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mercoledì 8 luglio 2026

Il declino della moneta fiat nelle nazioni sviluppate

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-declino-della-moneta-fiat-nelle)

I governi presumono di poter stampare tutta la moneta che vogliono e che verrà accettata con la forza. Tuttavia la storia delle valute fiat è sempre la stessa: prima i governi superano i limiti di credito, poi ignorano tutti i segnali di allarme e infine assistono al crollo della valuta.

Oggi assistiamo in tempo reale al declino delle valute fiat nelle economie sviluppate. Il sistema di riserva mondiale si sta lentamente ma inesorabilmente diversificando, allontanandosi da un ancoraggio basato esclusivamente sulle valute scoperte per orientarsi verso uno misto in cui l'oro gioca un ruolo dominante.

I dati COFER dell'FMI mostrano che, sebbene il dollaro continui a dominare, la sua quota di riserve dichiarate è scesa verso il 50%. L'oro ha superato il dollaro e l'euro come principale bene rifugio delle banche centrali per la prima volta in 40 anni.

C'è una ragione per questo cambiamento storico: le economie sviluppate hanno superato tutti i loro limiti di indebitamento.

Il debito pubblico è costituito da emissioni di valuta e la credibilità delle nazioni sviluppate come emittenti sta rapidamente svanendo. Tutto è iniziato quando la BCE, la FED e le principali banche centrali mondiali hanno fatto registrare ingenti perdite. I loro attivi generavano rendimenti negativi, mentre l'inflazione e i problemi di solvibilità diventavano evidenti. Gli economisti e i governi tradizionali hanno minimizzato queste perdite, considerandole insignificanti, eppure esse dimostravano l'estremo rischio associato agli acquisti di asset effettuati negli anni precedenti.

L'inflazione è una forma di default graduale sugli obblighi emessi, e le banche centrali stanno evitando il debito dei Paesi sviluppati perché prevedono un deterioramento delle prospettive fiscali e inflazionistiche. Il debito sovrano non è più un bene di riserva.

Il debito pubblico mondiale ha raggiunto circa $102.000 miliardi, un nuovo record storico, ben al di sopra dei livelli pre-pandemia e vicino ai picchi toccati durante la più aggressiva espansione monetaria. Il debito sovrano ha alimentato questa crescita fenomenale, con Paesi come la Francia e gli Stati Uniti che hanno fatto registrare enormi deficit annuali anche in periodi non di crisi. La politica economica statunitense, nota come “Bidenomics”, è stata la prova più evidente di una politica fiscale imprudente, con deficit record e un aumento della spesa di oltre $2.000 miliardi in un periodo di forte ripresa economica.

Come si è verificata questa perdita di fiducia? Le nazioni con una forte sovranità monetaria non hanno una capacità illimitata di emettere valuta e debito; hanno dei limiti ben precisi che, una volta superati, generano un'immediata perdita di fiducia a livello mondiale. Le economie sviluppate hanno oltrepassato questi tre limiti, soprattutto a partire dal 2021:

• Il limite economico viene raggiunto quando un debito sempre più elevato porta a una diminuzione della crescita marginale. La spesa pubblica ha gonfiato il PIL, ma la produttività è stagnante e i salari reali netti sono invariati o in calo.

• Il limite fiscale deriva dallo spiazzamento degli investimenti produttivi da parte degli oneri finanziari e della spesa per i servizi sociali. Nonostante la repressione finanziaria, i bassi tassi di interesse e gli stimoli monetari, gli oneri finanziari assorbono quote sempre maggiori dei bilanci dei Paesi sviluppati, rendendo più oneroso il finanziamento degli obblighi pubblici, anche se l'indice dei prezzi al consumo annuo si modera.

• Il limite inflazionistico viene raggiunto quando il ripetuto finanziamento monetario della spesa pubblica erode la fiducia nel potere d'acquisto della moneta fiduciaria e l'inflazione cumulativa supera i salari reali, creando una crisi di accessibilità economica.

La recente combinazione di elevato debito nominale, aumento degli oneri finanziari e deficit fiscali strutturali nelle principali economie avanzate dimostra il superamento di ogni limite.

Le banche centrali comprendono la natura della moneta fiat e sanno che il debito sovrano non rappresenta più l'asset sicuro in grado di garantire stabilità e rendimenti economici reali, pertanto hanno reagito con un'ondata senza precedenti di acquisti d'oro. Gli acquisti ufficiali netti hanno superato le 1.100 tonnellate nel 2022 e si sono mantenuti al di sopra delle 1.000 tonnellate sia nel 2023 che nel 2024, più del doppio della media annua registrata tra il 2010 e il 2021. Nel 2024 le banche centrali hanno acquistato ufficialmente 1.045 tonnellate d'oro, segnando il terzo anno consecutivo al di sopra delle 1.000 tonnellate e prolungando una serie di 15 anni di aumenti netti. Tuttavia si stima che gli acquisti non ufficiali siano significativamente maggiori. I sondaggi mostrano che circa un terzo delle banche centrali prevede di aumentare le proprie riserve auree nei prossimi anni e oltre quattro quinti si aspettano che le riserve auree ufficiali mondiali continuino a crescere a causa delle preoccupazioni per l'inflazione persistente, la stabilità finanziaria e i problemi di solvibilità.

La domanda record di oro è una risposta diretta alla mancanza di fiducia nella sostenibilità delle passività in valuta fiat emesse da stati eccessivamente indebitati. L'oro non presenta rischi di default e non è soggetto al controllo delle banche centrali, il che lo rende un investimento adatto quando le stesse banche centrali dubitano della credibilità a lungo termine delle valute dei grandi Paesi.

Molti gestori di riserve ritengono che il modo in cui i governi aumentano massicciamente l'offerta di moneta durante le crisi, unitamente al lento ritorno alle politiche normali, implichi che l'inflazione e il controllo finanziario siano ormai componenti permanenti del sistema, anziché semplici soluzioni temporanee; pertanto l'acquisto di riserve auree rappresenta una sorta di polizza assicurativa contro la graduale tassazione dei risparmiatori attraverso rendimenti reali negativi e inflazione.

Un simile esito non significa un imminente crollo del dollaro, né un processo di “de-dollarizzazione”, bensì un'indiscutibile perdita di fiducia nelle valute fiat in generale, dall'euro e dalla sterlina allo yen e al dollaro stesso. Quest'ultimo, però, rimane la valuta fiat dominante, rappresentando l'89% delle transazioni mondiali e detenendo il 57% delle riserve mondiali.

Investitori e banche centrali si stanno orientando verso un ordine di riserva ibrido in cui le valute fiat coesistono con un'allocazione strutturalmente più elevata nei confronti dell'oro, ma anche con un utilizzo crescente di crittovalute decentralizzate.

Alcune banche centrali sono nel panico. La BCE mira a imporre l'uso dell'euro attraverso l'introduzione di una valuta digitale emessa dalla banca centrale, ma questo approccio errato riflette sia la disperazione che il desiderio di controllo. La FED e il governo statunitense stanno incentivando le stablecoin coperte da titoli del Tesoro come mezzo per stimolare la domanda di dollari. È un'idea migliore rispetto all'imposizione e alla repressione, soprattutto considerando che il governo statunitense è concentrato sulla riduzione del deficit e del debito. Tuttavia se il governo statunitense non accelera le misure per ridurre il debito attraverso politiche di crescita e tagli alla spesa, la fiducia nella sua valuta potrebbe indebolirsi rapidamente.

Nessun governo nelle economie avanzate vuole tagliare la spesa pubblica, fatta eccezione per l'amministrazione statunitense, che lo sta facendo con moderazione. Con economie che si trovano ad affrontare rapporti debito pubblico/PIL superiori al 100%, persistenti disavanzi primari e resistenza politica a seri tagli alla spesa, è probabile che chi emette valuta fiat rimanga intrappolato oltre i limiti economici, fiscali e inflazionistici.

Stiamo vivendo un cambiamento monetario storico che avrà implicazioni a lungo termine. Le banche centrali di tutto il mondo hanno smesso di credere alle promesse sulla carta e richiedono moneta reale. La prima nazione ad adottare politiche monetarie e fiscali solide vincerà... le altre perderanno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 7 luglio 2026

Tsunami del debito: l'eredità di Alan Greenspan

La proposta di Judy Shelton sui Treasury Trust Bond incarna una classe speciale di debito pubblico pensata per ricollegare il dollaro all'oro pur tuttavia senza riportare formalmente gli Stati Uniti al classico gold standard. Il suo obiettivo dichiarato era quello di reintrodurre la disciplina di mercato nel sistema monetario, preservando al contempo un ruolo formale per il governo statunitense. La struttura è semplice, ma le implicazioni sono significative. Il Dipartimento del Tesoro emetterebbe un'obbligazione che non paga interessi periodici. L'investitore, invece, acquista lo strumento a sconto e riceve un pagamento predefinito alla scadenza. La caratteristica distintiva è l'opzione di riscatto: alla scadenza il detentore potrebbe scegliere tra il valore nominale in dollari o una quantità predefinita di oro. Questa scelta trasforma l'obbligazione in un referendum sul potere d'acquisto a lungo termine del dollaro. La Shelton ha presentato l'idea in una forma più simbolica: un titolo del Tesoro convertibile in oro con scadenza a 50 anni, emesso il 4 luglio 2026, in occasione del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, e con scadenza il 4 luglio 2076, in occasione del 300° anniversario. Ha anche fatto riferimento alle 261 milioni di once d'oro statunitensi, ancora registrate nei libri contabili a $42 l'oncia, mentre il valore di mercato è di gran lunga superiore. Secondo la sua impostazione l'oro non dovrebbe essere venduto, dovrebbe essere mobilitato come garanzia e strumento di credibilità. Questa distinzione è importante: la proposta non è quella di liquidare Fort Knox per finanziare il deficit, si tratta di utilizzare le riserve auree statunitensi come meccanismo di garanzia per uno specifico strumento. Un Treasury Trust Bond creerebbe un prezzo di mercato per la fiducia nel dollaro. Se gli investitori preferiscono i normali titoli del Tesoro, il segnale è che si fidano del dollaro, della FED e della politica fiscale; se invece preferiscono i titoli del Tesoro convertibili in oro, il segnale è diverso: il mercato desidera protezione contro il deprezzamento del dollaro, lo slittamento della politica fiscale o la discrezionalità monetaria. La FED continua ad esistere, ma il mercato riceve uno strumento in grado di misurare, in tempo reale, se gli investitori a lungo termine preferiscono il rimborso in valuta fiat o il rimborso indicizzato all'oro. L'implicazione sul dollaro è quindi sottile. Un Treasury Trust Bond non è anti-dollaro, è un tentativo di renderlo più credibile costringendolo a competere con l'oro all'interno della curva dei rendimenti dei titoli del Tesoro. Gli Stati Uniti non abbandonerebbero il dollaro, bensì affermerebbero piuttosto che è sufficientemente forte da poter essere misurato rispetto all'oro. Per il metallo giallo l'implicazione è ancora più diretta: passerebbe da riserva passiva a garanzia monetaria attiva. Questo rappresenterebbe un importante cambiamento psicologico: l'oro non sarebbe più una copertura contro l'inflazione e una riserva della banca centrale, diventerebbe un punto di riferimento per la disciplina del credito sovrano. L'inversione di tendenza definitiva dall'eredità Greenspan. Questa, infatti, è la vera innovazione: una tale obbligazione non si limiterebbe a raccogliere fondi, ma rappresenterebbe un termometro della fiducia.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/tsunami-del-debito-leredita-di-alan)

Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006, incarna una sorprendente svolta ideologica, passando da sostenitore del gold standard ad architetto del moderno sistema finanziario espansivo, alimentato dal debito. È scomparso all'età di 100 anni e questo rappresenta un buon momento per valutare la sua eredità e spiegarne l'importanza.

Negli anni Sessanta, da giovane economista influenzato da Ayn Rand e dall'Oggettivismo, Greenspan sostenne con forza il sistema aureo. Nel suo saggio del 1966, “Oro e libertà economica”, sostenne che la moneta coperta dall'oro fosse essenziale per il capitalismo. Essa impediva agli stati di inflazionare la valuta per finanziare lo Stato sociale o i deficit, prevenendo l'erosione dei risparmi e i cicli di boom & bust causati dalla manipolazione della moneta fiat. Considerava le banche centrali e la moneta scoperta come strumenti per la confisca occulta della ricchezza attraverso l'inflazione.

Fu proprio quel saggio a fargli guadagnare l'affetto di Ayn Rand. Divenne un membro stimato della sua cerchia ristretta in un periodo in cui tali circoli influenti dominavano la scena di Manhattan. Si guadagnò la sua fiducia mentre la sua società di consulenza acquisiva sempre maggiore influenza. I suoi clienti erano tra i più importanti di Wall Street. La sua vicinanza alla Rand e alla sua cerchia contribuì alla percezione, diffusa all'epoca, che le idee della stessa Rand fossero in ascesa, come dimostrava la costante crescita delle vendite dei suoi libri.

Una volta al potere, però, Greenspan operò all'interno del sistema che un tempo aveva criticato. Divenne noto per la sua politica monetaria discrezionale e flessibile, che privilegiava la stabilità e la crescita economica a breve termine rispetto a regole rigide.

Tra gli elementi chiave figurava la “Greenspan Put”.

I mercati si sono abituati ad aspettarsi che la FED riducesse i tassi di interesse e iniettasse liquidità durante le crisi per attutire il calo dei prezzi degli asset. Questo processo è iniziato con il crollo del mercato azionario del 1987 (Lunedì Nero), durante il quale Greenspan confermò la disponibilità della FED a fornire liquidità.

Questo fu l'inizio di quello che in seguito divenne noto come Quantitative Easing, o allentamento monetario quantitativo, come metodo per affrontare le turbolenze dei mercati. Rappresentò un ripudio totale delle linee di politica di Paul Volcker dal 1979 al 1982, l'ultima volta in cui questo Paese permise a una recessione economica di seguire il suo corso naturale anziché ricorrere a metodi artificiali di stimolo della domanda. Fu una prova della teoria della Scuola Austriaca, secondo la quale le recessioni servono a eliminare gli investimenti sbagliati e a preparare il terreno per una nuova prosperità.

Il test contribuì a creare le condizioni per il boom degli anni '80. Eppure, allo stesso tempo, abbiamo assistito a misure di deregolamentazione finanziaria e bancaria che avrebbero favorito nuove forme di finanziamento creditizio, offuscando le vecchie distinzioni tra risparmi e depositi a vista. Fu proprio questo cambiamento a modificare radicalmente il funzionamento del capitalismo.

Con una moneta solida e un libero mercato, il tasso di interesse rifletteva il tasso di risparmio. Gli investitori prendevano in prestito solo ciò che avevano a disposizione, mentre i risparmiatori venivano premiati per la loro parsimonia con alti tassi di interesse. Il tasso di rendimento del capitale finanziario tendeva a un equilibrio identico ai livelli di produzione industriale. Ciò significa che era sempre più conveniente risparmiare che assumersi rischi, a meno che non si avesse intenzione di intraprendere attività speculative imprenditoriali. Questo era l'equilibrio: risparmiare, investire, crescere.

Gli sforzi di Greenspan ribaltarono completamente la situazione. La Federal Reserve intraprese un nuovo esperimento che avrebbe premiato il debito più del risparmio attraverso un semplice stratagemma: abbassò i tassi d'interesse al punto che risparmiare rendesse meno che investire in azioni, in modo che chiunque potesse indebitarsi e investire, guadagnando di più sui mercati finanziari. Iniziò così quella che viene chiamata finanziarizzazione. Rovesciò i meccanismi tradizionali del capitalismo, introducendo un nuovo sistema di calcolo che smise di premiare il risparmio e iniziò a premiare la leva finanziaria al di sopra di ogni altra cosa.

Un risultato davvero notevole per un uomo che decenni prima aveva condannato proprio questo sistema!

Questa strategia fu riproposta in risposta alla crisi LTCM del 1998, al crollo delle dot-com (2000-2001) e al periodo successivo all'11 settembre. Gli investitori hanno incorporato nei prezzi questa protezione implicita contro i ribassi, come un'opzione put, incoraggiando una maggiore assunzione di rischi, l'utilizzo della leva finanziaria, il servizio del debito e una speculazione sfrenata.

Dopo lo scoppio della bolla delle dot-com e l'11 settembre, la Federal Reserve sotto la guida di Greenspan ridusse il tasso di riferimento a un minimo storico di circa l'1% tra il 2003 e il 2004, mantenendolo a quel livello. Ciò creò credito a bassissimo costo, alimentando i prestiti, la leva finanziaria e l'aumento dei prezzi degli asset (soprattutto degli immobili). Questo alimentò direttamente la bolla immobiliare di metà anni 2000, rendendo i mutui straordinariamente accessibili e incoraggiando i prestiti subprime.

Il risultato fu un azzardo morale e una cultura sfrenata di assunzione di rischi a scapito della prudenza finanziaria. La combinazione di salvataggi per i mercati (non necessariamente per le singole imprese) e tassi bassi alimentò la convinzione che la FED avrebbe sempre “ripulito” il mercato dopo le bolle speculative.

Ciò ha ridotto i rischi percepiti della speculazione, portando a una maggiore leva finanziaria, a mutui esotici e a una più ampia era di “finanziamento tramite debito” in cui l'espansione del credito ha superato la crescita produttiva. Lo stesso Greenspan parlò di “esuberanza irrazionale” nel 1996, ma non agì in modo decisivo per far scoppiare le bolle.

Il mandato di Greenspan ha coinciso con (e ha contribuito a favorire) un cambiamento strutturale verso livelli più elevati di debito pubblico-privato, la finanziarizzazione dell'economia e ripetute bolle speculative. La bolla immobiliare e la crisi del 2008 ne sono gli esempi più lampanti: la politica monetaria accomodante del periodo post-dot-com ha contribuito all'eccessivo indebitamento di famiglie e banche. Sebbene abbia difeso le sue azioni (sostenendo che le bolle sono difficili da individuare in tempo reale e che i bassi tassi di interesse non sono stati l'unica causa dei problemi del mercato immobiliare), le sue linee di politica hanno mascherato i crescenti rischi sistemici e hanno indirizzato gli Stati Uniti verso il disastro.

Negli anni successivi Greenspan espresse un giudizio favorevole sull'oro (ad esempio, definendolo la principale valuta mondiale e ammettendo, in conversazioni con Ron Paul, che la FED aveva cercato di imitare i segnali del gold standard). Riconobbe l'incompatibilità dello Stato sociale con la moneta forte, ma operò pragmaticamente all'interno del sistema.

Belle parole, ma guardate come si è comportato. I successori di Greenspan alla FED non hanno fatto altro che intensificare la sua apostasia, soprattutto Ben Bernanke, che è andato anche oltre, abbassando i tassi a zero e proteggendosi dalle conseguenze inflazionistiche riempiendo i caveau delle banche con denaro fasullo. Tutto questo ha creato innumerevoli istituzioni zombi, mentre la FED continuava a detenere nei propri bilanci questi asset fittizi e sopravvalutati.

Bernanke è stato succeduto da Janet Yellen, la quale ha cercato di attenuare i timori di inflazione all'inizio del 2021, poco prima che la svalutazione riducesse di un terzo il potere d'acquisto del dollaro. Non si tratta di un bilancio esemplare, per il quale Greenspan ha fatto da apripista.

Il giovane Greenspan vedeva l'oro come un freno agli eccessi dello stato e delle banche. Il Greenspan più anziano, esercitando un potere immenso alla FED, lo usò per appianare i cicli economici, con successo per un certo periodo (bassa inflazione, crescita stabile negli anni '90), ma al costo di costruire un'architettura finanziaria più fragile e dipendente dal debito.

Questa mentalità dell'“era Greenspan”, caratterizzata da politiche monetarie interventiste, ha influenzato i successori come Bernanke e continua a plasmare l'attuale contesto di elevato debito pubblico e bassi tassi di interesse (fino a poco tempo fa almeno), nonché le aspettative di interventi di salvataggio da parte della FED. Ha segnato un allontanamento decisivo dai principi di una moneta solida a favore di cicli di credito gestiti tramite la manipolazione della valuta fiat.

Stiamo ancora pagando un prezzo altissimo per questa cattiva gestione. Greenspan è la perfetta incarnazione del principio secondo cui le parole e i fatti devono coincidere, altrimenti si rischia di diventare uno strumento di ipocrisia e di una catastrofe che spazza via ogni convinzione intellettuale un tempo abbracciata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 12 maggio 2026

La “stampa di moneta” da parte della Federal Reserve: realtà o finzione?

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-stampa-di-moneta-da-parte-della)

Di recente ho scritto un articolo intitolato Money Supply Growth, il quale ha suscitato una riflessione molto interessante da parte di Garrett Baldwin su Substack. Baldwin ha sostenuto che definire le operazioni della Federal Reserve “stampa di moneta” non è retorica, bensì una realtà. Ha citato un'intervista del 2010 a Ben Bernanke, in cui quest'ultimo descriveva come la FED applichi un ricarico sui conti digitali.

Ma il punto di vista di Garrett, pur essendo valido in parte, trascura il funzionamento del sistema. Per comprendere la crescita dell'offerta di moneta, è essenziale distinguere tra creazione di riserve e creazione di depositi.

Garrett sostiene che riferirsi alle operazioni della Federal Reserve come “stampa di moneta” non è meramente retorico, ma strutturalmente corretto:

Quando parlo di “stampa di moneta”, mi riferisco alla capacità della Federal Reserve di creare riserve digitali illimitate per acquistare titoli di Stato [...] e a come le operazioni del Dipartimento del Tesoro influenzano la leva finanziaria nel sistema finanziario.

Garrett ritiene che questo processo funzioni in modo equivalente alla stampa di moneta e che debba essere trattato come tale. Sebbene questa prospettiva metta in luce la portata e le potenziali conseguenze degli interventi monetari, rischia di travisare il processo di creazione della moneta nel sistema bancario moderno. Per chiarire questo punto, è fondamentale distinguere tra la creazione di riserve da parte della Federal Reserve e la creazione di moneta in senso ampio (come i depositi) da parte delle banche commerciali.

Cominciamo col capire come la Federal Reserve crea le “riserve”.


La creazione di riserve

La Federal Reserve effettua operazioni di mercato aperto per creare riserve bancarie. Acquista titoli del Tesoro, o titoli garantiti da ipoteca, dalle banche commerciali. In cambio accredita fondi sui conti di riserva di tali banche.

Queste riserve sono registrazioni digitali, non viene stampato denaro fisico. La banca si ritrova con più riserve e meno titoli; il suo bilancio non cresce. Nulla in questa fase aumenta direttamente l'offerta di moneta.

Ecco il flusso di base: la Federal Reserve aumenta le riserve attraverso operazioni di mercato aperto, in particolare tramite acquisti di asset su larga scala, spesso definiti quantitative easing. La FED acquista asset da banche commerciali, o primary dealer, principalmente titoli del Tesoro statunitensi o titoli garantiti da ipoteche. Paga questi asset non con denaro contante, o moneta stampata, ma accreditando il conto di riserva della banca venditrice presso la Federal Reserve.

L'ultima frase è la più importante in relazione alla “stampa di moneta”. C'è creazione di moneta, in quanto non è altro che un sistema contabile digitale di addebiti e accrediti sui conti di riserva delle banche e sul bilancio della Federal Reserve.

Ecco la procedura passo passo:

  1. Il governo emette debito per coprire le spese che superano le entrate riscosse.

  2. I “primary dealer” partecipano all'asta del debito pubblico e sono tenuti ad acquistare i titoli emessi. Le banche diventano così proprietarie del debito e il governo ha a disposizione fondi da spendere.

  3. I “primary dealer” possono quindi vendere le obbligazioni ad altri acquirenti (istituzioni, hedge fund, ecc.) OPPURE possono vendere il debito (titoli del Tesoro o titoli garantiti da ipoteca) alla Federal Reserve.

  4. In quest'ultimo caso la FED aumenta il saldo delle riserve della banca presso la sua Federal Reserve Bank distrettuale in cambio dell'acquisto del debito.

  5. La banca detiene quindi maggiori riserve e meno titoli, ma il livello complessivo dei suoi attivi rimane invariato (non c'è stata creazione di moneta).

  6. Nel bilancio della FED il lato attivi aumenta (in quanto aumenta il numero di titoli detenuti) e il lato passivi aumenta (in quanto vengono create nuove riserve).

È fondamentale sottolineare che queste riserve non sono costituite da valuta fisica. Si tratta di voci digitali nel bilancio della Federal Reserve, il cui utilizzo è limitato alle transazioni tra banche o al rispetto dei requisiti di riserva. Non sono spendibili da famiglie o imprese.


Perché la creazione di riserve non è la stessa cosa della “stampa di moneta”

L'espressione “stampa di moneta” evoca tradizionalmente l'immagine di una banca centrale che crea valuta e la immette direttamente nell'economia. In pratica la stragrande maggioranza del denaro in circolazione è costituita da depositi bancari, non da banconote. Come spiega la Banca d'Inghilterra:

Quando una banca concede un prestito, in genere non eroga denaro contante [...] bensì accredita sul conto del mutuatario un deposito bancario pari all'importo del prestito.

Come già accennato, ciò che la FED crea durante uno “scambio di asset” sono riserve, non depositi. Le banche detengono queste riserve, che non sono direttamente spendibili nell'economia reale. La creazione di depositi, che espande l'offerta di moneta in senso ampio, avviene quando le banche commerciali concedono prestiti.

Questo è un punto di fondamentale importanza. Come abbiamo affermato nel nostro precedente articolo:

TUTTO il denaro viene PRESTATO e quindi così creato.

Quando una banca detiene riserve in eccesso (riserve superiori a quanto necessario per soddisfare i requisiti normativi, o per regolare le transazioni interbancarie), ha maggiore capacità di erogare credito. Tuttavia, ed è fondamentale sottolinearlo, le riserve non causano direttamente la creazione di prestiti.

Le banche non prestano le riserve, piuttosto prendono decisioni di prestito basandosi sulla solvibilità, sulla domanda di prestiti, sui requisiti patrimoniali regolamentari e sulla redditività. Quando una banca concede un prestito:

  1. Crea un nuovo attivo (il prestito) nel suo bilancio.

  2. Contemporaneamente crea una nuova passività (un deposito sul conto del mutuatario).

  3. Tale deposito aumenta l'offerta di moneta, misurata da aggregati quali M1 o M2.

Ecco perché, come abbiamo spiegato nell'articolo Myths of Gold, l'offerta di moneta (M2) deve crescere di pari passo con l'economia.

È facile indicare i grafici dell'M2 e gridare alla svalutazione. Tuttavia l'offerta di moneta deve crescere di pari passo con la crescita economica. In caso contrario emergono rischi deflazionistici. Pertanto il punto cruciale è se la creazione di moneta superi la crescita economica in modo costante. Dal 1959 l'offerta di moneta è cresciuta in linea con la crescita economica.

Se in seguito la banca necessita di riserve (per regolare un pagamento o soddisfare i requisiti di riserva), può ottenerle dalla Federal Reserve o tramite il mercato interbancario. Pertanto le riserve non rappresentano un vincolo nel processo di erogazione del credito; vengono fornite in modo elastico dalla banca centrale per sostenere il sistema dei pagamenti.

Ecco perché gli economisti sottolineano che “i prestiti creano depositi”, e non viceversa. La creazione di riserve da parte della FED consente alle banche di concedere prestiti con maggiore facilità, fornendo ampia liquidità e riducendo le tensioni di finanziamento, ma non le obbliga a farlo. L'erogazione di prestiti dipende dalla domanda dei mutuatari, dalle condizioni del credito e dalle considerazioni normative, non dalla mera disponibilità di riserve.

Poiché le riserve non vengono prestate direttamente a consumatori o imprese, la loro creazione non porta intrinsecamente all'inflazione dei prezzi. Tra il 2008 e il 2020 la Federal Reserve ha ampliato il proprio bilancio di migliaia di miliardi di dollari, aumentando drasticamente le riserve, ciononostante la crescita monetaria in senso ampio è rimasta moderata e l'inflazione dei prezzi al consumo è rimasta al di sotto dell'obiettivo del 2% per gran parte di quel periodo. Solo quando il governo americano ha inviato assegni direttamente alle famiglie (aumentando la domanda) e contemporaneamente ha bloccato l'economia (riducendo l'offerta), l'inflazione dei prezzi è diventata un problema temporaneo. Con il ritorno alla normalità di domanda e offerta, e l'inversione di tendenza dell'aggregato monetario M2 in percentuale del PIL, è probabile che anche l'inflazione dei prezzi segua lo stesso andamento.

Ciò dimostra che l'espansione delle riserve tramite il quantitative easing non si traduce automaticamente in aumenti di spesa o di prezzi. Può, tuttavia, ridurre i tassi di interesse, far aumentare i prezzi degli asset e incoraggiare l'espansione del credito se le condizioni di prestito sono favorevoli.


Altri punti sulla stampa di denaro

Garrett sostiene che il nostro articolo sottovalutava il ruolo dell'offerta di garanzie, del finanziamento all'ingrosso, del sistema bancario ombra e dei mercati repo:

La qualità e l'abbondanza delle garanzie determinano se i prestiti vengono concessi, la maggior parte della creazione di credito avviene ora attraverso mercati all'ingrosso che superano di gran lunga i depositi tradizionali e la catena bancaria ombra è fondamentale per la trasmissione della liquidità al di fuori di M2.

Garrett formula osservazioni valide sull'evoluzione delle strutture finanziarie nell'economia odierna. Ad esempio, la Banca dei Regolamenti Internazionali riconosce che gli intermediari finanziari non bancari svolgono un ruolo significativo nella liquidità e nel credito globali. L'aumento del riutilizzo delle garanzie, dei pronti contro termine e della leva finanziaria nei segmenti non bancari è ben noto. Tuttavia ciò non annulla il meccanismo fondamentale di “creazione di moneta” tramite i prestiti bancari, né il ruolo delle riserve delle banche centrali a sostegno del sistema di riconciliazione.

Infatti il governatore Andrew Bailey della Banca d'Inghilterra ha sottolineato:

Le banche commerciali possono creare denaro semplicemente concedendo prestiti ai propri clienti.

Egli afferma inoltre che le riserve sono il “mezzo di riconciliazione ultimo”, ma non creano direttamente moneta in senso ampio. Pertanto la sua tesi secondo cui i canali bancari ombra dominano è esagerata. Sebbene i canali ombra siano importanti per la liquidità e il rischio, essi si basano su un quadro di riferimento in cui i prestiti e i depositi delle banche commerciali rimangono centrali.


Equilibri settoriali, meccanismi fiscali e distribuzione

In particolare Garrett ha accettato l'identità settoriale secondo cui i disavanzi pubblici creano surplus privati. Sostiene poi che ciò che conta è chi si appropria del surplus e come viene impiegato:

Quando il deficit pubblico si trasforma in profitto per un hedge fund grazie all'arbitraggio sui titoli del Tesoro, non è la stessa cosa che denaro destinato a investimenti produttivi.

Egli sostiene inoltre che i metodi di finanziamento (acquisti della Federal Reserve, risparmi esteri e reinvestimento interno) rimodellano i flussi di rischio, distorcono gli incentivi e facilitano la finanziarizzazione.

La sua argomentazione è sensata e certamente tocca il tema della disuguaglianza di ricchezza. Tuttavia non modifica l'identità contabile (disavanzo pubblico = surplus privato + saldo estero), la quale rimane valida a prescindere dalla distribuzione. Come abbiamo osservato, i disavanzi forniscono asset finanziari netti al settore privato. Sebbene si debba considerare l'utilizzo di tali asset, e non solo la quantità, questo è un altro discorso.

Il canale di finanziamento è fondamentale. Quando la FED monetizza i deficit attraverso l'acquisto di asset finanziari, o tramite la domanda regolamentare, modifica i premi di rischio e i flussi di credito. La semplificazione del “surplus del settore privato” non coglie questa sfumatura. La realtà è che dal 2009 si è verificato un netto spostamento verso asset speculativi. Questo spostamento ha aumentato la disuguaglianza di ricchezza negli Stati Uniti, anziché favorire investimenti produttivi che avrebbero generato un beneficio economico più ampio.

Sebbene le argomentazioni di Garrett siano indubbiamente valide e sottolineino l'importanza dei canali di distribuzione, allocazione e finanziamento, non cambiano il fatto che la “stampa di moneta” da parte della FED non avvenga.


Forza del dollaro, domanda di garanzie e timori di svalutazione

Garrett sostiene che la forza del dollaro e la significativa domanda di titoli del Tesoro americani riflettano flussi di investimenti sicuri strutturalmente obbligatori, incentivi normativi e meccanismi di portafoglio, piuttosto che una pura fiducia globale:

Il dollaro è ancora la valuta dominante [...] ma concentriamoci [...] sui requisiti strutturalmente imposti.

Sostiene inoltre che l'inflazione dei prezzi degli asset, la leva finanziaria e l'espansione delle garanzie collaterali siano forme occulte di svalutazione, anche se i prezzi al consumo rimangono contenuti.

In realtà è ampiamente documentato che i titoli del Tesoro statunitensi fungono da beni rifugio a livello mondiale; le normative sulla liquidità delle banche (Basilea, norme sulla copertura della liquidità) imprimono la domanda su tali asset. È vero che parte del predominio del dollaro deriva dal fatto che questi meccanismi di controllo obbligatori sono supportati dalla letteratura sulla domanda di beni rifugio. Tuttavia, sebbene non sia errato affermare che la domanda rifletta la fiducia e la preferenza per la liquidità, ciò omette una parte importante del quadro generale.

In altre parole, il predominio del dollaro è in parte spiegato dagli effetti di rete e in parte dalla regolamentazione; tuttavia è anche una conseguenza della mancanza di alternative. Per le banche centrali di tutto il mondo che hanno bisogno di accumulare riserve, non esistono “asset sicuri” che offrano lo stato di diritto, la potenza militare, la liquidità e la profondità del mercato forniti dal mercato dei titoli del Tesoro statunitensi. Ecco perché, nonostante le “narrazioni contrarie”, le partecipazioni estere in titoli del Tesoro statunitensi continuano ad aumentare.

L'espansione delle riserve non garantisce l'inflazione dei prezzi, poiché anche il comportamento del settore bancario, i prestiti, la spesa e la velocità di circolazione della moneta giocano un ruolo importante. È vero che il quantitative easing e la politica dei tassi di interesse a zero hanno contribuito all'inflazione dei prezzi degli asset, ma ciò non si è tradotto in tassi di crescita economica, cosa che ha ridotto la velocità di circolazione della moneta (la velocità con cui il denaro si muove nell'economia). In altre parole concordo con la premessa di Garrett secondo cui il sistema di trasmissione monetaria è “difettoso”, ed è per questo che, come già detto, la disuguaglianza di ricchezza continua a crescere.

Sebbene Garrett sollevi alcuni punti validi che meritano di essere discussi, la logica macroeconomica rimane valida. I timori di “stampa di moneta” e di svalutazione sono in gran parte infondati, come già evidenziato nel nostro precedente articolo, e la domanda di dollari rimane evidente nella crescente richiesta di titoli del Tesoro statunitensi da parte di acquirenti stranieri.

Garrett aggiunge sfumature concentrandosi su garanzie, catene di finanziamento e distribuzione. Questi fattori influenzano la liquidità, ma i principi fondamentali restano comunque importanti.

• Tutto il denaro viene creato tramite prestiti.

• Le riserve non sono spendibili dal pubblico.

• L'aumento dell'offerta di moneta deriva dai prestiti e dalla spesa pubblica.

• Gli scambi di asset effettuati dalla Federal Reserve modificano la forma della moneta, non la sua quantità.

Per i lettori che desiderano comprendere l'inflazione, la liquidità e la ricchezza, questi concetti fondamentali costituiscono le basi. Il sistema bancario ombra e la distribuzione del denaro vengono dopo. Iniziamo, quindi, dai meccanismi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 6 gennaio 2026

Il Giappone non sta perdendo il controllo

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Michael Nicoletos

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-giappone-non-sta-perdendo-il-controllo)

I social media finanziari hanno una nuova ossessione. Ogni macro-conto, ogni commentatore di mercato, ogni newsletter pubblica una versione di questo adagio: «ULTIMA ORA: il rendimento dei titoli di stato giapponesi a 30 anni raggiunge il RECORD del 3,43%! La Banca del Giappone sta perdendo il controllo!»

I grafici sembrano spaventosi, i commenti sono allarmanti, la narrazione si scrive da sola: il Giappone è in difficoltà, l'inflazione è alle stelle e la terza economia a livello mondiale sta per esplodere.

C'è solo un problema: questa storia interpreta fondamentalmente male ciò che sta realmente accadendo.

Abbiamo passato anni a criticare la Banca del Giappone per aver distorto il mercato obbligazionario. Ora che i rendimenti si stanno finalmente normalizzando, invece di fare un passo indietro per osservare, tutti si affrettano a dichiarare che la BoJ ha perso il controllo.

Ma ecco il punto: penso che tutti abbiano capito questa storia al contrario.

Lasciatemi spiegare e vi prometto che sarò semplice, anche se non avete mai pensato alle obbligazioni giapponesi in vita vostra.


Cosa sta realmente accadendo?

Lasciatemi tradurre il gergo: quando sentite dire “i rendimenti obbligazionari stanno salendo”, in realtà significa che gli investitori chiedono tassi di interesse più elevati per prestare denaro al governo giapponese. Immaginatelo come un aumento dei tassi delle carte di credito, solo che in questo caso si tratta del debito pubblico.

Il titolo di stato giapponese a 30 anni ora rende circa il 3,35% all'anno. Potrebbe non sembrare molto, ma per il Giappone, un Paese che fino a poco tempo fa aveva tassi di interesse negativi, si tratta di un risultato storico. Il governatore Kazuo Ueda, a capo della banca centrale giapponese, ha dato il segnale più chiaro finora: la banca centrale potrebbe rialzare nuovamente i tassi di interesse già questo mese.

Pensiero comune? Il Giappone sta finalmente perdendo il controllo sull'inflazione dopo decenni di lotta alla deflazione. Il mercato sta forzando la mano. Panico assicurato.

O forse è il contrario?


Il Giappone non perde facilmente il controllo

Ecco cosa sfugge ai pessimisti: la banca centrale giapponese è l'operatore monetario non convenzionale più esperto del pianeta.

Ha inventato il copione che tutti gli altri hanno copiato.

Quantitative easing? Il Giappone lo ha fatto per primo nel 2001. Tassi di interesse a zero? Il Giappone è stato il pioniere. Tassi di interesse negativi? Il Giappone ci è arrivato nel 2016. Controllo della curva dei rendimenti che letteralmente impone un tetto ai rendimenti obbligazionari? Il Giappone ha portato avanti un tal programma per 8 anni prima di terminarlo nel 2024.

Consideriamo i numeri:

• La banca centrale giapponese detiene ancora circa il 50% di tutti i titoli di stato giapponesi, per un valore di circa $3.700 miliardi.

• Se si considerano anche le banche nazionali, le compagnie assicurative e i fondi pensione le istituzioni giapponesi detengono oltre l'80% del debito nazionale.

• Il bilancio della BoJ ammonta a circa il 110% del PIL, molto più del 23% della FED o del 41% della BCE.

Questo non è un mercato che può essere attaccato da speculatori stranieri. Quando possiedi metà del mercato, il mercato sei tu.

Allora perché il Giappone dovrebbe perdere improvvisamente il controllo ora, dopo aver gestito con successo il suo mercato obbligazionario per decenni?

La risposta è: non accadrà e non è accaduto.

Lo fa apposta.


La strategia dello yen

Il Giappone ha deliberatamente consentito l'aumento dei rendimenti obbligazionari a lungo termine per una semplice ragione: vuole uno yen più debole.

Ecco perché è importante.

Quando i rendimenti obbligazionari in Giappone aumentano, cambia il modo in cui il denaro fluisce a livello globale. Uno yen più debole rende le esportazioni giapponesi più economiche per il resto del mondo. Toyota, Sony e Nintendo sono diventate più competitive nelle loro esportazioni.

Quando il team finanziario di Toyota fa i conti, stima di guadagnare circa $300 milioni in profitti per ogni singolo yen che si indebolisce rispetto al dollaro.

Il Giappone ha fatto registrare un surplus delle partite correnti di oltre $115 miliardi nella prima metà dell'anno scorso. Si tratta del surplus più elevato per qualsiasi semestre fiscale da quando sono stati resi disponibili dati comparabili nel 1985. Uno yen più debole è carburante per gli esportatori giapponesi.

Ma qui si gioca una partita più grande.


Il fattore Cina

Uno yen più debole non solo aiuta il Giappone a vendere più auto e prodotti elettronici all'estero, ma rende anche i produttori giapponesi più competitivi rispetto al loro principale rivale: la Cina.

E la tempistica in questo caso non è casuale.

In questo momento Giappone e Cina si trovano nel mezzo della peggiore crisi diplomatica dal 2023. Il primo ministro giapponese, Sanae Takaichi, ha di recente ipotizzato che un attacco cinese a Taiwan potrebbe minacciare la sopravvivenza del Giappone e giustificare una risposta militare. La reazione di Pechino è stata rapida e severa: ha vietato l'importazione di prodotti ittici giapponesi, cancellato voli, sospeso le uscite cinematografiche e diramato avvisi di viaggio.

La Cina è il secondo mercato di esportazione del Giappone. Lo scorso anno le aziende giapponesi hanno venduto beni per un valore di $125 miliardi alla Cina, ma con il deteriorarsi di questa relazione, il Giappone ha bisogno di trovare nuovi vantaggi altrove.

Lo fa con uno yen più debole.

I prodotti giapponesi stanno diventando più economici rispetto alle alternative cinesi, non solo per gli acquirenti americani, ma anche per i clienti del Sud-est asiatico, dell'Europa e dell'America Latina. Proprio come le tensioni politiche rendono più rischioso affidarsi alla Cina, il Giappone sta diventando un fornitore alternativo più attraente.


Ed ecco dove le cose si fanno davvero interessanti: anche l'America ne trae beneficio

Ora parliamo di qualcosa che nessuno tra i pessimisti giapponesi menziona: cosa significa questo per i mercati statunitensi.

Il Giappone non è un Paese qualunque quando si parla di finanza americana. Il Giappone è il maggiore detentore straniero di titoli del Tesoro statunitensi, con un patrimonio di oltre $1.180 miliardi. Più della Cina, più del Regno Unito, più di chiunque altro.

Per decenni il denaro giapponese è confluito negli Stati Uniti attraverso una strategia nota come carry trade.

Ecco come funziona in parole semplici: gli investitori giapponesi prendono in prestito denaro in yen a tassi di interesse prossimi allo zero; convertono quegli yen a basso costo in dollari; acquistano asset americani, come titoli del Tesoro, azioni e immobili, che offrono rendimenti molto più elevati; poi intascano la differenza. Vi chiederete come funziona se il Giappone lascia salire i tassi di interesse. Finché i tassi di interesse a breve termine in Giappone sono inferiori a quelli degli Stati Uniti e lo yen si svaluta, questo scambio funziona bene.

Questo scambio è stato per anni uno dei pilastri silenziosi a sostegno dei prezzi degli asset americani. Migliaia di miliardi di dollari in fondi giapponesi sono confluiti in azioni e obbligazioni statunitensi attraverso questo meccanismo.

Ed ecco il punto chiave: un indebolimento controllato e graduale dello yen fa sì che questo denaro continui a fluire verso l'America.

Pensateci dal punto di vista di un investitore giapponese. Se siete un gestore di un fondo pensione a Tokyo e detenete $50 milioni in azioni statunitensi, state osservando due cose: l'andamento delle azioni e quello dello yen.

Se lo yen si indebolisce gradualmente e in modo prevedibile, i vostri investimenti negli Stati Uniti appariranno più vantaggiosi. Riconvertendoli in yen, otterrete più yen per ogni dollaro. Questo rende gli asset americani più appetibili, non meno.

Ma se lo yen si rafforzasse improvvisamente, se il Giappone perdesse il controllo e dovesse frenare bruscamente, gli investitori giapponesi andrebbero incontro a perdite ingenti sui loro investimenti all'estero e sarebbero costretti a vendere in massa asset americani per limitare i danni.

Gestire un lento declino dello yen anziché rischiare un'inversione improvvisa significa in realtà garantire stabilità ai mercati statunitensi.

Gli investitori istituzionali giapponesi, tra cui banche, fondi pensione e compagnie di assicurazione, detengono attualmente posizioni massicce in azioni e obbligazioni statunitensi. Finché lo yen si indebolirà gradualmente, non avranno motivo di vendere. Molti continueranno ad acquistare e questo significa che centinaia di miliardi di dollari continueranno a fluire nei mercati dei capitali americani.


La ristrutturazione silenziosa

Ora è qui che vorrei fare qualche ipotesi, ma seguitemi.

Cosa impedisce alla banca centrale giapponese di fare una cosa del genere: “Ehi, Ministero delle Finanze, attualmente deteniamo circa la metà del vostro debito pubblico. Cosa succederebbe se scambiassimo tutti quei titoli con nuovi titoli centenari al 3%?”

Sulla carta, non cambierebbe nulla. I titoli rimarrebbero allo stesso valore aggregato in bilancio, ma le implicazioni sarebbero enormi. Il Giappone manterrebbe bassi costi di indebitamento per un secolo. Rischio di rifinanziamento? Sparito. Rischio di tasso di interesse? Sparito. Tutte quelle preoccupazioni sulla sostenibilità del debito giapponese? Di fatto risolte.

Non è così assurdo come sembra. Il Giappone emette già obbligazioni a 40 anni. Il bilancio della Banca del Giappone è più ampio, in rapporto alla sua economia, di quello di qualsiasi altra grande banca centrale, più di cinque volte quello della Federal Reserve in rapporto al PIL degli Stati Uniti.

Sta operando in un territorio che nessun altro ha esplorato. Perché dare per scontato che seguano le vecchie regole?


Chi vince, chi perde?

Se ho ragione su ciò che sta facendo il Giappone, ecco come appare il tabellone di gioco.

Vincitori:

• Gli esportatori giapponesi beneficiano del calo dei prezzi globali. La BoJ rialza i tassi di interesse a breve termine, consentendo al contempo un allargamento della parte lunga della curva dei rendimenti.

• Il governo giapponese permette all'inflazione di ridurre il suo debito reale.

• I fondi pensione giapponesi beneficiano di un adeguamento ordinato e senza panico.

• I mercati dei capitali statunitensi continuano a ricevere afflussi dai grandi investitori istituzionali giapponesi.

• Il Tesoro degli Stati Uniti trae vantaggio dal fatto che il Giappone continua ad acquistare debito americano.

• I consumatori americani hanno accesso a una maggiore quantità di prodotti giapponesi a prezzi competitivi.

Perdenti: 

• La Cina si trova ad affrontare un Giappone più competitivo, proprio mentre le tensioni aumentano, aggravando le pressioni deflazionistiche già in atto.

• Chiunque scommetta su una crisi giapponese, che non si verificherà, rimarrà deluso.

• Chiunque creda che si tratti di un caso isolato e che la crescita trentennale del Giappone avrà effetti negativi a catena rimarrà deluso.


Conclusione

I media finanziari ritengono che il Giappone stia perdendo il controllo del suo mercato obbligazionario, che la terza economia più grande del mondo sia sull'orlo della crisi e che dovreste preoccuparvi.

Ma sta succedendo qualcosa di diverso.

Vedo un Paese che ha trascorso 30 anni a padroneggiare la politica monetaria non convenzionale. Un Paese che possiede metà del proprio mercato obbligazionario. Un Paese con tutti gli strumenti necessari per gestire questa transizione alle proprie condizioni.

Vedo il Giappone indebolire la propria valuta per aumentare la competitività, ristrutturare il proprio debito e affrontare un momento geopolitico pericoloso, il tutto continuando a finanziare i mercati americani con migliaia di miliardi di dollari.

Lo yen non sta crollando perché il Giappone ha perso il controllo; lo yen si sta indebolendo perché è il Giappone a volerlo.

Come ho già detto molte volte: lo yen non mente mai.

Vi sta dicendo che il Giappone non è in preda al panico, sta mettendo in atto una strategia. E se capite cosa sta facendo, vi renderete conto che questa è una delle storie più importanti e sottovalutate della finanza mondiale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 5 gennaio 2026

Il “boom del debito” tedesco: la scommessa da €500 miliardi di Merz è una follia keynesiana

Doveva essere questo autunno, adesso è stato rimandato addirittura al 2029 (semmai l'UE ci dovesse arrivare a quella data). Si capisce che per quella data non esisteranno né l'euro digitale, né un'Unione Europa come la conosciamo oggi perché Tether avrà dollarizzato/collateralizzato il mondo a un livello che sarà praticamente impossibile per un rivale riuscire a scalzarlo. Anche la FED sarà cambiata per allora, ridimensionata rispetto ai suoi ruoli attuali: prestatore di ultima istanza nel commercial paper market e impostazione del valore nominale del dollaro. La marcia indietro sull'euro digitale è la manifestazione tangibile della consapevolezza europea di non poter competere con Stati Uniti decisi a correre per i fatti loro, non più eterodiretti tramite infiltrati nelle stanze dei bottoni (es. Russiagate, ambasciatore inglese Darrock, ecc.) e sconquassi nei mercati finanziari ombra. La deriva autoritaria in accelerazione da parte dell'URSSE ha lo scopo di affermare la propria sopravvivenza attraverso il pugno duro scagliato contro la popolazione autoctona, dato che a livello internazionale la sua influenza continua a contrarsi. Il fantomatico “riarmo” sventolato dai vari eurocrati ai posti di comando non è rivolto alla Russia. Dopo tutto ciò che è stato inviato in Ucraina e distrutto dai russi l'UE non resisterebbe una settimana in un confronto aperto contro di essi al ritmo a cui falciano giornalmente mezzi e soldati ucraini (leggi NATO). No, eserciti e armi saranno rivolti internamente mentre i nuovi tiranni europei attiveranno tutti gli asset a loro disposizione per mantenere intatte le loro posizioni di privilegio nella catena del potere, che, ricordiamolo, si sono “guadagnati” derubando gli Stati Uniti. E non credete non ci siano altrettante fratture nella compagine della cricca di Davos. Non commettete l'errore di pensare che sia una fazione monolitica. Anche all'interno di essa ci sono “correnti”: “hardcore” (andare fino in fondo) e “softcore” (stringere un accordo). È così che è stata risolta la questione tra Iran e Israele, Israele e Palestina. Ed ecco perché, ad esempio, Fink gravita attorno a Kiev. Non scordiamoci che è stato il private equity negli USA a rappresentare una delle mani armate contro la ricchezza reale americana. Il private equity, infatti, sulla scia dei tassi bassi e la normativa a ripetizione sfornata dopo il 2008, ha fatto spesa di immobili e poi se li sono rivenduti tra di loro facendo aumentare i prezzi, impedendo alla classe media di possedere una casa, costruire una famiglia e, peggio di tutto, di accedere al credito al consumo. La rinascita della classe media americana passa per forza di cose dal mercato immobiliare: aggiustare il mercato dei mutui trentennali a tasso fisso, con copertura di equity credibile come oro, Bitcoin, flussi di cassa aziendali e titoli di stato americani. Un passo in avanti significativo è stato fatto questo mese quando la CFTC ha dichiarato ammissibili come garanzia per i prestiti Bitcoin e Tether. I QE, la ZIRP, il Dodd-Frank Act e tutte le altre storture/deformazioni economiche partorite da una FED popolata da vandali, così come il Congresso e le precedenti amministrazioni presidenziali, erano direzionati a distruggere/sabotare la capacità di formazione di ricchezza generazionale negli Stati Uniti. Un sabotaggio consapevole, tutto per mantenere liquido un mercato degli eurodollari disfunzionale (es. leva finanziaria spropositata) a vantaggio di Regno Unito ed Europa principalmente. In cambio è stata venduta all'americano medio la favoletta dei pasti gratis come l'università gratis o il sistema sanitario gratis (es. Obamacare), un'utopia progettata per trarre in inganno gli sprovveduti e risucchiare ulteriormente capacità produttiva dagli USA.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-boom-del-debito-tedesco-la-scommessa)

Negli ambienti governativi di Berlino, l'attesa è alle stelle: l'imponente programma di indebitamento è pronto per il lancio. Presto il pacchetto di credito da €500 miliardi – mascherato da “fondo speciale” – colpirà l'economia come uno tsunami, presumibilmente per liberare il Paese dalla sua recessione cronica.

Guardando indietro, il mandato del Cancelliere Friedrich Merz sarà probabilmente ricordato soprattutto per una cosa: la sua gigantesca orgia di debiti. Cinquecento miliardi di euro in nuovi prestiti, aggiunti al deficit annuale già pianificato al 3,3% del PIL, dovrebbero riaccendere il motore economico in difficoltà nel prossimo decennio.


Maastricht è storia

Anno dopo anno la montagna del debito, già pari al 65% del PIL, crescerà di un altro 1,15% sotto forma di nuovo debito. L'indebitamento netto annuo sale così al 4,6%, ben lontano dalle soglie un tempo “sacre” di Maastricht. Quei giorni sono ormai lontani. Berlino spera in un miracolo keynesiano, ignorando il fatto che tali politiche aggravano sempre i problemi strutturali anziché risolverli.

Secondo quanto riportato da Handelsblatt, citando fonti interne, il ministro dell'Economia Katharina Reiche (CDU) ha presentato i nuovi dati sulla crescita.

Le previsioni del suo ministero sono in linea con le previsioni congiunte dei principali istituti economici tedeschi: sia il DIW che l'RWI prevedono ora una crescita del PIL dell'1,3% per il 2026 e dell'1,4% per il 2027.

Tutti contano sullo stimolo del debito: più è meglio, e le questioni qualitative o i limiti della pianificazione economica sono ormai scomparsi dai radar. La convinzione che l'economia possa essere gestita centralmente è ormai un dogma a Berlino. Il libero mercato è trattato come un avversario.


Il “punto di svolta” di Merz

Il Cancelliere Merz ha di recente annunciato una “inversione di tendenza” nei flussi di investimenti. Dopo anni di massiccia fuga di capitali, ora sostiene che il denaro stia tornando in Germania. Sembra credere che i €50 miliardi aggiuntivi di nuovi prestiti – destinati principalmente a progetti climatici, infrastrutture ed espansione militare – innescheranno un boom degli investimenti privati. Attraverso le garanzie statali, il capitale privato verrà “mobilitato”.

È una scommessa che gli stimoli alimentati dal debito rilanceranno l'economia. In realtà è una logica in stile Habeck: il degrado industriale e i fallimenti sono parte integrante del gioco.


Frodi ed economia voodoo

Questa “crescita” è un'illusione statistica. Non riflette gli investimenti guidati dal mercato o la domanda reale: è un miraggio alimentato dal debito, un falò acceso dalla stampa di denaro.

Le conseguenze saranno devastanti: i contribuenti pagheranno il conto attraverso tasse più elevate o inflazione quando la nuova massa di credito si incontrerà con un'economia stagnante e un'offerta limitata, facendo salire i prezzi.

La vera prosperità e crescita devono essere misurate in modo diverso. In un libero mercato, beni e servizi nascono da una domanda genuina. Lo stato, al contrario, diventa un fattore di consumo che distrugge il potere d'acquisto attraverso la burocrazia.


Mercati dei capitali sotto pressione

Lo stesso vale per gli investimenti. Progetti ideologici come la “trasformazione verde” sono, in realtà, programmi di distruzione di capitale. Drenano risorse scarse dal settore privato, fanno aumentare i costi di finanziamento e irrigidiscono il mercato del lavoro, vincolando i lavoratori a burocrazie improduttive.

Per contestualizzare: la quota di PIL dello stato si attesta attualmente intorno al 50%.

Con un nuovo rapporto debito/PIL previsto al 4,7% per il prossimo anno e una crescita del PIL prevista di solo l'1,3%, il settore privato dovrebbe contrarsi di circa il 3,4% in termini reali affinché i calcoli tornino.

In altre parole: la Germania è già immersa in una spirale di debito in cui ogni euro aggiuntivo di debito pubblico produce una crescita negativa. Il governo tedesco prevede di aumentare la spesa di un altro 4-5% il prossimo anno, caricando ulteriore peso sull'economia privata. Con l'espansione dello stato, la spina dorsale produttiva si contrae e Berlino lo chiama “progresso”.


La “nuova alba” del governo Merz

L'amministrazione tedesca si sta ora preparando a iniettare il suo ingente pacchetto di debiti nei canali aridi dell'industria dei sussidi verdi e dell'emergente economia di guerra. Nel Giorno dell'Unità tedesca, Merz ha avvolto il tutto in una retorica aulica, parlando di rinnovamento, vigore e ottimismo, esortando i cittadini a non lasciarsi paralizzare dalla paura.

Ma dietro tutto questo ottimismo simulato non c'è nulla di sostanziale. Non una parola su chi pagherà il conto di questi fuochi d'artificio alimentati dal credito, attraverso tasse, inflazione ed erosione dei risparmi. Questa non è una “nuova alba”, è una demolizione.

Mentre Berlino e Bruxelles raddoppiano gli sforzi per sostenere le loro pseudo-industrie finanziate dallo stato, altri si stanno muovendo nella direzione opposta. Negli Stati Uniti gli oneri fiscali per cittadini e imprese stanno diminuendo. In Florida i legislatori stanno addirittura discutendo l'abolizione totale dell'imposta sulla proprietà.

Washington sta deregolamentando il settore energetico, liberandolo dalla camicia di forza della CO₂, mentre in Germania ogni sforzo per ripristinare l'ordine di mercato viene seppellito sotto il dogma verde.


Verso l'eco-socialismo

Al contrario: Berlino sta già preparando la strada per rifinanziare la sua ondata di debiti attraverso l'aumento delle imposte di successione e l'abolizione delle agevolazioni fiscali per i coniugi. Merz sta lavorando alacremente per espandere un settore statale già sovradimensionato – che ora assorbe più della metà dell'economia – estromettendo gradualmente l'iniziativa privata.

La sua promessa di tagliare i costi burocratici di €16 miliardi e di eliminare 8.000 posti di lavoro pubblici appartiene al regno delle favole politiche. La sola distribuzione del nuovo torrente di debiti richiederà migliaia di nuovi burocrati.

La Germania è su un percorso pericoloso: verso una nuova forma di eco-socialismo in cui lo stato è di nuovo il centro dell'universo e il mercato è ridotto a un semplice motore ausiliario per mantenere a galla il fragile edificio della nazione ancora per un po'.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 10 ottobre 2025

Un labirinto di aggiustamenti: interni ed esterni

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/un-labirinto-di-aggiustamenti-interni)

Uno dei migliori insegnamenti che Hayek avrebbe lasciato in eredità era quello legato alla conoscenza di mercato. Quest'ultimo ha al suo interno una così grande mole di informazioni che è impossibile per un solo individuo, o un gruppo di essi, riuscire a padroneggiarla interamente. Nel bellissimo saggio, The Use of Knowledge in Society, questa lezione viene ribadita aggiungendo a corredo un altro aspetto: quello che gli individui possono fare è creare un filo coerente tra i pezzi di informazione che trovano sparsi e utilizzarli per fare impresa. Quando, poi, questi fili si intrecciano con quelli intessuti da altri, ecco che si viene a creare una rete che dà vita al famoso ordine spontaneo di cui lo stesso Hayek aveva approfondito l'esistenza aggiungendoci la teoria del capitale di Bawerk. Questa rete è replicabile e visibile in altri ambiti, non solo quello economico: Bitcoin, ad esempio. Anche in quello della divulgazione vale lo stesso principio e raccogliere informazioni intriganti/interessanti nel mare magnum delle idee è un compito alquanto arduo; i flutti presenti in questo oceano sono in gran parte confusionari e non permettono l'accesso a qualcosa di utile. La combinazione di idee, molto spesso, conduce a un vicolo cieco.

Occorre un lavoro di scandagliamento approfondito e un processo di trial/error altrettanto accurato. Quando avete letto nel mio ultimo libro, Il Grande Default, di come la cricca di Davos si fosse infiltrata a più livelli nelle stanze dei bottoni americane, avete avuto una chiave di lettura completa della situazione. Ne avete una parziale quando Trump parla in modo vago di “nemici interni”. Anche JP Morgan, ad esempio, aveva uffici in Europa, ma questo non impediva alle 17 banche europee di impostare il LIBOR e svuotare della ricchezza reale gli USA tramite il mercato dell'eurodollaro. Questo concetto è ancora sconosciuto ai più, anche a molti della Scuola Austriaca e seguaci della stessa, ed è grazie al mio manoscritto e al mio blog se in Italia è possibile approfondire questo tema. Non lo troverete trattato da nessun altra parte.

Fatto sta che una istituzione non è monolitica, così come non lo è uno stato. Entrambi sono costituiti da persone, che possono essere trasformati in asset... infiltrati. I confini nazionali servono solo a giustificare davanti agli occhi dei contribuenti il fatto che essi debbano essere spremuti per sostenere la nazione; esistono in realtà famiglie, interessi e gruppi di pressione che si spartiscono il diritto di governare un territorio. Negli USA sta prevalendo uno in particolare, che per amore di semplificazione chiameremo NY Boys, facendo valere le proprie ragioni anche all'estero avendo rimpatriato il controllo del dollaro offshore. Qui non esistono buoni o cattivi, ma solo interessi e alleanze/tradimenti. Per la gente comune, invece, solo occasioni per trarre vantaggio dalla corretta lettura di queste dinamiche.

Addirittura anche all'interno dell'FOMC esistono queste divisioni e sono state evidenti sin dal 2017, per chi sapeva dove guardare, quando Powell ha avviato il processo di riorganizzazione della nazione. Lui era uno di quelli contrari all'obiettivo del 2% d'inflazione come impostato da Bernanke e poi seguito dalla Yellen. Infatti è stato grazie a questo escamotage che entrambi sono stati in grado di applicare con relativa facilità la ZIRP e, quindi, permettere l'ipertrofia del mercato dei dollari offshore. Powell era dell'idea di seguire la linea di Singapore ad esempio: mirare alla banda di un tasso di cambio, non a quella dell'inflazione o del mercato del lavoro. A Jackson Hole, lo scorso agosto, ha praticamente cestinato la regola del “2% d'inflazione come obiettivo” (flexible targeting). Ciò avvalora ancora di più la tesi secondo cui la FED e l'amministrazione Trump, nonostante le scaramucce di facciata da dare in pasto alla stampa generalista per sviarla, stanno lavorando insieme per riformare la FED stessa. A tal proposito, a essere licenziata è stata Lisa Cook, non Powell.

L'obiettivo è cambiare il modo in cui la FED interagisce con l'economia e un primo passo in questa direzione è tornare a un'istituzione antecedente al 1935, anno i cui Roosevelt la trasformò nella realtà attivamente interventista di oggi. Non più un ente centralizzatore, ma uno con un ruolo sempre più marginale per ciò che concerne politica monetaria e fiscale. Mi spiego meglio. Con l'approvazione del GENIUS e STABLE Act gli Stati Uniti avranno un dollaro “interno” che avrà un certo prezzo e un dollaro “esterno” che ne avrà un altro di prezzo (superiore al primo, data la presenza di una commissione per il privilegio di usarlo). In questo modo l'economia interna sarà distaccata, o perlomeno di gran lunga meno influenzata, da ciò che accade esternamente. Il SOFR imposta i tassi d'interesse in base agli andamenti dei mercati del debito/credito statunitensi, non più internazionali. Lo stress finanziario, che in precedenza partiva dall'Europa e dal Regno Unito tramite il LIBOR, ha meno capacità di influenzare il resto del mondo e forzare una linea di politica coordinata a livello di banche centrali.

I salti mortali per conciliare l'economia interna con quella esterna possono essere abbandonati e concentrarsi sulla ricostruzione della classe media americana, fatta a pezzi dalla ZIRP e dalla progressiva finanziarizzazione dell'economia. La correzione di Wall Street sarà assorbita da Main Street ed ecco perché Trump ha solleticato i mercati con la retorica dell'abbassamento dei tassi: prima che potesse accadere questi ultimi dovevano essere convinti che ci fossero prove, che l'attuale amministrazione avesse davvero intenzione di rimettere a posto l'equazione fiscale della nazione. L'approvazione della Big Beautiful Bill è stato un passo in questa direzione, la politica commerciale un altro e la deregolamentazione/snellimento burocratico un altro ancora. I risultati non si sono fatti attendere, con buona pace di chi sventolava il feticcio della bancarotta.

Con tassi lievemente più bassi, ora, è possibile mettere una pezza a uno dei mercati più importanti per la classe media americana: quello immobiliare. “Aggiustare” i prezzi delle case in modo da rapportarli agli stipendi pagati, affinché i giovani possano uscire dalle case dei genitori, creare nuovi nuclei famigliari e infine ricostruire il “sogno americano”. Ecco perché sarà fondamentale la IPO riguardante Fannie Mae e Freddie Mac, questo li porterà entrambi fuori dalla conservatorship e li farà tornare entrambi in profitto rivitalizzando il mercato dei mutui trentennali americano. Fannie e Freddie sono la nona compagnia più profittevole al mondo, solo l'anno scorso hanno fatto registrare $29 miliardi in commissioni e Obama le usava per finanziare l'Obamacare: immaginate ora cosa potrebbero fare se portate fuori dall'alveo pubblico e liberalizzate, soprattutto se fondi pensione e agenzie di assicurazione possono investire e tirarci fuori rendimenti decenti. Se ci aggiungiamo anche la rimozione della Supplemental Leverage Ratio e la liberazione del capitale bancario immobilizzato (parliamo di circa $5.500 miliardi in riserve in eccesso) che doveva essere detenuto nei loro bilanci come ulteriore garanzia a supporto dei titoli di stato americani (l'asset più liquido e affidabile al mondo dal 2022), le banche americane ottengono un vantaggio non indifferente rispetto alle controparti europee e la concessione di prestiti diventerà più facile.

Per quanto JP Morgan e Solomon Bank siano state le voci più forti nel sostenere questa causa, non significa che vogliano tornare a giocare d'azzardo sui mercati e far perdere le tracce di un qualsiasi confine tra investment banking e reserve banking. Significa principalmente tornare ad avere un margine netto d'interesse attraverso la loro attività principale: concedere prestiti. Gli strati aggiuntivi di burocrazia applicati dal Dodd-Frank Act hanno costretto le banche americane a concentrarsi fondamentalmente sul settore finanziario, incapaci di fare soldi col margine netto d'interesse. È questo che le banche dovrebbero fare: prestare soldi al 6%, dare il 3% d'interesse ai depositanti e trattenere per loro il restante 3%. Invece di analizzare il gradiente di rischio di un'azienda a cui concedere un mutuo, sono state indirizzate lungo la strada dell'ingegneria finanziaria e della finanziarizzazione dei loro bilanci (e indirettamente a quella di Main Street). Senza contare che anche le regole di Basilea 3 hanno rappresentato dei legacci importati alla profittabilità delle banche americane, mantenendo competitive le loro controparti europee. La zombificazione degli istituti di credito americani ha rappresentato un costante drenaggio di risorse, tramite la burocrazia, oltreoceano. Così come la raffica di norme di conformità a livello commerciale ha costretto il resto del mondo ad adattarsi agli standard normativi europei (assurdi), allo stesso modo ha funzionato la normativa bancaria; e non scordiamoci i tentativi multipli di trascinare in una guerra cinetica gli USA in Medio Oriente o in Ucraina. Cos'è che non fa notizia sui media generalisti, però? La crescita dei salari, i quali rispetto all'anno precedente mostrano, sebbene timidi, segni di ripresa. Ma per avere un quadro completo della situazione bisogna aggiungere anche un grosso cambiamento che sta avvenendo a livello di movimenti nei posti di lavoro. In sintesi, i colletti bianchi, i cui lavori sono scoppiati grazie agli strati di burocrazia posti sulla nazione, hanno esercitato una sorta di effetto crowding out nei confronti dei colletti blu: spostare un foglio sarebbe diventato più profittevole di creare un bene di consumo. E carriere del genere hanno significato mutui, bonus e tutta una serie di agi garantiti da un lavoro che non aggiungeva niente alla ricchezza reale, anzi col tempo l'ha sottratta. Un processo del genere non poteva far altro che “appaltare” al resto del mondo la manifattura, il settore secondario, a fronte di un progressivo affogare nel debito. Dollari uscivano ed entrava ciarpame di qualità progressivamente inferiore, ma i debiti rimanevano. È così che l'ipertrofia del mercato dell'eurodollaro ha tenuto in piedi la City di Londra e, come sottoprodotto, anche Bruxelles a scapito di Washington.

L'inversione di questa tendenza deve avvenire con gradualità e in modo organico, nonostante Trump volesse (apparentemente) forzare la mano a Powell. I numeri della disoccupazione non sono allarmanti perché è in atto un mutamento delle condizioni professionali negli USA, coadiuvato dalla R&S nel campo dell'IA, il quale permetterà di ricreare una sostenibilità effettiva nel mondo del lavoro. Parallelamente a ciò corre il binario degli investimenti esteri, la cui barriera all'ingresso sarà il possesso di titoli del Tesoro americani: oltre a far pagare al resto del mondo gli eccessi che ha contribuito a creare negli USA in passato, l'acquisto di titoli sovrani americani rappresenterà il biglietto d'ingresso al mercato più liquido, affidabile e profittevole del mondo. La cosiddetta “idraulica” del sistema finanziario americano viene così resa un asset nel bilancio della nazione. Ma non finisce qui, perché la tokenizzazione di questa classe di asset permetterà agli investitori non solo di scommettere sulla riorganizzazione del Paese ma anche su singoli progetti (industriali, ad esempio) in modo da ottenere un doppio rendimento.

Di conseguenza anche se Powell è “lento” nell'abbassare i tassi di riferimento, la progressione di questi eventi puntellerà il settore immobiliare mentre la classe media cercherà di uscire dal pantano di stagnazione creato ad hoc da una classe dirigente del passato intenzionata a svuotare la nazione piuttosto che a farla prosperare. Pensateci: se il vostro scopo è quello di saccheggiare un posto per mandare i proventi altrove, ciò non riuscirà a conciliarsi con una crescita sostenibile, nel tempo, di suddetto posto. Perché? Legge dei rendimenti marginali decrescenti. Se invece il vostro scopo è quello di spartire il bottino della nazione tra gli “amici degli amici” in patria e voi stessi, sarà decisamente più facile lasciare qualcosa anche al resto della popolazione. La felicità, relativa, di quest'ultima la incentiverà a chiudere un occhio sul resto delle scorribande ai piani alti. Perché? Legge dei rendimenti marginali acceleranti. Se prima del 2022 i partner commerciali degli USA erano tali solo per prenderne un pezzo, adesso è finalmente un rapporto paritario. Infatti quello che non capiscono gran parte degli Austriaci è che una volta tolto di mezzo lo strato di normative scritto dai nemici degli Stati Uniti e applicato da un Congresso di traditori, il mondo cambia letteralmente e diventa irriconoscibile.


IL CENTRO DEL LABIRINTO

Aggiustamento interno e poi aggiustamento esterno. Nel primo caso si tratta di ridare “speranza” a un'intera generazione, forse due, di americani che durante l'amministrazione Biden sono stati letteralmente privati di una qualsiasi preferenza temporale orientata al futuro. Guerre all'estero, inflazione e disoccupazione sono stati gli elementi principali del declino della classe media; l'amministrazione Trump “è stata chiamata” a risolvere soprattutto questi temi riducendo gli sprechi all'estero e aumentando gli impegni d'investimento internamente. Qualsiasi correzione non avviene senza dolore economico: può essere attenuato, ma non può essere cancellato. Questo a sua volta significa che la riorganizzazione del mondo lavoro non ci sarà senza scossoni iniziali che dovranno trovare successivamente un nuovo equilibrio; i numeri grigi che abbiamo letto di recente sono influenzati non solo da questa tendenza, ma anche dalla regolazione dei flussi migratori. L'effetto di ciò si sta già sentendo a livello immobiliare, dove gli affitti hanno smesso di correre ad esempio. Secondo le ultime stime ce ne sono altri 18 milioni circa in circolazione entrati nel Paese illegalmente grazie alle politiche migratorie lasche dell'amministrazione Biden e, inutile dirlo, l'effetto deflazionistico che avrà questa tendenza (espulsioni o incentivi monetari per andarsene) andrà a contrastare quelli inflazionistici ancora derivanti dallo stimolo fiscale del Build Back Better della precedente amministrazione.

Parallelamente al mondo del lavoro corre la politica commerciale, dove i dazi non solo non stati inflazionistici mentre invece hanno portato vitalità nelle casse del Dipartimento del Tesoro. Infatti hanno un effetto temporaneo su prodotti specifici, sempre che non sia il produttore/distributore a volerne assorbire l'impatto, ma soprattutto generano un gettito interessante per il governo americano. Questo significa che se Trump dovesse essere avvicendato da una presidenza democratica nel 2028, difficilmente verrebbero aboliti (così come la precedente amministrazione Biden non ha abolito i dazi sui prodotti cinesi). Se ci aggiungiamo anche che la Big Beautiful Bill avrà un effetto positivo sul bilancio federale, allora abbiamo di fronte un sentimento popolare/elettorale tutto sommato positivo nei confronti dell'attuale amministrazione.

Gli aggiustamenti esterni sono quelli più problematici, invece. Gli europei non possono permettersi di perdere la guerra in Ucraina perché significherebbe una caduta libera per il progetto UE e l'euro, visto che verrebbe a mancare la disponibilità di materie prime/risorse finanziarie (es. asset finanziari congelati nelle banche europee) che sono attualmente in Russia e che sono estremamente importanti per sostenere la credibilità del sistema bancario dell'Eurozona. Devono per forza andare avanti, quindi, ma non hanno affatto i mezzi per farlo se non attraverso gli Stati Uniti che però non vogliono affatto essere coinvolti in una guerra cinetica. Uno degli ultimi messaggi dati da Trump a tal proposito è possibile parafrasarlo in questo modo: “Volete che questa guerra continui a tutti i costi? Bene, allora li pagherete VOI questi costi. Se la NATO si vuole muovere verso un conflitto diretto allora noi vi venderemo le armi, ma ce le pagherete in anticipo”.

La domanda è: con cosa le pagheranno? Dal punto di vista energetico l'UE è in grossi guai: il petrolio al largo della Gran Bretagna è praticamente impossibile da estrarre causa burocrazia e tasse, e la Norvegia è sostanzialmente un circuito a sé stante. Dal punto di vista finanziario l'UE è in grossi guai: la fonte da cui accedeva a finanziamenti facili, il mercato dell'eurodollaro, viene prosciugata dalla FED; dopo l'entrata a pieno regime del SOFR, o si comprano titoli del Tesoro americani per accedere alla liquidità in dollari oppure si chiede una linea di credito (swap) alla FED... ma solo se si è ritenuti “degni”, come l'Argentina ad esempio. Infatti le politiche commerciali servono anche a questo: determinare chi è “amico” e chi non lo è. In questo modo l'accesso alla liquidità in dollari non sarà negato, ma arriverà con clausole come ad esempio una commissione d'accesso per usare la valuta più affidabile, credibile e necessaria al mondo. Questo scenario per l'Europa significa doversi preparare a sostenere dei costi, sia per la difesa sia per il comparto bancario/monetario/economico, che sottoporranno a forti pressioni al ribasso la moneta unica e accentueranno ancora di più la fuga di capitali verso gli Stati Uniti da parte di risparmi europei destinati al macello se resteranno nell'UE.

Prima di una crisi del debito sovrana, la valuta che successivamente imploderà sale nel mercato dei cambi. Infatti l'Europa ha bisogno di liquidità in euro sia per pagare i salari, sia di liquidità in dollari per tenere in piedi tutti i suoi carry trade. Come ricordato in tempi non sospetti, il mondo si ri-dollarizza quando il DXY scende dato che la pressione di acquisto/vendita del dollaro viene di poco superata da quella d'acquisto dell'euro ad esempio.

È una giostra che può andare avanti fin quando esistono riserve in dollari da cui attingere, fino a quando qualcosa si rompe come a Hong Kong o a Singapore. Questi due hub sono da sempre stati una fonte non indifferente di dollari offshore, ma difendere ancoraggi del genere è diventato arduo da quando non esiste più il LIBOR. L'Autorità monetaria di Hong Kong, ad esempio, mantiene un differenziale di 25 punti base sul suo tasso di riferimento rispetto a quello della FED, il che significa che è stato impostato un carry trade da sfruttare. A sua volta stiamo parlando di un differenziale di 50-60 punti base tra i T-bill americani a 30 giorni e i loro omologhi di Hong Kong. L'HIBOR, la versione di Hong Kong del LIBOR, è stato appiattito fino allo 0,5% a maggio e da allora è rimasto lì: qualcuno sta vendendo dollari a sconto a Hong Kong. E visto che stiamo parlando di una colonia inglese da tempo immemore, tutti i sospetti ricadono sulla City di Londra.


CONCLUSIONE

È passato un anno da quando ho pubblicato il mio ultimo libro, Il Grande Default, e uno dei temi trattati in esso era il motivo per cui Stati Uniti ed Europa sono ai ferri corti. Tutto ciò che avete trovato nel mio manoscritto ha rappresentato una narrazione prevalentemente in linea con quanto osservato finora. Lo studio del sistema dell'eurodollaro, le sue criticità nel passato e l'origine del suo controllo, mi hanno permesso di avere una proverbiale “finestra sul futuro”. Quest'ultima affaccia su un presente, adesso, in cui l'UE viene costantemente costretta ad accettare il ritiro sulle proprie sponde da parte degli USA; qualunque deviazione da questa linea di politica verrà accolta da un'azione uguale e contraria fatta di power politics.

La consensus politics era solamente una scusa per permettere all'UE di insinuarsi nell'ordine mondiale e diventarne il punto di riferimento, sacrificando nel contempo gli Stati Uniti. I New York Boys hanno preso in mano le redini della situazione americana e hanno fatto ricorso a tutta la loro influenza territoriale per arginare questo assalto e con l'elezione di Trump è partito il contrattacco.

Le principali pedine geopolitiche sono state schierate: Giappone in Asia, Israele/Arabia Saudita/Azerbaijan/Armenia in Medio Oriente, Polonia/Italia/Grecia/Turchia in Europa. Alla Gran Bretagna, invece, verrà dato l'onore delle armi in cambio del ritiro/neutralità dalle sue zone d'influenza attualmente caratterizzate da conflitti e la resa di qualsiasi pretesa sul Canada. Chi viene estromesso dal rimodellamento del mondo di fronte al gigantesco cambiamento di rotta di Washington è il “nucleo” dell'Europa: Francia, Germania e Belgio/Olanda principalmente. Ecco perché sono propenso a pensare che l'UE si frammenterà lungo questi confini e si verranno a creare 2 (o forse più) Eurosistemi. Già adesso la BCE è praticamente un pro-forma, dato che le singole banche centrali nazionali non hanno mai smesso realmente di impostare/influenzare la politica monetaria delle rispettive nazioni attraverso i pronti contro termine.

Alla fine della fiera sono 3 i centri di potere nel mondo: Washington, City di Londra e Vaticano. Bruxelles, Francoforte, Parigi, ecc. non sono pervenute.


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