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mercoledì 9 aprile 2025

Perché si parla così tanto di recessione adesso?

Una delle leggi più idiote in materia economica e finanziaria fu la Dodd-Frank Act, voluta da (udite, udite) Obama. Ciò non fece altro che costringere di più il settore bancario “ordinario” e permise alla pressione risultante di sfogarsi su quello “ombra”... e questa evoluzione l'avete già letta nel mio ultimo libro, Il Grande Default. Non solo, ma avviò verso la bancarotta un numero consistente di piccole/medie banche che successivamente sono state assorbite da quelle grandi, fenomeno, questo, che fa da anfitrione al collasso delle piccole/medie imprese. Non è nemmeno una sorpresa che, anche qui, ci fosse lo zampino di Londra (cfr. Lyndon LaRouche). Quello che questa amministrazione vuole impedire è che ci sia un “honeypot” da catturare e far ripetere la storia degli eurodollari. Questo a sua volta significa che la FED tornerà al suo ruolo ideato prima degli anni '30, prima che Roosevelt la trasformasse nel mostro deforme che è oggi. Molto probabilmente la sua capacità d'azione verrà ripartita nelle 12 entità regionali, fino ad avere un quadro di riferimento più decentralizzato e difficile da catturare in futuro. Un tale ritorno al passato è funzionale alla scissione del dollaro: uno per le necessità interne ed emesso dalle varie banche commerciali sotto la giurisdizione compensativa delle Federal Reserve regionali; uno internazionale e digitalizzato per l'era moderna incarnato da Tether. Tra l'altro non è nemmeno una caso che, a tal proposito, l'amministrazione Trump stia lanciando sul mercato USD1, una nuova stablecoin legata al dollaro.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/perche-si-parla-cosi-tanto-di-recessione)

Puntuali come un orologio, ecco che ritornano le discussioni su una recessione. L'annuncio arriverà presto e sarà confermato entro l'estate. La Federal Reserve di Atlanta ha da poco rivisto le sue previsioni di output per il primo trimestre, prevedendo una contrazione del -2,8%. È accaduto tutto all'improvviso. Solo una settimana prima gli stessi strumenti (GDPNow) avevano previsto un aumento del 2% dell'output nel primo trimestre.

A questo punto molte persone probabilmente staranno ignorando tutte queste previsioni e i grandi numeri che provengono dagli esperti pagati dai contribuenti. Hanno toppato molto e per tanto tempo, ciononostante Wall Street è commossa da tali report di dati, anche quando i problemi con essi sono evidenti. Come si dice, i numeri potrebbero essere falsi, ma sono tutto ciò che abbiamo.

La base su cui si fonda questa previsione riguarda la spesa per l'edilizia ed è davvero difficile giustificarla basandosi sui dati del settore che non mostrano nulla del genere.

Il mio pensiero: questo è un gioco di attribuzione delle colpe. Le analisi commissionate dal Brownstone Institute, ma che possono essere state intuite anche da qualsiasi adulto negli ultimi quattro anni, documentano una recessione tecnica sin dal 2022 sulla base di una lettura più chiara dei dati. Non c'è mai stata una chiara ripresa sin da marzo 2020, quando l'economia globale è stata deliberatamente gettata in una depressione forzata.

Da allora i dati macroeconomici raccolti in modo convenzionale hanno avuto ben poco senso.

Ci sono molti problemi. I dati di output convenzionali contano la spesa pubblica, anche quando è basata sul finanziamento tramite debito che è in ultima analisi finanziato dalla stampa di denaro, come contributo positivo al PIL. Proprio in questi anni si è assistito al più grande aumento della spesa pubblica che abbiamo mai registrato.

Ovviamente ha distorto i dati del PIL per anni.

C'è un altro problema: gran parte della “crescita” negli ultimi quattro anni è consistita nella riparazione graduale e iterativa dei danni causati dai lockdown e dai blocchi della supply chain. Rompere le cose e aggiustarle non conta come progresso complessivo, ma nel modo in cui viene raccolto il PIL, lo conta invece.

Questo fattore ha distorto i dati sulla produzione per anni.

Tutti i dati del PIL devono essere aggiustati all'inflazione se davvero devono avere un significato. Questo è risaputo, meno risaputo è che lo stesso deve accadere alla spesa al dettaglio, agli ordini di fabbrica e agli acquisti di beni durevoli. Non ha alcun senso considerare i prezzi più alti come aumenti significativi della spesa.

Ciò che conta è quale misura dell'inflazione si usa rispetto alla quale il PIL viene aggiustato per ottenere poi il PIL reale. Da anni ormai l'indice dei prezzi al consumo è stato notevolmente sottostimato su intere classi di beni e anche sull'intero indice. Arrivati a questo punto, è fuori discussione. Quanto sia stato sottostimato è una questione dibattuta. I dati convenzionali mostrano un calo del 22% del potere d'acquisto in quattro anni, ma potrebbe essere più vicino al 30% o più, raggiungendo in certi punti livelli molto più alti.

Anche utilizzando una misura prudente, sottostimandola e combinandola con il PIL non aggiustato, si genera un contesto macroeconomico in rosso per tre anni: una recessione tecnica.

Quando abbiamo pubblicato il nostro studio, mi aspettavo un tremendo contraccolpo da parte degli economisti del settore e di altri. Quello che abbiamo visto invece è stato il silenzio. Ciò mi ha lasciato sbalordito finché non ho capito che quasi tutti sanno che le cose stavano così.

In altre parole, Trump ha ereditato un ambiente economico che è stato definito meraviglioso per anni, ma che in realtà è stato estremamente debole e profondamente danneggiato. Era una trappola: negare la debolezza economica per quattro anni, quando invece era ovvia, poi una volta che il nuovo presidente sarebbe entrato in carica farla diventare trasparente e dire la verità su quanto le cose siano brutte.

Il problema con la cultura statunitense è che c'è una sovrapposizione mediatica tra le condizioni economiche e chiunque si trovi in ​​carica in quel momento. Non è affatto una coincidenza che la recessione sembri colpire esattamente mentre Trump è entrato in carica. Sarà attribuita alle sue linee di politica: dazi, tagli alla spesa, sconvolgimenti governativi, o semplicemente incertezza in generale.

È come se qualcuno si accorgesse che la casa è in disordine non appena arriva la squadra delle pulizie e desse la colpa a loro di tutti i problemi.

D'altro canto, è decisamente troppo presto per dichiarare che siamo in qualche modo fuori dai guai. C'è ancora molta strada da fare, e Trump ha ragione a esortare alla pazienza e persino a suggerire, come ha fatto nel suo discorso al Congresso, che ci sarà dolore economico lungo il cammino.

La retorica impetuosa sull'alba di una nuova età dell'oro è entusiasmante, ma prematura. Il bilancio deve essere sistemato, le agenzie governative devono essere frenate e tagliate, le normative devono essere abrogate, le agenzie sanitarie devono essere smantellate, tutte le tasse devono essere abbassate o abolite.

Per quanto riguarda i dazi, è facile seguire il ragionamento qui: poiché è più economico produrre la maggior parte delle cose nella maggior parte degli altri Paesi rispetto agli Stati Uniti, principalmente a causa della forza del dollaro, il loro impiego è progettato per pareggiare i conti. È un tentativo di ricreare il vecchio regolamento contabile che avevamo prima della fine del gold standard. La teoria è che questo dimostra un certo margine di competitività per la produzione statunitense, probabilmente attraendo capitale straniero per investimenti nazionali.

Questo mi sembra un metodo tortuoso per aggirare un problema più importante che risale a un sistema monetario internazionale in crisi. Detto questo, non c'è un pulsante da premere per risolvere il problema, almeno non uno che io riesca a vedere. L'effetto più immediato di questi dazi sarà quello di aumentare i costi per gli importatori e i consumatori statunitensi. Nel complesso, questa è una scommessa rischiosa. Non sono certo il solo a temere che questa iper-attenzione sui dazi, molto prima di una riforma delle tasse e della spesa, sia sproporzionata, riflettendo un'idiosincrasia personale della stampa nei confronti di Trump piuttosto che un chiaro pensiero economico.

I dazi diventeranno anche un capro espiatorio. Se all'improvviso verrà annunciata una recessione, se il PIL del primo trimestre dovesse davvero scendere in modo così violento, i dazi e quindi Trump si ritroveranno nel mirino delle critiche. Questa dovrebbe essere una preoccupazione politica primaria per la sua amministrazione.

Detto questo, Trump è sulla strada giusta nel sottolineare che abbiamo appena vissuto la peggiore inflazione degli ultimi 48 anni e forse della storia americana. È stato sottoposto a severi controlli per questa affermazione, ma è del tutto difendibile. Lo stesso vale per tutti questi indicatori economici, dall'inflazione al mercato del lavoro. La realtà è ben peggiore di quanto le agenzie abbiano segnalato per molti anni.

Ricordate: ci sono forti ragioni per credere che siamo in recessione tecnica più alta inflazione da anni ormai. Ammetterlo ora è una questione di tempismo politico. La nebulosità che circonda i dati e i messaggi economici sta diventando sempre più stratificata e complicata, e ci vuole una vera sofisticatezza per vederlo.

Le sofferenze nascoste degli ultimi quattro anni sono state in gran parte taciute e quindi le tribolazioni improvvisamente annunciate adesso sono probabilmente esagerate.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 24 gennaio 2025

Illusione monetaria e la chimera della ricchezza reale: due fenomeni che nascondono la bancarotta dell'Italia

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/illusione-monetaria-e-la-chimera)

Supponiamo che un imprenditore (o un falsario!) apra una banca e presti a tutti un sacco di soldi a condizioni irresistibili. All'improvviso la città si anima, le auto escono dai parcheggi, le mance nei bar aumentano, gli showroom di mobili vengono svuotati e, naturalmente, i prezzi salgono. Tutti si sentono più ricchi: il PIL locale aumenta, la città viene citata dai giornali, sulla bocca di tutti c'è “rinascita della classe media” e il sindaco pensa di candidarsi a primo ministro della nazione.

I guai iniziano in sordina, ma poi diventano un'onda che travolge presto la città e le cose vanno a rotoli. I soldi spariscono, i prestiti devono essere rimborsati, le vendite diminuiscono, le auto e i mobili vengono pignorati.

Che fine ha fatto il boom? Che fine ha fatto tutta quella precedente ricchezza?

Era fittizia, irreale, transitoria, effimera, una chimera, un miraggio, una vana e folle fantasia. Com'è possibile? Le BMW e gli arredi erano cose reali e tangibili. Il boom era autentico, ma la scintilla è stata il credito, non il risparmio. I risparmi possono essere spesi e goduti. Fine della storia. Il credito, però, è accompagnato dalle “richieste del futuro”. Investito con successo potrebbe creare nuova ricchezza, ma se viene semplicemente consumato non crea nuovo flusso di reddito per estinguere il debito. Le persone si limitano solamente a spendere soldi che non hanno e diventano più povere.

È stata notizia recente che il debito pubblico italiano ha superato i €3000 miliardi, mentre il PIL (per quanto non sia una misura affidabile della ricchezza reale) langue indietro sin dalla crisi del debito sovrano del 2010. Supponendo che fossero andati di pari passo, non esisterebbero quegli ~€800 miliardi in più. Questi ultimi rappresentano “le richieste di domani” che difficilmente saranno soddisfatte. Si trattava di credito immesso nel sistema ma senza un corrispondente aumento della ricchezza reale. Gran parte della “ricchezza” dell'economia è solo metà di una transazione incompleta. È la parte divertente del ciclo del credito: il debito aumenta da una parte del libro mastro e la “ricchezza” dall'altra. E poi, quando il ciclo del credito completa la sua oscillazione, entrambi scompaiono: i debiti vengono pagati, cancellati o gonfiati; gli attivi vengono svalutati. Come ho scritto nel Capitolo 2 del mio ultimo libro, Il Grande Default, esistono risparmi reali e risparmi fasulli. Per quanto una linea di credito facile possa facilitare la vita ad aziende neonate con un'idea buona in mente, l'azzardo morale che ne consegue cresce di ordini di grandezza superiori. Detto in modo semplice, la probabilità di incappare in errori economici diventa sempre più grande. Nel momento in cui, poi, determinate aziende arrivano al vertice e possono esercitare potere di lobby, piuttosto che andarsene nel sereno abbraccio della bancarotta quando diventano improduttive, esercitano la loro influenza per restare a galla.

Al giorno d'oggi esistono molte aziende “zombi” in Italia, incapaci di pagare persino gli interessi sul loro debito. A livello di facciata potrebbero anche valere tanto, ma qual è il valore reale di un'azienda che può rimanere in attività solo prendendo in prestito sempre più denaro? Il libro mastro non dovrebbe elencarle come passività piuttosto che come attivi? Inutile dire che tale cancrena fagocita anche la fiducia del sistema bancario commerciale a elargire prestiti.

Nonostante tutta la magniloquenza che i media generalisti usano per descrivere l'economia italiana, fatta di lavori che vanno a ruba e titoli sovrani la cui vendita a frotte è l'invidia del resto del mondo, la sostenibilità di un Paese si basa su una semplice dicotomia: ricchezza fasulla contro ricchezza reale. Per quanto possa sembrare insolente da parte mia nei confronti della narrativa ufficiale, la “ricchezza fittizia” spiega perché il nostro Paese, presumibilmente sulla buona strada, in realtà continua a sprofondare in un baratro senza fondo. In parole povere il denaro fasullo ha portato a un'economia con ricchezza fasulla. Gran parte dell'economia italiana (se misurata dal PIL) è fittizia, fraudolenta o fantasiosa. Il denaro fasullo crea un'economia fasulla, la quale cresce prendendo in prestito denaro che non esiste. Il denaro reale deve rappresentare beni, servizi e asset reali, ma il denaro fiat non rappresenta nulla. È credito vuoto e concesso a tassi artificialmente bassi. Certo, fa aumentare il PIL, le azioni, le obbligazioni e il settore immobiliare dandoci l'impressione di una grande ricchezza, ma il rovescio della medaglia del credito è il debito e quello totale dell'Italia è arrivato a circa il 255% del PIL. E man mano che aumenta, aumenta anche la spesa per interessi.

Gran parte del denaro fasullo è stato preso in prestito dai burocrati. La parte dell'economia direttamente controllata (spesa pubblica) o resa torbida (regolamenti statali o locali) dallo stato è aumentata nel corso del tempo. La spesa pubblica è inclusa nelle cifre del PIL, il 100% di essa, ma pochissima produce il tipo di ricchezza reale di cui c'è bisogno per pagare i debiti passati e contribuire alla prosperità attuale. Per vederlo coi vostri occhi, da un punto di vista prettamente finanziario, vi basta aggiustare i rendimenti attuali delle obbligazioni sovrane italiane all'inflazione (quella reale ovviamente, come misurata dall'oro, e non dall'IPC).


LA RICCHEZZA DI UNA NAZIONE, ORA, È UN'ILLUSIONE

Il valore “nominale” è molto diverso dal valore reale. Ma non sono solo i titoli sovrani a fingere di avere un valore che in realtà non hanno. In tutto il mondo a rendimento fisso ci sono perdite non riconosciute e ricchezza immaginaria. In termini ancora più specifici: davvero credete che ciò che possedete oggi, in termini di ricchezza personale, è davvero vostro? La risposta è “No, non è vostra” dato che può essere sequestrata in qualsiasi momento e in modo nascosto/sordido. Il Capitolo 13 del mio ultimo libro, Il Grande Default, descrive esattamente questa dinamica, ovvero che l'Europa, non avendo risorse di capitale energetico e non avendo mercati finanziari affidabili, per sopravvivere alla tempesta economica incalzante può solo parassitare il bacino di asset che dispone la popolazione. O si illude di possedere...

Leggiamo da un meandro di Wikipedia:

L'illusione monetaria è un errore di valutazione compiuto da chi ragiona in termini di valore nominale della moneta, tenendo conto in modo inadeguato della variazione del suo valore reale e rischio.

Ad esempio una riduzione del livello dei salari reali, a seguito della riduzione del potere d'acquisto della moneta, non viene percepita nel breve periodo.

L'illusione monetaria spiega in parte il comportamento dei risparmiatori che in condizioni di inflazione elevata accettano di impiegare le loro ricchezze a tassi di rendimento reali che, ex post, risultano negativi.

Altrettanto l'illusione monetaria spiega il comportamento dei consumatori che non aggiustano il proprio tenore di vita nel breve periodo a seguito di un generalizzato decremento del potere di acquisto dei salari.

L'illusione monetaria è uno di quei termini economici che si spiega da sé, ma ecco un altro esempio. La maggior parte delle persone sa che cento euro non comprano oggi quello che compravano dieci anni fa, ma pensa ancora in termini di prezzi passati (gli anziani di più, per ovvie ragioni). Un lavoratore potrebbe sentirsi bene con un aumento del 5%, ma se l'inflazione è al 7%, in realtà sta guadagnando meno di prima. Questo è un processo in corso da decenni con il risultato che, in termini reali, i salari sono più bassi. Se gli stati iniziassero a stampare denaro e ad acquistare asset, molti inizierebbero a mettere in discussione il denaro stesso e la fiducia nella moneta fiat potrebbe scomparire rapidamente.

Il denaro moderno ha un valore nominale, ma non un valore intrinseco. Si basa sull'illusione (e sulla legge) per funzionare. Più lo si svaluta, meno è probabile che l'illusione regga. Ovviamente il sostegno della legge fa una grande differenza, così come il fatto che le tasse debbano essere riscosse in questo denaro, ma il sistema è vulnerabile. Le illusioni possono durare a lungo, ma quando si infrangono lo fanno molto rapidamente, e poi non c'è più niente.

Ecco perché oro e Bitcoin sono asset a parte. Entrambi sono denaro in sé e per sé: uno è il prodotto della natura, l'altro il prodotto di quantità straordinarie della potenza di calcolo. Nessuno dei due dipende da nessun altro.


ANDARE IN BANCAROTTA... COME CI SI È SEMPRE ANDATI

I tagli dei tassi da parte della BCE non creano ricchezza come per magia. La ricchezza è creata da aumenti di produttività con più output per unità di lavoro e input di risorse. È il risultato di duro lavoro e pazienza. I piaceri immediati devono essere rimandati e le lezioni devono essere apprese. Il capitale non può essere semplicemente consumato; deve essere risparmiato e investito saggiamente, abilmente. Tutto il resto è distrazione, frode e fantasia. Abbassare il costo del credito rende più facile acquistare cose, ma non rende necessariamente più facile pagarle. Come abbiamo visto, più credito crea ricchezza “fittizia” a breve termine, non ricchezza reale a lungo termine. I venditori registrano l'aumento delle vendite come un surplus; i burocrati registrano le vendite extra come un aumento del PIL. Ma finché il conto non viene saldato, la transazione è incompleta.

Man mano che aumenta il debito, aumenta anche il costo del servizio del debito (interessi) e il numero di debitori che non saranno in grado di pagare, incluso il più grande debitore al mondo, ovvero lo stato. E così aumenta la quantità di ricchezza che probabilmente scomparirà nella prossima crisi. Ciò è particolarmente vero quando il prestito è stato fatto con falsi pretesti, ovvero a tassi d'interesse irrealistici o artificialmente bassi. Ed ecco che... il debito aumenta. 

Sono uscite le cifre riguardanti le prestazioni dell'economia italiana nell'ultimo anno. Si riconferma un Paese in cui la qualità dell'occupazione continua a declinare: questo dato può esse estrapolato dall'aumento dell'attività turistica e di conseguenza l'aumento dell'impiego nel settore terziario. Ma un Paese non può reggersi esclusivamente su questo settore, dato che i lavori creati non sono in grado di sostenere un'economia complessa; infatti il comparto industriale continua la sua caduta libera. Questo a sua volta significa che i numeri degli occupati, sulla scia della contrazione delle prestazioni welfaristiche (es. reddito di cittadinanza), sono anche gonfiati da persone che svolgono più di un lavoro per sbarcare il lunario. Non solo, ma se davvero il boom dell'occupazione di cui blatera l'informazione mainstream fosse vera e aggiungesse ricchezza alla nazione, allora i numeri del PIL non sarebbero così anemici. Questo perché la Legge dei rendimenti decrescenti è scesa in territorio talmente negativo che gli accordi “lose-lose” (vicendevolmente svantaggiosi) erodono unità di PIL aggiuntivo, anche se tali numeri vengono tenuti artificialmente su da stampa di denaro e deficit pubblico persistente.

E infine arriviamo a un punto cruciale che pochi ancora afferrano: l'inflazione dei prezzi. I media generalisti ci tengono a far sapere che “tutto è tornato sotto controllo”, facendo festa per i delta che cambiano di mese in mese. Ma se allarghiamo il quadro, le cose stanno diversamente: i prezzi cavalcano in alto, senza sosta, sin dal 2000. L'aumento composto di questo indice, e il furto conseguente, è apprezzabile nel grafico qui sotto.

Un tasso di variazione più lento non significa che un'inflazione dei prezzi in diminuzione! Significa, ammesso che sia accurato, che l'inflazione dei prezzi sta crescendo meno rapidamente. È questo cambiamento che sta uccidendo la qualità della vita per la classe media italiana. In secondo luogo la velocità del denaro è in aumento. Il prossimo grafico mostra la variazione dell'offerta di denaro M2: i dati più recenti mostrano che sta di nuovo espandendosi. In sintesi, si sta formando una “seconda ondata” di inflazione.

Questa è una nazione che sta andando in rovina nel modo tradizionale: aggiungendo ricchezza fasulla e debito reale. Sì, cari lettori, c'è “ampio spazio” per tagliare la spesa, ma la frode è più gradita della verità e aumentare il debito è molto più allettante che saldarlo.


LA MEGAPOLITICA

La “megapolitica” è una delle mie metodologie d'analisi non così segreta. Fornisce un vantaggio aiutandomi a comprendere le correnti più profonde della politica e dell'economia; solo su queste pagine potete leggere i risultati di tali analisi, o ascoltare se volete risparmiare tempo. Ad esempio, uno potrebbe osservare il meteo: cambia giorno dopo giorno, un giorno è più caldo e il giorno dopo piove. Potrebbe indovinare cosa succederà con il passare dei giorni, ma è molto utile sapere che ci sono stagioni, schemi che si ripetono, mai esattamente gli stessi, ma sempre presenti. La megapolitica non è altro che un'intuizione, ma una importante: ci sono stagioni anche nei mercati e nella politica. Potreste pensare, ad esempio, che “lo stato non permetterebbe mai che [una cosa] accadesse”... o che non accadrà perché “nessuno lo vuole”. Ma poi... accade comunque.

Le persone, soprattutto quelle intelligenti, si auto-ingannano: sopravvalutano regolarmente la loro capacità di capire cosa sta succedendo e la loro competenza nel controllare il futuro e sbrogliare i nodi dalla storia. Intraprendono programmi e progetti per rendere il mondo un posto migliore: le Crociate, la Prima guerra mondiale, la Rivoluzione russa, il Grande balzo in avanti, e finiscono per rendere la storia più perversa che mai. Il problema nasce dalla natura stessa della vita. Ci sono un numero infinito di cose che accadono e un numero infinito di modi per guardarle. Noi esseri umani, tuttavia, non abbiamo una quantità infinita di tempo o una capacità cerebrale infinita, quindi mettiamo le cose in categorie (un processo che Kant descrisse come “imperativo categorico”) per semplificarle.

I proto-umani dovevano prendere decisioni rapide per sopravvivere. Se vedevano una cosa grande e pelosa che caricava nella loro direzione, ad esempio, non avevano il tempo di chiedersi a quale genere o specie potesse appartenere, o se non fosse un'illusione ottica causata dal sole al tramonto o uno scherzo fatto da uno dei membri della sua tribù. Dovevano correre, il più velocemente possibile, per sopravvivere. I nostri antenati, i sopravvissuti, erano quelli che correvano non quelli che si fermavano a ponderare. Oggi riceviamo migliaia di “messaggi” (es. pubblicità, avvisi, dati, opinioni e osservazioni) e li scorriamo sui nostri schermi dei computer, il più velocemente possibile, scegliendo quelli che meritano la nostra attenzione. La maggior parte viene ignorata immediatamente, alcuni vengono notati e studiati attentamente; altri cambiano effettivamente le nostre idee o il nostro comportamento.

La maggior parte delle persone è impegnata; classifica le cose in categorie molto semplici: buono o cattivo, rosso o blu, amico o nemico. I nemici sono persone “cattive”; questo è tutto ciò che pare si debba sapere. Anche il mondo della finanza può essere ridotto alla più semplice dicotomia. I prezzi salgono o scendono; perché complicarlo? Ma semplificare troppo può causare grandi errori. I “nemici” non sono sempre veri nemici e alcune guerre vale la pena di essere combattute. Per avere un'idea di cosa sta realmente accadendo, dobbiamo capire le stagioni. Possiamo guardare fuori dalla finestra e vedere il sole che fa capolino tra le nuvole, ma aiuta anche sapere che è primavera.

Nel senso più semplicistico e superficiale, le persone fanno le loro scelte e cercano di ottenere ciò che vogliono, ma nel mondo più profondo e megapolitico, ciò che vogliono non ha nulla a che fare con questo. La megapolitica descrive le profonde correnti della storia, un po' come la Corrente del Golfo, un immenso fiume sottomarino. In superficie non è nemmeno visibile, ma sotto l'oceano trasporta acqua calda attraverso l'Atlantico e rende abitabile l'Europa settentrionale. È un modello naturale. Ci influenza; ma noi non abbiamo alcuna influenza su di esso. La megapolitica riconosce che “le cose accadono” che lo vogliate o meno. Chi vuole morire, per esempio? Ma a tutti capiterà. E chi poteva immaginare che la cricca di Davos sarebbe stata messa in ginocchio? Ma è accaduto anche questo.

La megapolitica ci incoraggia a guardare oltre gli slogan e le banalità che diamo per scontate. Il Titanic era considerato inaffondabile, finché non è affondato. E ora, molte persone pensano che la BCE “non permetterebbe” una recessione, un'inflazione incontrollata o un mercato ribassista di lunga durata. Ma la BCE può davvero impedire queste correzioni naturali? Probabilmente no, in particolar modo ora che il mercato degli eurodollari è sotto contrazione della leva per esplicito volere della FED che ha messo ordine nella sua equazione monetaria. Niente più pasti gratis a danno degli Stati Uniti.

Esiste la massima “tutti gli esseri umani sono creati uguali”, per esempio, o che dovremmo “fare agli altri ciò che vorremmo che facessero a noi”. Esse valgono anche per le nazioni... o per meglio dire, le fazioni. Quando il potere cambia drasticamente, i diritti di uguaglianza svaniscono. Immaginate un'invasione di alieni con una tecnologia di gran lunga superiore. Potrebbero trattare gli esseri umani come noi trattiamo il bestiame. Anche tra gli esseri umani enormi disparità di potere portano a relazioni che non sono in alcun modo “uguali”. Questa era la storia di fondo del XVIII e XIX secolo, quando gli europei avevano un tale vantaggio in termini di potenza di fuoco rispetto ai popoli indigeni dell'Africa, del Sud-est asiatico, dell'Australia e delle Americhe da riuscire a colonizzare enormi distese di territorio. La gente del posto potrebbe aver avuto dei “diritti”, ma solo quelli che i conquistatori avevano scelto di dare loro.

La megapolitica espone modelli e realtà a cui poche persone vogliono pensare. Ci rende sospettosi su “ciò che tutti sanno” e scettici su “ciò che tutti credono”. La guerra in Ucraina ha davvero senso? Le banche centrali possono davvero sapere di quali tassi d'interesse ha bisogno una nazione? La democrazia funziona davvero nel modo in cui credono gli elettori? È davvero caduto l'impero britannico? Quanto ancora gli eurodollari influenzano i mercati mondiali? Se la FED non avesse cercato l'indipendenza dal resto del caravanserraglio delle banche centrali, in che mondo vivremmo adesso? Ci sono più domande che risposte, ma il solo fatto di porsele fornisce un vantaggio sulla maggior parte degli investitori.

Poche persone vorranno approfondire queste questioni. I buoni contro i cattivi, noi contro loro, il rosso contro il blu: per la maggior parte di noi è sufficiente. Ma negli anni difficili che ci aspettano, un'analisi superficiale potrebbe rivelarsi disastrosa.


CONCLUSIONE

L'analisi megapolitica ci aiuta a mettere nel giusto contesto il fallimento dell'Italia e quello più ampio dell'UE. Con l'addio della Yellen e, adesso, un bilanciamento del budget insieme a un Dipartimento del Tesoro che non fa più un QE mascherato tramite sovraemissione di titoli sovrani, Bailey e la Lagarde vedranno aumentare i loro guai. Nell'ultimo anno in particolare hanno usato le grasse emissioni della Yellen per tenere soppressi i differenziali di rendimento tra i titoli sovrani delle loro giurisdizioni e quelli americani. In questo modo hanno influenzato pesantamente il lato destro della curva dei rendimenti americani, sacrificando, però, le loro valute nel frattempo. Sterlina ed euro infatti si sono schiantati rispetto al dollaro. Con l'insediamento di Trump, però, lo zio Sam tornerà ad avere un potere contrattuale reale sulle altre divise. Stavolta per davvero, dato che tutti quei meccanismi che svilivano silenziosamente il dollaro vengono smantellati. L'illusione monetaria e l'illusione della ricchezza fasulla, alimentate da Bruxelles e City di Londra per spacciare la menzogna di un'economia solida, affidabile e degna di fiducia, alternative a quella americana, verrà infranta.

Supponendo, adesso, un piano di contingentamento della spesa pubblica americana, la salita dei rendimenti dei titoli sovrani europei è dietro l'angolo. E guarda caso adesso i BTP italiani vengono esclusi dal calcolo dell'ISEE...


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venerdì 27 dicembre 2024

Caos economico/geopolitico o dieci anni di oblio

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/caos-economicogeopolitico-o-dieci)

Come mai l'economia italiana attuale, la migliore di sempre a quanto pare, o almeno così dicono tutti, riesce a produrre “occupazione da record” ma in mezzo secolo non è riuscita a dare ai lavoratori un aumento di stipendio? Come mai oggi è più costoso per loro, in termini di ore di lavoro, acquistare una casa o un'auto rispetto a 50 anni fa? Case e auto sono gli asset “fondamentali” della classe media e la maggior parte delle persone le ottiene scambiando il proprio tempo (stipendio). Poiché ci vuole sempre più tempo per acquistarle, le persone hanno meno tempo a disposizione; sono più povere in ciò che conta di più: il tempo.

Naturalmente case e auto dovrebbero essere di qualità superiore rispetto agli anni '70. Alcuni economisti ritengono che questi miglioramenti “edonici” giustifichino i prezzi più alti. Ma se sono migliori è grazie ai progressi tecnologici. Un'auto, ad esempio, ha più componenti elettronici di prima. Si dice che sia più sicura, più veloce e più economica. Naturalmente anche le fabbriche sono diventate più avanzate: la concorrenza spinge i produttori a migliorare le cose e a renderle più economiche. I vari pezzi sono diventati più facili da fare e più facili da assemblare; molte funzioni che prima richiedevano lavoro manuale ora vengono eseguite roboticamente.

Quindi la tecnologia che ha reso le auto migliori avrebbe dovuto renderle anche più economiche, non più costose. 

Allo stesso modo ci viene detto che le case sono più grandi e migliori che mai. Sono più costose perché valgono di più, ma potrebbe essere vero proprio il contrario. Le nuove case sono spesso realizzate con materiali compositi fragili che sono facili da lavorare, ma non hanno la bellezza e la solidità del vero durame di quercia o pino. Inoltre anche le case costruite nel 1970 o prima sono costose e spesso più costose di quelle di più recente costruzione. Quindi come mai una persona media deve lavorare il doppio del tempo solo per un tetto sopra la testa e un set di ruote? È perché “il sistema” è stato corrotto? Ora fornisce politiche pubbliche che servono gruppi specifici di persone, di solito quelle con un buon team di lobbying e un sacco di soldi per “oliare gli ingranaggi politici” a spese del pubblico.

Più volte su questo blog abbiamo visto che il PIL ha poco a che fare con la ricchezza reale. Le illustrazioni più chiare a tal proposito sono state fornite dalla Germania nazista e dall'Unione Sovietica. In quest'ultima i lavoratori comuni erano più poveri, di proposito. L'economia era organizzata e controllata dall'élite, alle industrie veniva detto cosa produrre e quanto potevano far pagare. Il sistema sovietico produceva molti prodotti, ma pochi che la gente desiderasse realmente. Eppure, sempre negli anni '80, c'erano ancora economisti in Occidente che erano impressionati solo dai numeri. Paul Samuelson, ad esempio, “scrisse il libro” di economia che fu ampiamente utilizzato come testo in tutti gli Stati Uniti. Il suo Economics: An Introductory Analysis diceva agli studenti che l'Unione Sovietica aveva raggiunto una “rapida crescita” e industrializzazione grazie alla sua pianificazione centrale. Non aveva tutti i torti: i numeri del PIL mostravano che l'Unione Sovietica stava scoppiando di “crescita”, ma contare il numero di luterani nella Gestapo o le saponette in un campo di prigionia probabilmente non diceva molto...

Nell'Unione Sovietica il sapone lasciava un odore così nauseabondo che tutti lo sentivano, ma poiché i pianificatori centrali disdegnavano la concorrenza e la scelta dei consumatori, tutti dovevano usarlo. I visitatori riferirono che nel giro di pochi giorni dalla caduta del Muro di Berlino, quell'odore scomparve.

I numeri del PIL ingannarono gli economisti.

L'economia nazista era, come quelle occidentali di oggi, un'economia “capitalista” con un'influenza governativa pervasiva. E ciò verso cui i nazisti guidarono l'economia fu la guerra. All'inizio i numeri sembravano buoni: gli ordini di carri armati, aerei e uniformi tenevano impegnate le fabbriche. Il PIL aumentò. Gli osservatori stranieri riferirono che “Hitler faceva arrivare i treni in orario”; dissero di non aver mai visto così tanta energia. A un certo punto la disoccupazione scese sotto lo zero (semmai fosse possibile). Con così tanti uomini in uniforme, la Germania rimase senza lavoratori, quindi i pianificatori centrali nazisti portarono manodopera schiava dai Paesi conquistati.

Anche qui i numeri del PIL raccontavano una storia incredibile: la gente non poteva mangiare gli aerei da caccia Messerschmitt, e con così tanta manodopera e capitale investiti nell'industria della potenza di fuoco, c'era poco per le cose che contavano davvero. Il cibo, per esempio. A un certo punto gli stessi funzionari del governo avvertirono che le donne tedesche non mangiavano abbastanza e che avrebbero potuto non essere in grado di avere figli. L'economia si surriscaldò; le persone si impoverirono.

Quindi, cosa sta succedendo in Italia? I dati del PIL ci dicono che l'economia sta uscendo dal pantano economico. La disoccupazione è vicina ai minimi storici e il mercato azionario è a massimi storici se prendiamo come riferimento il 2008. Ma c'è qualcosa che non quadra in tutto questo. Cosa sta succedendo veramente? Se un'economia non rende la gente comune più ricca, che senso ha?


UN ESPERIMENTO PERICOLOSO

Ciò non significa che la persona media non stia meglio. Oggi, nel bene e nel male, abbiamo aggeggi elettronici che non avevamo negli anni '70. Possiamo passare tutta la vita curvi sui nostri computer portatili, magari seduti in un bar o in un ufficio, a giocare e a parlare con donne svestite con accento bielorusso. È un progresso, no? Abbiamo TikTok, Facebook, X, IA, le sneaker di Trump, ecc. Abbiamo persino auto che creeranno i loro incidenti stradali. Non è richiesto alcun intervento umano, ma i lavoratori nelle nuove industrie odierne, comprese quelle dei nostri più grandi datori di lavoro, spesso vivono in una povertà scioccante. Almeno questa è stata la conclusione della relazione più recente della Caritas. Senza contare, poi, l'ampliamento e l'incapacità dello stato sociale di servire la pletora di poveri in crescita.

Un piccolo esperimento mentale ci permetterà di capire il punto. Userò l'oro come misura affidabile dell'inflazione. Nel 2015 un grammo d'oro costava circa €30; questo significa che, agli stipendi di allora, ovvero circa €1500, il lavoratore medio poteva acquistare un grammo e mezzo d'oro al giorno. Oggi un grammo d'oro costa €80; questo significa che, agli stipendi attuali, ovvero circa €1700, il lavoratore medio può acquistare un grammo d'oro dopo un giorno e mezzo. Cosa succede? Cosa c'è che non va?

Come abbiamo visto, prima, l'Unione Sovietica prendeva le materie prime e, seguendo la precisione logica e le stupide teorie dei suoi pianificatori, le trasformava in prodotti finiti di qualità talmente inferiore che valevano meno, sul mercato mondiale, rispetto alle risorse impiegate per produrli. Ecco perché, quando l'Unione Sovietica andò nel paradiso degli esperimenti economici sbagliati, i suoi imprenditori e oligarchi tornarono a produrre materie prime. L'economia hitleriana della Germania del 1933-1945 ebbe un successo simile. Faceva lavorare le persone, faceva arrivare i treni in orario, faceva eruttare fumo dalle ciminiere dalla Baviera alla Prussia, ma ciò che produsse (fucili, carri armati, sostanze chimiche e bombe) non rese le persone più ricche; le rese più povere.

In ogni caso avrete notato la relazione causale: lo stato impose la sua volontà all'economia allontanandola dalla produzione di ciò che le persone volevano per produrre ciò che gli addetti ai lavori volevano. Fino alla metà degli anni '70 la ricchezza dei ricchi e dei poveri aumentò, in tandem. Più o meno alla stessa velocità. Poi iniziarono a divergere, poco a poco all'inizio, e successivamente di molto.

Quindi l'economia italiana non è stata un flop totale per tutti, ma qualcosa è andato molto storto.


NON È IL CAPITALISMO A FALLIRE

È il capitalismo la fonte dei guai economici? La sua presunta propensione a suicidarsi?

Se avessi un satoshi per ogni volta che un economista ha affermato che “il capitalismo ha fallito” ogni giorno dovrei organizzare “gite in barca”. Il capitalismo non fallisce mai, si adatta a qualsiasi restrizione e circostanza gli imponiamo stupidamente. Nell'economia di Henry Ford gli Stati Uniti erano la nazione più libera e “più capitalista”, dato che rispettavano le tre cose che rendono possibili gli accordi win-win (vicendevolmente vantaggiosi): diritti di proprietà, contratti rispettati e denaro reale. L'economia odierna ha ancora diritti di proprietà e i contratti sono ancora fatti rispettare nei tribunali, sebbene il capitalismo oggi sia soggetto a molte più intromissioni e interventi rispetto a cento anni fa.

La grande differenza è che l'economia odierna funziona a credito, non con denaro reale. Il cambiamento è avvenuto in un giorno ormai familiare, il 15 agosto 1971. Fu appena notato, ancora oggi la maggior parte delle persone ricorda chi vinse il campionato allora piuttosto che ricordare il cambio di rotta che distorse l'intero sistema monetario mondiale.

Henry Ford si arricchì realizzando qualcosa che la gente voleva. Non furono necessari sussidi governativi, non fu annunciata alcuna “transizione industriale”, non furono concesse sovvenzioni, nessuna agevolazione fiscale, nessun programma per installare stazioni di rifornimento in tutta la nazione. Ford vendette le sue auto con un profitto e aumentò i salari dei suoi lavoratori, in denaro reale. Se Ford voleva fare più soldi, doveva produrre più auto... auto migliori... e renderle più efficienti; è così che funziona un'economia capitalista onesta. Si ottiene dando, non prendendo. 

E oggi, sì, ci sono ancora alcuni capitalisti veri in giro. Elon Musk, per esempio, che si dice “dorma sul pavimento della fabbrica” ​​di tanto in tanto, e James Dyson, il quale supervisiona personalmente lo sviluppo e la produzione di asciugacapelli, aspirapolvere, ecc. Tuttavia la maggior parte dei potenziali miliardari non è attratta dall'economia reale delle cose, ma dalle fantasie finanziarizzate di Wall Street. Creano hedge fund, o investono nel capitale di rischio, o fanno fusioni e acquisizioni; i loro cuori possono essere fuligginosi, ma le loro mani sono pulite. Perché Wall Street? Perché è lì che si trova il nuovo denaro basato sul credito. Ai tempi di Henry Ford il credito derivava dai risparmi e questi ultimi derivavano dal lavoro. I soldi bisognava guadagnarseli, creando più PIL reale, prima di poterli risparmiare. Non si potevano creare nuovi risparmi “dal nulla”, perché, in definitiva, bisognava fare i conti con l'oro. Ma tutto questo è cambiato nel 1971. Oggi le grandi banche prendono in prestito denaro tramite il credito delle banche centrali, spesso al di sotto del livello d'inflazione dei prezzi al consumo.

Il nuovo sistema monetario si basa su un'illusione: che il “credito” sia altrettanto valido dei vecchi risparmi. Ciò ha portato a un'altra illusione, ancora più pericolosa, che le banche centrali possano aumentare la quantità di credito disponibile quando vogliono e che siano esse, piuttosto che acquirenti e venditori, a determinare i tassi d'interesse. Naturalmente i tassi tendono a scendere artificialmente in questo ambiente: è così che si fanno soldi in un sistema monetario fasullo, ovvero si prende in prestito a poco, si scommette sugli “asset finanziari” e, in base ai valori gonfiati delle proprie attività collaterali, si è in grado di prendere in prestito ancora di più. Il credito scoperto e i tassi d'interesse artificialmente bassi hanno reso possibile acquistare cose che in realtà non contribuivano alla ricchezza della nazione. Ogni centesimo del debito pubblico, ad esempio, è stato registrato nel PIL, ma come le bombe naziste o il sapone sovietico la maggior parte di ciò ha finanziato una realtà fasulla, senza valore o transitoria.

Il credito scoperto ha reso possibile a consumatori e aziende di acquistare cose di cui non avevano realmente bisogno con denaro che in realtà non avevano.

Il panettone comprato lo scorso Natale e poi comparso nelle spese da saldare della carta di credito, era reale. È stato consumato, goduto. Era “fittizio”? No, ma l'aumento del PIL che ha generato era solo metà della storia. Ciò che il credito dà, il rimborso, l'inadempienza o l'inflazione deve togliere. Quando il conto viene finalmente pagato, il PIL dovrebbe essere ridotto di una quantità equivalente (poiché il denaro viene sottratto all'economia dei consumatori per rimborsare il prestito), quindi finché il debito cresce (con conti non pagati) otteniamo un falso senso di PIL reale.

Immaginate di comprare l'auto del vostro vicino. Il PIL salirebbe, ma supponiamo che in seguito vorreste restituirla e riavere indietro i soldi. Dal punto di vista economico è stato un viaggio di andata e ritorno verso il nulla. Nessun aumento reale della produzione. Il PIL registrala vendita come un qualcosa di positivo... ma non il rimborso come un qualcosa di negativo. In altre parole il PIL riflette solo metà della transazione! 

Ora immaginate di prendere in prestito i soldi per acquistare l'auto e di volerla tenere. Il PIL mostrerebbe un guadagno “fittizio” e sarebbe tale perché c'è una riduzione uguale e opposta della produzione ancora non registrata. Il debito totale rappresenta aumenti della produzione che non sono ancora stati pagati. Quanto di questo è PIL fasullo? Impossibile dirlo.


PANDEMONIO CONSAPEVOLE

Questi fattori sono ben noti anche ai pianificatori centrali e vengono utilizzati nei periodi di transizione in cui perdono il controllo e hanno bisogno che gli attori di mercato seguano il loro copione. È una questione di fiducia, la quale è andata persa definitivamente nel 2008. Le banche centrali sono degli illusionisti: il braccio armato delle banche deboli per costringere quelle forti a finanziarle. Sono sostanzialmente prive di un qualsiasi potere significativo. Come degli illusionisti danno l'idea di averlo, ma nessuno guarda le loro mani e riesce a seguire il trucco a velocità normale. La velocità ve l'ho rallentata io nel precedente articolo che ho scritto: prestiti al settore privato al palo. Come si ricostruisce questa fiducia? Powell e la FED hanno un piano: ridare prevedibilità all'economia statunitense. Come? Normalizzando la curva dei rendimenti. In questo modo si rende relativamente più sicuro addentrarsi nel mondo dei derivati, soprattutto quelli legati agli swap sui tassi d'interesse e sulle valute. Ora che la Yellen non può più usare il Ministero del Tesoro per fare un QE tramite le scadenze a breve termine e facilitare il compito dei player esteri (leggi Londra e Bruxelles) di vendere il dollaro, quest'ultimo continuerà a salire di prezzo ed esercitare pressione sulle altre divise.

Il gioco della BoE e della BCE per restare a galla, usare la loro stampante monetaria per comprare bond americani, vendere dollari e mantenere soppressi i differenziali di rendimento tra la scadenze obbligazionarie, è in sofferenza: nel processo stanno sacrificando euro e sterlina.

Uno dei motivi per il ciclo di rialzo dei tassi inaugurato dalla FED è stato quello di rendere sempre più difficile finanziare una guerra col portafoglio degli Stati Uniti. E questo non sarebbe stato possibile senza l'approvazione del SOFR, ma questa storia la potete trovare nel dettaglio nel mio ultimo libro, Il Grande Default. Adesso chi vuole la guerra deve finanziarsela da solo, come sta dimostrando il governo inglese. Adesso chi vuole uno stato sociale invasivo e ipertrofico deve finanziarselo da solo, come ha affermato Rutte di recente. Niente più leva finanziaria sconsiderata nel mercato dell'eurodollaro. Nemmeno Trump, di per sé, vuole un dollaro a basso costo, ma deve ingoiare il rospo per portare al tavolo delle trattative la cricca di Davos. Quest'ultima è stata in carica della presidenza degli Stati Uniti, soprattutto negli ultimi 4 anni, e farà letteralmente di tutto per impantanare gli USA in qualche guaio militare in Medio Oriente o in Europa orientale affinché il rubinetto fiscale dello zio Sam non venga chiuso.

Il tentativo fallito di colpo di stato in Corea del Sud (indovinate chi “ha inventato” la legge marziale...), il colpo di stato in Romania, l'abbattimento della democrazia in Moldavia, la rivoluzione colorata in Georgia, la balcanizzazione della Siria, sono tutti tasselli che si inseriscono nella narrativa di una cricca di Davos che le sta provando tutte per ripristinare la propria autorità e visione del mondo. Siamo entrati in un territorio pericoloso in Europa e in Inghilterra: la sostituzione dello stato di diritto con l'arbitrio volubile della classe dirigente. In uno stato di diritto tutti hanno accesso alle regole e sono chiare per tutti, nonché valide per tutti; in un ambiente in cui l'arbitrio è ad appannaggio della classe dirigente, nessuno sa quale siano le regole e cambiano in base alle circostanze. È così che si possono annullare elezioni legittime in Romania senza prove a supporto di reali interferenze esterne (presenti a quanto pare nelle presidenziali, ma magicamente assenti nelle parlamentari), oppure ignorare istituzioni come l'OSCE che hanno legittimato le elezioni in Georgia e alimentare sedizioni di piazza per ribaltare regolari esiti elettorali.

La cricca di Davos e i neoconservatori inglesi sanno benissimo che se non conservano la loro presunta infallibilità e ascendente, saranno relegati all'oblio geopolitico (come minimo) per i prossimi dieci anni. Come ho scritto anche nel mio ultimo libro, Il Grande Default, ci sarà un evento del genere, ma per chi sarà?

Tutti gli occhi sono puntati sulle elezioni in Germania adesso.


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mercoledì 30 ottobre 2024

Nonostante gli ingenti stimoli fiscali, l'accoppiata Biden-Harris non ha affatto raggiunto un'economia “forte”

 

 

di David Stockman

Buona parte dell'illusione di un'economia “forte” deriva dalla scelta selettiva dei numeri fuorvianti contenuti nel conteggio mensile del BLS sui “posti di lavoro”. L'indice delle ore lavorate nel settore della produzione di beni ad alta produttività e retribuzione elevata si è in realtà contratto del 18% rispetto al picco raggiunto nel lontano 1978, ma ciò è stato più che compensato da un aumento del 128% nell'indice delle ore per il settore ricreativo, di cui il 75% è attribuibile a bar, ristoranti e altre attività di ricreazione.

Ahimè, quella che potrebbe essere definita la tesi della “grande sostituzione di posti di lavoro” non è minimamente un confronto tra mele e mele. Il tipico “lavoro” part-time, con salario quasi minimo nel settore ricreativo, paga l'equivalente di $24.400 all'anno, o solo il 37% dell'equivalente annuo di $66.000 per i lavori nella produzione di beni. Quindi in termini di peso economico, o valore di mercato implicito di produzione e reddito, abbiamo sostituito i principali giocatori nella forza lavoro con ciò che equivale a delle riserve di terz'ordine.

Ma in alcuni casi potrebbe essere anche peggio: né i dati sull'occupazione del BLS, né i numeri del PIL sono privi di pregiudizi sistematici dovuti al fatto che sono progettati e istituzionalizzati principalmente da economisti keynesiani pagati dal governo. Questi ultimi hanno equiparato la produzione economica e i posti di lavoro a ciò che il loro quadro di dati vuole misurare, anche se tali dati macro sono esclusivamente importanti per loro che armeggiano con i quadranti fiscali e monetari nel tentativo di migliorare il benessere economico superiore.

Di conseguenza i dati economici contemporanei non si preoccupano di vaste fasce dell'economia non monetizzata, tra cui il lavoro domestico, le attività self-service (ad esempio guidare, fare la spesa e tagliare l'erba da soli) e la cosiddetta economia sommersa lontana da esattori delle tasse, autorità di regolamentazione e forze dell'ordine.

Il problema, ovviamente, è che quando l'attività economica migra dall'economia informale e sommersa all'economia monetizzata, viene registrata come output, posti di lavoro e reddito aggiuntivi nei nostri conti keynesiani del lavoro e del PIL. In molti di questi casi non viene generato alcun nuovo output, o reddito; viene semplicemente registrato ufficialmente.

Ad esempio, tra il 2014 e il 2023 il numero di tassisti e autisti di limousine negli Stati Uniti è più che raddoppiato, passando da 131.800 a 264.600. Ma non crediate che l'attività e l'occupazione in questo settore siano effettivamente cresciute al tasso implicito dell'8,1% annuo. Ciò che è accaduto è che l'esplosione dei servizi Uber e Lyft ha spinto molti conducenti a lasciare le loro auto in garage e a utilizzare invece conducenti a noleggio, forse anche mentre giocavano ai videogiochi sui loro iPhone sul sedile posteriore.

Né questa illustrazione è una questione banale: il grafico qui sotto traccia un enorme movimento di attività domestiche non misurate che è migrato nell'economia monetizzata e conteggiata dal BLS sin dal picco di occupazione nella produzione di beni nel 1978.

In altre parole, il tasso di occupazione (linea viola) per la popolazione femminile in età lavorativa (25-54 anni) è salito dal 56,5% nel primo trimestre del 1978 al 75,4% nel secondo trimestre del 2024. Di conseguenza il lavoro di quasi un quinto della popolazione femminile in età lavorativa è passato dall'economia domestica non conteggiata all'economia monetizzata durante suddetto periodo di 46 anni. Tuttavia è ovvio che ciò non ha rappresentato una nuova produzione, o nuovi posti di lavoro, ma semplicemente la monetizzazione di ciò che era già presente.

Inoltre, in termini di conteggio dei posti di lavoro, questa migrazione dalla famiglia all'economia monetizzata non è stata irrilevante. Durante il periodo sopraccitato, il numero di donne impiegate in età lavorativa negli Stati Uniti è aumentato da 23,5 milioni nel primo trimestre del 1978 a 48,9 milioni nel secondo trimestre del 2024. Ma quasi la metà di tale aumento di 25,3 milioni è stato dovuto all'ascesa del tasso di occupazione femminile e quindi al conteggio di posti di lavoro che in precedenza non erano registrati.

Nell'ambito dell'economia statunitense nel suo complesso, questi 12,2 milioni di lavoratrici hanno rappresentato quasi il 20% dell'aumento complessivo dell'occupazione negli Stati Uniti, passata da 94,8 milioni nel primo trimestre del 1978 agli attuali 161,2 milioni.

Inutile dire che il monitoraggio di questa migrazione di produzione e posti di lavoro verso l'economia monetizzata non è stato semplice e lineare, come quando le casalinghe sono diventate cuoche nei ristoranti. In alcuni casi quelle donne storicamente impiegate in casa (o anche gli uomini, per quel che conta) sono diventate dottori che, a loro volta, hanno avuto bisogno di asili nido per prendersi cura dei propri figli e governanti per occuparsi delle pulizie e del bucato.

Se, quindi, si considerano le tre categorie occupazionali del BLS, strettamente correlate al lavoro domestico che è diventato monetizzato, la migrazione delle lavoratrici dall'economia domestica all'economia monetizzata è evidente.

Durante i 46 anni tra il 1978 e il secondo trimestre del 2024, l'occupazione totale negli Stati Uniti è cresciuta dell'1,16% all'anno, cosa che utilizziamo come proxy per il tasso di crescita dell'input del lavoro nell'economia complessiva. Tuttavia per le donne impiegate nei tre settori principali che hanno assorbito il lavoro domestico, i tassi di crescita sono stati molto più elevati.

Aumenti in 46 anni:

• Donne impiegate nel settore sanitario e nell'istruzione privata (linea rossa): +15,37 milioni di lavoratrici e crescita annua del 3,13%

• Donne impiegate nel settore ricreativo: +6,08 milioni di lavoratrici e crescita annua del 2,58%

• Donne impiegate in altri servizi: +2,17 milioni di lavoratrici e crescita annua del 2,54%

In breve, l'aumento delle donne impiegate in questi tre soli segmenti del mercato del lavoro è stato pari a 23,62 milioni nel periodo 1978-2024, rappresentando quindi quasi il 36% dell'aumento totale dell'occupazione segnalata dal BLS negli ultimi 46 anni. Tuttavia una parte molto sostanziale del precedente aumento non ha rappresentato né una nuova crescita economica, né nuovi posti di lavoro.

Invece rifletteva il radicale cambiamento nei costumi sociali durante suddetto periodo e nel ruolo delle donne nella vita economica, mentre si spostavano in tutti i segmenti della forza lavoro retribuita. Allo stesso tempo il settore domestico è diventato un nuovo e importante datore di lavoro per la manodopera retribuita presso ristoranti, lavanderie, asili nido, servizi di pulizia, agenzie di assistenza domiciliare, case di cura ecc. ciò che in precedenza era produzione e occupazione domestica non monetizzata.

Tasso di occupazione delle donne di età compresa tra 25 e 54 anni e dipendenti nei settori ricreativo, assistenza sanitaria e istruzione privata e di altri servizi

L'implicazione è semplice: i tanto sbandierati “dati in entrata” non sono tutto oro ciò che luccica. Infatti per visualizzare esattamente lo stato attuale dell'economia statunitense, è necessario notare un semplice set di dati: il confronto tra la crescita del debito federale sin dal quarto trimestre 2019 e il PIL nominale vi dirà tutto ciò che dovete sapere.

Variazione tra il quarto trimestre del 2019 e il secondo trimestre del 2024:

• Debito pubblico: +$11.630 miliardi

• PIL: +$6.750 miliardi

• Crescita del debito in % della crescita del PIL: 172%

Naturalmente gli apologeti ell'accoppiata Biden-Harris lasciano intendere che non c'è niente da vedere qui, o semplicemente l'ennesimo caso in cui Washington è al lavoro per aiutare la macroeconomia a procedere verso l'orizzonte felice.

Le cose non stanno affatto così. Durante il periodo di massimo splendore della prosperità americana tra il 1954 e il 1970, il debito pubblico è cresciuto di un misero 2,2% annuo in un periodo in cui il PIL nominale si espandeva del 6,5% annuo. Di conseguenza il debito pubblico aumentò solo al 16% rispetto all'aumento del PIL nominale, l'esatto opposto degli ultimi quattro anni.

Cambiamento tra il 1954 e il 1970:

• Debito pubblico: +$110,1 miliardi

• PIL: +$689,0 miliardi

• Crescita del debito in % della crescita del PIL: 16%

Né uno stimolo fiscale così tiepido significò che la crescita reale e gli standard di vita vacillavano. Nel periodo 1954-1970 le vendite finali reali crebbero del 3,75% annuo, o di quasi il doppio dell'aumento dell'1,93% annuo registrato nel secondo trimestre del 2020.

Ancora più impressionante è che durante il periodo di massimo splendore 1954-1970, la crescita del reddito familiare mediano reale superò di gran lunga gli ultimi quattro anni, come mostrato di seguito. Il reddito familiare mediano reale salì da $38.730 a $65.050 in dollari del 2023, ovvero del 3,29% annuo. Al contrario, il reddito familiare mediano reale di $101.700 registrato nel 2019 è sceso a $100.800 nel 2023.

Reddito familiare mediano reale, dal 1954 al 2024

La stessa storia vale per quanto riguarda il debito pubblico e privato totale. Il debito totale salì da $558 miliardi nel 1954 a $1.648 miliardi nel 1970. L'aumento risultante di $1.098 miliardi fu solo di poco superiore all'aumento di $700 miliardi del PIL durante tale periodo.

Al contrario, durante i 4 anni e mezzo tra il quarto trimestre 2019 e il secondo trimestre 2024, il debito pubblico e privato totale è salito da $74.900 miliardi a $99.800 miliardi. L'incredibile aumento di quasi $25.000 miliardi ha superato di gran lunga la crescita di $6.800 miliardi del PIL nominale durante suddetto periodo.

In breve, non c'è nulla di organico, naturale, sostenibile o forte nei numeri del PIL attualmente pubblicati, nonostante tutte le vanterie dell'accoppiata Biden-Harris.

In realtà l'economia statunitense è artificialmente gonfiata e sostenuta dal debito a basso costo alimentato dalle banche centrali.

Non è vero e mai lo sarà che si possa spendere, prendere in prestito e stampare per raggiungere la prosperità economica. E la traballante economia dell'accoppiata Biden-Harris lo dimostra.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 20 settembre 2024

Alla fine del percorso insostenibile

 

 

di Francesco Simoncelli

Nell'annuncio della BCE della scorsa settimana sono stati a malapena notati un paio di dettagli contraddittori. La BCE è impegnata, a prescindere da tutto, ad avere un obiettivo per l'inflazione al 2%. Raggiungibile come? Dal basso verso l'alto. Invece adesso, magicamente, è un obiettivo da raggiungere dall'alto verso il basso senza che nessun pianificatore centrale abbia addotto alcuna spiegazione a riguardo. Bernanke, nel suo libro The Courage to Act, ha praticamente creato l'impalcatura accademica per la ZIRP e la NIRP, adesso, però, non c'è nessuno che ha il “coraggio” di farsi avanti per spiegarci com'è possibile che si debba fare il contrario quando era la “deflazione” la fonte di tutti i guai economici. Ma questo, cari lettori, è solo teatro. Le sciocchezze sui dati della scorsa settimana includevano le previsioni di una maggiore crescita del PIL e di un ammorbidimento ulteriore dell'inflazione l'anno prossimo. Non ha senso promettere adesso tassi di prestito più bassi, poiché l''inflazione è ancora al di sopra dell'obiettivo ufficiale. Senza scomodare la percezione comune di quando “si va a fare la spesa”, o la cavalcata dell'indice IPC, o la semplice cumulazione dell'effetto dell'inflazione dei prezzi che sebbene rallenti nel tempo non indietreggia (o per meglio dire sale più lentamente), basta dare un'occhiata alla misura che fino al 2020 era la più sbandierata dai banchieri centrali per giustificare la loro linea di politica anti-deflazione: la misura di base dell'inflazione dei prezzi, quella che esclude dal computo cibo ed energia. L'ultima misurazione la pone al 2,8%.

La cosa importante, quindi, è continuare a far fluire il denaro; tutto il resto è una recita. I tassi d'inflazione annui sono stati in media del 6% negli ultimi tre anni e del 3% negli ultimi dieci anni. Non c'è traccia di un'inflazione del 2% che la BCE afferma di cercare; tale obiettivo è solo una finzione.


RAGGIRATI DAI NUMERI

I numeri dell'inflazione e del PIL sono semplicemente “inventati”. “Aggiustato all'inflazione” è una di quelle espressioni come “stavamo solo eseguendo degli ordini”; può nascondere una montagna di menzogne. Negli ultimi due anni abbiamo spesso confrontato l'inflazione del periodo '22-'23 con quella degli anni '70. Ci è stato detto che il tasso d'inflazione odierno ha raggiunto il picco del 10% nel 2022 e poi è sceso rapidamente, ma se misurassimo gli aumenti dei prezzi odierni come facevano negli anni '70, vedreste che la nostra inflazione è peggiore di quanto non fosse allora. State pensando quello che sto pensando anche io? Se la lettura dell'inflazione è fasulla, lo è anche quella del PIL, e lo è anche l'intero quadro finanziario.

Cominciamo con la misura dell'inflazione stessa. Secondo l'ISTAT, ad esempio, il cibo è aumentato (a un ritmo annuo) del 4,8% nell'ultimo anno; i servizi sono aumentati del 3,3% e gli affitti sono aumentati del 3%. Tra rate di mutui più elevate e prezzi delle case più alti, poi, questi numeri sembrano quasi sconfessare le difficoltà generali e percepite da chi deve far quadrare i conti a fine mese, il che è solo la prova che, sebbene i numeri possano non mentire intenzionalmente, se li torturate abbastanza diranno tutto ciò che volete che dicano. E se si usasse il metodo di calcolo degli anni '80, l'intero quadro economico diventerebbe improvvisamente cupo: aggiustare all'inflazione il PIL nominale, quindi, risulterebbe in una crescita negativa spaventosa. E che dire del mercato azionario? Quando si ottiene un “guadagno”, o un “profitto”, dalle azioni, si pensa di stare meglio e ora tutti pensano che il mercato azionario si sia “ripreso” dopo i ribassi nel 2022. Ma è così? Una stima ragionevole è che i prezzi al consumo siano più alti (come minimo) del 25% rispetto al picco del Dow Jones nel 2021. Se così fosse il Dow dovrebbe arrivare a 45.000 solo per andare in pareggio.

Conviene guardare all'oro per cercare di mettere ordine in tutta questa storia. Dal suo picco alla fine del 2021 a oggi il Dow è salito di quasi 4.000 punti, ma aggiustato al prezzo dell'oro è ancora in calo di quasi il 10%. Indietro? Avanti? In che direzione stiamo andando?

Un'altra curiosità della storia della crescita del PIL è il ruolo dei deficit fiscali. Se lo stato spende soldi, anche se sprecati in armi, l'ammontare è incluso come avanzamento nel PIL. Quindi più si spende, più alto è il PIL... almeno nel breve periodo. I deficit sono particolarmente importanti: se lo stato incassa 100 in entrate fiscali e li spende, rimuove quei soldi dall'economia. Nessun aumento netto del PIL. Ma se prende in prestito i soldi, la spesa extra viene conteggiata come se “uscisse dal nulla” e viene aggiunta al totale. Non c'è alcun prelievo compensativo nell'economia dei consumatori, quindi il PIL sale.

L'anno scorso il deficit pubblico italiano è stato del 7% del PIL. Erano soldi che sono stati spesi, ma non raccolti dalle tasse. Devono essere andati da qualche parte, quindi ecco una semplice domanda: come si è potuto pompare un ulteriore 7% (del PIL) nell'economia, con quasi €100 miliardi aggiunti al debito pubblico, ma ottenere solo un aumento dell'1% del PIL?

Cosa è successo all'altro 6%? Dove sono finiti i €135 miliardi mancanti? Dove sono andati a finire i soldi?

Ciò significa che l'economia reale, non statale, si sta contraendo a un ritmo così allarmante da spazzare via gran parte delle nuove immissioni di denaro? Oppure questi numeri sono così “falsati” da essere privi di significato?


INSOSTENIBILE A OGNI LIVELLO

Spendere per il semplice scopo di spendere, sostanzialmente era questo lo scopo dietro i vari programmi di QE attivati dalla BCE e dal resto del caravanserraglio delle banche centrali. L'azzardo morale derivante è stato dirottato nel mercato finanziario, andando a gonfiare gli asset finanziari delle varie industrie che in questo modo hanno potuto aprire a giri sempre più rischiosi di ingegneria finanziaria. Questo ha fatto in modo che i numeri finanziari salissero, permettendo di conseguenza a suddette aziende di assumere personale. Ma tutto questo processo non era basato su una situazione sostenibile di allocazione di capitale, bensì sull'imputazione che questa manna sarebbe durata per sempre. Peccato che fosse una tantum, peccato che abbia causato supply shock a ripetizione, peccato che abbia saturato i bilanci delle aziende... peccato, in conclusione, che fosse tutta una illusione. La considerazione dell'economia “nominale” è diventata il nuovo dio da pregare.

Ora, però, la cruda realtà di quella “reale” sta facendo pagare lo scotto di tutte quelle distorsioni e deformazioni che si sono moltiplicate nel tempo. Il settore automobilistico è solo la punta dell'iceberg di un doloroso processo di normalizzazione che, diversamente dal presunto “effetto ricchezza” alimentato dalle politiche delle banche centrali, parte dal basso e va verso l'alto.

Le aziende, soprattutto quelle automobilistiche, hanno poche vendite e molte perdite. Meriterebbero un valore di mercato di circa... zero. Eppure gli investitori ci vedono valore, puntando le loro scommesse su quel poco di illiquidità che riescono a racimolare grazie al rinnovato lassismo della BCE. Nel frattempo il ritmo di crescita del PIL dipende interamente dal calcolo dell'inflazione, che è incostante come l'impasto della pasta: gli statistici stendono la sfoglia e lo cuociono in forno, finché non ottengono il sapore e la consistenza desiderati. Se misurassero l'inflazione come si faceva durante gli anni ottanta, ad esempio, il PIL reale non sarebbe cresciuto affatto bensì risulterebbe sgonfiato come una torta fatta male. E, se misurate in oro, le azioni sono ancora in calo del 13,6% rispetto ai massimi del 2021. C'è qualcosa di reale, indiscutibile, di cui vale la pena preoccuparsi? Ahimè, sì: il debito. Non se ne va, anzi sta crescendo.

Ci sono molte incognite note nelle cifre del debito, ma quasi tutte portano allo stesso punto: si possono eseguire un milione di simulazioni per vedere cosa potrebbe accadere, ma in quasi tutte il “rapporto debito/PIL” si rivela instradato lungo un “percorso insostenibile”. Cosa succede quando il percorso insostenibile giunge al termine? Man mano che diventa sempre più grande (rispetto all'economia che lo sostiene) e diventa “insostenibile”, deve succedere qualcos'altro... ma cosa?

La vera domanda è se il cambiamento avviene intenzionalmente o involontariamente. La soluzione “intenzionale” è ovvia, ma irraggiungibile. Richiederebbe una chiarezza politica e una volontà che non esistono: la spesa dovrebbe essere tagliata, ma poiché chi decide è anche chi spende, e poiché i loro amici e sostenitori sono coloro che prendono i soldi, è molto improbabile che si arrivi a una soluzione volontaria. È la risoluzione “non intenzionale” che causerà il vero danno.


CONCLUSIONE

I tassi d'interesse artificialmente bassi sono un problema di per sé: distorcono il costo reale del capitale, inducendo le persone a prendere in prestito troppi soldi. Il debito aumenta portando a una crisi di qualche tipo. In parole povere, man mano che il debito cresce, aumenta anche la spesa per gli interessi. A nessuno importa davvero quanto diventerà grande, ma il costo del suo servizio dev'essere dedotto dalle entrate fiscali e ogni centesimo che bisogna pagare per gli errori di ieri è un centesimo in meno di cui possiamo godere oggi. A un certo punto ci rimarranno pochi centesimi... Da qualche parte lungo questo percorso il mercato obbligazionario si romperà, i tassi d'interesse saliranno alle stelle e il costo del debito, o dell'aggiunta di nuovo debito, sarà troppo da sopportare. Usando come proxy il differenziale di rendimento tra il decennale tedesco e quello statunitense, possiamo vedere che le criticità dell'Eurosistema sono di gran lunga peggiori di quelle statunitensi.

Per tutto questo tempo, infatti, l'obiettivo della BOE e della BCE era l'affossamento del mercato obbligazionario statunitense tramite l'eurodollaro e la trasmissione del malessere economico risultante sulle spalle dei contribuenti statunitensi. Una sorta di socializzazione delle perdite causate dall'overleveraging nel sistema bancario ombra. Con la fine del LIBOR, l'entrata in scena del SOFR e il prosciugamento della liquidità ombra dettato dal cambio di passo della FED, i nodi stanno venendo al pettine. E il sopraccitato differenziale ci spiega chi davvero è nei guai.

Il secondo taglio dei tassi da parte della BCE è un bluff, un finto tentativo di progressione rispetto alle altre banche centrali. I mercati dei cambi non vedono il bluff, ma gli obbligazionisti sì. Il piano dell'UE è sempre stato quello di evitare di tagliare qualsiasi pasto gratis che aveva precedentemente stabilito attraverso finanziamenti presumibilmente illimitati tramite l'eurodollaro. La lotta a livello di megapolitica verte tutta su questo duplice scenario: ridimensionamento, o salvezza attraverso la morte di qualcun altro. O si tagliano drasticamente i presunti pasti gratis e si sconfessa l'illusione di monopsonio dell'Europa (con la conseguente rottura dell'Unione) ragionando con freddo criterio logico su quanto sbagliato in passato, oppure si cede al panico, si stampa e si scaraventa l'intera economia mondiale in una vera e propria catastrofe inflazionistica.

Tutte le emergenze finora sperimentate, sin dalla crisi del debito greco, sono state usate come arma per forzare un mercato obbligazionario comune in Europa. L'insostenibilità della tragedia dei beni comuni richiede un nuovo livello di ridistribuzione, soprattutto adesso che i rubinetti dell'eurodollaro sono chiusi. A tal proposito, infatti, la spinta verso l'unione fiscale si è fatta sempre più pressante sin da quando le obbligazioni SURE hanno fatto capolino e i salvataggi straordinari (es. PNRR) avevano come postilla la tassazione diretta dell'UE su parte dei prestiti erogati. Anche la guerra nell'Europa orientale è stata fomentata per tale scopo: far pagare il proprio default agli altri. Ma non basta, perché un default significa sempre sfiducia, soprattutto nel mercato obbligazionario, e se tutti non remano all'unisono il bluff viene scoperto.

La Germania ha vissuto sulla sua pelle cosa significa questo processo e non vuole ripeterlo, in particolare la Bundesbank. La demolizione controllata dell'economia tedesca serve sostanzialmente a fiaccare la volontà dei banchieri centrali tedeschi affinché accettino questa “nuova normalità”. Il recente piano Draghi è solamente l'ennesimo avvertimento mafioso per integrazione fiscale e obbligazionaria.


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una “mancia” in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


mercoledì 29 novembre 2023

Non fate affidamento sul PIL

L'articolo di oggi mette in evidenza gli aspetti teorici di come il PIL sia una statistica inutile e fuorviante per chiunque voglia "misurare" per davvero la crescita effettiva di un Paese. All'atto partico non esiste esempio migliore di quello cinese, dove le metriche ufficiali del PIL, sfoggianti ritmi di crescita fenomenali nel corso del tempo, vengono smentiti nel momento in cui si guarda più attentamente. Ironia della sorte sono i cinesi stessi a offrire il fianco quando hanno iniziato a usare il cosiddetto Li Keqiang Index, il quale include altri elementi fattoriali che scoperchiano il "window dressing" certosino operato dagli statistici cinesi. A ogni elemento ulteriore che si aggiunge, la narrativa ufficiale viene fatta a pezzi, come ha dimostrato uno studio dell'Università di Chiacgo quando ha incluso nelle metriche anche le luci notturne: ebbene, i numeri cinesi in particolar modo si sono dimostrati sballati ben oltre il 30%. Quattro economisti, poi, che hanno condotto un’indagine forense sul PIL cinese hanno scoperto che Pechino aveva falsificato i dati in media di 1,7 punti percentuali all’anno. Utilizzando il 2008 come anno base, hanno stabilito che, nel 2018, il PIL cinese era stato sopravvalutato di un 20% cumulativo. Per Pechino questa discrepanza è importante perché Xi Jinping si è posto l’obiettivo di superare il PIL nominale degli Stati Uniti entro il 2049. Il PIL ufficiale pro capite è di $12.556 all’anno, ovvero più di $1.000 al mese; considerati i numeri aggiustati secondo le nuove scoperte, il PIL pro capite della Cina non supererà quello degli Stati Uniti almeno fino al 2076... a parità di tutte le altre condizioni. Il Partito Comunista Cinese non è l'eccezione, però, bensì la regola: tutti coloro che sventolano il PIL come misura di riferimento stanno omettendo elementi che inficerebbero la loro narrativa propagandistica. Lo stato, infatti, ritiene di controllare l’economia, quando in realtà tutto ciò che controlla è la rendicontazione dell’economia. Può produrre risultati falsificati, ma non ha il potere di cambiare le realtà sottostanti o di rendere miracolosamente sostenibile l'insostenibile.

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di Alasdair Macleod

Un errore importante nell’analisi statistica è che gli economisti hanno perso di vista ciò che rappresentano le loro amate statistiche, soprattutto per quanto riguarda il PIL.

Esso rappresenta il quantitativo totale di valuta e credito che viene erroneamente considerato un riflesso del progresso economico: non esiste qualcosa come la crescita economica, ma solo la crescita del credito. Una volta compreso questo punto, il significato di questo errore di base diventa chiaro e il paradigma della valuta fiat si rivela per quello che è: un gioco delle tre carte che andrà terribilmente storto.

C’è solo una via d’uscita ed è possedere l’unica forma di denaro che non rappresenta il rischio di controparte di nessuno; l’unica forma di denaro che viene sempre in soccorso dell’umanità quando il denaro fiat fallisce.

L'oro. Viene trascurato quasi da tutti perché è l’anti-bolla. Più le persone credono negli asset denominati in valute fiat, meno credono nell’oro. Questo finché il gioco delle tre carte non implode, innescato dal forte aumento dei tassi d'interesse.


Introduzione

Cominciamo con un esperimento mentale. L'anno scorso una persona ha comprato un'auto; quest'anno il concessionario lo chiama e gli dice: "Posso offrirti un'auto di una marca diversa esattamente allo stesso prezzo che hai pagato per quella che ti ho venduto l'anno scorso, e ha un'elettronica migliore, più accelerazione e meno consumo di carburante" Lui compra la nuova auto e ridà indietro il modello precedente.

L’accordo rappresentava un progresso per la persona che acquista l’auto, ma qual è stato il contributo alla crescita del PIL? Ovviamente zero, perché l'avvenuto acquisto di un consumatore dipende da ciò che egli decide personalmente sia valore. Che il valore sia il prezzo, la qualità, o qualsiasi altro fattore, per il consumatore la decisione soggettiva di acquistare qualcosa è un progresso per la sua condizione.

Gli statistici non possono catturare l’idea di progresso di un individuo, né possono catturare concetti come il rapporto qualità-prezzo, i miglioramenti del prodotto che i consumatori desiderano, o qualsiasi altra cosa soggettiva per i singoli consumatori. Inseguire le statistiche come misura della condizione economica è quindi fondamentalmente sbagliato e rappresenta la giustificazione della politica monetaria come mezzo attraverso il quale un’economia possa essere gestita dallo stato, una bugia che dovrebbe essere smascherata.

Quelli di noi che hanno i capelli grigi dopo una vita spesa sui mercati finanziari possono, o dovrebbero, riconoscere che dopo cinquant’anni il gioco del denaro fiat sta finendo. Soprattutto da quando i lockdown hanno accelerato la stampa di denaro, ciò ha portato a un aumento dei prezzi oltre gli obiettivi fissati. Non si tratta, come sostengono gli economisti mainstream, di aumento dei prezzi: stiamo vivendo la conseguenza dell’espansione del credito, che era e rimane la definizione corretta di inflazione. Inoltre è impossibile isolare da un prezzo più alto ciò che rappresenta un miglioramento del valore del prodotto e ciò che rappresenta una diminuzione del valore del credito; e nel nostro sistema monetario fiat, l’espansione del credito non ha alcun valore.

Tuttavia l’aumento generale dei prezzi rispetto a quello specifico non è altro che una svalutazione della valuta e ciò porta a tassi d'interesse più alti, cosa che a sua volta porta a un calo del valore degli asset. Ma questo processo non tiene conto della psicologia delle folle, la quale porta gli investitori a ignorare i fatti e ad accettare senza riserve le statistiche ufficiali. La comprensione delle relazioni tra politica, economia e catallattica nei tempi attuali è più importante che mai. Guidate da statistiche imperfette e irrilevanti, le banche centrali ora si sforzano di eliminare le incertezze delle scelte personali e di controllare i tassi d'interesse con una severità degna di Stalin. Credendo nella propria propaganda, gli stessi banchieri centrali hanno perso la strada in questa crisi della moneta fiat.

La maggior parte degli istituti d'investimento abbraccia volentieri la finzione secondo cui l’inflazione è dovuta ai prezzi e non al denaro. Credendo pienamente nelle banche centrali, tutti si sono resi ciechi di fronte alle conseguenze della loro cattiva gestione e ci crogioliamo nell'idea che esse abbiano il controllo perché la propaganda ci ha portato a credere che abbiano avuto il controllo sui mercati per quasi tutta la nostra vita professionale.

Tutte le grandi banche centrali sono preda di simili illusioni, o meglio riguardo alle loro valute, e non hanno più il semplice obiettivo di controllarne il potere d'acquisto: la valuta e il credito sono diventati gli strumenti essenziali per finanziare la spesa pubblica. E anche se i leader occidentali subissero un’improvvisa illuminazione in merito al denaro sano/onesto, si troverebbero ad affrontare il compito di arginare l’ondata di passività finanziarie in rapida crescita per quanto riguarda pensioni e assistenza sanitaria.

No, l’establishment è completamente vincolato alla svalutazione della valuta come mezzo per finanziare il crescente bisogno di entrate fiscali. Ciò a sua volta richiede l’occultamento della vera situazione, motivo per cui i banchieri centrali sono incoraggiati a ignorare qualsiasi connessione tra l’espansione della valuta circolante, il credito bancario e i prezzi.

Inoltre quasi tutti gli investimenti sono affidati ai cosiddetti gestori esperti di fondi pensione, compagnie assicurative, banche, gestori di portafoglio e consulenti finanziari (la cui consulenza è di solito accettata insindacabilmente), in modo che la delega della responsabilità per i nostri investimenti spetti sempre a coloro che estrapolano il passato nel futuro. Si tratta di un approccio incapace e riluttante a considerare e valutare i veri fattori di cambiamento.

Implica un’illusione su tutti gli aspetti della politica economica a favore della sopravvivenza della redistribuzione socialista. Ma questo saggio si concentra su un aspetto centrale: l’errore di fare affidamento sulle statistiche e dove ciò potrebbe portarci, oltre a demolire un dato statistico centrale in tutta questa farsa, ovvero il concetto di crescita economica.


Il concetto di economia uniforme e circolare in Mises

L’economista Austriaco Ludwig von Mises ha sottolineato che esiste una differenza fondamentale tra un’economia e le statistiche utilizzate per rappresentarla. Nel mondo reale ci vuole tempo per fare le cose: anticipare, pianificare, realizzare, ecc. I desideri di domani si evolvono nel tempo, così come i mezzi per soddisfarli e in economia il tempo è il bene più prezioso dell’essere umano. Ma le statistiche non possono catturare il tempo, registrano solo ciò che è passato.

Non è possibile catturare il progresso umano o la sua mancanza attraverso le statistiche: esse non sono altro che un meccanismo contabile per quantificare le transazioni economiche dopo che si sono verificate e se tutti domani facessero esattamente quello che hanno fatto ieri, come robot privi di motivazioni e desideri, le statistiche di ieri sarebbero una rappresentazione ragionevole di ciò che accadrà domani. In altre parole, avremmo un’economia che, conformandosi alla matematica, ruota in modo uniforme.

Ovviamente è impossibile. Come scrisse concisamente von Mises:

L’azione è cambiamento e il cambiamento è nella sequenza temporale. Ma in un’economia che ruota in modo uniforme il cambiamento e la successione degli eventi vengono eliminati. Azione significa fare delle scelte e affrontare un futuro incerto, ma in un’economia che ruota in modo uniforme non è possibile scegliere e il futuro non è incerto poiché non differisce dallo stato attuale conosciuto. Un sistema così rigido non è popolato da esseri umani che fanno scelte e sono soggetti a errori. È un mondo di automi senz’anima. Non è la società umana, è un formicaio.

Con il senno di poi, gli statistici adattano i loro modelli dalle aspettative precedenti a ciò che è emerso quando devono districarsi nelle previsioni future. Tuttavia è vero che ciò che è accaduto ieri ci informerà su ciò che potrebbe accadere domani, perché siamo tutti condizionati dall'esperienza, ma niente di più. Il fatto che continuiamo a fare piani diversi per migliorare la nostra condizione è la prova inequivocabile che nessuna economia ruota in modo uniforme. È un concetto utile perché consente ai governi di stimare le entrate e alle aziende di utilizzare le stime dei mercati attuali per i loro piani di investimento e di produzione, ma a ciò si aggiungono informazioni non statistiche e sensazioni viscerali basate sull’esperienza.

Prendere il concetto di un’economia circolare e uniforme come base per la previsione economica è un errore commesso quasi da tutti al giorno d'oggi. Quasi tutti ormai parlano di crescita economica rappresentata dal prodotto interno lordo, ma descrivono inconsciamente un’economia che ruota in modo uniforme, presumendo quindi che possa crescere numericamente e confondendo la crescita con il progresso. L’abitudine di sostituire il PIL al progresso economico è così radicata che questo inganno inconscio è diventato fondamentale per mantenere in piedi la credibilità della politica monetaria.


Definire il PIL

Finora ho descritto cosa non è il PIL, sottolineando la differenza tra un modello economico statico e privo di tempo e la realtà dinamica di un’economia funzionante. Dovremmo ora considerare cosa rappresenta il PIL e perché cambia negli anni.

Il PIL può essere stimato utilizzando tre diversi approcci: reddito, spesa e produzione. In teoria dovrebbero produrre lo stesso risultato; in pratica sorgono differenze significative perché si basano su fonti amministrative e di dati dissimili che sono soggetti a errori e omissioni. E tutte le informazioni non sono disponibili contemporaneamente. Il risultato è quindi soggetto a revisioni e solitamente combina questi approcci per fornire una stima finale della spesa totale.

Indipendentemente dall’approccio, essenzialmente il PIL è la somma della spesa delle famiglie, degli investimenti nella produzione, della spesa pubblica e delle esportazioni nette. Molto viene escluso, come le transazioni finanziarie, le transazioni di seconda mano e l’economia monetaria. Inoltre le singole fasi della produzione, o l'output lordo, vengono ignorati.

Facendo seguito all’esperimento mentale all’inizio di questo articolo, dobbiamo capire perché il PIL aumenta. Supponiamo che in un’economia chiusa, dove non esistono flussi commerciali e di capitale attraverso i confini, il PIL del primo anno sia pari a $100 miliardi. Supponiamo ora che non vi sia alcun cambiamento nella quantità di valuta e credito nell’anno 2, e che neanche i saldi di liquidità degli individui cambino (sebbene essi abbiano un impatto materiale e reale sui prezzi). Il PIL dell’anno 2 dev'essere lo stesso dell’anno 1. In altre parole, l’attività economica ovviamente evolverà, così come i prezzi dei singoli beni e il numero di transazioni varieranno, ma questi cambiamenti saranno contenuti all’interno del PIL totale invariato, il quale rimarrà a $100 miliardi perché non sono coinvolti valuta aggiuntiva e credito bancario. Lo stesso deve valere per gli anni successivi alle stesse condizioni. L’impiego della valuta e del credito tra la spesa delle famiglie, gli investimenti nella produzione e la spesa pubblica sarà quasi certamente diverso, ma devono sempre ammontare a $100 miliardi.

Con il PIL invariato, non c’è nulla che impedisca all’economia di progredire, ma questa è una questione decisa tra consumatori e produttori. La spesa pubblica, finché sarà interamente finanziata dalle tasse, influenzerà la velocità della progressione economica ma non modificherà il PIL totale. Lo stesso vale per i cambiamenti nella ripartizione tra consumo e risparmio.

Un altro modo per esprimerlo è nei termini della Legge di Say, la quale definisce il ruolo della moneta nel contesto della divisione del lavoro. Nel corso di un anno realizziamo profitti o perdite e guadagniamo entrate; destiniamo i proventi alla spesa, al risparmio e alle tasse.

Se non vi è alcun aumento nella quantità di valuta e credito, allora potrebbe sembrare che coloro che migliorano i propri guadagni e profitti lo facciano a scapito di coloro che non lo fanno. Ma anche se ci saranno sempre dei perdenti, questo non è vero. Nel nostro esempio di un’economia chiusa senza variazioni nella quantità di credito, i surplus vengono sempre riciclati nella spesa o negli investimenti. Un progresso incommensurabile porta ad un maggiore potere d’acquisto del credito, così che anche se statisticamente l’economia non avanza, in realtà progredisce.

Nel complesso un miglioramento delle condizioni economiche generali deriva da un aumento del potere d’acquisto della valuta e beni/servizi che migliorano nel tempo. Anche coloro che sperimentano un leggero calo del reddito traggono beneficio dal miglioramento delle condizioni economiche, abbattendo la povertà più di quanto gli stati potranno mai ottenere aumentando la tassazione per finanziare lo stato sociale. Il timore della deflazione, che è il termine moderno per indicare il calo dei prezzi, è del tutto fuori luogo. A parità di altre condizioni, se il livello generale dei prezzi diminuisce nel tempo, ciò riflette un progresso economico e un vantaggio per i consumatori.

Il commercio transfrontaliero e i flussi di capitale sono stati esclusi dal nostro esempio per semplificare le cose e dovremmo commentarli separatamente. In un libero mercato uno squilibrio nel commercio fa sì che i flussi di capitale si muovano nella direzione opposta. Se gli importatori e gli esportatori smaltiscono le valute estere acquisite attraverso il commercio, il modello resta valido perché né la valuta né i depositi bancari vengono distrutti.

Senza interventi monetari e creditizi, anche un deficit commerciale non modificherà la quantità di valuta in circolazione, cambierà solo la sua proprietà. L'aggiustamento si rifletterà nel tasso di cambio e non nelle modifiche all'ammontare della valuta e del credito.

Se nell’anno 2 il PIL aumenta rispetto all’anno 1, diciamo, del 10% arrivando a $110 miliardi, può essere solo perché è aumentata la quantità di valuta e credito circolanti nell’economia, non necessariamente l’attività economica sottostante. Inoltre, nella pratica, il credito bancario oscilla ed è soggetto a cicli di espansione e contrazione; inoltre le banche centrali tentano di stimolare la domanda di valuta manipolando i tassi d'interesse e intervengono direttamente attraverso il quantitative easing, operazioni di mercato repo e reverse repo. Resta il fatto che l’aumento del PIL può solo riflettere un aumento della quantità di valuta e di credito. Il grafico seguente mostra la relazione tra le variazioni annuali dell’aggregato monetario più ampio (M4) e il PIL negli Stati Uniti.

Tra il 1960 e il 1990 i due sono aumentati insieme, confermando che il PIL non è altro che una misura della quantità di valuta e credito nell’economia. Da lì in poi le statistiche si sono discostate, ma non di molto fino alla crisi finanziaria del 2008, quando M4 è cresciuto a un ritmo molto più rapido del PIL. Ciò rifletteva l’incanalamento del credito verso gli asset finanziari, mentre si stava gonfiando una bolla sulla scia di tassi d'interesse artificialmente bassi. Rappresenta un eccesso di credito, che viene ora liquidato dalle banche commerciali che cercano di ridurre la propria esposizione al rischio e non fa nulla per smentire la relazione fondamentale tra PIL e credito.

Possiamo quindi concludere che ciò che viene comunemente descritto come crescita economica è solo un aumento della quantità di denaro e credito nell’economia e non riflette cambiamenti nella condizione economica sottostante.


Il deflatore del PIL è inappropriato

Dato che il PIL riflette solo la quantità di valuta e di credito, la pratica di aggiustare la sua espansione mediante un indice dei prezzi non ha alcuno scopo. E applicando un aggiustamento per le conseguenze sui prezzi della precedente espansione monetaria, l’uso del PIL come indicatore dello stato dell’economia viene falsamente legittimato. Inoltre il termine “PIL reale” per indicare il PIL così modificato contribuisce a fissarlo nella mente della popolazione come l’indicatore supremo dell’attività economica e il suo aumento come obiettivo lodevole per la politica monetaria.

Perseguendo l’indicizzazione come mezzo di compensazione pubblica per l’inflazione dei prezzi quarant’anni fa, gli economisti mainstream si resero conto del notevole impatto sulle finanze statali. L’indicizzazione di quantità crescenti di obbligazioni e di una serie di pagamenti assistenziali a seguito dell’inflazione degli anni ’70 si era rivelata troppo costosa e di conseguenza gli statistici hanno continuamente modificato i loro calcoli dell’inflazione dei prezzi per ridurne il peso sulle finanze pubbliche.

Il livello generale dei prezzi è solo un concetto che non può essere misurato. Ciò ha permesso alle statistiche sui prezzi aggregati e la loro costruzione di diventare una questione politica. Ciò permette a qualsiasi statistico di utilizzare sofisticati strumenti e metodi matematici per rivendicare quasi tutto ciò che dicono lui o il suo datore di lavoro. Nonostante la rapida accelerazione dell’inflazione della valuta e del credito, fino a soli diciotto mesi fa gli statistici erano riusciti a fissare gli aumenti annuali dei prezzi al consumo a circa il 2% e anche per un periodo considerevole.

L'analisi indipendente di Shadowstats.com ha evidenziato l'inganno statistico perpetrato dal metodo IPC producendo un indice rivale per gli Stati Uniti privo di tutte le modifiche statistiche introdotte sin dal 1980 per ridurne i numeri. Le sue cifre si riferiscono a maggio, l'ultima serie disponibile al pubblico senza abbonamento mostra un tasso non aggiustato di aumento dei prezzi annuo pari a circa il 12%, rispetto al tasso ufficiale del 4,9%. La divergenza tra la base di calcolo del 1980 e i ricalcoli ufficiali dell’IPC è chiaramente illustrata nel grafico riportato di seguito.

Pur sottolineando la natura autoreferenziale delle statistiche sui prezzi, non dobbiamo dimenticare che non incarnano uno scopo economico credibile. In ogni caso, un indice dei prezzi è una raccolta di prezzi storici con pochissimi collegamenti al futuro e usarlo come base per la politica monetaria significa commettere lo stesso errore di presumere che la crescita del PIL sia la prova del progresso economico. La catallattica è una scienza umana in evoluzione che non può essere definita dalla matematica come nelle scienze naturali.


Le conseguenze della politica monetaria sui prezzi

Ci sono due forze fondamentali nella relazione tra quantità di moneta e prezzi: la prima riguarda i cambiamenti nella quantità di valuta e credito, che se aumentati tenderanno a ridurne il potere d’acquisto; la seconda riguarda i cambiamenti nella percezione della relazione tra credito e beni da parte di chi usa la valuta, cosa che si riflette nei cambiamenti nella liquidità a disposizione. Supponendo per il momento che ciò non cambi, un aumento dell’offerta di denaro è destinato a far aumentare il PIL, essendo quest'ultimo la somma delle transazioni catturate all'interno della sua statistica. Indipendentemente dal fatto che l’attività economica aumenti o diminuisca, i prezzi in tali transazioni possono solo salire a riflesso dell’aumento del credito nell’economia.

Nella relazione tra offerta monetaria e PIL illustrata nel grafico sopra, le forze che spingono i prezzi verso l’alto a causa della svalutazione della valuta sono considerevolmente maggiori di quanto si pensi comunemente.

La prima forza nella relazione monetaria sopra descritta è conforme all'equazione dello scambio, l'espressione matematica del rapporto tra la quantità di denaro e i prezzi nel loro insieme. Se c’è un tema in questo saggio è quello di sottolineare l’errore nell’applicare le relazioni matematiche all’azione umana. La seconda delle due forze sopra menzionate sono i cambiamenti nella psicologia delle folle, i quali determineranno anche il valore di una valuta rispetto ai beni.

Ciò può essere illustrato prendendo in considerazione i cambiamenti nel livello medio di liquidità detenuta da chi la utilizza. A differenza delle allocazioni al risparmio, la valuta a disposizione rappresenta la produzione non spesa, tenuta di riserva per cambiamenti inaspettati nei bisogni e nei desideri di una persona.

Ma se nel complesso i detentori di liquidità sospettano che i prezzi dei beni e dei servizi, che potrebbero desiderare ma di cui non hanno immediatamente bisogno, inizieranno a salire più rapidamente, ridurranno la valuta in loro possesso per acquistarli. Questa è una descrizione corretta delle condizioni attuali: un’ampia gamma di prezzi al consumo sono ora in aumento, incoraggiando chiunque abbia liquidità in eccesso a disporne, esacerbando l’andamento dei prezzi. E possiamo vedere dall’eccessiva quantità di valuta e credito ancora da rilasciare nell’economia che questa tendenza probabilmente avrà un effetto aggiuntivo alla relazione matematica, possibilmente facendo scendere il potere d’acquisto del denaro più rapidamente rispetto agli aumenti dell'offerta monetaria più ampia.

La situazione nel Regno Unito rispecchia quella degli Stati Uniti, ma con M4 che supera il PIL con un margine allarmante. Ciò viene illustrato di seguito, partendo dal big bang finanziario avvenuto a metà degli anni ottanta quando la finanziarizzazione del settore bancario iniziò a incidere sul rapporto prestiti bancari/PIL.

La disconnessione tra il PIL, che misura beni e servizi escludendo gli asset finanziari, e M4 in più rapida crescita riflette lo sviluppo dei servizi finanziari a Londra dopo la metà degli anni ottanta. L’eccesso equivale a credito impiegato in attività non produttive, il che equivale a una bolla che sicuramente scoppierà.


Le conseguenze sui tassi d'interesse e sui mercati finanziari

L’esame delle relazioni tra valuta, credito ed economia suggerisce fortemente che uno shock sull’inflazione dei prezzi è ancora nelle sue fasi iniziali. Abbiamo capito finora che la crescita del PIL rappresenta poco più che la crescita dell'offerta di denaro più ampia e abbiamo spiegato le disparità nei loro ritmi di crescita. Oltre all’effetto matematico della teoria dello scambio, abbiamo capito che la tendenza dell’aumento dei prezzi acceleri poiché i consumatori riducono la loro liquidità acquistando beni prima che i prezzi aumentino ancora di più. È prevedibile che questi fattori portino a un calo generalmente inaspettato del potere d’acquisto delle valute fiat e dovremmo aggiungere che le principali banche centrali (tranne forse quella cinese) hanno perseguito politiche monetarie simili e che avranno conseguenze simili.

Per riflettere il calo del potere d’acquisto del credito in quasi tutte le valute, i tassi d'interesse devono aumentare e tale aumento deve essere sufficientemente sostanziale da stabilizzare queste valute se non si vuole che crollino completamente. Ma in questo frangente siamo meno interessati al futuro delle valute fiat che all’effetto sui valori degli asset finanziari.

I rendimenti delle obbligazioni a tasso fisso aumenteranno sostanzialmente, il che significa che i prezzi scenderanno. Lo stiamo già vedendo accadere: tassi d'interesse e rendimenti obbligazionari più elevati, a loro volta, mineranno i valori azionari, cosa che in generale deve ancora accadere. Nella misura in cui i valori degli asset finanziari sono in bolla, possiamo aspettarci un sostanziale calo.

La risposta monetaria delle banche centrali sarà tentare d'impedirlo e per tre ragioni: esse sono impegnate a finanziare i deficit pubblici e l’aumento dei rendimenti dei titoli di stato ostacola tale obiettivo; credono che mercati finanziari vivaci siano essenziali per mantenere la fiducia della popolazione nelle prospettive economiche; sono profondamente consapevoli che il calo dei prezzi degli asset potrebbe innescare un’accelerazione della liquidazione delle garanzie da parte delle banche, come teorizzato da Irving Fisher in seguito alla depressione degli anni ’30.


Oro

Il grafico seguente mostra la relazione tra il prezzo dell’oro in dollari e M3 negli Stati Uniti. La linea grigia mostra la differenza tra i due, con l’oro a sconto del 35% rispetto a dove si trovava al momento della crisi della Lehman.

È un errore presumere che il prezzo dell’oro dovrebbe aderire alla crescita dell’offerta monetaria più ampia, il che è confermato da periodi di valutazioni relative al di sopra e al di sotto. Ma in generale ci si può aspettare che un’accelerazione del tasso di espansione monetaria porti a un aumento dei prezzi dell’oro.

Mentre M3 è aumentato sostanzialmente prima d'iniziare a contrarsi, l’oro è rimasto indietro. In un certo senso, ciò non sorprende, perché l’eredità dei tassi d'interesse mantenuti a zero non è ancora passata definitivamente. In altre parole, quando c’è una bolla finanziaria l’oro può essere considerato un anti-bolla, quindi è destinato a passare di moda, ma ora le cose stanno cambiando.

Dopo la crisi della Lehman, il prezzo dell’oro è salito a $1.925 in un contesto di crescente preoccupazione per il sistema bancario mondiale. Rispetto a M3, all’epoca l’oro si attestava a un premio del 40%, il che oggi possiamo dire che l’inflazione monetaria scontata era troppo in anticipo, in assenza del materializzarsi di una crisi finanziaria ingestibile. Oggi, dopo essere sceso ad uno sconto del 54%, si attesta ad uno sconto del 35%, il che suggerisce che l’ottimismo nel sistema monetario fiat è ad un estremo simile ma opposto a quello del 2011.

Non c’è dubbio che la bolla degli asset finanziari stia scoppiando a causa dell’aumento dei tassi d'interesse e stando così le cose c’è una forte tesi a favore di lasciare il gioco del denaro fiat alla follia delle folle e delle istituzioni regolamentate. L’unico modo credibile per isolarsi completamente da essa è ritirarsi nell’unico asset per il quale non vi è alcun rischio di controparte: l’oro fisico, e forse un po’ di argento fisico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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