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lunedì 14 settembre 2026

Il divorzio incompiuto

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/il-divorzio-incompiuto)

La versione standard della storia di Enrico VIII è una parabola morale sulla brama di un re: una disperata ricerca di un erede maschio che lo portò a rompere con Roma, sciogliere i monasteri e creare una chiesa nazionale. Questa narrazione non è sbagliata, ma è pericolosamente incompleta. Il bisogno di Enrico VIII di ottenere l'annullamento del matrimonio fu la scintilla, non la causa. Il vero elemento esplosivo fu una rivendicazione costituzionale che si stava consolidando da decenni: che l'Inghilterra fosse un “impero”, un regno sovrano che non doveva alcuna fedeltà giuridica o spirituale ad alcuna potenza straniera, Papa incluso.

Quando Enrico VIII separò l'Inghilterra dalla giurisdizione papale nel 1534, non si limitò a divorziare da una moglie. Stava separando l'Inghilterra dalla struttura giuridica del papato occidentale, quello che io chiamo il progetto della “Seconda Britannia”. Tale divorzio non fu mai pienamente accettato dalla Curia romana e non è mai stato formalizzato. Nei cinque secoli successivi, la lotta si spostò dalla teologia all'economia politica, dalle scomuniche al debito, dall'invasione militare alla presa di potere istituzionale. Oggi, mentre la Chiesa anglicana si frattura al suo interno e si avvicina sempre più a un ecumenico con Roma, e la monarchia inglese mette alla prova i vincoli fiscali stabiliti nel 1688, l'antica battaglia per l'autorità suprema sulla corona e sulle anime d'Inghilterra sta entrando in un nuovo capitolo.


I. Il divorzio di Enrico VIII: catalizzatore personale, rottura costituzionale

Nel 1521 Enrico VIII fu acclamato come il “Difensore della Fede” per la sua polemica contro Lutero. Non era certo un rivoluzionario protestante, ma nel 1533 il Papa, sotto la pressione del nipote di Caterina d'Aragona, l'imperatore Carlo V, si rifiutò di annullare il matrimonio di Enrico VIII. Ciò che seguì non fu un semplice cambio di moglie, ma una vera e propria rivoluzione giurisdizionale.

L'Atto di Restrizione degli Appelli (1533) dichiarò che “questo regno d'Inghilterra è un impero... governato da un unico capo e re supremo... al quale è vincolato un corpo politico, composto da persone di ogni genere e ceto sociale, e a cui è dovuta, dopo Dio, un'obbedienza naturale e umile”. L'Atto di Supremazia (1534) trasferì formalmente la guida della chiesa inglese dal Papa alla Corona. Le tasse che affluivano a Roma furono dirottate verso il tesoro reale; i monasteri, istituzioni che operavano come una struttura di potere parallela con lealtà continentali, furono sciolti.

In sostanza, Enrico non rifiutò la dottrina cattolica: rifiutò la giurisdizione papale. La sua contestazione riguardava la pretesa che un vescovo straniero (il papa) possedesse l'imperium – la suprema autorità esecutiva e giudiziaria – sui sudditi inglesi. Così facendo, sfidava una finzione giuridica secolare: l'autoeredità del papato dal decaduto Impero Romano d'Occidente. Attraverso documenti come la falsificata Donazione di Costantino, i Papi avevano a lungo rivendicato il diritto di deporre i re e di interporsi tra i monarchi e i loro reami. Il “divorzio” di Enrico VIII fu quindi una dichiarazione di indipendenza giurisdizionale: nessun tribunale straniero, spirituale o temporale, avrebbe esercitato l'autorità finale in Inghilterra.


II. Il contrattacco: dalle missioni gesuite alla rivoluzione fiscale

Il papato non riconobbe mai la legittimità di questo divorzio. Scomuniche, complotti, missioni gesuite e il sostegno a pretendenti cattolici (Maria Stuarda, l'Invincibile Armata spagnola) si susseguirono per generazioni, ma la restaurazione militare o dinastica diretta fallì sotto Elisabetta e gli Stuart. Alla fine del XVII secolo, il progetto della “Seconda Britannia” – l'ambizione di subordinare la sovranità inglese a un'autorità transnazionale – cambiò strategia.

La storiografia convenzionale presenta la Rivoluzione Gloriosa del 1688 come un trionfo protestante: il Parlamento invita lo statolder olandese Guglielmo d'Orange a deporre il cattolico Giacomo II, assicurando così una successione protestante e la libertà parlamentare. Ma al di là della propaganda religiosa, è necessario considerare le conseguenze strutturali. Guglielmo arrivò con un esercito olandese e un nuovo modello di finanziamento statale. Giacomo fuggì; il Parlamento approvò la Dichiarazione dei Diritti (1689), che subordinava permanentemente la monarchia al controllo parlamentare in materia di tassazione, successione e guerra.

Poi arrivò l'innovazione decisiva: nel 1694, venne istituita la Banca d'Inghilterra. Fu la prima istituzione permanente di debito pubblico. Per la prima volta, la Corona inglese – e presto lo Stato britannico – divenne dipendente da una rete di creditori, obbligazionisti e finanziari che non avevano alcuna lealtà feudale nei confronti del monarca. Il prestito sovrano non era più un espediente occasionale; divenne il motore del governo. La libertà d'azione della Corona non era più limitata da un interdetto papale, ma dal pagamento degli interessi e dall'approvazione di un complesso parlamentare-finanziario.

Si trattò di un'operazione di “sottrazione del potere papale”? Non nel senso di cablogrammi segreti vaticani. Rappresentava piuttosto una profonda continuità formale: una struttura di potere transnazionale in grado di frenare la Corona inglese. Il papato aveva un tempo esercitato tale ruolo attraverso il diritto canonico e la minaccia di scomunica. Dopo il 1688, il potere di controllo passò alla City di Londra e ad Amsterdam, reti finanziarie a loro volta intrecciate con le banche continentali, molte delle quali da tempo al servizio degli interessi papali e imperiali nel commercio e nel credito. La “Seconda Britannia” si era trasformata. Il suo successore non fu esattamente il Vaticano, bensì lo Stato fiscale-militare, un sistema in cui la sovranità era diffusa tra creditori, parlamentari e la nuova Banca.

E come è stato possibile tutto ciò? Attraverso l'introduzione di una Guardia Pretoriana in tutte le sale del potere e nelle dimore della Corona. La metafora della Guardia Pretoriana è appropriata, ma va precisata. Nell'antica Roma, i Pretoriani erano la guardia personale dell'imperatore, che ripetutamente assassinava o ricattava gli imperatori per proteggere i propri privilegi. Nella Gran Bretagna post-1688, la “guardia” cambiò uniforme: i soldati, in quanto detentori del potere supremo, furono rimpiazzati dai possessori di obbligazioni. La Corona era tenuta in ostaggio non solo da uomini armati, ma anche dal meccanismo del debito perpetuo, debiti che finanziavano gli uomini armati. Ogni monarca, da Guglielmo III a Carlo III, governò all'interno di una gabbia costruita nel 1694, una gabbia le cui sbarre sarebbero state obbligazioni governative dorate, rafforzate da assassini dell'MI5, dell'MI6 e altri agenti segreti infiltrati nelle sale del palazzo.


III. La nuova lotta: conquistare la Chiesa anglicana come arma

Per tre secoli, la Chiesa d'Inghilterra è rimasta l'unico pilastro istituzionale dell'originaria separazione della Corona da Roma. In qualità di “governatore supremo”, il monarca manteneva l'autorità giurisdizionale sulla chiesa nazionale, una netta smentita dell'imperium papale. Ma questo pilastro si sta ora sgretolando e, nelle fratture, l'antico potere transnazionale intravede un'opportunità.

La Comunione anglicana è attualmente lacerata da dispute interne su sessualità, genere e dottrina. Le riforme progressiste nella Chiesa d'Inghilterra hanno accelerato lo scisma, con ampie fasce del Sud del mondo (GAFCON e la Global South Fellowship of Anglicans) che si sono allontanate o hanno rifiutato l'autorità dell'Arcivescovo di Canterbury. In questo vuoto si è inserito un rapido riallineamento ecumenico.

Nell'ottobre del 2025, re Carlo III, governatore supremo della Chiesa d'Inghilterra, ha compiuto una visita di Stato in Vaticano (22-23 ottobre). Ha incontrato Papa Leone XIV (eletto nel maggio 2025) e ha partecipato a una storica celebrazione ecumenica di preghiera nella Cappella Sistina, la prima volta che un monarca inglese ha pregato pubblicamente con un Papa nella Cappella dalla Riforma. Il re ha rilasciato dichiarazioni congiunte sulla “cura del creato” con il Vaticano e ha ricevuto onorificenze come la nomina a Confratello Reale di San Paolo. Ex-vescovi anglicani hanno parlato di possibili ondate di conversioni, o di un ulteriore riallineamento verso Roma, in mezzo alle divisioni in corso.

Non si tratta semplicemente di buona volontà ecumenica: rappresenta un ammorbidimento giurisdizionale. L'Atto di Supremazia di Enrico VIII rese la corona l'autorità legale suprema sulla Chiesa inglese. Quando il governatore supremo partecipa ora a funzioni congiunte di alto profilo che implicitamente riconoscono una condivisa autorità spirituale e quando la Chiesa d'Inghilterra intensifica i legami con Roma mentre la sua comunione globale si frammenta, la barriera giurisdizionale eretta nel 1534 viene messa alla prova ed erosa dall'interno. La Chiesa d'Inghilterra, concepita come baluardo contro le interferenze papali, è sempre più vista da alcuni come un potenziale ponte o addirittura uno strumento per ristabilire l'influenza di Roma sulle anime inglesi e, per estensione, sulle istituzioni e, naturalmente, sulle sue fonti di reddito, perse ormai da secoli.

Allo stesso tempo, la Corona ha mostrato sottili segnali di voler prendere le distanze dall'assetto fiscale post-1688. Affermazioni simboliche di indipendenza, una monarchia multireligiosa che aggira il vecchio establishment protestante e timidi tentativi di riaffermare alcuni poteri di prerogativa hanno suscitato reazioni da parte del complesso parlamentare-finanziario. Il vecchio sistema “pretoriano”, ora incarnato nella City di Londra e nello stato debitore permanente, riconosce che una Corona con una reale indipendenza giurisdizionale, anche sulla propria chiesa, potrebbe iniziare ad allentare i vincoli imposti dopo il 1688.


IV. Conclusione: una guerra lunga 500 anni che entra nel suo ultimo capitolo

Enrico VIII non divorziò da una moglie; divorziò l'Inghilterra da una pretesa rivale all'imperium. Il papato, in quanto erede istituzionale della giurisdizione imperiale romana, non accettò mai quel divorzio. Combatté con complotti ed eserciti e, quando questi fallirono, si adattò. La Rivoluzione Gloriosa e la creazione dello Stato debitore permanente rappresentarono una trasformazione strutturale: il controllo transnazionale sulla sovranità inglese si spostò dal diritto canonico alla finanza. La “Seconda Britannia” acquisì una nuova incarnazione nei mercati obbligazionari e nell'establishment parlamentare-finanziario che ha tenuto a freno la Corona per oltre tre secoli. Il tutto sostenuto da omicidi di reali e nobili perpetrati dalle guardie di palazzo e dalla sicurezza.

Ora, con la Chiesa anglicana divisa su linee dottrinali e impegnata a coltivare legami ecumenici più profondi con Roma, l'originaria lotta giurisdizionale è tornata sul suo campo di battaglia: l'autorità spirituale sull'Inghilterra. La Corona, pur rimanendo tecnicamente il governatore supremo, presiede un'istituzione sempre più aperta proprio a quella giurisdizione straniera che Enrico VIII aveva bandito. Se questo processo dovesse proseguire senza controllo, il divorzio del 1534 potrebbe essere di fatto annacquato, non da una bolla papale, ma da una lenta convergenza ecumenica.

Non si tratta di una cospirazione: è logica istituzionale. Il papato è un'istituzione millenaria che non ha mai rinunciato alla sua pretesa di giurisdizione universale. La Corona inglese è un'istituzione che non si è mai completamente liberata dalla gabbia fiscale eretta nel 1694. L'attuale riassetto e le fratture all'interno della Comunione anglicana rappresentano il terreno d'incontro tra queste due forze istituzionali. La questione è se l'accordo del 1688 – il sistema del debito come ostaggio – cederà definitivamente, o se la Seconda Roma porterà a termine ciò che iniziò nel XVI secolo: la riconquista della sua provincia perduta.


V. Post-scriptum

Mentre la lunga e incompiuta separazione dell'Inghilterra dalla Seconda Roma si piega ancora una volta verso lo scontro, la Chiesa d'Inghilterra – baluardo sovrano di Enrico VIII contro l'impero straniero – si sta preparando a riprendere il suo ruolo pre-Riforma di nemico, controllato dall'estero, di una Corona inglese indipendente. Mentre le aperture di Re Carlo III al Vaticano nel 2025 segnalano un approfondimento dell'allineamento ecumenico, il futuro erede al trono, il Principe di Galles, si è mosso rapidamente nel marzo 2026 per riaffermare la sua personale “fede silenziosa” e il suo impegno nei confronti della Chiesa d'Inghilterra, partecipando all'insediamento del nuovo Arcivescovo di Canterbury e dichiarando la sua intenzione di forgiare un “legame forte e significativo” con la sua leadership mentre si prepara al ruolo di Governatore Supremo. Eppure, proprio questa riaffermazione dell'antica alleanza tripartita – Corona, Chiesa e Popolo – giunge nel momento in cui la chiesa nazionale, frammentata dalle riforme progressiste e dagli scismi del Sud del mondo, si avvicina sempre più all'influenza romana. Le guerre di religione dei Tudor, ben lungi dal concludersi nel 1534 o nel 1558, si stanno dunque riaccendendo; così come la più profonda Guerra Civile Inglese, durata 400 anni, le cui forze istituzionali contrapposte ho analizzato in sette saggi precedenti. La questione per il prossimo regno è se la visione sincera ma più pacata del dovere del Principe riuscirà a riconquistare la Chiesa come strumento della sovranità inglese, o se la Seconda Roma, dopo aver fallito con eserciti, scomuniche e mercati obbligazionari, riuscirà infine, attraverso una convergenza pacifica, a rivoltare contro la Corona stessa la sfera spirituale. L'accordo del 1534 rimane incompiuto; il capitolo finale della lunga guerra civile inglese deve ancora essere scritto.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 23 giugno 2026

Il problema della pseudoscienza

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-problema-della-pseudoscienza)

La settimana scorsa sono riuscito a generare, tramite l'intelligenza artificiale, uno studio fasullo che dimostrava che mangiare waffle aumenti la calvizie. Era pieno di note a piè di pagina, citazioni e calcoli e modelli matematici complessi. Era quasi inquietante vedere quanto credibili sembrassero i risultati. Bisognava guardare con attenzione per individuare i problemi. L'ho condiviso con altre persone che hanno subito commentato con frasi del tipo: “Ci credo”.

Non mangiate waffle; vi cadranno i capelli. Lo dice la scienza!

Pensateci. Non siamo mai stati in grado, prima d'ora, di generare contenuti apparentemente scientifici su qualsiasi argomento in pochi secondi. Questo potere esiste solo da due anni. Molte persone non sanno nemmeno che esista, né tantomeno quanto sia facile da usare. Malintenzionati possono sfruttare questo potere ogni volta che vogliono; possono contare sulla fiducia consolidata nella “scienza” per spacciare tali falsificazioni per verità.

La scorsa settimana abbiamo assistito al ritiro dalla pubblicazione di un altro studio scientifico ritenuto falso. Questa volta si tratta di un caso di grande rilevanza. La rivista in questione è The Lancet, una delle più prestigiose al mondo. Aveva pubblicato lo studio, sottoposto a rigorosa revisione paritaria, ma a quanto pare gli autori erano riusciti a ingannare gli esperti.

L'articolo ritirato è uno dei tanti generati da un'enorme e ben finanziata sperimentazione di farmaci terapeutici utilizzati per curare il COVID-19. La sperimentazione in questione si chiamava TOGETHER. È stata finanziata con sovvenzioni da FTX, la società di crittovalute successivamente chiusa per frode, insieme a società finanziarie con ingenti partecipazioni in aziende farmaceutiche e think tank finanziati dall'industria che speravano di vendere i vaccini. Se lo studio fosse stato corretto, vaccinarsi sarebbe stata l'unica opzione.

Gli autori hanno pubblicato articoli sui risultati su tutte le riviste.

Finora ne è stata ritirata solo una, ma è probabile che anche le altre seguiranno la stessa sorte. Tra queste, il New England Journal of Medicine, una rivista che si vanta del suo basso tasso di ritrattazioni.

Lo studio TOGETHER è stato condotto e i risultati sono stati pubblicati integralmente quattro anni fa. Domande e critiche non hanno fatto che persistere in questo lasso di tempo.

Quando lo studio fu pubblicato nel 2021, venne citato come uno dei motivi principali per ritirare dal mercato l'idrossiclorochina e l'ivermectina. Anche se il vostro medico ve le avesse prescritte, la risposta sarebbe stata no.

Non dimenticherò mai quel giorno in cui entrai nella farmacia del mio quartiere e mostrai la mia ricetta. La ragazza dietro il bancone si scusò per essere andata a parlare con il suo responsabile, che scosse la testa in segno di diniego senza dire una parola. Questo mi spinse a fare tutto il possibile per farmi spedire la ricetta con corriere espresso da New York, da una persona che a sua volta l'aveva ordinata dall'India. Mi sentii meglio dopo tre ore.

In seguito ho appreso che, sebbene milioni di persone facessero qualcosa di simile, perché era l'unico modo per ottenere farmaci efficaci, tale pratica è, diciamo, malvista.

Perché tutte le farmacie del mio quartiere si erano rifiutate di prescrivermi trattamenti comprovati che il mio medico mi aveva prescritto? Perché si fidavano della scienza.

Questo è il problema della pseudoscienza: ha conseguenze concrete. Viviamo presumibilmente nell'era della scienza, ma la credibilità di tutte le istituzioni è ormai in caduta libera. Lo slogan “scienza” è stato utilizzato per giustificare un attacco alla libertà di portata senza precedenti, di conseguenza la reputazione della scienza in generale ha subito un duro colpo.

Lo studio TOGETHER, perlomeno, sembrava plausibile. Dopotutto si trattava di un vero e proprio studio clinico. Lo studio SURGISPHERE, al contrario, i cui risultati sono stati pubblicati all'inizio dell'estate del 2020, si è rivelato completamente inventato. Le sue conclusioni sono state quindi invalidate e, a dire il vero, la falsificazione dei dati scientifici non è stata unilaterale. Anche alcuni studi che indicavano risultati opposti si sono rivelati basati su dati falsificati.

Alla fine in quel periodo furono pubblicati centinaia di migliaia di articoli, e oggigiorno le ritrattazioni avvengono con la stessa rapidità con cui un tempo avvenivano le accettazioni. Amici miei, non si tratta solo di un problema di pubbliche relazioni; si tratta di una vera e propria crisi per la credibilità della scienza stessa.

Quando la scienza vi dice che non potete organizzare in sicurezza una cena del Ringraziamento a casa vostra o cantare lodi a Dio senza uccidere la nonna, sta mettendo a rischio le fondamenta stesse della rivoluzione scientifica.

Se ci aggiungiamo l'intelligenza artificiale, il problema si aggrava di diecimila volte.

Un episodio significativo di questo tipo mi è capitato una settimana fa. Ero a un evento quando due ragazzi inglesi, con grandi sorrisi e un accento raffinato, si aggiravano tra i partecipanti per inveire contro la carne finta. È una causa che mi sta a cuore, è così che le persone iniziano ad abbassare la guardia.

Stavano riprendendo delle persone con la telecamera e, poco prima di accenderla, mostravano uno studio che affermava che la carne finta causa l'autismo. All'intervistato veniva quindi chiesto di avallare lo studio davanti alla telecamera. Mi hanno ripreso mentre criticavo la carne finta – e io ho obbedito pienamente – ma poi mi hanno pressato affinché avallassi il loro studio. A quel punto la parte incredula del mio cervello si è attivata e ha capito che c'era qualcosa che non andava: mi sono rifiutato di dire quello che mi chiedevano.

La mattina seguente, ho capito lo scherzo. Questi tipi, apparentemente molto convincenti, avevano creato quello studio anonimo con lo scopo di ingannare la gente. L'obiettivo era semplice ma anche geniale: dimostrare che i sostenitori della libertà in ambito sanitario avallano qualsiasi studio che sembri avvalorare i loro pregiudizi. Il risultato finale era probabilmente un documentario concepito per screditare l'intero movimento, e con esso l'amministrazione Trump.

Il complotto è stato sventato. Nel frattempo ho avuto modo di riflettere sul significato di tutto ciò. Viviamo in tempi molto strani, in cui la scienza empirica è stata usata come arma per scopi politici. Più di 500 articoli sono stati ritirati, ma innumerevoli altri sono a rischio.

La mia preoccupazione è che questa esperienza abbia generato una sorta di nichilismo che pervade l'intera iniziativa. I burloni che si aggirano per i congressi scientifici con studi falsi, con l'intento di prendere in giro le persone, non solo sono controproducenti, ma minano ulteriormente la fiducia.

Un punto chiave della rivoluzione scientifica del XVI e XVII secolo fu quello di sviluppare un metodo più solido per conoscere la verità. In passato la fede occupava un posto centrale, con la teologia come regina delle discipline accademiche. Ma l'opera di Copernico, Keplero, Bacone, Cartesio e Newton – tutti grandi pensatori – dimostrò che l'osservazione e l'induzione costituivano una base migliore per la conoscenza.

Questa rivoluzione del pensiero coincise temporalmente con enormi progressi tecnologici, medici e con una maggiore prosperità per tutti. Il mondo stava cambiando radicalmente, con livelli crescenti di mobilità, possibilità di scelta e progresso materiale. Ci eravamo definitivamente lasciati alle spalle quello che venne definito il “Medioevo” ed eravamo entrati in una nuova era. La scienza era la nuova regina del pensiero.

C'era sempre un problema latente. Se vogliamo dare maggiore importanza all'osservazione e al lavoro empirico rispetto alla fede e alla deduzione, stiamo rovesciando una forma di autorità ecclesiastica... ma non stiamo forse valorizzando un'altra forma di autorità, ovvero quella degli osservatori, degli scienziati, di coloro che generano, conservano e interpretano i dati?

In effetti, sì.

In altre parole, possiamo parlare di scienza tutto il giorno, ma non si può sfuggire alla questione della fiducia. Possiamo fidarci della Chiesa e delle autorità teologiche, possiamo fidarci della nostra interpretazione di testi rivelatori come la Bibbia, oppure possiamo fidarci della scienza e dell'establishment scientifico.

Il motivo è semplice.

Nessuno è in grado di conoscere e verificare tutti i fatti relativi a ciò che chiamiamo scienza. Non abbiamo altra scelta che credere a chi ci racconta la storia. Ma quando si scopre che chi ci racconta la storia non è onesto o ha secondi fini, cosa ci succede?

Ecco il problema centrale che affrontiamo oggi nel campo della scienza. Sono successe così tante cose negative che la rivoluzione scientifica stessa sta perdendo la sua presa sull'opinione pubblica. Non sappiamo ancora cosa la sostituirà.

Riflettiamo un attimo su ciò che è sopravvissuto senza intaccare la sua reputazione. Parlo della geometria euclidea, che prende il nome dal filosofo greco del IV secolo a.C. I metodi di Euclide sono ancora in uso. Il motivo è che i ponti funzionano e gli edifici si ergono verso le nuvole. Prendiamo in considerazione il metodo: deduzione basata sulla logica dello spazio misurato matematicamente.

Esistono scuole di logica, matematica e geometria, ma la coerenza interna è imprescindibile e qualcosa che chiunque può verificare. La deduzione è democratica. Non invoca la credibilità di alcuna autorità se non la logica stessa, e quindi introduce in sé un proprio test di affidabilità. La prova consiste nel verificare se ciò che si sta costruendo regga.

Mi colpisce l'incredibile ironia del fatto che questi principi abbiano resistito alla prova del tempo, persino 2400 anni dopo. Le intuizioni di Euclide hanno preceduto la rivoluzione scientifica di oltre 2000 anni.

Nessuno di noi sa cosa emergerà da questo caos, ma questi sono tempi di profonda transizione. Stiamo passando da un paradigma fallimentare, basato sulla certezza di ciò che è vero, a qualcosa di ancora da definire. Questo è il dibattito più importante del nostro tempo.

Quanto a quei waffle, fate attenzione!


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 5 maggio 2026

Il blocco di Trump sta facendo a pezzi l'Iran e le élite europee sono furiose

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di Brandon Smith

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-blocco-di-trump-sta-facendo-a)

A marzo ho pubblicato un articolo intitolato “Global Energy Crisis Or Iranian Surrender In Five Weeks?”, in cui delineavo gli scenari “peggiore” e “migliore” per la guerra in Iran. Nello scenario migliore sostenevo un piano specifico per porre fine rapidamente al conflitto: un blocco navale statunitense dello Stretto di Hormuz, ribaltando le sorti della guerra bloccando, o sequestrando, qualsiasi petroliera o nave cisterna che uscisse dai porti iraniani.

Due settimane dopo l'amministrazione Trump ha messo in atto esattamente questa strategia.

L'efficacia del blocco è già evidente; i bot della propaganda sui social si affannano a trovare una narrazione per contrastarlo, ma falliscono. Perché? Perché l'Iran ha già tentato di bloccare lo Stretto (che è una via navigabile internazionale), e qualsiasi governo che applauda apertamente (o in segreto) le azioni dell'Iran, ora non è in grado di formulare un argomento razionale contro gli Stati Uniti che fanno la stessa cosa all'Iran. Come ho scritto a marzo:

Sentiamo continuamente parlare dell'impatto internazionale del blocco del porto di Hormuz, ma la stampa raramente menziona che l'Iran è l'economia PIÙ esposta in assoluto. Per ora le petroliere iraniane continuano ad attraversare lo Stretto e queste navi rappresentano la linfa vitale dell'economia iraniana. Le stime strategiche suggeriscono che senza il passaggio costante di queste petroliere, l'economia iraniana collasserebbe completamente entro cinque settimane [...].

Ho quindi riassunto quella che, a mio avviso, era la soluzione più semplice per porre fine alla guerra:

Le navi mercantili iraniane potrebbero essere prese di mira e sequestrate da un eventuale blocco statunitense del Golfo Persico, ben lontano dalle acque ristrette del Golfo di Hormuz. Le navi potrebbero essere distrutte, ma sospetto che il Dipartimento della Difesa cercherà di evitare sversamenti di petrolio e disastri ecologici. L'opzione migliore, quindi, è quella di catturare le petroliere iraniane e reindirizzare il petrolio verso i Paesi a rischio di carenza.

L'Iran ha la possibilità di disattivare il tracciamento GPS delle sue navi (la cosiddetta “flotta ombra”), ma ciò non gli consentirebbe di eludere un blocco navale statunitense su vasta scala. In altre parole, sostenevo che gli Stati Uniti avrebbero potuto ribaltare la situazione a proprio vantaggio e sfruttare la dipendenza dell'Iran dal Golfo di Hormuz.

Con l'economia iraniana in rovina, non sarebbero più in grado di acquistare missili o droni per il rifornimento da Russia e Cina. Non saranno in grado di pagare le risorse logistiche per le loro forze armate e non saranno in grado di contenere i disordini pubblici. Gli iraniani sarebbero costretti a negoziare e la guerra finirebbe rapidamente con rischi minimi per le truppe statunitensi.

Per ora gli Stati Uniti non stanno sequestrando le petroliere iraniane, ma si limitano a rimandarle da dove sono venute. Tuttavia l'amministrazione Trump e i suoi consiglieri militari sono giunti alle stesse conclusioni a cui sono giunto io.

Per anni ho espresso le mie preoccupazioni riguardo a un potenziale conflitto in Iran, soprattutto a causa dei rischi economici mondiali associati alle gravi carenze energetiche causate dalla chiusura di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 25% delle esportazioni energetiche mondiali. Detto questo, non mi interessa “schierarmi” né con Israele né con l'Iran.

Questo dibattito è irrilevante e, a mio avviso, concepito per dividere i conservatori americani su antiche vendette tribali che non ci riguardano. Non mi interessano il governo israeliano, o il “sionismo”, e certamente non mi interessa cosa accadrà al regime teocratico e tirannico musulmano in Iran. Abbiamo cose ben più importanti a cui pensare.

Ciò che mi interessa è come gli Stati Uniti e il popolo americano vengano influenzati dagli eventi geopolitici. Si è discusso a lungo su quale sia il vero scopo della guerra, che si tratti di armi nucleari iraniane, piani israeliani, piani sauditi, controllo dei mercati petroliferi mondiali, ecc. In ogni caso, una chiusura prolungata del canale di Hormuz finirà per provocare un crollo a cascata dei mercati e una crisi stagflazionistica.

Ciò che conta ora è porre fine alla guerra il più rapidamente e definitivamente possibile, senza lasciare Homuz e il 25% delle esportazioni energetiche globali sotto il controllo dell'Iran. Dopodiché si potrà discutere a piacimento del dilemma “morale e costituzionale”.

Innanzitutto ritengo fondamentale affrontare alcune menzogne ​​e disinformazione diffuse online da propagandisti e agenti stranieri riguardo al blocco statunitense, quindi esaminiamole rapidamente...


Menzogna n°1: gli Stati Uniti stanno bloccando tutte le navi che attraversano lo Stretto.

Questa affermazione è falsa. Gli Stati Uniti stanno bloccando solo le navi provenienti dai porti iraniani. Tutte le altre navi sono state autorizzate a transitare senza incidenti. Questa menzogna viene diffusa da agenti della disinformazione sui social e anche da governi stranieri, dal Regno Unito alla Francia alla Cina. Questo, a mio avviso, dice MOLTO sui veri obiettivi di questi Paesi, visto che hanno detto ben poco, o nulla, riguardo al blocco dello Stretto da parte dell’Iran.


Menzogna n°2: le navi cinesi hanno rotto il blocco e gli Stati Uniti hanno paura.

No. Tutte le navi cinesi provenienti dai porti iraniani sono state respinte, mentre a quelle provenienti da porti alternativi è stato consentito il passaggio. Al momento della pubblicazione di questo articolo, solo una nave proveniente da un porto iraniano sarebbe riuscita a eludere il blocco, sebbene la storia relativa a questa nave potrebbe essere inventata. Tutte le altre navi iraniane sono state respinte.


Menzogna n°3: il blocco navale mette a serio rischio le navi della Marina statunitense.

No, fa esattamente il contrario. Le navi statunitensi non hanno bisogno di attraversare lo Stretto di Hormuz per bloccarlo. Devono solo aspettare al di fuori e respingere le petroliere iraniane che si avvicinano. Niente mine, niente missili, niente droni, niente piccole imbarcazioni d’attacco, niente di ciò che l’Iran è in grado di schierare ha concrete possibilità di danneggiare la Marina statunitense. Anzi, alcune fonti indicano che navi come la USS Abraham Lincoln (una portaerei) sono già state prese di mira centinaia di volte dall’Iran senza subire danni.

L’Iran non può fare nulla per impedire un blocco totale.


Menzogna n°4: l’Iran è abituato alle sanzioni e può resistere più a lungo degli Stati Uniti.

No, non possono. Solo il 7% delle esportazioni energetiche destinate agli Stati Uniti transita attraverso il valico di Hormuz. L’intera economia iraniana è appesa a un filo sottilissimo, e quel filo è costituito dalle esportazioni di petrolio verso Paesi come la Cina o il Vietnam.

Secondo alcune fonti, l’Iran perde circa $430 milioni al giorno a causa della permanenza delle sue navi nello Stretto, e ha già subito danni alle infrastrutture per circa $270 miliardi. L’Iran finanzia l’acquisto di nuove armi e la logistica militare con i proventi del petrolio. I suoi soldati sono pagati in parte con i proventi del petrolio. Utilizza i proventi del petrolio anche per sedare i disordini civili.

Sospetto che il blocco costringerà l’Iran a tornare al tavolo dei negoziati entro un paio di settimane. Hanno così poco tempo a disposizione...


Menzogna n°5: l’Iran ha metodi alternativi per aggirare il blocco.

No, non è così. Le rotte terrestri prive di un’adeguata rete di oleodotti non possono sostituire la facilità del trasporto tramite petroliere. Anche se esistessero, tali oleodotti potrebbero essere facilmente distrutti.

Di conseguenza, con l’aumento delle esportazioni di petrolio iraniano, lo spazio di stoccaggio si esaurirà rapidamente, costringendo l’Iran a interrompere le trivellazioni. Ciò causerebbe danni significativi alle infrastrutture petrolifere nel giro di poche settimane, a causa delle differenze di pressione.

Notizie recenti indicano che l’Iran ha già bloccato tutte le esportazioni di prodotti petrolchimici fino a nuovo avviso. Se confermato, ciò dimostrerebbe l’elevata efficacia del blocco.


Menzogna n°6: i cinesi interverranno e costringeranno alla riapertura dello stretto.

Come già detto, lo Stretto non è chiuso; sono chiusi solo i porti iraniani. Inoltre la Cina si è astenuta da un intervento diretto nello Stretto di Hormuz semplicemente perché non possiede la capacità navale necessaria per uno scontro diretto con gli Stati Uniti, anche se lo volesse.

Tenete presente che solo una settimana fa il governo cinese ha posto il veto a una risoluzione delle Nazioni Unite per la riapertura dello stretto, temendo che l’Iran ne avrebbe assunto il controllo. Il PCC è impotente e non può fare nulla. 


Menzogna n°7: gli Stati Uniti stanno perdendo tutti i loro alleati a causa del blocco.

Sbagliato. Il blocco (e la guerra in generale) sta smascherando i Paesi che fingevano di essere nostri alleati quando faceva loro comodo. Ho analizzato questo problema nel mio ultimo articolo “La separazione degli Stati Uniti dall’Europa e dalla NATO è attesa da tempo” , e questo mi porta al mio ultimo punto sulla guerra.

Il fatto che le élite europee siano improvvisamente così preoccupate per il blocco statunitense, al punto da invocare una “coalizione” per riaprire lo Stretto e “aggirare” gli Stati Uniti, ci dice tutto ciò che dobbiamo sapere. Continuo a credere che i globalisti di queste nazioni si siano alimentati a spese degli Stati Uniti, mentre allo stesso tempo organizzavano dietro le quinte un'”alleanza multiculturale”: un nuovo ordine mondiale socialista per soppiantare la civiltà occidentale e lasciare gli Stati Uniti come un guscio vuoto.

Parte di questo programma prevede chiaramente una collaborazione con i fondamentalisti islamici, che fungono da miliziani per opprimere le popolazioni occidentali autoctone. Ecco perché le élite hanno inondato l’Europa di migranti provenienti dal Terzo mondo, ignorando le preoccupazioni dei cittadini e arrivando persino ad arrestare chi esprime il proprio dissenso.

Questo è anche il motivo per cui il Papa insiste tanto su un patto tra musulmani e cristiani (mentre ignora palesemente il fatto che gli europei siano stati terrorizzati dagli immigrati musulmani per oltre un decennio). Non dimentichiamo che durante i lockdown dovuti alla pandemia, il Vaticano si è alleato con i globalisti per formare il Consiglio per il Capitalismo Inclusivo (guidato da Lynn Forester de Rothschild). I Papi dell’era moderna non sono amici dei conservatori o dei cristiani, ma intendo approfondire questo problema nel mio prossimo articolo.

Credo che il blocco sia così efficace da aver seminato il panico in Iran, in Cina e nell’ordine (presumibilmente) liberale europeo, che contava sul fatto che la guerra si sarebbe protratta per mesi o anni. Guardate quanto sono arrabbiati perché Trump ha ribaltato la situazione dello Stretto di Hormuz! Perché tutta questa emotività e irrazionalità dopo che lo stretto è stato riaperto a un numero maggiore di navi e al traffico petrolifero? Perché tutto questo panico quando i prezzi del petrolio stanno scendendo? Non ha senso, a meno che non vogliano che gli Stati Uniti falliscano.

A prescindere da come la pensiate personalmente sulla guerra con l’Iran, è innegabile che la situazione abbia smascherato molti dei nostri presunti alleati, rivelandoli come nemici. In realtà, lo sono sempre stati. L’unica cosa che è cambiata è che la verità è finalmente venuta alla luce. 


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 20 marzo 2026

Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #2)

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-afc)

Il precedente articolo di questa serie sosteneva che i conflitti che affliggono diverse parti del mondo, evidenti soprattutto in Medio Oriente – gli attacchi all'Iran, l'instabilità nel Levante – non sono ciò che sembrano. Non riguardano principalmente Teheran, né il Medio Oriente, né tantomeno l'apparente competizione tra grandi potenze con Russia o Cina. Sono l'ultimo e più rivelatore teatro di una guerra che infuria da 400 anni: una guerra interna ai popoli anglofoni, giunta ormai alla sua fase finale e decisiva.

La mia tesi si fonda su un presupposto principale: che il mondo anglofono sia impegnato in un conflitto civile sin dalla metà del XVII secolo e che questo conflitto sia entrato nella sua fase attuale – la Guerra Civile Inglese 3.0 – con il trasferimento del potere imperiale da Londra a Washington dopo il 1945. Ma se si tratta di una guerra che dura da 400 anni, deve esserci un evento genesi: un momento in cui il DNA istituzionale delle parti in conflitto è stato codificato per la prima volta, quando si è aperta la frattura critica.

Il saggio di oggi esamina quel momento. Sostiene che la Rivoluzione Gloriosa del 1688 – convenzionalmente celebrata come un trionfo incruento della libertà parlamentare sull'assolutismo monarchico – fu in realtà il punto di svolta cruciale in cui lo Stato inglese venne radicalmente riorganizzato per servire gli interessi di una nuova classe dirigente. Tale classe, che definirò più precisamente nella Terza Parte e chiamata “finanziarista”, traeva il suo potere non dalla sovranità territoriale o dalla capacità produttiva, bensì dalla gestione del debito pubblico e dall'estrazione di rendite finanziarie. Il modello istituzionale creato a Londra dopo il 1688 – una banca centrale privata che gestiva un debito pubblico permanente, una classe finanziaria fusa con il potere statale, un esercito riorientato per il controllo del commercio globale – si dimostrò straordinariamente resistente e trasferibile. Attraversò l'Atlantico con i coloni americani, sopravvisse alla Guerra Civile e alla Rivoluzione Industriale e fu trasferito con successo da Londra a Washington dopo la Seconda Guerra Mondiale. Coinvolgere l'America in 80 anni di conflitti per il recupero del debito, di estorsione di beni e di guerre per l'accumulo di debiti, costi che gli americani pagheranno per oltre un altro secolo se Washington non riuscirà a prevalere nella guerra civile contro Londra, sarà un'impresa che la porterà inevitabilmente a perdere per oltre un secolo.

Per comprendere questo evento genesi, dobbiamo accantonare la storiografia whig che ha plasmato la memoria popolare del 1688. Non dobbiamo chiederci “Cosa credevano di fare i contemporanei”, ma “Quale architettura istituzionale è stata creata e a quali interessi ha servito nel corso dei secoli”. Dobbiamo esaminare la Rivoluzione Gloriosa attraverso le lenti dell'economia istituzionale, dell'analisi delle reti d'élite e dell'economia politica comparata. E dobbiamo affrontare una questione più profonda che le narrazioni dominanti eludono sistematicamente: la questione della sovranità stessa.


Contesto precedente al 1688: la sovranità era oggetto di controversia

L'impresa dei Tudor: l'affermazione della sovranità nazionale

Per comprendere ciò che andò perduto nel 1688, dobbiamo prima capire ciò che era stato realizzato nel secolo e mezzo precedente. I monarchi Tudor, a partire da Enrico VII e culminando con Elisabetta I, avevano costruito qualcosa che non aveva precedenti nella storia inglese: uno Stato-nazione autenticamente sovrano, capace di affermare la propria indipendenza da poteri transnazionali sia laici che ecclesiastici.

La rottura con Roma sotto Enrico VIII non fu semplicemente una disputa teologica o una convenienza dinastica. Fu un'affermazione di sovranità nazionale contro un'autorità transnazionale che, per secoli, aveva rivendicato la giurisdizione ultima sulle anime, le proprietà e la politica inglesi. L'Atto di Supremazia (1534) dichiarò il re “l'unico capo supremo sulla terra della Chiesa d'Inghilterra”, un titolo che significava, in pratica, che nessuna potenza esterna poteva pretendere fedeltà dai sudditi inglesi. La soppressione dei monasteri (1536-1541) trasferì enormi ricchezze – forse un quarto di tutte le proprietà terriere in Inghilterra e il sessanta per cento di tutte le terre e i beni che generavano reddito – da una corporazione ecclesiastica internazionale alla Corona, alla sua nobiltà fedele e alla Camera dei Comuni. Non si trattò di un furto, bensì di una rivendicazione. La ricchezza che per secoli era confluita a Roma ora rimaneva in Inghilterra, finanziando le istituzioni e gli scopi inglesi.

L'Accordo elisabettiano (1559) completò questo progetto. La Chiesa d'Inghilterra fu istituita come via di mezzo, ma il suo carattere era nazionale e sovrano. Il monarca, non il papa, era il governatore supremo. La legge inglese, non il diritto canonico, governava i sudditi inglesi. L'identità inglese, forgiata nel crogiolo dell'anno dell'Invincibile Armata (1588), divenne qualcosa che poteva essere affermato contro le potenze continentali che cercavano di riassorbire l'Inghilterra nei loro sistemi transnazionali. Nella seconda Roma.

Non si trattava semplicemente di una questione di politica religiosa. Il successo dei Tudor fu anche economico e finanziario. L'Inghilterra sviluppò una propria marina mercantile, proprie compagnie commerciali e propri meccanismi di credito. La Borsa di Anversa poteva anche dominare la finanza continentale, ma i mercanti inglesi impararono a operare senza dipendere dalle banche italiane o tedesche. Il credito della Corona, sebbene a volte precario, era in ultima analisi garantito dalla ricchezza tangibile del regno: terre, dazi doganali, la lealtà della nobiltà e dei suoi uomini d'arme, e il popolo. Le guerre erano finanziate tramite sussidi parlamentari, non tramite debiti permanenti. Lo Stato poteva, in casi estremi, rinegoziare i propri obblighi, come fece Elisabetta nei suoi primi anni di regno, perché la legittimità della Corona si fondava sulla sua incarnazione della nazione, non sui suoi contratti con i creditori.

Questo fu il risultato che gli eventi del 1688 avrebbero sistematicamente smantellato.

Gli Stuart come bersagli: una dinastia screditata

La costruzione dell’“Altro” Stuart

La successione degli Stuart (1603) portò sul trono inglese una dinastia che sarebbe diventata bersaglio della più prolungata e riuscita campagna diffamatoria della storia politica inglese. L'immagine di Giacomo I e Carlo I che ci è giunta – quella di re culturalmente e caratterialmente attratti dall'assolutismo continentale, innamorati dei modelli di governo francesi e spagnoli, sostenitori della teoria del diritto divino che giustificava il governo senza la partecipazione parlamentare – non è una descrizione neutrale. È un ritratto composito, meticolosamente elaborato dalle stesse forze che avrebbero poi finanziato l'invasione per rovesciarli.

Gli interessi romani e veneziani, che miravano a riportare l'Inghilterra nell'orbita transnazionale, avevano compreso una verità fondamentale: prima di conquistare una nazione, bisogna delegittimarne i governanti. Gli Stuart vennero dipinti come stranieri nelle loro simpatie, cripto-cattolici nelle loro lealtà e ostili alle antiche libertà degli inglesi. Il loro genuino interesse per le alleanze continentali – elemento normale della diplomazia dinastica per qualsiasi monarchia europea – venne ingigantito fino a diventare una cospirazione per vendere l'Inghilterra al papa. Le loro simpatie teologiche, che in realtà erano molto più complesse di quanto la caricatura lasci intendere, vennero presentate come un tradimento. Le loro rivendicazioni di prerogativa reale, che differivano per grado ma non per natura da quelle dei loro predecessori Tudor, vennero presentate come una nuova forma di dispotismo.

Questa campagna di propaganda servì a due scopi. In primo luogo, giustificò in anticipo le misure straordinarie che sarebbero state necessarie per rimuoverli: invasione straniera, ribellione armata, rovesciamento della legittima successione. In secondo luogo, cancellò dalla memoria la conquista dei Tudor che gli Stuart avevano ereditato, seppur in modo imperfetto. Perché se gli Stuart erano tiranni, allora la loro caduta non fu un colpo di stato, bensì una liberazione: non la cattura della sovranità inglese da parte della finanza transnazionale, ma il salvataggio della libertà inglese dall'assolutismo continentale.

La verità era ben diversa. Gli Stuart non erano ostili alle conquiste dei Tudor; ne erano gli eredi... a volte goffi, a volte tragici. Il loro coinvolgimento nelle reti continentali, per quanto limitato, era il normale coinvolgimento di qualsiasi dinastia europea. Ma nella narrazione costruita dai loro nemici, questo coinvolgimento divenne la prova di tradimento e il fondamento per la presa del potere ostile del 1688.

Sovranità contestata: la crisi creata ad arte

La tensione tra Corona e Parlamento che dominò l'inizio del XVII secolo non riguardava principalmente il denaro, sebbene si manifestasse in dispute fiscali. Riguardava la sovranità. Ma anche in questo caso dobbiamo distinguere tra la realtà del conflitto e la narrazione costruita attorno ad esso.

Il Parlamento pretendeva di rappresentare i “beni comuni” dell'Inghilterra – la nobiltà terriera, i mercanti, i proprietari terrieri – le cui proprietà e i cui privilegi erano stati conquistati a caro prezzo nel corso dei secoli. Questa affermazione non era falsa, ma era incompleta. Il Parlamento che si faceva portavoce dei “beni comuni” era sempre più infiltrato dagli stessi interessi finanziari che cercavano di allentare il controllo della Corona sul credito e sulla sovranità inglese. I mercanti che sedevano alla Camera dei Comuni non erano semplici rappresentanti di interessi locali; erano nodi di reti transnazionali in espansione, le cui fortune erano legate a prestiti olandesi, metodi veneziani e a capitali che non riconoscevano alcuna lealtà nazionale.

La Corona, dal canto suo, rivendicava una prerogativa che trascendeva il consenso parlamentare. Anche questa pretesa non era falsa. Era l'eredità di ogni monarca inglese sin dalla Conquista normanna, esercitata dai Tudor con il consenso generale perché l'avevano utilizzata per scopi nazionali. La differenza, sotto gli Stuart, non fu che rivendicassero troppo, ma che fossero sempre meno in grado di far valere le proprie pretese, perché la narrazione generalista si era rivoltata contro di loro. Erano stranieri in Inghilterra e quindi facile preda di signori e nobili inglesi traditori e della disapprovazione orchestrata dalla Camera dei Comuni.

Dietro queste argomentazioni costituzionali si celavano questioni più profonde: a chi dovevano la lealtà ultima gli inglesi? Dove risiedeva l'autorità legittima? Non si trattava di astratte questioni filosofiche. Erano le domande che avrebbero determinato se l'Inghilterra sarebbe rimasta uno Stato-nazione sovrano, responsabile nei confronti del proprio popolo e delle proprie istituzioni, o se sarebbe stata riassorbita nei sistemi transnazionali che i Tudor avevano abbandonato.

La tragedia degli Stuart sta nel fatto che ereditarono una struttura di sovranità già sotto attacco, e mancarono del genio politico e della spietata, ma necessaria, capacità dei Tudor per difenderla. Ogni passo falso, ogni errore di valutazione, veniva amplificato da nemici che avevano imparato a usare le armi della narrazione con la stessa efficacia con cui altri usavano le spade.

Il governo personale: la necessità dipinta come tirannia

Il tentativo di Carlo I di governare senza Parlamento (1629-1640) è giunto fino a noi come la “Tirannia degli Undici Anni”, un'espressione che racchiude in sé la narrazione vittoriosa dei suoi nemici. Ma qual era la realtà?

Carlo non governò senza Parlamento perché amasse l'assolutismo; governò senza Parlamento perché il Parlamento era diventato un forum per le stesse forze che cercavano di limitare e infine impadronirsi della Corona. I leader parlamentari che gli si opponevano non erano disinteressati difensori della libertà inglese; erano uomini con i propri obiettivi, i propri legami con il continente, i propri interessi finanziari che divergevano da quelli della Corona. Erano stati comprati e pagati dalle stesse forze che avrebbero posto fine a ciò che Alfredo il Grande aveva instaurato: la sovranità individuale.

I suoi metodi – prestiti forzati, tasse sulle navi, incarcerazioni arbitrarie – non erano innovazioni. Erano i tradizionali espedienti dei monarchi inglesi di fronte alle crisi finanziarie. Elisabetta li aveva usati; Enrico VIII li aveva usati. Ciò che rese “tirannia” l'uso che ne fece Carlo non furono i metodi in sé, ma la narrazione che era stata costruita attorno a lui. Un monarca Tudor che ricorreva alle tasse sulle navi difendeva il regno; un monarca Stuart che ricorreva alle tasse sulle navi attaccava la libertà.

Ma c'è una verità più profonda che la narrazione trionfale oscura. I metodi di Carlo erano indubbiamente quelli di un re che si riteneva responsabile solo davanti a Dio, ma erano anche i metodi di un re che era stato costretto a dipendere da fonti di sostegno alternative – le potenze cattoliche, i sussidi stranieri, i buoni uffici di regine con legami continentali – perché le normali fonti di finanziamento della monarchia inglese gli erano state precluse proprio dal Parlamento che pretendeva di parlare a nome dell'Inghilterra.

L'ironia è amara: il Parlamento che accusò Carlo di intrighi all'estero, negandogli i rifornimenti, aveva reso necessari quegli stessi intrighi... di proposito. E le forze che finanziavano i suoi nemici – i banchieri olandesi, i finanzieri veneziani, le reti transnazionali che vedevano nell'Inghilterra un premio da conquistare – erano in agguato, pronte a raccogliere i cocci. I veri padroni dei traditori in Inghilterra. Padroni del Parlamento e dei fiorenti industriali e delle corporazioni a loro collegate.

Quando i pezzi furono raccolti nel 1688, non fu la libertà inglese a trionfare bensì la Seconda Roma, la quale operava attraverso i suoi emissari olandesi e veneziani, a riappropriarsi finalmente di ciò che i Tudor le avevano sottratto. Gli Stuart furono sconfitti non perché fossero tiranni, ma perché si frapponevano a quella riconquista.


La prima guerra civile inglese: distruzione sistemica (1642-1651)

La Prima Guerra Civile Inglese è convenzionalmente intesa come un conflitto tra Corona e Parlamento, tra Cavalieri e Parlamentari. Questa interpretazione non è errata, ma è anch'essa incompleta. La guerra fu anche, e forse soprattutto, un conflitto interno alla classe dirigente inglese, un conflitto che distrusse irreparabilmente le vecchie strutture di legittimità.

La causa realista traeva la sua forza dalla tradizionale nobiltà territoriale: i grandi proprietari terrieri il cui potere si fondava su patrimoni ereditati, lealtà locali e obblighi di servizio feudale. La causa parlamentare traeva la sua forza dalla piccola nobiltà e dalle classi mercantili: uomini il cui potere si basava sulla lana, sui tessuti, sul commercio e sulle nuove forme di ricchezza rese possibili dalla pace dei Tudor. Tra di loro si collocava la massa del popolo inglese, le cui alleanze mutavano a seconda delle circostanze e i cui interessi furono articolati – brevemente e radicalmente – dai Livellatori e dai Digger, i quali esigevano che il conflitto producesse non solo un cambio di governanti, ma una trasformazione del governo stesso.

Ai dibattiti di Putney (1647), il colonnello Thomas Rainborough si fece portavoce di questa corrente radicale quando dichiarò: “Anche il più povero d'Inghilterra ha la possibilità di vivere una vita pari a quella del più ricco”. Non si trattava di un'argomentazione costituzionale; era l'affermazione che la sovranità risiedeva nel popolo, non nella Corona o nel Parlamento, non nella nobiltà o nella piccola nobiltà, ma in ogni inglese. Era una reiterazione di quanto i tre re fondatori d'Inghilterra avevano proclamato e per cui i baroni avevano combattuto e lottato contro re Giovanni e la sua corte quattrocento anni dopo. I dibattiti di Putney rappresentano il momento più radicale della Rivoluzione inglese: un momento in cui sembrò possibile che la guerra potesse produrre un ordine veramente nuovo.

Non andò così. Il Protettorato di Cromwell represse i Livellatori, annientò i sogni dei Digger e instaurò una dittatura militare che preservò la gerarchia sociale pur cambiandone il personale. Ma la guerra aveva compiuto la sua opera distruttiva. L'antica nobiltà fedele alla Corona fu decimata: proprietà confiscate, titoli revocati, famiglie esiliate o impoverite. I tradizionali legami di lealtà che avevano tenuto unita la società inglese per secoli furono spezzati. La strada era spianata per un nuovo tipo di classe dominante, il cui potere non si basava sulla terra e sul lignaggio, ma sul credito e sulle conoscenze.

In questo senso, la Prima guerra civile fu una condizione necessaria per il 1688. Distrusse il vecchio ordine senza crearne uno nuovo e stabile. Lasciò l'Inghilterra indebolita, divisa e vulnerabile alle incursioni esterne.


Interregno e Restaurazione: creazione di una vulnerabilità (1649-1685)

La Restaurazione di Carlo II nel 1660 fu presentata come un ritorno alla normalità: il re avrebbe finalmente goduto del suo potere e l'antica costituzione sarebbe stata ripristinata. Ma la Restaurazione non poté annullare la distruzione dei due decenni precedenti. L'antica nobiltà, laddove era sopravvissuta, era impoverita e dipendente. La Corona, privata delle entrate feudali e dei poteri di prerogativa che l'avevano sostenuta, fu costretta a fare affidamento sui finanziamenti parlamentari e sulla benevolenza di coloro che controllavano il credito.

Il regno di Carlo II fu una lunga lezione sulla vulnerabilità di una Corona priva di indipendenza finanziaria. Il Trattato di Dover (1670), segreto tra il re e Luigi XIV, che prometteva il sostegno inglese alle ambizioni francesi in cambio di sussidi, non fu un tradimento; fu una questione di sopravvivenza. Se il Parlamento non avesse stanziato fondi sufficienti, il re avrebbe dovuto trovarli altrove: dalla Francia cattolica, dai banchieri di Amsterdam, da chiunque fosse disposto a concedere credito a fronte di entrate future.

Il blocco dello Scacchiere (1672) rivelò la gravità del problema. Carlo sospese il rimborso dei suoi debiti, distruggendo la sua affidabilità creditizia e dimostrando che una Corona senza il controllo parlamentare sulla tassazione non poteva assumere impegni credibili nei confronti dei creditori. Ai mercanti e ai banchieri che avevano anticipato denaro al re furono forniti gli argomenti per un cambiamento: mai prestare denaro a un sovrano che può ripudiare i suoi obblighi a piacimento. In altre parole, le banche e gli industriali dovevano possedere la Corona.

Questo era il problema strutturale che il 1688 avrebbe “risolto”, ponendo il controllo delle finanze nelle mani di coloro che gestivano il credito. O almeno così si racconta. Non importa che questa versione dei fatti ometta tutti i modi in cui il re e la Corona furono intenzionalmente impoveriti e privati ​​dei mezzi per sostenere il regno a proprie spese, il tutto per preparare il terreno alla grande espropriazione che sarebbe poi diventata la Rivoluzione Gloriosa.

Il breve regno di Giacomo II (1685-1688) fornì il pretesto per l'intervento, ma la vera vulnerabilità che i suoi nemici sfruttarono non aveva nulla a che fare con le sue convinzioni religiose personali – che potevano essere o meno così ferventi come si diceva – e tutto a che fare con la trappola strutturale in cui la monarchia Stuart era stata intrappolata nei decenni precedenti. Quando Giacomo salì al trono, l'indipendenza fiscale della Corona era stata sistematicamente smantellata: il tesoro era vuoto, le entrate ordinarie insufficienti e i meccanismi del credito reale così profondamente compromessi che un governo efficace senza il sostegno del Parlamento era diventato impossibile.

Il “cattolicesimo” per cui Giacomo II è ricordato – le sue nomine di correligionari, i suoi gesti di tolleranza – non furono la causa della sua caduta, bensì i comodi pretesti sfruttati da coloro che si erano già assicurati che non avesse i mezzi finanziari per difendere sé stesso o il suo regno. Un re senza denaro non è affatto un re e Giacomo II regnava su un'Inghilterra la cui ricchezza era stata di fatto resa irraggiungibile – custodita nelle casse di mercanti fedeli ad Amsterdam, incanalata attraverso reti di credito che rispondevano alla finanza transnazionale, sottratta a una Corona che gli interessi finanziari avevano già destinato a essere sostituita. L'invasione che ne seguì non fu una reazione alla tirannia degli Stuart; fu l'atto finale di una conquista pianificata da tempo, resa possibile dal fatto che Giacomo II era stato reso impotente prima ancora che una singola nave olandese apparisse all'orizzonte.


L'evento del 1688: le prove

Quello che segue non è una narrazione, bensì una catena di prove. Ogni passaggio è documentato da fonti primarie e supportato dal consenso accademico; o, laddove manchi il consenso, viene evidenziata la natura del disaccordo. Lo scopo non è dimostrare una cospirazione, ma dimostrare una trasformazione strutturale.

Fase 1: Vulnerabilità — Lo Stato inglese era esausto finanziariamente e militarmente 

Affermazione: nel 1688 l'Inghilterra era particolarmente vulnerabile alle infiltrazioni finanziarie esterne a causa di decenni di guerre, dell'insolvenza della Corona e della distruzione della vecchia classe nobiliare e dei suoi fedeli inglesi.

Prove:

• Alla sua morte (1685) i debiti di Carlo II superavano i £2 milioni, pari a circa il doppio delle entrate ordinarie annuali.

• Il blocco del tesoro (1672) aveva distrutto la solvibilità della Corona; i tassi di interesse sui prestiti della Corona superavano il 10% quando era ancora possibile ottenere prestiti.

• La marina, principale forza di difesa dell'Inghilterra, versava in pessime condizioni; i diari di Pepys documentano navi che marcivano nei porti per mancanza di fondi.

• L'esercito permanente era di piccole dimensioni (circa 8.000 uomini) e inaffidabile, con la lealtà divisa tra la Corona e il Parlamento.

Supporto accademico: North e Weingast (1989) documentano l'incapacità della Corona di assumere impegni credibili nei confronti dei creditori; Brewer (1989) descrive in dettaglio le debolezze dello stato fiscale-militare prima del 1688.

Controargomentazione: l'Inghilterra non era un caso unico di vulnerabilità; tutti gli stati europei si trovavano ad affrontare pressioni fiscali simili.

Replica: è vero, ma la struttura istituzionale dell'Inghilterra – una Corona dipendente dal sostegno parlamentare ma incapace di vincolare il Parlamento al rispetto dei suoi impegni – ha creato una forma unica di rischio sovrano che ha reso lo Stato dipendente da coloro che potevano risolvere il problema.

Fase 2: L'invito — Non spontaneo, ma organizzato

Affermazione: l'“Invito a Guglielmo” (giugno 1688) non fu una richiesta spontanea di nobili protestanti indignati, bensì un segnale attentamente orchestrato da una fazione che, sotto la guida delle reti politico-finanziarie olandesi, aveva creato le condizioni necessarie nel corso di diversi decenni.

Prove:

• Tra i sette firmatari (i “Sette Immortali”) figuravano uomini con precedenti esperienze di esilio nei Paesi Bassi e consolidati legami con istituti bancari di Amsterdam.

• Il testo dell'invito fa riferimento a comunicazioni in corso e assicura a Guglielmo un sostegno sostanziale al suo arrivo.

• Tempistica: l'invito fu inviato solo dopo che Guglielmo aveva già iniziato a radunare una flotta d'invasione, il che suggerisce un coordinamento piuttosto che un appello spontaneo.

Supporto accademico: Jones (1972) documenta i precedenti contatti tra i dissidenti inglesi e lo statolder olandese; Israel (1995) descrive in dettaglio la pianificazione a lungo termine di Guglielmo per l'intervento.

Controargomentazione: l'invito era una risposta legittima alla tirannia di Giacomo II.

Replica: anche se la lamentela fosse legittima, il meccanismo – invitare una potenza straniera con un grande esercito d'invasione – ha creato un rapporto di dipendenza che trascendeva qualsiasi giustificazione costituzionale.

Fase 3: L'invasione — La portata e i finanziamenti dimostrano il controllo esterno

Affermazione: l'invasione non fu uno “sbarco”, bensì un'operazione militare su vasta scala che richiese ingenti finanziamenti esterni, provenienti dal capitale mercantile di Amsterdam... proprio come il sostegno finanziario per la precedente guerra civile inglese – imposta attraverso lo sterminio della nobiltà leale e dei suoi uomini d'arme – era provenuto anch'esso da Amsterdam e Roma.

Prove:

• Dimensioni della flotta: circa 463 navi con a bordo 15.000-20.000 soldati, un numero superiore a quello dell'Invincibile Armata spagnola del 1588.

• Finanziamento: 2 milioni di fiorini anticipati da Francisco Lopes Suasso, un banchiere di Amsterdam di origine portoghese-ebraica; finanziamenti aggiuntivi dalla Compagnia olandese delle Indie orientali e dalla città di Amsterdam.

• Logistica: la flotta era rifornita per una campagna, il che suggerisce una preparazione ben più complessa di una semplice spedizione.

Supporto accademico: Israel (1995) fornisce un resoconto dettagliato della mobilitazione finanziaria olandese; Haley (1972) documenta il coinvolgimento della Compagnia olandese delle Indie orientali.

Controargomentazione: Guglielmo agiva in qualità di soggetto interessato, preoccupato per l'eredità di sua moglie e per la causa protestante.

Replica: le motivazioni personali non annullano le conseguenze strutturali. Resta il fatto che l'invasione fu finanziata da capitali commerciali che si aspettavano un ritorno economico, non una soddisfazione religiosa che non gli interessava, ma un vantaggio economico.

Fase 4: L'accordo — Guglielmo e Maria come figure di rappresentanza, non come sovrani

Affermazione: l'assetto costituzionale del 1689 pose il potere effettivo nelle mani di un Parlamento ormai completamente dominato dagli interessi finanziari, con Guglielmo e Maria come figure di rappresentanza dell'esecutivo.

Prove:

• La Dichiarazione dei Diritti (1689) ribadiva la legislazione esistente, ma il meccanismo di applicazione era nuovo: il Parlamento si sarebbe riunito annualmente, avrebbe controllato l'offerta e verificato le spese.

• Composizione del Parlamento della Convenzione: l'analisi del profilo dei membri mostra una sovrarappresentazione di interessi commerciali e finanziari rispetto ai Parlamenti precedenti.

• Figure chiave: uomini come Sir John Houblon (in seguito primo governatore della Banca d'Inghilterra) e altri mercanti con legami con i Paesi Bassi esercitarono un'influenza senza precedenti.

Supporto accademico: Pincus (2009) sostiene che la rivoluzione fu “moderna” proprio perché diede potere agli interessi commerciali; Dickson (1967) documenta la “rivoluzione finanziaria” che ne seguì.

Controargomentazione: l'accordo rappresentò una vittoria della libertà parlamentare sull'assolutismo monarchico.

Replica: libertà parlamentare per chi? Il Parlamento che ne emerse non rappresentava il popolo inglese, bensì le classi possidenti e, sempre più, la proprietà mobile della finanza anziché la proprietà fissa della terra. Mentre la Corona divenne poco più di una figura di rappresentanza, priva di qualsiasi potere di agire per conto del popolo.

Fase 5: Fondazione della sede centrale della Banca d'Inghilterra (1694)

Affermazione: La Banca d'Inghilterra non era e non è un'istituzione pubblica, bensì una società privata a cui sono stati concessi privilegi monopolistici in cambio del finanziamento del debito pubblico, creando così una classe di creditori permanente con potere di veto sulle politiche statali.

Prove:

• Termini dell'accordo: la banca concesse al governo un prestito di £1,2 milioni a un tasso di interesse dell'8%, più una commissione di gestione annuale di £4.000.

• Elenco dei sottoscrittori: 1.307 persone fisiche e istituzioni sottoscrissero azioni con una partecipazione media di circa £918. I primi 50 sottoscrittori detenevano circa il 40% delle azioni.

• Struttura societaria: Governatore, Vice Governatore e Consiglio di Amministrazione eletti dagli azionisti, non dal Parlamento o dalla Corona.

• Privilegi di monopolio: alla Banca d'Inghilterra fu concesso il diritto esclusivo di emettere banconote in Inghilterra e Galles.

Fonte primaria: “Atto per la concessione alle loro Maestà di diversi dazi sulle botti di vino... e per l’istituzione di una Banca d’Inghilterra” (1694), Sezione XIX.

Supporto accademico: Clapham (1944), storico ufficiale della Banca d'Inghilterra, ne documenta il suo carattere privato; Dickson (1967) analizza gli elenchi dei sottoscrittori e dimostra il predominio whig/commerciale.

Controargomentazione: la Banca d'Inghilterra era semplicemente una soluzione pragmatica alle esigenze di finanziamento della guerra.

Replica: anche se di origine pragmatica, la struttura istituzionale ha creato un gruppo di interesse permanente con potere di veto sulla politica monetaria, un risultato che ha trasceso qualsiasi intento pragmatico immediato e si è costituito come il potere supremo del Paese.

Fase 6: Il meccanismo del debito — Estrazione perpetua istituzionalizzata

Affermazione: la creazione di un debito pubblico permanente significava che i contribuenti avrebbero pagato interessi a tempo indeterminato agli obbligazionisti, mentre i rappresentanti degli obbligazionisti in Parlamento avrebbero controllato la tassazione.

Prove:

• Crescita del debito pubblico: da circa £1 milione nel 1694 a £36 milioni nel 1714.

• Il servizio del debito in percentuale della spesa pubblica è passato da valori trascurabili a oltre il 30% entro il 1714.

• Chi deteneva il debito: concentrazione a Londra e nelle contee limitrofe tra mercanti, finanzieri e nobili con capitali liquidi.

Supporto accademico: Dickson (1967) fornisce un'analisi esaustiva della proprietà del debito; Brewer (1989) documenta lo “stato fiscale-militare” che ne è emerso.

Controargomentazione: tutti gli stati moderni hanno un debito pubblico; in questo caso l'Inghilterra si è semplicemente messa al passo.

Replica: la differenza sta in chi controlla il debito. Quando gli obbligazionisti controllano il potere legislativo che impone le tasse per il servizio del debito, lo Stato diventa uno strumento degli interessi dei creditori.

Fase 7: Il riutilizzo delle forze armate — Dalla difesa nazionale al recupero crediti

Affermazione: l'esercito e la marina permanenti, una volta istituiti, venivano utilizzati per proteggere le rotte commerciali, imporre i monopoli coloniali e proiettare il potere in modi che avvantaggiavano la classe dei creditori.

Prove:

• Guerra dei nove anni (1688-1697): combattuta in gran parte sotto la direzione strategica olandese per obiettivi commerciali olandesi.

• Guerra di successione spagnola (1701-1714): finanziata tramite debito, arricchì gli obbligazionisti attraverso il pagamento degli interessi e la conquista dei mercati coloniali.

• Espansione coloniale dopo il 1688: un modello di guerre per il vantaggio commerciale, non per la sicurezza territoriale.

Supporto accademico: Brewer (1989) documenta il ruolo dei militari nella protezione degli interessi commerciali; consenso tra gli storici sullo “stato fiscale-militare”.

Controargomentazione: le guerre furono combattute per l'interesse nazionale, non per il profitto dei creditori.

Replica: la distinzione viene meno quando è la classe dei creditori a definire l'interesse nazionale. Le guerre che hanno arricchito gli obbligazionisti imponendo tasse alle classi produttive erano guerre per un interesse particolare, non per l'interesse generale.

Fase 8: La City di Londra come Stato corporativo sovrano

Affermazione: lo status giuridico extraterritoriale unico della City, unito al suo controllo sull'emissione di debito, la rendeva uno stato nello stato, responsabile nei confronti dei propri membri e non della nazione.

Prove:

• Gli antichi privilegi della Corporazione di Londra furono confermati dopo il 1688, tra cui l'autogoverno, la giurisdizione separata e l'immunità dal controllo parlamentare in settori chiave.

• Amministratori con partecipazioni incrociate: Banca d'Inghilterra, Compagnia delle Indie Orientali, Compagnia dei Mari del Sud, importanti società commerciali avevano amministratori e azionisti in comune.

• Immunità legali: le controversie commerciali erano regolate dai tribunali della City, non da quelli reali; il Lord Mayor, non la Corona, controllava le forze armate della City.

Supporto accademico: Kynaston (1994) documenta lo status peculiare della City; gli storici della governance di Londra ne confermano l'autonomia.

Controargomentazione: la City era semplicemente un comune come tanti altri.

Replica: nessun altro comune controllava il credito della nazione, ospitava la sua banca centrale e godeva di immunità legali che lo rendevano di fatto una giurisdizione separata. Nessun'altra città poteva mandare gli uomini di una nazione a uccidere e morire in guerre straniere.

Fase 9: Il modello esportato — Applicazione coloniale

Affermazione: lo stesso modello istituzionale fu esportato nelle colonie americane, creando le condizioni sia per la dipendenza coloniale che per la successiva ribellione.

Prove:

• Restrizioni monetarie coloniali: gli atti del Parlamento (1696, 1708, 1741) proibivano alle colonie di emettere una propria valuta cartacea o di istituire banche fondiarie.

• Applicazione degli Atti di Navigazione: dopo il 1688 l'applicazione si intensificò, convogliando il commercio coloniale attraverso i porti e le navi britanniche.

• Board of Trade and Plantations (1696): istituito per sovrintendere al commercio coloniale con personale composto da mercanti con interessi finanziari.

Supporto accademico: Greene (1988) documenta la frustrazione dei coloni nei confronti del controllo metropolitano; consenso tra gli storici sul “sistema mercantilista”.

Controargomentazione: queste linee di politica erano prassi imperiale standard.

Replica: la prassi standard serviva interessi standard, ovvero gli interessi della classe finanziaria metropolitana, non quelli dei produttori coloniali.

Fase 10: Continuità attraverso i secoli — L'architettura sopravvive

Affermazione: Nonostante rivoluzioni, riforme e il trasferimento del potere da Londra a Washington, il modello di base – una banca centrale privata che gestisce il debito pubblico, una classe finanziaria con accesso privilegiato al potere statale e un finanziamento bellico perpetuo – è rimasto invariato.

Prove:

• Prima Banca degli Stati Uniti (1791): Hamilton la modellò esplicitamente sulla Banca d'Inghilterra.

• Seconda Banca degli Stati Uniti (1816): stessa struttura, stesse controversie.

• Federal Reserve (1913): banche regionali private con consiglio di amministrazione pubblico, un sistema ibrido che preserva il controllo privato sulla politica monetaria.

• Il sistema di Bretton Woods del secondo dopoguerra: il dollaro come valuta mondiale, l'FMI e la Banca Mondiale come gestori del debito globale.

Supporto accademico: Timberlake (1993) documenta la storia delle banche centrali; gli storici del sistema bancario americano confermano la continuità istituzionale.

Controargomentazione: ogni istituzione è stata creata per il proprio tempo e per i propri scopi.

Replica: è vero, ma lo schema – controllo privato del credito pubblico, fusione del potere finanziario e statale – si ripete nei secoli e in diverse nazioni, evidenziando cause strutturali piuttosto che contingenti.

Fase 11: Operazione presente — La catena è completata

Affermazione: lo stesso identico meccanismo è in funzione ancora oggi, ovvero debito pubblico detenuto da istituzioni finanziarie private, banche centrali che gestiscono la politica monetaria nell'interesse dei creditori, guerre perenni come causa del debito.

Prove:

• Il debito pubblico statunitense attuale ammonta a circa $36.000 miliardi, detenuti in gran parte da istituzioni finanziarie e creditori stranieri.

• Espansione del bilancio della Federal Reserve (2008-oggi): trasferimento di ricchezza ai detentori di obbligazioni attraverso tassi di interesse prossimi allo zero e acquisti di asset.

• Complesso militare-industriale-congressuale: un sistema clientelare alimentato dal debito che arricchisce le aziende del settore della difesa e i loro finanziatori.

Supporto accademico: Tooze (2018) documenta il sistema del debito post-2008; Hudson (2015) analizza il “capitalismo finanziario” come sistema estrattivo.

Controargomentazione: questo è semplicemente il capitalismo moderno.

Replica: il capitalismo moderno di questo tipo è il prodotto dell'accordo del 1688, ovvero l'istituzionalizzazione del potere dei creditori sugli interessi dei produttori, l'asservimento di un popolo al lavoro per ripagare i debiti e la brutale imposizione delle guerre degli obbligazionisti.


La questione della “Seconda Roma”: sovranità contro potere transnazionale

A questo punto il lettore scettico potrebbe obiettare: questa è una storia finanziaria sofisticata, ma dov'è la riflessione più ampia su Roma, sul potere transnazionale, sulla lotta tra lealtà locale e impero universale?

L'obiezione è fondata. La sezione precedente ha volutamente messo tra parentesi le questioni più importanti per stabilire le basi probatorie. Ora dobbiamo affrontarle direttamente. Qual è la natura della Guerra Civile Inglese e chi è veramente il burattinaio di questa macabra distruzione dall'interno della civiltà inglese?

Le guerre di religione del XVI e XVII secolo non riguardavano, nella loro essenza, la teologia. Riguardavano la sede della sovranità. La Riforma protestante fu, tra le altre cose, un'affermazione che l'autorità ultima sulle anime inglesi apparteneva alle istituzioni inglesi – la Corona, la Chiesa nazionale, la comunità dei credenti – e non a un'istituzione transnazionale con sede a Roma. La Controriforma cattolica fu un'affermazione che la Chiesa universale, incarnata nel papato e nei suoi alleati temporali, manteneva la giurisdizione suprema su tutti i cristiani, a prescindere dai confini nazionali.

Non si trattava semplicemente di una disputa dottrinale. Era una disputa di potere. A chi doveva fedeltà ultima un inglese: al suo re, al suo Parlamento, al suo signore locale, oppure a un papa che poteva essere italiano, spagnolo o francese, i cui interessi erano necessariamente transnazionali, le cui pretese si estendevano oltre ogni confine?

Il Grande Scisma del 1054 aveva diviso la cristianità in due rami, orientale e occidentale, ma la Chiesa occidentale che emerse da quello scisma era essa stessa una sorta di impero: la “Seconda Roma” che rivendicava l'eredità dei Cesari. La sua legge (il diritto canonico) prevaleva sulle consuetudini locali. La sua lingua (il latino) trascendeva le lingue volgari. La sua gerarchia non rispondeva ai re, ma al successore di Pietro. La sua ricchezza, accumulata nel corso dei secoli, non veniva impiegata per scopi nazionali, ma per gli scopi della Chiesa universale, ovvero per gli scopi di coloro che la controllavano.

La rottura dei Tudor con Roma fu una dichiarazione di indipendenza da questo impero transnazionale. Affermò che la ricchezza inglese doveva servire a scopi inglesi, che la legge inglese doveva governare i sudditi inglesi, che la sovranità inglese era reale e assoluta. Questa fu la conquista che gli eventi del 1688 avrebbero infine vanificato, non ripristinando l'autorità papale, che rimase formalmente ripudiata, ma ristabilendo un diverso tipo di controllo transnazionale: il controllo attraverso il debito piuttosto che attraverso la dottrina, attraverso il credito piuttosto che attraverso il credo.

La Repubblica di Venezia aveva perfezionato questo metodo nel corso dei secoli. Venezia, il più cattolico degli stati commerciali, aveva imparato a esercitare il potere non attraverso la conquista territoriale, bensì attraverso la penetrazione finanziaria. I banchieri veneziani finanziavano le guerre di entrambe le fazioni, prestavano denaro a re e imperatori, accumulavano crediti sulle entrate di metà Europa. L'oligarchia veneziana, a differenza della nobiltà territoriale, traeva il suo potere dalla mobilità: dalla capacità di spostare capitali oltre confine, di convertire l'influenza politica in leva finanziaria, di estrarre ricchezza senza gli oneri del governo.

Quando il potere di Venezia fu minacciato a causa del suo ruolo nella caduta di Bisanzio, i suoi metodi non scomparvero. Si diffusero invece ad Amsterdam, a Londra, nei centri finanziari che avrebbero dominato il mondo moderno. La rivoluzione finanziaria olandese del XVII secolo fu, in larga parte, l'applicazione su scala più ampia del metodo veneziano. E la Rivoluzione Gloriosa del 1688 segnò il momento in cui quel metodo conquistò lo Stato inglese.

Non è necessario ipotizzare l'esistenza di un comitato segreto a Roma che manovrasse i fili attraverso i secoli. È sufficiente osservare che gli interessi del papato, dell'oligarchia veneziana e dei banchieri mercantili di Amsterdam convergevano verso lo stesso risultato: un'Inghilterra perennemente indebitata, la sua sovranità compromessa e il suo esercito disponibile per scopi cosmopoliti anziché nazionali. Che questa convergenza fosse pianificata o si sia sviluppata spontaneamente è meno importante del fatto che si sia verificata.

Ciò che Roma non riuscì a ottenere con l'Invincibile Armata, lo ottenne con la Banca d'Inghilterra. Ciò che l'Inquisizione non riuscì a estirpare, lo estirpò il debito nazionale. L'Inghilterra rimase protestante solo di facciata, ma il suo protestantesimo ora serviva la finanza transnazionale anziché l'indipendenza nazionale. La City di Londra divenne la nuova Venezia: uno stato corporativo sovrano la cui lealtà era al capitale finanziario, non alla patria.

Questo è il cuore della Guerra Civile Inglese, di cui stiamo ora giungendo al culmine del terzo atto. Chi è sovrano, noi, i popoli di lingua inglese, o le istituzioni, straniere e nazionali, che gli obbligazionisti e la Seconda Roma hanno istituito per gestire il loro regime schiavista e sfruttatore?


Obiezioni e risposte

Obiezione 1: “La Rivoluzione Gloriosa riguardava la religione e l'equilibrio di potere in Europa, non la finanza”.

Risposta: queste due cose non si escludono a vicenda. I mezzi scelti per raggiungere fini religiosi e strategici – l'invasione straniera, la nuova costituzione fiscale, il debito permanente – hanno creato una nuova realtà strutturale che è sopravvissuta alle motivazioni originarie. La rivoluzione finanziaria ne è stata una conseguenza, ma una volta creata, ne è diventata la causa.

Obiezione 2: “La Banca d'Inghilterra fu semplicemente una risposta pragmatica alle esigenze di finanziamento bellico”.

Risposta: le risposte pragmatiche possono creare traiettorie istituzionali dipendenti dal percorso storico. La questione non è se la Banca d'Inghilterra fosse stata concepita per creare una classe dirigente permanente, ma se abbia effettivamente contribuito a crearla. Le prove dei secoli successivi suggeriscono di sì.

Obiezione 3: “Stai selezionando le prove in modo arbitrario per supportare una conclusione predeterminata”.

Risposta: questo saggio, e decenni di lavori precedenti, esaminano la Rivoluzione Gloriosa attraverso una lente specifica, ovvero la continuità istituzionale e la formazione delle classi. Non pretende di essere l'unica lente valida, ma dimostra che, se si osservano le prove attraverso questa lente, emerge uno schema coerente che la storiografia ufficiale solitamente ignora. La prova sta nel verificare se tale schema contribuisca a spiegare gli eventi successivi. Il potere predittivo del quadro teorico – la sua capacità di spiegare la Rivoluzione americana come Guerra civile 2.0, la Guerra civile come interazione intermedia e il conflitto attuale come 3.0 – ne costituisce la validazione.

Obiezione 4: “Questa è solo l'ennesima teoria del complotto”.

Risposta: le teorie del complotto ipotizzano accordi segreti tra un piccolo gruppo per spiegare gli eventi. Questo schema presuppone interessi di classe e incentivi istituzionali che operano in modo trasparente una volta che si sa dove cercarli. I sottoscrittori della Banca d'Inghilterra non sono segreti; i loro nomi sono nei registri pubblici. La composizione del Parlamento dopo il 1688 non è segreta; le liste di votazione sono giunte fino a noi. La crescita del debito pubblico non è segreta; i registri del Tesoro sono archiviati. Ciò che è “nascosto” non è la prova, ma l'interpretazione che collega questi fatti in una narrazione coerente di formazione di classe e continuità istituzionale.

Obiezione 5: “L'affermazione relativa a Roma/Venezia non è supportata da prove”.

Risposta: l'affermazione non è che Roma abbia orchestrato gli eventi del 1688, ma che il modello di controllo finanziario transnazionale instaurato nel 1688 replicasse il modello che Venezia aveva perfezionato e che serviva agli interessi a lungo termine di Roma. Questa è un'ipotesi interpretativa, non un'affermazione di fatto. Viene proposta come un modo per comprendere perché la specifica forma istituzionale – banca centrale privata, debito permanente, fusione del potere finanziario e statale – sia emersa proprio in quel momento e perché si sia dimostrata così duratura. Il lettore è libero di accettare o rifiutare questa ipotesi, pur accettando la catena di prove relative alla trasformazione istituzionale stessa.


In conclusione: dalla Genesi al Giudizio Universale

La Rivoluzione Gloriosa del 1688 creò un modello istituzionale che ha plasmato il mondo anglofono per oltre tre secoli. Tale modello si componeva di quattro elementi essenziali:

  1. Una banca centrale privata che gestisce il debito pubblico con privilegi di monopolio e azionisti privati.

  2. Un debito nazionale permanente che crea una classe di creditori permanenti con un interesse nella capacità fiscale dello Stato.

  3. Una fusione di potere finanziario e statale attraverso élite interconnesse che si muovono senza soluzione di continuità tra servizio pubblico e profitto privato.

  4. Un esercito riconvertito dalla difesa nazionale all'imposizione commerciale mondiale, le cui operazioni sono finanziate dal debito che arricchisce la classe dei creditori. Una popolazione costretta a pagare debiti per guerre in cui è anche costretta a morire, il tutto per imporre un regime mercantilista transnazionale, non offre altro che modeste comodità e una vita spesa in lavoro per ripagare i debiti o per perdersi nel debito e nei contratti che creano e impongono conflitti e guerre.

Questo modello si dimostrò straordinariamente versatile. Attraversò l'Atlantico con i coloni americani che si ribellarono al controllo di Londra, ma non poterono o non vollero sfuggire al DNA istituzionale che Londra aveva impiantato. Il programma di Hamilton negli anni '90 del Settecento – una banca nazionale, l'assunzione dei debiti statali, l'incentivazione federale del commercio – fu un esplicito tentativo di replicare il modello della Banca d'Inghilterra sul suolo americano. L'opposizione di Jefferson – la sua visione di una repubblica agraria di piccoli proprietari terrieri indipendenti – rappresentò un rifiuto dell'intera traiettoria. Il fatto che Hamilton abbia sostanzialmente vinto, che gli Stati Uniti abbiano infine istituito una propria banca centrale e un proprio debito nazionale permanente, dimostra che la “cattura” del 1688 non fu semplicemente un fenomeno britannico, ma un fenomeno anglofono.

La Prima guerra civile inglese (1642-1651) distrusse il vecchio ordine; la Rivoluzione Gloriosa (1688) ne creò uno nuovo. La Rivoluzione americana (1775-1783) fu la prima grande rivolta contro questo nuovo ordine: la Seconda guerra civile inglese; la Guerra civile americana (1861-1865) fu la seconda: la Seconda guerra civile inglese. E i conflitti del nostro tempo – le guerre in Medio Oriente, la rivalità con Russia e Cina, lo sfaldamento dell'ordine post-1945 – sono sintomi della terza: la Terza guerra civile inglese, la fase finale di una lotta lunga 400 anni.

Il prossimo saggio di questa serie esaminerà il protagonista di questa lotta: la classe finanziaria che l'accordo del 1688 ha designato come dominatrice dei popoli anglofoni. Definirò sociologicamente questa classe, ne traccerò la riproduzione attraverso le generazioni e dimostrerò come i suoi interessi abbiano plasmato le politiche e le istituzioni che ora minacciano di distruggere la civiltà che avrebbero dovuto servire. Conoscerete il volto del vostro vero nemico!

I popoli di lingua inglese hanno ancora una scelta. Possiamo riconoscere l'accordo del 1688 per quello che è stato: un'occupazione ostile della nostra sovranità da parte di interessi finanziari transnazionali e iniziare il lungo lavoro di rivendicazione del nostro diritto di nascita. Oppure possiamo continuare a vivere nell'illusione che il nostro malcontento attuale sia il prodotto di nemici stranieri, di eventi casuali, o dell'inevitabile azione di forze storiche al di fuori del nostro controllo.

La guerra continua, la scelta è nostra.

Quanto a me, sarò leale e combatterò! Chi si unirà a me?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Bibliografia

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