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giovedì 25 giugno 2026

L'architettura dell'abbondanza: come Bitcoin svela la verità sul tempo e sulla tecnologia

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Sylvain Saurel

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/larchitettura-dellabbondanza-come)

Osservate attentamente l'immagine qui sotto:

A sinistra, due pizze standard di Papa John's, acquistate nel 2010 per la somma di 10.000 bitcoin; a destra, una colossale superpetroliera che solca l'oceano, un leviatano dell'ingegneria moderna che trasporta milioni di barili di petrolio greggio, la linfa vitale dell'economia industriale globale. Oggi bastano 26 bitcoin per comprare questa imponente nave a energia cinetica.

Se analizziamo matematicamente questa evoluzione, le implicazioni sono rivoluzionarie. Nell'arco di circa quindici anni, il potere d'acquisto di quei 10.000 bitcoin iniziali si è trasformato dall'equivalente di due scatole di pizza a domicilio all'equivalente di 384 superpetroliere.

Quell'immagine non è semplicemente un meme o una curiosità storica; è la sintesi più perfetta e concisa di ciò che Bitcoin rappresenta realmente. È una rappresentazione visiva di una verità economica, ciononostante quando il mondo parla di Bitcoin, la conversazione è quasi universalmente dominata dal rumore caotico delle fluttuazioni di prezzo a breve termine. Gli esperti si fissano sui grafici orari, sugli utili trimestrali, sui sussurri normativi e sulla volatilità ciclica di un asset che sta ancora cercando la sua strada. Ma allargando lo sguardo per osservare l'orizzonte macroeconomico degli ultimi sedici anni, emerge una profonda narrazione sul tempo, sulla tecnologia e sulla natura stessa dell'energia umana.

Per comprendere Bitcoin, dobbiamo smettere di guardare a ciò che fa in una settimana e iniziare a guardare a ciò che fa in un'epoca. Dobbiamo capire perché la pazienza è la virtù economica per eccellenza, perché la tecnologia richiede abbondanza e perché il nostro attuale sistema di moneta fiat è fondamentalmente progettato per sottrarci tale abbondanza.


La tirannia del breve termine e il potere del 2042

Gli esseri umani sono biologicamente predisposti a privilegiare l'immediatezza. I nostri antenati evolutivi sono sopravvissuti dando priorità all'assunzione calorica immediata e alla sicurezza a breve termine rispetto a una pianificazione astratta e a lungo termine. Oggi questa vestigia biologica si manifesta nei nostri comportamenti finanziari. Vogliamo risultati immediati, vogliamo il pulsante “arricchisci in fretta”. Nessuno vuole aspettare; nessuno vuole sopportare il disagio della gratificazione differita.

Quando si osserva il salto da due pizze a 384 superpetroliere, si sta assistendo all'impareggiabile ricompensa di una bassa preferenza temporale; si sta assistendo alla matematica del possesso della moneta più resistente mai creata dall'umanità.

Immaginate, per un attimo, l'anno 2042. Se il potere d'acquisto di questa rete decentralizzata può passare dal formaggio fuso e dal salame piccante a intere flotte energetiche globali in soli 16 anni, quanto varrà un singolo bitcoin tra altri due decenni? Quali interi settori, infrastrutture, o meraviglie tecnologiche saranno valutati in frazioni di una singola coin?

La maggior parte delle persone non riesce a comprendere questa realtà perché la propria visione economica è limitata al presente immediato. La volatilità del breve termine mette in difficoltà chi non ha le giuste convinzioni, ma il punto fondamentale di Bitcoin è intrinsecamente legato al tempo: più a lungo lo si possiede, più se ne ricava. Non si tratta di una garanzia speculativa basata sulla ricerca di un “ingenuo” disposto ad acquistare i propri bitcoin; è un'inevitabilità matematica in linea con le verità più profonde del progresso tecnologico.


L'imperativo inderogabile della tecnologia: la deflazione del costo marginale

Per comprendere perché il potere d'acquisto di Bitcoin si espande in modo così rapido nel tempo, dobbiamo prima capire la natura fondamentale della tecnologia.

Cos'è la tecnologia, nella sua essenza? È il processo di fare di più con meno. Dall'invenzione della ruota alla stampa, dalla macchina a vapore al microchip, fino all'intelligenza artificiale, ogni progresso tecnologico condivide una caratteristica unificante: spinge il costo marginale di produzione verso lo zero.

Quando un agricoltore passa da un aratro trainato da cavalli a un trattore meccanizzato, l'energia e il tempo necessari per raccogliere un campo crollano, mentre la resa aumenta vertiginosamente. Quando le telecomunicazioni sono passate dalla posa di cavi di rame attraverso gli oceani alla trasmissione di segnali via satellite e all'instradamento dei dati tramite fibra ottica, il costo della comunicazione con qualcuno dall'altra parte del mondo è sceso da dollari al minuto a frazioni di centesimo. Oggi software e intelligenza artificiale stanno conquistando il mondo, automatizzando il lavoro cognitivo e ottimizzando le catene di approvvigionamento con spietata efficienza.

La naturale conseguenza di questo progresso tecnologico è l'abbondanza. Man mano che diventa più economico, veloce e facile produrre cibo, energia, alloggi, informazioni e beni manifatturieri, i prezzi di questi beni dovrebbero scendere drasticamente. La deflazione, ovvero la diminuzione del livello generale dei prezzi di beni e servizi, è il sottoprodotto naturale, logico e inevitabile di una civiltà in continuo progresso tecnologico.

Con il passare del tempo la tecnologia progredisce e con il progresso tecnologico nasce l'abbondanza. E questa abbondanza dovrebbe giustamente essere offerta all'umanità sotto forma di prezzi costantemente più bassi, che ci costringano a lavorare meno per soddisfare i nostri bisogni primari, liberando così tempo e capitale per attività di ordine superiore.

Questo è esattamente ciò che accade quando misuriamo l'economia globale in Bitcoin. Il prezzo di  qualsiasi bene nell'economia è significativamente inferiore in termini di BTC rispetto a dieci anni fa. Che si tratti di immobili, dell'indice S&P 500, di un litro di latte o di una superpetroliera, il grafico che esprime questi asset in Bitcoin mostra una tendenza decisamente al ribasso. Bitcoin cattura con precisione il dividendo deflazionistico del progresso tecnologico.

Se la tecnologia sta rendendo tutto più economico da produrre, perché la vita sembra più cara che mai?


L'illusione del denaro fiat: produrre l'energia della scarsità

Il motivo per cui le nostre spese alimentari sono alle stelle, gli immobili sono diventati inaccessibili per le giovani generazioni e il costo della vita sembra una corsa contro il tempo che accelera inesorabilmente non è perché la tecnologia ci ha deluso. È perché il nostro sistema monetario è guasto.

Operiamo secondo un sistema monetario a corso forzoso: denaro decretato dai governi, garantito unicamente dalla minaccia della forza e dalla promessa di future imposte. Ancora più importante, si tratta di un sistema monetario basato sul debito. In un sistema a corso forzoso il denaro viene creato quando viene emesso debito. Affinché questa colossale architettura del debito possa sopravvivere senza collassare in una depressione deflazionistica, le banche centrali e i governi sono matematicamente costretti ad espandere costantemente l'offerta di moneta. Devono ricorrere all'inflazione.

L'inflazione non è un difetto del sistema monetario a corso forzoso; ne è la caratteristica fondamentale.  Il sistema monetario a corso forzoso richiede la continua svalutazione della moneta per far fronte al debito in costante espansione.

Questa necessità di inflazione è un ladro silenzioso e insidioso. Deruba sistematicamente l'umanità dei prezzi più bassi che le spetterebbero di diritto grazie al progresso tecnologico. Immaginate un mondo in cui l'ingegno umano riduce del 5% il costo di produzione di un bene, ma la banca centrale inflaziona la massa monetaria del 7%. Il prezzo sullo scaffale aumenta del 2%. Il consumatore crede erroneamente che il bene sia diventato più costoso da produrre, completamente ignaro del fatto che il suo denaro si è svalutato notevolmente. Il dividendo tecnologico – il risparmio del 5% – è stato sottratto da chi ha creato la valuta.

Poiché la moneta fiat perde inesorabilmente il suo potere d'acquisto, intrappola l'umanità in una perenne corsa al successo. Siamo costretti a correre a tutta velocità solo per mantenere il nostro attuale tenore di vita. Invece di ricevere l'abbondanza che la nostra tecnologia produce, siamo costretti a vivere nella scarsità. Siamo alienati dai frutti della nostra innovazione collettiva, vivendo in un mondo iperfinanziarizzato in cui i cittadini devono improvvisarsi gestori di fondi speculativi solo per proteggere i propri risparmi dalla dissoluzione.


Bitcoin: il denominatore della verità

Bitcoin si pone in netta contrapposizione a questo furto sistemico. È un registro incorruttibile, un sistema monetario termodinamico chiuso con un'offerta assolutamente scarsa e non falsificabile di 21 milioni di unità. Nessuna banca centrale può stamparne di più per salvare istituzioni in fallimento; nessun politico può espandere la propria offerta per finanziare una guerra; nessun comitato può modificare la propria politica monetaria per far fronte a debiti inesigibili.

Grazie alla sua offerta fissa e all'immunità da manipolazioni, Bitcoin funge da perfetto metro di misura per l'economia mondiale. È una moneta che riflette con precisione il reale progresso tecnologico.

Quando si possiede valuta fiat, si ha tra le mani un secchio che perde; quando si possiede Bitcoin, si possiede un bene che agisce come una spugna, assorbendo l'abbondanza deflazionistica generata dall'innovazione umana. Man mano che i progressi tecnologici riducono i costi di produzione di beni e servizi e l'offerta di bitcoin rimane immutabilmente fissa, il proprio potere d'acquisto aumenta inevitabilmente.

In quanto possessori di Bitcoin smettiamo di essere vittime della tassa occulta dell'inflazione. Diventiamo invece i diretti beneficiari dell'abbondanza tecnologica. Catturiamo tale abbondanza sotto forma di un potere d'acquisto esponenzialmente maggiore. La trasformazione di una pila di 10.000 BTC, sufficiente per acquistare due pizze, in una flotta di superpetroliere non è un errore; è la corretta ricalibrazione matematica del valore del mondo rispetto a un denominatore reale e non manipolato.


L'orizzonte a lungo termine: dove risiede la verità

Entrambe queste realtà – la straordinaria potenza deflazionistica della tecnologia e l'assoluta scarsità di Bitcoin – richiedono tempo per manifestarsi pienamente.

Nel breve termine i mercati sono emotivi. Sono guidati dalla leva finanziaria, dai cicli di notizie, dal panico, dall'avidità, dalle minacce normative e dal rumore della psicologia comportamentale umana.  Nell'arco di settimane o mesi, il prezzo di Bitcoin in valuta fiat può fluttuare selvaggiamente, portando i critici a liquidarlo come un volatile giocattolo speculativo.

Ma la vera realtà economica non può essere giudicata nell'arco di un trimestre fiscale. La verità sul denaro, sul valore e sul progresso umano si rivela solo su orizzonti temporali più lunghi. Il tempo agisce come un filtro, eliminando il rumore irrazionale del mercato quotidiano e lasciando solo il segnale strutturale innegabile. Nell'arco di 16 anni la volatilità si attenua ed emerge la verità innegabile: la moneta fiat tende a zero, mentre la moneta strutturalmente solida tende all'infinito in termini di potere d'acquisto.

Ci affidiamo al denaro per comunicare il valore nello spazio e nel tempo. Quando il nostro denaro viene manipolato, la comunicazione viene corrotta. Ci mente su ciò che è scarso, su ciò che ha valore e sul valore del nostro tempo. Bitcoin è un asset che riflette la realtà; fornisce informazioni perfette. Non possiamo chiedere di più al nostro denaro se non che ci dica la verità.

E la verità, alla fine, è inarrestabile.

Come osservò Buddha: “Tre cose non possono rimanere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità”.

Il sistema monetario basato sulle valute fiat si fonda sull'oscurità, sulla complessità e sulla scarsa comprensione da parte del pubblico per mantenerne viva la sua illusione. Bitcoin si basa su codice open source, matematica verificabile e totale trasparenza. Ogni dieci minuti viene estratto un nuovo blocco e la rete proclama la sua verità al mondo.

Ci vuole tempo affinché la società riconosca questo cambiamento, ci vuole tempo affinché i sistemi tradizionali crollino sotto il peso del proprio debito e affinché la popolazione cerchi una via di fuga. Ma il tempo è il miglior alleato di un bilancio onesto. Come osservò Leonardo da Vinci: “Il tempo è il figlio della verità”.

Più a lungo Bitcoin sopravvive, più a lungo elabora blocchi senza errori, più profondamente affondano le sue radici nell'infrastruttura finanziaria mondiale. Ogni anno che passa è una testimonianza della sua resilienza e della sua necessità.

In definitiva, il passaggio da un sistema basato sul debito e sulla scarsità artificiale a un sistema matematicamente solido di abbondanza tecnologica non è solo un imperativo economico, ma anche morale. Il mondo finanziario tradizionale potrà opporsi, i banchieri centrali potranno deriderlo e l'impazienza delle masse potrà momentaneamente indurlo a respingerlo, ma la traiettoria storica è ormai tracciata.

Per citare le parole di Winston Churchill: “La verità è incontrovertibile. La malizia può attaccarla, l'ignoranza può deriderla, ma alla fine essa rimane”.

Ecco il dato: 10.000 bitcoin per due pizze nel 2010; 26 bitcoin per una superpetroliera oggi. Un mondo di infinita abbondanza tecnologica ci attende nel 2042. L'unica domanda che rimane è se avrete la pazienza, la convinzione e la bassa preferenza temporale per uscire dall'illusione della scarsità e abbracciare la verità.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 13 maggio 2026

L'economia della gratitudine: ciò che i newyorkesi hanno dimenticato sulla prosperità

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Barry Brownstein

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/leconomia-della-gratitudine-cio-che)

Se dovessi riassumere la mentalità dei newyorkesi che hanno eletto Zohran Mamdani a sindaco di New York, direi che vogliano qualcosa senza dare nulla in cambio e che a pagarne il prezzo siano i ricchi. Invece non otterranno nulla e ne pagheranno il prezzo con una qualità della vita peggiore.

La vittoria di Mamdani è stata lastricata di ingratitudine per le benedizioni che i newyorkesi ricevono quotidianamente. La mentalità che pretende “qualcosa in cambio di niente” dalla società non è solo un fenomeno politico, ma una profonda lacuna nella comprensione economica e nel carattere morale.

Frédéric Bastiat, nei suoi Sofismi economici, ha messo a nudo ciò che molti non comprendono: “Entrando a Parigi, che ero venuto a visitare, mi dissi: qui ci sono un milione di esseri umani, che morirebbero tutti in breve tempo se cessasse l'afflusso di ogni genere di viveri verso questa grande metropoli”.

Bastiat spiegò che la nostra “immaginazione” non riesce nemmeno a comprendere “la vasta molteplicità di merci” che dovevano entrare ogni giorno per impedire ai parigini di morire di fame. “Eppure”, sottolineò Bastiat, “in questo momento tutti dormono, e il loro sonno tranquillo non è disturbato nemmeno per un istante dalla prospettiva di una catastrofe così spaventosa”.

Quel testo fu scritto nel 1845; oggi la complessità dell'economia necessaria a mantenere in vita e in salute i parigini (e i newyorkesi) è aumentata esponenzialmente. Eppure, se esistesse un sondaggio Gallup che monitorasse il livello di gratitudine dei newyorkesi dal 1847 a oggi, scommetterei che essa sia diminuita.

Nel libro, Armonie economiche, Bastiat scrisse di una persona di modeste condizioni: “È impossibile non rimanere colpiti dalla sproporzione, davvero incommensurabile, che esiste tra le soddisfazioni che quest'uomo trae dalla società e le soddisfazioni che potrebbe procurarsi da solo se fosse ridotto alle proprie risorse”.

Considerato questo dato di fatto, l'ingratitudine è forse segno di una mente ignorante e arrogante? Dopotutto, come aggiunse Bastiat, “oserei affermare che in un solo giorno egli consuma più cose di quante ne potrebbe produrre in dieci secoli”.

Bastiat aggiunse con perspicacia che questo dono di ricchezze da parte di altri non avviene a spese di nessun altro: “Ciò che rende il fenomeno ancora più strano è che la stessa cosa vale per tutti gli altri uomini. Ciascuno dei membri della società ha consumato un milione di volte di più di quanto avrebbe potuto produrre; eppure nessuno ha derubato nessun altro”.

In breve, la mentalità “chi vince e chi perde” che alcuni usano per giustificare la loro ingratitudine è insensata. Naturalmente non sono solo i newyorkesi a mostrare questa mentalità illiberale e ingrata. Definisco questa mentalità “chi vince e chi perde” illiberale, perché è incompatibile con la mentalità “vincono tutti” necessaria affinché una società libera possa prosperare.

L'ingratitudine non è un problema nuovo per l'umanità. Nelle sue, Lettere sull'etica n°81, il filosofo stoico Seneca scrisse: “Vi lamentate di aver incontrato qualcuno di ingrato. Se è la prima volta, allora dovreste essere grati voi stessi alla fortuna o ai vostri sforzi”.

Esprimere gratitudine è gratificante per sé stessi. Seneca insegnava: “Dovremmo fare ogni sforzo per mostrare tutta la gratitudine di cui siamo capaci”. Non perché ne riceveremo una ricompensa, ma perché “ogni virtù è la sua stessa ricompensa. Infatti, non si praticano le virtù per ricevere un premio: la ricompensa per un'azione retta è aver agito rettamente”.

Avendo coltivato una mentalità di gratitudine, Seneca assicurava: “Avete ottenuto qualcosa di meraviglioso [...] il miglior stato d'animo possibile [...] un cuore grato”.

Supponiamo che in questo momento non siate grati. Le parole di Seneca vi getteranno addosso un secchio d'acqua gelida: “Nessuno può godere della propria stima se non è grato agli altri. Credete forse che io stia dicendo che l'ingrato finirà per essere infelice? Non gli sto concedendo alcun tempo in più: è infelice proprio adesso”.

Se questo avvertimento non dovesse essere recepito, Seneca raccomandò con fermezza: “Dovremmo evitare l'ingratitudine non per il bene degli altri, ma per il nostro. Solo la parte più piccola e lieve della propria malvagità si riversa sugli altri; la parte peggiore – la più densa, per così dire – rimane nel vaso, soffocando chi lo possiede”.

Se la nostra ingratitudine ci sta “soffocando”, non sarebbe saggio fare qualcosa al riguardo?

Nel suo libro, Sui benefici, Seneca spiegò perché siamo ingrati: “Si tratta o di un'eccessiva considerazione di sé – la radicata debolezza umana di essere impressionati da sé stessi e dai propri successi – oppure di avidità o invidia”.

“Ognuno è generoso nel giudicare sé stesso”, osservava Seneca, “ed è per questo che ognuno pensa di essersi guadagnato tutto ciò che possiede [...] e che il suo vero valore non sia apprezzato dagli altri”.

“L'avidità”, spiega Seneca, “non permette a nessuno di essere grato. Nulla di ciò che ci viene dato è mai sufficiente a soddisfare le speranze indisciplinate; più riceviamo, più desideriamo”.

L'invidia, spiega Seneca, “è un'emozione più violenta e implacabile”. L'invidia “ci turba facendo paragoni” e “non difende mai gli interessi altrui, ma li antepone sempre a quelli di tutti gli altri”. Concentriamo “la nostra attenzione sulla fortuna di chi è più avanti di noi”.

Seneca credeva che “esistono molti tipi di persone ingrate, così come esistono molti tipi di ladri e assassini”. Sia chiaro, non tutti i newyorkesi sono ingrati, e non tutti gli ingrati risiedono a New York. Ovunque ci sono persone che negano di aver ricevuto i benefici di coloro che forniscono beni e servizi per loro conto. Seneca insegnava che “il più ingrato di tutti è colui che dimentica di aver ricevuto qualcosa”.

Come potremmo negare o dimenticare i benefici della vita moderna? Seneca spiegava: “Siamo costantemente presi da nuovi desideri; non consideriamo ciò che abbiamo, ma solo ciò che cerchiamo di ottenere”.

In breve, l'ingratitudine deriva da una distorsione fondamentale della percezione: la persona ingrata o sovrastima i propri meriti, o si concentra costantemente sui desideri inappagati, o si confronta invidiosamente con chi ha ricevuto di più, oppure si lascia talmente assorbire dalla ricerca di nuovi oggetti da dimenticare completamente i benefici ricevuti in passato. Ciascuna di queste cause cognitive riflette l'incapacità di percepire e apprezzare ciò che si è effettivamente ottenuto.

Poiché siamo troppo presi a contare ciò che crediamo ci sia dovuto, ignoriamo ciò che è sotto gli occhi di tutti. Ignoriamo i legami di reciproco vantaggio che ci uniscono e da cui dipende la nostra sopravvivenza. Il mondo di Mamdani è un mondo in cui gli ingrati prendono dagli altri e si lamentano ancora di volere di più. Se un mondo governato da “socialisti democratici” sembra insostenibile, è perché lo è.

Se scegliamo di essere un ego scontroso, mentalmente ristretto e ingrato, la nostra capacità di dare un senso alla nostra vita diminuirà di conseguenza.

Seneca ci ha lasciato questa guida per la vita: “È impossibile per chiunque provare invidia e gratitudine allo stesso tempo; l'invidia è ciò che provano i lamentosi e i malinconici, ma la gratitudine è accompagnata dalla gioia”. Seneca incoraggiava coloro che coltivano la gratitudine a essere “ostinatamente ottimisti”, convinti che gli ingrati cambieranno atteggiamento. Senza questo ottimismo, avvertiva Seneca, “l'attività umana cesserebbe”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 21 aprile 2026

Socialismo & americanismo

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/socialismo-and-americanismo)

Il nuovo sindaco di New York non ha nascosto le sue idee socialiste e la storia ha dimostrato che il tipo di pensiero a cui aderisce dovrebbe destare preoccupazione.

Per dirla senza mezzi termini, non stiamo parlando di un socialismo fabiano, raffinato e alla moda, tipico dell'alta borghesia britannica di cento anni fa, con il suo desiderio di costruire uno Stato sociale che garantisse assistenza dalla culla alla tomba. Ci riferiamo piuttosto a quello che affonda le radici nella tradizione più antica di Karl Marx e nel suo tentativo, del tutto errato, di ricondurre tutti i mali sociali all'esistenza del capitale privato. Questa visione è antiquata, mantenuta in vita esclusivamente dal mondo accademico, totalmente avulsa da qualsiasi esperienza economica concreta.

Naturalmente questo implica, in parte, non guardare al mondo materiale attraverso la lente della realtà oggettiva e dell'economia. Questa visione del mondo immagina che lo stato possa semplicemente rendere tutto gratuito, abbassare e congelare gli affitti, e consegnare la spesa a domicilio annunciandolo, con l'aiuto di pesanti tasse sui più abbienti.

Quando il piano non funziona, come accade sempre in questa visione del mondo, i leader sarebbero costretti a ricorrere a misure autoritarie. New York City è in condizioni terribili in questo momento e questa strada non farà altro che peggiorare la situazione. Nei prossimi mesi assisteremo a un'altra ondata di esodo dalla città, non solo una fuga dei capitali, ma anche delle persone.

Non sono solo le grandi imprese e le multinazionali a doversi preoccupare, sono tutte le attività commerciali della città. Questo punto di vista prende in considerazione qualsiasi afflusso di capitale come un flusso ingiusto dai lavoratori ai padroni; ovvero, dai creatori di valore agli sfruttatori di valore.

Si tratta di una prospettiva relativamente semplice, radicata in un unico errore, che a prima vista sembra plausibile ma che crolla di fronte un'analisi più approfondita. Esso attribuisce l'esistenza stessa del valore economico esclusivamente alla manifestazione del lavoro fisico. È nota come teoria del valore-lavoro ed è una proposizione esclusivamente empirica.

Secondo questa visione, l'intera produzione industriale equivaleva al valore del lavoro manuale e doveva essere ripartita di conseguenza. Qualsiasi somma di denaro sottratta al lavoro – per pagare i padroni del capitale, le materie prime, le nuove invenzioni, il marketing, o i creditori – era un furto ai danni del lavoro stesso. Paradossalmente, secondo quest'ottica, coloro che svolgono un lavoro intellettuale non facevano nulla. Tuttavia i socialisti hanno escogitato una via d'uscita: gli intellettuali sono l'avanguardia del proletariato e quindi necessari.

È davvero vero che ogni fatica genera valore economico che dovrebbe sempre e comunque andare solo ai lavoratori e mai ai padroni? Chiaramente no. Chiunque è perfettamente in grado di fare qualsiasi cosa che non venga considerata di valore da qualcuno. Il lavoro da solo non crea valore; ciò che genera valore è l'atto di attribuirgli valore.

La teoria del valore-lavoro ha radici profonde nella storia, accennate persino nelle opere di Adam Smith e David Ricardo, punti poi ripresi dai socialisti per sostenere la nazionalizzazione del capitale.

Fu l'avvento della teoria marxista a portare chiarezza all'interno della teoria del valore durante la cosiddetta Rivoluzione marginale della decade del 1880. Tre teorici – Stanley Jevons, Leon Walras e Carl Menger – argomentarono in modo convincente a favore di quella che divenne nota come la teoria soggettiva del valore, in contrapposizione alla teoria del valore-lavoro.

Tra queste opere la mia preferita è, Principi di economia (1871), di Carl Menger. È ancora una lettura avvincente e un ottimo manuale sui fondamenti dell'economia. Sulla questione del valore egli scrisse: “Il valore non è dunque nulla di intrinseco ai beni, nessuna loro proprietà, ma semplicemente l'importanza che attribuiamo innanzitutto alla soddisfazione dei nostri bisogni, cioè alla nostra vita e al nostro benessere, e di conseguenza trasferiamo ai beni economici come cause esclusive della soddisfazione dei nostri bisogni. [...] È un giudizio che gli uomini economicisti formulano sull'importanza dei beni a loro disposizione per il mantenimento della propria vita e del proprio benessere. Pertanto il valore non esiste al di fuori della coscienza degli uomini”.

Una volta compreso questo punto, l'intera struttura teorica del marxismo e persino del socialismo crolla. È il processo infinito di scambio cooperativo, guidato dalla percezione che le persone hanno dei propri bisogni e dal continuo lavoro volto a soddisfare i bisogni altrui, che genera valore, un valore che viene impartito dalle menti individuali.

Nessun politico, intellettuale o burocrate è in grado di replicare questo delicato sistema, tanto meno di sostituirlo con una visione nuova e completamente esterna di ciò che ha valore e di ciò che non ne ha. Né gli estranei possono sezionare e manipolare prezzi e contabilità derivanti dal processo di mercato e dire: questo è troppo alto, questo è troppo basso, ed ecco un piano per rimediare. Un simile tipo di pianificazione non può che portare a distorsioni estreme.

C'è un punto più profondo da tenere a mente, legato alla storia degli Stati Uniti. Non c'è nulla nella nostra storia nazionale che affondi le sue radici nella teoria socialista. Non riesco a pensare a un solo Padre Fondatore che avesse interesse per la teoria socialista utopica pre-marxista. Certo, esistevano sette anabattiste che condividevano valori comuni e celebravano la comunità, ma non è la stessa cosa. Dall'antichità ai giorni nostri, sono esistiti molti socialisti utopisti, ma i Padri Fondatori non ne hanno mai parlato.

Sapete qual era il nome dell'economista preferito di Thomas Jefferson? Non Adam Smith, bensì il fisiocrate francese Anne Robert Jacques Turgot, barone de l'Aulne (1727-1781). Era un sostenitore delle tasse basse, dei diritti di proprietà, delle piccole imprese, del commercio e dell'esperienza commerciale in generale. Fu lui ad avvertire la monarchia francese della necessità di ridurre le tasse e liberalizzare i prezzi per scongiurare la rivoluzione, un appello rimasto inascoltato.

Jefferson era un attento lettore del grande libro di Turgot, Riflessioni sulla produzione e la distribuzione della ricchezza (1766), che aveva anticipato la teoria del valore di mercato ben prima di Menger. Il suo libro è meticoloso e profondamente empirico, e illustra la formazione dei prezzi attraverso la domanda e l'offerta, discutendo l'origine e gli usi della moneta.

Nel suo ruolo di consigliere della corte, condannò i monopoli industriali e l'ingerenza della Corona negli affari commerciali delle piccole imprese. Fu un brillante innovatore. Jefferson lo ammirava a tal punto da fargli realizzare un busto da esporre nel portico principale di Monticello.

Se esiste un'economia americana, è questa: la celebrazione della proprietà privata, delle piccole imprese, delle tasse basse, dell'assenza di monopoli industriali, dell'agronomia, dell'imprenditorialità, del servizio alla comunità, dell'indipendenza, dell'autosufficienza, del duro lavoro, della creatività, dell'orgoglio per un lavoro ben fatto, della frugalità, di una moneta solida, del risparmio, dell'impegno a lungo termine, della famiglia e della fede.

Certamente, fin dai primi anni della sua storia, in America si sono avuti dibattiti sull'economia. I jeffersoniani si scontrarono con gli hamiltoniani. Jefferson detestava il debito, la tassazione, diffidava degli imperi bancari e si opponeva all'industrializzazione forzata e ai dazi doganali. Hamilton, al contrario, apprezzava la finanza aziendale, l'industria, le grandi banche e la leva finanziaria, ed era favorevole ai dazi. Si tratta di dibattiti americani legittimi, profondamente radicati nella nostra storia. L'idea di una banca nazionale ha attraversato diverse fasi di controversia per oltre un secolo, fino all'avvento del Federal Reserve Act e dell'imposta sul reddito.

Nonostante tutte queste dispute e dibattiti, non abbiamo alcuna storia hegeliana del tipo che è emersa a sinistra e talvolta anche a destra. Nemmeno i nostri primi socialisti, come Eugene Debs, erano comunisti. La sua passione principale era la libertà di parola, i diritti individuali e la pace, non la guerra. Questa è la lunga eredità della sinistra americana di un secolo fa. La teoria woke, la ridistribuzione di massa e il rifiuto radicale della libertà economica non sono davvero nel nostro DNA.

È necessario che gli americani riscoprano il sistema economico che ha reso grande questo Paese. Esso è inseparabile dalla libertà e dai diritti. Ciò che è morale è anche pratico dal punto di vista economico. Ciò che garantisce dignità garantisce anche prosperità. Questa è la convinzione e la pratica americana.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 16 febbraio 2026

Il “monopolio” cinese sulle terre rare e perché i mercati lo spezzeranno

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Walter Donway

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-monopolio-cinese-sulle-terre-rare)

Con il recente annuncio di un accordo commerciale con la Cina, la Casa Bianca intendeva rassicurare i mercati, i produttori e le forze armate sul fatto che la Cina non avrebbe interrotto le linee di approvvigionamento di “terre rare” verso gli Stati Uniti. Tra le altre concessioni Pechino si è impegnata a evitare di limitare le esportazioni di terre rare e altre risorse minerarie critiche, essenziali per la produzione avanzata, l'energia pulita “verde” e i moderni sistemi d'arma. L'accordo è stato descritto come una vittoria per la forza economica e la sicurezza nazionale americane, ma la necessità stessa di una tale promessa rivela una scomoda verità: gli Stati Uniti, da tempo la principale potenza industriale mondiale, sono diventati dipendenti dalla benevolenza di un rivale strategico per materiali centrali per la loro economia e la loro difesa.

Questa dipendenza non è nata dalla scarsità di terre rare. Non sono affatto scarse, né è nata perché la Cina da sola possiede la capacità tecnica di estrarle o raffinarle. È nata da una lunga catena di decisioni economiche e politiche – prese in gran parte in società libere – che hanno portato alla concentrazione della produzione in un Paese disposto ad accettare costi che altri non avrebbero accettato.

Capire come ciò sia accaduto è essenziale per comprendere perché l'apparente monopolio della Cina sia molto meno “coercitivo” e molto meno duraturo di quanto sembri.


Non sono rare, bensì difficili da processare

Le terre rare sono un gruppo di diciassette metalli, per lo più nella prima riga sotto la tavola periodica principale nella serie dei lantanidi (elementi 57-71), più Scandio (Sc, #21) e Ittrio (Y, #39), che condividono proprietà simili e si trovano negli stessi giacimenti dei lantanidi. Sono “metalli di transizione” con caratteristiche magnetiche e fluorescenti distintive. Il primo fu identificato nel 1787 e nel 1947 erano stati identificati tutti (“Terre” è un termine arcaico per gli ossidi, la forma in cui si trovano questi elementi).

Pensate a questi elementi non come materiali sfusi, ma come spezie metallurgiche, utilizzate in piccole quantità per produrre notevoli miglioramenti nelle prestazioni. Aggiungete il neodimio al ferro e al boro e otterrete il magnete permanente più potente conosciuto; aggiungete l'ittrio alle leghe per turbine e i motori a reazione possono tollerare temperature straordinarie. L'europio rende possibili gli schermi moderni; il terbio consente motori elettrici efficienti; il samario rafforza i sistemi di guida e i sensori.

Nonostante il loro nome, le terre rare sono molto diffuse. Giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e altrove. Ciò che le rende rare non è la loro scarsità, ma la loro lavorazione. Il problema è che sono chimicamente quasi identiche, quindi come si possono ideare processi leggermente diversi per separarle? Più in generale sono chimicamente ostinate – ad esempio, spesso mescolate a materiali radioattivi e richiedono decine, a volte più di cento, fasi di separazione e purificazione. Ogni fase consuma energia e produce rifiuti tossici, rendendo la raffinazione delle terre rare uno dei processi metallurgici più dannosi per l'ambiente nell'economia moderna.

Il nocciolo della questione è semplice: estrarre terre rare è fattibile, lavorarle in modo pulito e su larga scala è difficile, costoso e politicamente rischioso.


Come la Cina ha costruito il suo predominio

L'ascesa della Cina al predominio nel settore delle terre rare non è stata né accidentale, né inevitabile. A partire dagli anni '80, e accelerando negli anni '90 e 2000, la dittatura monopartitica cinese ha scelto deliberatamente di investire molto nell'estrazione e nella capacità di lavorazione. Lo ha fatto in condizioni di un'economia pianificata nettamente diversa da quelle occidentali. I controlli ambientali erano lassisti o scarsamente applicati; l'opposizione locale aveva scarso peso; il sostegno statale assorbiva le perdite e incoraggiava la specializzazione a lungo termine.

Il risultato è stata la leadership a un prezzo pagato in gran parte dalle comunità e dagli ecosistemi cinesi. Nella Mongolia Interna, la più grande regione estrattiva di terre rare al mondo, i bacini di decantazione tossici e l'acqua contaminata sono diventati tristemente noti. I lavoratori hanno sofferto di gravi problemi di salute a causa dell'esposizione cronica a polveri tossiche, metalli pesanti e materiali radioattivi. C'erano – e ci sono – alti tassi di malattie respiratorie, ossee e di altro tipo, aggravati dalla devastazione ambientale e dalle condizioni di lavoro in un'industria altamente inquinante. Questi costi, tuttavia, pagati dai lavoratori e dalle comunità vicine per decenni, si sono tradotti in prezzi globali più bassi. I produttori occidentali ne hanno beneficiato con l'elettronica di consumo che è diventata più economica e i motori elettrici sono diventati più piccoli ed efficienti. Aziende come Apple hanno potuto integrare magneti in terre rare nei loro prodotti perché il costo marginale era basso. I magneti realizzati in leghe di terre rare come il neodimio, le più resistenti in termini di peso che conosciamo, producono quel “clic” soddisfacente e deciso quando il portatile si chiude – e trovano impiego in veicoli elettrici, telefoni e sistemi di difesa.

Nel tempo i mercati si sono adattati razionalmente a questi segnali di prezzo. Gli impianti di lavorazione occidentali hanno chiuso. Gli Stati Uniti, un tempo un importante produttore, hanno lasciato che la loro capacità di separazione svanisse. Anche quando le terre rare venivano estratte in California o in Australia, l'output veniva spedito in Cina per la raffinazione. All'inizio degli anni 2020 la Cina rappresentava circa il 70% dell'estrazione globale di terre rare e oltre il 90% della lavorazione e della produzione di metalli finiti.

Questa concentrazione non è stata causata dall'indifferenza del laissez-faire, è stata dovuta anche a una regolamentazione asimmetrica. I governi occidentali hanno imposto rigidi controlli sull'inquinamento e pesanti responsabilità, aumentando i costi interni, mentre la Cina ha tollerato i danni ambientali e umani alla ricerca di un vantaggio strategico. I mercati hanno reagito ai prezzi e alle regole così come esistevano, e la produzione si è spostata – nel tempo – dove era più economico e facile operare, anche quando tale facilità era creata politicamente. In questo senso il dominio della Cina è stato mediato dal mercato, ma orchestrato politicamente.

Infatti per anni alcuni analisti avevano messo in guardia sul fatto che la tolleranza della Cina per i danni ambientali e gli investimenti diretti dallo stato si sarebbero tradotti in una leva strategica. Tra questi Jack Lifton della Technology Metals Research, Dudley Kingsnorth della Industrial Minerals Company of Australia e ricercatori del Congressional Research Service e della RAND Corporation: avvertimenti recepiti ma ampiamente ignorati all'epoca.


Dalla specializzazione alla vulnerabilità

Per anni questa situazione è sembrata stabile. Le terre rare vengono utilizzate in quantità sorprendentemente ridotte, anche su larga scala, e il mercato globale complessivo è modesto, paragonabile in valore al mercato nordamericano dell'avocado. Le carenze erano rare, i prezzi tendevano generalmente al ribasso. Le catene di approvvigionamento sono diventate iperspecializzate, ottimizzate in base ai costi piuttosto che alla resilienza.

Le implicazioni strategiche erano visibili, ma facili da ignorare sia per gli imprenditori che per i politici, finché la Cina non ha iniziato a mettere alla prova la propria influenza.

Nel 2010, durante una disputa diplomatica con il Giappone, le esportazioni cinesi di terre rare subirono un improvviso rallentamento. I prezzi salirono alle stelle e ne seguì il panico. Sebbene la Cina negasse di aver imposto un embargo formale, il messaggio era inequivocabile.

Un decennio dopo, nel contesto delle crescenti tensioni commerciali con gli Stati Uniti – intensificate dal brusco passaggio dell'amministrazione Trump dal libero scambio alla glorificazione dei dazi – Pechino ha reso più chiare le sue intenzioni: i controlli sulle esportazioni sono stati inaspriti, i requisiti per le licenze sono stati ampliati e sono state imposte restrizioni alle tecnologie di lavorazione delle terre rare.

L'anno scorso la Cina ha etichettato apertamente le terre rare come una risorsa strategica, che poteva essere trasformata in un'arma in risposta a dazi, sanzioni o pressioni militari. I rischi non potevano più essere ignorati: i moderni sistemi di difesa dipendono fortemente dalle terre rare. Un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare; missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sicuri si basano tutti su magneti e leghe specializzati per i quali non esistono facili sostituti.

E il 2026 ripropone lo scomodo dilemma. Gli Stati Uniti hanno le risorse, il capitale e le competenze tecniche per ricostruire la capacità produttiva interna, ma non in tempi rapidi. Ci vogliono anni per ottenere autorizzazioni e costruire gli impianti di lavorazione; la manodopera qualificata deve essere formata, le catene di approvvigionamento devono essere riorganizzate. Nel breve termine la dipendenza è rimasta. L'improvvisa guerra commerciale di Trump, presentata da Pechino come l'ennesimo affronto alla redenzione a lungo promessa dalla Cina dal suo “secolo di umiliazione”, ha acuito il confronto tra quello che il Partito Comunista Cinese percepisce come un Regno di Mezzo in ripresa e un'egemonia in declino.

Tutto ciò contribuisce a spiegare l'ansia della Casa Bianca di ottenere garanzie dalla Cina. L'accordo ha fatto guadagnare tempo, non ha risolto il problema.


I monopoli coercitivi sono fragili

Si sarebbe tentati di descrivere la posizione della Cina come un fallimento del mercato o un monopolio naturale. Nessuna delle due descrizioni è del tutto corretta. Il dominio della Cina è meglio comprensibile come un monopolio coercitivo, sostenuto non da efficienze insormontabili, ma da asimmetrie politiche e normative. Esiste perché l'economia pianificata di un Paese ha accettato costi ambientali e sociali che altri hanno rifiutato, e perché i governi di altri Paesi hanno limitato la produzione interna senza tenere pienamente conto delle conseguenze strategiche.

I monopoli coercitivi sono intrinsecamente instabili. Persistono solo finché i costi di ingresso superano i rischi percepiti di dipendenza. Una volta che questo equilibrio si sposta, il monopolio inizia a erodersi. Le azioni della Cina stessa stanno ora accelerando questo cambiamento.

Le restrizioni all'esportazione e i nuovi sistemi di licenze aumentano i prezzi e introducono incertezza imprenditoriale. Questi effetti sono dolorosi nel breve termine, ma attivano anche potenti forze contrarie. Prezzi più elevati rendono economicamente redditizie le forniture alternative, un'offerta inaffidabile rende preziosa la diversificazione, il rischio strategico diventa qualcosa che investitori e produttori sono disposti a pagare per evitarlo. Questa è la logica di mercato a cui la Cina non può sfuggire. Stringendo la presa, Pechino invita gli altri ad allentarla.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 18 dicembre 2025

Cosa succederebbe se il prezzo di Bitcoin salisse all'infinito?

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di Joakim Book

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/cosa-succederebbe-se-il-prezzo-di)

C'è chi ce l'ha con Bitcoin.

Non hanno affatto apprezzato questa nuova moneta quando ne hanno sentito parlare per la prima volta. Più la studiano, meno apprezzano il modo in cui sta sfidando i monopoli della moneta fiat e, paradossalmente, ciò peggiora la loro prospettiva. E se siete un economista affermato presso una banca centrale, il vostro evidente conflitto di interessi offusca ancora di più il vostro giudizio.

Nel novembre 2022 Ulrich Bindseil e Jürgen Schaaf della Banca Centrale Europea si sono affrettati a gioire per il calo di Bitcoin. Dal suo massimo storico dell'anno precedente, Bitcoin ha subito quello che ha subito ogni altra classe di asset a causa dell'inasprimento delle condizioni monetarie. Se si aggiungono le esplosioni settoriali degli exchange e degli hedge fund legati alle crittovalute (FTX, Celsius, Three Arrows Capital ecc.), Bitcoin perse il 75% del suo valore rispetto al suo massimo in dollari. Bindseil e Schaaf dichiararono con sicurezza che quella era la fine di Bitcoin, la sua “ultima resistenza”. Era sempre stata una bolla e ora era scoppiata.

Due anni dopo, sono tornati, non con delle scuse, dato che Bitcoin ha raggiunto nuovi massimi storici e ha superato i prezzi pre-FTX, ma con un documento che indaga Le conseguenze distributive di Bitcoin.

Negli ultimi giorni l'articolo ha ricevuto molte critiche immeritate, soprattutto, credo, da parte di persone che hanno letto il titolo, letto velocemente l'abstract e, secondo il datore di lavoro di questi autori (la BCE), hanno concluso che doveva essere spazzatura.

Può anche essere spazzatura, ma non per le ragioni ipotizzate dai commentatori online.

 

Buttate le prime due sezioni fuori dalla finestra

Gli autori tentano – in modo orribile e senza successo – di descrivere cosa sia e cosa faccia Bitcoin. Giocano con i primi scritti di Satoshi Nakamoto e ridefiniscono i termini per discutere della mediazione nelle transazioni PayPal (?!). Citano importanti sostenitori di Bitcoin e cercano di collegarli alle campagne elettorali americane. Il saggio è pieno di errori e puzza di qualcuno che non ha mai effettuato una transazione Bitcoin.

Con aria seria, questi altrimenti stimati studiosi della moneta affermano: “Anche 16 anni dopo la sua nascita, i veri pagamenti in Bitcoin, ovvero ‘on chain’, sono ancora macchinosi, lenti e costosi”.

Una rapida occhiata a mempool.space mentre scrivo (5 sat/vbyte, ovvero circa $0,30 per una transazione standard) – o in qualsiasi momento negli ultimi mesi – avrebbe dissipato questa idea (per non parlare della rete Lightning che consente comodi pagamenti al dettaglio). Nessuno di questi metodi di trasferimento di valore può essere considerato “lento” o “macchinoso” rispetto al vecchio mosaico di pagamenti fiat: $5-25 per i pagamenti Automated Clearing House? Commissioni di bonifico internazionale? Avete provato a inviare denaro dalla banca durante il fine settimana?


Di cosa parla realmente il documento

Bindseil e Schaaf hanno scritto un'ottima panoramica dello stato della letteratura economica sulle bolle speculative. Ci viene anche offerto un interessante riassunto di due pagine del dibattito “lean” contro “clean” nella politica macroprudenziale.

Ma non è questo il punto. Quello che offrono è un modello semplice e facilmente comprensibile di ciò che accade alla distribuzione dei beni reali quando un asset si apprezza in modo indefinito.

Iniziano col presupporre che Bitcoin sia un asset in continua crescita senza apportare miglioramenti produttivi alla società, ovvero che la sua esistenza e il suo utilizzo non arricchiscano l'economia. In base a questa ipotesi – che ritengono “ragionevole”, a quanto pare insieme alla “maggior parte degli economisti” – un mondo basato su Bitcoin non migliora la situazione economica.

Diversamente dai lettori più attenti che non si erano lasciati scoraggiare dalle obiezioni errate nella prima metà dell'articolo, la maggior parte aveva ormai già smesso di leggere. Dopo anni di cattiva gestione monetaria da parte delle banche centrali, eccessi fiscali, tentativi di censura/de-banking e stampa di moneta che hanno portato l'“inflazione” in cima alle preoccupazioni dei consumatori, liquidare un sistema di politica monetaria non discrezionale e di moneta a offerta fissa e non censurabile come privo di qualsiasi scopo produttivo è un elaborato esercizio di giustificazione del ridicolo.

E basare l'intera tesi su questo presupposto, fa diventare banale anche la conclusione:

• Se il valore (reale) di un asset aumenta in modo permanente;

• se tale asset non migliora in qualche modo il funzionamento produttivo dell'economia;

• se l’autorità monetaria si oppone al vento per mitigare il consumo aggiuntivo alimentato dall’effetto ricchezza mediante il restringimento delle condizioni monetarie (“crowding in”).

La conclusione è chiara: la società ridistribuisce beni e servizi reali dai ritardatari e dai non possessori a coloro che hanno acquisito il bene per primi. Alcune persone vivono una vita agiata a spese di tutti gli altri.

Non abbiamo bisogno di modelli, affiliazioni alla BCE e nemmeno di un diploma di scuola superiore per capirlo. Se queste condizioni valgono per Bitcoin, allora l'apprezzamento del suo tasso di cambio equivale solo a una ridistribuzione della ricchezza.

Naturalmente questa ipotesi non regge: Bitcoin ha sicuramente un impatto positivo e concreto sulla produttività, ovunque, dalla sovranità del consumatore alla gestione della rete elettrica, dall'eliminazione degli addebiti all'eliminazione delle commissioni sulle carte di credito e dei trasferimenti bancari internazionali. Una moneta unificata a livello globale e istantaneamente liquidata che scavalca il mercato più antico del mondo, limita gli eccessi fiscali ed elimina praticamente la cattiva gestione monetaria.

Anche se chiudessi gli occhi, non riuscirei a vedere come tutto ciò non possa avere un impatto produttivo positivo sull'economia mondiale.

Inoltre la logica di questo modello giocattolo è un po' sospetta: come potrebbe, ad esempio, un asset aumentare di valore per sempre senza miglioramenti produttivi nel nostro modo di fare le cose? I ritardatari e i non detentori trasferiscono valore economico acquistando volontariamente l'asset o ricevendolo in pagamento, quindi epistemologicamente devono vedervi una qualche virtù – come minimo servizi monetari.

Cosa questo abbia a che fare specificamente con Bitcoin è un mistero. Gli autori hanno violato esplicitamente quella che ho definito la regola n°4 su come non attaccare Bitcoin (“assicuratevi che la proprietà di Bitcoin che state attaccando non sia peggiore nel sistema attuale”). Se un banchiere centrale ritiene che Bitcoin sia dannoso perché il suo apprezzamento viene ridistribuito da chi non lo possiede ancora a chi lo possiede – senza in qualche modo arricchire produttivamente il resto di noi – il sistema monetario fiat lo fa già su una base di mille miliardi di dollari.

Esempio: i mercati immobiliari disfunzionali nella maggior parte dei Paesi occidentali. Una combinazione di tendenze sociali, stampa di moneta, trattamento fiscale dei debiti e calo dei tassi di interesse sui mutui ha trasformato gli immobili in conti di risparmio della maggior parte delle famiglie. Eppure, per citare una frase di Bindseil e Schaaf su Bitcoin, il mercato immobiliare non “aumenta il potenziale produttivo dell'economia; le conseguenze del continuo aumento di valore sono essenzialmente ridistributive”.

Chi ha ottenuto prestiti a basso costo per accedere in anticipo al mercato immobiliare in continua espansione ha ricevuto un beneficio patrimoniale pagato da chi è arrivato dopo. Nella misura in cui regimi monetari infinitamente elastici e una popolazione mondiale in crescita possono mantenere in vita e in espansione questo premio monetario, ci troviamo ora nella stessa situazione da cui gli autori avevano temerariamente messo in guardia, con la loro ipotetica versione di uno standard Bitcoin.

Se, come sembrano insinuare gli autori, un Bitcoin dal valore reale in costante aumento è moralmente ingiusta – “problematica da una prospettiva sociale” – dovrebbero basarsi su argomentazioni morali anziché economiche. Anche partendo da presupposti inadeguati sul ruolo di Bitcoin nel sistema finanziario attuale e futuro, è difficile capire dove stia il “problema”.

Ciò che Bindseil e Schaaf non includono nella loro analisi è che lo status quo non è neutrale in termini di valore né, per quanto si possa immaginare, ideale. È un peccato che trascurino il caso più interessante (accurato, reale?) in cui Bitcoin ha implicazioni produttive per l'economia.

Capisco che sarebbe difficile per due ricercatori di una banca centrale, comprati e pagati dalla stampante monetaria, guardare oltre la magnificenza di quella creazione orribile.

Se qualcosa aumenta di valore senza migliorare la situazione di tutti noi, la società “cede” beni e servizi reali ai loro proprietari. Questo è banale. Ma se il bene migliora effettivamente il funzionamento delle nostre economie, i primi a beneficiarne sono coloro che c'hanno creduto per primi qualunque sia l'oggetto d'investimento in discussione.

Questa è una buona cosa e, in un certo senso, è così che dovrebbero funzionare le economie di mercato (finanziarie).


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 27 novembre 2025

Perché Bitcoin ha valore?

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

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di Preston Art

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/perche-bitcoin-ha-valore?)

L'ascesa delle crittovalute ha generato una serie di opinioni contrastanti sull'argomento. Mentre alcuni hanno una visione positiva, altri le vedono come un'innovazione pericolosa e instabile. Le opinioni di questi scettici sono in gran parte influenzate da idee sbagliate. Non riescono ad apprezzare la loro vera natura, in particolare di Bitcoin, e il cambiamento positivo che apporterà.

Thomas Jeegers, esperto di crittovalute, ha affrontato questi preconcetti attraverso un'analisi approfondita dei fondamentali di Bitcoin, la crittovaluta più popolare e di valore. Autore di Understanding Crypto Fundamentals, ha conseguito due master in economia, un MBA presso l'INSEAD e diverse certificazioni finanziarie avanzate, tra cui Chartered Financial Analyst (CFA), Financial Risk Manager (FRM) e certificazioni in tecnologie blockchain.


Bitcoin: una valuta decentralizzata 

Alla luce dell'incredibile crescita di Bitcoin, Jeegers ha suggerito di fare un passo indietro e di considerare il motivo per cui ha valore. Oltre a fungere da investimento, Bitcoin ha un grande valore come moneta. Possiede molte caratteristiche positive che lo distinguono dalle valute fiat. Ad esempio, Bitcoin consente “transazioni peer-to-peer”, in cui il valore si muove “digitalmente senza richiedere una terza parte di fiducia”, come una banca o uno stato. Questa decentralizzazione libera Bitcoin da vari interessi politici e dalla censura.

La natura decentralizzata di Bitcoin gli consente di fungere da “asset ESG” che può essere utilizzato per apportare benefici positivi all'ambiente, alla società e alle strutture di governance. Ad esempio, Jeegers ha citato l'uso di Bitcoin nell'Afghanistan occupato dai talebani per indebolire i tentativi del governo di sopprimere l'istruzione per le ragazze. Nel finanziare iniziative a sostegno dell'istruzione femminile, gli attivisti non possono effettuare transazioni utilizzando valute tradizionali, poiché esse sono tracciate e censurate. Bitcoin consente agli attivisti di finanziare programmi positivi senza le restrizioni dei talebani. Bitcoin libera “le mani dello stato dalla sua presa sul denaro”, incentivando transazioni volontarie libere da coercizioni centrali.


Scarsità dura e stabile

Jeegers ha identificato Bitcoin sia come una rete che come un asset. Come rete Bitcoin è “disponibile a tutti senza barriere all'ingresso”. È una “infrastruttura di pagamento pubblica” che consente a chiunque nel mondo di effettuare transazioni di valore, indipendentemente da ricchezza o status. Come asset monetario “senza una banca centrale a supporto”, offre una scarsità unica e assoluta. Le valute fiat, come il dollaro e l'euro, possiedono solo una scarsità artificiale, poiché una potenza centrale mantiene la loro relativa scarsità. Quest'ultima può essere ridotta da una potenza centrale che ne aumenta l'offerta. Bitcoin, invece, ha una scarsità naturale poiché nessuna potenza può manipolarne l'offerta. Come l'oro, fare mining di bitcoin richiede molto tempo ed energia da parte degli imprenditori privati, pertanto esso ha un'offerta più stabile e prevedibile rispetto a qualsiasi valuta fiat, la cui offerta può variare a seconda del capriccio delle banche centrali o dei governi.

Per valutare Bitcoin, Jeegers ha proposto il modello Stock-to-Flow (S2F), il quale valuta la scarsità di una commodity. Dividendo la quantità totale attuale di una commodity per la quantità introdotta ogni anno, il modello S2F calcola il numero di anni necessari affinché l'offerta raddoppi, supponendo che il tasso di creazione rimanga costante. L'oro ha un tasso S2F di circa 60 anni, il che implica un elevato livello di scarsità. Nel corso della storia l'oro è sempre stato di gran lunga l'asset con il più alto livello di scarsità (secondo il modello S2F). Jeegers ha dimostrato che il rapporto S2F di Bitcoin negli ultimi 12 mesi è quasi identico a quello del metallo giallo, a “59,93”. Inoltre il flusso in entrata di nuovi bitcoin è stato dimezzato dal cosiddetto halving, portando a oggi il rapporto S2F a “120,86”. Questo rende Bitcoin due volte più scarso dell'oro. Per la prima volta nella storia dell'umanità, l'oro non è più la merce più rara esistente al mondo.


Efficienza energetica 

Bitcoin è noto per essere “ad alto consumo energetico”, poiché richiede molta energia per il mining. Sebbene questo possa a prima vista preoccupare molti scettici, la realtà del consumo energetico di Bitcoin dovrebbe essere analizzata più nel dettaglio. Infatti l'energia utilizzata per il mining di Bitcoin è eccezionalmente economica, ovvero energia che non può essere utilizzata per altri scopi, energia inutilizzata che altrimenti andrebbe persa. Solo un'energia così economica ha senso per il mining di Bitcoin, perché un miner farebbe meglio a trovare un uso alternativo per quell'energia (vendendola a un prezzo più alto), se fosse possibile. Pertanto per il mining di Bitcoin viene utilizzata solo energia altrimenti inutilizzabile. Tale energia si trova, ad esempio, nelle rinnovabili (es. centrali idroelettriche o eoliche) di notte, quando non c'è domanda sulla rete elettrica, ma l'impianto continua a produrre elettricità. Di notte queste centrali continuano a produrre elettricità, il che significa che i proprietari devono pagare per smaltire tale energia. Facendo mining quando non c'è domanda sulla rete elettrica, esse diventano redditizie 24 ore su 24, 7 giorni su 7. L'esistenza del mining di Bitcoin offre quindi un'opportunità unica per monetizzare l'energia inutilizzata. Questa opportunità rappresenta un forte incentivo per la produzione di più centrali elettriche rinnovabili e, di conseguenza, per il miglioramento del mix elettrico utilizzato in tutto il mondo. Spiega perché la stragrande maggioranza dell'energia utilizzata per il mining di Bitcoin proviene da fonti rinnovabili (molto più che in qualsiasi altro grande Paese al mondo) e perché questa tendenza continua a migliorare. In conclusione, non solo Bitcoin NON spreca energia, ma è in realtà la migliore tecnologia disponibile oggi per incentivare lo sviluppo e l'utilizzo di infrastrutture rinnovabili. Chiunque abbia a cuore l'ambiente dovrebbe quindi essere un convinto sostenitore del mining di Bitcoin.


I trend storici indicano il futuro successo di Bitcoin?

Attraverso una curva a S, Jeegers ha dimostrato che tutte le innovazioni, come il cellulare o Internet, impiegano all'incirca lo stesso tempo per passare dallo 0% al 10% di adozione rispetto a quelle che impiegano dal 10% al 90%. Bitcoin ha impiegato 13 anni, dal suo lancio nel 2009 al 2022, per raggiungere il 10% di adozione, pertanto questo modello suggerisce che Bitcoin raggiungerà il 90% di adozione entro il 2035!

Perché Bitcoin dovrebbe crescere tanto quanto altre innovazioni di successo, come i social media o Uber? Jeegers ha sostenuto che la Legge di Metcalfe aiuta a spiegare la crescita di queste piattaforme di successo, così come la futura crescita di Bitcoin. Questa Legge afferma che una rete, come un servizio telefonico, aumenta di valore man mano che più utenti si iscrivono. Il primo telefono in assoluto non aveva alcun valore perché non c'erano altri telefoni da chiamare. Con l'avvento di nuovi telefoni il servizio telefonico è cresciuto di valore perché c'erano più persone da chiamare. Lo stesso concetto si applica a Bitcoin: ha poco valore come valuta se poche persone lo accettano, tuttavia l'utilità di cui godono gli utenti esistenti e nuovi cresce esponenzialmente man mano che più persone lo accettano. Con l'aumentare del valore della rete Bitcoin, aumenta anche l'incentivo per i non utenti ad aderire.


Metodi di valutazione

Oltre alla presentazione di Jeegers, Hubertus Hofkirchner di Bitcredit ha ricavato una stima del valore di Bitcoin come mezzo di scambio dal rapporto base-to-credit riportato da Mises durante il periodo del gold standard, pari a uno a dieci.

Nel 2021 gli attivi delle banche centrali del mondo ammontavano a $44.000 miliardi. Applicando il rapporto di Mises a quel totale, Hofkirchner ha calcolato un fabbisogno totale di base monetaria di $4.400 miliardi, ovvero il 10% del valore precedente. Ipotizzando che Bitcoin possa diventare il mezzo di scambio globale a tale rapporto, Hofkirchner calcola che Bitcoin debba essere valutato approssimativamente a $210.000 per unità, più di tre volte il prezzo al momento della stesura di questo articolo, ma ben al di sotto di alcune delle valutazioni più esorbitanti nella comunità. Ciò si traduce in una probabilità del 33% che Bitcoin raggiunga questa impresa.

Hofkirchner ha poi confrontato questo dato con il valore delle riserve auree delle banche centrali, pari al 17% del valore totale di $17.500 miliardi a maggio 2024, che si tradurrebbe in un prezzo di Bitcoin di circa $150.000 per unità. Ciò implica una probabilità del 50% che Bitcoin diventi la futura moneta globale. Le riserve auree private potrebbero aumentare questa cifra, ma potrebbero essere detenute solo a causa di dubbi sulla stabilità del sistema monetario fiat e quindi non essere più rilevanti in un sistema Bitcoin. Tutte queste valutazioni riflettono la probabilità prevista che quest'ultimo diventi un mezzo di scambio globale.


Cosa succederà adesso?

Le caratteristiche positive e uniche di Bitcoin hanno indubbiamente accresciuto il suo potenziale come mezzo di scambio. Aziende come Coinbase e Crypto.com, che consentono agli utenti di pagare in crittovalute, stanno aprendo la strada al futuro di Bitcoin. Mentre le politiche governative continuano a indebolire il valore e la stabilità delle valute fiat, Bitcoin crescerà come una copertura contro queste inefficienze monetarie.

La crescita di Bitcoin come moneta porterà a un mercato più libero e stabile, ponendo l'economia nelle mani di produttori e consumatori piuttosto che in quelle dello stato. Non sorprende che governi e sistemi bancari centrali inizialmente temessero le crittovalute, poiché le privano del loro potere di manipolazione. Di fronte all'incapacità di fermare la crescita di Bitcoin, gli stati di tutto il mondo lo stanno progressivamente abbracciando (ad esempio, negli Stati Uniti) per trarre beneficio da questa innovazione trasformativa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 19 settembre 2025

I problemi riguardo debito e deficit non sono quelli che pensate

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-problemi-riguardo-debito-e-deficit)

Negli ultimi mesi si è molto dibattuto sull'aumento del debito e dei livelli di deficit negli Stati Uniti. Ad esempio, ecco un pezzo recente sulla CNBC.

L'autore dell'articolo suggerisce che i deficit federali degli Stati Uniti stiano aumentando a dismisura, con una spesa in aumento dovuta all'impatto combinato di tagli fiscali, misure di stimolo espansive e spese per i sussidi. Naturalmente, con istituzioni come Yale, Wharton e il CBO che avvertono che questa tendenza ha spinto i costi degli interessi a nuovi livelli, superando ora le spese per la difesa, le preoccupazioni sulla solvibilità interna stanno aumentando. Persino personaggi di spicco nei media, da Larry Summers a Ray Dalio, sostengono che siano urgenti misure drastiche, altrimenti l'ennesima “crisi finanziaria” è imminente.

Il problema con gli avvertimenti di Larry Summers, Ray Dalio e molti altri sull'imminente catastrofe finanziaria è che denunciano proprio questo problema da decenni. E questo era il punto della nostra precedente discussione:

Non ci vuole molto per capire che Ray Dalio, un titano degli hedge fund, è come ogni altro essere umano ed è incline all'errore. Non sminuirò completamente Dalio, poiché la sua esperienza nella gestione del denaro presso Bridgewater non è da sottovalutare. Tuttavia la sua esperienza è molto meno invidiabile per quanto riguarda le previsioni sulla crisi del debito. Ecco una breve cronologia.

• Marzo 2015 – Dalio pensa che la FED possa ripetere ancora una volta il 1937.

• Gennaio 2016 – Il superciclo del debito durato 75 anni sta per concludersi.

• Settembre 2018 – Ray Dalio afferma che l’economia sembra quella del 1937 e che tra circa due anni si arriverà a una recessione.

• Gennaio 2019 – Ray Dalio vede un rischio significativo di recessione negli Stati Uniti.

• Ottobre 2022 – Dalio mette in guardia contro una tempesta perfetta per l'economia (che coincideva anche con il minimo del mercato azionario).

• Settembre 2023 – Dalio afferma che gli Stati Uniti avranno una crisi del debito.

Ma si può andare ancora più indietro, quando circa un decennio fa scrisse di alcuni dei suoi più grandi errori.


Ecco il problema per gli investitori

Gli investitori che dieci anni fa avevano dato ascolto alle previsioni di Dalio su una futura “depressione” si sono persi la possibilità di partecipare a uno dei mercati rialzisti più significativi della storia degli Stati Uniti.

Eppure, negli ultimi 40 anni, il debito pubblico è cresciuto esponenzialmente, senza le conseguenze disastrose ripetutamente previste. I tassi di interesse hanno oscillato, la situazione di stallo politico è persistita e i deficit si sono ampliati, ma l'economia statunitense continua a funzionare, crescere e attrarre capitali globali. Il motivo è che gli Stati Uniti continuano a godere di quello che gli economisti chiamano il “privilegio esorbitante”: essere l'emittente della valuta di riserva mondiale. I titoli del Tesoro rimangono il mercato dei capitali più profondo e liquido a livello globale e il dollaro è fondamentale per il commercio, gli investimenti e le riserve mondiali. Ciò crea un vantaggio strutturale che consente agli Stati Uniti di registrare deficit maggiori rispetto ad altre nazioni senza dover affrontare lo stesso livello di disciplina di mercato. Finché la fiducia mondiale nelle istituzioni statunitensi e nello stato di diritto rimarrà intatta, vi sarà una domanda profonda e costante per il debito statunitense, cosa che fornirà un ampio margine di manovra prima che emerga qualsiasi grave stress finanziario.

Inoltre la spesa in deficit non è più uno strumento temporaneo utilizzato in tempi di crisi; è diventata una caratteristica radicata dell'economia. La previdenza sociale, l'assistenza sanitaria pubblica (Medicare), la difesa e altri diritti sono sacrosanti a livello politico. Allo stesso tempo i trasferimenti fiscali (come crediti d'imposta e sussidi) sono ormai una componente regolare dei consumi delle famiglie e del sostegno alle imprese. Per molti versi l'economia statunitense è ormai strutturalmente dipendente da stimoli finanziati in deficit. La crescita, la spesa dei consumatori e persino gli investimenti aziendali dipendono sempre più da un flusso costante di esborsi governativi.

Sebbene i livelli di debito e deficit degli Stati Uniti siano elevati, non vi è alcun rischio imminente di collasso fiscale. Tuttavia vale la pena esaminare l'impatto dell'aumento dei livelli di debito e deficit sulla futura prosperità economica.


Il vero problema dei debiti e dei deficit

Capisco le preoccupazioni relative all'aumento dei livelli di debito, tuttavia il loro aumento NON è un default ma un continuo degrado della crescita economica. Iniziamo questa discussione con un fatto fondamentale: senza un continuo aumento del debito, la crescita economica sarebbe molto scarsa o nulla. Questo perché tutto il debito pubblico finisce nell'economia e nel bilancio delle famiglie attraverso prestiti, credito, o pagamenti diretti. Possiamo capirlo considerando i dollari di debito necessari per creare un dollaro di crescita economica. Dal 1980 l'aumento del debito ha soppiantato l'intera crescita economica. Il problema con l'aumento del debito è che devia i fondi delle tasse dagli investimenti produttivi verso il servizio del debito e il welfare.

Un altro modo di vedere la situazione è considerare una crescita economica “senza debito”. In altre parole, senza debito non c'è stata alcuna crescita economica organica sin dal 2015, pertanto esso e i conseguenti deficit devono continuare ad aumentare per sostenere la crescita economica.

Il deficit economico non è mai stato così significativo. Dal 1952 al 1982 il surplus economico ha favorito  un tasso di crescita economica medio di circa l'8%. Oggi la situazione non è più la stessa, poiché il debito ostacola la crescita. Ecco perché la Federal Reserve si è trovata in una “trappola della liquidità” in cui:

I tassi di interesse DEVONO rimanere bassi e il debito DEVE crescere più velocemente dell'economia, solo per evitare che l'economia stessa vada in stallo.

Il problema dell'attuale emissione di debito è che si tratta principalmente di debito improduttivo.  Questo è un concetto di fondamentale importanza per quanto riguarda l'emissione di debito e il suo impatto sulla crescita economica.


Il problema è il debito non produttivo

Non tutti i debiti sono uguali. La distinzione fondamentale è tra debito produttivo e non produttivo,  e comprenderne la differenza è fondamentale per valutare i rischi e i benefici dell'indebitamento pubblico.

Il debito produttivo si riferisce ai prestiti utilizzati per investimenti che generano rendimenti economici a lungo termine, come infrastrutture, istruzione, ricerca, o spese in conto capitale aziendali. Questi tipi di investimenti possono aumentare il PIL futuro, migliorare la produttività e, in ultima analisi, ripagarsi attraverso maggiori entrate fiscali.

Al contrario, il debito non produttivo finanzia consumi o trasferimenti sociali che non generano un ritorno economico misurabile. Negli Stati Uniti il welfare e il pagamento degli interessi sul debito esistente costituiscono la stragrande maggioranza della spesa pubblica.

I dati sottostanti mostrano che di ogni dollaro speso dal governo federale, circa il 73% è spesa “obbligatoria” per l’assistenza sociale e per gli interessi.

Sebbene la spesa improduttiva sia necessaria, principalmente per sostenere le popolazioni vulnerabili, essa aumenta l'onere del debito senza aumentare la capacità di crescita dell'economia. Gli Stati Uniti, come molte economie sviluppate, fanno sempre più affidamento sul debito improduttivo per sostenere lo slancio economico, il che solleva preoccupazioni sulla sostenibilità fiscale a lungo termine. Il pericolo non è il debito in sé, bensì quando i fondi presi in prestito non riescono a creare valore futuro, lasciando i contribuenti futuri col conto da pagare senza alcun beneficio economico corrispondente.

Il libro di Woody Brock, American Gridlock, spiega al meglio la differenza tra debito produttivo e non produttivo.

La parola “deficit” non ha alcun significato reale. Si consideri il seguente esempio:

Il Paese A spende $4.000 miliardi con entrate pari a $3.000 miliardi. Questo lascia il Paese A con un deficit di $1.000 miliardi. Per compensare la differenza tra spesa ed entrate, il Dipartimento del Tesoro deve emettere $1.000 miliardi in nuovo debito. Quest'ultimo viene utilizzato per coprire le spese in eccesso, ma non genera entrate, lasciando un vuoto futuro che deve essere colmato.

Il Paese B spende $4.000 miliardi e ne riceve $3.000 miliardi. Tuttavia i mille miliardi di dollari in eccesso, finanziati tramite debito, sono stati investiti in progetti e infrastrutture che hanno prodotto un tasso di rendimento positivo. Non vi è alcun deficit, poiché il tasso di rendimento degli investimenti sostiene il “deficit” nel tempo.

Non c'è disaccordo sulla necessità della spesa pubblica. Il disaccordo riguarda l'abuso e lo spreco della stessa.

Attualmente gli Stati Uniti sono il Paese A. L'aumento del debito pubblico è stato a lungo sprecato in aumenti dei programmi di assistenza sociale e, in ultima analisi, in un maggiore servizio del debito stesso, con un ritorno sugli investimenti effettivamente negativo. Pertanto maggiore è il saldo del debito, più distruttivo è dal punto di vista economico, poiché dirotta quantità crescenti di dollari dalle attività produttive al servizio del debito.

Ma è qui che entra in gioco il concetto più importante da comprendere.


Un moltiplicatore negativo

L’eccesso di “debito” ha un effetto moltiplicatore da zero a negativo, come hanno dimostrato gli economisti Jones e De Rugy in uno studio del Mercatus Center presso la George Mason University.

Il moltiplicatore misura il rendimento della produzione economica quando lo stato spende un dollaro. Se il moltiplicatore è superiore a uno, significa che la spesa pubblica attrae il settore privato e genera più spesa al consumo, investimenti privati ed esportazioni verso l'estero. Se il moltiplicatore è inferiore a uno, la spesa pubblica spiazza il settore privato, riducendolo completamente.

I dati suggeriscono che gli acquisti pubblici probabilmente riducono le dimensioni del settore privato, mentre aumentano quelle del settore pubblico. In termini netti, i redditi crescono, ma i redditi prodotti privatamente diminuiscono.

Le spese per consumi personali e gli investimenti aziendali sono fattori essenziali nell'equazione economica, pertanto non dovremmo ignorare la riduzione dei redditi prodotti privatamente. Inoltre, secondo le migliori evidenze disponibili, lo studio ha rilevato:

Non esistono scenari realistici in cui il beneficio a breve termine degli stimoli sia così grande da ammortizzare la spesa pubblica.  In realtà l'impatto positivo è limitato, molto più piccolo di quanto suggeriscano i manuali di economia.

I politici spendono denaro in base a ideologie politiche piuttosto che a sane politiche economiche, pertanto i risultati non dovrebbero sorprendervi. La conclusione dello studio è molto significativa.

Se si ritiene che l'attuale politica monetaria della Federal Reserve sia ragionevolmente competente, allora non ci si dovrebbe aspettare che l'impulso fiscale derivante da tutta la spesa sia notevole. Anzi, potrebbe essere prossimo allo zero.

Tutto questo, ovviamente, senza considerare le imposte future. Quando economisti come Robert Barro e Charles Redlick hanno studiato il moltiplicatore, hanno scoperto che, una volta considerate le imposte future necessarie per coprire la spesa, il moltiplicatore potrebbe essere negativo.

Ciò che non dovrebbe sorprendere è che il debito improduttivo non crea crescita economica. Come ha osservato in precedenza Stuart Sparks di Deutsche Bank:

La storia ci insegna che, sebbene gli investimenti nella capacità produttiva possano in linea di principio aumentare la crescita potenziale e r* in modo tale che il debito contratto per finanziare lo stimolo fiscale venga ripagato nel tempo (r-g<0), risulta che vi siano poche prove che ciò sia mai stato raggiunto in passato.

L'aumento del debito federale in percentuale del PIL è stato storicamente associato a cali nelle stime di r*: la necessità di risparmiare per onorare il debito deprime la crescita potenziale. Il punto generale è che una spesa aggressiva è necessaria, ma non sufficiente. Essa deve essere progettata per aumentare la capacità produttiva, la crescita potenziale e r*. In assenza di veri investimenti, la spesa pubblica può abbassare r*, inasprendo passivamente la politica monetaria.

Ecco perché il peso economico di una riduzione del debito sarebbe devastante. L'ultima volta che si è verificata una simile inversione di tendenza è stata durante la Grande Depressione.


Conclusione 

Questo è uno dei motivi principali per cui la crescita economica continuerà a rallentare: invertire la tendenza alla spesa improduttiva è impossibile a causa dell'enorme dipendenza della popolazione dai programmi sociali a essa associati. Ridurre tale spesa per lo Stato sociale sarebbe un “suicidio economico”.

Tuttavia, come osservato in “I deficit potrebbero trovare la loro cura nell’intelligenza artificiale”:

Dal punto di vista della narrazione sul deficit, tutto ciò suggerisce che il futuro è potenzialmente molto più luminoso di quanto la maggior parte delle persone immagini. Lo sviluppo di infrastrutture per le data factory basate sull'intelligenza artificiale può stimolare la crescita economica creando posti di lavoro, stimolando le industrie e consentendo aumenti di produttività guidati dall'intelligenza artificiale. Come osservato in precedenza, un aumento solo marginale della crescita stabilizzerebbe l'attuale rapporto debito/PIL. Un aumento della crescita del PIL al 2,3-3% annuo migliorerebbe notevolmente i risultati. Inoltre se i tassi di interesse scendessero anche solo dell'1%, ciò potrebbe ridurre la spesa di $500 miliardi all'anno, contribuendo ad allentare la pressione fiscale.

Mentre gli Stati Uniti si trovano ad affrontare una prospettiva fiscale scoraggiante, caratterizzata da un debito crescente e da deficit in espansione, la vera preoccupazione non è una crisi imminente o un default, piuttosto il problema più profondo e strutturale è che una quota crescente dei prestiti federali viene convogliata in programmi che sostengono i consumi ma non riescono a generare rendimenti economici futuri. Questo cambiamento, iniziato oltre 50 anni fa, crea un freno a lungo termine alla crescita economica, esclude gli investimenti privati ​​e riduce il potenziale dell'economia, o r*.

Come dimostrano i dati e la storia, il debito per finanziare attività produttive, come infrastrutture, innovazione e istruzione, può sostenere la crescita e persino ripagarsi nel tempo; l'indebitamento per lo Stato sociale e il servizio del debito no. Purtroppo le realtà politiche e demografiche rendono quasi impossibile invertire la rotta senza gravi ricadute economiche. A meno che i politici non riorientino le priorità fiscali verso gli investimenti in capacità produttiva, l'economia rimarrà intrappolata in un ciclo di bassa crescita, oneri crescenti e rendimenti in calo. L'innovazione può offrire una via d'uscita, in particolare la trasformazione guidata dall'intelligenza artificiale. Se sfruttata con saggezza, con investimenti mirati e linee di politica intelligenti, l'IA potrebbe aumentare la produttività, ripristinare la crescita e alleviare la pressione fiscale.

La strada da percorrere è stretta, ma non chiusa, e non porta a una crisi finanziaria imminente. Tuttavia la vera sfida sarà la volontà politica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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