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venerdì 29 maggio 2026

I veri termini della vittoria di Trump

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-veri-termini-della-vittoria-di)

La City di Londra, per quanto potente, non è onnipotente. Appare tale perché è in grado di spostare le attenzioni nella direzione sbagliata e impedire di avere quelle discussioni chiave in grado di arrivare organicamente a ciò che deve essere aggiustato. Se non si ha idea di chi fomenta il caos, chi ha l'incentivo a farlo, allora è impossibile impedire a chi sposta le attenzioni nella direzione sbagliata di smetterla. In questo senso Israele è un'ottima distrazione. È una questione di chi ha vero potere e chi no; chi è un esecutore e chi è il mandante; chi ha la capacità di muovere il mercato del petrolio in su e in giù, insieme ai titoli dei giornali, per trasmettere la percezione che Trump ha perso il controllo e vuole salvare solo sé stesso. Questo stesso gioco è stato portato avanti negli ultimi 4 anni nei confronti di Putin e non è un caso che lui e Trump si siano parlati quando ancora Carlo si trovasse negli USA. E poi ha parlato con Xi. L'Iran in questo contesto è IRRILEVANTE, è solo un nodo in una rete molto più grande, una rete fatta di ombre che viene portata alla luce ed essendo questa l'arma difensiva più importante che ha tale rete, le mosse per preservarla saranno sempre più disperate e manifeste. La pressione che sta montando nel mercato obbligazionario inglese segnala che il governo Starmer possa essere alle battute finali. Qualcosa sta cambiando e se il cambiamento avviene tramite i Gilt, come avvenuto con la Truss, allora sarà un evento in sordina.

Niente di eclatante, soprattutto sulla scia del discorso di Carlo III al Congresso americano. Starmer, così come Carney in Canada, sono stati eletti per distruggere le nazioni da essi governate.

Lo stesso pattern di distruzione è stato imbastito in Medio Oriente. Tutti i Paesi mezionati da Trump riguardo gli Accordi di Abramo erano nell'orbita inglese e francese, usati per riciclaggio di denaro e altre macchinazioni geopolitiche. L'obiettivo, ora, è convincerli che è meglio l'orbita americana di Trump. Soprattutto con Russia e Cina che non supportano più l'Iran, o per meglio dire l'attuale catena di comando il cui vertice è l'IRGC. Ecco perché Trump parla di “cambio di governo”. Cina e Russia, in passato, sono penetrati in Iran per fare da contraltare ai colonialisti europei, i quali tramite il JCPOA e Total Energy hanno permesso a inglesi e francesi di determinare/impostare la linea di politica (ed economica) in Medio Oriente. Non erano lì perché credevano nella causa dell'Iran, ma per ragioni geopolitiche: la Russia otteneva il corridoio nord-sud fino all'Oceano indiano per bypassare lo Stretto del Bosforo e la Cina ampliava la sua Belt and Road Initiative. Chiaramente questa è un'analisi semplificata, ma tutto si riduce a questo: Trump sta riorientando le rotte commerciali/logistiche lontano dal Medio Oriente e dall'Europa, quindi i precedenti obiettivi geopolitici russi e cinesi possono essere abbandonati. Il più grande perdente qui è l'India, una delle ultime e più grandi colonie inglesi. Ecco perché Rubio la scorsa settimana è volato in India: per testare la volontà di Modi, perché sono le navi indiane quelle che si rifiutano di passare a Hormuz. Non solo, ma siglando gli Accordi di Abramo ciò porterà finalmente pace in Medio Oriente, rimuovendo quell'effetto destabilizzante rappresentato dalle macchinazioni anglo-francesi. E Israele potrà finalmente sviluppare la propria economia, uscendo da quella di guerra.

Il soft-power dell'IRGC, ovvero la confusione sull'apertura/chiusura dello Stretto di Hormuz e la propaganda mediatica (le uniche carte rimaste da giocarsi), è come un'opzione dove la funzione tempo rappresenta la variabile “impazzita”. Chi le ha trattate sa di cosa parlo: per tutto il periodo in cui le si possiede trattengono il 95% del loro valore, poi, a 4-5 giorni dalla loro scadenza, crollano in valore. Il tempismo nel roll-over di questo strumento finanziario è tutto, altrimenti piuttosto che una lieve perdita si viene spazzati via completamente. Dovete trattare l'Iran, quindi, o per meglio dire l'IRGC, come un'opzione: sta disperatamente cercando di vendere al mondo una certa percezione della realtà, mentre i burattinai al di sopra (Londra e Bruxelles) li spalleggiano rinforzando una tale illusione. Ma come con le opzioni, c'è una data nel futuro in cui scadono: c'è una data nel futuro in cui questo raggiro scadrà (es. la chiusura dei pozzi petroliferi, il meeting Xi-Trump, la Brexit automatica, il 4 di luglio, le midterm, ecc.). Non lo possiamo sapere in anticipo quale sarà lo “strike day” in questo caso, ma sarà uno di quelli elencati. Tutta questa storia ha senso, e la confusione viene diradata, nel momento in cui si pensa in modo strategico: il blocco statunitense dello Stretto è arrivato quando l'intelligence americana sapeva che l'Iran sarebbe stato costretto a scaricare il petrolio nel Golfo persico, o chiudere i pozzi, e ha calcolato questo evento facendolo coincidere con la data del meeting Trump-Xi. E quando è subentrato questo tipo di dolore alcune linee rosse sono state spostate, soprattutto quando Carlo III è andato via dagli USA: Zelensky e Aragchi hanno smosso, seppur di poco, le loro posizioni intransigenti. Unendo tutti questi puntini, quindi, si capisce che la funzione tempo dell'opzione sta degradando verso lo 0.

Tre sono le cose che contano per essere immuni alla propaganda sull'Iran:

  1. La curva dei rendimenti americana ha assorbito la precedente inversione;
  2. I mercati azionari/obbligazionari americani non sono affatto perturbati;
  3. Il mercato forward del petrolio è bearish.

I persiani hanno inventato il gioco degli scacchi, un gioco dove le informazioni sono sostanzialmente alla luce del sole. Il Texas Hold'em, invece, è un gioco puramente americano, dove le informazioni sono sostanzialmente nascoste. In quest'ultimo caso l'obiettivo è quello di spingere l'avversario a credere di “avere le carte giuste” e puntare più di quello che è disposto a perdere. È così che si fanno i soldi col poker. L'IRGC credeva che attirando gli USA in un confronto (non è una guerra questa) il campo da gioco sarebbe stato quello navale, e lì avrebbe dato loro un bel filo da torcere. Invece Trump, piuttosto che giocare a scacchi, ha preferito giocare a poker (non fraintendetemi, un azzardo anche questo) e ha dato all'IRGC un confronto aereo. È la stessa cosa può ripetersi su Bandar Abbas, con gli eserciti emiratini e sauditi che si prendono quel fazzoletto di terra e gli A10 che lo difendono. Ecco perché l'unica arma rimasta nelle mani dell'IRGC-City di Londra è la guerra di propaganda mediatica e le giravolte nelle trattative di “pace”. Su questa scia, è a dir poco “curioso” come quello che vale per l'Iran non vale “magicamente” per gli USA. E qui solo chi è in malafede dimostra palesemente di esserlo, avvalorando ancora di più la tesi che all'Iran è rimasta solo la propaganda mediatica in questo confronto. Questo a sua volta significa che la stampa e i commentatori sui social si strappano i capelli per il “blocco” iraniano dello Stretto, ma non coprono assolutamente l'efficacia del “contro-blocco” americano; si strappano i capelli per il vantaggio orografico iraniano, ma non applicano la stessa logica agli USA e ai loro alleati (sauditi ed emiratini potrebbero prendere Bandar Abbas e gli americani difenderlo con l'aeronautica, dato che gli iraniani praticamente non hanno più né quest'ultima né una Marina); si strappano i capelli per criticare la presunta assenza di un piano iniziale nel confronto con l'Iran, ignorando ingenuamente (o consapevolmente, se si vuole “pensare male”) che in passato il petrolio ha raggiunto picchi più alti e COME MINIMO era stato messo in conto che il petrolio potesse arrivare ai $150 al barile (salvo poi non arrivarci, o almeno finora non l'ha fatto dato che gli USA sanno cosa stanno facendo); si strappano i capelli per elogiare la presunta lungimiranza della Cina che ha immagazzinato barili di petrolio, dimenticandosi però che un conto è avere una popolazione il cui reddito medio annuale è ~$65.000 e un prezzo della benzina a ~$4, un altro è avere una popolazione il cui reddito medio annuale è ~$20.000.

Diffidate, quindi, da chi afferma che gli Stati Uniti sono stati sconfitti dall'Iran, o che a esso basta “sopravvivere” per vincere. Non sono questi i termini reali della vittoria. L'attuale fase di transizione ci porta in un mondo in cui non importa quale sia il prezzo del petrolio. La cosa che conterà davvero, e il vero termine della vittoria americana, è il controllo al margine sulla consegna dei barili di petrolio (qualunque sia il prezzo). E del controllo sul ritmo di consegna, potete star certi, è qualcosa di cui hanno discusso Trump e Xi. Soprattutto perché un altro obiettivo dell'amministrazione Trump è rendere obsoleti le strozzature geografiche mondiali, spostando la produzione di petrolio nel Golfo d'America. In questo modo verranno resi obsoleti i ricatti che potrebbero emergere se QUALCUNO prendesse come ostaggio suddette strozzature. L'unica che conterebbe, sarebbe il Canale di Panama (e i porti americani). Da “price taker” a “price setter” del prezzo del petrolio, ed è nelle città portuali americane che i Democratici sferreranno il loro attacco durante le midterm.

Gli americani iniziano a preoccuparsi delle midterm ad agosto. Quindi tutte quelle chiacchiere che sentite adesso sulla stampa italiana secondo cui Trump sarebbe a rischio a novembre, sono fasulle. Inoltre le recenti elezioni in Ohio ci dicono due cose principalmente. La prima è che gli americani hanno fiducia nelle parole di Trump secondo cui i prezzi della benzina scenderanno, ecco perché non ci sono disordini sociali (soprattutto negli stati rossi). La seconda è che i repubblicani stanno tirando su molti più soldi dei democratici per le elezioni, questi ultimi rimangono all'asciutto soprattutto perché Bessent sta tagliando loro tutti quei finanziamenti ombra tramite ONG e altre organizzazioni no-profit.

Lo stesso copione dell'Ohio l'abbiamo visto ripetersi in Kentucky, a dimostrazione che tutte le preoccupazioni per le midterm sono sentite all'estero e rappresentano un grimaldello per deturpare l'immagine che ha il popolo americano nei confronti di Trump. A ciò bisogna aggiungere che Massie, come altri nel movimento MAGA, ad esempio Marjorie Taylor Greene, sono elementi di divisione inseriti apposta dagli avversari per sabotare dall'interno. Potremmo chiamarla “Operazione Mitt Romney”: essere sempre allineati e votare sempre per le sciocchezze, per le cause ininfluenti e per quelle proposte di leggi “innocue” agli occhi degli avversari degli USA... ma quando si presenta davvero il momento di essere in linea con un cambiamento reale e dannoso per gli agenti esteri, ecco che scatta la trappola e gli asset infiltrati adducono giustificazioni e scuse per essere contrari. Nel suo discorso di concessione alle primarie Massie ha espresso ripudio per la guerra... quale? In Iran sono stati 10 giorni di bombardamento e un blocco tutt'ora in vigore, come a Cuba sostanzialmente, il tutto per riorientare le catene di approvvigionamento e le rotte logistico/commerciali dell'energia. Massie ha poi reiterato lo slogan “End the FED”... come? Non si accorge che già adesso è in corso un processo di trasformazione della stessa? Un ritorno a ciò che era prima del 1935? Davvero non ha idea di cosa Tether stia diventando per il mercato estero e interno del dollaro?

Oppure, la spiegazione più coerente: è sempre stato un asset divisivo che s'è guadagnato la fiducia dell'elettorato repubblicano a suon di “difesa dei principi”, salvo poi effettuare le vere mosse per cui era stato “reclutato”. Non fraintendetemi, alcune leggi da lui sostenute/presentate non erano affatto male (es. filiera della carne), ciononostante proprio questo conferma la tesi asset attivato in caso di necessità prima che si deprezzi definitivamente.

E in questo frangente storico, il deprezzamento degli asset infiltrati corre molto veloce. Soprattutto per un motivo: a chi fa più male un prezzo del petrolio a circa $110? Non agli Stati Uniti, non sono loro ad avere una curva dei rendimenti in sofferenza. Soprattutto non sono loro a rischiare di rimanere a corto di dollari. Senza contare che sono nel bel mezzo di una fase di transizione che li sta portando ad abbandonare il sistema estrattivo-keynesiano a favore di uno produttivo (Hamilton-Clay). Se ci uniamo che col SOFR adesso la FED controlla il front-end della curva dei rendimenti americana, l'uscita dalla conservatorship da parte di Fannie Mae/ Freddie Mac le permetterà di controllare anche il back-end. I guai sono tutti per gli europei, e per estensione canadesi, perché sin dal 2022 hanno portato avanti una “yield curve control” per impostare un tetto ai rendimenti delle loro obbligazioni. Il Canada infatti è un proxy che a mesi alterni vende/compra titoli del Tesoro americani per impedire che il rapporto di leva nel mercato dell'eurodollaro crolli bruscamente. Il problema: è una lenta erosione, man mano che le precedenti “linee rosse” vengono tutte attraversate al rialzo (es. 2,5%, 2,7%, 3%, ecc.). Infatti dov'è il trentennale statunitense? Laddove si trovava al momento del ciclo di rialzi dei tassi di Powell, mentre invece la Lagarde ha perso quasi 100 punti base nel differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello tedesco. Questa è la ragione principale per cui gli USA possono permettersi di “tergiversare” sulla questione Iran.

Quello che molti commentatori faticano a capire è il concetto di tempo integrato nei processi industriali e commerciali. Se prendete ad esempio lo sconquasso causato dai lockdown nella filiera della carne, ciò è stato dovuto alla rottura della catena del rimpiazzo dei capi che necessitano tempo per essere allevati. L'offerta rimane indietro, mentre la domanda riprende e si intensifica: aumento dei prezzi. Ciò vale anche per gli altri settori industriali, poiché l'impegno di capitale per progetti che vedranno i loro frutti nel futuro sembrano nell'immediato carenti. Infatti la re-industrializzazione degli USA è un processo che richiederà come minimo una generazione per vederne i frutti maturi, mentre invece i commentatori parlano nel presente di “fallimenti”, “crisi”, “debiti impagabili” e “disastri economici”.

Nel momento in cui mettiamo insieme due elementi dell'esecutivo americano, come il Project Vault e il Defense Production Act, capiamo che gli sforzi imprenditoriali che vengono incentivati a livello federale vedranno, come minimo, i primi risultati da qui ai prossimi 5 anni. Il vantaggio in questo contesto è il prezzo “di favore” delle materie prime a cui possono accedere le aziende americane. Infatti già il cambiamento di atteggiamento è significativo: non più progetti industriali/imprenditoriali fatti per soddisfare gli appetiti degli azionisti (tipico modello inglese, dove la “mano invisibile” è la loro che tramite la finanziarizzazione dell'economia trattengono parte dei guadagni). Logistica, trasformazione, energia, sono caratteristiche che spingeranno i cambiamenti industriali nel tempo, non nel presente.

Stiamo assistendo allo stesso meccanismo che negli anni '30 Roosevelt usò, tramite i mutui trentennali a tasso fisso, per rilanciare la classe media e l'economia americana. Queste supply chain non possono essere ricostruite senza supporto alla base, senza lo smantellamento della finanziarizzazione che le ha reso eteree e ha allungato oltremodo la produzione di un bene. L'accorciamento del processo produttivo unito alle catene di approvvigionamento non è protezionismo, o autarchia, ma il modo per riorganizzare un'economia che era stata trasformata in un guscio vuoto.

Come ripetuto spesso, uno degli obiettivi di Trump è sbarazzarsi della volatilità del petrolio come arma in mano ai suoi nemici. Infatti il prezzo del petrolio dovrebbe essere l'argomento più noioso di questa Terra. C'è qualcuno che, ad esempio si preoccupa del prezzo del carbone? Solo i produttori e i consumatori. Il carbone è noioso. Perché? Perché nessuno può più inserire un pedaggio, o un punto di strozzatura, nel flusso di carbone. Quest'ultimo non è stato finanziarizzato affinché il mondo girasse attorno a esso come mezzo per influenzare il commercio globale. Non esiste alcun mercato dei futures strutturato sul carbone che abbia davvero importanza! Esiste invece con il Brent e se si ha il controllo su di esso, allora si ha il potere per muovere i mercati, per sbarazzarsi di presidenti, per far cadere governi, per finanziare intermediari e terroristi, ecc. In sintesi, è la base dell'instabilità mondiale... per come vengono gestiti gli affari OGGI. Rimuovete le strozzature geografiche e il petrolio tornerà a essere noioso. Questo è il termine della vittoria REALE perseguito da Trump. Raggiungerlo significa mandare in fumo tutto quel capitale che la City di Londra ha dispiegato in Iran per arrivare a questo momento storico... e questo è un altro termine della vittoria perseguito da Trump.

La manifestazione della superiorità americana si evince anche attraverso un mondo in cui il dollaro è dominante ma secondo i canoni di chi lo emette, non più di chi lo controlla indirettamente tramite il prezzo impostato altrove. Per quanto tutto questo possa sembrare un “far west” monetario, non è altro che ciò che esisteva negli USA prima della FED: banche commerciali con le loro banconote, coperte dall'oro, che facevano riferimento a stanze di compensazione regionali. Un sistema decentrato/distribuito senza un regolatore centrale unico. Per quanto possa sembrare instabile a leggerlo così, le crisi economiche erano ridotte ai minimi termini.

(Nota: il panico del 1907 venne invece gonfiato mediaticamente per dare l'impressione che si necessitasse di una versione americana della Banca d'Inghilterra, e col senno di poi, data anche la presenza di Wilson, sappiamo di chi fosse lo zampino.)

GENIUS Act, STABLE Act e CLARITY Act sono le tre componenti che permetterebbero di tornare a un sistema analogo a quello pre-Federal Reserve (senza contare che anch'essa verrà riformata affinché il suo statuto torni a quello pre-1935). Il percorso inverso dalla moneta puramente fiat a un sistema che potremmo chiamare Bretton Woods 2.0 passa per ovvi motivi da un periodo in cui il presunto “caos” del libero mercato si assesta verso un sistema più affine alla società che lo determina. Internamente, negli USA, ci saranno diversi “dollari digitali” emessi da varie realtà, mentre esternamente ci sarà Tether. Una novità? Niente più niente meno di quanto descritto da Hayek in, A Choice in Currency. Non sarà un mondo perfetto, nemmeno buono... senza dubbio sarà un mondo migliore rispetto a quello attuale. E se ci sono da fare compromessi in quella fase di transizione che porta a un mondo in cui le idee libertarie/Austriache diventeranno dominanti, allora questo è il momento per gettare tali basi. Un momento storico come questo, dove i libertari possono avere una reale occasione per affermare tra il pubblico più ampio le loro idee di miglioramento filosofico/sociale, è fondamentale da sfruttare se si vuole avere DAVVERO una possibilità di vincere. Il percorso è tortuoso, certo; impervio, senza dubbio; ma è la possibilità concreta di avere una strada chiara e definita che parte dal punto A (statalismo “sfrenato”) al punto B (libertarismo “sfrenato”) in cui il processo intermedio è finalmente percorribile.

Le stablecoin hanno il potenziale per essere tanto trasformative per il sistema monetario mondiale quanto lo fu l'abbandono di Bretton Woods. Una stablecoin come Tether, collateralizzata sostanzialmente da oro e Bitcoin, ha la possibilità di raggiungere tutti i Paesi del mondo... che le loro autorità monetarie lo vogliano o meno. Meglio se lo accetteranno volontariamente, perché è nel loro migliore interesse dato che il dollaro rimane la valuta di raccordo commerciale per eccellenza. Certo, forse dovrebbero scegliere l'oro in quanto tale o Bitcoin in quanto tale, ma stanno preferendo trattare tali asset come riserve piuttosto che come circolante. Immaginate un possessore estero di Tether, in particolare in Unione Europea: egli è più “pericoloso” rispetto allo stesso possessore di oro o Bitcoin, perché in questo caso trasferisce potere di leva a Washington a scapito di Bruxelles.

Non solo, ma l'ascesa delle stablecoin, oltre a rappresentare nuova domanda per i titoli del Tesoro americani, permetterà al governo federale di emettere più titoli sul front-end della curva dei rendimenti (rendendo tali titoli più attraenti). Questo è importante perché se il back-end sale, Washington non deve necessariamente pagare tassi alti per ripagare il suo debito. E anche se il back-end dovesse salire, ciò metterebbe pressione sugli altri decennali nel resto del mondo e loro si ritroverebbero in guai molto più seri. I tassi alti fanno male agli USA? Certo, ma stritolano letteralmente il resto del mondo. Vi basti vedere cosa è successo nel 2022: nonostante una flessione economica gli USA ne sono usciti bene, mentre la Cina è dovuta intervenire per salvare il suo mercato obbligazionario, l'Inghilterra è dovuta intervenire per salvare il suo mercato obbligazionario, la BCE è dovuta intervenire per salvare il mercato obbligazionario della periferia europea.

Il cambiamento della FED sarà quello da una istituzione monopolistica che emette unità monetarie a una Exim Bank per l'eurodollaro, fino a tornare al suo mandato originale: prestatore di ultima istanza nel commercial paper market americano e impostazione del valore nominale del dollaro all'estero. Questo significa che tra i suoi “compiti” non figurerà più il QE, l'espansione del proprio bilancio, il savataggio di banche così come lo abbiamo visto finora, ecc. In particolar modo, la riduzione ulteriore dell'attuale bilancio sarà importante: maturazione dei titoli garantiti da ipoteca (ormai nel loro ultimo terzo di vita dato che sono vecchi di 18 anni) e maturazione dei titoli di stato americani. Inoltre Warsh è la cosa migliore che potesse capitare ad asset che sono garanzie ed equity, come oro e Bitcoin, dato che una linea di politica attuale e conclamata degli USA è quello di “gestire” gli asset che migliorano gli attivi di bilancio. Infatti questo è l'unico modo efficace per disinnescare le criticità del lato dei passivi. Quindi l'obiettivo di Trump, Bessent e Warsh è quello di “svegliare” tutti questi asset dormienti tramite un fondo sovrano che li valorizzi ai prezzi di mercato, ma questa è un'analisi che sfugge se ci si concentra solo sui debiti e non sugli attivi, ad esempio, o solo sull'offerta di denaro e non sulla domanda.

In sintesi, senza il controllo monetario e senza il controllo sui flussi monetari, in particolare per quanto riguarda il dollaro, il processo di re-industrializzazione americano sarebbe destinato a fallire miseramente. Ecco perché Trump, nel recente viaggio in Cina, è riuscito a staccare un accordo con Xi riguardo la commessa su 200 jet della Boeing (iniziali). Infatti pensate alla filiera industriale necessaria per costruire una macchina complessa come un aereo: dai sedili delle varie classi fino ai singoli chiodi da 1 pollice. E questo è anche il motivo per cui l'automotive è un settore cruciale ed è stato anch'esso riportato in patria: nell'alveo della difesa è imperante la costruzione di veicoli sul proprio territorio, il motivo per cui gli USA hanno avuto un vantaggio nella Seconda guerra mondiale.

Infatti i Bush, gli Obama e in generale i sodali dei globalisti hanno fatto di tutto per distruggere il sistema logistico e dei trasporti americani, in particolare la Marina. 

Il sistema bancario e finanziario inglese nella sfera d'influenza cinese (es. Singapore, Hong Kong, Africa orientale) sono da tempo coinvolti non solo nel riciclaggio dei proventi della droga, ma anche, e soprattutto, nel contrabbando di commodity. Qual è quindi l'interesse della Cina nel Canada in virtù del progetto A(merica)-R(ussia)-C(ina) che si sta sviluppando (e la recente visita di Trump in Cina sta rafforzando)? Condividere informazioni d'intelligence finanziaria. Il fatto che tutti i “pezzi grossi” si siano presentati insieme a Trump nel suo viaggio in Cina dimostra che essi “si parlano”.

Diversamente, quindi, da tutte le chiacchiere che sentite da una certa narrativa sulla stampa e sui canali d'informazione alternativi (gli stessi che gridavano al nemico quando parlavano di Russia e poi Cina), secondo cui la Cina vuole papparsi Taiwan, quello che farà Pechino invece sarà ridimensionare l'influenza inglese nella sua sfera d'influenza. Questo significa che nel mirino ha Hong Kong e Singapore, altro che Taiwan. L'interesse cinese nel Canada, quindi, non vuole un takeover silenzioso del Paese, bensì lo smantellamento sistematico di tutte le strutture finanziarie nel Pacifico e in Asia che fanno riferimento al Canada (e per estensione alla City di Londra). Questo perché il “centro commerciale ed economico” del mondo diventerà il Pacifico e non può diventarlo se prima non viene bonificato a dovere.

Dispiace rovinare i sogni dei commentatori sui social che ci raccontano della trappola di Tucidide che affrontano gli USA nei confronti della Cina. Non è così. Agli USA sta bene che la Cina sia dominante in Asia... fintanto che tale dominio non esca dai confini locali. Se la Cina rappresentasse davvero una minaccia reale nei confronti del primato americano, non si sarebbero fatti buttare fuori dal Venezuela, dall'Argentina, dal Canale di Panama, ecc. I cinesi temono e rispettano ciò che sono diventati gli USA dopo il 2022: un player che difende il dollaro e per estensione il suo primato nel mondo. Un futuro conflitto cinetico tra americani e cinesi è solo propaganda da chi ha più da perdere in questo nuovo contesto geopolitico: Londra e Bruxelles.


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mercoledì 15 aprile 2026

UE e Australia siglano un accordo commerciale tra le preoccupazioni relative alle risorse strategiche

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/ue-e-australia-siglano-un-accordo)

Sono trascorsi ben otto anni prima che l'Unione Europea e l'Australia riuscissero a raggiungere un accordo commerciale congiunto. L'accordo presentato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dal primo ministro australiano, Anthony Albanese, a Canberra rappresenta una riduzione di vasta portata delle tariffe dirette nel medio termine.

Oltre il 90% delle merci potrà circolare liberamente tra i due continenti, ovviamente sempre nel rispetto delle norme comuni di armonizzazione e, soprattutto, delle regole europee in materia di protezione del clima. Questo aspetto deve essere preso in considerazione in ogni cosiddetto accordo di libero scambio. Le normative non scompaiono per le imprese. Nel caso degli accordi con l'UE, esse si estendono in larga misura anche ai partner commerciali.

In ogni accordo commerciale di cui l'Unione Europea è firmataria, Bruxelles cerca di integrare un massiccio protezionismo climatico nel commercio globale. In un certo senso, una sorta di colonialismo climatico postmoderno. Questo è il concetto di libero scambio così come viene praticato dagli europei.

Secondo i partecipanti, l'accordo che sta per essere firmato dovrebbe aumentare le esportazioni dell'UE verso l'Australia fino a un terzo e incrementare gli investimenti delle aziende europee in Australia fino all'ottanta percento. La direzione strategica è chiara: l'UE sta cercando di liberarsi dalla morsa cinese nel settore cruciale delle materie prime, come le terre rare. E l'Australia ha, nell'effettivo, un ricco catalogo di risorse da offrire.

Gli accordi commerciali come quello con l'Australia seguono una strategia ben precisa. Da un lato sembra crescere la consapevolezza dei problemi di approvvigionamento causati dalla guerra contro l'Iran; dall'altro l'industria europea si sta impegnando per aprire nuovi mercati di vendita e rafforzare la posizione competitiva delle aziende che hanno subito forti pressioni nel cuore industriale della Germania, soprattutto durante la crisi energetica.

È evidente che Bruxelles è pronta a coniugare i progressi nel settore manifatturiero con una corrispondente riduzione delle norme protezionistiche in agricoltura. Ciò crea potenziali conflitti, come si è visto nelle scorse settimane con l'accordo Mercosur tra l'UE e i Paesi sudamericani Argentina, Uruguay, Paraguay e Brasile.

L'accordo, che segue uno spirito simile a quello con l'Australia, dovrebbe entrare in vigore provvisoriamente a maggio. Ciò avviene nonostante importanti attori politici come Francia e Italia abbiano già annunciato una forte opposizione al patto, il quale metterà gli agricoltori europei – e quindi l'agricoltura europea – sotto una forte pressione competitiva, poiché il Sud America segue un quadro normativo molto diverso da quello dell'UE.

Nel caso dell'accordo australiano, su questo fronte la situazione è rimasta sostanzialmente tranquilla; il mercato australiano è troppo piccolo affinché i volumi potenzialmente importati di carne bovina, che saranno spediti in Europa tramite quote, possano destare particolari preoccupazioni.

Dal punto di vista dell'economia tedesca, l'accordo commerciale con l'Australia può essere approssimativamente riassunto come segue: mentre i settori in crisi dell'industria automobilistica, meccanica e chimica beneficeranno di una drastica riduzione delle tariffe di importazione australiane, l'UE otterrà l'accesso alle terre rare, al cobalto e al litio estratti in Australia e dovrà accettare che la produzione di carne bovina raggiungerà sempre più il mercato europeo.

In definitiva, l'Australia rappresenta solo circa l'uno per cento degli scambi commerciali dell'UE. Il Paese si colloca al ventesimo posto tra i partner commerciali più importanti dell'UE.

Ciononostante si tratta di un piccolo passo verso la liberazione dalla morsa della Cina, che, come si è visto l'anno scorso, non esita un attimo a sfruttare i suoi strumenti geopolitici nel settore delle materie prime come le terre rare, posizionando il suo motore di esportazione nella politica commerciale.

La diversificazione è fondamentale. Accumulare riserve è ancor più importante, come sappiamo oggi, visti i depositi di gas in diminuzione e le riserve petrolifere esaurite.

Le riserve strategiche rappresentano un riconoscimento politico della realtà. Il fatto che la politica europea si sia un tempo concessa il lusso di dare priorità all'ideologia climatica e alle fantasie di trasformazione rispetto alle necessità concrete, ora si traduce in un prezzo amaro da pagare.

I concorrenti commerciali come la Cina o gli Stati Uniti detengono riserve in settori fondamentali come l'energia e le materie prime, sufficienti a garantire l'approvvigionamento dell'economia e della società per oltre un anno. Crisi acute, come l'attuale chiusura dello Stretto di Hormuz, appaiono quindi relativamente più facili da gestire e controllare.

La politica commerciale europea deve seguire questa strada: deve concentrarsi sugli interessi strategici della propria economia e superare gli errori ideologici se vuole ancora salvare ciò che è salvabile nella grave crisi dell'industria europea.

Le catene di approvvigionamento e la fornitura di materie prime ed energia devono essere temi centrali nell'agenda politica europea. La reintegrazione della Russia come fornitore di gas e lo sviluppo delle risorse interne – che si tratti di gas di scisto, gas del Mare del Nord, o giacimenti di carbone nazionali – dovrebbero dare il tempo necessario per sviluppare una strategia nucleare paneuropea, il che richiederà molti anni.

Finché queste considerazioni non saranno integrate in una strategia complessiva e globale, l'accordo commerciale australiano rimarrà frammentario: una mossa di poco conto, quasi irrilevante, sullo scacchiere geopolitico dominato dal duopolio Washington-Pechino.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 10 aprile 2026

La crisi dello Stretto di Hormuz: un punto di vista alternativo

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di Anas Alhajji

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-crisi-dello-stretto-di-hormuz)

Durante la Guerra dei dodici giorni, nel giugno 2025, una serie di articoli pubblicati dai principali media occidentali si concentravano sulla possibilità che Teheran chiudesse lo Stretto di Hormuz, con le conseguenti gravi ripercussioni sui mercati mondiali del petrolio e del gas, sui prezzi dell'energia e sull'economia in generale. Raramente questi articoli citavano dichiarazioni dirette di funzionari iraniani che minacciassero una simile mossa durante quello specifico conflitto. Piuttosto riprendevano ripetutamente argomentazioni e scenari simili, suggerendo che potessero far parte di una strategia coordinata di comunicazione o di pubbliche relazioni per evidenziare i rischi e influenzare la percezione pubblica.

La tempistica di questa copertura mediatica è particolarmente significativa. Coincideva con il periodo in cui gli acquirenti dell'Asia orientale erano attivamente alla ricerca di partner per accordi di fornitura di GNL a lungo termine. Molte di queste aziende avevano inizialmente previsto di stipulare contratti con esportatori di GNL statunitensi, ma le incertezze derivanti dalle politiche commerciali del presidente Donald Trump, tra cui le guerre commerciali, le ripetute imposizioni di dazi e gli imprevedibili cambiamenti di strategia, le hanno spinte a cambiare rotta. Di conseguenza gli importatori asiatici si sono rivolti sempre più a fornitori più stabili e affidabili nella regione, come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, per garantire il proprio fabbisogno energetico.

L'ondata di notizie mediatiche che enfatizzavano il rischio di chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran durante la Guerra dei dodici giorni aveva uno scopo strategico ben preciso: sottolineare agli acquirenti asiatici di GNL la vulnerabilità dei contratti a lungo termine con fornitori del Golfo come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Amplificando scenari in cui Teheran avrebbe potuto interrompere a piacimento il traffico marittimo attraverso lo Stretto, bloccando ingenti quantitativi di GNL destinati all'Asia, la copertura mediatica mirava a presentare la dipendenza da queste rotte come una forma di presa di ostaggi geopolitica. Questo messaggio promuoveva implicitamente la narrazione secondo cui il GNL statunitense offriva un'alternativa più sicura e affidabile, esente da tali rischi legati ai punti di strozzatura. In gioco c'erano contratti del valore di centinaia di miliardi di dollari per i prossimi decenni, mentre gli importatori asiatici valutavano i propri impegni in un contesto di crescenti tensioni regionali.

Il GNL è diventato un elemento centrale della politica estera statunitense e un pilastro fondamentale della strategia di sicurezza nazionale. Qualsiasi concorrenza significativa alle esportazioni americane di GNL, proveniente dalla Russia, dal Medio Oriente o da altre regioni, viene sempre più percepita come una minaccia diretta agli interessi degli Stati Uniti. Questa prospettiva ha portato a una serie di misure aggressive volte a proteggere ed espandere la quota di mercato statunitense nei principali mercati, in particolare in Europa. Tra gli esempi più significativi si annoverano:

• La forte e costante opposizione al Nord Stream 2, il gasdotto sottomarino Russia-Germania, che gli Stati Uniti consideravano un fattore di crescente dipendenza europea dal gas russo. Tale opposizione ha comportato sanzioni nei confronti delle aziende coinvolte nella sua costruzione, contribuendo di fatto al blocco del progetto.

• Il sostegno alla Germania per la costruzione di numerosi terminali di rigassificazione di GNL per la ricezione e la distribuzione di GNL americano, accelerando così la transizione dell'Europa verso fonti energetiche meno dipendenti dalla Russia.

• L'imposizione di sanzioni e restrizioni sui nuovi progetti russi di GNL, inclusi divieti su impianti, navi e transazioni correlate, con l'obiettivo di limitare la capacità di Mosca di espandere la propria capacità di esportazione di gas.

• Il sabotaggio del Nord Stream 1 – la cui attribuzione non è mai stata definitivamente accertata, ma che ha comunque eliminato un'importante rotta del gasdotto russo – ha ulteriormente rafforzato questa dinamica, sebbene le origini dell'incidente rimangano avvolte nel mistero e nel dibattito ormai a distanza di anni.

• La cessazione delle esportazioni di gas naturale russo verso l'Europa attraverso il gasdotto di transito in Ucraina alla fine del 2025, a seguito della scadenza dell'accordo di transito quinquennale.

Queste azioni, nel loro insieme, illustrano come gli Stati Uniti abbiano sfruttato la politica energetica per contrastare i fornitori rivali, garantire l'accesso al mercato per il proprio GNL e allineare i flussi energetici a obiettivi geopolitici più ampi.


Hormuz, assicurazioni e media

Questa introduzione era necessaria per comprendere cosa accadde nello Stretto di Hormuz dopo l'inizio dell'attacco all'Iran. Improvvisamente sono iniziate a fioccare email e messaggi per petroliere e navi cisterna per gas liquefatto, le quali affermavano di provenire dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane e che lo Stretto di Hormuz era chiuso. Nel giro di poche ore non c'erano più petroliere o navi cisterna per gas liquefatti nello Stretto, e questa situazione è rimasta invariata per diverse ore.

Non vi sono prove credibili che le navi menzionate dai media occidentali, a seguito di messaggi di allarme, siano state deliberatamente prese di mira dalle forze iraniane o da gruppi alleati. Alcune delle navi erano presumibilmente vuote, mentre altre a pieno carico. In almeno due casi i danni sono stati causati da detriti di missili, o proiettili intercettati, caduti sulle navi dopo che la difesa aerea aveva ingaggiato minacce nelle vicinanze piuttosto che da colpi diretti. Una di queste navi era una piccola petroliera utilizzata abitualmente per il contrabbando di prodotti petroliferi tra Iran, India e altre destinazioni. Rispetto agli standard delle petroliere che transitano nello Stretto di Hormuz, trasportava solo una quantità molto limitata di greggio, in genere ben al di sotto della portata di una grande petroliera. Se si è verificata una qualsiasi azione intenzionale contro quella nave, è probabile che derivasse da dispute interne alle reti di contrabbando iraniane, forse legate ad attriti tra operatori indipendenti e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), il quale supervisiona e trae profitto da gran parte di questo commercio illecito attraverso varie bande e intermediari transfrontalieri.

La questione centrale è perché i media occidentali abbiano amplificato la copertura mediatica riguardo la prima piccola imbarcazione usata per il contrabbando, presentandola come una grave escalation per aver attaccato una “petroliera”, minimizzando o omettendo al contempo il suo ruolo nelle operazioni della flotta ombra e le sue modeste dimensioni/capacità di carico. Allo stesso modo i resoconti ufficiali hanno spesso descritto diversi incidenti come “attacchi” diretti alle navi, anche quando le prove indicano effetti collaterali di minacce intercettate, senza colpi confermati allo scafo in alcuni casi. Questo schema di esagerazione, volto a spaventare le compagnie assicurative, gli armatori e i noleggiatori spingendoli ad aumentare i premi per i rischi di guerra e a scoraggiare il transito, serve a chiari obiettivi politici ed economici. Gonfiando la percezione della minaccia al traffico marittimo commerciale nello Stretto di Hormuz nel contesto del conflitto in corso tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, si contribuisce a:

• Un'impennata dei premi assicurativi contro i rischi di guerra;

• Una riduzione del traffico attraverso lo Stretto, con conseguente contrazione dell'offerta globale di petrolio e prezzi più elevati;

• La giustificazione di una maggiore presenza militare, scorte o attacchi da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione.

In breve, sì, sembra trattarsi di un'esagerazione deliberata e coordinata, in linea con i più ampi sforzi per esercitare pressione economica sull'Iran, amplificare la narrativa dell'aggressione iraniana e sostenere un'elevata volatilità del mercato energetico durante il conflitto.

I media occidentali hanno rapidamente amplificato le affermazioni secondo cui le Guardie Rivoluzionarie avrebbero di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz in seguito a messaggi di avvertimento anonimi trasmessi alle navi nella zona, spesso tramite radio VHF, che dichiaravano che a nessuna nave sarebbe stato consentito il passaggio. I titoli dei giornali hanno presentato la notizia come una chiusura unilaterale dello Stretto da parte dell'Iran, sottintendendo un blocco imposto senza l'impiego di forze militari visibili e alimentando i timori di un'interruzione totale di circa un quinto dei flussi globali di petrolio e GNL, nonostante la maggior parte delle vie navigabili si trovi in ​​Oman e non in Iran.

Successivamente alcune fonti hanno inoltre affermato che le Guardie Rivoluzionarie consentivano selettivamente il transito solo a navi battenti bandiera cinese o gestite da compagnie cinesi, bloccando le altre e descrivendo la situazione come un favoritismo discriminatorio nei confronti di Pechino nel contesto del più ampio conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran. In realtà nessuna dichiarazione ufficiale del governo iraniano, o delle Guardie Rivoluzionarie, ha mai confermato esplicitamente la chiusura totale dello stretto o una linea di politica che consentisse il transito solo a navi cinesi. L'origine dei messaggi di avvertimento rimane sconosciuta e non verificata. Circolavano due teorie principali sulla loro origine:

• Azioni isolate o di basso livello da parte di elementi associati al cosiddetto “Esercito Elettronico Iraniano” (una rete informale di attivisti informatici filo-regime, spesso giovani sostenitori) che agivano in modo indipendente senza autorizzazione di alto livello e sottovalutando la grave reazione internazionale e le ripercussioni economiche che tali segnali avrebbero potuto scatenare.

• Orchestrata da potenze straniere con l'obiettivo di alimentare il panico sui mercati, interrompere il traffico marittimo e amplificare la percezione di un'aggressione iraniana per ottenere vantaggi politici o economici.

La vera causa del blocco quasi totale del traffico di petroliere attraverso lo Stretto non è stata un'intercettazione o un'azione coercitiva diretta da parte dell'Iran, bensì la rapida risposta delle compagnie di assicurazione marittime europee e internazionali. A seguito dei messaggi e delle prime segnalazioni di minacce/incidenti nelle vicinanze, le principali compagnie assicurative hanno invocato le clausole di rischio di guerra per annullare o aumentare drasticamente i premi. Molte polizze sono state annullate del tutto per la zona del Golfo. Senza una valida copertura assicurativa contro i rischi di guerra, obbligatoria nella maggior parte dei contratti di noleggio, degli accordi di finanziamento e delle normative marittime internazionali, armatori e operatori non potevano procedere legalmente o commercialmente. Centinaia di navi sono rimaste ancorate su entrambe le sponde dello Stretto, bloccando merci ed equipaggi, non perché l'Iran avesse fisicamente bloccato il passaggio, ma a causa del blocco di fatto imposto dal mercato assicurativo.

Pertanto il problema principale deriva dall'avversione al rischio commerciale e dall'impennata dei costi assicurativi, non da una comprovata chiusura navale iraniana o da favoritismi selettivi. L'enfasi dei media su un “blocco iraniano” e su un “accesso riservato alla Cina” ha esagerato segnali non confermati, trasformandoli in una narrazione di blocco totale e alimentando la volatilità dei prezzi dell'energia, delle tariffe di trasporto e delle tensioni geopolitiche.


Chi trae maggior vantaggio dalla chiusura dello Stretto di Hormuz?

La questione centrale è: chi trae vantaggio dalla diffusione di notizie in questo modo? E perché il Presidente Trump ha trascurato il ruolo delle compagnie assicurative nell'aumento dei prezzi del petrolio? Al momento della stesura di questo articolo il Qatar ha annunciato l'interruzione della produzione di GNL a seguito degli attacchi iraniani contro i suoi impianti. Ciò ha interrotto le esportazioni di petrolio e GNL dalla regione del Golfo.

Chi trae vantaggio da questa interruzione delle esportazioni di petrolio e GNL dal Golfo? Principalmente il Presidente Trump e Vladimir Putin. Gli Stati Uniti, in quanto principali produttori mondiali di GNL, sono in grado di colmare il vuoto di approvvigionamento lasciato dal Qatar, incrementando le esportazioni e i ricavi energetici americani.

Anche la Russia beneficia dell'aumento dei prezzi globali dell'energia e della ridotta concorrenza nei mercati del gas, soprattutto in Europa.

Chi ci rimette? L'Europa si trova ad affrontare immediate carenze energetiche e prezzi del gas alle stelle, poiché ha fatto affidamento, almeno in parte, sul GNL del Qatar come alternativa affidabile alle forniture russe. Anche la Cina, altro importante importatore, soffrirà a lungo termine per l'aumento dei costi e le limitazioni di approvvigionamento.

La dura realtà è che gli stessi stati del Golfo – insieme all'Iraq – subiranno gravi conseguenze negative sia a breve che a lungo termine, dai danni alle infrastrutture e alla perdita di entrate dalle esportazioni fino a una più ampia instabilità regionale.

Questo va ben oltre i singoli eventi nel Golfo. Perché Trump ha spinto per una maggiore influenza statunitense sulla navigazione nel Mar Rosso? Perché perseguire il controllo del Canale di Panama e della Groenlandia? E perché intervenire in modo decisivo in Venezuela? La verità è che gli sviluppi nel Golfo non possono essere considerati separatamente da queste più ampie mosse strategiche. Sono interconnessi come parte di uno sforzo più ampio per assicurarsi punti strategici chiave a livello mondiale, rotte energetiche e risorse, dando priorità al dominio statunitense nei mercati energetici, nel commercio e nella geopolitica in un contesto di conflitti che rimodellano le catene di approvvigionamento globali.


L'Iran è l'obiettivo della guerra, o è un pretesto per raggiungere importanti obiettivi mondiali?

Ripensiamo alla Guerra dei dodici giorni dell'anno scorso, quando Israele lanciò attacchi contro l'Iran, seguiti dall'intervento degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump. Le dichiarazioni ufficiali di allora affermavano che le capacità nucleari iraniane erano state distrutte. Evidenziai due punti chiave: non era nell'interesse di Israele, degli Stati Uniti o del regime iraniano ammettere che il programma nucleare fosse stato eliminato. Anche se l'intero progetto fosse stato spazzato via, tutte e tre le parti avrebbero insistito sulla sua esistenza.

Questo coincide perfettamente con quanto scrissi 19 anni fa nel mio articolo intitolato: “Il programma nucleare iraniano: la crisi che non finisce mai”.

Otto mesi dopo vediamo gli Stati Uniti e Israele colpire nuovamente l'Iran, questa volta con il pretesto che i precedenti attacchi non erano riusciti a eliminare il programma nucleare. Ciò che colpisce è la rapidità con cui si è tornati all'azione militare.

Il secondo punto riguarda la prospettiva cinese: gli attacchi israeliani del giugno 2025 non destarono grandi preoccupazioni a Pechino. I successivi attacchi statunitensi, invece, uniti alle ripetute notizie diffuse da media occidentali secondo cui Teheran si stava preparando a chiudere lo Stretto di Hormuz, hanno convinto la Cina che lo Stretto avrebbe potuto essere chiuso un giorno, e non dall'Iran, ma dagli Stati Uniti, e la Cina si è preparata di conseguenza. È esattamente ciò a cui stiamo assistendo oggi.

La risposta della Cina è stata silenziosa ma significativa. Il Paese ha continuato ad accumulare ingenti scorte di petrolio, gas, carbone e praticamente ogni altra materia prima immagazzinabile. Questi preparativi erano chiaramente finalizzati a proteggersi dai rischi di guerra, sanzioni, o una grave interruzione delle forniture, in particolare quella innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Parallelamente un vecchio progetto di gasdotto tra Russia e Cina è stato silenziosamente riattivato. L'obiettivo era quello di garantire un approvvigionamento terrestre affidabile di gas naturale russo. Questa mossa sarebbe servita come piano di riserva nel caso in cui le spedizioni di gas naturale liquefatto dal Qatar fossero state interrotte a causa di una chiusura o di una grave restrizione dello Stretto di Hormuz. Tali osservazioni erano state elaborate già otto mesi fa.

Il vero obiettivo dell'amministrazione Trump nell'attuale confronto contro l'Iran rimane oscuro. Gli obiettivi dichiarati pubblicamente sono cambiati ripetutamente: dal prevenire l'acquisizione di un'arma nucleare da parte dell'Iran, alla distruzione delle sue capacità militari offensive e al blocco dello sviluppo di missili balistici a lungo raggio, all'indebolimento del regime a sufficienza da permettere ai manifestanti interni di rovesciarlo, fino al vero e proprio cambio di regime attraverso la forza militare. Tutti questi scenari sono stati analizzati a fondo dagli specialisti e hanno esaminato nel dettaglio le implicazioni strategiche ed economiche, comprese le potenziali conseguenze per i mercati mondiali del petrolio e del gas. Un punto chiave è la possibilità che l'Iran tentasse di chiudere lo Stretto di Hormuz. Molti esperti hanno concluso che l'Iran avrebbe potuto chiudere completamente lo Stretto ma solo per un periodo molto breve. Praticamente tutti gli analisti concordano sul fatto che l'Iran, insieme ai suoi alleati e alleati regionali, avrebbe potuto creare significative tensioni alla navigazione nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz senza una sua chiusura completa.

Gli analisti occidentali hanno trascurato un fattore chiave nell'attuale situazione di crisi: la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz, non per mano dell'Iran, bensì per azioni legate agli Stati Uniti. L'Iran non ha chiuso lo stretto, né ha tentato di farlo, e una tale mossa sarebbe contraria ai suoi stessi interessi. Il drastico calo del traffico marittimo attraverso lo Stretto è dovuto principalmente alla cancellazione delle coperture contro i rischi di guerra da parte delle compagnie assicurative, o all'imposizione di premi proibitivi. Armatori e noleggiatori, di fronte a queste condizioni, hanno in gran parte interrotto i transiti piuttosto che rischiare viaggi non assicurati, sia che ciò rifletta un coordinamento diretto con l'amministrazione Trump, sia che si tratti semplicemente di una reazione del mercato all'aumento delle tensioni.

Due punti cruciali emergono con chiarezza:

  1. La causa scatenante di queste cancellazioni assicurative e dei conseguenti aumenti dei premi non è stata un evento nello Stretto di Hormuz o nel Golfo Persico, bensì un incidente distinto: l'attacco con siluri da parte di un sottomarino statunitense contro la fregata iraniana IRIS Dena nell'Oceano Indiano, al largo della costa meridionale dello Sri Lanka. L'attacco, avvenuto mentre la nave rientrava da esercitazioni navali, ha causato la morte di decine di marinai iraniani e ha aumentato la percezione del rischio globale per le operazioni marittime. In altre parole, ha ampliato l'area ad alto rischio, superando la capacità di copertura delle compagnie assicurative.

  2. È significativo che il Presidente Trump, noto per le sue critiche pubbliche a chiunque o qualsiasi cosa contribuisca all'aumento dei prezzi del petrolio, inclusi leader e aziende straniere, sia rimasto in silenzio sulle azioni delle compagnie assicurative. Per la prima volta non si è opposto all'impennata dei prezzi del petrolio, né ha condannato il ritiro delle assicurazioni. Questa insolita moderazione solleva interrogativi sulle motivazioni sottostanti o sugli allineamenti nell'approccio dell'amministrazione alla crisi.


L'Iran è il bersaglio? Chi trae maggior vantaggio dalla chiusura dello Stretto di Hormuz?

Se si parte dal presupposto che l'Iran sia l'obiettivo di questa guerra e che abbia chiuso lo Stretto di Hormuz, allora i maggiori beneficiari sono chiaramente gli Stati Uniti e la Russia. Trump trarrà un vantaggio significativo da questa chiusura, poiché essa favorisce diversi dei suoi obiettivi chiave, che illustrerò di seguito. In alternativa, se si considera la situazione nell'ottica di una più ampia strategia statunitense per il dominio mondiale, in cui l'Iran funge semplicemente da pretesto per attuare un piano più ampio, il risultato rimane simile: si realizzano le ambizioni delineate nella Strategia di Sicurezza Nazionale annunciata a novembre 2025.

I tratti distintivi della politica del Presidente Trump sono evidenti nelle sue dichiarazioni pubbliche e nel documento della Strategia di Sicurezza Nazionale: ha perseguito un'azione aggressiva per rimodellare la mappa globale dell'influenza economica e politica degli Stati Uniti, utilizzando obiettivi ambiziosi e strumenti non convenzionali.

Un obiettivo principale è stato il trasferimento di industrie vitali. Trump ha dato priorità al ritorno negli Stati Uniti della produzione di chip e semiconduttori, anziché affidarsi alla produzione in Asia. Questi settori sono considerati strategicamente cruciali per l'economia futura. Circa il 35% delle esportazioni globali di elio transita attraverso lo Stretto di Hormuz, principalmente verso l'Asia. L'elio è essenziale per la produzione di semiconduttori. In altre parole, l'industria asiatica dei semiconduttori dipende fortemente dalle importazioni di elio dal Qatar. Non vedremo un impatto immediato, ma lo vedremo in seguito.

Ha anche lavorato per spingere i Paesi asiatici, in particolare i principali importatori, a firmare contratti a lungo termine per il GNL americano e ad aumentare i loro acquisti di petrolio statunitense. L'obiettivo è posizionare gli Stati Uniti come centro energetico dominante a livello mondiale e ridurre la dipendenza dell'Asia dalle forniture energetiche provenienti dalla regione del Golfo.

La chiusura dello Stretto di Hormuz aumenta drasticamente i rischi e i costi percepiti derivanti dalla dipendenza dal petrolio e dal GNL del Golfo. Questo cambiamento rende le esportazioni americane di petrolio e gas molto più competitive sul mercato mondiale.

I fertilizzanti rappresentano un'altra vulnerabilità chiave. I Paesi del Golfo sono importanti esportatori di fertilizzanti e circa un terzo delle esportazioni globali di fertilizzanti transita attraverso lo Stretto di Hormuz, destinato principalmente ai mercati asiatici, soprattutto all'India.

Il problema va ben oltre le semplici esportazioni di energia. Un blocco delle spedizioni di GNL e di altri gas interrompe persino la produzione interna di fertilizzanti in molti Paesi asiatici. Le industrie locali di queste nazioni dipendono fortemente da queste materie prime per la produzione di fertilizzanti, quindi qualsiasi interruzione prolungata compromette la loro capacità di produrli su larga scala. Questo si collega direttamente a uno dei motivi per cui Trump ha imposto dazi elevati su alcuni Paesi asiatici: le loro restrizioni sulle importazioni di prodotti agricoli americani. Con la carenza di fertilizzanti che porta a una riduzione della produzione agricola in quei mercati, la domanda di importazioni di prodotti agricoli aumenta vertiginosamente. Ciò crea un'opportunità per i prodotti agricoli statunitensi di inondare il mercato e colmare le lacune risultanti, a vantaggio degli agricoltori e degli esportatori americani.


Dominio attraverso l'intelligenza artificiale e l'energia

La Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata a novembre 2025 inquadra esplicitamente il dominio globale come dipendente dalla leadership nell'intelligenza artificiale e da forniture energetiche sicure e abbondanti. La superiorità nell'intelligenza artificiale non può essere mantenuta senza energia a basso costo e in abbondanza per alimentare i data center, la produzione e l'innovazione. Uno degli obiettivi principali di Trump è stato quindi quello di mantenere bassi i prezzi dell'energia per le aziende americane, rendendoli al contempo elevati per i concorrenti. L'effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz ha determinato proprio questo risultato: un forte e prolungato aumento dei prezzi globali di petrolio, gas naturale e GNL. Ciò svantaggia gli importatori concorrenti di energia, rafforzando al contempo la posizione relativa dei produttori statunitensi. Di fatto, i soli differenziali di prezzo del petrolio lo dimostrano: i prezzi in Asia per alcuni tipi di greggio sono superiori a quelli del WTI.

Per esercitare il controllo sui flussi energetici e aumentare i costi per i concorrenti, è essenziale il dominio sui principali punti strategici marittimi. Tra questi figurano il Canale di Panama, il Mar Rosso (e i suoi ingressi come Bab el-Mandeb e il Canale di Suez) e lo stesso Stretto di Hormuz.

L'unica rotta alternativa di rilievo, il Passaggio nel Mare del Nord vicino all'Artico, rimane vulnerabile senza influenza sulla Groenlandia, priorità strategica nei recenti dibattiti. In questo contesto più ampio, gli sviluppi in Venezuela e i cambiamenti auspicati in Iran sono elementi interconnessi della stessa strategia, non eventi isolati.

In sintesi, l'attacco all'Iran e la conseguente interruzione dello Stretto di Hormuz hanno portato enormi vantaggi strategici agli Stati Uniti. Quanto accaduto rappresenta una svolta storica, destinata a rimodellare gli equilibri economici e geopolitici globali per decenni, indipendentemente dal fatto che il regime iraniano sopravviva nella sua forma attuale.

Paradossalmente la continua esistenza del regime potrebbe persino servire agli interessi degli Stati Uniti, giustificando la presenza militare americana permanente vicino allo Stretto a garanzia di un'influenza continua su questo punto strategico.

Per quanto riguarda il petrolio venezuelano, l'accumulo di scorte nei porti statunitensi sembra finalizzato a compensare la perdita di importazioni irachene causata dall'interruzione del servizio di Hormuz (la qualità del greggio è simile dal punto di vista della raffinazione). Ciò suggerisce che la chiusura fosse stata prevista con largo anticipo, o attivamente integrata nella pianificazione.

Infine la proposta di Trump di fornire un'assicurazione per le navi che transitano nello Stretto, unitamente alla scorta della Marina statunitense, equivale a un controllo indiretto americano sulla via navigabile. Questo aumenta permanentemente i costi di assicurazione e trasporto per i Paesi importatori di energia dagli stati del Golfo, incrementando di conseguenza i costi per i concorrenti.

In sostanza, Trump ha di fatto promosso gli obiettivi di lunga data dell'establishment della politica estera statunitense capitalizzando sull'escalation dei conflitti regionali e delle tensioni internazionali. Ha sfruttato l'Iran come giustificazione per attuare nuove strategie aggressive in tutto il Medio Oriente. Questi approcci sembrano destinati a persistere indipendentemente dal fatto che l'attuale regime iraniano sopravviva o meno nella sua forma attuale. Con le capacità militari dell'Iran gravemente compromesse, il suo programma nucleare rallentato e la sua influenza regionale ridotta a causa delle operazioni in corso, gli Stati Uniti occupano ora una posizione di dominio significativamente maggiore nei mercati energetici globali e nei settori tecnologici e militari avanzati. Questa posizione rafforzata consente un maggiore controllo sulle risorse strategiche e una maggiore deterrenza nei confronti dei rivali, in linea con i principali interessi statunitensi di mantenimento dell'egemonia nella regione e oltre.

Sebbene si preveda che l'attuale contesto geopolitico e politico spinga l'economia globale verso la stagflazione, con inflazione elevata, crescita stagnante e crescenti rischi di recessione negli Stati Uniti, la differenza fondamentale risiede nelle tempistiche.

I costi immediati e le difficoltà economiche si concentrano nel breve termine; al contrario i benefici, tra cui il rafforzamento del posizionamento strategico degli Stati Uniti nei mercati energetici globali, la minore dipendenza da fornitori avversari, l'accelerazione degli investimenti interni in tecnologia e produzione, e la resilienza a lungo termine delle catene di approvvigionamento, sono in gran parte di natura a lungo termine e si manifesteranno nel corso di anni o decenni, man mano che questi cambiamenti strutturali si consolideranno. Questa discrepanza tra difficoltà a breve termine e benefici differiti è una caratteristica classica dei grandi riallineamenti economici guidati da politiche o shock esterni. Tuttavia tale discrepanza sta creando confusione sia tra gli esperti che tra i non addetti ai lavori.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 10 marzo 2026

La prossima crisi dell'Europa: un crollo dell'approvvigionamento di gas naturale?

Recuperate l'articolo di ieri e quello di venerdì scorso, perché laddove altri brancolano nel buio, essi diradano la confusione imperante e rendono chiaro contro chi è stata mossa guerra dagli USA. La City di Londra è un concetto, non tanto il posto fisico in cui si trova. Si basa su processi ombra che, tramite la finanziarizzazione, permettono una concentrazione di potere e privilegi senza possedere nell'effettivo alcunché. I flussi controllano il mondo, soprattutto quello economico. La demolizione controllata di Londra è il segno distintivo che c'è una volontà ben precisa di spostare queste attività altrove, soprattutto da quando la Brexit ha rappresentato il primo colpo sparato nell'iterazione presente della guerra civile tra inglesi e americani. Pechino era la prima scelta, ma Xi ha resistito agli assalti finanziari e, tenendo chiusi i mercati dei capitali, s'è pappato quelli che erano stati spostati. La scelta poi è ricaduta su Dubai. Ritenuto lo scalo di chi parcheggiava soldi per “evadere le tasse” o metterli in “cassaforte” in una giurisdizione attraente, l'incertezza della guerra sta facendo cambiare idea a chi era stato polarizzato nel credere che in futuro sarebbe stata trasformata in una zona a statuto speciale. Oltre le pacificazioni in tutto il Medio Oriente ottenute da Trump e la bonifica delle influenze inglesi/francesi nella regione, uno dei sottoprodotti benvenuti dell'operazione americana in Iran è quella di chiudere le porte al “trasloco” della City altrove. Ma l'amministrazione Trump non si è limitata a questo, perché dopo l'avvio del drenaggio dei metalli preziosi dalla LBMA adesso sta passando alla materia prima più finanziarizzata al mondo: il Brent. Il divario tra quest'ultimo e il WTI non è un caso e vi racconta una storia. Ovvero quella di un contratto puramente sintetico che non prevede consegna del sottostante ed è la base del castello della finanziarizzazione che vi ha costruito sopra la City di Londra. Da qui ha espanso esponenzialmente la sua capacità di manipolazione dei mercati, inglobando il resto degli hard asset, e per estensione la sua capacità di tirare su capitali con cui manipolare elezioni, linee di politica nazionali, ecc. L'exploit dei metalli preziosi era solo l'inizio del processo di smantellamento targato Bessent-Trump-Powell di questa impalcatura che ha reso la City di Londra una piovra implacabile. L'obiettivo finale è sempre stato il Brent, dato che il petrolio è quell'asset su cui si basa attualmente tutta la società civile odierna. E se davvero questo scontro fosse risultato in una sconfitta per Trump allora avremmo visto una storia diversa raccontata dai mercati dei capitali. Infatti non c'è altro parametro tanto affidabile quanto i mercati dei capitali per capire come sta davvero andando il conflitto in Iran. Se fossero gli USA ad avere davvero la peggio, allora il differenziale tra i decennali inglesi e quelli americani si sarebbe assottigliato. Invece si sta ampliando a favore dei titoli di stato americani. E poi c'è l'UE, che oltre a vedersi strangolata dai costi energetici in aumento, viene strangolata anche dai costi finanziari: prima alcuni istituti di credito svizzeri, poi quelli lussemburghesi, poi le società di mutui inglesi e adesso il private equity. Scott Bessent, veterano di strategie finanziarie sin dai primi anni '90, sta facendo emergere criticità in tutti quei player che in precedenza avevano un canale diretto con la FED per linee di liquidità privilegiate e che le sfruttavano per svuotare la nazione. Adesso devono elemosinarle, grazie al prosciugamento del mercato degli eurodollari a opera di Powell. Non tutte le mosse dell'amministrazione Trump saranno piacevoli, dato che avranno poi come risultato anche l'aiuto di “cattivi”. Ma ecco il segreto: non esistono buoni o cattivi. Esistono solo percorsi peggiori o migliori; accordi volontari o accordi forzati. Dopo la sentenza della Corte Suprema americana sui dazi, è partita la controffensiva dell'amministrazione Trump e, nonostante il rischio elevato che comportava questa scelta, i risultati sono incoraggianti.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-prossima-crisi-delleuropa-un-crollo)

L'Unione Europea ha avuto anni per prepararsi a una crisi energetica dopo lo shock del 2022. Grazie a un inverno mite e all'abbondante fornitura dagli Stati Uniti, la crisi europea del gas è stata significativamente meno grave del previsto. Il continente, quindi, ha evitato blackout e un collasso economico grazie alla combinazione di condizioni meteorologiche favorevoli e di un eccesso di capacità produttiva negli Stati Uniti.

Invece di riconoscere il fattore fortuna, l'Unione Europea ha continuato a non fare nulla di serio per la sicurezza dell'approvvigionamento, mentre alcuni Paesi hanno mantenuto la chiusura delle centrali nucleari, il che li ha resi vulnerabili a future carenze energetiche. Invece di elaborare un piano per eliminare i divieti sullo sviluppo delle risorse, le chiusure delle centrali nucleari e i limiti agli investimenti, l'Unione Europea ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia, aspettandosi che non accadesse nulla.

L'Europa sta camminando verso il precipizio di un'altra crisi energetica, la quale potrebbe essere peggiore di quella del 2022. La guerra in Medio Oriente, una nuova crisi diplomatica tra Spagna e Stati Uniti, il conflitto in corso contro l'Algeria e la dipendenza irrisolta dall'approvvigionamento di gas russo hanno contribuito a far salire alle stelle i prezzi del petrolio e del gas, rappresentando una minaccia per la già fragile economia europea.

L'escalation della guerra con l'Iran ha influito negativamente sulla maggior parte del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo i dati di tracciamento delle navi, il traffico marittimo giornaliero attraverso lo Stretto è sceso da 138 a 20 unità. Kuwait e Qatar hanno dichiarato forza maggiore, il che significa che tutti i contratti esistenti possono essere rivisti in termini di quantità e prezzo, mentre Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno ridotto la produzione di greggio a causa delle minacce dell'Iran.

Il Brent ha già superato i $90, con un aumento del 21% in una sola settimana, il maggiore incremento settimanale degli ultimi cinque anni. I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono saliti a $4 al gallone, ancora inferiori però alla media del periodo 2021-2023. Per l'Europa il quadro del gas naturale è ancora più allarmante.

Il benchmark olandese del gas naturale TTF è aumentato del 50% in una settimana, il salto più in alto sin dall'estate 2023. Il contratto TTF di aprile 2026 ha raggiunto i 58,42 dollari/MWh, in rialzo rispetto ai 37 dollari/MWh di appena una settimana prima. La volatilità implicita nei future TTF si è quadruplicata da gennaio.

Il Qatar, il secondo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), ha interrotto la produzione di Ras Laffan, il più grande impianto di liquefazione al mondo e ha emesso avvisi di forza maggiore. Qatar ed Emirati Arabi Uniti forniscono oltre il 20% della fornitura globale di GNL e sono ora offline. Secondo Kpler un approccio realistico all'approvvigionamento alternativo da tutte le possibili fonti ammonta a meno di 2 milioni di tonnellate al mese, a fronte di una perdita mensile di 5,8 milioni di tonnellate.

L'Europa non era preparata a questa interruzione e ha fatto ben poco per garantire l'approvvigionamento a lungo termine. Ricorrere alla forza maggiore consente ai fornitori di gestire i contratti nel modo più efficiente, tenendo conto dei rischi, il che è fondamentale nell'attuale contesto di carenza di approvvigionamento e di necessità di flessibilità nella gestione dei contratti.

La Cina ha posto la sicurezza dell'approvvigionamento come priorità. Le navi adibite al trasporto di GNL originariamente dirette in Europa vengono dirottate verso l'Asia. Perché? Ciò è dovuto al fatto che i premi spot asiatici stanno ora superando i prezzi europei, indicando il segnale di arbitraggio più forte sin dal 2022, come riportato dalla Reuters. Tre navi che trasportavano GNL statunitense e nigeriano sono state dirottate verso l'Asia solo questa settimana. L'Europa sta subendo una perdita nella guerra globale delle offerte per le petroliere.

Allo stesso tempo l'esaurimento dei siti europei di stoccaggio del gas ha raggiunto i livelli più bassi degli ultimi anni. L'Europa necessita di un afflusso significativo di merci in primavera e in estate per rifornire gli stoccaggi anche dopo la fine della stagione del riscaldamento, il 31 marzo. La costruzione di nuovi depositi sarà più difficile e significativamente più costosa a causa della crescente concorrenza per il gas naturale liquefatto (GNL) e delle potenziali interruzioni nella catena di approvvigionamento, aggravate dalle tensioni geopolitiche.

Il deterioramento delle relazioni diplomatiche della Spagna con gli Stati Uniti aggiunge un'ulteriore dimensione pericolosa. Il cambio di politica estera del governo Sánchez, guidato da una retorica provocatoria, dall'allineamento con posizioni ostili agli interessi statunitensi e dalle tensioni sulla cooperazione in materia di difesa, ha isolato Madrid diplomaticamente proprio nel momento sbagliato.

I maggiori fornitori spagnoli di gas naturale liquefatto sono l'Algeria e gli Stati Uniti: il governo Sánchez ha creato incidenti diplomatici con entrambi i Paesi. I sei terminali di rigassificazione spagnoli sono essenziali per la logistica europea del GNL, ma solo se i carichi arrivano. In un mercato con forniture limitate in cui gli Stati Uniti sono il maggiore esportatore mondiale di GNL, una crisi diplomatica con Washington non è solo un problema politico; rappresenta un rischio per l'approvvigionamento energetico. I produttori e i commercianti di GNL statunitensi potrebbero decidere di dirottare i carichi, e i segnali politici contano, soprattutto se le tensioni aumentano e incidono sugli accordi commerciali o sulle rotte marittime.

Anche le scarse relazioni diplomatiche tra Spagna e Algeria sulla questione del Sahara Occidentale sono state una delle cause principali della riduzione dei volumi di gas algerino in Spagna.

Il rischio di un ulteriore taglio delle forniture di gas russo aumenta ulteriormente. Sebbene l'Europa abbia ridotto la dipendenza dal gasdotto russo dal 2022, dal 40% al 15%, continuano a esserci flussi significativi, principalmente attraverso TurkStream verso l'Europa meridionale e sudorientale. Gli acquisti europei di gas russo hanno raggiunto oltre 40 miliardi di metri cubi e un valore di €15 miliardi nel 2025. Nonostante l'annuncio di un'eliminazione graduale nel 2027, l'UE importa ancora ingenti volumi di GNL (gas naturale liquefatto) dalla Russia, destinati in particolare a Spagna, Francia e Belgio, rendendo la Russia il secondo fornitore nel terzo trimestre del 2025, con una quota del 12,7%.

La Spagna, quinto importatore, ha acquistato €114 milioni di GNL russo a gennaio. Le importazioni francesi di GNL dalla Russia hanno registrato un massiccio aumento del 57% su base mensile, mentre i volumi totali delle importazioni hanno registrato un aumento molto più modesto del 15%, secondo il CREA.

Un blocco totale delle forniture in Russia, sommato alle difficoltà in Medio Oriente e alla probabile riduzione dei volumi negli Stati Uniti, spingerebbe l'Europa in una crisi energetica senza precedenti, che comporterebbe persino il razionamento. La recessione industriale della Germania, già al terzo anno consecutivo, si aggraverebbe; Spagna, Italia e le economie dell'Europa centrale si troverebbero ad affrontare un'inflazione a due cifre dei costi energetici e un crollo verticale della produzione industriale e dei consumi interni.

Le valutazioni dell'AIE hanno ripetutamente messo in guardia contro la tensione sui mercati del gas in caso di interruzioni dell'approvvigionamento. Nessuno a Bruxelles ha ascoltato e adesso se ne pagano le conseguenze.

La classe politica europea ha trascorso tre anni a congratularsi con sé stessa per essere sopravvissuta alla crisi energetica del 2022. Tuttavia ha raggiunto questa sopravvivenza distruggendo la domanda, smantellando le industrie, limitando i consumi e pagando prezzi significativamente più alti. Le vulnerabilità del settore energetico europeo non sono mai state affrontate. Nel frattempo la produzione interna è diminuita, la capacità nucleare è stata ridotta e la dipendenza è aumentata, mentre la burocrazia ha reso ancora più difficile investire nella sicurezza energetica, portando a una situazione precaria in cui l'Europa è ora vulnerabile a shock esterni e interruzioni dell'approvvigionamento.

Ora, con il petrolio che si avvicina ai $90-100 al barile, i prezzi del gas che raddoppiano in una settimana, lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso, il GNL del Qatar fuori servizio e alcuni Paesi impegnati in dispute diplomatiche con il loro più importante alleato fornitore di energia, l'Europa si trova ad affrontare le conseguenze della propria indifferenza.

La crisi energetica europea è una minaccia evidente. I leader europei devono ascoltare gli esperti del settore e rispondere con logica, non ideologicamente, riconoscendo il rischio di crisi. Purtroppo molti di loro vivono nella confortante illusione che qualcun altro risolverà il problema, mentre altri, come lo spagnolo Sanchez, preferiscono la crisi, aspettandosi che qualche elusivo vantaggio politico possa distogliere l'attenzione dagli scandali di corruzione che lo affliggono, il che in ultima analisi ostacola un'azione efficace e prolunga la risoluzione della crisi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 25 febbraio 2026

Davvero gli americani pagano il 96% dei dazi?

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/davvero-gli-americani-pagano-il-96)

Il Congressional Budget Office ha rivisto le sue stime e afferma che gli aumenti dei dazi in vigore dal 6 gennaio 2025 al 15 novembre 2025 ridurranno il deficit primario degli Stati Uniti di $2.500 miliardi in 11 anni, se mantenuti in vigore nel periodo 2025-2035. Le entrate dai dazi sono aumentate a $90 miliardi tra ottobre e dicembre 2025, rispetto ai $20 miliardi fatti registrare nello stesso periodo del 2024, però l'inflazione annua è in realtà inferiore.

L'inflazione negli Stati Uniti non è salita al 5-6%, come alcune banche d'investimento avevano previsto in seguito all'annuncio dei dazi. Infatti l'indice dei prezzi al consumo annuo, l'indice PCE e i prezzi all'importazione riportati dalle dogane e dagli uffici di frontiera non mostrano alcun aumento percepibile dell'inflazione annua e sono certamente molto lontani dalle stime di consenso.

Secondo gli ultimi dati del Bureau of Labor Statistics, l'indice dei prezzi al consumo su base annua negli Stati Uniti si è attestato al 2,7% a dicembre, con un incremento mensile dello 0,3%. I principali fattori trainanti dell'inflazione sono l'edilizia abitativa e i servizi, che non hanno nulla a che fare con i dazi. L'inflazione di fondo (IPC esclusi alimentari ed energia) si è attestata al 2,6% su base annua a dicembre, con un incremento mensile di solo lo 0,2%, il livello più basso negli ultimi quattro anni. L'inflazione di fondo si è stabilizzata intorno al 2,6%, ben al di sotto di quanto temuto qualche mese fa, rafforzando la percezione che le pressioni di fondo si stiano attenuando, nonostante i servizi rimangano relativamente “caldi”.

L'indice dei prezzi all'importazione negli Stati Uniti è aumentato dello 0,4% nel periodo settembre-novembre 2025, con un aumento dello 0,7% su base annua per le importazioni non energetiche. Per quanto riguarda le componenti delle importazioni, i prezzi dalla Cina sono diminuiti del 3,6% su base annua a novembre, mentre quelli dal Giappone sono aumentati del 2,6% e quelli dall'UE sono diminuiti dello 0,1%. I prezzi doganali all'importazione stanno diminuendo, soprattutto dai Paesi che devono affrontare dazi più elevati.

Inoltre i prezzi all'esportazione degli Stati Uniti sono aumentati dello 0,5% nel periodo settembre-novembre 2025, soprattutto per i prodotti agricoli e i veicoli a motore.

Secondo il BLS, i prezzi all'importazione sono aumentati solo dello 0,1% nei dodici mesi terminati a novembre, mentre i prezzi all'esportazione sono aumentati del 3,3%. Poiché questi dati escludono i dazi, mostrano che le pressioni inflazionistiche non provengono né dai prodotti importati, né dai dazi.

Se sia i prezzi all'importazione che quelli all'esportazione aumentano, ma i prezzi all'importazione si muovono a malapena, l'effetto dei dazi viene assorbito lungo tutte le catene di approvvigionamento, in particolare in quelle località con la maggiore capacità in eccesso. In altre parole esportatori, distributori, trasporti e magazzinaggio assorbono la maggior parte dei dazi, perché il costo del capitale circolante per gli elementi delle catene con maggiore capacità in eccesso rende impossibile il trasferimento dei dazi al consumatore.

Nonostante ciò, leggerete studi di Cavallo o del Kiel Institute che affermano il contrario. Le stime di Alberto Cavallo utilizzano gennaio 2024 come limite per il calcolo del trend pre-dazi. Tuttavia, dopo una brutale impennata inflazionistica nel 2021-2024, l'ultimo anno appare artificialmente “disinflazionistico”. Se si esamina la serie 2021-2024, la tendenza è di una continua disinflazione. L'andamento dell'inflazione nel 2025 è inferiore a quello degli anni di Biden, anche nei diciotto mesi che hanno portato all'allentamento della politica monetaria della FED e ai tagli dei tassi.

La Federal Reserve Bank di Atlanta ha pubblicato che le aziende prevedono che i loro costi aumenteranno solo del 2% nel prossimo anno, in calo rispetto al 2,2% di dicembre, il livello più basso nell'era post-pandemica.

Lo studio del Kiel Institute, intitolato “America's own goal: Americans pay almost entirely for Trump's tariffs”, è opinabile per diverse ragioni tecniche e identificative. Economisti come Stephen Moore ed E. J. Antoni hanno evidenziato alcune ipotesi sorprendenti, e John Carney ha scritto ampiamente sui principali bias statistici soprattutto nel pezzo “Debunking the myth that Americans are paying 96% of tariffs”, concludendo: “Non dimostra che il 96% dei costi ricada sugli americani, non dimostra che i consumatori paghino prezzi più alti e certamente non dimostra che i dazi siano un autogol”.

Il fattore più sorprendente è che il Kiel Institute attribuisce quasi l'intero andamento dei prezzi negli Stati Uniti ai dazi, ignorando che lo stesso trend è simile o addirittura più marcato nel Regno Unito, in Paesi dell'Unione Europea come la Spagna, o in Giappone. Se gli esportatori statunitensi aumentano i prezzi fino a tre volte più velocemente per le stesse categorie rispetto a coloro che esportano negli Stati Uniti, il fattore esplicativo delle variazioni dei prezzi in America non sono i dazi, ma ha molto più a che fare con altri fattori, oltre al diffuso deterioramento del potere d'acquisto delle valute nei Paesi analizzati.

Il risultato chiave dietro il titolo che circola sui media – secondo cui gli esportatori assorbono il 4% dei dazi e gli Stati Uniti il ​​96% – si basa su un coefficiente di circa -0,039 con un errore standard di 0,024, significativo solo al livello del 10%, mostrando una stima molto rumorosa nonostante i 25,6 milioni di osservazioni, spiega Carney. Con un tale livello di imprecisione, l'intervallo di confidenza implicito stesso consente un assorbimento da parte degli esportatori compreso tra lo 0% e il 9%, quindi presentare il “4%” come una cifra precisa crea un'illusione di accuratezza che i dati non supportano.

Inoltre lo studio interpreta l'aumento dei prezzi medi all'importazione come prova del trasferimento dei dazi, ma ignora che le importazioni totali (in valore e volume) diminuiscono del 28%, con l'uscita dal mercato dei fornitori a basso costo. Se i prodotti economici scompaiono e rimangono solo quelli di fascia medio-alta, il prezzo medio aumenta, anche se la realtà mostra che i prezzi all'interno di ciascuna categoria non sono aumentati, come si evince dai dati doganali e dai dati sui consumatori finali. Pertanto il cambiamento nel mix di qualità può essere scambiato per un aumento dei prezzi “dovuto ai dazi”.

I dazi vengono applicati a livelli molto disaggregati (HS8/HS10), ma lo studio del Kiel lavora con dati a livello HS6, molto più aggregati, secondo Carney. Ciò impone l'utilizzo di un'aliquota tariffaria media per prodotti con dazi effettivi molto diversi o addirittura senza. Questa misurazione inadeguata (come variabile esplicativa) introduce un errore che distorce i coefficienti verso lo zero, rendendo più facile “trovare” una piccola risposta dei prezzi e reinterpretarla come prova che quasi tutto il costo ricade sugli Stati Uniti. Se la stessa analisi viene effettuata per prodotti non energetici nel Regno Unito, in Giappone, in Germania, in Spagna o in Francia, ad esempio, sembrerebbe che i dazi vengano pagati contemporaneamente dagli americani e da tutti gli stranieri, il che è ovviamente assurdo. Se sia i beni soggetti a dazi che quelli non soggetti a essi mostrano aumenti nei valori unitari, il confronto differenziale viene artificialmente ridotto.

Anche se le stime sui prezzi all'importazione fossero corrette, lo studio presuppone, senza prove, che il 96% venga trasferito ai consumatori, senza analizzare i prezzi al dettaglio, i margini aziendali, o la distribuzione dell'incidenza lungo le catene di approvvigionamento.

L'affermazione che si tratti fondamentalmente di una “tassa sui consumi” trasferita al 96% agli americani viene presentata come una conclusione empirica, quando in realtà si tratta di un'estrapolazione personale priva di un supporto statistico diretto, conclude Carney.

Se le conclusioni della relazione – basate su diverse ipotesi estreme – fossero corrette, allora l'inflazione annua, l'inflazione di fondo e l'indice PCE statunitense sarebbero più che raddoppiati rispetto ai livelli pubblicati. Lo studio presuppone che tutti gli aumenti dei prezzi siano spiegati dai dazi, ignorando la tendenza al rialzo dei prezzi individuali e dei panieri nei Paesi esportatori. Se i prezzi delle esportazioni statunitensi aumentano tre volte più velocemente dei prezzi delle importazioni, e ancora di più se analizzati categoria per categoria, è chiaro che gli esportatori verso gli Stati Uniti non stanno trasferendo i dazi sui prezzi finali. Quando i prezzi delle importazioni dall'UE diminuiscono e il calo dei prezzi in Cina è così significativo, è anche un segnale di allentamento della pressione inflazionistica, non il contrario.

Inoltre ignorando il fatto che le categorie più “inflazionistiche” nei dati statunitensi sono i servizi, che non sono soggetti a pressioni commerciali, l'analisi giunge a conclusioni azzardate e solleva più dubbi che certezze. Inoltre dovremmo assistere a margini crescenti e prezzi più bassi tra gli esportatori che vendono negli Stati Uniti, ma è accaduto il contrario.

Anche nel rapporto del Kiel Institute si afferma che gli esportatori hanno in gran parte mantenuto i prezzi in dollari pre-dazi, il che rappresenta una riduzione a parità di dollari, considerando l'indebolimento del dollaro statunitense nel 2025 rispetto alle valute degli esportatori. Inoltre lo studio afferma che i loro margini unitari negli Stati Uniti non sono aumentati e che hanno accettato volumi inferiori e perso quote di mercato. Se gli americani hanno consumato di più, come indicano i dati, e i prezzi non sono aumentati a dollari costanti, mentre gli esportatori hanno perso quote di mercato e i loro profitti non sono migliorati, il rapporto riconosce che le variazioni di prezzo non possono essere attribuite ai dazi, bensì a molti altri fattori in una situazione commerciale complessa.

I dazi rimarranno un argomento di dibattito per molto tempo, e gli studi sono sempre preziosi, ma l'evidenza – quasi un anno dopo – è che le componenti dei dati sull'inflazione non mostrano una sua persistenza (un fenomeno che si verifica in tutti i Paesi comparabili) a causa dai dazi. Con il livello di capacità in eccesso esistente nel sistema di esportazione globale, è chiaro che le catene di approvvigionamento assorbono i costi dei dazi laddove il potere di determinazione dei prezzi è più debole.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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