proviene principalmente dal debito pubblico.

A gennaio 2026 il finanziamento sociale aggregato è aumentato di 7.220 miliardi di yuan, un valore significativamente superiore a quello dello stesso mese del 2025 e superiore alle aspettative dei mercati, in linea con una crescita annua del PIL del 5% e una maggiore partecipazione del settore pubblico. Il finanziamento sociale ha raggiunto i 449.110 miliardi di yuan a fine gennaio, con un aumento dell'8,2% su base annua, mentre M2 è aumentata del 9%.

I nuovi prestiti bancari in yuan sono stati pari a 4.700 miliardi di yuan, circa 420 miliardi in meno rispetto all'anno precedente e significativamente al di sotto delle aspettative, a dimostrazione della debole domanda di credito del settore privato e dell'approccio prudente dei clienti e delle imprese cinesi all'aumento del debito. I prestiti in renmimbi si sono attestati a 276.620 miliardi di yuan, in aumento solo del 6,1% su base annua, nettamente al di sotto del ritmo complessivo di crescita dei finanziamenti e della moneta.

In Cina il motore della crescita del credito non sono più le famiglie e le imprese private, bensì il governo e le aziende statali.

Il problema immobiliare, poi, ha avuto un impatto sulle famiglie cinesi in diversi modi. Non solo la maggior parte di loro ha visto diminuire il valore delle proprie case, ma molte famiglie hanno investito nei rendimenti dei titoli commerciali degli sviluppatori immobiliari, il che ha causato ingenti perdite e persino l'azzeramento dei risparmi per molti. Inoltre, nonostante l'eccesso di offerta di case, i prezzi non sono scesi abbastanza da giustificare una domanda adeguata di nuovi mutui, poiché l'accessibilità economica rimane un problema e la tradizionale prudenza dei cittadini cinesi in termini di consumi e prestiti si aggiunge alle altre criticità.

Pechino prevede di emettere 4.400 miliardi di yuan in obbligazioni speciali degli enti locali nel 2025, 500 miliardi in più rispetto al 2024, con l'obiettivo di stimolare gli investimenti pubblici e una “politica fiscale proattiva”, sapendo che aumentare le tasse sarebbe estremamente negativo per la crescita e i consumi.

Si prevede che nel 2025 gli enti locali emetteranno obbligazioni per un valore superiore a 10.000 miliardi di yuan, tra rifinanziamenti, obbligazioni generali e nuove obbligazioni speciali.

Il governo cinese sa di poter gestire un debito maggiore, ma è anche consapevole della debolezza degli investimenti e della spesa delle famiglie, e riconosce che un aumento consistente delle tasse sarebbe controproducente. Tuttavia, per evitare una futura stagnazione causata dal debito, è necessario concentrarsi sulla produttività.

Il bilancio ufficiale prevede un deficit del 4% per il 2025. Tuttavia, una volta consolidate tutte le voci di bilancio, compresi i fondi governativi, le obbligazioni speciali e gli strumenti fuori bilancio, questo deficit fiscale effettivo nel 2025 si avvicinerà al 9%, in aumento rispetto al 7,7% del 2024, secondo Rhodium Group e J.P. Morgan. La Cina fa sempre più affidamento su prestiti nascosti o quasi fiscali per sostenere la sua crescita.

Con finanziamenti sociali in circolazione che ora si aggirano intorno ai 449.00 miliardi di yuan e una crescita reale intorno al 4-5%, ogni punto percentuale di PIL incrementale è sempre più legato a uno stock di debito molto più elevato rispetto a un decennio fa. Questa intensità creditizia crescente potrebbe impedire un rallentamento significativo, ma potrebbe altresì creare una sfida fiscale significativa in futuro. Il modello cinese richiede un'elevata crescita e una bassa tassazione; qualsiasi modifica al sistema fiscale avrà effetti negativi.

Per anni le amministrazioni locali hanno fatto affidamento sulla vendita di terreni per lo sviluppo immobiliare e riscuotere le entrate fiscali. Pertanto l'impatto negativo del settore immobiliare sull'economia e sulla sostenibilità fiscale è evidente. Gli investimenti nello sviluppo immobiliare sono diminuiti del 13,9% su base annua nei primi tre trimestri del 2025, con gli investimenti residenziali in calo del 12,9%, il calo più netto sin dal 2021 secondo i dati ufficiali. Sia gli investimenti che le vendite immobiliari hanno fatto registrare cali a due cifre nel 2024, e gli analisti prevedono un ulteriore calo degli investimenti immobiliari dell'11% e un calo delle vendite del 7,5% nel 2025, secondo la Reuters, con ulteriori cali nel 2026 prima di stabilizzarsi solo nel 2027... se ciò avverrà con la stessa rapidità delle stime ufficiali, ovviamente.

Il settore immobiliare, un tempo motore fondamentale della crescita economica e delle entrate fiscali, assorbe nuovo credito per stabilizzare i propri conti senza stimolare la crescita o creare un effetto moltiplicatore.

Inoltre l'utilizzo della capacità produttiva industriale cinese si è attestato al 74,9% alla fine del 2025, ben al di sotto del picco del 78,4% raggiunto nel 2021. L'eccesso di capacità produttiva è evidente nei settori dell'acciaio, dell'automotive, dei chip e in settori come la tecnologia verde, dove l'espansione ha superato la domanda interna ed estera. Pertanto gli indici dei responsabili degli acquisti mostrano una debolezza dei nuovi ordini e della domanda estera, mentre fallimenti e insolvenze sono aumentati, sebbene non a livelli tali da indicare una crisi finanziaria.

L'economia cinese deve migliorare la sicurezza degli investitori e del diritto, e consentire alla crisi immobiliare di concretizzarsi pienamente per vedere il tipo di crescita economica produttiva di cui ha bisogno per evitare aumenti molto più consistenti del debito. In caso contrario il rischio di stagnazione aumenterà, soprattutto sulla scia della scarsa crescita demografica, del permanere della sovraccapacità produttiva e del crescente numero di immobili invenduti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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