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venerdì 26 giugno 2026

La morsa sempre più stretta al collo di Londra, Parigi e Bruxelles

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-morsa-sempre-piu-stretta-al-collo

Più si scava nella storia, più ci si accorge che in realtà i fatti come vengono raccontati ufficialmente sono il ritratto di Dorian Gray: belli e lineari da una parte, contorti e deformi dall'altra. Il miglior alleato della libertà d'azione sono le ombre. E così ci siamo ritrovati con la presunta vittoria degli USA dopo la Seconda guerra mondiale, a livello ufficiale, mentre è sempre stato l'impero inglese quello che ha avuto la meglio: ha trasferito con successo il vecchio sistema di colonizzazione tramite i debiti e l'estrazione di ricchezza, tramite banche centrali e arbitraggio sulle valute, negli Stati Uniti col beneplacito dell'oligarchia americana a Washington. La relazione “speciale” tra Inghilterra e Stati Uniti nacque proprio a Bretton Woods col preciso scopo di canalizzare oltreoceano la ricchezza reale prodotta dalla classe media americana. Un processo che ha impiegato praticamente 80 anni per essere portato alle sue estreme conseguenze, il che dà l'idea di quanto fosse mastodontico.

L'ancoraggio del dollaro all'oro a $35 l'oncia dopo l'imponente stampa di denaro durante la guerra è servito da innesco per far volare oltreoceano le riserve d'oro americane e dare modo a Triffin di elaborare il suo famoso “dilemma”; lo stesso trucco che Churchill impiegò dopo la Prima guerra mondiale sulla sterlina ed estrasse tutto l'oro dalla Germania. Gli USA passarono dall'avere 20.000 once d'oro nel 1946 a 8.000 nel 1971, risparmi e riserve che vennero usati per ricostruire l'Europa che aveva temporaneamente parcheggiato i “gioielli di famiglia” negli Stati Uniti (es. financial kill chain). Lo stesso processo che nel tempo ha spostato il “centro finanziario” del mondo da Venezia, Amsterdam e Londra (e nel presente l'avrebbe fatto a Dubai). In questo modo l'Europa è stata ricostruita e parallelamente ha imposto dazi alla produzione americana in modo da gestire un avanzo commerciale attraverso il quale alimentare ulteriormente il mercato dell'eurodollaro che già negli anni '50 era più grande del mercato interno del dollaro.

Nixon non fece altro che intervenire per far smettere questa emorragia. Venne “ricompensato” con una damnatio memoriae e l'effettivo saccheggio degli USA prese piede con la famosa inflazione dei prezzi dell'epoca. Le estreme conseguenze non si sarebbero palesate fino al 2008, però, quando è stata nazionalizzata l'industria dei mutui aprendo le porte alla conservatorship di Fannie/Freddie, l'Obamacare ha devastato il sistema sanitario americano e la FED è stata trasformata in una stazione di pompaggio degli eurodollari tramite la ZIRP. Il culmine, la fase finale della financial kill chain, sarebbe arrivata col COVID, il dollaro digitale e le città da 15 minuti... ma nel 2016 quella stessa oligarchia americana, o una parte di essa, ha detto basta e spezzato col passato scegliendo Trump.

Le principali istituzioni, interne ed estere, sono contro di lui esattamente perché sono luoghi catturati da quelle stesse persone e gruppi (City di Londra, cricca di Davos, Tavola Alta, chiamateli come volete) che si sono visti fermare all'ultimo passo il processo di raccolta. Questa guerra di riconquista e sostituzione non si può portare a termine senza avere dalla propria “generali” e “luogotenenti” di cui ci si può fidare, ed ecco che i test di lealtà sono all'ordine del giorno da parte dell'amministrazione Trump, così come pungolare gli avversari per farli venire allo scoperto. È in questo senso che deve essere letta la retorica trumpiana, questa è la chiave di lettura più accurata per inquadrare il recente strappo tra la Meloni e Trump.

Il modo in cui il governo degli Stati Uniti si finanzierà sta cambiando, poi, allontanandosi da quello di matrice inglese, e con esso cambierà anche l'ottica con cui si guarderà a Bitcoin, ad esempio, che avrà un ruolo importante. L'obiettivo dell'amministrazione Trump è quello di solidificare il dominio del dollaro sia a livello interno che esterno alla nazione e Bitcoin rappresenterà una delle garanzie collaterali a supporto. Un'uscita dal vecchio sistema “debito e tasse” che invece Londra e Bruxelles vogliono tenere in piedi. La “bitcoinizzazione” tanto agognata dai bitcoiner non arriverà attraverso l'asset stesso, almeno non in questo periodo storico, bensì attraverso la collateralizzazione delle stablecoin ancorate al dollaro. È in questo modo che Bitcoin “conquisterà” il mondo, soprattutto se tramite quelle stesse stablecoin sarà ancorato a qualcosa di reale anche il flusso di asset (in particolare l'energia). Wall Street e le società nel mondo dell'energia sono pronte a questo scenario e Strategy non è altro che il proxy di quello che vedremo: le società bitcoin treasury si moltiplicheranno. Non mi sorprenderà se un domani, non molto più in là nel tempo, Strategy diventerà alla stregua di Intel per il Dipartimento del Tesoro americano e in questo modo verrà creata la riserva strategica di Bitcoin in seno al governo americano.

Non c'è bisogno della FED, la quale sarà ridimensionata in importanza e portata delle sue azioni. La cosiddetta stampa di denaro che tanto ha alimentato la narrativa a sostegno di Bitcoin come difesa da una valuta in declino si sta trasformando in una narrativa in cui il suo prezzo aumenterà per abbassare quel rapporto di leva che ha svuotato il dollaro, e per estensione la ricchezza reale degli USA, a vantaggio di Londra e Bruxelles. Il LIBOR altro non era che il raccordo mondiale con cui giustificare un rapporto di leva finanziaria iper-esteso e giustificare carry trade multipli sul dollaro da cui estrarre rendimenti. Il SOFR, invece, è un tasso collateralizzato ed è per questo che la City di Londra, assetata di liquidità in dollari, sta ricorrendo a tutti i suoi canali per acquisirli; ed è anche per questo che usa uno dei suoi proxy, il Canada, per attaccare la curva dei futures sul SOFR.

Uno in meno a cui può attingere è quello del Giappone che, con l'abbattimento delle tasse sulle crittovalute, si allontana dal modello bancario incentrato sulla City di Londra. Sin dalla fine del carry trade sullo yen decretata da Ueda ad agosto dell'anno scorso, abbiamo assistito a una serie di azioni intraprese per avvalorare la tesi indipendenza dagli inglesi. E Dio solo sa quanto il Giappone abbia bisogno adesso di collaterale per stabilizzare il proprio debito pubblico, stessa strategia adottata dagli USA: congelare i prezzi nominali e lasciare che i prezzi degli asset che fungono da collaterale salgano... dopo che ne hanno acquistati a sufficienza a un prezzo quanto più basso possibile. Non sono stupidi. In questo contesto potremmo ipotizzare che il prezzo “basso” sia quello che non mandi in bancarotta società come quella di Saylor, ad esempio, destinata a essere il proxy del fondo sovrano di cui si servirà il Dipartimento del Tesoro americano per il suo processo di ricapitalizzazione degli USA.

In questo contesto fa riflettere la scelta italiana, invece, di percorrere il sentiero opposto: aumento della tassazione per le crittovalute. Al che si possono pensare a due scenari. Il primo, ovviamente, è quello in cui lo Stato profondo italiano è talmente profondo da aver fatto desistere il governo Meloni da qualsiasi possibile riforma interna in grado di concretizzare un allineamento con Trump. Adesso il suo scopo è solo quello di sopravvivere fino alla fine della legislatura. L'altro scenario, quello più fosco, era che la Meloni fosse sin dall'inizio un cavallo di Troia posto dall'UE per Trump: una finta affinità a livello di politica estera, ma non di quella interna, per dare l'impressione che ci fosse un “alleato” in Europa con cui dialogare.

Se il campanello d'allarme per essere guardinghi è suonato con la stretta fiscale sulle crittovalute, la certezza è arrivata con le scelte (pavide) italiane riguardo il confronto in Iran... a differenza della Grecia, ad esempio.

Ma torniamo un attimo indietro, ai titoli di stato americani e al SOFR. A questo link potete trovare la ripartizione dei possessori dei titoli di stato americani tra gli stranieri. Spicca il secondo il lista, ovvero il Regno Unito, che da quando è entrato in vigore il SOFR l'accesso al mercato dell'eurodollaro avviene tramite collaterale (es. T-bill o T-bond), non più il “far west” del LIBOR non collateralizzato. Ma non fatevi ingannare, perché in realtà se si contano anche le succursali UK allora Londra è la prima detentrice di titoli di stato americani al mondo. Infatti oltre a Canada, Isole Cayman, Hong Kong e Singapore, c'è un altro grosso detentore che passa inosservato. Infatti le Isole Vergini britanniche sono passate dall'avere un valore trascurabile in titoli di stato americani a circa $80 miliardi oggi. Un incremento non indifferente, che denota due cose principalmente: la necessità di Londra di tenere quanto più liquido possibile (per sé) il mercato dell'eurodollaro e la persistente presenza di infiltrati ostili nelle istituzioni americane.

Deve farlo adesso, durante questa fase di transizione, dove ancora esiste un tasso di riferimento unico, non c'è ancora un doppio dollaro e la collateralizzazione del flusso degli asset è ancora all'inizio. Questo processo è iniziato ufficialmente quattro anni fa quando JP Morgan è diventata custode del GLD, separando nettamente la consegna fisica dalla speculazione finanziaria: il COMEX si sarebbe occupato solo della consegna fisica dell'asset, mentre JP Morgan avrebbe coperto il mercato sintetico con offerta fisica. In questo modo gli short sono stati uccisi, mentre i long hanno potuto finalmente respirare un po' di determinazione onesta dei prezzi. Lo stesso discorso possiamo farlo col differenziale tra WTI e Brent, perché gli USA stanno replicando lo stesso meccanismo nel mercato del petrolio: questa volta però uccidendo i long e coprendo gli short. Ecco perché tra gli altri motivi il petrolio non è schizzato a $200.

Infatti, ricordiamolo, questa è una guerra principalmente finanziaria. E c'è un aspetto che ho notato e che mi ha fatto drizzare tutti i peli del corpo. Prima che JP Morgan compiesse la mossa sull'oro, avallata ovviamente dall'entrata in vigore del SOFR, i mercati dei differenziali tra i bond americani a 2 e 10 anni (laddove vengono impostati i tassi dei mutui) e tra i decennali americani e inglesi si muovevano in modo sproporzionato. Dopo l'avvento del SOFR, ma più in particolare quando la scorsa estate il Giappone ha posto fine al carry trade sullo yen, hanno iniziato a muoversi in sincronia.

Stesso differenziale di rendimento. Cosa significa? La City di Londra, usando il sopraccitato bacino di bond americani, sta manipolando i differenziali americani per impedire uno scoppio al rialzo delle cifre inglesi. Inoltre ecco perché finora la City di Londra/cricca di Davos ha fatto l'impossibile per impedire a Trump di togliere dalla conservatorship Fannie/Freddie. Dallo shutdown dello scorso autunno fino alla più recente bagarre contro Bill Pulte (indovinate un po' che ruolo aveva prima? FHFA). Il vero obiettivo della crisi del 2008 era quello di insediare Obama, rubare Fannie/Freddie dai suoi azionisti, salvare AIG (due volte) e dare la colpa di tutto al crollo della Lehman. E ricordiamolo, AIG è una creatura di Londra sostanzialmente. Da quel momento in poi è stato un gioco da ragazzi far scendere la FED a zero coi tassi e finanziare senza freni il mercato dell'eurodollaro. Ricordate, la FED “controlla” il front-end della curva dei rendimenti (il mercato dei T-bill); il back-end invece è “controllato” dall'industria dei mutui, ovvero Fannie/Freddie tramite acquisto/vendita di titoli garantiti da ipoteca.

Dopo il 2008 la City di Londra/cricca di Davos aveva il controllo di entrambi gli spettri della curva dei rendimenti americana. Il SOFR ha cambiato tutto, come ho documentato anche nel mio libro, Il Grande Default: ha riportato il controllo della politica monetaria nelle mani di Washington. Ora la lotta è sul back-end della curva dei rendimenti: impedire che anche il mercato dei mutui torni nel pieno controllo di Washington e, oltre a impedire l'uscita dalla conservatorship da parte di Fannie/Freddie, manipolare il back-end della curva americana (il mercato dei T-Bond) come forma di ricatto. Nel frattempo si cerca di scardinare la presa londinese usando le crittovalute.

E quanto detto finora ci conferma che chi sta conducendo lo spettacolo qui è Bessent, non Trump. Perché? Perché il confronto in Iran riguarda il flusso monetario nel mondo e il conseguente modo in cui tale liquidità scorre negli asset (in particolare energia). Quando il flusso di denaro che entra nelle casse dell'IRGC è seriamente sotto attacco, ecco che ripartono le schermaglie. La realtà qui è che l'IRGC sta finendo i soldi con cui finanziarsi, soprattutto sulla scia della morsa applicata da Bessent a tutti quei fondi oscuri che per decenni hanno svuotato di ricchezza reale gli USA a vantaggio dei terroristi, dapprima, e di Londra/Bruxelles in secondo luogo. Hezbollah e tutti gli altri gruppi facenti parte del cosiddetto Asse del male (compresi i Fratelli musulmani in Turchia) sono solo dei canali per far scorrere risorse monetarie in Iran, ecco perché vengono assediati da Israele. Ma la vera guerra qui è finanziaria, si svolge nel sottobosco delle relazioni internazionali dove Londra e Parigi hanno gran interesse a vedere scorrere dollari verso le loro economie e continuare a influenzare il mondo tramite ricatti geopolitici indiretti (es. strozzature geografiche, petrolio).

Lo scorso 17 aprile ho scritto un pezzo in cui mi interrogavo: Come si crea un equivalente di una Delci Rodriguez in Iran? Ebbene, adesso abbiamo la risposta.

L'IRGC, ridimensionata dalle operazioni militari di successo israelo-americane, ha perso nei confronti delle fazioni “moderate” (governo + esercito), permettendo a queste ultime di prendere il sopravvento. E questo grazie alle uccisioni chirurgiche e alla guerra aerea capitanata dagli A-10. Trump non ha giocato sul campo di battaglia preparato dall'IRGC-City di Londra, ma ha scelto il suo e l'ha imposto all'avversario. Il teatro imbastito dalle scaramucce tra Netanyahu e Trump era la classica “nebbia di guerra” per gli avversari (e per gli sprovveduti che non hanno saputo leggere gli eventi). Tutti gli obiettivi sono stati raggiunti ed è stata un'operazione che ha avuto successo data la natura più complicata della precedente in Venezuela. L'OPEC è sfaldato, Dubai non sarà più un hub della City di Londra, il Qatar fornirà energia all'UE alle condizioni americane e la testa che coordina Hamas a Doha ha smesso di fomentare caos in Israele, l'oleodotto che partirà dalla penisola arabica fino a Haifa sarà il simbolo di pace e prosperità per la regione, le strozzature geopolitiche non saranno più usate come arma di ricatto da Londra e Bruxelles, gli atti di terrorismo non saranno più una componente che faranno aumentare artificialmente i premi assicurativi e la Marina statunitense non fornirà più difesa gratis alle assicurazioni londinesi (che adesso hanno un concorrente in quelle americane), le rotte petrolifere e le rotte logistico/commerciali verranno concentrate nel Golfo d'America e nel Pacifico... ma soprattutto il denaro privato che scorreva nel traffico di droga ed esseri umani è stato prosciugato per arrivare a tutti questi risultati. Riflettete quindi su quali sono stati i player in questo confronto, quali erano i loro traffici iniziali e quali i risultati. In questo modo sarà più facile capire che la bonifica degli USA era necessaria e sacrosanta, nonostante i costi annessi all'operazione. Il mondo adesso non dico che sia più buono o perfetto, ma un poco migliore sì.

Ma dove conducono tutte queste strade? A un unico sbocco, come ho scritto anche nel Capitolo 16 del mio libro, Il Grande Default: la morsa sempre più stretta al collo di Londra, Parigi e Bruxelles. La BCE, con l'ultimo rialzo dei tassi, ha dimostrato che il suicidio ritualistico è ancora in voga. Secondo il modello keynesiano standard, l'aumento dell'inflazione dei prezzi trainato dall'aumento dei prezzi energetici richiede un aumento dei tassi di riferimento. Per i banchieri centrali keynesiani come la Lagarde, l'inflazione spinta dai costi delle commodity e quella trainata dalla domanda sono la stessa cosa. Sono talmente presi dalle macchinazioni centralizzate da non capire che c'è una netta differenza se l'economia si “surriscalda” a causa dei prezzi delle commodity più alti o a causa della domanda di denaro trainata da una maggiore volontà di commerciare/creare/produrre. Interferire fa sempre diffondere miseria e canalizzare le risorse verso la classe dirigente.

La BCE ha rialzato i tassi perché deve difendere la valuta. Un apprezzamento della valuta unica avrebbe significato maggiore possibilità di acquistare dollari e stemperare la crisi di liquidità. Invece che ha fatto l'euro? È sceso (in rapporto al dollaro). I mercati dei capitali hanno fatto call al bluff della Lagarde... forse perché sanno che sta perdendo il controllo quindi vogliono tassi ancora più alti prima di fare offerte d'acquisto per l'euro? Quando una valuta scende in risposta a un aumento dei tassi ciò suggerisce che nessuno la vuole.

Il problema della Lagarde è che per “smorzare l'inflazione” attraverso i rialzi dei tassi ucciderà al contempo qualsiasi possibilità di crescita nell'UE, perché è questo il segnale inviato quando la banca centrale intraprende un tale percorso. Rallentare ancora di più l'economia tedesca? Solo chi è fuori di testa potrebbe continuare a tenere euro. Sperava che Warsh avrebbe tagliato affinché anche lei potesse farlo più aggressivamente, invece no. Quando Powell rialzò i tassi anche le altre banche centrali furono costrette a seguirlo: mantenere i differenziali dei tassi. Ecco perché non è possibile difendere sia la valuta che i rendimenti dei bond, uno dei due va fuori controllo (soprattutto adesso che il mercato dell'eurodollaro non è più una risorsa a disposizione di Bruxelles): far apprezzare l'euro per mitigare il costo degli input energetici, ma questo significa vendere dollari e comprare titoli americani a scapito dei titoli europei; oppure vendere euro per comprare titoli europei, ma questo significa far apprezzare il dollaro e far salire i costi delle esportazioni. E ciò si ripercuote sugli esportatori europei anche in un secondo modo, dato che essi devono difendersi dai rischi sulle valute, uccidendo ulteriormente il comparto commerciale europeo.


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venerdì 1 maggio 2026

La luce sull'impero (inglese) delle ombre



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-luce-sullimpero-inglese-delle)

Le strozzature marittime sono state da sempre la punta di diamante degli imperi, dato che il commercio per mare è più efficiente di quello via terra. I grandi imperi del passato, come quello portoghese e olandese ad esempio, hanno sfruttato questo vantaggio. Nondimeno quello inglese, conoscendo anche l'importanza delle strozzature in giro per il globo. La guerra mediatica contro l'amministrazione Trump ha scalato la marcia ogni volta che uno di questi punti è stato conquistato dagli USA a danno degli inglesi. Non dimentichiamoci, inoltre, che anche a livello monetario esistono “strozzature”, come ad esempio lo era il LIBOR e lo è ancora lo Swift. Modi di intendere la liquidità diversi, ma stessa essenza: generare caos con relativa semplicità e al contempo trarre profitto dal caos.

La fase di transizione in cui ci troviamo richiederà anche il mutamento delle alleanze che per decenni sono state saldate in virtù di un nuovo giocatore davvero dominante sulla scena, non più un subordinato alla City di Londra. E badate bene, questo significa anche una riorganizzazione a livello bancario sulla scena internazionale (es. banche canadesi, banche di Hong Kong, banche svizzere, ecc.) e soprattutto a livello nazionale (es. JP Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley contro BofA, Citigroup, Mellon Bank). I rischi sono tanti come abbiamo visto negli ultimi due mesi in particolare, soprattutto sulla scia della guerra mediatica lanciata dall'impero inglese per gettare fumo su quanto stia accadendo nel sottobosco finanziario e geopolitico. Ma così come bisognava disinnescare la guerra civile facendo scoppiare in anticipo le proteste di piazza sulla scia dello scandalo Minnesota, allo stesso modo il proxy inglese “Iran” doveva essere disinnescato prima delle elezioni di medio termine affinché Londra e Bruxelles potessero essere assediate e gli USA abbiano la possibilità di schivare il proverbiale proiettile d'argento elettorale che invece ha colpito l'Ungheria.

Tutto ciò che ha fatto finora l'amministrazione Trump è stato calcolato per arrivare al punto attuale, non ultimo il Board of Peace in grado addirittura di unire sciiti e sunniti (il cui astio in passato è stato alimentato dalla City di Londra per trarvi profitto), elemento la cui assenza non avrebbe garantito agli USA il vantaggio tattico sul territorio che hanno. Non solo, ma bisogna aggiungere che l'Operazione speciale americana in Iran non è nata dalla sera alla mattina, bensì è sempre stata un'opzione in seno all'amministrazione Trump, dato che il Dipartimento del Tesoro ha lavorato per un anno per tracciare i legami dell'IRGC col sistema bancario internazionale (in particolare le banche svizzere).

Una intricata rete di legami politici, narcotraffico e denaro che corre indietro nel tempo, come minimo, all'Irangate degli anni '80 ed è proseguita fino ai giorni nostri con Hezbollah, Venezuela e altri. E badate bene, la CIA nemmeno è un monolite; anche al suo interno esistono fazioni che possono essere infiltrate, soprattutto dall'MI6. Operazione resa più agevole dal fatto che una parte del bilancio dell'agenzia d'intelligence statunitense è nascosta addirittura allo scrutinio del Congresso e del Presidente. A ciò aggiungiamo le connessioni finanziarie degli ayatollah con la City di Londra, il riciclaggio di denaro tramite le banche turche/inglesi, e l'accesso a nuovi proventi tramite Hezbollah e i suoi legami coi cartelli della droga sudamericani.

I giocatori in questa partita non devono per forza avere tutti gli obiettivi in comune: chiaramente alcuni si sovrappongono tra Stati Uniti e Israele & City di Londra e IRGC. Ci sono in ballo interessi comuni e altri che divergono leggermente, ma questo assicura che l'Iran non vorrà farsi annichilire del tutto. Così come Dubai, avamposto designato dalla City di Londra per traslocare i propri affari e rimanere schermata con quello che sarebbe dovuto essere l'ombrello nucleare iraniano, ha deciso di tagliare i ponti con gli inglesi e accettare la bonifica statunitense. Il Regno Unito non ha più la capacità di proiettare forza tramite il suo esercito e lo fa, invece, tramite il mondo della finanza e degli Stati profondi. In questo senso l'IRGC è uno strumento potente, l'élite israeliana è uno strumento potente, i neocon americani sono uno strumento potente, ecc. Nel momento in cui si realizza che essi rischiano di diventare asset in rapido deprezzamento, o li si sua subito oppure si perde la loro influenza, soprattutto in virtù del progetto A(merica)-R(ussia)-C(ina) che prende sempre più forma e si concretizza materialmente. La piovra che sta combattendo l'amministrazione Trump è esattamente questa, gli aspetti militari del conflitto in Iran sono sostanzialmente uno spettacolo secondario.

Tutte le infrastrutture pubbliche che vengono attaccate, ovvero ponti, raffinerie, impianti di fertilizzanti, ecc., hanno lo scopo di creare uno shock a livello di catene di approvvigionamento dato che la City di Londra continua a perdere la sua fonte di denaro facile a livello privato (es. CJNG) e a livello pubblico.

Questa è una piovra pluritentacolare che ha ramificazioni molto, molto profonde: pensate ad esempio ai modi con cui riesce ancora a canalizzare denaro e risorse dure dagli Stati Uniti tramite la sua partnership con lo Utah (e i mormoni aggiungerei). Ecco perché uno degli obiettivi interni sarà quello di avere un dollaro a circolazione nazionale separato da quello a circolazione internazionale, il quale avrà un premio (una copia dello yuan onshore e offshore). E questa è solo una rampa di lancio, perché la riorganizzazione del biglietto verde necessita al contempo anche della riorganizzazione dei metalli preziosi (cosa che sta accadendo col drenaggio della LBMA) e, cosa più importante di tutte, con la riorganizzazione del mercato del petrolio. Da qui il differenziale che sta sviluppando di recente tra il Brent e il WTI, dove è l'offerta fisica che sta impostando adesso il prezzo al margine (non più l'offerta sintetica).

Potete vedere questa riorganizzazione svilupparsi anche in quei Paesi del Golfo che hanno stretto un accordo con gli USA: non più elementi subordinati come accadeva prima quando la City di Londra controllava totalmente il braccio armato di Washington, ma elementi alla pari che si parlano tramite accordi commerciali. Infatti cos'era prima il Qatar se non un fornitore di gas all'Europa/Regno Unito? Cos'erano gli Emirati Arabi Uniti se non l'ennesimo hub da cui riciclare denaro sporco per Europa/Regno Unito? Cos'era l'Oman se non una fucina per le operazioni in zona dell'MI6? A tutti questi Paesi è stato offerto un accordo che hanno accettato, ecco perché, diversamente da certi analisti che costruiscono lo spaventapasseri “i Paesi arabi abbandoneranno gli USA”, questa realtà rimarrà una loro illusione. Lo stesso tipo di accordo è stato presentato all'Iran: biforcare i proventi del petrolio affinché l'IRGC venga tagliato fuori ed essi confluiscano verso il governo in carica e la popolazione. Nessun cambio di regime, nessun governo fantoccio; un assetto come quello lasciato in Venezuela.

E a proposito del Paese sudamericano, guardate il seguente grafico.

Altra pietra tombale sulla capoccia dei disfattisti degli USA, talmente tanto tronfi di commentare i presunti insuccessi militari che si sono lasciati sfuggire la vera storia: le rotte commerciali del petrolio. Controllando il flusso di petrolio, si controlla anche la valuta in cui viene trattato. La maggior parte delle nazioni arabe appoggia la campagna statunitense contro l'Iran ed è importante sottolineare che il loro impegno in materia è stato messo alla prova e ha retto. La rimozione del presidente venezuelano Maduro, poi, e l'influenza sul petrolio venezuelano fanno parte della stessa strategia. Gli Stati Uniti controllano le riserve petrolifere dell'emisfero occidentale e hanno a disposizione più petrolio di tutta l'OPEC messa insieme, esercitando così un enorme potere di leva per mantenere il prezzo del petrolio in dollari. Una volta rimossi gli intermediari in questo mercato si stabilizzano anche le pressioni finanziarie interne, permettendo ai capitali in entrata di acquietare tutte quelle voci che già davano per spacciati gli USA sulla scia del rollover da $10.000 miliardi del loro debito.

Il silenzio assordante di Cina e Russia riguardo l'accordo siglato dagli americani su Hormuz ci racconta una storia. I cinesi, in particolare, vogliono azzerato il premio di rischio sulla loro base manifatturiera. Ovviamente il problema qui non è l'offerta, la quale ce n'è in abbondanza, bensì la logistica. Il prezzo sale solo per questo fattore, altrimenti avremmo assistito a una situazione simile a quella del 2020 in cui i prezzi dei futures finirono in territorio negativo. Quando suddetta abbondanza inizierà a muoversi, e lo farà solo quando Trump darà l'ordine, i mercati saranno invasi e il prezzo dell'oro nero colerà a picco. Il vantaggio cinese di pagare prezzi all'ingrosso per il petrolio scomparirà dato che essi saranno molto vicini a quelli al dettaglio.

Per 4 anni la Cina ha portato avanti un tira e molla nei confronti della Russia sul prezzo del gasdotto Siberia 2, dato che i cinesi volevano lo stesso prezzo pagato per Siberia 1. Chiaramente avevano potere di leva perché pagavano un prezzo all'ingrosso per il petrolio grazie a Venezuela e Iran. L'intervento di Trump, adesso, farà pagare ai cinesi il prezzo al dettaglio per l'energia, non più all'ingrosso. Ecco perché i cinesi sono corsi a contrattare coi russi su Siberia 2 nel momento in cui Hormuz è stato “chiuso”. Diversamente da quello che leggete sulla stampa, o dai ridicoli commenti dei canali d'informazione alternativi sui suoi post su Truth, Trump sa cos'è il potere di leva e quali sono i punti deboli dei competitor degli USA. La Cina, infatti, ha bisogno di sicurezza energetica, perché non ottiene più favori da Venezuela e Iran: gli Stati Uniti stanno diventando coloro che impostano il prezzo al margine. Sganciare i russi dalla subordinazione nei confronti dei cinesi è uno di quei punti su cui secondo me Trump e Putin hanno concordato quando si sono incontrati in Alaska l'anno scorso. I russi, all'indomani della guerra in Ucraina, erano consapevoli del loro ruolo una volta che si sarebbero alleati coi cinesi; in questo modo Trump ricuce quei legami che si erano strappati sulla scia delle scelte scellerate in politica estera dell'amministrazione Biden/cricca di Davos.

Infatti gli Stati Uniti vogliono un prezzo più basso della materia energia; è la City di Londra, invece, a spingere su il prezzo, esito alimentato non solo a livello finanziario tramite l'offerta sintetica del Brent, ma anche tramite la “chiusura” di Hormuz quando Lloyd's ha smesso di assicurare le navi. Assetto perdurato fino a quando gli USA non sono stati in grado di riprendere le redini della situazione alimentando al contempo la guerra civile all'interno dell'IRGC.

Giunti a questo punto tutto ruota attorno a un solo aspetto: come si crea un equivalente di una Delci Rodriguez in Iran. Come ripetuto spesso, stiamo parlando di un'operazione di grandezza superiore rispetto a quella venezuelana, considerando soprattutto tutti i nodi gordiani che si porta dietro data la sua importanza per le strategie mondiali di Londra e Bruxelles. Per quanto si continuasse a dire che ci fosse un accordo con gli iraniani, in realtà c'era la bozza di un accordo e questo significa automaticamente che se, ad esempio, Trump sta negoziando con Aragchi e forse trova una intesa con lui, non significa che una volta che egli torna in patria è in grado di farlo valere per tutte le altre fazioni che imperversano nel Paese. La stampa, invece, getta ulteriore benzina su questo diffondendo FUD e facendo passare per incapace l'amministrazione Trump, piuttosto che concludere logicamente che forse, e dico forse, Aragchi ha una pistola puntata alla testa... Se dobbiamo ridurre il teatro di guerra a soli due giocatori, allora quelli sono Washington e la City di Londra. E il premio sono i flussi monetari ed energetici in tutto il mondo. Possiamo quindi escludere la sciocca teoria secondo cui è Israele in realtà ad aver trascinato in guerra gli Stati Uniti, o che esso è in grado di pilotare ad hoc gli stessi Stati Uniti.

Queste due notizie (1, 2), apparentemente slegate, rappresentano l'esempio per eccellenza con cui gli inglesi controllavano da dietro le quinte il mondo intero. Non è affatto un caso che sia gli USA sia Israele abbiano smesso di condividere informazioni di intelligence con Londra. Quest'ultima ha sempre alimentato il gioco “Divide et impera” per creare caos (e trarre profitto dai premi di rischio), in modo da generare le condizioni a essa favorevoli per portare avanti la propria agenda. La “profezia” di Kissinger riguardo la scomparsa di Israele non era una premonizione sul futuro da parte di una persona lungimirante, ma ciò che era nelle intenzioni di globalisti come lui per modellare un mondo a immagine dei loro interessi. Questo a sua volta significa che Israele sarebbe diventato un asset in rapido deprezzamento da essere lanciato nella mischia nel momento in cui i tempi sarebbero stati maturi. E quei tempi sono arrivati nell'ottobre 2023, quando Netanyauh è stato convinto da Londra a “lasciar accadere” il 10/7 affinché avesse poi una giustificazione preziosa con cui far fuori definitivamente Hamas. Trump all'epoca era ancora fuori dai giochi ed era incerto il suo ritorno. Purtroppo per Bibi, alla falange qatarina di Hamas venne invece dato l'ordine di calcare la mano rispetto a quanto era stato invece promesso a lui. L'obiettivo inglese era quello di mettere a ferro e fuoco la regione, scommettendo sulla vendetta di Netanyauh.

Una volta realizzato cosa stava accadendo, ritengo che tutte le azioni effettuate da Netanyauh dopo quell'evento siano state indirizzate a difendere la nazione e contrastare i piani inglesi. Perché si può dire tutto di Netanyauh, ma non che non sia un patriota. Il caos nella regione era l'innesco ideale, poi, per permettere agli affari inglesi di delocalizzarsi in Medio Oriente, per la precisione a Dubai, e delocalizzare i flussi finanziari della City di Londra nel Golfo persico sotto l'ombrello nucleare dell'Iran. Il ricongiungimento dell'Inghilterra poi con l'UE avrebbe creato un canale diretto con essa, con cui portare avanti il processo di esclusione della Russia. Il Qatar sarebbe diventato un gasdotto per entrambe e l'Oman come avamposto delle azioni di intelligence dell'MI6. Nel frattempo l'alleanza con l'IRGC avrebbe fornito agli inglesi anche il controllo sull'altra sponda del Golfo persico.

Non è finita qui, perché la censura di tutte le altre fonti di petrolio (soprattutto quelle russe) avrebbe concentrato il flusso di petrolio mondiale nello Stretto di Hormuz. E in questo schema rientra anche il collasso delle raffinerie sulla costa occidentale statunitense, costringendo la California a diventare un importatore di energia. In quest'ottica era fondamentale impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari; in quest'ottica si capisce a chi faceva riferimento Obama quando avallò il JCPOA; in quest'ottica si capisce perché Russia e Cina sono stati ai margini durante la guerra dei 12 giorni e l'operazione americana in Iran. Si trattava semplicemente dell'inizio della fine del ricatto iraniano, del ricatto della volatilità del petrolio che per decenni gli inglesi hanno portato avanti per riciclare il proprio Impero. Quando si legge il 10/7 come un incidente voluto, allora si vedono a cascata tutte le conseguenze con un'ottica molto più logica: Londra ha tradito Netanyauh, quest'ultimo ha ritorto le sue azioni contro Londra e Trump ha colto la palla al balzo per mettere ordine nei Paesi del Golfo. Non solo, ma questa chiave di lettura fornisce ulteriore contesto al motivo per cui Russia e Cina sono rimasti a bordo campo. Infatti il centro del mondo smetterà di essere l'Europa, soppiantata dal Pacifico e dall'Artico.

Se prendete un mappamondo, quali sono quelle tre potenze che si incrociano in quella parte dell'emisfero terrestre?

Ma non dimentichiamoci dei flussi, la chiave di tutta questa storia. Mentre la stampa e i canali d'informazione alternativi fantasticano di una de-dollarizzazione imminente a causa della “disfatta” americana in Iran, nonostante a marzo le transazioni internazionali abbiano fatto segnare un uso record (+51,1%) del dollaro da 4 anni a questa parte, una storia poco battuta è quella dell'ancoraggio tra il dollaro di Hong Kong e il dollaro statunitense. Dallo scorso autunno suddetto ancoraggio si è rotto, portando l'USD/HKD oltre i 7.8, e ciò segnala stress finanziario e monetario all'interno dei flussi del Forex intermediati dalla City di Londra.

Hong Kong è sempre stato un suo avamposto per intermediare il flusso di dollari offshore e adesso la City sta perdendo la partita non solo a livello di prosciugamento dei fondi in eurodollari in circolazione, ma anche di riorientamento dei flussi monetari lontano dall'intermediazione londinese e a esclusivo vantaggio di Washington tramite Tether. La capillarizzazione del dollaro e l'inclusione degli unbanked tramite la digitalizzazione del dollaro è l'ultimo chiodo nella bara in quel campo che permetteva alla City di Londra di finanziare il proprio Impero delle ombre. La stablecoin sul dollaro di Hong Kong oggi, e possibilmente quella di Singapore domani, sono un tentativo disperato di stare al passo coi tempi e puntellare un Impero finanziario in disfacimento.

La de-dollarizzazione è la foglia di fico della propaganda inglese per nascondere la vera storia: la de-finanziarizzazione e il relativo ridimensionamento dell'Impero inglese.


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martedì 1 aprile 2025

Trump non può permettere che l’Europa trascini a fondo gli Stati Uniti

La stampa (inglese) ci sta dando dentro alla grande, visto che ci sono tanti devastati mentali che parlano di “nazismo” negli USA e ritengono che essi “abbiano abbandonato” l'Occidente. Gli inglesi sono sempre stati dei maestri in questo: “Divide et impera”. Adesso più che mai è importante avere ben in mente un solo e unico obiettivo principale: mandare in bancarotta la “cricca di Davos”. Farà di tutto pur di sopravvivere, come abbiamo visto con la tentata intermediazione dei titoli sovrani americani a Londra e il “proxy” canadese per accedere, attraverso una nuova “backdoor”, al mercato degli eurodollari. Il caos e la confusione che suddetta stampa alimenta è propedeutica a un sempiterno scontro ricercato tra USA e Russia da parte della “cricca di Davos”. Questa è gente pericolosa e lo stiamo vendendo da come accelerano le cose in Europa, verso il peggio, dove lo stato di diritto è ormai un orpello che si può tranquillamente buttare nella raccolta dell'umido. Come ho descritto nei Capitoli 5 e 6 del mio ultimo libro, “Il Grande Default”, il sistema post-Seconda guerra mondiale è giunto alla fine e questo la classe dirigente lo sa: la scelta è duplice, un arretramento dello stato amministrativo o una caduta nel baratro del “tecno-comunismo”. Quest'ultimo è il futuro che stanno scegliendo l'Europa e l'Inghilterra. Gli USA, invece, si stanno muovendo verso qualcosa che è vagamente libertario e individualista; una cosa è certa, rifiutano la visione dei “globalisti” e questo è già tanto. Perché se si aggiusta questo problema, se si chiudono le scappatoie attraverso le quali i “globalisti” ottengono finanziamenti gratis, allora vengono risolti in un colpo solo una miriade di altri sotto-problemi. Ad esempio, il più grande mercato di intermediazione delle valute è a Londra. Il denominatore comune nel Forex è la sterlina. Nel momento in cui c'è un sistema che è stato creato “ad hoc” per sostituirsi allo SWIFT, il tuo business è pericolosamente a rischio. Oppure mentre i cialtroni dell'“eurospazzatura” chiacchierano, gli USA fanno i fatti. Che la corsa nell'industria tecnologica fosse solo a due (USA e Cina) era chiaro anche alle creature monocellulari, ma in questo modo, oltre a specializzare ulteriormente la propria offerta di prodotti, gli Stati Uniti possono concentrarsi esclusivamente sulla produzione senza dover sprecare risorse a “difendere” nazioni estere. L'emancipazione dalla narrativa “difendere Taiwan” diventa indirettamente un'offerta di collaborazione commerciale con la Cina. A questo punto inizia a chiarirsi un altro aspetto: la presunta autarchia degli USA, i dazi e le “annessioni” di Canada/Messico, altro non sono che la liberazione da tutte quelle appendici che venivano usate dalla narrativa guerrafondaia per impedire alla nazione di esprimere il suo pieno potenziale e quindi tenerla continuamente in uno stato di spesa frenetica per servire obiettivi oltreoceano: Londra e Bruxelles.

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di Connor O'Keefe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trump-non-puo-permettere-che-leuropa)

I leader dei governi europei sono molto arrabbiati con la nuova amministrazione Trump. Innanzitutto il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha affermato che un ritorno ai confini tra Ucraina e Russia precedenti al 2014 è un “obiettivo irrealistico” e che i leader europei non dovrebbero dare per scontato che le truppe americane saranno presenti sul continente per sempre.

Poi, il vicepresidente JD Vance, ha tenuto un discorso a una conferenza sulla sicurezza in Germania, in cui ha ammonito i governi europei per aver ripetutamente violato i principi liberaldemocratici che proclamano a gran voce di difendere. Ha citato il recente ribaltamento di un'elezione in Romania dopo che il risultato era andato contro ciò che il governo in carica e i suoi alleati dell'Europa occidentale volevano, così come una pletora di repressioni del dissenso politico da parte di alcuni degli alleati più stretti di Washington nel continente.

Infine il presidente Trump ha annunciato che il governo degli Stati Uniti avrebbe avviato colloqui diretti con il governo russo per negoziare la fine della guerra in Ucraina. Questi colloqui sono iniziati senza alcun coinvolgimento da parte di altri governi europei, tra cui l'Ucraina stessa.

Inutile dire che tutte queste dichiarazioni e sviluppi hanno fatto arrabbiare molto i leader europei, evidentemente convinti che gli Stati Uniti avrebbero continuato a schierare truppe, inviare armi e fornire finanziamenti per la sicurezza del continente, lasciando che i loro governi potessero agire come volevano e trattandoli come i principali attori della guerra per procura che abbiamo finanziato.

Da tutte le prove l'obiettivo dell'amministrazione Trump è di fare pressione sui governi europei affinché spendano di più i soldi dei loro contribuenti per finanziare la NATO. Un onere non indifferente dato che l'Europa è in questo momento immersa in un declino autoinflitto, e i contribuenti statunitensi non dovrebbero essere costretti a prendervi parte.

Da una prospettiva americana, il declino dell'Europa è tragico, poiché alcuni degli aspetti migliori delle nostre istituzioni e della nostra cultura possono essere ricondotti al periodo dell'ascesa dell'Europa.

Dopo la caduta dell'Impero romano, l'Europa occidentale si frammentò in molte piccole unità politiche. I territori relativamente piccoli di questi stati, insieme alla presenza di forti istituzioni non statali come la Chiesa e una classe mercantile internazionale, significavano che il potere era altamente decentralizzato.

Come hanno dimostrato studiosi del calibro di Ralph Raico, Nathan Rosenberg e L. E. Birdzel Jr., l'assetto altamente decentralizzato dell'Europa nel Medioevo fu il fattore principale nel generare la prosperità che ha poi dato all'Occidente più potere e uno standard di vita più sicuro e confortevole rispetto a qualsiasi altra civiltà nella storia. Un rispetto per i diritti della proprietà privata contribuì a creare un sistema giudiziario che amplificò ulteriormente il successo dell'Occidente.

Sfortunatamente l'immensa quantità di ricchezza permise anche agli stati di sottrarne una parte e di diventare molto potenti. Il principale tra questi era il governo britannico, il quale utilizzò la ricchezza del suo popolo per costruire il primo vero impero che si estendeva su tutto il globo. Le classi dominanti britanniche e di altre nazioni europee presentavano i loro governi sfarzosi e l'espansionismo straniero come un segno di gloria nazionale, ma l'ascesa di questi grandi e potenti stati rappresentava il costante abbandono delle stesse istituzioni che avevano alimentato la crescita dell'Europa.

La sorprendente produttività della Rivoluzione industriale tenne in piedi la festa per tutto il 1800, ma, come è noto, nel 1914 quasi tutta l'Europa venne trascinata nel conflitto più grande e sanguinoso che il mondo avesse mai visto. La brutalità della guerra e la sconfitta decisiva delle Potenze centrali, causata dall'ingresso non necessario degli Stati Uniti, prepararono il terreno per l'ascesa dei nazisti e la Seconda guerra mondiale, la quale cancellò ciò che restava del potere europeo.

Nei decenni successivi gran parte dell'Europa occidentale sprofondò al punto di diventare di fatto vassalli di Washington, allontanandosi ancora di più dalle istituzioni decentralizzate e dal rispetto dei diritti di proprietà privata. Il che ci porta alla situazione europea che Trump, Vance e Hegseth hanno affrontato di recente quando hanno preso le redini del governo americano.

I governi dell'Europa occidentale hanno istituito il totalitarismo in nome della prevenzione dell'ascesa del totalitarismo e hanno costruito un'altra grande rete di garanzie di guerra in nome della prevenzione di un'altra guerra mondiale. L'establishment europeo è ancora talmente traumatizzato dalla Seconda guerra mondiale che si comporta come se la storia fosse iniziata nel 1933 e ignora tutte le lezioni importanti da prima di quella data.

Dopo i commenti di Vance, i funzionari europei si sono presentati davanti alla stampa e hanno montato un'appassionata difesa della loro repressione del dissenso. E mentre Trump si muove finalmente per porre fine al coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina, i leader europei si stanno affannando per trovare modi per raddoppiare in modo indipendente lo stesso assetto che ha contribuito a causare la guerra in primo luogo.

Il declino dell'Europa è una cosa triste da guardare, ma la reazione dei funzionari europei a Vance che li ha chiamati in causa su alcuni aspetti di tal declino conferma che le persone attualmente al comando della nave UE non cambieranno direzione tanto presto.

Se l'Europa è davvero intenzionata a ripiombare nell'oscurità attraverso il totalitarismo, la stagnazione economica, o scatenando una nuova guerra che coinvolgerà l'intero continente, i contribuenti americani non dovrebbero essere costretti a dare il loro contributo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 30 gennaio 2025

Perché una riserva strategica di Bitcoin negli Stati Uniti è fondamentale per difendersi dalla Cina

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato "fuori controllo" negli ultimi quattro anni in particolare. Questa è una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa è la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso è accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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da Coindesk

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/perche-una-riserva-strategica-di)

La finanza è sempre più un'arma di guerra. I policymaker negli Stati Uniti e i nostri alleati si concentrano troppo su strumenti macroeconomici come le sanzioni e la promozione del dollaro, quando invece il fronte moderno si sta evolvendo: oggi le vere battaglie si combattono sugli smartphone e sui mercati valutari globali.

La Cina sta portando avanti un piano pluridecennale per sostituire la più grande risorsa degli Stati Uniti: il dollaro. Esso è essenziale per il potere economico e geopolitico degli Stati Uniti in quanto valuta di riserva mondiale; senza, la nostra influenza si indebolirebbe e il nostro debito diventerebbe un problema ingestibile. Questo è esattamente ciò che vogliono il Partito Comunista Cinese e il Cremlino.

La Cina e la Russia hanno perso miliardi di dollari in titoli del Tesoro americani, mentre aumentavano le loro riserve di oro. Le nostre sanzioni, concepite per separare i Paesi dal sistema economico “occidentale”, non sono più un deterrente sufficiente per coloro che possono controllare l'attività finanziaria all'interno dei loro confini e proiettare il loro potere all'esterno.

Gli avversari autoritari, tra cui Cina, Iran e Russia, stanno attivamente costruendo sistemi economici transfrontalieri paralleli che attireranno nella loro orbita non solo i Paesi vicini, ma anche i nostri alleati che commerciano molto con loro.

Ad esempio, oltre la metà delle aziende in Giappone accetta Alipay, mentre più di un terzo accetta WeChat Pay. Questa distribuzione offre a due aziende cinesi una visibilità senza precedenti sulle singole transazioni di mercato dei consumatori e delle aziende giapponesi. Potrebbe consentire alla Cina di sconvolgere l'economia giapponese se le tensioni dovessero aumentare, come in un potenziale conflitto su Taiwan.


Come possono rispondere gli Stati Uniti

La Cina vede la tecnologia finanziaria e le criptovalute come strumenti per estendere il proprio potere finanziario e la propria sorveglianza a livello globale. Gli Stati Uniti devono rispondere in due modi: esportare la loro tecnologia e i loro sistemi finanziari in tutto il mondo e abbracciare Bitcoin come asset di riserva strategica invece di soffocarne l'innovazione.

Legislatori e politici di entrambe le fazioni, in particolare il presidente Donald Trump, riconoscono il potere di detenere Bitcoin nel bilancio della nazione come copertura contro l'inflazione. Questa direzione rafforzerebbe anche la resilienza degli Stati Uniti contro le sfide economiche poste dalle strategie finanziarie della Cina.

La Federal Reserve, come molte banche centrali, detiene un portafoglio diversificato di asset di riserva. A partire dal 2024 questo ha incluso circa $35 miliardi in valute estere e $11 miliardi in azioni aurifere. Tali partecipazioni dimostrano la forza economica dell'America e forniscono liquidità durante le tensioni finanziarie. Tuttavia, nel nostro mondo in rapida digitalizzazione, l'assenza di un asset digitale nativo in questo portafoglio sta diventando sempre più evidente.

Con la sua portata globale e la crescente adozione, Bitcoin è il candidato ideale per colmare questa lacuna. Spesso chiamato “oro digitale”, Bitcoin è una merce rara. Gli Stati Uniti sono il più grande stato a detenerlo, avendone sequestrati 210.000 dai criminali. Ciò conferisce agli Stati Uniti un vantaggio da pionieri e potrebbe garantire il loro futuro economico.

I critici potrebbero sostenere che la volatilità di Bitcoin lo rende inadatto come asset di riserva. Tuttavia questa volatilità diminuirà con la crescita dell'adozione e la maturazione del mercato. Nel 2021 El Salvador ha riconosciuto Bitcoin come moneta a corso legale e ha iniziato ad acquistarlo come asset di riserva; ha visto un aumento del 100% del proprio valore e non ha intenzione di venderli.


Una guerra su più fronti

Gli Stati Uniti devono riconoscere che siamo già in una guerra su più fronti contro la Cina. Uno di questi fronti sono i servizi finanziari e le criptovalute sono un'arma nel nostro arsenale. Perdere questa battaglia significa che i servizi finanziari globali e l'attività finanziaria individuale sarebbero dominati da stati avversari concentrati sul controllo capillare, la sorveglianza e il predominio, nonché un continuo attacco alla nostra valuta.

Trump lo ha capito e lo scorso luglio ha dichiarato a Bloomberg: “Se non lo facciamo, la Cina passerà in vantaggio [su Bitcoin]”.

Per proiettare il potere finanziario americano è anche necessario che il governo federale dia potere, consenta e incoraggi il nostro settore economico privato a interagire con le economie contese in tutto l'Indo-Pacifico e oltre. È essenziale espandere l'uso dei nostri sistemi di pagamento, banche e dollari, anche laddove è controverso.

In questo momento i nostri avversari stanno vincendo, perché non stiamo nemmeno giocando. Stanno esportando i loro sistemi, istituzioni e strumenti di sorveglianza in tutto il mondo. Nel frattempo abbiamo fatto poco, perché TikTok, una seria minaccia alla nostra sicurezza nazionale, affascina un'intera generazione di americani. Dobbiamo fare lo stesso con la tecnologia finanziaria, perché nessun'altra stoccata sarebbe più grande per i nostri nemici.

Gli Stati Uniti dovrebbero usare più esplicitamente la tecnologia finanziaria e le criptovalute come armi. Ad esempio, dovremmo sostenere la tecnologia finanziaria decentralizzata che consente ai cittadini di governi ostili, come l'Iran, di usare gli smartphone per accedere a stablecoin e servizi di pagamento basati sui dollari, al fine di iniziare a separare la loro attività economica dal controllo del loro governo. In sostanza, il potere riguarda il controllo, non solo della polizia o della sicurezza nazionale, ma anche delle risorse e delle economie.

Il mondo è a un bivio finanziario. La domanda non è se le valute digitali plasmeranno il futuro, ma come ci adatteremo a questa nuova realtà. Gli Stati Uniti possono plasmare questo futuro adottando Bitcoin come asset di riserva. Il momento per un'azione coraggiosa è adesso e i benefici per la stabilità finanziaria globale, e l'innovazione, potrebbero essere profondi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 18 dicembre 2023

Le insidie nell'attuale guerra finanziaria mondiale

L'articolo di oggi vuole essere l'ennesima pistola fumante a supporto di una tesi sposata a lungo su queste pagine: esiste una fazione avversa all'America stessa oggi che la governa. In caso contrario, non si spiega razionalmente il motivo per cui coloro che dovrebbero salvaguardare il benessere fiscale della nazione, la stiano facendo sprofondare volontariamente. Ciò si spiega con logica coerenza se si presume che coloro che fanno parte dell'amministrazione attuale non siano altro che vandali, il cui scopo è distruggere gli USA. Mi riferisco ovviamente alla cricca di Davos, i cui infiltrati sono in entrambi gli schieramenti politici e nel tempo hanno dimostrato di essere ottimi compagni di letto (es. Bohener, McCarthy/McConnel, Johnson, ecc.). Solo la Federal Reserve sta dimostrando, invece, di opporsi alla calamità fiscale che viene attivamente promossa da Capitol Hill. È in questa chiave che dovete leggere l'articolo di oggi. La guerra tra queste due fazioni si surriscalderà ulteriormente l'anno prossimo e raggiungerà il culmine nel 2026. Ricordate, la componente finanziaria è sempre superiore a quella politica ed ecco perché se la cricca di Davos avesse messo la Brainard al posto di Powell adesso avrebbe dato scacco matto agli USA. Facendo aumentare il valore del dollaro e facendo leva sui carry trade abilitati da uno yen a prezzi ridicoli, l'effetto morsa sull'euro è schiacciante; effetto ulteriormente accentuato dal fatto che Cina e partner di scambio stanno progressivamente usando lo yuan come valuta di saldo (soprattutto nel mercato energetico) e questo contribuisce ancor di più a far arretrare l'euro. Il risultato, quindi, è la Federal Reserve che continua a fare pressione sul dollaro prosciugando biglietti verdi dall'economia mondiale e contraendo il mercato degli eurodollari (non sotto il controllo della FED ma di Londra, quindi togliendo potere agli inglesi) e i cinesi che vendono titoli di stato statunitensi per puntellare lo yuan e le loro economie satelliti, chi viene schiacciato in mezzo è l'euro, l'Eurozona e la sterlina. Chi sta cercando di sostenere, disperatamente, l'euro sono la Gran Bretagna (non a caso si fanno insistenti le voci di un'inversione della Brexit) e l'amministrazione Biden, ma il controllo sta sfuggendo di mano come abbiamo visto il mese scorso in questa intervista a Draghi. Infatti non è una questione squisitamente finanziaria, ma anche energetica laddove l'UE, a causa delle sanzioni (fallimentari) alla Russia, paga la materia energia dalle 2-3 volte in più rispetto al passato. Questa, in parole povere, è una guerra di attrito in cui la strategia è ridurre progressivamente le riserve dell'avversario. Vincerà chi avrà il fiato più lungo. Gli Stati Uniti stanno potenziando la produzione interna, ridotto le importazioni, persuaso aziende tedesche a delocalizzare sul suolo americano e continuano a sostenere l'onshoring di quelle aziende nazionali che in passato avevano delocalizzato altrove, oltre ovviamente ad avere il dollaro e una discreta capacità di produrre energia a basso costo internamente (limitata da Biden, ma facilmente ripristinabile data la natura politica di tale blocco). L'Europa, invece, non ha mai avuto una grossa capacità di produzione propria di energia e il tessuto industriale europeo è in deterioramento: la Germania, in particolar modo, è in frenata da mesi e di recente l'Italia è uscita dalla nuova "via della seta" cinese con tutte le conseguenze del caso per l'approvigionamento di semilavorati (linea di politica anche condivisibile sotto alcuni punti di vista, ma in questa fase storica non fa altro che aumentare le frizioni con la Cina che, come gli USA, ha ridotto importazioni/esportazioni in Europa). Elevati deficit di bilancio da rifinanziare, elevati costi dell'energia e fornitura di semilavorati dalla Cina in calo equivalgono a un continuo calo della produzione industriale europea da qui a tempo da definirsi. E questo panorama vi dà l'idea di chi tra Stati Uniti, nonostante i loro problemi economici, ed Europa avrà il fiato più lungo.

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di David Stockman

Eccone una che vi farà rizzare i capelli: il Tesoro degli Stati Uniti ha chiuso i conti per l’anno fiscale 2023, portando il deficit cumulativo quadriennale a $9.000 miliardi!

Proprio così: durante gli ultimi 1.461 giorni (dall'anno fiscale 2020 al 2023), lo Zio Sam ha generato  $6,2 miliardi in inchiostro rosso ogni giorno, compresi i fine settimana, le festività e i giorni di neve. Per chiunque tenga il punteggio a casa, si tratta di $4,2 milioni in inchiostro rosso al minuto.

A scopo di prospettiva, ecco quanto tempo è stato necessario per generare i primi $9.000 miliardi di debito pubblico degli Stati Uniti: ci sono voluti 43 presidenti e 219 anni per raggiungere $9.000 miliardi di debito pubblico nel luglio 2007. Quindi da lì in poi l’orologio del debito nazionale ha accelerato la sua corsa.

Valore di mercato del debito pubblico in circolazione, dal 1940 al luglio 2007

Si scopre poi che se si rimuovono tutti i fronzoli statistici dai numeri del bilancio, il deficit federale per l’anno fiscale 2023 è stato di oltre $2.000 miliardi, ovvero il doppio del livello comparabile nell’anno fiscale 2022. I numeri ufficiali, ovviamente, non sembrano altrettanto allarmanti, attestandosi a $1.400 miliardi per l’anno scorso e a $1.700 miliardi quest’anno.

Ma come ha spiegato di recente il Wall Street Journal, questo confronto è molto fuorviante perché include uno spostamento di bilancio di $380 miliardi tra i due anni. Sembra che la cancellazione del debito studentesco di Sleepy Joe sia stata registrata come “costo” nel settembre 2022, ma poi sia stata cancellata nell'anno fiscale 2023, trasformandolo in un gigantesco "risparmio"!

Quando l’amministrazione Biden ha annunciato il suo piano per condonare il debito studentesco detenuto da 40 milioni di americani nel settembre 2022, ha iscritto a bilancio il costo a lungo termine del programma: $379 miliardi in una sola volta, anche se di fatto non è stato speso denaro per quell’anno [...]. Ma nel giugno 2023 la Corte Suprema ha annullato il programma di cancellazione del debito, il che significa che la maggior parte di quel denaro non sarebbe stato effettivamente speso. Invece di aggiornare i numeri del deficit dello scorso anno, il Tesoro ha registrato i cambiamenti come un taglio alla spesa di $333 miliardi nell’agosto 2023.

Non uso alla leggera l’epiteto “statistica creativa”, ma prenotare i prossimi 50 anni per il rimborso dei prestiti studenteschi durante il solo mese di agosto 2023 equivale esattamente a questo. Tuttavia Joe Biden ha l’audacia di continuare ad affermare di aver tagliato il deficit federale!

In realtà egli è circondato dai soliti keynesiani quando si tratta di politica fiscale, ma anche loro non hanno storicamente raccomandato un aumento del deficit in un periodo di cosiddetta piena occupazione, soprattutto quando il tasso di disoccupazione ufficiale è solo del 3,8% e l’economia è ancora in difficoltà a causa della grave carenza di manodopera. Infatti il deficit da $2.000 miliardi per l’anno fiscale 2023 ammonta al 7,5% del PIL, un livello che avrebbe dovuto verificarsi solo nel momento più oscuro di una grave recessione.

Inutile dire che queste squallide cifre fiscali sono solo un ulteriore atto d'accusa contro il nefasto governo dell'Unipartito a Washington. Quando si finanzia una macchina della guerra da $1.300 miliardi, s'isolano $4.200 miliardi all’anno in previdenza sociale, Medicare e altri diritti sociali, si riempiono fino all’orlo i barili della spesa discrezionale interna, si allontana ogni idea di aumentare le entrate e si deve affrontare l’esplosione del costo degli interessi netti sul debito pubblico, il risultato sono $9.000 miliardi sotto forma di tsunami d'inchiostro rosso... e crescerà negli anni a venire.

Infatti questi numeri sono ora incorporati nella torta fiscale. Il mondo è sul punto di scoppiare in un conflitto più allargato in Medio Oriente e l’Ucraina è appesa a un filo, entrambi a causa della perfidia neoconservatrice degli ultimi decenni. Quindi il budget complessivo per la sicurezza nazionale da $1.300 miliardi (es. Dipartimento della Difesa, assistenza e operazioni di sicurezza internazionali, veterani) non potrà far altro che salire.

Nel frattempo Donald Trump ha virtualmente bloccato la nomina repubblicana anche se finisse dietro le sbarre prima del novembre 2024. Comunque andrà a finire prevarrà l'undicesimo comandamento del partito repubblicano: non toccare la previdenza sociale o l’assistenza sanitaria statale, anche se costeranno $34.000 miliardi nel prossimo decennio; i loro fondi fiduciari saranno insolventi entro l’inizio del prossimo decennio e migliaia di miliardi di questi benefici rappresentano pagamenti, non un ritorno sulle imposte versate da contribuenti nel corso della loro vita lavorativa.

Per quanto riguarda la “piccola” parte del bilancio (meno del 15%) chiamata “spesa discrezionale non legata alla difesa”, il partito repubblicano ha già firmato i suoi documenti di confessione: tra l’anno fiscale 2017 (l’ultimo bilancio di Obama) e l’anno fiscale 2021 (il bilancio finale di Trump), questa componente fiscale è aumentata da $610 miliardi a $895 miliardi. Si tratta di un aumento del 47% in un momento in cui il partito repubblicano controllava il diritto di veto alla Casa Bianca e in una o entrambe le camere del Congresso.

E poi si arriva alla ciccia, vale a dire, l’impennata del costo del servizio del debito a causa della normalizzazione a lungo ritardata, ma non ancora completata, dei tassi d'interesse.

Semmai ci fosse qualche dubbio sul fatto che Washington stesse vagando in un Paese dei balocchi grazie alla drastica soppressione dei tassi d'interesse da parte della FED, i dati relativi al costo medio ponderato del servizio del debito dovrebbero risolvere la questione.

Alla vigilia dell’anno fiscale 2020 e della summenzionata esplosione del debito pubblico da $9.000 miliardi che ne è seguita, il debito federale detenuto dal pubblico era già più che triplicato: da $5.000 miliardi alla fine del 2007 a quasi $17.000 miliardi alla fine dell’anno fiscale 2019. A causa della ZIRP, il tasso d'interesse medio ponderato sul debito federale era solo del 2,5% al ​​30 settembre 2019.

Poi è arrivata l’esplosione dei finanziamenti, ma, mirabile dictu, il costo del servizio del debito federale ha continuato a diminuire. All’inizio di marzo 2022, quando la FED si è finalmente concentrata sulla lotta all’inflazione, il tasso d'interesse medio ponderato ha raggiunto solo l’1,56%!

Proprio così. Washington era nel mezzo della più grande frenesia di spesa e d'indebitamento della storia, ma grazie alla FED il rendimento medio del debito pubblico era sceso del 40%.

Da allora la realtà si è intromessa dolorosamente: entro la fine dello scorso agosto 2023 il costo ponderato era al 2,92%, di conseguenza il tasso annuale della spesa per interessi è salito da $578 miliardi nel terzo trimestre del 2019 a $910 miliardi nel secondo trimestre del 2023. Si tratta di un aumento del 57%, ma è appena un riscaldamento per ciò che sta arrivando.

Praticamente ogni scadenza dei titoli del Tesoro, dai buoni a 30 giorni alle obbligazioni a 30 anni, viene attualmente scambiata a +/- il 5,0%, il che significa che quando le attuali scadenza dovranno essere rinnovate, il servizio del debito aumenterà di ulteriori $500 miliardi all’anno, ancor prima che nuove migliaia di miliardi vengano aggiunte al totale del carico di debito dello Zio Sam.

E oltre a ciò, il 5% non è certamente il limite massimo sui rendimenti dei titoli del Tesoro. Dato l’indebitamento pubblico galoppante e il tasso di risparmio storicamente basso della nazione, il rendimento medio del debito pubblico probabilmente si dirigerà ancora più in alto. E questa volta non ci sarà alcun salvataggio da parte della FED, perché l'inflazione non sta scendendo, il che significa che un nuovo ciclo di “denaro facile” si sta affievolendo lungo l'orizzonte.

In questo contesto la politica economica del partito repubblicano è una favola direttamente dal Paese delle fantasie. Vale a dire, anche se vogliono ancora di più per il complesso militare e stanno prendendo a gran voce per lo stato sociale, si sentono comunque obbligati a chiedere che i tagli fiscali di Trump vengano prorogati in modo permanente quando scadranno nel 2025.

Ciò costerebbe la bella cifra di $3.500 miliardi in mancate entrate nel prossimo decennio e si aggiungeranno ai $25.000 miliardi in nuovo debito.

In breve, l'Unipartito ha affidato le finanze della nazione a una macchina fiscale apocalittica che è letteralmente inarrestabile.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 8 dicembre 2023

Dispacci dalla guerra tra la cricca di Davos e gli Stati Uniti

 

 

di Francesco Simoncelli

Ci sono due forze all'interno degli Stati Uniti che stanno spingendo in direzioni opposte: da un lato la linea di politica della FED che spinge verso una salubrità economica, dall'altro la linea di politica dell'amministrazione Biden che spinge invece verso il dissolutismo economico. Powell attraverso le sue azioni da due anni a questa parte, ovvero da quando ha garantito un premio di 5 punti base nel mercato pronti contro termine americano e ha iniziato ad attirare capitali finanziari negli USA data la fame di rendimenti decenti che permeava i mercati, ha intrapreso una strada che vuole condurre lo zio Sam a disintossicarsi da anni e anni d'interventismo monetario sconsiderato. E, ricordiamolo, le istituzioni europee non sono ben volute in questo mercato visto che, dal 2019, non è possibile porre come garanzia per i prestiti pronti contro termine asset europei. Questo, insieme all'onshoring della denominazione dei debiti tramite il SOFR, sta permettendo alla FED di applicare (almeno finora) una demolizione controllata di tutti quelle strutture economiche fatiscenti nate sulla scia della bolla del denaro facile degli ultimi 15 anni. I salvataggi, infatti, restano confinati in patria e non ci si accolla più i problemi altrui come invece succedeva con il LIBOR. Per quanto ciò possa essere, nonostante tutto, lo stesso distorcente, la portata è contingentata.

Tutto bene, potremmo dire, se la storia finisse qui. Invece c'è di più e questo di più è rappresentato dall'amministrazione Biden che invece fa parte di un altro "modo di pensare". I livelli di spesa pubblica e dissolutismo fiscale sfoggiati da Capitol Hill sono pesantemente influenzati da una inclinazione verso quella che chiamo cricca di Davos, la quale, da quando Trump e Powell sono arrivati ai posti di comando, hanno visto affievolirsi la loro presa sugli Stati Uniti. Quest'ultima era ben salda durante tutta la presidenza Obama e il governatorato Bernanke/Yellen, salvo poi venire contrastata dalle grandi banche commerciali statunitensi quando era diventato chiaro che l'obiettivo era quello di scalare ostilmente gli Stati Uniti e il suo bacino di ricchezza reale per permettere all'Europa e all'euro di diventare il nuovo riferimento a livello mondiale. La spaccatura è diventata chiara quando s'è iniziato a parlare con una certa insistenza di CBDC.

Powell è una creatura di Wall Street e, a differenza della Brainard che avrebbe dovuto prendere il suo posto, lavora per player diversi. Nelle condizioni attuali sbrogliare la matassa del debito pubblico è critico per le varie giurisdizioni, dato che rappresentano una trappola che, per inerzia, continua a succhiare ricchezza reale senza più controllo. Inutile dire che lo stato sociale è diventata una creatura a sé stante che, come un blob, continua a inglobare capitale umano e finanziario. Tutti sono preoccupati da questa macchina mortale che continua a mietere vittime e se non verrà fermata finirà per consumare anche coloro che l'hanno alimentata per scopi clientelari. La fine che fanno tutti gli schemi Ponzi.

La coordinated central banking policy mirava esattamente a questo: guadagnare tempo per incrementare il controllo capillare sulla società in modo da poter effettuare le riforme necessarie, e dolorose, per far transitare le varie economie verso un modello socio-economico simile a quello cinese. L'accettazione senza riserve del comando/controllo è un prerequisito imprescindibile in questo caso, soprattutto perché è tutto in nome del "bene pubblico". Come si fa a vendere alle masse un prodotto che presuppone l'annullamento di quelli che nel corso del tempo sono stati spacciati come vantaggi e sono diventati una consuetudine della fanfara politica durante le elezioni? Insomma, il proverbiale lungo termine keynesiano era in vista e la soluzione concordata dalle varie giurisdizioni era quella di un giubileo dei debiti con successiva emissione di perpetual bond, come strumenti finanziari caldamente raccomandati, per assicurare che gli stati fossero adeguatamente finanziati. Il prototipo di questa linea di politica è lo sconto fiscale approvato su chi investe in obbligazioni sovrane italiane, ad esempio. Per quanto tutti potessero essere d'accordo su questa linea d'azione una cambiamento epocale del genere non avviene senza sacrifici e, in particolare, senza quello degli Stati Uniti. In questo modo Europa e Cina avrebbero guadagnato in prestigio economico e commerciale.

Come accade in tute le cupole mafiose, le bande criminali stringono patti alla luce del sole e patti sottobanco, portando a tradimenti, che hanno lo scopo di avvantaggiare una certa parte a scapito di altre. L'ascesa di Trump negli Stati Uniti era figlia di tale consapevolezza. Una CBDC negli USA avrebbe significato perdita definitiva di potere nelle mani del sistema bancario commerciale e incanalamento dello stesso verso quei personaggi a livello federale a capo delle principali istituzioni: Casa Bianca e Federal Reserve. Inutile ricordare che la cricca di Davos ha lavorato negli anni per infiltrare opportunamente suoi lacchè nelle varie sale dei bottoni. In questo modo gli USA sarebbero stati bersagli facili e sul loro cadavere sarebbe potuta nascere una nuova società mondiale. La contromossa è stata quella d'iniziare i lavori per implementare il SOFR nel 2017 e poi, nel 2019, per sbattere fuori dai mercati dei prestiti statunitensi le garanzie europee. In sintesi è iniziata una guerra tra valute e sin da allora è stata un'escalation dopo l'altra, come ha evidenziato la chiusura dei rubinetti degli eurodollari. La guerra che sta combattendo Powell, infatti, non è nel mercato che tutti vedono, ma in quello che non vedono: il sistema bancario ombra. La vera contrazione del credito sta avvenendo qui.

Un compito titanico, inutile dirlo, che ha mandato talmente a carte quarantotto i piani presumibilmente ben congegnati da parte della cricca di Davos da lanciare una psy-op dietro l'altra, a cominciare dalla crisi sanitaria del 2020, per tirare per la giacchetta la FED affinché continuasse a svolgere il ruolo di salvatore del mondo... a spese dei contribuenti statunitensi. Poi, però, è arrivato il SOFR e questo ruolo è stato dismesso. Di conseguenza la cricca di Davos ha seminato zizzania in alcune parti del mondo, come Ucraina e Medio Oriente, affinché il Ministero del Tesoro USA avesse scuse continue per approvare deficit di bilancio crescenti e inviare risorse monetarie all'estero (debitamente riciclate nelle proprie mani). La guerra cinetica, quindi, non è altro che un movente per far impantanare gli USA in avventure belliche all'estero affinché continuino a spendere e i dollari continuino a fluire, dato che la FED non è più connivente. Ecco perché ci sono voluti mesi e mesi prima che venisse rinnovato il secondo mandato di Powell ed ecco perché le vere elezioni che contano non saranno quelle dell'anno prossimo, bensì quelle del 2026 quando dovrà essere rinnovato il governatore della FED. Se volete ulteriori prove a supporto delle mie tesi vi basti pensare che in questo momento storico non ci sarà alcuna CBDC negli Stati Uniti, infatti FedNow non è affatto un'architettura per implementarne una; poi ci sono le rimesse della FED nei confronti del Ministero del Tesoro, flusso negativo da quando è iniziato il ciclo di rialzi dei tassi.


MISSIONE (NON ANCORA) COMPIUTA

Gli avvertimenti nei confronti dell'economia statunitense, come quelli lanciati da Dimon di recente, non rappresentano un monito per la nazione in quanto tale o le istituzioni pari di JP Morgan, bensì sono un messaggio oltremare che sta segnalando la parziale riuscita della missione della FED. Come i lettori ricorderanno, ho scritto due pezzi molto importanti sullo stato in cui versa il sistema bancario commerciale europeo: il primo andava a dimostrare come gli stress test siano fuorvianti e manipolati ad hoc; il secondo andava invece ad analizzarne approfonditamente la forma, concludendo con un giudizio incoraggiante di "pessimo stato". E indovinate un po'? Adesso arriva alla stessa conclusione la stampa generalista, con netto ritardo per gli investitori. Questa a sua volta significa che le altre banche centrali devono ballare al suono della musica della Federal Reserve, poiché la mancata assunzione dell'UE a punto di riferimento mondiale ha consentito al mercato degli eurodollari e al dollaro stesso di restare cruciali per il funzionamento del sistema finanziario mondiale.

E non pensate che i BRICS possano avere un'opportunità in tal senso, soprattutto alla luce del fatto che i partner che ne fanno parte non si fidano dei sistemi monetari dei loro pari. Inoltre, per quanto possano commerciare tra di loro in oro, dopo il fallimento della conferenza di Johannesburg lo scorso agosto riguardo a un'eventuale approvazione di una valuta comune coperta dal metallo giallo, le speranza dei gold bug per un ritorno di un gold standard, o uno pseudo tale anche, possono essere abbandonate. D'altronde l'economia di riferimento in Asia è senza dubbio quella cinese e per come è strutturata è alquanto impossibile che possa permettersi l'ancoraggio della propria valuta a un asset duro come i metalli preziosi. Più congeniale alle loro "esigenze" è lo yuan digitale connesso al sistema di credito sociale, stessa architettura socio-economica sognata dall'UE e dall'euro. A tal proposito non dovrebbe sorprendervi un fatto che il sottoscritto aveva messo in risalto già lo scorso maggio, ovvero che la Brexit sarebbe stata invertita e guarda caso ci si sta muovendo esattamente verso quella direzione. Perché? Perché la cricca di Davos ha bisogno di credibilità all'interno di un sistema in sfacelo.

La missione intrapresa dalla Federal Reserve, infatti, è indirizzata a far saltare in aria qualcosa nello schema Ponzi europeo affinché metta in ginocchio tale giurisdizione e di conseguenza l'influenza strategica della cricca di Davos stessa. Problema: nessuna delle due fazioni principali in lotta non smetterà di guerreggiare finché l'altra non sarà stata sconfitta o come minimo ridimensionata. Di conseguenza, oltre alla Cina e il suo caravanserraglio di nazioni vassalle, l'UE vuole tornare ad avere dalla sua parte anche l'Inghilterra (temporaneamente persa durante la Brexit fortemente voluta dalla regina). Inoltre la stampante della BoE può fare comodo, dato che c'è bisogno di deviare l'attenzione dai guai finanziari montanti sia in Cina che in Giappone che, per quanto vogliano seguire a parole la FED, sono stata costrette a riaccendere la stampante per puntellare i loro mercati dato che un rialzo dei tassi significativo farebbe scappare tutti i buoi dalla stalla.

Questi tweet rappresentano all'atto pratico quello che a livello teorico io dico costantemente su queste pagine: l'interconnessione del sistema finanziario odierno è talmente intricata che non si sa più chi possiede cosa e quanto valga davvero quella cosa. Badate bene che l'inversione del carry trade abilitato da uno yen a rendimenti negativi è ciò che ha principalmente permesso finora di tenere a galla i vari mercati mondiali; infine, però, i nodi vengono al pettine e bisogna fare i conti con le deformazioni risultanti. Potete star certi, comunque, che l'obiettivo della FED non è spazzare via tutti i player a essa avversi, ma creare tanto dissesto quanto basta per spazzarne via la maggior parte. E lo scompiglio generato finora ha sicuramente generato frizioni importanti, soprattutto se si osserva il mercato del lavoro europeo e quello del commercio mondiale. Questi sono tutti fenomeni a valle di un malessere economico principale che pone l'Europa come diffusore primario di tale malattia.

È per questo che le parole di Dimon sono cruciali, in particolar modo se si nota che finora la FED non ha effettivamente ristretto granché dal punto di vista monetario. Il tasso di riferimento più guardato negli Stati Uniti al netto dell'inflazione – la differenza tra il rendimento del decennale meno l’indice dei prezzi al consumo – è ancora solo dell'1% circa. La politica monetaria è ancora allentata, quindi, non stretta. Tradizionalmente un mutuatario può aspettarsi un rendimento reale sul suo denaro pari al 2-4%. Inoltre, per quanto la FED abbia ridotto l’offerta di denaro lasciando scadere le sue obbligazioni in portafoglio, finora ciò ha portato il suo bilancio da $8.900 miliardi a circa $7.900 miliardi. Non molto impressionante, soprattutto se si tiene in considerazione che era inferiore ai mille miliardi di dollari solo 15 anni fa. Per quanto abbia avuto effetto sulla riserva frazionaria del sistema bancario ombra, il compito della FED non è ancora esaurito.

A tal proposito deve anche impedire che i mercati interni diventino troppo turbolenti, facendo in modo che i piccoli/medi investitori rimangano investiti e non scappino in preda al panico. Non tanto per una eventuale fuga verso la qualità (che in fin dei conti sarebbe prevalentemente il dollaro), quanto per una questione di destabilizzazione in quanto tale. Qualsiasi banca centrale lavora secondo l'assunto “non agitare le acque” e mancare a questa linea d'azione significa incappare in guai di gestione ritenuti superflui dagli stessi banchieri centrali. L'ottimismo intorno a Nvidia, ad esempio, ruota tutto attorno a questo semplice fatto... anche se è un ottimismo privo di fondamento. Un compito difficile, senza dubbio, ma mai tanto arduo quanto quello della BCE che adesso, diversamente dal passato in cui la Federal Reserve copriva le spalle a tutti, è di fronte a una situazione esplosiva a causa del moltiplicarsi si aziende zombi che saltano. Ultimi esempi in ordine cronologico sono in Germania e in Austria. Dopo BoJ e PBoC, se si aggiungerà anche la BCE alla carovana di banche centrali che tagliano i tassi, allora quello sarà il segnale che le cose sono sfuggite di mano nella già tanto citata “race to the bottom”.

In questo contesto comunque, per quanto spericolate siano le azioni della Yellen e violenta la correzione nei mercati azionari, è necessario tenere a mente che gli Stati Uniti saranno quelli che meno ne risentiranno rispetto alle altre giurisdizioni. Infatti l'emissione a profusione di debito del Tesoro USA è l'unico modo in cui i Paesi esteri possono adesso entrare in possesso di garanzie con una liquidità molto alta, dato che, come ripetuto già diverse volte, il sistema degli eurodollari ormai è stato chiuso dalla stessa Federal Reserve. E con Paesi esteri intendo gli “amichetti” cui risponde la Yellen. Da questa escalation di eventi possiamo dedurre che uno degli asset più importanti di questo decennio sarà l'energia e, in particolar modo, la molla per far balzare il petrolio fino a $150 al barile. Oltre all'OPEC+ che continua a tagliare la produzione giornaliera, c'è il comparto nel suo insieme che non ha smesso mai di crescere nonostante la volatilità del prezzo dell'asset di riferimento. Le tensioni geopolitiche ed economiche, poi, sono la congiunzione cruciale in questo scenario che, per quanto ipotetico, non è affatto da escludere.


LA GARANZIA COLLATERALE NEL GRANDE GIOCO

Sebbene queste siano, apparentemente, forze più grandi del singolo, non esisterebbero senza il consenso implicito dello stesso. Questo a sua volta significa che esso è la garanzia collaterale affinché tale gioco possa andare avanti. È un circolo vizioso che pare non abbia fine. A tal proposito è utile capire da dove abbia iniziato a spiralizzarsi e in che modo possa essere eventualmente scardinato. I reperti archeologici mostrano che un tempo le persone vivevano in modo molto simile agli animali, cacciando e raccogliendo il cibo; quando poi scoprirono che potevano coltivarlo e potevano addomesticare animali, formarono degli insediamenti. L’agricoltura forniva un surplus di cibo e consentiva alle persone di dedicare meno tempo alla ricerca del nutrimento e più tempo per altre attività produttive, andando così a gettare le basi per una diversificazione strutturata del lavoro. Con tale specializzazione arrivò l'opportunità di commerciare: dal baratto fino allo scambio indiretto. Tutte le altre scoperte che hanno migliorato il nostro tenore di vita sono dipese dal semplice processo di scambio di un bene con un altro altamente liquido e quei beni universalmente accettati nel commercio divennero noti come denaro. Solo con l’avvento di quest'ultimo si poté sviluppare in larga misura la divisione del lavoro, consentendo alle persone di specializzarsi nelle linee di produzione più adatte alle loro capacità o al loro temperamento. In sintesi, il denaro ha reso possibile il progresso della civiltà come la conosciamo oggi.

Le persone hanno abbracciato l’idea del denaro perché le rendeva molto più ricche: a differenza del baratto non erano più limitate da una doppia coincidenza di desideri, tra le altre cose. Ma la civiltà si è sviluppata anche in altri modi, perché non tutti si accontentavano di lavorare e commerciare per sostenere sé stessi e le proprie famiglie. Alcuni entrarono a far parte di una banda dominante, promulgando regole e chiedendo tributi ai produttori in cambio di protezione da altre bande; pertanto lo sviluppo della civiltà è coinciso anche con l’emergere del governo autocratico, una struttura sociale a più livelli in cui i delinquenti impartivano ordini e il resto della società obbediva. Quando cominciò ad essere utilizzata la moneta coniata, i governanti videro che il controllo del denaro aumentava considerevolmente il loro potere.

Nel corso dei secoli i governi, in collusione con i banchieri, hanno eliminato il denaro-merce dai mercati mondiali, sostituendolo col denaro fiat separato da qualsiasi connessione con un valore reale. In un certo momento della storia umana coloro che, ad esempio, avrebbero voluto usare l'oro o l'argento negli scambi, avrebbero dovuto prepararsi al pericolo di una lunga pena detentiva. Con un governo autocratico non ci si poteva aspettare niente di meno: monopolizzare la contraffazione del denaro è sempre stato il modo preferito dallo stato per confiscare la ricchezza dei suoi sudditi, poiché non ha la capacità di effettuare un calcolo economico in accordo con segnali genuini di mercato. Di conseguenza deve crearne di artificiali per sopravvivere, ma in quanto tali essi non resistono alla prova del tempo e dell'azione umana. Le tasse, infatti, per quanto si possa propagandare il loro uso per “fini benevoli” o presumibilmente produttivi, sono uno strumento intrinsecamente distorcente.

Ma che dire delle cosiddette società democratiche in cui il governo presumibilmente serve gli interessi delle persone che lo eleggono? Per caso un qualsiasi economista ha scoperto una verità che legittima le attività di governi repressivi? Siamo ora soggetti a un sillogismo scientifico secondo cui la bontà del denaro in quanto strumento migliorativo del genere umano ci porta alla conclusione che più ne abbiamo meglio è? E poiché la cartamoneta può essere prodotta rapidamente e quasi senza limiti, essa è la scelta migliore. Come siamo finiti in un sistema monetario così barbaro quando il denaro è entrato nella storia del mondo come un benefattore per l'umanità?

Con l’ascesa del potere statale nel ventesimo secolo sotto la bandiera del progressismo, gli economisti iniziarono a parteggiare sempre di più per la causa dello stato e sostenere l’ideale dell’inflazione e del deficit come condizioni permanenti. Dal 1930 alla pubblicazione della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di John Maynard Keynes nel 1936, gli economisti di libero mercato scivolarono nell’oblio. I pochi libri che offrirono una spiegazione di libero mercato alla Grande Depressione – in particolare The Great Depression di Lionel Robbins (1934) e Banking and the Business Cycle: A Study of the Great Depression in the United States di Chester Phillips, T. F. McManus e R. W. Nelson (1937) – non hanno mai influenzato la politica. Perché? Perché quest'ultima aveva bisogno di giustificazioni a supporto della sua linea d'azione. Perché? Perché essa, come detto prima, non ha mezzi genuini per sopravvivere da sola alla prova del tempo e dell'azione umana. F. A. Hayek pensava che Keynes avrebbe in seguito ripudiato La Teoria Generale come fece con un lavoro precedente, quindi non si prese la briga di criticarla immediatamente (sebbene dal 1937 al 1988 la criticò in vari modi, sempre in sordina però visto che aveva capito che il mondo accademico era stato cooptato dalla politica e se voleva ancora farvi parte non doveva essere “accademicamente” sgarbato). Durante gli anni ’30 e durante la seconda guerra mondiale l’economista della Chase Bank, Benjamin Anderson, criticò le politiche governative in una serie di articoli che furono poi pubblicati su Economics and the Public Welfare nel 1949, anno della sua morte.

Come ha scritto Gary North, il libro di Keynes ha vinto la battaglia ideologica anche se nessuno lo ha mai letto. Viene letta invece la “traduzione” Economics di Paul Samuelson, originariamente pubblicato nel 1948. Samuelson guidò la carica nel promuovere “l’opera geniale” di Keynes:

È un libro scritto male, mal organizzato; qualsiasi profano che, ingannato dalla precedente reputazione dell’autore, avesse acquistato il libro sarebbe stato derubato dei suoi cinque scellini [...]. È arrogante, irascibile, polemico e non eccessivamente generoso nei suoi riconoscimenti. È ricca di pii desideri o di confusioni. In esso il sistema keynesiano risalta indistintamente, come se l'autore fosse appena consapevole della sua esistenza o consapevole delle sue proprietà [...] Insomma, è un'opera geniale. [...] Keynes nega che esista una mano invisibile che incanala l’azione egocentrica di ogni individuo verso l’ottimale sociale. Questa è la somma e la sostanza della sua eresia. Nei suoi scritti si trova continuamente la figura retorica secondo cui ciò che serve sono certe “regole della strada” e azioni statali, che andranno a beneficio di tutti, ma che nessuno è motivato a stabilire o seguire da solo. [enfasi mia]

Il profano non solo è stato derubato dei suoi scellini, ma gli è stata anche negata una chiara esposizione di come funziona un’economia di mercato. Invece gli viene detto che abbiamo bisogno dello stato salvatore per evitare che l’economia si autodistrugga. Se, come diceva North, il marxismo è la religione della rivoluzione, lo statalismo è la religione della recessione.

Le azioni dello stato, per loro natura, non portano mai benefici a tutti. La proverbiale mano invisibile di Adam Smith ha funzionato nella misura in cui gli interventisti sono rimasti a bordo campo. Poiché Keynes è considerato l’economista più influente del ventesimo secolo, è l'apparato statale iper-interventista, e non il mercato, il responsabile del declino socio-economico del mondo odierno. Se le economie fossero libere dall’intrusione dello stato, la vita sarebbe migliore e qualsiasi idea di un Grande Reset verrebbe immediatamente respinta. Invece la sottomissione nei confronti di un sistema “più grande del singolo” è il segno distintivo della vittoria della battaglia ideologica nelle idee, pallino dei marxisti e strumento per eccellenza con cui propagandare visioni del mondo artificiali. Qual è il problema allora? Ancora una volta, non è qualcosa che resiste alla prova del tempo e dell'azione umana. La guerra tra “giganti” descritta nelle sezioni precedenti di questo pezzo trae vigore, energia e risorse dal saccheggio delle popolazioni sottomesse all'ideologia dello stato.

L'eutanasia della classe media, quindi, si riduce tutto a ciò: avere carburante a disposizione da bruciare nell'attuale race to the bottom e sperare che sia sufficiente in modo da superare gli avversari.


CONCLUSIONE

Il mercato azionario si rallegra per quella che sembra (apparentemente) essere la fine del ciclo di rialzi della FED e di un forte calo dei numeri (ufficiali) dell’inflazione. Anche il settore tecnologico nell’indice S&P 500 ha sfoggiato un rialzo del 48% quest’anno, più del doppio dello stesso S&P 500. Ciononostante non vedo alcun motivo per cambiare la mia prospettiva: in questo secolo ci sono voluti $27.000 miliardi in stimoli fiscali, finanziati con tassi ultra-bassi, per portarci dove siamo ed è estremamente improbabile che le tendenze degli ultimi 23 anni possano continuare ora che il credito a buon mercato è stato tagliato. Senza contare che le "buone notizie" vengono relegate al settore finanziario, dando quindi l'estensione di come esso sia percepito in modo distorto a livello mainstream come fucina della crescita economica. La finanziarizzazione dell'economia avvenuta negli anni '80 ha praticamente aperto le porte alle distorsioni finanziarie che vediamo oggi e che hanno raggiunto picchi indicibili, deviando sempre più ricchezza reale da quei settori che l'avrebbero messa a miglior frutto a quelli che l'hanno sprecata. In sintesi, la Legge dei rendimenti decrescenti ha intaccato tutti quei benefici e vantaggi che la Rivoluzione industriale aveva apportato all'umanità, soprattutto perché l'incessante voracità dello stato ha impedito che la torta economica si espandesse e, quando gli è impedito di farlo, allora non si può far altro che divorare quella esistente. La crisi attuale, infatti, è una diversa dalle altre perché il furto del tempo, perpetrato per far sopravvivere un sistema socio-economico artificiale e insostenibile, è arrivato al capolinea. Adesso tale furto sta riguardando le popolazione autoctone, dato che in passato questa fase è stata ritardata grazie al saccheggio di quelle alloctone.

Le presunte buone notizie, quindi, non sono altro che un oceano di finzioni per nascondere un mare di fatti: il settore manifatturiero, la produzione industriale e le vendite al dettaglio sono tutti in calo. Senza contare poi i vari debiti pubblici: proprio di recente quello americano è passato da $33.500 miliardi a $33.700 miliardi, con gli interessi che presto supereranno i $1000 miliardi all’anno.

Il culmine del ciclo del credito (il livello massimo per le obbligazioni sovrane) è arrivato nel luglio del 2020 e da allora gli investitori hanno perso circa un terzo del loro capitale investito. Ora ci troviamo in un Trend primario diverso. Sebbene sia impossibile sapere esattamente cosa porterà, “più bolle” è probabilmente la meno probabile e stavolta il calo dei tassi d'inflazione sarà davvero “transitorio”. Molto probabilmente anche l’aumento dei prezzi delle azioni si rivelerà un'illusione e molto probabilmente le cose stupide che i politici stanno facendo – deficit, ingerenze militari, sanzioni, dazi, ecc. – porteranno il tipo di problemi che di solito causano inflazione, povertà e guerra.

Ma questa è una previsione a lungo termine, nelle settimane e nei mesi a venire tutto può succedere. Davvero viviamo in un mondo in cui le buone notizie non esistono? Oh no cari lettori, le notizie buone sono quelle che l'establishment vuole far passare per cattive e di recente è successo qualcosa che entrerà nei libri di storia. Come dico sempre nelle mie risposte quando mi si chiede come "agisce" un economista Austriaco, ebbene egli è un osservatore: guarda dalla finestra cosa accade in una determinata "casa" e poi trae le sue conclusioni. Non parte dalle sue conclusioni e fa in modo di adattare ciò che vede a esse. Lo scorso giugno scrissi questo pezzo, ricordando ai lettori come l'Occidente fosse instradato verso quella che possiamo definire la fase successiva della nipponizzazione dell'economia: l'argentinizzazione. Fino a quel momento tutto bene, ma poi è successo qualcosa: Milei è diventato presidente dell'Argentina. Qualcosa è, quindi, cambiato e dev'essere contestualizzato. Cosa?

Nel pezzo citato scrivevo di come in Argentina il suffragio universale, introdotto all’inizio del XX secolo, scandì da lì a pochi anni la discesa del Paese (il motivo per cui è fallimentare è spiegato in quest'altro articolo). Richiedere alle persone di votare significava che molti che altrimenti avrebbero potuto fare i propri affari senza danneggiare il benessere pubblico, dovevano prestare attenzione alla politica – almeno per il tempo necessario a capire da che parte del pane c’era il burro sopra. Ciò ha semplificato il lavoro degli imbroglioni politici: ogni voto equivaleva a ogni altro, quindi prendevano di mira quegli elettori che avrebbero venduto i loro voti a un prezzo più basso.

Le persone non sono né sempre buone, né sempre cattive, ma sono sempre soggette a influenza e incentivi/disincentivi; e la promessa del denaro gratis fu decisiva. Così le masse hanno eletto un populista chiacchierone dopo l’altro e così i politici hanno svalutato la valuta per coprire i costi della loro stessa corruzione. Però tre domeniche fa, dopo 7 decenni, il fascino del “qualcosa in cambio di niente” ha dimostrato che anch'esso è soggetto alla Legge dei rendimenti decrescenti. Questo è ciò che l'elezione di Milei ha evidenziato: per quanto possano essere pervasivi socialismo e statalismo, sono soggetti alla Legge dei rendimenti decrescenti.

Non ha promesso nulla e per quanto ne so è la prima volta nella storia che una democrazia vota per ridurre il potere dello stato stesso. Certo, potreste dire che Reagan e Trump sono stati eletti in base alla volontà di tagliare la spesa pubblica, ma entrambi l'hanno aumentata in quei settori che loro ritenevano essenziali. Solo Milei ha promesso di tagliarla per una questione di principio. Di conseguenza, per quanto anche le nazioni occidentali siano instradate lungo l'argentinizzazione delle loro economie, c'è la possibilità di tornare indietro. La Legge dei rendimenti decrescenti si applica a tutto. E forse l'Argentina adesso entrerà in una fase di rendimenti acceleranti se Milei riuscirà infine a mettere in pratica il suo programma: taglio alla spesa pubblica, dollarizzazione, contingentamento della banca centrale.


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