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martedì 23 gennaio 2024

Il controllo sugli affitti è una linea di politica fallimentare

Il cappello dell'articolo di oggi non poteva non contenere la legge di recente approvazione da parte di Milei riguardo l'abrogazione dell'odiato controllo sugli affitti. L'effetto immediato è stato quello di far letteralmente moltiplicare l'offerta di case a disposizione degli affittuari e farne scendere i prezzi. È straordinario come attraverso le sue linee di politica si possa finalmente dimostrare, a livello pratico anche, quanto siano fondate le linee economiche guida fornite dalla Scuola Austriaca d'economia. A questo punto, quindi, non si può far altro che alimentare ulteriormente il proprio ottimismo riguardo altri temi cari a Milei, come ad esempio la dollarizzazione del Paese e lo smantellamento della banca centrale. La banca centrale della nazione è in bancarotta, con riserve nette negative, e il pèso è una valuta fallita; lo smantellamento della banca centrale, quindi, è essenziale e il Paese deve avere un regolatore indipendente senza il potere di stampare valuta e monetizzare tutto il deficit fiscale, eliminando altresì la possibilità di emettere il folle Leliq (debito remunerato). La questione monetaria è solo una faccia della medaglia, l'altra è il problema fiscale: porre fine al deficit fiscale e porre fine al deficit commerciale. È necessario abbassare le tasse in un Paese che ne ha 165 e ha il cuneo fiscale più alto del continente, dove le piccole e medie imprese sono schiacciate. L’Argentina deve cambiare quello che attualmente è uno stato predatorio, oltre a essere rimosse le barriere burocratiche, le misure protezionistiche e i sussidi statali. Inoltre Milei deve garantire la certezza del diritto e un quadro normativo affidabile dove non ritorni lo spettro dell’esproprio e del furto istituzionale. Se l’Argentina vuole tornare a essere un’economia fiorente ha bisogno di un sistema macroeconomico e monetario stabile; sarà difficile, ma non impossibile, e il suo potenziale è enorme. La stessa cosa non si può dire, invece, dell'Italia, dove nel campo immobiliare in particolare sta percorrendo una strada diametralmente opposta.

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di Andrew Syrios

Non sempre gli autori del Mises Institute vanno d'accordo sulle opinioni riguardo i vari argomenti affrontati, ma il nostro (metaforico) sacco da boxe preferito è Paul Krugman. Malgrado ciò, quando si tratta del cadavere resuscitato di recente, ovvero il controllo degli affitti, possiamo dire d'aver trovato una causa comune. Infatti ecco cosa scrisse nel 2000:

Il controllo degli affitti è tra le questioni meglio comprese in tutta l’economia e, tra gli economisti, una delle meno controverse. Nel 1992 un sondaggio dell’American Economic Association rilevò che il 93% dei suoi membri concordava sul fatto che “un tetto al prezzo degli affitti riduce la qualità e la quantità delle abitazioni”. Quasi ogni libro di testo per matricole contiene un caso di studio sul controllo degli affitti, utilizzando i suoi noti effetti collaterali negativi per illustrare i principi della domanda e dell’offerta. Affitti alle stelle su appartamenti non controllati, perché gli affittuari disperati non hanno nessun posto dove andare – e l’assenza di nuovi appartamenti, nonostante gli affitti alti, perché i proprietari temono che i controlli vengano estesi? Tutto abbastanza prevedibile.

Rapporti aspri tra inquilini e proprietari, con una corsa agli armamenti tra strategie sempre più ingegnose per cacciare gli inquilini [...] e regolamentazioni in continua proliferazione progettate per bloccare tali strategie? Tutto abbastanza prevedibile.

Paul Krugman si è sbagliato su moltissime cose, ma questa è una cosa su cui aveva ragione. Non che questo significi molto, alla fin fine. Il sondaggio a cui Krugman faceva riferimento conteneva quaranta domande e fu inviato a 1.350 economisti. La questione relativa al controllo degli affitti ebbe una risposta più sbilanciata tra tutti e quaranta.

Il 93% rispose Sì (il 76,3% era d'accordo e il 16,6% era d'accordo ma con riserve), mentre solo il 6,5% era in disaccordo. Ciò significa che Krugman non poteva essere peggiore del novantatreesimo percentile degli economisti!

 

Il ritorno del controllo sugli affitti

Il controllo degli affitti divenne originariamente popolare all’inizio del 1900, soprattutto a New York, quando la prima grande ondata d'immigrati era vicina al suo culmine e case popolari di bassa qualità venivano costruite a destra e a manca per ospitarli. Le abitazioni erano anguste e affollate e stimolavano un (fuorviante) animus anti-proprietari così come richieste (fuorvianti) di riforma.

Il controllo degli affitti si diffuse in tutti gli Stati Uniti fino agli anni ’50, quando il boom edilizio del dopoguerra alleviò i problemi di offerta e il fallimento di tale misura divenne più evidente. Negli anni ’70 una nuova generazione di controlli degli affitti leggermente più moderati (chiamati “stabilizzazione degli affitti”) fu introdotta nelle città costiere prevalentemente liberal, ma la cosa non durò a lungo. Come ha scritto l’Urban Institute nel 2019: “Oggi solo quattro stati (New York, New Jersey, California e Maryland) e Washington DC, hanno governi locali con leggi attive sul controllo degli affitti”.

Nonostante la quasi unanimità tra gli economisti sul fatto che il controllo degli affitti sia dannoso, una moltitudine di gruppi di attivisti e politici stanno spingendo per rilanciare questa linea di politica perché, sicuramente, non è stata applicata bene la prima volta.

Le proposte più radicali sono effettivamente comuniste: un gruppo chiamato People's Action ha proposto una “Garanzia nazionale per le case” che “tolga le case dal mercato e le demercifichi”. Si potrebbe sperare che i risultati catastrofici degli “esperimenti” comunisti del ventesimo secolo e i tristi blocchi di appartamenti che hanno creato, o i disastri americani con l’edilizia pubblica come Cabrini-Green, possano far riflettere tali sostenitori.

Per quanto riguarda proposte più moderate, due contee di Los Angeles nel 2022 hanno votato per approvare una misura di controllo degli affitti che ne limiti gli aumenti al 4% annuo. L'Oregon ha approvato un limite statale del 10% e diverse roccaforti costiere liberal, come San Francisco e New York, hanno il controllo degli affitti ormai da molto tempo. Infatti anche gli elettori della Florida hanno approvato un provvedimento elettorale per il controllo degli affitti prima che un giudice lo dichiarasse incostituzionale.

Ora l’amministrazione Biden ha proposto un progetto di legge, o di diritti degli affittuari, con una disposizione peculiare al suo interno che impone alla Federal Housing Finance Agency (FHFA) di porre un limite agli “eclatanti aumenti degli affitti”. Una lettera di diciassette senatori democratici chiedeva alla FHFA di limitare qualsiasi aumento degli affitti su tutte le proprietà con un prestito da parte di Fannie Mae o Freddie Mac, il che discriminerebbe di fatto i proprietari di immobili in base al tipo di finanziamento ottenuto.

Inutile dire che il controllo degli affitti è tornato alla ribalta.


Perché il controllo degli affitti non funziona

Forse non dovrebbe sorprendere che si torni a discutere attivamente del controllo degli affitti, sia questi ultimi che i prezzi delle case sono aumentati notevolmente negli ultimi anni. E i prezzi delle case hanno continuato a salire nonostante i tassi d'interesse siano più che raddoppiati sin dalla metà del 2021.

Invece di attribuire l’inaccessibilità agli immobili al massiccio aumento dell’offerta monetaria, che crea inflazione dei prezzi in tutta l’economia, compresi gli immobili, nonché restrizioni su quest'ultimi che a loro volta ne riducono l’offerta e una linea di politica sull'immigrazione sovvenzionata dal governo che aumenta la domanda, il controllo degli affitti è stata la soluzione proposta da quelli di sinistra.

Come con qualsiasi controllo dei prezzi, quando viene posto un limite ai prezzi inferiore al tasso di mercato, l’offerta verrà ridotta.

Fonte: Murray N. Rothbard, Man, Economy, and State with Power and Market, 2 ed. (Auburn, AL: Mises Institute, 2009), fig. 83.

Il punto P rappresenta la quantità di offerta (in questo caso, l'offerta di immobili) in normali condizioni di mercato. Quando viene introdotto un controllo sui prezzi – in questo caso C – l’offerta viene ridotta dal punto P al punto A. Più restrittivo è il controllo sui prezzi, maggiore sarà la riduzione dell’offerta.

Si potrebbe pensare che questo non si applichi all'edilizia abitativa, poiché i fornitori di immobili non possono scegliere ogni anno quante case ci sono sul mercato; gli edifici già esistono. Anche se questo è vero, i proprietari di case unifamiliari possono scegliere di vendere a un proprietario di casa invece di affittare. Nelle aree di fascia bassa i proprietari possono lasciare che una proprietà cada in rovina e diventi invivibile se non riesce a produrre flussi di cassa positivi. Più comunemente, però, il risultato di un controllo sui prezzi degli immobili è una riduzione delle nuove costruzioni, che, ironicamente, aumenterebbe l’offerta e renderebbe gli immobili più accessibili.

Così, ad esempio, vediamo che uno studio della National Association of Builders mostra che quando i controlli sugli affitti vengono rimossi, si verifica una “crescita dell’offerta più rapida negli anni successivi per quelle comunità sottoposte ad affitti controllati”.

Infatti la letteratura sul controllo degli affitti è estremamente unilaterale. Uno studio di Stanford del 2019 ha rilevato che “il controllo sugli affitti limita la mobilità degli affittuari del 20%” e “i proprietari trattati dal controllo sugli affitti riducono l’offerta di immobili in affitto del 15%” e il controllo generale sugli affitti “fa aumentare gli affitti nel lungo periodo”.

Un altro studio sul controllo degli affitti effuato dal Brookings Institution ha rilevato che “tale linea di politica imponeva $2 miliardi di costi ai proprietari immobiliari locali, ma solo $300 milioni di tal ammontare venivano trasferiti agli affittuari di appartamenti”.

La relazione del Fraser Institute sul controllo degli affitti sottolinea che:

Gli economisti che ne hanno studiato gli effetti sono praticamente unanimi nella loro valutazione. La portata del loro accordo è dimostrata dalle osservazioni dei Premi Nobel per l’economia nel 1974: Gunnar Myrdal e Friedrich Hayek, le cui opinioni ideologiche su questioni diverse dal controllo sugli affitti sono, per usare un eufemismo, piuttosto diverse.

Gunnar Myrdal, che Samuelson descrisse come un importante architetto dello stato sociale del Partito laburista svedese, aveva la seguente opinione sul controllo degli affitti e su coloro che lo implementavano: “Il controllo sugli affitti ha costituito, in alcuni Paesi occidentali, il peggior esempio di cattiva pianificazione da parte di stati privi di coraggio e visione”.

In tutta la relazione ci sono immagini di edifici in rovina con la domanda “Danni da bombe o da controllo sugli affitti?”. Onestamente è abbastanza difficile indovinare quale faccia parte dell'uno e quale faccia parte dell'altro.

È anche importante notare che il controllo sugli affitti non causa solo una riduzione dell'offerta. Come ha scritto Krugman nel suo pezzo citato all'inizio, trovò un articolo sul New York Times in cui si lamentava di come “a San Francisco gli affittuari sono diventati dei supplicanti”.

Era un pezzo interessante con storie di aspiranti affittuari che passavano mesi a passeggiare lungo i marciapiedi spulciando gli annunci, dozzine di disperati in cerca di un appartamento e quando ne trovavano uno cercavano d'impressionare il proprietario con le loro credenziali. Eppure mancava qualcosa in quel pezzo, tre parole che sapevo dovevano far parte di quella storia: “Controllo sugli affitti”.

Dopo tutto, il tipo di comportamento dei proprietari descritto nell'articolo – pretendere che i potenziali inquilini forniscano curriculum e rapporti di credito, che si vestano bene e si comportino con entusiasmo – non si verifica nei mercati immobiliari liberi. I proprietari non vogliono umiliarsi: preferiscono avere solo i soldi.

Infatti non è difficile trovare casi in cui i proprietari interrompono la manutenzione ordinaria di quegli immobili a canone controllato, perché l'affitto non copre le loro spese. Più comunemente smettono di preoccuparsene e gli immobili di ottima qualità finiranno con l'avere impianti vecchi di diversi decenni. In alcuni casi i proprietari senza scrupoli richiederanno favori sessuali, o altri tipi di tangenti, per quelle che, secondo la linea di politica dello stato, sono proprietà in affitto sottomercato con una domanda maggiore rispetto all'offerta.


La soluzione del libero mercato

Naturalmente è impossibile soddisfare ogni desiderio umano, poiché ciò che gli esseri umani vogliono è effettivamente infinito mentre la realtà ci mette di fronte alla scarsità.

Ma quando si tratta di immobili, la soluzione per renderli più accessibili è piuttosto semplice: costruirne di più.

È necessario affrontare la politica monetaria sconsiderata del sistema bancario centrale e le sue oscillazioni selvagge, e si dovrebbero porre fine ai sussidi statali all’immigrazione di massa. Ma nel breve termine, quando si verifica una dislocazione del mercato tra domanda e offerta, il modo per alleviarla è attraverso un’offerta aggiuntiva.

Eppure, dovunque ci giriamo, lo stato si sta intromettendo mediante regolamenti edilizi cervellotici. San Francisco, una delle città con il controllo degli affitti, è quasi comica a questo riguardo. Il tempo medio che intercorre tra la richiesta di autorizzazione per un nuovo progetto di costruzione è poco meno di tre anni, mentre i costi ammontano a $440/metro quadro; il più alto al mondo e gran parte di tale costo è dovuto alla durata dello sviluppo e alle tasse comunali.

C'è da sorprendersi se la gente stia lasciando San Francisco in massa? La soluzione è sostanzialmente prendere ciò che sta facendo San Francisco e fare il contrario.

Costruire di più è l’unica via d’uscita dalla crisi immobiliare americana. Il controllo sugli affitti e altre restrizioni statali non faranno altro che peggiorare i problemi di accessibilità economica negli Stati Uniti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 21 giugno 2016

I mercati sono la nostra speranza migliore per una cooperazione pacifica





di Andrew Syrios


In un articolo precedente ho smontato quella fallacia secondo cui il libertarismo sarebbe intrinsecamente "atomistico" e che, mentre la moralità può essere applicata universalmente, non potrebbe esserlo la cooperazione umana e l'empatia. Siamo circondati dai "numeri di Dunbar", i quali limitano il numero delle relazioni sociali che una qualsiasi persona può avere a circa 150.

Rimane una domanda: qual è quella disposizione sociale che meglio si presta a sostenere questa natura? Karl Marx immaginò un futuro in cui "ciascuno avrebbe avuto ciò che le proprie capacità e necessità gli avrebbero garantito". Ma come disse il biologo E.O. Wilson: "La teoria è meravigliosa, peccato che la specie sia sbagliata." Sì, ciò che funziona bene per le formiche potrebbe non funzionare tanto bene per gli esseri umani.



Violenza e potere statale

Lo stato naturale dell'umanità è quello costituito da piccole tribù che hanno poco o nessun contatto con l'altra. Quando entrano in contatto, i risultati sono stati generalmente sanguinosi. Però cadremmo nella cosiddetta "fallacia naturalistica" se sostenessimo che dovremmo vivere così, dato che questo è il nostro stato naturale. Infatti, come ha sottolineato Steven Pinker, gli studi sulle società di cacciatori/raccoglitori mostrano quanto fossero inclini alla violenza. Cita il lavoro dell'archeologo Lawrence Keeley, dimostrando che per otto società tribali la percentuale dei decessi maschili causata dalla guerra "[...] varia dal 10% a quasi il 60%."[1]

Inoltre alcuni degli effetti collaterali di questo limite mentale sono il razzismo e la xenofobia, e, contrariamente a molte fantasie di sinistra pseudo-agrarie, questi effetti sono più marcati in tali società tribali. Come hanno scritto Robin Dunbar, Louise Barrett e John Lycett:

In molte, se non nella maggior parte di tali società, il termine che si riferisce ai membri della tribù possiamo tradurlo come "uomini" o "umani"; coloro che appartengono a tutte le altre tribù sono considerati, per estensione, "non-uomini."[2]

Steven Pinker ritiene la crescita dello stato come un metodo per domare tale violenza. Lasceremo da parte ogni dibattito tra anarchismo e miniarchismo per ora, ma l'affermazione di Pinker è altamente imprecisa. Le stime di R. J. Rummel riguardo il numero di persone che gli stati hanno ucciso (non compresa la guerra) durante il solo XX secolo, sono di 262 milioni! Perlomeno questo dovrebbe rendere evidente che qualsiasi tipo di governo totalitario, o oligarchico, non è il modo migliore per strutturare le società umane.

A suo merito, Steven Pinker sostiene una rimarcata limitazione del potere dello stato. Egli sottolinea come la liberalizzazione delle politiche economiche sia stata un fattore importante nella riduzione della violenza nel mondo: "Le persone che la pensano come gli economisti liberali classici sono in opposizione alla mentalità populista, nazionalista e comunista, le quali considerano la ricchezza del mondo come un gioco a somma zero e sostengono che l'arricchimento di un gruppo deve avvenire a scapito di un altro."[3]

Naturalmente dà credito a molte altre cose, tra cui la democrazia.



La democrazia non può essere applicata universalmente

Mentre la democrazia è certamente preferibile al totalitarismo, contiene molti di quegli errori facenti riferimento all'universalismo che la sinistra ha affibbiato alla natura umana.

In effetti, cosa accadrebbe se avessimo un governo democratico in tutto il mondo che in qualche modo — anche se poco probabile — mantenesse forti istituzioni democratiche al posto di una concorrenza tra stati? Gli elettori cinesi si inchinerebbero lo stesso ai capricci della maggioranza globale, se fossero in contrasto con i loro interessi? O più probabilmente, data la loro popolazione, sarebbero gli elettori degli Stati Uniti a piegarsi alla volontà degli elettori cinesi?

La democrazia può essere un utile strumento, ma la sua migliore applicazione è a livello locale dove il singolo voto significa qualcosa. Purtroppo molti suoi sostenitori l'hanno scambiata per qualcosa che non è; un metodo per la cooperazione universale. Dato che la ricerca ha dimostrato che una tale cooperazione universale è una fantasia utopica, che cos'è la democrazia?



Violenza o scambio volontario?

La cooperazione è una grande cosa, ma è stato dimostrato che funziona solo in piccoli gruppi. Tutto ciò che rimane per quanto riguarda le grandi interazioni di gruppo, è la forza o lo scambio. La democrazia, su larga scala, significa semplicemente persone che votano sul se, quando e come usare la forza contro altre persone.

È per questo motivo che il cosiddetto anarco-sindacilismo, o anarco-comunismo, fallirebbe. Come ha sottolineato Murray Rothbard:

Tutti gli anarchici di sinistra hanno convenuto che la forza è necessaria contro i reticenti. Ma allora la prima possibilità non è nient'altro che il comunismo, mentre la seconda porta ad un vero e proprio caos di comunismi diversi e contrastanti, che infine porteranno probabilmente a qualche comunismo centrale dopo un periodo di guerra sociale. Così, l'anarchismo di sinistra deve in pratica significare o comunismo o un vero e proprio caos di sindaci comunisti. In entrambi i casi, il risultato è la riabilitazione di uno stato sotto un altro nome. È la tragica ironia dell'anarchismo di sinistra che, nonostante le speranze dei suoi sostenitori, non è affatto anarchismo. O è comunismo, o è caos.

Non dovrebbe sorprendervi che tali esempi abbiano avuto breve durata, di solito venivano in essere in momenti di guerra in cui un avversario poteva radunare le persone e il risultato non sarebbe stato tanto piacevole come molti dei suoi sostenitori sembravano credere. La Comune di Parigi giustiziò un centinaio di sacerdoti e religiosi e, come ci ricorda Bryan Caplan, gli anarchici spagnoli del 1930 furono colpevoli di "[...] omicidi su larga scala di persone ritenute sostenitrici dei nazionalisti."

Naturalmente l'elenco dei peccati degli stati è molto, molto più lungo (il governo francese ha ucciso molte più persone di quanto non avesse fatto la Comune). Ma i pochi esempi aiutano ad evidenziare i difetti dell'anarco-sindacalismo. Va inoltre notato che molti esperimenti simili sono avvenuti negli Stati Uniti del XIX secolo, anche su una scala relativamente piccola, e hanno avuto scarso successo. Ecco la descrizione di Jonathan Haidt riguardo il lavoro dell'antropologo Richard Sosis:

[...] [Sosis] ha esaminato la storia di duecento comuni fondate negli Stati Uniti nel XIX secolo. Le comuni sono esperimenti naturali in cooperazione, senza legami di parentela. Le comuni possono sopravvivere solo nella misura in cui possono legare insieme un gruppo, sopprimere l'interesse personale e risolvere il problema del free rider. [...] Per molte comuni del diciannovesimo secolo, i principi erano religiosi; per altre erano laici, perlopiù socialisti [...] solo il 6% delle comuni esisteva ancora venti anni dopo la loro nascita.[4]

Le comuni religiose hanno fatto meglio, con il 39% ancora esistenti dopo vent'anni. Ma ciò lascia ancora molto a desiderare. E ricordate, queste erano comuni di piccole dimensioni piene di gente con una cultura simile e a cui avevano aderito volontariamente, non grandi stati con milioni e milioni di persone sparse in una vasta regione geografica e con culture diverse.

Mentre non c'è nessuna obiezione libertaria a tali comuni, esse non rappresentano un sistema universale da emulare. Su larga scala, abbiamo le tre scelte che sottolineò Frédéric Bastiat:
  1. "I pochi saccheggiano i molti
  2. Tutti saccheggiano tutti.
  3. Nessuno saccheggia nessuno."[5]

Non importa come si organizza una società, la gente si disporrà in piccoli gruppi relativamente stabili ma mutabili. Famiglie e parenti si prenderanno cura più di loro che degli sconosciuti, e così via. La "natura dell'altro" è una preoccupazione evidente quando si arriva alla conclusione che gli esseri umani formano piccoli gruppi e considerano gli altri come estranei. Non vedo modo migliore per attenuare queste relazioni che impegnarsi nello scambio reciprocamente vantaggioso. Potrebbe non essere utopico, ed è certamente meglio che usare la forza (sia attraverso la tirannia o la democrazia) per portare altre persone e gruppi in linea con i propri desideri.



Lo stato soppianta la cooperazione a livello locale

Va inoltre notato che c'è una grande ironia quando lo stato viene considerato un'istituzione in grado di realizzare comunità alle quali i libertari "atomistici" si oppongono. All'inizio del XX secolo un gran numero di lavoratori apparteneva a società di mutuo soccorso che fornivano assistenza in caso di necessità, servizi medici e altre cose, nonché un senso di cameratismo. Le società di mutuo soccorso, proprio come le imprese, le chiese, le associazioni e i gruppi sociali, rappresentavano solo un altro esempio della capacità umana di auto-organizzarsi.

Tuttavia le società di mutuo soccorso hanno avuto breve durata. La grande espansione dello stato sociale negli anni '60, ha quasi soppiantato queste istituzioni di volontariato con le fredde burocrazie.

Che dire della famiglia? Questa è certamente una delle organizzazioni meno atomistiche che esistano. Ebbene, dopo che lo stato ha messo in piedi lo stato sociale e soppiantato il tradizionale ruolo del padre, divorzi e figli illegittimi sono saliti alle stelle. Negli anni '60 le nascite fuori dal matrimonio costituivano circa il 6% di quelle totali. Oggi sono oltre il 40%.

E la tensione imposta alle famiglie di militari quando lo stato decide d'andare in guerra, dovrebbe essere evidente.

Il modo migliore per valutare la forza delle comunità è quello d'utilizzare vari strumenti per misurare quello che viene chiamato il capitale sociale (praticamente le reti sociali rinforzate da fiducia, reciprocità e cooperazione). Robert Putnam ha scoperto che la maggior parte del capitale sociale è iniziato a deteriorarsi dopo l'attuazione dei programmi della Great Society negli anni '60. Ad esempio, ha scoperto che l'appartenenza ad associazioni volontarie "[...] ha raggiunto un picco nei primi anni '60, e ha iniziato a declinare in modo continuo dal 1969."[6]

Mentre Putnam ritiene che lo stato sociale abbia attutito la discesa del capitale sociale, la tempistica sembra improbabile. Charles Murray, un altro scienziato sociale, ha fatto notare che la felicità e il capitale sociale si basano su quattro virtù: laboriosità, onestà, matrimonio e religione. E lo stato interferisce con ognuna a vari livelli. Ad esempio, la dipendenza dall'assistenza sociale riduce la laboriosità e incentiva la disgregazione della famiglia. Questa tesi sicuramente si adatta meglio con la linea temporale e con ciò che sappiamo sulla natura umana.

Tutto ciò è particolarmente vero dato che la forza non rappresenta un buon mezzo per costruire una società cooperativa, e lo stato non usa altro.

No, lo stato distrugge il senso di comunità e mette le persone le une contro le altre. Le società umane si organizzano in modo naturale attraverso mezzi volontari, così come affermano i libertari. E inoltre, l'economia di mercato basata sullo scambio reciproco e vantaggioso rappresenta l'unico modo affinché più gruppi di "tribù" diverse vivano in pace e felicemente in una società moderna grande, interconnessa e complessa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] The Blank State, p. 57.

[2] Evolutionary Psychology, p. 199.

[3] The Better Angels of Our Nature, p. 664.

[4] The Righteous Mind, p. 298.

[5] La Legge, p. 19.

[6] Bowling Alone, p. 55.

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martedì 12 gennaio 2016

Libertà, povertà globale e il fallimento degli aiuti esteri

Spesso la maggior parte delle persone non riesce ad intuire l'arrivo di situazioni particolarmente spiacevoli. Questo perché non è in grado di leggere la proverbiale "scritta sul muro". Solo alcuni sono in grado di leggerla e ancora meno sono in grado di prepararsi adeguatamente. L'Europa, ad esempio, dopo essersi imbarcata in avventure belliche sconsiderate in Africa e Medio Oriente, adesso deve subire l'ondata delle relative conseguenze inattese: massicci flussi migratori. Dove andranno a pesare? Ovviamente sul welfare state dei vari stati europei. Nei prossimi anni vedremo migliaia e migliaia di immigrati che faranno la fila per richiedere istruzione gratuita e assistenza medica gratuita. Non abbiamo ancora visto niente. Lo vedremo la prossima primavera. Gli stati europei pensavano che la retorica del "tassare i ricchi per ridistribuire la ricchezza" potesse garantire la vita eterna ai programmi del welfare state, invece la realtà ha smontato i piani presumibilmente ben congeniati dei pianificaotri centrali e ora addirittura anche chi è povero in Europa diviene ricco a causa dei flussi migratori che porteranno nelle nostre terre migliaia e migliaia di gente poverissima e con basse capacità lavorative. Le passività non finanziate dei vari programmi pensionistici hanno da tempo decretato la morte del sistema welfaristico, ma gli immigrati accelereranno il processo. Per anni la politica della "colpa" sventolata dalla sinistra ha martellato nella testa degli individui, e ora raccoglieranno i semi della loro propaganda: fallimento del welfare state e bancarotta del sistema statale. Gli immigrati manderanno in bancarotta lo stato prima che quest'ultimo possa beneficiare dei loro contributi per mandare avanti lo schema di Ponzi forzoso del welfare state e delle pensioni.
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di Andrew Syrios


Secondo la stampa mainstream, il mondo in via di sviluppo è frenato da un pantano di fondamentalismo di libero mercato. Certo, ci sono alcune eccezioni, come Peter Bauer e William Easterly, ma quasi tutti si uniscono al coro di Jeffrey Sachs: affinché questi paesi poveri possano diventare ricchi, devono ricevere aiuti dai paesi ricchi e frenare il libero mercato.

Salon ha addirittura avuto l'audacia di riferirsi all'Honduras come ad una "moderna distopia libertaria". Come afferma l'autore: "Eliminando tutte le tasse, privatizzando tutto, inzeppando un paese con pistole e opponendosi a tutte le spese pubbliche, si finisce come l'Honduras." Un paese dove "la polizia va in giro su camioncini con mitragliatrici, ma non sono lì per proteggere la maggior parte delle persone. [...] Per la protezione individuale c'è un esercito di guardie armate private."

E poi c'è Naomi Klein, il cui libro The Shock Doctrine ha sostenuto coloro che affermano che il libero mercato utilizza le crisi per attuare riforme a scapito dei paesi poveri e per garantire che tale povertà continui.

Gli strafalcioni sono così tanti che risulta davvero difficile elencarli tutti quanti. Prima di tutto, la Klein capisce le cose al contrario. Sebbene le corporazioni abbiano la loro dose di colpe (di solito con l'aiuto dello stato), Robert Higgs ha mostrato chiaramente in Crisis and Leviathan che è lo stato che usa le crisi per crescere. Negli Stati Uniti lo stato è cresciuto enormemente durante la Prima Guerra Mondiale, la Grande Depressione, la Seconda Guerra Mondiale, e anche la Guerra Fredda. Ora sta utilizzando la Guerra al Terrore per crescere ancora.



La Libertà Economica È Decisamente Rara nel Mondo in Via di Sviluppo

Come ha osservato Johan Norberg nella sua critica al libro della Klein:

Se guardiamo alle statistiche del Fraser Institute’s Economic Freedom of the World (EFW), scopriamo che sin dal 1980 solo quattro economie di cui abbiamo i dati non sono state liberalizzate. Tutte le altre invece hanno intrapreso tale percorso. Ovviamente questo significa anche che vedremo una liberalizzazione economica nelle dittature brutali così come nelle democrazie pacifiche. [...] La Klein si basa sulla sua personale interpretazione di aneddoti ed esempi, e non tenta di fornire dati statistici a supporto della sua tesi. Si tratta di un'omissione comprensibile, perché i dati non supportano la sua tesi. Vi è una forte correlazione tra libertà economica da un lato e diritti politici e libertà civili dall'altro.

Infatti, mentre queste riforme lasciano molto a desiderare e il mondo ha fatto un enorme passo indietro dopo la crisi finanziaria, s'è verificata una discreta quantità di liberalizzazioni. E il progresso economico del mondo, sebbene lasci ancora molto a desiderare, è innegabile.

Si deve semplicemente dare uno sguardo alle classifiche dell'Economic Freedom of the World per vedere che il mondo in via di sviluppo si colloca molto più in basso. L'indice prende in considerazione quanto segue,

  1. Dimensioni dello stato: spese, tasse, e investimenti;
  2. Struttura giuridica e sicurezza dei diritti di proprietà;
  3. Accesso al denaro sonante;
  4. Libertà di commercio internazionale;
  5. Regolamentazione del credito, del lavoro e delle imprese.

I paesi occidentali in Nord America e in Europa si collocano tra i più liberi, seguiti dai paesi dell'Europa orientale e dell'Asia, poi arriva il Medio Oriente e l'America Latina con l'Africa in fondo. Hong Kong è al primo posto con un rating di 8.98, gli Stati Uniti sono al dodicesimo con 7.81 (dietro al Canada, settimo posto). Anche i paesi "socialisti" come la Norvegia e la Svezia occupano rispettivamente il trentesimo e trentaduesimo posto. Sì, possono anche avere uno stato sociale molto esteso, ma hanno anche (relativamente parlando) i diritti di proprietà e libero scambio.

Dall'altra parte, El Salvador è al sessantesimo posto, il Brasile al centotreesimo, il Mali al centotrentatreesimo e il Chad al centoquaranteseiesimo. Il Venezuela —-- che sta attraversando una grave crisi economica —-- è all'ultimo posto. (Non ci sono dati sulla Corea del Nord.)

Ricordate la "distopia di libero mercato" chiamata Honduras che "ha eliminato le tasse" e "ha privatizzato tutto"? Beh, si classifica al centosedicesimo posto nell'Index of Economic Freedom del 2015 e al centoquattresimo nella classifica della Banca Mondiale riguardo la libertà di fare impresa. La stessa classifica ha posizionato l'Honduras al centocinquantatreesimo posto riguardo l'ingombranza della pressione fiscale. A quanto pare, l'eliminazione delle tasse significa in realtà una pressione fiscale individuale superiore al 25%, una pressione fiscale per le aziende superiore al 30%, e un'imposta sulle vendite nazionali superiore al 15%. Non mi pare proprio che queste fossero le raccomandazioni indicate da Ludwig von Mises.

Al contrario, il mondo in via di sviluppo è completamente interventista. I diritti di proprietà sono quasi inesistenti, quindiì l'accumulo di capitali è estremamente difficile. La polizia locale molesta gli imprenditori con tangenti, e senza forti diritti di proprietà e tribunali equi per risolvere le controversie, gran parte di queste economie sono poco più di un mercato nero. È un po' come il mercato illecito della droga negli Stati Uniti. I loro governi, lungi dall'essere laissez-faire, possono essere meglio descritti come cleptocrazie. In effetti, la ragione per cui l'Honduras ha bisogno di "guardie giurate private" è perché la polizia di stato non fa altro che perseguitare la propria cittadinanza.

Un altro esempio d'interventismo latino-americano è il Perù. Mentre faceva ricerche per il suo libro, The Mystery of Capital, Hernando de Soto ha deciso d'aprire una piccola fabbrica d'abbigliamento in Perù. Ha assunto un avvocato e alcuni studenti. Il risultato?

Hanno dovuto fare molto. Hanno dovuto ottenere 11 permessi diversi da sette ministeri diversi. Per 10 volte si sono visti chiedere delle tangenti, per ben due volte le hanno dovute pagare, e c'erano un sacco di ritardi. [...] In totale ci vorrebbero come minimo 278 giorni, lavorando otto ore al giorno, per fare affari con una piccola fabbrica.

Un mio amico che aveva un'impresa in Ecuador, mi ha raccontato di esperienze simili a quella di Hernando de Soto. E non è certo solo l'America Latina. Il documentario Commanding Heights descrive "il Permesso Raj" in India, venuto in essere dopo che il Raj britannico venne rimosso nel 1947. Come ha detto Narayana Murthy, presidente di Infosys Technologies, "Ci sono voluti dai 12 ai 24 mesi, e circa 50 visite a Delhi, per ottenere una licenza per importare un computer da $1500."

A causa di ciò, "per gli imprenditori è quasi impossibile fare le cose." Il ministro delle Finanze indiano, P. Chidambaram, ha osservato che "ogni permesso viene rilasciato con mezzi corrotti." In altre parole, una tangente. Questa gigantesca burocrazia corrotta è il fattore primario che mantiene sottosviluppato il mondo sottosviluppato. Nel caso dell'India, però, essa ha liberalizzato un po' le cose e ha visto una robusta crescita economica.



Come i Paesi Diventano Ricchi

Nel complesso, i paesi più ricchi hanno generalmente mercati più liberi. Come notato sopra, Hong Kong è classificata come l'economia più libera del mondo e ha avuto alcuni dei più alti tassi di crescita nella storia del mondo. Infatti John Stossel ha provato a replicare l'esperimento di Hernando de Soto a Hong Kong. Ha compilato un modulo di una pagina e ha aperto la sua attività il giorno seguente.

Come fa notare un documento del National Center for Policy Analysis: "Il reddito pro-capite è sette volte maggiore nelle economie più libere rispetto ai paesi meno liberi." Nel quintile superiore, il reddito pro-capite era di $26,106 l'anno nel 2002. Nel quintile inferiore, era di $2,828.

Questi paesi sono anche più liberi. Freedom House ha rilasciato una relazione in cui classifica i paesi in base ai diritti politici e alle libertà civili. La mappa colorata che fornisce sembra quasi identica a quello pubblicata dal Fraser Institute. E lo stesso National Center for Policy Analysis ha scoperto una correlazione quasi perfetta tra la libertà economica e la libertà politica.



Come gli Aiuti Esteri Perpetuano la Corruzione e gli Abusi dei Diritti Umani

Molti potrebbero sostenere questo punto, ma continuare lo stesso a dire che gli aiuti esteri sono necessari come misura per colmare il divario. Ma gli aiuti esteri non fanno altro che avvantaggiare i leader corrotti e i loro sistemi oppressivi, consentendo alle élite corrotte di continuare ad implementare le loro politiche fallimentari. Un rapporto del Center for Strategic and International Studies ha osservato che "la storia dell'assistenza elargita dagli Stati Uniti è colma di funzionari stranieri corrotti che usano gli aiuti per riempirsi le tasche, sostenere escalation militari, e perseguire progetti di vanità". O come ha detto un opinionista irriverente, "gli aiuti esteri succhiano soldi dalla povera gente nei paesi ricchi per finire nelle mani dei ricchi nei paesi poveri." Tom Woods mette tutto questo nella giusta prospettiva:

Non molto tempo fa la rivista Parade ha pubblicato una classifica dei venti peggiori dittatori al potere. Il governo degli Stati Uniti aveva contribuito ad aiutarli tutti tranne uno.

Come può tutto questo rompere il ciclo della povertà?

Non può infatti. Uno studio di Raghuram G. Rajan e Arvind Subramanian per la Banca Mondiale ha osservato:

Abbiamo trovato poche prove di una relazione positiva (o negativa) tra i flussi d'aiuti per un paese e la sua crescita economica. Inoltre non abbiamo trovato alcuna prova che gli aiuti funzionano meglio in un ambiente geografico o politico migliore, o che certe forme d'aiuto funzionano meglio di altre.

Invece degli aiuti esteri, ciò di cui hanno bisogno questi paesi è la libertà; economica e politica. E purtroppo il mondo in via di sviluppo è gravemente carente d'entrambe.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 30 settembre 2015

Controlliamo se Paul Krugman ha “davvero ragione su tutto”

L'ultimo anno in cui gli USA hanno visto la propria economia priva di debito pubblico, fu il 1835. C'è da aggiungere, però, che dal 1835 fino al 1914, l'occidente ha sperimentato una delle crescite economiche mai viste nella storia dell'economia. Per gli Stati Uniti stiamo parlando di un tasso medio del 4% l'anno, la crescita più alta e lunga che l'America avesse mai visto e abbia visto finora. Il debito pubblico che si accumulò in quel lasso di tempo era sostanzialmente dovuto ai periodi di guerra, e nei successivi periodi di pace i surplus di bilancio, o i pareggi di bilancio, avrebbero ripagato gli oneri bellici. Nel 1914 il debito pubblico degli USA era solamente il 5% del PIL e, sebbene durante la guerra fosse salito al 27%, le strategie d'austerità promosse da Andrew Mellon riportarono in carreggiata la politica fiscale degli Stati Uniti permettendo alla depressione dei primi anni venti di durare solamente un anno. La stessa cosa accadde dopo la fine della seconda guerra mondiale, dove l'ammontare di debito accumulato venne smaltito grazie a tagli delle tasse, tagli di spesa e surplus di bilancio. Gli ultimi anni in cui gli Stati Uniti videro una deflazione dei prezzi furono gli anni '50, in seguito sarebbero arrivate le politiche welfaristiche e belligeranti di Johnson-Kennedy che avrebbero indebolito le finanze dello zio Sam. Lo shock di Nixon del 1971 aprì le porte ad un azzardo morale senza freni, facendo iniziare la scalata vertiginosa a spesa pubblica, deficit pubblico e debito pubblico. A ciò si aggiunse l'entrata in scena di Greenspan alla FED nel 1987 e l'accensione smodata della stampante monetaria, la quale ha gonfiato nel corso del tempo una delle bolle più pericolose nella storia dell'economia: la bolla dei bond statali. Lo stato ha quindi potuto sequestrare più ricchezza reale e sostenere i suoi sprechi insostenibili, impedendo di conseguenza all'economia più ampia di riprendersi genuinamente dai boom/bust che si sono susseguiti con una frequenza sconcertante sin dal 1971. Quindi, no, ciò di cui abbiamo bisogno non è più debito come di recente ha sostenuto Krugman, bensì abbiamo bisogno di un default di quegli investimenti improduttivi e un ritorno ai fondamentali di mercato liberi per gestire i segnali di mercato. Il problema è che i keynesiani non comprendono la differenza che passa tra credito fiat, che viene creato dalle banche centrali e dalle banche commerciali a riserva frazionaria, e debito onesto, il quale viene finanziato da risparmi reali accumulati da famiglie e imprese.
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di Andrew Syrios


Ma davvero possiamo essere così categorici quando abbiamo a che fare con Krugman? Beh, guardate i risultati: più e più volte sono stati utilizzati ragionamenti sbagliati, dati errati, analogie storiche sbagliate, o tutto quanto appena detto. Sono Krugtron l'Invincibile!

Così scrisse il grande Paul Krugman. Un uomo talmente modesto che è stato in grado d'affermare quanto segue: "Credo di poter dire senza falsa modestia che questa è una grande vittoria; io, e quelli che la pensano come me, abbiamo avuto ragione su tutto."

Accidenti! Da che mondo è mondo, fare previsioni è stato estremamente difficile. Anche per un esperto che ha dedicato la sua vita in un determinato campo di studio, predire il futuro può essere un compito abbastanza arduo. Daniel Kahneman ha partecipato ad un'indagine che aveva come protagonisti 284 "esperti" tra politici ed economisti, il cui compito era quello di fare previsioni: "I risultati sono stati devastanti. Gli esperti hanno ottenuto risultati peggiori di quanto non sarebbe accaduto se avessero semplicemente assegnato probabilità uguali a ciascuno dei tre possibili risultati."

Un libro pieno zeppo di previsioni inesatte è The Experts Speak, il quale contiene previsioni premonitrici di Alfred Velpeau: "L'abolizione del dolore in chirurgia è una chimera. È assurdo continuare a cercare d'evitarlo"; e convinzioni sconclusionate di Arthur Reynolds: "Questo crash [del 1929] non avrà molto effetto sulle imprese". In effetti, un caposaldo dell'economia Austriaca (che purtroppo alcuni Austriaci hanno dimenticato quando hanno voluto fare previsioni premature sull'iperinflazione) recita che il numero di variabili nel mondo rende estremamente difficoltoso fare previsioni accurate.

Quindi dev'essere molto più che raro un uomo che riesce ad aver ragione su tutto. E quest'uomo non è Paul Krugman.



Predire una Bolla da Lui Auspicata

Paul Krugman ama ricordare che ha predetto la bolla immobiliare. Certo, l'ha anche raccomandata. Da un suo articolo del 2002:

Per combattere questa recessione la FED deve darsi da fare; deve far impennare la spesa delle famiglie per compensare gli investimenti moribondi delle imprese. E per fare questo, come ha detto Paul McCulley di Pimco, Alan Greenspan deve creare una bolla immobiliare per sostituire la bolla del Nasdaq.

Quando nel 2009 saltò fuori questa storia, negò la sua ovvia implicazione e scrisse: "Non era un pezzo a difesa di una politica, era solo un'analisi economica. Quello che intendevo è che l'unico modo in cui la FED avrebbe potuto ottenere trazione, era attraverso una bolla immobiliare. E questo è proprio quello che è successo." Quindi non conta come una raccomandazione? Sembrava proprio d'accordo con Paul McCulley sull'inflazionamento di una bolla immobiliare. E in un'intervista del 2006 ribadì che questo fosse esattamente quello che voleva dire:

Come ha sottolineato Paul McCulley di PIMCO, quando il boom tecnologico si è concluso, Greenspan doveva creare una bolla immobiliare per sostituire la bolla tecnologica. Quindi potrebbe aver fatto la cosa giusta. Ma entro la fine del 2004 avrebbe dovuto vedere i segnali di pericolo e avrebbe dovuto metterci in guardia da quello che stava accadendo; un tale avvertimento avrebbe potuto prendere il posto di un rialzo dei tassi. Non l'ha fatto, e ha lasciato nelle mani di Ben Bernanke un pasticcio terribile.

La cosa migliore che Krugman avrebbe potuto dire è che Greenspan s'era spinto troppo oltre con la bolla immobiliare che lui stesso aveva consigliato.



La Deflazione È Dietro l'Angolo

Mentre esulta come un forsennato perché gli Stati Uniti non hanno visto una massiccia inflazione dei prezzi, Krugman sembra aver dimenticato quali fossero le sue previsioni. Nel 2010 ha scritto: "E queste misure spianano la strada ad un processo continuo di disinflazione, il quale potrebbe, in non troppo tempo, trasformarsi in deflazione [...]. Giappone, stiamo arrivando."

Robert Murphy l'ha smascherato e ha messo in luce la risposta di Krugman:

[...] Krugman stesso [...] in una sua analisi del 2010 disse: "(In quel post mi preoccupavo per la deflazione, cosa che non è accaduta; sin da allora ho scritto molto sul perché)."

Si notino le parentesi e la tempistica: nell'aprile 2013 Krugman stava dicendo che nel febbraio 2010 era "preoccupato per la deflazione, cosa che non è accaduta." In altre parole, Krugman è entrato in questa crisi con un modello che prevedeva un certo movimento dei prezzi in risposta alla situazione economica, e ha scelto di conseguenza le sue politiche di stimolo statale. Aveva torto, ma sostiene ancora le stesse raccomandazioni di politica.

Ma per Krugman chi ha predetto un'inflazione dei prezzi non può spiegare perché ciò non è accaduto. Queste persone sono solo quelle "[...] che sposano una posizione e si rifiutano di modificarla nonostante l'evidenza delle prove la confutino." Krugman invece è diverso.



L'Europa Farà Meglio Rispetto agli Stati Uniti

Nel 2008 Krugman ha scritto:

[...] le storie di un'Europa moribonda sono molto esagerate. [...] Il fatto è che l'economia europea sembra stare molto meglio ora — sia in termini assoluti sia rispetto alla nostra economia.

Successivamente ha osservato che "gli americani si troveranno ad affrontare incentivi sempre più forti affinché comincino a vivere come gli europei" e che "ho visto il futuro e funziona". (Forse dovrei sottolineare che questa è una citazione sull'Unione Sovietica che ha preso in prestito da Lincoln Steffens. )

Poi la Grecia è fallita e il consenso internazionale è decisamente sicuro che la crisi ha colpito più duramente l'Europa.



L'Euro Crollerà

Tra l'aprile 2010 e il luglio 2012 Niall Ferguson ha contato ben undici volte in cui Krugman ha scritto di un fallimento imminente dell'euro. Per esempio, il 17 maggio 2012 Krugman ha scritto:

L'apocalisse è proprio dietro l'angolo. [...] Improvvisamente è diventato facile vedere come l'euro — quel grande esperimento imperfetto in un'unione monetaria senza unione politica — possa cadere a pezzi. Non stiamo parlando di una prospettiva lontana. Le cose potrebbero andare in frantumi con straordinaria velocità nel giro di pochi mesi, non anni. E i costi — sia economici che politici — potrebbero essere enormi.

La maggior parte di queste previsioni è composta da parole ambigue quali "forse", "probabilmente" e "potrebbe". Mentre non sono un fan della moneta unica e di fatto potrebbe ancora crollare, ad oggi, tre anni dopo, non è ancora accaduto. Se la parola "imminente" significa qualcosa, Krugman aveva torto.



Il Sequester ci Condannerà Tutti Quanti

Paul Krugman almeno ha ammesso che il sequester era "un affare di piccola portata", ciononostante lo considerava lo stesso un problema degno di nota: "Una delle idee politiche peggiori nella storia della nostra nazione"; e "probabilmente ci costerà 'solo' 700,000 posti di lavoro". (Notate di nuovo la parola "probabilmente".)

Successivamente ha deciso che invece questo era un problema piuttosto grande, affermando:

Ed entrambe le parti hanno deciso che il modo migliore per guadagnare tempo sia quello di creare una trappola mortale fiscale che infligga danni alla nazione attraverso tagli alla spesa a meno che non si raggiunga un accordo. Certo, non c'è nessun accordo, e la trappola mortale scatterà alla fine della prossima settimana.

In realtà, sin da allora l'economia se l'è cavata abbastanza bene. In effetti, come $85.4 miliardi di "tagli" (dal bilancio dell'anno successivo, non dalla spesa dell'anno precedente) avrebbero potuto influenzare un'economia da $17,000 miliardi, è semplicemente al di là della mia comprensione. E, naturalmente, non l'hanno affatto influenzata.



I Tassi d'Interesse Non Possono Scendere Sotto lo Zero

A marzo di quest'anno Krugman ha scritto quanto segue in relazione ad alcune obbligazioni europee con rendimenti nominali negativi:

Ora sappiamo che i tassi d'interesse possono finire in territorio negativo; quelli di noi che hanno respinto tale possibilità dicendo che le persone potrebbero semplicemente possedere denaro, erano chiaramente troppo superficiali sulla questione."

Ma, come sottolinea Robert Murphy: "La base della tesi keynesiana per lo stimolo fiscale, si fonda sul presupposto che i tassi d'interesse non possono andare in territorio negativo". Inoltre Murphy sottolinea anche che Krugman dovrebbe ammettere di nuovo d'aver sbagliato, perché nel 2009 Krugman scrisse:

E la ragione per cui tutti ci stiamo rivolgendo alla politica fiscale è che la regola standard, e cioè che la politica monetaria più gli stabilizzatori automatici dovrebbero ammorbidire il ciclo economico, non può essere applicata quando siamo ben saldi al limite dello zero. [Ossia, il tasso d'inetresse allo zero percento]



“L'Inflazione Tornerà”

Nel 1998 Paul Krugman ha predetto "L'inflazione tornerà".

E invece no.



“Il Ritmo del Cambiamento Tecnologico Rallenterà”

Sempre dall'articolo precedente: "[...] il numero di posti di lavoro per specialisti nel settore tecnologici decelererà, e poi si abbasserà nell'effettivo."

A parte un breve stop dopo la recessione del 2001, la risposta sarebbe un nuovo "e invece no".



Parole Ambigue e “Previsioni Accurate”

Diamo un'occhiata alla "previsione accurata" di Paul Krugman sulla crisi finanziaria. Il 2 marzo 2007 ha predetto che la seguente spiegazione sarebbe stata utilizzata anche in futuro per spiegare la crisi finanziaria:

Il grande crash del mercato è iniziato esattamente un anno fa, con un calo del 9% nel mercato di Shanghai seguito da uno slittamento di 416 punti nel Dow. Ma, come nella precedente crisi finanziaria globale, che ha avuto inizio con la svalutazione della moneta thailandese nell'estate del 1997, ci sono voluti molti mesi prima che la gente capisse fino a che punto si sarebbe diffuso il danno.

Quindi la crisi sarebbe iniziata in Cina? Quasi.

Ha concluso l'articolo dicendo: "Non sto dicendo che le cose si evolveranno in questo modo. Ma se avremo una crisi, ecco come avverrà."

Questa è una buona copertura, proprio come con l'euro. Ha affermato d'aver avuto ragione sulla crisi finanziaria (anche se è avvenuta in modo diverso da quanto si aspettasse), ma poi dice che ha sbagliato sull'euro perché aveva aggiunto l'avverbio "probabilmente" prima della sua previsione.

Normalmente non ci sarebbe nulla di male con queste parole ambigue. Data la natura delle previsioni, esse dovrebbero contenere un certo alone d'incertezza. È semplicemente un'ammissione che non si è onniscienti. Ma non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. O Krugman aveva ragione a proposito della crisi (o quasi) e aveva torto sull'euro (e su molte altre cose), o nessuna delle due previsioni dovrebbe contare.

Naturalmente questo non confuta le teorie di Krugman, ma forse servirà a fargli abbassare un po' le ali.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/