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venerdì 17 luglio 2026

Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #6)

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-8b8)

La Rivoluzione americana – una sorta di seconda guerra civile inglese – recise i legami politici con notevole successo. Entro il 1783 la nobiltà coloniale aveva espulso gli eserciti britannici, istituito una repubblica e proclamato la propria sovranità di fronte al mondo. Eppure, nel giro di sei anni, il programma finanziario di Alexander Hamilton aveva silenziosamente reintrodotto proprio quel DNA che la rivoluzione aveva cercato di estirpare: una banca nazionale modellata sulla Banca d'Inghilterra, l'assunzione di debiti statali che legavano le sorti della nuova nazione agli obbligazionisti e uno stato fiscale-militare permanentemente dipendente dal denaro preso in prestito.

I rivoluzionari erano riusciti a sfuggire alla Corona, ma non al regime parassitario. La tipologia finanziarista – quella specifica classe dirigente il cui potere deriva non dal dominio territoriale ma dal controllo del debito, del credito e dell'ingegneria finanziaria – li seguì oltreoceano. Si radicò più profondamente sul suolo americano di quanto non avesse mai fatto nel Regno Unito e negli stati predecessori, dimostrando che l'accordo del 1688 non fu un caso geografico, bensì una forma di potere trasmissibile.

Per il secolo e mezzo successivo, questo sistema radicato crebbe di pari passo con la repubblica americana, talvolta servendone gli interessi, talvolta subordinandoli. Ma la sua prova più grande – e il suo trionfo più grande – arrivò con lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Quel conflitto, che sembrò spostare il centro di gravità da Londra a Washington, in realtà realizzò qualcosa di ben più sottile e duraturo: la ricomposizione di una classe finanziaria inglese frammentata e la costruzione di un apparato mondiale che avrebbe trasformato ogni angolo della Terra in un teatro della guerra civile inglese.

Questo saggio ripercorre tale trasformazione. Mostra come la Seconda guerra mondiale sia diventata il meccanismo attraverso il quale la supremazia di Londra è stata ristabilita – non su Washington, ma attraverso Washington – mediante la creazione di organizzazioni mondiali, la globalizzazione della finanza e la sistematica presa di controllo dei Sette Elementi del Potere Nazionale. Rivela l'infrastruttura occulta di ricatti e ricchezze illecite che sostiene questa presa di controllo, e le “Legioni del Male” che la impongono in ogni continente. E dimostra che la lotta in cui siamo ora impegnati, in tutti e sette gli elementi, non è altro che la lotta per recuperare la sovranità americana sradicando e distruggendo la Guardia Pretoriana della City di Londra – di Roma – ovunque essa operi.


La grande riconsolidazione: come la Seconda guerra mondiale sanò la frattura

Le guerre mondiali non furono semplici conflitti tra stati. Furono crisi quasi fatali per la classe finanziaria transnazionale, la quale si trovò dilaniata tra le capitali in guerra di Londra e Washington. I finanziari britannici e americani, che avevano trascorso decenni a costruire reti interconnesse di consigli di amministrazione, joint venture e alleanze tra famiglie, si trovarono improvvisamente di fronte alla prospettiva che i rispettivi stati si distruggessero a vicenda, e con essi, le fondamenta del loro potere condiviso.

La sopravvivenza della tipologia finanziarista dipendeva dal ristabilire l'unità e quest'ultima, a sua volta, dipendeva dall'emergere di un nodo come partner senior indiscusso, mentre l'altro accettava una posizione subordinata, ma pur sempre privilegiata, all'interno di una gerarchia riconsolidata.

La storia convenzionale ci dice che Washington soppiantò Londra dopo il 1945. Il dollaro sostituì la sterlina come valuta di riserva mondiale, la potenza militare americana eclissò quella britannica, gli Stati Uniti costruirono un nuovo ordine mondiale mentre la Gran Bretagna si ritirava dall'impero.

Ma questa narrazione confonde il trasferimento di determinate funzioni con il trasferimento di potere. Ciò che è realmente accaduto è stato più complesso: il DNA finanziarista di Londra è stato caricato nelle nuove istituzioni mondiali di Washington, garantendo che l'accordo del 1688 sarebbe sopravvissuto – anzi, avrebbe raggiunto il dominio planetario – proprio nel momento in cui appariva più vulnerabile.

La Seconda guerra mondiale divenne il meccanismo di questa riconquista. L'immenso debito contratto con il programma Lend-Lease pose la Gran Bretagna in una posizione di perenne supplica, ma diede anche ai finanziari londinesi un vantaggio: essi comprendevano le nuove istituzioni guidate dagli Stati Uniti perché avevano contribuito a progettarle. La conferenza di Bretton Woods del 1944 non fu un'imposizione americana, bensì una negoziazione anglo-americana, con Keynes e White che ne elaborarono insieme i progetti. Il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale non erano strumenti della politica estera statunitense in senso stretto; rappresentavano il passaggio di consegne istituzionale che ricreò il modello della Banca d'Inghilterra del 1694 su scala planetaria.

Come ha osservato l'economista politico Jeremy Green, l'ordine del dopoguerra è emerso da “processi di sviluppo anglo-americani co-costitutivi” che hanno reso la City di Londra e New York “attori chiave in una rinascita dell'economia politica mondiale”. La relazione speciale non era una mera formalità diplomatica, bensì lo statuto operativo di una holding transnazionale, con Washington come quartier generale visibile e Londra come partner principale nell'ombra.

Michael Hudson ha colto il risultato nel libro, Super Imperialism: “Gli Stati Uniti hanno così raggiunto ciò che nessun precedente sistema imperiale era riuscito a realizzare: una forma flessibile di sfruttamento globale che controllava i Paesi debitori imponendo il Consenso di Washington tramite l'FMI e la Banca mondiale”. Ma Hudson aveva anche compreso che i beneficiari finali di questo sistema non erano il popolo americano, né tantomeno lo Stato americano, bensì la classe finanziaria transnazionale che lo aveva ideato, una classe il cui centro nevralgico rimaneva, come lo era stato fin dal 1688, nella City di Londra.

Persino la Gran Bretagna stessa divenne vassalla di questo nuovo ordine. Le crisi della sterlina del 1947, 1949 e 1967 costrinsero i governi britannici che si susseguirono a subordinare la politica interna alle esigenze dei detentori di dollari. La sovranità parlamentare – la presunta più grande conquista della Rivoluzione Gloriosa – fu resa una finzione dal dominio del dollaro. Se la sede della Corona non poteva controllare la propria valuta, i propri tassi di interesse, la propria politica economica, allora non era più sovrana in alcun senso. E se Londra non era sovrana, allora Washington – apparentemente il partner più anziano – anch'essa incapace di controllare la propria valuta, i propri tassi di interesse, la propria politica economica, era anch'essa occupata, seppur con uffici più lussuosi e una fetta maggiore del bottino.


L'architettura della sovranità: le organizzazioni mondiali come meccanismi di recupero del debito

Le nuove istituzioni mondiali create a Bretton Woods e sviluppatesi nei decenni successivi non erano organismi tecnocratici neutrali. Erano l'apparato amministrativo della supremazia finanziaria, strumenti per imporre il diritto di veto degli obbligazionisti sugli Stati sovrani.

Il Fondo monetario internazionale, apparentemente un prestatore di ultima istanza, divenne lo strumento di imposizione degli aggiustamenti strutturali: le nazioni in cerca di finanziamenti di emergenza dovevano aprire le proprie economie alla penetrazione straniera, privatizzare i beni statali e subordinare il welfare al servizio del debito. La Banca mondiale, apparentemente un'agenzia di sviluppo, divenne il canale per convogliare le risorse del Sud verso i creditori del Nord attraverso progetti infrastrutturali che avvantaggiarono le multinazionali più delle popolazioni locali. L'Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio (GATT), poi diventato Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), divenne il meccanismo per scavalcare le leggi nazionali che potevano interferire con la libera circolazione dei capitali, pur mantenendo una forte limitazione del lavoro.

Queste istituzioni condividevano un DNA comune con la Banca d'Inghilterra. Erano, secondo la formulazione di Carroll Quigley, strumenti attraverso i quali “i poteri del capitalismo finanziario” potevano “creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private, capace di dominare il sistema politico di ogni Paese e l'economia mondiale nel suo complesso”. Hanno sancito come norme mondiali il debito permanente, il controllo privato sul denaro pubblico e la finanziarizzazione di ogni attività umana.

Ma le istituzioni da sole non bastano a sostenere la supremazia. Richiedono personale – amministratori leali, politici compiacenti, funzionari corrotti – per tradurre la loro autorità astratta in potere concreto. Ed è qui che emerge la seconda dimensione del dominio finanziarista: la corruzione sistematica e il compromesso degli individui in ogni ambito del potere nazionale.


L'infrastruttura del compromesso: ricatto e ricchezza illecita come strumenti di governance

Il sistema finanziarista non si regge solo sull'ideologia o sul consenso. Non può farlo, perché i suoi obiettivi – l'estrazione di ricchezza dalle popolazioni produttive a favore delle élite finanziarie, la subordinazione della sovranità nazionale alle pretese dei creditori, il finanziamento perpetuo della guerra a scopo di lucro – non sono popolari. Richiedono meccanismi di controllo che operano al di sotto del livello del consenso consapevole.

Questi meccanismi costituiscono quella che dovremmo definire l'infrastruttura del compromesso: un apparato mondiale per identificare, coltivare e, in ultima analisi, controllare gli individui che occupano posizioni di potere. Informazioni compromettenti a sfondo sessuale, trappole finanziarie, dossier che distruggono carriere, opportunità di carriera non meritate, la promessa di lucrose sinecure in cambio di fedeltà futura: non si tratta di aberrazioni occasionali, ma di strumenti sistematici di governo.

Un diplomatico che accetta conti offshore strutturati per evadere le tasse si mette in balia di chi è a conoscenza dei fatti. Un politico le cui indiscrezioni giovanili sono state documentate in sordina, non può permettersi di indagare troppo a fondo sulle fonti di finanziamento della sua campagna elettorale; un giornalista la cui carriera dipende dai ricavi pubblicitari degli imperi mediatici controllati dai finanziari impara, senza istruzioni esplicite, quali storie sono sicure e quali no; un generale che si aspetta una pensione redditizia come appaltatore della difesa, sa che le decisioni sugli appalti prese oggi determineranno se quella pensione sarà agiata o misera.

La bellezza di questo sistema, dal punto di vista finanziarista, sta nel fatto che non richiede un comando centrale. Funziona secondo la logica decentralizzata della distruzione mutua assicurata: chi è compromesso non può smascherare il sistema senza smascherare sé stesso. Ogni individuo catturato diventa una risorsa permanente, incapace di defezione senza andare incontro alla rovina personale. I compromessi proteggono i compromessi e l'intero apparato si riproduce di generazione in generazione.

Carroll Quigley, che grazie ai suoi contatti nei gruppi della Tavola Rotonda godeva di un accesso insolito a queste reti, ne descrisse il risultato in Tragedy and Hope: una “rete di straordinaria influenza” che operava “in modo discreto e silenzioso” per garantire che “l'elemento dominante in qualsiasi società” fosse costituito “dai governanti finanziari”. Non si riferiva a una cospirazione nel senso volgare del termine, bensì a una struttura: un'élite i cui membri “si conoscevano, si frequentavano e si imparentavano tra loro tramite matrimoni”.


Le Legioni del male: la guardia pretoriana

Le istituzioni forniscono la struttura, il compromesso e la vulnerabilità garantiscono la lealtà... ma né le istituzioni, né il compromesso e la vulnerabilità possono imporre l'obbedienza quando questa viene rifiutata. Per questo il sistema finanziarista ha bisogno di forza bruta: una forza organizzata, disciplinata, negabile, capace di operare in ogni continente e in ogni ambito dell'attività umana.

Questo supporto muscolare è fornito da quello che il Colonnello Towner-Watkins identifica come il Sindacato, ma che io ho definito le Legioni del male: una guardia pretoriana ibrida composta da due branche che appaiono distinte ma funzionano in stretto coordinamento.

Il braccio “legittimo” è costituito dai servizi segreti e dalle forze speciali degli Stati, in particolare quelli dell’alleanza Five Eyes. La CIA, l’MI6, l’ASIS e le loro controparti forniscono la copertura dell’autorità statale. Conducono operazioni che richiedono l’approvazione ufficiale, reclutano informatori e mantengono l’infrastruttura di sorveglianza e destabilizzazione che protegge gli interessi finanziaristi. Quando un politico sovranista emerge nel Sud del mondo, sono spesso queste agenzie a orchestrare la “rivoluzione colorata” o il colpo di stato silenzioso che lo depone. Quando un leader si rivela scomodo – un Patrice Lumumba, un Salvador Allende, un Muammar Gheddafi – sono queste agenzie a pianificarne la rimozione, a volte con un’assistenza non dichiarata da parte del secondo braccio.

Il braccio “illegale” è costituito da reti di criminalità organizzata e da gruppi terroristici/fondamentalisti. La mafia, i cartelli della droga, i trafficanti di esseri umani, le milizie jihadiste: questi non sono nemici dell'ordine finanziarista, ma suoi ausiliari irregolari. Svolgono funzioni che non possono essere eseguite dalle forze ufficiali: l'assassinio che non deve lasciare tracce, la destabilizzazione che deve apparire organica, il traffico illecito che deve finanziare le operazioni senza stanziamenti di bilancio.

L'innovazione cruciale di questo sistema – ciò che lo rende autosufficiente e praticamente invulnerabile – è il suo modello di finanziamento. Le Legioni del male non necessitano di bilanci approvati dai parlamenti o di stanziamenti stanziati dalle casse dello Stato. Si finanziano attraverso frodi finanziarie, frodi bancarie, traffico di droga, tratta di esseri umani e riciclaggio di denaro su una scala che fa impallidire il PIL della maggior parte delle nazioni. La ricchezza illecita generata da queste attività viene riciclata attraverso le stesse istituzioni finanziarie che costituiscono il nucleo del sistema, reintroducendo miliardi nella Catena finanziaria della morte e generando profitti per i legittimi finanziari che possiedono tali istituzioni.

Questo modello è emerso da precedenti stabiliti durante la Seconda guerra mondiale. L'Operazione Underworld, l'alleanza del 1942 tra la Marina statunitense e la mafia per proteggere i moli di New York dai sabotaggi dell'Asse, dimostrò che i servizi segreti potevano collaborare con la criminalità organizzata. Le successive collaborazioni della CIA con i gangster corsi a Marsiglia, con i trafficanti di eroina nel Triangolo d'Oro del Sud-est asiatico e con i contrabbandieri di cocaina dei Contras in America Centrale hanno perfezionato ed esteso questo modello. Negli anni '80 la fusione tra agenzie di intelligence e reti criminali non era più un'eccezione, ma una prassi consolidata.

Oggi questa struttura ibrida funziona come l'esercito mondiale del regime, il quale rimane nascosto dietro le quinte. Opera in ogni Paese, in ogni continente, in ogni ambito dell'attività umana. Impone il diritto di veto degli obbligazionisti non attraverso eserciti e marine – sebbene possa ricorrervi quando necessario – ma attraverso metodi più subdoli come assassinii, intimidazioni e corruzione. Ed è interamente autofinanziata, traendo le proprie risorse dalle stesse economie illecite che contribuisce a sostenere.


I sette elementi: come funziona l'occupazione

Con le istituzioni come struttura portante, il compromesso come collante e le Legioni come strumento di controllo, il sistema finanziarista ha raggiunto ciò che nessun impero nella storia è riuscito a realizzare: la cattura totale di ogni elemento del potere nazionale, non in un singolo Paese, ma in tutti i Paesi simultaneamente. L'analisi che segue mostra come questa occupazione operi nei sette ambiti riconosciuti dagli strateghi come il modello DIMEFIL: Diplomazia, Informazione, Militare, Economia, Finanza, Intelligence e Applicazione della Legge.

Diplomazia

La diplomazia si è trasformata in un sistema di riscossione del debito con altri mezzi. L'espansione della NATO, le condizionalità dell'FMI, il patto sui sottomarini AUKUS: non si tratta di accordi di mutua difesa tra pari sovrani, bensì di meccanismi per vincolare gli stati vassalli al nucleo finanziario. Una nazione che accetta prestiti dall'FMI accetta anche i “consigli” degli economisti dell'FMI in materia di politica fiscale, priorità di spesa e quadro normativo; una nazione che aderisce alla NATO accetta anche l'obbligo di acquistare sistemi d'arma da appaltatori della difesa controllati dai finanziari; una nazione che firma un accordo commerciale con gli Stati Uniti accetta anche la portata extraterritoriale della legge statunitense.

I diplomatici che negoziano questi accordi sono essi stessi il prodotto dell'infrastruttura del compromesso. Sono stati selezionati, formati, promossi e, in definitiva, controllati attraverso meccanismi invisibili al pubblico. Un incarico a Londra o a Washington è una ricompensa per la lealtà passata e un'opportunità per future trappole. Vengono aperti conti offshore, acquistate proprietà, i figli vengono istruiti, il tutto in giurisdizioni dove i finanziari esercitano la loro influenza. Quando un diplomatico raggiunge il rango di ambasciatore, non è più in grado di rappresentare gli interessi della propria nazione contro quelli dei suoi protettori. È diventato, consapevolmente o meno, un agente doppiogiochista.

Quando la diplomazia non riesce a ottenere l'obbedienza, le Legioni del male intervengono a supporto. Le “rivoluzioni colorate” che hanno travolto gli Stati post-sovietici – la Rivoluzione delle Rose in Georgia, la Rivoluzione Arancione in Ucraina, la Primavera Araba – non sono state esplosioni spontanee di volontà popolare: si è trattato di operazioni orchestrate, finanziate da ONG controllate dai finanziaristi, consigliate dai servizi segreti ed eseguite da attivisti addestrati. Il loro scopo non era la democrazia, ma il riallineamento: integrare i governi sovranisti nell'apparato mondiale finanziarista.

Informazione

L'informazione è l'ossigeno della politica moderna e il sistema finanziarista ne controlla la distribuzione. I grandi imperi mediatici, dalle reti televisive tradizionali alle piattaforme digitali, sono di proprietà o fortemente influenzati dagli stessi gestori patrimoniali transnazionali. BlackRock, Vanguard e State Street, i tre principali fornitori di fondi indicizzati, detengono partecipazioni sostanziali in ogni grande azienda mediatica del mondo anglofono. Non dettano direttamente i contenuti editoriali, ma non ne hanno bisogno. La struttura proprietaria stessa impone disciplina: i dirigenti che permettono la diffusione di contenuti ostili agli interessi finanziaristi vedranno crollare il valore delle loro azioni, limitato l'accesso ai capitali e accorciarsi la carriera.

Al di sotto del livello di proprietà si cela l'infrastruttura del compromesso. I giornalisti che raggiungono la notorietà sono quelli che hanno dimostrato affidabilità; chi si discosta da questa linea vede la propria carriera distrutta da dossier di passate indiscrezioni, reali o presunte, la propria reputazione fatta a pezzi da attacchi coordinati da parte di colleghi, il proprio sostentamento minacciato dal ritiro degli introiti pubblicitari. Il movimento #MeToo, pur con i suoi autentici successi nell'affrontare le molestie sessuali, ha anche fornito un meccanismo per neutralizzare i giornalisti le cui posizioni politiche erano scomode. La stessa dinamica opera nel settore tecnologico: i dirigenti del settore che si oppongono alla sorveglianza o alle backdoor di crittografia si ritrovano nel mirino di azioni regolamentari, audizioni al Congresso e campagne mediatiche che si materializzano misteriosamente da molteplici fonti contemporaneamente.

Quando il controllo dell'informazione richiede operazioni non ufficiali, le Legioni del male forniscono dei prestanome. Le campagne di disinformazione vengono condotte attraverso reti criminali e agenti terroristici, rendendo impossibile risalire alle loro fonti. Le fughe di notizie mirate distruggono personaggi scomodi, mantenendo al contempo l'apparenza di un'indagine giornalistica. La narrazione della collusione russa che ha dominato la politica americana dal 2016 al 2019 non era, da questa prospettiva, il prodotto di un'interferenza democratica, bensì di una guerra interna al mondo finanziario: il tentativo di una fazione di neutralizzarne un'altra attraverso l'uso dell'informazione come arma.

Militare

Lo stato fiscale-militare, perfezionato nel 1688 ed esportato in America nel 1789, ha raggiunto la sua forma definitiva. Gli interventi finanziati dal debito non servono le nazioni che li combattono, bensì gli obbligazionisti che li finanziano. L'invasione dell'Iraq, il cui costo è stimato in oltre $2.000 miliardi, ha trasferito ingenti somme dai contribuenti americani alle imprese di difesa, alle società militari private e agli istituti finanziari che hanno finanziato il debito. Allo stesso modo la guerra in Ucraina arricchisce le imprese di difesa e i commercianti di energia, impoverendo al contempo i contribuenti europei ed eliminando le reclute ucraine.

Le compagnie militari private operano come moderne Compagnie delle Indie Orientali, sfruttando il potere statale per profitto privato. Blackwater (ora Academi), DynCorp e i loro concorrenti svolgono funzioni un tempo riservate alle forze armate in uniforme: protezione delle ambasciate, addestramento delle forze alleate e persino partecipazione ai combattimenti. Non rispondono a nessun elettorato, a nessun parlamento, a nessuna catena di comando al di fuori dei loro azionisti. Sono il braccio legittimo delle Legioni del male, manifestatosi in tutta la sua potenza.

I generali che sovrintendono a queste guerre sono essi stessi compromessi dal sistema al servizio del quale operano. Il continuo passaggio di personale tra il Pentagono e le aziende del settore della difesa garantisce che le decisioni sugli appalti prese oggi determineranno il reddito pensionistico di domani. Un generale che cancella un sistema d'arma che ha sforato il budget non si limita a prendere una decisione militare; mette a repentaglio il futuro lavorativo dei suoi colleghi e le proprie prospettive di ottenere un lucroso incarico in qualche consiglio di amministrazione. La corruzione non è personale, ma strutturale: il sistema seleziona coloro che ne comprendono le esigenze ed emargina chi non le comprende.

Quando i militari in uniforme non possono intervenire – perché l'operazione richiede la negabilità, perché l'obiettivo è politicamente sensibile, perché il quadro giuridico vieta l'intervento – subentra il braccio illecito delle Legioni del male. Le forze speciali addestrano milizie jihadiste per destabilizzare i rivali, come fecero in Afghanistan contro i sovietici e in Siria contro il governo di Assad. Mercenari per procura conducono assassinii che non possono essere ricondotti ai governi nazionali. I confini tra esercito statale, contractor privati ​​e organizzazione criminale si confondono fino a diventare indistinti.

Economia

L'economia mondiale è stata progettata per servire lo sfruttamento finanziario attraverso la “Catena finanziaria della morte”. I regimi commerciali – NAFTA, protocolli di adesione all'OMC, trattati bilaterali sugli investimenti – sono concepiti per delocalizzare la produzione dai Paesi ad alto salario verso le periferie a basso salario, arricchendo le multinazionali e deindustrializzando il cuore dell'economia. La deindustrializzazione del Midwest americano, del Nord dell'Inghilterra, della “Cintura della ruggine” francese non sono conseguenze naturali del progresso tecnologico, ma esiti deliberati di scelte politiche compiute da funzionari corrotti al servizio dei padroni finanziari.

I dirigenti aziendali che implementano queste linee di politica vengono ricompensati con assegnazioni di azioni, piani di riacquisto di azioni proprie e pacchetti retributivi che allineano i loro interessi con quelli degli azionisti a scapito dei lavoratori, delle comunità e delle nazioni. Un amministratore delegato che delocalizza la produzione aumenta gli utili trimestrali, fa salire il prezzo delle azioni e si arricchisce, anche se le sue azioni distruggono le comunità che ospitavano le sue fabbriche e i lavoratori che producevano i suoi prodotti. Dal punto di vista finanziario non agisce in modo immorale; agisce razionalmente all'interno di un sistema progettato per premiare l'estrazione rispetto alla produzione.

Quando le nazioni tentano di sfuggire a questo sistema – costruendo industrie nazionali, proteggendo i settori strategici, rifiutando le condizionalità dell'FMI – si scontrano con il braccio armato delle Legioni del male. Reti di traffico illecito e organizzazioni criminali che eludono le sanzioni minano i loro sforzi, inondando i loro mercati di merci di contrabbando, indebolendo le loro valute e destabilizzando i loro governi. Un Paese che cerca di svilupparsi in modo indipendente scopre che l'indipendenza non è consentita.

Finanza

Il mondo finanziario è il cuore del sistema, l'organo da cui scaturisce ogni altro potere. Le banche centrali, un tempo istituzioni preposte alla gestione delle valute nazionali e alla promozione della stabilità interna, sono diventate veicoli di trasmissione per le linee di politica finanziariste. Gli interventi della Federal Reserve dopo il 2008, i suoi programmi di quantitative easing, le sue linee di politica in merito ai tassi di interesse prossimi allo zero, sono serviti a proteggere i bilanci delle principali istituzioni finanziarie, facendo ben poco per le famiglie che hanno perso casa, lavoro e risparmi.

Il sistema bancario ombra – hedge fund, private equity, fondi monetari – opera completamente al di fuori di ogni controllo democratico, eppure le sue decisioni influenzano la vita di miliardi di persone. Quando una società di private equity acquisisce una catena di case di riposo, la indebita pesantemente, ne estrae i beni e la lascia fallire; non si tratta di un risultato di mercato, bensì di una conseguenza politica: il sistema permette l'estrazione perché è stato concepito da chi la pratica.

L'utilizzo del dollaro come arma – ovvero l'impiego del suo status di valuta di riserva per imporre sanzioni, congelare beni ed escludere Paesi dal sistema finanziario – rappresenta la massima espressione del potere finanziarista. Una nazione che sfida Washington si ritrova tagliata fuori dal sistema di compensazione in dollari, incapace di commerciare, di ottenere prestiti e di funzionare. Non si tratta di diplomazia, né di guerra economica nel senso tradizionale del termine; si tratta piuttosto dell'esercizio della sovranità su un sistema finanziario mondiale i cui centri di controllo rimangono a Londra e New York.

I banchieri e gli organi di controllo che gestiscono questo sistema sono a loro volta controllati attraverso meccanismi tanto sottili quanto grossolani. Le trappole del debito personale – il mutuo che impone la continuità lavorativa, le tasse scolastiche dei figli che dipendono da bonus regolari – garantiscono la lealtà. Il kompromat sulle attività di trading – il front-running, l'insider trading, la manipolazione – assicura il silenzio. Le reti di frode finanziaria e riciclaggio di denaro, legate alla criminalità organizzata, riciclano capitali illeciti direttamente nel sistema, finanziando il successivo ciclo di appropriazione indebita di potere con i profitti del precedente.

Intelligence

L'intelligence è il sistema nervoso del sistema: l'apparato che raccoglie informazioni, identifica le minacce e coordina le risposte. L'alleanza Five Eyes – composta da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda – costituisce il nucleo di questo apparato, una rete permanente e discreta che trascende qualsiasi governo o amministrazione. I suoi membri condividono informazioni, coordinano le operazioni e mantengono l'infrastruttura di sorveglianza mondiale che Edward Snowden ha rivelato a un pubblico sconvolto nel 2013.

Il capitalismo della sorveglianza – la raccolta e la monetizzazione dei dati personali da parte di società private – si è fuso con l'intelligence statale per creare un panopticon mondiale. Ogni telefonata, ogni email, ogni ricerca sul web, ogni transazione finanziaria genera dati a cui il sistema può accedere quando necessario. L'infrastruttura di compromissione opera attraverso questi dati: analisti e dirigenti che potrebbero opporsi vengono ricattati tramite le proprie tracce digitali – la relazione extraconiugale rivelata nella cronologia delle ricerche, l'irregolarità finanziaria scoperta negli estratti conto bancari, il dissenso politico documentato nelle comunicazioni private.

Le agenzie di intelligence sono anche il braccio operativo principale delle Legioni del male. Documenti declassificati mostrano la preoccupazione documentata della CIA per leader antimperialisti come Michael Foot, con rapporti interni che affermano che “un governo a maggioranza laburista rappresenterebbe la più grande minaccia per gli interessi statunitensi”. Tale minaccia è stata neutralizzata non attraverso un intervento palese, ma attraverso il discreto coordinamento di agenti dei servizi segreti, alleati nei media e operatori politici. Lo stesso schema si ripete nel corso dei decenni e in diversi continenti: i leader che minacciano gli interessi finanziaristi si ritrovano indeboliti, destabilizzati e infine rimossi.

Il coordinamento con reti jihadiste e criminali per operazioni sotto copertura e reclutamento di informatori, documentato da investigatori che vanno dalla Commissione Intelligence del Senato alle Nazioni Unite, non è un'aberrazione, ma una caratteristica intrinseca del sistema. Il sistema che ha finanziato e armato i mujahidin in Afghanistan, che ha collaborato con i trafficanti di cocaina dei Contras in Nicaragua, che ha addestrato milizie jihadiste in Libia e Siria, è lo stesso sistema che ora si presenta come difensore della civiltà contro il terrorismo. I terroristi non sono nemici del sistema, ma risorse utilizzabili o scartabili a seconda delle circostanze.

Applicazione della legge

L'applicazione della legge, l'elemento finale, fornisce al sistema la capacità di repressione interna. La portata extraterritoriale – il Magnitsky Act, il Foreign Agents Registration Act, la proliferazione di sanzioni secondarie – non viene utilizzata per la giustizia, ma per la repressione pretoriana del dissenso sovranista. Una nazione che approva leggi a tutela dei propri cittadini contro le azioni legali straniere si ritrova con i propri funzionari soggetti ad arresto quando viaggiano all'estero. Un politico che sostiene politiche contrarie agli interessi finanziari si ritrova indagato, incriminato e imprigionato con accuse che non verrebbero mai perseguite contro un collega compiacente.

I pubblici ministeri e i giudici che amministrano questo sistema sono a loro volta corrotti dal finanziamento delle campagne elettorali, dagli scandali personali e dalla promessa di sinecure post-pensionamento. Un pubblico ministero che prende di mira un politico sovranista sa che il successo gli porterà avanzamento di carriera, mentre il fallimento lo porterà all'emarginazione. Un giudice che si pronuncia contro gli interessi finanziaristi sa che le sue decisioni saranno ribaltate in appello, la sua reputazione attaccata dai media e le sue prospettive di carriera ridotte. Il sistema seleziona coloro che ne comprendono le esigenze ed emargina coloro che non le comprendono.

A livello locale, i centri di fusione – operazioni congiunte che collegano le forze dell'ordine federali con la polizia statale e locale, la sicurezza privata e le agenzie di intelligence – fanno rispettare sul campo il diritto di veto degli obbligazionisti. Quando una comunità tenta di opporsi alla costruzione di un oleodotto, quando un sindacato si organizza contro il furto sui salari, quando un movimento sovranista guadagna terreno, si scontra non solo con la polizia, ma anche con l'apparato coordinato del potere statale e privato. Il braccio interno delle Legioni del male garantisce che la resistenza rimanga localizzata, contenuta e, in definitiva, sconfitta.


La posta in gioco: il recupero della sovranità come terza guerra civile

Ogni evento di portata mondiale – l'Ucraina, gli attacchi in Iran, le tensioni tra Stati Uniti e Cina – è teatro di questa guerra civile interna all'Inghilterra. Non si tratta di rivalità tra grandi potenze nel senso convenzionale del termine, né di conflitti tra civiltà distinte con interessi contrastanti. Sono sintomi della stessa scissione interna all'élite che ebbe inizio negli anni Quaranta del Seicento e culminò nella guerra del 1688, il tutto ora proiettato su uno schermo planetario.

Da questa prospettiva la guerra in Ucraina non riguarda principalmente l'espansione della NATO, l'aggressione russa o la sovranità ucraina, sebbene coinvolga tutti questi elementi. È un teatro di guerra in cui le fazioni di Londra e Washington si contendono il controllo degli oleodotti, le strutture di rimborso del debito e il futuro dell'integrazione finanziaria europea, mentre le Legioni del male forniscono la forza che alimenta il conflitto. Le spedizioni di armi, la condivisione di informazioni di intelligence, i regimi sanzionatori: questi non sono strumenti politici neutrali, ma attraverso i quali le fazioni finanziarie perseguono il proprio vantaggio.

Le tensioni con la Cina si riflettono in modo analogo. La narrazione superficiale di una competizione strategica maschera una realtà più profonda di compromesso tra le élite: le stesse istituzioni finanziarie che finanziano le aziende americane del settore della difesa finanziano anche le imprese statali cinesi; gli stessi gestori patrimoniali che dominano i mercati occidentali si stanno rapidamente infiltrando in quelli cinesi; le stesse famiglie che hanno guidato le fortune dei finanziari per generazioni si stanno preparando per un futuro in cui Pechino potrebbe essere il partner dominante.

L'apparato descritto in questo saggio è un regime di occupazione. Lo “Stato profondo” che tanto preoccupa i populisti americani non è una cospirazione di americani, né una cricca segreta di generali e burocrati che perseguono i propri interessi. È la presenza radicata di un nemico finanziarista transnazionale i cui centri di comando e controllo anglofoni sono divisi tra Londra e Washington, la cui lealtà è al sistema piuttosto che a qualsiasi nazione, e il cui potere dipende dalla continua subordinazione della sovranità al mondo della finanza.

Persino il governo britannico – sede della Corona, culla della sovranità parlamentare – è uno stato vassallo in questo regime. Le crisi della sterlina nel secondo dopoguerra, le svalutazioni forzate, il salvataggio dell'FMI nel 1976, la subordinazione della politica economica britannica alle esigenze dei detentori di dollari: tutto ciò ha dimostrato che la “sovranità parlamentare” è una finzione quando la valuta non è sovrana. Se Londra non può controllare la propria moneta, non può controllare nient'altro.

E se Londra non è sovrana, allora anche Washington – apparentemente il partner più anziano – è occupata. La differenza è di grado, non di natura. Il popolo americano elegge i propri rappresentanti, ma questi, una volta eletti, entrano a far parte di un sistema che ha catturato ogni elemento del potere nazionale. Possono approvare leggi, ma esse saranno interpretate da giudici asserviti, applicate da agenzie asservite e minate da media asserviti. Possono promuovere linee di politica, ma esse saranno osteggiate da una burocrazia permanente la cui lealtà è al sistema piuttosto che a una qualsiasi amministrazione transitoria. Possono tentare di governare, ma scopriranno che farlo richiede il controllo sui sette elementi – ed essi non sono nelle loro mani.

La lotta in cui siamo ora impegnati, attraverso tutti e sette gli elementi, è la guerra per riconquistare la sovranità degli Stati Uniti sradicando e distruggendo le Legioni del male della City di Londra in tutto il mondo. Non è una lotta partigiana tra Repubblicani e Democratici, non è una disputa politica tra destra e sinistra, non è un conflitto culturale tra progressisti e conservatori. È una competizione intra-élite trasformatasi in Guerra Civile 3.0: la fase finale di una lotta quadriennale tra la tipologia finanziarista e le popolazioni che sfrutta.

Carroll Quigley, che comprese questa lotta meglio di qualsiasi altro osservatore, svelò le ambizioni del finanziarismo nel libro, Tragedy and Hope: “Le potenze del capitalismo finanziario avevano un altro obiettivo di vasta portata, niente di meno che creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private, capace di dominare il sistema politico di ogni Paese e l'economia mondiale nel suo complesso”. Tale obiettivo è stato raggiunto: il sistema mondiale esiste, il dominio è reale.

Ma Quigley aveva anche capito che i sistemi possono essere smantellati. Non sono eterni, non sono inevitabili, non sono al di sopra di ogni critica. Esistono perché gli esseri umani li creano e li sostengono attraverso le loro scelte. E ciò che gli esseri umani creano, altri esseri umani possono distruggere.

La scelta binaria è netta.

Opzione A — Bisanzio 2.0: richiede un centro di sovranità restaurato, che sia a Washington o in una nuova configurazione del potere americano, che porti a termine l'opera del 1776. Deve smantellare i sette elementi compromessi, estirpare le Legioni del male dal suolo americano e dalle reti mondiali, e riprendere il controllo della propria valuta, della diplomazia e delle forze armate dalla classe finanziaria. Non si tratta di una riforma, ma di una rivoluzione: una seconda rivoluzione americana che realizzi ciò che la prima non è riuscita a fare.

Opzione B — Declino irreversibile: è la strada che stiamo percorrendo. Il consolidamento finale del regime condanna non solo la civiltà anglofona, ma il mondo intero che avvolge a un declino irreversibile. L'estrazione continua finché non rimane più nulla da estrarre; il debito cresce fino a diventare insostenibile; le guerre si moltiplicano fino a diventare incontrollabili. Il sistema si autodistrugge, trascinando con sé le popolazioni che avrebbe dovuto servire.


La mappa dell'occupazione

Il sistema finanziarista ha raggiunto il dominio mondiale impadronendosi dei sette elementi del potere nazionale, consolidando tale dominio attraverso ricatti sistematici e compromessi illeciti legati alla ricchezza, e imponendolo tramite le Legioni del male che operano in ogni continente e in ogni ambito dell'attività umana. A questo punto il mondo è un unico, vasto teatro di una terza guerra civile inglese, i cui conflitti e crisi sono i sintomi visibili di una lotta invisibile tra élite che condividono il DNA del 1688.

Comprendere questo apparato – le sue istituzioni, i suoi meccanismi di compromesso, i suoi bracci di coercizione – non è un esercizio accademico. È il rapporto di intelligence essenziale, la ricognizione, necessaria per spezzare la Catena finanziaria della morte. Questo saggio ha fornito la mappa dell'occupazione, il compito che resta da svolgere è agire di conseguenza.

Il prossimo saggio delineerà le linee di battaglia conclusive e i possibili percorsi per superare la crisi: liberazione o distruzione totale. Esaminerà le forze che potrebbero spezzare la morsa dei finanziaristi, le strategie che potrebbero avere successo laddove i precedenti tentativi hanno fallito e la posta in gioco che rende questa lotta il conflitto determinante del nostro tempo. Perché se Quigley aveva ragione – se l'obiettivo dei finanziaristi era davvero quello di creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private – allora l'unica domanda che rimane è se tale sistema possa essere rovesciato prima che porti a termine la sua opera.

La risposta a questa domanda determinerà non solo il futuro della civiltà anglofona, ma il futuro dell'umanità stessa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Letture consigliate:

• Michael Hudson, Super Imperialism: The Economic Strategy of American Empire (terza edizione, 2021);

• Jeremy Green, The Political Economy of the Special Relationship: Anglo-American Development from the Gold Standard to the Financial Crisis (Princeton University Press, 2020);

• Benn Steil, The Battle of Bretton Woods: John Maynard Keynes, Harry Dexter White, and the Making of a New World Order (Princeton University Press, 2013);

• Catherine R. Schenk, The Decline of Sterling: Managing the Retreat of an International Currency, 1945–1992 (Cambridge University Press, 2010);

• Carroll Quigley, Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time (1966; ristampato 1975);

• Carroll Quigley, The Anglo-American Establishment: From Rhodes to Cliveden (1949; pubblicato 1981);

• G. William Domhoff, Who Rules America? The Triumph of the Corporate Rich (settima edizione, McGraw-Hill, 2013);

• Thomas Ferguson, Golden Rule: The Investment Theory of Party Competition and the Logic of Money-Driven Political Systems (University of Chicago Press, 1995);

• Rodney Campbell, The Luciano Project: The Secret Wartime Collaboration of the Mafia and the U.S. Navy (McGraw-Hill, 1977);

• Tim Newark, The Mafia at War: Allied Collusion with the Mob (Greenhill Books, 2007);

• Alfred W. McCoy, The Politics of Heroin: CIA Complicity in the Global Drug Trade (Lawrence Hill Books, rivisto 2003);

• Lawrence E. Walsh, Iran-Contra: The Final Report (1993);

• Christopher Andrew, For the President’s Eyes Only: Secret Intelligence and the American Presidency from Washington to Bush (HarperCollins, 1995);

• Richard J. Aldrich, GCHQ: The Uncensored Story of Britain’s Most Secret Intelligence Agency (HarperPress, 2010);

• Shoshana Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the Frontier of New Power (PublicAffairs, 2019);

• Ben Macintyre, The Spy and the Traitor: The Greatest Espionage Story of the Cold War (Viking, 2018);

• Martin Moore, The Crisis of Trust in News Media (Reuters Institute for the Study of Journalism, 2021);

• Jonathan Macey, The Death of Corporate Law (Yale Law School, 2021);

• Lucian Bebchuk & Scott Hirst, The Specter of the Giant Three (Boston University Law Review, 2019);

• P.W. Singer, Corporate Warriors: The Rise of the Privatized Military Industry (Cornell University Press, 2003);

• Joseph Stiglitz, Globalization and Its Discontents (W.W. Norton, 2002);

• Naomi Klein, The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism (Metropolitan Books, 2007);

• Eric Toussaint, The Debt System: A History of Sovereign Debts and Their Repudiation (Haymarket Books, 2019);

• Lincoln A. Mitchell, The Color Revolutions (University of Pennsylvania Press, 2012). 


venerdì 12 giugno 2026

Dall'Europa al Pacifico, dal Brent al WTI, dall'eurodollaro a Tether

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/dalleuropa-al-pacifico-dal-brent)

Una delle migliori serie TV che io abbia visto è The Wire. Si partiva da una intercettazione in ambito di indagini poliziesche di un “pesce piccolo” e si finiva poi per catturare “pesci grandi”. Questo è un modo semplificato per far capire meglio ai lettori cosa sta facendo l'amministrazione Trump in quanto a politica interna: liberare capitali sequestrati dalle frodi affinché la gente comune possa trovare il SUO modo per guarire il malessere che ha ingabbiato per decenni il potenziale di crescita americano. In questo modo, piuttosto che avere a che fare con una popolazione costantemente arrabbiata e distratta dalla carcerazione sistematica delle persone, si ha a che fare con una popolazione che ha la capacità di rimboccarsi le maniche e creare/costruire qualcosa per il futuro. In sintesi, la classe media ha la possibilità di tornare a essere classe media.

Alla fine della fiera Hillary Clinton non andrà in prigione, ma se il tuo obiettivo è mandarci Obama allora la cosa migliore da fare è mettere quest'ultimo contro di lei. L'Iran non poteva sostenere economicamente lo sforzo di minare e arricchire l'uranio per scopi bellici, non vendevano abbastanza petrolio per arrivare alle cifre necessarie. Qualcuno li ha aiutati. Chi? Il fatto che Trump continui a sottolineare l'importanza che l'Iran consegni l'uranio arricchito in suo possesso è un indizio; un altro è stato Netanyahu che ha sempre sottolineato la necessità di impedire all'Iran di avere armi nucleari. Unendo questi puntini, e seguendo questo processo di “scoperta”, è possibile incastrare mediaticamente il sopraccitato “chi”. In tal senso la “guerra” in Iran è costata poco se la confrontiamo con i potenziali benefici. Infatti ha degli obiettivi chiari e precisi, non è la solita “guerra infinita” di matrice inglese. Nel frattempo vengono scoperte altre frodi a livello federale e iniziano a circolare i primi nomi che vengono perseguiti legalmente.

È un sistema molto grande e richiede molto tempo per essere aggiustato. Ma la grande opportunità che viene data alla classe media in questo modo, non è solo la capacità di prosperare, ma di avere davvero voce nella società americana. Quando Russell Vought dice che bisogna presentare una ricevuta se ci sono rimborsi federali per determinate attività, significa che il cittadino medio può tornare a fidarsi delle proprie istituzioni. Non basta, infatti, schiaffare qualcuno in prigione per risolvere le cose se poi il sistema rimane come prima. Il processo di pulizia passa sia attraverso la giustizia che la riforma di quelle istituzioni che non facevano altro che rappresentare un peso gravoso, a livello socio-economico, sulla classe media. Lo stesso quando Trump firma un ordine esecutivo in cui si dice sostanzialmente che i dipendenti pubblici possono essere licenziati con tanta facilità quanto quelli nel settore privato.

E questi segnali sono fondamentali perché indicano una volontà di ricostruire nella “giusta” direzione, diversamente dal chiasso che fanno gli accoliti di Bannon/Dugin che invece, da infiltrati-sabotatori quali sono, infuocano gli animi della gente comune solletticandone la pancia. Anche in questo l'amministrazione Trump è riuscita a staccare una vittoria.

Se il tuo obiettivo è quello di fermare una guerra mondiale, allora la strategia più intelligente è risucchiare tutti quei capitali che finanzierebbero gli asset da schierare in una tale guerra. Farlo significa impedire soprattutto che essi arrivino a un punto di rottura cruciale da scatenare effettivamente il conflitto. Questo a sua volta significa disinnescare Israele e Iran, Siria, Azerbaijan, ecc. Allo stesso modo in cui si sta comportando Putin nei confronti dell'“esercito ucraino”. Esaurire la capacità offensiva di suddetti asset vuol dire anche spogliarli della capacità di creare “minacce fantasma”, tipica strategia d'intelligente franco-inglese. Trump in questo caso diventa il “cattivo” della situazione, soprattutto agli occhi della stampa, ma fa call a tutte quelle minacce che hanno tenuto il mondo in subbuglio, soprattutto in Medio Oriente. Tutte le parti impantanate in conflitti secolari ne escono scontente, ma non c'è più alcun conflitto da poter sventolare con cui minacciare il mondo intero e farlo eventualmente sfociare in un confronto militare mondiale.

Questo documento, ad esempio, rilasciato di recente dalla Casa Bianca, sottolinea come i Fratelli Musulmani siano il minimo comun denominatore di tutti i gruppi jihadisti e terroristi in Medio Oriente e sono ciò che Trump/Bessent stanno scardinando. Avendo ben presente questa base la domanda successiva è: chi ha permesso a questo player di crescere, svilupparsi e diffondersi? Nientemeno che la comunità dell'intelligence britannica sin dal 1928. La British Suez Canal Company aiutò il fondatore dei Fratelli Musulmani a costruire la moschea che ne divenne poi il centro operativo. Da quel momento in poi i Fratelli Musulmani sono stati usati dall'intelligence britannica, a in seconda battuta da quella americana, contro i movimenti nazionalisti in tutto il Medio Oriente, il tutto per difendere l'architettura economica e strategica dell'impero inglese. La documentazione a supporto di queste tesi potete trovarla nel libro di Mark Curtis, Secret Affairs. Infatti queste informazioni, sebbene non circolino con una certa ampiezza, sono state rilasciate dal governo inglese quando ha desecretato documenti sensibili. I Fratelli Musulmani, quindi, e tutti i suoi gruppi satelliti sono asset operativi inglesi, messi in piedi, finanziati e sfruttati da Londra.

È evidente, poi, che il Qatar fosse un altro asset della City di Londra, così come lo è l'Iran, l'Oman, Erdogan/Fratelli musulmani e lo sarebbero diventati gli EAU. Ma cosa c'è di meglio di un cambio di governo? Far lavorare gli stessi asset per te. La stessa offerta presentata a Maduro e la stessa offerta presentata alla teocrazia iraniana. Il Qatar ha accolto l'invito quando Netanyauh l'ha bombardato l'anno scorso. Lo stesso di quanto accaduto tra Thailandia e Cambogia per mezzo della Malesia, ma senza bombardamenti. E, poi, trasformare il Qatar in una risorsa americana ha permesso di mettere ulteriore pressione sull'UE lato energia. 

La risposta della cricca di Davos, in particolar modo dopo la guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran che aveva esaurito entrambe le nazioni? Attaccare le industrie principali di un Paese, i principali asset economici, e sottrarli: il petrolio russo, il petrolio venezuelano, il petrolio iraniano. Qual è l'asset più grande e importante degli Stati Uniti? I mercati dei capitali più profondi e liquidi del mondo. Con che cosa la cricca di Davos ha da sempre minacciato gli USA quando questi ultimi tentavano di cambiare il modo in cui il denaro scorreva nel mondo? Attacchi ai mercati dei capitali americani, cosa che da sempre ha spaventato il Congresso, perché è stato addestrato a credere che se la spesa pubblica si ferma allora gli Stati Uniti finiscono in un buco nero economico e finanziario. Il ruolo di Trump, da parte dei NY Boys che l'hanno messo lì, è sempre stato quello di fungere da pala meccanica nel campo della retorica per demolire queste credenze che la stessa cricca di Davos ha oculatamente piantato e fatto crescere per decenni. E indovinate un po'? Sta funzionando, soprattutto nello sconfessare tutte quelle voci contrarie che, sulla scia di dazi e altre linee di politica economiche, avevano predetto una fine ingloriosa per l'economia statunitense.

Questi player extra-statali hanno costruito una rete nel corso dei decenni, una gerarchia simil aziendale (es. low management, middle management, high management, Tavola Alta) in cui i vari strati rappresentano un nodo di intermediazione vitale per la proliferazione del controllo ombra dell'impero inglese. Così come la FED fu costruita a immagine e somiglianza della Banca d'Inghilterra, anche la CIA è stata costruita a immagine e somiglianza dell'MI6. È ormai noto che il suo budget è stato in parte finanziato dai cartelli della droga e sono ormai altresì note le sue connessioni con i terroristi, portandoci a concludere che l'intreccio MI6-CIA si sia avvinghiato più forte che mai nel corso del tempo. La lotta ai cartelli della droga, infatti, è il segno distintivo di un drenaggio di risorse da quel nodo nella rete inglese che per decenni ha alimentato l'estensione del suo potere ombra. Infatti gli USA, diversamente dal passato in cui erano praticamente invischiati nella sopraccitata rete, e piuttosto che combattere tali cartelli li facevano crescere, adesso stanno prosciugando quegli affluenti che hanno consolidato i flussi monetari sotterranei.

Inutile dire che questa rete ombra ha sempre funzionato ad appannaggio della City di Londra, attraverso le banche inglesi che, grazie all'oscurità gettata nelle connessioni tra i vari nodi, possono usufruire della proverbiale negazione plausibile per dichiararsi estranee a tutte quelle accuse che le vedrebbero invischiate in scenari di caos consapevole per il proprio tornaconto. Questo denaro ombra è sempre stato il nodo gordiano attraverso il quale le precedenti (potenziali) strategie di emancipazione hanno fallito. Un modo che hanno trovato Kash Patel e Scott Bessent di tenere traccia di questo denaro è stato quando l'anno scorso, a Los Angeles, hanno mandato gli agenti ICE a controllare un giro di riciclaggio di denaro sporco. Sono seguite delle rivolte legate al “razzismo” e quel denaro è stato spostato, lasciando una traccia che prontamente è stata seguita da FBI e Dipartimento del Tesoro permettendo loro di iniziare a tracciare tutta quella pletora di ONG che ha funto/funge da raccordo.

Perché, ad esempio, l'Iran continua ad attaccare gli Emirati Arabi Uniti? Perché questi ultimi hanno trovato un accordo con gli USA e hanno smesso di riciclare denaro per conto dell'IRGC. Infatti il presunto “nemico mortale” dell'Iran, Israele, è stato praticamente dimenticato. Questo “dettaglio” avvalora la tesi secondo cui ciò che conta è il flusso internazionale di denaro ombra e gli intermediari per far perdere le tracce del “beneficiario” sono nodi vitali affinché questo flusso rimanga intatto. Ed è qui che gli USA stanno DAVVERO facendo la guerra alla City di Londra/cricca di Davos, prosciugando un tale fiume sotterraneo. Questi sono i veri termini della vittoria americana. Infatti come mai anche la Turchia ha iniziato a finire insistentemente sulle pagine dei giornali? Perché è sempre stato un intermediario nel flusso di oro che dal Medio Oriente finiva poi nelle casse della LBMA, partecipando alla ben tenuta del sopraccitato fiume sotterraneo di denaro ombra. Più vengono intaccati i vari nodi della rete, più una tale rete diventa instabile.

L'ordine all'IRGC era quello di resistere quanto più possibile e creare quanto caos possibile nella regione, il tutto per minare l'immagine degli USA agli occhi del mondo: una nazione allo sbando, sconfitta e devastata economicamente. Ovviamente non importava che ciò non coincidesse con la realtà, l'importante era venderne la percezione. Soprattutto in vista delle elezioni di medio termine. Ora, con la situazione che si sta assestando in Iran, la City di Londra/cricca di Davos stanno già vedendo oltre le elezioni di medio termine perché sanno che è una causa persa per loro: hanno fallito nei tempi, anticipati dalle mosse di Trump/NY Boys. Per il 2028 stanno già fomentando la divisione all'interno del movimento MAGA, creando narrazioni divisive intorno alla persona di Vance, Rubio, ecc. Arrivare per allora con un caos interno significa offrire il fianco, perché diversamente dalle tesi strampalate che si sentono in giro non ci sarà un terzo mandato Trump. Ma di chi fidarsi ora? Ecco che i test della lealtà sono l'arma più efficace in questo contesto per scremare i papabili candidati ed evitare un ambiente controverso come quello visto con “Trump-De Santis”.

A Vance, in qualità di vicepresidente che di norma è solo una carica proforma, sono stati dati diversi compiti importanti (non ultimo le redini dell'affare Iran), ma ha fallito nel portare a casa il risultato. Rubio, invece, ha finora eseguito un ottimo compito a tal proposito. Questo, unito alla pulizia delle alte sfere gerarchiche dei rami esecutivo, giudiziario e legislativo del governo federale, cambiando al contempo il modo in cui il denaro scorre nello stesso governo federale (es. frodi tramite il welfare state ridotte al minimo), significa meno potere appaltato ai nemici degli USA e più vita alla rivoluzione inaugurata dai NY Boys, la quale sarà in grado di sopravvivere alla persona di Trump.

E come documentato nel mio libro, Il Grande Default, questa rivoluzione è iniziata col SOFR e poi ha toccato tutti quegli aspetti legati al sistema eurodollaro. Prendete ad esempio il Giappone. Uno degli altri motivi per cui la cricca di Davos ha provocato la guerra tra Ucraina-Russia era impedire al Giappone di comprare petrolio russo e saldare l'arbitraggio in una valuta diversa dalla sterlina, deteriorando soprattutto le trattative di pace che porrebbero fine alle ostilità che si portano dietro sin dalla Seconda guerra mondiale. Giappone e Russia, infatti, non hanno mai siglato un trattato di pace che mettesse fine alle ostilità della Seconda guerra mondiale. Una volta che ciò accade, l'intermediario rappresentato da Hong Kong e Singapore, e per estensione gli inglesi, vengono esclusi ed entrambi i Paesi commercerebbero direttamente (in particolar modo petrolio). Il Giappone è importante perché è stato usato come amplificatore del sistema eurodollaro tramite la sua capacità produttiva e il carry trade sullo yen, ecco perché la BOJ è stata l'ultima banca centrale ad abbandonare lo “zero bound” nei tassi di riferimento. E già dall'anno scorso, quando la BOJ ha avviato il ciclo di rialzo di tassi, ricordavo ai miei lettori che il Giappone non stava perdendo il controllo (ribadendo il concetto lo scorso febbraio). Quando Kuroda, poi, si è ritirato e non ha lasciato il posto al suo vice (l'anzianità conta molto in Giappone), mentre invece è diventato governatore Ueda, il messaggio era chiaro: la BOJ non sarebbe stato più l'amplificatore della leva nel sistema eurodollaro.

Infatti dicevo la normalizzazione dei tassi avrebbe catturato capitale che si rifiutava di entrare nel Paese a causa della ZIRP. Senza contare che gli investitori interni sono “patriottici” e se riescono a prendere anche 5 punti base al di sopra dell'inflazione, continueranno a scommettere sul proprio Paese. Non solo ma la BOJ ha potuto vendere il lato lungo della curva dei rendimenti obbligazionari grazie al suo portafoglio di azioni nel Nikkei ed è qui che tutti quegli analisti che dicevano che la fine del carry trade sullo yen avrebbe fatto saltare in aria il Giappone e per estensione gli USA avevano torto marcio: la cavalcata del Nikkei ha aiutato la BOJ ad attutire le perdite di bilancio sulle obbligazioni, oltre al fatto che aveva le spalle coperte dalle linee di swap in dollari. E la Takaichi, quando è stata eletta, la prima cosa che ha fatto è stato volare negli USA per staccare un nuovo accordo commerciale sul WTI con Trump. Di conseguenza potremmo dire che, insieme a Russia e Cina, gli USA inseriscono nel loro nuovo quadro logistico-commerciale anche il Giappone dato che in questo modo si esercita pressione sul dollaro di Hong Kong (altro grande punto di raccordo del sistema eurodollaro).

Infatti se Cina e Russia esercitano pressione sul lato energetico e delle commodity, Tokyo si occuperà di quello monetario. Una cosa è certa: ci sono ulteriori prove a supporto che il centro del mondo si sta spostando nel Pacifico.

Washington e Pechino sono attualmente protagonisti di un gioco delle parti: se nel primo trimestre dell'anno è il primo che compra oro, nel secondo trimestre è il secondo che lo compra, alternandosi nuovamente nel terzo e quarto trimestre dell'anno. Questa pressione è indirizzata ai mercati finanziarizzati di Londra, alla LBMA, la quale cerca di sopravvivere a questa morsa tramite la Turchia. Infatti gli acquisti di oro di quest'ultima sono un proforma, dato che si trasformano subito in vendite da spedire nel Regno Unito. Un dettaglio fondamentale in questo contesto è il fatto che il mercato cinese è saldato in oro fisico e ciò ridimensiona non poco il potere di leva londinese sulle singole once d'oro. Stabilizzare i mercati interni tramite l'afflusso di metalli preziosi è quanto di più indispensabile in un modello industrializzato che tenta di copiare i processi enunciati a suo tempo da Hamilton e Clay. La loro metodologia è quanto viene applicato oggi dall'amministrazione Trump per ridare slancio al settore manifatturiero americano e puntellare il peso gravoso del debito pubblico.

Rivalutare l'oro e rimuovere strati e strati di finanziarizzazione inglese dagli input industriali è il minimo che si può fare se si vuole ristabilire un calcolo imprenditoriale onesto e una classe media vivace, oltre a riorientare i flussi energetici mondiali anche. Infatti Alaska e Golfo d'America diventeranno i nuovi hub mondiali petroliferi da cui passeranno la maggior parte delle rotte commerciali petrolifere, consolidando ancor di più il nuovo polo commerciale del mondo con base nel Pacifico. Ma ancora di più sta avvenendo a livello federale in termini di cambiamento organizzativo: dalla centralizzazione alla decentralizzazione. La Federal Reserve tornerà a essere quello che era prima del 1935, ovvero il prestatore di ultima istanza nel commercial paper market americano e impostare il prezzo nominale del dollaro all'estero, mentre il Dipartimento del Tesoro coordinerà il mercato dei titoli di stato. Con un tasso di riferimento collateralizzato come il SOFR, questo design è realizzabile. Infatti ogni agenzia governativa avrà la capacità di emettere credito per i progetti nella sfera delle sue competenze a fronte di una copertura fatta di titoli di stato americani a breve termine. Come verrà emesso questo credito? Ovviamente tramite stablecoin. Il Dipartimento del Tesoro rappresenterà il raccordo principale in questa rete, determinando i flussi dei titoli stessi e provvedendo alle riconciliazioni nel tempo. Questo a sua volta significa che i progetti pubblici verranno regionalizzati, così come i tassi di interesse, rendendo obsoleto l'attuale Fed Fund rate. Le agenzie governative federali si occuperanno delle grandi opere pubbliche, mentre i singoli stati di quelle infrastrutture più importanti per i propri cittadini.

E le banche? Esse si inseriranno verticalmente in questo schema, offrendo l'architettura per le stablecoin stesse, dimostrando che stanno abbandonando progressivamente e consapevolmente il modello finanziarizzato dell'economia di matrice inglese. È questo che innescherà il CLARITY Act. Se guardato dall'esterno ci saranno sostanzialmente “due dollari”, uno a circolazione interna e uno a circolazione esterna che avrà un premio per essere utilizzato. Internamente, però, il mercato delle stablecoin fornirà abbastanza competizione tra le varie soluzioni da far emergere spontaneamente quelle forme migliori e più preferite dagli attori di mercato. Perché, ricordate, una CBDC richiedere “affittare” gli asset monetari sottostanti (perdendo quindi la proprietà privata su di essi), mentre le stablecoin permettono a chi le usa di conservare la titolarità sulle unità monetarie fisiche sottostanti.

E questo singolo aspetto spaventa a morte l'Unione Europea e il Regno Unito, dato che permette a Tether di succhiare progressivamente e inesorabilmente ciò che rimane della forza vitale di euro e sterlina. Pensateci: cos'è bandito in Europa, Bitcoin o Tether? Questo perché Tether, e per estensione la versione digitalizzata del dollaro, rappresenta un anatema peggiore per l'euro rispetto alle necessità attuali riguardo Bitcoin (riserva di valore, garanzia collaterale). Se si vuole colpire dove fa più male all'UE, adesso, bisogna commerciare e usare Tether. Quest'ultimo e Circle regolano oltre $700 miliardi al mese e sono già l’infrastruttura predefinita per i pagamenti transfrontalieri nei mercati emergenti. La disconnessione temporale è il punto chiave e l'euro, o perlomeno la sua versione digitale, sono già  roba da museo. Di conseguenza il mondo non si sta affatto “de-dollarizzando”, bensì si sta “de-euroizzando” e “de-sterlinizzando”. La sterlina, infatti, sopravvive all'anacronismo storico perché salda i cambi esteri sul Forex: il ponte tra i vari pair. Circa il 30% dei volumi del Forex sono intermediati dalla sterlina, la quale fornisce la liquidità necessaria per effettuare i vari cambi. Se, ad esempio, un tappezziere turco vuole vendere un tappeto negli USA: tra i vari passaggi riguardanti lira turca e dollari c'è di mezzo la sterlina e una banca inglese. Il fatto che la sterlina abbia conservato nel tempo questa sua funzionalità è stato grazie alle vecchie relazioni intessute dall'impero inglese e dalle banche inglesi, coperto dal flusso di petrolio tramite i contratti futures del Brent. Indovinate un po'? Le stablecoin in dollari elimineranno questo bisogno di intermediazione nel nuovo sistema finanziario in evoluzione e il WTI sostituirà il Brent come riferimento nella determinazione della consegna al margine di un barile di petrolio. Togliete queste due cose e la sterlina diventa una “reliquia barbarica”. Il premio non è la DeFi, bensì il DeFo ovvero il Forex disintermediato/decentralizzato.

A cascata vengono eliminati anche tutti quei prodotti finanziari su cui gli inglesi hanno costruito il loro castello della finanziarizzazione, dalle assicurazioni ai derivati, soprattutto perché non ha senso nel mondo di oggi che la sterlina venga trattata a 1.34-1.35 rispetto al dollaro in base alla capacità industriale inglese (assente) e alla capacità dell'economia inglese di generare domanda per la propria valuta. È un artefatto di un vecchio sistema usato per colonizzare finanziariamente il mondo tramite i flussi commerciali. Ed è qui che si inerisce l'indipendenza americana perseguita da Trump, soprattutto quando ciò significa “far cambiare bandiera” a tutti quegli asset nel Congresso americano che remano contro l'attuale amministrazione.

Dopo tutti gli scalpi che Trump ha preso finora, soprattutto al Senato (es. McConnell, Cornyn, Tillis, Cassidy), i vari deputati si stanno convincendo che egli (e chi sta dietro di lui) ha davvero pieno controllo sulla situazione americana e può garantire status e protezione. Gente come John Thune e altri simili esattamente questo vanno cercando, altrimenti restano sul carro dei vincitori che invece lavorano contro gli USA. Il fatto che Gingrich abbia di recente spalleggiato Trump riguardo le sue mosse, all'interno e all'esterno del Paese, dimostra che il GOP sta capitolando e che le elezioni di medio termine possono essere vinte da Trump con una certa agilità (nonostante le allucinazioni della stampa italiana e commentatori vari/eventuali sui social).

 

CONCLUSIONE

Durante periodi di transizione come quello in cui stiamo vivendo ci sono grandi opportunità di arbitraggio, perché la maggior parte ignora i meccanismi fondamentali che muovono l'evoluzione del sopraccitato periodo. La grande opportunità in questo momento è che tutti gli asset che possono essere usati come collaterale dovranno essere riprezzati in base alla quantità di dollari che scorreranno nel sistema. Il grande errore degli Stati Uniti, un errore che in realtà è stato imposto loro da forze esterne, è stato quello di “chiedere” al dollaro di ricoprire tutti e tre gli aspetti principali del denaro: riserva di valore, mezzo di scambio e unità di conto. Ma come fa una forma di credito e passività allo stesso tempo, uno strumento di debito potremmo dire, a essere una buona forma di denaro? Affinché esista un dollaro qualcuno deve indebitarsi... è un gioco a somma zero. Se il dollaro ha pochi problemi a essere un mezzo di scambio e unità di conto, ha grossi problemi a essere riserva di valore senza un ancoraggio a una commodity. Oggi l'oro è un'ottima riserva di valore, ma è terribile in quanto a mezzo di scambio e non è usato come unità di conto. In sintesi l'oro non è denaro oggi, è solo risparmio.

È stato relativamente facile “far scordare” alla popolazione in generale il gold standard, dato che la sua preferenza temporale è diventata sempre più veloce nel saldo degli scambi commerciali rispetto alla capacità di spostare altrettanto velocemente l'oro. Il dollaro, quindi, è stato una buona soluzione tecnologica a questo problema. Infatti bisogna ricordarsi che fintanto che non esistono rivendicazioni multiple sullo stesso dollaro, i guai economici rimangono ridotti al minimo. Il sistema monetario, quindi, deve espandersi in modo da tenere il passo con la domanda di denaro. Lo stesso discorso lo possiamo fare per il petrolio e il flusso di petrolio a livello mondiale sin da quando è scoppiato il conflitto in Iran. Infatti il problema non è tanto il prezzo del petrolio, ma è se è davvero possibile mettere le mani su un barile di petrolio. Niente più, niente meno che la Legge dell'utilità marginale decrescente. E questa è anch'essa un'opportunità: il modo in cui si muovevano i flussi di barili di petrolio nel mondo sta cambiando, rimuovendo quelle strozzature geografiche davano ad alcuni player la capacità di ricattare il resto del mondo.

Spostare questa capacità altrove significa invertire il processo dell'utilità marginale decrescente e invece innescare quella dei rendimenti marginali acceleranti, ridando altresì vigore alla produttività.

Ragionamenti come questi sono quelli che permettono di gettare le basi per un discorso riguardo gli investimenti più coerente con la realtà, sfruttando correttamente gli arbitraggi che attualmente spuntano fuori laddove chi non ha le idee chiare fatica a vedere. Il servizio di consulenza che trovate sul blog serve a soddisfare esattamente questo scopo. Prenotate uno slot su Calendly


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martedì 26 maggio 2026

L'economia iraniana sta implodendo

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Zineb Riboua

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/leconomia-iraniana-sta-implodendo)

Molti dimenticano che l'Iran è entrato nel conflitto portando con sé la più grave crisi economica nella storia della Repubblica islamica.

Il presidente Pezeshkian aveva già avvertito che le infrastrutture del Paese erano al collasso: “A Teheran, se non riusciamo a gestire la situazione e se la popolazione non collabora nel controllo dei consumi, entro settembre o ottobre non ci sarà più acqua nei bacini idrici”. Oggi i danni vanno ben oltre la gestione delle risorse idriche e sono visibili in tre dimensioni: la valuta, il mercato del lavoro e la base industriale.

Il crollo del rial a 1,45 milioni per dollaro a gennaio ha scatenato forti proteste e da allora la valuta si è ulteriormente deprezzata, attestandosi ora a 1,87 milioni per dollaro. La banca centrale iraniana ha emesso un avviso pubblico, mettendo in guardia i cittadini dall'acquistare valuta estera e suggerendo che i prezzi potrebbero invertirsi con un intervento. “Se le aspettative vengono riviste, l'offerta aumenta o la banca centrale interviene in modo mirato, esiste la possibilità che i prezzi tornino alla normalità e che gli acquirenti a tassi elevati subiscano perdite”, ha affermato il comunicato stampa della banca centrale. Il fatto che essa metta in guardia la propria popolazione dal detenere dollari segnala che lo stato ha perso una delle funzioni più basilari di governo monetario.

Inoltre la grava situazione nel mercato del lavoro si aggiunge a quella monetaria. Il viceministro iraniano delle Cooperative, del Lavoro e del Welfare ha ammesso il mese scorso che la guerra ha distrutto oltre un milione di posti di lavoro, con ulteriori due milioni di perdite dovute a fattori diversi e indiretti.

Nemmeno i funzionari governativi riescono a concordare sull'entità dei danni, o forse non vogliono ammettere che gli attacchi statunitensi e israeliani abbiano colpito obiettivi strategici. Alcuni di loro hanno addirittura citato dati della previdenza sociale che suggeriscono un aumento di sole 100.000 richieste di sussidi di disoccupazione. Il ministro del Lavoro, Ahmad Meydari, ha poi diffuso una terza cifra, secondo cui 150.000 iraniani si sarebbero di recente registrati per ricevere i sussidi di disoccupazione.

Ciò che colpisce è che ogni cifra proviene da un ministero diverso, è misurata con una metodologia diversa e serve a uno scopo politico diverso. Più di ogni altra cosa, rivela un governo molto più interessato a gestire la percezione della disoccupazione che ad affrontare il problema in sé.

“Nell'ultimo anno la popolazione iraniana in età lavorativa è aumentata di circa 825.000 persone, ma sono stati creati solo 57.000 nuovi posti di lavoro.” (Financial Tribune)

Alla base di entrambi i problemi c'è il danno arrecato alla base industriale dell'Iran.

Mobarakeh Steel, uno dei più importanti impianti industriali dell'Iran, ha subito un duro colpo: oltre 27.000 lavoratori si trovano ora senza un contratto di lavoro definito; il personale tecnico specializzato, che in precedenza guadagnava oltre 100 milioni di toman (circa $568) al mese, ora percepisce una retribuzione vicina al minimo sindacale, pari a circa un quinto dei salari precedenti, secondo Iran International.

Il problema che attraversa tutto il resto è che la produzione siderurgica iraniana dipende da materie prime petrolchimiche e input energetici, mentre il settore petrolchimico si basa sull'acciaio nazionale per la costruzione e la manutenzione degli impianti. Questi due settori funzionano praticamente come un unico sistema interconnesso, e ciò che ha reso letali gli attacchi statunitensi è stato il fatto di aver colpito due dei suoi punti critici. Ciò è particolarmente dannoso anche per le Guardie Rivoluzionarie, poiché tale sistema ha un peso considerevole sull'economia iraniana, con i prodotti petrolchimici che generano circa $13 miliardi di entrate dalle esportazioni all'anno, classificandosi come la seconda maggiore fonte di valuta estera del Paese dopo il petrolio greggio.

In particolare, i prezzi dei farmaci sono aumentati fino al 400%, le farmacie segnalano carenze in tutto il Paese e il blocco di internet, che da tempo rappresenta lo strumento preferito dal regime per controllare la narrazione, potrà anche impedire agli iraniani di vedere filmati di fallimenti sul campo di battaglia delle Guardie Rivoluzionarie, ma non potrà impedire loro di vedere una valuta che ha perso più della metà del suo valore.

In questo senso ciò che l'Operazione Epic Fury ha ottenuto finora è stato costringere la Repubblica Islamica a gestire simultaneamente due fronti: uno rivolto verso l'esterno, volto a proteggere un complesso apparato militare basato su finanziamenti per procura, minacce missilistiche e un incessante programma nucleare, e uno rivolto verso l'interno, volto a gestire una popolazione che ha ripetutamente dimostrato, a costo della propria vita, che esiste una soglia che il regime continua a superare.


Il blocco e l'architettura delle sanzioni

Oltre agli attacchi ai settori chiave, il blocco navale statunitense ha interrotto le entrate derivanti dalle esportazioni alla fonte, con l'isola di Kharg che si sta avvicinando al limite della sua capacità di stoccaggio; le immagini satellitari mostrano infatti una grande chiazza di petrolio a ovest del terminale e le Guardie Rivoluzionarie stanno perdendo circa $170 milioni al giorno, e il Pentagono stima che le perdite totali di entrate petrolifere ammontino a $4,8 miliardi fino ad oggi.

Bloccare le esportazioni di petrolio, tuttavia, lascia intatta la rete finanziaria che l'Iran ha costruito per elaborare, trasferire e proteggere tali entrate attraverso intermediari cinesi, ed è proprio in questo ambito che opera l'Operazione Economic Fury.

Per comprenderlo, è necessario riconoscere che i precedenti cicli di sanzioni si sono rivelati inefficaci proprio perché la Cina assorbiva il petrolio greggio iraniano attraverso raffinerie clandestine, trasferiva i fondi attraverso reti bancarie ombra e forniva al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) l'infrastruttura di intelligence che ne manteneva operative le attività regionali. L'operazione “Economic Fury” si propone di colpire tutti questi aspetti. Come ha affermato il Segretario Bessent: “Prenderemo di mira senza sosta la capacità del regime di generare, trasferire e rimpatriare fondi, e perseguiremo chiunque agevoli i tentativi di Teheran di eludere le sanzioni”.

La campagna economica di Trump si articola su due livelli.

Il primo livello consiste nel colpire la rete finanziaria attraverso la quale il petrolio iraniano sfugge al controllo delle autorità di regolamentazione occidentali.

Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha designato Hengli Petrochemical, la seconda raffineria cinese per dimensioni, circa 40 compagnie di navigazione legate alla flotta ombra iraniana e raffinerie indipendenti come i principali impianti di lavorazione del petrolio greggio iraniano soggetto a sanzioni. La risposta di Pechino è stata un ordine formale di divieto che imponeva ai cittadini e alle aziende cinesi di non conformarsi, e l'ordine stesso era rivelatore: un governo ridotto a emettere istruzioni di emergenza per proteggere le proprie aziende dalle designazioni statunitensi ha esaurito i modi più discreti per fare affari con un'organizzazione designata come terroristica.

Il secondo livello consiste nel trasformare la pressione economica sul Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche in una campagna di denuncia politica diretta contro la Cina.

Le sanzioni inflitte a Meentropy Technology, The Earth Eye e Chang Guang Satellite Technology per aver fornito all'Iran informazioni geospaziali per monitorare i movimenti militari statunitensi e alleati, mettono a nudo la complicità cinese nelle operazioni militari iraniane, fornendo alle autorità di regolamentazione una base documentata per azioni più ampie contro il telerilevamento commerciale cinese.

Coloro che osservano i negoziati per il cessate il fuoco e concludono che il conflitto si stia esaurendo stanno interpretando erroneamente la situazione, con conseguenze analitiche concrete. Infatti, sebbene gli attacchi siano stati sospesi, l'Operazione Economic Fury continua a funzionare sia da acceleratore che da ancoraggio di ciò che la fase militare ha innescato, trasformando la distruzione sul campo di battaglia in un deterioramento istituzionale che si aggrava nel tempo e nega alle Guardie Rivoluzionarie la capacità finanziaria e organizzativa di ricostituire ciò che Epic Fury ha smantellato.

Le Guardie Rivoluzionarie amano vantarsi della loro immunità alle pressioni esterne, ma la situazione economica rivela un'organizzazione disorientata, che opera secondo un modello così rigido e dipendente da condizioni ormai obsolete da non avere una risposta efficace alle pressioni che ora gravano su di essa.


Il dilemma delle Guardie Rivoluzionarie

La Repubblica islamica non si è mai sostenuta unicamente grazie all'ideologia, né solo grazie alla coercizione. Ciò che più di ogni altra cosa l'ha sostenuta e resa così sofisticata è stato un sistema stratificato e coeso in cui l'impegno ideologico, la repressione selettiva e il clientelismo materiale si rafforzavano a vicenda, con ciascun elemento che compensava gli altri quando uno si indeboliva.

Si stima che Hezbollah ricevesse circa $700 milioni all'anno. Gli Houthi, le Forze di Mobilitazione Popolare, la Jihad Islamica Palestinese e una serie di altri gruppi per procura attingevano tutti alla stessa fonte. L'ideologia può spiegare perché gli uomini si uniscono a un movimento rivoluzionario, ma raramente spiega perché vi rimangono, e non spiega mai perché combattono costantemente per un lungo periodo e in diversi ambiti e aree. Ciò richiede finanziamenti, logistica e uno stato in grado di adempiere ai propri obblighi.

In una regione in cui le istituzioni statali si erano a lungo dimostrate predatorie, inefficienti o semplicemente assenti, le Guardie Rivoluzionarie offrivano ciò che era veramente raro: un'organizzazione che pagava puntualmente, forniva ai suoi partner attrezzature funzionanti e manteneva i suoi impegni. Tale affidabilità operativa ne ha assicurato l'influenza regionale tanto quanto qualsiasi affinità ideologica, e lo stesso principio ha sostenuto la pretesa del regime di autorità istituzionale a livello nazionale.

I regimi autoritari possono sopportare un notevole malcontento popolare, e la Repubblica islamica ha ripetutamente dimostrato questa capacità, tuttavia la loro resistenza prolungata si basa su due condizioni che operano in sinergia. La prima è un apparato coercitivo dotato della coerenza organizzativa e delle risorse materiali necessarie per impiegare la forza su vasta scala. La seconda è una popolazione che continua a valutare il costo della protesta come superiore al costo dell'obbedienza. Entrambe le condizioni sono ora oggettivamente in declino.

I primi segnali di deterioramento hanno iniziato a manifestarsi nel nucleo istituzionale. A marzo i membri del Comando delle Unità Speciali hanno ricevuto la notifica di problemi di elaborazione relativi al pagamento degli stipendi di alcune unità, il terzo ritardo di questo tipo per tali forze solo quest'anno. Le conseguenze sono state immediate: alcuni membri del personale si sono rifiutati di partecipare alle manifestazioni di mobilitazione filo-governativa, causando evidenti disagi alle operazioni nelle principali città. I ​​pensionati e alcuni reparti dell'esercito regolare non hanno ricevuto lo stipendio per il secondo mese consecutivo.

Gli alti comandanti hanno iniziato ad accusare le Guardie Rivoluzionarie di sfruttare la crisi finanziaria della Bank Sepah per indebolire le forze di polizia e concentrare le risorse a favore di enti legati al clero. Questo schema rivela un apparato militare che, pur essendo pienamente consapevole di una popolazione spinta al limite, ha abbandonato la gestione collettiva della scarsità e ha iniziato a ridistribuirla come arma tra le sue istituzioni costituenti.

Il contesto strategico ha ora ristretto le strade per le Guardie Rivoluzionarie a due sole vie, ognuna delle quali conduce a una diversa forma di distruzione istituzionale.

La crudeltà del dilemma sta nel fatto che scegliere l'una o l'altra strada non fa altro che accelerare il collasso che l'altra già minaccia.

Percorso 1: un accordo con Trump

Un accordo con Washington costringerebbe le Guardie Rivoluzionarie a rinunciare alla loro rete di appalti edili, monopoli di importazione e istituzioni finanziarie che hanno trasformato il potere politico in ricchezza, e a farlo di fronte a una popolazione che ha sopportato decenni di salari in calo, risparmi in diminuzione e infrastrutture fatiscenti, mentre le risorse nazionali venivano dirottate verso conflitti esteri.

Percorso 2: continuare la guerra

Nemmeno un confronto prolungato offre vie d'uscita. Spingerebbe le esigenze operative oltre le capacità dell'organizzazione, inasprirebbe le sanzioni che già tagliano i flussi di entrate, eroderebbe la credibilità militare a ogni nuovo scontro e intensificherebbe le rivalità interne tra la leadership clericale, le Guardie Rivoluzionarie, la burocrazia e le forze armate regolari, in lotta per una riserva di risorse sempre più ridotta. Un sistema basato sul clientelismo non può sopravvivere una volta che tutto questo si esaurisce.

Il problema è di natura strutturale e non esiste una soluzione a breve termine in grado di risolverlo.

Ogni possibile via d'uscita mina le condizioni stesse di cui l'organizzazione ha bisogno per sopravvivere. Ciò mette in luce la contraddizione centrale di ciò che la Repubblica Islamica ha costruito in quattro decenni: uno stato militare parallelo all'interno dello stato, un impero regionale di gruppi per procura e un sistema finanziario protetto da qualsiasi forma di controllo, il tutto concepito per proiettare il potere all'esterno, ma del tutto impreparato alla crescente pressione che ora proviene sia dall'interno che dall'esterno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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