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venerdì 4 settembre 2026

La risposta del sistema immunitario dell'amministrazione Trump alle metastasi dei globalisti



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-risposta-del-sistema-immunitario)

Il sensazionalismo delle ultime settimane nel momento in cui il debito americano ha superato l'asticella dei $40.000 miliardi è stato pervasivo. Così come la decisione di Bessent di operare uno swap interno di debito pubblico tra le scadenze corte e quelle lunghe. Immediatamente si sono levate le voci di un nuovo QE e di come gli USA siano una nazione in bancarotta. C'è molta confusione a tal proposito, soprattutto perché ai commentatori che arrivano a una certa conclusione linearmente mancano dei pezzi che impediscono loro di vedere il quadro più ampio. Un riferimento che ho cercato di dare quando ho pubblicato il mio libro, Il Grande Default, all'interno del quale ci sono tutti quei tasselli del mosaico che aiutano il lettore a trovare la giusta via, o perlomeno quella più coerente con la realtà, affinché non si perda, o scada, nella solita retorica “catastrofista”. Prendiamo come esempio la suddetta vicenda di Bessent: cosa è accaduto?

Iniziamo col dire che stiamo parlando dell'uomo che è stato in grado di piegare la Banca d'Inghilterra negli anni '90. Attualmente il Dipartimento del Tesoro americano e la FED stanno lavorando in tandem per difendere il dollaro, non più per vandalizzarlo come è accaduto fino al 2022. L'entrata in scena del SOFR, il tasso di riferimento americano che ha sostituito il LIBOR per l'indicizzazione dei debiti interni, ha permesso alla FED di riprendere il controllo sul lato corto della curva dei rendimenti americana. In sintesi, adesso i tassi a breve termine dei titoli di stato sono influenzati dalla FED. Ciò che manca è lo spettro a lungo termine, il quale è influenzato dal mercato dei mutui immobiliari principalmente, e finché Fannie/Freddie sono fuori dai giochi (che contano) quei tassi saranno ancora influenzati dall'estero. A tal proposito è significativo di come il differenziale tra i titoli a due anni e decennali americani abbia iniziato a muoversi in sincronia col differenziale tra il decennale americano e quello inglese... nell'esatto momento in cui il carry trade sullo yen è stato invertito dall'inasprimento della politica monetaria giapponese.

Non fraintendetemi, però, il sistema monetario/finanziario attuale è stato impostato affinché fosse matematicamente destinato ad accartocciarsi. Il caos che vediamo oggi è il risultato di disconnessioni e frammentazioni che vanno avanti da decenni, alimentato da generazioni di parassitismo. Quest'ultimo è stato garantito dal LIBOR che ha funzionato a livello internazionale: un tasso impostato a Londra per fungere da raccordo internazionale per tutti gli altri tassi di riferimento, soprattutto i prestiti al consumo e immobiliari. Per quanto il 2008 abbia rappresentato una rottura conclamata di questo standard, la fase che ha abbracciato il periodo storico da quell'anno fino al 2022 ha rappresentato una serie di rattoppi utili ad accelerare la liquidazione degli Stati Uniti (per mano di Londra e Bruxelles). Gli 11 anni di Coordinated central banks policy sono stati l'offuscamento perfetto per la BCE e la Banca d'Inghilterra per mascherare la loro debolezza economica e di come avessero fatto esclusivo affidamento sull'eurodollaro per continuare a essere dei leader a livello mondiale.

Ricordate, non esistono nazioni per gente come i globalisti: solo territori da sfruttare e poi passare al prossimo. Questo presupposto è esplicativo dello svuotamento industriale ed economico a cui assistiamo e abbiamo assistito in Occidente. Per quanto la stampa finanziaria voglia dipingere il Giappone come quello in difficoltà, in realtà la sua base industriale è più solida di quella europea, la quale ormai è pressoché inesistente. E con il supporto americano, può avere una canale diretto da cui attingere a garanzie collaterali, cosa che invece gli inglesi non hanno (un elemento visibile sia nel mercato fisico dei metalli preziosi che in quello delle materie prime in generale). Per decenni il sistema eurodollaro ha succhiato equity da tutto il mondo, soprattutto dagli Stati Uniti, e ha creato tutto il caos finanziario ed economico a cui assistiamo oggi. La leva implicita in tale sistema ha superato di centinaia di volte l'equity sottostante, una cosa che Nixon intuì bene negli anni '70. E una cosa che ha ben chiaro ormai Bessent. Il SOFR e le stablecoin sono gli strumenti migliori attualmente a disposizione degli Stati Uniti per ridimensionare il caos generato nel mercato degli eurodollari (un'impresa titanica, dato che ci vorranno generazioni per sbrogliare questa matassa che ha richiesto altrettante generazioni per essere creata). Per quanto i titoli di stato americani non siano il miglior collaterale in circolazione, sono funzionali in questa fase di transizione allo scopo: un modo per attirare equity negli Stati Uniti e stabilizzare i conti pubblici/privati.

In questo modo, mentre gli USA cercano di mantenere l'attuale livello di prezzi laddove si trova adesso e facendo digerire il boccone amaro alla popolazione americana dell'ultima impennata monetaria del 2021, si lascia simultaneamente salire il lato degli attivi del bilancio nazionale per controbilanciare l'equazione. Detto in modo semplice, si lasciano correre gli attivi affinché superino progressivamente le passività. La recente visita di Rand Paul a Fort Knox e la conferma che l'oro si trova lì, è l'ennesimo indizio in tale direzione; così come la spinta all'approvazione del CLARITY Act.

Anche qui, non fraintendetemi, è un percorso tutt'altro che lineare dato che quasi tutti i “giocatori” internazionali traggono vantaggio dal mercato dell'eurodollaro e dal mungere il contribuente americano. Di conseguenza è difficile altresì trovare alleati in questa guerra. Ecco perché osserviamo un cambio di relazioni diplomatiche in Medio Oriente, ad esempio, dove le vecchie cedono il passo a quelle nuove. E non è nemmeno un caso che se volessimo tracciare l'inizio della guerra finanziaria tra gli USA e Londra/Bruxelles, il momento esatto in cui hanno perso la testa è stato quando JP Morgan ha tagliato fuori dal mercato pronti contro termine americano coloro che non apponevano asset denominati in dollari come garanzie per accedervi; oppure quando Powell rialzò di cinque punti base i tassi del mercato dei pronti contro termine inversi intermediato dalla FED. I due grossi eventi che sono seguiti a questi segnali sono stati il SOFR nel 2022 e il rialzo dei tassi della BOJ nel 2024, i quali hanno rappresentato, insieme ad altri minori, anelli di una catena (processo).

Detto in modo semplicistico, il mondo sta cambiando e ci sono battaglie politiche, geopolitiche ed economiche (interne ed esterne) a Capitol Hill, Londra, Medio Oriente, Bruxelles, Pechino, Mosca, Singapore, ecc. L'innesco l'ha rappresentato il mercato dell'eurodollaro che costantemente, ma inevitabilmente, s'è accartocciato su sé stesso. Ad attori statali e non statali piaceva, soprattutto per la leva finanziaria implicita che garantiva e le possibilità di finanziamento gratis che poteva sfornare... ma l'attuale passaggio alle stablecoin e, per estensione, a un sistema che può essere sottoposto a una leva finanziaria inferiore riduce i privilegi del passato e consente solo a chi controlla il dollaro di conservarli. Per i colonialisti europei, che considerano servi tutti gli altri, è un anatema.

Infatti se voi faceste parte della cricca di Davos, perché non mettere pressione sullo yen e “convincere” i mercati ad andare corti sulla valuta giapponese? Data l'alleanza del Giappone con il vostro avversario significherebbe un contagio finanziario indiretto e un sfogo della pressione sui mercati obbligazionari dirottata lontano da quelli europei. Il più grande trucco in questo contesto è aver fatto credere che il Giappone sia attualmente il massimo detentore di titoli del Tesoro americani, quando invece è l'Inghilterra insieme alle sue sussidiarie. Infatti se aggiungiamo ai $900 miliardi di bond americani posseduti esclusivamente dagli inglesi, le cifre della Banca del Canada, dell'Irlanda, di Bruxelles, delle Cayman, delle Isole Vergini Britanniche, delle Bahamas, di Singapore e di Hong Kong il risultato finale è un mercato obbligazionario americano tenuto in ostaggio dalla City di Londra. Se prendiamo come riferimento il 2021 e dividiamo il mondo in tre macro aree (Europa, Asia-Pacifico, Resto del mondo), ebbene l'Europa ha comprato titoli del Tesoro americani al ritmo di $1.700 miliardi all'anno per difendere l'euro, la sterlina e i differenziali di rendimento dei suoi bond.

Guardate il differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello tedesco: ~1.5%. Poi guardate al differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello giapponese: ~1.9%. Ci sono 40 punti base con cui “giocare” e sono un vantaggio lato Europa (i più grandi possessori di titoli di stato americani attualmente). Questo singolo fatto aiuta a spiegare perché Bessent/Warsh hanno coordinato le loro azioni per fornire supporto alla BOJ che non ha rialzato i tassi all'ultimo meeting. A mio giudizio non l'ha fatto di proposito, affinché il Dipartimento del Tesoro americano e la FED dicessero senza mezza termini ai mercati che chi ha maggiormente da perdere nello smantellamento del carry trade sullo yen sono gli europei. I mercati delle valute sono altamente sottoposti a leva e bastano pochi miliardi per far saltare posizioni da migliaia di miliardi in valore nominale (spazzando via l'equity). Infatti identificare platealmente il problema nel cross EUR/YEN fa capire chi davvero è nei guai e che il mirino di Bessent è puntato sulla BCE/BOE. E i legami con la guerra in Iran sono altrettanto in bella vista: ogni volta che Trump ordina il bombardamento del Paese, il decennale francese, ad esempio, schizza in alto andando a sconquassare la fragile capacità della Lagarde di tenere in piedi la Yield curve control sui bond europei. E il carry trade sullo yen è strettamente legato alla manipolazione dei titoli trentennali americani (e per estensione il mercato dei mutui americano) e al differenziale tra i titoli a due e dieci anni che impostano i tassi di prestito delle banche americane. Tutte queste cose sono legate perché il colonialismo europeo ha continuato a prosperare in cima alla sua natura feudale: estrarre ricchezza da altri.

Perché lo yen, poi, era la valuta perfetta per impostare un carry trade con le altre? Perché il Giappone aveva un'enorme base industriale e un'economia molto sviluppata. I prestiti venivano impostati in funzione di tale capacità. Poche altre nazioni possono vantare le stesse caratteristiche e, per quanto siano tornati allo zero, gli svizzeri non sono tra questi. E l'oro in Svizzera? In custodia, non c'è produzione. Di conseguenza gli europei possono sfruttare fino a un certo punto il differenziale di rendimento tra i tassi svizzeri e i loro per sostituire il carry trade sullo yen. Questo a sua volta significa che c'è un limite al quale gli europei possono succhiare capitali dalla Svizzera e tenere un tetto ai loro rendimenti obbligazionari. Ecco perché lentamente stanno esplodendo al rialzo, soprattutto il decennale tedesco che è sulla via verso la soglia pericolosa del 3.5% dove le banche e le compagnie di assicurazione vanno fallite (lo stesso vale per Italia e Francia). Quando la Svizzera verrà consumata, quello sarà il momento in cui il differenziale tra i tassi di Giappone e Stati Uniti si avvicinerà, smantellando ciò che rimane del carry trade sullo yen.

Oh, e qui arriva il bello! La BCE si ritroverà costretta a creare un carry trade sull'euro, solo per permettere alla valuta comune di sopravvivere. Questa impostazione, però, crea una domanda artificiale nel breve termine perché poi tutti andranno short sull'euro: prenderanno in prestito euro, li venderanno e investiranno altrove (molto probabilmente negli Stati Uniti). Nel frattempo, però, l'economia europea interna avrà bisogno ci credito per non cadere in una spirale deflazionistica, premendo ancora di più sulla capacità di stampa della BCE e sull'ulteriore abbassamento dei tassi di riferimento. Si tratta di credito che va a finanziare il 50% delle spese mondiali per il welfare, a fronte di una popolazione che è il 17% di quella mondiale. Improduttivo per sua natura, quindi, senza contare gli ostacoli posti alle imprese con tassazione e follie ambientali.

Quello che era partito come un default ordito per il resto del mondo a vantaggio dell'UE, si è trasformato in un default che attende solo Bruxelles. In questo contesto la fame di dollari è talmente vorace dopo il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro che vengono lanciati schemi Ponzi, come le GIFT City indiane, affinché HSBC, Citigroup, Standard Chartered e altre banche europee possano entrare in possesso di dollari all'estero e succhiarne quanti più possibili dagli USA. Le GIFT City indiane vogliono essere un surrogato di posti come Hong Kong, Dubai o Singapore (avamposti noti per i magheggi finanziari e la leva dell'eurodollaro). La proposta indiana è quella di offrire alla diaspora indiana interessi sui depositi in dollari del 7%. Ovviamente tale cifra non può essere offerta investendo sui titoli decennali americani, quindi per forza si deve trattare di titoli sul lato corto della curva dei rendimenti americana... ma anche così si troverebbero sotto di 3 punti percentuali. Ma ecco il “colpo di genio”: prendere i dollari depositati, girarli alle banche sopraccitate e attraverso la loro “alchimia finanziaria” sottoporli a una leva del 20X (roba che basterebbe un calo del 5% sulla garanzia per spazzare via tutto il capitale).

Questo dovrebbe dare l'idea della crisi di liquidità in dollari presente nel sistema monetario internazionale, della disperazione di chi vi accedeva facilmente prima del SOFR e di come il dollaro stia diventando soft collateral perché indirettamente legato ad hard collateral come oro, petrolio e Bitcoin. La stampa ha giustificato intorno alla FED quell'alone di istituzione keynesiana-monetarista. La “forward guidance” è stata data in pasto ai giornalisti per rafforzare questa spirale di auto-confermazione. Se i tassi di risparmio fossero stati “troppo alti”, sarebbero state intraprese azioni per punire i risparmiatori (Paradox of Thrift); se l'occupazione fosse stata vicino alla piena capacità, invece, allora bisognava rialzare i tassi (Phillips Curve). La FED ha un doppio mandato: prezzi stabili e piena occupazione... entrambi incompatibili in un contesto keynesiano. Da qui la continua necessità di intervento. Powell prima, e adesso Warsh, hanno iniziato a cambiare questo assetto. Infatti la FED sta cambiando il modo in cui emette dollari e in cui il sistema bancario emette credito. Essa diventerà una barriera: da un lato gli americani avranno accesso ai dollari a un tasso “agevolato”; dall'altro il resto del mondo dovrà pagare un premio per accedere ai dollari. Molti commentatori confondono questo mutamento con una “de-dollarizzazione”, ignorando ulteriormente che il SOFR, il nuovo tasso di riferimento della FED, è un tasso collateralizzato (bond americani). C'è bisogno di dollari e/o asset denominati in dollari per trattarne la curva dei futures. In ogni caso, è anche un modo per coprire di ridicolo coloro che sventolano il feticcio del rollover del debito americano come motivo di preoccupazione per la FED.

I tassi reali negli USA stanno calando perché c'è necessità di rimpatriare capacità industriale, c'è necessità di far crescere la base industriale e, soprattutto, c'è necessità di avere un gradiente inferiore di finanziarizzazione. Ecco perché Warsh molto probabilmente taglierà i tassi al prossimo incontro dell'FOMC.

Questo a sua volta significa che nel breve termine l'inflazione dei prezzi tenderà a salire a causa delle spese in conto capitale e le materie prime. Il rame, ad esempio, continua a urlare che c'è un problema: la cricca di Davos/City di Londra hanno fatto uno splendido lavoro nel distruggere le miniere di rame che potevano essere sfruttate negli USA. Ad esempio, c'è un gigantesco deposito di rame in Arizona che non può essere toccato a causa dei vincoli ambientali. E questo vale anche per altri stati americani come l'Alaska. Ora che Warsh ha platealmente ripudiato la religione della Phillips Curve, la quale non faceva altro che uccidere nella culla qualsiasi germoglio di crescita (sia organica che inorganica), tale rischio può essere assorbito dalla domanda e dall'offerta.

Un tale “sfogo inflazionistico” non fa bene al mercato obbligazionario ed è per questo che vediamo tanti commentatori stracciarsi le vesti in pubblico riguardo il lato lungo della curva dei rendimenti americana... ma come abbiamo spiegato sopra, si tratta dapprima di un attacco diretto degli avversari degli USA e in secondo luogo si tratta di uno stratagemma per nascondere in piena vista CHI è davvero vulnerabile a un simile stress finanziario: l'Europa. Infatti il risultato di questa presunta “incertezza” che circonda gli Stati Uniti è sconfessato dai capitali esteri che volano via dal resto del mondo per trovare occasioni negli USA... e volano via soprattutto dall'Europa.

In questo modo lo zio Sam mette sul piatto l'opportunità di fare affari in un ambiente in cui lo Stato di diritto è ancora esistente, la giustizia è business friendly e l'imprenditorialità viene incentivata. Non solo, il tutto viene reso più appetibile grazie alle barriere innalzate tra il dollaro “interno” e  quello “esterno”, o il prestito alle aziende che delocalizzeranno sul posto rispetto a quelle che rimarranno all'estero. Le prove tecniche di questa divisione sono state fatte coi dazi. E questa fuga contribuirà a bilanciare il bilancio nazionale americano, oltre alla caterva di frodi che continuano a essere smascherate a livello previdenziale ad esempio.

Quello che stiamo osservando in diversi ambiti, a livello geopolitico, economico, sociale e finanziario, è la risposta del sistema immunitario dell'amministrazione Trump alle metastasi dei globalisti. Tra sei mesi sarà completamente diversa, in base ai risultati delle elezioni di medio termine. Riflettete un attimo su questi numeri, però: la FED possiede attualmente 8.133 tonnellate d'oro che, ai prezzi attuali, valgono circa $12 miliardi; immaginiamo ora un salto fino a $20.000 l'oncia e improvvisamente la banca centrale americana si ritrova $4.000 miliardi in valore sul suo bilancio. Il totale di quest'ultimo è meno di $7.000 miliardi, parleremmo quindi di un rapporto di leva inferiore a 2:1 (soprattutto se Warsh continua a restringerlo liberandosi dei titoli coperti da ipoteca).

L'altra componente fondamentale di questo processo è l'abbraccio degli asset digitali, la digitalizzaione del dollaro, e Bitcoin come collaterale alla base. Esso rappresenterà la credibilità che permetterà al credito americano di alimentare la ricostruzione del settore manifatturiero e industriale: stablecoin coperte da garanzie collaterali solide. Questi dollari digitali verranno presi in prestito al tasso dei T-bill (~3.5%) e gli investimenti derivanti cresceranno a un ritmo più alto, invertendo quel ciclo di estrazione che ha caratterizzato invece il sistema dell'eurodollaro. L'incentivo alla re-industrializzazione americana unito alla creazione di un fondo sovrano che dia stabilità al bilancio nazionale fa parte di quell'impianto filosofico hamiltoniano che caratterizza la visione di Trump della rinascita statunitense.

La vandalizzazione del dollaro è stata sostituita dalla difesa del dollaro e questo significa riformare quei sistemi che giocavano a favore di chi, oltreoceano, aveva accesso a pasti gratis presumibilmente illimitati. Ci saranno vincitori e vinti, non sarà affatto piacevole.

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lunedì 24 agosto 2026

Lo shock del deficit francese da €107 miliardi: la prossima crisi del debito nell'area Euro?

Perché lo yen era la valuta perfetta per impostare un carry trade con le altre? Perché il Giappone aveva un'enorme base industriale e un'economia molto sviluppata. I prestiti venivano impostati in funzione di tale capacità. Poche altre nazioni possono vantare le stesse caratteristiche e, per quanto siano tornati allo zero, gli svizzeri non sono tra questi. E l'oro in Svizzera? In custodia, non c'è produzione. Di conseguenza gli europei possono sfruttare fino a un certo punto il differenziale di rendimento tra i tassi svizzeri e i loro per sostituire il carry trade sullo yen. Questo a sua volta significa che c'è un limite al quale gli europei possono succhiare capitali dalla Svizzera e tenere un tetto ai loro rendimenti obbligazionari. Ecco perché lentamente stanno esplodendo al rialzo, soprattutto il decennale tedesco che è sulla via verso la soglia pericolosa del 3.5% dove le banche e le compagnie di assicurazione vanno fallite (lo stesso vale per Italia e Francia). Quando la Svizzera verrà consumata, quello sarà il momento in cui il differenziale tra i tassi di Giappone e Stati Uniti si avvicinerà, smantellando ciò che rimane del carry trade sullo yen. Oh, e qui arriva il bello! La BCE si ritroverà costretta a creare un carry trade sull'euro, solo per permettere alla valuta comune di sopravvivere. Questa impostazione, però, crea una domanda artificiale nel breve termine perché poi tutti andranno short sull'euro: prenderanno in prestito euro, li venderanno e investiranno altrove (molto probabilmente negli Stati Uniti). Nel frattempo, però, l'economia europea interna avrà bisogno di credito per non cadere in una spirale deflazionistica, premendo ancora di più sulla capacità di stampa della BCE e sull'ulteriore abbassamento dei tassi di riferimento. Si tratta di credito che va a finanziare il 50% delle spese mondiali per il welfare, a fronte di una popolazione che è il 17% di quella mondiale. Improduttivo per sua natura, quindi, senza contare gli ostacoli posti alle imprese con tassazione e follie ambientali. Quello che era partito come un default ordito per il resto del mondo a vantaggio dell'UE, si è trasformato in un default che attende solo Bruxelles.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lo-shock-del-deficit-francese-da)

Lo scorso 4 agosto si è registrato un nuovo punto basso per la stabilità fiscale europea. La Francia, pilastro dell'Eurozona, ha confermato ancora una volta di essere uno dei principali candidati e un potenziale fattore scatenante di una futura crisi finanziaria dell'area Euro.

Secondo il Ministero delle Finanze francese, il deficit del governo centrale ammontava a circa €107 miliardi alla fine di giugno. Si tratta di cifre impressionanti: un deficit superiore del 14,4% rispetto a quanto inizialmente previsto.

A meno che il governo francese non crei un muro di protezione fiscale e non si verifichi un miracolo economico, il deficit nazionale potrebbe salire a circa il sei per cento quest'anno. Non sono inclusi i deficit del sistema della previdenza sociale, dei comuni e delle regioni, che rappresentano un'ulteriore quota significativa del deficit complessivo della Francia. È possibile che la seconda economia dell'Unione Europea chiuda l'anno con un deficit pubblico complessivo intorno all'otto per cento.

Tutti i piani di bilancio diventerebbero quindi obsoleti. L'anno scorso, il governo francese prevedeva già un deficit del cinque per cento, una cifra che, secondo i criteri di Maastricht originariamente definiti, avrebbe dovuto far scattare una procedura per deficit eccessivo. Tuttavia, il club del debito dell'Eurozona ha da tempo abbandonato qualsiasi vincolo fiscale.

Il problema non risiede solo nel lato delle entrate. Mentre le entrate pubbliche sono di recente aumentate di circa il 3,7%, le spese sono cresciute contemporaneamente del 5,4%. Lo Stato sta crescendo più velocemente della base economica che dovrebbe finanziarlo.

Nonostante gli aumenti delle tasse e le difficili trattative sui tagli alla spesa, il Primo Ministro Sébastien Lecornu non è riuscito a rallentare minimamente la spirale del debito del suo Paese.

La politica fiscale francese non è più da prendere sul serio. Le previsioni di Parigi hanno ormai la stessa durata dei primi ministri francesi, che si sono succeduti a intervalli sempre più brevi.

Lo spettacolo che la Francia sta offrendo al mondo avrà delle conseguenze. La lotta al debito delle Grandi Nazioni non riguarda più solo la Francia, ma l'intero sistema europeo e l'Unione Europea.

Sta diventando sempre più evidente che le politiche europee degli ultimi anni hanno contribuito a una drammatica perdita di dinamismo e produttività economica. La Francia si trova ad affrontare una paralisi politica, un presidente privo di sostegno popolare e la continua disgregazione di una società che mantiene uno dei più grandi stati sociali al mondo, con una spesa pubblica pari al 57%, nel tentativo di nascondere le proprie fratture sociali.

La migrazione culturale ha un costo, e prima o poi quel costo si manifesta inevitabilmente nelle politiche fiscali.

Anche la Francia sta seguendo il modello tedesco, costruendo la propria economia statale attraverso il debito nel tentativo di superare una crisi di produttività senza fine. È sorprendente che questa fiducia nel potere risolutivo della pianificazione centralizzata si diffonda in tutta l'Unione Europea. Possibile che nessuno abbia imparato le lezioni fondamentali della storia?

Quanto più il capitale viene dirottato dai settori produttivi dell'economia verso la costruzione di un'economia politica, tanto più la popolazione si impoverisce. È così che funziona il socialismo.

Conosciamo questo schema dall'esperienza tedesca: lo Stato, di fatto, si autodistrugge. Maggiore è il danno causato da un'economia statale in espansione nei settori produttivi della società, maggiore sarà, in definitiva, il carico fiscale e le pressioni inflazionistiche.

Seguendo questa logica, la Francia ha aumentato diverse tasse negli ultimi dodici mesi. Il Primo Ministro, Sébastien Lecornu, ha scaricato ulteriori oneri principalmente sulle imprese e sui contribuenti con redditi più elevati.

La tassa speciale sulle grandi imprese con un fatturato superiore a un miliardo di euro è stata prorogata e si prevede che genererà circa €7,3 miliardi di entrate aggiuntive per lo Stato. Inoltre, si prevede che una tassa speciale sui redditi elevati, anch'essa prorogata, porterà circa €650 milioni di entrate. Ulteriori misure completano il pacchetto fiscale. Complessivamente, le entrate aggiuntive dovrebbero ridurre l'onere per il bilancio francese di circa €9 miliardi.

Eppure, anche questo sforzo fiscale è completamente sproporzionato rispetto all'entità del problema di bilancio. Gli aumenti delle tasse si limitano a curare i sintomi, non risolvono la crisi strutturale dello stato sociale francese.

I problemi sono simili a quelli della Germania. Non si intraprendono sforzi seri per risolvere la crisi migratoria, non c'è una riforma fondamentale dei programmi sociali e non esiste una strategia per creare un nuovo slancio economico attraverso sgravi fiscali per la classe media.

La Francia è come un incidente automobilistico al rallentatore. Tutti vedono arrivare la collisione, eppure nessuno ha ancora la forza di attutirne l'impatto.

Cosa succederebbe se il mercato obbligazionario riducesse la valutazione sull'affidabilità creditizia della Francia?

Le agenzie di rating hanno già lanciato segnali d'allarme. Fitch ha declassato il rating del credito francese da AA− ad A+, sottolineando il crescente onere del debito, l'incertezza politica e la mancanza di un percorso sostenibile verso la stabilizzazione delle finanze pubbliche.

Stiamo assistendo ai primi segnali di una nuova crisi del debito dell'area Euro che si profila all'orizzonte. Guardando indietro, dobbiamo riconoscere che per lungo tempo la politica ha potuto facilmente sfruttare il sistema monetario basato sul credito fiduciario e la BCE, integrata nel processo politico, al fine di mantenere l'illusione di una fattibilità politica illimitata.

Indipendentemente dal Paese dell'UE in cui ci si trova, la politica continua ad alimentare l'illusione che il sistema di welfare non abbia limiti, a patto che il flusso di credito non si interrompa.

Rassicurati e cullati da un falso senso di sicurezza, nessuno mette in discussione la strategia politica che ha portato al disastro economico. Eppure, questa calma apparente potrebbe presto finire, dato che i tassi di interesse sui mercati obbligazionari continuano a salire.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 13 febbraio 2026

Senza esclusione di colpi: dinamiche geopolitiche ed economiche scremate dal rumore di fondo

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/senza-esclusione-di-colpi-dinamiche)

Così come gli USA stanno riguadagnando il controllo sul rubinetto dei flussi di dollari all'estero, insieme alla Cina stanno sostituendo le vecchie potenze industriali (UE e UK) nel controllo del rubinetto dell'energia. Nell'attuale assetto mondiale le potenze del XVIII secolo sono anacronistiche. Questo significa a sua volta che la Cina continuerà ad avere accesso al petrolio venezuelano, ma ai termini degli USA: non nelle quantità per costruire una riserva strategica ed eventualmente essere in grado di muovere guerra. E questo rappresenterà una svolta nella guerra in Ucraina, permettendo ai russi di non essere più i subordinati dei cinesi. Gli effetti a cascata li avete già osservati con la ritirata di Carney, con tanto di coda tra le gambe, quando aveva ventilato l'idea di aprire le porte commerciali canadesi alla Cina. Se poi i tre stati sulla costa occidentale del Canada secederanno e aderiranno agli USA, allora i globalisti si potranno tenere il resto di questa nazione allo sfascio.

Ricordate poi la presunta tesi della stampa generalista e dei canali di informazione alternativa secondo cui Trump e Powell sarebbero ai ferri corti? Ennesimo esempio, questo, che Powell e Trump invece sono in sintonia. La dichiarazione di Powell fa eco a quella di Trump secondo cui se i Dem dovessero prevalere alle elezioni di medio termine, accadrebbero “cose brutte”. Ovvero lassismo fiscale, stop ai tagli alla spesa pubblica e annacquamento dell'attuale sinergia tra Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve. Per capire, prendiamo come esempio la Apple. Ha talmente tanti soldi da potersi comprare il mondo, ciononostante emette corporate debt per finanziarsi. Perché? Per mantenere alto il suo rating di credito e perché a volte è più economico seguire questo schema quando gli interessi sono ridicoli. Sovrapponete questo esempio al bilancio degli Stati Uniti. Immaginate il modello di finanziamento degli USA allo stesso modo: nonostante la nazione incassi tanto denaro, viene emesso nuovo debito per mantenere alto il rating di credito e mantenere il mercato dei titoli di stato come asset di riserva, oltre a tenerlo liquido. Per questo motivo, anche, Powell ha cestinato l'inflation targeting al 2%, in netto contrasto col proverbiale doppio mandato originale della FED. Altrimenti non avrebbe potuto tenere alti i tassi d'interesse di riferimento, ridare slancio al mercato dei titoli sovrani americani e far abbassare i rendimenti di tali titoli.

Tutte le dichiarazioni fatte finora, tutte le linee di politica perseguite a livello fiscale e monetario, tutte le leggi sulle stablecoin, tutti i dazi, tutte le attenzioni sul mercato immobiliare convergono verso un'unica strada: la ricapitalizzazione delle piccole/medie banche, la ricapitalizzazione della classe media e la riforma della FED alle sue azioni pre-1935 (supporto al commercial paper market interno, impostazione del valore nominale del dollaro all'estero e cessione della supervisione del mercato dei titoli di stato americani). La tokenizzazione dei titoli di stato americani, oltre a far entrare questi asset nel mondo digitale di domani e semplificarne flussi/gestione, nasconde un obiettivo ben più critico: riformare e rimpicciolire il ruolo della FED nell'economia. Per chi non se ne fosse accorto, stiamo già percorrendo la strada “End the FED”, ma ai termini degli USA, fatta con criterio e senza aprire il fianco a un takeover ostile da parte di banche centrali estere. Infatti il caos del 2008, in retrospettiva, non è stato altro che un tentativo (riuscito) di prendere il completo controllo della curva dei rendimenti americana e dei tassi di riferimento. Questo tentativo ebbe origine con l'evoluzione del mercato dell'eurodollaro e formalizzato con gli Accordi del Plaza da cui nacque poi il LIBOR. La demolizione controllata di Bear Stearns e successivamente Lehman Brothers furono l'innesco per stringere la presa ancora di più su un sistema che stava andando fuori controllo data la quantità di leva finanziaria caricata in esso nel corso del tempo.

La discesa negli inferi della ZIRP e l'impostazione del carry trade sullo yen erano dispositivi pratici per prendere il controllo sul front-end della curva dei rendimenti americana; la nazionalizzazione di Fannie/Freddie, e il salvataggio di AIG, la presa di controllo sul back-end della curva dei rendimenti americana. Obama, Bernanke, Yellen... tutti figuranti il cui unico compito era canalizzare ricchezza reale dagli USA e trasferirla all'estero mentre si faceva collassare il mercato americano. Tutta la regolamentazione bancaria approvata sin dal 2008, come il Dodd-Frank Act, è servita a nazionalizzare l'accesso alla ricchezza reale da parte della classe media americana, mentre Obama ha fatto impennare i costi della sanità e offuscato la prevedibilità imprenditoriale nei mercati dei capitali industriali. Questo a sua volta ha distrutto tutte quelle fonti da cui la classe media riusciva a prosperare, con la ZIRP che ha fatto lievitare inflazione dei prezzi e tutte quelle forme di indebitamento dall'auto, all'università fino alla casa. Ma la devastazione più importante è avvenuta a livello di mutui trentennali a tasso fisso.

Parallelamente a questa rapina ce n'era un'altra: quella tramite il carry trade sullo yen. Il Giappone, dal punto di vista storico, ha avuto il “permesso” di svilupparsi industrialmente perché in questo modo forniva un sistema di supporto al rapporto di leva da implementare nel mercato dell'eurodollaro. Inutile dire che questa architettura è ciò che fondamentalmente ha tenuto in piedi finora gli Stati sociali ipertrofici europei e allungato i tentacoli finanziari della City di Londra. Il suo smantellamento è iniziato con l'avvento del SOFR e il passo indietro del protetto di Kuroda quando lui ha lasciato la carica di governatore della BOJ. Poi Ueda, dopo un inizio di mandato in sordina, inizia a rialzare i tassi di riferimento giapponesi nell'agosto 2024. Banca d'Inghilterra, BCE e Banca del Canada sono costrette a vendere posizioni seguendo la normalizzazione della politica monetaria giapponese, concentrandosi principalmente sulla vendita di titoli del Tesoro americani: gli asset più liquidi, la principale fonte di dollari e la principale fonte di pressione ricattatoria a loro disposizione. Infatti nel secondo trimestre dell'anno scorso la curva dei rendimenti americana sale di 60 punti base mentre quella giapponese scende di 80 punti base.

Nonostante le “profezie di sventura” sull'esito della normalizzazione giapponese, Ueda raggiunge i 75 punti base nei tassi di riferimento della BOJ senza “rompere niente” e gli Stati Uniti vedono man mano abbassarsi i tassi di rendimento dei loro titoli di stato. Poi nel 2025 Bessent e Trump avviano un'operazione “dollaro debole” e si spostano sul mercato del metallo giallo per “mettere sotto pressione” la LBMA. Ciò va avanti fino al giorno esatto in cui la Von der Leyen fa visita a Trump in Scozia per stringere infine un accordo commerciale; da lì in poi il pair EUR/USD si muove lungo una banda ristretta, ma il pair EUR/YEN continua invece a salire. La pressione sull'Europa rimane e quest'anno mi aspetto che Ueda continui a rialzare i tassi della BOJ fino al 2%, mentre il carry trade dell'UE con il franco svizzero risulterà un patetico surrogato rispetto a quello con lo yen. Nonostante la BNS sia tornata al limite zero dei tassi di riferimento, l'economia svizzera non è affatto profonda quanto quella giapponese. Questo a sua volta significa che è la BCE quella che sarà costretta a tornare al limite zero dei suoi tassi di riferimento per tenere in piedi il continente.

Quello che vogliono gli USA ora è che il valore dell'oro in dollari salga. Perché? Perché sono la prima nazione al mondo per possedimento d'oro e ciò compensa il loro lato dei passivi, oltre a riportare a livelli sostenibili i rapporti di leva interna. Attualmente questi ultimi sono di 6:1 e dovranno scendere come minimo della metà (semmai dovessero arrivare a 1:1, come immaginava il compianto Jim Sinclair, ciò significherebbe oro a $20.000 l'oncia, argento a $400 l'oncia e Bitcoin a $1 milione). E infatti questa dinamica non inficerà affatto il ruolo del dollaro. Anzi... Tether infatti ha dato vita a USAT, una stablecoin che circolerà solo negli USA per rendere più liquida l'economia intera. Queste due cose si traducono in uno abbandono del finanziamento tramite il debito di matrice inglese e uno spostamento verso un sistema di capacità produttiva americana. E con USAT la proprietà del debito americano viene trasferita dai possessori esterni a quelli interni; senza dimenticare gli hard asset sul bilancio di Tether.

Parallelamente a ciò corre il Project Vault annunciato lo scorso 2 febbraio, quello che è a tutti gli effetti un fondo sovrano americano la cui missione è quello di ampliare gli attivi della nazione attraverso i metalli coinvolti nell'operazione. Project Vault sarà capitalizzato attraverso un modello di finanziamento misto: circa $2 miliardi saranno forniti da partecipanti del settore privato, mentre $10 miliardi saranno erogati come prestito dalla U.S. Export-Import Bank. La struttura è degna di nota in quanto istituisce una riserva centralizzata e accessibile privatamente, senza richiedere ai produttori di registrare individualmente le scorte nei propri bilanci. Funzionerà invece come una riserva comune, disponibile ai partecipanti secondo termini contrattuali predefiniti. L'amministrazione Trump ha concepito Project Vault come un analogo industriale della Riserva Petrolifera Strategica, adattato a un contesto di supply chain in cui la Cina è il principale produttore e trasformatore di terre rare e altre risorse minerarie essenziali. La riserva si concentrerà su terre rare e altri metalli come gallio e cobalto, materiali utilizzati nei settori aerospaziale, elettronico, dei sistemi energetici e della tecnologia di consumo. Questi input sono parte integrante di prodotti che vanno dai motori a reazione agli smartphone.

Aggregando la domanda e coordinando gli approvvigionamenti, il progetto mira a ridurre l'esposizione a improvvisi picchi di prezzo, mantenendo al contempo l'accesso fisico durante i periodi di stress geopolitico o logistico. Project Vault integra gli sforzi degli Stati Uniti per espandere la produzione e la capacità di lavorazione dei metalli a livello nazionale ed è inoltre in linea con gli accordi bilaterali e multilaterali già annunciati con Australia, Giappone e Malesia. Questo progetto rappresenta un cambiamento nel modo in cui gli Stati Uniti affrontano i materiali strategici, come discusso lo scorso dicembre quando venne presentato l'NSS. E qui si inserisce anche la recente dichiarazione di Vance secondo cui alcuni metalli etichettati come “critici” per la linea di politica dell'amministrazione Trump vedranno impostato un price floor.

Parallelamente a nessuno interessa se l'euro sale, perché qualunque valuta prima di implodere sale molto in valore.

La cricca di Davos, in questa fase di transizione, non ha intenzione di cedere il proprio potere di leva sulle istituzioni mondiali. O perlomeno la sua fazione “hardcore”. Non conoscono limiti alla propria “forza di persuasione” per rimanere laddove sono arrivati, faranno quindi di tutto. Come inserisce questo comportamento nei fatti accaduti a Minneapolis e soprattutto come si opera una de-escalation? Alla cricca di Davos non importa quante persone moriranno, così come non interessa alla piovra Dem. Sono psicopatici senza morale, quindi faranno in modo che ci siano più morti possibile; tutto in nome della loro causa. Di conseguenza quando accadono cose come quelle in Minnesota c'è l'amministrazione Trump che guarda i fatti accadere e si deve ingegnare per percorrere la strada della de-escalation e rinforzare le istituzioni della società civile, senza superare la linea rossa dell'esercito per le strade. In qualsiasi momento avrebbe potuto chiamare in ballo l'Insurrection Act. Ma che messaggio avrebbe lanciato? Debolezza, fatto che poi sarebbe stato propriamente strumentalizzato per rinforzare la narrativa del “fascismo in America”.

E ovviamente non è questo il modo per arrivare alla fonte della corruzione, senza contare che il Minnesota è stato protagonista di queste vicende per il suo particolare tipo di socialismo/comunismo (Minnesota Farmer-Labor Party) e per la sua geografia (vicinanza al Canada). Il modo è quello di seguire il denaro e il sentiero conduce al riciclaggio di denaro tramite le banche canadesi.

L'ICE è stato usato strategicamente da Trump per spingere al limite la situazione in Minnesota, adesso che è inverno, perché si sarebbe trasformato nell'epicentro delle proteste a livello nazionale (con molta probabilità a giugno). Solo così è potuto scoppiare tutto il bubbone di Minneapolis (soldi fantasma ai somali, chat di Signal, ecc.). Poi domenica 25 gennaio è arrivato il fallito colpo di stato della fazione di Davos in Cina (Hu Jintao) ed è iniziata la de-escalation con Walz che è tornato nei ranghi e i numeri di agenti ICE diminuiti nello stato. Carney, una settimana prima, era andato in visita a Pechino e successivamente ha fatto il gradasso a Davos contro Trump... piuttosto singolare se non ci fosse il sospetto che fosse a conoscenza del colpo di stato sopraccitato. C'è tutto questo dietro il presunto “passo indietro” di Trump.

Suddetto sospetto, poi, è stato ulteriormente rafforzato nel momento in cui è arrivato lo sciacquone sui prezzi dei metalli. Questa è una guerra senza esclusioni di colpi. Le raffinerie, a causa della backwardation, non riescono a stare dietro agli ordini e sono state costrette a sospendere gli ordini. I rivenditori, poi, non riescono a ottenere nuove linee di credito da ALCUNE banche in particolare. Dopo le emorragie subite l'anno scorso dalla LBMA, non poteva permettersi di vedere chiudere gennaio con oro sopra i $5000 l'oncia e l'argento sopra i $100. In sintesi, si tratta di un tentativo di restringere artificialmente l'offerta fisica per demoralizzare le persone, dato che stiamo parlando di un'offerta sintetica di contratti nell'ordine dei 20,000 per ogni oncia di metallo che ha. Questo significa aumentare i requisiti di margine, manipolare il prezzo il giorno della scadenza di suddetti contratti, precludere le linee di credito affinché non si abbia altra scelta che vendere metallo fisico e vendere Bitcoin per coprire le proprie posizioni. I rallentamenti delle raffinerie sono la scusa perfetta affinché le barre della LBMA non vengano consegnate, perché altrimenti devono essere allegate al saldo del contratto e una volta chiuso quest'ultimo gli asset sottostanti devono essere ricalcolati mark-to-market. Ciò a sua volta significa mutazione dei tassi dei prestiti e delle operazioni di re-hypothecation. Dopo il rally dell'argento, in particolar modo, i buchi di bilancio sarebbero stati consistenti (facendomi pensare che chi ha voluto coprire i propri short sono banche americane come Citigroup, BofA e NY Mellon).

Sul lato metallo giallo, lasciate stare inflazione, tassi d'interesse o altro quando si tratta di capire quale sarà la prossima mossa dell'oro. Il metallo giallo si muove in base allo stress geopolitico. L'ultima lateralizzazione, infatti, c'è stata durante la tregua tra Iran e Israele. Senza contare i rendimenti obbligazionari (es. Germania, Regno Unito, ecc.) che segnalano una crisi del debito sovrano che ribolle. Come ultimo elemento possiamo aggiungerci i controlli di capitali che vengono eretti in Europa per impedire a quanto poco rimane dei flussi finanziari sul continente di lasciarlo. Chiaramente il mercato dell'oro non può essere ridotto a una spiegazione così ristretta, ma elementi come questi sono i driver che JP Morgan probabilmente ha attenzionato per impostare la sua previsione di $6.300 l'oncia entro fine anno. Il cosiddetto “triangolo della morte” per i metalli preziosi si è rotto. Ormai l'unica a tentare di manipolare i flussi rimane la LBMA, a corto di metallo fisico. Più andrà avanti questo drenaggio, più le tensioni geopolitiche e i disordini sociali per le strade aumenteranno.

Infatti non è un caso che la scorsa settimana l'Arabia Saudita abbia (presumibilmente) dato luce verde all'Iran di attaccare le basi militari sul suo territorio. O per meglio dire gli inglesi hanno fatto sapere tramite terze parti che è necessaria questa escalation? Nessuna nazione è un sistema monolitico. Qui c'è una lotta nel sottobosco dell'Iran tra ayatollah, IRGC, religiosi e militari, affinché tutto cambi per non cambiare niente. Strategia inglese, se dovesse tornare Pahlavi. L'obiettivo dell'amministrazione Trump è quello di smantellare il cosiddetto “asse del male”, ovvero tutte quelle influenze inglesi che da decenni creano consapevolmente il caos in Medio Oriente e servono per i loro scopi geopolitici. Se ci pensate è piuttosto “curioso” che da quando Trump ha iniziato a stringere accordi commerciali e sponsorizzare accordi di pace in tuta la penisola arabica e nel Sud-est asiatico, Cina e Russia non abbiano fatto altro che rimanere a guardare. Certo le dichiarazioni di rito sulla stampa non sono mancate, ma formalmente sono rimaste a guardare. Finché la cricca di Davos aveva il controllo sul destino degli USA, questi erano destinati a un suicidio ritualistico. I cinesi stavano approfittando della situazione, avendo operazioni in Canada e sulla costa occidentale americana... oltre ad avere un piede nel Partito Democratico.

Ciononostante adesso vengono trattati come rivali, non nemici. E hanno rispetto di questo. Infatti non hanno messo becco, nell'effettivo, nemmeno nel repulisti americano in Sud America e più di recente nel Canale di Panama. Lo stesso vale per la Russia, dove Putin ha ribadito in recenti dichiarazioni che non interverrebbe in un eventuale scontro tra Iran e Stati Uniti, anzi è disposto a mediare con Teheran per fargli abbassare i toni, e ha indirettamente lasciato intendere che un attacco di Israele non genererebbe alcun intervento russo in rappresaglia (affermando che sarebbe sciocco bombardare siti nucleari dedicati all'energia).


CONCLUSIONE

Canada, Groenlandia, Canale di Panama: si tratta di serrare i ranghi sull'emisfero occidentale (una vera linea di politica America Fortress) e ripudiare l'NDAA del 2022. Non più la preparazione, quindi, di una guerra su due fronti contro Russia e Cina, bensì la creazione di una roccaforte in un tutto l'emisfero americano dal nord al sud America. “Strano”, infatti, che il pezzo del WSJ non vada a fondo sulle importazioni di fentanyl da Vancouver per conto cinese, sui cartelli a Caracas che riciclavano denaro della droga per conto russo, ecc. L'obiettivo degli USA è quello di buttare fuori dall'emisfero americano i colonizzatori europei e trattare con rispetto i propri rivali. Questo a sua volta significa che se, ad esempio, alcune frange della CIA smettono di lavorare insieme all'MI6 a Hong Kong per destabilizzare la Cina, allora è molto probabile che essa smetta di effettuare operazioni simili negli Stati Uniti (col fentanyl e il suo surrogato sintetico, le mire sul Canale di Panama, ecc.).

Se poi si esegue un semplice esercizio, ruotando il mappamondo e prendendo come riferimento il Pacifico, l'isolazionismo di cui parla il WSJ è propaganda europea/inglese per mascherare la loro progressiva irrilevanza. Stesso discorso per Brasile, India e Sud Africa: colonie europeo/inglese tenute in piedi da cricca di Davos/City di Londra per mantenere la loro influenza nei cosiddetti BRICS. Non si tratta di potenze de facto o aspiranti tali, ma colonie usate per motivi geopolitici e di destabilizzazione (es. immigrazione indiana, profluvio di permessi H1-B, ecc.). Togliete BIS ai BRICS, aggiungete A, e avrete il vero assetto mondiale emergente: America, Russia e Cina.

Inutile dire che chi sta rimanendo indietro su tutto è l'UE. L'uragano di censura europea è il sintomo di un'altra malattia: l'UE continua a rimandare lo scontro con la realtà, ovvero cambiare il suo modello di business anacronistico basato sulla colonizzazione e l'estrazione di risorse. Quando Trump ha parlato a Davos di Europa come partner importante per gli USA, si stava riferendo a tutti quegli oligarchi che sono spuntati fuori da questo “modello di business” e che hanno “skin in the game” nel vecchio sistema. Una proposta di accordo, i termini della resa più che altro, come presentati anche a Carlo III la scorsa estate, affinché possano avere ancora un ruolo di spicco nel nuovo assetto mondiale in evoluzione. Se tali oligarchi avranno la meglio sulla fazione “hardcore” è ancora da vedere.

Ciononostante il sopraccitato tsunami di censura, iper-regolamentazione e contrazione economica sembrano non creare alcun effetto a livello di esperienza di prima mano. Sembra tutto come ieri, perché preoccuparsi quindi? Ma i processi lavorano in background e quando si vedono i risultati macroscopici è ormai troppo tardi per un'inversione. Nel frattempo la maggior parte degli europei vive dissociata dalla realtà, in un mondo parallelo costruito nelle loro teste e abbellito dalla stampa generalista. Tutto sommato le cose procedono abbastanza bene, qualche criticità in più rispetto al giorno precedente... ma chi non si adatta? Questo stato di auto-suggestione è quello che io descrissi nel capitolo finale, “La favola dei semi”, del mio primo libro. Non c'è più creazione di ricchezza reale in Europa, solo una continua e progressiva erosione del bacino esistente. La capacità di generazione della ricchezza è già distrutta, la produttività della ricchezza è azzerata e rimane solo l'erosione del patrimonio accumulato.

L'unico esito possibile per questa situazione è un incontro ravvicinato un muro di solidi mattoni e la sincronizzazione con la realtà: l'UE non può sopravvivere a sé stessa e nemmeno l'euro. E su una cosa potete star certi: l'euro si romperà.... male.


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venerdì 6 settembre 2024

Tutte le micce finanziarie conducono a...

 

 

di Francesco Simoncelli

Nel mio ultimo pezzo ho esaminato come le azioni siano diventate molto costose. Viviamo in un'era di bolle: 1999, 2008, 2021 e ora, solo tre anni dopo, una nuova bolla... questa volta concentrata nei “Magnifici 7”, le azioni delle grandi aziende tecnologiche. Ma alcune cose succedono sempre, infatti le bolle scoppiano sempre. E probabilmente non passerà molto tempo prima che scoppi anche la bolla dell'intelligenza artificiale, quindi le persone che speravano di arricchirsi rapidamente, grazie alla nuova tecnologia, diventeranno più povere, e in fretta, grazie al vecchissimo ciclo di espansione e contrazione. Ed ecco un'altra cosa che succede sempre: quando il costo del credito aumenta, aumentano anche i fallimenti. Quest'anno, con tassi di interesse sostanzialmente più alti rispetto a qualche anno fa, gli avvocati fallimentari sono tornati in azione. Per quanto possa essere scontata la digressione di questo pezzo, come immagineranno i lettori più stagionati, ecco il colpo di scena: non parleremo di Stati Uniti. Non principalmente. Oggi sul proverbiale “banco degli imputati” ci finiranno gli inglesi.

La maggior parte degli occhi del mondo, infatti, sono puntati sulla FED e le sue decisioni in termini di politica monetaria, soprattutto quando bisogna determinare (a livello ufficiale) la presenza di una recessione o meno. A livello mondiale, soprattutto dopo il 2022, Powell & Co. sono davvero l'ago della bilancia, in particolar modo perché gli USA hanno il mercato dei pronti contro termine più liquido del mondo e ciò è vitale per il rifinanziamento della pletora di derivati esistenti. Dopo il 2019 l'accesso è consentito solo tramite asset statunitensi: titoli del Tesoro statunitensi, per la precisione. Questo, di conseguenza, fa sì che i rischi di recessione (prima finanziaria, poi economica) gravino di più sulle spalle degli altri player. Infatti pochi parlano della situazione in Inghilterra.

La maggior parte del risparmio, ad esempio, è concentrato nella top 5 delle grandi banche inglesi (es. HSBC, Barclays, ecc.) e basta un evento insignificante affinché questi giganti dai piedi d'argilla colino a picco. Cosa diventata evidente con la recente crisi dei Gilt e dei fondi pensione inglesi. Bisogna rendersi conto che con l'arrivo del 30 settembre e la fine del LIBOR la City di Londra verrà prosciugata dal capitale finanziario. L'unica cosa che rimarrà sarà il flusso monetario basato sulle assicurazioni, ma anche quello ha subito un duro colpo con la storia della discriminazione nei confronti dei russi. Cosa rimane quindi? Un Paese con una grave crisi sociale il cui passo è dettato dalla disintegrazione a livello economico/finanziario e non è un caso che la Banca d'Inghilterra abbia fatto enorme incetta di titoli del Tesoro statunitensi (venduti soprattutto dalla Cina per stabilizzare lo yuan sul mercato dei cambi e forse anche per l'ancora presente sudditanza nei confronti degli inglesi sin dalle guerre dell'oppio). Chi fa fatica a capire cos'è il denaro, farà fatica a raccapezzarsi nelle vicende economiche odierne. Il balzo sin dal 2019 nei possedimenti inglesi di titoli di stato USA è sufficiente per capirlo. E non si tratta solo dei possedimenti della Banca d'Inghilterra, ma anche di quelli delle sue appendici: Lussemburgo, Isole Vergini, Isole Cayman, ecc. Il tutto funzionale a mantenere in piedi la facciata che la BCE può ancora difendere l'euro e i rendimenti obbligazionari europei. La FED e la BOJ hanno tutte le armi a loro disposizione per debellare la piaga dell'eurodollaro. Non solo, ma per quanto i media generalisti e indipendenti continuino a puntare sulla (presunta) debolezza dell'economia statunitense, ci sono poche parole su quella inglese. Cari lettori, qui chi ha tutto da perdere e ha i conti sballati è la City di Londra, destinata a diventare un deserto finanziario. Tutto il terrore per questo fato e per la devastazione economica incalzante sono incarnati nel sopraccitato balzo sin dal 2019.

Occhio, quindi, che il mercato dei cambi è sopravvalutato e la presunta forza delle altre divise (sterlina, euro) nei confronti del dollaro è un fuoco di paglia. I rischi di recessione sono molto più vicini all'Europa di quanto si dica sulla stampa generalista.


IL 1971 RIVISTO E LA FINE DELLA “BOJ PUT”

Facciamo un passo indietro. Bisogna sempre farlo, non solo perché il passato ci aiuta a capire il presente e direzionare meglio il futuro, ma anche perché fornisce maggiori tasselli a chi aveva il quadro generale chiaro ma necessitava di ulteriori dettagli per tirare coerentemente tutte le somme. Si cita spesso il 1971 come l'anno in cui gli Stati Uniti hanno abbandonato definitivamente le ultime vestigia del denaro coperto. I motivi addotti dalla maggior parte degli analisti indipendenti comprendono la stupidità, l'avidità e l'incompetenza. La storia finirebbe qui se analizzassimo le cose secondo un'ottica puramente teorica: la pianificazione centrale porta con sé i semi della propria distruzione. All'atto pratico, però, esistono due tipi di conseguenze: intenzionali e inintenzionali. Perché la vera domanda è questa: e se gli Stati Uniti, o per meglio dire una parte di essi, abbia lavorato per vandalizzare il Paese a vantaggio di qualcun altro?

Dalla finanziarizzazione violenta dell'economia statunitense sin dagli anni '80 fino allo scoppio della bolla immobiliare nel 2008, la discesa negli inferi economici è come se fosse stata perseguita in modo sconsiderato e, peggio ancora, volontario, senza alcun freno a tutte quelle azioni giudicate, fino a poco prima che venissero prese, assurde e prive di giustificazione accademica. Una di queste decisioni è il quantitative easing. Nella crisi finanziaria del 2009 la FED di Bernanke intervenne abbassando i tassi d'interesse, salvando molti grandi debitori, tra cui alcune delle più grandi banche di Wall Street, e riducendo la fila di coloro che sarebbero finiti in bancarotta. Ciò non doveva accadere, tutti lo giudicavano errore; Bernanke, si dice, cedette al panico e preparò il terreno per una crisi ancora più grande in seguito: i tassi d'interesse più bassi della storia hanno incoraggiato quasi tutti a indebitarsi ancora di più. Davvero ha ceduto al panico? Per 3 volte consecutive? E che dire della Yellen? Non ha imparato niente dall'esperienza del suo predecessore?

E nessuno è andato più in fondo nel buco del debito del governo degli Stati Uniti, aggiungendo $25.000 miliardi in nuovo debito sin dal 2009. E ora il governo federale stesso è sopraffatto e la FED non è né in grado di salvare i mutuatari o gli investitori del mercato azionario con più debito, né vuole farlo. Questa è una novità molto importante: nel 2000, e di nuovo nel 2008, la FED fornì supporto alle azioni abbassando il suo tasso di riferimento di 500 punti base e “stampando” denaro per coprire i deficit. Ma questo prima che l'uomo nero dell'inflazione si scatenasse. Infatti quando si hanno già $35.000 di debiti, e si conta di aggiungerne altri $16.000 nei prossimi 10 anni, tassi d'interesse più alti non sono ciò di cui si vorrebbe leggere nelle notizie del mattino. Anche al 5% il costo degli interessi potrebbe essere di $2.500 miliardi all'anno. E quando bisogna prendere in prestito sempre più soldi, solo per stare al passo con i pagamenti degli interessi sul debito precedente, quella è la strada sicura verso la bancarotta.

Anche agli occhi di un profano è chiaro che la FED impedirà a qualsiasi costo una cosa del genere. Non “stamperà” più soldi solo per impedire che i prezzi delle azioni colino a picco, o alcune aziende di alto profilo vadano fallite. Ecco un punto di riferimento facile per capire la tempistica di un eventuale nuovo intervento della FED: quando il mercato obbligazionario statunitense, non quello azionario (di cui a Powell non interessa nulla), diventerà “bidless”.

È quindi chiaro che da un lato abbiamo una fazione della ragione, dove la FED e Powell vedono all'orizzonte una crisi catastrofica per il dollaro e gli Stati Uniti, e dall'altro una fazione della distruzione, dove il Ministero del Tesoro e la Yellen sono intenzionati a prendere in prestito una cifra pari a più del 5% del PIL ogni anno per i prossimi 10 anni. E questi numeri dipendono da una navigazione serena, senza tempeste fastidiose. In caso di recessione (quasi garantita), il governo federale prenderà in prestito e spenderà di più. La cosa ovvia da fare è evitare il disastro abbassando il tasso di crescita del debito e il modo ovvio per farlo è pareggiare il bilancio federale. Cosa impedisce alla fazione della distruzione di farlo? Beh, a parte il nome stesso, il fatto che coloro che dipendono dalla scarnificazione economica degli USA finiranno loro nel tritacarne.

Se fino alla “Greenspan put” ci si interrogava ancora sulle ragioni per cui una nazione dominante come gli USA avessero continui e sempre più ravvicinati nel tempo guai economici sotto forma di crisi economiche/finanziarie, dopo di essa è stato chiaro che esisteva una parte dell'America che stava sabotando dall'interno la prosperità della nazione stessa. L'arma di questo delitto si chiama mercato dell'eurodollaro; il mandante è la City di Londra. Non è un caso, infatti, che con la finanziarizzazione del mercato statunitense la City sia diventata uno snodo fondamentale per il capitale finanziario. Per quanto possa sembrare paradossale questo fenomeno ha una spiegazione: l'indicizzazione dei debiti mondiali avveniva attraverso il LIBOR. Quindi se da un lato si possiede la capacità d'impostare i tassi mondiali e dall'altro si possiede anche la capacità di manipolare (esternamente) l'offerta della valuta di riserva mondiale, il risultato è la materializzazione di una serie di pasti gratis infiniti a scapito della nazione più potente del mondo.

Per quanto potesse essere gigantesca questa artificiosità, essa era destinata pur sempre a fallire. Infatti gli abusi di questi sistemi quasi mai vengono percepiti da coloro che li sfruttano; un po' come gli schemi Ponzi, coloro che li attuano difficilmente riescono a scappare col maltolto. Alla fine vengono sempre catturati. Perché? Perché finiscono per credere alle loro bugie. Lo stesso è accaduto con l'eurodollaro e i mercati finanziari: un'esplosione di derivati che ha intaccato i bilanci di ogni entità finanziaria esistente, dalla più piccola e (apparentemente) insignificante alla più grande. Questo, a sua volta, ha significato una marea crescente di liquidità ombra necessaria per tamponare le falle che man mano sono emerse nel sistema. Per gli Stati Uniti è diventata una questione di vita o di morte, ovviamente. L'Inghilterra non ha mai mollato la sua colonia e l'aveva riconquistata tramite la finanza. Il 2019 è stato un anno importante, perché ha segnato ufficialmente l'inizio del rimpatrio della politica monetaria statunitense: la crisi dei pronti contro termine ha conferito in tutto e per tutto la natura di denaro al collaterale, in particolare i titoli di stato americani. Quello era solo il primo passo, il secondo è arrivato nel 2022 col SOFR (indicizzazione dei debiti in accordo a un parametro nazionale) e il rialzo dei tassi, con relativo prosciugamento della liquidità ombra. Almeno è iniziata, dato che essa è immensa dopo tutte le manipolazioni accumulate. Il terzo passo è stata l'uccisione della “BOJ put”.

Le istituzioni europee e inglese si sono concentrate sul lato lungo della curva dei rendimenti dei titoli obbligazionari statunitensi, in questo modo, sopprimendo tale lato, hanno soppresso di riflesso il loro lato lungo che non potevano permettersi salisse. Una condizione particolarmente favorevole alla Lagarde che ha sempre fatto l'equilibrista affinché i rendimenti dei bond europei rimanessero in un certo range. Il tutto si teneva in piedi grazie a uno yen sottovalutato: prendere in prestito in yen, sottoporre a leva il trade e infine comprare altri titoli. Inutile dire che anche il carry trade dello yen andava a favorire gli esterni e metteva nei guai la nazione, così come l'eurodollaro usava la ricchezza interna degli USA e la trasferiva all'esterno affinché coloro che sfruttavano la riserva frazionaria in tale mercato credessero che l'azzardo morale non avesse costi reali. I prezzi dell'energia e l'approvazione ai minimi per il governo Kishida hanno materializzato le frustrazioni delle famiglie giapponesi che si sono dovute involontariamente sobbarcare il prezzo di tutta questa ingegneria finanziaria. Il rialzo dei tassi della BOJ è arrivato in un momento in cui la FED era bombardata mediaticamente affinché tornasse ad abbassare i tassi ed è servito ai suoi scopi: drenare liquidità senza rialzare essa stessa i tassi. Il cappio intorno al collo della BCE e della Banca d'Inghilterra si stringe sempre di più.

Infatti sin dallo scorso aprile, anche la BNS è servita allo scopo di far guadagnare tempo alla BCE e alla BOE. Tagliando i tassi due volte e svalutando il franco svizzero, ciò è servito ad allentare la pressione finanziaria sull'Europa. Ritengo che anche questo supporto è ormai saltato, vista l'evoluzione dei cambi, e l'unico supporto che rimane alla BCE adesso è solo quello della BOE.

Quale migliore occasione, quindi, di tumulti per le strade da usare come scusa per l'ennesima emergenza e permettere all'esecutivo di avere carta bianca su ogni aspetto della vita socioeconomica inglese? Magari una nuova tassa che vada a gravare sul patrimonio immobiliare. Già le finanze delle famiglie inglesi sono sotto pressione, ulteriore spinta significherebbe la perdita di un asset sopravvalutato (immobili) ma che rallenterebbe lo scoppio della bolla immobiliare inglese sulla valanga di immigrati che sono entrati nel Paese negli ultimi anni. L'Italia da questo punto di vista è l'avanguardia. In sintesi, l'unica carta rimasta da giocare alla BOE è quella di tener gonfia la bolla immobiliare per dare l'illusione che esista ancora collaterale nel Paese degno di essere usato per una politica monetaria espansiva. La FED, come avevo anticipato all'inizio di quest'anno, effettuerà un taglio dei tassi. Molto probabilmente di 25 bps. Giusto per scontentare tutti e seguire il mercato dei rendimenti obbligazionari. Ma non sarà Powell a contrastare il QE della Yellen, ora, bensì il QT della BOJ. E non dimentichiamoci che il Giappone è il primo al mondo a detenere titoli di stato americani in riserva.


DECLINO

Questo spazio divulgativo non fa altro che unire i puntini, come vedere le costellazioni nel cielo notturno: la Cintura di Orione, il Grande Carro, ecc. Alcune sono evidenti, altre sono più difficili da vedere, con stelle deboli e lontane. Ma ci sono sempre degli schemi: crescita e depressione, rialzo e ribasso, guerra e pace, declino e caduta. Alcuni di questi sono schemi molto lunghi. Quando una nazione/stato/impero invecchia, le sue élite si trovano al vertice del potere e della ricchezza. Non importa in quale direzione guardino, c'è solo la discesa. Diventano timorose, tutto è una minaccia: un virus, un mercato ribassista, la Russia, la Cina... il futuro stesso.

Una delle cose più assurde accadute all'inizio di questo mese è stata che i liberi pensatori nel parlamento inglese hanno proposto nuovi modi per censurare il dibattito sui social media. Una delle ragioni addotte è stata che i legislatori pensano che essi stiano “rimbecillendo i giovani”. Davvero? Non il New York Times, non Paul Krugman, non le scuole pubbliche, non i genitori che lasciano che i loro figli sprechino tempo con i gadget elettronici. Tipico di un impero degenerato in fase avanzata, i politici inglesi sono ansiosi di proteggersi da qualsiasi novità. Un altro schema: nel tempo le élite sono inclini a diventare corrotte e incompetenti (stupide e malvagie). Favoriscono la guerra e l'inflazione, in parte come un modo per impedire al futuro di arrivare e in parte come un modo per continuare a trasferire più ricchezza e potere a sé stessi. L'aumento dell'offerta di guerra e inflazione porta a un calo del loro valore. Alla fine le élite non possono vincere una guerra (ad esempio Vietnam, Iraq, Afghanistan, Ucraina), né controllare l'inflazione.

In teoria, una democrazia dovrebbe risolvere il problema del decadimento al vertice. Gli elettori dovrebbero “buttare fuori gli incompetenti” ed eleggere nuovi leader più vigorosi. Ma dove sono questi nuovi leader? Nelle comunità più piccole la democrazia sembra funzionare, ma, in pratica, in un governo di grandi dimensioni, i partiti politici, l'amministrazione pubblica, la stampa, la City di Londra, i potenti donatori, i lobbisti, gli interessi speciali organizzati e l'industria della potenza di fuoco, tutti si uniscono per bloccare il cambiamento. Si finisce con leader geriatrici e linee di politica disastrose.

Inflazione e guerra, guerra e inflazione, malvagio e stupido, sciocco e furfante. Anche questi sono degli schemi. La Spagna, parte dell'Impero asburgico, fu il primo impero su cui non sarebbe mai tramontato il sole. Aveva le Filippine a est, l'America centrale e meridionale a ovest e in Europa era l'egemone, la nazione indispensabile del suo tempo. Quando i terroristi inglesi iniziarono ad attaccare le navi spagnole, Filippo II decise di intraprendere un'azione energica e risoluta. Il suo era l'impero più grande dell'epoca, con il più grande budget militare del mondo e l'equivalente del XVI secolo di una valuta di riserva. La Spagna riceveva carichi di oro e argento dal Nuovo Mondo, stimolando così l'economia del Vecchio Mondo con denaro appena coniato. Tutto questo vi suona familiare? I lettori più attenti noteranno due temi importanti.

Innanzitutto, l'inflazione. O, più in generale, la malattia olandese... comunemente intesa come il paradosso che si verifica quando la fortuna, ovvero trovare miliardi in oro e argento, trasforma la vostra economia in un caos. Di solito pensiamo all'oro come a una protezione contro l'inflazione; in questo caso, invece, ne fu la causa. In genere l'oro protegge dall'inflazione perché è molto difficile da ottenere: bisogna trovarlo ed estrarlo, e poiché l'oro è quotato sul mercato come tutto il resto, la quantità disponibile come denaro tende ad aumentare in linea con tutto il resto e a un ritmo più o meno pari alla crescita del PIL. Se le scorte scarseggiano, il prezzo dell'oro aumenta e i minatori sono spinti a lavorare di più; se c'è “troppo” oro il suo prezzo tende a scendere e l'attività mineraria non è più redditizia.

Fu solo un furto e un colpo di fortuna che gli spagnoli trovarono tanto oro e argento in superficie nelle mani degli Aztechi e degli Inca e riuscirono a sequestrarlo e a spedirlo in Spagna. L'avventuriero Pizarro catturò il capo Inca, Atahualpa, per esempio. Il conquistador chiese una stanza piena d'oro per il suo rilascio. L'Inca riempì diligentemente la stanza, ma Pizarro lo uccise comunque. Questo aumento della massa monetaria spagnola ebbe un effetto immediato, rese la Spagna ricca, e un effetto secondario, causò un'inflazione che rese la Spagna povera. Essa era ancora ricca nel luglio del 1588, quando la sua grande flotta si radunò e salpò verso nord, verso la Manica. Con 137 navi era destinata a scortare chiatte piene di soldati, cavalli, cibo e armi dalle Fiandre attraverso la Manica per un'invasione dell'Inghilterra. Si trattava più o meno della stessa forza navale che aveva vinto la battaglia di Lepanto nel 1571, una battaglia cruciale dell'Europa cristiana contro gli infedeli del mondo musulmano. E fu combattuta alla vecchia maniera: con spade, coltelli, moschetti e pistole. Questa era la battaglia che l'Armada di Filippo II era pronta a combattere di nuovo.

Il che ci porta al nostro secondo tema: le sorprendenti, e in gran parte sgradite, svolte della guerra. La sorpresa per l'Invincibile Armada fu che gli inglesi non combatterono come gli ottomani, o i romani, o i greci prima di loro. La battaglia di Gravelines non fu solo l'ennesima battaglia di fanteria, basata su piattaforme galleggianti mosse da schiavi delle galee. Inosservati dalla maggior parte del resto del mondo, gli inglesi avevano fatto progressi tecnici: le loro navi erano più piccole, più veloci, ma con meno potenza di fuoco. Si erano già dimostrate efficaci nelle mani di corsari inglesi, come Sir Francis Drake: arrivavano al nemico da sopravvento e questo lasciava la loro preda sguarnita. Invece di lanciare rampini e cercare di abbordare la nave nemica, gli inglesi cercavano di affondarla (o, meglio ancora, abbatterne gli alberi e distruggerne il timone in modo che fosse indifesa). Per prima cosa dispersero la formazione spagnola al largo di Calais inviando brulotti tra le imbarcazioni ormeggiate; gli spagnoli andarono nel panico, tagliarono le ancore e dispersero la flotta. Poi, alla Battaglia di Gravelines, il giorno seguente, le due flotte si fronteggiarono. Gli spagnoli eseguirono la manovra che avevano usato con tanto successo a Lepanto: spararono una volta i loro cannoni e si prepararono ad abbordare le navi nemiche. Potevano sparare solo una volta perché i loro cannoni non erano stati predisposti per essere ricaricati, non nel vivo della battaglia. Gli inglesi, nel frattempo, mantennero le distanze e continuarono a sparare. Quando finirono le munizioni, avevano danneggiato e/o affondato così tante navi dell'Armada che la battaglia era stata effettivamente vinta.

Dopotutto l'Armada era vincibile. Il vento soffiava da sud e diede agli spagnoli una via di fuga verso nord. Le navi sopravvissute, molte in pessime condizioni, cercarono di navigare attorno alla Scozia e all'Irlanda per ricongiungersi alla penisola iberica senza incontrare navi da guerra inglesi. Molte invece si arenarono in Irlanda, dove furono depredate e i marinai uccisi senza pietà. Altri morirono di freddo, fame e malattia. Pochi riuscirono a tornare in Spagna. E mentre la guerra fece i suoi danni, il nuovo denaro ne fece ancora di più: innescò un modello di azioni e reazioni ormai familiare. I conquistadores si impossessarono di enormi nuove quantità di oro e argento e questo aumento della massa monetaria fece aumentare i prezzi in Spagna e Portogallo del 500% nei successivi 150 anni. L'aumento dei prezzi, insieme ai tassi d'interesse più alti, costrinse l'imperatore spagnolo a prendere in prestito sempre più denaro solo per mantenere in attività il suo costoso impero. Il denaro facile rappresentò anche un sostituto per la produzione reale nella penisola iberica: gli spagnoli e i portoghesi avevano denaro, potevano acquistare cose, non avevano bisogno di produrle. “Lascia che siano gli altri a faticare”, potrebbero essersi detti l'un l'altro. “Noi conquistiamo”.

Ma trascurando il proprio commercio e le proprie manifatture, gli spagnoli e i portoghesi esposero il fianco a una “Grande Perdita”. Quando l'Invincibile Armada salpò il flusso di nuovo denaro dalle colonie era già in declino. Dopo la battaglia di Gravelines anche il potere spagnolo affondò e non si riprese mai più. La guerra e l'inflazione li avrebbero condannati a 4 secoli di marginalità e di miseria.


CADUTA

Non crediate nemmeno per un momento che l'impero britannico si fosse disciolto all'indomani della fine della seconda guerra mondiale. Le mani si erano ritirate, ma i fili restavano ancora attaccati. Nemmeno gli USA stessi erano davvero liberi, ma ancora una colonia. La vera dichiarazione d'indipendenza è arrivata nel marzo 2022, guarda caso un paio di settimane prima scoppiò la guerra tra Russia e Ucraina. Come già detto, guerra e inflazione sono due dei principali protagonisti di un impero in disfacimento.e quello inglese non fa eccezione. Oltre a riciclare quantità enormi di denaro da usare per cercare di sopravvivere ai venti economici contrari (es. debito pubblico, rendimenti decrescenti, ecc.), la guerra serve anche ad abbattere un qualsiasi tipo di opposizione popolare alle decisioni dello stato. I giovani uomini vengono mandati al fronte, cosicché in patria rimangano solo donne e vecchi. Non solo, ma è una questione ormai anche di sopravvivenza finanziaria, si a per Londra che per Bruxelles.

Il paravento della guerra, per quanto costoso, serve anche a giustificare la cosiddetta economia delle emergenze: una situazione “temporanea” infinita in cui gli stati in bancarotta le tentano tutte per rimanere a galla. Uno di questi tentativi significa calpestare lo stato di diritto. Ecco perché, tra gli altri, furono gli inglesi a far saltare il banco dei negoziati di pace in Turchia. Spogliata della sua capacità di intermediare flussi finanziari significativi, la City di Londra si appresta a perdere quell'importanza che aveva avuto finora grazie a liquidità estorta con l'inganno ai danni degli Stati Uniti e del Giappone. Lo stesso vale per Bruxelles. La guerra è l'unico mezzo attraverso il quale i soldi fluiscono ancora in Europa ed ecco anche perché da quest'ultima si sono alzate le grida di maggior dolore quando Johnson, lo speaker della Camera negli Stati Uniti, s'è rifiutato di firmare l'ennesimo pacchetto di aiuti all'Ucraina. La guerra in Ucraina è una polizza di assicurazione contro il fallimento siglata da Londra, oltre a essere un modo per staccare l'Eurasia dall'Europa.

A tal proposito, pensate a cosa è successo due mesi fa, durante le trattative di rinnovo dei titoli di debito dell'Ucraina. Per evitare il default del Paese i maggiori investitori (Pimco, Amundi, Blackrock, fondi pensione inglesi, ecc.) hanno raggiunto un accordo per un haircut delle loro posizioni del 37%. Solo l'Inghilterra s'è esposta per $10 miliardi in aiuti militari, $7 miliardi in aiuti finanziari e s'è fatta garante per diversi prestiti all'Ucraina tramite la Banca Mondiale. Succede, poi, che due giorni dopo Fitch declassa il debito ucraino a “C”. Panico tra i bondholder sopra elencati! Al che, una settimana dopo, il presidente ucraino firma un ordine di sospensione “temporaneo” del pagamento dei debiti della nazione.

Val la pena di sottolineare un altro fatto accaduto a luglio. In un seminario sponsorizzato dalla stessa Banca d'Inghilterra s'è parlato esplicitamente che la stessa potesse ampliare la platea di titoli acquistabili o ammissibili nel mercato pronti contro termine. Non mi sorprenderebbe se tra questi nuovi titoli ammissibili ci fossero anche i bond ucraini. Come se il bilancio della BOE non fosse già sommerso a causa dell'aumento dei tassi dei titoli di stato inglesi (Gilt). Un assaggio di questo tracollo ce l'abbiamo avuto nell'autunno del 2022 quando l'allora governo Truss presentò il cosiddetto “mini budget”. Pollice verso da parte dei mercati e vendita di Gilt sui mercati. Inutile dire che le istituzioni più colpite sono risultati i fondi pensione, i quali hanno dovuto vendere ingenti posizioni obbligazionarie A LEVA per soddisfare le margin call che fioccavano. La BOE è stata costretta a intervenire per apporre una rete di sicurezza sotto la sterlina e sotto i Gilt.

Qui ci sono tutti i presupposti affinché la sterlina subisca un durissimo colpo, nonché il mercato obbligazionario inglese dato il livello di rischio a cui è esposta la Banca d'Inghilterra insieme alla pletora di investitori istituzionali al seguito. Naturalmente non saranno i protagonisti di questa ubriacatura di azzardo morale a pagare per le conseguenze. Sta di fatto, comunque, che con la fine della “FED put”, della “BOJ put” e del LIBOR Inghilterra ed Europa si contendono il primato nell'attuale race to the bottom.


CONCLUSIONE

La Gran Bretagna si sta giocando il tutto per tutto. L'economia è messa male, la situazione sociale interna è molto difficile. Il sistema dell'eurodollaro, che è controllato da Londra, è andato in crisi nel 2008 e non si è più ripreso; ora Washington, o almeno una parte facente capo alla FED, sta rimpatriando la politica monetaria sotto l'egida americana. Non solo, ma con l'indicizzazione dei debiti americani con un tasso di riferimento interno (SOFR), la City di Londra sta nell'effettivo perdendo molto potere finanziario. Nel frattempo i BRICS si stanno allontanando dai vincoli che avevano con l'eurodollaro. Non mi sorprenderebbe se vedessimo un'inversione della Brexit e un riavvicinamento con Bruxelles, soprattutto perché lo scontro con la Russia ormai è esistenziale.

Tutte le micce finanziarie conducono a... Londra.


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