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martedì 23 aprile 2024

La frode insita nel sistema bancario a riserva frazionaria

 

 

di Frank Hollenbeck

Supponiamo di portare una pelliccia in una lavanderia e poi di scoprire che il proprietario ha permesso a sua moglie di indossarla prima di lavarla (un episodio di Seinfeld). Oppure supponiamo che abbiate dato le chiavi della vostra macchina al parcheggiatore di un hotel e il giorno dopo vi venga detto che aveva prestato la vostra auto ad alcuni adolescenti che l'hanno usta per farci un giro. Non sareste affatto contenti e per una buona ragione: quando consegnate i vostri vestiti o le chiavi della macchina, ciò rappresenta una messa in custodia. Ne conservate la proprietà; in nessuna forma cedete la vostra proprietà o la prestate.

Supponiamo che viveste nel diciottesimo secolo e aveste cento once d'oro. Sono pesanti e non vivete in ​​un quartiere sicuro, quindi decidete di portarle da un orafo per tenerle al sicuro. In cambio di quest'oro l'orafo vi dà dieci biglietti sui quali c'è indicato che egli vi deve un totale di dieci once. L’oro è pesante da trasportare, quindi in un breve periodo di tempo tali biglietti di credito inizieranno a circolare al posto dell’oro. Questa è la creazione del cosiddetto quasi denaro: ciò non significa che avete rinunciato ai vostri diritti di proprietà sull'oro, ma avete invece utilizzato un modo più semplice per trasferirne la proprietà.

Naturalmente l’oro ora giace in un caveau e di solito nessuno viene a prenderne una parte o addirittura controlla che sia ancora lì. Ben presto l'orafo si rende conto che esiste un modo semplice e fraudolento per arricchirsi: basta prestare l'oro a qualcun altro creando altri dieci biglietti. Poiché questi ultimi vengono convertiti di rado in oro, l'orafo ritiene di poter portare avanti questa truffa per molto tempo. Naturalmente non è il suo oro, ma dal momento che è nel suo caveau, può comportarsi come se fosse il suo. Si tratta di un sistema bancario a riserva frazionaria con una riserva del 50%. Questo è anche il modo in cui il sistema bancario può creare denaro dal nulla, o fondamentalmente denaro contraffatto, e rubare il potere d’acquisto ad altri senza dover produrre beni e servizi reali. Il 26 marzo 2020 la banca centrale degli Stati Uniti ha abbassato i requisiti di riserva per le banche statunitensi dallo 10% allo 0% in reazione agli effetti economici della crisi sanitaria.

Ora l'orafo, o quella che ora chiameremo banca, ha un limite nella quantità di frodi o contraffazioni che può commettere. Immaginiamo ci siano cento once d'oro e diritti su duecento once. La banca deve conservare una certa quantità di oro nei suoi caveau, poiché i depositanti a volte scambiano i biglietti con oro fisico. Un altro vincolo è che i depositanti, se sospettano che ci siano più biglietti di credito rispetto all’oro disponibile, possono correre dalla banca che essi siano rimborsati “su richiesta” in oro fisico. Questa corsa, in realtà, riflette solo la natura fraudolenta del settore bancario. Le festività bancarie, implementate negli anni '30, o i controlli sui capitali, implementati a Cipro, sono azioni a vantaggio del truffatore (le banche) invece che della vittima (i depositanti). Naturalmente la Banca Centrale Europea supportò le azioni commesse a Cipro. Il mondo è alla rovescia ormai.

Supponiamo che voi siate l'orafo e che il vostro zio ricco prometta di prestarvi tutto l'oro di cui avete bisogno se vi capitasse di rimanere senza (la funzione di prestatore di ultima istanza della banca centrale). È probabile che commettiate altre frodi? Supponiamo che questo zio ricco vi dica che se le cose vanno male, si assicurerà che tutti riavranno indietro il loro oro (assicurazione sui depositi). Ancora una volta, è probabile che commettiate altre frodi? Dal momento che non avete niente da perdere, è probabile che correrete rischi più grandi, per rendimenti più elevati, nelle vostre attività di prestito?

Gli economisti Austriaci hanno difficoltà a spiegare perché il sistema bancario a riserva frazionaria sia fraudolento. La risposta standard della persona media è che “tutti sanno che la banca presta i tuoi soldi”; oppure dirà che “tutte le banche negli Stati Uniti includono una clausola nel contratto del depositante che dice specificamente che il rapporto tra il depositante e la banca è esclusivamente quello tra creditore e debitore”. Supponiamo che la banca prenda i vostri soldi e li perda tutti. In che modo essa soddisfa l'aspettativa secondo cui il vostro denaro è disponibile su richiesta affinché possiate pagare l'affitto e le bollette? È semplice: prende i soldi da qualcun altro. Se la banca vi dicesse che sfortunatamente il denaro è andato perduto, non ci sarebbe alcuna frode (se aveste firmato una dichiarazione chiara sull'utilizzo dei vostri fondi). La frode avviene nel momento in cui la banca prende i soldi di qualcun altro, le vittime della frode sono gli altri depositanti. La banca gestisce essenzialmente uno schema simil Ponzi (un’attività fraudolenta) che può continuare per molto, molto tempo, ma non è da meno un’attività fraudolenta e dovrebbe essere trattata come tale. Sebbene voi e la banca possiate essere consapevoli di ciò che sta succedendo, dovrebbe comunque essere trattata come una frode. Il fatto che voi siate a conoscenza, o addirittura ignari, di tale schema fraudolento non toglie il fatto che sia una frode. L’assicurazione statale sui depositi sposta semplicemente il costo della frode su altri depositanti, contribuenti, o chiunque utilizzi la valuta per condurre transazioni.

Perché la contraffazione è illegale? Il contraffattore è felice perché ottiene beni/servizi reali e il commerciante è felice perché vende e può anche ottenere più beni/servizi reali se spende il denaro rapidamente prima che i prezzi salgano. Quindi dov'è il problema? La transazione è stata vantaggiosa per entrambi. È illegale a causa degli effetti su terzi. Il contraffattore attinge alla torta economica, ma non contribuisce. Ruba beni/servizi reali riducendo il potere d'acquisto del denaro nelle tasche di tutti gli altri. Quando il sistema bancario a riserva frazionaria crea denaro dal nulla, anche questa è una forma di contraffazione e ha effetti indesiderati su terzi. Gli economisti sanno che è stata la rapida espansione della moneta e del credito, ingiustificata dalla crescita lenta del risparmio, ad aver alimentato i cicli di boom/bust degli ultimi due secoli, e le difficoltà economiche che li hanno accompagnati.

Eliminando il sistema bancario a riserva frazionaria si elimineranno boom e bust. Incapace di creare denaro dal nulla, il settore bancario sarebbe solo un settore come tutti gli altri senza la capacità di affondare l’intera economia mondiale.

Dobbiamo avviare una discussione seria sulla fine del sistema bancario a riserva frazionaria e, allo stesso tempo, del sistema bancario centrale. Il nostro attuale sistema bancario non è una funzione del capitalismo di libero mercato. Il sistema bancario nella sua forma attuale dovrebbe essere messo al bando perché è caratterizzato da frode e furto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 20 febbraio 2024

Addentrarsi nella complessità del cambiamento climatico: uno sguardo ravvicinato al metodo scientifico e alle sue sfide

 

 

di Frank Hollenbeck

Le scienze fisiche hanno fatto grandi progressi nella conoscenza, andando a chiarire il funzionamento di fenomeni semplici. In uno di quest'ultimi fenomeni abbiamo un numero limitato di variabili importanti, tutte identificabili e misurabili, e questo ci permette di eseguire un esperimento scientifico. In un esperimento del genere manteniamo costanti tutte le altre variabili ed esaminiamo l'influenza di una di esse sul fenomeno. Possiamo quindi misurare la direzione di tale variabile e quanto sia importante per il fenomeno studiato; possiamo fare lo stesso esperimento con tutte le altre variabili per determinare la loro direzione d'influenza e la loro importanza relativa; possiamo identificare quali relazioni presunte sono corrette e quali sono sbagliate; possiamo trarre conclusioni su ipotesi in fenomeni semplici.

I fenomeni complessi, dall'altra parte, hanno molti fattori o variabili non misurabili o non osservabili, le cui influenze e interazioni possono variare. È impossibile eseguire un esperimento scientifico per separare le influenze di ciascun fattore e ciò limita notevolmente il valore dell’evidenza empirica, o storica, sui fenomeni complessi, poiché è impossibile distinguere tra causalità e associazione.

Gli economisti conoscono fin troppo bene questo problema. Oltre cento anni fa i limiti dell’empirismo in economia divennero chiarissimi. Nell'articolo “L'elasticità della domanda di grano”, R. A. Lehfeldt (1914) tentò di determinare l'elasticità della domanda osservando i dati storici del prezzo del grano rispetto al suo consumo. Tentò di correggere i cambiamenti in altri fattori (ceteris paribus) e trovò che l’elasticità della domanda di grano aveva un fattore positivo di +0,6.

Dovremmo concludere da questo studio che la curva di domanda del grano è inclinata positivamente? Questo studio empirico non ha forse dimostrato che la teoria economica è sbagliata? Dovremmo riesaminarla da zero?

Qualsiasi economista spiegherebbe che ciò che viene osservato non sono punti su una curva di domanda stabile, ma punti d'intersezione in continua evoluzione tra domanda e offerta, o punti che si muovono verso tale equilibrio. Una curva di domanda è come una fotografia: è valida solo per quel caso poiché altri fattori cambiano costantemente in modo che le posizioni delle curve siano diverse da un caso all'altro. È impossibile misurare empiricamente la pendenza di una curva di domanda. Ciò fa eco al principio d'indeterminazione di Heisenberg in fisica, illustrando le difficoltà intrinseche nel determinare simultaneamente la posizione e la velocità di un oggetto.

Eppure molti altri studi empirici sin dal 1914 su diversi beni e servizi hanno dimostrato suddetta relazione inversa tra prezzo e quantità domandata. Tuttavia un tale empirismo non fa altro che supportare un'ipotesi "complessa": non potrà mai dimostrare niente in modo definitivo.

Gli economisti, in generale, hanno avuto poco da dire sul cambiamento climatico, anche se si occupano regolarmente di fenomeni simili e complessi. Tuttavia quando hanno commentato il cambiamento climatico, hanno aggiunto al danno la beffa. William Nordhaus ha ricevuto il Premio Nobel nel 2018 per il suo lavoro su un modello di valutazione integrato che, a suo dire, misura l’impatto dei cambiamenti climatici causati dall’uomo sull’economia.

Abbiamo per le mani due fenomeni complessi: il cambiamento climatico provocato dall’uomo e il suo impatto sull’economia, oltre allo sviluppo di un modello matematico per descrivere le loro interazioni. Non importa se molti fattori nell'analisi di Nordhaus non siano osservabili e quelli che lo sono hanno impatti e interazioni instabili o non misurabili. Inoltre tutte le misure di questi impatti sono solo stime statistiche. In generale più grande è il modello, maggiore è la varianza dei risultati.

È normale avere opinioni divergenti su ipotesi riguardo i fenomeni complessi ed esse sarebbero irrilevanti se rimanessero a un tal livello, ma Nordhaus nel suo discorso ha raccomandato agli stati d'imporre restrizioni (ad esempio, cap & trade, tasse sull'anidride carbonica, nuovi regolamenti) per rallentare le emissioni di CO₂. Gli accordi di Parigi del 2015, in cui 195 parti si sono impegnate ad affrontare il cambiamento climatico, mirava a limitare il riscaldamento globale “ben al di sotto” dei 2 °C entro la fine del secolo e a “proseguire gli sforzi” per mantenere il riscaldamento entro il limite più sicuro di 1,5 °C”.

Uno studio ha dimostrato che l’uso di combustibili fossili provoca oltre il 75% delle emissioni di gas serra di origine antropica e oltre il 90% delle emissioni di anidride carbonica. I combustibili fossili prodotti dai giacimenti esistenti di petrolio, gas e carbone sono più che sufficienti per superare il limite dell'1,5 °C. Secondo una relazione dell’Istituto internazionale per lo sviluppo sostenibile e un altro dell’Agenzia internazionale per l’energia, l’estrazione di combustibili fossili da nuovi giacimenti di petrolio e gas è incompatibile con il limite di 1,5 °C.

Quindi abbiamo un lato nel dibattito sul clima che impone alla vita, alla libertà e alla proprietà degli altri qualcosa che rimarrà sempre un’ipotesi non dimostrata. Uno studio recente ha rilevato che il 99,9% degli studi sul clima concorda sul fatto che gli esseri umani siano causa del cambiamento climatico. Ciononostante dobbiamo chiederci: quanti di questi autori informano i lettori dei limiti delle loro conclusioni? Possiamo davvero chiamarli scienziati se non applicano o discutono il metodo scientifico?

Nei dettagli di questa recente relazione del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite c'è la seguente e importante conclusione: “Nella ricerca e nella modellizzazione del clima, dovremmo riconoscere che abbiamo a che fare con un sistema caotico e non lineare, e quindi che nel lungo termine la previsione dei futuri stati climatici non è possibile”. Questa complessità porta a una conclusione importante: riconoscere la conoscenza limitata per quanto riguarda i cambiamenti climatici causati dall’uomo.

In un mondo spesso segnato da opinioni forti, una discussione sul cambiamento climatico dovrebbe iniziare con umiltà, riconoscendo i limiti della conoscenza umana. Trovare un equilibrio tra comprensione scientifica, considerazioni economiche e decisioni politiche in questo intricato panorama richiede un approccio cauto che rispetti sia la complessità del sistema climatico, sia le incertezze intrinseche nella modellizzazione e nelle previsioni.

Eppure, nel nostro mondo supponente, tale umiltà è improbabile.


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martedì 13 febbraio 2024

Ripensare la teoria keynesiana: confutare i miti dei tassi d’interesse e dell’inflazione

 

 

di Frank Hollenbeck

Nel campo della macroeconomia una legione di dottorati in economia nelle banche centrali sostiene che i tassi d'interesse siano uno strumento fondamentale per la gestione dell’economia. Allo stesso tempo sostengono fermamente che l’indice dei prezzi al consumo (IPC) sia un indicatore accurato per misurare l’inflazione dei prezzi.

L’attuale stato teorico della macroeconomia è decisamente carente, quindi è necessaria una migliore comprensione della materia prima di approfondire il tema di oggi.

John Maynard Keynes è responsabile di suddetta carenza, da solo riportò la teoria macroeconomica all’età della pietra. Secondo lui i tassi d'interesse sono determinati dalla domanda e dall’offerta di liquidità (il suo teorema della preferenza per la liquidità).

In altre parole, i tassi d'interesse sono determinati dall’offerta di denaro e dal desiderio di accumularlo, o detenere contanti (riempire di soldi il materasso). Keynes suggerì che tassi d'interesse più bassi incoraggiano a detenere più liquidità, mentre tassi più alti riducono tale inclinazione a causa del costo di opportunità associato, scrivendo che si tratta di una “ricompensa” per “separarsene”.

Keynes credeva che l’ammontare detenuto tra il risparmio e i contanti per proteggersi da eventi imprevisti determinasse direttamente i tassi d'interesse. Il tasso di equilibrio era determinato dalla quantità di denaro disponibile, dall’offerta di denaro e dalla quantità di contanti detenuta dalle persone.

In altre parole, il risparmio e il desiderio di prendere in prestito non avevano alcuna influenza sui tassi d'interesse, sebbene il risparmio fosse l’altra faccia della medaglia del detenere contanti o dell’accumulo. È sorprendente che un qualsiasi intellettuale possa aver preso sul serio queste cose, ciononostante la prospettiva di Keynes ha rappresentato una forza dominante nel plasmare il pensiero macroeconomico per quasi un secolo.

Una difficoltà nel leggere La Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta è che viene usata la parola “risparmio” per definire due attività separate: trasferire crediti e detenere crediti. Keynes usa costantemente la stessa parola e alterna tra i due significati. È solo definendo chiaramente i termini che comprendiamo che il contributo di Keynes è stato in realtà quello di porre l'enfasi sull'accumulo – il possesso di contanti – quando invece già gli economisti classici si resero conto che, in realtà, non era importante!

I tassi d'interesse di equilibrio si ottengono dove l’offerta di denaro è uguale alla domanda e da ciò scaturisce la versione keynesiana della teoria quantitativa della moneta: l’equazione di Cambridge. In questo caso l’offerta è pari alla frazione del reddito nominale che si accumula o si detiene in contanti – in forma di equazione:  M = kPY, dove k è la frazione o proporzione e PY è il reddito nominale composto da P prezzi e Y reddito reale (la variabile k è spesso scritta come 1/ V, dove V è la velocità, da qui l’illusione che l’equazione di Cambridge sia solo l’ennesima versione della teoria quantitativa della moneta).

Gli economisti usano l’IPC come misura di P, i prezzi di ciò che costituisce il reddito reale, o beni e servizi reali. È qui che sgorga l’idea che l’inflazione possa essere rappresentata dall’indice dei prezzi al consumo.

Tuttavia la versione originaria della teoria quantitativa della moneta aveva una visione totalmente diversa dell’inflazione. Questa equazione si otteneva dal rovescio della medaglia di qualsiasi transazione: se spendo un dollaro, devo aver comprato qualcosa per un valore di un dollaro, in generale lo scambio di denaro con qualsiasi cosa esso possa comprare. Se uso un dollaro per comprare qualcosa, ho M ($1) x 1(V) = $1(P) x 1(Q), che alla fine risulta in MV = PQ, dove V è la velocità, Q è tutto ciò per cui può essere speso denaro e P è il prezzo di tutto ciò per cui si può spendere denaro.

NON è la stessa P nell’equazione keynesiana di Cambridge e riflette l’inflazione effettiva, l’aumento generale dei prezzi di quelle cose che il denaro può acquistare: il prezzo di case, azioni e oro. Attualmente riteniamo che se il prezzo delle case, delle azioni, o dell’oro aumenta, è una buona cosa, ma se il prezzo di una banana aumenta, è una cosa negativa.

La realtà è che il vostro dollaro può comprare meno di una casa, di un'azione, o di un'oncia d'oro, proprio come può comprare meno di una banana; questa è la misura corretta dell’inflazione e l’IPC è un parametro distorto e grossolanamente sottorappresentativo dell’inflazione reale sopportata dalla persona media. Molti oggi sono stati costretti a non potersi permettere una casa, ma secondo i politici questa non è inflazione. Ovviamente la banca centrale non vede la foresta tutt'intorno quando imposta un obiettivo IPC al 2%.

La stessa assurdità vale per i tassi d'interesse e per quanto poco gli economisti comprendano queste variabili. I tassi d'interesse non sono determinati dalla domanda e dall’offerta di liquidità o dal desiderio d'infilare soldi nei materassi: sono determinati dalla domanda e dall’offerta di fondi mutuabili.

Questi sono i numeri più importanti in un’economia e dato che fluttuano essi svolgono un ruolo fondamentale nell’allineare, nel tempo, la domanda e l’offerta di produzione. Armeggiando con questi numeri si ottiene lo stesso risultato di quando gli stati manipolano i prezzi dei beni. Una recessione o depressione è il modo in cui il capitalismo riesce a riallineare la domanda con l’offerta dopo l’interferenza e le manipolazioni dei prezzi da parte dello stato. Eppure oggi quasi nessun economista comprende questa realtà cruciale.

Abbiamo bisogno di una rivoluzione nella teoria economica, dobbiamo buttare via tutte queste sciocchezze keynesiane e restituire buon senso alla professione.

Un inizio nella giusta direzione sarebbe quello di porre fine alle banche centrali e tornare al denaro sano/onesto. Questo ci darebbe un mondo in cui la deflazione sarebbe la norma e i tassi d'interesse allineerebbero adeguatamente la produzione alla domanda, ponendo fine agli infiniti cicli di espansione e contrazione che continuiamo a sperimentare.

Purtroppo è difficile essere ottimisti: Keynes diede agli stati una giustificazione per interferire e, quindi, come ci si può aspettare che essi cedano volontariamente tale potere?


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giovedì 4 giugno 2020

Decenni di buona produttività hanno reso gestibile la bomba del debito (per ora)





di Frank Hollenbeck


Se prestaste totale attenzione al mondo delle news potreste arrivare a credere che è Natale e lo stato è Babbo Natale. Secondo la legge approvata di recente dal Congresso, gli americani di età superiore ai sedici anni riceveranno $2.000 al mese per almeno sei mesi, oltre all'elargizione di $1.200 già in corso. Milton Friedman, il creatore del termine "helicopter money", disse che è improbabile che l'elicottero voli solo una volta. L'attuale politica del governo americano, infatti, è di impedire che si fermi.

Gli Stati Uniti hanno anche approvato $2.000 miliardi di spese aggiuntive senza alcuna discussione alle Camere o preoccupazione per il modo di pagare. Non che ci sorprenda, visto che ogni anno parliamo di fiscal cliff o deficit di bilancio e ogni anno questi aumentano.

Com'è possibile che la giostra vada avanti? La mancanza di dolore inflazionistico per la gente comune è stata resa possibile dagli incredibili guadagni nella formazione del capitale e nella produttività che hanno avuto luogo nel secolo scorso. Finché ciò continuerà, gli effetti dell'inflazione dell'offerta di moneta saranno gestibili.

Inoltre senza dolore o rabbia da parte degli elettori, gli stati non intraprenderanno mai azioni serie per ridurli. Nulla cambierà se i politici non temono la perdita delle loro cariche a causa dell'inazione.

Il sistema bancario centrale è un fattore chiave che consente agli stati di accendere prestiti a livelli ben al di là di ciò che sarebbero in grado di ottenere in un mercato senza ostacoli.

Dopotutto, in un mondo con denaro sano ed onesto (senza banche a riserva frazionaria e banche centrali), questo dolore arriverebbe sotto forma di tassi d'interesse più elevati che dovrebbero pagare i debitori pubblici. I tassi d'interesse sono determinati dall'offerta e dalla domanda di fondi mutuabili. L'offerta proviene dai risparmi. In questo mondo, man mano che lo stato accende nuovi prestiti, la domanda di fondi mutuabili aumenta, facendo salire al contempo i tassi d'interesse. Presto le aziende si lamenterebbero dei costi elevati per il rinnovo delle attrezzature o l'acquisto di nuovo capitale, mentre per gli individui sarebbe sempre più difficile permettersi una nuova auto o possedere una casa.

Ma nel nostro attuale mondo con la valuta fiat, le banche centrali possono facilmente aumentare l'offerta di denaro, o i fondi mutuabili, mantenendo i tassi d'interesse più bassi di quanto sarebbero altrimenti. Il dolore arriverà solo come un lento aumento dei prezzi degli asset o dei beni di consumo.

Siamo già in fase di salita dei prezzi e lo siamo da un bel po' di tempo. Tuttavia un fenomeno di mercato negli ultimi cento anni ha rimandato le inevitabili fasi successive, impedendo che la maggior parte dei prezzi salisse troppo rapidamente e quindi permettendo ai politici di evitare la rabbia degli elettori. Un semplice esempio renderà questo punto più chiaro. Supponiamo di avere dieci matite e dieci dollari. L'offerta e la domanda garantiranno che il prezzo delle matite sarà di $1 ciascuna. Se il prezzo fosse di $2, avremmo matite invendute che abbasserebbero il prezzo. Se il prezzo fosse solo di cinquanta centesimi, la gente avrebbe $5 in cerca di matite da acquistare, aumentandone il prezzo.

Supponiamo ora di aumentare il numero di matite a cento. I prezzi scenderebbero normalmente a dieci centesimi. Ciò rifletterebbe un enorme miglioramento del tenore di vita della persona media. I prezzi più bassi e la deflazione riflettono una vittoria contro la scarsità, qualcosa che dovrebbe essere acclamato anziché disprezzato.

Se, tuttavia, questo aumento della produzione fosse accompagnato da una maggiore creazione di denaro, non vedremmo tale calo di prezzo. Il prezzo delle matite in questo caso potrebbe addirittura rimanere di $1 nonostante gli anni di produzione crescente. Molti dei guadagni che avrebbero dovuto finire nelle tasche dei consumatori finirebbero invece in quelle di stati, banche centrali e altri destinatari di denaro di nuova creazione come le banche commerciali.

L'incredibile aumento della produzione di beni e servizi negli ultimi due secoli è derivato dai guadagni della divisione del lavoro e dal massiccio aumento della base di capitale.

Grazie a questi immensi guadagni in termini di produttività, la gente non ha notato aumenti considerevoli dei prezzi al consumo, sebbene la creazione di moneta sia stata sostanziale. Come disse Keynes:
Il processo [di inflazione] coinvolge tutte quelle forze nascoste della legge economica dal lato della distruzione e lo fa in un modo che nemmeno uomo su un milione è in grado di diagnosticare.

Sebbene questo sistema possa comportare un trasferimento ingiusto di ricchezza, il fatto è che decenni di crescita della produttività hanno reso gestibile la situazione. Il dolore dell'inflazione dell'offerta di moneta è stato "accettabile". Quando il dolore infine diventerà evidente per la maggior parte delle persone, ciò segnalerà una stagnazione della produzione e significherà che siamo in guai seri.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 8 aprile 2020

La reazione della maggior parte degli stati alla pandemia è a dir poco sconsiderata

Perché gli stati si sono dimostrati così solerti nel voler chiudere l'attività economica quando invece erano disponibili altre misure meno draconiane? Iniziamo col dire che pochi hanno offerto un qualsiasi tipo di resistenza organizzata, attraverso metodi legali o politici, contro gli attuali arresti domiciliari. La paura è uno strumento potente per i politici e per loro non esiste una crisi che possa andare sprecata. La paura è ciò su cui poggiano gli stati. Mentre la paura per la salute si è rapidamente diffusa a livello globale, seminata con dovizia da media terroristi e scienziati da loro intervistati (escludendo però tutte quelle voci che erano fuori dal coro), la maggior parte delle persone si è trasformata in cani di Pavlov nei confronti di tutti coloro che hanno cercato di sottolineare l'ovvio: sì, vi hanno preso per i fondelli e continuano a farlo. Ma nel frattempo stati e media terroristi hanno scatenato odio sociale a palate, ecatombe di imprese, suicidi da depressione (anche se in realtà sono omicidi di stato), calpestato le libertà individuali, cancellato fonti di reddito, frantumato la divisione del lavoro, valanghe di sanzioni ingiustificate, ecc. Quando questa storia finirà, il danno più grande inferto alla società sarà fondamentalmente uno: l'accettazione passiva dell'autorità incontrollata degli stati.
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di Frank Hollenbeck


L'attuale strategia della maggior parte degli stati contro il coronavirus è una ricetta per un disastro economico mondiale. In molti Paesi la strategia è quella di confinamento e chiusura di negozi, un percorso sicuro verso bancarotte su larga scala. La cascata di ripercussioni economiche e finanziarie porterà ad una nuova Grande Depressione. L'Italia, ad esempio, aveva già un rapporto debito/PIL del 135% prima della crisi, quindi è difficile immaginare come possa essere in grado di prendere in prestito di più senza spalmare il proprio debito sul resto dell'UE, qualcosa a cui i Paesi del nord Europa sono fortemente contrari. La Banca Centrale Europea sta già stampando denaro a palate, e se l'Italia diventerà un'altra Grecia, la BCE spingerà ancora di più sull'acceleratore monetario.

I media ed i politici hanno sparso in lungo ed in largo affermazioni terroristiche che hanno gonfiato i rischi del COVID-19. Quasi l'intera popolazione europea è attualmente agli arresti domiciliari e molte aziende sono state messe in stato di pre-liquidazione, non più in grado di realizzare un profitto a causa dell'inattività. L'attuale strategia non è quella di arrestare il virus, ma piuttosto diffondere il tasso di contagio in modo che il picco raggiunga un livello più gestibile per il sistema sanitario. Gli stati hanno dato retta a consulenze parziali degli operatori sanitari senza valutare tutti i pro ed i contro. Questo prolungamento avrà un forte costo economico ed umano.

A lungo termine, se continueremo a perseguire questa strategia, si perderanno più vite. Quanti proprietari di piccole imprese finiranno per suicidarsi? Nell'era moderna per ogni aumento dell'1% nel tasso di disoccupazione, si è registrato un aumento di circa l'1% nel numero di suicidi. Uno studio condotto da Brenner nel 1979 ha rilevato che per ogni aumento del 10% nel tasso di disoccupazione, la mortalità è aumentata dell'1,2%, le malattie cardiovascolari dell'1,7%, le cirrosi epatiche dell'1,3%, i suicidi dell'1,7%, gli arresti del 4% ed i segnalati per aggressioni dello 0,8%. Quante vite perse su 300 milioni (negli Stati Uniti) rappresentano un tasso di disoccupazione del 5%, 10% e 15%? Anche nello scenario peggiore per il virus, il numero totale di decessi causati dal coronavirus costituirebbe solo una piccola parte della mortalità totale.

I ricercatori e le compagnie farmaceutiche stanno già esplorando una certa varietà di trattamenti. Sfortunatamente le normative della FDA, che richiedono test a lungo termine, rendono praticamente impossibile che questi farmaci siano disponibili in tempo per trattare gli effetti del virus nel breve termine. Lo stesso governo che insiste sul fatto che la casa stia bruciando, sta anche discutendo sulla qualità dell'acqua da gettare sul fuoco.

La strategia di "appiattire la curva" vuol dire portare l'economia ad un punto morto. Ma è importante ammettere che ci sono costi reali e pesanti associati alla chiusura dell'economia, in termini di vite umane, istruzione e molte altre cose. Dato che la stagnazione economica e la disoccupazione mettono davvero in pericolo le vite umane, la nostra attuale scelta è tra alcuni decessi a breve termine e un bilancio delle vittime a lungo termine molto più grande creato dall'impoverimento. Dobbiamo tornare al più presto possibile ad una situazione normale.

Dobbiamo liberare i farmaci dalle normative asfissianti e renderli ampiamente disponibili (con adeguate raccomandazioni su dosaggio e avvertenze) ad un prezzo di mercato, senza la necessità di una prescrizione. Abbiamo bisogno che i mercati siano liberi, in modo che possano fornire una vasta scelta di farmaci.

È anche ingenuo pensare che le imprese e le persone non si adatteranno alla minaccia percepita: i ristoranti possono ospitare i clienti a diversi metri di distanza; camerieri e cuochi possono indossare maschere e guanti. Ci sono un numero infinito di modi innovativi in ​​cui le persone possono adeguarsi. Il fatto che non possiamo immaginare una soluzione di mercato volontaria non significa che non esista. La Corea del Sud è un esempio migliore da emulare. Invece di un blocco autoritario della sua gente, ha adottato un approccio molto più libertario al problema e che ha avuto risultati promettenti.

Questa strategia orientata al mercato non è ovviamente priva di rischi, ma dobbiamo allontanarci dall'attuale mentalità difensiva da bunker e considerare alternative economiche meno disastrose.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


venerdì 30 giugno 2017

La confusione sui tassi d'interesse (parte II)





di Frank Hollenbeck


In seguito alla crisi delle dot-com del 2001, i tassi di interesse furono abbassati all'1% e lentamente sono cresciuti al 5% in un periodo di 4 anni. Questa timida politica ha creato ancora un'enorme bolla nel settore immobiliare che è finalmente scoppiata nel 2008. Anziché imparare dal passato, abbiamo raddoppiato l'applicazione della stessa politica fallace. I tassi di interesse si sono dunque abbassati fino allo 0% e sono stati bloccati a quel livello, con scarsissima volontà politica di rialzarli di uno iota.

Siamo ora alla vigilia di un'altra grossa crisi finanziaria, eppure gli economisti (ad eccezione degli Austriaci) ancora non comprendono il ruolo giocato dai tassi di interesse in un'economia capitalista. Per evitare la ripetizione degli errori economici del passato, dobbiamo comprendere la logica fallace che ci ha condotto a questi errori.

Il ruolo dei tassi di interesse è in assoluto il più importante e incompreso concetto in macroeconomia. La maggior parte dei programmi di dottorato economico dovrebbero (ma non lo fanno) avere un corso interamente dedicato alla storia, al significato, e alle conseguenze economiche della manipolazione dei tassi di interesse. Invece, i tassi di interesse sono insegnati come uno, tra i tanti, strumenti necessari nella cassetta degli attrezzi di una banca centrale.

Tuttavia, l'economia non è un'auto e i tassi di interesse non sono il pedale acceleratore. I tassi di interesse sono i prezzi più importanti di un'economia poiché allineano la produzione con le preferenze temporali di consumo della società nel tempo. La manipolazione dei tassi di interesse può solo creare distorsione tra ciò che è, e ciò che dovrebbe essere prodotto in diversi periodi temporali. Una depressione è inevitabile per riallineare la dimensione temporale della produzione con la domanda.

Secondo i Keynesiani e i monetaristi, il tasso di interesse è un fenomeno puramente monetario. I fattori reali non giocano alcun ruolo nella determinazione del tasso di interesse. Tuttavia, le modifiche dei tassi di interesse possono causare cambiamenti nei fattori reali. Per qualche ragione, questi economisti non riescono a vedere le inconsistenze di questa visione. Se un cambiamento nei tassi di interesse può causare cambiamenti nei fattori reali, il livello originale dei tassi di interesse deve perciò essere determinato, o esserlo stato, da fattori reali. Mises nel 1912 ebbe a dire quanto segue circa la nostra attuale pensiero economico illuminato:

Essa riguarda l'interesse come ricompensa della rinuncia temporanea al denaro nel senso più ampio, una visione, infatti, di ineguagliabile ingenuità. I critici scientifici sono stati perfettamente giustificati nel trattarla con disprezzo; merita a malapena una menzione perfino frettolosa. Ma è impossibile esimersi dal sottolineare che queste visioni sulla natura degli interessi hanno un posto importante nell'opinione pubblica, e che sono continuamente proposte e raccomandate di nuovo come basi per misure di politica bancaria.

Questa visione esclusivamente monetaria dei tassi di interesse è basata sulla teoria di Keynes della preferenza per la liquidità. Il tasso di interesse è determinato dall'intersezione tra domanda e offerta di trattenere liquidità (accumulo). Eppure, né l'offerta né la domanda di trattenere liquidità (accumulo) è dipendente dal tasso di interesse (vedi spiegazione qui). Perciò insieme non possono determinare il tasso di interesse.

Keynes provava un odio viscerale verso colui che egli chiamava "redditiere", una persona che sopravvive stando comodamente seduto e ricevendo interessi. Per attaccare il redditiere, doveva anche attaccare la nozione di qualunque giustificazione economica per l'interesse positivo. La sua teoria della preferenza della liquidità ha poco a che fare con un'analisi economica sana, ma più a a che fare con lo sviluppo di una teoria atta a giustificare un'opinione politica: l'"eutanasia del redditiere".

In realtà, il tasso di interesse naturale determina dove la domanda e l'offerta per beni mutuabili si incontra. Non è il contrario, come molti economisti tuttora credono e continuano a insegnare disegnando per prime le curve di domanda e offerta anziché per ultime. È il tasso di interesse a venire prima, e poi le curve di domanda e offerta si disegnano fino ad intersecarsi a questo tasso.

C'è una tendenza naturale a preferire il consumo attuale rispetto al consumo futuro. L'interesse naturale è la manifestazione economica delle preferenze temporali. È l'indice del valore assegnato ad un consumo corrente in relazione al valore assegnato al consumo futuro. Non è un prezzo ma può esser visto concettualmente come il prezzo della preferenza temporale.

Mises ha dimostrato questa caratteristica del tasso naturale di interessi con una controdeduzione. Se non ci fossero preferenze temporali, la produzione avrebbe lo stesso valore se fosse prodotta oggi fra dieci anni o fra mille anni. Un bene prodotto in un flusso perpetuo, quale la terra, avrebbe un valore infinito. Poiché la terra viene regolarmente scambiata a valori meno che infiniti, il valore della preferenza temporale deve esistere laddove un reddito prodotto in precedenza ha un valore maggiore di quello prodotto successivamente. I livelli effettivi dei tassi di interesse (la curva dei rendimenti) sono ottenuti sommando il tasso di interesse naturale al premio o allo sconto per i cambiamenti dei prezzi (da compensare per un cambiamento nell'unità di misura del denaro) e un premio per il rischio di mancato rimborso o di incertezza (il profitto imprenditoriale dell'assunzione del rischio).

Sebbene Keynes rifiutasse il classico concetto delle preferenze temporali, si riferisce costantemente ad uno "sconto temporale" nella Teoria Generale. Questa è solo una delle molte incoerenze di Keynes.

Un capitalista ha sempre molte scelte per l'uso dei propri beni. Deve decidere quale sia il più profittevole tra i vari usi. Guarda al valore presente di diversi flussi di entrate e sceglie quello col maggior valore netto attuale. Per esempio, se il bene è un acro di terra, potrebbe farne una miniera, o una fattoria, o una piantagione. Se il tasso di interesse è il 5%, il flusso di entrate può determinare la miniera come l'alternativa col più alto valore netto attuale. Una diversa opzione potrebbe essere invece una fattoria al 4,5% o una piantagione al 4%. Il tasso di interesse naturale (parte del 5%) quale parte della preferenza temporale è il prezzo più importante in un'economia capitalista. Aiuta ad allineare la produzione di una società alla domanda nel corso del tempo. Come scrisse l'economista Irving Fisher, "Così un cambio del tasso di interesse risulta in un cambiamento di scelta nei flussi di entrata. Un alto tasso di interesse incoraggerà investimenti in entrate con profitto rapido, laddove un basso tasso di interesse incoraggerà investimenti in entrate con un profitto distante nel tempo"

Ora supponiamo che il tasso naturale di interesse sia il 3%, mentre il saggio di interesse sia il 5%. Attraverso questo prezzo, la società manda un segnale che valuta la miniera più di quanto valuti le altre due alternative. In altre parole, il modo migliore per rispondere alla domanda attuale e futura è di usare l'acro di terreno per farne una miniera. Ora supponiamo che la banca centrale attraverso le stamperie abbassi il tasso di interesse temporaneamente al 4%. L'acro di terreno verrà messo a piantagione. Eppure, la stampa di denaro non modifica le preferenze temporali dell'economia o la manifestazione economica delle preferenze temporali, il tasso di interesse naturale. Le preferenze temporali sono in gran parte immutabili[1] e sono determinate dalla natura umana. Non modifica ciò che la società veramente voleva fosse prodotto. Stampare denaro crea cattive allocazioni di risorse e più a lungo avviene la stampa maggiori saranno le distorsioni nell'allocazione di risorse. Quando ci si rende conto che le recessioni non sono mai un problema di domanda (vedi la spiegazione qui) ma di produzione non allineata con la domanda, si vede l'idiozia di seguire una politica monetaria che segua questo disallineamento.

Molti economisti dicono "questa volta è diverso, ora ne sappiamo di più", ma è sempre un risciacquare e ripetere. La storia si ripete, e la stampa di moneta alla fine determina l'iperinflazione, disordini sociali, e guerra. Sembra proprio che non impariamo mai!


[*] traduzione per Francesco Simoncelli's Freedonia a cura di Giuseppe Jordan Tagliabue


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Note

[1] In Azione Umana, Mises spiega come gli episodi inflattivi o deflattivi possano alterare il saggio di interesse naturale alternando la distribuzione delle entrate e della ricchezza di diversi segmenti della popolazione. Inoltre, sottolinea che probabilmente ci sono molteplici tassi naturali poiché "nulla giustificherebbe il presupposto che questo sconto di soddisfazione in periodi più remoti progredisca continuamente e stabilmente".

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giovedì 29 giugno 2017

La confusione sui tassi d'interesse (parte I)





di Frank Hollenbeck


Fin dal 2008 le banche centrali hanno rincorso l'abbassamento degli interessi per spronare la crescita. Questo ha indotto cattivi investimenti in quasi tutte le classi di attività. Per esempio, con i prezzi sotto i 50 dollari al barile e con tendenza al ribasso, l'industria dello shale oil è in grossi problemi, poiché ha ricevuto prestiti dal sistema bancario per più di un migliaio di miliardi di dollari.

Naturalmente, gli economisti e la teoria economica fallace sono responsabili al 100% di quanto sta per accadere. Gli economisti professionisti oggi sono come il medico del passato le cui prescrizioni di salassi erano considerate medicina allo stato dell'arte; la cura, naturalmente, era molto peggio del male.

Questo secolo ha visto due crisi finanziarie devastanti, con una terza all'orizzonte a breve. Quando scriveranno di questa era, gli storici concluderanno che questi cicli di "boom and bust" si sarebbero potuti evitare se i politici non fossero stati influenzati da errati giudizi circa il ruolo dei tassi di interesse in un'economia capitalista.

La storia dei tassi di interesse (curva dei rendimenti) è affascinante. Tutto iniziò quando Aristotele condannò fermamente l'applicazione di interessi quale contraria alla natura poiché il denaro è un mezzo di scambio e non, in sé, produttivo o accrescitivo di ricchezza. Il denaro è sterile e non produce alcun frutto, e perciò non può legalmente imporre interessi. Questa visione dei tassi di interesse è stata mantenuta da molti teologi anche fino all'era moderna.

Sebbene l'usura (l'applicazione di qualunque interesse e non la definizione moderna di interessi abusivi) ebbe una connotazione negativa, non era strettamente proibita fino al primo concilio ecclesiastico nel 325. Questo bando sull'usura fu, inizialmente, limitato principalmente agli affari della chiesa.

Molti teologi del tempo consideravano l'usura un furto, un crimine peggio dell'adulterio e dell'omicidio, poiché il peccato di usura poteva continuare, tramite eredità, da una generazione all'altra. Nel 1139 la chiesa finalmente estese la proibizione a tutti gli uomini.

Il teologo parigino William di Auxerre (m. 1231) aggiunse un nuovo filone alla campagna anti usura proclamando che il tasso di interesse era il prezzo del tempo, e poiché il tempo è gratuito, nessuno avrebbe dovuto addebitare qualcosa che non aveva alcun costo. Un altro avvocato anti-usura fu il teologo Tommaso d'Aquino (1225-1274), che riteneva che il denaro dovesse avere un valore nominale fisso. L'applicazione di interessi su qualcosa che è fisso è una violazione della natura del denaro ed è perciò peccaminosa e dovrebbe essere resa illegale.

Chiaramente Tommaso d'Aquino e altri teologi non comprendevano la natura del denaro. Non lavoriamo per il valore nominale del denaro, ma per i beni e i servizi che questo valore nominale può acquistare, altrimenti detto potere d'acquisto. Ad ogni modo, il valore al consumo del suo potere d'acquisto varia nel tempo. In altre parole, anche se un dollaro potesse acquistare una mela oggi e una mela domani, non significa che assegnerebbe, oggi, lo stesso valore al consumo, o preferenza nel tempo, al consumo di una mela in futuro, e l'equivalente quantità di denaro usata per acquistarle. Il consumo di mele o di denaro in diversi periodi può essere visto come diversi prodotti. Furono il francese Turgot (1727-1784) e l'economista Austriaco Eugen von Bohm Bawker (1851-1914) tra gli altri, che compresero che il consumo attuale è preferibile al consumo futuro, cosicché il tasso naturale di interesse riflette il premio che il mercato impone per equalizzare il valore del consumo di beni in diversi periodi di tempo. Il tasso naturale di interesse può essere visto come come il parametro di scambio fra il consumo attuale e il consumo futuro.

L'equilibrio del tasso di interesse in un'economia di mercato funzionale è correlata alla domanda e all'offerta di fondi mutuabili. L'offerta deriva dalla preferenza di tempo del consumo, mentre la domanda proviene da imprese che investono in fabbriche e impianti basate sull'efficienza marginale del capitale. Questo può dare l'impressione che il tasso di interesse di equilibrio sia perciò dominato da una combinazione di preferenze di tempo e di valutazioni di produzione. Tuttavia questa è solo un'illusione. Il valore di questo capitale è anche determinato da preferenze di tempo poiché è il valore della produttività nel tempo scontato da tassi di interesse riflettenti preferenze temporali. L'efficienza marginale del capitale è perciò ottenuta dal valore del capitale che in cambio è determinato dalle preferenze temporali. È il tasso di interesse che determina le posizioni delle curve di domanda e offerta.

Gabriel Beil (1420 al 1425-1495) e Conrad Summerhart (1465-1522) indebolirono la proibizione dell'usura proclamando che l'interesse era il pagamento del costo di opportunità del denaro. Un mercante dovrebbe essere compensato per rinunciare all'uso del proprio denaro, così come un agricoltore dovrebbe essere ricompensato per il sacrificio dell'uso della propria terra. Allo stesso modo, il richiedente il prestito ha l'opportunità di ottenere più profitti dal prestito di quanti interessi deve pagare al prestatore. Perché tale transazione reciprocamente proficua dovrebbe essere proibita?

Summerhart andò oltre presentando il caso che il denaro attuale fosse un bene diverso dal denaro futuro, e che il valore dell'uso del denaro di oggi fosse diverso dal valore del denaro pagato domani. Una volta Murray Rothbard sottolineò che: "Summerhart si avvicinò alla comprensione del fatto primordiale della preferenza temporale, la preferenza verso il denaro attuale piuttosto che a quello futuro."[1]

Summerhart indicò anche che il prestito non era senza rischio e che il tasso di interesse pagato serviva a ricompensare il rischio preso dal prestatore in caso di bancarotta del debitore. Perciò il concetto di premio del rischio giustificava l'interesse su un prestito. Il francescano Juan de Medina (1490.1546) fu il primo scrittore nella storia ad avanzare chiaramente l'opinione che l'applicazione di interessi ad un prestito è legittima se è in funzione di ricompensa al rischio di mancato rimborso.

Il cardinale Thoma Carjetan (1468-1534) legalizzò l'attività di prestiti, e le restrizioni al ricarico di interessi, per tutti gli scopi pratici, fu eliminata dalla congregazione Gesuita del 1581.

L'attività bancaria islamica, o "finanza aderente alla Sharia" altresì condanna l'usura (Riba). I prestiti al consumo dovrebbero essere carità, mentre i prestiti d'affari non dovrebbero avere fissità nel pagamento di interessi. Il ritorno del denaro prestato è sempre sconosciuto inizialmente poiché il futuro è incerto. Se, ad esempio, il tasso di interesse è del 5% e il rendimento del denaro preso in prestito è del 2%, parte del pagamento di interesse fisso, 3%, fatta dal il creditore è visto, sotto la finanza islamica, non guadagnato. Se la resa invece è il 10%, il 5% di guadagno per colui che ha preso il denaro in prestito è visto come un'entrata ingiustificabile. La divergenza tra il tasso fisso e il rendimento del denaro prestato viene così accusata della creazione di squilibrio di entrate. Naturalmente tutto ciò ignora totalmente il rischio di bancarotta, e le differenze nelle preferenze di rischio. La scelta volontaria di fissare il pagamento di interessi riflette una differenza nella preferenza di rischio che beneficia sia il prestatore sia il mutuatario. Inoltre, il prestito al consumo può semplicemente riflettere differenze nel preferenze temporali di consumo.

Se il tasso di interesse naturale riflette la preferenza temporale, allora riflette anche le scelte dei consumi di una società (domanda) attraverso il tempo. Queste scelte di consumo determinano, in un'economia di mercato, le scelte di produzione inter-temporali che rispondono meglio a questa domanda. L'interferenza con questo allineamento cruciale provocherà una divergenza tra ciò che la società vuole sia prodotto attraverso il tempo in relazione a quanto effettivamente prodotto. Le recessioni o le depressioni non sono mai un problema di domanda (vedi la spiegazione qui), ma un disallineamento tra domanda e offerta.

Diversamente da quanto si insegna in quasi tutti i programmi pre o anche post-laurea, la miglior politica monetaria è nessuna politica monetaria


[*] traduzione per Francesco Simoncelli's Freedonia a cura di Giuseppe Jordan Tagliabue


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Note

[1] Murray Rothbard, "Economic Thought Before Adam Smith: An Austrian Perspective on the History of Economic Thought, Volume I."

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martedì 31 gennaio 2017

Il nostro incubo keynesiano





di Frank Hollenbeck


Non è un eufemismo dire che sin dal 2008 la politica economica degli Stati Uniti è stata di stampo keynesiano. I tassi d'interesse sono vicini allo zero e il debito nazionale si attesta a quasi $20,000 miliardi. Questo è un risultato diretto dell'applicare la prescrizione politica raccomandata nella Teoria Generale di Keynes. Un giorno il suo libro sarà probabilmente accostato al Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx, come opere che hanno generato false nozioni riguardo la realtà con conseguenze disastrose.

Keynes ha derivato la maggior parte delle sue conclusioni contro il capitalismo eliminandone la caratteristica essenziale: regolazione dei prezzi per allocare le risorse economiche scarse laddove la società lo ritiene più urgente. La sua teoria presuppone una rigidità dei prezzi.

Supponiamo che qualcuno sostenga che la gravità non ci tiene ancorati al pianeta come disse Newton, e che la gente galleggerebbe nello spazio a meno che non si costruiscano grandi reti per salvare l'umanità. Una tale persona verrebbe molto probabilmente trasportata d'urgenza in ospedale – a patto che non sia keynesiano, visto che i pazzi ormai sono a piede libero. Presumendo un'inflessibilità dei prezzi, Keynes concluse che la disoccupazione poteva essere una presenza fissa in un'economia capitalista e che la contraffazione legale (politica monetaria), o la formula "rubare a Pietro per pagare Paolo" (politica fiscale), potevano essere politiche economiche sane. Invece di essere additato come un economista ignorante e sciroccato, a Keynes è stato dato lo status di genio economico.

Perché un tale libro, scritto male come la Teoria Generale di Keynes, è così acclamato? Ha innumerevoli errori di logica e le definizioni sono sempre mutevoli (ad esempio risparmio, efficienza marginale del capitale e tassi d'interesse). La risposta è semplice: i politici mettono Keynes su un piedistallo perché ha dato loro il fondamento teorico per giustificare politiche che precedentemente venivano ridicolizzate dagli economisti classici.

Prendete, ad esempio, il concetto di moltiplicatore fiscale: non esiste! Esiste invece solo nella mente illogica di professori e scrittori keynesiani. Dal momento che questo concetto è incorporato in ogni libro universitario, cerchiamo di farne una breve ricapitolazione: se lo stato spende $1, qualcuno riceverà $1, e ne spenderà una parte, diciamo 80 centesimi, che verranno ricevuti da qualcun altro che ne spenderà solo una frazione, e così via. I keynesiani, poi, introdurranno una bella formula e diranno che in questo caso il moltiplicatore è 5 e $1 speso dallo stato creerà $5 in reddito nazionale.

Ma la domanda sorgerebbe spontanea: come ha fatto ad essere finanziato il singolo dollaro iniziale di spesa? Qui il keynesiano ha una risposta precisa: il moltiplicatore del budget all'equilibrio. Se lo stato spende $1 e tassa per $1, la spesa sale lo stesso di 20 centesimi dal momento che la persona che è stata tassata avrebbe speso solo 80 centesimi. Il moltiplicatore in questo caso è di $1. A questo punto la maggior parte dei professori proseguirebbe con un altro argomento, inosservato da parte degli studenti incauti e che rappresenta l'assunto insidioso alla base di questa conclusione teorica.

Il concetto di moltiplicatore vuole far credere che i 20 centesimi sono stati risparmiati, o trattenuti in contanti – l'equivalente di stipare denaro sotto il materasso. Se, invece, l'importo tassato andasse a ridurre il risparmio[1], $1 di spesa pubblica scalzerebbe $1 di consumi e spesa per investimenti (risparmio); il moltiplicatore sarebbe pari a zero, e la spesa pubblica e la politica di bilancio non avrebbero un'influenza diretta sulla produzione attraverso la domanda aggregata. Naturalmente se prendessimo in considerazione l'offerta, il moltiplicatore sarebbe negativo. Come disse Murray Rothbard, si tratta di un trasferimento di "risorse dal [settore privato] produttivo al settore pubblico parassitario." I $20,000 miliardi di debito pubblico attuali riflettono la spesa pubblica, o risorse reali che sarebbero state messe a miglior uso se fossero state lasciate in mani dei privati.

Keynes sosteneva anche la cosiddetta "eutanasia del rentier", con l'abbassamento dei tassi d'interesse a zero. I suoi fedeli seguaci nell'Eccles Building a Washington hanno seguito il suo consiglio alla lettera. Eppure, come disse Mises, questo punto di vista riguardo i tassi d'interesse è di una ingenuità insuperabile.[2]

Un professore di microeconomia spiegherà ai suoi studenti come il controllo dei prezzi crei una divergenza tra ciò che la società vuole e quello che produce – la conseguenza non intenzionale è rappresentata da laghi di vino, montagne di burro e disoccupazione rampante. Ciononostante questo economista schizofrenico proseguirà dicendo che giocherellare con il prezzo più importante del capitalismo, il tasso d'interesse, risolverà i problemi economici della società.

La realtà è che l'economia non è come una macchina e i tassi d'interesse non sono come il pedale dell'acceleratore. I tassi d'interesse giocano un ruolo chiave nell'allineamento tra domanda e offerta nel tempo. Più a lungo s'interferisce con i tassi d'interesse, maggiore sarà il disallineamento e maggiore sarà l'aggiustamento inevitabile e necessario per riallineare l'offerta con la domanda.

Attualmente ci troviamo in una buca profonda. Questa linea di politica mal concepita porterà al cosiddetto crack-up boom che Mises aveva previsto e sarà molto peggio del 2008. Eppure non abbiamo il consenso intellettuale affinché possiamo uscirne. Quel che è peggio è che la prossima crisi fomenterà senza dubbio più richieste per implementare quelle strategie che fino ad ora hanno fallito. Agli economisti di oggi è stato fatto il lavaggio del cervello affinché credessero che l'unica soluzione fosse una maggiore spesa pubblica e una maggiore stampa di denaro. Il fine partita sarà decretato dall'iperinflazione, la quale porterà a dittature. Eppure c'è un'alternativa migliore, e inizia con:

  1. Ristabilire una moneta sonante;
  2. Porre fine alla riserva frazionaria;
  3. Mettere fine alle banche centrali.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] La definizione corretta di risparmio monetario è trasferimento dei crediti da un gruppo all'altro. Questa è la definizione che ritroviamo nella teoria dei tassi d'interesse nei fondi mutuabili. Il risparmiatore non applica le sue rivendicazioni e sarà in grado di consumare più beni e servizi in futuro. Egli effettua questo trasferimento a favore di quegli investitori che ne faranno miglior uso, acquistando impianti ed attrezzature che poi produrranno beni e servizi in futuro. Keynes ha creato una grande confusione quando ha usato la parola "risparmio" per riflettere due atti: il trasferimento dei crediti (definizione classica di risparmio) e il trattenimento dei crediti, o accaparramento.

[2] "Riguarda l'interesse come compensazione della rinuncia temporanea al denaro nel senso più ampio – un punto di vista di un'ingenuità insuperabile. I critici scientifici erano perfettamente giustificati quando lo trattavano con disprezzo; non vale nemmeno la pena nominarlo. Ma è impossibile astenersi dal sottolineare che queste stesse opinioni sulla natura dell'interesse occupano un posto importante nel giudizio popolare, e che vengono continuamente proposte e consigliate come base per le misure di politica bancaria."

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venerdì 30 dicembre 2016

I limiti empirici dell'economia





di Frank Hollenbeck


Due sviluppi economici separati nel corso degli ultimi 100 anni hanno fatto regredire la macroeconomia. Il primo è il concetto keynesiano, o più precisamente malthusiano, della domanda aggregata. Il secondo è l'empirismo positivista di Milton Friedman, il quale sottolinea l'importanza della verifica empirica nella teoria economica.

Secondo l'empirismo positivista, l'aderenza ai fatti economici è l'unico modo per convalidare le teorie economiche.

Visto come un corpo di ipotesi di merito, la teoria deve essere giudicata per il suo potere predittivo in base alla classe di fenomeni che intende "spiegare." Solo gli elementi di fatto possono dimostrare se è "giusta" o "sbagliata" o, meglio, provvisoriamente "accettata" come valida o "respinta." [...] l'unico criterio pertinente della validità di un'ipotesi è il confronto delle sue previsioni con l'esperienza.[1]

La teoria economica deve essere giudicata per il suo potere predittivo, e deve essere supportata dalla regolarità empirica. Solo gli elementi di fatto, o empirici, possono far progredire una teoria fino a farla diventare ampiamente riconosciuta. L'unico criterio pertinente della validità di un'ipotesi è il suo potere predittivo.

Friedman ampliò il "principio di falsificazione" di Popper dicendo che una teoria non può mai essere verificata, ma può essere falsificata, se si trova un contro-esempio che invalida la teoria.

L'ipotesi è rifiutata se le sue previsioni sono confutate ("spesso" o il più delle volte da un'ipotesi alternativa); è accettata se le sue previsioni non sono confutate; guadagna grande fiducia se è sopravvissuta a molti tentativi di confutazione. Gli elementi di fatto non possono mai "provare" un'ipotesi; possono solo non confutarla, che generalmente equivale a ciò che intendiamo quando diciamo che l'ipotesi è stata "confermata" dall'esperienza.[2]

Gli economisti hanno portato oltre l'empirismo positivista e hanno formulato la teoria economica dalla regolarità empirica; la legge di Okum, la curva di Phillips o, più recentemente, il punto di saturazione al 90% del rapporto debito/PIL di Rogoff e Reinhart. E quando queste regolarità empiriche hanno cominciato a dimostrarsi sbagliate, questi economisti non hanno avuto difficoltà a torcere la teoria per adattarla ai dati: per esempio, l'ipotesi adattativa e razionale della curva di Phillips. Gli economisti non hanno avuto remore a vomitare grafici che mostrano empiricamente relazioni causali tra variabili economiche.

Questo atteggiamento sta portando l'economia al di là di quello che può fare, malgrado ciò pochi economisti professionisti denunciano l'attuale imbastardimento della scienza economica. L'empirismo può supportare una teoria economica, ma non può provare o confutare una teoria economica.

Oltre 100 anni fa i limiti dell'empirismo in economia erano cristallini. Nell'articolo, “The Elasticity of the Demand for Wheat”, R. A. Lehfeldt (1914) tentò di determinare l'elasticità della domanda di grano osservando i dati storici sui prezzi rispetto al relativo consumo. Tentò di correggere le variazioni degli altri fattori (ceteris paribus) e scoprì che l'elasticità della domanda di grano era di 0.6. Basandoci su questo studio dovremmo concludere che la curva della domanda di grano è, in realtà, inclinata verso l'alto? Questo studio empirico ha dimostrato che la teoria economica è sbagliata? Qualsiasi economista di buon senso dovrebbe spiegare che ciò che si osserva non rappresenta una serie di punti su una curva stabile e perfettamente prevedibile, ma punti d'intersezione tra domanda e offerta in continua evoluzione, o punti in movimento verso l'equilibrio.

Una curva della domanda è come una fotografia: è valida solo per quell'istante in cui viene scattata, poiché altri fattori cambiano costantemente il modo in cui è posizionata la curva istante dopo istante. È impossibile misurare empiricamente la pendenza di una curva della domanda. Anche se l'autore cercò di correggere gli spostamenti nelle curve della domanda e dell'offerta, c'erano troppi fattori (alcuni non misurabili) in mutamento affinché potesse controllare empiricamente il tutto. Il suo compito era impossibile e gli economisti dovrebbero trarre importanti conclusioni da questo fallimento.

Le stime empiriche durante quel periodo di tempo avrebbero anche mostrato un numero enorme di curve della domanda inclinate positivamente. Quello era un periodo di aumento della popolazione e crescita della moneta (entrambi i parametri misurati erroneamente). Quindi, seguendo l'empirismo positivista, dovremmo concludere che le curve della domanda sono "respinte" quando inclinate verso il basso e "accettate" quando inclinate verso l'alto?

Questo ci porta ad un altro punto importante che manca nel saggio di Friedman del 1953. Il problema della misurazione in economia. Prendiamo, per esempio, il rapporto tra la crescita monetaria e l'inflazione (un rapporto inesistente secondo il "principio di falsificazione"). Che cos'è il denaro e che cos'è l'inflazione? Abbiamo diverse definizioni di denaro, da M0, M1, M2, M3, M4, ecc. L'inflazione viene calcolata di solito sia con l'IPC o col deflatore del PIL. Eppure sappiamo che l'IPC è impreciso. Dobbiamo usare pesi e periodi di riferimento per concentrarci sui prezzi. Questo sovrastima automaticamente l'aumento dei prezzi e sottostima la diminuzione dei prezzi.

Inoltre la teoria quantitativa della moneta collegava il denaro ai prezzi di tutte le transazioni: tutto quello che il denaro può comprare, ovvero, cibo, azioni, obbligazioni, gioielli, immobili. È impossibile calcolare un indice corretto di questa misura dell'inflazione dei prezzi, dal momento che i pesi non sono calcolabili. Infatti l'IPC o il deflatore del PIL sono riferimenti inadeguati per una misura corretta dell'inflazione. Oggi vediamo che un IPC soppresso sta accecando i banchieri centrali riguardo gli effetti distorsivi dell'inflazione dei prezzi degli asset.

In questo senso, l'empirismo positivista in economia è molto limitato e in molti casi inutile.

Quindi cosa devono fare gli economisti? Tornare alla teoria, rendendosi conto che l'empirismo è quello che aiuta la teoria, ma non confonderlo con le fondamenta della teoria economica o addirittura sostituirlo a quest'ultima.

L'economia è una scienza sociale costruita sull'assioma inconfutabile dell'azione umana. L'empirismo in economia è molto più limitato che nelle scienze fisiche. Il suo unico ruolo dovrebbe essere quello di sostenere la teoria.

Anche se John Stuart Mill era un empirista, aveva ragione quando disse che tutta la scienza economica è "ipotetica". Si tratta di una scienza di sole tendenze.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Milton Friedman, “The Methodology of Positive Economics”.

[2] David Brat, “Milton Friedman’s Positivism and the Method of Economics”.

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di Alasdair Macleod


[...] Gli economisti interpretano malamente ciò che rappresenta il prodotto interno lordo, credendo che un aumento del PIL significhi crescita economica. Non è così. Il PIL è solo il totale delle transazioni monetarie in un determinato periodo, di solito un anno. Il concetto di crescita economica in sé è anch'esso privo di senso, perché è la ricchezza che cresce (o diminuisce), così come la quantità di moneta e del credito. Per far crescere un'economia, in altre parole, farla diventare più grande, è necessario annettere territorio supplementare e la sua popolazione. Anche gli economisti quasi-Austriaci usano erroneamente il termine "crescita" al posto di sviluppo economico. Von Mises si starà rivoltando nella tomba.

La verità è che un aumento del PIL annuo rappresenta semplicemente l'aumento della quantità di denaro nell'economia tra un anno e l'altro. Tale aumento deve arrivare o da un aumento della quantità di denaro in circolazione sfornato dalle banche centrali, oppure da un aumento del livello di credito bancario creato dalle banche commerciali, e probabilmente è una combinazione dei due. Crescita economica, quindi, vuol dire crescita della quantità di moneta e del credito. Il ragionamento fallace, il concetto secondo cui un aumento del livello generale dei prezzi sia economicamente vantaggioso, è così messo a nudo; perché l'aumento dei prezzi riflette solo una svalutazione monetaria, non un aumento della domanda.

Ma c'è anche un altro errore. Il metodo di calcolo del PIL per renderlo "reale" è quello di aggiustarlo secondo l'inflazione dei prezzi. Ma il PIL è la somma monetaria di tutte le transazioni registrate in un determinato periodo, e comprende già l'inflazione monetaria. Aggiustarlo ad una stima d'inflazione dei prezzi è un tentativo superfluo d'applicare al PIL un effetto ritardato sui prezzi e, quindi, farlo sembrare in un certo modo reale. La causa e l'effetto sono separati da un periodo di tempo indeterminato, e non può essere identificato e attribuito all'uno o all'altro. Viene anche ignorata la soggettività dei prezzi. L'uso del deflatori è la conferma definitiva dell'ignoranza di ciò che in realtà rappresenta il PIL.

Il risultato è che è necessario un continuo incremento della massa monetaria e del credito bancario affinché il "PIL reale" salga. La conseguenza di tutti questi errori e fraintendimenti è che l'analisi macroeconomica risulterà sempre sbagliata. Sono esclusi anche quegli elementi che dovrebbero trovarsi nel PIL totale, perché gli statistici vogliono mettere a fuoco solo il consumo, nella convinzione ottimista che lo stato possa gestire la domanda dei consumatori in isolamento da altri fattori economici. Ciò significa ignorare il flusso ed il riflusso di fondi tra le attività commerciali e bancarie, una delle principali fonti di distorsione statistica e altro motivo per cui gli effetti dell'inflazione dei prezzi dovuti alla politica monetaria non possono mai essere approssimati alle aspettative di un economista, anche nel caso in cui potesse essere identificato il tempo che intercorre tra di loro. L'inflazione dei prezzi degli asset esclusa dal PIL non è meno significativa rispetto all'inflazione dei cosiddetti prezzi al consumo, ma ufficialmente l'inflazione degli asset "non esiste" ed i valori patrimoniali crescenti sono invece accolti per il loro effetto ricchezza artificiale.

Questo è il motivo per cui banchieri e gestori patrimoniali amano l'inflazione monetaria. L'effetto sui prezzi degli asset li arricchisce rispetto agli altri attori di mercato, poiché la ricchezza viene trasferita a Wall Street a scapito di Main Street. Inevitabilmente l'inflazione dei prezzi non rimane imbottigliata nelle classi di asset escluse dal calcolo del PIL, perché infine finisce nei beni e servizi che sono inclusi nella misura del PIL.

Il tempo necessario affinché il denaro supplementare finisca nel consumo corrente è, come già detto, imprevedibile e può essere significativo. I prezzi delle azioni, delle obbligazioni e delle case hanno visto una sostanziale inflazione dei prezzi, ma gli elementi al consumo ne hanno vista meno – almeno finora.



Perché le entrate statali ne soffriranno

In un periodo d'inflazione dei prezzi indotto dall'espansione monetaria, le tasse non potranno mai sostenere la spesa pubblica, perché l'effetto della svalutazione monetaria distrugge i risparmi ed i guadagni della gente comune. Otto anni dopo la crisi Lehman, l'effetto cumulativo della crescita del credito ha diluito il potere d'acquisto del dollaro di circa il 44%, ipotizzando un'inflazione dei prezzi media (reale) del 7.5% nel corso degli ultimi otto anni, cifra che supera l'IPC annuo ufficiale a circa il 5%. In base a questa ipotesi, non sorprende affatto che l'onere della tassazione e della svalutazione monetaria stia opprimendo l'economia.

Il motore dell'inflazione dei prezzi non è la domanda dei consumatori, come credono gli economisti neo-Cambridge, ma l'accumulo di depositi e conti di risparmio, che insieme al circolante ammontano a quasi $12,000 miliardi in un'economia con un PIL inferiore a $19,000 miliardi. Si tratta di un'economia sovraccarica di depositi detenuti in troppe poche mani. Un leggero spostamento delle preferenze generali sarà sufficiente ad indebolire il potere d'acquisto del denaro misurato in beni e servizi.

Questo non è il momento per perseverare a non voler capire alcuni concetti economici di base. E il neo-presidente eletto Trump sembra essere in procinto d'approvare una sorta di nuovo New Deal, promettendo di far tornare grande l'America, rinnovando e ricostruendo le infrastrutture degli Stati Uniti, in combinazione con tagli fiscali à-la Reagan. Con Cina e Stati Uniti che stanno pungolando le loro economie attraverso la spesa per infrastrutture, il risultato inevitabile sarà un aumento dei prezzi delle commodity non alimentari.

Trump capisce una cosa, ed è lo sviluppo delle proprietà utilizzando le competenze finanziarie di un giocatore di Monopoli. Sfruttare la leva finanziaria va bene per un uomo d'affari che gioca con fiches del valore di qualche miliardo in un mercato da migliaia di miliardi; ma si tratta di un gioco completamente diverso quello di voler indebitare il mercato stesso.

Le banche centrali, che hanno una comprensione limitata dei mercati e ancora meno dell'economia, sono fin troppo disposte ad incoraggiare la spesa in deficit, perché non hanno altra risposta. Ciò lascia un governo degli Stati Uniti, con un debito in rapporto al PIL già oltre il 100%, che si dà alla pazza gioia con la spesa pubblica per salvare un'economia in bancarotta.

I consiglieri del presidente Trump farebbero meglio ad essere consapevoli di questi pericoli, e devono dissuaderlo dall'intraprendere una politica di spese eccessive e tagli fiscali. La svalutazione monetaria, che finanzia un deficit di bilancio crescente, impoverirà ancor di più Main Street e le emissioni aggiuntive di titoli di stato faranno aumentare per tutti il costo dei finanziamenti. Invece, dovrebbe ridurre gli oneri complessivi della sua amministrazione e non intromettersi nella vita delle persone. Meglio che prenda appunti dalla vita di Silent Cal Coolidge, se vuole diventare un buon presidente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 21 dicembre 2016

Il libero commercio è sinonimo d'abbondanza — Il protezionismo è sinonimo di scarsità





di Frank Hollenbeck


In un attacco mirato contro il commercio con la Cina, Donald Trump ha sostenuto che l'America abbia perso posti di lavoro altamente remunerati nell'industria manifatturiera perché la Cina promuove le sue esportazioni attraverso sussidi, vantaggi fiscali e manipolazioni della valuta. La realtà è che non dovremmo preoccuparci di che cosa faccia la Cina. Più la Cina sovvenziona le sue industrie, tanto più ci guadagniamo in abbondanza di beni e servizi a basso costo e, contrariamente a quanto crede Trump, posti di lavoro altamente remunerati.



Vogliamo abbondanza ed una produttività elevata

In un'economia di scambio c'è una sorta di antagonismo naturale tra produttori e consumatori. I produttori beneficiano dalla scarsità dei beni che vendono, mentre i consumatori vogliono l'abbondanza di tali beni. (I produttori, ovviamente, beneficiano anche dall'abbondanza di beni intermedi utilizzati per produrre i loro prodotti.)

Un produttore vuole essere l'unico in un determinato luogo che vende un numero limitato di prodotti per un periodo di tempo limitato. I consumatori, invece, vogliono abbondanza, con più produttori e prodotti disponibili per un periodo di tempo più lungo. Questo "conflitto" emerge spontaneamente in un'economia di scambio. Robinson Crusoe che va a caccia preferisce chiaramente l'abbondanza alla scarsità.

Fortunatamente la concorrenza promuove l'abbondanza, consentendo un'eguaglianza tra reddito e ricchezza.

In un ambiente non competitivo i posti di lavoro altamente remunerati possono emergere nelle industrie protette, ma questo dipende dalla capacità dei sindacati di controllare l'offerta di lavoro. La pressione proveniente dal lavoro non sindacalizzato è una minaccia costante per questi posti di lavoro altamente remunerati creati dalle azioni dello stato. Eppure, anche in questo caso, non vi è alcuna garanzia che questo assetto porterà a posti di lavoro con paghe più elevate, forse ci saranno solamente profitti superiori per queste industrie protette.

In un ambiente competitivo, dove l'abbondanza è la norma, una paga alta deve provenire da un'elevata produttività. I nostri standard di vita sono superiori rispetto a quelli di coloro che vivono in Africa, non perché siamo più intelligenti o lavoriamo di più in questo momento, ma perché il nostro lavoro si innesta su una base di capitale molto più grande. Robinson Crusoe catturerà più pesci con una rete piuttosto che con le sue mani: e più reti avrà, più pesci prenderà. La sua produttività aumenta costantemente con più risorse a sua disposizione.

Pertanto, al fine di ottenere un'alta retribuzione, il lavoratore deve produrre beni o servizi di valore. Nessuno pagherà un lavoratore più del valore di ciò che lui o lei produce. Ad esempio, supponete di poter creare un aggeggio composto da cinque parti che possa essere venduto ad un prezzo massimo di $100 per unità in un settore altamente competitivo. Per fare questo aggeggio vengono assunti 100 lavoratori che lavorano in modo indipendente e che necessitano di 10 ore per ultimarlo. A parte gli altri costi, quanto verrebbe pagato ciascun lavoratore? $10 l'ora. Ora supponiamo che si specializzino e ogni lavoratore lavori su una sola delle cinque parti. I vantaggi derivanti dalla divisione del lavoro consentirebbero di creare un aggeggio impiegando solo la metà del tempo, ovvero, 5 ore. Quanto verrebbero pagati ora? Fino a $20 l'ora. Supponiamo ora di aggiungere una macchina che permetta ad ogni lavoratore di completare un aggeggio in un'ora. Quanto verrebbero pagati ora? Un lavoratore potrebbe guadagnare fino a $100 l'ora. Scopriamo, quindi, che i salari alti provengono dalla divisione del lavoro e dall'abbondanza di capitale. Maggiore è la quantità di capitale, maggiore sarà la produttività e, in un ambiente competitivo, maggiore sarà il salario.

Naturalmente la concorrenza ridurrà il prezzo dell'aggeggio, come conseguenza della crescente abbondanza e dei salari nominali. Eppure anche se la deflazione dovesse divenire la norma, i redditi reali o il tenore di vita del lavoratore medio risulteranno in costante aumento: ogni uomo trarrà vantaggio dalla crescita dei salari reali derivanti da una maggiore abbondanza e da prezzi più bassi.

Supponiamo ora che la Cina sovvenzioni le sue esportazioni al punto che possiamo comprarle gratuitamente. Ciò significherebbe che non dovremmo più utilizzare le risorse scarse per produrre in patria questi prodotti e potremmo deviare una parte del capitale da queste industrie (acciaio, tessuti, ecc.) e trasferirlo in altri settori. Con più capitale queste altre industrie, ceteris paribus, si ritroverebbero lavori con paghe più elevate rispetto al periodo antecedente gli scambi commerciali con la Cina.



Utilizzare lo stato per creare una scarsità artificiale

La politica commerciale protezionistica è strutturata sulla creazione di scarsità. Le restrizioni commerciali non aumentano la quantità di capitale, ma ne forzano un dirottamento. Visto che il paese protezionista stimolerebbe meno specializzazione, il capitale finirebbe disperso e quindi i salari risulterebbero inferiori a quello che sarebbero stati altrimenti.

Inoltre proteggere l'industria americana dalla concorrenza "sleale" è più difficile e complesso rispetto a quanto Donald Trump e altri protezionisti pensano. Per esempio, come risponderebbe un protezionista ai reclami di tre grandi case automobilistiche, come Audi, Land Rover, BMW, secondo cui Hyundai e Toyota posseggono ingiusti vantaggi competitivi nazionali e internazionali poiché utilizzano acciaio cinese a basso costo? Un protezionista imporrebbe restrizioni su tutte le importazioni che utilizzano componenti cinesi? È chiaro che questa situazione degenererebbe rapidamente in una guerra commerciale in cui tutti perderebbero. La globalizzazione, o la concorrenza internazionale, ha condotto a margini sottili e una linea di politica anti-commercio metterebbe l'industria statunitense in una situazione di svantaggio competitivo, sia a livello nazionale che internazionale.

Se "l'equità" nel commercio è una preoccupazione, si possono adottare molti passi senza privare i produttori ed i consumatori americani di beni e servizi esteri. Un buon punto di partenza sarebbe quello di chiudere la Export-Import Bank che avvantaggia ingiustamente gli esportatori statunitensi.

Un altro buon punto di partenza sarebbe quello di tornare ad una moneta sonante.

Quando si tratta di commercio, la migliore politica che gli Stati Uniti possano adottare, o quella che qualsiasi altro paese possa adottare, è eliminare tutte le barriere alle importazioni. Questo può essere fatto unilateralmente. L'abbondanza deve sempre avere la priorità sulla scarsità.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/