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mercoledì 16 settembre 2026

La transizione della Germania all'economia pianificata, con la guerra contro la Russia come fattore determinante

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-transizione-della-germania-alleconomia)

Il professor Moritz Schularick, presidente dell'Istituto Kiel per l'Economia Mondiale (IfW), ha trovato la soluzione definitiva ai problemi economici della Germania. In un'intervista alla Neue Osnabrücker Zeitung (NOZ), l'economista ha lamentato una mancanza di leadership nella politica tedesca in materia di armamenti. La considera un elemento centrale per una politica industriale attiva in grado di risollevare la Germania dalle sue difficoltà economiche. Schularick prevede che la produzione di armi fungerà da, per usare le sue parole, “motore dell'occupazione”.

Ha detto testualmente: “Se vogliamo che l'Europa diventi presto veramente autonoma in materia di difesa e non rimanga dipendente dagli Stati Uniti, dal movimento MAGA, allora il Ministro della Difesa Boris Pistorius deve ricevere l'ordine di collaborare con i partner europei per sostituire, in futuro, gli Stati Uniti e le loro capacità”.


Retorica di guerra fatale

“Ordine di marciare”, autosufficienza militare: il vocabolario è al tempo stesso rivelatore e pericoloso. Sembra che la politica e la ricerca economica vicina allo Stato stiano convergendo su un percorso comune per quanto riguarda la politica militare e la gestione industriale sempre più pianificata centralmente. Un ritorno ai principi di mercato appare come una favola negli ambienti degli economisti tedeschi: nessuno crede più nel potere curativo della liberazione dai diktat climatici, dall'eccessiva regolamentazione e dagli oneri fiscali.

Secondo Schularick, la politica dovrebbe istituire un coordinatore di alto livello per gli armamenti al fine di gestire i fondi di investimento in risposta alla minaccia russa. Forse si immagina in questo ruolo? Dopotutto, entro la fine del decennio sono previsti investimenti per la difesa superiori a €500 miliardi per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.


Carenze di capacità produttiva

Schularick ha criticato la lentezza estrema con cui si sta incrementando la produzione di armi. Dall'inizio della guerra, quattro anni fa, non è stato fatto nulla per aumentare significativamente la capacità produttiva.

“Quanti missili Taurus vengono completati al mese? Nemmeno una manciata”, si lamenta. Un evidente deficit nella politica industriale, conclude poi.

Qui emerge il nuovo spirito dell'“accademia” economica tedesca: tutto ruota attorno alla tanto decantata politica globale di indirizzo industriale, un'azione attiva ora perseguita da Bruxelles e Berlino, pericolosamente alimentata da ricerche allineate allo Stato.

Ciò che era stato previsto da tempo con un margine di sicurezza di tre quarti sembra ora stia accadendo. I pianificatori centrali, tra cui Schularick, presumono di poter riconvertire la capacità produttiva industriale tedesca inutilizzata nel settore della difesa. La produzione di automobili civili, a loro avviso, può essere facilmente convertita in produzione di carri armati. Oltre a produrre beni che le famiglie private non richiedono, questo crea un'ulteriore industria dipendente dai sussidi, che consuma risorse destinate alla produzione civile e aumenta artificialmente i costi per i cittadini.


L'etica del lavoro “riscoperta” dalla Germania in tempo di guerra

Schularick si entusiasma per il promettente futuro dell'economia di guerra, riscoprendo sorprendentemente un'etica del lavoro da tempo assente in Germania. Osserva che la produzione è ancora prevalentemente su un unico turno, cinque giorni alla settimana. Apprendiamo, quindi, che questi sono i lavori del futuro economico della Germania.

Nessuno sembra pensare a cosa si dovrebbe produrre nei prossimi anni per evitare di ritrovarsi con gli scaffali vuoti dopo sole tre settimane in un potenziale conflitto. Non si tratta solo di veicoli blindati, ma anche di tecnologie future come sistemi autonomi, satelliti, intelligenza artificiale o robotica, aggiunge Schularick. In tutti questi settori, l'industria tedesca è rimasta indietro.

Da dove deriva questo svantaggio competitivo, si chiede il pianificatore centrale? Forse dalla politica tedesca e dall'apparato burocratico di Bruxelles che agiscono come antagonisti interni?

L'intervista mette in luce il divario crescente tra la realtà economica e la torre d'avorio ermeticamente chiusa della politica, della ricerca finanziata dallo Stato e dei media compiacenti, i quali promuovono questa enorme cattiva gestione economica senza valutare criticamente la reale forza militare della Russia, che non è in grado di effettuare un'invasione continentale.

Abbiamo già visto questo schema durante l'era COVID: una volta messo in moto, l'apparato mediatico affiliato allo Stato diffonde narrazioni attraverso giornali, radio e schiere di bot sui social, sopprimendo il libero dibattito. Le storie sull'occupazione russa vengono difese con toni apocalittici, logorando l'opinione pubblica.


Il mondo dei sogni dei pianificatori centrali

Come immaginano, nella pratica, tecnocrati come Schularick, Merz o von der Leyen, la conversione delle linee di produzione in beni militari? Oltre al finanziamento, si pone la questione del trasferimento di conoscenze. I progetti provengono da Internet o dal ministero di Boris Pistorius?

Il trasferimento di conoscenze necessario per costruire un'economia di guerra a pianificazione centralizzata a partire dall'industria civile è immenso e richiede molto tempo. Persino dopo decenni di amare esperienze con la transizione verde, che ha solo allontanato i capitali dalla Germania, le curve di apprendimento politiche rimangono negative.

Era questo l'obiettivo? Mettere l'industria alle strette con politiche climatiche fino a farla crollare, per poi riempire le capacità produttive liberate con la produzione di armi?

Al di là del fallimentare sistema dei sussidi per il clima, emerge una nuova fonte di sfruttamento: il settore della difesa europeo. È a dir poco opinabile che questo esperimento possa resistere alle reali condizioni economiche – calo della produttività, aumento del debito. I pianificatori centrali come Schularick avranno sicuramente una spiegazione: sono stati ostacolati da forze contrarie all'integrazione europea, all'economia di guerra comune e all'accumulo di debito da parte di Bruxelles.


L'illusione della pianificazione centralizzata

Non serve una profonda competenza economica per capire che la militarizzazione è destinata al fallimento; basta dare una rapida occhiata alla storia del XX secolo. Oltre alla cattiva gestione delle risorse, ci sono questioni di sovranità nazionale, interessi geopolitici divergenti dell'UE e un'Unione divisa, soprattutto con un blocco orientale timoroso di un conflitto contro la Russia.

Il fatto che persino economisti come Schularick cedano al richiamo di una potente pianificazione centrale dimostra che non sono immuni alla vanità personale. Sicuramente sperano che i loro istituti ne traggano vantaggio, magari con un incarico ministeriale come coordinatore degli armamenti. Chissà quali descrizioni di lavoro circolano già a Berlino e Bruxelles.

È tragico, eppure il motto che sembra regnare ovunque è: “Dopo di noi, il diluvio”.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 8 settembre 2026

La deindustrializzazione della Germania: fuga di capitali, politiche verdi e punto di non ritorno

Come ripetuto spesso su queste pagine, la guerra che vediamo oggi è principalmente finanziaria. In gioco c'è l'indipendenza degli Stati Uniti, politicamente e finanziariamente; c'è il futuro del dollaro come fonte di finanziamento internazionale alla luce del sole e tramite le stablecoin, piuttosto che come fonte di finanziamento ombra tramite un meccanismo di leva finanziaria ed estrazione di ricchezza altrui. Dopo l'intervento del Segretario del Tesoro americano, Scott Bessent, per stabilizzare la situazione economica giapponese, in cui sono stati prestati dollari e venduti euro, la stampa generalista adesso ha scelto il suo nuovo bersaglio al posto di Trump: Bessent. Infatti anche i sassi sanno il suo nome adesso e il Financial Times è in prima linea in questo. Nessuna sorpresa, dato che lui è il protagonista della prossima fase del piano americano di scrostamento degli strati dello Stato profondo americano connessi oltreoceano. Il recente annuncio della stretta finanziaria sull'Iran, e la connessione ufficiale tra l'IRGC e Londra, rappresenta una dichiarazione di guerra a tutto quell'apparato che per decenni ha sfruttatola capacità industriale e fiscale americana per vivere al massimo col minimo sforzo. Lo smantellamento del carry trade sullo yen è la pietra tombale su tale pratica etichettata Londra/Bruxelles. Inutile dire che non accetteranno mai un simile esito, da qui l'attacco violento al back-end della curva dei rendimenti americana con la vendita di titoli a lunga scadenza e l'inevitabile intervento di Bessent per impedire uno scoppio dei rendimenti oltre il 6%. Grazie alle emissioni selvagge della Yellen durante l'amministrazione Biden, Londra e Bruxelles sono i primi detentori assoluti di titoli di stato americani e li stanno usando non solo per attaccare gli USA, ma anche per rallentare lo smantellamento del carry trade sullo yen, per impedire che i tassi nominali scendano negli USA e che l'industria americana realizzi una rinascita hamiltoniana (creando un maggiore distacco tra USA ed Europa e una maggiore fuga di capitali), e soprattutto per impedire che i tassi obbligazionari europei vadano in orbita e l'euro finisca in un fosso. Infatti non mancano anche attacchi indiretti e il Giappone non è l'unico obiettivo: la Corea del Sud l'ha dimostrato, fungendo da destabilizzante contro lo spostamento del know-how tecnologico taiwanese negli Stati Uniti. L'incertezza politica in vista delle elezioni di medio termine è la leva che sta utilizzando la cricca di Davos per usare il Congresso contro la nazione e ostacolare l'approvazione del CLARITY Act, cosa che segnerebbe un ulteriore perdita sul suo controllo dell'eurodollaro. Sta tentando di tutto affinché evidenzi un punto debole e lo sfrutti per invertire quanto fatto dalla FED e dall'amministrazione Trump 1 & 2: una crisi finanziaria che costi agli USA la sua stabilità economica e politica, tornando agli anni Obama, Geithner, Yellen e Bernanke quando la FED era la banca centrale del mondo. Gli Stati Uniti sono l'unica nazione che conta, perché a fronte di una crisi di liquidità chi si trova alla fine della catena delle garanzie collaterali è Londra e Bruxelles.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-deindustrializzazione-della-germania)

La Camera di Commercio tedesca ritiene che l'economia tedesca si trovi in ​​una fase prolungata di deindustrializzazione. Insieme alla Federazione delle Industrie Tedesche, la Camera ribadisce la necessità di riforme di ampio respiro per stimolare la crescita e gli investimenti. Tuttavia, entrambe le associazioni esitano ancora ad affrontare la sfida cruciale della transizione verde.

La crisi economica tedesca continua senza sosta anche quest'anno. Un sondaggio condotto dalla Camera di Commercio tedesca tra 23.000 aziende associate ha rilevato che solo un'impresa su sei prevede una ripresa economica nel 2026.

Il venticinque per cento delle aziende prevede ulteriori tagli al personale e solo un terzo intende effettuare investimenti per la crescita. Per la presidente della Camera di Commercio tedesca, Helena Melnikov, la situazione è drammatica. Se i policymaker non interverranno con decisione, la Germania rischia un'ulteriore, massiccia perdita di creazione di valore e di posti di lavoro, avverte la stessa Melnikov. Come in precedenza, la Camera di Commercio tedesca individua il nucleo del declino economico nell'industria tedesca. Secondo i suoi calcoli, il settore ha perso circa 400.000 posti di lavoro sin dal 2019.

Questo pesa particolarmente perché tali posizioni sono in genere ben retribuite e richiedono competenze elevate. Il valore che creano si ripercuote sull'intera struttura economica tedesca, dai servizi legati all'industria al commercio regionale e, in ultima analisi, alle finanze pubbliche.

Di conseguenza, i tesorieri comunali dei centri industriali in crisi si trovano sempre più spesso ad affrontare sfide insolubili a causa dei crescenti deficit di bilancio. In città come Stoccarda, Erlangen, Wolfsburg e altre, le entrate derivanti dalle imposte sulle imprese sono ora in visibile calo.


La realtà viene negata

La Melnikov avverte che le riforme in atto non riescono a raggiungere le imprese, sottolineando gli elevati costi del lavoro e dell'energia. Anche la Federazione delle Industrie Tedesche, in dichiarazioni rilasciate alla Reuters, ha definito il 2026 “l'anno delle riforme”.

Tutto ciò è corretto. Eppure resta da chiedersi perché le figure di spicco del mondo imprenditoriale tedesco non abbiano ancora il coraggio di criticare apertamente le politiche governative e di abbandonare definitivamente il progetto, palesemente fallimentare, di rendere più ecologica la società tedesca.

Stiamo assistendo a un fallimento epocale dell'élite economica, se così si può ancora definire. La deindustrializzazione diagnosticata dalla Melnikov viene semplicemente negata da gran parte della stampa generalista, così come dai politici. Eppure i numeri parlano chiaro.

Non è ancora del tutto chiaro a quanto ammontino i deflussi di capitali dello scorso anno. Nel 2024, i deflussi netti di investimenti diretti sono ammontati a €64,5 miliardi; nel 2023 hanno superato i €100 miliardi. Anche gli anni precedenti sono stati caratterizzati da una prolungata fuga di capitali.

Chi può, si dirige verso le uscite, fuggendo dalle normative ambientali, dagli elevati oneri fiscali e dalla devastazione economica inflitta alle aziende dalla transizione energetica tedesca.

Naturalmente, tra i punti deboli della localizzazione figurano anche le richieste di drastiche riduzioni della burocrazia. Un tema politico intramontabile, ma privo di significato alla luce del ritmo sempre più accelerato dell'intervento statale. Lo Stato dovrà creare decine di migliaia di nuovi posti di lavoro nel settore pubblico, presso le sue banche di sviluppo come la KfW e le banche statali, per poter immettere nel tessuto economico il flusso di credito a basso costo.

Di fronte a un massiccio intervento statale, le imprese preferiscono tacere. Le aziende si accontentano di ciò che riescono a ottenere. Non si parla di criticare le distorsioni del mercato o l'espulsione sistematica del settore privato dai mercati dei capitali da parte dello Stato.

Per l'anno in corso, la Camera di Commercio tedesca prevede una crescita del PIL ufficiale dello 0,7%. Tuttavia, questa cifra include un nuovo indebitamento pubblico netto – compresi i fondi speciali – di circa il 5,5%, con una quota statale superiore al 50% del PIL. Il settore privato, al contrario, dovrebbe contrarsi di circa il 4%.

Il margine di manovra politico si sta riducendo. La fuga verso i mercati finanziari sembra essere l'ultima via rimasta per guadagnare tempo e mantenere l'illusione di stabilità sociale ed economica attraverso programmi di sussidi sempre nuovi.


Il patriottismo incontra la realtà

E prima ancora che vengano versate le prime lacrime di coccodrillo patriottiche: ogni direttore di stabilimento, amministratore delegato, fondo con ingenti capitali, singolo investitore e family office avrà attentamente valutato le condizioni distruttive del quadro politico in Germania e nell'UE, e non si allontanerà da tale località senza un valido motivo.

Insistere sul patriottismo territoriale, dopo decenni di deliberata erosione del sentimento patriottico, delle tradizioni e della cultura tedesca da parte dell'apparato politico e del suo impero mediatico, è nella migliore delle ipotesi infantile, o per dirla senza mezzi termini: cinico.

Il cancelliere federale, Friedrich Merz, e il suo ministro delle finanze, Lars Klingbeil, dal canto loro, non hanno esitato in passato a giocare la carta del patriottismo in modo più o meno esplicito di fronte alla crescente fuga di aziende tedesche.

Lo scorso ottobre, Klingbeil, in un gesto di impotenza, ha lanciato un appello pubblico alle imprese presenti al congresso sindacale dell'IGBC ad Hannover, chiedendo loro di impegnarsi a sostenere la sede tedesca e a salvaguardare i posti di lavoro.

Si tratta di una trovata mediatica di basso livello, dato che Klingbeil è perfettamente consapevole che la produzione ad alta intensità energetica non è più sostenibile nella sede tedesca e che la politica di transizione verde spinge deliberatamente e sistematicamente la produzione industriale all'estero, o sempre più spesso verso il fallimento.

La narrazione di una mancanza di lealtà verso il territorio è ormai saldamente consolidata. Ciò dimostra che la politica ha già individuato i suoi capri espiatori: imprenditori e investitori, che saranno pubblicamente incolpati del declino economico del Paese. Ormai vengono dipinti come profittatori irresponsabili che abbandonano i dipendenti, la società e la comunità nella ricerca della presunta massimizzazione del profitto.

La gravità della recessione in corso e l'ormai innegabile deindustrializzazione del Paese rendono sempre più probabile, settimana dopo settimana, che sia già stato superato un punto di non ritorno, un punto di svolta economico.

La società tedesca si trova quindi essenzialmente di fronte a due opzioni: o si lascia ingannare dai trucchi retorici dei pianificatori centrali guidati da Friedrich Merz e Lars Klingbeil, accettando ulteriori nazionalizzazioni e la costruzione di economie artificiali a pianificazione centralizzata, come un'economia di guerra o una pesante eco-industria, oppure, alla fine, amplia i propri orizzonti, ritorna ai principi dell'economia di libero mercato e accetta il dolore sociale che qualsiasi autentica trasformazione in meglio deve necessariamente comportare all'inizio.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 1 settembre 2026

La classe media tedesca sotto assedio

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-classe-media-tedesca-sotto-assedio)

Risparmiate quando avete abbondanza, e ne avrete quando ce ne sarà bisogno. Un vecchio proverbio tedesco, che ora si rivela tragicamente profetico. Le difficoltà causate da un'ideologia socialista sono solo all'inizio. È probabile che questo esperimento eco-socialista continui a devastare il Paese fino a quando la sua sostanza economica non sarà completamente consumata.

Il nuovo anno è iniziato come è finito quello vecchio: un'incursione fiscale nelle tasche della classe media. A Bruxelles e Berlino si respira un senso di soddisfazione per il fatto che i cittadini siano stati silenziosamente, senza clamore, sottoposti a ulteriori aumenti delle tasse, i cui introiti, come la marea che sale, sollevano solo leggermente tutte le navi.

Il 1° gennaio, il prezzo della CO₂ per tonnellata di gas emesso è salito da €55 a €65. Questa tassa, applicata ai combustibili fossili come benzina, diesel, gas naturale e olio combustibile, si insinua come una linea rossa lungo l'intera catena del valore, arrivando persino a pesare sulle bollette delle famiglie. Il meccanismo di estrazione verde è ormai saldamente radicato nella società, finanziando in misura crescente le attività di Bruxelles e venendo difeso a spada tratta dai politici al governo.


La menzogna degli sgravi fiscali

Quando il governo federale celebra i suoi sgravi fiscali per le fasce di reddito basse e medie, la realtà racconta una storia diversa. In verità, questi implacabili esattori fiscali stanno ulteriormente aumentando il carico tributario. Solo l'opera fuorviante dei media generalisti impedisce che i costi di questo iperstato in continua espansione diventino pienamente visibili.

Il 2026 si sta rivelando un anno costoso per la classe media tedesca, in costante contrazione, come si è notato dal primo stipendio dell'anno. I tedeschi si sono trovati di fronte al vero costo di uno stato sociale eccessivamente esteso e dell'esperimento unico nel suo genere di trasformazione del sistema di previdenza sociale tedesco in un sistema assicurativo quasi globale.

Mai dalla Seconda guerra mondiale la classe media tedesca si era trovata ad affrontare una pressione fiscale ed economica di tale portata.


Il peso dei sussidi statali sulla classe media

Gli innumerevoli sussidi e interventi statali che finanziano il complesso settore delle “arti verdi”, la guerra in Ucraina e ora il rafforzamento militare costituiscono un attacco diretto alla classe media tedesca. Le imprese e i contribuenti pagano ogni anno un “prezzo di sangue” sempre più alto per sostenere le ambizioni ideologiche e di potere di Berlino e Bruxelles.

Il programma di sovvenzioni per le energie rinnovabili, l'EEG, tuttora attivo, da solo consuma oltre €16 miliardi per una rete energetica che, sin dalla fine dell'energia nucleare, non fornisce più una base sicura per la produzione industriale, spingendo i costi dell'elettricità, sia per l'industria che per le famiglie, a livelli vertiginosi. La “palla di ghiaccio” di Trittin è diventata un Himalaya dei costi che nessuno riesce a scalare.

Il declino industriale della Germania, che dura da sette anni e che ora sta accelerando, ripercorre fedelmente il percorso di distruzione deliberata della sua base industriale. Quasi 300.000 posti di lavoro nel settore industriale sono andati persi sin dal 2018: una tragedia, eppure apparentemente di scarsa preoccupazione per i politici di Berlino.

I tesorieri comunali, tuttavia, stanno subendo le conseguenze: con il crollo delle entrate fiscali delle imprese a causa della distruzione industriale, i cittadini possono aspettarsi tagli ai servizi pubblici e forti aumenti delle tasse. Scuole, asili, impianti sportivi: tutti dovranno affrontare drastici tagli. Un grande ringraziamento va all'ufficio di pianificazione centrale a Berlino.


Settore industriale sull'orlo del baratro: i prestiti si esauriscono

L'obiettivo di Friedrich Merz, Ursula von der Leyen e degli altri pianificatori centrali è chiaro: utilizzare i prestiti statali per occupare le capacità industriali liberate. Eppure, per quanto i finanziamenti affluiscano nel nuovo programma sociale sotto l'egida di un fondo speciale per la produzione verde e militare, l'effetto si è già esaurito. A dicembre dell'anno scorso, l'intero settore industriale dell'Eurozona, misurato dagli attuali indici PMI (Purchasing Managers' Index), è scivolato in recessione. Da sette anni ormai la Germania sta vedendo ridimensionarsi continuamente la sua industria.

Una vittoria per i pianificatori centrali di Bruxelles, il cui obiettivo è la neutralizzazione economica e geopolitica del Paese. Dopo anni di deindustrializzazione e ondate di fallimenti, questa strategia è difficile da interpretare diversamente. L'indice PMI tedesco si attesta ora a 47 punti, chiaramente in contrazione. Centinaia di migliaia di posti di lavoro andranno persi quest'anno. Solo l'anno scorso, 24.000 aziende sono fallite. Non sono ancora disponibili cifre precise sui deflussi di posti di lavoro e investimenti diretti netti; nel 2024, €64,5 miliardi sono usciti dalla Germania. L'industria tedesca non è più competitiva.


Il gioco dell'attribuzione delle colpe

I colpevoli vengono individuati rapidamente. Spesso si citano i dazi statunitensi, un tema caro ai media generalisti, sebbene la crisi sia iniziata ben prima dell'elezione di Donald Trump. Viene inoltre evidenziata la concorrenza del dumping cinese. Pur essendo un fattore da tenere in considerazione, il 99% dei problemi economici della Germania ha origini interne.

Nessuno ha costretto il Paese a tenere i confini spalancati per un decennio, spingendo il suo sistema di previdenza sociale sull'orlo del collasso, il tutto per creare nuove basi elettorali per la sinistra e per spezzare la resistenza della destra borghese.


Contrazione della classe media e calo degli investimenti

Questa tendenza si riflette anche nella classe media. L'indice DATEV PMI mostra un calo dei ricavi reali in tutti i settori, in particolare nel commercio, nell'edilizia e nei servizi al consumo. Gli investimenti sono pressoché congelati: solo il 20% delle imprese prevede un aumento degli investimenti, secondo il PMI di LBBW.

L'agenda ideologica ecologista ha lasciato il segno. Costi elevati dell'elettricità, redditi in calo e inflazione persistente stanno prosciugando le risorse della classe media. Il settore della vendita al dettaglio ne ha risentito per la prima volta durante il periodo natalizio: le vendite nominali sono aumentate dell'1,5%, ma le vendite reali sono diminuite dell'1% nel mese di punta.

Nel 2026, la classe media tedesca è costantemente afflitta dallo stress economico. Prezzi immobiliari elevati, tassi di interesse reali pari a zero sui risparmi e una rapida erosione della sostanza economica si scontrano con uno Stato in continua espansione. La burocrazia e l'apparato statale si stanno trasformando in un leviatano parassitario, finanziato da un numero sempre minore di contribuenti.


Conseguenze per l'industria, il commercio e i centri urbani

Troppo dipende dall'elevata creazione di valore industriale della Germania: imprese di servizi, alti redditi da fattori produttivi e finanze comunali solide, tutto ciò sta andando perduto, e i suoi effetti si riflettono nei centri urbani.

Dove un tempo la vita fioriva, ogni anno chiudono circa 5.000 negozi, una perdita irreparabile. La desolazione rispecchia ciò che i cittadini avvertono nelle proprie tasche: il declino è iniziato.

Il calo del potere d'acquisto della classe media è particolarmente evidente nel settore dell'ospitalità, dove le famiglie sono le prime a tagliare le spese. Gli hotel hanno perso il 3,7% del fatturato reale nel 2025, mentre ristoranti e bar hanno registrato un calo del 4,1% su base annua. Le famiglie risparmiano ovunque sia possibile. Gli alti costi energetici, l'aumento degli oneri sociali e l'indebolimento del mercato del lavoro lasciano dietro di sé una scia di declino economico.


Lezioni mancate: la popolazione e la crisi

Le crisi economiche strutturali impiegano tempo a penetrare nella coscienza pubblica. La maggior parte delle famiglie inizialmente stringe la cinghia senza lamentarsi.

Lo Stato sfrutta questa calma prima della tempesta per consumare la ricchezza dei cittadini più velocemente di quanto il settore privato sia in grado di compensare. Con un nuovo debito netto superiore al 5,5% quest'anno – inclusi gli artifici contabili – ciò è particolarmente evidente. La devozione di una parte della popolazione a una dottrina ideologica si trasforma in una tragedia costosa e distruttiva.

La Germania si trova ad affrontare una nazione impreparata a trarre le lezioni necessarie: invertire la politica migratoria, adattare l'apparato statale ipertrofico alle nuove realtà economiche e ridimensionarlo di conseguenza. Manca ancora una svolta verso un'economia di mercato meritocratica.

Finché queste lezioni non saranno apprese e messe in pratica, la Germania continuerà a declinare.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 12 agosto 2026

Terra della confusione: il Grande Reset in movimento

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Colin Todhunter

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/terra-della-confusione-il-grande)

Le crisi mondiali a cui abbiamo assistito negli ultimi anni vengono spesso presentate come una sequenza caotica di eventi: una “pandemia”, l'inflazione, la carenza di energia e la guerra.

Non c'è da stupirsi se la maggior parte delle persone sia confusa. Tuttavia, un'analisi strutturale rivela una demolizione controllata e deliberata del contratto sociale del XX secolo.

Stiamo assistendo a una transizione da un modello capitalistico produttivo, che richiedeva una forza lavoro di massa numerosa e in salute, a quello che Yanis Varoufakis definisce un ordine tecnofeudale.

Il motore di questa transizione è stata una disperata strategia di stabilizzazione finanziaria attuata sfruttando un evento di salute pubblica. Come evidenziato dal professor Fabio Vighi, il sistema finanziario mondiale ha raggiunto un punto di instabilità terminale alla fine del 2019, come dimostrato dal crollo del mercato repo statunitense (dove le banche si prestano denaro a vicenda).

Congelando l'economia reale attraverso i lockdown, le banche centrali hanno effettuato massicce iniezioni di liquidità per salvare il settore bancario e finanziario. Se quel denaro fosse entrato in un'economia funzionante, avrebbe innescato un'iperinflazione. Tenendo la popolazione a casa, l'élite ha attuato un salvataggio occulto che ha preservato il dominio della classe finanziaria a scapito della classe media produttiva.

Tuttavia, era necessario anche un riassetto geopolitico. Per decenni, l'economia tedesca si è basata su tre pilastri: il gas russo a basso costo, le esportazioni di alta tecnologia verso la Cina e la protezione degli Stati Uniti. Entro la fine del 2025 tutti e tre si sono sgretolati. Come osserva il professor Michael Hudson, il “sabotaggio” dei gasdotti Nord Stream era una necessità strutturale per l'élite finanziaria occidentale.

Se la Germania avesse continuato a integrarsi con Russia e Cina, avrebbe creato un polo di potere indipendente dal dollaro. Il conflitto in Ucraina ha avuto uno scopo preciso: ha costretto la Germania a sostituire il gasdotto russo e a investire massicciamente nella costruzione di infrastrutture per il gas naturale liquefatto (GNL), diventando dipendente dal GNL proveniente dagli Stati Uniti. A differenza del gas naturale trasportato tramite gasdotto, il GNL deve essere super-raffreddato, trasportato e rigassificato, un processo intrinsecamente 3-4 volte più costoso.

Il risultato è che, nel 2025, la produzione industriale tedesca ha raggiunto il livello più basso dagli anni '90. Industrie pesanti come BASF (chimica) e ThyssenKrupp (acciaio) si stanno trasferendo negli Stati Uniti o in Cina. Nel frattempo, la Germania si sta trasformando da gigante industriale puntando sulla creazione di posti di lavoro in settori come le energie rinnovabili (tra cui la trasformazione in un “hub dell'idrogeno”), i semiconduttori e la microelettronica, la robotica e le biotecnologie, e dirottando i propri capitali verso una spesa annuale per la difesa da €150 miliardi.

Allo stesso tempo, mentre la Germania crolla, la City di Londra prospera grazie alla volatilità mondiale. Tra le altre cose, la City è il centro nevralgico mondiale per le assicurazioni contro i rischi di guerra e per l'intermediazione energetica. Quando un oleodotto viene distrutto o una rotta marittima strategicamente importante è minacciata, il prezzo dell'assicurazione contro i rischi di guerra triplica. Il mercato assicurativo londinese (Lloyd's) estrae questi “premi di rischio” dall'economia mondiale.

I broker della City considerano l'instabilità geopolitica come una classe di aseet volatile. Mentre le famiglie britanniche sono schiacciate dalle bollette energetiche, il centro finanziario rimane redditizio estraendo ricchezza proprio dal caos che la politica estera contribuisce a creare.

Inoltre, la City di Londra si è assicurata la posizione di intermediario indispensabile nel corridoio energetico transatlantico. Sebbene il gas fisico provenga dagli Stati Uniti e venga consumato in Europa, l'architettura finanziaria e giuridica di questo commercio è gestita quasi interamente a Londra.

I broker e le borse come l'ICE (Intercontinental Exchange) di Londra hanno fatto registrare volumi record nei contratti futures e derivati ​​sul GNL. Si tratta di scommesse finanziarie sul prezzo futuro del gas. Con l'aumento della volatilità, le commissioni e le spese addebitate dai trader e dalle camere di compensazione con sede a Londra salgono alle stelle.

Oltre il 90% delle assicurazioni marittime mondiali, comprese le coperture specializzate e ad alto premio richieste per le navi metaniere, è sottoscritto tramite Lloyd's. Imponendo premi assicurativi elevati per il rischio di guerra a qualsiasi nave che entri nelle acque europee, Londra di fatto impone una tassa privata su ogni molecola di gas che sostituisce la fornitura persa del gasdotto russo.

Ciò garantisce che, mentre l'industria europea è alle prese con gli elevati costi energetici, le società finanziarie della City ricavino un enorme profitto dalla logistica della fornitura sostitutiva.

Naturalmente, il riassetto strutturale delle economie porta a enormi tensioni sociali.

È qui che entra in gioco la “minaccia russa”. Essa è stata elevata a narrazione interna onnicomprensiva, utilizzata per gestire il dissenso interno e per galvanizzare l'opinione pubblica, spingendola a schierarsi a fianco della bandiera. Lo spauracchio svolge una vitale funzione psicologica, trasformando la crescente rabbia dei più poveri in un dovere patriottico di sopportare le difficoltà.

In questo regime di “emergenza permanente”, qualsiasi azione sindacale, protesta o critica sistemica può essere etichettata come influenza straniera maligna o sovversione, consentendo allo Stato di utilizzare nuovi e ampi poteri di polizia per reprimere le tensioni interne.

Per giustificare il dirottamento di miliardi di entrate fiscali da servizi pubblici inefficienti verso il complesso militare-industriale, al fine di creare “crescita” in un'economia in crisi (un disperato tentativo di rilanciare un neoliberismo al collasso – si veda il Capitolo due qui), lo Stato deve mantenere un elevato livello di paura esistenziale. Nel Regno Unito, la Strategia Industriale della Difesa 2025 inquadra esplicitamente la militarizzazione come motore di crescita, utilizzando lo spettro di un'invasione russa per legittimare un trasferimento di ricchezza, sovvenzionato dallo Stato, a favore di appaltatori della difesa ad alta tecnologia.

Creando un perenne stato di allerta bellica, l'élite si assicura che uno dei pilastri principali dell'economia sia quello che serve direttamente alla sicurezza dello Stato, mentre alla popolazione viene detto che la riduzione dell'assistenza sanitaria e delle pensioni è un sacrificio necessario per la sopravvivenza nazionale.

A questo proposito, osserviamo anche il mutamento dello status dell'essere umano. Nell'era industriale, lo Stato “sottoscriveva” investimenti a favore della classe operaia, finanziando il Servizio Sanitario Nazionale e l'istruzione, poiché necessitava di una popolazione idonea a sostenere la produzione. L'intelligenza artificiale, la robotica e il declino economico rendono sempre più superflua gran parte di questa forza lavoro.

Poiché il capitale potrebbe non ritenere più desiderabile o redditizia la riproduzione del lavoro, lo Stato ritira il proprio contributo. Il visibile degrado del Servizio Sanitario Nazionale è il risultato di un disinvestimento deliberato (il mercato britannico delle assicurazioni sanitarie private ha raggiunto la cifra record di £8,64 miliardi, con un aumento di quasi il 14% rispetto all'anno precedente).

Se il lavoratore non è più necessario alla produzione, lo Stato considera l'assistenza sanitaria come un “costo non produttivo” da liquidare.

Quando una popolazione non è più una risorsa ma un onere fiscale, lo Stato passa dalla cura alla gestione della dimissione. Non è un caso se in Occidente si siano moltiplicate le richieste di una rapida legalizzazione del suicidio assistito. Questo potrebbe anche spiegare la prescrizione di midazolam e gli ordini di non rianimazione nelle case di riposo durante la pandemia di COVID. I dati mostrano che il governo britannico ha acquistato ingenti quantità di midazolam (scorte sufficienti per due anni in soli due mesi) all'inizio del 2020.

Nel 2025, le valutazioni ufficiali hanno rilevato che la legalizzazione del suicidio assistito avrebbe comportato “notevoli risparmi” per il Servizio Sanitario Nazionale e il sistema pensionistico statale, stimati fino a £18,3 milioni entro un decennio solo per le pensioni. La Valutazione del disegno di legge sui malati terminali (fine vita) (maggio 2025) ha quantificato ufficialmente l'impatto su “prestazioni e pensioni” e ha stimato che entro il decimo anno lo Stato avrebbe risparmiato circa £27,7 milioni all'anno in pagamenti di pensioni e prestazioni non erogate grazie al suicidio assistito.

Accelerando l'“uscita di scena” degli anziani non produttivi (che fine ha fatto lo slogan dell'era COVID “salviamo i nonni”?), il sistema elimina miliardi di sterline di passività pensionistiche future dal bilancio statale.

Guardando al futuro, cosa possiamo aspettarci? Vedremo l'élite continuare a diffondere la narrativa di un'emergenza permanente sotto la maschera della crisi climatica e della minaccia russa per fornire la disciplina ideologica necessaria a giustificare un'austerità ancora maggiore.

Nel frattempo, l'identità digitale e le valute digitali delle banche centrali creeranno un sistema di sorveglianza totale. In questo sistema emergente, il cittadino viene sostituito dal “soggetto gestito”, il cui accesso all'economia è subordinato a un punteggio di credito sociale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 3 agosto 2026

L'economia statunitense è più forte dopo un anno e mezzo di amministrazione Trump

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/leconomia-statunitense-e-piu-forte)

A un anno e mezzo dall'inizio della presidenza di Donald Trump il verdetto dei dati è inequivocabile: le previsioni apocalittiche del consenso generale si sono rivelate errate e gli Stati Uniti si confermano come l'unica grande economia sviluppata in grado di combinare una forte crescita, un'inflazione controllata e un consolidamento fiscale.

Gli stessi analisti e istituzioni che hanno applaudito ai massicci stimoli, agli eccessi monetari e agli eccessi normativi sotto la precedente amministrazione, ora faticano a spiegare perché l'economia statunitense, che si aspettavano sprofondasse nella stagflazione, stia invece superando tutti i suoi pari del G7. Inoltre i Paesi del G7 che hanno seguito linee di politica emissioni zero, di grande interventismo statale e di forte tassazione sono in una fase di stagnazione secolare.


Dal “capriccio dei dazi” a una sorpresa mondiale

Quando Trump annunciò la sua nuova ondata di dazi e politiche commerciali, gran parte del consenso globale si affrettò a prevedere un disastro. Io la definii la “crisi dei dazi”. Gli analisti misero in guardia contro un'impennata dell'inflazione oltre i livelli del 2021, rendimenti dei titoli del Tesoro al 6-7%, crollo degli investimenti, recessione e un mondo che voltava le spalle agli Stati Uniti a favore di governi europei ritenuti più responsabili.

Diciotto mesi dopo nessuna di quelle previsioni si è avverata. Al contrario, il rendimento dei titoli di Stato statunitensi a 10 anni è sceso al 4,1%; gli Stati Uniti sono l'unica economia del G7 a crescere in modo robusto, mentre le nazioni che hanno raddoppiato la posta in gioco con l'iperregolamentazione, le aggressive restrizioni legate al clima, le tasse elevate e la spesa pubblica sempre maggiore sono bloccate nella stagnazione, oltre a subire un vento sfavorevole dovuto ai prezzi del petrolio e del gas.

La “crisi dei dazi” non si è mai trasformata nello shock strutturale preannunciato dai critici, perché i dazi doganali – per quanto discutibili per altri motivi – non causano inflazione in quanto non immettono unità monetarie nell'economia; ciò che fanno, invece, la spesa pubblica incontrollata e l'eccesso di liquidità.


Crescita, investimenti e un raro aggiustamento fiscale

La performance dell'economia statunitense nel 2025 è straordinaria non solo in termini relativi, ma anche per i suoi meriti intrinseci. Il PIL reale cresce di circa il 3,8%, con la Federal Reserve di Atlanta che stima una crescita annua di circa il 3,5% nel terzo trimestre, e gli investimenti privati ​​si espandono a ritmi prossimi alla doppia cifra. È fondamentale sottolineare che questo miglioramento si verifica mentre la spesa federale viene ridotta, non aumentata come in altri Paesi: la spesa pubblica è diminuita di circa il 3% nell'arco dell'ultimo anno, invece di mascherare la scarsa crescita con spesa pubblica improduttiva.

Tutte le istituzioni internazionali hanno dovuto adattarsi rapidamente. L'FMI, che inizialmente prevedeva una performance molto più debole, ora si aspetta una crescita statunitense di circa il 2,1% nel 2026, e diverse importanti società di ricerca hanno rivisto al rialzo le loro previsioni per il 2025, portandole intorno al 2,5%, dopo aver inizialmente avvertito di una crescita pari a zero o addirittura negativa. Alcuni economisti hanno pubblicamente riconosciuto che la professione ha interpretato erroneamente sia la resilienza del settore privato statunitense sia il reale impatto dello shock dei dazi, ammettendo che da gennaio in poi il consenso ha costantemente sbagliato sulla direzione dell'economia.

Il fattore più importante è che l'espansione americana non è dovuta all'ennesima ondata di spesa politica alimentata dal debito, bensì alla ripresa del settore privato, degli investimenti, del commercio e della produttività. In un mondo in cui la maggior parte dei governi dei Paesi sviluppati ha risposto a ogni problema con più spesa, più debito e più regolamentazione, la nuova strategia statunitense fa una differenza significativa, e i risultati sono di gran lunga migliori.


Inflazione sotto controllo

La deviazione più significativa dalla narrazione condivisa è arrivata dall'inflazione. Il consenso keynesiano, che non prevedeva alcun rischio di inflazione nel 2021 quando la spesa pubblica e l'offerta di moneta erano in forte aumento, all'inizio del 2025 avvertiva unanimemente che i dazi avrebbero spinto l'inflazione a nuovi massimi annuali, persino superiori ai picchi registrati durante la precedente amministrazione. Invece lo scorso novembre l'indice dei prezzi al consumo si attestava intorno al 2,7%, al di sotto delle precedenti aspettative del 3,0% e lontanissimo dallo scenario catastrofico del 6-7% prospettato al pubblico.

L'inflazione di base racconta la stessa storia. L'indice sottostante, escludendo alimentari ed energia, si attesta intorno al 2,6%, significativamente inferiore rispetto a settembre e ottobre 2024, quando gli stessi commentatori difendevano con entusiasmo il mix di spesa pubblica massiccia e rapidi tagli dei tassi da parte della FED nell'era Biden. Nei dodici mesi fino a novembre scorso l'indice generale è aumentato del 2,7%, dopo il 3,0% dei dodici mesi precedenti, e l'inflazione di base è cresciuta solo del 2,6%. Non vi è alcun segno di un'ondata inflazionistica indotta dai dazi sui prezzi aggregati, solo l'inerzia derivante dal debito e dalla spesa pubblica ereditati nel 2024.

Anzi, la traiettoria suggerisce che, con l'arrivo dei dati definitivi, in particolare per le componenti alimentari ed energetiche, l'indice dei prezzi al consumo riportato potrebbe risultare persino inferiore. Un'analisi indipendente stima un'inflazione del 2,5%.

La lezione è chiara: non sono mai stati i dazi a causare l'impennata dell'inflazione a livello mondiale, bensì una combinazione di espansione fiscale incontrollata e monetizzazione dei deficit da parte delle banche centrali. L'esperienza statunitense del 2025 lo ha dimostrato ancora una volta.


Deficit, debito e politica della disciplina

Mentre molte economie avanzate continuano a scivolare verso deficit sempre più elevati e un debito pubblico maggiore, gli Stati Uniti sono riusciti in un raro successo: combinare la crescita con i primi segnali di consolidamento fiscale. Il deficit federale si è ridotto di circa il 22%, passando da circa $2.070 miliardi a novembre 2024 a circa $1.600 miliardi un anno dopo, grazie a una combinazione di maggiori entrate fiscali e commerciali e tagli alla spesa. Misurato in percentuale del PIL, il deficit è sceso dal disastroso 7,1% ereditato dalla precedente amministrazione a un valore stimato del 5,9%. Considerando che quasi il 97% del bilancio 2025 era già stato speso quando l'amministrazione Trump si è insediata, a causa di precedenti decisioni di spesa e delle leggi di continuazione approvate nel 2024, la riduzione del deficit è ancora più lodevole.

La riduzione è stata accompagnata da un'importante riforma fiscale. Trump ha attuato il più grande taglio delle tasse degli ultimi decenni, portando il cuneo fiscale per le famiglie al di sotto del 30%, secondo le stime della Tax Foundation. Nella maggior parte delle economie OCSE, la linea di politica è stata opposta: tasse più elevate sul lavoro e sul capitale, giustificate dalle esigenze di entrate a breve termine ma negative per gli investimenti e la produttività.

Sul fronte della spesa, i numeri sono ancora più notevoli se si considera il punto di partenza. La nuova amministrazione ha ereditato un bilancio quasi interamente già definito. Le leggi di proroga e le decisioni precedenti avevano già bloccato circa il 97% della spesa federale. Tuttavia le uscite federali sono comunque diminuite del 5,6% nel primo trimestre del 2025 e del 5,3% nel secondo, con una spesa pubblica totale in calo del 3,1% nella prima metà dell'anno. Trump ha ordinato un taglio dell'8% della spesa federale per il 2026, segnalando che gli aggiustamenti fiscali sono una priorità politica fondamentale.

Anche le dinamiche del debito sono incoraggianti. La nuova amministrazione si è insediata con un debito federale di circa $36.220 miliardi e un'eredità di passività impegnate ma non finanziate pari al 100% del PIL e circa $1.500 miliardi di obbligazioni precedentemente approvate. Nonostante questa eredità negativa, il debito si è stabilizzato e si è leggermente ridotto a circa $36.210 miliardi, mentre il rapporto debito/PIL è diminuito da circa il 122% al 120%, secondo i dati della Federal Reserve e analisi indipendenti. Anche una modesta inversione di tendenza invia un messaggio forte.


Mercato del lavoro: i lavoratori autoctoni migliorano, mentre il settore pubblico e l'immigrazione si riducono

Il quadro del mercato del lavoro è forse l'aspetto meno compreso della ripresa economica statunitense. Il rapporto sull'occupazione dello scorso novembre mostra il miglior mese per l'occupazione nel settore privato dei cittadini statunitensi in termini assoluti e destagionalizzati dal 2015, con salari reali in aumento e un netto spostamento dai lavori pubblici e da quelli a bassa produttività, alimentati dall'immigrazione incontrollata. I salari reali settimanali sono aumentati di circa lo 0,8% su base annua, e i lavoratori appartenenti alle fasce di reddito medio-basse hanno registrato aumenti reali di circa l'1,4%. I salari reali netti, al netto delle imposte, stanno crescendo al ritmo più veloce degli ultimi anni.

Il tasso di disoccupazione si attesta al 4,6%, superiore a quello di Canada, Regno Unito, Francia, Italia e alla media dell'Eurozona.

Secondo i dati delle indagini sulle famiglie, l'occupazione dei cittadini autoctoni è aumentata da circa 130,6 milioni nel novembre 2024 a 133,3 milioni un anno dopo, con un incremento di circa 2,63 milioni di posti di lavoro. Nello stesso periodo l'occupazione degli stranieri è diminuita leggermente, di circa 21.000 unità, e l'occupazione totale nel settore pubblico è calata di 188.000 unità.

Questo cambiamento – un aumento dei posti di lavoro nel settore privato per i lavoratori autoctoni e una diminuzione dei posti di lavoro dipendenti dal settore pubblico e dall'immigrazione – rappresenta una differenza enorme rispetto a Canada, Regno Unito o alla maggior parte delle economie europee, dove l'aumento dell'occupazione include un consistente incremento di posti di lavoro nel settore pubblico e fortemente sovvenzionati. L'esperienza statunitense dimostra che una combinazione di deregolamentazione, tagli fiscali e un controllo più rigoroso delle buste paga pubbliche può comunque garantire posti di lavoro migliori e salari reali più elevati per i lavoratori nazionali.


Gli accordi commerciali si sono rivelati un successo

Le prove contraddicono l'idea che i dazi distruggerebbero la posizione degli Stati Uniti nel commercio mondiale. La precedente amministrazione ha lasciato dietro di sé un enorme deficit commerciale: circa $79,8 miliardi a novembre 2024, destagionalizzato, secondo il Bureau of Economic Analysis. A settembre 2025 tale deficit si era ridotto a circa $52,8 miliardi, con una diminuzione di circa un terzo rispetto all'anno precedente.

La combinazione di dazi mirati, accordi commerciali rinegoziati e una più chiara difesa dell'industria nazionale ha migliorato i flussi commerciali senza innescare l'esplosione inflazionistica che molti avevano previsto.


Altri miglioramenti importanti

L'amministrazione Trump ha agito con decisione su diversi fronti: vietando le valute digitali delle banche centrali, revocando le restrizioni normative e alla libertà di parola imposte dal movimento “woke”, riformando il sistema sanitario e impegnandosi ad abrogare dieci regolamenti per ogni nuovo regolamento approvato. In politica estera, Washington ha spinto per un accordo di pace a Gaza, per un percorso più realistico verso una soluzione in Ucraina basato su pressioni e sanzioni contro la Russia, e per un maggiore sostegno al ritorno alla democrazia in Paesi come il Venezuela.

Il messaggio per i conservatori e i centristi in Europa e in America Latina è chiaro: se si vogliono crescita, posti di lavoro e inflazione più bassa, non si può semplicemente replicare il modello burocratico, ad alta tassazione e ad alta regolamentazione che ha lasciato gran parte del mondo sviluppato in una stagnazione secolare. Trump forse non corrisponde alla definizione tradizionale di “liberale classico”, ma i risultati del suo primo anno  e mezzo di mandato dimostrano cosa può realizzare un governo conservatore veramente riformista.

Per molti esponenti della politica internazionale, la scomoda realtà è che gli Stati Uniti hanno mantenuto le promesse fatte da altri: una crescita più robusta, un'inflazione controllata, un deficit più contenuto, un mercato del lavoro più favorevole per i lavoratori nazionali e una stabilizzazione iniziale del debito. Tutto ciò non è stato ottenuto espandendo lo Stato e sopprimendo i segnali di prezzo, bensì tagliando le tasse, riducendo la spesa pubblica, deregolamentando e confidando nella capacità del settore privato di reagire.

Altre economie avanzate hanno scelto una strategia diversa: più burocrazia, maggiore spesa pubblica e programmi ambiziosi in materia di clima e società, finanziati con debito e tasse, e ora si trovano in una situazione di stagnazione e recessione del settore privato, senza contare poi i prezzi sfavorevoli dell'energia.

Un anno e mezzo del nuovo mandato di Trump non garantisce il successo futuro e i rischi permangono – dagli shock mondiali agli errori delle banche centrali – ma offre già una sfida empirica alle raccomandazioni del consenso keynesiano. Se gli Stati Uniti avessero seguito le proposte del consenso in materia di emissioni zero, grande interventismo statale e tassazione elevata, ora si troverebbero in una situazione fiscale e di crescita disastrosa e l'inflazione sarebbe molto più alta, come dimostra il Regno Unito.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 27 luglio 2026

Il difficile cammino dell'Argentina verso la libertà economica

Javier Milei è salito al potere con obiettivi non negoziabili: un surplus di bilancio, il contenimento dell'inflazione e la ripresa di un'economia in crisi. I suoi primi due anni  e mezzo di mandato si sono conclusi con risultati macroeconomici spettacolari: l'inflazione è crollata dai massimi, la povertà è tornata ai livelli del 2018, l'economia è di nuovo in fase di crescita, il debito netto è stato significativamente ridotto e i salari reali stanno iniziando a riprendersi, il tutto grazie al più grande piano di aggiustamento e deregolamentazione degli ultimi decenni. A dicembre 2023 Milei ha ereditato un tasso di inflazione mensile del 25,5%, vicino al 300% annuo – il più alto al mondo – e lo ha rapidamente ridotto a circa il 2,3% al mese entro ottobre dell'anno successivo, il livello più basso dal 2018, con previsioni che indicano un ulteriore calo nel 2026. Inoltre il bilancio nazionale è passato da un deficit insostenibile a un surplus per la prima volta in 14 anni, grazie a drastici tagli alla spesa superflua senza compromettere i servizi essenziali, alla chiusura di ministeri, all'eliminazione di agenzie inutili, alla riduzione dei sussidi e al taglio di decine di migliaia di posti di lavoro sovradimensionati nel settore pubblico ereditati dalla precedente amministrazione. Lasciare respirare l'economia funziona. Politiche di liberalizzazione appropriate hanno ridotto significativamente la povertà: le stime dell'UCA mostrano un calo di quasi 20 punti percentuali rispetto ai picchi della crisi e un tasso compreso tra il 31% e il 36%, il livello più basso degli ultimi sei anni; l'UNICEF stima che circa 1,7 milioni di bambini siano usciti dalla povertà negli ultimi due anni. L'FMI prevede che quest'anno l'Argentina mostrerà una crescita del PIL intorno al 3-4%, con una crescita cumulativa di quasi 8 punti percentuali tra il 2025 e il 2026. Le misure di austerità di Milei hanno portato a una forte riduzione dell'occupazione nel settore pubblico, gonfiata dal kirchnerismo e finanziata con debito e inflazione. Milei ha creato oltre 650.000 nuovi posti di lavoro nel settore privato. Secondo l'INDEC l'occupazione totale è cresciuta di 330.000 posti di lavoro in due anni e, cosa ancora più importante, l'occupazione nel settore pubblico è diminuita di 370.000 unità. Il debito pubblico ha raggiunto livelli molto elevati alla fine del 2023 e da allora è diminuito drasticamente in termini netti. L'onere del debito per l'economia si è ridotto drasticamente: è stato diminuito di decine di miliardi di dollari ed è calato in termini assoluti e in percentuale del PIL, e la dinamica esplosiva ereditata è stata arrestata. Il rapporto debito/PIL è sceso da oltre il 100% tra il 2020 e il 2023, raggiungendo un picco del 155%, al 70% nel terzo trimestre del 2025. Milei ha azzerato il debito della banca centrale trasferendolo al Dipartimento del Tesoro e nei due anni e mezzo della sua presidenza il debito totale ha fatto registrare una diminuzione netta di $48,5 miliardi. Il ministro Luis Caputo e il presidente della banca centrale, Santiago Bausili, hanno svolto un ruolo cruciale nel disinnescare le potenziali minacce lasciate dal socialismo, impedendo che esplodessero. Non possiamo dimenticare gli sforzi di Diego Santilli per garantire la sicurezza e la tranquillità degli argentini di fronte alle continue minacce di sabotaggio, né gli sforzi di Manuel Adorni per smantellare la propaganda e la disinformazione socialista. Il surplus primario è stato raggiunto tagliando la spesa, riducendo il peso dei sussidi inefficienti, frenando la crescita dell'occupazione pubblica e dando priorità ai programmi sociali essenziali. Meno sussidi per tutti e più assistenza per chi ne ha veramente bisogno hanno permesso di ridurre il debito, controllare la spesa e aiutare chi ne ha davvero bisogno. La deregolamentazione, grazie al ministro Sturzenegger, ha permesso di eliminare l'ingerenza statale nell'economia. L'eliminazione dei controlli sui prezzi, la riduzione dei dazi e l'apertura di settori come il trasporto aereo e il mercato immobiliare hanno portato a una maggiore varietà di prodotti e a prezzi migliori per i consumatori. Ora è il turno degli investimenti, che devono eliminare l'incertezza giuridica creata dal socialismo. Il programma RIGI, progettato per attrarre grandi investimenti superiori a $100 milioni, offre stabilità normativa e certezza giuridica, e sono già stati annunciati progetti per oltre $31 miliardi, soprattutto nei settori minerario ed energetico. Non è un miracolo, non è un esperimento... Milei e il suo team di governo hanno applicato la logica economica e una difesa inequivocabile della libertà.

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di Finn Andreen

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-difficile-cammino-dellargentina)

L'ascesa al potere in Argentina del primo libertario dichiarato, Javier Milei, è stata accolta con entusiasmo da molti libertari, ma anche come un momento cruciale. Non solo ha dimostrato la possibilità di ottenere il voto della maggioranza dell'elettorato di un grande Paese a favore di un programma radicale di libertà, ma ha anche suggerito che i libertari avrebbero finalmente potuto dimostrare al mondo intero che un libero mercato senza vincoli non solo è possibile, ma anche estremamente vantaggioso per qualsiasi società.

Non sorprende, quindi, che sia i libertari che gli statalisti stiano osservando con attenzione quest'ultimo esperimento argentino, iniziato nel 2024, per individuare segnali di successo o fallimento del modello Milei. I libertari possono sentirsi tranquilli riguardo a questa aspettativa, considerando le solide basi teoriche della Scuola Austriaca di economia che ispira il modello Milei.

A questo proposito occorre fare un paio di precisazioni. In primo luogo, la difficile transizione da una società statalista a una società libera non deve essere ignorata e non può essere attribuita al libertarismo in sé. Va detto che il processo politico e pratico per giungere a un libero mercato senza ostacoli non è stato un punto focale del pensiero libertario. In secondo luogo, il cammino verso la libertà potrebbe essere ostacolato da una serie di ragioni pratiche, come fattori esterni o umani, del tutto estranei al libertarismo. Ad esempio, il leader eletto e il governo potrebbero essere imperfetti e la classe politica potrebbe opporsi al cambiamento.


Risultati generalmente positivi dopo un inizio difficile

L'inizio del governo Milei è stato turbolento, con rapidi risultati positivi delle riforme, ma accompagnato dalle prevedibili difficoltà nella transizione da un'economia caratterizzata da tasse elevate, spese eccessive e inflazione. Quest'ultima, uno dei principali flagelli degli argentini per decenni, ha subito una netta decelerazione. Nel 2024 il PIL si è contratto dell'1,8%, un risultato migliore rispetto al 2023 (-3,1%), e c'è stata una forte ripresa del PIL nel 2025 (5,2%). Grazie ai tagli alla spesa pubblica, ad agosto dell'anno scorso lo Stato argentino ha fatto registrare un surplus di bilancio pari all'1,3% del PIL, un'inversione di tendenza senza precedenti per un Paese abituato a spendere più di quanto incassa.

Ma le misure di austerità – tagli ai sussidi, riduzioni di posti di lavoro nel settore pubblico, forti svalutazioni – hanno inevitabilmente comportato costi sociali, facendo precipitare inizialmente milioni di persone nella povertà. Tuttavia il tasso di povertà è poi diminuito drasticamente nella seconda metà del 2024, passando dal 52,9% nella prima metà del 2024 al 38,1%. La disoccupazione nella provincia di Buenos Aires è salita al 9,8%, un valore superiore a quello del 2023.

In generale, gli indicatori macroeconomici puntano nella giusta direzione, nonostante l'inevitabile e prevedibile inizio difficile. Tuttavia la sfida più seria per Milei riguarda probabilmente il pèso argentino, un ambito in cui l'economia Austriaca potrebbe essere un faro per evitare di ripetere gli errori del passato.


Il pèso argentino: una storia di cattiva gestione

Nel 1991 l'Argentina agganciò il pèso al dollaro con un tasso di cambio di uno a uno. Ogni pèso doveva essere coperto da un equivalente dollaro statunitense detenuto nelle riserve. Inizialmente l'inflazione crollò e gli investimenti aumentarono vertiginosamente. Tuttavia, rinunciando alla sovranità monetaria, l'Argentina perse la capacità di adattarsi alle condizioni mondiali. Con il rafforzamento del dollaro alla fine degli anni '90, il pèso si sopravvalutò, danneggiando le esportazioni e alimentando la disoccupazione. Incapace di svalutare o di impostare i propri tassi di interesse, il governo argentino si indebitò pesantemente in dollari, aggravando le future vulnerabilità.

Nel 2001 l'Argentina era in recessione. Con la fuga degli investitori e il calo delle riserve, il governo argentino bloccò i prelievi bancari per arrestare la fuga di capitali. Scoppiarono rivolte, il governo dichiarò default su oltre $100 miliardi di debito e il sistema di cambio fisso fu abbandonato nel 2002. Il pèso perse circa il 70% del suo valore in pochi mesi, con le conseguenze sociali che si possono immaginare. Dopo il crollo, l'Argentina adottò un sistema di cambio flessibile, ma i vantaggi iniziali svanirono rapidamente con il ritorno dell'indisciplina fiscale; l'inflazione cronica, superiore al 30%, divenne la norma, emersero molteplici tassi di cambio e la fiducia si erose.

Con il programma Milei, il pèso è stato inizialmente svalutato in modo significativo (da circa 400 ARS/USD a circa 800 ARS/USD) nell'ambito degli sforzi per ridurre l'inflazione. Nell'aprile del 2025 il governo è passato a un sistema di cambio più flessibile: il pèso è stato autorizzato a fluttuare all'interno di una banda di oscillazione (ad esempio, tra circa 1.000 e 1.400 ARS/USD) e molti controlli sui capitali e sulla valuta sono stati rimossi.

Alla fine del 2025 l'Argentina ha adottato un sistema di cambio “gestito” per la propria valuta. Il tasso di cambio ufficiale si aggirava intorno ai 1.480 pèso argentini per dollaro statunitense, mentre il tasso informale, noto come “dollaro blu”, era di circa 1.580 pèso. Il rischio principale era che il pèso non potesse essere facilmente difeso in questa fase di transizione, con riserve nette della banca centrale pari a soli $6 miliardi. Questa è la ragione principale per cui l'Argentina ha ricevuto dagli Stati Uniti, nell'ottobre del 2025, un fondo di stabilizzazione aggiuntivo di $20 miliardi, il quale ha anche contribuito all'importante vittoria di Milei alle elezioni di medio termine.

Ma il pèso è ancora sopravvalutato, il che danneggia le esportazioni e la competitività. Ad esempio, gli argentini hanno acquistato dall'estero elettrodomestici di marca e carne bovina – un prodotto di punta dell'esportazione argentina – che, a causa del tasso di cambio del pèso, risultano più economici rispetto ai prodotti locali equivalenti.

Tuttavia il piano di Milei per il pèso non si limita a lasciarlo fluttuare liberamente, ma prevede addirittura l'abolizione della banca centrale e la determinazione dei tassi di interesse da parte del mercato, come raccomanda la teoria Austriaca. Questo ci ricorda che la transizione verso un'economia di libero mercato è un processo che deve tenere conto della politica.


Lezioni dalla Scuola Austriaca

Dal punto di vista dell'economia Austriaca, le ripetute crisi che l'Argentina ha attraversato in passato sono la conseguenza inevitabile di una manipolazione monetaria artificiale. Come scrisse Ludwig von Mises nel suo libro, L'azione umana: “Non c'è modo di evitare il crollo finale di un boom causato dall'espansione del credito. L'alternativa è solo se la crisi debba arrivare prima... o dopo, come catastrofe finale e totale del sistema monetario”. Per l'Argentina, queste parole restano importanti da ricordare.

Il sistema di ancoraggio al dollaro del 1991 rappresentava una forma di controllo monetario artificiale. Fissando il tasso di cambio, i politici aggirarono il meccanismo naturale del mercato per l'equilibrio tra scambi commerciali, risparmi e investimenti. Quando il pèso diventò sopravvalutato, invece di deprezzarsi, il governo argentino prese in prestito dollari per mantenere la parità, alimentando così un'enorme bolla creditizia.

Come sottolineava Mises, una moneta sana non può essere creata per decreto; il suo valore deve emergere dallo scambio volontario. Quando lo Stato fissa i prezzi, compreso il prezzo della moneta, distorce i segnali di mercato e incoraggia consumi e indebitamento insostenibili. Murray Rothbard ha ribadito questo concetto nel libro, La Grande Depressione americana: “C'è un solo modo per porre fine all'inflazione: fermare immediatamente l'espansione monetaria e lasciare che il mercato si riallinei”.

Da questa prospettiva un pèso veramente libero, senza una banca centrale che decida i tassi d'interesse, porterebbe inevitabilmente difficoltà a breve termine, ma anche un equilibrio a lungo termine. La valuta si deprezzerebbe ulteriormente rispetto al dollaro, abbassando il tenore di vita, ma allineando i consumi alla reale capacità produttiva del Paese. Il vantaggio sarebbe che ciò stimolerebbe le esportazioni e renderebbe le importazioni più costose, incentivando così la produzione interna.

Milei è uno dei pochissimi leader politici al mondo ad aver compreso questi punti. L'unico vero ostacolo a una crescita economica duratura e a un miglioramento a lungo termine del tenore di vita dei poveri argentini è il ciclo elettorale: a Milei e al suo programma di libertà economica verrà data una possibilità concreta, non solo per due anni, ma per un intero decennio o anche di più? Perché questo è il lasso di tempo necessario per la transizione verso un'economia di libero mercato.

Se all'Argentina fosse consentito di diventare economicamente libera, ciò rappresenterebbe non solo un'importante vittoria per il libertarismo, ma anche una luminosa fonte di ispirazione per la riforma di innumerevoli nazioni occidentali attualmente in difficoltà sotto il giogo dello statalismo keynesiano. Il successo di Milei contribuirebbe a convincere concretamente tutti coloro che ancora dubitano che un programma politico basato sull'economia Austriaca possa portare a una prosperità duratura per tutti, a patto che si possano superare gli ostacoli politici.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 23 luglio 2026

La spirale negativa dei problemi fiscali in Francia: una nazione incapace di riforme

La stessa spirale negativa a livello economico, il benchmark del trentennale francese ha raggiunto un massimo preoccupante tra le altre cose, ha un parallelo anche a livello sociale. La neolingua orwelliana è stata adottata ad hoc dall'Unione Europea, infatti l'ultima iterazione di questa presa per i fondelli nei confronti dei sudditi europei è lo “Scudo Democratico”. La Commissione europea afferma che il suo obiettivo è creare uno spazio informativo “sicuro” in cui dovrebbero prevalere i messaggi “affidabili”, in pratica, le narrazioni allineate al consenso dominante. Il problema è che i criteri di “credibilità” dell'UE, di ciò che è considerato “disinformazione” e – cosa è particolarmente dannoso – di “discorso divisivo” sono estremamente vaghi e soggetti a interpretazioni ideologiche. Di conseguenza non saranno nemmeno tribunali indipendenti, ma piattaforme online che collaborano con organizzazioni non governative selezionate da Bruxelles a decidere quali contenuti potranno raggiungere i cittadini dell'Unione Europea. Vale la pena sottolineare il ruolo dei cosiddetti “trusted flaggers” e delle reti di fact-checker. Sono proprio queste entità, spesso finanziate con fondi pubblici dell'Unione Europea o degli stati membri, e ideologicamente uniformi, a ottenere una posizione privilegiata nel processo di moderazione dei contenuti. In pratica ciò significa delegare la censura a entità che non sono soggette ad alcun controllo democratico. Allo stesso tempo le restrizioni sulla targetizzazione e sul finanziamento dei messaggi politici rendono molto più difficile raggiungere gli elettori. In pratica le piattaforme più grandi, come Facebook, hanno già smesso di pubblicare annunci “politici” per evitare rischi legali. Non è più possibile promuovere liberamente petizioni contro l'aborto o le unioni tra persone dello stesso sesso. L'Unione Europea, sotto la bandiera della tutela della democrazia, ha iniziato a limitare sistematicamente la libertà di parola e il pluralismo politico. In questo modo ci si incammina lungo i sentieri storici di ogni regime autoritario, ricorrendo alla violenza e alla censura quando il consenso pubblico svanisce.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-spirale-negativa-dei-problemi)

Quanto sta accadendo in Francia potrebbe presto trascinare l'intera Eurozona in una profonda crisi. Il Paese sta arrancando in una crisi fiscale, bloccato in una situazione di stallo politico che sembra insormontabile. Sul mercato obbligazionario il tempo stringe e il debito pubblico francese sfugge al controllo.

Il Primo Ministro Sébastien Lecornu ha celebrato una classica vittoria di Pirro: l'Assemblea Nazionale ha approvato a stretta maggioranza la sua bozza di bilancio sociale per il prossimo anno, ma la vittoria è arrivata a caro prezzo date le ampie concessioni che non faranno altro che peggiorare una situazione fiscale già esplosiva.


Strane coalizioni

Con 247 voti a favore, 234 contrari e 93 astensioni, l'Assemblea ha approvato un piano che prevede un deficit di €20 miliardi nel bilancio sociale, significativamente peggiore rispetto ai €17 miliardi inizialmente previsti. Sia il partito di Marine Le Pen che il blocco di estrema sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon hanno respinto la proposta.

È surreale: l'impasse politica ha portato la Francia in una situazione in cui l'estrema sinistra e l'estrema destra votano insieme, spingendo collettivamente il governo verso il collasso. Per il presidente Emmanuel Macron questo potrebbe presto significare la formazione di un altro governo fragile, poiché non vi è alcuna indicazione che la Francia possa uscire da questa catastrofica situazione di stallo.

Il disegno di legge poi è passato al Senato, dove la coalizione di governo detiene la maggioranza, ciononostante lo stallo politico continua.


Riforma delle pensioni in stallo: una paralisi permanente della riforma

Lecornu è stato costretto a congelare la riforma pensionistica prevista, che avrebbe innalzato l'età pensionabile da 62 a 64 anni. Invece la Francia la porterà solo a 62 anni e nove mesi. Il Paese mantiene il bilancio sociale più elevato dell'UE, pur conservando una delle età pensionabili più basse. Ancora una volta, la Francia elude la crescente crisi pensionistica, seguendo la Germania lungo lo stesso pericoloso percorso di un sistema a ripartizione al collasso. Parigi si rifiuta inoltre di affrontare le conseguenze fiscali dell'immigrazione clandestina, una bomba a orologeria sociale la cui miccia è già esplosa.

Questa decisione mette a nudo la profonda negazione politica radicata nella classe dirigente francese: continuano a vivere a spese delle generazioni future, consumando risorse economiche che non esistono più. La Francia è diventata fondamentalmente incapace di riforme e sta precipitando in una grave crisi fiscale.

Il deficit di bilancio di quest'anno si aggira intorno al 5,6% del PIL; la proiezione eccessivamente ottimistica del governo francese per il prossimo anno è del 5%. Con enormi lacune nei conti sociali, nessuno sa spiegare come si possa raggiungere una cifra simile. È pura fantasia. Una previsione molto più realistica è un deficit compreso tra il 6% e il 7%.

La crisi politica francese rispecchia la sua paralisi economica. La produttività economica è in calo da anni. Con una quota statale del 57% del PIL, il governo francese blocca la libera allocazione dei capitali e assorbe proprio le risorse necessarie per rilanciare l'economia. La Francia non si è mai trovata a suo agio con l'economia di mercato e ora, come un gemello siamese delle disastrose linee di politica di Berlino, spinge la pianificazione centrale ancora più in profondità nell'economia.


Immobilismo economico

Con 68.000 fallimenti aziendali negli ultimi dodici mesi e un settore industriale in contrazione, il Paese si sta dirigendo a capofitto verso una grave crisi sociale, che si riflette già in un'inevitabile trappola fiscale.

La Francia sta vivendo un'ondata di fallimenti di proporzioni bibliche, che probabilmente costerà 400.000 posti di lavoro quest'anno. L'economia è in ginocchio e i francesi si rifugiano nell'illusione che un debito infinito possa in qualche modo risollevare il loro sistema di welfare.

Abbiamo visto cosa questo significhi per la stabilità dell'Eurozona: quindici anni fa la piccola Grecia perse l'accesso ai mercati e scatenò una crisi del debito che si diffuse a macchia d'olio in tutta Europa.

All'epoca, la credibilità della politica monetaria dell'Eurozona fu sacrificata per mantenere liquidi i mercati del credito, fortemente interconnessi, attraverso massicci interventi della BCE e anni di salvataggi.

Se la seconda economia dell'Eurozona dovesse subire un “arresto” sul suo mercato obbligazionario – un improvviso crollo della domanda per la crescente emissione di debito – gli strumenti tradizionali della Banca Centrale Europea non sarebbero sufficienti a contenerne le conseguenze.


Un cambiamento secolare nei titoli obbligazionari

In caso di crisi acuta, la BCE sarebbe pronta a intervenire. Il suo strumento principale sarebbe l'acquisto di titoli di Stato nell'ambito del PSPP (Programma di acquisto del settore pubblico). Ulteriore liquidità potrebbe essere iniettata attraverso operazioni di rifinanziamento mirate a lungo termine, o tramite il sostegno alle banche che detengono ingenti volumi di debito sovrano francese.

Il programma Outright Monetary Transactions (OMT) potrebbe essere attivato, consentendo l'acquisto diretto di obbligazioni di Paesi in crisi, sebbene solo nel rispetto di rigide condizioni fiscali. Ma nella prossima crisi queste condizioni saranno quasi certamente ignorate per evitare la disgregazione dell'Eurozona. La BCE ha già fornito le linee guida quando Mario Draghi pronunciò la sua famosa frase “a qualunque costo”.

Tuttavia l'influenza effettiva della BCE ha dei limiti: la parte a lunga scadenza del mercato obbligazionario – quella con scadenze superiori a dieci anni – è il segmento più profondo e liquido. Nessuna singola banca centrale può controllarlo completamente.

Da mesi i rendimenti a lungo termine sono in aumento, prima in Giappone e ora sempre più in diverse aree dell'Eurozona. Il mercato sta segnalando una perdita di fiducia nella sostenibilità del debito degli stati fiscalmente indisciplinati.

Nei mercati obbligazionari mondiali si è già verificato un punto di svolta epocale. Al suo culmine, segnerà la fine definitiva di ogni imminente crisi fiscale. Pensiamo all'Argentina: si avvicina l'era della motosega.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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