Visualizzazione post con etichetta Robert Higgs. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Robert Higgs. Mostra tutti i post

giovedì 18 luglio 2013

Il Potere dello Stato e Come Può Essere Indebolito

«Raramente, se non mai, i politici arrivano [all'ufficio pubblico] solo per merito, almeno negli stati democratici. A volte, per dirla tutta, accade, ma soltanto per una specie di miracolo. Normalmente vengono scelti per motivi piuttosto diversi, il principale dei quali è semplicemente il loro potere di impressionare ed incantare gli intellettualmente meno privilegiati. [...] Si avventurerà mai uno di loro a dire solo la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità circa la situazione del paese, straniero o domestico? Eviterà mai uno di loro di fare promesse che sa di non poter mantenere – che nessun essere umano potrebbe mantenere? Pronuncerà mai uno di loro una parola, per quanto ovvia, capace di allarmare o allontanare anche solo uno del mucchio enorme di fessi che si affollano al truogolo pubblico, abbandonati alla mammella che diventa sempre più sottile, sperando contro la speranza? Risposta: forse per alcune settimane all'inizio. [...] Ma non dopo che aver affrontato in pieno la questione e la lotta è razionalmente cominciata. [...] Prometteranno ad ogni uomo, donna e bambino nel paese qualunque cosa lui, lei od esso desiderano. Tutti gireranno per la terra cercando occasioni per rendere ricchi i poveri, per rimediare l'irrimediabile, per salvare l'insalvabile, per separare l'inseparabile, per spegnere l'infiammabile. Tutti loro cureranno le verruche con le loro parole e pagheranno il debito pubblico con soldi che nessuno dovrà guadagnare. Quando uno di loro dimostrerà che due volte due sono cinque, un altro dimostrerà che sono sei, sei e mezzo, dieci, venti, n. In breve, si disferanno del loro carattere di uomini ragionevoli, candidi e sinceri e semplicemente diventeranno candidati, dediti soltanto alla raccolta di voti. Tutti allora sapranno, ammesso e non concesso che alcuni di loro non lo sappiano già ora, che in democrazia i voti si conquistano non con il buon senso ma con l'assurdità e si applicheranno al lavoro con un caloroso ya-hoo! La maggior parte di loro, prima che l'eccitazione sia finita, si auto-convinceranno davvero. Il vincitore sarà chiunque prometterà di più con la minor probabilità di mantenere qualcosa.» ~ H. L. Mencken
_________________________________________________________________________


di Robert Higgs


Il potere dello stato è la forza più pericolosa nella vita moderna. I governanti, in cerca della propria esaltazione ed arricchimento, utilizzano sistematicamente questo potere per saccheggiare e per abusare dei loro sudditi. Naturalmente non possono agire in questo modo senza l'assistenza di molti altri, tra cui alcuni che li assistono volentieri, altri in cambio di un adeguato compenso e molti altri che li assistono sotto costrizione.

Per mantenere la loro presa sul potere, i governanti:
  1. raggirano più soggetti possibili;
  2. co-optano coloro la cui cooperazione o il cui supporto è essenziale corrompendoli con vari tipi di tangenti;
  3. intimidiscono coloro che non sono indispensabili e non si fanno ingannare minacciandoli con multe, carcere ed altre pene;
  4. uccidono coloro che non sono indispensabili, non si fanno ingannare e non si piegano alle intimidazioni.

Chiunque cerca di ostacolare o rovesciare il potere dello stato deve bloccare queste azioni o renderle meno efficaci. Coloro che resistono hanno quindi molte opzioni.

In primo luogo, possono lavorare per ridurre il numero di persone che soccombono agli inganni dei governanti esponendo le loro menzogne, diffondendo informazioni veritiere e rivelando le venalità dei governanti ed il loro cinico disprezzo per i diritti naturali delle persone e per l'interesse pubblico generale. Le persone possono togliere i loro figli dalle scuole statali ed istruirli a casa; possono diffondere informazioni veritiere sugli orrori dello stato e le glorie della libertà per mezzo di Internet e del World Wide Web. In breve, le persone possono utilizzare un programma di videoscrittura, che è più potente di un drone Predator (già la penna è più potente della spada), così come la comunicazione faccia a faccia, per rieducare coloro che sono stati istruiti, condizionati ed indottrinati con la forza.

In secondo luogo, coloro che resistono possono alterare gli incentivi di coloro che collaborano o sostengono lo stato in cambio di varie mazzette. Ad esempio, potrebbero essere boicottate le aziende che cercano contratti con lo stato o privilegi ottenuti attraverso la regolamentazione, la protezione tariffaria, o altri mezzi anti-sociali. Se prendesse piede questo impegno, le aziende sarebbero messe in condizione di dover scegliere tra i profitti che si possono ottenere servendo lo stato e gli utili ottenuti servendo i consumatori in un libero mercato. Proprio come oggi molti venditori certificano che i loro prodotti sono biologici, e quindi aumentano le vendite a scapito dei venditori che non riescono ad ottenere questa certificazione, i venditori potrebbero certificare, tramite agenzie di certificazione indipendenti nel libero mercato, che sono libere dalla contaminazione dello stato — cioè, che non hanno né cercato né accettato alcun contratto o privilegio del governo.

Coloro che sono attualmente cooptati dallo stato potrebbero anche essere sottoposti ad una condanna pubblica, ad una denuncia e ad una emarginazione, non solo commerciale ma anche sociale. Se un'azienda lavora con le forze armate del governo o con le sue agenzie di spionaggio, per esempio, la gente potrebbe considerare i suoi proprietari, i dirigenti ed i lavoratori come gli intoccabili nel sistema delle caste indiano. Non importa quanto lo stato possa offrire in paghe e benefici, alcune persone potrebbero non essere disposte ad investire o lavorare per aziende considerate come dei paria sociali.

In terzo luogo, i soggetti che attualmente sono intimiditi dalle minacce di multe, carcere e altre punizioni potrebbero essere incoraggiati dalla proliferazione di mercati neri e dall'istituzione di organizzazioni dedicate ad assisterli nei loro sforzi per sfuggire ad una tale punizione. Naturalmente, molte persone utilizzano già i servizi di avvocati, consulenti fiscali, consulenti di investimento e contabili per aiutarli ad evitare le tasse. Tali servizi potrebbero essere ampliati notevolmente per assistere le persone nei loro sforzi per eludere norme punitive ed altre azioni statali punitive. In casi estremi, la gente potrebbe costruire un "universo parallelo" virtuale in cui la vita economica e sociale potrebbe procedere mediante la costruzione di una barriera contro le intrusioni dello stato.

In quarto luogo, in risposta al ricorso dello stato all'assassinio di coloro che non si piegano alla sua intimidazione, il miglior modo di agire è probabilmente l'emigrazione. Una emigrazione veramente massiccia pone molti esseri umani sfruttabili al di là dell'effettiva portata dei tiranni. Inoltre mette in moto un meccanismo di feedback virtuoso in cui esiste un incentivo ad alleggerire l'oppressione ed un incentivo a mantenere un ambiente economico e sociale più libero al fine di attirare persone più produttive le cui attività generano miglioramenti di ricchezza nel luogo di destinazione. Nel XIX secolo e all'inizio del XX, questo tipo di feedback sostenne il trasferimento di più di 30 milioni di persone produttive dall'Europa agli Stati Uniti e giocò un ruolo importante nella crescita degli Stati Uniti come predominanza economica nel mondo. Le persone rimangono, come direbbe Julian Simon, l'ultima risorsa.

Potrebbe essere detto molto di più circa gli sforzi per indebolire le fonti del potere statale. La recente discussione tocca appena la superficie. Il mio obiettivo è solo quello di chiarire le principali fonti del potere statale e di puntare verso i modi in cui queste fonti possono essere compromesse o eliminate in modo da ampliare la portata della vera libertà.


Addendum: Si prega di notare che non ho detto nulla circa l'uso della violenza contro lo stato. In generale, mi oppongo a questa violenza. I governanti del leviatano statale, come negli USA, amano alla follia la resistenza violenta. Possono affrontare tali forme di resistenza ricorrendo ai loro vantaggi nell'uso della violenza esercitata dalla polizia e, se necessario, dalle forze militari. Inoltre, così facendo, possono insegnare la falsa lezione che essi sono i veri protettori della popolazione contro coloro che minacciano l'ordine sociale con la violenza. In tal modo incoraggiano la popolazione a considerare i resistenti violenti come dei pazzi e le autorità statali e le loro forze di polizia come coloro sani e pacifici, nonostante che lo stato non sia altro che un enorme mezzo burocraticamente organizzato di minaccia e violenza contro persone innocenti al fine di saccheggiarle.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 6 gennaio 2012

I Pericoli del Metodo Economico di Samuelson

Un "nemico" di solito si materializza e viene preso in considerazione quando diventa una minaccia reale. Gli Austriaci vengono oggi accusati di voler misure d'austerità sulle persone e in questo modo si crede che spalleggino le entità centrali che tiranneggiano sulla popolazione. No. FMI, banche centrali e Banca Mondiale esistono solo per fare in modo che i banchieri ottengano il loro denaro; gli Austriaci considearno i recenti aumenti di tasse una terribile mazzata all'economia, con gli stati che prendono risorse dai contribuenti con la forza e con l'estorsione, e continuano sulla strada degli investimenti improdutivvi pianificati centalmente. Viene ostacolata, in questo modo, la capacità di ogni attore economico di dare soddisfazione ai propri desideri ed in ultima istanza di piantare i semi di una sana crescita economica. Il nostro super- Mario Monti non è qui per il "bene del popolo". Non è qui per risolvere la situazione. Professori accreditati dalle istituzioni centrali che professano un mito sfatato più e più volte negli anni. E' ora di dare il colpo di grazia a questo mito.
_____________________________________________________________


di Robert Higgs


Ci viene sconsigliato di parlare male dei morti. A questo proposito, io sono al sicuro, suppongo, perché Paul A. Samuelson, che ho intenzione di criticare, è ancora vivo, anche se avrà presto 93 anni e quindi non rimarrà su questa terra ancora a lungo. Quando ero ancora alle prime armi con l'economia, nel 1960, Samuelson veniva considerato dai miei insegnanti come il più grande economista vivente — un genio, si diceva. Nel corso della mia formazione universitaria e da laureato, non mi fu data alcuna ragione per dubitare di questa valutazione.

Infatti, una parte memorabile e dolorosa della mia formazione scolastica consisteva nei miei tentativi di leggere e comprendere il libro di Samuelson Foundations of Economic Analysis (1947), un trattato di matematica della teoria economica, modellato sulla termodinamica classica, che imposta il tono su quello che gli economisti mainstream più intelligenti avrebbero fatto nei decenni a venire. Il protocollo divenne: costruire un modello matematico di attori astratti impegnati nella massimizzazione o minimizzazione di una funzione obiettivo; dimostrare che il modello ha un equilibrio stabile; mostrare come le condizioni d'equilibrio del modello cambiano quando i suoi parametri sono cambiati (il cosiddetto metodo di statica comparata).

Una volta ho avuto anche il piacere — se questa è la parola giusta — di incontrare Samuelson di persona, all'inizio del 1968, quando visitai il Dipartimento di Economia al MIT come candidato per un lavoro. In un seminario con Samuelson e molti altri membri del dipartimento, mi divertii — se questa è la parola giusta — ad osservare l'arguzia e l'arroganza di Samuelson. Anche se i membri del gruppo scherzavano e si punzecchiavano l'un l'altro durante il seminario, come fanno comunemente gli accademici, mi era chiaro che gli scherzi di Samuelson a spese di un collega erano impari rispetto agli scherzi di un collega a sue spese. Questa gerarchia non fu una sopresa. Rimasi sorpreso, tuttavia, dal fatto che il grande uomo fece battute a mie spese. Naturalmente, come un apprensivo ed insicuro ventiquattrenne in cerca di un lavoro, non feci alcuna battuta a spese di nessuno, e certamente non a quelle di Samuelson. Quarant'anni dopo, e un pò più saggio nei modi spesso maleducati del mondo accademico, rimango deluso dal fatto che l'acclamato "più grande economista vivente," un uomo che solo due anni dopo sarebbe diventato il primo Americano a ricevere il premio Nobel per l'economia, aveva scelto di angariare un semplice studente neo-laureato.

Chiunque abbia letto articoli e libri di Samuelson, però, sa che la sua arroganza si trova spesso in primo piano. Che fosse stato o no il più grande economista vivente, spesso si esprimeva con il tipo di condiscendenza dell'Olimpo cosa che suggerisce fortemente che credeva di essere il Numero Uno. Mi ha colpito questa qualità quando di recente ho letto, strano a dirsi, il suo articolo "Economic Theory and Mathematics — An Appraisal"[Scarica il PDF] (American Economic Review 42 [May 1952]: 56–66). Alla fine del primo paragrafo, Samuelson scrive: "Credo fermamente nelle virtù della sobrietà e della mancanza di pretese." Incontrando questa affermazione di modestia autoriale, sono quasi scoppiato a ridere.

Anche se Samuelson dichiara che "non vuole lodare la matematica, ma piuttosto sfatare un pò il suo utilizzo in economia," il senso del suo articolo difficilmente persegue tale intento. Infatti, a mio avviso, fa affermazioni grandiose ed indifendibili per conto dell'uso della matematica in economia. Io non sono un filosofo, ma oserei dire anche che fa affermazioni insostenibili sulla matematica stessa — un punto che lascio ad altri per un giudizio migliore e qualificato. L'argomento principale di Samuelson è che "nel più profondo della logica", la matematica e la prosa "sono rigorosamente identiche" (p. 56). La mia impressione filosofica non molto ben allenata è che questa affermazione fa acqua da tutte le parti. Eppure, come molte delle dichiarazioni di Samuelson, è epsressa con una sorta di assoluta fiducia tipica delle prime generazioni dei positivisti.

Samuelson afferma che "[ogni] scienza si basa saldamente sull'induzione — sull'osservazione di fatti empirici. [...] [La] deduzione ha il modesto ruolo linguistico di tradurre alcune ipotesi empiriche nella loro "equivalente logica"" (p. 57). Sembra ovvio che per lui, come per le sue legioni di discepoli, una teoria economica a priori, come la teoria prasseologica che Ludwig von Mises spiega nell'Azione Umana (1949), non si qualifica come scienza. Anche se non menziona Mises in questo articolo, si sospetta che abbia avuto in mente il grande economista Austriaco quando scrisse: "[Nessuna] verità empirica a priori può esistere in nessun campo. Se una cosa è una verità inconfutabile a priori, deve essere priva di contenuto empirico "(p. 62). Egli afferma poi, con superbia caratteristica, che "al livello sbrigativo che riguarda lo scienziato nel suo lavoro quotidiano," questa visione è "ampiamente riconosciuta dagli scienziati di ogni disciplina. Le uniche eccezioni si trovano in alcune teorie sperdute, e qui non farò altro che puntare il dito con disprezzo verso coloro che portano delle idee nel ventesimo secolo che non sono state molto buone anche nel loro periodo d'oro precedente" (p. 62).

Ci si chiede quale status avrebbe affibiato Samuelson all'Assioma dell'Azione — l'affermazione che gli esseri umani hanno scopi ed utilizzano mezzi nel tentativo cosciente di raggiungere tali scopi. Avrebbe negato che ciò è apodittico? Ed avrebbe anche negato che ciò è empiricamente valido?

In difesa della metodologia Misesiana, Murray N. Rothbard osservava nel 1957: "considerare l'Assioma dell'Azione "a priori" o "empirico" dipende dalla nostra posizione filosofica finale" ("In Defense of "Extreme Apriorism,"" [Scarica il PDF] Southern Economic Journal 23 [Gennaio 1957]: 317–18). Egli osserva che Mises, adottando una visione Kantiana, considera l'assioma come "una legge di pensiero e quindi una verità categorica a priori per ogni esperienza" (p. 318). Al contrario, Rothbard considera l'assioma "una legge della realtà piuttosto che una legge del pensiero, e quindi "empirica" piuttosto che "a priori"" (p. 318), anche se ammette che "questo tipo di "empirismo" è così al passo con l'empirismo moderno che potrei benissimo continuare a chiamarlo a priori" per gli argomenti in questione. Egli esplicita l'assioma dicendo:
  1. è una legge della realtà che non è in teoria falsificabile, eppure è empiricamente significativa e vera;
  2. poggia sull'esperienza universale interiore, e non semplicemente sull'esperienza esterna, vale a dire, la sua evidenza è riflessiva piuttosto che fisica; e
  3. è chiaramente a priori riguardo ai complessi avvenimenti storici"(p. 318, note omesse).

Samuelson non si degna di prendere in considerazione questi problemi, optando invece per una derisione arrogante.

Samuelson cita un grande economista Austriaco, il fondatore della Scuola Austriaca stesso, Carl Menger. Le sue osservazioni a questo punto meritano un'estesa citazione. "Jevons, Walras, Menger e," egli scrive, "ciascuno autonomamente arrivato alla cosiddetta "teoria del valore soggettivo." E [...] Menger arrivò alla sua formulazione senza l'uso della matematica. Ma", continua:

Vorrei sottolineare che una recente rilettura dell'eccellente traduzione inglese del lavoro di Menger del 1871 mi convince che è la meno importante delle tre opere citate; e che il suo relativo abbandono da parte degli scrittori moderni non era semplicemente il risultato di sfortuna o di negligenza accademica. Vorrei anche aggiungere che la rivoluzione importante del 1870, aveva davvero poco a che fare col valore soggettivo e l'utilità o col marginalismo; bensì consisteva nel perfezionamento dei rapporti generali della domanda e dell'offerta. E' culminato in un equilibrio generale Walrasiano. E noi siamo costretti a concordare con la valutazione di Schumpeter su Walras come il più grande dei teorici — non perché ha usato la matematica, dal momento che i metodi utilizzati sono davvero elementari — ma per l'importanza fondamentale del concetto di equilibrio generale stesso. (p. 61)

La valutazione di Samuelson, si potrebbe azzardare a dire, lascia delle questioni in sospeso. Non riesce a vedere come e perché lo sviluppo di Menger dell'utilità marginale e della relativa teoria economica è in realtà superiore alle formulazioni di Jevons e Walras. Su questa questione, il lettore non può fare di meglio che consultare la splendida deomogenizzazione dei punti di vista dei tre pionieri marginalisti di Jörg Guido Hülsmann nella sua recente e magnifica biografia, Mises, The Last Knight of Liberalism (2007, pp. 125–36).

Hülsmann cita i commenti di William Jaffé, che sono così calzanti che li citerò ancora:

Menger si tenne troppo vicino al mondo reale sia per la formulazione verbale sia per quella simbolica della teoria; e nel mondo reale non vide punti ben definiti di equilibrio, ma indeterminazioni piuttosto limitate, non solo negli accordi bilaterali ed isolati del baratto, ma anche nel commercio del mercato competitivo. [...] Con la sua attenzione saldamente fissa sulla realtà, Menger non poteva teorizzare, e non teorizzò, le difficoltà che i commercianti affrontano in ogni tentativo di ottenere tutte le informazioni necessarie per quella che viene definita una determinazione equilibrata dei prezzi emergenti dal mercato, né il suo approccio permise di teorizzare le incertezze che nscondono il futuro, anche il futuro prossimo nella previsione consapevole del quale la maggior parte delle transazioni presenti ha luogo. (Citato in Hülsmann, Mises, p. 135)

Sotto questa luce, si vede chiaramente che l'insistenza positivista di Samuelson, secondo cui la scienza economica deve basarsi su fatti empirici, si scontra con la sua preferenza espressa per un equilibrio generale astratto e di perfetta informazione, alla moda di Jevons e di Walras, invece del fondamento del tutto realistico di Menger per il ragionamento economico.

La sua ossessione per i modelli matematici e di equilibrio generale non ha fatto altro che rendere la moderna teoria economica uno sterile ed irrilevante esercizio di autoerotismo. Questo fulcro non solo ha come conseguenza un futile esercizio mentale da parte di pseudoeconomisti matematici, ma ha conseguenze dannose per la formulazione delle politiche, perché, come James M. Buchanan ha osservato, si dà luogo alla "fallacia più sofisticata nella teoria economica: la nozione secondo cui dato che certe relazioni restano in equilibrio [nel modello], le interferenze forzate atte ad implementare tali relazioni [nel mondo reale] saranno, infatti, desiderabili"(What Should Economists Do? [1979], p. 83).

Samuelson scrive che, sebbene i matematici a volte commettono degli errori: "è sorprendente quanto siano rari gli errori nella pura logica". A suo merito, riconosce poi un punto molto importante: "I grandi errorri vengono commessi nella formulazione delle premesse". Lo considera "uno dei vantaggi della media matematica", in modo che lui e gli altri costruttori di modelli "sono costretti a mettere le carte sul tavolo in modo che tutti possano vedere le nostre premesse" (p. 64). Questa affermazione a prima vista sembra porre il modello matematico in una luce favorevole. Tuttavia, che vantaggio si trae se le premesse disposte, sono considerate da tutti interamente artificiali, dell'altro mondo, se non impossibili, e poi il gioco deduttivo procede come se una teoria economica basata su tali premesse fosse perfettamente accettabile solamente perché le sue premesse erano così visibilmente e chiaramente esposte? Chiunque abbia mai preso in giro gli scolastici per contare gli angeli sulla capocchia di uno spillo dovrebbe cercare di leggere un articolo sul Journal of Economic Theory o qualsiasi altro sbocco dei modelli economici mainstream. Quando si dice un universo parallelo!

"Non ci sono", insiste Samuelson, "problemi metodologici affrontati dallo scienziato sociale diversi da quelli che affronta qualsiasi altro scienziato" (p. 61). Questa affermazione fa a pugni con ciò che tutti dovrebbero intuire: gli esseri umani, che hanno scopi, scelgono mezzi per soddisfarli, modificano i loro scopi di volta in volta, e all'occasione elaborano completamente nuovi mezzi, differenti fondamentalmente da elettroni, molecole , ed onde luminose (o sono particelle?).

Mises espose il dualismo metodologico in modo convincente in molti dei suoi scritti. Questa esposizione appare, ad esempio, proprio all'inizio del suo importante ed ingiustamente ignorato libro Theory and History (1957), dove si osserva che, data la nostra ignoranza su "come gli eventi esterni — fisici, chimici e fisiologici — influenzano i pensieri umani, le idee ed i giudizi di valore," il dominio della conoscenza è necessariamente diviso "in due campi separati, il regno degli eventi esterni, comunemente chiamato natura, e il regno del pensiero e dell'azione umana" (p. 1).

E continua: "Le scienze dell'azione umana," propriamente interpretate "partono dal fatto che l'uomo mira volutamente ai fini che ha scelto. E' proprio questo fatto che tutte le branche del positivismo, del comportamentismo, e del panfisicalismo vogliono che venga negato del tutto o fatto passare sotto silenzio "(p. 3) — o, come nel caso di Samuelson, denigrato con scherno e disprezzo, come indegno dell'attenzione degli scienziati economici dell'età moderna. Triste a dirsi, non tutti i cambiamenti sono un vero progresso, e nella moderna economia mainstream — che potremmo giustamente denominiare economia Samuelsoniana — gran parte del cambiamento dei precetti e delle pratiche professionali è stata palesemente in peggio.

Quindici anni fa, la rivista Reason invitò un certo numero di scrittori, me compreso, a contribuire con una breve voce ad una funzione chiamata "Conosci il Tuo Nemico". L'idea era che ciascuno di noi "suggeriva un libro pubblicato negli ultimi 50 anni che era importante perché aveva contribuito a promuovere idee sbagliate con conseguenze gravi" (Dicembre 1993, p. 32). Il mio contributo fu Foundations di Samuelson. Se dovessi identificare un libro oggi, non potrei pensare ad una scelta più appropriata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 26 agosto 2011

Consenso dei Governati?

Nei sistemi politici di oggi, e soprattutto in quelli democratici, ogni politico vive in stretta conformità con questa frase di Lev Tolstoj: "Siedo sulla chiena di un uomo, soffocandolo, e facendo in modo che mi porti dovunque, e tuttavia rassicuro me e gli altri che mi dispiace molto per lui e desidero alleviare la sua sorte con ogni mezzo possibile, tranne scendere dalla sua schiena." -- Scritti sulla Disobbedienza Civile e la Non Violenza, 1886.

PS: Aggiornamento sulla situazione in Libia.
___________________________________


di Robert Higgs


[The Beacon, 1 Giugno 2010]


Cosa dà il diritto ad alcune persone di governarne altre? Come minimo al tempo di John Locke, la rispotsa più comune ed apparentemente obbligata sarebbe stata "il consenso dei governati". Quando i rivoluzionari nord-americani avevano intenzione di giustificare la loro secessione dall'Impero Britannico, dichiararono tra le altre cose: "I governi sono istituiti dagli Uomini, derivando il loro giusto Potere dal Consenso dei Governati." Suona bene, specialmente se uno non ci pensa intensamente o a lungo, ma più a lungo ci pensa, più problematica diventa la frase.

Iniziano a saltare alla mente una caterva di domande. Ogni persona deve porre il proprio consenso? Se no, quanti devono e quali opzioni hanno coloro che non acconsentono? Che forma deve prendere il consenso — verbale, scritta, esplicita, implicita? Se implicita, come deve essere registrata? Data la composizione della società in costante cambiamento, dovuto a nascite, morti ed immigrazione internazionale, quanto spesso i governanti devono confermare che posseggono il consenso dei governati? E così via. La leggitimità politica presenta una moltitudine di difficoltà quando ci muoviamo dal reame dell'astrazione teorica a quello della realizzazione pratica.

Pongo questa domanda perché, riguardo il cosiddetto contratto sociale, ho spesso avuto occasione di protestare che nemmeno io l'ho visto questo contratto, per non parlare della mia approvazione. Un contratto valido richiede un'offerta volontaria, accettazione e considerazione. Non ho mai ricevuto un'offerta dai miei governanti, quindi sicuramente non ne ho mai accettata una; e piuttosto che la considerazione, ho ricevuto nient'altro che disprezzo dai governanti, che, nonostante la mancanza di un accordo, mi hanno indubbiamente minacciato con seri danni nel caso in cui fallissi nell'osservare i loro decreti.

Quanta monumentale sfacciataggine esibiscono queste persone! Cosa da loro il diritto di derubarmi e darmi ordini? Sicuramente non il mio desiderio di essere una pecora affinché loro possano tosarmi o macellarmi come ritengano più opportuno per il raggiungimento dei loro stessi fini.

Per di più, quando approfondiamo l'idea del "consenso dei governati" fin nei minimi dettagli, l'intero concetto diviene velocemente e totalmente assurdo. Considerate come funzionerebbe. Colui che vorrebbe essere un governante si avvicina a voi e vi offre un contratto affinché voi lo approviate. Ecco, egli dice, l'accordo:

Io, la prima parte in causa ("il governante"), prometto di:

  1. Determinare quanto del tuo denaro mi consegnerai, come anche in che modo, quando e dove il trasferimento sarà operato. Non avrai modo effettivo di discutere sulla questione, a parte supplicare per la mia pietà, ma se tu dovessi fallire nell'obbedirmi, i miei agenti ti puniranno con multe, imprigionamento e (nel caso della tua persistente resistenza) la morte.

  2. Fare migliaia e migliaia di regole a cui tu devi obbedire senza questionare, altrimenti subirai la punizione dei miei agenti. Non avrai voce in capitolo nel determinare il contenuto di queste regole, le quali saranno così numerose e complesse ed in molti casi oltre la tua comprensione che nessun essere umano potrebbe capire a parte una manciata di essi, per non parlare del loro carattere specifico; tuttavia se tu dovessi fallire nell'osservare ognuna di queste, mi sentirò libero di punirti nell'estensione di una legge fatta da me e dai miei colleghi.

  3. Fornire per il tuo uso, su termini determinati da me e dai miei agenti, i cosiddetti beni e servizi pubblici. Sebbene tu possa praticamente porre valore su alcuni di questi beni e servizi, la maggior parte avranno poco o valore nullo ai tuoi occhi ed alcuni li troverai completamente odiosi; in nessun caso come individuo avrai voce in capitolo su beni e servizi che fornisco, malgrado qualsiasi panzana degli economisti sul fatto che tu "voglia" tutta questa roba e le dia un valore qualunque sia l'ammontare di denaro che io scelgo di spendere per la sua fornitura.

  4. Nel caso di un conflitto tra di noi, i giudici grati a me per la loro nomina e per i loro stipendi decideranno di risolvere il conflitto. Puoi aspettarti di perdere in queste risoluzioni, semmai vengano ascoltate.

In cambio dei suddetti "benefici" di governo, tu, la seconda parte in causa ("il cittadino"), prometti di:

  1. Stare zitto, non sollevare polveroni, obbedire a tutti gli ordini emessi dal governante e dai suoi agenti, inchinarti a loro come se fossero persone importanti ed onerevoli e quando loro dicono "salta" tu devi chiedere solamente "quanto in alto?"


Che affare! Riuscite ad immaginare una qualsiasi persona sana di mente che possa acconsetire a ciò?

Tuttavia la suddetta descrizione del vero contratto sociale in cui gli individui si dice siano entrati è troppo astratta per catturare la cruda realtà dell'essere governati. Nell'enumerare i dettagli, nessuno ha superato Pierre-Joseph Proudhon che ha scritto:

Essere GOVERNATO significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, recintato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere GOVERNATO vuol dire essere, ad ogni azione, ad ogni transazione, ad ogni movimento, annotato, registrato, censito, tariffato, timbrato, squadrato, postillato, ammonito, quotato, collettato, patentato, licenziato, autorizzato, impedito, riformato, raddrizzato, corretto. Vuol dire essere tassato, addestrato, taglieggiato, sfruttato, monopolizzato, concusso, spremuto, mistificato, derubato, e, alla minima resistenza, alla prima parola di lamento, represso, emendato, vilipeso, vessato, braccato, tartassato, accoppato, disarmato, ammanettato, imprigionato, fucilato, mitragliato, giudicato, condannato, deportato, sacrificato, venduto, tradito, e per giunta schernito, dileggiato, ingiuriato, disonorato, tutto con il pretesto della pubblica utilità e in nome dell'interesse generale. (da Idée générale de la Révolution au XIXe siècle (1851), Paris, Rivière, 1923; trad. it. L'idea generale di rivoluzione nel XIX secolo, Firenze, Centro Editoriale Toscano, 2001.)


Oggigiorno, ovviamente, dovremmo completare l'ammirevole esposto di Proudhon notando che il nostro essere governati implica l'essere elettronicamente monitorati, tracciati da satelliti, perquisiti a piacimento e invasi nelle nostre proprietà da squadre di polizia SWAT, spesso sotto il pretesto dell'annullamento del nostro diritto naturale a decidere quali sostanze ingerire, iniettarci o inalare in quello che di solito viene chiamato "nostro stesso corpo".

Così, per ritornare alla domanda sulla legittimità politica determinata dal consenso dei governati, pare che dopo una sobria riflessione l'intera idea sia fantasiosa come gli unicorni. Nessuno sano di mente, eccetto forse gli incurabili masochisti, acconsentirebbe volontariamente ad essere trattato come i governi trattano in effetti i loro cittadini.

Ciononostante molti pochi di noi in questo paese sono attivamente impegnati in rivolte armate contro i nostri governanti. Ed è precisamente questa assenza di assoluta rivolta violenta che, strano a dirsi, alcuni commentatori prendono come prova del nostro consenso per i modi oltraggiosi con cui il governo ci tratta. Accettazione forzata, tacito consenso, tuttavia, non sono la stessa cosa del consenso, specialmente quando le persone acconsenzienti, come me, sono in lenta ebollizione, in rassegnazione sdegnata.

Per la cronaca, posso dire in assoluta franchezza che io non approvo il modo in cui vengo trattato da bugiardi, ladri ed assassini che modellano secondo i loro capricci il governo degli Stati Uniti d'America o da coloro che costituiscono la piramide di tirannia dei governi statali, locali ed ibridi che appestano enormemente questo paese. Il mio sincero desiderio è che tutti questi individui facessero, almeno per una volta nelle loro spregevoli vite, una cosa onorevole. A tale riguardo, suggerisco che diano seria considerazione al seppuku. Che impieghino una spada aguzza o smussata, non me ne importa, fintanto che portano l'atto a compimento.

Ogni qual volta scrivo le suddette righe, ricevo sempre messaggi da persone sottosviluppate che, immaginando che io "odi l'America", mi dicono di andarmene da questo paese e ritornare da dovunque io provenga. Reazioni simili non solo evincono maleducazione, ma un fraintendimento della mia lamentela.

Affermo con convinzione che io non odio l'America. Non sono nato in qualche dispotismo estero, ma in uno interno conosciuto come Oklahoma, che mi rendo conto sia il cuore che l'anima di questo paese fintanto che si parla di cultura e raffinatezza. Per di più, per quello che vale, alcuni dei miei antenati sono vissuti in Nord America secoli prima che un manipolo di uomini bianchi logori e morti di fame raggiungessero la riva di questo continente, piantassero la loro bandiera e rivendicassero a nome di qualche schifoso monarca europeo tutta la terra che potevano e non potevano vedere. Che facce toste!

Non devo rendere conto a nessuno del mio affetto per la Statua della Libertà, le Montagne Rocciose e le onde color ambra del grano, senza parlare delle rane di Calaveras County. Così quando sono invitato ad andarmente dal paese, mi sento come se vivessi in una città presa dalla James Gang dove mi viene detto che se non voglio essere derubato e maltrattato da energumeni, dovrei andarmene. Secondo me, sarebbe meglio se fossero i criminali ad andarsene.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 29 giugno 2011

Sei Errori Fondamentali dell'Attuale Ortodossia #2




Seconda ed ultima parte. Qui il link alla Prima Parte.

[Estratto da Independent Review (Inverno 2010). Un file audio MP3 di questo articolo, narrato da Colin Hussey, è disponibile per il download.]




__________________________________


di Robert Higgs


Il Capitale e la Sua Struttura

Come già evidenziato in precedenza, il volgare Keynesiano vede la riserva di capitale come "data". Se riflette sulla quantità totale, la considera come una sorta di enorme eredità del passato ed afferma che nulla di quello che potrebbe essere aggiunto o sottratto da essa nel breve termine la cambierà abbastanza da causare preoccupazioni. Ma se presta solo poca attenzione al capitale, non ne presta alcuna alla sua struttura: i raffinati schemi della specializzazione e dell'interrelazione tra le innumerevoli forme specifiche di beni capitali, rappresentati dal risparmio passato e dall'investimento. In questo modello d'analisi, non conta se le imprese investono in nuovi telefoni oppure in nuove dighe: il capitale è il capitale è il capitale.

Visto che in questo modello la struttura della riserva di capitale è disgregata — anche i distinti economisti, come Frank Knight, hanno insistito che la riserva di capitale è essenzialmente un blocco indifferenziato di eguale valore monetario (Hennings 1987, 330) — non viene data nessuna attenzione a come i cambiamenti nei tassi d'interesse possano generare cambiamenti nella struttura della riserva di capitale. Dopo tutto, che genere di differenza può fare un tale cambiamento? Questa ostinata cecità ha fatto si che molto economisti, incluso il recente premio Nobel Paul Krugman (1998), abbiano travisato la teoria Austriaca del ciclo economico come una teoria sugli "investimenti in eccesso", cosa che certamente non è.

Invece la teoria introdotta da Ludwig von Mises e F.A. Hayek nella prima metà del ventesimo secolo — una teoria che è quasi caduta nel dimenticatoio dopo la rivoluzione Keynesiana in macroeconomia — è una teoria sugli investimenti improduttivi, ovvero una teoria di come un tasso d'interesse artificialmente ridotto conduca le imprese ad investire nel tipo sbagliato di capitale, in particolare nei beni capitali con una vita più lunga, come edifici residenziali ed industriali, rispetto a quelli con una vita relativamente breve come le scorte, l'attrezzatura ed i macchinari. Così, secondo il punto di vista Austriaco, i bassi tassi d'interesse indotti dalla FED, come quelli tra il 2002 ed il 2005, hanno condotto le imprese a sopravvalutare i progetti a lungo termine e direzionare i loro investimenti in questa direzione — scatenando boom nell'edilizia, tra le altre cose. Questo direzionamento avrebbe senso in economia se il tasso d'interesse fosse diminuito in un libero mercato, segnalando pertanto che le persone desiderano rinviare un consumo maggiore risparmiando maggiormente dai loro guadagni.

Ma se le persone non hanno cambiato le loro preferenze in questo modo e continuano a preferire la consumazione presente come facevano in precedenza, allora le imprese incapperanno in errori scegliendo questi tipi di progetti d'investimento, i quali sono, in effetti, tentativi di anticipare richieste future che non avverranno mai. Quando infine i progetti iniziano a fallire, il boom che i tassi d'interesse hanno artificialmente messo in azione sfocerà nel bust, con relative bancarotte e disoccupazione, poichè i progetti insostenibili sono liquidati e le risorse sono spostate — in molti casi in modo doloroso — verso usi più produttivi.

Visto che il volgare Keynesiano è cieco a queste micro-distorsioni ed al bisogno di essere corrette subito dopo un boom artificialmente indotto, fallisce nel vedere il bisogno delle bancarotte e della disoccupazione che necessariamente accompagnano una sostanziale ristrutturazione economica. Egli presuppone: se solo il governo entrasse in gioco ed usasse la sua spesa a deficit per compensare l'investimento privato ridotto e la spesa al consumo, allora l'economia sarebbe risanata ed i lavoratori impiegati di nuovo senza alcuna ristrutturazione economica.

Non c'è da sorprendersi, quindi, se le persone che pensano secondo queste linee stiano attualmente lavorando per continuare una politica che contribuisca enormemente a produrre il boom insostenibile del 2002-2006, ovvero prestiti sussidiati ad aspiranti proprietari di case che non soddisfano i normali requisiti commerciali per ricevere tali prestiti. Al volgare Keynesiano non viene in mente che molte risorse sono state direzionate in costruzioni di case e condomini e che i prestiti a proprietari di case che non possono permettersi di comprare una casa a meno che non vengano aiutati con sussidi, segnalano un uso non-economico delle risorse a spese dei contribuenti che direttamente o indirettamente finanziano questi sussidi.



Investimenti Improduttivi e Pompaggio di Denaro

Con la loro grande e semplice fiducia nell'efficacia della spesa del governo come una bilancia macroeconomica, i volgari Keynesiani trascurano l'investimento improduttivo, passato e futuro, e sostengono la spesa in eccesso del governo tramite le sue entrate, la differenza può essere coperta dai prestiti. Ovviamente favoriscono le azioni della banca centrale per rendere simili prestiti più a basso prezzo per il governo. Infatti preferiscono cronicamente il "denaro facile" a politiche più restrittive della banca centrale.

Come evidenziato in precedenza essi preferiscono il denaro facile, non solo perchè abbassa il costo visibile del finanziamento a deficit della spesa del governo, ma anche perchè induce gli individui a prendere in prestito più denaro ed a spenderlo per beni di consumo — tale incremento nella spesa al consumo è come sempre vista come una buona cosa, malgrado il tasso a zero dei risparmi degli individui negli Stati Uniti negli anni recenti. Riflettendo sul comportamento del volgare Keynesiano nei confronti della politica della FED, continuo a ricordare una vecchia canzone country il cui ritornello era: "older whiskey, faster horses, younger women, more money".

I volgari Keynesiani non spendono molto tempo a preoccuparsi della potenziale inflazione; al contrario, sono ossessionati da un paura irrazionale anche per il minimo accenno alla deflazione. Se l'inflazione dovesse diventare un problema innegabile, potremmo contare su di loro per sostenere il controllo dei prezzi, che, sulla base della vaga conoscenza di simili controlli durante la Seconda Guerra Mondiale, sono convinti che possano essere fatti funzionare bene.



Regime di Incertezza

I volgari Keynesiani non sono nient'altro che attivisti politici. Come Franklin D. Roosevelt, credono che il governo debba "fare qualcosa" e se non funziona provare qualcos'altro (Roosevelt 1933, 51). Ancora meglio se il governo prova un insieme di cose subito e, se il trucco non riesce, continuare a versare più denaro su di esse e provare qualcos'altro per stimolare.

Le ere che vengono stimate come le più gloriose nella storia politico-economica degli Stati Uniti sono il primo mandato di Roosevelt come presidente ed i primi anni della presidenza Lyndon B. Johnson. In questi periodi abbiamo assistito ad uno sfogo di nuove misure governative per spendere, tassare, regolamentare, sussidiare ed in generale creare danni economici su vasta scala. I piani ambiziosi dell'amministrazione Obama per l'azione di governo su molti fronti, riempiono i volgari Keynesiani di speranze secondo cui è iniziato un terzo Grande Balzo in Avanti.

I volgari Keynesiani non comprendono che l'attivismo per politiche estreme potrebbe funzionare a discapito della prosperità economica creando quello che io chiamo un "regime di incertezza", un'incertezza pervasiva sulla reale natura dell'ordine economico incombente, specialmente sul come il governo tratterà i diritti della proprietà privata in futuro (Higgs 1997). Questo tipo di incertezza scoraggia in special modo gli investitori che vogliono mettere denaro in progetti a lungo termine. Tale investimento, che è quasi scomparso dopo il 1929, non si riprese completamente fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Più di un osservatore nei mesi recenti ha commentato che il regime di incertezza è scaturito dalla frenetica serie di salvataggi del governo, dalle infusioni di capitale, dai prestiti d'emergenza, dalle nazionalizzazioni, dai pacchetti di stimolo e da altre misure straordinarie ammassate in un periodo inferiore ad un anno (si veda, per esempio, Boettke 2008, Gonigam 2009 e Lam 2009). Con l'amministrazione Obama al comando, le prospettive paiono favorevoli per una continuazione di questo tipo di attivismo politico frenetico. Non può aiutare e potrebbe procurare danni in grande quantità.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


__________________________________________________________________

Riferimenti

Boettke, Peter. 2008. "Regime Uncertainty." The Austrian Economists, 6 ottobre.

Cantor, Paul. 2002. "Keynes and the Pyramids." Mises Daily, 14 ottobre.

Gonigam, Dave. 2009. "Regime Uncertainty." The Daily Reckoning, 4 marzo.

Hennings, K. H. 1987. "Capital as a Factor of Production," in The New Palgrave: A Dictionary of Economics redatto da John Eatwell, Murray Milgate e Peter Newman, 327–33. New York: Stockton Press.

Higgs, Robert. 1997. "Regime Uncertainty: Why the Great Depression Lasted So Long and Why Prosperity Resumed after the War." The Independent Review 1, no. 4 (primavera): 561–90.

Keynes, John Maynard. 1936. The General Theory of Employment, Interest, and Money. New York: Harcourt, Brace and World.

Krugman, Paul. 1998. "The Hangover Theory: Are Recessions the Inevitable Payback for Good Times?", Slate, 4 dicembre.

Lam, Carlos. 2009. "'Regime Uncertainty' Further Delays Economic Growth." Seeking Alpha, 3 aprile.

Mankiw, N. Gregory. 2009. "It May Be Time for the Fed to Go Negative." New York Times, 18 aprile.

Roosevelt, Franklin D. 1933. Looking Forward. New York: John Day.

Samuelson, Paul A. 1948. Economics: An Introductory Analysis. New York: McGraw-Hill.

__________________________________________________________________


martedì 28 giugno 2011

Sei Errori Fondamentali dell'Attuale Ortodossia #1

Data la fine prossima del QE2 e l'incalzante marea di articoli pro-spesa a deficit dalle colonne di un pò tutti i giornali, ritengo opportuno che venga letto questo articolo. Quella che sta scomparendo é l'illusione Keynesiana di una pianificazione centralizzata dell'economia; come direbbe Hayek riguardo questo modello: "That'a a Fatal Conceit!" Sissignore, che per ripianare ai casini di una spesa sconsiderata ed azzardi economici, sono stati dapprima salvati i gatti grassi col QE1 e poi i cocci delle passività accumulate dai vari programmi di welfare, col QE2. Salvataggi e costi senza fine. Per non parlare delle guerre: piena occupazione e niente da mangiare. La vera crescita richiede produzione di ciò che la gente desidera, non spendere a cazzo di cane. Sveglia! Il party é finito, la sbornia é passata; ora portate via le pale, il lungo termine é in vista. [Parte 1 di 2]
___________________________________


di Robert Higgs


Mentre la recessione è peggiorata e la debacle finanziaria è passata da una fiammata ad un'altra durante l'ultimo anno e mezzo, sono aumentati tremendamente i commentatori sui problemi economici. I sapientoni hanno pontificato; i giornalisti e gli editori hanno riferito ed opinato; i programmi radiofonici hanno sbuffato ed ansimato; i funzionari pubblici hanno vomitato anche più linguaggio ambiguo del solito; i goffi esperti accademici, presi sotto l'occhio delle telecamere come un cervo accecato dalle luci, hanno ammiccato ed incespicato nel loro breve lasso di tempo come mezzobusti in TV. Siamo stati sommersi da un enorme emissione di diagnosi, prognosi e prescrizioni, almeno il 95% delle quali è stata spaventosamente sbagliata.

La maggior parte di esse sono risultate sbagliate per le stesse ragioni. La maggior parte delle persone che ha la pretesa di possedere la competenza sull'economia, si basa su una serie comune di pressupposti e modi di pensare. Chiamo questo guazzabuglio pseudo-intellettuale "volgare Keynesianismo". E' lo stesso sproloquio che è passato per saggezza economica in questo paese per più di 50 anni e sembra essersi originato nella prima edizione di Economics (1948) di Paul Samuelson, il libro d'economia più venduto di tutti i tempi e l'unico da cui diverse generazioni di studenti universitari hanno acquisito tutte le cose che sanno sull'analisi economica. Tempo fa questa visione si insediò nel discorso educativo, nei media e nella politica, e si stabilì come un'ortodossia.

Sfortunatamente questo modo di pensare dell'operazione economica — in particolare sulle sue fluttuazioni generali — è un tessuto di errori commessi e di cose omesse. Più sfortunate sono state le implicazioni politiche derivate da questo modo di pensare: tra tutte, la nozione che il governo può e dovrebbe usare politiche fiscali e monetarie per controllare la macroeconomia e stabilizzare le sue fluttuazioni. Nonostante si sia sviluppata più di mezzo secolo fa, questa visione sembra essere ancora vitale nel 2009 come lo era nel 1949.

Consideriamo brevemente i sei aspetti più evidenti di questo sfortunato approccio per capire ed affrontare l'economia dei boom e bust.



Aggregati

John Maynard Keynes persuase i suoi colleghi economisti (e loro persuasero la gente) che ha senso pensare all'economia come ad un pugno di aggregati: entrate totali o produzione, spesa totale al consumo, spesa totale d'investimento ed esportazioni totali nette. Se le persone ricordano qualcosa dal loro corso introduttivo d'economia, molto probabilmente ricorderanno l'equazione Y = C + I + G + (X - M).

A volte Q • P è messo sullo stesso piano delle variabili alla destra dell'equazione. Quindi l'idea è che l'offerta aggregata (produzione fisica moltiplicato il livello dei prezzi) è uguale alla domanda aggregata, che è uguale alla somma dei quattro tipi di spesa monetaria per beni e servizi finali prodotti da poco.

Questo modo di comprimere transazioni differenti in singole variabili ha l'effetto di sopprimere la comprensione delle connessioni e delle differenze dentro ognuno degli aggregati. Quindi, in questa struttura, aggiungere un milione di dollari d'investimento per scorte di teddy-bear avrebbe lo stesso effetto se un milione di dollari d'investimento fosse direzionato nello scavare una nuova miniera di rame. Allo stesso modo, aggiungere un milione di dollari per comprare biglietti del cinema avrebbe lo stesso effetto se un milione di dollari fosse speso per la benzina. Allo stesso modo, aggiungere un milione di dollari alla spesa del governo per vaccini infantili contro la polio avrebbe lo stesso effetto se un milione di dollari in spesa del governo fosse direzionato in munizioni da 7,62 millimetri. Non ci vuole molto ad immaginare i modi in cui la soppressione delle differenze dentro ognuno degli aggregati potrebbe distorcere seriamente il nostro modo di pensare nei confronti dell'economia.

Infatti "l'economia" non produce una massa indifferenziata che chiamiamo "produzione". Al contrario, i milioni di produttori che danno vita "all'offerta aggregata" forniscono una varietà quasi infinita di beni e servizi specifici che si diversificano in modi innumerevoli. Per di più, un'ampia parte di quello che succede in un'economia moderna orientata verso il mercato consiste in affari tra i produttori che non forniscono alcun bene o servizio "finale", bensì forniscono materiali grezzi, componenti, prodotti intermedi e servizi reciproci. Visto che questi produttori sono connessi da un intricato schema di relazioni, che deve sostenere certe proporzioni se si uvole che l'intera organizzazione funzioni efficiacemente, le conseguenze critiche sottolineano cosa in particolare viene prodotto, quando, dove e come.

Queste microconnessioni straordinariamente complesse sono quelle a cui ci stiamo realmente riferendo quando parliamo di "economia". Sicuramente non è un processo singolo e semplice che produce un blocco uniforme di aggregati. Per di più, quando si parla di "azione economica", ci si riferisce alle scelte che compiono milioni di partecipanti differenti che selezionano un corso d'azione e che mettono in conto una possibile alternativa. Senza scelta, limitati dalla scarsità, nessuna vera scelta economica può aver luogo. Così, il volgare Keynesianismo, che pretende di essere un modello economico o per lo meno una struttura coerente di analisi economica, esclude praticamente la possibilità di una pura scelta economica, sostituendola con un concetto scarno e meccanico — l'equivalente intellettuale di un pupazzo.



Prezzi Relativi

Il volgare Keynesianismo non tiene conto dei prezzi relativi o dei cambiamenti in tali prezzi. In questa struttura c'è solo un prezzo, che è chiamato "livello dei prezzi" e rappresenta una media ponderata di tutti i prezzi del denaro a cui gli innumerevoli beni e servizi dell'economia sono venduti (c'è anche il tasso d'interesse, che è trattato come un prezzo in un modo limitato e fuorviante, e di cui ne parlerò in seguito). Se i prezzi relativi cambiano — cosa che ovviamente accade sempre in una certa intensità, anche nei periodi più stabili — questi cambiamenti "fanno media" ed influenzano il calcolo del cambiamento, se ce n'è qualcuno, solo in un modo analiticamente irrilevante a livello dell'aggregato dei prezzi.

Così se l'economia si espande su certe linee, ma non su altre, e la configurazione dei prezzi relativi è cambiata, i volgari Keynesiani sanno che la "domanda aggregata" e "l'offerta aggregata" sono cresciute, ma non hanno alcuna idea del perchè o in che modo sono cresciute. Nemmeno se ne preoccupano. Secondo il loro punto di vista la produzione aggregata dell'economia — la sola produzione che trattano come degna di nota — è guidata dalla domanda aggregata, alla quale l'offerta aggregata risponde più o meno automaticamente; e non importa se è aumentata solo la domanda per i cetrioli oppure, per citare un esempio che lo stesso Keynes usò, è aumentata solo la domanda per le piramidi. La domanda aggregata è la domanda aggregata è la domanda aggregata.[1]

Visto che il volgare Keynesiano non ha idea della struttura della produzione nell'economia, non può comprendere come un'espansione della domanda su certe linee, ma non su altre, potrebbe essere problematica. Secondo il suo punto di vista non si potrbbero mai avere, diciamo, troppe case ed appartamenti. Aumentare la spesa per case ed appartamenti è, secondo lui, sempre buono qualora l'economia ha risorse disoccupate, nonostante la quantità di case ed appartamenti che ora sono vacanti e nonostante quali tipi specifici di risorse siano disoccupate e dove siano localizzate in questa vasta terra. Malgrado i lavoratori disoccupati possano essere degli abili minatori d'argento in Idaho, si suppone che sia cosa buona se in qualche modo venga aumentata la domanda per i condomini a Palm Beach, visto che per il volgare Keynesiano non ci sono classi individuali di lavoratori oppure mercati del lavoro separati: il lavoro è il lavoro è il lavoro. Se qualcuno — qualunque siano le sue capacità, preferenze o posto in cui abita — è disoccupato, allora in questa struttura di pensiero potremmo aspettarci di rimetterlo a lavoro aumentando sufficientemente la domanda aggregata, senza badare a dove vengano spesi i soldi, in cosmetica o in informatica.

Questa tetra semplicità esiste perchè la produzione aggregata è una semplice funzione crescente del lavoro aggregato: Q = f(L), dove dQ/dL > 0.

Da notare che questa "funzione della produzione aggregata" ha un solo fattore produttivo, il lavoro aggregato. I lavoratori producono apparentemente senza l'aiuto del capitale! Se pressato, il volgare Keynesiano ammetterà che i lavoratori usano il capitale, ma insisterà che la riserva di capitale potrebbe essere considerata come "data" e fissata nel breve termine. E — un punto molto importante — il suo intero apparato di pensiero è inteso esclusivamente ad aiutarlo a comprendere questo breve termine. Nel lungo termine, potrebbe insistere, saremo "tutti morti", come disse Keynes[2], oppure potrebbe semplicemente negare che il lungo termine è quello che otteniamo quando si piazzano una serie di brevi termini uno dietro l'altro. Il volgare Keynesiano in effetti vive al momento e solo in questo, come se fosse una grande virtù. In ogni dato istante di tempo, si potrebbe lasciare senza problemi che il futuro si prenda cura di se stesso.



Il Tasso d'Interesse

Il volgare Keynesiano potrebbe preoccuparsi del tasso d'interesse, ma solo in senso ristretto. Per lui il tasso d'interesse è il "prezzo del denaro" — cioè, il tasso d'affitto pagato sul denaro preso in prestito. Tale prestito è sempre buono e se in maggiori quantità anche meglio, perchè gli individui usano denaro preso in prestito per acquistare beni di consumo, in tal modo "creando lavori", ed un lavoro è la cosa migliore nell'universo conosciuto. Di conseguenza più è basso il tasso d'interesse, più le persone prenderanno in prestito e spenderanno, e meglio funzionerà l'economia, a patto che esista disoccupazione in qualsiasi luogo del paese.

Visto che un pò di disoccupazione esiste sempre, il volgare Keynesiano vuole sempre che il tasso d'interesse sia più basso di quello che in realtà è. Se può essere abbassato artificialmente dall'azione della banca centrale, favorisce poderosamente tale azione. La Federal Reserve ha di recente spinto il suo obiettivo per il tasso d'interesse sui "fondi federali" — bilanci overnight da cui le banche prendono in prestito l'una dall'altra — quasi a zero e stimati economisti hanno giocato sulla bislacca nozione di raggiungere un tasso d'interesse negativo (si veda, per esempio, Mankiw 2009). (Dove devo firmare per un prestito?)

Il volgare Keynesiano non comprende cosa sia in realtà il tasso d'interesse. Fallisce nel comprendere che è un fondamentale prezzo realtivo — ovvero, il prezzo di beni disponibili ora in relazione a beni disponibili nel futuro. Ricordate, egli non pensa affatto in termini di prezzi relativi, quindi è del tutto naturale che fallisca nel comprendere come il tasso d'interesse influenzi la scelta tra l'attuale consumo e risparmio — cioè, agendo in questo modo si rende possibile una maggiore consumazione futura, non consumando l'attuale reddito. In un libero mercato una riduzione del tasso d'interesse riflette un desiderio di consumare di più nel futuro piuttosto che ora.

Un libero mercato includerebbe fornitori e richiedenti prestiti, ed il tasso d'interesse in vigore sarebbe quello a cui l'ammontare di coloro che richiedono un prestito è uguale a quello di coloro che sono disponibili a prestare denaro. Entrambi creditori e debitori, tuttavia, stanno facendo le loro scelte alla luce della propria "preferenza temporale", che è il tasso a cui sono disposti a commerciare i beni presenti per i beni futuri. Le persone con "un alto tasso nella preferenza temporale" sono desiderose di consumare ora piuttosto che in seguito, e per indurli a desistere sulla consumazione odierna coloro che prendono in prestito devono compensarli pagando un alto tasso d'interesse per l'uso dei loro fondi.

Sebbene i volgari Keynesiani riconoscono che un basso tasso d'interesse stimolerà le imprese a prendere in prestito più denaro e ad investirlo, immaginano che i piani d'investimento siano volatili per natura ed essenzialmente irrazionali — guidati, come disse Keynes, dagli "spiriti animali" degli imprenditori (1936, 161-62). Perciò, il livello a cui l'investimento risponde per un cambiamento nel tasso d'interesse è piccolo e potrebbe essere grossomodo ignorato.

Per i volgari Keynesiani l'importanza del tasso d'interesse è data dal fatto che regola l'ammontare di individui che stipuleranno prestiti per finanziare i loro acquisti di beni di consumo. Questi acquisti, nella loro logica, sono l'elemento essenziale nella determinazione di quante imprese vogliono produrre e quanto vogliono investire nell'espansione della loro capacità di produrre. Tuttavia, in questa struttura, non conta che tipo di investimento viene intrapreso: investimento è investimento è investimento.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


(I). Link alla Seconda Parte


__________________________________________________________________

Note

[1] Nella General Theory, Keynes scrisse: "Piramidi, terremoti, perfino le guerre possono servire ad incrementare la ricchezza" (1936, 129). Provocato dai riferimenti Keynesiani alle piramidi, Paul Cantor fa questa battuta: "Se a Keynes piacevano le piramidi, ci doveva essere qualcosa di sbagliato in queste e difatti pare esserci una connessione tra l'amore per le piramidi e l'amore per il Big Government" (2002).

[2] La frase spesso citata di Keynes praticamente non è tanto ridicola quanto di solito pare essere. La sua frase nel contesto, in Tract on Monetary Reform del 1923, è: "Il lungo termine è una guida fuorviante per gli affari attuali. Nel lungo termine saremo tutti morti. Gli economisti si prefiggono il compito troppo semplice e troppo inutile di poter dire, in stagioni tempestose, se l'oceano diverrà piatto di nuovo quando la tempesta è passata". La citazione è disponibile su Wikiquote.

__________________________________________________________________