venerdì 14 giugno 2024

La Svizzera conserva ancora la sua tradizionale neutralità

 

 

di Mihai Macovei

Con oltre 130.000 firme autenticate, il  movimento civile “Pro Svizzera” ha chiesto al relativo governo di organizzare un referendum nazionale sul rafforzamento della neutralità internazionale del Paese. Dopo che le autorità svizzere hanno seguito l’Unione Europea con le sanzioni contro la Russia e hanno rafforzato la cooperazione con la NATO, gli organizzatori del referendum vogliono impedire una graduale erosione della tradizionale neutralità della Svizzera.

Vogliono anche evitare il destino della Svezia che all’improvviso ha chiesto di aderire alla NATO una volta che la Russia ha invaso l’Ucraina. Il governo svedese si è affrettato a ribaltare una posizione di neutralità che risaliva al periodo napoleonico, senza nemmeno organizzare una consultazione popolare. Questo ammonimento offre spunti interessanti sulla volontà e sulla capacità delle persone di resistere alla propensione statale nel voler partecipare a conflitti internazionali.


Neutralità svizzera e guerra in Ucraina

La Svizzera ha la più antica linea di politica sulla neutralità militare al mondo, la quale abbraccia oltre cinque secoli. Dopo aver perso la battaglia di Marignano nel 1515, la Svizzera strinse un accordo di pace con la Francia che le permise di vivere senza conflitti per quasi trecento anni. Dopo le guerre napoleoniche, nel 1815 le grandi potenze europee riconobbero ufficialmente la neutralità della Svizzera. Nel 1920 la Società delle Nazioni riconobbe formalmente lo status neutrale della Svizzera e scelse Ginevra come propria sede. La Svizzera ha aderito alle Nazioni Unite solo di recente, nel marzo 2002, a seguito di un referendum.

Il diritto alla neutralità è riconosciuto nel diritto internazionale dalla Convenzione dell’Aja (1907). Insieme al diritto di non partecipare alle guerre e di godere dell'inviolabilità territoriale, i Paesi neutrali conservano il diritto all'autodifesa. Per scoraggiare un’invasione da parte della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale, la Svizzera mobilitò circa 850.000 soldati e fece affidamento anche su pesanti fortificazioni nelle Alpi. Inoltre evitò attentamente di prendere posizione nella guerra e non permise voli militari sul suo territorio.

La neutralità è codificata solo vagamente nella Costituzione svizzera come obiettivo politico che governo e parlamento devono perseguire. Per quanto riguarda la sua posizione nei confronti dei conflitti con terzi, la Svizzera ha cercato di seguire la linea dell’ONU. È rimasta rigorosamente neutrale quando sono state approvate operazioni militari dalle Nazioni Unite e ha consentito i diritti di transito ma non per le azioni militari. Per quanto riguarda le sanzioni internazionali, la Svizzera ha sostenuto solo gli embarghi imposti dall’ONU, ad esempio contro l’Iraq nel 1991. Dal 1996 la Svizzera partecipa al programma della NATO di Partenariato per la pace, ma solo perché non si trattava di aderire all’alleanza o di entrare in conflitti militari.

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, la posizione del governo svizzero sulle sanzioni, sulla fornitura di armi ai belligeranti e sul riavvicinamento alla NATO ha iniziato a cambiare. La Svizzera si è mossa di pari passo con l’UE adottando sanzioni sempre più severe nei confronti della Russia, sebbene non siano sostenute da un mandato dell’ONU. Ha imposto restrizioni alle persone e alle aziende russe, impedendo alle banche svizzere di fare affari con loro e congelando i loro beni. Inoltre nel 2022 un alto funzionario svizzero ha dichiarato che il Paese imporrebbe sanzioni punitive nel caso in cui la Cina invadesse Taiwan.

Finora il governo svizzero ha resistito alle richieste dei vicini europei di appoggiare le esportazione di armi in Ucraina, ma potrebbe non durare a lungo. A gennaio il governo svizzero ha adottato un piano per rafforzare la difesa e intensificare la cooperazione militare internazionale, in particolare con la NATO e l’UE, e nel marzo 2023 il Ministro della difesa svizzero ha preso parte per la prima volta in assoluto al Consiglio Nord Atlantico della NATO. In questo contesto i gruppi della società civile – sostenuti dal Partito popolare svizzero,  il più grande movimento politico della Svizzera – hanno chiesto un referendum nazionale per rafforzare la neutralità del Paese e sancirla chiaramente nella costituzione federale.


Cosa vogliono i sostenitori del referendum

Gli organizzatori del referendum propongono nuove clausole costituzionali per vietare alla Svizzera di stringere qualsiasi alleanza militare, a meno che non venga attaccata essa stessa. Al governo svizzero verrebbe inoltre impedito d'imporre sanzioni internazionali a meno che non siano sostenute da un mandato delle Nazioni Unite. Il Paese sarebbe costretto a mantenere l’assoluta equidistanza politica in tutti i conflitti e a rimanere completamente imparziale; pertanto non sarebbe più possibile adottare sanzioni contro la Russia e rafforzare la cooperazione con la NATO.

Esiste già un acceso dibattito nazionale sul sostegno della Svizzera all’Ucraina e sulla sua neutralità in generale. I politici di destra sostengono che il Paese dovrebbe smettere di essere un  “free rider” dell’ombrello di sicurezza della NATO e rafforzare i suoi legami e l’interoperabilità con quest’ultima. I  Verdi ritengono che l’iniziativa della “neutralità” avvantaggi i dittatori esteri e danneggi la sicurezza della Svizzera.

Allo stesso tempo i conservatori sostengono che qualsiasi attenuazione della neutralità potrebbe compromettere la credibilità della Svizzera come mediatore internazionale obiettivo. Avrebbe anche costi economici importanti: dato il suo solido settore finanziario e lo status di hub commerciale internazionale, la Svizzera rischia di perdere molto se applica sanzioni a Paesi stranieri e individui facoltosi. Aderendo alla NATO, la Svizzera dovrebbe anche più che raddoppiare la sua attuale spesa annuale per la difesa, pari a circa l’1% del prodotto interno lordo (PIL). Di conseguenza oltre il 90% degli svizzeri sostiene lo status di neutralità, anche se, secondo un recente sondaggio, una piccola maggioranza propenderebbe per un legame più stretto con la NATO.

A mio avviso l'argomentazione più forte a favore della neutralità svizzera viene dall'Unione Democratica di Centro, che in un comunicato stampa sul referendum ha dichiarato che “se tutti gli Stati si comportassero come la Svizzera, non ci sarebbe la guerra”. Ciò è particolarmente vero nell’attuale contesto geopolitico internazionale, che è sempre più polarizzato dalla politica delle grandi potenze e in cui i Paesi più piccoli devono lottare per evitare di prendere posizione nei conflitti internazionali. Ciò è vero anche in generale, come esposto dalla chiara posizione contro la guerra di Murray Rothbard nel suo manifesto libertario The Ethics of Liberty.

Secondo Rothbard gli stati combattono le guerre aumentando l’estrazione di risorse dai territori e dalla popolazione che controllano, attraverso la tassazione, la coscrizione o entrambe le cose. Inoltre aggrediscono anche privati ​​stranieri, perché i cittadini del Paese nemico sono la risorsa che consente allo stato avversario di combattere. Alla fine le guerre accrescono solo il potere dello stato e di particolari gruppi d'interesse a scapito della libertà dei cittadini comuni. Pertanto i libertari dovrebbero sempre fare pressione sui propri governi affinché evitino d'impegnarsi in guerre tra stati. In pratica ciò significherebbe seguire una rigorosa politica di neutralità, come quella della Svizzera.


La Svezia ha preso una strada diversa

Per quasi due secoli la Svezia ha conservato la neutralità militare e sviluppato la reputazione di negoziatore obiettivo nei conflitti internazionali. Tuttavia, dall’inizio degli anni 2000, la Svezia ha intensificato le sue relazioni con la NATO e, allo scoppio della guerra in Ucraina, ha improvvisamente chiesto di aderirvi. Il governo svedese ha giustificato questa netta rottura con il passato manifestando il proprio nei confronti della minaccia militare russa. Tuttavia la Russia ha rispettato la neutralità della Svezia durante i periodi turbolenti, tra cui due guerre mondiali e la Guerra Fredda. All’epoca la Svezia non era nemmeno membro dell’UE e non beneficiava della realtiva clausola di difesa reciproca. Ora, però, la Russia ha minacciato di adottare  “contromisure politiche e tecnico-militari” in risposta alla mossa della Svezia .

In termini di costi e benefici, l’adesione è più vantaggiosa per la NATO che per la Svezia. Quest'ultima ha già annunciato l’aumento della spesa per la difesa al 2% del PIL (come richiesto per tutti i membri della NATO) dall’1,5% nel 2023; inoltre apporta alla NATO un formidabile complesso militare-industriale di livello mondiale e migliora significativamente la posizione geostrategica dell’alleanza nel Mar Baltico.

Per quanto riguarda il vantaggio di una maggiore sicurezza, è molto improbabile che la stessa Svezia venga attaccata; allo stesso tempo, però, dovrebbe aiutare a difendere qualsiasi Paese della NATO qualora venisse attaccato. Sin dalla fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno moltiplicato i loro interventi militari all'estero senza un’adeguata giustificazione e quindi la Svezia rischia di essere trascinata in ogni sorta di conflitti militari diretti e per procura solo per difendere gli interessi statunitensi. È anche molto discutibile se la NATO sia rimasta principalmente un’alleanza difensiva oppure no.

È altrettanto inquietante che una decisione così cruciale per il futuro della Svezia sia stata presa sulla base di alcuni sondaggi d'opinione che, al momento della richiesta di adesione alla NATO, davano solo una risicata maggioranza a favore. In una vera democrazia questa decisione avrebbe richiesto un dibattito adeguato e una consultazione formale del popolo svedese attraverso il voto diretto.


Conclusione

Diversi Paesi europei – Ungheria, Slovacchia e Croazia – hanno votato per politici che sostengono una soluzione rapida e pacifica alla guerra in Ucraina e che antepongono gli interessi nazionali alla linea di politica delle grandi potenze. Il referendum svizzero sulla neutralità fungerà da ulteriore barometro del sentimento pubblico nei confronti dell’attuale contesto internazionale. Spetta ai cittadini svizzeri imparare dall'esperienza svedese e fare la scelta giusta in un possibile referendum per preservare la pace, la libertà individuale e una democrazia davvero funzionante.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 13 giugno 2024

Cos’è successo a Bitcoin?

Questo spazio di divulgazione s'è sempre sforzato di veicolare l'idea di un individuo sovrano e il mio valore più alto è la libertà. Come direbbe anche Robert Breedlove, sono un massimalista della libertà. Studio e difendo idee di alto valore morale che massimizzano la libertà e la sovranità individuale; studio e attacco idee di basso valore morale che le minimizzano. Bitcoin è un’idea di ineguagliabile valore morale che massimizza la libertà individuale di miliardi di persone e contemporaneamente dissolve lo status quo che parassita la sovranità individuale e quindi, per definizione, è immorale. Nonostante quello che alcuni potrebbero credere, o aver bisogno di credere, la sopravvivenza di Bitcoin non dipende da fanatismi, ideologie calcificate e dogmi. Tutte le culture esibiscono sistemi immunitari ideologici, ma quando essi inibiscono il pensiero critico, l’autoimmunità culturale diventa patologica. L'organismo si avvelena da solo, poiché il filtro alle idee tossiche attacca anche l’agente non antagonista, una sepsi che può essere paragonata a una malattia autoimmune ideologica. La critica non dev'essere usata come motivo di risentimento, bensì come sprone per migliorare. Non è tutto rosa e fiori nel percorso per arrivare a un obiettivo, a volte la strada è dissestata... come lo è adesso. Si può tornare un attimo indietro, scegliere vie alternative, ma per andare avanti, in sintesi, non si passa mai per una retta nella vita reale. Non condivido il pessimismo di Tucker, bensì lo spirito di critica di chi affronta la presenza di problemi e ostacoli e non mette la testa sotto la sabbia. Bitcoin è una creatura mutevole per natura, le proposte di aggiornamento lo dimostrano; ma la vera carta vincente non è la soluzione per la scalabilità, bensì la Proof of work. L'asso nella manica che spesso si perde di vista è esattamente questo e finché esisterà alla base del protocollo Bitcoin non ne cambierà la sostanza. Che la soluzione alla scalabilità sia Lightning Network, o le sidechain, o altre Proof of work coin a fianco di BTC (come Bitcoin Cash ad esempio), finché esisterà la PoW ci sarà ancora speranza di veder realizzata la tanto agognata separazione tra denaro e stato. Bitcoin è uno strumento meraviglioso, a mio avviso è quanto di più vicino all’inevitabile sia mai stato creato dall’essere umano. Il mio profondo rispetto per la sua innovazione è il motivo per cui ho sacrificato tanto tempo al suo servizio, creando materiale educativo che potesse aiutare gli altri a sviluppare lo stesso fascino che ho sviluppato io. Per definizione il totalitario ritiene che la sua “conoscenza sia totale”, cosa che non lascia spazio alla scoperta o all’umiltà. Bitcoin è l’unico caso d’uso per il consenso distribuito? Come si possa affermare di avere la risposta definitiva a questa domanda è qualcosa che va oltre la mia comprensione, dato che la conoscenza, come ci suggeriva Hayek, è distribuita. La mia convinzione, invece, è che l’apertura mentale, unita a un’estrema vigilanza nell’esaminare qualsiasi cosa, sia il modo migliore per trovare un equilibrio. E se non fosse per questo equilibrio, nessuno avrebbe preso in considerazione Bitcoin dopo la sua nascita.

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di Jeffrey Tucker

Coloro che hanno conosciuto Bitcoin dopo il 2017 hanno incontrato un ecosistema e un ideale diversi rispetto a quelli precedenti. Oggi a nessuno interessa più quello che è successo prima, nel periodo 2010-2016; osservano solo lo slancio dei prezzi al rialzo e sono entusiasti dell'aumento della valutazione degli asset del loro portafoglio.

Sono finiti i discorsi sulla separazione tra denaro e stato, su un mezzo di scambio basato sul mercato, su una vera rivoluzione che si estenderebbe dal denaro all’intera politica in tutto il mondo. E non si parla più di cambiare il funzionamento del denaro come mezzo per cambiare le prospettive della libertà stessa. Gli appassionati di Bitcoin hanno in mente obiettivi diversi.

E durante tutto questo periodo il momento esatto in cui questo asset digitale avrebbe potuto proteggere moltitudini di utenti e imprese dall’inflazione derivante dalla peggiore e più globalizzata esperienza di statalismo corporativo nella storia moderna, resa possibile grazie al monopolio monetario delle banche centrali, l’asset originario che porta il simbolo BTC è stato sistematicamente deviato dal suo scopo originario.

L’ideale fu ben articolato da F. A. Hayek nel 1974. Gran parte della sua carriera di economista fu spesa a sostenere politiche monetarie sane. Ad ogni svolta importante dovette affrontare lo stesso problema: gli stati e le istituzioni che servono non volevano una moneta sana/onesta; volevano invece manipolare il sistema monetario a vantaggio delle élite, non della popolazione. Infine perfezionò la sua argomentazione, concludendo che l’unica vera risposta era un completo divorzio tra denaro e potere.

“Niente può essere più gradito che privare lo stato del suo potere sul denaro e fermare così la tendenza apparentemente irresistibile verso un aumento accelerato della quota di reddito nazionale che può rivendicare”, scrisse nel 1976 (due anni dopo essere stato insignito del Premio Nobel). ). “Se lasciata continuare, questa tendenza ci porterà in pochi anni a uno stato in cui esso reclamerà il 100% di tutte le risorse – e di conseguenza diventerebbe letteralmente ‘totalitario’”.

“Tagliare fuori lo stato dal rubinetto che gli fornisce denaro aggiuntivo da utilizzare è un passo fondamentale per fermare la tendenza intrinseca del totalitarismo a crescere indefinitamente, cosa che sta diventando un pericolo minaccioso per il futuro dell’economia e della civiltà”.

Il problema nel realizzare questo ideale era tecnico e istituzionale. Finché il denaro statale funzionava, non vi era alcuna reale spinta a cambiarlo. Certamente la spinta non sarebbe mai venuta dalle classi dominanti che beneficiano del sistema attuale, che tra l'altro è proprio il luogo in cui ogni vecchia tesi a favore del gold standard ha vacillato. Come aggirare questo problema?

Nel 2009 uno sviluppatore, o un gruppo, anonimo ha pubblicato un white paper scritto in un linguaggio per informatici e non per economisti, in cui veniva descritto un sistema peer-to-peer di denaro digitale. Per la maggior parte degli economisti dell’epoca il suo funzionamento era opaco e poco credibile. La prova del suo funzionamento è arrivata nel corso del 2010: utilizzava un registro distribuito, una crittografia a chiave doppia e un protocollo di offerta fissa per rilasciare una nuova forma di denaro che collegava operativamente insieme il denaro stesso e un sistema di settlement.

In altre parole, Bitcoin ha raggiunto l’ideale che Hayek poteva solo sognare. La chiave per rendere tutto ciò possibile è stata il registro distribuito stesso, che si basa su Internet per globalizzare i nodi operativi, portando una nuova forma di responsabilità che non avevamo mai visto prima. L’idea di fondere insieme mezzi di pagamento e meccanismi di settlement su questa scala era qualcosa che prima non era possibile. Eppure eccola lì, facendosi strada nel mercato con valutazioni sempre crescenti rese possibili dal registro distribuito.

Quindi sì, ne sono diventato presto un entusiasta, scrivendo centinaia di articoli e pubblicando anche un libro nel 2015 intitolato Bit By Bit: How P2P Is Freeing the World. All'epoca non potevo saperlo, ma quelli erano in realtà gli ultimi giorni dell'ideale alla base e poco prima che il protocollo venisse controllato da un gruppo di sviluppatori che avrebbero abbandonato completamente l'idea di denaro peer-to-peer per trasformarlo in una security digitale ad alto rendimento; non un concorrente con il denaro statale, ma piuttosto un asset progettato per non essere utilizzata ma detenuto da intermediari terzi che ne controllano l’accesso.

Abbiamo visto tutto questo svolgersi sotto i nostri occhi e molti di noi sono rimasti inorriditi. Non ci resta che raccontare la storia, cosa che finora non è stata fatta in forma completa. Il nuovo libro di Roger Ver, Hijacking Bitcoin, compie questo sforzo. È un libro destinato a durare nel tempo, perché espone tutti i fatti del caso e consente ai lettori di giungere alle proprie conclusioni; io ho avuto l'onore di scrivere la prefazione.

La storia che leggerete qui è una tragedia, la cronistoria di una tecnologia monetaria che emancipa finanziariamente le persone sovvertita per altri fini. È una lettura dolorosa, certo, ed è la prima volta che questa storia viene raccontata con così tanti dettagli e raffinatezza. Abbiamo avuto la possibilità di liberare il mondo e quell’occasione è andata persa, probabilmente dirottata e sovvertita.

Quelli di noi che hanno guardato Bitcoin fin dai primi giorni hanno visto con fascino come ha guadagnato terreno e sembrava offrire un percorso alternativo per il futuro del denaro. Finalmente, dopo migliaia di anni di corruzione governativa del denaro, avevamo finalmente per le mani una tecnologia intoccabile, solida, stabile, democratica, incorruttibile e una realizzazione della visione dei grandi campioni della libertà di tutta la storia. Alla fine il denaro avrebbe potuto essere liberato dal controllo statale e raggiungere così obiettivi economici piuttosto che politici: prosperità per tutti contro guerra, inflazione ed espansione statale.

Questa era la visione, ma ahimè non si è realizzata. L’adozione di Bitcoin è inferiore oggi rispetto a cinque anni fa. Non è su una traiettoria di vittoria finale, ma su un percorso diverso per aumentare gradualmente il prezzo per i suoi primi utilizzatori. Insomma la tecnologia è stata tradita da piccoli cambiamenti che all’epoca quasi nessuno capì.

Di certo nemmeno io. Giocavo con Bitcoin da alcuni anni e rimasi stupito soprattutto dalla velocità di saldo, dal basso costo delle transazioni e dalla possibilità per chiunque non potesse permettersi un conto corrente di inviarlo o riceverlo senza mediazione finanziaria. Era un miracolo di cui all'epoca scrissi in modo spasmodico. Nell'ottobre 2013 tenni una conferenza sulle criptovalute ad Atlanta, in Georgia, incentrata sul lato intellettuale e tecnico delle cose. Fu una delle prime conferenze nazionali sull’argomento, ma anche a quell'evento notai che due parti si univano: quelli che credevano nella competizione monetaria e quelli il cui unico impegno era un solo protocollo.

Il primo indizio che qualcosa fosse andato storto arrivò due anni dopo, quando per la prima volta vidi che la rete era seriamente intasata. Le commissioni di transazione salirono vertiginosamente, i saldi rallentarono fino a fermarsi e un gran numero di rampe di accesso e di uscita stavano chiudendo a causa degli elevati costi di conformità. Non capivo cosa stesse accadendo e contattai diversi esperti che mi parlarono di una sorta di guerra civile che si era sviluppata nel mondo delle criptovalute. I cosiddetti “massimalisti” si erano opposti all’adozione diffusa: a loro piacevano le commissioni elevate, non importava la lentezza dei settlement e molti acclamavano la chiusura di exchange grazie alla repressione dello stato.

Allo stesso tempo stavano diventando disponibili nuove tecnologie che avrebbero migliorato notevolmente l’efficienza e la disponibilità degli scambi in dollari fiat: Venmo, Zelle, CashApp, pagamenti tramite Facebook e molti altri ancora, oltre agli allegati per smartphone e iPad che consentivano a qualsiasi commerciante di qualsiasi dimensione di accettare le carte di credito. Queste tecnologie erano completamente diverse da Bitcoin, perché erano basate su autorizzazioni e mediate da società finanziarie. Ma agli utenti sembravano fantastiche e la loro presenza sul mercato estrometteva il caso d’uso di Bitcoin proprio nel momento in cui era diventato una versione irriconoscibile di sé stesso.

Il fork di Bitcoin in Bitcoin Cash avvenne due anni dopo, nel 2017, e fu accompagnato da grandi grida e urla come se stesse accadendo qualcosa di orribile. In realtà tutto ciò che stava accadendo era un mero ripristino della visione originale del fondatore, Satoshi Nakamoto. Credeva, come gli storici monetari del passato, che la chiave per trasformare qualsiasi merce in denaro fosse l’adozione e l’uso. È impossibile persino immaginare le condizioni in cui una qualsiasi merce possa assumere la forma di denaro senza un caso d’uso praticabile e commerciabile. Bitcoin Cash rappresentava un tentativo di ripristinarlo.

Il momento per far accelerare l’adozione di Bitcoin era il 2013-2016, ma quel momento è stato compresso in due direzioni: la deliberata limitazione della capacità di scalabilità della tecnologia sottostante e la spinta di nuovi sistemi di pagamento per escluderne il caso d’uso. Come dimostra questo libro, alla fine del 2013 Bitcoin era già stato preso di mira. Quando Bitcoin Cash è arrivato in soccorso, la rete aveva cambiato completamente il suo focus dall’uso all'accaparramento compulsivo e alla creazione di tecnologie di secondo livello per affrontare i problemi di scalabilità. Eccoci nel 2024 con un settore che fatica a trovare la sua strada in una nicchia, mentre i sogni di un prezzo “verso la luna” stanno svanendo nella memoria.

Questo è un libro che doveva essere scritto. È la storia di un'occasione mancata per cambiare il mondo, una tragica storia di sovversione e tradimento. È anche una storia piena di speranza sugli sforzi che possiamo compiere per garantire che il dirottamento di Bitcoin non sia il capitolo finale. C’è ancora la possibilità che questa grande innovazione liberi il mondo, ma il percorso da qui a lì è più tortuoso di quanto chiunque di noi avesse mai immaginato.

Roger Ver non vuole auto-celebrarsi in questo libro per aver avuto ragione, ciononostante è un protagonista di questa saga, non solo esperto della tecnologia sosttostante ma anche un uomo che si è aggrappato a una visione emancipatrice di Bitcoin dagli albori fino ai giorni nostri. Condivido il suo impegno verso l’idea di una valuta peer-to-peer per le masse, insieme a un mercato competitivo per il denaro. Questa è una storia documentaria estremamente importante e la sola polemica metterà alla prova chiunque creda di essere dall'altra parte. Indipendentemente da ciò, questo libro doveva essere scritto, per quanto doloroso. È un dono per il mondo.

Questa storia vi sembra familiare? Infatti lo è. Abbiamo visto questa traiettoria ripetersi settore dopo settore. Le istituzioni nate e costruite da ideali vengono successivamente convertite da varie forze di potere e intenti nefasti in qualcosa di completamente diverso. L'abbiamo visto accadere alla tecnologia digitale in particolare e a Internet in generale, per non parlare della medicina, della sanità pubblica, della scienza, del liberalismo e molto altro ancora. La storia di Bitcoin segue la stessa traiettoria, una concezione apparentemente immacolata deviata verso uno scopo diverso, e che serve ancora a ricordare che da questa parte del paradiso non ci sarà mai un’istituzione o un’idea immune al compromesso e alla corruzione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 12 giugno 2024

La filosofia del massimalismo della libertà

La conoscenza è statica e limitata, la libertà d'indagine è dinamica e illimitata. Quando il linguaggio viene imbastardito definendo truffaldino tutto ciò che non si adatta alla “linea del partito”, e truffatore chiunque non si conformi, la semantica diventa un luna park per i commissari del linguaggio. Come il ragazzino che gridava al lupo, il rumore scavalca l'informazione genuina e la comunicazione efficace viene distrutta. Rotture come questa sono quei fallimenti che causano la “follia delle folle”. Per mantenere l’integrità della comunicazione e del coordinamento umano, la semantica non deve mai essere sottoposta a revisione, perché le ideologie sono guerre linguistiche. La libertà conta più di ogni altra cosa e il massimalismo della libertà si basa su un’adesione dogmatica ai suoi principi. Essendo l’unico mezzo per scoprire la verità, l’indagine non dev'essere mai scoraggiata. Il massimalismo della libertà “si chiede”: qual è lo scopo di questo progetto? Cosa non vedo? Dove potrei sbagliarmi? Raccontare è intrinsecamente propagandistico, poiché implica l'avanzamento di una struttura di conoscenza statica; chiedere, invece, è in bilico tra l'intenzione di scoperta, un invito a interagire con ciò che non si conosce e imparare qualcosa di nuovo. Il massimalismo della libertà lascia parlare l’avvocato del diavolo. Di fronte all’ignoto, solo la ricerca può redimerci. È fondamentale, qui, esaltare la mia libertà e quella degli altri di esprimere e testare le proprie preferenze in un libero mercato. Non credo nel protezionismo comunista inteso a isolare le persone dalle conseguenze delle loro decisioni: questo ragionamento anti-darwiniano è, ad esempio, alla base delle leggi di “accreditamento degli investitori” negli Stati Uniti, le quali inibiscono la funzione di ricerca della verità e contribuiscono ad alimentare disparità di ricchezza. Abbracciare la filosofia del massimalismo della libertà significa scambiare idee liberamente e seriamente in uno spirito fedele al sovranismo, senza riguardo per regolamenti o regolatori di alcun tipo. La libertà è un “dito medio” di fronti a tutti quei tentativi che intendono usare forza, violenza e minacce per arrivare a una sottomissione fisica e psicologica l'individuo.

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di Robert Breedlove

Il massimalismo della libertà è una filosofia semplice e radicata in una realtà indiscutibile: ogni persona possiede sé stessa. L’autoproprietà è assiomatica. Affermare che essa sia falsa è di per sé un’espressione di autoproprietà: non si può discuterne senza dimostrarlo. Così come una linea retta è la distanza più breve tra due punti nello spazio piatto, ovvero 2+2=4, allo stesso modo ogni persona possiede il proprio corpo. Non sono necessari esperimenti per verificare tali verità assiomatiche e aprioristiche: esse sono, come dicevano i padri fondatori americani, evidenti. Se qualcuno afferma che 2+2=5, non ho bisogno di eseguire esperimenti per verificare empiricamente la sua affermazione, è falsa a priori.


L’individualismo è assiomatico

Molti credono che sia necessario “dimostrare” la conoscenza attraverso la sperimentazione, ma la conoscenza a priori non è empirica. Invece essa è dedotta da un insieme di assiomi: è razionalizzata da presupposti fondativi. Per questo motivo l’epistemologia a priori è talvolta chiamata razionalismo. Agli antipodi c'è il mondo del metodo scientifico – che coinvolge ipotesi, sperimentazione e iterazione – noto come empirismo. Il razionalismo è ciò che vediamo, l’empirismo è ciò che vediamo. Le verità derivate assiomaticamente prevalgono e correggono l’osservazione, e non il contrario. Il razionalismo è più fondamentale per la conoscenza rispetto all’empirismo.

In economia ci sono diverse verità radicate nel razionalismo. Ad esempio, si preferisce sempre una maggiore quantità di beni piuttosto che una quantità minore (il che sembra ovvio, poiché una maggiore “bontà” è chiaramente preferibile). Altre verità a priori dell’economia includono: le soddisfazioni presenti sono preferite a quelle future, la produzione deve precedere il consumo, ciò che viene consumato ora non può essere consumato di nuovo, la tassazione riduce la produttività e ogni livello di tassazione risulta nella biforcazione della società (in contribuenti di tasse e consumatori di tasse). Tutto ciò si deduce dall'assioma fondamentale dell'economia: l'essere umano agisce.

L’autoproprietà è facilmente dimostrabile attraverso l’azione. Se io provo a muovere il tuo braccio sinistro, non succede nulla; se tu provi a muovere il tuo braccio sinistro, ecco che si manifesta l'azione. Non ci sono argomenti, politiche, o regolamenti che possano cambiare questa situazione. Io possiedo me stesso; tu possiedi te stesso. Anche se voleste vendere la vostra autoproprietà, non potreste farlo; potreste invece scegliere di scambiare il vostro tempo con denaro o altri beni, ma è impossibile barattare il vostro libero arbitrio. Come scrisse Rothbard nel suo libro, L’etica della libertà, il libero arbitrio è inalienabile:

La distinzione tra il lavoro alienabile di un essere umano e la sua volontà inalienabile può essere spiegata come segue: un essere umano può alienare il suo servizio, ma non può venderne il valore futuro capitalizzato. In breve, egli non può, per natura, vendersi come schiavo e far rispettare questa vendita, perché ciò significherebbe che la sua futura volontà sulla propria persona verrebbe ceduta in anticipo. Un essere umano può spendere il suo lavoro attuale a beneficio di qualcun altro, ma non può trasferirsi, anche se lo volesse, nel bene capitale permanente di un altro essere umano. Non può liberarsi della propria volontà, che in futuro può cambiare e ripudiare la disposizione attuale. Il concetto di “schiavitù volontaria” è infatti contraddittorio, poiché finché il lavoratore rimane totalmente sottomesso volontariamente alla volontà del suo padrone, non è ancora uno schiavo poiché la sua sottomissione è volontaria; mentre se in seguito cambiasse idea e il padrone imponesse la sua schiavitù con la violenza, la schiavitù non sarebbe allora volontaria.

La vostra forza di volontà è vostra e soltanto vostra: negare questa verità a priori significa autoingannarsi. Detto in modo semplice: nessuno può vantare rispetto alla propria vita un diritto più alto rispetto a quello che ha su di sé. L'autoproprietà è da dove deriva il concetto di proprietà, che deriva dalla parola latina proprius e che significa “proprio”. Tutti gli individui sono liberi. Nessun individuo o gruppo può possederne un altro. La ragione, la coscienza e la volontà umana individuale sono forme di proprietà inalienabile: non possono essere alienate da sé stessi e né scambiate, nemmeno volontariamente. Qualsiasi pretesa di proprietà da parte di qualcuno su qualcun altro è una bugia. L’individualismo è la verità assiomatica dell’esistenza umana.


L'individuo: una comunità nel tempo

Gli individui esistono a livello intertemporale: ciascuno di noi è una comunità di noi stessi che si estende nel tempo. Ogni azione umana è un mestiere con un sé futuro astratto e potenziale: leggi oggi, sii intelligente domani; investi oggi, sii più ricco domani. Il sacrificio e la gratificazione posticipata – in una parola, il lavoro – sono il modo in cui migliorano sia gli individui che le economie.

Ogni individuo esprime una preferenza nei confronti del tempo nelle proprie azioni. Man mano che la “preferenza temporale” di un individuo diminuisce, maggiore è la considerazione degli altri (presente e futuro astratto) in ogni azione. Una preferenza temporale bassa riflette una sfera di considerazione più ampia e quindi una moralità più elevata. La preferenza temporale è quantificata dal tasso d'interesse naturale sul libero mercato. Spesso considerato il “prezzo del denaro”, il tasso d'interesse naturale quantifica il grado in cui gli attori del mercato preferiscono ricevere capitale nel presente rispetto al futuro. In altre parole, più alto è il tasso d'interesse, più gli attori di mercato sono “interessati” a ricevere capitale il prima possibile.

La civiltà è un fenomeno sociale cooperativo quantificato dal tasso d'interesse naturale. Più è basso, più lunghi sono gli orizzonti temporali aggregati posseduti dalla civiltà e maggiore diventa la sfera complessiva della considerazione interpersonale. Questa relazione intertemporale all'interno di ciascun individuo si manifesta collettivamente nei tre principi della legge naturale: vita, libertà e proprietà.


Vita, libertà e proprietà

La vita, la libertà e la proprietà sono legate alle libertà personali passate, presenti e future. Il vostro futuro è la vostra vita. Se venite assassinati o uccisi, perdete la vostra libertà futura. Il vostro presente è la vostra libertà. Se venite imprigionati o costretti in altro modo, perdete la vostra libertà nel presente. Il vostro passato è di vostra proprietà. Se quest'ultima viene violata, perdete i frutti delle vostre libertà passate.

La proprietà nel senso tradizionale di “roba” posseduta personalmente è un prodotto della vita e della libertà precedentemente combinate con i fattori produttivi della natura. La proprietà è il proprio rapporto con i “frutti del proprio lavoro”. La proprietà è una naturale estensione dell’autoproprietà. Ognuno di noi è la proprietà più personale esistente e le cose che acquisiamo onestamente esprimendo la nostra proprietà personale diventano la nostra legittima proprietà. La “giusta acquisizione” include la fabbricazione, l’homesteading e il libero scambio. Rothbard ne scrisse appoggiandosi all'esempio di Robin Crusoe che vive da solo su un'isola:

Crusoe, finendo su una grande isola, può strombazzare al vento la sua 'proprietà' dell'intera isola. Ma, in realtà, egli possiede solo la parte che colonizza e mette in uso [...]. L'unico requisito è che la terra una volta messa in uso diventi proprietà di colui che vi ha mescolato il suo lavoro, che ha impresso il timbro della sua energia personale sulla terra.

Sebbene l’autoproprietà sia inalienabile, la proprietà giustamente acquistata è alienabile. In altre parole, è impossibile barattare la vostra proprietà personale, ma è possibile scambiare i prodotti che avete fabbricato, coltivato o ricevuto commerciando liberamente con altri individui. La proprietà – e la sua origine assiomatica, l’autoproprietà – sono fondamentali per tutti i diritti umani. Come scrisse Ayn Rand nel suo libro, La virtù dell’egoismo:

Il diritto alla vita è la fonte di tutti i diritti e il diritto alla proprietà è la loro unica attuazione. Senza diritti di proprietà, nessun altro diritto è possibile. Poiché l'essere umano deve sostenere la propria vita con i propri sforzi, colui che non ha diritto al prodotto dei propri sforzi non ha mezzi per sostenere la propria vita. L’essere umano che produce mentre altri consumano il suo prodotto è uno schiavo.

L'incapacità di accumulare i guadagni delle proprie libertà passate è restrittiva per l'individualismo. A cosa serve lavorare se i frutti del proprio lavoro non sono conservabili nel tempo? La proprietà sancisce sia il diritto di godere sia la responsabilità di prendersi cura dei numerosi prodotti generati da e tramite l'azione umana. Diritti e responsabilità sono due facce della stessa medaglia: potete avere diritto a un pasto caldo al giorno, ma chi è lo chef incaricato di prepararlo? Le persone che esercitano le libertà intertemporali dell'autoproprietà – espresse come vita, libertà e proprietà – determinano il delicato equilibrio di diritti e responsabilità all’interno del nostro mondo.

La preservazione dei diritti di proprietà è l’unico modo per proteggere la civiltà dalla corruzione e dal marciume sistemico. La violazione dei diritti di proprietà – sia attraverso l’inflazione della valuta fiat, la tassazione, o la regolamentazione in qualsiasi forma – è un percorso garantito verso il collasso della civiltà. La proprietà inviolabile, quindi, è l’unica base concepibile per una civiltà veramente libera e sostenibile. In quanto prodotto delle libertà passate, la proprietà sostiene e migliora le libertà presenti e future. Radicata assiomaticamente nella realtà indiscutibile dell’autoproprietà individuale, la proprietà è un amplificatore della libertà e della vita. La proprietà resistente alla violazione migliora le libertà umane, presenti e future.

Una civiltà basata sulla semplice verità dell’autoproprietà massimizza la libertà. Quando quest'ultima è massimizzata, lo è anche la creazione di ricchezza aggregata. Aderendo ai principi della Legge Naturale – vale a dire, onorando le libertà del passato, del presente e del futuro – gli esseri umani possono mitigare al massimo la scarsità economica e ottimizzare l’uguaglianza delle opportunità individuali. Il massimalismo della libertà è una filosofia semplice che, se seguita rigorosamente, ottimizza l’arricchimento economico ed etico umano. Dato l’egoismo della natura umana, il massimalismo della libertà non sarebbe mai stato possibile senza la proprietà inviolabile che Satoshi Nakamoto ha fortunatamente donato al mondo all’inizio del XXI secolo. Essendo la più alta implementazione della Legge Naturale, Bitcoin è l’impalcatura necessaria per raggiungere i livelli più alti della civiltà umana. Tutte le controargomentazioni contro questo cambiamento paradigmatico sono attacchi autoconfutanti alla realtà indiscutibile dell’autoproprietà.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 11 giugno 2024

La teoria del vantaggio comparato di Ricardo: l'idea meno compresa del nostro tempo

 

 

di Gary Galles

Gli oppositori di coloro che sostengono i diritti di proprietà privata e il libero mercato spesso sono chiamati darwinisti sociali e secondo questi ultimi i primi desiderano sterminare i deboli a beneficio dei forti. Ciononostante grazie al capitalismo entrambi i gruppi guadagnano e praticamente tutti sopravvivono meglio, compresi i più deboli, senza violare la libertà individuale, rendendo quindi la loro tesi antidarwiniana.

Suddetti oppositori non riescono a vedere che gli accordi volontari del mercato sostituiscono la proverbiale legge della giungla. La competizione per creare ricchezza aggiuntiva non produce perdite a lungo termine, alla fine ci sono solo beneficiari. La retorica del darwinismo sociale “cane mangia cane”, “sopravvivenza del più forte”, però, lo ignora volutamente e ciò è dovuto alla sua incomprensione sia del vantaggio assoluto che del vantaggio comparato.


Vantaggio assoluto e comparato

Cosa accadrebbe se i lavoratori del gruppo B fossero bravi esattamente la metà nel produrre sia il bene X che il bene Y rispetto ai lavoratori del gruppo A? In tal caso i lavoratori del gruppo B non sarebbero tra i “più forti”, ma il vantaggio assoluto dei lavoratori del gruppo A significherebbe che i lavoratori del gruppo B morirebbero di fame? No. Qualora non venisse impedito l’aggiustamento dei salari, entrambi i gruppi lavorerebbero in modo produttivo.

Se fossi produttivo la metà di voi in tutto, potrei ancora sopravvivere sul mercato perché con la metà del vostro stipendio il mio costo di produzione sarebbe lo stesso del vostro. Laddove ai salari viene impedito di rispondere a capacità così diverse, possono verificarsi risultati negativi (come con le leggi sul salario minimo a $15 l’ora che possono sopravvalutare il lavoro poco qualificato e ridurne l’occupazione) ed è questo l'unico esito di chi vuole controllare i mercati, non di permettendo loro di funzionare adeguatamente.

Se cambiamo l’esempio di sopra in modo che i lavoratori B fossero produttivi la metà di quelli A nel produrre il bene X, ma solo un terzo nel produrre il bene Y, i lavoratori B non sarebbero ancora tra quelli apparentemente più adatti, poiché i lavoratori A avrebbero ancora un vantaggio assoluto nel produrre entrambi i beni. Ma ora i lavoratori B avrebbero un vantaggio comparato (o relativo) nel produrre il bene X rispetto ai lavoratori A, perché dovrebbero rinunciare solo a due terzi di Y per unità di X che producono rispetto ai lavoratori A.

Quando si permette ai prezzi di aggiustarsi e il commercio non viene limitato artificialmente, nessun lavoratore viene reso inoccupabile. Entrambi i gruppi di lavoratori possono guadagnare facendo in modo che i lavoratori B si specializzino nella produzione di X (in cui sono relativamente migliori), alcuni dei quali vengono scambiati con i lavoratori A in cambio della produzione di Y da parte loro (in cui sono relativamente migliori). Infatti, in questo caso i lavoratori B sono relativamente più adatti per la produzione di X sul mercato, anche se sono meno adatti dei lavoratori A in modo assoluto.

Questo è, in sostanza, ciò che David Ricardo dimostrò con la sua teoria del vantaggio comparato nel 1817. Anche se i lavoratori di un Paese sono meno produttivi nel produrre tutti i beni rispetto ai lavoratori di un altro Paese, la specializzazione basata sul vantaggio comparato combinata con il commercio internazionale può avvantaggiare entrambi i lavoratori.


Sia vero che non ovvio

Ed è un’idea importante da capire. Secondo Deirdre McCloskey, quando il matematico Stanislav Ulam sfidò il premio Nobel Paul Samuelson a nominare un principio nelle scienze sociali che fosse allo stesso tempo vero e non ovvio, la sua risposta fu: “La teoria di Ricardo del vantaggio comparato”. E ha aggiunto:

[Che] non sia banale è attestato dalle migliaia di uomini importanti e intelligenti [e anche donne, cara] che non sono mai state in grado di afferrare la dottrina da soli o di crederci dopo che è stata loro spiegata.

La critica darwinista nasce dall’idea che solo coloro che sono i migliori in assoluto in qualcosa sopravvivono, mentre gli altri cadono nel dimenticatoio. Ma questa non è la realtà della concorrenza di mercato. Finché le persone sono libere di perseguire i propri interessi e non viene impedito artificialmente l’aggiustamento dei prezzi di mercato, tenderanno a scegliere di specializzarsi in ciò in cui hanno un vantaggio comparato, anche se sono peggiori in assoluto nel produrre tutto e non possono pretendere un vantaggio assoluto in qualsiasi cosa.

Gli aggiustamenti dei prezzi nei mercati consentono anche a coloro che sono meno capaci in senso assoluto di sopravvivere piuttosto che essere eliminati. E come dice Sheldon Richman: “Sul mercato i meno 'in forma' non muoiono, guadagnano solo meno soldi. Questa non è una considerazione da poco quando si confronta il capitalismo con altri assetti sociali”.


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lunedì 10 giugno 2024

Le buone letture di Freedonia: una palestra per sviluppare il proprio vantaggio competitivo

 

 

di Francesco Simoncelli

È confortante festeggiare con voi, cari lettori, il quattordicesimo anno di pubblicazioni di questo spazio divulgativo. Confortante perché, dati i tempi bui che corrono veloci oggigiorno, un'isola di consapevolezza si è trasformata nel tempo in un continente. Grazie al vostro supporto, infatti, il mio blog sta resistendo alla prova del tempo e, soprattutto, è riuscito a creare indirettamente una rete di conoscenza capace di fornire aiuto a tutti coloro che ancora brancolavano nel buio. Il trampolino di lancio verso una maggiore comprensione delle meccaniche alla base dell'economia e della geopolitica è senza dubbio la Scuola Austriaca, soprattutto per la metodologia d'indagine che insegna attraverso la prasseologia. La riscoperta dei fondamenti di logica rappresenta essa stessa un vantaggio competitivo verso coloro che invece accettano passivi la dissonanza cognitiva che risuona più forte, ormai, da 4 anni a questa parte. Ecco, se dovessi citare un solo tipo di valore aggiunto offerto dal mio blog è precisamente il vantaggio competitivo: la possibilità di costruire una posizione di superiore capacità strategica rispetto a tutti coloro che invece ignorando la direzione verso sui sta precipitando l'ambiente socioeconomico.

Per quanto cinico possa sembrare, avere un vantaggio competitivo rispetto agli altri significa arretrare lungo la fila di coloro che vengono sacrificati sull'altare della race to the bottom tra i vari stati mondiali. Costruire una posizione di vantaggio richiede pazienza, tempo e costanza; tutte virtù che invece sono scoraggiate da frenesia, polarizzazioni e incostanza, i beni di consumo intellettuali più venduti dalla narrativa generalista. In questo modo il senso critico viene sottosviluppato e ci si affida per l'interpretazione e la percezione della realtà a chi si suppone sia in possesso di una conoscenza in qualche modo superiore. Il presupposto plausibile secondo cui risparmiare tempo e accedere a un pacchetto di informazioni già “ragionato” e prontamente assimilabile è allettante, ma, inutile dire, porta con sé i semi della deresponsabilizzazione e di una fiducia incondizionata nei confronti di presunti “esperti del settore” (vi ricordate i “professionisti dell'informazione”, sì?). Un esempio recente è un articolo sull'innalzamento dei mari, dove, così come per il periodo della pandemia, vengono implementati trucchi statistici per far dire ai numeri ciò che si vuole. Infatti il metodo scientifico è una cosa, mentre l'industria scientifica è un'altra: se si segue la logica, si scoprirà che la letteratura scientifica è in disaccordo con quanto si dice a livello di media generalisti riguardo l'innalzamento dei mari accelerante.

Oppure prendiamo un altro esempio, quello più recente degli incentivi auto. Cosa si vede? Viene stimolato un settore specifico dell'economia aspettandosi un effetto a cascata sugli altri. Cosa NON si vede? Si sottraggono arbitrariamente risorse da altri settori i quali vedono ridimensionarsi o peggio vanno in bancarotta, contraendo l'offerta di beni esistenti. Man mano che lo stimolo fiscale si fa strada nell'economia più ampia i prezzi aumentano in modo disordinato, non solo ma essi sono sottoposti a un'ulteriore spinta al rialzo dovuta alla suddetta contrazione dell'offerta. I sussidi, quindi, per quanto possano sembrare fare bene nel breve termine, sono un veleno nel medio-lungo termine.

Arriviamo, quindi, a mettere dei paletti: lo scambio tra individui è assolutamente volontario, spinto dall'azione di entrambi di trovare un miglioramento per il proprio standard di vita. Il principio assiomatico di partenza è sempre lo stesso, ovvero, quello dell'azione umana, affiancato da un altro principio assiomatico, stavolta di natura etico/morale, che è quello del principio di non aggressione. L'apriorismo di quest'ultimo è dato dal fatto che la cooperazione umana è stata l'arma vincente che ha permesso agli esseri umani di sconfiggere lo stato di natura. Di conseguenza una riduzione del conflitto e una massimizzazione di azioni reciprocamente vantaggiose rappresentano la via sicura verso prosperità e crescita. Tale punto di partenza, per quanto teorico possa essere o sembrare, è inviolabile concettualmente e quindi sempre vero. Inutile dire, poi, che esiste la pratica ed essa, per quanto possa essere mutevole, non può violare suddetti principi. Si può spostare l'equilibrio tra azioni reciprocamente vantaggiose e conflitti, ma ciò significa direzionarsi inevitabilmente verso decrescita, stagnazione economica e regressione produttiva. La miopia di fronte a questa deriva significa un'erosione del bacino della ricchezza reale, con tutte le conseguenze del caso per gli standard di vita delle persone. E qual è quell'istituzione che prospera maggiormente da una situazione di conflittualità? Lo stato, dato che la burocrazia è chiamata a “risolvere” i conflitti. Il crowding-out delle risorse economiche scarse da parte dell'apparato statale va a ridurre inevitabilmente la torta economica esistente, fino ad arrivare a un punto in cui non viene creata più bensì dev'essere ridistribuita quella esistente. Allora il circolo vizioso della burocrazia si espande e la gravitazione di maggiori risorse alla sua espansione genera a sua volta più conflitti.

Questa è, fondamentalmente, la spiegazione alla base della presunta discordia (in ambito economico) che esiste tra gli individui, nonché la necessità di svalutare la valuta nel tempo, la tassazione per tenere in piedi il circo dei bond sovrani e la sottrazione silenziosa di energia/tempo alla classe media.

L'impalcatura intellettuale e d'indagine metodologica qui riassunta serve a mostrare la potenza che ha il ragionamento logico riconquistato e il ritorno della percezione della realtà negli occhi di chi osserva, non di chi viene osservato. Ovviamente è un percorso che richiede un certo grado d'impegno per essere assorbito, soprattutto perché, come Socrate insegnava, è necessario un lavoro di decostruzione delle presunte verità che si sono assimilate in precedenza e successivamente un percorso di costruzione di quelle acquisite ex novo. Immaginate, quindi, questo spazio d'informazione come una sorta di palestra per allenare il proprio spirito critico e confrontarsi con la realtà dei fatti e non con la realtà che vorremmo credere sia reale.

A tal proposito, le donazioni sono a oggi uno degli strumenti più importanti che consente di far proseguire l'opera del blog. Se vi piace quello che faccio, o se ritenete semplicemente che si debba continuare a farlo, le donazioni sono il modo principale di garantire la continuità di questo prodotto. Quando ci sono i soldi di mezzo il politicamente corretto vale 10 volte di più rispetto alle “voci fuori dal coro”; queste ultime, infatti, non godendo di sponsor, fanno fatica a finanziarsi e possono estendere la loro vita grazie soprattutto al finanziamento del singolo lettore. Se quello che faccio per voi ha un valore, investite per supportare il blog e permettete a quest'opera di divulgazione di andare avanti.

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venerdì 7 giugno 2024

I motivi per cui gli Stati Uniti non devono farsi impantanare in un’ennesima guerra all’estero

 

 

di David Alan Stockman

Non vi è alcun mistero sul motivo per cui la Guerra Infinita va avanti senza sosta, o perché, in un momento in cui lo Zio Sam sta perdendo inchiostro rosso a vista d'occhio, un’ampia maggioranza bipartisan ha ritenuto opportuno autorizzare $95 miliardi in aiuti esteri che non fanno assolutamente nulla per la sicurezza interna dell’America.

Washington si è trasformata in uno scherzo della storia: una capitale di guerra dominata da un complesso di mercanti d’armi, paladini dell’interventismo e una nomenklatura dello stato bellico. Mai prima d’ora è stata riunita e concentrata sotto un’unica autorità statale una forza egemonica in possesso di livelli senza precedenti di risorse economiche, tecnologia avanzata e mezzi militari.

Non sorprende se la capitale mondiale della guerra sia orwelliana fino al midollo. La sua incessante ricerca della guerra è sempre e comunque descritta come la promozione della pace. Il suo stivale di egemonia globale è mascherato sotto forma di alleanze e trattati apparentemente progettati per promuovere un “ordine basato su regole” e una sicurezza collettiva a beneficio dell’umanità, non i giusti obiettivi di pace, libertà, sicurezza e prosperità all’interno del Paese.

Sfortunatamente l’intero fondamento intellettuale di tale impresa è falso. Il pianeta non brulica di onnipotenti aspiranti aggressori e costruttori di imperi che devono essere fermati ai propri confini per evitare che divorino la libertà di tutti i loro vicini vicini e lontani.

Né il DNA delle nazioni è infetto da futuri macellai e tiranni come Hitler e Stalin. Sono stati incidenti irripetibili della storia e pienamente distinguibili dalla serie standard di chiacchieroni odierni e questi ultimi disturbano soprattutto l’equilibrio dei loro vicini più immediati, non la pace del pianeta.

Quindi la sicurezza interna dell’America non dipende da una vasta gamma di alleanze, trattati, basi militari e operazioni d'influenza estera. L’intero quadro della Pax Americana e della promozione e applicazione da parte di Washington di un ordine internazionale “basato su regole” è un errore epocale.

A questo proposito, i padri fondatori avevano ragione più di 200 anni fa, durante gli albori della Repubblica, come ha di recente ricordato Brian McGlinchey:

Rivediamo alcuni passaggi chiave della politica estera di Washington, a partire dal principio che egli anteponeva a tutti gli altri:

“Niente è più essenziale del fatto che siano escluse le antipatie permanenti contro particolari nazioni e gli appassionati attaccamenti nei confronti di altre; e che, al loro posto, si dovrebbero coltivare sentimenti giusti e amichevoli verso tutti”.

Con questa guida Washington fece eco alla saggezza di altri Padri fondatori americani. Thomas Jefferson disse: “La pace, il commercio e l’onesta amicizia con tutte le nazioni, senza creare alleanze con nessuna”. John Quincy Adams affermò: “[L’America] si è astenuta dall’interferire negli interessi degli altri anche quando il conflitto è stato per i principi a cui si aggrappa [...]. È una sostenitrice della libertà e dell’indipendenza di tutti. È la paladina e la vendicatrice solo di sé stessa”.

Inutile dire che il commercio pacifico è molto più vantaggioso per le nazioni grandi e piccole rispetto all’ingerenza, all’interventismo e all’impegno militare. Nel mondo di oggi sarebbe il gioco predefinito sulla scacchiera internazionale, fatta eccezione per il Grande Egemone sulle rive del Potomac: il principale disturbo della pace nel mondo di oggi è favorito dall’autoproclamato pacificatore che, ironicamente, è la grande nazione meno minacciata dell’intero pianeta.

Gli Stati Uniti sono sostanzialmente invulnerabili all’invasione e all’occupazione militare convenzionale. Nel continente nordamericano il suo PIL da $28.000 miliardi supera di oltre 7 volte il PIL combinato da $3.800 miliardi dei suoi vicini messicani e canadesi.

E su entrambe le sue sponde si ergono i vasti fossati dell’Atlantico e del Pacifico, i quali costituiscono barriere ancora più grandi contro gli attacchi militari esteri. Questo perché l'avanzata tecnologia di sorveglianza e i missili antinave di oggi spedirebbero un'armata nemica a fare compagnia allo scrigno di Davy Jones non appena uscisse dalle proprie acque territoriali.

Il fatto è che, in un’epoca in cui il cielo è pieno di risorse di sorveglianza ad alta tecnologia, non è possibile costruire, testare e radunare segretamente una massiccia armata di forze convenzionali per un attacco a sorpresa senza essere notati a Washington. Non può esserci ripetizione della forza d’attacco di Akagi, Kaga, Soryu, Hiryu, Shokaku e Zuikaku che attraversa il Pacifico verso Pearl Harbor.

In pratica anche i presunti “nemici” dell'America non hanno alcuna capacità offensiva o di invasione. La Russia ha solo una portaerei – una nave degli anni ’80 che è in bacino di carenaggio per riparazioni dal 2017 e non è dotata né di una falange di navi di scorta né di una suite di aerei d’attacco e da caccia – e al momento nemmeno un equipaggio attivo.

Allo stesso modo la Cina ha solo tre portaerei, due delle quali sono i resti della vecchia Unione Sovietica e le quali portaerei non dispongono nemmeno di moderne catapulte per lanciare i loro aerei d’attacco.

Infatti l’invasione della patria americana richiederebbe una massiccia armata convenzionale di forze terrestri, aeree e marittime molte, molte volte più grandi del colosso militare che è ora finanziato dal bilancio della difesa da $900 miliardi di Washington. L’infrastruttura logistica necessaria per controllare i vasti fossati dell’Atlantico e del Pacifico che circondano il Nord America e per sostenere un’invasione e una forza di occupazione del continente americano dovrebbe essere così vasta da essere difficilmente immaginabile.

L'infografica qui sotto mette a confronto le 11 portaerei di Washington, che costano circa $25 miliardi ciascuna, comprese le navi di scorta, le suite di aerei e le capacità elettroniche e missilistiche. Nessuno dei Paesi non NATO mostrati nell’area rossa dell'infografica – Cina, India, Russia o Tailandia – invierà i suoi minuscoli gruppi da battaglia da 3, 2 e 1 portaerei verso le coste della California, del New Jersey, o della Nuova Zelanda. Qualsiasi forza d’invasione che avesse qualche possibilità di sopravvivere alla difesa di una fortezza americana composta da missili da crociera, droni, caccia a reazione, sottomarini d’attacco e guerra elettronica dovrebbe essere 100 volte più grande.

Eppure non esiste alcun PIL nel mondo – $2.000 miliardi per la Russia, $3.500 miliardi per l’India, $18.000 miliardi per la Cina – che si avvicini anche lontanamente ai $50-100.000 miliardi di PIL necessari per sostenere una simile forza d’invasione senza sconquassare l'economia domestica.

Allo stesso tempo le 11 portaerei statunitensi, che costeranno fino a $1.200 miliardi nel prossimo decennio, non avrebbero alcun ruolo nella difesa continentale della Fortezza America; sarebbero semplici anatre nelle acque blu e molto meno efficaci delle difese aeree e missilistiche all’interno del Nord America.

In breve, queste forze estremamente costose non hanno altro scopo se non la proiezione del potere globale e la conduzione di guerre d'invasione e occupazione all’estero; sono equipaggiamenti militari della Capitale della Guerra, nemmeno lontanamente rilevanti per una corretta difesa della Fortezza America.

Nel mondo di oggi l'unica minaccia militare teorica alla sicurezza nazionale americana è la possibilità di un ricatto nucleare: un Primo Colpo così travolgente, letale ed efficace che un nemico potrebbe semplicemente dare scacco matto e chiedere la resa di Washington.

Anche così, però, non c’è nazione sulla Terra che disponga di qualcosa di simile alla forza necessaria per sopraffare completamente la deterrenza nucleare americana ed evitare così un annientamento per ritorsione del proprio Paese se tentasse di colpire per primo. Dopotutto gli Stati Uniti hanno 3.700 testate nucleari attive, di cui circa 1.770 sono operative in qualsiasi momento. A loro volta queste sono sparsi sotto il mare, in silos rinforzati e tra una flotta di bombardieri 66 B-2 e B-52 – tutti fuori dal rilevamento o dalla portata di qualsiasi altra potenza nucleare.

Ad esempio, i sottomarini nucleari della classe Ohio hanno ciascuno 20 tubi missilistici, ciascuno dei quali trasporta in media da quattro a cinque testate. Si tratta di 90 testate puntabili in modo indipendente per ogni imbarcazione. In ogni momento 12 dei 14 sottomarini nucleari della classe Ohio possono essere schierati e sparsi negli oceani del pianeta entro un raggio di tiro di 4.000 miglia.

Quindi al momento di un ipotetico attacco ci sono 1.080 testate nucleari di profondità da identificare, localizzare e neutralizzare prima ancora che qualsiasi ricattatore possa fare la sua mossa. Sotto questo aspetto la sola forza nucleare marittima è un potente garante della sicurezza interna dell'America.

E poi ci sono le circa 300 armi nucleari a bordo dei 66 bombardieri strategici, che non sono seduti su un singolo aeroporto in stile Pearl Harbor in attesa di essere distrutti, ma sono costantemente in movimento. Allo stesso modo i missili 400 Minutemen III sono sparsi in silos estremamente resistenti nelle profondità sotterranee. Secondo il Trattato Start ogni missile trasporta attualmente una testata nucleare che anch'essa dovrebbe essere eliminata da eventuali ricattatori.

Inutile dire che non esiste alcun modo o forma con cui la deterrenza nucleare americana possa essere neutralizzata da un ricattatore. E la cosa migliore è che il suo mantenimento costerà solo circa $75 miliardi all’anno nel prossimo decennio, comprese le indennità per gli aggiornamenti periodici delle armi.

Come mostrato di seguito, quindi, il cuore della sicurezza militare americana richiede solo il 7% dell’enorme budget militare odierno. Infatti secondo le stime della CBO, il cuore della deterrenza nucleare – i missili balistici marittimi – costerà solo $188 miliardi nel prossimo decennio, ovvero l’1,9% dei $10.000 miliardi di base della difesa nazionale.

Costo decennale della deterrenza nucleare strategica statunitense secondo le stime del CBO, dal 2023 al 2032

Ecco il punto: il costo effettivo del bilancio per la sicurezza nazionale è di $1.300 miliardi all’anno, tuttavia se si considerano ben $250 miliardi all’anno per la difesa continentale della Fortezza America e $75 miliardi per il deterrente strategico nucleare, la domanda è... dove vanno a finire gli altri $975 miliardi?

Sono finalizzati al perseguimento dell’egemonia militare e politica globale da parte della Capitale della Guerra e al finanziamento dei costi differiti delle passate operazioni di polizia all’estero, nessuna delle quali era ed è necessaria per la sicurezza nazionale dell’America. E oltre a ciò, decine di miliardi in più finiscono nel mantenimento del bilancio: gruppi di pressione e tangenti agli appaltatori militari, studi dei think tank e programmi di advocacy, propaganda delle ONG e delle agenzie di sicurezza nazionale, e operazioni d'influenza in tutto il pianeta.

Tuttavia basta considerare le implicazioni del grafico seguente: circa $346 miliardi del budget per la sicurezza nazionale rispetto ai $1.300 miliardi sono destinati al risarcimento dei veterani, alla salute e ad altri benefici sociali. Questi programmi servono oltre 6,2 milioni di veterani disabili e dipendenti e 9,2 milioni di iscritti al sistema sanitario dei veterani.

Senza tutte le guerre inutili che si sono verificate da quando la Guerra Fredda è entrata in pieno vigore nel 1948-1949, oggi gli Stati Uniti avrebbero solo 60.000 veterani per le guerre estere, di cui solo 11.448 attualmente ricevono sussidi d'invalidità. Anche aggiungendo le persone a carico, il totale dei veterani della Seconda Guerra Mondiale che ricevono un risarcimento per invalidità è solo 34.265, ovvero lo 0,6% del totale di 6,159 milioni.

Con un risarcimento medio e un costo sanitario di $35.000 per beneficiario, il costo totale sarebbe attualmente di $1,2 miliardi e appena $10 milioni all’anno entro il 2035, quando si prevede che rimarranno solo 311 veterani della Seconda Guerra Mondiale.

Proprio così. Il costo per l’anno fiscale 2024 dei benefici per i veterani dovuti a guerre non necessarie, come i 1,385 milioni di veterani del Vietnam con disabilità e i 3,37 milioni di veterani della Guerra del Golfo che ricevono pagamenti d'invalidità e assistenza sanitaria , è di $345 miliardi.

E la cifra dei costi differiti per la Guerra Infinita ammonta al 116% dell’attuale bilancio della difesa da $298 miliardi della Cina, al 425% degli $81 miliardi dell’India, al 480% dei $72 miliardi della Russia (pre-Ucraina), al 595% dei $58 miliardi della Germania e al 690% del budget militare sudcoreano da $50 miliardi, nonostante il pazzo che governa la zona demilitarizzata.

Eppure da qui in poi le cose non fanno altro che peggiorare. Entro la fine della finestra di bilancio decennale, il costo di base di $550 miliardi dei benefici per i veterani ammonterà a 50.000 volte di più di quello che una politica di sicurezza nazionale Fortezza America avrebbe generato negli ultimi settant’anni.

Perché mai Washington è diventata la capitale mondiale della guerra, generando costi di cui i contribuenti americani non beneficiano, né possono lontanamente permettersi?

Poiché la Seconda Guerra Mondiale è stata senza dubbio l'ultima “buona guerra” della nazione, un modo illuminante per misurare la follia che si è manifestata nei settant'anni successivi è quello di scomporre il costo del risarcimento dell'invalidità dei veterani e dell'assistenza medica per coorte. Le seguenti cifre sono estremamente prudenti ed escludono i superstiti, le persone a carico, i pensionati, l'istruzione e altri benefici per i veterani. Inglobano circa $180 miliardi, ovvero il 52% degli attuali $346 miliardi all’anno del budget della Veterans Administration.

Il costo dell'indennizzo per invalidità per ciascun gruppo è dettagliato dalla stessa Veterans Administration, mentre si presume che il costo dell'assistenza medica sia pari all'attuale media annua di $8.200 per ciascuno dei 9,18 milioni di aventi diritto. Il costo di $286 milioni per i beneficiari della Seconda Guerra Mondiale è un errore di arrotondamento.

Numero di beneficiari e costo di bilancio attuale per il risarcimento dell'invalidità e l'assistenza medica:

• Seconda Guerra Mondiale: 11.488 veterani e $286 milioni

• Guerra di Corea: 59.092 veterani e $1,4 miliardi

• Era del Vietnam: 1.385.131 veterani e $44,3 miliardi

Era della Guerra del Golfo: 3.374.670 veterani e $112,1 miliardi

• Altro in tempo di pace: 831.932 veterani e $20,5 miliardi

• Totale: 5.662.273 veterinari per una media di $31.705 per beneficiario = $179,5 miliardi

È ormai quasi universalmente riconosciuto che le due guerre in Iraq sono state pura follia in cui sono stati sprecati più di $1.500 miliardi, per non parlare delle centinaia di migliaia di iracheni uccisi o feriti da queste inutili invasioni e occupazioni. Tuttavia il costo dei risarcimenti e delle cure mediche per i 3,375 milioni di beneficiari di questo gruppo ammonta attualmente a $112 miliardi all’anno.

Sebbene tale cifra sembri estremamente elevata sotto qualsiasi punto di vista, è determinata dall’enorme numero di beneficiari non dal costo di $33.480 per ciascuno. Si dà il caso che ben il 41% degli 8,193 milioni di veterani dell’era della Guerra del Golfo siano disabili – un promemoria del fatto che la Guerra Infinita di Washington è un tritacarne, nonostante tutta l'alta tecnologia ora disponibile.

In ogni caso, data un’aspettativa di vita media di 75 anni, i soli veterani dell’era della Guerra del Golfo genereranno costi differiti ($ 2024) pari a circa $5.600 miliardi (50 anni a $112 miliardi all’anno).

Proprio così. Il costo differito di una sola serie nel capitolo della Guerra Infinita ammonta al 155% dell’intero bilancio militare della Russia su base annua; e considerando l'intero arco della vita, in realtà equivale al 17% dell'intero debito pubblico attuale dell'America!

Inutile dire che Washington è felice di mantenere questi sconcertanti costi differiti fuori dal cosiddetto “bilancio della difesa”. Con una corretta contabilità il costo totale del risarcimento per l’invalidità e l’assistenza medica dei veterani verrebbe ammortizzato su ogni anno/persona di schieramenti in combattimento.

È sufficiente prendere in considerazione il già citato 41% dei veterani dell’era della Guerra del Golfo che riceveranno una vita di invalidità e benefici medici grazie alla Veterans Administration. Supponendo una media di 50 anni negli elenchi di questa agenzia governativa, il costo per beneficiario nel corso della vita sarebbe di circa $1,675 milioni in dollari odierni.

Ammortizzate la cifra ai 6,5 anni di servizio militare medio per il personale in servizio attivo delle attuali forze armate e otterrete una spesa contabile annuale di $105.000. Quindi il costo annuale reale per inviare un soldato in guerra non è la cifra già elevata di $136.000, ma in realtà è quasi un quarto di milione di dollari all’anno!

I burcroati americani, però, preferirebbero che non lo sapessimo. Facendo un esempio storico, se al popolo americano fosse stato detto che sarebbe costato $250.000 all’anno inviare un militare statunitense in Kuwait allo scopo di difendere il diritto dell’emiro di trivellare il petrolio di Saddam Hussein nel giacimento di Rumaila, forse non avrebbe sventolato così tante stelle e strisce in risposta alla propaganda della CNN sulla Guerra del Golfo.

Anzi sarebbero stati più che felici di permettere a Saddam di raccogliere i $2,6 miliardi che, secondo lui, l'emiro aveva rubato all'Iraq. Dopotutto quel litigio locale tra l'emiro del Kuwait e il macellaio di Baghdad non aveva assolutamente nulla a che fare con la libertà e la sicurezza della patria americana.

In parole povere, qui c'è qualcosa che è veramente andato in tilt. Washington è così presa nel suo ruolo di capitale mondiale della guerra che non si accorge nemmeno che il costo differito delle guerre ormai dimenticate da tempo in Corea, Vietnam e nel Golfo Persico supera i bilanci della difesa di ogni amico o nemico sul pianeta, e che solo lo 0,1% dell’attuale budget da $346 miliardi della Veterans Administration è attribuibile ai veterani sopravvissuti dell’ultima guerra che hanno davvero contribuito alla sicurezza nazionale.

Inutile dire che la questione va ben oltre i dollari e centesimi in questione. Ciò che in realtà è in discussione è l’intero quadro della politica estera del secondo dopoguerra che ha generato uno stato di guerra permanente e ha comportato l’estensione di un impero con sede a Washington in lungo e in largo per il pianeta.

Ma il passaggio da una Repubblica pacifica e prospera socialmente ed economicamente a un Impero mondiale è più di quanto il fragile apparato della nostra democrazia madisoniana potesse gestire. La burocrazia americana è stata presto coinvolta nell'entusiasmo e negli intrighi legati alla gestione dell'Impero, girando per il mondo e visitando alleati, vassalli e province come plenipotenziari di una Nazione Indispensabile.

Così facendo sono diventati complici di una narrativa che serve gli interessi dei mercanti di armi e dei burocrati della sicurezza nazionale. Ad entrambi sono stati conferiti compiti e budget che non sarebbero stati neanche lontanamente immaginabili sotto il vecchio sistema repubblicano.

Dopo gli scontri bellici nel XIX secolo e anche dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale si verificò una totale smobilitazione della macchina bellica e del suo apparato civile. Dopo la prima guerra mondiale, ad esempio, il bilancio militare degli Stati Uniti precipitò del 92%, da $9 miliardi nel 1919 ad appena $750 milioni nel 1923. E anche dopo la seconda guerra mondiale la spesa per la difesa crollò dell’89%, da $83 miliardi nel 1945 a $9 miliardi nel 1948.

Se si poi si calcolano questi budget per la difesa in potere d’acquisto del 2024, il picco nel 1945 fu di $1.630 miliardi, cifra crollata a soli $123 miliardi nel 1948.

Washington era sulla buona strada per ritornare alla modalità repubblicana pacifica che aveva servito bene la sicurezza nazionale americana per 160 anni.

Spinta dall’allarme rosso acceso tra il 1948 e il 1950 da personaggi del calibro di Winston Churchill, Henry Luce, Richard Nixon e dalla folla di Wall Street che aveva preso il controllo dei Dipartimenti di Stato, della Difesa e della CIA, Washington si instradò per diventare la capitale mondiale della guerra.

La precedente tendenza alla smobilitazione fu precipitosamente invertita e al suo posto sorse un vero e proprio stato di guerra con il Piano Marshall, la NATO e la guerra di Corea. Se inquadriamo quest'ultima in potere d'acquisto del 2024, il budget della difesa americana schizzò a $650 miliardi nel 1953, un aumento del 430% rispetto al minimo del 1948.

Per ironia della sorte, uno dei principali artefici della Guerra Fredda, Dean Acheson, solo pochi anni prima aveva liquidato la linea di tregua del 1945 al 38° parallelo in Corea come una mera “linea di un geometra” priva di rilevanza materiale per la sicurezza nazionale (e a dirla tutta lo era). La guerra di Corea non ha mai avuto niente a che fare con la sicurezza nazionale americana, perché né la Cina comunista né la Russia di Stalin avevano la minima capacità di minacciarla.

Durante il suo mandato il grande Dwight D. Eisenhower riuscì ad abbassare il bilancio della difesa di quasi il 30%, portandolo a $475 miliardi (in dollari odierni), ma LBJ lo riportò al livello della Guerra di Corea, a $650 miliardi, grazie alla sua Guerra in Vietnam.

A quel punto il dado era tratto. L’intera spinta dietro le crociate di Washington contro le presunte tessere del domino in caduta e a sostegno delle cosiddette istituzioni di “sicurezza collettiva” come la NATO, la SEATO e la riestensione del potere militare americano in Europa e in Estremo Oriente, era essenzialmente una storia di copertura per:

• Rilanciare il complesso industriale-militare che era stato bruscamente chiuso dopo il 1945;

• Avviare la macchina politica, diplomatica e di intelligence per l’egemonia mondiale.

Secondo le vecchie verità della repubblica americana, come esemplificate dalle citazioni di Washington, Jefferson e John Quincy Adams, il budget della Veterans Administration oggi sarebbe ben inferiore a $1 miliardo all’anno. Questo perché non ci sarebbero 5,7 milioni di veterani disabili, o quasi 10 milioni di iscritti nel sistema ospedaliero e sanitario della Veterans Administration da $100 miliardi.

Questi sono i frutti di tutte le guerre inutili, dalla Corea all’Iraq, e degli attuali conflitti in Ucraina e nel Medio Oriente. Nessuna delle teorie del domino che sostenevano queste guerre è mai stata valida, né lo è stata l’idea che la sicurezza interna dell’America richiedesse alleati della NATO in Europa, o l’idea che Israele sia una portaerei alleata inaffondabile, o che il Golfo Persico sia un lago americano che necessita di essere pattugliato e salvaguardato dalla 7a Flotta.

Oltre alla massiccia spesa militare in eccesso di $500 miliardi all’anno in aggiunta ai $350 miliardi che sarebbero necessari per la deterrenza nucleare e la difesa continentale dell'America, abbiamo anche $70 miliardi di spesa nel cosiddetto bilancio degli affari internazionali.

Ad esempio, $20 miliardi ogni anno vanno all’assistenza militare e alla sicurezza, di cui quasi $4 miliardi solo per Israele. Eppure, ancora una volta, gli abitanti della capitale mondiale della guerra sono così ipnotizzati dalla falsa narrativa dell’Impero che non riescono a vedere il quadro generale.

Il fatto è che il PIL di Israele ammonta a $550 miliardi e $55.000 pro capite. Vale a dire, lo stipendio annuale di Washington potrebbe essere coperto da appena l’1% del PIL in tasse aggiuntive sul popolo israeliano per finanziare il tipo di politica militare nei confronti dei cittadini palestinesi e dei vicini arabi che il suo elettorato sembra preferire.

Eppure gli abitanti della capitale mondiale della guerra non prestano alcuna attenzione agli assurdi fatti della situazione attuale: il PIL pro capite sia dei vicini più ostili di Israele, sia di quelli più amichevoli, non è che una frazione della sua cifra di $55.000.

Allora perché i contribuenti israeliani non dovrebbero farsi carico del peso fiscale della loro stessa politica di sicurezza? Infatti è molto difficile spiegare come ciò sia nell’interesse della sicurezza nazionale americana. Però nella capitale mondiale della guerra, la questione non viene affatto sollevata.

Attuale PIL pro capite di Israele e dei suoi vicini:

Israele: $55.000

• Siria: $500

• Yemen: $650

• Libano: $4.100

• Egitto: $4.300

• Iran: $5.000

• Iraq: $6.000

• Arabia Saudita: $30.400

• Emirati Arabi Uniti: $53.000

Il passaggio dalla Repubblica all’Impero intorno al 1949 rimane evidente ancora oggi – un intero terzo di secolo dopo la fine della Guerra Fredda e l’Impero sovietico fu spazzato nella pattumiera della storia. Come illustrato nell'infografica qui sotto, la capitale mondiale della guerra schiera ancora 173.000 soldati in 159 Paesi e mantiene oltre 750 basi in 80 Paesi.

In un certo senso è come se la Seconda Guerra Mondiale non fosse mai finita. Nel 2020 Washington disponeva ancora di grandi forze militari nei luoghi in cui erano arrivate 75 anni fa:

• 119 basi e quasi 34.000 soldati in Germania

• 44 basi e 12.250 soldati in Italia

• 25 basi e 9.275 soldati nel Regno Unito

• 120 basi e 53.700 soldati in Giappone

• 73 basi e 26.400 soldati in Corea del Sud

La tradizionale smobilitazione dopo il 1945 avrebbe spazzato via la lista dell’Impero di cui sopra, ma la situazione s'invertì nel 1948-1949 quando l’Unione Sovietica ottenne la bomba atomica e Mao vinse la guerra civile in Cina. Da allora in poi la diffusione di basi, truppe, alleanze, interventi e guerre eterne è proseguita incessantemente sulla base del fatto che i traballanti stati comunisti domiciliati a Mosca e Pechino rappresentavano una minaccia esistenziale alla sopravvivenza dell’America.

Non lo erano invece, o non lo sarebbero stati tanto a lungo perlomeno. Come sosteneva all’epoca il grande senatore Robert Taft, la modesta minaccia alla sicurezza nazionale, rappresentata dall’Unione Sovietica devastata dalla guerra e dal disastro collettivista imposto alla Cina da Mao, avrebbe potuto essere facilmente gestita con:

• Una schiacciante capacità di ritorsione nucleare che avrebbe scoraggiato ogni possibilità di attacco nucleare o ricatto;

• Una difesa convenzionale delle coste dell'America che sarebbe stata estremamente facile da sostenere, dato che l’Unione Sovietica non aveva una Marina degna di nota e la Cina era decaduta nell’anarchia industriale e agricola a causa dei catastrofici esperimenti di collettivizzazione di Mao.

Il quadro taftiano non è mai cambiato fino alla fine della Guerra Fredda nel 1991, anche se la tecnologia della guerra nucleare e convenzionale si è evoluta rapidamente. Con una modesta spesa militare Washington avrebbe potuto mantenere il suo deterrente nucleare pienamente efficace e mantenere una formidabile fortezza di difesa della patria senza alcun apparato imperiale. E dopo il 1991 i requisiti sarebbero stati ancora meno stringenti.

Questa verità è in netto contrasto con la vecchia teoria della sicurezza collettiva, che portò alla creazione della NATO nel 1949 e ai suoi cloni regionali da allora in poi. Sì, alla fine degli anni quaranta c’erano partiti comunisti locali di notevoli dimensioni in Italia e in Francia, e il Partito Laburista in Inghilterra aveva una sfumatura rossastra, ma gli archivi della vecchia Unione Sovietica, ora aperti, provano in modo conclusivo che Stalin non aveva né i mezzi né l’intenzione d'invadere l’Europa occidentale.

La capacità militare che l'Unione Sovietica resuscitò dopo lo spargimento di sangue con gli eserciti di Hitler era fortemente difensiva nel carattere e ingombrante nelle capacità, quindi la minaccia comunista in Europa avrebbe potuto essere affrontata alle urne, non sul campo di battaglia. Non avevano bisogno della NATO per fermare una presunta invasione sovietica.

Naturalmente ciò che la NATO è riuscita a realizzare è stato ridurre drasticamente il peso della spesa per la difesa in Europa occidentale, anche se la maggior parte di queste nazioni ha optato per uno stato sociale espansivo e costoso: lo stato bellico di cui l’America non aveva bisogno ha consentito di creare stati sociali che l’Europa non poteva permettersi, né allora né adesso.

Inutile dire che, una volta stabilito l’impero tramite basi, alleanze, sicurezza collettiva e incessante ingerenza della CIA negli affari interni dei Paesi esteri, esso si è bloccato come un collante anche se i fatti della vita internazionale hanno dimostrato più e più volte che l'Impero americano non era necessario.

Vale a dire, le presunte “lezioni” del periodo tra le due guerre e della Seconda Guerra Mondiale furono narrate in modo da manipolare l'opinione pubblica. L’ascesa aberrante di Hitler e Stalin non è avvenuta perché la brava gente di Inghilterra, Francia e America non se ne accorseero negli anni ’20 e ’30.

Sorsero dalle ceneri dell'interventismo di Woodrow Wilson in una disputa nel vecchio mondo che non riguardava l'America. Tuttavia l’arrivo di due milioni di soldati americani e massicci flussi di armamenti e prestiti da parte di Washington consentirono una pace vendicativa ai vincitori di Versailles piuttosto che la fine di un’inutile guerra mondiale che avrebbe lasciato tutte le parti esauste, in bancarotta, demoralizzate e i rispettivi partiti di guerra interni soggetti a un ripudio alle urne.

Furono Wilson e Versailles che diedero vita a Hitler e Stalin, e quest’ultimo alla fine provocò fortunatamente la fine del primo a Stalingrado. Quella avrebbe dovuto essere la fine della questione nel 1945 e, in effetti, lo fu per un po'. Dopo le parate per la vittoria, la smobilitazione e la normalizzazione della vita civile procedettero rapidamente in tutto il mondo.

Ahimè, l’incipiente Partito della Guerra composto da appaltatori militari, operatori e ufficiali giramondo, gestato nel calore della Seconda Guerra Mondiale, non era destinato a passare tranquillamente a un dolce sonno. Invece la Guerra Fredda fu allevata sulle rive del Potomac quando il presidente Truman cadde sotto l’incantesimo di falchi guerrafondai come il segretario James Byrnes, Dean Acheson, James Forrestal e i fratelli Dulles, i quali erano riluttanti a tornare alle loro vite mondane di banchieri civili, politici, o diplomatici in tempo di pace.

Quindi nel periodo post-bellico il comunismo mondiale non era realmente in marcia e le nazioni del mondo non erano coinvolte nella caduta di tessere del domino o nella gestazione di nuovi Hitler o Stalin, ma i nuovi sostenitori dell’Impero insistevano sul contrario e che la sicurezza nazionale ne richiedesse l'ampliamento.

Proprio come i fatti precedentemente menzionati riguardo agli enormi costi differiti della Guerra Infinita evidenziano l’assurdità dell'impero di Washington, possiamo dire lo stesso riguardo a un esercito permanente di quasi un milione di uomini.

Dopotutto che bisogno avrebbe una Repubblica pacifica, circondata dai grandi fossati dell’Atlantico e del Pacifico, di un enorme esercito permanente quando le probabilità che battaglioni e divisioni straniere raggiungano l’America sono praticamente inesistenti? Con un adeguato presidio costiero di missili, sottomarini d’attacco e caccia a reazione, qualsiasi esercito invasore diventerebbe un’esca per gli squali molto prima di toccare le coste della California o del New Jersey.

I 462.000 soldati nell’esercito, in servizio attivo a $112.000 ciascuno, hanno un costo di bilancio annuale di $55 miliardi, mentre le 506.000 forze di riserva a $32.000 ciascuna costano più di $16 miliardi. E oltre a questa struttura, ovviamente, ci sono $77 miliardi per operazioni e manutenzione, $27 miliardi per gli appalti, $22 miliard per RDT&E e $4 miliardi per tutto il resto.

Nel complesso l’attuale bilancio dell’esercito ammonta a quasi $200 miliardi, e praticamente tutta questa spesa – quasi 3 volte il bilancio totale della difesa della Russia – è impiegata al servizio dell’Impero americano, non della difesa della patria. Potrebbe essere facilmente tagliato del 70%, o di $140 miliardi, il che significa che la componente dell’esercito americano di una difesa esclusivamente interna ($450 miliardi) assorbirebbe solo $60 miliardi all’anno.

Allo stesso modo la Marina e il Corpo dei Marine degli Stati Uniti spendono $55 miliardi all’anno su 515.000 forze in servizio attivo e altri $3,7 miliardi su 88.000 di riserva. Tuttavia se si considerano i requisiti fondamentali di una posizione votata esclusivamente alla difesa, anche queste forze e spese sono decisamente esagerate.

Per missioni principali ci riferiamo alla componente della Marina riguardante la triade nucleare strategica e la grande forza composta da sottomarini con missili d'attacco e da crociera. Ecco gli attuali requisiti di manodopera per queste forze chiave:

14 sottomarini nucleari strategici di classe Ohio: ci sono due equipaggi di 155 ufficiali e uomini arruolati per ciascuno, con un conseguente fabbisogno di forza diretta di 4.400 militari e un totale complessivo di 10.000 militari includendo ammiragli, aerei e altre conformità.

50 sottomarini missilistici d'attacco/crociera: ci sono due equipaggi di 132 ufficiali e uomini arruolati per ciascuno, per un fabbisogno diretto di 13.000 militari e un totale complessivo di 20.000 militari compresi ammiragli e spese generali.

In breve, le missioni principali della Marina in un quadro esclusivamente difensivo coinvolgerebbero circa 30.000 ufficiali e uomini arruolati, ovvero meno del 6% dell’attuale forza in servizio attivo della Marina/Corpo dei Marine. Dall'altra parte i gruppi da battaglia delle portaerei, del tutto inutili, che operano esclusivamente al servizio dell'Impero, hanno equipaggi di 8.000 persone ciascuno se si contano le navi di scorta e le suite di aerei.

Quindi gli 11 gruppi da battaglia delle portaerei e le loro infrastrutture richiedono 88.000 militari diretti e 140.000 in totale se si include il consueto supporto e le spese generali. Allo stesso modo la forza in servizio attivo del Corpo dei Marine è di 175.000 uomini, e questo è interamente uno strumento di invasione e occupazione, totalmente inutile per la sola difesa della patria.

In breve, ben 315.000 militari, o il 60% dell’attuale forza in servizio attivo della Marina/Corpo dei Marine, funziona al servizio dell’Impero americano. Quindi se si ridefiniscono le missioni della Marina per focalizzarle sulla deterrenza nucleare strategica e sulla difesa costiera, è evidente che più della metà della struttura delle sue forze non è necessaria per la sicurezza nazionale. È invece al servizio della proiezione del potere globale, del controllo delle rotte marittime dal Mar Rosso al Mar Cinese Orientale e come piattaforma per guerre d'invasione e occupazione.

Di conseguenza l’attuale budget della Marina e del Corpo dei Marine ammonta a circa $236 miliardi se si includono $59 miliardi per il personale militare, $81 miliardi per O&M, $67 miliardi per gli appalti, $26 miliardi per RDT&E e $4 miliardi per tutte le altre voci di spesa. Un taglio di $96 miliardi, pari al 40% dell'attuale totale, lascerebbe comunque $140 miliardi per le missioni principali della difesa dell'America.

I $246 miliardi contenuti nel bilancio dell’Aeronautica Militare sono molto più orientati verso un approccio di sicurezza nazionale rispetto a quello basato sull’Impero se lo si paragona ai bilanci dell’Esercito e della Marina. Sia la componente terrestre Minuteman della triade strategica che le forze di bombardieri B-52 e B-2 sono finanziate in questa sezione del bilancio della difesa.

E mentre una frazione significativa dell’attuale bilancio per l’equipaggio, le operazioni e l’approvvigionamento di aerei convenzionali e forze missilistiche è destinata a missioni all’estero, solo la componente del trasporto aereo e delle basi straniere di tali spese funziona intrinsecamente al servizio dell’Impero.

Nell’ambito di una quadro esclusivamente difensivo, quindi, una parte sostanziale della potenza aerea convenzionale, che comprende oltre 4.000 velivoli ad ala fissa e rotanti, verrebbe riutilizzata per missioni di difesa nazionale. Di conseguenza più del 75%, o $180 miliardi, dell’attuale budget dell’Aeronautica rimarrebbero in vigore.

Infine un coltello particolarmente affilato dovrebbe essere utilizzato sulla componente da $181 miliardi del bilancio della difesa, destinata alle operazioni generali del Pentagono e del Dipartimento della Difesa. Ben $110 miliardi, ovvero il 61% di suddetta enorme somma – più del doppio del budget militare totale della Russia – sono in realtà destinati agli eserciti di dipendenti civili e appaltatori con sede a DC/Virginia che si nutrono dello Stato di Guerra. In termini di sicurezza nazionale, molte di queste spese non sono solo inutili, ma addirittura controproducenti. Costituiscono la lobby finanziata dai contribuenti e la forza di spaccio d'influenza che mantiene l’Impero vivo e pienamente finanziato a Capitol Hill.

Una diaria del 38% rispetto al bilancio attuale, o $70 miliardi, per le funzioni del Dipartimento della Difesa, oltre a $60 miliardi per l’Esercito, $140 miliardi per la Marina e $180 miliardi per l’Aeronautica, ridurrebbe la componente dello stato bellico a $450 miliardi. In potere d’acquisto attuale questa cifra sembra essere esattamente quello che Eisenhower pensava fosse più che adeguato per la sicurezza nazionale quando ci mise in guardia dalle macchinazioni del complesso militare-industriale 63 anni fa.

In fin dei conti, il momento di riportare a casa l’Impero è ormai giunto da tempo. Il costo annuale da $1.300 miliardi dello stato bellico non è più neanche lontanamente sostenibile – e da sempre è stato del tutto inutile per la sicurezza nazionale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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